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Cina, transizione o impero energetico: cosa dice davvero il 15° piano quinquennale

Il piano 2026-2030 conferma la Cina come primo costruttore mondiale di rinnovabili e, contemporaneamente, primo costruttore mondiale di nuove centrali a carbone. La domanda giusta non è se Pechino stia diventando «green»: è chi controllerà l’energia del futuro.

Nel marzo 2026, durante le Due Sessioni, l’Assemblea nazionale del popolo cinese ha approvato il 15° piano quinquennale, la cornice strategica che orienterà l’economia e la politica industriale di Pechino fra il 2026 e il 2030. È il documento più importante del decennio per chi voglia capire dove va davvero la transizione energetica globale, perché la Cina, da sola, vale circa un terzo delle emissioni mondiali di gas serra e installa più rinnovabili del resto del pianeta messo insieme. È anche il paese che, nel 2025, ha messo in funzione la maggiore quantità di nuove centrali a carbone degli ultimi dieci anni. Le due affermazioni sono entrambe vere, e in questa apparente contraddizione si gioca il futuro climatico globale.

La trasformazione energetica cinese, in numeri

I numeri non lasciano spazio alle interpretazioni. Nel 2025 la Cina ha aggiunto 311 GW di solare e 119 GW di eolico, secondo i dati della China Electricity Council ripresi da Mercom India. A fine 2025 la capacità solare installata ha superato 1.200 GW e quella eolica 640 GW. Sommate, le due fonti superano la potenza termica installata di oltre 300 GW. Le rinnovabili rappresentano oggi circa il 60% della potenza totale installata in Cina; il carbone, intorno al 34%.

Pechino dichiara di voler portare la quota di fonti non fossili al 25% del consumo energetico primario entro il 2030. L’obiettivo cinese di lungo periodo, fissato nel nuovo Nationally Determined Contribution comunicato a settembre 2025, è arrivare a 3.600 GW di capacità eolica e solare installata entro il 2035: oltre sei volte i livelli del 2020. Per il quinquennio 2026-2030 il piano parla di un raddoppio della «nuova energia» rispetto agli attuali livelli, traiettoria che gli analisti collegano proprio a quell’obiettivo 2035. È un’espansione che non ha precedenti nella storia industriale. La filiera tecnologica è altrettanto dominante: la Cina produce oltre l’80% dei pannelli fotovoltaici mondiali, la maggior parte delle batterie agli ioni di litio e gran parte dei minerali critici necessari per la transizione. Su questo Eywa è già intervenuta in Transizione energetica: possibile, la Cina lo dimostra già e in Batterie al sodio: la nuova alternativa al litio.

Perché Pechino sta correndo davvero

La velocità della transizione cinese non si spiega con l’ambientalismo. Si spiega con tre ragioni strutturali, intrecciate fra loro. Prima: sicurezza energetica. La Cina importa più di tre quarti del petrolio che consuma, in larga parte da rotte marittime esposte alle tensioni geopolitiche; più rinnovabili significa meno dipendenza dalle navi cisterna che attraversano lo stretto di Hormuz. Seconda: leadership industriale. Solare, eolico, batterie e veicoli elettrici sono i settori manifatturieri ad alta crescita dei prossimi vent’anni, e Pechino vuole vincerli tutti; chi controlla la filiera detta le condizioni a chi la importa, Europa inclusa. Terza: legittimità interna. L’inquinamento atmosferico delle metropoli cinesi è uno dei principali fattori di malcontento sociale, e in un momento di rallentamento dell’immobiliare e delle esportazioni tradizionali la transizione energetica diventa anche un cantiere occupazionale e un argomento di tenuta politica.

Il convitato di pietra: il carbone

Qui sta il punto. La stessa Cina che corre sulle rinnovabili continua ad approvare e a costruire centrali a carbone a un ritmo record. Lo certifica il rapporto Built to peak: Coal power expansion runs out of room in China del Centre for Research on Energy and Clean Air e Global Energy Monitor, pubblicato a febbraio 2026: nel 2025 la Cina ha proposto o riavviato 161 GW di nuovi progetti a carbone, un record assoluto, e ha messo in funzione 78 GW di nuova capacità, il livello più alto degli ultimi dieci anni. Più di tutta la capacità a carbone aggiunta dall’India dal 2015 al 2024, per dare un riferimento.

