- mercoledì 15 Aprile 2026
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Quel bosco vicino a Torino è finito nella tua bolletta

Come la filiera italiana del cippato per centrali a biomassa, basata su controlli quasi solo cartacei, rischia di trasformare legname di provenienza irregolare in energia incentivata dallo Stato. E perché i decreti attuativi della RED III sono adesso il vero campo di gioco.

Tracciabilità del cippato, incentivi pubblici e RED III: come funziona davvero il sistema italiano delle biomasse forestali.

Alle porte di Torino, dentro un’area protetta, c’è un bosco che non c’è più. Al suo posto resta una superficie larga complessivamente quanto trentasette campi da calcio, in cui rientrano sia un’autorizzazione regolare per la sostituzione di una specie alloctona, sia, secondo l’ipotesi accusatoria, tagli abusivi su una porzione aggiuntiva di 7,5 ettari, dai quali sarebbero state asportate oltre quattromila tonnellate di legname per un profitto stimato in più di 350 mila euro. Quattro persone risultano indagate, fra cui un dipendente pubblico. La Procura di Torino, coordinando l’indagine dei Carabinieri Forestali, ha notificato a fine marzo 2026 l’avviso di conclusione delle indagini preliminari (ANSA, 24 marzo 2026). Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il legname sarebbe stato in gran parte ridotto in cippato e immesso sul mercato verso impianti a biomassa, attraverso documentazione ritenuta non corrispondente alla provenienza reale.

È un’ipotesi investigativa, non una sentenza. Il dossier che segue, però, non parla del bosco di Torino. Parla di quello che il bosco di Torino permette di vedere. Quando un tronco viene tagliato, da qualche parte deve finire. Se finisce nel caminetto, è una questione domestica. Se finisce dentro una centrale elettrica incentivata dallo Stato, diventa un fatto politico. Le centrali a biomasse italiane hanno fame di cippato, e la fame è sovvenzionata. Questa è la cornice dentro cui quelle quattromila tonnellate sarebbero state asportate, ed è la stessa cornice dentro cui altri tagli, autorizzati o no, possono trovare una destinazione economica analoga.

La tesi del dossier è semplice e per questo scomoda: il sistema italiano di tracciabilità del cippato destinato alle centrali a biomasse, oggi, è l’anello debole di una catena europea che dovrebbe garantire sostenibilità e legalità. Non perché manchino le leggi. Perché le leggi esistenti girano spesso a vuoto, controllano carte e non cose, e rischiano di premiare anche cippato di provenienza dubbia, purché accompagnato da documenti formalmente in regola. In un sistema così, la lavanderia si organizza da sola.

C’è un’aggravante temporale. Il 4 febbraio 2026 è entrato in vigore in Italia il decreto legislativo 9 gennaio 2026, n. 5, che recepisce la direttiva europea RED III. È la legge che dovrebbe stringere i bulloni. È anche la legge su cui si gioca, nei prossimi decreti attuativi, la partita vera: se l’Italia userà RED III per riscrivere la filiera della biomassa, o se si limiterà a timbrarla. Il dossier che segue è una guida di lettura a quella partita.

Come un tronco diventa energia rinnovabile, almeno sulla carta

In origine c’è una direttiva europea. Si chiama RED II, in forma estesa direttiva (UE) 2018/2001, entrata in vigore nel dicembre 2018 e recepita in Italia con il decreto legislativo 199 del 2021. Il nome è tecnico, la sostanza no: è la legge che stabilisce quanta energia l’Europa deve produrre da fonti rinnovabili e che cosa conta come rinnovabile. Dentro quel «che cosa» c’è la biomassa legnosa.

La logica è questa. L’albero, mentre cresce, assorbe anidride carbonica. Quando brucia, la restituisce. Se l’albero tagliato viene rimpiazzato da un altro albero che cresce, il bilancio del carbonio, secondo l’assunzione contabile su cui si fonda la classificazione normativa, può essere considerato tendente a zero su un ciclo di vita abbastanza lungo. Su questa assunzione poggia la classificazione della biomassa forestale come fonte rinnovabile nel quadro normativo dell’Unione europea, e su questa classificazione poggia il diritto delle centrali a biomassa di accedere agli incentivi pubblici per le rinnovabili.

È un’assunzione ordinata. È anche un’assunzione la cui effettiva neutralità climatica è contestata, da una parte autorevole della letteratura scientifica europea. Il Joint Research Centre della Commissione europea, nel 2021, ha pubblicato un rapporto tecnico intitolato «The use of woody biomass for energy production in the EU» che, senza slogan ambientalisti, mette in fila i casi in cui bruciare legno produce nell’immediato più anidride carbonica di quanta ne assorbirà il bosco che dovrà ricrescere per rimpiazzarlo. L’EASAC, il consiglio consultivo scientifico delle accademie nazionali europee, ha pubblicato commentari nella stessa direzione nel 2019 e nel 2022. Nel febbraio 2021 oltre cinquecento scienziati ed economisti, fra cui Jean-Pascal van Ypersele, già vicepresidente dell’IPCC, hanno firmato una lettera aperta indirizzata ai vertici di Unione europea, Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud per chiedere di porre fine ai sussidi pubblici alla combustione di legname forestale. Non è un movimento marginale e non è una lobby: è una critica scientifica forte, documentata e autorevole, che prova senza molto successo a spiegare a chi decide la politica energetica che il tempo di ricrescita di un bosco non coincide con l’urgenza climatica. Il dossier non sostiene quindi che la biomassa non sia rinnovabile in senso normativo: registra che la sua classificazione come climaticamente neutra è tutt’altro che pacifica nella letteratura scientifica di riferimento.

