Il 30 giugno 2026 è scaduto il tempo per chiudere gran parte delle opere del PNRR. Non tutto, però, finisce oggi. Non i cantieri, che in molti casi vanno avanti. E non l’intero Piano: le amministrazioni hanno tempo fino al 31 agosto per rendicontare, i saldi europei arriveranno entro il 31 dicembre e il monitoraggio proseguirà anche dopo. Ma per le opere dei Comuni, quelle che si vedono in strada, il 30 giugno è la linea vera: oltre quella data la spesa non è più ammissibile, e la Commissione ha escluso proroghe entro il 2026. Da qui in poi non si promette più. Si conta cosa è stato costruito davvero. Lo dice anche la Corte dei conti, che descrive un Piano scivolato via via dalla trasformazione del Paese al semplice rispetto delle scadenze. E la domanda che quasi nessuno mette in fila è semplice: con i soldi delle nostre città abbiamo reso più sicure e meno energivore le case in cui viviamo, o abbiamo rifatto la piazza dove le fotografiamo?
Il taglio che viene per primo
La domanda viene dai documenti. È lì, nero su bianco, che il PNRR ha fatto una scelta. Alla fine del 2023 il Piano è stato rivisto d’accordo con Bruxelles, e in quella revisione (la decisione dell’8 dicembre 2023, poi ritoccata più volte fino al 2026) si è deciso cosa tenere e cosa lasciare indietro. Ma non tutto è caduto allo stesso modo, ed è questo che conta. La misura più colpita è stata quella dedicata all’efficienza energetica dei Comuni, cioè i lavori diffusi per rendere gli edifici pubblici, come scuole e uffici, meno energivori e quindi meno cari da scaldare: 6 miliardi usciti per intero dal Piano. Parte di quegli interventi è stata riportata su fondi nazionali, ma fuori dal PNRR. Accanto, altre due misure sono finite sotto la stessa sforbiciata, con esito diverso: la rigenerazione urbana, che partiva da 3,3 miliardi, è stata ridotta a circa 2; i Piani urbani integrati, i grandi programmi di riqualificazione delle aree metropolitane, sono stati anch’essi ridimensionati.
Qui sta la differenza che pesa. Le misure di riqualificazione urbana, quelle che finanziano anche gli spazi pubblici più fotografabili, sono state tagliate ma sono rimaste in parte dentro il Piano. Le piccole opere diffuse in oltre 7.000 Comuni, quelle che facevano risparmiare sul riscaldamento di scuole ed edifici pubblici, sono invece uscite in blocco. Davanti alla scelta, insomma, l’efficienza energetica diffusa ha ceduto il passo prima di ogni altra cosa. Dire che al suo posto sia rimasta «la piazza» è una lettura, non un dato scolpito euro per euro: per dimostrarlo progetto per progetto servirebbe una mappatura degli interventi sopravvissuti, ed è un lavoro che si può fare. Ma lo squilibrio di partenza è già nei documenti, e non lascia molti dubbi su cosa sia stato giudicato sacrificabile per primo.
Non è la prima volta
Il denaro pubblico che premia ciò che si vede più di ciò che serve non è una novità . Il Bonus facciate lo ha mostrato bene. Al 90% nel 2020 e nel 2021, poi sceso al 60% nel 2022, pagava anche la sola pulitura o tinteggiatura di una facciata esterna, senza imporre di per sé un grado di isolamento termico in più. Non è stato prorogato oltre il 2022, mentre l’intero sistema dei bonus edilizi veniva via via riordinato e stretto verso l’efficienza energetica e la sicurezza sismica. Già allora i tecnici lo dicevano senza giri di parole: dare lo stesso incentivo a una pulitura di facciata e a un cappotto termico, cioè all’isolamento esterno di un edificio, significa che a parità di convenienza le famiglie sceglieranno l’intervento più facile, quello estetico, e su quegli edifici non si tornerà per vent’anni.
