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Prima che arrivino le motoseghe: come monitorare il verde urbano in anticipo

La notizia dell’abbattimento arriva quasi sempre dopo. Il cantiere è già allestito, la transenna è già montata, l’albero è già segnato con la vernice. A quel punto il cittadino può ancora fare molto, ma si trova a rincorrere una decisione già presa e spesso già formalizzata da mesi. Questo manuale serve a spostarsi prima: a capire dove vivono, nei documenti pubblici, le informazioni sugli alberi a rischio, e come ottenerle in anticipo rispetto a qualsiasi annuncio.

Non si tratta di sapere cosa è un Piano del Verde comunale, né di conoscere gli atti da richiedere quando l’abbattimento è già deciso. Quei temi sono già stati trattati su Eywa. Qui si lavora nello spazio temporale precedente: la sorveglianza ordinaria, sistematica, che trasforma il cittadino da spettatore indignato a interlocutore informato.

 

Il censimento arboreo: il registro che pochi conoscono

Il punto di partenza è il censimento arboreo comunale, uno strumento tecnico distinto dal Piano del Verde e spesso ignorato nel dibattito pubblico. Il Piano del Verde è un documento strategico di programmazione; il censimento arboreo è un registro operativo. Nei sistemi più evoluti contiene i dati delle alberature pubbliche censite, georeferenziate con coordinate e identificate da un codice univoco (ID alberatura).

Nei Comuni più strutturati, e in quelli dove la pressione civica ha prodotto risultati concreti, accanto ai dati di identificazione possono essere presenti indicatori fitostatici: classe di propensione al cedimento secondo la metodologia VTA (Visual Tree Assessment) o equivalente, data dell’ultima perizia fitostatica, valutazioni di rischio secondo le metodologie adottate dall’ente, note di intervento programmato: potatura straordinaria, monitoraggio accelerato, abbattimento previsto. Sono questi ultimi campi, quando presenti, a fare la differenza: è lì che l’informazione sull’albero a rischio compare mesi prima di qualunque annuncio pubblico.

Non tutti i Comuni hanno un censimento digitale aggiornato. Ma il cittadino ha strumenti precisi per ottenerlo o verificarne l’esistenza. La via è l’accesso civico generalizzato previsto dal D.Lgs. 33/2013, art. 5, comma 2: uno strumento che non richiede motivazione e che si applica ai dati, documenti e informazioni già detenuti dalla pubblica amministrazione, salvo i limiti e le esclusioni previsti dall’art. 5-bis (privacy, sicurezza, interessi economici e commerciali, segreti). Va tenuto presente che l’accesso civico non obbliga il Comune a produrre nuovi elaborati o dataset: riguarda ciò che l’ente già possiede. La richiesta va indirizzata all’ufficio Verde Pubblico o all’ufficio competente per il patrimonio arboreo, con oggetto esplicito: «Accesso civico generalizzato ex art. 5 co. 2 D.Lgs. 33/2013 — Censimento arboreo comunale». I campi tecnici da richiedere espressamente sono: ID alberatura, specie, localizzazione georeferenziata, classe di rischio, data ultima perizia VTA o equivalente, note di intervento programmato o monitoraggio. Se il Comune risponde che il censimento non esiste in forma strutturata, quella risposta è già una informazione utile: documenta una lacuna amministrativa su cui vale la pena insistere, anche in forma pubblica.

 

La programmazione annuale degli interventi: il cronoprogramma che non viene pubblicizzato

Molti Comuni gestiscono il verde tramite appalti esterni, altri mantengono una gestione diretta o mista. Nel caso degli appalti, i contratti, spesso pluriennali, possono includere un cronoprogramma degli interventi: potature ordinarie, abbattimenti programmati per fine vita o rischio fitostatico, sostituzioni, manutenzioni straordinarie. Questo cronoprogramma può essere contenuto negli allegati tecnici, nel capitolato, nel piano di manutenzione o nella documentazione esecutiva collegata all’appalto: è un documento pubblico e come tale accessibile.

Il punto è sapere dove cercarlo. Il primo passaggio è identificare il contratto attivo: il Comune pubblica gli atti di gara e i contratti nella sezione «Amministrazione trasparente / Bandi di gara e contratti» del proprio sito istituzionale, o nel profilo del committente dedicato agli appalti. Cercando «manutenzione verde pubblico» o «gestione patrimonio arboreo» in quella sezione, si trova l’aggiudicazione più recente con il nome della ditta e il numero di contratto. Da lì si può richiedere, sempre con accesso civico generalizzato, il testo integrale del contratto e gli allegati tecnici, tra cui il piano degli interventi. All’interno di questi documenti si cercano, ove previsti, gli elenchi di abbattimenti programmati per tipologia di intervento, i codici alberatura corrispondenti e le finestre temporali per ciascuna categoria di lavoro.

Questo passaggio richiede qualche ora di lavoro, ma produce una mappa delle intenzioni dell’amministrazione con settimane o mesi di anticipo rispetto a qualsiasi annuncio pubblico.

 

L’albo pretorio online come sistema di allerta precoce

L’Albo Pretorio online è il canale ordinario di pubblicazione legale degli atti comunali soggetti a pubblicazione obbligatoria: determinazioni dirigenziali, ordinanze e altri provvedimenti quando la normativa o l’ente ne prevedono la pubblicazione. È, di fatto, il luogo dove le decisioni diventano formalmente esistenti prima di diventare cantieri.

Il punto di ingresso pratico è la funzione di ricerca testuale dell’Albo Pretorio comunale. Le parole chiave da monitorare sistematicamente sono: «abbattimento», «rimozione alberatura», «taglio alberatura», «verde pubblico manutenzione straordinaria», «ordinanza sicurezza alberi», «nulla osta taglio». Una ricerca settimanale con questi termini permette di intercettare le determine dirigenziali che autorizzano interventi sul patrimonio arboreo prima che i mezzi si presentino in strada. Le ordinanze di rimozione urgente per motivi di sicurezza pubblica sono particolarmente rilevanti: vengono emesse in tempi brevi e danno luogo a cantieri altrettanto rapidi, spesso senza comunicazione preventiva ai residenti. Trovarle sull’Albo Pretorio il giorno stesso della pubblicazione è l’unico modo per intervenire in tempo utile.

Quando il portale lo consente, è possibile attivare notifiche automatiche per nuove pubblicazioni: è la funzione da cercare per prima.

 

Il piano triennale delle opere pubbliche e la pubblicità legale degli appalti

Un segmento significativo degli abbattimenti non avviene nell’ambito di interventi sul verde, ma in seguito a lavori stradali, infrastrutturali o di riqualificazione urbana. Questi abbattimenti passano quasi sempre sotto il radar del cittadino attento al verde, perché non compaiono nella programmazione arborea ma in quella delle opere pubbliche.

Le amministrazioni inseriscono nel Programma Triennale dei Lavori Pubblici (PTLP) i lavori di importo stimato pari o superiore a 150.000 euro, elencandoli con localizzazione, importo e tipologia per i tre anni successivi. Incrociare questo programma con la mappa del censimento arboreo, anche senza strumenti GIS professionali, è possibile: la localizzazione delle opere è espressa in indirizzi o tratti stradali, e la mappa arborea comunale, quando disponibile in formato OpenData, può essere consultata su portali come il Geoportale comunale o su OpenStreetMap con layer dedicati. Per i lavori sotto soglia, che non compaiono nel programma triennale, il monitoraggio dell’Albo Pretorio e della BDNCP resta il canale principale.

Il secondo strumento è il sistema ANAC per la pubblicità legale degli appalti. Con il D.Lgs. 36/2023 (nuovo Codice dei contratti pubblici), il riferimento primario è oggi la Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici (BDNCP) e la Piattaforma di pubblicità legale ANAC, accessibile su pubblicitalegale.anticorruzione.it. Il SIMOG resta uno strumento di consultazione storica ancora operativo, ma per i dati aggiornati sulle gare in corso la BDNCP è il canale da privilegiare. Una ricerca periodica per stazione appaltante, filtrando per categorie come «lavori stradali», «riqualificazione urbana» o «opere del verde», consente di individuare cantieri programmati con largo anticipo.

 

Le autorizzazioni paesaggistiche: la tutela che esiste ma va verificata

Per le alberature collocate in aree sottoposte a vincolo paesaggistico, o interessate da specifiche forme di tutela, la disciplina può essere più stringente. Il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D.Lgs. 42/2004) tutela, tra l’altro, le aree boscate e gli alberi che ricadono in perimetri vincolati ai sensi degli artt. 136 e 142. Una forma di tutela specifica riguarda gli alberi monumentali: l’art. 7 della Legge 10/2013 (poi esteso dal D.Lgs. 34/2018 ai boschi vetusti) ha istituito l’elenco nazionale degli alberi monumentali d’Italia, gestito dal MASAF sulla base dei censimenti comunali. Per le alberature iscritte all’elenco la tutela è concreta: il Ministero esprime parere obbligatorio e vincolante sulle autorizzazioni di abbattimento o sulle modifiche della chioma e dell’apparato radicale, e le sanzioni per la trasgressione vanno da 5.000 a 100.000 euro. Anche le alberature che potrebbero figurarvi, su segnalazione del cittadino al proprio Comune, beneficiano di una procedura amministrativa più tracciabile. Quando invece l’alberatura ricade in area sottoposta a vincolo paesaggistico più generale, l’abbattimento può richiedere autorizzazione paesaggistica ai sensi dell’art. 146 D.Lgs. 42/2004, rilasciata dall’amministrazione competente (Comune, Regione o ente delegato), con il coinvolgimento della Soprintendenza nei casi previsti, oppure può rientrare tra gli interventi esclusi o sottoposti a procedura semplificata dal DPR 31/2017. Per questo la verifica va fatta caso per caso.

Verificare se un’alberatura è soggetta a tutela paesaggistica è possibile consultando il Piano Paesaggistico Regionale (PPR) e le relative cartografie di vincolo, accessibili sui geoportali regionali. Se un albero ricade in area vincolata, l’abbattimento può generare una procedura amministrativa tracciabile: un ulteriore punto di monitoraggio per il cittadino, salvo i casi di esclusione o semplificazione previsti dalla normativa.

Vale la pena dirlo chiaramente: la Legge 10/2013 «Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani», oltre alla tutela degli alberi monumentali, richiama principi di tutela, incremento e rendicontazione del verde urbano, da leggere insieme ai regolamenti comunali, alle norme regionali e ai capitolati di appalto. Non è una legge immediatamente coercitiva su ogni singolo abbattimento, ma è una base normativa a cui fare riferimento esplicito nelle richieste di accesso agli atti.

 

Il SUAP e lo Sportello Unico Edilizia: quando è un privato a chiedere il taglio

Non tutti gli abbattimenti di alberi su suolo o confine pubblico originano da decisioni comunali. Quando un privato richiede autorizzazione al taglio di alberature su area di sua pertinenza che ricade in zona tutelata, o che interferisce con un intervento edilizio su area confinante con suolo pubblico, la pratica transita per il SUAP (Sportello Unico per le Attività Produttive) o per lo Sportello Unico Edilizia (SUE). Gli atti di questi sportelli possono essere richiesti nei limiti dell’accesso civico generalizzato e delle esclusioni applicabili: le pratiche di privati contengono spesso dati personali o elaborati progettuali che possono restringere l’accesso. In alcuni casi può essere più adatto l’accesso documentale ex L. 241/1990, quando si può dimostrare un interesse diretto, concreto e attuale. Quando il portale comunale consente ricerche pubbliche per localizzazione o tipologia di intervento, questo può offrire un ulteriore canale di allerta precoce; negli altri casi resta la strada della richiesta mirata di accesso agli atti, con i limiti applicabili per dati personali, elaborati progettuali e interessi privati coinvolti.

 

Mettere insieme i pezzi

C’è un ultimo aspetto importante. Nessuno di questi strumenti funziona isolatamente: il loro valore sta nell’incrocio sistematico. Il censimento arboreo fornisce la mappa dei soggetti a rischio. Il cronoprogramma degli appalti e il Programma Triennale dei Lavori Pubblici forniscono la mappa delle intenzioni dell’amministrazione. L’Albo Pretorio e la piattaforma ANAC (BDNCP) forniscono gli atti formali nel momento in cui vengono adottati. Le autorizzazioni paesaggistiche e i procedimenti SUAP aggiungono i flussi privati.

Un cittadino, un comitato o un’associazione che monitora questi canali con cadenza settimanale dispone di un sistema di allerta precoce reale, costruito interamente su fonti istituzionali e documentazione pubblica. Non è un sistema infallibile: l’amministrazione può sempre agire in urgenza, e i tempi burocratici possono essere compressi in modi che anche il monitoraggio più attento non riesce ad anticipare. Ma è il sistema migliore disponibile, e in molti casi può fare la differenza, soprattutto quando gli interventi sono programmati e non emergenziali.

E qui sta il punto operativo. Il primo passo concreto costa quindici minuti: aprire il sito del proprio Comune, raggiungere la sezione Albo Pretorio, salvarne il link e, dove la funzione è disponibile, attivare le notifiche automatiche. Da lì, settimana dopo settimana, si possono aggiungere gli altri canali: Amministrazione trasparente per gli appalti, Geoportale regionale per i vincoli, BDNCP per le gare. Il monitoraggio del verde urbano non si costruisce in un giorno, ma inizia in un pomeriggio.

 

Approfondimenti Eywa

Per approfondire i passi successivi alla fase di monitoraggio, Eywa ha già pubblicato due manuali operativi complementari a questo: Come leggere il Piano del Verde comunale, dedicato alla valutazione della qualità della programmazione strategica arborea del proprio Comune, e Abbattimento alberi: atti, perizie e diritti del cittadino, dedicato a come muoversi una volta che la decisione di abbattere è già stata adottata.

Ulteriori riferimenti utili: Segnalare un problema al Comune: accesso agli atti e FOIA, Alberi in città a Genova: il protocollo dati che i Comuni devono seguire, Alberi e cantieri urbani: la tutela aggirata, Perché nelle città italiane tagliano gli alberi.

 

Bibliografia essenziale

D.Lgs. 14 marzo 2013, n. 33, «Riordino della disciplina riguardante il diritto di accesso civico e gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni», artt. 5 e 5-bis.

Legge 7 agosto 1990, n. 241, «Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi», artt. 22 e seguenti (accesso documentale).

Legge 14 gennaio 2013, n. 10, «Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani», con particolare riferimento all’art. 7 (alberi monumentali), come modificato dall’art. 16 D.Lgs. 34/2018.

D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, «Codice dei beni culturali e del paesaggio», artt. 136, 142 (beni paesaggistici) e 146 (autorizzazione paesaggistica).

DPR 13 febbraio 2017, n. 31, «Regolamento recante individuazione degli interventi esclusi dall’autorizzazione paesaggistica o sottoposti a procedura autorizzatoria semplificata».

D.Lgs. 31 marzo 2023, n. 36, «Codice dei contratti pubblici», con particolare riferimento agli artt. 27 (pubblicità legale) e 37 (programmazione).

Decreto interministeriale 23 ottobre 2014, «Istituzione dell’elenco degli alberi monumentali d’Italia e principi e criteri direttivi per il loro censimento» (attuativo dell’art. 7 L. 10/2013): elenco aggiornato e criteri su MASAF — Alberi monumentali d’Italia.

ANAC — Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici (BDNCP) e Piattaforma di pubblicità legale: pubblicitalegale.anticorruzione.it.

ANAC — SIMOG (Sistema Informativo Monitoraggio Gare, riferimento storico/operativo): simog.anticorruzione.it.

ANAC — Delibera n. 1309 del 28 dicembre 2016 sull’accesso civico generalizzato (FOIA).

Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Linee guida per la gestione del verde urbano e prime indicazioni per una pianificazione sostenibile, 2017.

Perché i Comuni italiani tagliano alberi maturi e li sostituiscono con alberelli che muoiono

Sotto i post sugli alberi tagliati gira una teoria cospirativa: l’Unione europea regalerebbe mille euro per ogni albero piantato e i Comuni, per intascare la differenza, abbatterebbero alberi sani. Non è così. Ma il problema vero è peggio della teoria.

La teoria che gira sotto i post

Sotto i post che documentano abbattimenti urbani, ormai compare con una certa regolarità lo stesso commento. Si dice che l’Unione europea avrebbe stabilito, con una qualche manovra «green», di riconoscere ai Comuni una somma per ogni albero piantato. Si dice che, fatta la legge, sia stato trovato l’inganno: il Comune abbatte un albero esistente, ne pianta uno scarso al posto, intasca la differenza. Si invita a leggere «il decreto della Ue». Quel decreto non esiste.

Il meccanismo descritto, mille euro per albero come premio diretto alla sostituzione di singole alberature stradali, non corrisponde a nessuno strumento europeo o nazionale. Non c’è un canale di finanziamento che funzioni in quel modo. Esistono altri fondi, e funzionano in modo molto diverso.

