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Fiumi senza ossigeno: l’80% dei corsi d’acqua mondiali sta soffocando in silenzio

Un nuovo studio globale pubblicato su Science Advances rivela una perdita diffusa di ossigeno disciolto nei fiumi del pianeta. Le acque dolci collassano in silenzio, mentre il dibattito pubblico continua a parlare quasi solo di COâ‚‚.

Un pesce che emerge dall’acqua non è un pesce che salta. È un pesce che cerca di respirare. Per chi vive sul Po, sull’Arno, sul Tevere o sul Bisagno è un’immagine che torna sempre più spesso durante le ondate di calore estive. Da maggio 2026 sappiamo che non si tratta di una sensazione locale. Uno studio internazionale pubblicato il 15 maggio 2026 sulla rivista Science Advances, a firma di un gruppo del Nanjing Institute of Geography and Limnology (NIGLAS) dell’Accademia cinese delle scienze guidato da Shi Kun, con Guan Qi come primo autore, mostra che il fenomeno è globale e sistematico, e riguarda quasi otto fiumi su dieci. Il team ha passato al setaccio i livelli di ossigeno disciolto in oltre 21.000 sistemi fluviali del mondo, dal 1985 al 2023, usando immagini satellitari Landsat e un algoritmo di machine-learning stacking per ricostruire i dati mancanti.

Il dato centrale è che l’ossigeno disciolto nei fiumi del pianeta cala in media di 0,045 milligrammi per litro ogni dieci anni, e il 78,8% dei fiumi analizzati mostra un declino misurabile. Tradotto sull’arco storico osservato, dal 1985 a oggi i fiumi del mondo hanno perso in media il 2,1% del loro ossigeno disciolto. Il 22,7% del calo globale è attribuito direttamente alle ondate di calore: quando vengono escluse dal calcolo, la deossigenazione di fondo si riduce di un quarto. Le dighe e gli sbarramenti pesano anch’essi sulla traiettoria. Sembra poco. Non lo è.

Sembra poco. Non lo è. Per un ecosistema che dipende dall’ossigeno per respirare il margine fra «vivibile» e «letale» è strettissimo, e un calo piccolo in apparenza diventa cumulativo e biologicamente rilevante nel medio periodo. Se il trend continua, nei prossimi settant’anni interi tratti di fiume negli Stati Uniti orientali, in India e nei tropici potrebbero scendere sotto la soglia che induce «morte acuta» per molte specie ittiche, scrivono gli autori. La sintesi più chiara è apparsa su Nature, che ha messo lo studio in copertina della Research Highlight della settimana, e su ScienceDaily.

Cos’è l’ossigeno disciolto, e perché conta

L’ossigeno disciolto è la quantità di O₂ presente nell’acqua. È la stessa molecola che respiriamo, sciolta fra le molecole d’acqua. Senza di esso, pesci, larve di insetti, microrganismi e batteri aerobici non possono sopravvivere. È l’indicatore numero uno della salute di un corso d’acqua, e da decenni si usa per certificare se un fiume è «pulito» o «morto». Ridurlo del 2% su scala planetaria significa restringere la finestra biologica per migliaia di specie contemporaneamente, e farlo proprio nei tropici, dove la biodiversità è massima e i regimi termici sono già al limite.

Perché l’acqua calda trattiene meno ossigeno

Il meccanismo principale è chimico e si studia al primo anno di limnologia. L’acqua più calda trattiene meno gas, ossigeno incluso. Un fiume che si scalda di un grado, da 20 a 21 °C, perde circa il 2% del proprio ossigeno disciolto a parità di altri parametri. La crisi climatica scalda i fiumi più velocemente dei mari, perché i corsi d’acqua sono poco profondi e fortemente esposti all’atmosfera. Lo studio cinese conferma quello che già nel 2023 una ricerca di Wei Zhi e Li Li della Pennsylvania State University, Rivers rapidly warming, losing oxygen, aveva documentato su quasi 800 corsi d’acqua statunitensi: i fiumi si riscaldano nell’87% dei casi monitorati e perdono ossigeno nel 70%, più velocemente degli oceani. La deossigenazione viaggia a ruota dell’aumento di temperatura.

A questo si aggiunge l’effetto secondario. Acqua più calda significa maggiore attività batterica nei sedimenti, che a sua volta consuma ossigeno per decomporre la materia organica. E significa più alghe in superficie, che di giorno producono ossigeno ma di notte lo bruciano, generando picchi di anossia che possono uccidere i pesci in poche ore. Lo schema è simile a quello delle zone morte costiere, già documentato nel Mar Baltico e nel Golfo del Messico. Adesso lo vediamo riprodursi nei fiumi.

Tropici in trincea, fiumi urbani in prima linea

Il dato controintuitivo dello studio è che a soffrire di più non sono i fiumi polari, dove pure il riscaldamento è rapidissimo, ma quelli tropicali, già caldi di partenza e quindi più vicini al collasso. Il Gange, per esempio, ha perso ossigeno venti volte più velocemente della media globale negli ultimi decenni: un cocktail tossico di scarichi urbani, fertilizzanti agricoli e dighe che rallentano il flusso.

Nei paesi a reddito medio-alto, il danno arriva soprattutto dai fiumi urbani. Sempre lo studio Penn State del 2023 mostra che i corsi d’acqua delle città si scaldano più rapidamente di quelli rurali, mentre quelli agricoli registrano la deossigenazione più veloce. La spiegazione è banale: cemento, asfalto e scarichi rilasciano calore; i fertilizzanti aggiungono nutrienti che gonfiano la fioritura algale. La sintesi più accessibile per chi voglia approfondire si trova su ScienceDaily, che ha pubblicato un’analisi divulgativa dello studio.

Inquinamento più crisi climatica: la bomba ecologica

La crisi climatica non agisce in isolamento. Si somma a quaranta anni di scarichi industriali, agricoltura intensiva, fognature mal progettate, dighe e bacini artificiali che fermano il trasporto naturale dei sedimenti. Quando un fiume è già stressato dall’eutrofizzazione e dai PFAS, basta poco a spingerlo sotto la soglia di sopravvivenza. Sui PFAS, in particolare, Eywa ha pubblicato un manuale di lettura dei dati gestori, PFAS nell’acqua del rubinetto: come leggere i dati, che vale la pena rileggere insieme a questo studio. Una sostanza per volta non muove, in genere, le statistiche di un fiume; tutte insieme, nel motore di un sistema ormai più caldo, sì.

Le zone morte non sono più solo in mare

Le zone morte sono porzioni di acqua in cui l’ossigeno scende a livelli incompatibili con la maggior parte della vita acquatica. Le conosciamo bene dal mare, ma le ritroviamo ormai anche nei tratti dei grandi fiumi a valle delle aree industriali e urbane. Quando si formano, la biodiversità collassa: i pesci spariscono, le larve di invertebrati non si sviluppano, il fiume perde la sua capacità di autodepurazione. Una zona morta non è una metafora. È un’area in cui non si pesca più, in cui i prelievi idrici diventano problematici, in cui l’economia locale si ritira. È il fallimento di un ecosistema e, allo stesso tempo, di una governance.

La grande invisibilità dell’acqua dolce

Il dibattito pubblico sul clima è dominato dalla CO₂, dalle ondate di calore, dagli incendi. Quasi nessuno parla dei fiumi che collassano, perché il loro cedimento è lento, silenzioso, tecnico. Quando arriva sui giornali, lo fa solo nei picchi visibili: la moria di pesci, l’alluvione, la siccità estiva. Eppure i fiumi sono il sistema circolatorio dei continenti, da cui dipendono acqua potabile, agricoltura, energia idroelettrica, navigazione e regolazione climatica. Il Po, nell’estate del 2022, ha attraversato condizioni idrologiche estreme durante la siccità storica; condizioni analoghe di stress termico e idrico sono state segnalate anche in altri corsi d’acqua italiani. Eywa ne ha parlato in chiave nazionale in Perché le città italiane si allagano con piogge normali, documentando come la mancanza di manutenzione delle reti idriche urbane stia trasformando piogge ordinarie in emergenze ricorrenti.

Gli ecosistemi fluviali stanno perdendo anche pezzi visibili. Le Ghost forests: le foreste fantasma esistono già anche in Italia raccontano, per esempio, di foreste costiere che muoiono per salinizzazione, mentre i fiumi del Tirreno e dell’Adriatico cambiano regime. E la plastica accelera tutto, come emerge da Fiumi di plastica: quando l’acqua diventa discarica: un fiume soffocato da rifiuti non solo perde biodiversità, ma diventa un convogliatore di microplastiche verso il mare.

Il feedback nascosto: ossigeno e metano

C’è un ultimo aspetto importante, e non riguarda solo i pesci. La perdita di ossigeno nei fiumi contribuisce a generare gas serra. In condizioni anossiche la materia organica viene decomposta da batteri anaerobi che producono metano invece di anidride carbonica. Il metano ha un potere climalterante circa ottanta volte superiore alla CO₂ nei venti anni successivi all’emissione. Tradotto: meno ossigeno nei fiumi significa più metano in atmosfera, significa più riscaldamento, significa ancora meno ossigeno nei fiumi. È un circolo che si autoalimenta, e che non viene contabilizzato nei modelli climatici tradizionali con la stessa precisione con cui contabilizziamo l’aviazione o il cemento.

Cosa serve, ora

La risposta non passa solo dalle COP. Passa dalla manutenzione ordinaria dei depuratori, dalla riduzione concreta degli apporti azotati in agricoltura, dalla ricostruzione di fasce riparie boscate lungo i corsi d’acqua, dalla revisione delle concessioni idroelettriche e dalla pianificazione urbanistica che restituisce spazio al fiume invece di tombarne i tratti urbani. Tutto questo è già scritto nelle direttive europee, in particolare nella Direttiva Quadro Acque 2000/60/CE, ma resta in larga parte disatteso. Il monitoraggio dell’ossigeno disciolto va integrato come parametro obbligatorio nei piani regionali, non come variabile facoltativa.

Quando un fiume perde ossigeno

Quando un fiume perde ossigeno, non muore solo un ecosistema. Muore una porzione della nostra capacità di restare vivi insieme. L’acqua dolce non è uno sfondo paesaggistico. È un’infrastruttura biologica, e va trattata come tale: con dati, con responsabilità e con un dibattito pubblico che esca dall’orizzonte stretto della sola anidride carbonica. C’è un ultimo aspetto importante: il prossimo studio non lo aspetteremo dieci anni. I dati satellitari ora ci sono. La domanda è chi li userà per intervenire, e quando.

Approfondimenti Eywa

Fiumi di plastica: quando l’acqua diventa discarica. Eywa Divulgazione, 2025. L’emergenza dei fiumi soffocati da plastica e microplastiche, dal caso India alle ricadute globali.

PFAS nell’acqua del rubinetto: come leggere i dati. Eywa Divulgazione, 2026. Manuale operativo per interpretare i dati gestore sui PFAS e capire il rischio nelle proprie reti idriche.

Ghost forests: le foreste fantasma esistono già anche in Italia. Eywa Divulgazione, 2026. Salinizzazione costiera, innalzamento del mare e morte silenziosa delle foreste riparie.

Perché le città italiane si allagano con piogge normali. Eywa Divulgazione, 2026. Reti idriche obsolete, suolo impermeabile e mancata manutenzione: la mappa delle fragilità urbane.

Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo Comune. Eywa Divulgazione, 2026. Strumenti per reperire i dati ARERA, ATO e gestore sulle perdite delle reti acquedottistiche.

Acqua di rubinetto in Italia: più sicura dell’acqua in bottiglia. Eywa Divulgazione, 2026. Conformità sanitaria e qualità delle reti pubbliche italiane, oltre la propaganda dell’acqua in bottiglia.

Bibliografia essenziale

River oxygen levels are dropping around the world as Earth warms. Nature, 2026. Sintesi della Research Highlight sullo studio globale di Guan, Shi e Pi pubblicato su Science Advances.

Scientists warn that the world’s rivers are running out of oxygen. ScienceDaily, 2026. Analisi divulgativa dello studio internazionale su oltre 21.000 sistemi fluviali e sul ruolo del riscaldamento climatico.

Warming Fuels Global River Oxygen Decline. Mirage News (comunicato Chinese Academy of Sciences), 2026. Sintesi istituzionale dello studio NIGLAS con il dettaglio di affiliazione e metodologia.

Rivers rapidly warming, losing oxygen; aquatic life may be at risk. Pennsylvania State University, 2023. Lo studio di Li Li su circa 800 fiumi statunitensi che ha anticipato il quadro globale.

Climate Change Hurting Water Quality in Rivers Worldwide. Yale Environment 360. Sintesi dei dati su qualità dell’acqua, eutrofizzazione e impatti del riscaldamento sui corsi d’acqua.

Cina, transizione o impero energetico: cosa dice davvero il 15° piano quinquennale

Il piano 2026-2030 conferma la Cina come primo costruttore mondiale di rinnovabili e, contemporaneamente, primo costruttore mondiale di nuove centrali a carbone. La domanda giusta non è se Pechino stia diventando «green»: è chi controllerà l’energia del futuro.

Nel marzo 2026, durante le Due Sessioni, l’Assemblea nazionale del popolo cinese ha approvato il 15° piano quinquennale, la cornice strategica che orienterà l’economia e la politica industriale di Pechino fra il 2026 e il 2030. È il documento più importante del decennio per chi voglia capire dove va davvero la transizione energetica globale, perché la Cina, da sola, vale circa un terzo delle emissioni mondiali di gas serra e installa più rinnovabili del resto del pianeta messo insieme. È anche il paese che, nel 2025, ha messo in funzione la maggiore quantità di nuove centrali a carbone degli ultimi dieci anni. Le due affermazioni sono entrambe vere, e in questa apparente contraddizione si gioca il futuro climatico globale.

La trasformazione energetica cinese, in numeri

I numeri non lasciano spazio alle interpretazioni. Nel 2025 la Cina ha aggiunto 311 GW di solare e 119 GW di eolico, secondo i dati della China Electricity Council ripresi da Mercom India. A fine 2025 la capacità solare installata ha superato 1.200 GW e quella eolica 640 GW. Sommate, le due fonti superano la potenza termica installata di oltre 300 GW. Le rinnovabili rappresentano oggi circa il 60% della potenza totale installata in Cina; il carbone, intorno al 34%.

Pechino dichiara di voler portare la quota di fonti non fossili al 25% del consumo energetico primario entro il 2030. L’obiettivo cinese di lungo periodo, fissato nel nuovo Nationally Determined Contribution comunicato a settembre 2025, è arrivare a 3.600 GW di capacità eolica e solare installata entro il 2035: oltre sei volte i livelli del 2020. Per il quinquennio 2026-2030 il piano parla di un raddoppio della «nuova energia» rispetto agli attuali livelli, traiettoria che gli analisti collegano proprio a quell’obiettivo 2035. È un’espansione che non ha precedenti nella storia industriale. La filiera tecnologica è altrettanto dominante: La filiera tecnologica è altrettanto dominante: la Cina controlla oltre l’80% delle principali fasi della filiera manifatturiera fotovoltaica globale, oltre alla maggior parte delle batterie agli ioni di litio e a una quota decisiva dei minerali critici necessari per la transizione. Su questo Eywa è già intervenuta in Transizione energetica: possibile, la Cina lo dimostra già e in Batterie al sodio: la nuova alternativa al litio.

Perché Pechino sta correndo davvero

La velocità della transizione cinese non si spiega con l’ambientalismo. Si spiega con tre ragioni strutturali, intrecciate fra loro. Prima: sicurezza energetica. La Cina importa più di tre quarti del petrolio che consuma, in larga parte da rotte marittime esposte alle tensioni geopolitiche; più rinnovabili significa meno dipendenza dalle navi cisterna che attraversano lo stretto di Hormuz. Seconda: leadership industriale. Solare, eolico, batterie e veicoli elettrici sono i settori manifatturieri ad alta crescita dei prossimi vent’anni, e Pechino vuole vincerli tutti; chi controlla la filiera detta le condizioni a chi la importa, Europa inclusa. Terza: legittimità interna. L’inquinamento atmosferico delle metropoli cinesi è uno dei principali fattori di malcontento sociale, e in un momento di rallentamento dell’immobiliare e delle esportazioni tradizionali la transizione energetica diventa anche un cantiere occupazionale e un argomento di tenuta politica.

Il convitato di pietra: il carbone

Qui sta il punto. La stessa Cina che corre sulle rinnovabili continua ad approvare e a costruire centrali a carbone a un ritmo record. Lo certifica il rapporto Built to peak: Coal power expansion runs out of room in China del Centre for Research on Energy and Clean Air e Global Energy Monitor, pubblicato a febbraio 2026: nel 2025 la Cina ha proposto o riavviato 161 GW di nuovi progetti a carbone, un record assoluto, e ha messo in funzione 78 GW di nuova capacità, il livello più alto degli ultimi dieci anni. Più di tutta la capacità a carbone aggiunta dall’India dal 2015 al 2024, per dare un riferimento.

Pechino chiama questo carbone «di supporto»: dovrebbe servire a stabilizzare la rete quando le rinnovabili non producono. L’analisi di Global Energy Monitor mostra però che gran parte di questi impianti viene costruita in province che non hanno bisogno di capacità di backup, e che la nuova flotta a carbone è quella che genera effettivamente l’elettricità, non quella che resta in riserva. È un classico effetto «build before break», la formula con cui gli analisti CREA descrivono la corsa cinese a chiudere i cantieri prima dell’eventuale stretta normativa: locking-in di emissioni e di asset finché il quadro regolatorio lo permette.

Cosa dice (e cosa non dice) il 15° piano

La sintesi più puntuale del piano l’ha pubblicata Carbon Brief. L’obiettivo principale resta la riduzione dell’intensità di carbonio del PIL: meno 17% fra 2026 e 2030, una soglia più bassa rispetto al meno 18% del piano precedente. Secondo diverse analisi indipendenti basate sulla metodologia precedente, il risultato effettivo del piano 2021-2025 si sarebbe fermato intorno al −12%. Pechino, però, nel nuovo quadro metodologico introdotto nel 15° Piano, rivendica una riduzione vicina al target.
La National Development and Reform Commission ha indicato per il solo 2026 un obiettivo annuale di riduzione del 3,8%, il primo numero operativo della nuova legislatura. Il piano impegna anche a sostituire 30 milioni di tonnellate l’anno di carbone con fonti rinnovabili. Introduce il «doppio controllo» sulla CO₂, con un primo riferimento alle emissioni totali oltre che all’intensità, ma non fissa un tetto assoluto e vincolante. La conseguenza tecnica è chiara: le emissioni cinesi possono ancora crescere fino al previsto picco del 2030, dopo di che dovrebbero iniziare a calare per arrivare a neutralità nel 2060.

L’analisi del Centre for Research on Energy and Clean Air, China’s 15th Five-Year Plan: implications for climate and energy transition, è ancora più netta: manca un tetto vincolante al consumo di carbone nel settore elettrico, e questo rende fragile l’intero impianto. Il piano, scrivono gli analisti, evita di tradurre l’obiettivo di intensità carbonica in un vincolo operativo sul carbone, e questa è essa stessa una scelta politica. La nuova capacità nucleare prevista, 110 GW entro il 2030 (da 62 GW di fine 2025), è significativa ma resta confinata alle aree costiere. Le grandi novità del piano sono i «parchi industriali a zero emissioni» e i «corridoi di trasporto a basse emissioni», che dovrebbero spingere l’elettrificazione di industrie pesanti come acciaio, cemento e chimica. Promettenti, ma misurabili solo nei prossimi due o tre anni.

Ecologia o strategia industriale?

La domanda «la Cina è davvero green?» è sbagliata, perché presuppone una purezza etica che non esiste in nessun grande sistema industriale. La domanda corretta è un’altra: la Cina sta costruendo la macchina che dominerà la prossima economia. La transizione energetica non è un atto di altruismo planetario, è la prossima rivoluzione industriale, e Pechino la sta facendo a casa propria. Allo stesso tempo, conserva il carbone come polizza assicurativa interna, come leva sui costi industriali e come piano B per la stabilità sociale. È razionale dal punto di vista cinese; non lo è dal punto di vista climatico globale.

Il confronto con l’Occidente

Mentre la Cina installa, l’Europa discute. L’Unione europea continua a regolare, tassare e dibattere, ma ha lasciato che la propria base manifatturiera nei settori chiave si spostasse altrove. La maggior parte dei pannelli solari posati in Italia oggi è cinese; lo stesso vale per molti componenti di turbine eoliche, batterie e veicoli elettrici. Gli Stati Uniti hanno provato a rispondere con l’Inflation Reduction Act, ma l’amministrazione attuale sta smontando pezzi della transizione energetica federale e rallentando proprio nella direzione opposta. Tradotto: in pochi anni si decide chi avrà mano libera sulla filiera elettrica del 2040. Sul rischio che questa partita venga giocata sulle spalle della natura, abbiamo già scritto in Rinnovabili senza distruggere la natura: le soluzioni che funzionano e in Le rinnovabili hanno un costo nascosto: litio, cobalto e l’acqua che paghiamo davvero.

