HomeAttualitàIl greenwashing del negazionismo climatico

Il greenwashing del negazionismo climatico

Come il rinvio si è travestito da prudenza

Per anni il negazionismo climatico ci ha detto che il problema non esisteva. Ora ammette che esiste, e ci spiega perché non possiamo fare nulla.

Tre fasi di una stessa traiettoria

Il negazionismo climatico classico, quello che diceva «il riscaldamento globale non sta accadendo», è in netto declino. Non perché sia stato sconfitto. Si è trasformato. La traiettoria è documentata e segue tre fasi.

Prima fase: «non sta succedendo». Per decenni la posizione dominante di chi voleva difendere lo status quo fossile è stata negare il riscaldamento globale in quanto tale. Cartello grosso, frase secca, nessun appiglio. Funzionava finché funzionava.

Seconda fase: «non è colpa nostra». Quando i dati sono diventati impossibili da ignorare, il negazionismo si è spostato di un passo. Sì, fa più caldo, ma è il sole, sono i cicli naturali, sono i vulcani. Anche questa posizione ha retto fino a quando ha retto. Poi sono arrivati i ghiacciai che si ritirano davanti agli occhi e le estati che si allungano nel calendario.

Terza fase, quella attuale: «non possiamo fare niente». Il problema esiste, è di origine umana, è urgente. Però, dicono, agire ora costa troppo. Le soluzioni proposte non funzionano. La transizione è imposta dall’alto. Tocca prima ai cinesi. Tocca prima agli americani. Le rinnovabili sono una favola, le auto elettriche sono peggio dei diesel, le case green sono per ricchi. E qui sta il punto: nessuna di queste affermazioni, presa singolarmente, è disinformazione frontale. Sono frame retorici che spostano il discorso, una virgola alla volta, verso la stessa conclusione operativa. Rinviare.

I ricercatori che studiano queste dinamiche hanno una parola precisa per questo fenomeno: discorsi di rinvio climatico, in inglese «discourses of climate delay». Il lavoro fondante è di un gruppo di scienziati guidato da William Lamb del Mercator Research Institute di Berlino, pubblicato nel 2020 su Global Sustainability, rivista di Cambridge University Press. Gli autori identificano quattro macro-categorie di discorsi che accettano l’esistenza del cambiamento climatico ma giustificano l’inazione: spostare la responsabilità su altri, proporre soluzioni non trasformative, enfatizzare gli svantaggi dell’azione, arrendersi al cambiamento climatico. Vale la pena dirlo chiaramente: gli autori specificano che questi discorsi possono anche essere usati in buona fede. Non c’è sempre una regia, spesso c’è inerzia culturale. Ma l’effetto comunicativo, quello, è documentabile.

E i numeri ci sono. Un’analisi del Center for Countering Digital Hate, organizzazione che monitora odio e disinformazione online (d’ora in poi CCDH), pubblicata nel gennaio 2024 ha esaminato dodicimila video climatici su 96 canali YouTube già noti per contenuti negazionisti, fra il 2018 e il 2023. Nel campione, le affermazioni del tipo «il riscaldamento globale non sta accadendo» sono crollate dal 48 per cento di tutto il negazionismo nel 2018 al 14 per cento nel 2023. Nello stesso periodo, le affermazioni del tipo «le soluzioni climatiche non funzionano» sono triplicate, salendo dal 9 al 30 per cento. Nel 2023 il 70 per cento di tutte le affermazioni negazioniste classificate nel campione apparteneva alla nuova famiglia, quella che attacca le soluzioni, delegittima la scienza e il movimento climatico. Va detto che si tratta di un campione orientato per costruzione (canali già selezionati per contenuti negazionisti) e che il modello di intelligenza artificiale usato per l’analisi ha un’accuratezza dichiarata del 78 per cento. Anche con questi caveat, il segnale è netto: il vecchio negazionismo non è scomparso, è stato superato da un fratello più presentabile.

Il greenwashing del negazionismo

Eywa ha già raccontato il greenwashing aziendale: lo trovate analizzato in dettaglio nel pezzo sulle etichette impatto zero e le nuove leggi UE. Il meccanismo è noto. Un’azienda che inquina si dipinge di verde, usa un linguaggio rassicurante, suggerisce sostenibilità, vende prodotti che con la sostenibilità non c’entrano niente.

