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I data center producono calore. Perché lo buttiamo nell’aria invece di riscaldare le case?

I data center trasformano in calore quasi tutta l'energia che consumano, e quasi sempre lo disperdono. La tecnologia per recuperarlo esiste, l'Europa la impone, Brescia la usa. A Genova c'è una rete e una candidatura, ma la domanda sul calore non l'ha ancora fatta nessuno.

In una qualsiasi zona industriale del Nord ci sono due edifici a poche decine di metri l’uno dall’altro. Nel primo, d’inverno, le caldaie a gas vanno a pieno regime: la bolletta sale, dai camini esce anidride carbonica. Nel secondo, un capannone pieno di server lavora giorno e notte e produce calore in quantità enorme. Quel calore non scalda nessuno. Viene soffiato nell’aria e disperso. Uno compra calore. L’altro lo regala al cielo.

Detta così sembra l’errore di progettazione di un’intera civiltà. In parte lo è. La differenza è che si può correggere, e in qualche città europea è già stato corretto. La tecnologia per recuperare quel calore esiste, funziona, ed è in esercizio in diversi Paesi del Nord Europa e, dal giugno 2025, anche a Brescia. Quindi la domanda non è tecnica. È politica: chi decide che il recupero si faccia, e a quali condizioni.

Una città che brucia gas mentre la macchina accanto butta calore

Non è una metafora. È la fotografia letterale di come funziona oggi una parte del nostro sistema energetico. Per decenni il calore dei data center è stato spinto fuori e disperso nell’atmosfera, mentre a poche centinaia di metri gli edifici accendevano le caldaie per scaldarsi. Un data center, cioè l’impianto pieno di server dove vengono elaborati i dati di internet e, sempre di più, dell’intelligenza artificiale, lavora senza sosta e scarta calore senza sosta. Quasi sempre quel calore lo perdiamo.

In alcune città europee, invece, lo tengono. Per capire perché da loro sì e da noi no, conviene partire dalla fisica. Che è più semplice di quanto si creda.

Dove finisce l’elettricità che entra in un data center

Un data center consuma elettricità per far girare i server. I server fanno calcoli, e fare calcoli, dal punto di vista fisico, vuol dire trasformare elettricità in calore. Non è un fastidioso effetto collaterale: è esattamente quello che succede in qualunque apparecchio elettronico, dal telefono in tasca al portatile che scotta sulle gambe. Su scala industriale vale identico. Quasi tutta l’energia che entra nei server, nello storage e nelle reti esce come calore. Il resto serve a raffreddare, cioè a tenere quel calore sotto controllo.

Qui di solito si fa confusione, e vale la pena toglierla. Che quasi tutta l’energia diventi calore è vero: le stime tecniche arrivano a citare quote fino al 97% per la parte informatica. Ma prodotto non vuol dire recuperabile. Una cosa è quanto calore esce, ed è sempre quasi tutto. Un’altra è quanto se ne può davvero riusare, e questo dipende da com’è fatto l’impianto, da quanto è efficiente, da come viene raffreddato. La differenza tra un data center virtuoso e uno spreca-energia non sta nella quantità di calore prodotto. Sta in cosa ne fa. Per decenni ne ha fatto la cosa più semplice e più sprecona: l’ha buttato fuori. E ancora oggi, nel mondo, la quota di calore di scarto davvero recuperata è una briciola.

Diamo una scala ai numeri che seguono: un TWh (terawattora) è un miliardo di kWh, l’unità che leggiamo in bolletta. Allora. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2024 i data center hanno consumato nel mondo circa 415 TWh, l’1,5% di tutta l’elettricità del pianeta, e la proiezione li porta verso i 945 TWh entro il 2030. In Italia, nello stesso anno, ne hanno bevuti circa 5,8 TWh, quasi il 2% del consumo elettrico nazionale, con la fila delle richieste di allacciamento alla rete cresciuta in verticale. Di quanta elettricità si tratti, e con quali effetti su rete e bollette di tutti, l’abbiamo raccontato in AI e consumo energetico e in Data center AI, rete elettrica e bolletta. Qui guardiamo l’altra metà della storia. Tutta quell’elettricità, finiti i calcoli, esce come calore. Un fiume di calore. E in un Paese che ogni inverno brucia gas per scaldarsi, un fiume di calore è una risorsa, non un rifiuto.

Il vero problema non è il calore, è la sua temperatura

Se il calore c’è e la voglia di scaldare gli edifici pure, perché non li attacchiamo e basta? Perché in mezzo c’è un ostacolo preciso: la temperatura.

Il calore di scarto di un data center raffreddato ad aria, che è il sistema più diffuso, esce piuttosto «freddo», sui 25-35 gradi. Le reti che portano calore alle case, il teleriscaldamento (un sistema di tubi che distribuisce a interi quartieri l’acqua calda prodotta in un unico grande impianto, così da non avere una caldaia per palazzo), lavorano molto più in alto, tra 60 e 90 gradi. Tra i 25-35 gradi che escono dal server e i 70-80 che servono alla rete c’è un salto. Tutta la difficoltà del recupero sta lì.