E qui sta il punto. Il problema non è la piazza in sé. Una piazza viva è un bene pubblico, e rigenerarla ha senso. Il problema è la gerarchia: quando le risorse sono poche, cosa mettiamo davanti? Lo stato degli edifici risponde al posto nostro. Fra gli attestati di prestazione energetica analizzati da ENEA e CTI, oltre il 45% delle abitazioni ricade nelle due classi peggiori, la F e la G, quelle che consumano di più e costano di più da scaldare. Non è un censimento di tutte le case italiane, è la fotografia più ampia che abbiamo, ed è quasi una casa su due. A questo si somma un patrimonio costruito in larga parte prima delle norme antisismiche moderne, in un Paese ad alta esposizione al terremoto: il rischio sismico sugli edifici residenziali è stimato in quasi 4 miliardi di euro l’anno di danni potenziali. Numeri che una piazza rifatta, per quanto bella, non sposta di un millimetro.
La regola verde che nessuno controlla
C’è un paradosso che rende tutto più nitido. La rigenerazione urbana pagata dal PNRR non è affatto libera di ignorare l’ambiente. Il principio europeo del «non arrecare un danno significativo», in sigla DNSH, dice una cosa semplice: un intervento pagato con quei fondi non deve peggiorare l’ambiente. Per le ristrutturazioni rilevanti questo si traduce in requisiti concreti, per esempio una riduzione di almeno il 30% del fabbisogno di energia primaria dell’edificio. E in alcune misure il vincolo è ancora più esplicito: nei Piani urbani integrati, gli edifici oggetto di riuso o ristrutturazione devono guadagnare almeno due classi energetiche, per esempio passando da una G a una E. Insieme ai criteri ambientali minimi, cioè i requisiti verdi obbligatori negli appalti pubblici, questi vincoli tracciano un obbligo chiaro: sulla carta, la qualità ambientale dell’intervento è pretesa dalla legge. Il punto è un altro: se venga davvero pretesa quando si scrive la singola gara. Perché il requisito cambia da misura a misura, e quanto pesa davvero dipende da come il singolo bando lo trasforma in punti e in obblighi. E su questo abbiamo un caso concreto.
La stessa scelta, in piccolo
Il 24 marzo 2026 l’Autorità nazionale anticorruzione ha esaminato una gara dentro un progetto di rigenerazione urbana finanziato dal PNRR, in una città capoluogo del basso Lazio, e vi ha trovato uno squilibrio che somiglia, in piccolo, a quello nazionale. Non era una gara per costruire, ma per affidare i servizi tecnici che guidano i lavori: la direzione del cantiere e il coordinamento della sicurezza. Le regole di quella gara, il cosiddetto disciplinare, davano fino a 90 punti alla qualità tecnica dell’offerta. E dentro quei 90 punti, la vicinanza della sede del professionista al cantiere ne valeva 15, più dei 10 assegnati alle modalità esecutive dell’incarico, cioè al modo in cui il lavoro si sarebbe svolto. Non che la prossimità sia vietata: ANAC ha contestato che pesasse così tanto senza essere definita in anticipo con criteri chiari, lasciando la valutazione opaca.
C’è di più. Il punteggio premiale che la legge impone di riconoscere alle imprese certificate sulla parità di genere non era previsto affatto: semplicemente omesso. Dentro un solo bando, avere la sede vicina pesava più di come si intende fare il lavoro, e un obbligo di legge veniva saltato. Un caso non fa un sistema, e ANAC non ha detto che tutta l’Italia funzioni così. Ma è la stessa logica che, ingrandita, rifà la piazza e rimanda la casa: pesare la vicinanza e l’apparenza più della sostanza.
A pagare il conto non è un’entità astratta. Sono le famiglie in una casa fredda e cara da scaldare, mentre l’incentivo pubblico più generoso premiava chi rifaceva l’intonaco. Sono i Comuni con una piazza nuova e una scuola ancora energivora. E sono i lavori pubblici del Piano che, misurati sui risultati e non sui rendering, restano indietro: assorbono il 44% dei finanziamenti, ma i pagamenti si fermano al 37% e solo il 10% dei progetti risulta concluso. Non è ancora un giudizio sulla transizione ecologica nel suo insieme, che si misura con altri indicatori. È però la spia di un’opera pubblica che avanza piano proprio dove servirebbe di più.