Ne circola un’altra, sotto gli stessi post e con frequenza simile. Si dice che i tagli servano a favorire la propagazione del segnale 5G: le chiome bloccherebbero le onde, le antenne avrebbero bisogno di viali sgomberi. Anche questa non regge. Le reti 5G italiane usano bande diverse (700 MHz, 3,6-3,8 GHz e 26 GHz). La copertura mobile ordinaria si appoggia soprattutto alle bande sotto i 6 GHz, dove la vegetazione produce attenuazioni modeste, normalmente gestibili nella pianificazione radio. Le onde millimetriche, come la banda 26 GHz, sono più sensibili agli ostacoli e alla vegetazione, ma vengono impiegate per usi puntuali ad alta capacità (stadi, hub commerciali, piccole celle in aree affollate), con infrastrutture fitte e ravvicinate: la soluzione ingegneristica a quei limiti è la densificazione degli impianti, non l’abbattimento dei viali. Aggiungiamo un dettaglio amministrativo: gli operatori telefonici non hanno alcun potere di disporre tagli sul patrimonio arboreo dei Comuni.

C’è anche un riscontro empirico. Capitozzature massive e abbattimenti seriali sono documentati nelle città italiane da prima dell’attivazione del 5G e proseguono identici nei quartieri dove la rete è in funzione da anni. Non c’è correlazione fra i due fenomeni. In entrambe le teorie, quella dei mille euro a pianta e quella delle antenne, la struttura mentale è la stessa: cercare un’autorità nascosta, esterna, che decida al posto della politica locale. Il sospetto è comprensibile, perché la perdita di alberi è reale ed è grave. La causa, però, è un’altra.

E qui sta il punto: anche se queste teorie sono false, intercettano qualcosa di vero. Le persone vedono cose che non tornano. Vedono alberi maturi tagliati in poche ore, vedono alberelli fragili messi al loro posto e poi abbandonati a se stessi, vedono capitozzature che riducono platani secolari a tronchi nudi. Il problema non è inventato. Sono inventate la causa e il movente. La realtà è meno romanzesca e più strutturale.

Quello che la legge prevede già

Lo Stato italiano ha già scritto le regole. Il problema, in molte città, è che vengono applicate poco e male.

La legge 14 gennaio 2013, n. 10, Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani, ha introdotto due strumenti di trasparenza che dovrebbero essere routine. L’articolo 2, lettera c), inserisce nella legge 113/1992 un nuovo articolo 3-bis. Per effetto del collegamento strutturale con l’obbligo di piantumazione previsto dall’articolo 1 della stessa legge, gli obblighi dell’articolo 3-bis riguardano oggi i Comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti: censire e classificare gli alberi piantati in attuazione della legge in aree urbane di proprietà pubblica, e pubblicare, due mesi prima della scadenza del mandato del sindaco, il bilancio arboreo del Comune, con il rapporto fra alberi piantati a inizio e a fine mandato e lo stato di consistenza e manutenzione delle aree verdi. Per gli alberi monumentali e per i filari di pregio paesaggistico, l’articolo 7 della stessa legge 10/2013 prevede sanzioni amministrative da 5.000 a 100.000 euro per chi li abbatte o danneggia senza autorizzazione, salvo che il fatto costituisca reato.

I Criteri ambientali minimi per il servizio di gestione del verde pubblico, adottati con decreto ministeriale del 10 marzo 2020 e pubblicati in Gazzetta Ufficiale il 4 aprile 2020, sono obbligatori in tutti gli appalti pubblici di gestione del verde, perché l’articolo 57 comma 2 del Codice dei contratti (decreto legislativo 36/2023) impone l’applicazione delle specifiche tecniche e delle clausole contrattuali dei CAM per l’intero valore della gara. I CAM 2020 qualificano la capitozzatura come pratica non ammissibile nell’ordinaria manutenzione del verde, perché indebolisce gli alberi, ne compromette la stabilità nel medio periodo e fa lievitare i costi di gestione successiva. Raccomandano alle amministrazioni di dotarsi di censimento del verde, piano del verde, regolamento del verde pubblico e privato, bilancio arboreo. Le Linee guida ministeriali del 2017 vanno nella stessa direzione.

Sulla carta, quindi, ogni Comune dovrebbe avere un censimento aggiornato, un piano del verde, un regolamento, un bilancio arboreo pubblicato a fine mandato, contratti d’appalto che escludono la capitozzatura. Nei fatti, in diversi casi documentati, il censimento risulta incompleto o non aggiornato, il piano del verde non esiste o è fermo a una bozza, il regolamento risale al decennio scorso, il bilancio arboreo non viene pubblicato. Le clausole CAM nei capitolati ci sono, ma raramente i controlli di esecuzione le rendono vincolanti.

Perché tagliano davvero

Se non c’è il complotto dei mille euro, perché si abbatte tanto e così male? Le cause sono almeno quattro, e agiscono insieme.

La prima è la frammentazione degli appalti. La gestione del verde urbano è quasi sempre spezzata fra soggetti diversi. Una ditta pota, un’altra abbatte, un’altra reimpianta, un’altra ancora dovrebbe annaffiare le giovani piante. Spesso si tratta di contratti separati, con tempi di affidamento diversi, capitolati tecnici scritti da uffici distinti. Nessun soggetto è responsabile dell’esito complessivo, perché nessun soggetto segue lo stesso albero per tutto il ciclo di vita. L’albero passa di mano in mano e si perde.

La seconda è la qualifica della manodopera. Una potatura corretta richiede formazione tecnica, certificazioni di arboricoltura, talvolta lavoro in quota su fune con dispositivi di sicurezza adeguati. Una capitozzatura si esegue da terra, in mezz’ora, con una motosega. La Società italiana di arboricoltura, chapter italiano della International Society of Arboriculture, denuncia da anni il ricorso a personale non specializzato e, in alcuni casi documentati, perfino a volontari per interventi che richiederebbero competenza professionale. Il caso più noto è quello di Bagnolo Mella, in provincia di Brescia, dove l’Associazione florovivaisti bresciani e la SIA hanno presentato nel 2015 un esposto alla Corte dei conti chiedendo di valutare un possibile danno erariale e ambientale, dopo che il Comune aveva affidato interventi di potatura a volontari per «risparmiare» 55.000 euro. Fu uno dei primi esposti del genere in Italia.

La terza è la pressione sui costi nelle gare al massimo ribasso. Una potatura corretta consuma tempo, attrezzature, professionisti certificati, costa di più. Una capitozzatura produce gli stessi metri lineari di chioma rimossa in una frazione del tempo, costa meno. A parità di prezzo offerto, la differenza la fa chi riduce di più il tempo di esecuzione. I CAM e i regolamenti comunali del verde dovrebbero correggere questa distorsione imponendo specifiche tecniche stringenti, ma se nei capitolati il «come» del taglio non viene verificato sul cantiere, la regola resta sulla carta.

La quarta è la cura post-impianto inesistente. Una giovane pianta urbana, soprattutto nelle estati italiane recenti, sopravvive solo se viene irrigata di soccorso per i primi tre o quattro anni. Senza, muore. Legambiente, nella V edizione dell’Atlante delle foreste pubblicata il 3 novembre 2025 con AzzeroCO2 e Compagnia delle foreste, ha dedicato un capitolo specifico alle tecniche per ridurre la mortalità delle giovani piante: pianificazione, scelta delle specie adeguate al sito, irrigazione di soccorso nei periodi di siccità, sfalci periodici per controllare le erbe infestanti. Il direttore generale Giorgio Zampetti lo ha riassunto in una frase che andrebbe affissa in ogni assessorato all’ambiente: non basta piantare, bisogna farli sopravvivere. Spesso i bandi finanziano la messa a dimora ma non i tre anni successivi di manutenzione, che è il periodo decisivo. Il risultato è che molti alberelli, già a fine seconda estate, sono morti.

Il falso scambio fra albero maturo e alberello

Molti regolamenti comunali del verde prevedono che ad ogni albero abbattuto debba corrispondere una sostituzione; la legge 10/2013 rafforza il principio di incremento e trasparenza del patrimonio arboreo. È un principio sano sul piano normativo, ma sul piano biologico e funzionale è una finzione contabile.

Un platano adulto in un viale urbano contribuisce all’intercettazione delle acque meteoriche, all’ombreggiatura significativa del manto stradale, all’assorbimento di particolato e gas inquinanti, alla riduzione della temperatura percepita sotto la chioma. Un alberello da vivaio, alto due o tre metri, eroga una frazione minima di quegli stessi servizi. Non è una sostituzione: è un investimento a vent’anni, sempre che l’alberello sopravviva.

I numeri di scala aiutano a capire la differenza. La V edizione dell’Atlante delle foreste riporta che un ettaro di foresta urbana rimuove in media 17 chilogrammi all’anno di PM10 e 35,7 chilogrammi all’anno di ozono troposferico, e che le piante in ambito urbano possono ridurre la temperatura a livello del suolo fino a 8 gradi. Un albero di medie dimensioni, in un clima temperato e in un contesto urbano con molti fattori limitanti, assorbe in media fra i 10 e i 20 chilogrammi di anidride carbonica all’anno; una foresta periurbana arriva a sequestrare fino a 1.005 chilogrammi di carbonio all’anno per ettaro, secondo le stime del CNR-IBE riportate nell’Atlante. Sono ordini di grandezza che si raggiungono solo con alberi che hanno avuto il tempo di crescere. Tagliarli e ricominciare da capo non è uno scambio neutro.

Lo studio internazionale del progetto LIFE Airfresh, pubblicato nel 2025 su The Lancet Planetary Health con il contributo dell’ENEA, ha analizzato 744 città europee su un arco di vent’anni, dal 2000 al 2019. Ne emerge che un aumento del 5% della copertura arborea urbana eviterebbe in Europa circa 4.700 morti premature l’anno (arrotondate da ENEA in circa 5.000 nel comunicato stampa); il raggiungimento del 30% di copertura, soglia indicata anche dalla regola 3-30-300, eviterebbe quasi 12.000 morti l’anno. All’inverso, l’azzeramento della copertura arborea urbana porterebbe a un aumento del 19,5% della mortalità da PM2,5, pari a circa 19.000 morti aggiuntive l’anno; del 15% da biossido di azoto e del 22,7% da ozono. Sono epidemiologia, non retorica.

Il caso che conferma tutto: il PNRR forestazione urbana

Il caso più clamoroso di distanza fra regole scritte e attuazione effettiva è quello del PNRR per la forestazione urbana. L’Investimento 3.1 della Missione 2 Componente 4, dotato di 330 milioni di euro per la messa a dimora di 6,6 milioni di alberi nelle quattordici Città metropolitane, doveva essere il fiore all’occhiello della transizione ecologica italiana.

Il Collegio per il controllo concomitante della Corte dei conti, con la delibera 8/2023, ha rilevato fra il 2022 e il 2023 una situazione molto diversa da quella raccontata dal governo. I sopralluoghi dei Carabinieri Forestali hanno accertato che, in molte Città metropolitane finanziate, alla data del controllo non era stato piantato quasi nulla. A Messina, prima beneficiaria con 15,9 milioni di euro per 445.000 piante, gli interventi erano ancora alla fase di studio di fattibilità. A Napoli si stava ancora individuando il vivaio. In altri territori, le piante risultavano già secche o coperte da infestanti per scarsa manutenzione.

Il numero ufficiale di alberi messi a dimora entro il 2022, dichiarato superato dal Ministero, si è raggiunto solo includendo nel conteggio i semi piantati in vivaio: una contabilità che la Corte dei conti ha contestato perché un seme non è un albero. Con la revisione del PNRR approvata dal Consiglio UE l’8 dicembre 2023, l’obiettivo è stato ridimensionato da 6,6 a 4,5 milioni di alberi, i fondi tagliati da 330 a 210 milioni di euro, e il target è stato riformulato in modo da includere ufficialmente, accanto agli alberi messi a dimora, anche il materiale forestale di moltiplicazione (semi o piante). Un secondo target fissa al giugno 2026 il trapianto effettivo di almeno 3,5 milioni di alberi e arbusti. Nella relazione semestrale al Parlamento di marzo 2025, il governo ha rendicontato il superamento del target intermedio di 4,5 milioni di unità messe a dimora entro fine 2024. Vale la pena dirlo chiaramente: se questo è ciò che accade alla principale operazione nazionale di forestazione urbana, è inutile cercare il complotto sotto i marciapiedi. Lo scarto fra promessa scritta e realtà piantata è già documentato, ufficialmente, dalla magistratura contabile.

Il ciclo perverso, raccontato bene

Quando le quattro cause sopra agiscono insieme, il risultato è una catena che si autoalimenta.

Un albero maturo viene capitozzato per «ridurne il rischio». La capitozzatura squilibra il rapporto fra radici e chioma, perché l’albero, privato delle foglie, smette di nutrire le radici di ancoraggio. Nei tre o cinque anni successivi la pianta produce una nuova chioma, ma con rami esili e attaccati male, e con un apparato radicale ormai compromesso. A quel punto l’albero diventa davvero pericoloso. Si decide di abbatterlo, «per sicurezza». Si pianta un alberello al suo posto, in adempimento del regolamento del verde. L’alberello non viene irrigato durante l’estate successiva, oppure lo è in modo discontinuo. Muore entro un paio di stagioni. Si reimpianta un altro alberello. Si ricomincia.

Ogni passaggio, preso da solo, sembra una scelta tecnica neutra. La somma è la perdita progressiva del patrimonio arboreo cittadino. Il cittadino vede solo l’ultimo passaggio, l’abbattimento, e da lì costruisce le proprie ipotesi. Per questo nasce la teoria del complotto: perché chi guarda dal marciapiede non vede la catena.

C’è un ultimo aspetto importante. Capitozzature, mortalità giovane e abbattimenti ripetuti sono spese pubbliche. Ogni passaggio costa al Comune. Sono stati presentati esposti alla Corte dei conti per ipotesi di danno erariale legato a cattiva gestione del patrimonio arboreo. Più una città perde alberi maturi, più aumenta la temperatura percepita d’estate, più crescono i ricoveri ospedalieri durante le ondate di calore, più crescono le bollette di climatizzazione, più crescono i danni urbani da eventi meteorologici estremi privati dell’effetto regolatore delle chiome. Il taglio frettoloso non è gratis. Lo paghiamo in salute, in spesa pubblica spesa due volte, in pezzi di città che diventano invivibili da maggio a settembre.

Cosa puoi pretendere dal tuo Comune

I cittadini italiani hanno strumenti civici concreti per pretendere trasparenza e correttezza nella gestione del verde urbano. Nessuno di questi strumenti richiede competenze legali avanzate. Funzionano se si usano.

Il primo è l’accesso civico generalizzato, ai sensi del decreto legislativo 33/2013. Si può chiedere al Comune copia del regolamento del verde pubblico e privato, del piano del verde, dell’ultimo censimento del patrimonio arboreo, del bilancio arboreo del sindaco, dei capitolati d’appalto in vigore per la gestione del verde, dei verbali di sopralluogo o delle perizie agronomiche prodotte prima di un abbattimento. Su Eywa abbiamo pubblicato una guida operativa con i modelli pronti, in calce a questo articolo trovi i link.

Il secondo è la verifica che le specifiche tecniche e le clausole contrattuali dei CAM 2020 siano state recepite nei capitolati in vigore, con la qualificazione della capitozzatura come pratica incompatibile con la corretta manutenzione ordinaria (salvo casi eccezionali, motivati e documentati), l’obbligo di personale qualificato, la previsione di cure colturali post-impianto. Se un appalto di gestione del verde non inserisce le specifiche tecniche e le clausole contrattuali dei CAM applicabili, può esporsi a contestazioni sulla conformità al Codice dei contratti pubblici. Il Consiglio di Stato (sezione III, sentenza 8171/2024) ha chiarito che il mero richiamo formale ai CAM nei bandi non basta: vanno declinati puntualmente.

Il terzo è la segnalazione documentata. Foto datate, georeferenziazione, eventuale perizia di un agronomo iscritto all’albo se il caso lo merita. La segnalazione va inviata alla polizia locale, ai Carabinieri Forestali se l’albero ricade nei criteri dell’articolo 7 della legge 10/2013 oppure se l’intervento riguarda nidi attivi, specie protette o comporta un rischio concreto di distruzione di habitat riproduttivi tutelati dalla legge 157/1992, e per conoscenza alla Corte dei conti regionale per i casi di sospetto danno erariale.

Vale la pena dirlo chiaramente: questi strumenti non risolvono tutto. Ma costringono l’amministrazione a motivare, a documentare, a rispondere. E questo, in molte amministrazioni italiane, è già un risultato.

Non serve credere a un complotto per capire che qualcosa non funziona. Basta leggere le regole esistenti, controllare se vengono applicate e, dove non lo sono, chiederne conto.

Bibliografia

Approfondimenti Eywa

Perché nelle città italiane tagliano gli alberi. Eywa Divulgazione. Analisi delle ragioni amministrative e tecniche degli abbattimenti urbani.

Capitozzatura degli alberi in città. Eywa Divulgazione. Guida operativa sul perché la capitozzatura è dannosa e quali strumenti civici si possono attivare.

Alberi in città: quali piantare e perché i Comuni sbagliano tutto. Eywa Divulgazione. Sulle scelte di specie sbagliate e sulle conseguenze a lungo termine nei viali urbani.

Il piano del verde: come leggerlo. Eywa Divulgazione. Guida pratica alla lettura del piano del verde comunale.