Nel frattempo, i numeri della biomassa sono cresciuti. In Europa la bioenergia, considerando elettricità e calore, pesa per circa il sessanta per cento dei consumi rinnovabili totali, secondo le rilevazioni della Commissione europea sulla bioenergia. Non è un dettaglio, è la fonte rinnovabile principale del continente. In Italia, secondo il Rapporto statistico 2023 del GSE, le bioenergie valgono il quattordici per cento della produzione elettrica da fonti rinnovabili, con 16.018 gigawattora generati. Nel settore termico la biomassa solida, che è la voce dove finiscono pellet e cippato, resta di gran lunga la prima rinnovabile utilizzata, con un valore vicino a sette milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (6.963 ktep nel 2023) concentrato soprattutto nell’uso domestico.

E qui sta il punto. Tutta questa energia esiste perché la legge dice che esiste. Senza la cornice normativa, un impianto che brucia cippato per generare elettricità non sarebbe competitivo sul mercato libero. È l’etichetta «rinnovabile» che trasforma quell’impianto in un asset economico, perché l’etichetta apre le porte agli incentivi pubblici. In Italia quegli incentivi esistono da oltre un decennio, sono economicamente rilevanti e, come vedremo tra poco, sono verificati soprattutto attraverso la forma del documento che accompagna il cippato, non attraverso la sostanza del tronco che quel documento pretende di descrivere. È la fessura in cui si infila tutto il resto.

Un tronco prelevato in modo irregolare da un’area protetta, se arriva in una centrale italiana accompagnato da documentazione formalmente in regola, può essere contabilizzato come energia rinnovabile e generare, a ogni chilowattora venduto, una tariffa pagata dalla bolletta di tutti. Il sistema, in altri termini, è esposto a questa vulnerabilità lungo tutto il perimetro descritto sopra. Non significa che ogni partita irregolare arrivi necessariamente alla rendicontazione incentivata, né che i meccanismi di controllo non intercettino mai le anomalie: significa che la barriera principale è cartacea, e una barriera cartacea è strutturalmente più aggirabile di una barriera fisica.

Chi paga la biomassa in Italia

Qui bisogna parlare di soldi, e parlare di soldi significa parlare dello Stato. In Italia la biomassa legnosa viene sostenuta da tre filoni di incentivi, diversi fra loro ma convergenti nello stesso effetto: rendere economicamente conveniente ciò che il mercato, da solo, non sosterrebbe.

Il primo filone è l’incentivo all’energia elettrica prodotta da impianti a biomassa solida. Sono le grandi centrali, spesso convertite da vecchi impianti industriali, che bruciano cippato per generare corrente immessa nella rete nazionale. Storicamente il loro sostegno è passato per due regimi distinti, che è importante non confondere. Per gli impianti più grandi entrati in esercizio prima del 2013 il meccanismo principale è stato quello dei certificati verdi, oggi convertiti dal GSE in una tariffa incentivante riconosciuta sull’energia netta prodotta secondo quanto stabilito dal decreto ministeriale 6 luglio 2012. Per gli impianti successivi è stata introdotta la tariffa omnicomprensiva, sempre disciplinata dal decreto ministeriale 6 luglio 2012 e aggiornata negli anni: una tariffa fissa per ogni chilowattora prodotto, indipendente dal prezzo di mercato e garantita per un periodo determinato. In entrambi i casi il sostegno non esce dal bilancio dello Stato in senso stretto, esce dalle bollette elettriche di famiglie e imprese, attraverso gli oneri generali di sistema. In pratica: ogni volta che una centrale a biomassa brucia un chilo di cippato, il conto arriva in casa tua.

Dentro questa cornice c’è poi un meccanismo specifico che fa la differenza nel comparto biomasse, ed è il premio di filiera corta. Nel perimetro dei certificati verdi, il decreto ministeriale del 2 marzo 2010 e il decreto ministeriale 18 dicembre 2008 prevedono per la biomassa proveniente da intese di filiera, contratti quadro o filiere corte (entro 70 chilometri dall’impianto) un coefficiente moltiplicativo k pari a 1,8 sul valore di riferimento del certificato verde, riconosciuto dal GSE su certificazione del Mipaaf. Anche la tariffa omnicomprensiva prevede maggiorazioni per la biomassa da filiera corta, secondo le tabelle allegate alla normativa di riferimento. L’idea, in origine, era virtuosa: incentivare l’uso di legname locale, ridurre i trasporti, valorizzare le economie forestali di prossimità. L’effetto pratico è stato diverso. Il premio è diventato un obiettivo a cui far corrispondere la carta giusta, e la carta giusta, quando il controllo è documentale, si produce.

