Come la corsa globale all’AI scarica costi idrici, energetici e sociali sui territori, dalla Georgia rurale alle nostre falde. E perché conviene capirlo prima che arrivi il prossimo capannone.
Beverly Morris vive a Mansfield, contea di Newton, in Georgia. Nel 2019 Meta ha cominciato ad abbattere una porzione di foresta di querce a poche centinaia di metri da casa sua per costruire lo Stanton Springs Data Center, un impianto da 750 milioni di dollari. Da allora, racconta lei al New York Times, il suo pozzo non eroga più acqua pulita. La lavastoviglie si rompe, la lavatrice si blocca, il water si tappa di sedimenti. Quando Beverly ha chiesto al community relations manager di Meta come potesse cucinare con quell’acqua, lui le avrebbe suggerito di bollirla. Meta ha smentito quel passaggio specifico e ha aggiunto, attraverso una propria portavoce, che lo studio commissionato dall’azienda sul pozzo dei Morris ha concluso che era «improbabile» che il datacenter avesse intaccato la falda. I problemi idrici denunciati dai Morris e dai vicini di casa, però, sono documentati e ripresi dai principali media americani. La famiglia ha già speso cinquemila dollari fra interventi e nuovi filtri, e non può permettersi di rifare il pozzo, che costerebbe circa 25.000 dollari.
L’inchiesta è uscita sul New York Times nel luglio 2025 ed è diventata un caso politico nel maggio 2026, quando la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha portato in audizione alla Camera due barattoli di acqua marrone, raccolti porta a porta nella contea di Morgan e attribuiti dai residenti alla rete del rubinetto vicino al datacenter Meta. Jessica Kramer, vicedirettrice dell’EPA per l’acqua, si è impegnata sotto giuramento ad aprire una verifica. Il nesso causale fra il datacenter e i problemi ai pozzi privati non è ancora accertato tecnicamente né giudizialmente: ciò che è accertato è che il Newton County Water and Sewerage Authority ha confermato che l’impianto Meta assorbe da solo circa il 10% del consumo idrico totale giornaliero della contea, e che le tariffe dell’acqua aumenteranno del 33% in due anni, contro un trend storico del 2% annuo.
Mike Hopkins, direttore esecutivo dell’autorità idrica della contea, riassume il problema con una frase che vale la pena trascrivere: «Quello che i datacenter non capiscono è che si stanno prendendo la ricchezza della comunità. L’acqua non c’è». Negli ultimi mesi nove nuove società hanno presentato richiesta di costruzione in Newton County, alcune con consumi richiesti fino a 6 milioni di galloni al giorno: più dell’intero consumo idrico quotidiano dell’intera contea. Hopkins parla apertamente di «corsa contro il tempo» per aggiornare gli impianti di riciclo dell’acqua, un investimento stimato in oltre 250 milioni di dollari. Newsha Ajami, idrologa della Stanford University intervistata dal New York Times, lo sintetizza così: per le aziende tecnologiche «l’acqua è un pensiero successivo. L’idea è: qualcuno ci penserà dopo».
Il mito del digitale immateriale
Il cloud, l’intelligenza artificiale, lo streaming, i social network ci appaiono come servizi sospesi nell’aria. Sono invece infrastrutture fisiche pesantissime. Ogni richiesta che facciamo a un chatbot passa da capannoni con migliaia di server, raffreddati da sistemi che bevono acqua e che scaldano gli edifici al punto da richiedere centrali elettriche dedicate. L’energia non basta: in molti casi servono grandi quantità d’acqua per evitare che i processori si fondano. È un fatto tecnico, non un’opinione.
Secondo l’Energia e IA, la grande analisi che l’Agenzia internazionale dell’energia ha dedicato al tema nell’aprile 2025, i datacenter assorbivano già nel 2024 circa l’ 1,5% dell’elettricità mondiale e sono destinati a raddoppiare il proprio consumo entro il 2030, fino a circa 945 TWh. Quelli dedicati all’IA cresceranno ancora più in fretta: a stime IEA, triplicheranno nello stesso intervallo. Per chi vive accanto a un impianto, questa traduzione tecnica diventa un problema di pressione idrica, di pozzi, di bollette comunali e di camion cisterna.
Il caso Meta e il caso QTS
La vicenda dei Morris non è isolata. Tre vicini di casa hanno raccontato al New York Times gli stessi problemi: pressione che cala in pochi mesi, filtri da sostituire ogni quattro settimane invece che ogni dodici, acqua «tanto marrone da sembrare venuta da un ruscello». Una versione completa della ricostruzione, con fonti e cronologia, è disponibile in Meta data center impacts local water supply in Newton County, pubblicato da PPC Land. Il sindaco di Mansfield, Blair Northen, ha confermato pubblicamente che le tariffe idriche della contea aumenteranno di un terzo in due anni.