Abbattimento alberi: atti, perizie, diritti del cittadino. Eywa Divulgazione. Atti da richiedere prima e dopo un abbattimento, perizie, diritti di chi segnala.

Segnalare un problema del verde urbano: guida pratica. Eywa Divulgazione. Procedure di segnalazione, accesso atti, denuncia.

Segnalare un problema al Comune: l’accesso agli atti FOIA. Eywa Divulgazione. Modelli pronti per l’accesso civico generalizzato ai sensi del decreto legislativo 33/2013.

Alberi in città a Genova: il protocollo dati che il verde pubblico deve seguire. Eywa Divulgazione. Il protocollo dati che le amministrazioni dovrebbero seguire prima di abbattere.

Capitozzature in stagione di nidificazione: come i Comuni distruggono i nidi. Eywa Divulgazione. Capitozzature in stagione di nidificazione e violazioni della legge 157/1992.

Alberi nei cantieri urbani: come la tutela viene aggirata. Eywa Divulgazione. Tutela aggirata negli interventi infrastrutturali e di cantiere.

Il parco che non raffredda più: quando il verde urbano perde le sue funzioni. Eywa Divulgazione. Servizi ecosistemici persi quando il patrimonio arboreo viene gestito male.

Roma, città verde d’Europa che non riesce a farsi ombra. Eywa Divulgazione. Case study sulla gestione del verde nella capitale.

Ghost forests in Italia: le foreste fantasma. Eywa Divulgazione. Salinizzazione costiera e foreste che muoiono per innalzamento del livello del mare.

Abbattimento alberi a Cortina per le Olimpiadi 2026. Eywa Divulgazione. Caso di abbattimenti documentati nel contesto olimpico.

Il Giappone e la riforestazione che funziona davvero. Eywa Divulgazione. Controesempio internazionale: piantare con metodo invece che a casaccio.

Singapore oggi, Milano domani: viaggio nelle città che respirano. Eywa Divulgazione. Modelli urbani che hanno fatto del verde un’infrastruttura primaria.

Zollatura e trapianto degli alberi: come riconoscerli. Eywa Divulgazione. Tecnica del trapianto come alternativa all’abbattimento.

Manuale d’uso del balcone che respira: istruzioni per non esperti. Eywa Divulgazione. Cosa può fare un singolo cittadino quando il verde pubblico arretra.

Fonti normative e istituzionali

Repubblica italiana, 2013. Legge 14 gennaio 2013, n. 10 «Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani». Testo coordinato vigente, riferimento per gli articoli 3-bis (censimento e bilancio arboreo) e 7 (alberi monumentali e filari di pregio).

Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, 2020. Decreto 10 marzo 2020 «Criteri ambientali minimi per il servizio di gestione del verde pubblico e la fornitura di prodotti per la cura del verde».

Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, aggiornamento 2024. Pagina ufficiale dei CAM vigenti, con riferimento all’articolo 57 comma 2 del decreto legislativo 36/2023 sull’obbligo di applicazione delle specifiche tecniche e clausole contrattuali dei CAM negli appalti pubblici.

Ministero della transizione ecologica, 2022. Avviso PNRR Investimento 3.1, Missione 2 Componente 4, «Tutela e valorizzazione del verde urbano ed extraurbano». Stanziamento complessivo di 330 milioni di euro per la messa a dimora di 6,6 milioni di alberi nelle quattordici Città metropolitane italiane.

Ministero dell’ambiente, Comitato per lo sviluppo del verde pubblico, 2017. Linee guida per la gestione del verde urbano e prime indicazioni per una pianificazione sostenibile.

Corte dei conti, Sezione centrale di controllo sulle amministrazioni dello Stato, Collegio per il controllo concomitante. Delibera n. 8/2023/CCC del 30 marzo 2023, sull’attuazione del PNRR Investimento 3.1. Rilievi sulla mancata piantumazione effettiva, sull’equiparazione contestata fra semi in vivaio e alberi messi a dimora, sui sopralluoghi dei Carabinieri Forestali nelle Città metropolitane finanziate.

Fonti tecnico-scientifiche

Società italiana di arboricoltura (chapter italiano della International Society of Arboriculture). Protocollo di valutazione di stabilità degli alberi e classi di propensione al cedimento. Riferimento tecnico nazionale: «In nessun caso la capitozzatura può costituire intervento colturale valido».

Società italiana di arboricoltura, 2021. Comunicato sulla capitozzatura come pratica dannosa e antiscientifica e sui rischi di istituzionalizzazione tramite affidamento di interventi a personale non qualificato e a volontari.

Sicard P. e altri autori (Pascu, Petrea, Leca, De Marco, Paoletti, Agathokleous, Calatayud), 2025. «Effect of tree canopy cover on air pollution-related mortality in European cities: an integrated approach». The Lancet Planetary Health, vol. 9, n. 6, giugno 2025, pp. e527-e537. Studio del progetto LIFE Airfresh con il contributo dell’ENEA. Stima centrale: 4.727 morti premature evitate ogni anno (IC 95% 2.067-7.475) nelle 744 città europee analizzate per ogni +5 punti percentuali di copertura arborea; 11.974 morti evitate ogni anno (IC 95% 7.775-14.390) raggiungendo il 30% di copertura per città.

ENEA, 2025. Comunicato stampa sui risultati dello studio LIFE Airfresh. Aumento del 5% della copertura arborea urbana e riduzione di circa 5.000 morti premature l’anno; copertura al 30% e riduzione di quasi 12.000 morti l’anno.

Legambiente, AzzeroCO2 e Compagnia delle foreste per Il Sole 24 Ore, novembre 2025. Atlante delle foreste, V edizione, 2024. Forestazione e servizi ecosistemici. Mappatura dello stato del verde in Italia. I dati su servizi ecosistemici per ettaro di foresta urbana (17 kg/anno di PM10, 35,7 kg/anno di ozono troposferico, sequestro fino a 1.005 kg/anno di carbonio per ettaro in foreste periurbane, riduzione della temperatura al suolo fino a 8 gradi) si trovano a pagina 5, capitolo «Il valore del verde urbano nelle strategie di adattamento al clima che cambia» a firma di Giorgio Zampetti, Direttore Generale Legambiente. La timeline ufficiale della misura PNRR M2C4-I3.1 (forestazione urbana ed extraurbana), comprese le tappe della revisione 2023 e gli aggiornamenti al 2025, è riportata a pagina 35.

Il Floricultore, 2015. Cronaca dell’esposto alla Corte dei conti sul caso Bagnolo Mella. Esposto presentato dall’Associazione florovivaisti bresciani e dalla Società italiana di arboricoltura, per ipotesi di danno erariale e ambientale connesso all’affidamento di interventi di potatura a volontari.

La nave sta ferma, l’aria no: cosa cambia (e cosa no) per i porti italiani

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Se vivete vicino a un porto, conoscete già due segni. Sulle auto parcheggiate al mattino c’è un velo grigio che non viene via con il primo colpo di spugna. Verso il mare, nelle giornate di traffico portuale intenso, c’è una striscia giallognola sospesa appena sopra l’orizzonte. Il primo è fuliggine. La seconda è legata agli ossidi di zolfo, l’anidride solforosa che esce dalle ciminiere e reagisce in atmosfera fino a diventare aerosol di solfati, le particelle che diffondono la luce e tingono il cielo di quel colore inconfondibile. Vengono dallo stesso posto. Dalle navi ormeggiate, che bruciano combustibile anche quando non vanno da nessuna parte.

Una nave all’ormeggio non è una nave spenta. I motori principali tacciono, sì. Ma i generatori ausiliari girano, perché una nave da crociera o un portacontainer è un’intera città galleggiante: ogni cabina ha la sua luce, ogni stiva la sua temperatura controllata, e quella città non stacca mai la corrente. Solo che al posto del contatore Enel ha una ciminiera.

Quello che è cambiato il 1° maggio 2025

Da quel giorno il Mediterraneo è ufficialmente una SECA, sigla che sta per area di controllo delle emissioni di zolfo. In pratica, le navi che lo attraversano devono bruciare combustibile cinque volte più pulito rispetto a prima. Tradotto: prima per ogni cento chili di combustibile marittimo bruciato mezzo chilo era zolfo, ora è un etto. La differenza si sente nei polmoni dei quartieri costieri, e la Commissione europea stima che il solo passaggio al nuovo limite eviterà almeno mille morti premature l’anno nel bacino, e oltre duemila nuovi casi di asma infantile.

È una buona notizia. Va detta con la stessa nettezza con cui va detto il resto. Perché il Mediterraneo è arrivato a questo traguardo diciannove anni dopo il Mar Baltico, che ha la stessa regola dal 2006. Diciassette anni e mezzo dopo il Mare del Nord. Quasi tredici dopo il Nord America. Una delle coste più densamente abitate e turisticamente battute del pianeta, quella su cui si affacciano oltre cinquecento milioni di persone, è stata l’ultima della lista.

Diciannove anni di scarto, mille morti l’anno solo nello scenario più prudente. Il calcolo non lo facciamo noi al posto di chi legge. Serve solo tenere presente la domanda che quel calcolo solleva.

Quello che non è cambiato

La nuova regola tocca lo zolfo, non la combustione. Una nave che brucia combustibile più pulito continua a produrre ossidi di azoto (la famiglia di gas acidi che esce da qualunque motore diesel, dalla nave al camion), particolato ultrafine, carbonio nero, anidride carbonica. Per gli ossidi di azoto nel Mediterraneo non esiste ancora una zona di controllo, e nessuno sa quando arriverà.

E poi resta il punto centrale di tutta la storia. La nave a motori spenti non spegne i generatori ausiliari. Continua a bruciare combustibile in banchina, per ore, talvolta per giorni. Il limite allo zolfo si applica anche lì, certo. Ma l’unico modo vero per spegnere quei generatori è uno solo. Si chiama cold ironing, espressione inglese che significa letteralmente «ferro freddo». Una presa elettrica grande, molto grande, al molo, alla tensione e alla frequenza giuste per alimentare una nave da crociera o un portacontainer mentre è ferma. La nave si attacca alla rete di terra. Le ciminiere si raffreddano. L’aria del quartiere respira.

A che punto è l’Italia, oggi

A questo punto. La cornice europea c’è, e impone l’obbligo per i grandi porti italiani entro il 1° gennaio 2030. I fondi PNRR ci sono, e ammontano a circa 922 milioni di euro per 56 progetti in una quarantina di porti. La scadenza nazionale era fissata al 31 marzo 2026, ed è già stata spostata al 30 giugno 2026 dalla legge n. 50 del 20 aprile scorso. Tre mesi in più, ma anche il segnale chiaro che la prima scadenza non si sarebbe potuta rispettare.

A gennaio 2026 è arrivato il decreto che da anni mancava: il decreto del Ministero delle Infrastrutture n. 10 del 22 gennaio 2026, che finalmente disciplina chi gestirà il servizio di cold ironing nei porti, come si recupereranno i costi, come si farà a evitare che la presa elettrica costi più del combustibile bruciato a bordo. Sulla carta è il passo decisivo. Nella realtà, alla fine di aprile 2026, dalle fonti pubbliche consultabili non risulta ancora un quadro di gare bandite per scegliere i gestori del servizio. Finché le gare non partiranno, anche le banchine già attrezzate non potranno alimentare nessuna nave. La cabina elettrica resterà accesa a vuoto, e i generatori delle navi continueranno a girare.

A Genova, per dare un metro concreto, la cabina è stata installata a dicembre 2025, le prime prove sui Ponti dei Mille Ponente e Andrea Doria Ponente sono partite a marzo, il collaudo tecnico è atteso a giugno, l’individuazione del gestore «subito dopo l’estate». L’operatività piena, se tutto va bene, entro fine 2026. E Genova è il porto italiano più avanti nel processo. Un dato per inquadrare meglio: nel rapporto Transport & Environment di marzo 2026 sull’inquinamento da traghetti, quattro porti italiani sono nella top dieci europea per emissioni. Genova è quinta, Livorno settima, Palermo ottava, Civitavecchia nona.

Tre anni e mezzo, e cosa si può chiedere

In mezzo, fra l’oggi e l’obbligo europeo, ci sono poco più di tre anni e mezzo. Sono ancora un tempo in cui qualcosa si può chiedere, e ottenere.

La prima cosa è informazione. Le Autorità di Sistema Portuale pubblicano lo stato dei lavori PNRR con una granularità insufficiente, banchina per banchina non si capisce niente. Qualsiasi cittadino può chiedere conto, via PEC, alla propria Autorità di Sistema Portuale, usando lo strumento dell’accesso civico generalizzato (il «FOIA italiano» introdotto nel 2016). Eywa ha già depositato richieste per sei porti, e pubblicheremo nei prossimi giorni i modelli pronti da firmare. La seconda cosa è vigilanza sull’aria. ARPAL Liguria e le altre agenzie regionali pubblicano dati, ma servono serie storiche aperte, scaricabili, con la disaggregazione per fonte quando è possibile. Anche questa è una richiesta che si può fare, e Eywa fornirà il modello: chi vuole iniziare prima trova qui il manuale operativo per monitorare l’aria del proprio quartiere. La terza cosa è rappresentanza. I parlamentari del proprio collegio possono porre interrogazioni scritte al Ministero. I consiglieri comunali possono deliberare mozioni di indirizzo alle Autorità di Sistema Portuale. Le mozioni non vincolano, ma creano un fascicolo pubblico. E i fascicoli pubblici, a differenza delle promesse, restano agli atti.

Il combustibile, dal 1° maggio 2025, è più pulito di quanto fosse un giorno prima. Il cavo, in troppi porti italiani, non è ancora in vista. La SECA è arrivata. Adesso serve che arrivino spina e prese elettriche.

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Questo articolo è la sintesi di un’analisi più ampia. Il dossier Eywa completo di 16 pagine e 9 capitoli completi e precisi con riferimenti normativi e una bibliografia completa è disponibile in PDF gratuito.

👉 Scarica il dossier tecnico completo in PDF per approfondire la problematica dell’inquinamento delle navi in porto e delle soluzioni già possibili e la spiegazione di come interfacciarsi con le istituzioni.

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Erosione del suolo: cos’è, cause, conseguenze e come prevenirla

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Cos’è l’Erosione del Suolo 

L’erosione del suolo è il processo di distacco, trasporto e deposizione degli strati superficiali del terreno, causato dall’azione di agenti naturali come acqua, vento e gravità, ma accelerato in misura crescente dalle attività umane. Si tratta di uno dei fenomeni di degrado ambientale più gravi e silenziosi del nostro pianeta: il suolo si perde in modo progressivo e spesso impercettibile, ma i suoi effetti sono profondi e duraturi.

Il suolo è una risorsa considerata non rinnovabile nei tempi della vita umana: occorrono tra i 100 e i 1.000 anni per formare appena 1-3 cm di terra fertile. Per questo motivo, qualsiasi perdita superiore a 1 tonnellata per ettaro all’anno è considerata irreversibile in un arco di 50-100 anni. Secondo l’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, l’erosione del suolo è riconosciuta tra le otto principali minacce per il suolo europeo identificate dalla Strategia Tematica della Commissione Europea. 

I dati globali e Italiani: un’emergenza silenziosa 

L’entità del problema è enorme a scala globale e nazionale. 

Ogni 5 secondi si perde l’equivalente di un campo da calcio di suolo fertile. Circa il 33% dei suoli mondiali è già degradato; entro il 2050 la quota potrebbe superare il 90%.

Il 95% del cibo globale dipende direttamente o indirettamente dal suolo. L’erosione comporta una perdita economica stimata in circa 400 miliardi di dollari all’anno di produzione agricola.

Le stime della Global Soil Partnership (FAO) indicano che ogni anno vengono erose decine di miliardi di tonnellate di suolo dai terreni coltivabili; uno studio su Nature Communications (2017) valuta circa 35 miliardi di tonnellate nel 2001, cresciute del 2,5% entro il 2012.

A livello europeo: 

L’erosione complessiva del suolo nell’Unione Europea ammonta a 1 miliardo di tonnellate all’anno.  Circa il 24% della superficie agricola UE è colpita dall’erosione idrica; tale quota potrebbe crescere fino al 25% entro il 2050. L’erosione idrica non sostenibile colpisce circa il 32% dei terreni agricoli europei.

A livello italiano: 

L’Italia perde mediamente 8,77 tonnellate per ettaro all’anno per erosione idrica, valore nettamente superiore alla media europea. L’80% dei terreni agricoli italiani, pari al 23% del territorio nazionale, è soggetto a fenomeni erosivi. Il 17,4% della superficie nazionale risulta in stato di degrado, secondo i dati ISPRA al 2019.

Tra il 2012 e il 2019, l’erosione ha interessato circa 540 km² di territorio italiano, soprattutto nelle aree percorse da incendi. In Italia è andato perso il 28% dei terreni coltivabili negli ultimi 25 anni.

La collina, pur occupando solo il 17% del territorio dell’Emilia-Romagna, contribuisce al 51% del totale del suolo eroso nella regione, con valori medi di erosione di 31,73 Mg/ha/anno.

I tipi di erosione del suolo 

Germoglio che viene battuto dalla pioggia

L’erosione si manifesta in forme diverse, a seconda dell’agente principale e delle caratteristiche del territorio. È possibile distinguere tre macro-categorie principali.