Pechino chiama questo carbone «di supporto»: dovrebbe servire a stabilizzare la rete quando le rinnovabili non producono. L’analisi di Global Energy Monitor mostra però che gran parte di questi impianti viene costruita in province che non hanno bisogno di capacità di backup, e che la nuova flotta a carbone è quella che genera effettivamente l’elettricità, non quella che resta in riserva. È un classico effetto «build before break», la formula con cui gli analisti CREA descrivono la corsa cinese a chiudere i cantieri prima dell’eventuale stretta normativa: locking-in di emissioni e di asset finché il quadro regolatorio lo permette.

Cosa dice (e cosa non dice) il 15° piano

La sintesi più puntuale del piano l’ha pubblicata Carbon Brief. L’obiettivo principale resta la riduzione dell’intensità di carbonio del PIL: meno 17% fra 2026 e 2030, una soglia più bassa rispetto al meno 18% del piano precedente, che peraltro è stato mancato (la riduzione effettiva è stata del 12%). La National Development and Reform Commission ha indicato per il solo 2026 un obiettivo annuale di riduzione del 3,8%, il primo numero operativo della nuova legislatura. Il piano impegna anche a sostituire 30 milioni di tonnellate l’anno di carbone con fonti rinnovabili. Introduce il «doppio controllo» sulla CO₂, con un primo riferimento alle emissioni totali oltre che all’intensità, ma non fissa un tetto assoluto e vincolante. La conseguenza tecnica è chiara: le emissioni cinesi possono ancora crescere fino al previsto picco del 2030, dopo di che dovrebbero iniziare a calare per arrivare a neutralità nel 2060.

L’analisi del Centre for Research on Energy and Clean Air, China’s 15th Five-Year Plan: implications for climate and energy transition, è ancora più netta: manca un tetto vincolante al consumo di carbone nel settore elettrico, e questo rende fragile l’intero impianto. Il piano, scrivono gli analisti, evita di tradurre l’obiettivo di intensità carbonica in un vincolo operativo sul carbone, e questa è essa stessa una scelta politica. La nuova capacità nucleare prevista, 110 GW entro il 2030 (da 62 GW di fine 2025), è significativa ma resta confinata alle aree costiere. Le grandi novità del piano sono i «parchi industriali a zero emissioni» e i «corridoi di trasporto a basse emissioni», che dovrebbero spingere l’elettrificazione di industrie pesanti come acciaio, cemento e chimica. Promettenti, ma misurabili solo nei prossimi due o tre anni.

Ecologia o strategia industriale?

La domanda «la Cina è davvero green?» è sbagliata, perché presuppone una purezza etica che non esiste in nessun grande sistema industriale. La domanda corretta è un’altra: la Cina sta costruendo la macchina che dominerà la prossima economia. La transizione energetica non è un atto di altruismo planetario, è la prossima rivoluzione industriale, e Pechino la sta facendo a casa propria. Allo stesso tempo, conserva il carbone come polizza assicurativa interna, come leva sui costi industriali e come piano B per la stabilità sociale. È razionale dal punto di vista cinese; non lo è dal punto di vista climatico globale.

Il confronto con l’Occidente

Mentre la Cina installa, l’Europa discute. L’Unione europea continua a regolare, tassare e dibattere, ma ha lasciato che la propria base manifatturiera nei settori chiave si spostasse altrove. La maggior parte dei pannelli solari posati in Italia oggi è cinese; lo stesso vale per molti componenti di turbine eoliche, batterie e veicoli elettrici. Gli Stati Uniti hanno provato a rispondere con l’Inflation Reduction Act, ma l’amministrazione attuale sta smontando pezzi della transizione energetica federale e rallentando proprio nella direzione opposta. Tradotto: in pochi anni si decide chi avrà mano libera sulla filiera elettrica del 2040. Sul rischio che questa partita venga giocata sulle spalle della natura, abbiamo già scritto in Rinnovabili senza distruggere la natura: le soluzioni che funzionano e in Le rinnovabili hanno un costo nascosto: litio, cobalto e l’acqua che paghiamo davvero.