Il secondo filone è l’incentivo termico. Qui il meccanismo cambia forma. Il Conto Termico, istituito con il decreto ministeriale del 16 febbraio 2016 e gestito sempre dal GSE, rimborsa una quota dell’investimento a chi installa una caldaia a biomassa al posto di un impianto fossile. È uno degli strumenti che hanno accompagnato la diffusione di pellet e cippato per uso domestico e di piccola scala in Italia. Tecnicamente è uno strumento diverso dal precedente: non paga chilowattora, paga lavori. Strutturalmente produce lo stesso effetto, cioè aumentare la domanda di biomassa legnosa.

Il terzo filone è trasversale e meno evidente. Sono le detrazioni fiscali sulle ristrutturazioni energetiche e gli sgravi sui macchinari della filiera forestale. Preso uno per uno, nessuno di questi strumenti spiega da solo il peso dell’incentivazione complessiva. Presi insieme, raccontano una cosa sola: la biomassa, in Italia, vive dentro una fitta rete di sostegni pubblici che la rende convenientemente inattaccabile dal mercato libero.

Quanto costa tutto questo? La risposta onesta è che i dati pubblici esistono ma non sono sempre aggregati con il livello di dettaglio che servirebbe per isolare le sole biomasse legnose. Il GSE pubblica rapporti statistici annuali, dati aperti su Atlaimpianti, sezioni di trasparenza accessibili. Ricavarne il numero netto degli incentivi destinati al solo cippato delle centrali a biomassa, anno per anno, richiede però spesso lavoro di ricomposizione tramite richieste di accesso civico o estrazioni mirate. Inchieste giornalistiche attendibili hanno ricostruito ordini di grandezza di centinaia di milioni di euro all’anno nel solo comparto elettrico delle biomasse. Parliamo di cifre rilevanti, pagate dalla collettività per una fonte energetica che, come abbiamo visto, è classificata «rinnovabile» sulla base di un’assunzione contabile di neutralità climatica discutibile e tracciata attraverso documenti che, come stiamo per vedere, si rivelano fragili esattamente dove dovrebbero tenere.

La domanda che il dossier pone a questo punto è quasi banale. Se la domanda di cippato è sostenuta da soldi pubblici, e se la differenza fra cippato «buono» e cippato «qualunque» è tutta una questione di documenti, chi controlla davvero i documenti? Da lì, e non da altre parti, dipende tutto. I casi giudiziari degli ultimi anni una risposta la danno. Non è incoraggiante.

Quattro punti in cui il controllo non controlla

La teoria della tracciabilità è nitida. Ogni partita di cippato dovrebbe avere una provenienza, ogni provenienza dovrebbe avere un documento, ogni documento dovrebbe essere verificabile. In pratica, la catena ha almeno quattro punti in cui perde presa.

Il primo punto è la struttura della verifica documentale lungo la filiera. Il sistema italiano, in coerenza con il quadro europeo, si basa in larga misura su autodichiarazioni, registri di provenienza, bilanci di massa e controlli documentali, integrati da verifiche di parte terza nell’ambito degli schemi di certificazione e dai controlli del GSE e del Mipaaf nei rispettivi ambiti. Le checklist pubbliche degli schemi volontari riconosciuti dalla Commissione europea, come SURE e ISCC EU, mostrano un’architettura fortemente basata su documentazione, dichiarazioni di sostenibilità e mass balance, con verifiche fisiche su quantitativi e provenienza effettiva del materiale che, nelle componenti consultabili, hanno un peso operativo minore rispetto al controllo cartaceo. Questa lettura è un’inferenza che ricaviamo dalle checklist pubbliche disponibili, non una conclusione esplicita degli schemi stessi. Il punto sostanziale resta: quando la documentazione è formalmente coerente ma sostanzialmente falsa, il controllo cartaceo perde gran parte del suo potere. E il conflitto strutturale che ne deriva è scritto nell’architettura: il soggetto che beneficia dell’incentivo è anche il soggetto che riceve materialmente la materia prima e ne registra le caratteristiche dichiarate dal fornitore.

Il secondo punto è la filiera corta, ovvero il premio del coefficiente 1,8. Qui i casi giudiziari italiani degli ultimi anni hanno disegnato un perimetro variegato, in cui contestazioni dei Carabinieri Forestali e della Procura non sempre arrivano a una sentenza di condanna. Un esempio noto è l’inchiesta del Bellunese sulle centrali Sicet di Ospitale di Cadore e Ceb di Longarone, in cui i Carabinieri Forestali avevano contestato nel 2022 il conferimento di circa 27.874 tonnellate di biomassa con attestazioni di provenienza ritenute false e un incentivo GSE complessivo stimato in 723.478 euro, secondo i numeri riportati da ANSA all’epoca del rinvio a giudizio. Il pubblico ministero, in sede di requisitoria, aveva chiesto la condanna a tre anni per due dei quattro imputati. Secondo quanto riferito da Il Gazzettino in un articolo dell’1 novembre 2024, il procedimento si sarebbe concluso il giorno precedente con l’assoluzione di tutti gli imputati, formula «il fatto non sussiste» per tre di loro e «per non aver commesso il fatto» per il quarto. La notizia, allo stato delle nostre verifiche, non risulta diffusamente riportata da altre testate primarie, e va quindi citata con la prudenza che si deve a una fonte unica. Quale che sia il consolidamento ulteriore di questa informazione, il punto interessante non è chi avesse ragione, ma il fatto che il sistema, nel suo complesso, abbia impiegato circa dieci anni per produrre una risposta. In quel decennio, il cippato ha continuato a entrare nelle centrali. Se questa è la velocità di reazione del controllo, l’incentivo economico a forzare la filiera corta si gioca su orizzonti molto più rapidi della giustizia.

