C’è un parcheggio a Reggio Emilia dove l’asfalto ha lasciato il posto al verde. È successo davvero: in via Mazzacurati una parte della lastra di asfalto è stata tolta, e al suo posto sono state piantate 3.174 nuove piante, tra alberi e arbusti. Sono distribuite in sette piccole macchie di bosco, le microforeste (1.015 mq in tutto, ognuna grande tra 68 e 160 mq), più nuove siepi di carpino (un albero deciduo diffuso nei boschi italiani). Il risultato si misura in metri quadri: il verde dell’area è passato da 1.459 a 2.593 mq, cioè 1.134 mq in più, un balzo di circa +78%. L’intervento è costato 451.717 euro, tutti pubblici: li ha messi l’allora Ministero della Transizione Ecologica (oggi Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica), dentro il Programma sperimentale di interventi per l’adattamento ai cambiamenti climatici in ambito urbano. I numeri sono quelli comunicati dal Comune di Reggio Emilia il 26 giugno 2026.
Il metodo si chiama Miyawaki. E in queste settimane, con le città che soffocano sotto ondate di calore sempre più lunghe (a fine giugno 2026 l’Emilia-Romagna ha avuto la prima allerta rossa per caldo estremo della sua storia recente, dichiarata da ARPAE e Protezione civile regionale), ne parla quasi tutto il mondo ambientale. Vale la pena capire cosa funziona davvero, e cosa no.
Cos’è il metodo Miyawaki
Akira Miyawaki era un botanico giapponese. Aveva notato una cosa semplice: nelle foreste naturali le piante crescono fitte perché si fanno concorrenza per la luce, e questa gara le spinge a salire in fretta. Ha riprodotto quella dinamica in modo controllato, con tre ingredienti: specie autoctone (cioè originarie del posto), piante molto ravvicinate e superfici piccole, di solito sotto i 200 mq. L’idea è arrivare a un bosco che, una volta attecchito (cioè dopo i primi anni, quando le radici hanno preso e le piante reggono da sole), si regge quasi da solo e richiede pochissima manutenzione. Un risultato che, va detto subito, non è automatico: dipende da come il bosco viene progettato e seguito nei primi anni.
A via Mazzacurati le piante scelte sono alberi e arbusti autoctoni, selezionati per quel suolo e quel clima, non un mix generico preso a catalogo. E, prima di piantare, hanno tolto l’asfalto.
Cosa può fare e cosa no
I numeri che girano nei comunicati sono spettacolari. Lo stesso Comune di Reggio Emilia parla di piante giovani che crescono fino a dieci volte più in fretta rispetto alle piantagioni tradizionali, quelle fatte di una sola specie (le monoculture). Nei materiali dei promotori si leggono cifre ancora più estreme: densità trenta volte superiore, biodiversità cento volte maggiore. Sono numeri da maneggiare con prudenza, e vanno presi per quello che sono: dichiarazioni promozionali, non risultati verificati in modo sistematico e indipendente. Non è detto che siano sbagliati. È che manca ancora una ricerca esterna e neutrale che li confermi in modo valido ovunque, non solo nel singolo caso.
Proprio per colmare questa distanza, dal 2023 è attivo in Italia il progetto Tiny Forest, con la Società Botanica Italiana come partner attuatore, Terna come finanziatore e l’Orto Botanico di Roma della Sapienza come partner scientifico. Per ora sono stati realizzati cinque impianti (due a Roma, poi Lusciano, Sarcedo e Lodi), con il monitoraggio già partito dopo la messa a dimora e i primi report pubblicati. Il lavoro è in corso, e i risultati solidi arriveranno con gli anni di osservazione. Al momento, dunque, manca ancora una verifica indipendente di quei moltiplicatori da brochure (il dieci, il trenta, il cento volte) valida in generale e non solo caso per caso.
Nel frattempo i benefici concreti ci sono, e non dipendono dalle cifre più spettacolari. Le microforeste coprono il suolo, abbassano la temperatura della superficie, fanno più ombra e più evapotraspirazione (cioè le piante rilasciano vapore acqueo, e quel vapore raffredda l’aria intorno, un po’ come fa il sudore con la pelle), trattengono meno calore rispetto alle superfici impermeabili come l’asfalto e il cemento, assorbono l’acqua piovana, offrono cibo e riparo a insetti e uccelli, soprattutto se fanno parte di una rete verde urbana più ampia. E lo fanno in spazi che altrimenti resterebbero cemento.