Le contraddizioni reali

Il modello cinese ha contraddizioni serie. Sovracapacità nella filiera solare, con un’ondata di insolvenze e contenziosi commerciali con Europa e Stati Uniti. Estrazione mineraria pesantissima per litio, cobalto e terre rare, in Cina e nei paesi clienti, dall’Indonesia al Congo. Impatti ambientali interni sui fiumi del Sud-Ovest a causa delle grandi dighe e dei nuovi impianti. Governance autoritaria, con tutti i limiti che questo comporta per la partecipazione civica e il dissenso ambientale. Sono problemi reali, non dettagli. Eywa ne ha discusso anche in Greenwashing e negazionismo climatico: cinque frame da imparare a riconoscere, perché un sistema che produce metà delle rinnovabili mondiali può comunque restare in larga parte alimentato dal carbone, e questa è la forma più sofisticata di greenwashing strutturale che esista oggi.

Il punto, per noi

Per l’Italia e per l’Europa la lezione è doppia. Da un lato, dobbiamo accettare che la transizione esiste e funziona quando c’è una politica industriale seria, fatta di pianificazione, investimenti, ricerca e infrastrutture. La Cina dimostra che si può. Dall’altro lato, dobbiamo evitare di importare la versione peggiore del modello cinese, fatta di carbone «di supporto», dighe controverse, miniere a basso costo umano e impatti ecologici scaricati sulle comunità deboli. La transizione energetica giusta non è un cantiere che corre e basta: è un cantiere che corre con regole, valutazioni d’impatto serie e attenzione alla biodiversità. Su questo, Eywa è già intervenuta in Net zero e decarbonizzazione avanzata: l’illusione verde, e continuerà a farlo.

Chi controllerà l’energia del futuro

La domanda giusta non è se la Cina sia diventata ecologica. La domanda è chi controllerà l’energia del futuro, e a quali condizioni. La risposta che emerge dal 15° piano è chiara: la Cina ha intenzione di vincere quella partita, su due binari paralleli, fino a quando può permetterseli. Spetta all’Europa decidere se restare spettatrice del processo o entrare in campo con una strategia industriale ambientale propria, autonoma e democratica. Vale la pena dirlo chiaramente: la transizione si fa, non si dichiara. E si fa adesso.

Approfondimenti Eywa

Transizione energetica: possibile, la Cina lo dimostra già. Eywa Divulgazione, 2025. La traiettoria della Cina come primo produttore mondiale di rinnovabili e i nodi politici della transizione.

Net zero e decarbonizzazione avanzata: l’illusione verde. Eywa Divulgazione, 2025. Promesse di neutralità climatica, mercato delle compensazioni e limiti delle strategie net zero.

Greenwashing e negazionismo climatico: cinque frame da imparare a riconoscere. Eywa Divulgazione, 2026. Come riconoscere le retoriche di rinvio che hanno preso il posto del negazionismo classico.

Le rinnovabili hanno un costo nascosto: litio, cobalto e l’acqua che paghiamo davvero. Eywa Divulgazione, 2025. I costi ambientali e sociali della filiera mineraria della transizione.

Batterie al sodio: la nuova alternativa al litio. Eywa Divulgazione, 2025. Le batterie sodio-ione, una possibile risposta europea alla supremazia cinese sul litio.

Rinnovabili senza distruggere la natura: le soluzioni che funzionano. Eywa Divulgazione, 2025. Pianificazione del territorio, biodiversità e impianti rinnovabili che non distruggono ciò che dovrebbero proteggere.

Bibliografia essenziale

Q&A: What does China’s 15th ‘five-year plan’ mean for climate change?. Anika Patel, Carbon Brief, 2026. Analisi puntuale degli obiettivi climatici e degli strumenti del piano 2026-2030.

China’s 15th Five-Year Plan: implications for climate and energy transition. Centre for Research on Energy and Clean Air, 2026. Valutazione critica degli obiettivi cinesi su CO₂, carbone e nucleare.

Built to peak: Coal power expansion runs out of room in China. CREA e Global Energy Monitor, 2026. La revisione semestrale H2 2025 sul carbone cinese: 161 GW di nuove proposte e 78 GW commissionati.

China Installed 1.2 TW of Solar, 650 GW of Wind Capacity as of February 2026. Mercom India, 2026. I numeri ufficiali della National Energy Administration sulla capacità rinnovabile cinese.

As It Boosts Renewables, China Still Can’t Break Its Coal Addiction. Yale Environment 360, 2026. Lettura geopolitica del nodo carbone-rinnovabili nel piano quinquennale cinese.

China’s new Five-Year Plan upgrades climate objectives while accepting continued role of coal. Johanna Krebs, Mercator Institute for China Studies (Merics), 2026. Analisi dell’integrazione clima-energia nel piano cinese.

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