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Isola di calore urbana: perché la tua città è una pentola

Verso le dieci di sera, quando la campagna intorno si è già raffreddata, il centro della tua città è ancora caldo. Non è una sensazione, è un fenomeno con un nome e una misura: si chiama isola di calore urbana, e dice una cosa semplice, che le aree costruite restano più calde di quelle che le circondano.

A pesare di più è il calore che si legge sulle superfici, l’isola di calore superficiale: asfalto, cemento e tetti si scaldano in fretta e poi restituiscono quel calore per ore. È di notte che la pentola si vede meglio, perché le superfici artificiali cedono piano piano quello che hanno immagazzinato di giorno.

E d’estate questo fenomeno è tanto più forte quanto più la città è densa, impermeabile e povera di alberi. Mentre fuori si dorme, in città si suda.

Il conto lo paga chi ci vive

In Italia vivono in città circa 42 milioni di persone, attorno al 70% della popolazione: tutta gente che d’estate sta dentro quella pentola, e la pentola fa male sul serio. Una stima pubblicata su Nature Medicine attribuisce al caldo 62.775 morti in Europa nel 2024. È un numero con un margine ampio, fra circa 37.000 e 84.000, e l’Italia è prima per numero assoluto, con oltre 19.000.

È un destino prevedibile. Durante l’ondata di fine giugno 2025, un’analisi rapida dell’Imperial College e della London School of Hygiene and Tropical Medicine ha stimato per Milano 499 morti in più del previsto in dieci giorni; di queste, 317 legate alla quota di caldo dovuta al riscaldamento causato dall’uomo, e gli over 65 a pesare per l’88% delle morti collegate al clima. Sono stime ricavate da modelli, non conteggi diretti, ed è giusto dirlo; ma indicano un ordine di grandezza, e l’isola di calore è il moltiplicatore locale di quel conto.

Perché la città è una pentola

La città è più calda per come è fatta. Conta soprattutto il rapporto, quasi sempre sbilanciato, fra due cose: le superfici impermeabili, cioè asfalto, cemento e tetti, e la copertura arborea, cioè l’ombra delle chiome. Le prime assorbono il sole e lo restituiscono per ore; le seconde lo fermano e lo disperdono. Quanto pesi questo squilibrio lo dice un numero misurato.

Uno studio del Cnr-Ibe con Ispra sulle dieci città metropolitane dell’Italia peninsulare ha visto che a Torino, nel cuore della città, dove le superfici impermeabili e senza alberi crescono di dieci punti percentuali, l’isola di calore superficiale estiva del giorno sale in media di 4 gradi. È un’associazione statistica, non un automatismo, e dipende anche dai materiali, dalla ventilazione e dalla forma della città; ma la direzione è chiara: dove asfalto e cemento prendono il posto delle chiome, la temperatura del quartiere tende a salire.

Il fresco è un’infrastruttura, non un ornamento

Gli alberi rinfrescano in due modi misurabili. Con l’ombra, che impedisce ai raggi di colpire le superfici artificiali, e con la traspirazione, cioè il vapore acqueo che le foglie rilasciano e che abbassa la temperatura dell’aria intorno. La differenza si vede prima di tutto a terra: a Manchester, misurando la temperatura delle superfici, un prato è risultato più fresco del cemento fino a 24 gradi, e l’ombra di un albero fino a 19. Sull’aria che respiriamo l’effetto è più piccolo, ma c’è: a Madison, negli Stati Uniti, l’aria di un isolato comincia a rinfrescarsi davvero solo quando gli alberi coprono più del 40% della superficie, e allora può scendere fino a circa 5,6 gradi, cioè 10 gradi Fahrenheit.