Erosione idrica 

È la forma più diffusa, causata dall’acqua piovana e dal ruscellamento superficiale (runoff). L’acqua in caduta colpisce il suolo, disgrega gli aggregati e trasporta le particelle a valle. Si suddivide in più stadi progressivi:

Tipo Descrizione 
Splash erosion (erosione per gocce) Le gocce di pioggia (diametro ~5 mm, velocità ~32 km/h) colpiscono il suolo disaggregando le particelle. È il primo stadio del processo.
Sheet erosion (erosione laminare) Rimozione uniforme di un sottile strato superficiale su ampie superfici. Spesso non riconoscibile immediatamente, ma responsabile di enormi perdite di nutrienti. 
Rill erosion (erosione per rigagnoli/solchi) L’acqua si incanalizza in piccoli solchi (rill) sempre più profondi. Segue la fase laminare e può evolvere in forme più gravi.
Gully erosion (erosione per burroni) Formazione di canali profondi e larghi che rendono il terreno inutilizzabile per l’agricoltura. Forma più severa e difficilmente reversibile.
Erosione spondale Erosione delle rive dei fiumi durante le piene, con alterazione del corso idrico e danni alle infrastrutture.
Erosione sotterranea (piping) L’acqua si incanala sotto la superficie creando cavità che possono causare il crollo delle strutture sovrastanti. 

Erosione eolica 

Causata dal vento, che solleva e trasporta le particelle di suolo più fini, tipicamente in ambienti aridi, semi-aridi o privi di copertura vegetale. Colpisce soprattutto le zone pianeggianti esposte e i terreni con scarsa umidità. Oltre alla perdita di suolo, produce fenomeni di desertificazione.

Erosione gravitazionale 

Include smottamenti, colate detritiche e frane, tipici delle zone collinari e montuose. Si verifica quando la forza di gravità supera la resistenza degli strati del suolo, spesso in concomitanza con precipitazioni intense o incendi. 

L’erosione è un processo naturale, ma le attività umane la accelerano drasticamente. Le cause si dividono in naturali e antropiche. 

Piogge intense e concentrate: l’intensità delle precipitazioni è il principale fattore climatico. Piogge forti, specialmente dopo lunghi periodi di siccità, aumentano notevolmente il rischio erosivo.

Pendenza e morfologia del terreno: i versanti ripidi favoriscono il deflusso rapido delle acque e l’erosione.

Caratteristiche geologiche e pedologiche: la composizione del suolo (erodibilità, permeabilità, struttura degli aggregati) ne determina la vulnerabilità.

Vento: nei climi aridi, il vento erode e trasporta le particelle superficiali più fini.

Incendi: distruggono la copertura vegetale e alterano le proprietà idrauliche del suolo, rendendolo più vulnerabile all’erosione. Studi dimostrano che la perdita di suolo in aree forestali può essere 150% superiore in caso di concomitanza di piogge estreme e incendi.

Cause umane

Deforestazione: la rimozione di alberi e vegetazione espone il suolo all’azione diretta di pioggia e vento.

Pratiche agricole non sostenibili: aratura profonda e frequente, monocoltura, sovrairrigazione e uso di macchinari pesanti compattano il suolo riducendone la permeabilità.

Pascolo eccessivo (overgrazing): il bestiame distrugge la copertura erbacea e compatta il terreno, aumentandone la vulnerabilità all’erosione.

Terreni lasciati nudi: i campi privi di coltura o copertura vegetale dopo il raccolto sono i più esposti all’azione erosiva.

Rimozione di siepi e fasce tampone: le piante ai bordi dei campi fungono da barriere naturali contro l’erosione eolica e idrica.

Costruzione e urbanizzazione: la realizzazione di strade e infrastrutture destabilizza il suolo e aumenta il ruscellamento superficiale.

Cambiamenti climatici: modificando i cicli idrologici, aumentano la frequenza e l’intensità degli eventi meteorologici estremi, aggravando i processi erosivi. Proiezioni scientifiche indicano un aumento dell’erosione dal 30 al 66% entro il 2070 rispetto al 2015.

Il Modello RUSLE: come si misura l’erosione 

La quantità di suolo eroso viene stimata principalmente con la RUSLE (Revised Universal Soil Loss Equation), un’equazione empirica internazionale, adottata anche a livello europeo e dall’ISPRA.

L’USDA considera tollerabile un tasso di erosione fino a 11,2 Mg/ha/anno per suoli profondi e a substrato rinnovabile. I dati europei collocano l’Italia ben al di sopra della media continentale.

Coltivazioni su un terreno secco

Le ripercussioni dell’erosione si fanno sentire su molteplici livelli: ambientale, agricolo, economico e sociale.

Perdita di Fertilità 

L’erosione rimuove lo strato più superficiale del suolo, ricco di sostanza organica, minerali e microorganismi essenziali alla vita delle piante. Il suolo restante è meno fertile, più povero e meno produttivo. Le colture risentono immediatamente di questa perdita: le radici trovano meno acqua, meno ossigeno e meno nutrienti. Il 68% dei terreni agricoli italiani ha già perso oltre il 60% del carbonio organico originariamente presente.

L’erosione prolungata può avviare terreni fertili verso la desertificazione: la perdita irreversibile della capacità produttiva del suolo. In Italia il fenomeno è particolarmente evidente al Sud, dove i periodi di siccità si sommano a un’erosione già intensa. Secondo l’ISPRA, il 17,4% della superficie nazionale mostra segni di degrado avanzato.

Il materiale eroso trasporta con sé fertilizzanti, pesticidi e metalli pesanti verso i corsi d’acqua, causando inquinamento diffuso e fenomeni di eutrofizzazione di fiumi e laghi. Questo compromette gli ecosistemi acquatici e riduce la qualità dell’acqua potabile. 

Rischio Idrogeologico 

L’erosione riempie di sedimenti i corsi d’acqua, riducendone la capacità di portata e aumentando il rischio di esondazioni e alluvioni. Sui versanti collinari e montani, l’indebolimento dello strato superficiale del suolo può innescare frane e smottamenti.

L’erosione riduce la capacità del suolo di sequestrare carbonio. Quando il suolo si degrada, il carbonio organico viene liberato nell’atmosfera, contribuendo all’aumento dei gas serra. Studi dell’UE stimano che l’erosione accelerata nei terreni agricoli europei potrebbe portare a un aumento del 35% del carbonio “eroso” nel periodo 2016-2100. 

Perdita di Biodiversità 

Il suolo ospita una straordinaria varietà di organismi — batteri, funghi, lombrichi, insetti — che regolano i cicli biogeochimici fondamentali. L’erosione distrugge questo ecosistema sotterraneo, riducendo la biodiversità complessiva del territorio.

Come prevenire e contrastare l’erosione del suolo 

La buona notizia è che l’erosione può essere significativamente ridotta con pratiche corrette di gestione del suolo. Le soluzioni più efficaci combinano misure agronomiche, strutturali e normative.

Mantenere il terreno coperto è la difesa più efficace contro l’erosione. Le colture di copertura (leguminose, cereali autunnali, brassiche) proteggono la superficie dal dilavamento e migliorano la struttura del suolo. Studi dimostrano che le cover crops possono ridurre le perdite di sedimento mediamente di 20,8 tonnellate per acro rispetto ai terreni non protetti nei campi a lavorazione tradizionale. La senape, ad esempio, riduce la perdita di suolo fino all’82% rispetto a un terreno senza copertura.

Agricoltura Conservativa 

L’agricoltura conservativa riduce o elimina l’aratura, favorisce la rotazione delle colture e mantiene i residui colturali sul suolo. La riduzione delle lavorazioni profonde diminuisce la dispersione degli aggregati del suolo e incrementa la vita biologica (in particolare i lombrichi).

Terrazzamenti 

Nelle zone collinari e montane, i terrazzamenti frenano il deflusso dell’acqua, riducono la pendenza effettiva e minimizzano l’erosione. È una delle tecniche tradizionali più efficaci, ancora ampiamente applicata in molte aree del Mediterraneo.

La piantumazione di alberi e siepi lungo i margini dei campi o all’interno dei sistemi colturali stabilizza il suolo con le radici, riduce la velocità del vento e del deflusso idrico. I sistemi agroforestali, che integrano colture agricole con specie arboree, sono tra le soluzioni più efficaci per la conservazione del suolo a lungo termine, specialmente per le piccole aziende nei Paesi in via di sviluppo.

Le fasce verdi ai bordi dei campi (siepi, alberi, erba alta) fungono da barriere fisiche che rallentano il deflusso dell’acqua e trattengono i sedimenti prima che raggiungano i corsi d’acqua. 

Arare seguendo le curve di livello del terreno, e non perpendicolarmente alla pendenza, riduce la velocità di deflusso dell’acqua e quindi la forza erosiva.  Evitare il sovraccarico di bestiame su un’area, praticare il pascolo rotazionale e mantenere la copertura erbacea sono misure fondamentali per ridurre l’erosione nei pascoli.

Normativa e politiche 

La Strategia Europea per la Biodiversità e l’Agenda 2030 dell’ONU (obiettivo 15.3) prevedono il ripristino dei terreni degradati e la lotta alla desertificazione. In Italia, la normativa PAC (Politica Agricola Comune) impone alle aziende agricole che ricevono sussidi di garantire una copertura vegetale minima del suolo per almeno 90 giorni nel periodo novembre-maggio.

Il legame tra erosione e cambiamenti climatici 

L’erosione del suolo e i cambiamenti climatici si alimentano a vicenda in un circolo vizioso. Le precipitazioni più intense e concentrate dopo periodi di siccità — un pattern sempre più frequente a causa del riscaldamento globale — aumentano direttamente il rischio erosivo. Al tempo stesso, l’erosione riduce la capacità del suolo di sequestrare carbonio atmosferico, aggravando il riscaldamento globale.

Le proiezioni per il futuro sono preoccupanti: secondo scenari analoghi a quelli IPCC, l’erosione del suolo potrebbe aumentare dal 30 al 66% entro il 2070 rispetto ai livelli del 2015, a seconda delle politiche adottate in materia di uso del suolo e cambiamenti climatici. Per compensare le perdite attese negli scenari peggiori, le tecniche di agricoltura conservativa dovrebbero essere applicate su almeno il 60% dei terreni coltivabili nel mondo (contro l’attuale 11-14%).

L’erosione del suolo in Italia: un quadro di sintesi 

L’Italia presenta caratteristiche geografiche e climatiche che la rendono particolarmente vulnerabile all’erosione: orografia prevalentemente collinare e montuosa, precipitazioni spesso intense e concentrate, agricoltura diffusa su versanti acclivi. Il Sud è la zona più a rischio a causa della combinazione di siccità prolungate, piogge intense stagionali e suoli già degradati. 

Secondo il Rapporto “Il suolo italiano ai tempi della crisi climatica” (Re Soil Foundation, 2023), redatto con il contributo di Università di Bologna e Politecnico di Torino: 

47 su 100 metri quadrati di suolo italiano presentano qualche forma di degrado. L’80% dei terreni agricoli è sottoposto a fenomeni erosivi. Il 68% ha perso oltre il 60% del carbonio organico originario 

Il vicedirettore generale FAO Maurizio Martina ha avvertito: “Senza un’inversione di tendenza, potremmo perdere la totalità della terra fertile e coltivabile entro i prossimi 60 anni”.  

L’erosione del suolo è un’emergenza ambientale che tocca la sicurezza alimentare, la stabilità degli ecosistemi e la mitigazione dei cambiamenti climatici. In Italia e nel mondo, il suolo si perde molto più velocemente di quanto si formi. La combinazione di pratiche agricole insostenibili, deforestazione e cambiamenti climatici ha portato il sistema al limite. Le soluzioni esistono e sono accessibili — dall’agricoltura conservativa alle cover crops, dai terrazzamenti al rimboschimento — ma richiedono una volontà politica e una consapevolezza pubblica ancora insufficienti.

Proteggere il suolo significa proteggere il cibo che mangiamo, l’acqua che beviamo e il clima del pianeta. 

Fonti principali: ISPRA, FAO Global Soil Partnership, Re Soil Foundation, Scienza in Rete (SNPA), Arpae Emilia-Romagna, Joint Research Centre UE. 

Bibliografia

  1. Erosione del suolo — Italiano – ISPRA 
  2. Soil Erosion: Causes, Effects, and Prevention – OHSE – Soil erosion is the gradual wearing away of topsoil due to natural elements such as wind, water, or … 
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  15. Soil Erosion, Definition, Types, Causes, Factors, Impact – Soil erosion explained with definition, types, causes and impacts on agriculture, land degradation a… 
  16. Emilia-Romagna – Erosione suolo – null 
  17. Soil Erosion: Meaning, Types, Causes, Effects – Allen – Soil erosion is the detachment, transport, and deposition of the topmost layer of soil from one loca… 
  18. [PDF] Il processo di erosione.pdf – Avviene quando si ha rimozione uniforme di suolo dalla superficie ad opera dell’acqua che comincia a… 
  19. Soil Erosion: The Main Types, Causes, And Control Measures – Soil erosion is a form of land degradation caused by natural and anthropogenic factors. Timely preve… 
  20. Desertificazione: cos’è, cause e soluzioni – Enel Green Power – La desertificazione è un processo di degrado del suolo che trasforma terre fertili in aree aride e d… 
  21. L’erosione del suolo – Unife 
  22. Erosione idrica del suolo 
  23. Erosione del suolo – Piattaforma Nazionale Adattamento … 
  24. L’erosione del suolo – regione campania – assessorato agricolturaagricoltura.regione.campania.it › pdf › er… 
  25. Soil Erosion: Causes, Effects, and Prevention Strategies – Delve into its causes, ranging from natural forces to human activities, and uncover the far-reaching… 
  26. Come prevenire l’erosione del suolo? Pratiche agrotecniche e … – Riduci l’erosione, migliora la struttura del suolo e aumenta le rese con metodi moderni e sostenibil… 
  27. Il Degrado del suolo — Italiano – ISPRA – Il degrado del suolo sta avvenendo a un ritmo allarmante, contribuendo a un drammatico declino della… 
  28. Cover Crops at Work: Covering the Soil to Prevent Erosion – SARE – An overview of cover crop impacts on soil losses from agricultural production systems.1 Download thi… 
  29. Soluzioni per ridurre l’erosione in terreni collinari e … – Elaborare un modello di agricoltura conservativa che contrasti i fenomeni erosivi del suolo e che mi… 
  30. The Causes and Effects of Soil Erosion, and How to Prevent It – Soil is eroding more quickly than it is being formed. Sustainable land management can help control s… 
  31. Copertura vegetale dei terreni per prevenire l’erosione del suolo … 

Cosa sono le foreste temperate: il bioma a quattro stagioni

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Le foreste temperate sono un bioma terrestre che si sviluppa nelle fasce climatiche a quattro stagioni, dove la temperatura media annuale oscilla tra i tre e i diciotto gradi e le precipitazioni, distribuite nell’arco dell’anno, variano tra i cinquecento e i millecinquecento millimetri. Sono dominate da alberi a foglia larga, in larga parte caducifoglie, e costituiscono il paesaggio forestale più diffuso in Europa, Nord America orientale e Asia nord-orientale. In Italia coprono gran parte dell’Appennino e delle aree prealpine, dal castagno di bassa quota alle faggete sommitali.

Sono foreste familiari. Le vediamo dal finestrino salendo in montagna, le attraversiamo per un pranzo in agriturismo, le riconosciamo nei rossi del foliage di novembre. Proprio perché così vicine, tendiamo a sottovalutarle. In realtà sono tra gli ecosistemi più alterati del pianeta: in Europa le foreste temperate allo stato primario sono meno dell’uno per cento della superficie forestale residua. Il resto è stato tagliato, piantato, convertito, frammentato. Capire cosa sono le foreste temperate è il primo passo per leggerle in modo diverso, e per riconoscere quando vengono sacrificate in nome del «green» che non c’è.

Dove si trovano le foreste temperate nel mondo

Le foreste temperate occupano una fascia abbastanza definita dell’emisfero boreale, tra i trenta e i cinquantacinque gradi di latitudine. In Europa si estendono dalla Francia atlantica alla Polonia orientale, risalendo fino alla Scandinavia meridionale. In Nord America coprono l’intera fascia orientale degli Stati Uniti e il sud del Canada. In Asia orientale dominano il paesaggio di Giappone, Corea e Cina nord-orientale, con una diversità vegetale eccezionale perché la regione ha sofferto meno le glaciazioni e ha conservato specie relitte.

Esistono anche foreste temperate nell’emisfero australe, in Cile meridionale, Nuova Zelanda e Tasmania: in quei contesti l’umidità elevata fa parlare più precisamente di foreste temperate pluviali, un sottotipo in cui le piogge superano i duemila millimetri annui.

In Italia il bioma è presente praticamente ovunque il paesaggio non sia stato trasformato in coltivo o in costruito. Copre i rilievi appenninici, le Prealpi, le aree collinari di mezza quota. Si tratta per lo più di foreste secondarie, ricresciute dopo l’abbandono dei pascoli e dei coltivi marginali nel Novecento. Sono boschi giovani, strutturalmente semplificati, che hanno bisogno di tempo e di tutela per tornare a funzionare come ecosistemi maturi.