Il terzo punto riguarda la criminalità organizzata. Su questo fronte i numeri sono più solidi e, in alcuni casi, già sostenuti da sentenze. L’inchiesta calabrese «Black Wood», coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, ha portato a un primo grado in rito abbreviato deciso il 29 maggio 2024 dal gup Gabriella Pede, con un esito che le cronache giudiziarie disponibili descrivono in venti condanne, sei assoluzioni e una prescrizione su ventisette imputati. Le motivazioni della sentenza, depositate nel settembre 2024, secondo quanto riferito dal Quotidiano del Sud, descrivono un meccanismo dove la cosca Ferrazzo di Mesoraca, attraverso un cartello di imprese, avrebbe controllato il taglio della Sila e il conferimento del cippato alla centrale a biomasse di Cutro «Serravalle Energy», operando, sempre nelle parole della giudice riportate dalla stessa testata, con «modalità seriali e standardizzate dei traffici e dei conferimenti del cippato, caratterizzate da ingenti quantità di materiale legnoso misto ad altri rifiuti non tracciabili e dalla sistematica falsificazione dei documenti di trasporto», e con «estrema facilità con la quale le imprese alteravano o scambiavano i documenti di trasporto, senza timori di subire conseguenze». Il GSE si è costituito parte civile e, secondo le cronache giornalistiche dell’epoca, ha ottenuto risarcimento. L’11 febbraio 2026 la Corte d’appello di Catanzaro ha riformato significativamente la sentenza di primo grado, escludendo l’aggravante del narcotraffico e ridimensionando le pene: tre condanne sono state confermate, sette rideterminate al ribasso, e per i restanti dieci imputati le cronache giornalistiche riferiscono un quadro composto da assoluzioni e proscioglimenti per intervenuta prescrizione, con conteggi nominativi che presentano lievi divergenze fra le testate. Il filone biomasse-disboscamento Sila resta tuttavia uno degli elementi descritti nelle motivazioni di primo grado, ed è il dato che interessa qui. Il rito ordinario è ancora pendente davanti al Tribunale penale di Crotone, e nel corso dell’istruttoria il pubblico ministero Domenico Guarascio nell’aprile 2025 ha chiesto l’assoluzione anticipata per otto dei quattordici imputati per i quali la richiesta era proponibile, fra cui l’amministratrice unica della Serravalle Energy.

Il quarto punto è la certificazione volontaria, e qui il discorso si sposta dal piano penale a quello dei controlli amministrativi. Schemi internazionali come SURE e ISCC EU, riconosciuti dalla Commissione europea come conformi ai criteri della RED, offrono agli operatori della filiera biomassa una certificazione di sostenibilità rilasciata da organismi di parte terza. In parallelo, l’Italia ha il suo sistema nazionale, oggi disciplinato dal decreto 7 agosto 2024 che ha aggiornato e sostituito l’assetto del 2019, in cui il GSE ha un ruolo operativo rilevante per gli impianti incentivati ed è espressamente richiamato nell’architettura dei controlli accanto al MASE, al Comitato e agli organismi di accreditamento e certificazione, secondo quanto descritto nella sezione GSE – Certificazione della sostenibilità. Sulla carta, è una rete a maglie strette. Nella pratica, è una rete fatta in larga misura di audit documentali. Le checklist pubbliche dei principali schemi, compresa quella di SURE per gli impianti che usano biomassa, si concentrano su registri, bilanci di massa, tracciabilità cartacea e disponibilità di record. Nei casi pubblicamente emersi e verificabili, l’innesco delle inchieste risulta associato soprattutto ad attività investigative penali, condotte da DDA, Carabinieri Forestali, intercettazioni e collaboratori di giustizia: dalle fonti pubbliche consultate non emerge un ruolo altrettanto visibile del sistema di certificazione come origine delle indagini, ma una mappatura sistematica dell’origine delle inchieste in questo comparto, allo stato, non è disponibile. Quello che si può dire con certezza è che la certificazione documentale può non accorgersi della falsità, quando questa è schermata da documentazione formalmente coerente.

C’è un quinto punto, meno visibile degli altri ma sostiene tutto. Riguarda il presupposto su cui poggia la classificazione. Il già citato rapporto JRC 2021 e i documenti EASAC dicono in sostanza che la neutralità carbonica della combustione di legno regge solo sotto ipotesi restrittive, molte delle quali non sono verificate dal sistema di certificazione e nessuna delle quali è oggetto di controllo da parte del GSE. Detto altrimenti: anche quando i documenti sono veri e la materia prima è regolare, la sostanza ambientale di quello che viene incentivato non corrisponde necessariamente a quella che la classificazione promette. Non è un problema penale, e infatti non lo risolvono le guardie forestali. È un problema di scienza trattata come un timbro.