Le contraddizioni reali

Il modello cinese ha contraddizioni serie. Sovracapacità nella filiera solare, con un’ondata di insolvenze e contenziosi commerciali con Europa e Stati Uniti. Estrazione mineraria pesantissima per litio, cobalto e terre rare, in Cina e nei paesi clienti, dall’Indonesia al Congo. Impatti ambientali interni sui fiumi del Sud-Ovest a causa delle grandi dighe e dei nuovi impianti. Governance autoritaria, con tutti i limiti che questo comporta per la partecipazione civica e il dissenso ambientale. Sono problemi reali, non dettagli. Eywa ne ha discusso anche in Greenwashing e negazionismo climatico: cinque frame da imparare a riconoscere, perché un sistema che produce metà delle rinnovabili mondiali può comunque restare in larga parte alimentato dal carbone, e questa è la forma più sofisticata di greenwashing strutturale che esista oggi.

Il punto, per noi

Per l’Italia e per l’Europa la lezione è doppia. Da un lato, dobbiamo accettare che la transizione esiste e funziona quando c’è una politica industriale seria, fatta di pianificazione, investimenti, ricerca e infrastrutture. La Cina dimostra che si può. Dall’altro lato, dobbiamo evitare di importare la versione peggiore del modello cinese, fatta di carbone «di supporto», dighe controverse, miniere a basso costo umano e impatti ecologici scaricati sulle comunità deboli. La transizione energetica giusta non è un cantiere che corre e basta: è un cantiere che corre con regole, valutazioni d’impatto serie e attenzione alla biodiversità. Su questo, Eywa è già intervenuta in Net zero e decarbonizzazione avanzata: l’illusione verde, e continuerà a farlo.

Chi controllerà l’energia del futuro

La domanda giusta non è se la Cina sia diventata ecologica. La domanda è chi controllerà l’energia del futuro, e a quali condizioni. La risposta che emerge dal 15° piano è chiara: la Cina ha intenzione di vincere quella partita, su due binari paralleli, fino a quando può permetterseli. Spetta all’Europa decidere se restare spettatrice del processo o entrare in campo con una strategia industriale ambientale propria, autonoma e democratica. Vale la pena dirlo chiaramente: la transizione si fa, non si dichiara. E si fa adesso.

Approfondimenti Eywa

Transizione energetica: possibile, la Cina lo dimostra già. Eywa Divulgazione, 2025. La traiettoria della Cina come primo produttore mondiale di rinnovabili e i nodi politici della transizione.

Net zero e decarbonizzazione avanzata: l’illusione verde. Eywa Divulgazione, 2025. Promesse di neutralità climatica, mercato delle compensazioni e limiti delle strategie net zero.

Greenwashing e negazionismo climatico: cinque frame da imparare a riconoscere. Eywa Divulgazione, 2026. Come riconoscere le retoriche di rinvio che hanno preso il posto del negazionismo classico.

Le rinnovabili hanno un costo nascosto: litio, cobalto e l’acqua che paghiamo davvero. Eywa Divulgazione, 2025. I costi ambientali e sociali della filiera mineraria della transizione.

Batterie al sodio: la nuova alternativa al litio. Eywa Divulgazione, 2025. Le batterie sodio-ione, una possibile risposta europea alla supremazia cinese sul litio.

Rinnovabili senza distruggere la natura: le soluzioni che funzionano. Eywa Divulgazione, 2025. Pianificazione del territorio, biodiversità e impianti rinnovabili che non distruggono ciò che dovrebbero proteggere.

Bibliografia essenziale

Q&A: What does China’s 15th ‘five-year plan’ mean for climate change?. Anika Patel, Carbon Brief, 2026. Analisi puntuale degli obiettivi climatici e degli strumenti del piano 2026-2030.

China’s 15th Five-Year Plan: implications for climate and energy transition. Centre for Research on Energy and Clean Air, 2026. Valutazione critica degli obiettivi cinesi su CO₂, carbone e nucleare.

Built to peak: Coal power expansion runs out of room in China. CREA e Global Energy Monitor, 2026. La revisione semestrale H2 2025 sul carbone cinese: 161 GW di nuove proposte e 78 GW commissionati.

China Installed 1.2 TW of Solar, 650 GW of Wind Capacity as of February 2026. Mercom India, 2026. I numeri ufficiali della National Energy Administration sulla capacità rinnovabile cinese.

As It Boosts Renewables, China Still Can’t Break Its Coal Addiction. Yale Environment 360, 2026. Lettura geopolitica del nodo carbone-rinnovabili nel piano quinquennale cinese.

China’s new Five-Year Plan upgrades climate objectives while accepting continued role of coal. Johanna Krebs, Mercator Institute for China Studies (Merics), 2026. Analisi dell’integrazione clima-energia nel piano cinese.

Datacenter e acqua pubblica: la sete invisibile dell’intelligenza artificiale

Come la corsa globale all’AI scarica costi idrici, energetici e sociali sui territori, dalla Georgia rurale alle nostre falde. E perché conviene capirlo prima che arrivi il prossimo capannone.

Beverly Morris vive a Mansfield, contea di Newton, in Georgia. Nel 2019 Meta ha cominciato ad abbattere una porzione di foresta di querce a poche centinaia di metri da casa sua per costruire lo Stanton Springs Data Center, un impianto da 750 milioni di dollari. Da allora, racconta lei al New York Times, il suo pozzo non eroga più acqua pulita. La lavastoviglie si rompe, la lavatrice si blocca, il water si tappa di sedimenti. Quando Beverly ha chiesto al community relations manager di Meta come potesse cucinare con quell’acqua, lui le avrebbe suggerito di bollirla. Meta ha smentito quel passaggio specifico e ha aggiunto, attraverso una propria portavoce, che lo studio commissionato dall’azienda sul pozzo dei Morris ha concluso che era «improbabile» che il datacenter avesse intaccato la falda. I problemi idrici denunciati dai Morris e dai vicini di casa, però, sono documentati e ripresi dai principali media americani. La famiglia ha già speso cinquemila dollari fra interventi e nuovi filtri, e non può permettersi di rifare il pozzo, che costerebbe circa 25.000 dollari.

L’inchiesta è uscita sul New York Times nel luglio 2025 ed è diventata un caso politico nel maggio 2026, quando la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha portato in audizione alla Camera due barattoli di acqua marrone, raccolti porta a porta nella contea di Morgan e attribuiti dai residenti alla rete del rubinetto vicino al datacenter Meta. Jessica Kramer, vicedirettrice dell’EPA per l’acqua, si è impegnata sotto giuramento ad aprire una verifica. Il nesso causale fra il datacenter e i problemi ai pozzi privati non è ancora accertato tecnicamente né giudizialmente: ciò che è accertato è che il Newton County Water and Sewerage Authority ha confermato che l’impianto Meta assorbe da solo circa il 10% del consumo idrico totale giornaliero della contea, e che le tariffe dell’acqua aumenteranno del 33% in due anni, contro un trend storico del 2% annuo.

Mike Hopkins, direttore esecutivo dell’autorità idrica della contea, riassume il problema con una frase che vale la pena trascrivere: «Quello che i datacenter non capiscono è che si stanno prendendo la ricchezza della comunità. L’acqua non c’è». Negli ultimi mesi nove nuove società hanno presentato richiesta di costruzione in Newton County, alcune con consumi richiesti fino a 6 milioni di galloni al giorno: più dell’intero consumo idrico quotidiano dell’intera contea. Hopkins parla apertamente di «corsa contro il tempo» per aggiornare gli impianti di riciclo dell’acqua, un investimento stimato in oltre 250 milioni di dollari. Newsha Ajami, idrologa della Stanford University intervistata dal New York Times, lo sintetizza così: per le aziende tecnologiche «l’acqua è un pensiero successivo. L’idea è: qualcuno ci penserà dopo».

Il mito del digitale immateriale

Il cloud, l’intelligenza artificiale, lo streaming, i social network ci appaiono come servizi sospesi nell’aria. Sono invece infrastrutture fisiche pesantissime. Ogni richiesta che facciamo a un chatbot passa da capannoni con migliaia di server, raffreddati da sistemi che bevono acqua e che scaldano gli edifici al punto da richiedere centrali elettriche dedicate. L’energia non basta: in molti casi servono grandi quantità d’acqua per evitare che i processori si fondano. È un fatto tecnico, non un’opinione.

Secondo l’Energia e IA, la grande analisi che l’Agenzia internazionale dell’energia ha dedicato al tema nell’aprile 2025, i datacenter assorbivano già nel 2024 circa l’ 1,5% dell’elettricità mondiale e sono destinati a raddoppiare il proprio consumo entro il 2030, fino a circa 945 TWh. Quelli dedicati all’IA cresceranno ancora più in fretta: a stime IEA, triplicheranno nello stesso intervallo. Per chi vive accanto a un impianto, questa traduzione tecnica diventa un problema di pressione idrica, di pozzi, di bollette comunali e di camion cisterna.

Il caso Meta e il caso QTS

La vicenda dei Morris non è isolata. Tre vicini di casa hanno raccontato al New York Times gli stessi problemi: pressione che cala in pochi mesi, filtri da sostituire ogni quattro settimane invece che ogni dodici, acqua «tanto marrone da sembrare venuta da un ruscello». Una versione completa della ricostruzione, con fonti e cronologia, è disponibile in Meta data center impacts local water supply in Newton County, pubblicato da PPC Land. Il sindaco di Mansfield, Blair Northen, ha confermato pubblicamente che le tariffe idriche della contea aumenteranno di un terzo in due anni.

Pochi mesi prima, nel maggio 2026, Politico ha rivelato un caso ancora più paradigmatico. Quality Technology Services (QTS), azienda controllata dal fondo Blackstone, gestisce un campus di datacenter da 615 acri a Fayetteville, sempre in Georgia. Per un periodo stimato tra quattro e quindici mesi l’impianto ha consumato circa 30 milioni di galloni d’acqua, ovvero 114 milioni di litri, senza che venissero fatturati alla società: due allacciamenti industriali non risultavano sui registri dell’utility. La cifra è stata addebitata retroattivamente nel maggio 2025, per un valore di 147.474 dollari, equivalente a 44 piscine olimpioniche. La scoperta è arrivata solo dopo che i cittadini di Annelise Park, una zona residenziale vicina, hanno cominciato a lamentare bassa pressione idrica. Tutto questo durante una siccità conclamata, mentre il governatore Brian Kemp dichiarava lo stato di emergenza per gli incendi.

Vanessa Tigert, direttrice del servizio idrico della contea di Fayette, ha riconosciuto pubblicamente di non sapere con precisione da quando fossero attivi gli allacciamenti. Nessuna multa, perché QTS «è il nostro cliente più grande e dobbiamo essere partner». L’utility ha addebitato il consumo arretrato alla tariffa di costruzione. Punto.

Perché i datacenter bevono così tanto

I server scaldano. Nelle sale calde di un datacenter le temperature possono salire oltre i quaranta gradi e a quelle temperature i processori cedono. Il raffreddamento si fa principalmente in due modi. Il primo, ad aria, ricicla la stessa aria interna ma è limitato nei climi caldi. Il secondo, evaporativo, usa enormi quantità di acqua per portare via il calore: un metodo efficiente, ma idrofago. Qualche operatore sta sperimentando il «closed-loop», un sistema chiuso che riusa l’acqua, ma per ora resta minoritario e quasi sempre relativo alla fase operativa, non a quella di costruzione.

Quando chiediamo qualcosa a ChatGPT, Gemini, Claude o Meta AI, da qualche parte un server si accende. La crescita dei modelli generativi sta facendo esplodere il fabbisogno computazionale e con esso il fabbisogno idrico. Una stima frequentemente citata indica che i datacenter dedicati all’IA potrebbero consumare 1.700 miliardi di galloni d’acqua all’anno entro il 2027 a livello globale. Lo Stanton Springs di Meta ne consuma circa mezzo milione al giorno. Gli impianti di nuova generazione possono toccare cinque milioni di galloni quotidiani, equivalenti al consumo di oltre sedicimila famiglie americane.

Colonialismo energetico travestito da innovazione

Le grandi piattaforme tecnologiche si presentano con un linguaggio molto verde. Net zero, carbon neutral, water positive, pledge ESG. Nei loro report di sostenibilità Meta, Microsoft, Amazon e Google annunciano traguardi ambientali sempre più ambiziosi. Sul campo, però, lo schema è diverso. Le infrastrutture spesso si concentrano dove acqua, energia e suolo costano meno e i controlli sono più leggeri, in comunità con minore capacità negoziale rispetto alle grandi capitali industriali. La Georgia rurale è esattamente questo: incentivi fiscali, poche audizioni pubbliche, contee in difficoltà economica che accolgono qualsiasi investimento. L’Iowa, la Virginia e l’Arizona seguono lo stesso copione.

Tradotto: i profitti dell’intelligenza artificiale restano nei bilanci di San Francisco e Menlo Park, i costi ambientali restano nei pozzi privati di Mansfield, nelle bollette idriche di Newton e nei contenziosi della provincia americana profonda. È un modello di colonialismo energetico travestito da innovazione, e funziona perché si presenta come «opportunità» locale invece che come trasferimento di rischio.

Il paradosso ecologico dell’IA

C’è un cortocircuito quasi perfetto. L’intelligenza artificiale viene venduta come strumento per «risolvere» la crisi climatica, dalla mappatura della deforestazione al controllo delle emissioni industriali. Allo stesso tempo, la sua infrastruttura aggrava la crisi che dichiara di voler combattere: aumenta i consumi elettrici, prosciuga le falde, occupa suolo agricolo e blocca le reti di trasmissione. Non si tratta di rifiutare la tecnologia. Si tratta di non confondere il rimedio con la malattia, e di chiedersi chi paga il prezzo di una promessa green a scala continentale.

E in Italia?

L’Italia sta accogliendo decine di nuovi progetti di datacenter, soprattutto nell’area metropolitana di Milano e nelle aree industriali del Nord. Terna ha già registrato richieste di connessione per circa 30 GW di capacità: la capacità installata attuale è di circa 300 MW e dovrebbe arrivare a 1,5 GW entro il 2030 a un tasso di crescita del 30% annuo. L’Agenzia internazionale dell’energia stima che i consumi elettrici dei datacenter europei passeranno da 70 TWh nel 2024 a 115 TWh nel 2030, cioè 45 TWh in più in sei anni. Sulle bollette degli italiani, quella curva arriverà sotto forma di voci di rete, oneri di sistema e adeguamenti tariffari. Su questo punto Eywa è già intervenuta nell’articolo Data center e AI: rischiano di far saltare la rete elettrica.

L’acqua, in molte province italiane, è un problema già prima dei datacenter. In alcune zone si perde fino al 40-50% dell’acqua immessa in rete a causa di tubature vecchie e mai sostituite, come abbiamo documentato in Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo Comune. I prossimi piani regolatori dovranno decidere se i grandi impianti di calcolo possono essere autorizzati nei comuni dove l’acquedotto è già al limite. Prima di firmare, sarebbe utile leggere le bollette dei cittadini di Mansfield.

Cosa deve succedere prima della firma

La risposta civica non è demonizzare i datacenter: senza queste infrastrutture non esistono i servizi digitali su cui la nostra vita quotidiana ormai si appoggia. La risposta è pretendere che ogni progetto venga preceduto da uno studio idrogeologico indipendente, da una valutazione cumulativa con gli altri carichi sull’acquedotto locale e da clausole contrattuali che impongano sistemi di raffreddamento chiusi e penali in caso di consumi superiori. Le bollette dei cittadini non sono un fondo perduto per coprire la differenza, e i pozzi privati non sono parametri trascurabili in una valutazione di impatto ambientale.

Il cloud non è nel cielo

Il cloud non è nel cielo. È attaccato alla rete elettrica, alle falde acquifere e ai territori reali. Quando una multinazionale annuncia un datacenter da un miliardo di dollari, sta annunciando anche una quota nascosta di consumi idrici, una pressione sulle infrastrutture pubbliche e una redistribuzione del rischio. Negoziare quel rischio prima della firma, e non dopo i barattoli marroni in audizione, è esattamente ciò che differenzia una buona politica industriale da un favore travestito da investimento.

Approfondimenti Eywa

Data center e AI: rischiano di far saltare la rete elettrica (e di finire in bolletta). Eywa Divulgazione, 2026. La domanda elettrica dei datacenter, i rischi per la rete italiana e le ricadute in bolletta.

Quanta energia divora l’AI? Eywa Divulgazione, 2024. Cosa significa, in termini di consumo elettrico, l’addestramento e l’uso dei large language model.

Intelligenza artificiale e ambiente: chi controlla la Terra? Eywa Divulgazione, 2025. Il doppio volto dell’IA fra monitoraggio ambientale e colonizzazione digitale della natura.

Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo Comune. Eywa Divulgazione, 2026. Come reperire i dati di perdita degli acquedotti italiani e perché la loro assenza è già una notizia.

Acqua di rubinetto in Italia: più sicura dell’acqua in bottiglia. Eywa Divulgazione, 2026. Conformità sanitaria della rete idrica italiana e ruolo dei controlli pubblici.

Quando l’intelligenza artificiale imita i nostri difetti. Eywa Divulgazione, 2025. Limiti, bias e narrazioni di marketing dietro alla retorica salvifica dell’IA.

Bibliografia essenziale

A data center drained 30M gallons of water unnoticed: residents complained about low water pressure. Arianna Skibell, E&E News (Politico), 2026. Inchiesta sul caso QTS-Fayetteville e sui 30 milioni di galloni d’acqua non fatturati.

Meta data center impacts local water supply in Newton County. PPC Land, 2025. Sintesi dell’inchiesta del New York Times sui pozzi danneggiati intorno allo Stanton Springs Data Center.

Georgia data center: Meta operated project accused of muddying county’s drinking water. NewsNation, 2026. L’audizione di Alexandria Ocasio-Cortez all’EPA con i campioni di acqua marrone della contea di Morgan.

EPA Water Chief Pledges Review as Rural Georgia Faces Brown Water Near Meta Data Center. Yahoo News, 2026. L’impegno dell’EPA a verificare il caso e i numeri sui consumi idrici dei grandi datacenter.

Energy and AI. International Energy Agency, 2025. Il rapporto IEA su domanda elettrica dei datacenter, mix energetico globale e prospettive al 2030.

Key Questions on Energy and AI. International Energy Agency, 2026. Aggiornamento del rapporto Energy and AI con i dati di consumo 2025 e le proiezioni 2030.

Petrolio travestito da plastica: il Piano B della lobby fossile

Quando vendono meno carburante, ti vendono più plastica

La produzione globale di plastica continua a crescere. La traiettoria storica è in costante ascesa, con qualche flessione congiunturale (la crisi del 2008, la pandemia) subito riassorbita dal trend di fondo. Negli anni Cinquanta erano pochi milioni di tonnellate, oggi siamo a 460 milioni, e le proiezioni dell’OECD dicono che la produzione triplicherà entro il 2060. Tutto questo mentre il mondo discute, almeno a parole, di transizione ecologica. Non è un’inerzia del sistema, non è un effetto collaterale dello sviluppo. È una scelta industriale precisa, presa da chi ha capito prima degli altri che la stagione del petrolio come carburante si sta esaurendo, e che serve un altro mercato per assorbire i barili in eccesso. Quel mercato è la plastica vergine.

Quando il carburante cala, la plastica sale

La crescita della domanda di petrolio per la mobilità sta rallentando, soprattutto nei mercati maturi. L’elettrificazione dei trasporti, l’efficienza dei motori, il calo demografico nei Paesi industrializzati e le politiche climatiche stanno comprimendo, lentamente ma sistematicamente, il segmento dei carburanti. Le major fossili (Exxon, Shell, Total, Sinopec, Eni) lo sanno. Lo hanno scritto nei loro piani industriali da almeno un decennio. E hanno reagito spostando capitale, impianti e proiezioni di crescita su un altro segmento, quello petrolchimico, di cui la plastica è il prodotto più visibile e in più rapida espansione.

L’International Energy Agency, in un rapporto del 2018, aveva fotografato il fenomeno con chiarezza. La petrolchimica, ovvero la branca dell’industria che trasforma il petrolio in materie plastiche, fertilizzanti, solventi, è destinata a essere il principale motore della crescita della domanda mondiale di petrolio. Conterà per oltre un terzo dell’aumento al 2030 e per quasi la metà al 2050. Il messaggio è semplice. Anche in uno scenario di transizione energetica, le major hanno trovato un modo per continuare a estrarre, raffinare, vendere. Non più per riempire serbatoi, ma per produrre polimeri.