Il clima che definisce il bioma

Quattro stagioni distinte, piogge distribuite durante l’anno, temperature medie annuali miti: nessun mese troppo freddo, nessuno torrido. Estati non aride, inverni non artici. È un clima di equilibrio, che permette alle specie arboree di seguire un ciclo annuale scandito: ripresa vegetativa in primavera, crescita in estate, riposo invernale.

Da questo clima deriva una delle firme più riconoscibili del bioma, la caduta delle foglie. La gran parte degli alberi delle foreste temperate sono caducifoglie: perdono il fogliame in autunno. Non è una coincidenza estetica; è una strategia evolutiva per ridurre le perdite d’acqua nei mesi in cui il suolo può congelare e l’acqua liquida diventa difficile da assorbire. Da qui il termine tecnico «foreste temperate decidue», che definisce il sottotipo più diffuso alle nostre latitudini.

La flora delle foreste temperate

La composizione varia per continente. In Europa dominano il faggio (Fagus sylvatica), diverse specie di quercia (cerro, rovere, roverella, farnia), il carpino, il frassino, l’acero montano, il tiglio. In Nord America lo spettro si allarga: aceri da zucchero, betulle gialle, querce bianche e rosse, noci americani, faggi nordamericani. In Asia orientale la diversità arborea raddoppia rispetto all’Europa, proprio per la continuità climatica conservata nei millenni.

Un bosco temperato maturo non è solo chioma. Ha diversi strati sovrapposti: una chioma principale, uno strato intermedio di arbusti e giovani alberi, un piano erbaceo di felci e fioriture di sottobosco, e infine il suolo con muschi, licheni, funghi e lettiera in decomposizione. È la stratificazione a reggere la biodiversità del bioma: ogni livello ospita specie specialiste, adattate a quel microclima e a quella disponibilità di luce.

La fauna delle foreste temperate

Nei boschi temperati italiani ed europei vivono specie che il grande pubblico conosce poco ma che sono parte integrante del paesaggio. Il cervo, il capriolo, il cinghiale. Il lupo, tornato a popolare Appennini e Alpi dopo la pressione venatoria novecentesca. L’orso bruno marsicano, superstite in Abruzzo con una popolazione sotto i cinquanta individui. Il tasso, la martora, la volpe, lo scoiattolo rosso. E poi centinaia di specie di uccelli, dai picchi ai rapaci notturni, passando per i passeriformi migratori che usano questi boschi come stazione di sosta sulla rotta fra Africa ed Europa settentrionale.

C’è poi la fauna invertebrata, quella che i censimenti spesso non catturano ma che regge il sistema: migliaia di specie di insetti, molluschi, aracnidi, collemboli. Su di loro poggiano la decomposizione della lettiera, l’impollinazione, il riciclo dei nutrienti. Se spariscono loro, il bosco smette di funzionare, anche se restano in piedi i tronchi.

Foreste temperate decidue e foreste temperate sempreverdi

Il bioma non è monolitico. La distinzione più importante è quella tra foreste temperate decidue, dove le latifoglie perdono le foglie in autunno, e foreste temperate sempreverdi, dove le stesse latitudini sono occupate da latifoglie a foglia persistente o da miste con conifere. Le prime sono il paesaggio tipico dell’Europa centrale e degli Stati Uniti orientali. Le seconde sono più diffuse nell’emisfero australe e in alcune aree atlantiche come la Cornovaglia o la costa basca, dove il clima oceanico e la scarsa escursione termica rendono meno vantaggiosa la strategia del riposo invernale.

Foreste temperate e foreste boreali: la differenza in sintesi

Le foreste boreali (la taiga) si trovano più a nord, oltre il cinquantacinquesimo parallelo, in un clima dove l’inverno dura sei o sette mesi. Sono dominate da conifere (abete rosso, pino silvestre, larice, abete bianco) e hanno una biodiversità arborea molto più povera. Le foreste temperate, collocate a sud, hanno stagioni meno estreme, latifoglie caducifoglie come specie dominanti e una ricchezza di specie animali e vegetali nettamente superiore. In montagna i due biomi si sfiorano: nelle Alpi italiane il passaggio dal faggio all’abete rosso è un esempio di transizione tra foresta temperata e foresta subboreale di quota.

Foreste temperate in Italia: dagli Appennini alle Alpi

In Italia il bioma si esprime in forme diverse a seconda della quota. In pianura quasi non esiste più: le foreste planiziali di farnia e carpino sono state cancellate dall’agricoltura e dall’urbanizzazione fin dal Medioevo, e oggi ne restano frammenti minuscoli (Bosco della Fontana, Bosco di Mesola, residui planiziali friulani). Nelle aree collinari e submontane sopravvivono boschi di cerro, roverella e castagno, con l’acero campestre, il carpino nero e l’orniello.

In montagna arrivano le faggete, che nell’Appennino toccano i duemila metri di quota. Le faggete vetuste italiane, dall’Abruzzo al Pollino, sono iscritte nel patrimonio mondiale Unesco come parte del bene seriale transnazionale «Ancient and Primeval Beech Forests of the Carpathians and Other Regions of Europe». Sono tra i pochi frammenti di foresta temperata europea ancora assimilabili a uno stato primario, con alberi di oltre cinquecento anni e una stratificazione quasi intatta.

Le minacce alle foreste temperate

Tre pressioni pesano oggi sulle foreste temperate italiane ed europee. La prima è la conversione: quando una foresta viene tagliata per far posto a cantieri, infrastrutture, impianti sportivi o energetici, il bosco non torna, o torna dopo generazioni. La seconda è la frammentazione, cioè la riduzione delle foreste a isole disconnesse che le specie animali non riescono più ad attraversare. Strade, elettrodotti, zone industriali tagliano i corridoi ecologici e isolano popolazioni che lentamente si impoveriscono geneticamente. La terza è il cambiamento climatico, che sta spostando verso nord e verso l’alto la fascia climatica in cui queste foreste riescono a vivere. Il faggio italiano sta già perdendo terreno alle quote più basse, soppiantato da specie più termofile.

A queste pressioni si aggiungono pratiche di gestione discutibili: tagli eccessivi spacciati per «manutenzione», piantagioni monospecifiche passate per rimboschimento, capitozzature urbane che replicano in città la stessa logica predatoria che danneggia i boschi extraurbani. Il filo che lega la deforestazione di Cortina, il taglio di viali storici nelle città italiane e la monocoltura forestale finanziata come «energia verde» è lo stesso: chiamare sostenibile un’operazione che di sostenibile non ha nulla.

Perché proteggere le foreste temperate

Le foreste temperate assorbono anidride carbonica. Regolano il ciclo dell’acqua. Stabilizzano i suoli. Riducono il rischio idrogeologico delle aree a valle. Ospitano una quota di biodiversità non sostituibile con altri ambienti. Forniscono servizi ecosistemici che, se dovessero essere replicati con opere artificiali, costerebbero cifre fuori scala: ogni ettaro di bosco maturo vale, in termini di servizi quantificati, diverse migliaia di euro l’anno.

C’è poi un argomento che non entra nei bilanci. I boschi temperati italiani sono i luoghi in cui si è sedimentata per secoli la memoria del paesaggio: transumanze, carbonaie, rivolte contadine, resistenza partigiana, pellegrinaggi. Tagliare un bosco maturo significa cancellare una stratificazione culturale oltre che ecologica. E significa farlo in tempi in cui ricostruirla, se mai ci riuscissimo, richiederebbe secoli.

Capire cosa sono le foreste temperate significa dotarsi dello strumento minimo per distinguere una gestione forestale seria da una narrazione di comodo. È il punto di partenza di un’educazione civica ambientale che non si fermi allo slogan.

Bibliografia

https://www.reteruralenazionale.it/inventarioforestale. CREA e Arma dei Carabinieri, 2021. Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi Forestali di Carbonio (INFC 2015), rilevazioni sulla superficie forestale italiana e la sua composizione.

https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/stato-dellambiente. ISPRA, 2024. Annuario dei dati ambientali, capitoli su foreste, biodiversità e uso del suolo.

https://www.eea.europa.eu/publications/state-of-nature-in-the-eu-2020. European Environment Agency, 2020. State of nature in the EU, rapporto sullo stato di conservazione degli habitat forestali europei ai sensi delle Direttive Habitat e Uccelli.

https://whc.unesco.org/en/list/1133. Unesco World Heritage Centre, 2017 e aggiornamenti successivi. Ancient and Primeval Beech Forests of the Carpathians and Other Regions of Europe, scheda del bene seriale transnazionale che include le faggete vetuste italiane.

https://www.fao.org/forest-resources-assessment. FAO, 2020. Global Forest Resources Assessment, dati globali sullo stato delle foreste e sui tassi di deforestazione e degrado forestale.

https://www.reteclima.it. Rete Clima, 2023. Materiali divulgativi su biomi forestali, servizi ecosistemici e assorbimento di carbonio delle foreste temperate.

https://eywadivulgazione.it. Eywa Divulgazione, 2025. Sezione dossier: investigazioni su deforestazione, capitozzatura urbana, biomasse e gestione forestale in Italia.

Disinfestazioni antizanzare urbane: cosa finisce davvero nell’aria delle nostre città

Arriva giugno e torna il rito. Il furgone passa all’alba, la nebbia bianca striscia lungo i marciapiedi, l’avviso sul portone è comparso la sera prima. Finestre chiuse, panni ritirati, ciotola del gatto dentro casa, bambini lontani dai giardini pubblici per qualche ora. Si chiama adulticidazione, in gergo tecnico, e in molti Comuni italiani è ormai una consuetudine estiva così radicata che nessuno si chiede più cosa contenga quella nebbia, chi l’abbia scelta, e su quale base.

Eppure la domanda è semplice, e ha una risposta scritta. Da qualche parte, in un ufficio comunale, esistono una determina di affidamento, un capitolato tecnico, una scheda di sicurezza. Sono atti pubblici. Il cittadino ha diritto di leggerli, e spesso non sa di averlo.

Tre livelli di lotta, una sola prassi

Combattere le zanzare in città non è una faccenda binaria. Le indicazioni tecniche dell’ISPRA (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e quelle dell’Istituto Superiore di Sanità descrivono da anni una gerarchia a tre gradini. Il primo è la prevenzione: rimuovere i ristagni d’acqua dove le zanzare depongono le uova, cioè tombini, caditoie, sottovasi, copertoni abbandonati, grondaie intasate. Il secondo è il controllo larvale, ovvero trattamenti mirati nei focolai che non si possono eliminare fisicamente, usando prodotti biologici selettivi come il «Bacillus thuringiensis israelensis», un batterio del suolo i cui cristalli proteici agiscono in modo molto più selettivo degli insetticidi chimici, colpendo principalmente le larve di zanzare, simulidi e alcuni altri ditteri nematoceri. Il terzo, l’ultimo, è l’adulticidazione, cioè la nebulizzazione che tutti conosciamo, prevista solo come misura d’emergenza in situazioni circoscritte, per esempio in presenza di focolai accertati di arbovirosi, le malattie trasmesse da zanzare come Dengue, Chikungunya, West Nile.

In una parte ampia della prassi comunale italiana, questa piramide è rovesciata. L’adulticida viene in testa, il larvicida viene saltato o fatto in fretta, la prevenzione viene scaricata sul cittadino con un’ordinanza infilata sul sito comunale a maggio inoltrato. E qui sta il punto: non è un problema di zanzare, è un problema di programmazione.

Le specie con cui abbiamo a che fare, peraltro, sono almeno due, e vanno trattate in modo diverso. «Aedes albopictus», la zanzara tigre, si riproduce in piccoli volumi d’acqua, anche un tappo di bottiglia rovesciato in un vaso, e vive a stretto contatto con noi, nei cortili, nei balconi, nelle aiuole. «Culex pipiens», la zanzara comune, preferisce acque più ferme e più ampie, caditoie, vasche, fossi. Bombardarle entrambe con la stessa nebulizzazione serale è, nel migliore dei casi, un colpo di ramazza. Nel peggiore, un danno collaterale generalizzato.

Piretroidi: cosa c’è davvero in quella nebbia

Veniamo al contenuto del furgone. Fra le molecole più utilizzate nelle disinfestazioni adulticide urbane italiane ci sono i piretroidi di sintesi, in particolare la permetrina e la deltametrina. Un Quaderno ISPRA del 2015, uno dei documenti tecnici italiani più organici sul tema, ha stimato in circa 150 milioni di euro l’anno la spesa delle amministrazioni pubbliche italiane per la profilassi antizanzara, con quantitativi di sostanze attive riversate nell’ambiente di rilievo. Non stiamo parlando di una voce marginale di bilancio, ma di una spesa pubblica significativa, sulla quale il dibattito cittadino resta limitato.

I piretroidi di sintesi sono analoghi sintetici delle piretrine naturali estratte dal «Chrysanthemum cinerariifolium», il piretro, e rispetto a queste ultime sono generalmente più stabili, motivo per cui sono diventati lo standard dei formulati insetticidi. Agiscono sul sistema nervoso degli insetti mantenendo aperti i canali del sodio delle cellule nervose: in parole povere, provocano iperattività nervosa, paralisi e morte.

Finora sembrerebbe quasi una buona notizia. Il problema è un dettaglio che nei comunicati comunali non compare quasi mai: i piretroidi sono insetticidi ad ampio spettro. Le stesse Linee guida regionali dell’Emilia-Romagna 2024 lo dicono con chiarezza: gli adulticidi non sono selettivi, colpiscono anche insetti utili come api, farfalle e altri impollinatori, e presentano profili ecotossicologici rilevanti per gli organismi acquatici. La selettività promessa nei manifesti comunali è soprattutto una selettività di orario, non di bersaglio biologico: il trattamento notturno riduce il rischio di esposizione diretta per le api bottinatrici, ma non elimina l’impatto sulla fauna non bersaglio.

Il quadro europeo di riferimento è il Regolamento UE 528/2012 sui biocidi, che fissa regole stringenti su autorizzazione, etichettatura, valutazione dei rischi. Regole che esistono sulla carta. Verificare se vengono rispettate, appalto per appalto, è un altro paio di maniche, e un successivo Quaderno ISPRA del 2022 sui biocidi e il principio di precauzione lo dice senza giri: la disciplina italiana andrebbe aggiornata per regolare l’uso dei prodotti antizanzara in chiave sostenibile, privilegiando la gestione integrata.

Il paradosso delle città amiche delle api

Vale la pena dirlo chiaramente. Molti dei Comuni che oggi firmano patti simbolici per la tutela degli impollinatori, aderiscono a reti europee sulla biodiversità urbana, finanziano corridoi ecologici e aiuole fiorite insieme alle scuole, sono gli stessi che in parallelo affidano contratti pluriennali di disinfestazione adulticida a base di permetrina o deltametrina. Non è malafede, nella maggior parte dei casi. È compartimentazione amministrativa: un ufficio scrive la delibera ambientale, un altro firma la determina di igiene pubblica, e i due documenti raramente si incontrano. Il risultato è che si costruisce un hotel per api a marzo e si nebulizza il parco a giugno.

Gli effetti non restano nei parchi. I piretroidi dilavano con la pioggia nelle caditoie, finiscono nei canali, raggiungono i corpi idrici, dove la letteratura scientifica internazionale e i documenti tecnici di riferimento convergono su un punto essenziale: in ambiente urbano queste molecole non spariscono dopo l’alba, possono redistribuirsi tra acqua di dilavamento, sedimenti dei corpi idrici, microfauna del suolo, superfici trattate. L’impatto sugli invertebrati acquatici, che stanno alla base della catena alimentare dei pesci, è documentato, così come l’impatto sugli impollinatori.

L’alternativa che esiste, e che qualcuno già pratica

Non stiamo parlando di utopia. L’Emilia-Romagna ha strutturato e progressivamente consolidato, a partire dall’epidemia di chikungunya del 2007, un piano regionale di sorveglianza e controllo delle arbovirosi che ribalta la piramide, mette al primo posto il monitoraggio entomologico (cioè contare davvero le zanzare nei vari quartieri, con trappole, prima di decidere dove intervenire), punta massicciamente sul controllo larvale nelle caditoie stradali, coinvolge cittadini e scuole nella rimozione dei focolai. Il Centro Agricoltura Ambiente «Giorgio Nicoli» di Crevalcore, riferimento italiano sulla materia, documenta da anni l’efficacia di questo approccio.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo chiama «Integrated Vector Management», gestione integrata dei vettori, e lo indica come quadro operativo raccomandato a livello internazionale. In Italia il quadro nazionale è il Piano nazionale di prevenzione, sorveglianza e risposta alle Arbovirosi 2020-2025 (sancito con Accordo Stato-Regioni del 15 gennaio 2020 e prorogato per l’anno 2026), che conferma prevenzione e controllo larvale come prima linea d’intervento. Non è una moda ambientalista. È la raccomandazione sanitaria.

Perché allora tanti Comuni restano fermi all’adulticida? Due ragioni, poco eroiche. La prima è che la lotta integrata richiede personale, mappe dei focolai, sopralluoghi, continuità, cose che costano tempo e non si improvvisano a giugno. La seconda è che il furgone che passa all’alba è visibile, rassicurante, fotografabile. Si vede che il Comune «sta facendo qualcosa». Il tecnico che ispeziona una caditoia con un bicchierino di plastica in mano per contare le larve, no.