Pochi mesi prima, nel maggio 2026, Politico ha rivelato un caso ancora più paradigmatico. Quality Technology Services (QTS), azienda controllata dal fondo Blackstone, gestisce un campus di datacenter da 615 acri a Fayetteville, sempre in Georgia. Per un periodo stimato tra quattro e quindici mesi l’impianto ha consumato circa 30 milioni di galloni d’acqua, ovvero 114 milioni di litri, senza che venissero fatturati alla società: due allacciamenti industriali non risultavano sui registri dell’utility. La cifra è stata addebitata retroattivamente nel maggio 2025, per un valore di 147.474 dollari, equivalente a 44 piscine olimpioniche. La scoperta è arrivata solo dopo che i cittadini di Annelise Park, una zona residenziale vicina, hanno cominciato a lamentare bassa pressione idrica. Tutto questo durante una siccità conclamata, mentre il governatore Brian Kemp dichiarava lo stato di emergenza per gli incendi.
Vanessa Tigert, direttrice del servizio idrico della contea di Fayette, ha riconosciuto pubblicamente di non sapere con precisione da quando fossero attivi gli allacciamenti. Nessuna multa, perché QTS «è il nostro cliente più grande e dobbiamo essere partner». L’utility ha addebitato il consumo arretrato alla tariffa di costruzione. Punto.
Perché i datacenter bevono così tanto
I server scaldano. Nelle sale calde di un datacenter le temperature possono salire oltre i quaranta gradi e a quelle temperature i processori cedono. Il raffreddamento si fa principalmente in due modi. Il primo, ad aria, ricicla la stessa aria interna ma è limitato nei climi caldi. Il secondo, evaporativo, usa enormi quantità di acqua per portare via il calore: un metodo efficiente, ma idrofago. Qualche operatore sta sperimentando il «closed-loop», un sistema chiuso che riusa l’acqua, ma per ora resta minoritario e quasi sempre relativo alla fase operativa, non a quella di costruzione.
Quando chiediamo qualcosa a ChatGPT, Gemini, Claude o Meta AI, da qualche parte un server si accende. La crescita dei modelli generativi sta facendo esplodere il fabbisogno computazionale e con esso il fabbisogno idrico. Una stima frequentemente citata indica che i datacenter dedicati all’IA potrebbero consumare 1.700 miliardi di galloni d’acqua all’anno entro il 2027 a livello globale. Lo Stanton Springs di Meta ne consuma circa mezzo milione al giorno. Gli impianti di nuova generazione possono toccare cinque milioni di galloni quotidiani, equivalenti al consumo di oltre sedicimila famiglie americane.
Colonialismo energetico travestito da innovazione
Le grandi piattaforme tecnologiche si presentano con un linguaggio molto verde. Net zero, carbon neutral, water positive, pledge ESG. Nei loro report di sostenibilità Meta, Microsoft, Amazon e Google annunciano traguardi ambientali sempre più ambiziosi. Sul campo, però, lo schema è diverso. Le infrastrutture spesso si concentrano dove acqua, energia e suolo costano meno e i controlli sono più leggeri, in comunità con minore capacità negoziale rispetto alle grandi capitali industriali. La Georgia rurale è esattamente questo: incentivi fiscali, poche audizioni pubbliche, contee in difficoltà economica che accolgono qualsiasi investimento. L’Iowa, la Virginia e l’Arizona seguono lo stesso copione.
Tradotto: i profitti dell’intelligenza artificiale restano nei bilanci di San Francisco e Menlo Park, i costi ambientali restano nei pozzi privati di Mansfield, nelle bollette idriche di Newton e nei contenziosi della provincia americana profonda. È un modello di colonialismo energetico travestito da innovazione, e funziona perché si presenta come «opportunità» locale invece che come trasferimento di rischio.
Il paradosso ecologico dell’IA
C’è un cortocircuito quasi perfetto. L’intelligenza artificiale viene venduta come strumento per «risolvere» la crisi climatica, dalla mappatura della deforestazione al controllo delle emissioni industriali. Allo stesso tempo, la sua infrastruttura aggrava la crisi che dichiara di voler combattere: aumenta i consumi elettrici, prosciuga le falde, occupa suolo agricolo e blocca le reti di trasmissione. Non si tratta di rifiutare la tecnologia. Si tratta di non confondere il rimedio con la malattia, e di chiedersi chi paga il prezzo di una promessa green a scala continentale.
E in Italia?