Quello che non possono fare è sostituire i grandi alberi maturi. Un albero adulto, con una chioma ampia, raffredda subito e in modo sensibile lo spazio sotto di sé, con l’ombra e con l’evapotraspirazione. Quanto raffreddi, dice la ricerca scientifica, dipende dalla chioma, dal clima, dall’acqua disponibile e da com’è fatta la città intorno: non è un numero fisso, e gli alberi non sono una formula magica. Una meta-analisi che ha messo insieme 182 studi in 110 città mostra che, nelle condizioni giuste, gli alberi urbani possono far scendere la temperatura percepita da chi cammina anche di diversi gradi; ma mostra pure che specie e posizioni sbagliate possono perfino trattenere calore di notte. Una microforesta giovane, nei suoi primi anni, non offre nulla di paragonabile a un albero maturo. È un investimento sul futuro, non una risposta al caldo di quest’estate.
E qui sta il punto: quando si parla di isole di calore, nel breve periodo l’albero maturo che c’è già vale molto più del bosco che si pianterà.
Perché Reggio Emilia è un esempio utile
Non per le dimensioni: l’intervento in via Mazzacurati è piccolo. Conta per il metodo con cui è stato fatto, e ci sono tre scelte che meritano attenzione.
La prima, e la più importante, è che hanno tolto l’asfalto. Non hanno piantato in qualche aiuola di risulta o sopra il marciapiede già esistente. Hanno depavimentato, cioè rimosso la pavimentazione e restituito il terreno alla terra, lasciando respirare le radici. Questo è un vantaggio immediato e fisico, che non dipende dal bosco che crescerà: un suolo permeabile assorbe l’acqua e accumula meno calore di una lastra di asfalto. La microforesta, invece, è un vantaggio che arriva piano, mano a mano che le piante attecchiscono e mettono chioma. Sono due cose diverse, ed è bene non confonderle.
La seconda scelta riguarda l’acqua. Hanno messo due vasche interrate che raccolgono la pioggia, collegate ai tombini di scolo della strada, e la riusano con un’irrigazione a goccia. I primi due o tre anni, quando le piante devono attecchire, sono i più delicati per qualunque microforesta: senza un sistema d’irrigazione pensato apposta, l’impianto soffre e spesso non sopravvive. Vale la pena ricordarlo, perché è il punto debole nascosto: nelle città calde, il raffrescamento delle piante dipende anche da quanta acqua hanno a disposizione, e durante le ondate di calore e di siccità quel contributo può calare proprio quando servirebbe di più.
La terza scelta sono le specie autoctone, scelte per quel posto preciso, non comprate su un catalogo commerciale.
Lo stesso approccio è ora in corso in via Cisalpina, dentro la strategia «Urbano Naturale», che si è data un obiettivo dichiarato: portare al 35% la quota di vegetazione a crescita spontanea entro cinque anni.
Il rischio del metodo fatto male
La Rete Italiana delle Microforeste mette in guardia su un problema vero: il metodo Miyawaki non è facile da applicare, e molti operatori, a volte improvvisati, lo riducono a una piantagione fitta e basta, senza studiare prima quali piante mettere e senza un progetto a lungo termine. La Rete fa parte del mondo che promuove il metodo, non è un arbitro neutrale; ma proprio per questo, quando invita alla prudenza, conviene ascoltarla. Il risultato di un lavoro fatto male è un impianto fragile, dove molte piante muoiono o dove i risultati restano molto sotto le promesse.
Studiare prima quali specie autoctone siano davvero adatte a quel suolo e a quel clima (le indagini floristiche preliminari) serve a non piantare alla cieca. Saltare questo passaggio significa, appunto, piantare alla cieca.
Il progetto a lungo termine serve perché i primi due o tre anni richiedono cure costanti: irrigazione regolare, eliminazione delle erbacce, controlli. Chi promette un bosco «che si gestisce da solo» fin dal primo giorno sta vendendo qualcosa che non esiste. L’autosufficienza, quando arriva, arriva più tardi, e solo se le basi sono giuste.
C’è poi un rischio più sottile. Un lavoro fatto male produce fallimenti che poi vengono attribuiti al metodo: si dice «non funziona», quando il problema è che non è stato applicato come si deve.
Cosa puoi chiedere al tuo Comune
Se nel tuo Comune si parla di microforeste, o se vuoi proporne una, ci sono domande precise da mettere sul tavolo. Chi ha progettato l’intervento? Ci sono botanici o agronomi dietro, o è finito in mano a un’impresa generica? È previsto uno studio del suolo e delle piante adatte? Le specie scelte sono autoctone per quella zona specifica? Esiste un piano di manutenzione per i primi due o tre anni, e dice da dove arriva l’acqua? E, prima di tutto il resto: si toglie l’asfalto?