La comunicazione ai cittadini: il capitolo che nessuno scrive

C’è poi la questione dell’informazione preventiva, che meriterebbe un articolo a sé e forse lo avrà. Le buone pratiche operative, fra cui quelle sviluppate in Emilia-Romagna e fra i riferimenti tecnici italiani più chiari, prevedono che prima di un trattamento adulticida la popolazione venga informata con un preavviso minimo di 24 ore, indicando area interessata, tempi dell’intervento, principio attivo impiegato e precauzioni da adottare. Non esiste però un obbligo nazionale uniforme, e questo spiega la disomogeneità territoriale. La realtà che chiunque abbia vissuto un’estate italiana fuori dall’Emilia-Romagna conosce è diversa: avvisi affissi la sera prima, lessico generico («prodotto a base di piretroidi» senza numero di autorizzazione ministeriale), cautele raramente esplicitate per soggetti allergici e asmatici, bambini piccoli e altri gruppi vulnerabili, e quasi mai un’informazione chiara per chi tiene api in contesto urbano, scheda di sicurezza invisibile.

Il silenzio informativo non è un dettaglio estetico. È la condizione che impedisce al cittadino di sapere, e quindi di chiedere. Rompere quel silenzio è esattamente ciò che l’accesso civico consente di fare.

Cosa può chiedere un cittadino, a chi, e come

Veniamo al nodo operativo, che è poi il motivo per cui questo articolo esiste. In Italia ogni cittadino, senza bisogno di dimostrare un interesse personale, può presentare al proprio Comune una richiesta di accesso civico generalizzato ai sensi dell’articolo 5 comma 2 del decreto legislativo 33 del 2013, il cosiddetto FOIA italiano (dall’inglese «Freedom of Information Act»). È gratuita, si può inviare anche via PEC (posta elettronica certificata), canale preferibile perché lascia prova della consegna, e il Comune ha trenta giorni per rispondere. Il termine può essere sospeso fino a dieci giorni in presenza di controinteressati, cioè soggetti i cui interessi potrebbero essere toccati dall’accesso. In caso di silenzio o rifiuto esistono strumenti di riesame previsti dalla stessa norma.

Gli atti che vale la pena chiedere, quando si parla di disinfestazioni antizanzare, sono diversi e tutti pubblici per natura. La determina di affidamento del servizio, con il relativo capitolato tecnico, dice chi esegue i trattamenti, con quale contratto, per quale cifra, su quali zone. Il piano annuale di intervento indica calendario e modalità. Le schede tecniche e di sicurezza dei prodotti biocidi effettivamente impiegati contengono il numero di autorizzazione ministeriale, le avvertenze d’uso, i dati di tossicità per organismi non bersaglio. I verbali di monitoraggio entomologico, se esistono, raccontano se il Comune ha davvero contato le zanzare prima di decidere o se ha semplicemente replicato il calendario dell’anno precedente. Le eventuali relazioni ARPA sulle ricadute ambientali completano il quadro. L’ordinanza sindacale che impone ai privati la rimozione dei ristagni, infine, dice se il Comune sta facendo anche la sua parte di prevenzione o se si limita a scaricare tutto sulla cittadinanza nell’ultima settimana di maggio.

C’è un ultimo aspetto importante, forse il più politico di tutti. Si può chiedere al Comune, per iscritto, se ha adottato un piano di lotta integrata conforme alle linee guida ISPRA e al Piano nazionale arbovirosi. La risposta, oppure l’assenza di risposta, è già di per sé un’informazione. Un Comune che non sa cosa rispondere sta dicendo qualcosa di molto preciso sulla propria programmazione.

L’ufficio competente varia a seconda delle organizzazioni locali, tipicamente si chiama Ambiente, Igiene Pubblica, o Servizi Ecologici. La PEC istituzionale del Comune si trova sui siti ufficiali e sull’«Indice dei domicili digitali della pubblica amministrazione» (IPA). Il testo della richiesta può essere semplice: una frase che cita la norma, l’elenco degli atti, la richiesta di trasmissione in formato digitale. Nessuna laurea in giurisprudenza richiesta. Chi vuole segnalare problemi ambientali più ampi al proprio Comune trova negli stessi strumenti la stessa porta di ingresso.

La misura del civismo

Le zanzare continueranno a esserci. Sono più vecchie di noi, più resistenti di quasi ogni strategia, e con il riscaldamento climatico avanzeranno dove prima non arrivavano. Non è questo il problema. Il problema è come le combattiamo, con quali costi ambientali, con quali alternative ignorate, e soprattutto con quale opacità nei confronti di chi respira la nebbia del furgone delle sei del mattino.

L’atto amministrativo esiste. Per definizione è pubblico. Chiederlo non è un gesto ostile, è il minimo sindacale di una cittadinanza che ha smesso di accettare le cose per come si presentano. Il green si fa con le determine, non solo con i manifesti.

Approfondimenti Eywa

https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/

Eywa Divulgazione, 2025. Guida pratica al FOIA italiano: come scrivere una richiesta di accesso civico al proprio Comune, quali atti chiedere, come gestire silenzi e rifiuti.

https://eywadivulgazione.it/caditoie-tombini-manutenzione-allagamenti/

Eywa Divulgazione, 2025. Caditoie e tombini come punto critico della manutenzione urbana, con implicazioni dirette anche sui focolai larvali di zanzara.

https://eywadivulgazione.it/come-creare-un-balcone-amico-di-api-e-farfalle/

Eywa Divulgazione, 2025. Guida per trasformare il balcone in habitat di supporto per impollinatori urbani, specie esposte agli effetti non bersaglio dei trattamenti adulticidi.

https://eywadivulgazione.it/manuale-uso-balcone-respira-istruzioni-non-esperti/

Eywa Divulgazione, 2025. Istruzioni operative per non esperti sulla qualità dell’aria domestica e sulle categorie sensibili, utili nei giorni di trattamento adulticida.

https://eywadivulgazione.it/inquinamento-aria-casa-fonti-soluzioni/

Eywa Divulgazione, 2025. Mappa ragionata delle fonti di inquinamento indoor e delle soluzioni praticabili, con riferimenti utili alla protezione dei soggetti a rischio.

https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-verde-urbano-guida-pratica/

Eywa Divulgazione, 2025. Come segnalare al Comune problemi nella gestione del verde urbano, con indicazioni sui canali istituzionali e sui tempi di risposta.

https://eywadivulgazione.it/alberi-citta-genova-verde-pubblico-il-protocollo-dati-devono-seguirlo/

Eywa Divulgazione, 2025. Il caso Genova come esempio di come i protocolli tecnici sul verde urbano debbano basarsi su dati pubblici verificabili, logica trasferibile alla gestione zanzare.

Bibliografia essenziale

https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/quaderni/ambiente-e-societa/impatto-sugli-ecosistemi-e-sugli-esseri-viventi-delle-sostanze-sintetiche-utilizzati-nella-profilassi-anti-zanzara

ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, 2015. Quaderni Ambiente e Società 10/2015, «Impatto sugli ecosistemi e sugli esseri viventi delle sostanze sintetiche utilizzate nella profilassi antizanzara», a cura di Pietro Massimiliano Bianco. Documento tecnico italiano che analizza i principi attivi impiegati nella disinfestazione urbana, quantifica la spesa pubblica nazionale in circa 150 milioni di euro annui, raccomanda il ricorso alla gestione integrata.

https://www.isprambiente.gov.it/files2022/pubblicazioni/quaderni/quad_natbio_17_22_biocidi.pdf

ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, 2022. Quaderni Natura e Biodiversità 17/2022, «I biocidi e il principio di precauzione nella lotta alla zanzara tigre». Analisi del quadro europeo sui biocidi applicato alle disinfestazioni antizanzara, con indicazione della gestione integrata come strategia di riferimento e richiamo all’aggiornamento della normativa italiana.

https://www.epicentro.iss.it/arbovirosi/documentazione-italia

ISS, Istituto Superiore di Sanità, Epicentro. Pagina ufficiale di documentazione sulle arbovirosi in Italia, con collegamento al Piano nazionale di prevenzione, sorveglianza e risposta alle Arbovirosi 2020-2025, sancito con Accordo Stato-Regioni del 15 gennaio 2020 e prorogato per l’anno 2026, quadro nazionale italiano per il controllo dei vettori.

https://zanzaratigreonline.it/Media/686c3f91-3d92-432d-920f-b588b7848091/Zanzare-24_LG_adulticidi.pdf

Regione Emilia-Romagna, Gruppo Tecnico Regionale, 2024. «Linee guida regionali per il corretto utilizzo dei trattamenti adulticidi contro le zanzare». Riferimento tecnico italiano fra i più chiari e aggiornati sulle cautele operative, il preavviso minimo di 24 ore alla popolazione, i rischi per soggetti sensibili, per api e per la fauna non bersaglio.

https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32012R0528

Unione Europea, 2012. Regolamento (UE) n. 528/2012 del Parlamento Europeo e del Consiglio relativo alla messa a disposizione sul mercato e all’uso dei biocidi. Quadro normativo europeo per l’autorizzazione e l’uso dei principi attivi impiegati nelle disinfestazioni urbane, piretroidi di sintesi compresi.

https://echa.europa.eu/it/information-on-chemicals/biocidal-active-substances

ECHA, European Chemicals Agency. Database ufficiale delle sostanze attive biocide autorizzate nell’Unione Europea, con classificazioni di pericolo, proprietà tossicologiche e schede per singola sostanza.

https://www.who.int/publications/i/item/9789241502801

World Health Organization, 2012. «Handbook for Integrated Vector Management». Manuale tecnico OMS che definisce l’Integrated Vector Management come quadro operativo raccomandato a livello internazionale per il controllo dei vettori, base metodologica dell’Integrated Mosquito Management.

https://www.caa.it/

Centro Agricoltura Ambiente «Giorgio Nicoli» Srl, Crevalcore (Bologna). Centro italiano di riferimento sulla lotta integrata alle zanzare, con pubblicazioni scientifiche e applicative sull’efficacia dei metodi larvali e sulla sostenibilità dei piani regionali.

https://salute.regione.emilia-romagna.it/notizie/il-fatto/lotta-alle-zanzare-al-via-il-piano-regionale-arbovirosi-2025-e-r

Regione Emilia-Romagna, Assessorato Politiche per la Salute. Piano regionale di sorveglianza e controllo delle arbovirosi, caso italiano documentato di approccio integrato con monitoraggio entomologico e prevalenza del controllo larvale sull’adulticidazione, in collaborazione con ARPAE e IZSLER.

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2013/04/05/13G00076/sg

Repubblica Italiana, 2013. Decreto legislativo 14 marzo 2013 n. 33, «Riordino della disciplina riguardante il diritto di accesso civico e gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni», pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 80 del 5 aprile 2013 e modificato dal d.lgs. 97/2016 che ha introdotto l’accesso civico generalizzato. Articolo 5 comma 2, termine di trenta giorni per la risposta, sospensione fino a dieci giorni in caso di controinteressati.

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1990/08/18/090G0294/so

Repubblica Italiana, 1990. Legge 7 agosto 1990 n. 241, «Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi», pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 192 del 18 agosto 1990. Quadro normativo per l’accesso documentale, articoli 22 e seguenti.

Biodiversità: definizione e importanza per il futuro del Pianeta

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Quando si parla di biodiversità, si entra in un territorio che tocca contemporaneamente la scienza, l’economia, la salute pubblica e persino la cultura. È un concetto che riassume, in una sola parola, la straordinaria varietà della vita che popola la Terra: dai batteri invisibili che rendono fertile il suolo, fino alle foreste pluviali che regolano il clima globale. Comprenderne il significato è il primo passo per rendersi conto di quanto il nostro benessere quotidiano dipenda da un equilibrio sottile, oggi messo seriamente a rischio.

Biodiversità: definizione e importanza secondo le fonti ufficiali

La definizione più autorevole e internazionalmente riconosciuta di biodiversità è quella adottata dalla Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD), firmata a Rio de Janeiro il 5 giugno 1992 e ratificata ad oggi da 196 Paesi. Secondo l’articolo 2 del trattato, la diversità biologica è «la variabilità degli organismi viventi di qualsiasi origine, inclusi gli ecosistemi terrestri, marini e acquatici e i complessi ecologici di cui essi sono parte», comprendendo la diversità all’interno delle specie, tra le specie e tra gli ecosistemi. L’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, traduce questa definizione in termini più immediati, descrivendola come la ricchezza di vita presente sul pianeta: milioni di piante, animali e microrganismi, insieme al patrimonio genetico che essi custodiscono e agli ecosistemi che concorrono a formare.

Sul piano internazionale, la piattaforma scientifica di riferimento è l’IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services), spesso definita «l’IPCC della biodiversità». Istituita nel 2012, riunisce oltre 140 Paesi membri e fornisce valutazioni scientifiche indipendenti che guidano le scelte politiche globali. L’IPBES insiste su un aspetto cruciale: la biodiversità non riguarda solo il numero di specie, ma anche la varietà di funzioni che esse svolgono negli ecosistemi, dalla produzione primaria al ciclo dei nutrienti, dalla decomposizione all’impollinazione.

I tre livelli della diversità biologica

Per capire davvero cosa sia la biodiversità occorre immaginarla come una struttura a tre livelli interconnessi. Il primo è quello genetico, che riguarda la variabilità del patrimonio ereditario all’interno di una stessa specie: è ciò che permette a una popolazione di adattarsi ai cambiamenti ambientali e di resistere a malattie e parassiti. Il secondo livello è quello specifico, ossia la varietà delle specie che abitano un determinato territorio. Il terzo è quello ecosistemico, che descrive la pluralità di ambienti naturali — foreste, praterie, zone umide, barriere coralline, deserti — e delle relazioni che in essi si stabiliscono tra organismi viventi e componenti abiotiche.

Questi tre piani non sono compartimenti stagni, ma un sistema integrato. La perdita di variabilità genetica rende una specie più fragile; la scomparsa di una specie può compromettere un intero ecosistema; il degrado di un ecosistema, a sua volta, accelera la perdita di specie e geni, innescando un circolo vizioso difficile da arrestare.

Perché la biodiversità è importante per la vita umana

Parlare di biodiversità: definizione e importanza significa riconoscere che la nostra sopravvivenza dipende direttamente dai servizi che la natura offre gratuitamente. Gli ecosistemi sani producono ossigeno, purificano l’acqua, regolano il clima, fertilizzano i suoli, impollinano le colture e mitigano l’impatto di fenomeni estremi come alluvioni e siccità.

L’IPBES sottolinea che la natura, attraverso i suoi processi ecologici ed evolutivi, sostiene la qualità dell’aria, dell’acqua e del suolo da cui dipende ogni attività umana, contribuendo inoltre a dimensioni immateriali come l’identità culturale, il benessere psicologico e l’ispirazione artistica.

Un esempio concreto aiuta a capire. Una parte rilevante delle colture alimentari globali dipende, in misura più o meno ampia, dall’impollinazione operata da insetti, uccelli e pipistrelli: senza api e farfalle, settori come la frutticoltura, l’orticoltura e la produzione di caffè o cacao subirebbero contraccolpi economici enormi. L’agricoltura biologica, come evidenziato dal primo Rapporto Annuale sulla Biodiversità in Italia redatto dal National Biodiversity Future Center (NBFC), si rivela uno strumento di conservazione attiva, capace di preservare la fertilità del suolo e gli habitat naturali.

Lo stato di salute della biodiversità oggi

I dati disponibili raccontano una situazione preoccupante. Il Living Planet Report 2024 del WWF, basato sull’indice curato dalla Zoological Society of London, ha registrato un calo medio del 73% nelle popolazioni globali di vertebrati monitorati tra il 1970 e il 2020 [web:9]. Gli ecosistemi di acqua dolce sono i più colpiti, con una diminuzione dell’85%, seguiti da quelli terrestri (-69%) e marini (-56%); in America Latina e nei Caraibi il declino tocca addirittura il 95%.

Parallelamente, degli oltre otto milioni di specie viventi presenti sulla Terra, circa un milione è oggi a rischio estinzione, e più dell’80% degli habitat europei versa in cattivo stato di conservazione.

Anche il Global Risk Report 2025 del World Economic Forum colloca la perdita di biodiversità e il collasso degli ecosistemi tra i principali rischi globali di lungo periodo, accanto agli eventi meteorologici estremi e alla scarsità di risorse naturali. Si tratta di una minaccia che non riguarda soltanto la natura selvaggia: significa meno cibo, meno acqua, più pandemie, più instabilità economica e sociale.

Le cause della perdita di biodiversità

Secondo l’ISPRA, il principale fattore di perdita di biodiversità animale e vegetale su scala globale è la distruzione, degradazione e frammentazione degli habitat, dovuta in minima parte a calamità naturali e soprattutto ai profondi cambiamenti del territorio operati dall’uomo [web:6]. La conversione di foreste tropicali in coltivazioni di soia, canna da zucchero e palma da olio è emblematica: la FAO stima che negli ultimi dieci anni siano andati perduti in media 13 milioni di ettari di foreste l’anno, una superficie pari a quella della Grecia, con Brasile, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo tra i Paesi più colpiti.