C’è una versione speculare di questo meccanismo che riguarda non i prodotti ma le idee, e non le aziende ma il dibattito pubblico. Possiamo chiamarla, in termini divulgativi, greenwashing del negazionismo climatico: non è un’etichetta accademica come «delay discourses» o «new denial», ma descrive bene il meccanismo comunicativo. Funziona così: chi vuole rinviare l’azione climatica non si presenta più come negazionista. Si presenta come ambientalista preoccupato. Come economista realista. Come cittadino prudente che ha letto i dati e «ha solo qualche dubbio». Il linguaggio è ragionevole, calmo, tecnico. Il vocabolario è quello della preoccupazione genuina: «però attenzione», «però bisogna stare attenti a», «però andiamoci piano». L’effetto è esattamente quello del vecchio negazionismo, ma molto più difficile da contrastare. Perché chi dice «attenzione» suona sempre saggio. Chi dice «agiamo» suona sempre ingenuo.

C’è un ultimo aspetto importante. Il greenwashing del negazionismo funziona perché parte sempre da pezzi di verità. Le bollette esistono. I costi distributivi esistono. Le tensioni geopolitiche esistono. La dipendenza dalla Cina su alcune filiere esiste. Sono tutte preoccupazioni legittime. Il problema non è sollevare un costo, un limite o una criticità. Il problema è usare quella criticità come chiusura del discorso, invece che come parte del progetto. La differenza sta tutta nella direzione della conclusione, non nelle premesse.

Per riconoscerli serve un metodo. Non basta il fiuto, perché il fiuto si stanca. Servono criteri.

I cinque sì, però

In questo paragrafo trovate i cinque frame di rinvio climatico più diffusi in Italia oggi. Ognuno viene presentato nella sua versione assolutista (la versione che è effettivamente disinformazione, perché parte da un’evidenza parziale per arrivare a una conclusione inevitabilista) e smontato con il dato istituzionale corrispondente.

Sì, però costa troppo. Versione assolutista: «la transizione impoverirà inevitabilmente le famiglie». Il dato lo smonta in due righe. Secondo IRENA, l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, nel 2024 il 91 per cento dei nuovi progetti rinnovabili utility-scale commissionati nel mondo è risultato più economico della più conveniente alternativa fossile. Per inciso: utility-scale significa grandi impianti collegati alla rete elettrica, non il singolo pannello sul tetto di casa. L’eolico onshore costa in media 0,034 dollari per kilowattora (kWh, l’unità che leggete in bolletta), il solare fotovoltaico 0,043. Significa che il solare è in media il 41 per cento più economico delle fossili, l’eolico onshore il 53 per cento. Il risparmio sui costi dei combustibili fossili evitati grazie alle rinnovabili nel 2024 è stato di 467 miliardi di dollari. La transizione costa, certo. Continuare a non farla costa molto di più. Sul costo italiano nascosto delle rinnovabili (litio, cobalto, acqua) Eywa ha già pubblicato un’analisi non addomesticata: chi ci legge sa che le materie prime critiche sono un problema reale. Riconoscerlo non significa rinunciare alla transizione, significa pretendere che sia fatta bene.

Sì, però non adesso. Versione assolutista: «agire ora è prematuro, aspettiamo che le tecnologie maturino». Il Global Carbon Project nel report 2025 fornisce la risposta più secca possibile. Le emissioni globali di CO2 fossile nel 2025 toccano il nuovo record di 38,1 miliardi di tonnellate, in crescita dell’1,1 per cento sul 2024. Il carbon budget residuo per stare entro 1,5 gradi di riscaldamento è ormai estremamente ridotto: ne restano 170 miliardi di tonnellate, l’equivalente di quattro anni di emissioni agli attuali livelli. Il carbon budget, in pratica, è il «conto residuo» delle emissioni: quanta CO2 possiamo ancora permetterci di emettere prima di rendere molto più probabile il superamento di una soglia climatica. Quattro anni. È più o meno il tempo di un mandato parlamentare. Chi dice «aspettiamo» sta chiedendo di consumare in attesa il budget di un pianeta intero.