Allargando lo sguardo al mondo intero, un’analisi di 8.919 aree urbane stima che le chiome dimezzino l’effetto isola di calore, anche se il raffrescamento medio dell’aria, calcolato tenendo conto di quante persone vivono in ogni zona, resta attorno a 0,17 gradi: poco in media, molto dove gli alberi ci sono davvero. E vale anche per noi. Lo studio più recente del Cnr-Ibe con Ispra ha mappato i venti capoluoghi di regione e mette Genova fra le città con i divari di temperatura più forti fra centro e periferia; secondo quei conti, basta aumentare del 5% la copertura di alberi del Comune per abbassare di oltre mezzo grado la temperatura media delle superfici. Il fresco, insomma, è un’infrastruttura, non un ornamento da sacrificare quando serve un parcheggio.

Il caldo non è democratico

C’è un aspetto di cui si parla poco, ed è in quale parte della pentola ti tocca stare. Il verde, in tante città, non è distribuito a caso: i quartieri benestanti ne hanno di più, quelli poveri di meno, e la stessa analisi mondiale sulle aree urbane mostra che i vantaggi delle chiome vanno soprattutto ai redditi alti e ai sobborghi residenziali. Su 862 città europee, meno del 15% delle persone ha intorno abbastanza verde da rispettare la soglia considerata adeguata, e a starci dentro sono soprattutto le zone più ricche.

Così l’isola di calore diventa anche una questione sociale: il rischio si concentra dove ci sono meno alberi e, spesso, più persone fragili, dove cioè i quartieri densi e senza ombra si sommano agli anziani e ai malati. Chi ha un parco sotto casa si rinfresca; chi ha solo asfalto si arrangia con il condizionatore, che, a seconda dei casi, butta fuori parte del calore che toglie alle stanze, scaldando la strada di chi un condizionatore non ce l’ha.

La regola del 3-30-300 e cosa puoi farci

Gli alberi non sono l’unica leva. Servono anche meno asfalto, superfici più chiare che respingono la luce invece di assorbirla, più ombra, edifici costruiti per trattenere il fresco e piani sanitari pronti per le ondate di calore. Ma la copertura arborea resta la leva più potente, e c’è perfino un metro per misurarla. Si chiama regola del «3-30-300»: l’ha proposta l’esperto di foreste urbane Cecil Konijnendijk e la Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite l’ha fatta propria in un documento ufficiale.

Dice tre cose semplici: ogni persona dovrebbe vedere almeno 3 alberi dalla finestra di casa, ogni quartiere dovrebbe avere il 30% di chioma, e nessuno dovrebbe abitare a più di 300 metri da uno spazio verde pubblico di qualità, grande almeno mezzo ettaro. Non è una questione estetica: avvicinare la chioma di quartiere al 30% è associato a un calo misurabile delle morti premature legate allo smog e al caldo.

E qui il cittadino non è spettatore. Il primo strumento è il metro che hai appena letto: applica il «3-30-300» al tuo isolato e guarda quanto manca. Il secondo è il piano del verde del tuo Comune, dove c’è: è un documento pubblico che dice quanti alberi ci sono, quali se ne piantano e dove. E se il piano non c’è, resta comunque il diritto di chiedere i dati, perché per legge l’accesso alle informazioni ambientali è garantito. Il terzo è tenere d’occhio i numeri pubblici.

La forestazione urbana del Pnrr, per esempio, era partita con l’obiettivo di 6,6 milioni di alberi nelle città metropolitane; poi, con la revisione del 2023, il bersaglio è cambiato: 4,5 milioni di materiali forestali, cioè fra sementi e piante, entro la fine del 2024, e 3,5 milioni da mettere a dimora definitiva entro giugno 2026. L’ASviS considera questo sforzo molto al di sotto di quello che servirebbe: una sua stima del 2022, ottenuta distribuendo sull’Italia in base alla superficie l’obiettivo europeo dei tre miliardi di alberi, parla di centinaia di milioni di alberi necessari a livello nazionale. Resta una stima, non un obbligo, e riguarda l’intero Paese, non solo le città metropolitane.