Per colmarlo ci sono due strade. La prima è la pompa di calore industriale, una macchina che «alza» la temperatura del calore di scarto consumando un po’ di elettricità in più: lo prende a 30-45 gradi e lo porta a 80-90, pronto per la rete. È la soluzione dei grandi progetti nordici. La seconda è il raffreddamento a liquido (in inglese liquid cooling): invece di raffreddare i server con l’aria li si raffredda con un fluido, che assorbe il calore direttamente dai componenti e ne esce già caldo, oltre i 50-65 gradi, utilizzabile quasi senza altri passaggi. Costa di più da progettare, ma rende il calore subito prezioso. È la tecnologia scelta a Brescia, e non per caso.

C’è un ultimo punto, ed è il motivo per cui questo recupero non si può promettere ovunque. Avere il calore non basta. Serve una rete di teleriscaldamento abbastanza vicina, perché oltre una certa distanza posare i tubi costa più di quanto si risparmia. Serve una domanda di calore vera sul territorio. Serve l’investimento nelle pompe o nel raffreddamento a liquido. E servono contratti lunghi tra chi il calore lo produce e chi lo distribuisce. Dove questi pezzi non ci sono, il recupero non conviene, né tecnicamente né economicamente. Tenere insieme questo realismo e l’ambizione è ciò che separa una proposta civica seria da uno slogan.

Cosa dice l’Europa, e cosa l’Italia non ha ancora fatto

Su questo l’Europa ha già scelto da che parte stare, e l’ha messo nero su bianco nella Direttiva sull’efficienza energetica, la 2023/1791 (sigla EED, Energy Efficiency Directive). Ci sono due piani, e vanno tenuti separati, perché di solito si confondono.

Il primo è la trasparenza. L’articolo 12 obbliga i data center con potenza informatica installata da 500 kW in su a misurare e comunicare ogni anno una serie di numeri: energia consumata, acqua consumata, efficienza dell’impianto (il PUE, l’indice che dice quanta dell’energia in ingresso arriva davvero ai server e quanta se ne va in raffreddamento e perdite), quota di rinnovabili e un indice apposito di riuso del calore (l’Energy Reuse Factor). Questa parte l’Italia l’ha già recepita, con il decreto-legge 131/2024 (articolo 16): chi sta sopra quella soglia comunica i dati entro il 15 maggio di ogni anno alla banca dati europea, che li pubblica in forma aggregata, nei limiti posti da riservatezza e segreti commerciali.

Il secondo piano è quello che conta davvero, ed è un vero obbligo. Lo fissa l’articolo 26, paragrafo 6: gli Stati membri devono garantire che i data center con assorbimento energetico totale nominale sopra 1 MW (la potenza nominale dell’intero impianto, non solo quella dei server) recuperino il calore di scarto, o lo riusino in altro modo, a meno che non dimostrino che farlo non è tecnicamente o economicamente fattibile. Non è un consiglio. È un obbligo, con un’unica scappatoia, e va motivata. L’Europa ha rovesciato l’onere della prova: il recupero è la regola, e chi non lo applica deve spiegare perché non può.

Poi c’è il dettaglio che cambia tutto, e va detto con precisione. L’articolo 26 parla agli Stati membri, non al singolo gestore. Perché diventi una regola che si può pretendere da un data center attivo in Italia, serve la norma nazionale. E qui l’Italia è in ritardo: ha mancato la scadenza dell’11 ottobre 2025 per il recepimento pieno della direttiva. Una bozza di decreto è in consultazione, ma sul recupero del calore dai data center sopra 1 MW resta da capire se la regola sia già operativa e davvero vincolante. Un obbligo che vale a Bruxelles ma non è ancora tradotto in norma da noi, per chi vive in Italia, è una promessa, non uno strumento.

Intanto il quadro si muove. A inizio giugno 2026 la Commissione europea ha annunciato che svilupperà standard minimi di prestazione energetica per i data center, vecchi e nuovi, con una valutazione dei fabbisogni attesa entro il 2027, e che sta lavorando a un’etichetta di sostenibilità (su criteri come l’uso dell’acqua e la quota di energia pulita) che i grandi impianti dovranno rendere pubblica. La direzione è quella, e non lascia spazio a equivoci: più trasparenza e più obblighi, non meno.

Chi paga il conto del calore disperso

Quando un data center butta il calore nell’aria, il conto non sparisce. Si sposta. E lo pagano in tre.

Lo paga il sistema energetico, perché quel calore va comunque prodotto da un’altra parte, bruciando gas o consumando altra elettricità, per scaldare gli stessi edifici che avrebbero potuto riceverlo, almeno in parte, dal data center vicino. Lo pagano i cittadini, perché il gas delle caldaie ha un prezzo, e in inverno quel prezzo si legge in bolletta. Lo paga il clima, perché ogni metro cubo di gas bruciato emette anidride carbonica che il calore recuperato avrebbe risparmiato. Per dare la scala: in Lombardia A2A stima che il calore recuperabile dai data center già in pipeline potrebbe scaldare circa 150.000 appartamenti. È una proiezione, riferita a un settore in piena corsa, e va letta come potenziale, non come dato di oggi. Ma anche solo la parte realisticamente raggiungibile non è poca cosa.