Carbon Tracker, organismo indipendente di analisi finanziaria sulla transizione, ha definito questa strategia il vero «Piano B» dell’industria fossile. Nel report del 2020, The Future’s Not in Plastics, e ancora più chiaramente nell’aggiornamento del 2024, Petrochemical Imbalance, sostiene che la scommessa potrebbe però rivelarsi fragile. L’industria sta costruendo capacità produttiva ben oltre la domanda sostenibile, scommettendo su una crescita lineare che si scontra con regolazioni più severe, saturazione dei mercati maturi e instabilità della domanda asiatica. Il Piano B esiste, ma è una scommessa con margini di errore enormi.

I numeri che reggono il sistema

Le cifre rendono concreto il ragionamento. La produzione globale di plastica è passata da 234 milioni di tonnellate nel 2000 a 460 milioni nel 2019, secondo i dati OECD del Global Plastics Outlook. Una crescita di quasi il cento per cento in meno di vent’anni. Nello stesso periodo, il riciclo è rimasto al palo. Solo il nove per cento dei rifiuti plastici globali viene effettivamente riciclato, una percentuale che da decenni non supera la soglia psicologica del dieci.

L’origine della plastica non lascia margini di interpretazione. Uno studio pubblicato su Communications Earth & Environment nel 2025 documenta che nel 2022 il 98 per cento della plastica vergine globale derivava da feedstock fossili, ossia da materie prime di origine fossile, petrolio, gas naturale e carbone. La quota restante, composta da bioplastiche e materiali riciclati, è ancora marginale nel sistema globale. Tradotto: ogni volta che si parla di plastica, si parla di petrolio. Ogni bottiglia, ogni imballaggio, ogni granello di pellet industriale viene da un giacimento.

Il valore economico della partita è enorme. Plastics Europe, l’associazione di categoria dell’industria, certifica nel rapporto Plastics the Fast Facts 2025 che la quota europea sulla produzione globale è scesa dal 22 per cento del 2006 al 12 per cento del 2024. Una contrazione che racconta, tra le righe, lo spostamento del baricentro produttivo verso Asia e Medio Oriente, dove i costi sono più bassi e le regole più morbide. Lo stesso documento dichiara che la quota di plastica «circolare» in Europa è ferma al 15,4 per cento. Il dato include però sia il riciclato meccanico vero e proprio sia altri feedstock circolari (come il riciclato chimico e i bioderivati): la quota di materiale che proviene direttamente da riciclo post-consumo è inferiore al numero aggregato. Lo dice l’industria, non l’ambientalismo.

L’illusione del riciclo

Il riciclo della plastica è la storia di un’aspettativa tradita. Strutturalmente, il processo non funziona come ci viene raccontato. Le ragioni sono tre, e si rinforzano a vicenda.

La prima è economica. Finché il petrolio resta basso, la plastica vergine costa meno di quella riciclata. Nessun produttore razionale sceglie l’opzione più cara se non è obbligato a farlo. Il mercato, lasciato a sé stesso, spinge sempre verso il polimero nuovo.

La seconda è chimica. La plastica non è un materiale unico, è una famiglia di centinaia di polimeri diversi, ciascuno con additivi, coloranti e contaminanti specifici. Mescolarli abbatte la qualità del prodotto finale. Riciclare significa quasi sempre downcycling, ossia produrre un materiale di qualità inferiore destinato a usi marginali, e dopo pochi cicli il polimero perde rapidamente le caratteristiche d’uso. Alcune filiere fanno eccezione (il PET delle bottiglie può essere riciclato in modo relativamente efficiente in altre bottiglie), ma sono casi limitati su volumi complessivi modesti. Nella maggior parte dei casi, la filiera porta dopo pochi cicli verso l’inceneritore o la discarica.

La terza è logistica. I sistemi di raccolta sono frammentati, gli standard divergono da Paese a Paese, le esportazioni di rifiuti verso il Sud-Est asiatico hanno spostato il problema senza risolverlo. Il caso della Cina, che nel 2018 chiude le importazioni di rifiuti plastici con la cosiddetta National Sword policy, ha lasciato l’Europa con montagne di scarti senza destinazione, finiti in larga parte in Malesia, Indonesia, Turchia, dove vengono spesso bruciati a cielo aperto.

Il riciclo chimico, ovvero la promessa che continua a slittare

Su questo terreno fragile si è innestata la nuova narrazione del «riciclo chimico», presentato come la soluzione tecnologica che renderà la plastica davvero circolare. Il processo più diffuso è la pirolisi, ossia un trattamento termico in assenza di ossigeno che spezza i polimeri di plastica in molecole più piccole, generando un olio (l’olio di pirolisi) che dovrebbe poi essere reimmesso nei processi industriali. La promessa è semplice: prendere la plastica che non si riesce a riciclare meccanicamente e trasformarla di nuovo in plastica vergine.

La pratica è molto più complicata. Zero Waste Europe, in due rapporti tecnici pubblicati tra il 2023 e il 2024, Leaky loop «recycling» e Fifty years: chemical recycling’s fading promise, ha documentato i limiti reali della tecnologia. Per essere usato nella produzione di nuova plastica, l’olio di pirolisi deve essere sottoposto a costose fasi di purificazione oppure diluito con nafta vergine, un derivato fresco del petrolio, in rapporti che in alcuni casi superano il 40 a 1. Significa: quaranta parti di petrolio nuovo per ogni parte di olio da rifiuto. La «circolarità» sbandierata si misura su quella quota minima.

Le rese sono basse, i contaminanti elevati, l’intensità energetica del processo molto alta. Uno scienziato ex Shell intervistato nel secondo rapporto, il professor Jean-Paul Lange, stima che ci vorranno cinquant’anni per scalare commercialmente il riciclo chimico a un livello che incida sui volumi globali. Cinquant’anni, intanto, sono lo stesso orizzonte in cui la plastica triplicherà secondo OECD. Anche alcune grandi major petrochimiche, come Shell, stanno discretamente uscendo dagli investimenti nel chemical recycling per dubbi sulla sua sostenibilità economica.

Il punto critico non è teorico, è industriale. Secondo l’analisi di Zero Waste Europe e secondo molta letteratura critica sul tema, il riciclo chimico, nella sua forma attualmente prevalente, restituisce alla filiera fossile l’olio prodotto dai rifiuti plastici, mantenendo intatte le infrastrutture petrolchimiche e la dipendenza dal feedstock vergine. È un ciclo che non chiude nulla, e che funziona soprattutto come narrazione: produciamo pure tutta la plastica che vogliamo, tanto poi la ricicleremo. Solo che in larghissima misura non la ricicleremo davvero. La trasformeremo in olio che alimenterà raffinerie e steam cracker, ovvero gli impianti che spezzano gli idrocarburi per produrre i polimeri di base. Lo stesso punto di partenza, con un nome diverso.

Le leggi che agiscono al margine, non al centro

L’architettura normativa europea è piena di buone intenzioni e di errori strategici. La Single-Use Plastics Directive del 2019 ha vietato cannucce, posate, piattini, cotton fioc, bastoncini per palloncini. Sono diventati il simbolo della lotta alla plastica, e in effetti hanno tolto dal mercato centinaia di milioni di pezzi inutili. Ma il loro peso, in termini di volume complessivo della produzione, è marginale. Si è agito sul prodotto finito, non sulla materia prima. Si è agito al margine, non al centro.

Lo stesso vale per il Packaging and Packaging Waste Regulation, il nuovo regolamento europeo sugli imballaggi entrato in vigore l’11 febbraio 2025 e applicabile in via generale dal 12 agosto 2026. La regolazione introduce obiettivi di riduzione degli imballaggi, soglie minime di contenuto riciclato, requisiti di riciclabilità. È un passo avanti, ma resta dentro la stessa logica: si normano gli usi, non la produzione del polimero. Non esiste oggi, in nessun atto comunitario, un tetto quantitativo esplicito alla produzione di plastica vergine. Esistono strumenti indiretti (target di contenuto riciclato, responsabilità estesa del produttore, possibili future misure su emissioni e dazi al confine), ma nessuno tocca direttamente il volume di polimero che esce dagli impianti. Il rubinetto resta aperto.

Sul piano globale, la partita si gioca al tavolo del Trattato delle Nazioni Unite contro l’inquinamento da plastica. Nel 2022 la risoluzione 5/14 dell’Assemblea ambientale delle Nazioni Unite ha aperto il negoziato per uno strumento giuridicamente vincolante basato sull’intero ciclo di vita della plastica, dalla produzione allo smaltimento. Da allora i governi si sono incontrati in sessioni successive di un comitato negoziale intergovernativo, sigla INC, che avrebbe dovuto chiudere a fine 2024. La quinta sessione, INC-5.1 di Busan nel novembre 2024, si è chiusa senza accordo. La seconda parte, INC-5.2 di Ginevra dell’agosto 2025, anche. Il 7 febbraio 2026 l’INC-5.3 è stato declassato a sessione organizzativo-amministrativa, senza negoziati sostanziali. Il Trattato è fermo, impantanato, oggetto di un’opposizione che ha nomi e indirizzi precisi.

Quei nomi e indirizzi li ha contati il Center for International Environmental Law. A INC-5.1 di Busan, l’organizzazione ha registrato la presenza di oltre 220 lobbisti dell’industria fossile e petrolchimica, più di qualsiasi precedente tornata. Più dei delegati di numerose delegazioni nazionali messi insieme. InfluenceMap, in un aggiornamento di settembre 2025, ha documentato l’attività di 42 aziende e 21 associazioni industriali nei mesi precedenti il negoziato di Ginevra. La pressione punta sistematicamente a sterilizzare ogni misura che tocchi la produzione di polimero vergine, dirottando il negoziato verso obblighi sul «design dei prodotti» e sul «riciclo». Esattamente il terreno dove la lobby sa di poter vincere, perché su quel terreno il sistema attuale ha già gli anticorpi giuridici e tecnologici per assorbire qualsiasi obbligo senza modificare i volumi. Tra eccezioni, rimpalli e cavilli, la pressione dell’industria fossile e petrolchimica continua a orientare il negoziato lontano dai limiti produttivi. Ed è il motivo per cui ogni anno si parla di Trattato, e ogni anno il Trattato slitta.

Il caso italiano: la riconversione di Eni-Versalis

L’Italia non è uno spettatore. È, attraverso Eni-Versalis, uno dei terreni di prova industriali della strategia europea. Versalis è il braccio petrolchimico di Eni, e dal 2024 è al centro di una ristrutturazione che la stessa azienda definisce di trasformazione strutturale. Nella Versalis Market Presentation del marzo 2025, il management parla esplicitamente di crisi della chimica di base europea, di chiusura graduale della produzione tradizionale, di pivot verso bioprodotti, riciclo chimico ed energy storage. È la narrazione della transizione raccontata dall’interno dell’industria fossile.

Tre siti italiani diventano il banco di prova. A Mantova, il 19 giugno 2025, Versalis ha inaugurato un impianto dimostrativo Hoop, tecnologia proprietaria di riciclo chimico via pirolisi di plastiche miste. A Porto Marghera, nel marzo dello stesso anno, ha aperto un nuovo impianto di plastica riciclata, presentato come tassello della transizione del polo veneto. A Priolo, in Sicilia, nell’ottobre 2025 Eni ha avviato l’iter autorizzativo per una bioraffineria affiancata da un impianto Hoop con capacità di 40.000 tonnellate annue di plastiche miste in ingresso e una resa stimata di circa 32.000 tonnellate di olio di pirolisi all’anno. L’annuncio parla di rilancio del sito, riconversione, posti di lavoro salvati.

Il quadro tecnico, però, va letto alla luce di quanto detto sopra. L’impianto Hoop è basato sulla pirolisi, ossia sulla stessa tecnologia su cui Zero Waste Europe ha documentato basse rese, problemi di contaminazione e necessità di diluizione massiccia dell’olio con nafta vergine prima di poter essere effettivamente utilizzato nei processi produttivi della plastica. Secondo gli analisti indipendenti che hanno studiato il chemical recycling su scala europea, e secondo lo stesso Carbon Tracker nei suoi rapporti finanziari, queste tecnologie rischiano di mantenere intatta la dipendenza dalla filiera fossile, pur adottando una nuova narrazione industriale centrata sul riciclo e sui bioprodotti. La parola «riciclo» fa da paravento al mantenimento di un’infrastruttura che è e resta petrolchimica.

L’accordo Versalis-Acea Ambiente, annunciato nel 2025, va letto nello stesso quadro: filiera dei rifiuti plastici intesa come fornitura di materia prima per il riciclo chimico, ovvero per la produzione di olio di pirolisi che alimenterà raffinerie e steam cracker esistenti. Una saldatura tra sistema dei rifiuti urbani e sistema dell’energia fossile che cambia poco nei numeri della transizione, ma cambia molto nella narrazione che li accompagna. Il Sustainability Report di Versalis 2024 racconta tutto questo nei termini della trasformazione virtuosa. È il documento da leggere in parallelo ai rapporti di Carbon Tracker e di Zero Waste Europe, per misurare la distanza tra come l’industria si racconta e come gli analisti finanziari e tecnici indipendenti la analizzano.

La soluzione è a monte

Esiste un solo modo per uscire dal circolo, ed è strutturale. Non riguarda i singoli consumatori, non riguarda le cannucce, non riguarda nemmeno la diligenza domestica della raccolta differenziata. Riguarda il polimero vergine. Bisogna ridurne la produzione. A monte. Con un tetto quantitativo. Con un calendario di dismissione graduale. Con politiche industriali che riconvertano davvero gli impianti, e non li travestano da fossili a verdi cambiando solo l’etichetta.

UNEP, il programma ambientale delle Nazioni Unite, nel rapporto Turning off the Tap del 2023, lo dice in modo perfettamente sintetico: la soluzione non sta a valle, sta a monte. Bisogna chiudere il rubinetto. Le tre leve indicate dall’organismo onusiano sono ridurre gli usi problematici e non necessari, riprogettare prodotti e sistemi, trasformare il mercato. Nessuna delle tre passa per il riciclo chimico. Tutte e tre richiedono di intervenire sulla produzione, non sui sintomi della produzione.

La differenza tra ridurre i consumi e ridurre la produzione è la differenza tra cosmesi e politica industriale. Il primo è un esercizio individuale che la pubblicità sa metabolizzare in mezzo decennio, vendendoti il sacchetto biodegradabile, la borraccia di acciaio, il cosmetico bio. Il secondo è un atto di sovranità che cambia i bilanci delle major fossili. Per questo il primo viene incoraggiato e il secondo viene osteggiato a Ginevra, Busan, Nairobi e in ogni sede in cui si discute il Trattato.

Il green si fa, non si dice

La plastica non è un fallimento dei consumatori. È un successo della lobby del petrolio. Ogni volta che cresce la produzione di polimero vergine, ogni volta che un negoziato slitta, ogni volta che un impianto di pirolisi viene presentato come simbolo della transizione, l’industria fossile guadagna tempo e mercato. La transizione ecologica, nel frattempo, viene riempita di significato fino a perderlo. Diventa una parola che si dice, non un processo che si fa.

Il green si fa, non si dice. Si fa tagliando il petrolio travestito da plastica. Si fa fissando un tetto alla produzione vergine. Si fa smettendo di chiamare riciclo ciò che è combustione differita o, nella migliore delle ipotesi, una circolazione marginale tra rifiuti e raffinerie. Si fa scegliendo, alla scala politica e industriale, di ridurre prima e riciclare dopo. Non il contrario.

Approfondimenti Eywa

La plastica diventa benzina: la pirolisi dei rifiuti plastici

Eywa Divulgazione, 2025. Sull’inquadramento critico del riciclo chimico come combustione differita.

Falle invisibili del pianeta: come le mega perdite di metano stanno incendiando il clima globale

Eywa Divulgazione, 2026. Sull’altro fronte di sopravvivenza dell’industria fossile.

Transizione energetica possibile: la Cina come esempio

Eywa Divulgazione, 2026. Sul contesto della transizione che le major stanno cercando di aggirare.

Pioggia nera a Teheran: inquinamento fossile e guerra

Eywa Divulgazione, 2026. Sulle infrastrutture fossili come vulnerabilità ambientale e geopolitica.

Earth Day 2026: il pianeta chiede la nostra voce

Eywa Divulgazione, 2026. Sulla cornice civica della responsabilità collettiva.

Bibliografia essenziale

The Future of Petrochemicals

International Energy Agency, 2018. Il rapporto chiave sulla petrolchimica come motore futuro della domanda di petrolio, con la stima del 12 per cento di quota petrolchimica nella domanda globale e una crescita destinata a contare per oltre un terzo dell’aumento al 2030.

Petrochemicals set to be the largest driver of world oil demand

International Energy Agency, 2018. Sintesi ufficiale del rapporto. Fonte diretta per la proiezione «un terzo della crescita al 2030, quasi metà al 2050».

The Future’s Not in Plastics

Carbon Tracker, 2020. Smonta la narrativa della crescita inevitabile della petrolchimica e dimostra che il «Piano B» fossile sulla plastica è una scommessa fragile dal punto di vista finanziario.

Petrochemical Imbalance

Carbon Tracker, 2024. Aggiornamento post-2020 sulla sovracapacità produttiva petrolchimica globale e sul rischio di stranded asset per le major.

Global Plastics Outlook: Economic Drivers, Environmental Impacts and Policy Options

OECD, 2022. Fonte primaria per i dati su produzione (da 234 a 460 milioni di tonnellate tra 2000 e 2019) e tasso di riciclo globale fermo al 9 per cento. Lo scenario di triplicazione al 2060 è nel volume di accompagnamento Policy Scenarios to 2060.

Turning off the Tap: How the World Can End Plastic Pollution and Create a Circular Economy

United Nations Environment Programme, 2023. Pilastro istituzionale della tesi «soluzione a monte, non a valle».

Intergovernmental Negotiating Committee on Plastic Pollution

United Nations Environment Programme. Pagina ufficiale del comitato negoziale ONU. Stato del Trattato globale, sessioni INC e mandato della risoluzione UNEA 5/14.

Second Part of the Fifth Session (INC-5.2)

United Nations Environment Programme, 2025. Pagina ufficiale della seconda parte della quinta sessione di Ginevra, conclusa il 15 agosto 2025 senza consenso.

Plastic & Climate: The Hidden Costs of a Plastic Planet

Center for International Environmental Law, 2019. Pilastro sul legame plastica-clima lungo l’intero ciclo di vita fossile.

Fossil Fuel Lobbyists Flood Final Scheduled Round of Plastics Treaty Talks

Center for International Environmental Law, 2024. Analisi del numero di lobbisti fossili e petrolchimici registrati a INC-5 (oltre 220, più di qualsiasi tornata precedente).

Corporate Advocacy on the UN Global Plastics Treaty, 2025 Update

InfluenceMap, 2025. Documenta l’attività di pressione di 42 aziende e 21 associazioni industriali nei mesi precedenti il negoziato di Ginevra.

Complexities of the global plastics supply chain revealed

Communications Earth & Environment (Nature), 2025. Documenta che nel 2022 il 98 per cento della plastica vergine globale derivava da feedstock fossili.

Leaky loop «recycling»: A technical correction on the quality of pyrolysis oil made from plastic waste

Zero Waste Europe, 2023. Analisi tecnica sulla pirolisi e sui limiti di qualità dell’olio prodotto: per essere usato nella produzione di nuova plastica richiede passaggi di purificazione energy-intensive o diluizione con nafta vergine in rapporti fino a 40:1.

Fifty years: chemical recycling’s fading promise

Zero Waste Europe, 2024. Industry landscape overview: stima di cinquant’anni per scalare commercialmente il riciclo chimico, ridimensionamento degli investimenti da parte di major come Shell, dipendenza strutturale dalla produzione di plastica vergine.

Direttiva 2019/904 sulle plastiche monouso

Unione europea, 2019. Quadro normativo dei divieti europei su cannucce, posate e altri prodotti monouso.

Packaging and Packaging Waste Regulation 2025/40

Commissione europea. Regolamento entrato in vigore l’11 febbraio 2025 e applicabile in via generale dal 12 agosto 2026.

Plastics the Fast Facts 2025

Plastics Europe, 2025. Fonte industriale autocertificata: quota di plastica «circolare» nella produzione europea ferma al 15,4 per cento nel 2024 e quota europea sulla produzione globale scesa dal 22 al 12 per cento dal 2006 al 2024.

Per il caso italiano: Eni-Versalis

Versalis Market Presentation, March 2025

Eni, 2025. Documento aziendale sulla ristrutturazione di Versalis, la crisi della chimica di base europea e il pivot verso bioprodotti, riciclo chimico ed energy storage.

Versalis Sustainability Report 2024

Versalis, 2024. Documento ufficiale aziendale sulla narrativa della trasformazione di Versalis.

Hoop demo plant at Mantua

Versalis, 2025. Comunicato stampa sull’avvio dell’impianto dimostrativo Hoop a Mantova (19 giugno 2025) per il riciclo chimico di plastiche miste via pirolisi.

Versalis and Acea Ambiente

Versalis, 2025. Comunicato sull’accordo Versalis-Acea Ambiente per la filiera dei rifiuti plastici destinati al riciclo chimico.