A questa pressione si aggiungono lo sfruttamento eccessivo delle risorse, l’inquinamento di aria, acqua e suolo, la diffusione di specie invasive e, in misura crescente, il cambiamento climatico.

Quest’ultimo agisce in modo duplice: da un lato è conseguenza della distruzione di foreste e zone umide, che secondo l’IPCC contribuiscono per circa il 20% alle emissioni globali di gas serra; dall’altro è esso stesso causa di perdita di biodiversità, perché altera i cicli stagionali, acidifica gli oceani e rende inospitali habitat un tempo rigogliosi.

L’Italia, cuore della biodiversità mediterranea

Il nostro Paese occupa una posizione privilegiata all’interno del bacino del Mediterraneo, considerato uno dei principali hotspot mondiali di biodiversità. Secondo il National Biodiversity Future Center, l’Italia ospita circa il 50% delle specie vegetali e il 30% di quelle animali di interesse conservazionistico.

Dalle Alpi alla macchia mediterranea, dalle zone umide del delta del Po alle praterie di Posidonia nei mari del Sud, il territorio italiano è un mosaico ecologico di rara complessità. Proprio per questo la sua tutela rappresenta una responsabilità scientifica ed etica, oltre che un’opportunità economica per settori come il turismo sostenibile, l’agroalimentare di qualità e la ricerca biotecnologica.

Proteggere la biodiversità: una sfida globale

La risposta internazionale si articola su più fronti. L’ISPRA monitora indicatori specifici di biodiversità e capitale naturale, fornendo ai decisori politici strumenti per valutare l’efficacia delle misure adottate a livello italiano, europeo e internazionale. Ma la protezione della natura non può essere delegata solo a trattati e istituzioni: richiede scelte quotidiane come consumi più consapevoli, alimentazione sostenibile, riduzione degli sprechi, sostegno all’agricoltura biologica e alle aree protette. Ogni gesto, per quanto piccolo, contribuisce a mantenere in vita quella rete invisibile che tiene insieme il tessuto del vivente.

Un patrimonio da custodire

La biodiversità non è un lusso ecologico né una questione riservata agli esperti: è la trama stessa della vita, il fondamento invisibile del nostro benessere economico, sanitario e culturale. Riconoscerne il valore significa smettere di considerarla un’eredità scontata e iniziare a trattarla come un capitale da amministrare con cura, per noi e per le generazioni che verranno. La scienza ci ha consegnato dati inequivocabili e la politica ha delineato gli strumenti; resta da compiere, come società, il passo decisivo: trasformare la consapevolezza in azione, prima che l’equilibrio sottile che regge il Pianeta si spezzi in modo irreversibile.

Fonti

ISPRA – Biodiversità
ISPRA – Minacce alla biodiversità
ISPRA – Biodiversità e capitale naturale
IPBES – Global Assessment Report
GreenFacts – IPBES Biodiversity Assessment
Parlamento Europeo – La biodiversità sta scomparendo
WWF – Living Planet Report 2024
FederBio / NBFC – Rapporto Annuale Biodiversità Italia 2025
Rete Clima – Global Risk Report 2025
A2A – Biodiversità e Convenzione di Rio
Nature-based Insights – Defining Biodiversity 

Earth Day 2026: il pianeta chiede la nostra voce 

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Ogni anno, il 22 aprile, un miliardo di persone in 193 Paesi si ferma per riflettere sulla Terra che abitano. Non è un giorno come gli altri: è l’Earth Day, la Giornata mondiale della Terra, l’evento ambientale più partecipato del pianeta. Quest’anno ricorre il 56° anniversario di una ricorrenza storica, e l’Italia è di nuovo in prima linea. 

Dalla California al mondo: la storia di una rivoluzione verde 

Tutto comincia con un disastro. Nel gennaio 1969, al largo di Santa Barbara in California, una piattaforma petrolifera della Union Oil esplode e riversa in mare oltre 10 milioni di litri di greggio. La fauna marina viene devastata, l’opinione pubblica americana scossa. L’immagine di un oceano coperto di petrolio diventa il simbolo di un sistema produttivo fuori controllo. 

È in questo clima che il senatore democratico del Wisconsin Gaylord Nelson, da tempo convinto ambientalista, decide che è ora di agire. Prende ispirazione dalle grandi manifestazioni studentesche contro la guerra in Vietnam e lancia l’idea di una giornata nazionale dedicata alla difesa dell’ambiente. Il 22 aprile 1970 quella visione diventa realtà: circa 20 milioni di cittadini americani, il 10% della popolazione dell’epoca, scendono in piazza in tutto il Paese. Chiedono leggi più severe contro l’inquinamento, la protezione degli ecosistemi, il rispetto della natura. 

Il discorso di Nelson in quell’occasione è rimasto nella storia: «tutti quanti, a prescindere dall’etnia, dal sesso, dal reddito o dalla provenienza geografica, hanno diritto a un ambiente sano, equilibrato e sostenibile». Parole semplici, rivoluzionarie per l’epoca. 

I risultati arrivano in tempi record. Nel giro di pochi anni nascono negli Stati Uniti il National Environmental Policy Act, il Clean Air Act e il Clean Water Act, le prime grandi leggi ambientali federali. L’Earth Day aveva dimostrato che la mobilitazione dei cittadini cambia le politiche, non solo le coscienze. 

Decenni dopo, il movimento non si è fermato. Oggi coinvolge ogni anno fino a un miliardo di persone in 193 Paesi ed è coordinato dall’organizzazione internazionale EARTHDAY.ORG, con sede a Washington. 

Il tema del 2026: «Our Power, Our Planet» 

Per questa 56ª edizione EARTHDAY.ORG ha scelto un tema tanto diretto quanto potente: «Our Power, Our Planet», in italiano «il nostro potere, il nostro pianeta». Il messaggio è netto: la salvezza dell’ecosistema globale non dipende solo dalla tecnologia o dai governi, ma dalla capacità di ogni cittadino di esercitare il proprio potere decisionale e politico. 

In un momento storico segnato da tensioni geopolitiche, crisi economiche e pressioni crescenti sulle politiche ambientali, l’Earth Day 2026 vuole essere uno scudo contro i passi indietro normativi e un rilancio dell’impegno civico. Il tema sottolinea che le tutele ambientali conquistate nei decenni, sull’aria pulita, sull’acqua, sulla biodiversità, sono oggi sotto pressione in molte parti del mondo. E che solo una cittadinanza attiva può difenderle. 

Gli obiettivi concreti per il 2026 si articolano su più fronti. Accelerare la transizione energetica, promuovendo le rinnovabili non solo come scelta ecologica ma come strumento di indipendenza energetica e riduzione dei costi per le comunità. Difendere le tutele ambientali acquisite, proteggendo le normative vigenti su emissioni, biodiversità e protezione degli ecosistemi.

Riportare al centro i tre pilastri fondamentali di ogni azione locale e globale: aria pulita, acqua pulita, energia pulita. Rilanciare riforestazione e restauro degli ecosistemi, con piantumazioni, pulizia di fiumi, parchi e spiagge, il coinvolgimento attivo di scuole e comunità. Mobilitare civicamente, attraverso registrazioni al voto, assemblee pubbliche con rappresentanti istituzionali, insegnamenti nelle scuole e nelle università. 

In questo contesto si inserisce anche la nuova Legge clima dell’Unione europea, approvata definitivamente dal Parlamento europeo il 10 febbraio 2026 con 413 voti favorevoli. L’obiettivo è una riduzione del 90% delle emissioni nette di gas serra entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990, e il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050. Una cornice normativa ambiziosa, che dà forza e urgenza alle celebrazioni dell’Earth Day. 

L’Italia protagonista: «Torniamo a sognare» 

Se a livello internazionale il grido è «Our Power, Our Planet», in Italia la 56ª Giornata mondiale della Terra porta un messaggio altrettanto evocativo: «Torniamo a sognare». L’iniziativa è organizzata dalla Fondazione Earth Day Italia, sede italiana ed europea di EARTHDAY.ORG, in collaborazione con il Movimento dei Focolari, e trasforma Roma nella capitale della sostenibilità per oltre dieci giorni di eventi. 

La risposta è straordinaria: oltre 600 eventi, 250 organizzazioni coinvolte, centinaia di migliaia di partecipanti attesi in tutta la penisola. Dal 2007, anno della prima celebrazione italiana, l’impatto delle iniziative è cresciuto fino a toccare picchi di oltre 200.000 presenze agli eventi live e più di 200 milioni di contatti media solo in ambito nazionale. 

Il villaggio per la Terra a Villa Borghese 

Il cuore delle celebrazioni italiane è il Villaggio per la Terra, allestito nel polmone verde della Capitale tra la Terrazza del Pincio e il Galoppatoio di Villa Borghese, dal 16 al 19 aprile 2026. Per quattro giorni uno dei parchi più belli d’Italia si trasforma in un palcoscenico per attività sportive, culturali e artistiche dedicate alla tutela dell’ambiente. 

Il programma prevede 17 piazze multimediali, ciascuna dedicata a uno dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU. Incontri, laboratori, mostre, spettacoli e un villaggio creativo per i più piccoli animano le giornate, con ingresso gratuito e senza prenotazione. Non mancano concerti, dj set e aperitivi al tramonto. 

Parallelamente, il Festival dell’Educazione alla Sostenibilità, dal 2017 punto di riferimento per la diffusione dell’Agenda 2030, riunisce scuole, imprese, istituzioni, università, ricercatori e media in un grande laboratorio di idee. Le scuole di ogni ordine e grado diventano protagoniste attraverso il contest #IOCITENGO, dove gli studenti raccontano i propri progetti legati alla sostenibilità con opere artistiche, reportage e iniziative innovative. 

I 150 giovani che scrivono il futuro 

Tra i momenti più suggestivi delle celebrazioni 2026, il 16 e 17 aprile 150 giovani provenienti dai Paesi dell’Unione europea si riuniscono sulla Terrazza del Pincio per scrivere il «Manifesto dei sogni dei giovani europei». L’iniziativa è promossa dall’Agenzia nazionale Erasmus+ INDIRE attraverso una metodologia innovativa chiamata DREAM, che consente ai ragazzi di esprimere liberamente la propria visione del futuro e di immaginare i percorsi per realizzarla. 

Il 22 aprile, giorno dell’Earth Day, le celebrazioni italiane si concludono con una serata evento alla Nuvola di Fuksas, l’auditorium di Roma firmato dall’architetto Massimiliano Fuksas, con la maratona multimediale «One People One Planet» e il Concerto per la Terra. 

L’Italia e la sfida climatica: luci e ombre 

L’entusiasmo delle celebrazioni non deve far dimenticare le sfide concrete che l’Italia deve affrontare sul fronte della sostenibilità. Il Piano nazionale integrato energia e clima (PNIEC), principale strumento di pianificazione energetica e climatica del Paese, fissa obiettivi ambiziosi al 2030: il raggiungimento di 131 GW di energia rinnovabile installata (rispetto ai 61 GW del 2022) e una riduzione significativa delle emissioni di gas serra. 

Tuttavia i dati più recenti segnalano ritardi preoccupanti. Secondo il think tank indipendente ECCO, l’Italia accumula un divario di 100 milioni di tonnellate di CO₂ equivalenti rispetto ai propri obiettivi 2030, con i settori dei trasporti e del civile che anziché ridursi continuano a crescere. Il trasporto, che pesa per il 28% delle emissioni nazionali, è in crescita del 7% rispetto al 1990, con un parco di veicoli elettrici dieci volte inferiore agli obiettivi. 

Nel settore edilizio il quadro non è migliore. Il taglio dei bonus fiscali ha ridotto drasticamente i lavori di riqualificazione energetica: gli investimenti per l’efficienza sono crollati da 120 miliardi nel 2021 a 20 miliardi nel 2023. Una tendenza che preoccupa gli esperti in vista delle scadenze europee. 

Sul fronte positivo, la Legge di bilancio 2026 ha reintrodotto misure di incentivazione per la trasformazione tecnologica e digitale delle imprese, con un iper-ammortamento per gli investimenti in beni strumentali dal 1° gennaio 2026 al 30 settembre 2028. Un segnale di attenzione, anche se gli ambientalisti chiedono misure più radicali e più urgenti. 

Cosa puoi fare tu, il 22 aprile 

L’Earth Day non è solo una giornata di grandi eventi: è soprattutto un invito all’azione individuale e collettiva. EARTHDAY.ORG ed Earth Day Italia propongono una serie di azioni concrete che chiunque può compiere. 

Partecipare a una pulizia del territorio, per cominciare. Strade, parchi, fiumi, spiagge: ogni spazio verde vicino a casa può diventare il protagonista di un piccolo gesto con un grande impatto. Piantare un albero è un altro gesto potente, e la riforestazione urbana è una delle priorità dell’agenda ambientale italiana, con Roma che ha avviato campagne di forestazione proprio grazie alle celebrazioni dell’Earth Day. Ridurre la plastica usa e getta resta uno degli obiettivi globali più urgenti dell’agenda 2026.

Informarsi e diffondere consapevolezza conta altrettanto: condividere contenuti, partecipare a teach-in nelle scuole e nelle università, coinvolgere la comunità. Scegliere fonti energetiche rinnovabili nella propria abitazione o impresa contribuisce direttamente alla transizione. Infine, seguire gli eventi del Villaggio per la Terra o le iniziative locali organizzate dalle 250 organizzazioni partner in tutta Italia. 

Il messaggio di fondo rimane immutato dal 1970: la Terra non ha bisogno di eroi solitari, ma di comunità consapevoli che agiscono insieme. Come recita il tema di quest’anno, il potere di cambiare le cose è nelle nostre mani. Our Power, Our Planet. 

Bibliografia
EARTHDAY.ORG, 2026. Our Power, Our Planet. Sito ufficiale dell’organizzazione internazionale con sede a Washington che coordina l’Earth Day in 193 Paesi, con il programma globale delle iniziative e i materiali di campagna della 56ª edizione.
Fondazione Earth Day Italia, 2026. 56ª Giornata mondiale della Terra – Torniamo a sognare. Programma completo del Villaggio per la Terra, del Festival dell’Educazione alla Sostenibilità, della serata One People One Planet alla Nuvola di Fuksas e delle oltre 600 iniziative diffuse in tutta Italia.
Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, 2024. Piano nazionale integrato energia e clima (PNIEC). Testo aggiornato con obiettivi al 2030 su rinnovabili, efficienza energetica e riduzione delle emissioni di gas serra.
ECCO – Think tank italiano per il clima, 2025. Italian Climate Report. Analisi indipendente del divario dell’Italia rispetto agli obiettivi 2030 su trasporti, edilizia, industria ed elettrificazione, con stime quantitative sulle 100 milioni di tonnellate di CO₂ equivalenti di scostamento.
Parlamento europeo, 2026. Risoluzione legislativa del 10 febbraio 2026 sulla nuova Legge clima UE. Obiettivo di riduzione del 90% delle emissioni nette entro il 2040 e neutralità climatica al 2050.
INDIRE – Agenzia nazionale Erasmus+, 2026. Manifesto dei sogni dei giovani europei – Metodologia DREAM. Iniziativa con 150 giovani europei sulla Terrazza del Pincio per una visione partecipata del futuro.
Governo italiano, 2025. Legge di bilancio 2026. Reintroduzione dell’iper-ammortamento per investimenti in beni strumentali dal 2026 al 2028 a sostegno della trasformazione tecnologica e digitale.
National Park Service (USA), 2020. The history of Earth Day. Dalla crisi petrolifera di Santa Barbara del 1969 alla prima Earth Day del 1970 e alle principali leggi ambientali statunitensi.

Ecoturismo: cos’è e come riconoscerlo davvero

Parlare di ecoturismo in Italia oggi significa muoversi in un terreno scivoloso: il termine è ovunque, dai pacchetti «green» all’agriturismo sotto casa, ma raramente coincide con ciò che le organizzazioni internazionali intendono davvero per ecoturismo. Sulla SERP trovi di tutto: dal «weekend ecoturistico con spa» al safari fotografico in aree protette, spesso messi sullo stesso piano. E qui sta il punto: per chi lavora sulla transizione ecologica, sapere cos’è l’ecoturismo non è un vezzo semantico, è capire se un viaggio contribuisce a conservare ecosistemi e comunità locali o se è solo turismo tradizionale travestito. Diversi dati sui flussi turistici italiani, tra cui quelli elaborati da ENIT e ISTAT, mostrano quanto sia urgente questa distinzione: il successo turistico e la sostenibilità reale sono ancora ben distanti.

Questo articolo chiarisce che cosa si intende per ecoturismo secondo le definizioni istituzionali di UN Tourism (ex UNWTO), UNEP e Convenzione sulla Biodiversità, come si distingue dal turismo sostenibile in generale e quali criteri operativi puoi usare per valutare un’offerta. L’obiettivo non è trovare il «viaggio perfetto», ma darti strumenti per leggere criticamente brochure, piattaforme e destinazioni, sapendo che un’etichetta verde di per sé non garantisce né sostenibilità né giustizia sociale.