Mettendo in fila gli anelli, il quadro è abbastanza nitido. La tracciabilità italiana del cippato si basa su documenti che possono essere falsificati, su verifiche che si fermano in larga parte al perimetro documentale, su certificazioni che leggono gli stessi documenti, e su un presupposto contabile di neutralità climatica che, alla luce della letteratura europea, è almeno parzialmente eroso. È una catena con diversi anelli fragili nello stesso punto. Vale la pena dirlo chiaramente: la struttura degli incentivi produce un interesse economico persistente a premere proprio su quegli anelli.

RED III, e adesso

La direttiva (UE) 2023/2413, in gergo RED III, è stata approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio il 18 ottobre 2023 ed è entrata in vigore il 20 novembre dello stesso anno. È la versione aggiornata della RED II, e aggiornata non vuol dire soltanto «più ambiziosa sui numeri». Vuol dire anche, per la prima volta, più severa sulla biomassa forestale. Tre novità interessano direttamente il perimetro di questo dossier, e vale la pena dirlo chiaramente: sono novità strutturali, non cosmetiche.

La prima è il principio di uso a cascata della biomassa legnosa. La direttiva stabilisce che la biomassa legnosa debba essere impiegata secondo il suo più alto valore economico e ambientale, seguendo una gerarchia che privilegia l’uso materiale del legno, come mobili, edilizia, carta, e relega la combustione in fondo alla lista. È una gerarchia semplice e difficile. Semplice, perché è intuitiva: un tronco di rovere vale più come trave che come fiammella. Difficile, perché ribalta la logica economica che in Italia ha fatto crescere il comparto biomassa negli ultimi quindici anni, e chiede ai sistemi di incentivazione nazionali di non pagare per bruciare ciò che si potrebbe usare.

La seconda novità è una stretta sui sussidi agli impianti electricity-only alimentati a biomassa forestale. La direttiva fissa il principio per cui non saranno concessi nuovi incentivi, né rinnovati quelli esistenti, per impianti destinati esclusivamente alla produzione di energia elettrica da biomassa forestale, salvo due deroghe specifiche: che l’energia elettrica sia prodotta in una regione individuata in un piano territoriale per una «transizione giusta» a causa della dipendenza da combustibili fossili solidi, oppure che l’impianto applichi sistemi di cattura e stoccaggio della CO2. Tradotto: gli incentivi continueranno a esistere, ma il perimetro entro cui possono essere riconosciuti per la sola produzione elettrica da biomassa legnosa viene formalmente ristretto. È una stretta tecnica che ha implicazioni politiche importanti, perché una quota rilevante del parco impiantistico italiano a biomassa potrebbe essere toccata da questa misura, a seconda di come verrà perimetrata nei decreti attuativi e di come saranno applicate le deroghe.

La terza novità è il rafforzamento dei criteri di sostenibilità per la biomassa forestale, con protezioni più stringenti sulle aree ad alto valore di biodiversità, sulle foreste primarie, sulle torbiere e sulle zone soggette a tutela paesaggistica. È un’affermazione che sulla carta chiude molte porte, ma la cui efficacia dipende interamente da come ciascun Paese la recepirà.

L’Italia ha recepito RED III con il decreto legislativo 9 gennaio 2026, n. 5, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 20 gennaio 2026 ed entrato in vigore il 4 febbraio 2026. Questo è il testo base. Tre dettagli vale la pena evidenziarli subito. L’obbligo di certificazione della sostenibilità delle biomasse viene esteso agli impianti di potenza termica nominale pari o superiore a 7,5 megawatt, mentre la soglia precedente era 20 megawatt. La soglia di riduzione delle emissioni di gas serra che i biocombustibili legnosi devono garantire viene innalzata all’80 per cento, contro il 70 per cento precedente, con tempistiche differenziate per gli impianti già in esercizio. È stato confermato il principio del divieto di nuove misure di sostegno per la sola produzione elettrica da biomassa forestale, salvo le deroghe già previste dalla direttiva.

C’è però un elemento che va detto, perché ridimensiona di molto la velocità della stretta nel breve periodo. Il decreto prevede che il MASE, di concerto con il MASAF, definisca entro centottanta giorni dall’entrata in vigore i sistemi di certificazione semplificati per gli impianti di potenza compresa tra 7,5 e 20 megawatt, e contestualmente istituisca il sistema nazionale di certificazione della sostenibilità. Nelle more dell’adozione di questi decreti, e secondo quanto riferiscono gli operatori di settore con riferimento al testo del provvedimento entro un termine ultimo individuato al 30 giugno 2027, l’energia elettrica e il calore prodotti da combustibili solidi da biomassa in impianti compresi in quella fascia di potenza rilevano ai fini del raggiungimento degli obiettivi nazionali sulle rinnovabili e sono ammessi ai regimi di sostegno, senza la verifica del rispetto dei requisiti di sostenibilità e di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. È una finestra transitoria di durata determinata, scritta nel testo del decreto, che riguarda proprio la fascia di impianti appena portata dentro il perimetro di certificazione. La stretta normativa, in altre parole, esiste sulla carta dal 4 febbraio 2026, ma il suo effetto operativo dipenderà da quando i decreti attuativi saranno scritti, approvati e resi applicabili, e nel frattempo il binario di sostegno resta aperto fino a metà 2027.