Sì, però noi siamo piccoli. Versione assolutista: «l’Italia è l’uno per cento delle emissioni globali, il problema è altrove». L’argomento è scivoloso perché è in parte vero. La quota italiana sulle emissioni mondiali è effettivamente piccola. Il problema è che diventa una scusa solo se la si usa per non agire. La traduzione operativa di «siamo piccoli quindi non facciamo» è «aspettiamo che lo risolva qualcun altro». E qui c’è un dato che vale la pena conoscere. Secondo Terna, nel 2025 le fonti rinnovabili hanno coperto il 41 per cento della domanda elettrica italiana, contro il 42 per cento del 2024. Il fotovoltaico ha segnato il record storico di 44,3 TWh prodotti (un terawattora corrisponde a un miliardo di kilowattora, cioè al consumo medio annuo di circa quattrocentomila famiglie italiane), con un aumento di 8,892 TWh rispetto al 2024 e una crescita del 25,1 per cento. Quindi non solo l’Italia è in grado di muoversi, si sta già muovendo, anche se il ritmo è inferiore al target del Piano nazionale integrato energia e clima (PNIEC), il piano italiano su energia e obiettivi climatici inviato dal Governo alla Commissione europea. Sul presunto disimpegno dei grandi inquinatori, Eywa ha già pubblicato un’analisi che ribalta il luogo comune più diffuso: la Cina come esempio di transizione possibile e non come scusa per stare fermi.

Sì, però è imposto dall’alto. Versione assolutista: «la transizione è un diktat di Bruxelles, le rinnovabili sono ideologia». Si tratta di un frame di tipo culturale: sposta la discussione dal merito (le rinnovabili funzionano?) al sospetto (chi me le impone?). La risposta è doppia. Da un lato la transizione è anche una scelta italiana, codificata nel PNIEC inviato dal Governo alla Commissione europea, non una norma calata dall’alto. Dall’altro lato, anche se così non fosse, le evidenze restano evidenze. Un report IRENA del maggio 2026 documenta che sistemi ibridi solare più storage costano oggi fra 54 e 82 dollari per megawattora nelle regioni con alta disponibilità di sole e vento, contro più di 100 dollari per le nuove centrali a gas. Storage significa accumulo: batterie e altri sistemi che permettono di usare energia rinnovabile anche quando il sole non c’è o il vento cala. Il dato non vale ovunque allo stesso modo (dipende dall’irradiazione locale e dalla qualità del sito), ma la direzione è quella, e in Europa progetti analoghi si stanno avvicinando alla stessa soglia. Non è ideologia. È contabilità.

Sì, però le soluzioni non funzionano. Versione assolutista: «le rinnovabili sono una bolla, falliranno». È il frame più recente e il più pericoloso, perché è anche quello che cresce più velocemente nel dibattito pubblico. La risposta è quella di IRENA e si appoggia su quindici anni di dati industriali. Dal 2010 i costi installati del solare fotovoltaico sono scesi dell’87 per cento, quelli dell’eolico onshore del 55 per cento, quelli dell’investimento per lo storage a batterie del 93 per cento secondo il rapporto IRENA del maggio 2026. Non sono numeri di una bolla. Sono i numeri di una tecnologia che ha vinto la competizione di mercato sulla nuova generazione elettrica. Sui rischi reali della transizione fatta male (impatto su biodiversità, paesaggio, suolo) Eywa ha già pubblicato un dossier dedicato: trovate la guida completa alle rinnovabili senza distruggere la natura. Riconoscere i nodi non è negazionismo. Negarli è greenwashing al contrario.

C’è una sesta voce che merita di stare a parte, perché lavora trasversalmente a tutte le altre. È il frame della soluzione non trasformativa. Si presenta come climaticamente virtuoso ma chiede di non cambiare niente di sostanziale. Cattura del carbonio in attesa che diventi davvero scalabile, gas naturale come «ponte» per i prossimi vent’anni, «carbone pulito», compensazioni in foreste lontane che pareggiano voli intercontinentali frequenti. Su questi temi Eywa ha pubblicato due approfondimenti chiave: la grande illusione verde di net zero e decarbonizzazione avanzata e l’analisi del carbonio fantasma, la faccia nascosta della lotta al cambiamento climatico. Sono il manuale per riconoscere quando una soluzione climatica è soluzione e quando è copertura.