Che cosa è l’ecoturismo: definizione tecnica e istituzionale

Secondo la definizione istituzionale di UN Tourism/UNWTO, richiamata e sintetizzata dal Global Sustainable Tourism Council (GSTC), l’ecoturismo è una forma di turismo basata sulla natura in cui la motivazione principale del viaggio è l’osservazione e l’apprezzamento degli ecosistemi e delle culture tradizionali che vivono in quelle aree; deve includere elementi di educazione e interpretazione ambientale ed è spesso organizzato per piccoli gruppi e operatori specializzati. La International Ecotourism Society (TIES) converge su una definizione molto simile: «viaggio responsabile in aree naturali che conserva l’ambiente, sostiene il benessere delle popolazioni locali e coinvolge interpretazione ed educazione», cioè non solo ridurre il danno, ma generare benefici concreti per territorio e comunità.

La Convenzione sulla Diversità Biologica, nelle sue linee guida su turismo e biodiversità, considera l’ecoturismo uno strumento potenziale per finanziare la conservazione, a patto che siano rispettati limiti di carico degli ecosistemi, distribuzione equa dei benefici economici e partecipazione effettiva delle comunità alle decisioni. In questo quadro, ecoturismo non significa semplicemente «turismo in natura», ma un set di criteri: localizzazione in aree a valore naturalistico, gestione degli impatti, contributi misurabili a conservazione e sviluppo locale, dimensione educativa dichiarata.

Le differenze che contano: ecoturismo, turismo sostenibile e turismo responsabile

Chiarire la distinzione tra ecoturismo e «turismo sostenibile» aiuta a smontare buona parte del marketing creativo che trovi sulle brochure. Il turismo sostenibile, per UNEP e UNWTO, è un approccio trasversale: riguarda qualsiasi forma di turismo che gestisce risorse ambientali, economiche e sociali in modo da ridurre gli impatti negativi e massimizzare quelli positivi, indipendentemente dal fatto che si svolga in città, al mare o in un parco nazionale. L’ecoturismo invece è un segmento di nicchia all’interno di questa galassia, concentrato sulle aree naturali e su esperienze centrate sull’ambiente e le culture locali, come chiarisce il GSTC nella sua pagina dedicata.

D’altra parte, il turismo responsabile è un concetto ancora più focalizzato sul comportamento di chi viaggia: scegliere mezzi di trasporto meno impattanti, strutture gestite localmente, organizzatori trasparenti su salari, diritti e redistribuzione dei ricavi, indipendentemente dal tipo di destinazione. La review di Stronza, Hunt e Fitzgerald (2019), pubblicata sull’«Annual Review of Environment and Resources», mostra che nella pratica molti prodotti venduti come ecoturistici sono in realtà turismo di natura «ammorbidito», con poca attenzione reale a indicatori di impatto, governance locale o cambiamenti strutturali nei modelli di sviluppo dei territori.

Weaver e Lawton (2005) avevano già proposto una distinzione utile su questa stessa linea: da un lato un modello «minimalista» di ecoturismo, che soddisfa solo formalmente i criteri di base, dall’altro un modello «comprehensive», che integra conservazione, partecipazione delle comunità e misurazione degli impatti. La review di Stronza et al. (2019) riprende e aggiorna questa lettura: al centro stanno esperienze che rispettano quasi tutti i criteri teorici, alla periferia offerte che usano la natura come scenografia senza un reale impegno su conservazione e giustizia sociale. Questo slittamento semantico è uno degli snodi del greenwashing nel settore: se tutto è ecoturismo, nulla lo è davvero.

Come riconoscere l’ecoturismo nella pratica

Nella pratica, un prodotto di ecoturismo credibile è prima di tutto legato a un’area naturale con valore ecosistemico riconosciuto, spesso dentro o vicino a parchi, riserve o siti di conservazione, con regole chiare su accessi, dimensione dei gruppi e attività consentite. Le linee guida della Convenzione sulla Diversità Biologica insistono su pianificazione territoriale, valutazioni d’impatto ed esercizi di «capacity building» per le comunità locali: un operatore che parla di ecoturismo dovrebbe essere in grado di mostrare almeno documentazione di partenariati con enti gestori e organizzazioni locali.

Un secondo criterio è la presenza di elementi espliciti di educazione e interpretazione ambientale: guide formate, materiale informativo, momenti strutturati di spiegazione su biodiversità, storia locale e conflitti d’uso delle risorse, più che semplici «curiosità» per intrattenere. Terzo elemento, i flussi economici: gli studi sul campo mostrano che l’ecoturismo ha effetti positivi quando una quota rilevante del reddito resta nelle mani di comunità e imprese locali; quando la filiera è interamente controllata da attori esterni, l’etichetta «eco» perde gran parte del senso.

Infine, c’è la questione degli impatti complessivi: un viaggio di ecoturismo può generare emissioni significative se prevede lunghi voli, e le linee guida UNEP-UNWTO sul turismo sostenibile suggeriscono di guardare l’intero ciclo del viaggio, dalla mobilità all’alloggio, dall’uso dell’acqua alla gestione dei rifiuti. Chiamare ecoturismo un’esperienza che ignora completamente questi aspetti e li compensa con una «donazione simbolica» a un progetto ambientale è una semplificazione che le stesse organizzazioni internazionali considerano problematica.

Vantaggi reali dell’ecoturismo quando funziona

Quando i criteri sono rispettati, l’ecoturismo può offrire benefici misurabili per la conservazione degli ecosistemi: in alcuni contesti, casi documentati da UN Tourism e UNEP mostrano che la presenza di flussi turistici regolati può finanziare aree protette, rafforzare i controlli sul bracconaggio e creare incentivi economici per preservare habitat invece di convertirli ad altri usi. Il punto è la parola «regolati»: senza limiti di capacità e sistemi di monitoraggio degli impatti, il rischio è che il turismo di natura contribuisca al degrado che dovrebbe prevenire, come mostra anche il caso del turismo costiero e della tutela delle praterie di posidonia nel Mediterraneo.

Sul piano sociale, l’ecoturismo può sostenere il reddito delle comunità, diversificare economie spesso dipendenti da agricoltura o pesca e valorizzare conoscenze tradizionali; la review di Stronza et al. (2019) sintetizza casi documentati in cui ciò avviene, accanto a situazioni di conflitto, espropriazione culturale o concentrazione dei guadagni in mano a pochi attori esterni.

Da un punto di vista educativo, l’ecoturismo ben progettato aumenta consapevolezza ambientale, crea connessioni tra visitatori e luoghi e può orientare comportamenti più responsabili anche una volta tornati a casa, soprattutto quando l’esperienza include riflessioni esplicite su cambiamento climatico, perdita di biodiversità e giustizia ambientale.

C’è però un caveat: a livello globale, l’ecoturismo resta una nicchia rispetto al turismo globale, in un sistema dominato da voli low cost, crociere e grandi resort, e quindi il suo impatto complessivo su emissioni e uso di risorse è ancora limitato rispetto al settore nel suo insieme. Per chi progetta politiche pubbliche, i documenti UNEP–UN Tourism suggeriscono di vedere l’ecoturismo non come soluzione miracolosa, ma come un laboratorio in cui sperimentare standard più rigorosi di sostenibilità da estendere poi ad altre forme di turismo.

Greenwashing e claim da smontare nell’ecoturismo

Uno dei nodi ricorrenti nella letteratura scientifica è la distanza tra definizioni teoriche dell’ecoturismo e uso commerciale del termine: Stronza, Hunt e Fitzgerald (2019) parlano esplicitamente di un’«etichetta eco di facciata», in cui la narrativa verde serve a giustificare modelli di business che restano intensivi in risorse e sbilanciati a favore di pochi attori. Sulla stessa linea, il modello «minimalista vs. comprehensive» di Weaver e Lawton (2005) mostra come molte offerte «eco» non includano elementi chiave come il coinvolgimento decisionale delle comunità locali o la misurazione sistematica degli impatti, pur continuando a capitalizzare sull’immaginario della natura incontaminata.

I claim tipici del greenwashing in questo ambito sono formule vaghe come «resort ecologico», «esperienza autentica a impatto zero» (concetto che le stesse organizzazioni internazionali non riconoscono come misurabile senza metodologia certificata) o «turismo green in aree incontaminate» senza alcuna indicazione di standard, certificazioni o metriche usate. Nel quadro UE, la direttiva 2024/825 «Empowering Consumers for the Green Transition» è entrata in vigore il 26 marzo 2024 e diventerà applicabile in tutti gli Stati membri dal 27 settembre 2026, vietando i green claim generici non sostanziati e l’uso di marchi di sostenibilità non certificati. La proposta separata di Green Claims Directive, pensata per dettagliare la verifica scientifica delle dichiarazioni ambientali, è di fatto in stallo: nel giugno 2025 la Commissione europea ha annunciato l’intenzione di ritirarla, e ad oggi non costituisce un quadro definitivo applicabile. La direzione di marcia resta quella di chiedere che affermazioni ambientali generiche siano supportate da prove verificabili, criteri trasparenti e controlli indipendenti: un approccio che, se applicato seriamente, ridimensiona molte campagne di marketing nel settore viaggi.

Le linee guida UNEP-UNWTO sull’uso degli strumenti di policy per il turismo più sostenibile suggeriscono di integrare nel settore sistemi di certificazione credibili, indicatori standardizzati e obblighi di reporting pubblico su consumi energetici, gestione dei rifiuti, tutela della biodiversità e contributo alle economie locali. L’assenza di questi elementi non significa automaticamente frode, ma rende molto più facile che l’«eco» resti solo un prefisso attraente.

Quadro tecnico e normativo: dove si inserisce l’ecoturismo

Dal punto di vista normativo, l’ecoturismo non è una categoria giuridica separata con una legge propria, ma si colloca dentro le politiche di turismo sostenibile e di protezione della biodiversità. La Commissione europea inquadra il turismo sostenibile come parte della strategia per ridurre gli impatti ambientali del settore, incoraggiare modelli a minore intensità di risorse e riequilibrare flussi turistici nel territorio e nel tempo, con obiettivi che includono anche la valorizzazione di destinazioni minori e percorsi dolci come cammini e ciclovie.

A livello globale, le linee guida della Convenzione sulla Diversità Biologica forniscono riferimenti specifici su come progettare sviluppo turistico in aree ecologicamente sensibili, imponendo attenzione a valutazioni d’impatto, consultazione delle comunità indigene e locali, monitoraggio continuo della salute degli ecosistemi. Documenti come «Making Tourism More Sustainable» di UNEP e UNWTO sintetizzano strumenti di policy disponibili per governi e amministrazioni: dalla pianificazione territoriale agli incentivi economici, dall’uso di indicatori di performance alla creazione di piattaforme di governance partecipata tra istituzioni, imprese e società civile.

In Italia, la strategia nazionale e i piani turistici più recenti si muovono dentro questo quadro: ENIT e i documenti europei di transizione del turismo richiamano esplicitamente la necessità di allineare l’offerta turistica con gli obiettivi climatici, distribuire i flussi su tutto l’anno e promuovere forme di turismo più lente e territoriali, in linea con molte pratiche di ecoturismo, pur senza usare sempre il termine. Per amministrazioni locali e operatori, la traduzione operativa di questi principi è ancora in corso, con sperimentazioni che vanno dai consorzi di ecoturismo mediterranei alle linee guida nazionali sul turismo climate sensitive. Un confronto utile viene anche dall’esperienza delle spiagge plastic-free, dove pratiche di eco-design applicato al turismo balneare mostrano che sostenibilità e attrattività possono andare insieme.

Come scegliere davvero: criteri operativi per chi viaggia e per chi progetta

Per chi viaggia, la domanda chiave non è «questo viaggio è perfettamente sostenibile?» ma «questo operatore e questa destinazione si avvicinano ai criteri di ecoturismo riconosciuti da UN Tourism/UNWTO, UNEP e dagli studi scientifici, o si fermano alla superficie?». Un’offerta coerente tende a dichiarare in modo trasparente dove si svolge l’esperienza, quali ecosistemi sono coinvolti, con quali organizzazioni locali collabora, come vengono calcolati o almeno monitorati gli impatti e quale quota dei ricavi resta sul territorio; quando queste informazioni mancano o sono solo slogan, il dubbio è legittimo.

Per chi progetta prodotti o politiche, i documenti tecnici UNEP-UNWTO e le linee guida sulla biodiversità indicano alcune leve: definire limiti di capacità per siti sensibili, introdurre sistemi di prenotazione che distribuiscano i flussi, sostenere la formazione di guide e imprese locali, collegare i ricavi turistici a fondi dedicati per la conservazione, usare indicatori chiari per valutare se un’esperienza si avvicina più al «nucleo» dell’ecoturismo o alla sua periferia commerciale. Vale la pena dirlo chiaramente: senza questa infrastruttura di regole, monitoraggio e partecipazione, l’ecoturismo resta una buona idea intrappolata nel materiale promozionale.

In definitiva, la scelta più coerente non è cercare il bollino perfetto ma preferire, ogni volta che è possibile, proposte che si espongono a verifica, raccontano anche le proprie contraddizioni e dimostrano con fatti e numeri come stanno cercando di ridurre impatti e redistribuire benefici. Il green si fa, non si dice.

Approfondimenti Eywa

https://eywadivulgazione.it/turismo-italia-2025-record-storico-quale-costo/

Eywa Divulgazione, 2025. Articolo utile per inquadrare il tema dei flussi turistici, della pressione territoriale e della distanza fra successo turistico e sostenibilità reale.

https://eywadivulgazione.it/etichette-impatto-zero-riconoscere-greenwashing-nuove-leggi-ue/

Eywa Divulgazione, 2025. Approfondimento direttamente pertinente per il paragrafo sul greenwashing e sull’uso di claim ambientali non verificabili nel marketing.

https://eywadivulgazione.it/carbonio-fantasma-la-faccia-nascosta-della-lotta-al-cambiamento-climatico/

Eywa Divulgazione, 2025. Utile a rafforzare il ragionamento sui claim «a impatto zero», sulle compensazioni simboliche e sulle narrazioni verdi che non equivalgono a sostenibilità verificata.

https://eywadivulgazione.it/spiagge-plastic-free-leco-design-che-cambia-il-turismo-balneare/

Eywa Divulgazione, 2025. Approfondimento coerente con il tema del turismo e delle pratiche di sostenibilità applicate alle destinazioni, in particolare balneari.

https://eywadivulgazione.it/praterie-posidonia-mare-ligure/

Eywa Divulgazione, 2025. Utile come raccordo ecosistemico: mostra perché turismo costiero, tutela degli habitat e qualità ecologica dei territori non possono essere letti separatamente.

Bibliografia essenziale

https://wedocs.unep.org/handle/20.500.11822/8741

UNEP; World Tourism Organization, 2005. Making Tourism More Sustainable: A Guide for Policy Makers. Fonte primaria di riferimento per la definizione di turismo sostenibile e per gli strumenti di policy; il repository UNEP indica chiaramente data, autori istituzionali e funzione del documento.

https://www.cbd.int/doc/publications/tou-gdl-en.pdf

Convention on Biological Diversity, 2004. Guidelines on Biodiversity and Tourism Development. Fonte primaria centrale per legare turismo, tutela della biodiversità, gestione degli impatti, partecipazione delle comunità e governance dei territori sensibili.

https://www.gstc.org/ecotourism/

Global Sustainable Tourism Council, 2025. Ecotourism and Sustainable Tourism. Fonte utile e agevolmente consultabile per distinguere ecoturismo, turismo sostenibile e responsible travel, con richiamo esplicito alla definizione UN Tourism/UNWTO.

https://ecotourism.org/what-is-ecotourism/

The International Ecotourism Society, 2015. What is Ecotourism? Definizione operativa molto citata dell’ecoturismo come viaggio responsabile in aree naturali con conservazione, benessere locale, interpretazione ed educazione.

https://www.consilium.europa.eu/en/policies/green-claims-empowering-consumers-for-more-sustainable-choices/

Council of the European Union, pagina aggiornata al 2026. Quadro ufficiale utile per distinguere tra regole UE già adottate contro alcuni green claim ingannevoli e ulteriori misure ancora in negoziazione sulle dichiarazioni ambientali.

https://transport.ec.europa.eu/tourism/overview-eu-tourism-policy_en

Commissione europea, pagina aggiornata al 2026. Utile per contestualizzare il turismo sostenibile nel quadro UE, incluso il transition pathway for tourism e la logica di transizione verde e resilienza del settore.

https://www.annualreviews.org/doi/10.1146/annurev-environ-101718-033046

Stronza A., Hunt C., Fitzgerald L., 2019. Ecotourism for conservation? «Annual Review of Environment and Resources», 44, pp. 229-253. Review scientifica di riferimento sulla distanza tra definizioni di ecoturismo, pratica commerciale e condizioni perché il modello produca conservazione reale, con analisi documentata del greenwashing nel settore.

https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/09669580508668563

Weaver D. e Lawton L., 2005. The ecotourium concept and tourism-conservation symbiosis. «Journal of Sustainable Tourism», 13(4). Distinzione tra modello «minimalista» e «comprehensive» di ecoturismo, base teorica per leggere criticamente le offerte sul mercato.

https://transition-pathways.europa.eu/tourism/learning-resources/italy-releases-free-guide-boost-climate-sensitive-and-sustainable-tourism

ENIT, 2024. Italy releases free guide to boost climate-sensitive and sustainable tourism. Inquadramento delle strategie italiane per un turismo più sostenibile e climate sensitive.