Ciò che questo testo significa, sul piano operativo, dipenderà ora da una serie di decreti attuativi che dovranno tradurre i principi della direttiva in soglie, criteri, procedure. E dipenderà, ancora prima, dall’attuazione del decreto 7 agosto 2024 sul sistema nazionale di certificazione della sostenibilità, che il GSE sta progressivamente traducendo in modalità operative per i gestori degli impianti incentivati.

Servono, per essere chiari, almeno tre cose. La prima è che il principio di uso a cascata entri nei decreti attuativi in forma vincolante e verificabile, con una definizione operativa di cosa significhi «priorità all’uso materiale» che non si esaurisca in una dichiarazione di intenti. La seconda è che il divieto di nuovi sussidi a impianti electricity-only venga applicato senza zone d’ombra interpretative, chiarendo il perimetro degli impianti esistenti, la sorte delle eventuali proroghe e i confini delle due deroghe ammesse, quella per le aree di «transizione giusta» e quella per gli impianti dotati di sistemi di cattura e stoccaggio della CO2. La terza, ed è una proposta editoriale di Eywa, è che la certificazione di sostenibilità italiana faccia un passo oltre la verifica documentale, integrando strumenti di controllo fisico come il telerilevamento satellitare a copertura sistematica, già impiegato per il monitoraggio forestale dal programma europeo Copernicus, e gli audit non programmati sulle partite in arrivo alle centrali. Tecniche più puntuali come l’analisi del DNA del legno per la verifica di specie e provenienza esistono e sono utilizzate in contesti forensi e in progetti pilota, e potrebbero essere integrate nei controlli di settore. Definirne il costo comparato richiederebbe un’analisi economica dedicata che esula da questo dossier. Quello che si può dire è che il loro mancato impiego sistematico è oggi una scelta politica, non un vincolo tecnico.

Questo è, in definitiva, il punto politico del dossier. Le leggi ci sono. Il recepimento è avvenuto. I principi sono scritti. Tutto si gioca adesso nei decreti attuativi, che non sono un passaggio tecnico secondario ma il luogo in cui il contenuto della legge diventa, o non diventa, controllo reale. Sono decreti, non astronavi. Chi li scrive è identificabile, chi li approva è identificabile, chi li disattende è identificabile. E chi li ignora, nel frattempo, continua a bruciare cippato senza che nessuno verifichi davvero da dove viene.

Tre strumenti che chiunque può usare

Eywa non chiude un dossier senza dire cosa si può fare, e in questo caso ci sono strumenti concreti che non richiedono di essere avvocati ambientalisti né parlamentari.

Il primo è l’accesso civico generalizzato. Il GSE è un soggetto a partecipazione pubblica, i dati sugli incentivi erogati sono dati di interesse pubblico, e il decreto legislativo 33 del 2013, come modificato nel 2016, consente a chiunque di chiederli senza dover dimostrare un interesse diretto. Il lavoro si fa restringendo bene l’oggetto: serie storica degli incentivi per tecnologia, elenchi degli impianti alimentati a biomassa solida, eventuali verbali di verifica sui premi di filiera corta. Non è un esercizio accademico, è il modo in cui il giornalismo d’inchiesta italiano ha ricostruito i numeri che oggi circolano nel dibattito. Eywa ha pubblicato una guida operativa al FOIA italiano che può essere adattata senza fatica alla richiesta di dati al GSE.

Il secondo strumento è la verifica incrociata. Il GSE mette a disposizione Atlaimpianti, il portale pubblico che mappa gli impianti energetici italiani, compresi quelli a biomasse solide in esercizio. Quei dati, incrociati con i registri regionali dei tagli boschivi, con le segnalazioni dei Carabinieri Forestali e con le immagini satellitari del programma europeo Copernicus, permettono di ricostruire a posteriori incongruenze anche vistose tra quanto dichiarato e quanto visibile dal cielo. È un’attività documentale alla portata di qualsiasi comitato territoriale motivato e dotato di pazienza. Eywa ha raccolto in un manuale sui diritti di accesso agli atti relativi agli abbattimenti il perimetro minimo di ciò che si può chiedere, e come chiederlo.

Il terzo strumento è la pressione diretta sul perimetro dei decreti attuativi. Chi scrive quei decreti non è un’entità astratta. Sono il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, e il GSE come attuatore. Eywa propone qui una linea civica: chiedere che, dove non sia già prevista, venga aperta una consultazione pubblica strutturata sui decreti attuativi del d.lgs. 5/2026, e occupare quello spazio con contributi tecnici seri da parte di comitati, associazioni e cittadini. Non lo presentiamo come un canale procedurale già garantito, ma come una richiesta politica che vale la pena formulare ora, prima che i decreti vengano scritti.

Non è un elenco completo. È la dotazione minima di chiunque abbia capito che il sistema di controllo sulla biomassa non si aggiusta dall’interno del sistema stesso. Si aggiusta perché qualcuno, fuori, lo guarda e chiede conto.