Eni launches authorisation process in Priolo for new biorefinery and chemical plant for plastics

Eni, 2025. Comunicato sull’avvio dell’iter autorizzativo a Priolo per una bioraffineria affiancata da un impianto Hoop con capacità di 40.000 tonnellate annue di plastiche miste e resa stimata di 32.000 tonnellate annue di olio di pirolisi.

Eni’s chemicals unit opens new recycled plastic production plant

Reuters, 2025. Apertura del nuovo impianto Versalis di plastica riciclata a Porto Marghera, nel contesto della ristrutturazione della chimica Eni.

Italy’s Eni launches demo plant for mixed plastic recycling

Reuters, 2025. Lancio dell’impianto Hoop dimostrativo a Mantova e del progetto industriale Priolo. Fonte giornalistica per la contestualizzazione finanziaria delle scelte aziendali.

Comprare astici per liberarli in mare: perché il gesto delle due turiste americane a Pompei non è ecologia

Il video è di quelli costruiti per circolare. Una madre e una figlia, in vacanza dal Texas, comprano l’intero acquario di astici di un ristorante a Pompei, prendono un taxi, raggiungono la spiaggia di Castellammare di Stabia e li rimettono in acqua. Bacinella di plastica, smartphone acceso, sole campano, dieci crostacei che scivolano nel Tirreno. La frase che chiude la sequenza è già didascalia: «Mentre nuotavano via, ci è sembrato di sentirle cantare Bella Ciao».

Una parte dei social ha letto la scena come gesto di sensibilità. La biologia marina ha letto altro. Vale la pena guardare cosa, e con quali fonti.

Chi erano davvero quegli astici

Negli acquari dei ristoranti italiani gli esemplari più frequenti non sono astici del Mediterraneo. Sono Homarus americanus, l’astice americano (chiamato anche «canadese»), specie originaria dell’Atlantico nordoccidentale e riconoscibile per la colorazione tendente al bruno, lontana dal blu intenso dell’Homarus gammarus europeo. Dalle immagini diffuse, gli esemplari liberati appartenevano con ogni probabilità alla specie americana. La differenza non è gastronomica, è ecologica.

Per il Mar Mediterraneo l’astice americano è una specie aliena. La cornice normativa attorno al suo rilascio in mare è più articolata di quanto i titoli di stampa abbiano lasciato intendere. Il Regolamento UE 1143/2014 e il suo recepimento italiano, il D.Lgs. 230/2017, vietano commercio, detenzione, trasporto e soprattutto rilascio in natura delle specie esotiche invasive inserite negli elenchi ufficiali di rilevanza unionale, e Homarus americanus a oggi non vi figura. Ma il rilascio in mare di organismi non autoctoni non si muove in un vuoto giuridico. La Direttiva Habitat 92/43/CEE, all’articolo 22, impegna gli Stati membri a disciplinare e, dove necessario, vietare l’introduzione intenzionale in natura di specie alloctone. La Convenzione di Berna del 1979, all’articolo 11, prevede il controllo stretto dell’introduzione di specie non native. E in Italia il D.P.R. 1639/1968, regolamento per la pesca marittima, prevede controlli e autorizzazioni per l’introduzione in mare di specie non autoctone. Le ipotesi sanzionatorie circolate sulla stampa, che parlano di profili penali fino alla reclusione, vanno distinte dal quadro effettivo: il regime delle specie esotiche prevede sanzioni amministrative per le specie in elenco, mentre eventuali profili penali richiederebbero un accertamento autonomo del danno o di altre fattispecie applicabili.

Il rischio invisibile: i patogeni

E qui sta il punto che il video non racconta. L’astice americano può essere vettore di patogeni rilevanti per i crostacei del genere Homarus, tra cui Aerococcus viridans var. homari, agente della gaffkemia, una setticemia batterica documentata in letteratura scientifica fin dagli anni Sessanta e pericolosa anche per l’astice europeo. Aggiungere a questa carta i possibili parassiti del carapace e il rischio di ibridazione genetica con l’astice europeo, e la liberazione di dieci esemplari provenienti da una vasca refrigerata di stabulazione diventa qualcosa di molto diverso da un atto d’amore. Diventa un’iniezione di rischio in un mare già sotto pressione.

L’ISPRA registra in media una nuova segnalazione di specie aliena nel Mediterraneo ogni nove giorni. Le rotte di ingresso sono il Canale di Suez, le acque di zavorra delle navi, l’acquariofilia, l’acquacoltura. Il «turismo della liberazione» è una rotta nuova, ancora poco studiata, ma altrettanto efficace.

Cosa rischiano gli astici, cosa la scena non mostra

C’è un ulteriore aspetto importante. Gli astici liberati a Castellammare di Stabia non sono animali pronti a tornare in mare. Vengono da vasche refrigerate, sono spesso disidratati, hanno le chele legate, non hanno coordinazione predatoria, non riconoscono i fondali. Passare in pochi minuti dall’acqua a temperatura controllata di una vasca al Tirreno costiero significa shock termico, disorientamento, vulnerabilità totale. La «ultima possibilità» raccontata in inglese al ristoratore è, nei fatti, una probabile morte lenta da predazione o da stress termico e fisiologico.

A questo si aggiunge un’evidenza scientifica che vale la pena richiamare. Già nel 2021 un rapporto della London School of Economics, analizzando oltre trecento studi, ha riconosciuto i crostacei decapodi come esseri senzienti, capaci di provare dolore e sofferenza. Il Regno Unito ha tradotto quel principio nell’Animal Welfare (Sentience) Act del 2022 e, alla fine del 2025, ha annunciato l’introduzione di un divieto della bollitura da vivi. In Italia il punto fermo resta la sentenza n. 30177/2017 della Corte di Cassazione, che ha confermato la condanna per maltrattamento (art. 727 c.p.) a carico di un ristoratore di Campi Bisenzio per la detenzione di crostacei vivi su ghiaccio con le chele legate. La Cassazione ha scritto, in modo netto, che si tratta di pratica «produttiva di gravi sofferenze». Sul piano locale la capofila è Roma. Il Regolamento Comunale Tutela Animali (Deliberazione del Consiglio Comunale n. 275 del 24 ottobre 2005), all’articolo 52 lettera e), vieta in modo esplicito di «tenere permanentemente le chele legate ai crostacei», e alla lettera b) impone vasche di stabulazione con ossigenazione e dimensioni minime parametrate alla taglia dell’animale. Non è una clausola di stile. Nel 2018 un ristoratore di piazza Vittorio Emanuele II è stato sanzionato proprio in base a quegli articoli, e tra 2024 e 2025 sono arrivate altre multe a supermercati e ristoranti della capitale, su esposto di LAV Roma e delle Guardie zoofile EARTH. Negli anni il principio è entrato anche nei regolamenti comunali di Parma, Ferrara, Monza e Foggia, con regole locali sulla detenzione o sulla cottura dei crostacei vivi.

Buone intenzioni, cattiva ecologia

La storia di Castellammare appartiene a una famiglia di gesti che la conservazione conosce bene. È la stessa logica che ha riempito le fontane italiane di Trachemys scripta, la tartaruga acquatica americana, oggi inserita nella lista delle specie esotiche invasive di rilevanza unionale. Era amore, era tenerezza per i cuccioli cresciuti troppo. È diventata una minaccia per la testuggine palustre europea Emys orbicularis. Lo stesso meccanismo ha portato in Italia il gambero della Louisiana, lo scoiattolo grigio, la nutria. L’empatia non informata produce effetti opposti a quelli dichiarati. È l’effetto-Bambi della conservazione, e non funziona.

Fabio Crocetta, ricercatore della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli ed esperto di specie aliene, ha definito quello di Pompei «un gesto evidentemente avventato», ricordando che ogni reimmissione in natura «deve legarsi a studi preliminari, in primis la caratterizzazione molecolare del pool genico degli esemplari da introdurre». Tradotto: liberare animali in mare non è un’azione che si improvvisa con un taxi e una bacinella.

Cosa si può fare davvero

Se l’obiettivo è proteggere quegli animali, il punto di leva non è l’acquario del ristorante. È prima.

Si può scegliere di non frequentare ristoranti che espongono crostacei vivi in vasche o su ghiaccio, e segnalare alle ASL o ai NAS i casi di detenzione in condizioni incompatibili con la sentenza della Cassazione del 2017. Si può sostenere campagne come «Dalla parte dei crostacei» di Animal Law Italia, che chiede al Parlamento italiano di riconoscere i crostacei decapodi come esseri senzienti e di vietarne la cottura da vivi. Si può chiedere al proprio Comune di adottare un’ordinanza sul modello di Parma, Ferrara, Monza e Foggia. Si può, infine, fare la cosa più scomoda: ridurre o eliminare il consumo di astici e aragoste, soprattutto quando la filiera, opaca, mescola Mediterraneo e Nord America come fossero la stessa cosa.

C’è una distinzione che il video di Castellammare aiuta a vedere bene. Tra il gesto che cura un ecosistema e il gesto che produce contenuto, la differenza è una sola: chi paga il conto. In questo caso l’hanno pagato dieci astici, con probabilità di sopravvivenza molto ridotte, e un mare che non aveva chiesto di accoglierli.

Il green si fa. Non si gira.

Approfondimenti Eywa

https://eywadivulgazione.it/gli-alieni-sono-gia-qui-e-noi-li-abbiamo-invitati-come-riconoscere-e-fermare-le-specie-invasive-prima-che-sia-troppo-tardi/. Eywa Divulgazione. Specie aliene invasive: cosa sono, come arrivano nei nostri ecosistemi, come riconoscerle e fermarle prima che sia troppo tardi.

https://eywadivulgazione.it/animal-welfare-bill-regno-unito-italia-diritti-animali/. Eywa Divulgazione. Animal Welfare Bill nel Regno Unito e il ritardo italiano nel riconoscimento giuridico della sentienza animale.

https://eywadivulgazione.it/maltrattamento-animali-cosa-fare-denuncia-guida/. Eywa Divulgazione. Maltrattamento di animali: cosa prevede la legge, come riconoscerlo, come e a chi denunciare.

https://eywadivulgazione.it/adottare-cane-gesto-ecologico-traffico-cuccioli/. Eywa Divulgazione. Adottare un cane come gesto ecologico: traffico di cuccioli, allevamenti opachi, scelte informate.

https://eywadivulgazione.it/gli-animali-liberi-del-lazio-quando-la-liberta-diventa-una-colpa/. Eywa Divulgazione. Animali rilasciati in natura senza criterio: quando la «liberazione» diventa un danno per l’ecosistema e per gli animali stessi.

https://eywadivulgazione.it/praterie-posidonia-mare-ligure/. Eywa Divulgazione. Praterie di Posidonia nel Mar Ligure: biodiversità marina sotto pressione e perché ogni introduzione conta.

Bibliografia

https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32014R1143. Parlamento europeo e Consiglio, 2014, Regolamento (UE) 1143/2014 sulla prevenzione e gestione delle specie esotiche invasive.

https://specieinvasive.isprambiente.it/specie-di-rilevanza-unionale. ISPRA. Elenco aggiornato delle specie esotiche invasive di rilevanza unionale di cui al Regolamento UE 1143/14.

https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:31992L0043. Consiglio delle Comunità europee, 1992, Direttiva Habitat 92/43/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, articolo 22 sulle introduzioni di specie non autoctone.

https://www.mase.gov.it/portale/convenzione-di-berna. Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Scheda istituzionale sulla Convenzione di Berna del 1979 sulla conservazione della vita selvatica e degli habitat naturali in Europa, ratificata dall’Italia con L. 503/1981.

https://faolex.fao.org/docs/pdf/ita5550.pdf. Presidente della Repubblica, 1968, D.P.R. 2 ottobre 1968 n. 1639, regolamento per l’esecuzione della legge sulla pesca marittima (testo integrale FAO).

https://www.mase.gov.it/portale/specie-esotiche-invasive. Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, sezione istituzionale sulle specie esotiche invasive.

https://www.szn.it. Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, ente pubblico di ricerca, dipartimento di Ecologia Marina Integrata di cui fa parte Fabio Crocetta.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/29/turiste-comprano-tutti-gli-astici-del-ristorante-e-corrono-a-liberarli-in-mare-la-rabbia-degli-esperti-si-distrugge-lecosistema-rischiano-fino-a-3-anni-di-carcere/8369839/. Il Fatto Quotidiano, 2026, ricostruzione dell’episodio con dichiarazioni degli esperti.

https://www.dire.it/comprano-gli-astici-al-ristorante-e-li-liberano-nel-tirreno-ma-e-reato-sono-la-specie-americana/. Agenzia DIRE, 2026, ricostruzione dell’episodio con dichiarazione di Fabio Crocetta (Stazione Zoologica Anton Dohrn).

https://www.ansa.it/canale_terraegusto/notizie/istituzioni/2017/06/16/cassazionegli-astici-soffrono-nel-ghiaccioe-maltrattamento_eee6119f-9c93-460f-a989-1df042109b21.html. ANSA, 2017, sintesi della sentenza Cassazione n. 30177/2017 sul maltrattamento di crostacei detenuti su ghiaccio.

https://www.fanpage.it/roma/conservare-astici-sul-ghiaccio-con-le-chele-legate-non-e-reato-il-giudice-assolve-un-ristoratore/. Fanpage, 2023, sintesi della sentenza del Tribunale di Roma di ottobre 2023.

https://ali.ong/dalla-parte-dei-crostacei/. Animal Law Italia, campagna «Dalla parte dei crostacei» e sintesi del rapporto London School of Economics 2021 sulla senzienza dei decapodi.

https://dallapartedeicrostacei.it/. Animal Law Italia, sito ufficiale della campagna petitoria per il riconoscimento dei crostacei decapodi come esseri senzienti in Italia.

https://www.theguardian.com/world/2025/dec/22/boiling-lobsters-alive-banned-animal-cruelty-crackdown. The Guardian, 2025, annuncio della strategia britannica per il divieto della bollitura dei crostacei vivi.

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/15609881/. Battison et al., 2004, studio peer-reviewed sull’infezione da Aerococcus viridans var. homari (gaffkemia) negli astici.

Il greenwashing del negazionismo climatico

Come il rinvio si è travestito da prudenza

Per anni il negazionismo climatico ci ha detto che il problema non esisteva. Ora ammette che esiste, e ci spiega perché non possiamo fare nulla.

Tre fasi di una stessa traiettoria

Il negazionismo climatico classico, quello che diceva «il riscaldamento globale non sta accadendo», è in netto declino. Non perché sia stato sconfitto. Si è trasformato. La traiettoria è documentata e segue tre fasi.

Prima fase: «non sta succedendo». Per decenni la posizione dominante di chi voleva difendere lo status quo fossile è stata negare il riscaldamento globale in quanto tale. Cartello grosso, frase secca, nessun appiglio. Funzionava finché funzionava.

Seconda fase: «non è colpa nostra». Quando i dati sono diventati impossibili da ignorare, il negazionismo si è spostato di un passo. Sì, fa più caldo, ma è il sole, sono i cicli naturali, sono i vulcani. Anche questa posizione ha retto fino a quando ha retto. Poi sono arrivati i ghiacciai che si ritirano davanti agli occhi e le estati che si allungano nel calendario.

Terza fase, quella attuale: «non possiamo fare niente». Il problema esiste, è di origine umana, è urgente. Però, dicono, agire ora costa troppo. Le soluzioni proposte non funzionano. La transizione è imposta dall’alto. Tocca prima ai cinesi. Tocca prima agli americani. Le rinnovabili sono una favola, le auto elettriche sono peggio dei diesel, le case green sono per ricchi. E qui sta il punto: nessuna di queste affermazioni, presa singolarmente, è disinformazione frontale. Sono frame retorici che spostano il discorso, una virgola alla volta, verso la stessa conclusione operativa. Rinviare.

I ricercatori che studiano queste dinamiche hanno una parola precisa per questo fenomeno: discorsi di rinvio climatico, in inglese «discourses of climate delay». Il lavoro fondante è di un gruppo di scienziati guidato da William Lamb del Mercator Research Institute di Berlino, pubblicato nel 2020 su Global Sustainability, rivista di Cambridge University Press. Gli autori identificano quattro macro-categorie di discorsi che accettano l’esistenza del cambiamento climatico ma giustificano l’inazione: spostare la responsabilità su altri, proporre soluzioni non trasformative, enfatizzare gli svantaggi dell’azione, arrendersi al cambiamento climatico. Vale la pena dirlo chiaramente: gli autori specificano che questi discorsi possono anche essere usati in buona fede. Non c’è sempre una regia, spesso c’è inerzia culturale. Ma l’effetto comunicativo, quello, è documentabile.

E i numeri ci sono. Un’analisi del Center for Countering Digital Hate, organizzazione che monitora odio e disinformazione online (d’ora in poi CCDH), pubblicata nel gennaio 2024 ha esaminato dodicimila video climatici su 96 canali YouTube già noti per contenuti negazionisti, fra il 2018 e il 2023. Nel campione, le affermazioni del tipo «il riscaldamento globale non sta accadendo» sono crollate dal 48 per cento di tutto il negazionismo nel 2018 al 14 per cento nel 2023. Nello stesso periodo, le affermazioni del tipo «le soluzioni climatiche non funzionano» sono triplicate, salendo dal 9 al 30 per cento. Nel 2023 il 70 per cento di tutte le affermazioni negazioniste classificate nel campione apparteneva alla nuova famiglia, quella che attacca le soluzioni, delegittima la scienza e il movimento climatico. Va detto che si tratta di un campione orientato per costruzione (canali già selezionati per contenuti negazionisti) e che il modello di intelligenza artificiale usato per l’analisi ha un’accuratezza dichiarata del 78 per cento. Anche con questi caveat, il segnale è netto: il vecchio negazionismo non è scomparso, è stato superato da un fratello più presentabile.

Il greenwashing del negazionismo

Eywa ha già raccontato il greenwashing aziendale: lo trovate analizzato in dettaglio nel pezzo sulle etichette impatto zero e le nuove leggi UE. Il meccanismo è noto. Un’azienda che inquina si dipinge di verde, usa un linguaggio rassicurante, suggerisce sostenibilità, vende prodotti che con la sostenibilità non c’entrano niente.

C’è una versione speculare di questo meccanismo che riguarda non i prodotti ma le idee, e non le aziende ma il dibattito pubblico. Possiamo chiamarla, in termini divulgativi, greenwashing del negazionismo climatico: non è un’etichetta accademica come «delay discourses» o «new denial», ma descrive bene il meccanismo comunicativo. Funziona così: chi vuole rinviare l’azione climatica non si presenta più come negazionista. Si presenta come ambientalista preoccupato. Come economista realista. Come cittadino prudente che ha letto i dati e «ha solo qualche dubbio». Il linguaggio è ragionevole, calmo, tecnico. Il vocabolario è quello della preoccupazione genuina: «però attenzione», «però bisogna stare attenti a», «però andiamoci piano». L’effetto è esattamente quello del vecchio negazionismo, ma molto più difficile da contrastare. Perché chi dice «attenzione» suona sempre saggio. Chi dice «agiamo» suona sempre ingenuo.

C’è un ultimo aspetto importante. Il greenwashing del negazionismo funziona perché parte sempre da pezzi di verità. Le bollette esistono. I costi distributivi esistono. Le tensioni geopolitiche esistono. La dipendenza dalla Cina su alcune filiere esiste. Sono tutte preoccupazioni legittime. Il problema non è sollevare un costo, un limite o una criticità. Il problema è usare quella criticità come chiusura del discorso, invece che come parte del progetto. La differenza sta tutta nella direzione della conclusione, non nelle premesse.

Per riconoscerli serve un metodo. Non basta il fiuto, perché il fiuto si stanca. Servono criteri.

I cinque sì, però

In questo paragrafo trovate i cinque frame di rinvio climatico più diffusi in Italia oggi. Ognuno viene presentato nella sua versione assolutista (la versione che è effettivamente disinformazione, perché parte da un’evidenza parziale per arrivare a una conclusione inevitabilista) e smontato con il dato istituzionale corrispondente.

Sì, però costa troppo. Versione assolutista: «la transizione impoverirà inevitabilmente le famiglie». Il dato lo smonta in due righe. Secondo IRENA, l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, nel 2024 il 91 per cento dei nuovi progetti rinnovabili utility-scale commissionati nel mondo è risultato più economico della più conveniente alternativa fossile. Per inciso: utility-scale significa grandi impianti collegati alla rete elettrica, non il singolo pannello sul tetto di casa. L’eolico onshore costa in media 0,034 dollari per kilowattora (kWh, l’unità che leggete in bolletta), il solare fotovoltaico 0,043. Significa che il solare è in media il 41 per cento più economico delle fossili, l’eolico onshore il 53 per cento. Il risparmio sui costi dei combustibili fossili evitati grazie alle rinnovabili nel 2024 è stato di 467 miliardi di dollari. La transizione costa, certo. Continuare a non farla costa molto di più. Sul costo italiano nascosto delle rinnovabili (litio, cobalto, acqua) Eywa ha già pubblicato un’analisi non addomesticata: chi ci legge sa che le materie prime critiche sono un problema reale. Riconoscerlo non significa rinunciare alla transizione, significa pretendere che sia fatta bene.