Il manuale del lettore critico

Riconoscere un frame di rinvio è una competenza civica, non un superpotere. Si impara con la pratica e si esercita con tre domande, da farsi a freddo davanti a una frase che riguardi il clima.

Prima domanda. Qual è la conclusione operativa di questa frase? Se al netto delle premesse, qualunque siano, la conclusione operativa è «meglio non agire», «meglio aspettare», «meglio lasciar fare ad altri», state leggendo un frame di rinvio. Indipendentemente dal tono. Indipendentemente dalla competenza apparente di chi parla. Indipendentemente dal numero di dati che cita. La direzione conta più delle premesse.

Seconda domanda. La frase parte da una verità parziale per arrivare a una conclusione assoluta? «Le rinnovabili dipendono in parte dalla Cina» è una verità parziale. «Quindi non installiamole» è una conclusione assoluta. Il primo enunciato è legittimo, il secondo è disinformazione. Il salto fra i due è il salto retorico tipico del rinvio. Quando lo riconoscete, lo nominate.

Terza domanda. La persona sta cambiando piano del discorso per non perdere sul piano precedente? Una discussione climatica si svolge legittimamente su cinque piani: scientifico, economico, sociale, geopolitico, culturale. Cambiare piano è permesso, anzi spesso è necessario. Diventa frame di rinvio quando si cambia piano ogni volta che si rischia di perdere su quello in cui si è. «Scientificamente è vero, però economicamente no» è ammissibile. Ma se al primo dato economico arriva «certo, però politicamente», e al primo dato politico arriva «certo, però culturalmente», la persona non sta argomentando. Sta scappando.

Tre domande, un solo principio: il rinvio non si nasconde mai nei dettagli, si nasconde sempre nella direzione complessiva. Imparate a leggere la direzione.

Cosa fare, concretamente

Riconoscere è il primo passo. Il secondo è verificare. Le fonti per farlo esistono, sono pubbliche, sono gratuite, sono in parte tradotte in italiano. Le riepiloghiamo per chi vuole costruirsi un kit minimo.

Sul consenso scientifico, la fonte è il Sesto rapporto di valutazione dell’IPCC, il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico, l’organo scientifico ONU di riferimento sul clima. La Summary for Policymakers del Working Group I, approvata da 195 governi, si apre con una frase che vale la pena conoscere a memoria. «È inequivocabile che l’influenza umana abbia riscaldato l’atmosfera, l’oceano e le terre emerse. Cambiamenti rapidi e diffusi si sono verificati nell’atmosfera, nell’oceano, nella criosfera e nella biosfera». È la sintesi di oltre quattordicimila paper scientifici, sottoscritta dai 234 autori principali del Working Group I. Non è un parere, è il consenso scientifico per come la scienza lo costruisce.

Sui costi della transizione, la fonte è il rapporto annuale IRENA «Renewable Power Generation Costs», integrato dal report «24/7 Renewables» del maggio 2026. Sono il punto di riferimento per chiunque voglia capire dove sono davvero arrivate le rinnovabili sul piano economico. Sui dati italiani aggiornati, la fonte primaria è Terna, che pubblica i bilanci elettrici nazionali con cadenza mensile e annuale. Sui falsi miti più diffusi nel dibattito italiano, è utile la piattaforma di Italy for Climate, iniziativa della Fondazione per lo sviluppo sostenibile.

Sul bilancio globale delle emissioni, il punto di riferimento è il Global Carbon Budget, aggiornato ogni anno a novembre in occasione delle COP.

Quattro fonti, quattro link, dieci minuti di lettura per ciascuna. È il minimo sindacale per non farsi raccontare il clima da chi ha interesse a raccontarlo male. È molto meno tempo di quello che si spende ogni giorno a leggere opinioni su come va il mondo.

Eywa dice

Il negazionismo climatico classico esiste ancora e non va sottovalutato. Ma nei canali analizzati dal CCDH è in netto declino misurabile. Il problema oggi non è più solo chi nega il problema. È chi accetta il problema, e poi, con tono sempre garbato, sempre prudente, sempre pieno di dati di contesto, ci spiega perché non possiamo farci niente.