Tre domande da fare al proprio Comune
La buona notizia è che questa gerarchia non è invisibile. È scritta, ed è verificabile a mani nude. Ogni progetto di rigenerazione urbana finanziato dal PNRR ha un bando, un disciplinare, dei verbali e delle determine: atti pubblici, accessibili per definizione. Per capire dove ha guardato il proprio Comune non servono soffiate, basta sapere dove guardare.
Tre domande sono sufficienti per cominciare, e le può porre chiunque. La prima riguarda l’oggetto: questo intervento migliora la classe energetica degli edifici o la loro sicurezza, oppure si ferma all’arredo e al decoro? Il bando lo dice. La seconda riguarda i vincoli verdi: il progetto rispetta il miglioramento energetico che la misura impone? Dove è previsto, questo significa il salto di almeno due classi; altrove, la riduzione di fabbisogno chiesta dal DNSH. E soprattutto: come lo dimostra? Se la risposta è vaga, è un campanello. La terza riguarda i criteri di gara: nella valutazione delle offerte quanto pesa la sostanza, cioè come si esegue il lavoro, rispetto a elementi accessori come la vicinanza della sede? Un criterio di prossimità che pesa più delle modalità esecutive, l’abbiamo visto, non è un dettaglio.
Chi vuole andare oltre la lettura ha uno strumento in più: l’accesso civico generalizzato, cioè il diritto riconosciuto a chiunque di chiedere all’amministrazione i documenti che la riguardano. Si invia via PEC, la posta elettronica certificata che vale come una raccomandata, e permette di richiedere bando, disciplinare e verbali. Il Comune deve rispondere, nei limiti previsti dalla legge: esistono eccezioni, controinteressati (cioè chi potrebbe essere danneggiato dalla diffusione), differimenti e possibili oscuramenti, e un eventuale diniego va motivato. È lo stesso strumento con cui, su Eywa, verifichiamo le opere una per una. E se un progetto promette sostenibilità nei comunicati ma non la pretende nei documenti, quella distanza è già una notizia.
Il green si fa, non si dice. E una casa sicura e a basso consumo non si vede in una fotografia: si sente in bolletta, e si scopre il giorno del terremoto. Rifare una piazza è più facile da raccontare che isolare mille tetti, e per questo è più facile da finanziare. Ma la rigenerazione vera non si misura dai rendering. Si misura dalla pulizia delle gare che la realizzano e dalla sostanza di ciò che lasciano dietro. Il 30 giugno 2026 è scaduto il tempo per completare gran parte delle opere; la rendicontazione europea si chiude più avanti, ma il conto vero comincia adesso. Nei prossimi mesi si conterà , opera per opera, cosa è stato davvero costruito. Cominciamo a contare anche noi.
Approfondimenti Eywa
Come segnalare un problema al Comune «Eywa Divulgazione, 2026. Come usare l’accesso civico generalizzato per ottenere bando, disciplinare e verbali, e verificare a mani nude le scelte di spesa del proprio Comune.»
Frana di Niscemi: la mappa pubblica ignorata per 19 anni «Eywa Divulgazione, 2026. Quando i fondi ci sono ma restano fermi: un rischio mappato e codificato per anni, e la differenza tra prevenzione e spesa d’emergenza.»
Etichette «a impatto zero»: come riconoscere il greenwashing «Eywa Divulgazione, 2025. Perché una dichiarazione ambientale conta solo se è verificabile nei documenti, non nei comunicati.»
Il Giappone e la riforestazione che funziona davvero «Eywa Divulgazione, 2025. Quando un intervento ambientale è sostanza e quando è soltanto immagine da raccontare.»