Sì, però non adesso. Versione assolutista: «agire ora è prematuro, aspettiamo che le tecnologie maturino». Il Global Carbon Project nel report 2025 fornisce la risposta più secca possibile. Le emissioni globali di CO2 fossile nel 2025 toccano il nuovo record di 38,1 miliardi di tonnellate, in crescita dell’1,1 per cento sul 2024. Il carbon budget residuo per stare entro 1,5 gradi di riscaldamento è ormai estremamente ridotto: ne restano 170 miliardi di tonnellate, l’equivalente di quattro anni di emissioni agli attuali livelli. Il carbon budget, in pratica, è il «conto residuo» delle emissioni: quanta CO2 possiamo ancora permetterci di emettere prima di rendere molto più probabile il superamento di una soglia climatica. Quattro anni. È più o meno il tempo di un mandato parlamentare. Chi dice «aspettiamo» sta chiedendo di consumare in attesa il budget di un pianeta intero.

Sì, però noi siamo piccoli. Versione assolutista: «l’Italia è l’uno per cento delle emissioni globali, il problema è altrove». L’argomento è scivoloso perché è in parte vero. La quota italiana sulle emissioni mondiali è effettivamente piccola. Il problema è che diventa una scusa solo se la si usa per non agire. La traduzione operativa di «siamo piccoli quindi non facciamo» è «aspettiamo che lo risolva qualcun altro». E qui c’è un dato che vale la pena conoscere. Secondo Terna, nel 2025 le fonti rinnovabili hanno coperto il 41 per cento della domanda elettrica italiana, contro il 42 per cento del 2024. Il fotovoltaico ha segnato il record storico di 44,3 TWh prodotti (un terawattora corrisponde a un miliardo di kilowattora, cioè al consumo medio annuo di circa quattrocentomila famiglie italiane), con un aumento di 8,892 TWh rispetto al 2024 e una crescita del 25,1 per cento. Quindi non solo l’Italia è in grado di muoversi, si sta già muovendo, anche se il ritmo è inferiore al target del Piano nazionale integrato energia e clima (PNIEC), il piano italiano su energia e obiettivi climatici inviato dal Governo alla Commissione europea. Sul presunto disimpegno dei grandi inquinatori, Eywa ha già pubblicato un’analisi che ribalta il luogo comune più diffuso: la Cina come esempio di transizione possibile e non come scusa per stare fermi.

Sì, però è imposto dall’alto. Versione assolutista: «la transizione è un diktat di Bruxelles, le rinnovabili sono ideologia». Si tratta di un frame di tipo culturale: sposta la discussione dal merito (le rinnovabili funzionano?) al sospetto (chi me le impone?). La risposta è doppia. Da un lato la transizione è anche una scelta italiana, codificata nel PNIEC inviato dal Governo alla Commissione europea, non una norma calata dall’alto. Dall’altro lato, anche se così non fosse, le evidenze restano evidenze. Un report IRENA del maggio 2026 documenta che sistemi ibridi solare più storage costano oggi fra 54 e 82 dollari per megawattora nelle regioni con alta disponibilità di sole e vento, contro più di 100 dollari per le nuove centrali a gas. Storage significa accumulo: batterie e altri sistemi che permettono di usare energia rinnovabile anche quando il sole non c’è o il vento cala. Il dato non vale ovunque allo stesso modo (dipende dall’irradiazione locale e dalla qualità del sito), ma la direzione è quella, e in Europa progetti analoghi si stanno avvicinando alla stessa soglia. Non è ideologia. È contabilità.

Sì, però le soluzioni non funzionano. Versione assolutista: «le rinnovabili sono una bolla, falliranno». È il frame più recente e il più pericoloso, perché è anche quello che cresce più velocemente nel dibattito pubblico. La risposta è quella di IRENA e si appoggia su quindici anni di dati industriali. Dal 2010 i costi installati del solare fotovoltaico sono scesi dell’87 per cento, quelli dell’eolico onshore del 55 per cento, quelli dell’investimento per lo storage a batterie del 93 per cento secondo il rapporto IRENA del maggio 2026. Non sono numeri di una bolla. Sono i numeri di una tecnologia che ha vinto la competizione di mercato sulla nuova generazione elettrica. Sui rischi reali della transizione fatta male (impatto su biodiversità, paesaggio, suolo) Eywa ha già pubblicato un dossier dedicato: trovate la guida completa alle rinnovabili senza distruggere la natura. Riconoscere i nodi non è negazionismo. Negarli è greenwashing al contrario.

C’è una sesta voce che merita di stare a parte, perché lavora trasversalmente a tutte le altre. È il frame della soluzione non trasformativa. Si presenta come climaticamente virtuoso ma chiede di non cambiare niente di sostanziale. Cattura del carbonio in attesa che diventi davvero scalabile, gas naturale come «ponte» per i prossimi vent’anni, «carbone pulito», compensazioni in foreste lontane che pareggiano voli intercontinentali frequenti. Su questi temi Eywa ha pubblicato due approfondimenti chiave: la grande illusione verde di net zero e decarbonizzazione avanzata e l’analisi del carbonio fantasma, la faccia nascosta della lotta al cambiamento climatico. Sono il manuale per riconoscere quando una soluzione climatica è soluzione e quando è copertura.

Il manuale del lettore critico

Riconoscere un frame di rinvio è una competenza civica, non un superpotere. Si impara con la pratica e si esercita con tre domande, da farsi a freddo davanti a una frase che riguardi il clima.

Prima domanda. Qual è la conclusione operativa di questa frase? Se al netto delle premesse, qualunque siano, la conclusione operativa è «meglio non agire», «meglio aspettare», «meglio lasciar fare ad altri», state leggendo un frame di rinvio. Indipendentemente dal tono. Indipendentemente dalla competenza apparente di chi parla. Indipendentemente dal numero di dati che cita. La direzione conta più delle premesse.

Seconda domanda. La frase parte da una verità parziale per arrivare a una conclusione assoluta? «Le rinnovabili dipendono in parte dalla Cina» è una verità parziale. «Quindi non installiamole» è una conclusione assoluta. Il primo enunciato è legittimo, il secondo è disinformazione. Il salto fra i due è il salto retorico tipico del rinvio. Quando lo riconoscete, lo nominate.

Terza domanda. La persona sta cambiando piano del discorso per non perdere sul piano precedente? Una discussione climatica si svolge legittimamente su cinque piani: scientifico, economico, sociale, geopolitico, culturale. Cambiare piano è permesso, anzi spesso è necessario. Diventa frame di rinvio quando si cambia piano ogni volta che si rischia di perdere su quello in cui si è. «Scientificamente è vero, però economicamente no» è ammissibile. Ma se al primo dato economico arriva «certo, però politicamente», e al primo dato politico arriva «certo, però culturalmente», la persona non sta argomentando. Sta scappando.

Tre domande, un solo principio: il rinvio non si nasconde mai nei dettagli, si nasconde sempre nella direzione complessiva. Imparate a leggere la direzione.

Cosa fare, concretamente

Riconoscere è il primo passo. Il secondo è verificare. Le fonti per farlo esistono, sono pubbliche, sono gratuite, sono in parte tradotte in italiano. Le riepiloghiamo per chi vuole costruirsi un kit minimo.

Sul consenso scientifico, la fonte è il Sesto rapporto di valutazione dell’IPCC, il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico, l’organo scientifico ONU di riferimento sul clima. La Summary for Policymakers del Working Group I, approvata da 195 governi, si apre con una frase che vale la pena conoscere a memoria. «È inequivocabile che l’influenza umana abbia riscaldato l’atmosfera, l’oceano e le terre emerse. Cambiamenti rapidi e diffusi si sono verificati nell’atmosfera, nell’oceano, nella criosfera e nella biosfera». È la sintesi di oltre quattordicimila paper scientifici, sottoscritta dai 234 autori principali del Working Group I. Non è un parere, è il consenso scientifico per come la scienza lo costruisce.

Sui costi della transizione, la fonte è il rapporto annuale IRENA «Renewable Power Generation Costs», integrato dal report «24/7 Renewables» del maggio 2026. Sono il punto di riferimento per chiunque voglia capire dove sono davvero arrivate le rinnovabili sul piano economico. Sui dati italiani aggiornati, la fonte primaria è Terna, che pubblica i bilanci elettrici nazionali con cadenza mensile e annuale. Sui falsi miti più diffusi nel dibattito italiano, è utile la piattaforma di Italy for Climate, iniziativa della Fondazione per lo sviluppo sostenibile.

Sul bilancio globale delle emissioni, il punto di riferimento è il Global Carbon Budget, aggiornato ogni anno a novembre in occasione delle COP.

Quattro fonti, quattro link, dieci minuti di lettura per ciascuna. È il minimo sindacale per non farsi raccontare il clima da chi ha interesse a raccontarlo male. È molto meno tempo di quello che si spende ogni giorno a leggere opinioni su come va il mondo.

Eywa dice

Il negazionismo climatico classico esiste ancora e non va sottovalutato. Ma nei canali analizzati dal CCDH è in netto declino misurabile. Il problema oggi non è più solo chi nega il problema. È chi accetta il problema, e poi, con tono sempre garbato, sempre prudente, sempre pieno di dati di contesto, ci spiega perché non possiamo farci niente.

Il rinvio non si presenta come negazionismo. Si presenta come buonsenso. Per questo è più efficace. Per questo va imparato a riconoscere prima che a contestare.

C’è una buona notizia in tutto questo. Come scrive il CCDH, il negazionismo si è spostato sulle soluzioni proprio perché ha perso la battaglia sull’esistenza del problema. Vuol dire che la scienza ha vinto un round. Vuol dire che il pubblico, in maggioranza, sa già che il clima sta cambiando e che è colpa nostra. Resta da vincere il round successivo, quello sulle soluzioni. E si vince esattamente nello stesso modo in cui si è vinto il primo: con i dati, con la pazienza, con la capacità di non lasciarsi spostare il discorso ogni volta che qualcuno alza il sopracciglio e dice «sì, però».

Approfondimenti Eywa

Net zero e decarbonizzazione avanzata, la grande illusione verde

Eywa Divulgazione, 2025, analisi delle soluzioni climatiche presentate come trasformative ma in realtà conservative dello status quo fossile.

Carbonio fantasma, la faccia nascosta della lotta al cambiamento climatico

Eywa Divulgazione, 2025, sulla contabilità climatica e sui meccanismi di compensazione che spostano l’inquinamento invece di ridurlo.

Etichette impatto zero, riconoscere il greenwashing

Eywa Divulgazione, 2025, guida operativa per riconoscere il greenwashing aziendale, gemello civico del presente dossier sul greenwashing del negazionismo.

Falle invisibili del pianeta, le mega perdite di metano

Eywa Divulgazione, 2025, sulle perdite di metano e sulla complessità della responsabilità climatica per Paese.

Rinnovabili senza distruggere la natura, le soluzioni che funzionano

Eywa Divulgazione, 2025, come installare rinnovabili rispettando biodiversità, paesaggio e suolo.

Rinnovabili, il costo nascosto di litio, cobalto, acqua

Eywa Divulgazione, 2025, analisi dei nodi reali della transizione, riconoscere i quali non significa rinunciarvi.

Transizione energetica possibile, Cina esempio

Eywa Divulgazione, 2025, ribaltamento del luogo comune sul disimpegno dei grandi inquinatori, basato sui dati di investimento cinese in rinnovabili.

Bibliografia essenziale

Discourses of climate delay

Lamb, W. F. e altri, 2020, Global Sustainability 3, Cambridge University Press, studio fondante sulla tassonomia dei discorsi di rinvio climatico, con identificazione delle quattro macro-categorie e dei dodici sotto-discorsi.

Sixth Assessment Report, Working Group 1, Summary for Policymakers

IPCC, 2021, sintesi del consenso scientifico sul cambiamento climatico approvata da 195 governi, base di riferimento per qualunque discussione fondata.

The New Climate Denial

Center for Countering Digital Hate, 2024, analisi su dodicimila video YouTube da 96 canali noti per contenuti negazionisti fra 2018 e 2023, documenta lo spostamento del negazionismo dal piano dell’esistenza del problema al piano dell’attacco alle soluzioni.

Global Carbon Budget 2025

Global Carbon Project, 2025, aggiornamento annuale sulle emissioni globali di CO2 fossile e sul carbon budget residuo per gli obiettivi climatici.

Renewable Power Generation Costs in 2024

IRENA, Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, 2025, analisi internazionale sui costi delle rinnovabili e sulla competitività economica rispetto alle fossili.

24/7 Renewables, The Economics of Firm Solar and Wind

IRENA, 2026, analisi sui costi dei sistemi ibridi solare-eolico-storage e sulla loro competitività rispetto alle centrali fossili.

Consumi elettrici 2025, dati ufficiali

Terna, gennaio 2026, bilancio elettrico nazionale italiano per l’anno 2025, comprensivo delle percentuali di copertura della domanda da fonti rinnovabili.

Il 2025, un anno con segno meno per le rinnovabili

Italy for Climate, Fondazione per lo sviluppo sostenibile, 2026, analisi italiana sul rallentamento delle installazioni di rinnovabili e sul ruolo della disinformazione nel frenare la transizione.

Prima che arrivino le motoseghe: come monitorare il verde urbano in anticipo

La notizia dell’abbattimento arriva quasi sempre dopo. Il cantiere è già allestito, la transenna è già montata, l’albero è già segnato con la vernice. A quel punto il cittadino può ancora fare molto, ma si trova a rincorrere una decisione già presa e spesso già formalizzata da mesi. Questo manuale serve a spostarsi prima: a capire dove vivono, nei documenti pubblici, le informazioni sugli alberi a rischio, e come ottenerle in anticipo rispetto a qualsiasi annuncio.

Non si tratta di sapere cosa è un Piano del Verde comunale, né di conoscere gli atti da richiedere quando l’abbattimento è già deciso. Quei temi sono già stati trattati su Eywa. Qui si lavora nello spazio temporale precedente: la sorveglianza ordinaria, sistematica, che trasforma il cittadino da spettatore indignato a interlocutore informato.

 

Il censimento arboreo: il registro che pochi conoscono

Il punto di partenza è il censimento arboreo comunale, uno strumento tecnico distinto dal Piano del Verde e spesso ignorato nel dibattito pubblico. Il Piano del Verde è un documento strategico di programmazione; il censimento arboreo è un registro operativo. Nei sistemi più evoluti contiene i dati delle alberature pubbliche censite, georeferenziate con coordinate e identificate da un codice univoco (ID alberatura).

Nei Comuni più strutturati, e in quelli dove la pressione civica ha prodotto risultati concreti, accanto ai dati di identificazione possono essere presenti indicatori fitostatici: classe di propensione al cedimento secondo la metodologia VTA (Visual Tree Assessment) o equivalente, data dell’ultima perizia fitostatica, valutazioni di rischio secondo le metodologie adottate dall’ente, note di intervento programmato: potatura straordinaria, monitoraggio accelerato, abbattimento previsto. Sono questi ultimi campi, quando presenti, a fare la differenza: è lì che l’informazione sull’albero a rischio compare mesi prima di qualunque annuncio pubblico.

Non tutti i Comuni hanno un censimento digitale aggiornato. Ma il cittadino ha strumenti precisi per ottenerlo o verificarne l’esistenza. La via è l’accesso civico generalizzato previsto dal D.Lgs. 33/2013, art. 5, comma 2: uno strumento che non richiede motivazione e che si applica ai dati, documenti e informazioni già detenuti dalla pubblica amministrazione, salvo i limiti e le esclusioni previsti dall’art. 5-bis (privacy, sicurezza, interessi economici e commerciali, segreti). Va tenuto presente che l’accesso civico non obbliga il Comune a produrre nuovi elaborati o dataset: riguarda ciò che l’ente già possiede. La richiesta va indirizzata all’ufficio Verde Pubblico o all’ufficio competente per il patrimonio arboreo, con oggetto esplicito: «Accesso civico generalizzato ex art. 5 co. 2 D.Lgs. 33/2013 — Censimento arboreo comunale». I campi tecnici da richiedere espressamente sono: ID alberatura, specie, localizzazione georeferenziata, classe di rischio, data ultima perizia VTA o equivalente, note di intervento programmato o monitoraggio. Se il Comune risponde che il censimento non esiste in forma strutturata, quella risposta è già una informazione utile: documenta una lacuna amministrativa su cui vale la pena insistere, anche in forma pubblica.

 

La programmazione annuale degli interventi: il cronoprogramma che non viene pubblicizzato

Molti Comuni gestiscono il verde tramite appalti esterni, altri mantengono una gestione diretta o mista. Nel caso degli appalti, i contratti, spesso pluriennali, possono includere un cronoprogramma degli interventi: potature ordinarie, abbattimenti programmati per fine vita o rischio fitostatico, sostituzioni, manutenzioni straordinarie. Questo cronoprogramma può essere contenuto negli allegati tecnici, nel capitolato, nel piano di manutenzione o nella documentazione esecutiva collegata all’appalto: è un documento pubblico e come tale accessibile.

Il punto è sapere dove cercarlo. Il primo passaggio è identificare il contratto attivo: il Comune pubblica gli atti di gara e i contratti nella sezione «Amministrazione trasparente / Bandi di gara e contratti» del proprio sito istituzionale, o nel profilo del committente dedicato agli appalti. Cercando «manutenzione verde pubblico» o «gestione patrimonio arboreo» in quella sezione, si trova l’aggiudicazione più recente con il nome della ditta e il numero di contratto. Da lì si può richiedere, sempre con accesso civico generalizzato, il testo integrale del contratto e gli allegati tecnici, tra cui il piano degli interventi. All’interno di questi documenti si cercano, ove previsti, gli elenchi di abbattimenti programmati per tipologia di intervento, i codici alberatura corrispondenti e le finestre temporali per ciascuna categoria di lavoro.

Questo passaggio richiede qualche ora di lavoro, ma produce una mappa delle intenzioni dell’amministrazione con settimane o mesi di anticipo rispetto a qualsiasi annuncio pubblico.

 

L’albo pretorio online come sistema di allerta precoce

L’Albo Pretorio online è il canale ordinario di pubblicazione legale degli atti comunali soggetti a pubblicazione obbligatoria: determinazioni dirigenziali, ordinanze e altri provvedimenti quando la normativa o l’ente ne prevedono la pubblicazione. È, di fatto, il luogo dove le decisioni diventano formalmente esistenti prima di diventare cantieri.

Il punto di ingresso pratico è la funzione di ricerca testuale dell’Albo Pretorio comunale. Le parole chiave da monitorare sistematicamente sono: «abbattimento», «rimozione alberatura», «taglio alberatura», «verde pubblico manutenzione straordinaria», «ordinanza sicurezza alberi», «nulla osta taglio». Una ricerca settimanale con questi termini permette di intercettare le determine dirigenziali che autorizzano interventi sul patrimonio arboreo prima che i mezzi si presentino in strada. Le ordinanze di rimozione urgente per motivi di sicurezza pubblica sono particolarmente rilevanti: vengono emesse in tempi brevi e danno luogo a cantieri altrettanto rapidi, spesso senza comunicazione preventiva ai residenti. Trovarle sull’Albo Pretorio il giorno stesso della pubblicazione è l’unico modo per intervenire in tempo utile.

Quando il portale lo consente, è possibile attivare notifiche automatiche per nuove pubblicazioni: è la funzione da cercare per prima.

 

Il piano triennale delle opere pubbliche e la pubblicità legale degli appalti

Un segmento significativo degli abbattimenti non avviene nell’ambito di interventi sul verde, ma in seguito a lavori stradali, infrastrutturali o di riqualificazione urbana. Questi abbattimenti passano quasi sempre sotto il radar del cittadino attento al verde, perché non compaiono nella programmazione arborea ma in quella delle opere pubbliche.

Le amministrazioni inseriscono nel Programma Triennale dei Lavori Pubblici (PTLP) i lavori di importo stimato pari o superiore a 150.000 euro, elencandoli con localizzazione, importo e tipologia per i tre anni successivi. Incrociare questo programma con la mappa del censimento arboreo, anche senza strumenti GIS professionali, è possibile: la localizzazione delle opere è espressa in indirizzi o tratti stradali, e la mappa arborea comunale, quando disponibile in formato OpenData, può essere consultata su portali come il Geoportale comunale o su OpenStreetMap con layer dedicati. Per i lavori sotto soglia, che non compaiono nel programma triennale, il monitoraggio dell’Albo Pretorio e della BDNCP resta il canale principale.

