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Per due anni lo Stato ha pagato il 90% delle spese Per due anni lo Stato ha pagato il 90% delle spese per rimettere a nuovo una facciata, anche solo per tinteggiarla, senza chiedere in cambio un grado di isolamento in più. Poi l’aliquota al 60% e la misura è finita. Ma il punto resta il disegno: a parità di sconto, tra una pulitura e un cappotto termico si sceglie l’intervento più facile, quello che si vede. E intanto oltre il 45% delle nostre case resta in classe F o G, le peggiori, le più care da riscaldare. Premiare ciò che appare più di ciò che serve non è una novità, è un modo di spendere. 

Secondo te un incentivo pubblico dovrebbe pagare allo stesso modo l’estetica e l’efficienza? 

Scrivi FACCIATA nei commenti e ti mandiamo in DM l’approfondimento Eywa con tutte le fonti.
Il tempo per spendere i soldi del PNRR è appena sc Il tempo per spendere i soldi del PNRR è appena scaduto. Ora comincia la domanda vera: dove sono finiti?

Nel 2023, quando si è tagliato, sono stati tagliati per primi 6 miliardi destinati a rendere meno energivore scuole ed edifici pubblici in oltre 7.000 comuni. Le opere che non fanno foto, ma abbassano la bolletta. Intanto quasi una casa su due, in Italia, resta nelle classi energetiche peggiori: fredda d’inverno, cara da scaldare.

E in una singola gara pubblica del PNRR l’Anticorruzione ha trovato la stessa logica in piccolo: l’ufficio vicino al cantiere valeva 15 punti, come si esegue il lavoro ne valeva 10, e premiare le imprese in regola sulla parità di genere, che è un obbligo di legge, valeva zero. La vicinanza pesava più di sostanza e legalità.

La spesa è chiusa. Il controllo, no. Ogni bando del tuo comune è pubblico, e si può leggere a mani nude.

Stiamo preparando una guida riservata ai nostri iscritti: come leggere i bandi PNRR del tuo comune e scoprire dove sono finiti i fondi. 

Scrivi BANDO nei commenti e ti mandiamo il link. Che trovi anche in bio.

Il green si fa, non si dice. E adesso si controlla, comune per comune.
Una microforesta fatta bene e una fatta male, appe Una microforesta fatta bene e una fatta male, appena piantate, si somigliano. La differenza si vede tra qualche anno, quando correggere è ormai tardi.

Per questo il momento in cui un cittadino conta davvero non è l’inaugurazione. È prima. E si gioca sulle domande giuste.

La prima riguarda l’asfalto. Un bosco vero nasce da una «depavimentazione», cioè togliendo la pavimentazione e restituendo il terreno alla terra: un suolo libero assorbe l’acqua e trattiene meno calore da subito, mentre le piante daranno il loro contributo solo con gli anni. 

Sono due vantaggi diversi, con tempi diversi. 

Poi c’è l’acqua, perché nei primi anni, senza un’irrigazione pensata apposta, l’impianto non regge. 

E ci sono le specie, che vanno scelte autoctone per quel posto preciso, non prese a catalogo.

C’è anche il caso opposto, e pesa quanto il primo: un Comune che abbatte alberi adulti per fare spazio a un bosco giovane. Sarebbe un errore, non uno scambio alla pari. L’albero maturo raffredda oggi, la microforesta è un investimento sul domani. 

Prima si difende il verde che già c’è, poi si aggiunge il nuovo.

Lo strumento per verificare esiste già, e si chiama piano del verde: la legge 10 del 2013 lo prevede, ed è lì che un Comune scrive cosa intende piantare e cosa intende togliere. Sullo sfondo c’è anche l’Europa, con il regolamento sul ripristino della natura che fissa un principio netto: entro il 2030 il verde urbano non deve calare rispetto al 2024.

Nella tua città, quel piano qualcuno l’ha mai aperto?

Sul sito eywadivulgazione.it trovi tutti gli strumenti per muoverti, link in bio.
A Reggio Emilia hanno tolto l’asfalto e piantato u A Reggio Emilia hanno tolto l’asfalto e piantato un bosco. 

Non è retorica: 3.174 piante in un ex parcheggio, sette microforeste Miyawaki, vasche interrate per raccogliere l’acqua piovana.

Il metodo funziona. Ma i numeri che circolano, crescita dieci volte più veloce, biodiversità cento volte superiore, arrivano dai promotori. L’evidenza scientifica indipendente si sta ancora raccogliendo.

E soprattutto: una microforesta di tre anni non raffredda come un platano di cinquant’anni.

Quello che fa bene lo fa davvero. Quello che promette troppo va verificato.

Nell’articolo Eywa spieghiamo cosa sono le microforeste Miyawaki, cosa possono fare contro il caldo e cosa no, e cosa puoi chiedere al tuo Comune se ne vedi una annunciata.

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