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Perché la pioggia non ricarica le falde

Il temporale che allaga non è quello che disseta: conta come cade la pioggia e su quale suolo.

Ogni estate va in scena lo stesso equivoco. Settimane di caldo e terreno secco, poi un temporale violento che allaga strade e scantinati, e la sensazione che l’emergenza sia rientrata. Non lo è. La pioggia caduta in poche ore quasi non ricarica le riserve d’acqua sotterranee, e capirne il motivo serve a smettere di aspettare che sia il cielo a risolvere un problema che, in buona parte, è nella terra.

Il problema

Quando dopo un lungo periodo di siccità arriva un acquazzone, la reazione è quasi sempre di sollievo. È piovuto, quindi il peggio è passato. È un’illusione comprensibile ma sbagliata, perché confonde due cose diverse: la pioggia che allaga e la pioggia che disseta. Sono due fenomeni distinti, e la prima non coincide con la seconda. Confidare nel temporale che «risolverà» la siccità è come sperare che una piena riempia una botte forata.

Cosa succede davvero, e perché

Le falde sono le riserve d’acqua che stanno sotto i nostri piedi, negli strati permeabili del sottosuolo. Sono la vera scorta idrica di un territorio, quella che alimenta pozzi e sorgenti e, nei mesi asciutti, tiene in vita anche i fiumi. Si ricaricano quando la pioggia entra nel terreno con calma, lo attraversa e scende in profondità. È un processo lento, che ha bisogno di acqua distribuita nel tempo, non di un diluvio in un pomeriggio.

E questo è il punto. Un temporale estivo scarica in poche ore la pioggia di settimane su un suolo indurito dalla siccità o sigillato dal cemento. L’acqua non ha il tempo di penetrare: scorre in superficie, gonfia i tombini, allaga, e in poche ore raggiunge il mare. Ha bagnato tutto, ha fatto danni, e la ricarica profonda resta minima. Conta meno quanta acqua cade, e più come cade e su che cosa. Questo non significa che ogni temporale sia inutile per le falde: significa che su suoli urbanizzati, compattati o induriti dalla siccità una quota crescente dell’acqua diventa deflusso superficiale, e la ricarica profonda perde efficacia.

Il «su cosa» è il pezzo di storia che quasi nessuno racconta, ed è il suolo. Un terreno naturale, coperto di vegetazione, funziona come una spugna: trattiene l’acqua, la filtra, la cede lentamente alla falda. Un terreno impermeabilizzato, cioè sigillato da asfalto e cemento, è l’esatto opposto: non scambia più nulla con il sottosuolo, e tutto quello che riceve lo rimanda a valle.

Il problema è che stiamo trasformando il primo tipo di suolo nel secondo a ritmo record. Lo misura ogni anno l’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, insieme al Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente. Nel 2024 l’Italia ha perso 78,5 km² netti di suolo naturale, il valore più alto degli ultimi dodici anni. Oggi le superfici artificiali coprono il 7,17% del territorio nazionale, contro una media europea del 4,4%. E si continua a costruire dove non si dovrebbe: nello stesso anno sono stati consumati 1.303 ettari in aree a pericolosità idraulica media, cioè zone che già sappiamo esposte alle alluvioni. Sulla costa il quadro è ancora più netto: nei primi 300 metri dal mare il suolo sigillato tocca il 22,9%, più del triplo della media nazionale.

Più impermeabilizziamo, meno acqua entra nel terreno, e più ogni pioggia intensa diventa insieme un’alluvione e un’occasione di ricarica sprecata. La siccità e l’allagamento non sono due nemici diversi: sono lo stesso problema visto da due lati. Lo confermano gli enti che studiano l’acqua, dall’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, che avverte come su suoli compattati e superfici impermeabili le piogge violente scorrano via senza ricaricare le riserve, all’ANBI (l’associazione dei consorzi che gestiscono territorio e acque irrigue), che parla ormai di un regime idrologico «torrentizio», dove l’acqua arriva tutta insieme e se ne va altrettanto in fretta.