Una microforesta senza una progettazione seria non è una soluzione verde. È marketing verde su cemento.
C’è poi il caso opposto. Se il tuo Comune sta per asfaltare uno spazio aperto, o per abbattere alberi maturi e fare posto ad altro, la prima mossa è leggere il piano del verde comunale. Quel piano non è un atto facoltativo: la legge 14 gennaio 2013, n. 10, sullo sviluppo degli spazi verdi urbani, prevede strumenti come il piano del verde, il censimento del verde e il regolamento del verde. È lì dentro che un cittadino trova cosa il Comune ha previsto e con quali vincoli. E sullo sfondo c’è anche l’Europa: il regolamento (UE) 2024/1991 sul ripristino della natura dice agli Stati membri una cosa netta. Entro il 2030 non possono ridurre il verde urbano e la copertura di alberi rispetto a quanto c’era nel 2024, e dopo devono farli crescere. Gli strumenti per chiedere conto, insomma, ci sono.
Conclusione
Le microforeste Miyawaki sono uno strumento vero. Non il più potente, non il più rapido, ma utile in alcuni casi precisi: spazi piccoli, suoli che si possono recuperare, progettazione rigorosa, acqua garantita nei primi anni.
La domanda giusta non è «funzionano?», ma «questa, qui, è fatta bene?». Ed è una domanda che, in Italia come altrove, tocca ai cittadini porre.
Approfondimenti Eywa
Isola di calore urbana: cosa succede davvero nelle città surriscaldate «Eywa Divulgazione, 2026. Come funzionano le bolle di calore, perché alcune città ne soffrono più di altre e come si misura l’effetto termico locale.»
Il parco che non raffredda più «Eywa Divulgazione, 2026. Quando il verde urbano non basta: come valutare se uno spazio verde ha davvero un effetto termico misurabile.»
Il Giappone e la riforestazione che funziona davvero «Eywa Divulgazione, 2025. I modelli giapponesi tra evidenza scientifica e soluzioni esportabili. Il metodo Miyawaki alle sue origini.»
Alberi in città: quali piantare e perché non è indifferente «Eywa Divulgazione, 2025. Criteri scientifici per la scelta delle specie urbane, dagli effetti termici alla resistenza alla siccità.»
Come leggere il piano del verde del tuo Comune «Eywa Divulgazione, 2026. Guida pratica per capire cosa prevede il piano locale e come usarlo per fare domande informate agli amministratori.»
Segnalare un problema sul verde urbano «Eywa Divulgazione, 2026. Strumenti civici, enti competenti e percorsi formali per segnalare abbattimenti, capitozzature o mancata manutenzione.»
Fonti
Via Mazzacurati: microforeste al posto dell’asfalto per abbattere le isole di calore. Comune di Reggio Emilia, 2026. Fonte primaria: numero di esemplari, superficie e numero delle microforeste, incremento del verde, vasche interrate, importo e finanziamento dell’intervento.
Reggio, in via Mazzacurati microforeste al posto dell’asfalto contro le isole di calore 24Emilia, 2026, cronaca dell’intervento di depavimentazione e dei dati sul verde complessivo.
Via Mazzacurati, al posto dell’asfalto sette microforeste contro il caldo Reggionline, 2026, conferma del completamento dell’intervento, del sistema di recupero idrico e del numero di esemplari.
Tiny Forest Orto Botanico di Roma, Sapienza Università di Roma, partner e ruoli del progetto, cinque impianti realizzati, finalità sperimentale e report di monitoraggio.
Cooling efficacy of trees across cities is determined by background climate, urban morphology, and tree trait Li et al., Communications Earth & Environment, 2024, meta-analisi su 182 studi: il raffrescamento degli alberi urbani dipende da clima, forma urbana e tratti della pianta.
La Rete Italiana delle Microforeste Miyawaki SIRF Società Italiana di Restauro Forestale, 2025, cautele tecniche sull’applicazione del metodo: indagini floristiche preliminari e progettazione di lungo periodo come condizioni di riuscita.
L’ondata di caldo prosegue ARPAE Emilia-Romagna, 2026, cronologia e intensità dell’ondata di calore di fine giugno 2026 in regione.
Regolamento (UE) 2024/1991 sul ripristino della natura EUR-Lex, 2024, articolo 8: nessuna perdita netta di verde urbano e copertura arborea entro il 2030 rispetto al 2024, trend in aumento dal 2031.
Legge 14 gennaio 2013, n. 10, norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani Gazzetta Ufficiale, 2013, piano del verde, censimento del verde e regolamento del verde come strumenti comunali.