Il bosco brucia lo stesso

Torniamo al bosco di Torino. Quattromila tonnellate di legname asportate dai 7,5 ettari aggiuntivi rispetto all’autorizzazione, in un’area protetta, secondo la ricostruzione dei Carabinieri Forestali e l’avviso di chiusura indagini della Procura. Cippato avviato a impianti a biomassa, sempre secondo l’ipotesi accusatoria. Era una scena all’inizio del dossier, ed è anche la scena in cui il dossier si richiude, perché quale che sia l’esito processuale del singolo caso, il dossier non ne dipende. Il punto non è il singolo procedimento. Il punto è il pattern dentro cui il singolo caso si inserisce.

Il pattern ha un nome, ed è il corto circuito tra incentivi pubblici, tracciabilità documentale e controlli che faticano ad andare oltre la carta. Finché la biomassa è considerata rinnovabile principalmente perché una legge europea la classifica come tale, finché gli audit di sostenibilità sono in larga misura audit di documenti, finché l’impianto beneficiario dell’incentivo è anche il punto di ingresso fisico della materia prima che riceve, il taglio illegale, dove c’è, può trovare destinazioni economiche compatibili con il sistema incentivante. Non è un’ipotesi estrema, è quello che descrive in termini molto netti la sentenza di primo grado del processo Black Wood, parlando di «estrema facilità con la quale le imprese alteravano o scambiavano i documenti di trasporto».

La RED III offre la leva per riscrivere questa architettura. Offre il principio di uso a cascata, il limite ai sussidi electricity-only, i criteri di sostenibilità rinforzati. Il recepimento italiano c’è, in forma di decreto legislativo entrato in vigore a febbraio 2026. Tutto quello che conta sul piano operativo, però, si decide adesso nei decreti attuativi. Decreti in cui si può scrivere «il cippato bruciato in centrale deve essere tracciato con strumenti fisici e non solo cartacei», oppure decreti in cui non si può scrivere quella frase. La differenza fra le due versioni non è un dettaglio tecnico. È il confine tra una politica ambientale che funziona e una scrittura contabile che continua a far tornare i numeri mentre il bosco sparisce.

C’è un ultimo aspetto importante. Un dossier come questo non risolve nulla da solo. Serve a mettere in fila le fragilità, a indicare dove si può premere, a costruire un linguaggio comune per chi, nei prossimi mesi, vorrà leggere i decreti attuativi con l’attenzione che meritano. Eywa continuerà a seguire il tema. Ogni volta che un nuovo caso giudiziario emergerà, ogni volta che un decreto attuativo verrà pubblicato, ogni volta che un dato GSE verrà reso accessibile, questo dossier verrà aggiornato.

Nel frattempo, gli alberi continuano a cadere. E il problema, come sempre, non è che cadano. È che, quando cadono, nessuno guarda davvero dove vanno a finire.

Approfondimenti Eywa

Eywa Divulgazione, 2026. «Sostituzione di specie nei boschi: quando il taglio autorizzato è un taglio abusivo». https://eywadivulgazione.it/sostituzione-specie-boschi-autorizzazione-taglio-abusivo/

Eywa Divulgazione, 2025. «Segnalare un problema al Comune: l’accesso agli atti e il FOIA italiano». https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/

Eywa Divulgazione, 2025. «Abbattimento alberi da parte del Comune: atti, perizie, diritti». https://eywadivulgazione.it/abbattimento-alberi-comune-atti-perizie-diritti/

Bibliografia essenziale

EUR-Lex, Direttiva (UE) 2018/2001, RED II. https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=uriserv:OJ.L_.2018.328.01.0082.01.ITA

EUR-Lex, Direttiva (UE) 2023/2413, RED III. https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2023/2413/oj?locale=it

Gazzetta Ufficiale, Decreto legislativo 9 gennaio 2026, n. 5, recepimento RED III in Italia. https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2026/01/20/26G00018/sg

Gazzetta Ufficiale, Decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, recepimento RED II in Italia. https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2021/11/30/21G00214/sg

Gazzetta Ufficiale, Decreto 7 agosto 2024, sistema nazionale di certificazione della sostenibilità. https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.codiceRedazionale=24A04365

GSE, Rapporto statistico «Energia da fonti rinnovabili in Italia nel 2023». https://www.gse.it/documenti_site/Documenti%20GSE/Rapporti%20statistici/Rapporto%20Statistico%20GSE%20-%20Energia%20da%20FER%20in%20Italia%20-%20anno%202023.pdf

GSE, Certificazione della sostenibilità. https://www.gse.it/servizi-per-te/certificazione-della-sostenibilita

GSE, Atlaimpianti, portale pubblico degli impianti energetici italiani. https://www.gse.it/dati-e-scenari/atlaimpianti

Joint Research Centre, «The use of woody biomass for energy production in the EU», 2021. https://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/handle/JRC122719

EASAC, «Forest bioenergy update: BECCS and its role in integrated assessment models», 2022. https://easac.eu/fileadmin/PDF_s/reports_statements/Negative_Carbon/EASAC_BECCS_Commentary_2022_WEB_final.pdf