Chi paga il conto

Lo pagano le falde, che calano in modo strutturale e non risalgono con un mese di pioggia. Lo pagano i fiumi, che in molte aree sono alimentati proprio dalle acque sotterranee: quando la falda si abbassa, il fiume perde portata, e nei mesi secchi molti corsi d’acqua si riducono a un filo o restano in secca. Lo paga l’agricoltura, che vede sparire l’acqua nel momento in cui ne ha più bisogno. E lo paghiamo tutti come collettività, perché l’acqua che scorre via non solo non disseta, ma allaga: ISPRA stima tra 8,66 e 10,59 miliardi di euro all’anno i costi ambientali ed economici della perdita di suolo in Italia, come impatto cumulato del consumo avvenuto tra il 2006 e il 2024. Nel frattempo, come denuncia da tempo l’ANBI (l’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue), una parte enorme della pioggia che cade sul Paese defluisce in mare senza essere trattenuta, perché mancano gli invasi per raccoglierla e i suoli capaci di assorbirla.

Cosa possiamo fare

La buona notizia è che quasi tutto questo è reversibile, perché quasi tutto dipende da scelte. Deimpermeabilizzare, cioè restituire capacità di assorbimento a piazzali, cortili e strade dove possibile; progettare il drenaggio urbano affinché l’acqua rallenti, si infiltri e non scorra subito verso i tombini; recuperare aree naturali e piccoli spazi capaci di trattenere l’acqua; smettere di cementificare le zone a rischio. Sono interventi noti, che non richiedono tecnologie da inventare: richiedono di essere decisi.

Serve anche una cornice. L’Unione europea ha adottato la sua prima direttiva dedicata alla salute del suolo, la direttiva (UE) 2025/2360 sul monitoraggio e la resilienza del suolo, del 12 novembre 2025; nel negoziato il sistema di monitoraggio ISPRA-SNPA è stato assunto come riferimento tecnico. In Italia, al 7 luglio 2026, manca ancora una legge nazionale organica che fissi limiti chiari al consumo di suolo, attesa da anni. E qui la parte civica conta davvero. Con l’EcoAtlante di ISPRA chiunque può verificare quanto suolo ha consumato il proprio Comune, dato alla mano. Con l’accesso agli atti si possono chiedere i piani di drenaggio, le opere di prevenzione, i bilanci idrici. Con le osservazioni ai procedimenti si può pretendere che un progetto spieghi come gestirà l’acqua prima di essere approvato, non dopo.

Eywa dice…

La pioggia non è la cura. Finché il suolo resta sigillato, ogni acquazzone continuerà a fare danni a valle e a lasciare le falde a secco. Il cemento, sotto una pioggia che non disseta, è una scelta politica. E anche togliere il tappo, aprire il suolo, trattenere l’acqua dove cade, lo è.


Approfondimenti Eywa

Perché le città italiane si allagano con piogge normali «Eywa Divulgazione, 2026. Il meccanismo dell’impermeabilizzazione urbana e del deflusso che trasforma un acquazzone in un allagamento.»

Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo Comune «Eywa Divulgazione, 2026. Quanta acqua se ne va dalla rete prima ancora di arrivare al rubinetto, e come leggerne i dati.»

Caditoie e tombini: la manutenzione che decide gli allagamenti «Eywa Divulgazione, 2026. Perché la gestione ordinaria del drenaggio conta quanto le grandi opere.»

Il parco che non raffredda più «Eywa Divulgazione, 2026. Cosa succede quando il verde urbano perde le sue funzioni, dall’ombra all’assorbimento dell’acqua.»

Dissesto idrogeologico: dove finiscono i fondi per la prevenzione «Eywa Divulgazione, 2026. Chi stanzia le risorse per mettere in sicurezza il territorio, e come seguirle.»

Fonti

Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici ISPRA e SNPA, 2025, il rapporto annuale con i dati nazionali su suolo consumato, impermeabilizzazione e consumo in aree a rischio idraulico, e l’EcoAtlante per la consultazione Comune per Comune.

Osservatorio Anbi sulle risorse idriche ANBI, 2026, i bollettini periodici dei consorzi di bonifica sullo stato di falde, invasi e deflussi.

Osservatorio distrettuale sugli utilizzi idrici Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, 2026, gli avvisi e i documenti sul regime delle precipitazioni e sulla ricarica delle falde.

Direttiva (UE) 2025/2360 sul monitoraggio e la resilienza del suolo Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea, del 12 novembre 2025, pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 26 novembre 2025, il primo quadro europeo dedicato alla salute dei suoli; nel negoziato il sistema di monitoraggio ISPRA-SNPA è stato assunto come riferimento tecnico.

Team Eywa
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