L’Italia sta accogliendo decine di nuovi progetti di datacenter, soprattutto nell’area metropolitana di Milano e nelle aree industriali del Nord. Terna ha già registrato richieste di connessione per circa 30 GW di capacità: la capacità installata attuale è di circa 300 MW e dovrebbe arrivare a 1,5 GW entro il 2030 a un tasso di crescita del 30% annuo. L’Agenzia internazionale dell’energia stima che i consumi elettrici dei datacenter europei passeranno da 70 TWh nel 2024 a 115 TWh nel 2030, cioè 45 TWh in più in sei anni. Sulle bollette degli italiani, quella curva arriverà sotto forma di voci di rete, oneri di sistema e adeguamenti tariffari. Su questo punto Eywa è già intervenuta nell’articolo Data center e AI: rischiano di far saltare la rete elettrica.
L’acqua, in molte province italiane, è un problema già prima dei datacenter. In alcune zone si perde fino al 40-50% dell’acqua immessa in rete a causa di tubature vecchie e mai sostituite, come abbiamo documentato in Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo Comune. I prossimi piani regolatori dovranno decidere se i grandi impianti di calcolo possono essere autorizzati nei comuni dove l’acquedotto è già al limite. Prima di firmare, sarebbe utile leggere le bollette dei cittadini di Mansfield.
Cosa deve succedere prima della firma
La risposta civica non è demonizzare i datacenter: senza queste infrastrutture non esistono i servizi digitali su cui la nostra vita quotidiana ormai si appoggia. La risposta è pretendere che ogni progetto venga preceduto da uno studio idrogeologico indipendente, da una valutazione cumulativa con gli altri carichi sull’acquedotto locale e da clausole contrattuali che impongano sistemi di raffreddamento chiusi e penali in caso di consumi superiori. Le bollette dei cittadini non sono un fondo perduto per coprire la differenza, e i pozzi privati non sono parametri trascurabili in una valutazione di impatto ambientale.
Il cloud non è nel cielo
Il cloud non è nel cielo. È attaccato alla rete elettrica, alle falde acquifere e ai territori reali. Quando una multinazionale annuncia un datacenter da un miliardo di dollari, sta annunciando anche una quota nascosta di consumi idrici, una pressione sulle infrastrutture pubbliche e una redistribuzione del rischio. Negoziare quel rischio prima della firma, e non dopo i barattoli marroni in audizione, è esattamente ciò che differenzia una buona politica industriale da un favore travestito da investimento.
Approfondimenti Eywa
Data center e AI: rischiano di far saltare la rete elettrica (e di finire in bolletta). Eywa Divulgazione, 2026. La domanda elettrica dei datacenter, i rischi per la rete italiana e le ricadute in bolletta.
Quanta energia divora l’AI? Eywa Divulgazione, 2024. Cosa significa, in termini di consumo elettrico, l’addestramento e l’uso dei large language model.
Intelligenza artificiale e ambiente: chi controlla la Terra? Eywa Divulgazione, 2025. Il doppio volto dell’IA fra monitoraggio ambientale e colonizzazione digitale della natura.
Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo Comune. Eywa Divulgazione, 2026. Come reperire i dati di perdita degli acquedotti italiani e perché la loro assenza è già una notizia.
Acqua di rubinetto in Italia: più sicura dell’acqua in bottiglia. Eywa Divulgazione, 2026. Conformità sanitaria della rete idrica italiana e ruolo dei controlli pubblici.
Quando l’intelligenza artificiale imita i nostri difetti. Eywa Divulgazione, 2025. Limiti, bias e narrazioni di marketing dietro alla retorica salvifica dell’IA.
Bibliografia essenziale
A data center drained 30M gallons of water unnoticed: residents complained about low water pressure. Arianna Skibell, E&E News (Politico), 2026. Inchiesta sul caso QTS-Fayetteville e sui 30 milioni di galloni d’acqua non fatturati.
Meta data center impacts local water supply in Newton County. PPC Land, 2025. Sintesi dell’inchiesta del New York Times sui pozzi danneggiati intorno allo Stanton Springs Data Center.
Georgia data center: Meta operated project accused of muddying county’s drinking water. NewsNation, 2026. L’audizione di Alexandria Ocasio-Cortez all’EPA con i campioni di acqua marrone della contea di Morgan.
EPA Water Chief Pledges Review as Rural Georgia Faces Brown Water Near Meta Data Center. Yahoo News, 2026. L’impegno dell’EPA a verificare il caso e i numeri sui consumi idrici dei grandi datacenter.
Energy and AI. International Energy Agency, 2025. Il rapporto IEA su domanda elettrica dei datacenter, mix energetico globale e prospettive al 2030.
Key Questions on Energy and AI. International Energy Agency, 2026. Aggiornamento del rapporto Energy and AI con i dati di consumo 2025 e le proiezioni 2030.