Il secondo strumento è il sistema ANAC per la pubblicità legale degli appalti. Con il D.Lgs. 36/2023 (nuovo Codice dei contratti pubblici), il riferimento primario è oggi la Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici (BDNCP) e la Piattaforma di pubblicità legale ANAC, accessibile su pubblicitalegale.anticorruzione.it. Il SIMOG resta uno strumento di consultazione storica ancora operativo, ma per i dati aggiornati sulle gare in corso la BDNCP è il canale da privilegiare. Una ricerca periodica per stazione appaltante, filtrando per categorie come «lavori stradali», «riqualificazione urbana» o «opere del verde», consente di individuare cantieri programmati con largo anticipo.

 

Le autorizzazioni paesaggistiche: la tutela che esiste ma va verificata

Per le alberature collocate in aree sottoposte a vincolo paesaggistico, o interessate da specifiche forme di tutela, la disciplina può essere più stringente. Il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D.Lgs. 42/2004) tutela, tra l’altro, le aree boscate e gli alberi che ricadono in perimetri vincolati ai sensi degli artt. 136 e 142. Una forma di tutela specifica riguarda gli alberi monumentali: l’art. 7 della Legge 10/2013 (poi esteso dal D.Lgs. 34/2018 ai boschi vetusti) ha istituito l’elenco nazionale degli alberi monumentali d’Italia, gestito dal MASAF sulla base dei censimenti comunali. Per le alberature iscritte all’elenco la tutela è concreta: il Ministero esprime parere obbligatorio e vincolante sulle autorizzazioni di abbattimento o sulle modifiche della chioma e dell’apparato radicale, e le sanzioni per la trasgressione vanno da 5.000 a 100.000 euro. Anche le alberature che potrebbero figurarvi, su segnalazione del cittadino al proprio Comune, beneficiano di una procedura amministrativa più tracciabile. Quando invece l’alberatura ricade in area sottoposta a vincolo paesaggistico più generale, l’abbattimento può richiedere autorizzazione paesaggistica ai sensi dell’art. 146 D.Lgs. 42/2004, rilasciata dall’amministrazione competente (Comune, Regione o ente delegato), con il coinvolgimento della Soprintendenza nei casi previsti, oppure può rientrare tra gli interventi esclusi o sottoposti a procedura semplificata dal DPR 31/2017. Per questo la verifica va fatta caso per caso.

Verificare se un’alberatura è soggetta a tutela paesaggistica è possibile consultando il Piano Paesaggistico Regionale (PPR) e le relative cartografie di vincolo, accessibili sui geoportali regionali. Se un albero ricade in area vincolata, l’abbattimento può generare una procedura amministrativa tracciabile: un ulteriore punto di monitoraggio per il cittadino, salvo i casi di esclusione o semplificazione previsti dalla normativa.

Vale la pena dirlo chiaramente: la Legge 10/2013 «Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani», oltre alla tutela degli alberi monumentali, richiama principi di tutela, incremento e rendicontazione del verde urbano, da leggere insieme ai regolamenti comunali, alle norme regionali e ai capitolati di appalto. Non è una legge immediatamente coercitiva su ogni singolo abbattimento, ma è una base normativa a cui fare riferimento esplicito nelle richieste di accesso agli atti.

 

Il SUAP e lo Sportello Unico Edilizia: quando è un privato a chiedere il taglio

Non tutti gli abbattimenti di alberi su suolo o confine pubblico originano da decisioni comunali. Quando un privato richiede autorizzazione al taglio di alberature su area di sua pertinenza che ricade in zona tutelata, o che interferisce con un intervento edilizio su area confinante con suolo pubblico, la pratica transita per il SUAP (Sportello Unico per le Attività Produttive) o per lo Sportello Unico Edilizia (SUE). Gli atti di questi sportelli possono essere richiesti nei limiti dell’accesso civico generalizzato e delle esclusioni applicabili: le pratiche di privati contengono spesso dati personali o elaborati progettuali che possono restringere l’accesso. In alcuni casi può essere più adatto l’accesso documentale ex L. 241/1990, quando si può dimostrare un interesse diretto, concreto e attuale. Quando il portale comunale consente ricerche pubbliche per localizzazione o tipologia di intervento, questo può offrire un ulteriore canale di allerta precoce; negli altri casi resta la strada della richiesta mirata di accesso agli atti, con i limiti applicabili per dati personali, elaborati progettuali e interessi privati coinvolti.

 

Mettere insieme i pezzi

C’è un ultimo aspetto importante. Nessuno di questi strumenti funziona isolatamente: il loro valore sta nell’incrocio sistematico. Il censimento arboreo fornisce la mappa dei soggetti a rischio. Il cronoprogramma degli appalti e il Programma Triennale dei Lavori Pubblici forniscono la mappa delle intenzioni dell’amministrazione. L’Albo Pretorio e la piattaforma ANAC (BDNCP) forniscono gli atti formali nel momento in cui vengono adottati. Le autorizzazioni paesaggistiche e i procedimenti SUAP aggiungono i flussi privati.

Un cittadino, un comitato o un’associazione che monitora questi canali con cadenza settimanale dispone di un sistema di allerta precoce reale, costruito interamente su fonti istituzionali e documentazione pubblica. Non è un sistema infallibile: l’amministrazione può sempre agire in urgenza, e i tempi burocratici possono essere compressi in modi che anche il monitoraggio più attento non riesce ad anticipare. Ma è il sistema migliore disponibile, e in molti casi può fare la differenza, soprattutto quando gli interventi sono programmati e non emergenziali.

E qui sta il punto operativo. Il primo passo concreto costa quindici minuti: aprire il sito del proprio Comune, raggiungere la sezione Albo Pretorio, salvarne il link e, dove la funzione è disponibile, attivare le notifiche automatiche. Da lì, settimana dopo settimana, si possono aggiungere gli altri canali: Amministrazione trasparente per gli appalti, Geoportale regionale per i vincoli, BDNCP per le gare. Il monitoraggio del verde urbano non si costruisce in un giorno, ma inizia in un pomeriggio.

 

Approfondimenti Eywa

Per approfondire i passi successivi alla fase di monitoraggio, Eywa ha già pubblicato due manuali operativi complementari a questo: Come leggere il Piano del Verde comunale, dedicato alla valutazione della qualità della programmazione strategica arborea del proprio Comune, e Abbattimento alberi: atti, perizie e diritti del cittadino, dedicato a come muoversi una volta che la decisione di abbattere è già stata adottata.

Ulteriori riferimenti utili: Segnalare un problema al Comune: accesso agli atti e FOIA, Alberi in città a Genova: il protocollo dati che i Comuni devono seguire, Alberi e cantieri urbani: la tutela aggirata, Perché nelle città italiane tagliano gli alberi.

 

Bibliografia essenziale

D.Lgs. 14 marzo 2013, n. 33, «Riordino della disciplina riguardante il diritto di accesso civico e gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni», artt. 5 e 5-bis.

Legge 7 agosto 1990, n. 241, «Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi», artt. 22 e seguenti (accesso documentale).

Legge 14 gennaio 2013, n. 10, «Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani», con particolare riferimento all’art. 7 (alberi monumentali), come modificato dall’art. 16 D.Lgs. 34/2018.

D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, «Codice dei beni culturali e del paesaggio», artt. 136, 142 (beni paesaggistici) e 146 (autorizzazione paesaggistica).

DPR 13 febbraio 2017, n. 31, «Regolamento recante individuazione degli interventi esclusi dall’autorizzazione paesaggistica o sottoposti a procedura autorizzatoria semplificata».

D.Lgs. 31 marzo 2023, n. 36, «Codice dei contratti pubblici», con particolare riferimento agli artt. 27 (pubblicità legale) e 37 (programmazione).

Decreto interministeriale 23 ottobre 2014, «Istituzione dell’elenco degli alberi monumentali d’Italia e principi e criteri direttivi per il loro censimento» (attuativo dell’art. 7 L. 10/2013): elenco aggiornato e criteri su MASAF — Alberi monumentali d’Italia.

ANAC — Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici (BDNCP) e Piattaforma di pubblicità legale: pubblicitalegale.anticorruzione.it.

ANAC — SIMOG (Sistema Informativo Monitoraggio Gare, riferimento storico/operativo): simog.anticorruzione.it.

ANAC — Delibera n. 1309 del 28 dicembre 2016 sull’accesso civico generalizzato (FOIA).

Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Linee guida per la gestione del verde urbano e prime indicazioni per una pianificazione sostenibile, 2017.

Perché i Comuni italiani tagliano alberi maturi e li sostituiscono con alberelli che muoiono

Sotto i post sugli alberi tagliati gira una teoria cospirativa: l’Unione europea regalerebbe mille euro per ogni albero piantato e i Comuni, per intascare la differenza, abbatterebbero alberi sani. Non è così. Ma il problema vero è peggio della teoria.

La teoria che gira sotto i post

Sotto i post che documentano abbattimenti urbani, ormai compare con una certa regolarità lo stesso commento. Si dice che l’Unione europea avrebbe stabilito, con una qualche manovra «green», di riconoscere ai Comuni una somma per ogni albero piantato. Si dice che, fatta la legge, sia stato trovato l’inganno: il Comune abbatte un albero esistente, ne pianta uno scarso al posto, intasca la differenza. Si invita a leggere «il decreto della Ue». Quel decreto non esiste.

Il meccanismo descritto, mille euro per albero come premio diretto alla sostituzione di singole alberature stradali, non corrisponde a nessuno strumento europeo o nazionale. Non c’è un canale di finanziamento che funzioni in quel modo. Esistono altri fondi, e funzionano in modo molto diverso.

Ne circola un’altra, sotto gli stessi post e con frequenza simile. Si dice che i tagli servano a favorire la propagazione del segnale 5G: le chiome bloccherebbero le onde, le antenne avrebbero bisogno di viali sgomberi. Anche questa non regge. Le reti 5G italiane usano bande diverse (700 MHz, 3,6-3,8 GHz e 26 GHz). La copertura mobile ordinaria si appoggia soprattutto alle bande sotto i 6 GHz, dove la vegetazione produce attenuazioni modeste, normalmente gestibili nella pianificazione radio. Le onde millimetriche, come la banda 26 GHz, sono più sensibili agli ostacoli e alla vegetazione, ma vengono impiegate per usi puntuali ad alta capacità (stadi, hub commerciali, piccole celle in aree affollate), con infrastrutture fitte e ravvicinate: la soluzione ingegneristica a quei limiti è la densificazione degli impianti, non l’abbattimento dei viali. Aggiungiamo un dettaglio amministrativo: gli operatori telefonici non hanno alcun potere di disporre tagli sul patrimonio arboreo dei Comuni.

C’è anche un riscontro empirico. Capitozzature massive e abbattimenti seriali sono documentati nelle città italiane da prima dell’attivazione del 5G e proseguono identici nei quartieri dove la rete è in funzione da anni. Non c’è correlazione fra i due fenomeni. In entrambe le teorie, quella dei mille euro a pianta e quella delle antenne, la struttura mentale è la stessa: cercare un’autorità nascosta, esterna, che decida al posto della politica locale. Il sospetto è comprensibile, perché la perdita di alberi è reale ed è grave. La causa, però, è un’altra.

E qui sta il punto: anche se queste teorie sono false, intercettano qualcosa di vero. Le persone vedono cose che non tornano. Vedono alberi maturi tagliati in poche ore, vedono alberelli fragili messi al loro posto e poi abbandonati a se stessi, vedono capitozzature che riducono platani secolari a tronchi nudi. Il problema non è inventato. Sono inventate la causa e il movente. La realtà è meno romanzesca e più strutturale.

Quello che la legge prevede già

Lo Stato italiano ha già scritto le regole. Il problema, in molte città, è che vengono applicate poco e male.

La legge 14 gennaio 2013, n. 10, Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani, ha introdotto due strumenti di trasparenza che dovrebbero essere routine. L’articolo 2, lettera c), inserisce nella legge 113/1992 un nuovo articolo 3-bis. Per effetto del collegamento strutturale con l’obbligo di piantumazione previsto dall’articolo 1 della stessa legge, gli obblighi dell’articolo 3-bis riguardano oggi i Comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti: censire e classificare gli alberi piantati in attuazione della legge in aree urbane di proprietà pubblica, e pubblicare, due mesi prima della scadenza del mandato del sindaco, il bilancio arboreo del Comune, con il rapporto fra alberi piantati a inizio e a fine mandato e lo stato di consistenza e manutenzione delle aree verdi. Per gli alberi monumentali e per i filari di pregio paesaggistico, l’articolo 7 della stessa legge 10/2013 prevede sanzioni amministrative da 5.000 a 100.000 euro per chi li abbatte o danneggia senza autorizzazione, salvo che il fatto costituisca reato.

I Criteri ambientali minimi per il servizio di gestione del verde pubblico, adottati con decreto ministeriale del 10 marzo 2020 e pubblicati in Gazzetta Ufficiale il 4 aprile 2020, sono obbligatori in tutti gli appalti pubblici di gestione del verde, perché l’articolo 57 comma 2 del Codice dei contratti (decreto legislativo 36/2023) impone l’applicazione delle specifiche tecniche e delle clausole contrattuali dei CAM per l’intero valore della gara. I CAM 2020 qualificano la capitozzatura come pratica non ammissibile nell’ordinaria manutenzione del verde, perché indebolisce gli alberi, ne compromette la stabilità nel medio periodo e fa lievitare i costi di gestione successiva. Raccomandano alle amministrazioni di dotarsi di censimento del verde, piano del verde, regolamento del verde pubblico e privato, bilancio arboreo. Le Linee guida ministeriali del 2017 vanno nella stessa direzione.

Sulla carta, quindi, ogni Comune dovrebbe avere un censimento aggiornato, un piano del verde, un regolamento, un bilancio arboreo pubblicato a fine mandato, contratti d’appalto che escludono la capitozzatura. Nei fatti, in diversi casi documentati, il censimento risulta incompleto o non aggiornato, il piano del verde non esiste o è fermo a una bozza, il regolamento risale al decennio scorso, il bilancio arboreo non viene pubblicato. Le clausole CAM nei capitolati ci sono, ma raramente i controlli di esecuzione le rendono vincolanti.

Perché tagliano davvero

Se non c’è il complotto dei mille euro, perché si abbatte tanto e così male? Le cause sono almeno quattro, e agiscono insieme.

La prima è la frammentazione degli appalti. La gestione del verde urbano è quasi sempre spezzata fra soggetti diversi. Una ditta pota, un’altra abbatte, un’altra reimpianta, un’altra ancora dovrebbe annaffiare le giovani piante. Spesso si tratta di contratti separati, con tempi di affidamento diversi, capitolati tecnici scritti da uffici distinti. Nessun soggetto è responsabile dell’esito complessivo, perché nessun soggetto segue lo stesso albero per tutto il ciclo di vita. L’albero passa di mano in mano e si perde.

La seconda è la qualifica della manodopera. Una potatura corretta richiede formazione tecnica, certificazioni di arboricoltura, talvolta lavoro in quota su fune con dispositivi di sicurezza adeguati. Una capitozzatura si esegue da terra, in mezz’ora, con una motosega. La Società italiana di arboricoltura, chapter italiano della International Society of Arboriculture, denuncia da anni il ricorso a personale non specializzato e, in alcuni casi documentati, perfino a volontari per interventi che richiederebbero competenza professionale. Il caso più noto è quello di Bagnolo Mella, in provincia di Brescia, dove l’Associazione florovivaisti bresciani e la SIA hanno presentato nel 2015 un esposto alla Corte dei conti chiedendo di valutare un possibile danno erariale e ambientale, dopo che il Comune aveva affidato interventi di potatura a volontari per «risparmiare» 55.000 euro. Fu uno dei primi esposti del genere in Italia.

La terza è la pressione sui costi nelle gare al massimo ribasso. Una potatura corretta consuma tempo, attrezzature, professionisti certificati, costa di più. Una capitozzatura produce gli stessi metri lineari di chioma rimossa in una frazione del tempo, costa meno. A parità di prezzo offerto, la differenza la fa chi riduce di più il tempo di esecuzione. I CAM e i regolamenti comunali del verde dovrebbero correggere questa distorsione imponendo specifiche tecniche stringenti, ma se nei capitolati il «come» del taglio non viene verificato sul cantiere, la regola resta sulla carta.

La quarta è la cura post-impianto inesistente. Una giovane pianta urbana, soprattutto nelle estati italiane recenti, sopravvive solo se viene irrigata di soccorso per i primi tre o quattro anni. Senza, muore. Legambiente, nella V edizione dell’Atlante delle foreste pubblicata il 3 novembre 2025 con AzzeroCO2 e Compagnia delle foreste, ha dedicato un capitolo specifico alle tecniche per ridurre la mortalità delle giovani piante: pianificazione, scelta delle specie adeguate al sito, irrigazione di soccorso nei periodi di siccità, sfalci periodici per controllare le erbe infestanti. Il direttore generale Giorgio Zampetti lo ha riassunto in una frase che andrebbe affissa in ogni assessorato all’ambiente: non basta piantare, bisogna farli sopravvivere. Spesso i bandi finanziano la messa a dimora ma non i tre anni successivi di manutenzione, che è il periodo decisivo. Il risultato è che molti alberelli, già a fine seconda estate, sono morti.

Il falso scambio fra albero maturo e alberello

Molti regolamenti comunali del verde prevedono che ad ogni albero abbattuto debba corrispondere una sostituzione; la legge 10/2013 rafforza il principio di incremento e trasparenza del patrimonio arboreo. È un principio sano sul piano normativo, ma sul piano biologico e funzionale è una finzione contabile.

Un platano adulto in un viale urbano contribuisce all’intercettazione delle acque meteoriche, all’ombreggiatura significativa del manto stradale, all’assorbimento di particolato e gas inquinanti, alla riduzione della temperatura percepita sotto la chioma. Un alberello da vivaio, alto due o tre metri, eroga una frazione minima di quegli stessi servizi. Non è una sostituzione: è un investimento a vent’anni, sempre che l’alberello sopravviva.

I numeri di scala aiutano a capire la differenza. La V edizione dell’Atlante delle foreste riporta che un ettaro di foresta urbana rimuove in media 17 chilogrammi all’anno di PM10 e 35,7 chilogrammi all’anno di ozono troposferico, e che le piante in ambito urbano possono ridurre la temperatura a livello del suolo fino a 8 gradi. Un albero di medie dimensioni, in un clima temperato e in un contesto urbano con molti fattori limitanti, assorbe in media fra i 10 e i 20 chilogrammi di anidride carbonica all’anno; una foresta periurbana arriva a sequestrare fino a 1.005 chilogrammi di carbonio all’anno per ettaro, secondo le stime del CNR-IBE riportate nell’Atlante. Sono ordini di grandezza che si raggiungono solo con alberi che hanno avuto il tempo di crescere. Tagliarli e ricominciare da capo non è uno scambio neutro.

Lo studio internazionale del progetto LIFE Airfresh, pubblicato nel 2025 su The Lancet Planetary Health con il contributo dell’ENEA, ha analizzato 744 città europee su un arco di vent’anni, dal 2000 al 2019. Ne emerge che un aumento del 5% della copertura arborea urbana eviterebbe in Europa circa 4.700 morti premature l’anno (arrotondate da ENEA in circa 5.000 nel comunicato stampa); il raggiungimento del 30% di copertura, soglia indicata anche dalla regola 3-30-300, eviterebbe quasi 12.000 morti l’anno. All’inverso, l’azzeramento della copertura arborea urbana porterebbe a un aumento del 19,5% della mortalità da PM2,5, pari a circa 19.000 morti aggiuntive l’anno; del 15% da biossido di azoto e del 22,7% da ozono. Sono epidemiologia, non retorica.

Il caso che conferma tutto: il PNRR forestazione urbana

Il caso più clamoroso di distanza fra regole scritte e attuazione effettiva è quello del PNRR per la forestazione urbana. L’Investimento 3.1 della Missione 2 Componente 4, dotato di 330 milioni di euro per la messa a dimora di 6,6 milioni di alberi nelle quattordici Città metropolitane, doveva essere il fiore all’occhiello della transizione ecologica italiana.

Il Collegio per il controllo concomitante della Corte dei conti, con la delibera 8/2023, ha rilevato fra il 2022 e il 2023 una situazione molto diversa da quella raccontata dal governo. I sopralluoghi dei Carabinieri Forestali hanno accertato che, in molte Città metropolitane finanziate, alla data del controllo non era stato piantato quasi nulla. A Messina, prima beneficiaria con 15,9 milioni di euro per 445.000 piante, gli interventi erano ancora alla fase di studio di fattibilità. A Napoli si stava ancora individuando il vivaio. In altri territori, le piante risultavano già secche o coperte da infestanti per scarsa manutenzione.