EASAC, «Commentary on forest bioenergy and carbon neutrality», 2019. https://easac.eu/fileadmin/PDF_s/reports_statements/Negative_Carbon/EASAC_Commentary_Forest_Bioenergy_Feb_2019_FINAL.pdf

Save Paradise Forests, Letter Regarding Use of Forests for Bioenergy, firmata da oltre 500 scienziati ed economisti, febbraio 2021. https://www.saveparadiseforests.eu/en/500-scientists-tell-world-leaders-stop-treating-burning-of-biomass-as-carbon-neutral/

Commissione europea, pagina «Biomass». https://energy.ec.europa.eu/topics/renewable-energy/bioenergy/biomass_en

ANSA, «Bosco distrutto e legname rivenduto, danni per 37 ettari alle porte di Torino», 24 marzo 2026. https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/03/24/bosco-distrutto-e-legname-rivenduto-danni-per-37-ettari-alle-porte-di-torino_e13b5c12-e02c-4f81-b159-d0fa5ee16b05.html

ANSA Veneto, «Truffa su rinnovabili da biomasse, 4 rinvii a giudizio», 26 febbraio 2022. https://www.ansa.it/veneto/notizie/2022/02/26/truffa-su-rinnovabili-da-biomasse-4-rinvii-a-giudizio_7a362fcf-472f-4fe1-b6e1-d73071f31adc.html

Il Gazzettino, «Biomasse, dopo dieci anni di indagini e battaglie legali tutti assolti: non ci fu alcuna truffa», 1 novembre 2024 (fonte unica, citata con cautela). https://www.ilgazzettino.it/schede/truffa_biomasse_assolti_imputati-biomasse_dopo_dieci_anni_di_indagini_e_battaglie_legali_tutti_assolti_non_ci_fu_alcuna_truffa_2-2-8451907.html

Il Quotidiano del Sud, «Affare biomasse, la ’ndrangheta disboscava in maniera seriale la Sila», 12 settembre 2024 (motivazioni sentenza Black Wood, gup Pede). https://www.quotidianodelsud.it/calabria/crotone/cronache/giudiziaria/2024/09/12/affare-biomasse-la-ndrangheta-disboscava-in-maniera-seriale-la-sila

Il Quotidiano del Sud, «Stangata al clan di Mesoraca che disboscava la Sila», 30 maggio 2024 (esito primo grado rito abbreviato Black Wood). https://www.quotidianodelsud.it/calabria/crotone/cronache/giudiziaria/2024/05/30/stangata-al-clan-di-mesoraca-che-disboscava-la-sila

Il Quotidiano del Sud, «Crotone, nel processo sull’affaire biomasse il pm chiede l’assoluzione anticipata per 8», 3 aprile 2025. https://www.quotidianodelsud.it/calabria/crotone/cronache/giudiziaria/2025/04/03/crotone-nel-processo-sullaffaire-biomasse-il-pm-chiede-lassoluzione-anticipata-per-8

Corriere della Calabria, «Crotone, inchiesta Black Wood: dissequestrata la Serravalle Energy», 11 aprile 2024. https://www.corrieredellacalabria.it/2024/04/11/crotone-inchiesta-black-wood-dissequestrata-la-serravalle-energy/

SURE-EU, schema volontario di certificazione. https://sure-system.org/en-us/sure-eu/

Gazzetta Ufficiale, Decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, accesso civico generalizzato. https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2013/04/05/13G00076/sg

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Alice Salvatore
Alice Salvatore, è una politica “scollocata”, il concetto di scollocamento è un atto di volontaria autodeterminazione. Significa abbandonare un lavoro sicuro e redditizio, per seguire le proprie aspirazioni e rimanere coerente e fedele al proprio spirito. Alice Salvatore si è dunque scollocata, rinunciando a posti di prestigio, profumatamente remunerati, per non piegare il capo a logiche contrarie al suo senso etico e alla sua coerenza. Con spirito indomito, Alice continua a fare divulgazione responsabile, con un consistente bagaglio esperienziale nel campo della politica, dell’ambiente, della salute, della società e dell’urbanistica. La nostra società sta cambiando, e, o cambia nella direzione giusta o la cultura occidentale arriverà presto al TIME OUT. Alice è linguista, specializzata in inglese e francese, ha fatto un PhD in Letterature comparate Euro-americane, e macina politica ed etica come respira.
Alice Salvatore
Alice Salvatore
Alice Salvatore, è una politica “scollocata”, il concetto di scollocamento è un atto di volontaria autodeterminazione. Significa abbandonare un lavoro sicuro e redditizio, per seguire le proprie aspirazioni e rimanere coerente e fedele al proprio spirito. Alice Salvatore si è dunque scollocata, rinunciando a posti di prestigio, profumatamente remunerati, per non piegare il capo a logiche contrarie al suo senso etico e alla sua coerenza. Con spirito indomito, Alice continua a fare divulgazione responsabile, con un consistente bagaglio esperienziale nel campo della politica, dell’ambiente, della salute, della società e dell’urbanistica. La nostra società sta cambiando, e, o cambia nella direzione giusta o la cultura occidentale arriverà presto al TIME OUT. Alice è linguista, specializzata in inglese e francese, ha fatto un PhD in Letterature comparate Euro-americane, e macina politica ed etica come respira.
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