Diritto alla riparazione in Italia: dal 2026 come farlo valere «Eywa Divulgazione, 2026. Un diritto europeo e gli strumenti per usarlo: perché come è disegnato un incentivo conta quanto le buone intenzioni.»
Fonti
Il Pnrr termina oggi ma la sua fine è ancora tutta da scrivere Openpolis, 2026, il 30 giugno chiude il cronoprogramma italiano ma non il Piano: rendicontazione entro il 31 agosto, pagamenti entro il 31 dicembre, monitoraggio oltre il 2026.
Il PNRR scade tra un mese Pagella Politica, 2026, la Commissione esclude proroghe entro il 2026; l’Italia ha incassato circa 166 miliardi sui 194,4 del Piano.
Linee guida per la conclusione degli interventi e la rendicontazione finale Struttura di Missione PNRR, 2026, il 30 giugno come termine per i soggetti attuatori e il 31 agosto per la rendicontazione delle Amministrazioni titolari.
PNRR, la relazione della Corte dei conti sullo stato di attuazione Corte dei conti, relazione II semestre 2025: i lavori pubblici assorbono il 44% dei finanziamenti, con pagamenti al 37% e il 10% dei progetti concluso.
Più energia e meno riqualificazione territoriale nel nuovo Pnrr lavoce.info, 2023, quali misure sono uscite per intero dal Piano (i piccoli interventi dei Comuni) e quali sono state solo ridotte (rigenerazione urbana, Piani urbani integrati).
Rigenerazione urbana, dossier di documentazione Camera dei deputati, la misura M2C4I2.2 sull’efficienza energetica dei Comuni, dotazione 6 miliardi, definanziata con la revisione dell’8 dicembre 2023.
Revisione PNRR, i principali progetti a rischio definanziamento ANCE, 2023, la ripartizione del definanziamento: 6 miliardi efficienza energetica dei Comuni, 3,3 rigenerazione urbana, 2,5 Piani urbani integrati.
M5C2 Investimento 2.1, rigenerazione urbana Ministero dell’Interno, dotazione della misura pari a 2 miliardi dopo la revisione, dai 3,3 iniziali.
Il principio DNSH Italia Domani, per le ristrutturazioni rilevanti il vincolo di riduzione di almeno il 30% del fabbisogno di energia primaria.
Prossimità e rigenerazione urbana nel PNRR Urbanistica Informazioni, per gli edifici recuperati nei Piani urbani integrati il vincolo di incremento di almeno due classi energetiche.
Delibera n. 106 del 24 marzo 2026 ANAC, 2026, gara di servizi tecnici PNRR: prossimità della sede a 15 punti su 90, superiore ai 10 delle modalità esecutive, e omissione del punteggio premiale obbligatorio sulla parità di genere.
Rigenerazione urbana con fondi PNRR, ANAC boccia una gara per servizi tecnici Edilportale, 2026, ricostruzione dei rilievi ANAC, con il criterio di prossimità che pesa più delle modalità esecutive.
L’agevolazione Bonus facciate Agenzia delle Entrate, aliquota al 90% nel 2020 e 2021, ridotta al 60% nel 2022.
Bonus edilizi 2026, tra proroghe e dismissioni QualEnergia, 2026, la chiusura del Bonus facciate e il riordino delle risorse verso efficienza energetica e sicurezza sismica.
Bonus facciate: misura utile per l’edilizia o spreco di risorse pubbliche? Ingenio (AiCARR), 2020, la critica tecnica all’incentivo estetico slegato dall’efficienza energetica.
Efficienza energetica degli edifici, VI Rapporto ENEA-CTI ENEA e CTI, 2025, quota di attestati di prestazione energetica nelle classi F e G.
Accesso civico e accesso civico generalizzato ANAC, i limiti dell’art. 5-bis, i controinteressati e le ipotesi di diniego o differimento.
Prevenzione sismica ed efficienza energetica del patrimonio edilizio Giornata nazionale della prevenzione sismica (CNI, Fondazione Inarcassa), 2025, la stima del rischio sismico annuo sugli edifici residenziali.