Il numero ufficiale di alberi messi a dimora entro il 2022, dichiarato superato dal Ministero, si è raggiunto solo includendo nel conteggio i semi piantati in vivaio: una contabilità che la Corte dei conti ha contestato perché un seme non è un albero. Con la revisione del PNRR approvata dal Consiglio UE l’8 dicembre 2023, l’obiettivo è stato ridimensionato da 6,6 a 4,5 milioni di alberi, i fondi tagliati da 330 a 210 milioni di euro, e il target è stato riformulato in modo da includere ufficialmente, accanto agli alberi messi a dimora, anche il materiale forestale di moltiplicazione (semi o piante). Un secondo target fissa al giugno 2026 il trapianto effettivo di almeno 3,5 milioni di alberi e arbusti. Nella relazione semestrale al Parlamento di marzo 2025, il governo ha rendicontato il superamento del target intermedio di 4,5 milioni di unità messe a dimora entro fine 2024. Vale la pena dirlo chiaramente: se questo è ciò che accade alla principale operazione nazionale di forestazione urbana, è inutile cercare il complotto sotto i marciapiedi. Lo scarto fra promessa scritta e realtà piantata è già documentato, ufficialmente, dalla magistratura contabile.

Il ciclo perverso, raccontato bene

Quando le quattro cause sopra agiscono insieme, il risultato è una catena che si autoalimenta.

Un albero maturo viene capitozzato per «ridurne il rischio». La capitozzatura squilibra il rapporto fra radici e chioma, perché l’albero, privato delle foglie, smette di nutrire le radici di ancoraggio. Nei tre o cinque anni successivi la pianta produce una nuova chioma, ma con rami esili e attaccati male, e con un apparato radicale ormai compromesso. A quel punto l’albero diventa davvero pericoloso. Si decide di abbatterlo, «per sicurezza». Si pianta un alberello al suo posto, in adempimento del regolamento del verde. L’alberello non viene irrigato durante l’estate successiva, oppure lo è in modo discontinuo. Muore entro un paio di stagioni. Si reimpianta un altro alberello. Si ricomincia.

Ogni passaggio, preso da solo, sembra una scelta tecnica neutra. La somma è la perdita progressiva del patrimonio arboreo cittadino. Il cittadino vede solo l’ultimo passaggio, l’abbattimento, e da lì costruisce le proprie ipotesi. Per questo nasce la teoria del complotto: perché chi guarda dal marciapiede non vede la catena.

C’è un ultimo aspetto importante. Capitozzature, mortalità giovane e abbattimenti ripetuti sono spese pubbliche. Ogni passaggio costa al Comune. Sono stati presentati esposti alla Corte dei conti per ipotesi di danno erariale legato a cattiva gestione del patrimonio arboreo. Più una città perde alberi maturi, più aumenta la temperatura percepita d’estate, più crescono i ricoveri ospedalieri durante le ondate di calore, più crescono le bollette di climatizzazione, più crescono i danni urbani da eventi meteorologici estremi privati dell’effetto regolatore delle chiome. Il taglio frettoloso non è gratis. Lo paghiamo in salute, in spesa pubblica spesa due volte, in pezzi di città che diventano invivibili da maggio a settembre.

Cosa puoi pretendere dal tuo Comune

I cittadini italiani hanno strumenti civici concreti per pretendere trasparenza e correttezza nella gestione del verde urbano. Nessuno di questi strumenti richiede competenze legali avanzate. Funzionano se si usano.

Il primo è l’accesso civico generalizzato, ai sensi del decreto legislativo 33/2013. Si può chiedere al Comune copia del regolamento del verde pubblico e privato, del piano del verde, dell’ultimo censimento del patrimonio arboreo, del bilancio arboreo del sindaco, dei capitolati d’appalto in vigore per la gestione del verde, dei verbali di sopralluogo o delle perizie agronomiche prodotte prima di un abbattimento. Su Eywa abbiamo pubblicato una guida operativa con i modelli pronti, in calce a questo articolo trovi i link.

Il secondo è la verifica che le specifiche tecniche e le clausole contrattuali dei CAM 2020 siano state recepite nei capitolati in vigore, con la qualificazione della capitozzatura come pratica incompatibile con la corretta manutenzione ordinaria (salvo casi eccezionali, motivati e documentati), l’obbligo di personale qualificato, la previsione di cure colturali post-impianto. Se un appalto di gestione del verde non inserisce le specifiche tecniche e le clausole contrattuali dei CAM applicabili, può esporsi a contestazioni sulla conformità al Codice dei contratti pubblici. Il Consiglio di Stato (sezione III, sentenza 8171/2024) ha chiarito che il mero richiamo formale ai CAM nei bandi non basta: vanno declinati puntualmente.

Il terzo è la segnalazione documentata. Foto datate, georeferenziazione, eventuale perizia di un agronomo iscritto all’albo se il caso lo merita. La segnalazione va inviata alla polizia locale, ai Carabinieri Forestali se l’albero ricade nei criteri dell’articolo 7 della legge 10/2013 oppure se l’intervento riguarda nidi attivi, specie protette o comporta un rischio concreto di distruzione di habitat riproduttivi tutelati dalla legge 157/1992, e per conoscenza alla Corte dei conti regionale per i casi di sospetto danno erariale.

Vale la pena dirlo chiaramente: questi strumenti non risolvono tutto. Ma costringono l’amministrazione a motivare, a documentare, a rispondere. E questo, in molte amministrazioni italiane, è già un risultato.

Non serve credere a un complotto per capire che qualcosa non funziona. Basta leggere le regole esistenti, controllare se vengono applicate e, dove non lo sono, chiederne conto.

Bibliografia

Approfondimenti Eywa

Perché nelle città italiane tagliano gli alberi. Eywa Divulgazione. Analisi delle ragioni amministrative e tecniche degli abbattimenti urbani.

Capitozzatura degli alberi in città. Eywa Divulgazione. Guida operativa sul perché la capitozzatura è dannosa e quali strumenti civici si possono attivare.

Alberi in città: quali piantare e perché i Comuni sbagliano tutto. Eywa Divulgazione. Sulle scelte di specie sbagliate e sulle conseguenze a lungo termine nei viali urbani.

Il piano del verde: come leggerlo. Eywa Divulgazione. Guida pratica alla lettura del piano del verde comunale.

Abbattimento alberi: atti, perizie, diritti del cittadino. Eywa Divulgazione. Atti da richiedere prima e dopo un abbattimento, perizie, diritti di chi segnala.

Segnalare un problema del verde urbano: guida pratica. Eywa Divulgazione. Procedure di segnalazione, accesso atti, denuncia.

Segnalare un problema al Comune: l’accesso agli atti FOIA. Eywa Divulgazione. Modelli pronti per l’accesso civico generalizzato ai sensi del decreto legislativo 33/2013.

Alberi in città a Genova: il protocollo dati che il verde pubblico deve seguire. Eywa Divulgazione. Il protocollo dati che le amministrazioni dovrebbero seguire prima di abbattere.

Capitozzature in stagione di nidificazione: come i Comuni distruggono i nidi. Eywa Divulgazione. Capitozzature in stagione di nidificazione e violazioni della legge 157/1992.

Alberi nei cantieri urbani: come la tutela viene aggirata. Eywa Divulgazione. Tutela aggirata negli interventi infrastrutturali e di cantiere.

Il parco che non raffredda più: quando il verde urbano perde le sue funzioni. Eywa Divulgazione. Servizi ecosistemici persi quando il patrimonio arboreo viene gestito male.

Roma, città verde d’Europa che non riesce a farsi ombra. Eywa Divulgazione. Case study sulla gestione del verde nella capitale.

Ghost forests in Italia: le foreste fantasma. Eywa Divulgazione. Salinizzazione costiera e foreste che muoiono per innalzamento del livello del mare.

Abbattimento alberi a Cortina per le Olimpiadi 2026. Eywa Divulgazione. Caso di abbattimenti documentati nel contesto olimpico.

Il Giappone e la riforestazione che funziona davvero. Eywa Divulgazione. Controesempio internazionale: piantare con metodo invece che a casaccio.

Singapore oggi, Milano domani: viaggio nelle città che respirano. Eywa Divulgazione. Modelli urbani che hanno fatto del verde un’infrastruttura primaria.

Zollatura e trapianto degli alberi: come riconoscerli. Eywa Divulgazione. Tecnica del trapianto come alternativa all’abbattimento.

Manuale d’uso del balcone che respira: istruzioni per non esperti. Eywa Divulgazione. Cosa può fare un singolo cittadino quando il verde pubblico arretra.

Fonti normative e istituzionali

Repubblica italiana, 2013. Legge 14 gennaio 2013, n. 10 «Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani». Testo coordinato vigente, riferimento per gli articoli 3-bis (censimento e bilancio arboreo) e 7 (alberi monumentali e filari di pregio).

Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, 2020. Decreto 10 marzo 2020 «Criteri ambientali minimi per il servizio di gestione del verde pubblico e la fornitura di prodotti per la cura del verde».

Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, aggiornamento 2024. Pagina ufficiale dei CAM vigenti, con riferimento all’articolo 57 comma 2 del decreto legislativo 36/2023 sull’obbligo di applicazione delle specifiche tecniche e clausole contrattuali dei CAM negli appalti pubblici.

Ministero della transizione ecologica, 2022. Avviso PNRR Investimento 3.1, Missione 2 Componente 4, «Tutela e valorizzazione del verde urbano ed extraurbano». Stanziamento complessivo di 330 milioni di euro per la messa a dimora di 6,6 milioni di alberi nelle quattordici Città metropolitane italiane.

Ministero dell’ambiente, Comitato per lo sviluppo del verde pubblico, 2017. Linee guida per la gestione del verde urbano e prime indicazioni per una pianificazione sostenibile.

Corte dei conti, Sezione centrale di controllo sulle amministrazioni dello Stato, Collegio per il controllo concomitante. Delibera n. 8/2023/CCC del 30 marzo 2023, sull’attuazione del PNRR Investimento 3.1. Rilievi sulla mancata piantumazione effettiva, sull’equiparazione contestata fra semi in vivaio e alberi messi a dimora, sui sopralluoghi dei Carabinieri Forestali nelle Città metropolitane finanziate.

Fonti tecnico-scientifiche

Società italiana di arboricoltura (chapter italiano della International Society of Arboriculture). Protocollo di valutazione di stabilità degli alberi e classi di propensione al cedimento. Riferimento tecnico nazionale: «In nessun caso la capitozzatura può costituire intervento colturale valido».

Società italiana di arboricoltura, 2021. Comunicato sulla capitozzatura come pratica dannosa e antiscientifica e sui rischi di istituzionalizzazione tramite affidamento di interventi a personale non qualificato e a volontari.

Sicard P. e altri autori (Pascu, Petrea, Leca, De Marco, Paoletti, Agathokleous, Calatayud), 2025. «Effect of tree canopy cover on air pollution-related mortality in European cities: an integrated approach». The Lancet Planetary Health, vol. 9, n. 6, giugno 2025, pp. e527-e537. Studio del progetto LIFE Airfresh con il contributo dell’ENEA. Stima centrale: 4.727 morti premature evitate ogni anno (IC 95% 2.067-7.475) nelle 744 città europee analizzate per ogni +5 punti percentuali di copertura arborea; 11.974 morti evitate ogni anno (IC 95% 7.775-14.390) raggiungendo il 30% di copertura per città.

ENEA, 2025. Comunicato stampa sui risultati dello studio LIFE Airfresh. Aumento del 5% della copertura arborea urbana e riduzione di circa 5.000 morti premature l’anno; copertura al 30% e riduzione di quasi 12.000 morti l’anno.

Legambiente, AzzeroCO2 e Compagnia delle foreste per Il Sole 24 Ore, novembre 2025. Atlante delle foreste, V edizione, 2024. Forestazione e servizi ecosistemici. Mappatura dello stato del verde in Italia. I dati su servizi ecosistemici per ettaro di foresta urbana (17 kg/anno di PM10, 35,7 kg/anno di ozono troposferico, sequestro fino a 1.005 kg/anno di carbonio per ettaro in foreste periurbane, riduzione della temperatura al suolo fino a 8 gradi) si trovano a pagina 5, capitolo «Il valore del verde urbano nelle strategie di adattamento al clima che cambia» a firma di Giorgio Zampetti, Direttore Generale Legambiente. La timeline ufficiale della misura PNRR M2C4-I3.1 (forestazione urbana ed extraurbana), comprese le tappe della revisione 2023 e gli aggiornamenti al 2025, è riportata a pagina 35.

Il Floricultore, 2015. Cronaca dell’esposto alla Corte dei conti sul caso Bagnolo Mella. Esposto presentato dall’Associazione florovivaisti bresciani e dalla Società italiana di arboricoltura, per ipotesi di danno erariale e ambientale connesso all’affidamento di interventi di potatura a volontari.

Adottare un cane non è solo un gesto buono. È un gesto ecologico

 

In Italia abbiamo oltre centomila cani chiusi nei canili, l’80% al Sud, e una spesa pubblica per gestire il randagismo che vale 2,6 volte la somma destinata a tutti i Parchi nazionali. Mentre l’Europa alimenta una domanda di milioni di cuccioli all’anno, attraverso una filiera che la Commissione UE ha classificato come crimine organizzato. Il punto, alla fine, è uno: ogni volta che si compra un animale d’impulso, si finanzia una catena che fa danni misurabili. Anche all’ambiente.

In Italia ci sono oltre centomila cani chiusi nei canili. L’80% sta in cinque regioni del Sud: Puglia, Sardegna, Sicilia, Calabria e Campania. Lo certifica il Sistema Informativo Nazionale degli Animali da Compagnia (SINAC) del Ministero della Salute, i cui dati sono stati presentati dal Sottosegretario Marcello Gemmato in conferenza stampa alla Camera dei Deputati il 17 ottobre 2024. In alcune regioni alcune strutture ospitano diverse centinaia di animali.

E intanto il Paese spende, per gestire questa massa di sofferenza, 248 milioni di euro l’anno, secondo il XIV Rapporto «Animali in Città» di Legambiente, presentato ad agosto 2025 con i dati 2024 e con il patrocinio di ANCI, Conferenza delle Regioni, ENCI e Federazione Nazionale Ordini dei Veterinari Italiani. Non è una cifra qualsiasi: è 2,6 volte la somma destinata alla gestione di tutti i 24 Parchi nazionali italiani (95,8 milioni) e oltre 19 volte la somma per le 29 Aree marine protette (12,4 milioni).

L’Italia spende per tenere cani in gabbia più del doppio di quanto spenda per la sua natura.

E lo fa anche male, perché secondo lo stesso rapporto Legambiente il 63% di quei soldi finisce nei canili rifugio, cioè nel mantenimento di animali già reclusi, mentre alla prevenzione vera, la sterilizzazione, vanno briciole. Nel 2024, a fronte di 24.498 ingressi nei canili sanitari, sono stati sterilizzati 8.636 cani. Poco più di uno su tre. Significa che il rubinetto resta aperto, mentre noi paghiamo per asciugare il pavimento. Per inquadrare meglio il fenomeno: il precedente XIII Rapporto Legambiente, con dati 2023, stimava circa 85.000 cani abbandonati e 358.000 randagi solo in Italia. Cifre sostanzialmente stabili da anni, segno che il sistema non funziona.

Chi ha riempito quei canili

La domanda giusta non è «come svuotiamo i canili», ma «chi li ha riempiti». E la risposta è scomoda perché tira in ballo una catena che parte da molto lontano e arriva fino al carrello online di chi cerca «cucciolo di razza in offerta». Sono due filiere distinte, quella del randagismo italiano e quella dell’allevamento illegale est-europeo, ma sono alimentate dalla stessa logica: sovraproduzione, scarsa tracciabilità, animale ridotto a prodotto.

Ogni anno nella sola Unione Europea servono circa 6 milioni di cuccioli per soddisfare la domanda del mercato. Lo certifica il report «Billion Euro Industry» pubblicato da FOUR PAWS nell’ottobre 2024, che incrocia dati di Eurogroup for Animals, banche dati nazionali di identificazione e analisi degli annunci online. Di questi 6 milioni, solo 1,23 milioni provengono da fonti legali, tracciabili e con condizioni minime di benessere. Tutti gli altri, circa 4,75 milioni, il 79% della domanda UE, arrivano da una zona grigia che va dagli allevamenti intensivi est-europei (le puppy mills) alle cucciolate non registrate, fino al mercato nero vero e proprio. Se allarghiamo lo sguardo all’Europa intera, includendo Svizzera, Regno Unito, Norvegia, Russia e Turchia, le stime FOUR PAWS salgono a 8,77 milioni di cuccioli all’anno.

Le stime sul valore di questo mercato variano a seconda del perimetro. La Commissione europea, sulla base dei dati Eurogroup for Animals riferiti al 2020, parlava di un mercato illegale del valore di circa un miliardo di euro l’anno. Il report FOUR PAWS 2024, considerando l’intero giro d’affari dei cani da fonti non tracciabili, arriva a stimare circa 4,6 miliardi di euro annui solo in UE. E secondo i dati che la Commissione europea ha utilizzato per motivare il nuovo Regolamento (citati dal Parlamento europeo nel comunicato del 23 aprile 2026), il commercio complessivo di cani e gatti in UE vale oggi 1,3 miliardi di euro l’anno, con il 60% dei proprietari che acquista online: il canale principale, anche per la quota illegale.

E qui sta il punto. La Commissione europea, nella Comunicazione di aprile 2021 sulla Strategia UE contro la criminalità organizzata 2021-2025, ha incluso esplicitamente il traffico illegale di animali da compagnia tra i fenomeni gestiti dalla criminalità organizzata transnazionale, accanto al traffico di droga e di armi. Anche la Commissione Parlamentare Antimafia italiana, nella relazione conclusiva del 7 febbraio 2018, parla esplicitamente di «zoomafia» e individua i valichi del Nord-Est come porta d’ingresso, gli stessi usati per gli altri traffici illeciti.

Le rotte, i metodi, i prezzi

Tra luglio 2022 e luglio 2023 la Commissione, insieme a Europol attraverso la piattaforma EMPACT EnviCrime, ha condotto la prima azione coordinata UE contro questo traffico. I risultati, pubblicati nel report ufficiale «Illegal Trade of Cats and Dogs» del 7 dicembre 2023, raccontano le rotte: Romania, Ungheria e Polonia verso la Germania; Serbia verso la Slovenia; Russia e Bielorussia verso Polonia e Lettonia; Turchia per via aerea verso tutta l’UE. L’Italia è uno dei principali Paesi di destinazione.

In un anno sono state scambiate 467 segnalazioni di frode nel sistema iRASFF, sono stati avviati 47 procedimenti giudiziari, sono state smascherate falsificazioni sistematiche di passaporti europei degli animali, di certificati antirabbici e di test sierologici. In alcuni casi i passaporti riportavano vaccinazioni effettuate prima che il vaccino fosse stato prodotto. In altri, gli stessi numeri di lotto vaccinale comparivano su decine di animali diversi.

Il modello economico è quello di sempre. La Commissione europea stima che i trafficanti acquistino cuccioli all’origine tra i 30 e i 50 euro e li rivendano al consumatore finale anche oltre 1.000 euro. Lo scarto è il guadagno, e in larga parte è anche evasione fiscale. La Commissione l’ha messo nero su bianco: il principale guadagno economico del traffico deriva dall’evasione fiscale, con concorrenza sleale verso gli allevatori in regola.

Dentro questa filiera ci sono le puppy mills, le «fabbriche di cuccioli». Sono allevamenti intensivi dove le fattrici vengono accoppiate a ogni calore, dai sei mesi di età fino allo sfinimento o alla morte. Secondo le inchieste della LAV e dei Carabinieri Forestali, i cuccioli vengono spesso svezzati a venti giorni invece dei sessanta previsti dalla normativa italiana (Ordinanza del Ministero della Salute del 6 agosto 2008, ribadita dall’Accordo Stato-Regioni del 24 gennaio 2013), sottoposti a farmaci per apparire vivaci alla vendita, trasportati stipati in furgoni o auto.

In Italia di puppy mills illegali ne abbiamo viste anche da vicino. Trecastelli, in provincia di Ancona, 19 gennaio 2021: 859 cani di piccola taglia (chihuahua, maltesi, barboncini) sequestrati dal Nucleo Carabinieri Forestali di Ancona insieme alle guardie zoofile di WWF e Legambiente, con un focolaio di Brucella canis, zoonosi trasmissibile anche all’uomo, riscontrato in circa la metà degli esemplari. Una struttura autorizzata a sessantuno animali ne stipava 859. Cinque persone indagate, il sequestro convalidato dal GIP. L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Abruzzo e Molise lo ha indicato come uno dei più grandi focolai documentati di brucellosi canina in Europa. Da allora, operazioni analoghe si sono ripetute a Perugia, Torino, in Campania, a Novara. Ogni sequestro è una piccola fotografia di un sistema molto più grande.

La risposta normativa, finalmente

Il 28 aprile 2026 il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva, con 558 voti favorevoli, 35 contrari e 52 astensioni, il primo Regolamento UE sul benessere e la tracciabilità di cani e gatti. Microchip obbligatorio per tutti i cani e gatti detenuti in UE, banche dati nazionali interoperabili, notifiche preventive di almeno cinque giorni lavorativi per gli animali importati a scopo di vendita, controlli più rigorosi sulle piattaforme online, divieto di accoppiamenti consanguinei stretti e di selezione per tratti fisici estremi, divieto di mutilazioni a fini di esposizione.