Il rinvio non si presenta come negazionismo. Si presenta come buonsenso. Per questo è più efficace. Per questo va imparato a riconoscere prima che a contestare.

C’è una buona notizia in tutto questo. Come scrive il CCDH, il negazionismo si è spostato sulle soluzioni proprio perché ha perso la battaglia sull’esistenza del problema. Vuol dire che la scienza ha vinto un round. Vuol dire che il pubblico, in maggioranza, sa già che il clima sta cambiando e che è colpa nostra. Resta da vincere il round successivo, quello sulle soluzioni. E si vince esattamente nello stesso modo in cui si è vinto il primo: con i dati, con la pazienza, con la capacità di non lasciarsi spostare il discorso ogni volta che qualcuno alza il sopracciglio e dice «sì, però».

Approfondimenti Eywa

Net zero e decarbonizzazione avanzata, la grande illusione verde

Eywa Divulgazione, 2025, analisi delle soluzioni climatiche presentate come trasformative ma in realtà conservative dello status quo fossile.

Carbonio fantasma, la faccia nascosta della lotta al cambiamento climatico

Eywa Divulgazione, 2025, sulla contabilità climatica e sui meccanismi di compensazione che spostano l’inquinamento invece di ridurlo.

Etichette impatto zero, riconoscere il greenwashing

Eywa Divulgazione, 2025, guida operativa per riconoscere il greenwashing aziendale, gemello civico del presente dossier sul greenwashing del negazionismo.

Falle invisibili del pianeta, le mega perdite di metano

Eywa Divulgazione, 2025, sulle perdite di metano e sulla complessità della responsabilità climatica per Paese.

Rinnovabili senza distruggere la natura, le soluzioni che funzionano

Eywa Divulgazione, 2025, come installare rinnovabili rispettando biodiversità, paesaggio e suolo.

Rinnovabili, il costo nascosto di litio, cobalto, acqua

Eywa Divulgazione, 2025, analisi dei nodi reali della transizione, riconoscere i quali non significa rinunciarvi.

Transizione energetica possibile, Cina esempio

Eywa Divulgazione, 2025, ribaltamento del luogo comune sul disimpegno dei grandi inquinatori, basato sui dati di investimento cinese in rinnovabili.

Bibliografia essenziale

Discourses of climate delay

Lamb, W. F. e altri, 2020, Global Sustainability 3, Cambridge University Press, studio fondante sulla tassonomia dei discorsi di rinvio climatico, con identificazione delle quattro macro-categorie e dei dodici sotto-discorsi.

Sixth Assessment Report, Working Group 1, Summary for Policymakers

IPCC, 2021, sintesi del consenso scientifico sul cambiamento climatico approvata da 195 governi, base di riferimento per qualunque discussione fondata.

The New Climate Denial

Center for Countering Digital Hate, 2024, analisi su dodicimila video YouTube da 96 canali noti per contenuti negazionisti fra 2018 e 2023, documenta lo spostamento del negazionismo dal piano dell’esistenza del problema al piano dell’attacco alle soluzioni.

Global Carbon Budget 2025

Global Carbon Project, 2025, aggiornamento annuale sulle emissioni globali di CO2 fossile e sul carbon budget residuo per gli obiettivi climatici.

Renewable Power Generation Costs in 2024

IRENA, Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, 2025, analisi internazionale sui costi delle rinnovabili e sulla competitività economica rispetto alle fossili.

24/7 Renewables, The Economics of Firm Solar and Wind

IRENA, 2026, analisi sui costi dei sistemi ibridi solare-eolico-storage e sulla loro competitività rispetto alle centrali fossili.

Consumi elettrici 2025, dati ufficiali

Terna, gennaio 2026, bilancio elettrico nazionale italiano per l’anno 2025, comprensivo delle percentuali di copertura della domanda da fonti rinnovabili.

Il 2025, un anno con segno meno per le rinnovabili

Italy for Climate, Fondazione per lo sviluppo sostenibile, 2026, analisi italiana sul rallentamento delle installazioni di rinnovabili e sul ruolo della disinformazione nel frenare la transizione.

author avatar
Team Eywa
Ti possono interessare

Più letti