Ma il punto vero non è quanti se ne annunciano, è quanti se ne mettono a dimora e quanti sopravvivono. Un albero maturo abbattuto e sostituito con un alberello non è un pareggio, perché il fresco lo fa la chioma grande, e il tutore serve a reggere la giovane pianta, non a rimpiazzare quella adulta. Chiedere i dati al Comune, segnalare gli abbattimenti, verificare che i fondi diventino alberi vivi: è così che si tiene il coperchio un po’ più alzato. A dare forza a questa pressione si è aggiunto da poco anche un vincolo europeo, il regolamento sul ripristino della natura, che fissa obiettivi sul verde urbano e sulla sua copertura arborea.

Le ondate di calore vanno e vengono con le estati, e ogni anno ripresentano lo stesso conto. Ma la città resta fatta come è fatta, e la differenza fra una città che si raffredda e una che cuoce non la fa il meteo, la fanno le scelte di chi pianifica e la pressione di chi ci abita. Il fresco non è un capriccio estetico: dovrebbe essere trattato come una componente del diritto alla salute e a un ambiente salubre, e si misura in alberi, in ombra e in metri da un parco.

Approfondimenti Eywa

Roma, la città più verde d’Europa che non riesce a farsi ombra «Eywa Divulgazione, 2026. Una città piena di verde dove i quartieri interni restano senza ombra: conta la distribuzione, non solo la quantità.»

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Fonti

Heat-related mortality in Europe during 2024 and health emergency forecasting Nature Medicine, 2025, stima dei decessi attribuibili al caldo in Europa nel 2024 e Paesi più colpiti.

Climate change tripled heat-related deaths in early summer European heatwave Grantham Institute, Imperial College e Lshtm, 2025, analisi rapida sui decessi dell’ondata di fine giugno 2025, con i dati di Milano.

Caldo estivo in città: pochi alberi e consumo di suolo Cnr-Ibe e Ispra, 2020, isola di calore superficiale nelle dieci città metropolitane peninsulari e dato di Torino.

Isole di calore: uno studio ne rileva l’intensità in tutti i capoluoghi di regione Cnr-Ibe e Ispra, 2025, mappa delle isole di calore nei venti capoluoghi, con Genova e l’effetto del 5% di chioma.

The effect of tree shade and grass on surface and globe temperatures in an urban area Armson, Stringer e Ennos, 2012, misure di Manchester su prato, ombra e temperature superficiali.

Scale-dependent interactions between tree canopy cover and impervious surfaces Ziter et al., Pnas, 2019, soglia del 40% di chioma e raffrescamento dell’aria a Madison.

Trees halve urban heat island effect globally Nature Communications, 2026, raffrescamento della chioma in 8.919 aree urbane e distribuzione diseguale dei benefici.

Assessing European cities with the 3-30-300 rule Nature Communications, 2026, conformità alla regola 3-30-300 in 862 città europee.

Effect of tree canopy cover on air pollution-related mortality in European cities Sicard et al., The Lancet Planetary Health, 2025, chioma urbana e mortalità da inquinamento in 744 centri.

Evidence-based guidelines for greener, healthier, more resilient neighbourhoods: introducing the 3-30-300 rule Konijnendijk, 2023, definizione e basi scientifiche della regola 3-30-300.

Advancing sustainable urban and peri-urban forestry Unece, 2022, policy brief che adotta la regola 3-30-300 come riferimento per la forestazione urbana.

PNRR Missione 2 Componente 4: forestazione urbana, revisione dei target MASE, 2024, target rivisti a 4,5 milioni di materiali forestali e 3,5 milioni da trapiantare entro giugno 2026.

Infrastrutture verdi urbane e periurbane ASviS, 2022, position paper che stima in circa 227 milioni gli alberi necessari in Italia, ripartendo per superficie l’obiettivo europeo dei tre miliardi.

Decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 195 accesso del pubblico all’informazione ambientale, base del diritto a chiedere i dati al Comune.

Regolamento (UE) 2024/1991 sul ripristino della natura obiettivi su spazi verdi urbani e copertura arborea delle città.

Team Eywa
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