Il regolamento è stato approvato in via definitiva dal Parlamento ma richiede ancora l’adozione formale del Consiglio dell’UE e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea. L’applicabilità è prevista a partire dal 2028. Allevatori, venditori e rifugi avranno quattro anni per adeguarsi; i proprietari privati di cani avranno dieci anni, quelli di gatti quindici. La relatrice e presidente della commissione Agricoltura del Parlamento europeo, Veronika Vrecionová, ha sintetizzato così: «un animale domestico è un membro della famiglia, non un oggetto o un giocattolo».

È la conclusione di vent’anni di battaglie animaliste e di una richiesta esplicita del 74% dei cittadini europei, secondo il sondaggio Eurobarometro 2023, che chiede tutele più severe. Ed è anche la fine, almeno sulla carta, del meccanismo che ha consentito al traffico illegale di mascherarsi da «movimento non commerciale» di animali al seguito del padrone.

In Italia abbiamo già la Legge 201/2010, fortemente voluta dalla LAV, unica nel suo genere in UE perché punisce specificamente il traffico illecito di animali da compagnia come reato autonomo, con pene aggravate quando la condotta è reiterata o svolta con attività organizzate, e abbiamo l’articolo 544 ter del codice penale sul maltrattamento e l’articolo 727 sull’abbandono. Abbiamo il SINAC, il Sistema Informativo Nazionale degli Animali da Compagnia, istituito dal DM 2 novembre 2023. Quello che ci manca, come sempre, è far funzionare bene quello che abbiamo. E far capire ai cittadini che l’anello debole della filiera, in fondo, è proprio il consumatore finale.

Quando l’acquisto d’impulso diventa specie invasiva

C’è un secondo danno ambientale che lo stesso mercato produce, meno visibile delle puppy mills ma altrettanto serio e spesso irreversibile. Riguarda l’altra faccia della stessa logica di acquisto d’impulso: non più il cucciolo di razza venduto in vetrina, ma l’animale esotico comprato per moda, abbandonato per stanchezza, diventato specie invasiva.

Le invasioni biologiche sono oggi indicate dall’IPBES, la massima autorità scientifica mondiale in materia di biodiversità (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services), tra le prime cinque cause globali di perdita di biodiversità. Secondo il rapporto IPBES 2023, oltre 37.000 specie aliene sono state introdotte nel mondo dalle attività umane, di cui almeno 3.500 classificate come invasive, con un ritmo di circa 200 nuove specie aliene introdotte ogni anno: un livello senza precedenti nella storia umana. Il costo globale, sempre secondo IPBES, è stimato in oltre 423 miliardi di dollari l’anno, e sta crescendo del 400% per decennio dal 1970.

Per quanto riguarda l’Italia, la più recente Relazione ISPRA sulle specie aliene in Italia, pubblicata nel novembre 2025 da Laura Carnevali e Piero Genovesi su richiesta del Comitato Tecnico Faunistico Venatorio Nazionale, indica che il numero di specie aliene introdotte nel nostro Paese supera oggi le 3.800 unità, con circa il 15% classificate come invasive. Le stime ISPRA quantificano in oltre 500 milioni di euro all’anno i costi che queste specie generano per la biodiversità e per l’economia. Una quota significativa arriva proprio dal commercio di animali da compagnia.

Il caso scuola è la testuggine palustre americana Trachemys scripta. Per decenni l’abbiamo comprata nei negozi e nelle bancarelle come «tartarughina dalle orecchie rosse» o «dalle orecchie gialle». Costava poco, sembrava innocua. Poi cresceva, diventava ingombrante, mordeva, sporcava. E veniva liberata nel laghetto del parco più vicino. L’IUCN, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, la include tra le cento specie invasive più dannose al mondo. È inserita nella lista UE di rilevanza unionale (Regolamento UE 1143/2014, recepito in Italia dal Decreto Legislativo 230/2017). In Italia ISPRA e MASE hanno dovuto pubblicare un Piano d’Azione Nazionale per gestirla.

Il problema è semplice. La Trachemys è un predatore vorace di anfibi, pesci, uova, piante acquatiche. Compete direttamente con la Emys orbicularis, l’unica testuggine palustre autoctona italiana, classificata «prossima alla minaccia» nella Red List IUCN. Risultato: la nostra biodiversità autoctona perde colpi, mentre ISPRA, le Regioni e i parchi devono spendere soldi e personale per provare a contenere una specie che è arrivata qui, semplicemente, perché qualcuno l’ha comprata in un negozio e poi l’ha mollata.

L’abbandono di una specie esotica invasiva, va detto, è reato: lo prevede esplicitamente l’articolo 6 del D.Lgs. 230/2017, in combinato disposto con l’articolo 727 del codice penale. Ma il danno ecologico, una volta fatto, è quasi sempre irreversibile.

E la Trachemys è solo l’esempio più noto. Pesci rossi (Carassius auratus) gettati nei laghi che, secondo studi pubblicati su Ecology of Freshwater Fish e NeoBiota, possono crescere fino a dieci volte la loro stazza media e diventare predatori invasivi delle specie autoctone. Parrocchetti dal collare fuggiti dalle gabbie e oggi colonie stabilizzate sopra Roma e Milano. Gamberi della Louisiana acquistati per acquari e rilasciati nei canali italiani. Persino piante ornamentali come l’ailanto. Ogni caso ha la stessa origine: il modello «vedo, mi piace, compro» applicato a un essere vivente di cui non sappiamo nulla.

Il punto sistemico

E qui sta il punto. Adottare un cane o un gatto da un canile, o adottare un animale già presente in Italia in cerca di casa, non è un gesto romantico. È un gesto di sistema. Significa togliere un cliente a una filiera che la Commissione europea ha definito criminale, alleggerire una spesa pubblica che oggi vale due volte e mezzo i nostri Parchi nazionali, smettere di alimentare l’industria delle puppy mills e, soprattutto, non trasformare il proprio impulso di consumo nella prossima specie invasiva da rincorrere.

L’adozione consapevole significa anche questo: scegliere un animale compatibile con il contesto in cui si vive, in un percorso accompagnato (i rifugi seri fanno colloqui, visite a casa, periodi di prova), invece di un acquisto d’impulso da carrello e-commerce. Significa accettare di non avere il «cucciolo di razza in offerta a 300 euro», che con altissima probabilità rientra in quella zona grigia che FOUR PAWS stima nel 79% della domanda UE: allevamenti intensivi, cucciolate non registrate, mercato nero. Tre canali diversi, una stessa filiera che si tiene in piedi grazie a noi che compriamo.

E significa anche capire che le leggi, da sole, non bastano. Il Regolamento UE del 28 aprile 2026 è un passo enorme, ma se la domanda continua a esistere, la filiera trova sempre un modo di soddisfarla. Il modo per chiudere il rubinetto è uno solo: non comprare.

Centomila cani in canile, sei milioni di cuccioli all’anno solo nella UE (quasi nove se allarghiamo all’Europa intera), oltre 3.800 specie aliene introdotte in Italia, 248 milioni di euro di spesa pubblica annua. Sono numeri che descrivono lo stesso fenomeno: l’animale come prodotto, comprato senza domande, abbandonato senza conseguenze. L’adozione è il punto in cui questa catena si spezza.

Il green si fa, anche nelle cucce.

Approfondimenti Eywa

https://eywadivulgazione.it/sostenibilita-cani-gatti-guida-pratica/

Team Eywa, 2026. Guida pratica alla convivenza sostenibile con cani e gatti, dalla ciotola alla lettiera.

https://eywadivulgazione.it/maltrattamento-animali-cosa-fare-denuncia-guida/

Team Eywa, 2026. Manuale operativo Eywa sulla protezione animali e sulle modalità di denuncia.

https://eywadivulgazione.it/gli-alieni-sono-gia-qui-e-noi-li-abbiamo-invitati-come-riconoscere-e-fermare-le-specie-invasive-prima-che-sia-troppo-tardi/

Team Eywa, 2025. Specie invasive in Italia, come riconoscerle e segnalarle.

https://eywadivulgazione.it/piu-di-amici-perche-gli-animali-domestici-sono-il-cuore-delle-nostre-case/

Eywa Divulgazione. Contesto culturale e responsabilità della convivenza con animali domestici.

Bibliografia essenziale

https://food.ec.europa.eu/system/files/2023-12/agri-fraud_report_Illegal-trade_cats-dogs.pdf

Commissione europea, DG SANTE, 2023. Report ufficiale «Illegal Trade of Cats and Dogs», esiti dell’azione coordinata UE 2022-2023 con dati su rotte, frodi, procedimenti giudiziari e cooperazione con Europol.

https://food.ec.europa.eu/food-safety/eu-agri-food-fraud-network/eu-coordinated-actions/illegal-movement-pets_en

Commissione europea. Pagina ufficiale dell’azione coordinata UE contro il commercio illegale di animali da compagnia, nella cornice della Strategia UE contro la criminalità organizzata 2021-2025.

https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20260423IPR41833/prime-norme-ue-per-proteggere-cani-e-gatti-da-maltrattamenti

Parlamento europeo, 23 aprile 2026. Comunicato stampa ufficiale sull’approvazione del primo Regolamento UE per il benessere e la tracciabilità di cani e gatti, con dati su mercato (1,3 miliardi di euro l’anno), quota online (60%) e richiesta di tutele (74% dei cittadini europei, Eurobarometro 2023).

https://www.altalex.com/documents/news/2026/05/07/animali-compagnia-nuove-norme-europee-cani-gatti

Altalex, 7 maggio 2026. Analisi del nuovo Regolamento UE sul benessere e la tracciabilità di cani e gatti approvato il 28 aprile 2026.

https://www.anmvioggi.it/rubriche/europa/78863-cani-e-gatti-strasburgo-ha-approvato-il-primo-regolamento-europeo.html

ANMVI Oggi, 28 aprile 2026. Approvazione finale del primo Regolamento UE su benessere e tracciabilità di cani e gatti con voto in Parlamento europeo (558 favorevoli, 35 contrari, 52 astenuti).

https://www.legambiente.it/rapporti-e-osservatori/animali-in-citta/

Legambiente, 2025. XIV Rapporto «Animali in Città» con dati 2024 su randagismo, spesa pubblica, performance dei Comuni e delle ASL.

https://legambienteanimalhelp.it/animalincittav2_XIV/

Legambiente, 2025. Versione integrale del XIV Rapporto Animali in Città con dati dettagliati regione per regione.

https://www.quotidianosanita.it/cronache/benessere-animale-oltre-cani-nei-canili-italiani-pi-dell-in-regioni-del-sud-gemmato-un-miliardo-di-spesa-e-rischio-zoomafia/

Quotidiano Sanità, 2024. Conferenza stampa del Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato del 17 ottobre 2024 con dati SINAC: oltre 100.000 cani nei canili italiani, l’80% in cinque regioni del Sud.

https://www.salute.gov.it/anagcaninapublic_new/home.jsp

Ministero della Salute. Anagrafe Animali d’Affezione, banca dati ufficiale.

https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita/fauna-ambiente-uomo/file/relazione_ias_comitato-faunistico_19_11_2025.pdf

Carnevali L., Genovesi P., 2025. Relazione sulle specie aliene in Italia: status, normativa e strategie di contrasto. Rapporto tecnico ISPRA elaborato su richiesta del Comitato Tecnico Faunistico Venatorio Nazionale: oltre 3.800 specie aliene introdotte in Italia, circa il 15% invasive, costi annui stimati oltre 500 milioni di euro.

https://www.specieinvasive.isprambiente.it/specie-aliene-invasive

ISPRA. Sito istituzionale sulle specie aliene invasive, inquadramento normativo e schede tecniche.

https://www.isprambiente.gov.it/it/archivio/notizie-e-novita-normative/notizie-ispra/2023/09/specie-aliene-invasive-i-nuovi-dati-del-rapporto-ipbes

ISPRA, 2023. Sintesi del Rapporto IPBES sulle specie aliene invasive con dati globali: oltre 37.000 specie aliene nel mondo, 3.500 invasive, 200 nuove specie l’anno, 423 miliardi di dollari di costi annui.

https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/pg_trachemys_2020_def-pdf

ISPRA, MASE, 2020. Piano nazionale per la gestione della testuggine palustre americana Trachemys scripta.

https://media.4-paws.org/b/5/a/6/b5a69681da94fa61edddf0b00c8a101d2482ba8a/2024-10-29_Billion-Euro-Industry-Report_web.pdf

FOUR PAWS, ottobre 2024. Report «Billion Euro Industry» con stime aggiornate su domanda UE di cuccioli (circa 6 milioni l’anno), fonti di provenienza e percentuale di domanda da fonti non tracciabili (79%).

https://www.eurogroupforanimals.org/what-we-do/areas-of-concern/online-pet-trade

Eurogroup for Animals. Dossier sul commercio online di animali da compagnia, con dati sul valore del mercato e sulle dinamiche illegali.

https://www.lav.it/news/traffico-cuccioli-zoomafia

LAV. Inquadramento del traffico di cuccioli come fenomeno zoomafioso e cornice della Legge 201/2010.

https://sosonline.aduc.it/normativa/legge+201+2010+ratifica+convenzione+protezione_20373.php

Legge 4 novembre 2010, n. 201. Ratifica ed esecuzione della Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia, con norme penali e amministrative sul traffico illecito di animali da compagnia (art. 4) e sulle aggravanti per condotta reiterata o organizzata.

https://www.legambiente.it/notizie-dal-territorio/trecastelli-an-sequestro-allevamento-lager-con-859-cani/

Legambiente, 20 gennaio 2021. Sequestro dell’allevamento lager di Trecastelli con 859 cani e focolaio di Brucella canis.

 

La nave sta ferma, l’aria no: cosa cambia (e cosa no) per i porti italiani

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Se vivete vicino a un porto, conoscete già due segni. Sulle auto parcheggiate al mattino c’è un velo grigio che non viene via con il primo colpo di spugna. Verso il mare, nelle giornate di traffico portuale intenso, c’è una striscia giallognola sospesa appena sopra l’orizzonte. Il primo è fuliggine. La seconda è legata agli ossidi di zolfo, l’anidride solforosa che esce dalle ciminiere e reagisce in atmosfera fino a diventare aerosol di solfati, le particelle che diffondono la luce e tingono il cielo di quel colore inconfondibile. Vengono dallo stesso posto. Dalle navi ormeggiate, che bruciano combustibile anche quando non vanno da nessuna parte.

Una nave all’ormeggio non è una nave spenta. I motori principali tacciono, sì. Ma i generatori ausiliari girano, perché una nave da crociera o un portacontainer è un’intera città galleggiante: ogni cabina ha la sua luce, ogni stiva la sua temperatura controllata, e quella città non stacca mai la corrente. Solo che al posto del contatore Enel ha una ciminiera.

Quello che è cambiato il 1° maggio 2025

Da quel giorno il Mediterraneo è ufficialmente una SECA, sigla che sta per area di controllo delle emissioni di zolfo. In pratica, le navi che lo attraversano devono bruciare combustibile cinque volte più pulito rispetto a prima. Tradotto: prima per ogni cento chili di combustibile marittimo bruciato mezzo chilo era zolfo, ora è un etto. La differenza si sente nei polmoni dei quartieri costieri, e la Commissione europea stima che il solo passaggio al nuovo limite eviterà almeno mille morti premature l’anno nel bacino, e oltre duemila nuovi casi di asma infantile.

È una buona notizia. Va detta con la stessa nettezza con cui va detto il resto. Perché il Mediterraneo è arrivato a questo traguardo diciannove anni dopo il Mar Baltico, che ha la stessa regola dal 2006. Diciassette anni e mezzo dopo il Mare del Nord. Quasi tredici dopo il Nord America. Una delle coste più densamente abitate e turisticamente battute del pianeta, quella su cui si affacciano oltre cinquecento milioni di persone, è stata l’ultima della lista.

Diciannove anni di scarto, mille morti l’anno solo nello scenario più prudente. Il calcolo non lo facciamo noi al posto di chi legge. Serve solo tenere presente la domanda che quel calcolo solleva.

Quello che non è cambiato

La nuova regola tocca lo zolfo, non la combustione. Una nave che brucia combustibile più pulito continua a produrre ossidi di azoto (la famiglia di gas acidi che esce da qualunque motore diesel, dalla nave al camion), particolato ultrafine, carbonio nero, anidride carbonica. Per gli ossidi di azoto nel Mediterraneo non esiste ancora una zona di controllo, e nessuno sa quando arriverà.

E poi resta il punto centrale di tutta la storia. La nave a motori spenti non spegne i generatori ausiliari. Continua a bruciare combustibile in banchina, per ore, talvolta per giorni. Il limite allo zolfo si applica anche lì, certo. Ma l’unico modo vero per spegnere quei generatori è uno solo. Si chiama cold ironing, espressione inglese che significa letteralmente «ferro freddo». Una presa elettrica grande, molto grande, al molo, alla tensione e alla frequenza giuste per alimentare una nave da crociera o un portacontainer mentre è ferma. La nave si attacca alla rete di terra. Le ciminiere si raffreddano. L’aria del quartiere respira.

A che punto è l’Italia, oggi

A questo punto. La cornice europea c’è, e impone l’obbligo per i grandi porti italiani entro il 1° gennaio 2030. I fondi PNRR ci sono, e ammontano a circa 922 milioni di euro per 56 progetti in una quarantina di porti. La scadenza nazionale era fissata al 31 marzo 2026, ed è già stata spostata al 30 giugno 2026 dalla legge n. 50 del 20 aprile scorso. Tre mesi in più, ma anche il segnale chiaro che la prima scadenza non si sarebbe potuta rispettare.

A gennaio 2026 è arrivato il decreto che da anni mancava: il decreto del Ministero delle Infrastrutture n. 10 del 22 gennaio 2026, che finalmente disciplina chi gestirà il servizio di cold ironing nei porti, come si recupereranno i costi, come si farà a evitare che la presa elettrica costi più del combustibile bruciato a bordo. Sulla carta è il passo decisivo. Nella realtà, alla fine di aprile 2026, dalle fonti pubbliche consultabili non risulta ancora un quadro di gare bandite per scegliere i gestori del servizio. Finché le gare non partiranno, anche le banchine già attrezzate non potranno alimentare nessuna nave. La cabina elettrica resterà accesa a vuoto, e i generatori delle navi continueranno a girare.

A Genova, per dare un metro concreto, la cabina è stata installata a dicembre 2025, le prime prove sui Ponti dei Mille Ponente e Andrea Doria Ponente sono partite a marzo, il collaudo tecnico è atteso a giugno, l’individuazione del gestore «subito dopo l’estate». L’operatività piena, se tutto va bene, entro fine 2026. E Genova è il porto italiano più avanti nel processo. Un dato per inquadrare meglio: nel rapporto Transport & Environment di marzo 2026 sull’inquinamento da traghetti, quattro porti italiani sono nella top dieci europea per emissioni. Genova è quinta, Livorno settima, Palermo ottava, Civitavecchia nona.

Tre anni e mezzo, e cosa si può chiedere

In mezzo, fra l’oggi e l’obbligo europeo, ci sono poco più di tre anni e mezzo. Sono ancora un tempo in cui qualcosa si può chiedere, e ottenere.

La prima cosa è informazione. Le Autorità di Sistema Portuale pubblicano lo stato dei lavori PNRR con una granularità insufficiente, banchina per banchina non si capisce niente. Qualsiasi cittadino può chiedere conto, via PEC, alla propria Autorità di Sistema Portuale, usando lo strumento dell’accesso civico generalizzato (il «FOIA italiano» introdotto nel 2016). Eywa ha già depositato richieste per sei porti, e pubblicheremo nei prossimi giorni i modelli pronti da firmare. La seconda cosa è vigilanza sull’aria. ARPAL Liguria e le altre agenzie regionali pubblicano dati, ma servono serie storiche aperte, scaricabili, con la disaggregazione per fonte quando è possibile. Anche questa è una richiesta che si può fare, e Eywa fornirà il modello: chi vuole iniziare prima trova qui il manuale operativo per monitorare l’aria del proprio quartiere. La terza cosa è rappresentanza. I parlamentari del proprio collegio possono porre interrogazioni scritte al Ministero. I consiglieri comunali possono deliberare mozioni di indirizzo alle Autorità di Sistema Portuale. Le mozioni non vincolano, ma creano un fascicolo pubblico. E i fascicoli pubblici, a differenza delle promesse, restano agli atti.

Il combustibile, dal 1° maggio 2025, è più pulito di quanto fosse un giorno prima. Il cavo, in troppi porti italiani, non è ancora in vista. La SECA è arrivata. Adesso serve che arrivino spina e prese elettriche.

Scarica il dossier tecnico completo

Questo articolo è la sintesi di un’analisi più ampia. Il dossier Eywa completo di 16 pagine e 9 capitoli completi e precisi con riferimenti normativi e una bibliografia completa è disponibile in PDF gratuito.

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