Il punto è semplice. Il calore disperso non è «roba che si perde e pazienza». È un costo, spalmato su tutti, che oggi nessuno mette a bilancio perché non si vede. Renderlo visibile è già un atto civico.

Le città che lo fanno già: Odense, Stoccolma, Helsinki. E adesso Brescia

Non sono laboratori. Sono impianti accesi, con livelli diversi di maturità.

A Odense, in Danimarca, il campus di Meta cede da anni il suo calore di scarto alla rete locale, attraverso la più grande pompa di calore mai installata nel Paese per questo scopo, e scalda circa 11.000 tra case e imprese. Funziona dal 2019. È il caso più solido di calore di un data center che entra in una rete cittadina. A Stoccolma, in Svezia, l’operatore energetico della città compra il calore di scarto dei data center locali nei mesi freddi. Lì il calore in eccesso non è un problema da smaltire: è merce che si vende, e decine di migliaia di appartamenti ricevono già calore che arriva dai data center cittadini.

Il progetto più grande è in Finlandia, e qui serve precisione, perché è facile prendere lucciole per lanterne. Nella regione di Helsinki, Fortum e Microsoft hanno costruito quello che viene descritto come il più grande progetto al mondo di recupero del calore dai data center: fino a 350 MW termici, pensati per coprire circa il 40% del fabbisogno di teleriscaldamento di un’area da 250.000 utenti, con un taglio stimato di circa 400.000 tonnellate di CO₂ l’anno. Attenzione alle date, però. Nel 2026 sono entrate in funzione le pompe di calore di Fortum, mentre il recupero vero e proprio dai data center di Microsoft parte in modo graduale dal 2027, man mano che gli impianti vengono costruiti. È un cantiere enorme e quasi al traguardo, non un sistema già a regime. Dirlo non è scetticismo, è rigore.

E poi c’è l’Italia. Il 25 giugno 2025, a Brescia, A2A ha acceso nella centrale Lamarmora un data center progettato con la francese Qarnot che, grazie al raffreddamento a liquido, recupera calore fino a 65 gradi e lo manda dritto nella rete di teleriscaldamento della città. La prima fase, già operativa, vale circa 800 MWh termici l’anno. A regime, completato il secondo step, il progetto è dato per 16 GWh di calore pulito l’anno, abbastanza per il fabbisogno termico di circa 1.350 appartamenti, con 3.500 tonnellate di CO₂ evitate. Non è un annuncio: è un impianto che ha già cominciato a immettere calore in rete, in una città che mezzo secolo fa fu tra le prime in Italia a darsi il teleriscaldamento. A Milano, intanto, un progetto dello stesso tipo recupera il calore di scarto di un data center esistente e lo immette nella rete del Municipio 6.

Brescia dimostra una cosa precisa: in Italia il modello si può fare, dove rete, sito e tecnologia stanno insieme. Non dimostra che si possa fare ovunque e in automatico: quella resta una verifica caso per caso. Ed è qui che la storia arriva a casa nostra.

Genova ha una rete di teleriscaldamento. Piccola, e con una domanda aperta

Genova una rete di teleriscaldamento ce l’ha. È reale, alimentata dall’impianto a ciclo combinato di Sampierdarena. Ed è piccola: secondo i dati pubblicati da Iren, circa 8 km di doppia tubazione, 1,6 milioni di m³ allacciati, 7.911 abitanti serviti, circa 27 GWh l’anno. Per dare il confronto, la rete bresciana che riceve il calore del data center di A2A serve una città intera. Quella genovese è concentrata su Sampierdarena e Cornigliano. Non tocca il centro. Non tocca il porto.

Il dettaglio diventa interessante accanto a un fatto che abbiamo già documentato: il Comune di Genova si è candidato a ospitare una gigafactory dell’intelligenza artificiale, cioè un impianto di calcolo da centinaia di MW. Del consumo d’acqua di quell’infrastruttura, e degli strumenti per chiederne conto, abbiamo scritto in Gigafactory AI a Genova: l’acqua che nessuno quantifica. Sul calore, finora, in pubblico non l’ha chiesto nessuno. Eppure è la domanda gemella di quella sull’acqua.

Una gigafactory andrebbe, con ogni logica, nelle aree portuali o industriali. Cioè lontano dalle tubazioni di Iren. Recuperarne il calore vorrebbe dire allungare parecchio la rete. E qui c’è il dato che pesa: il piano di sviluppo pubblicato da Iren per Genova prevede di riqualificare la centrale che produce il calore, ma non di estendere la rete verso il porto o le zone industriali, cioè proprio dove un grande data center andrebbe a finire. Studi pubblici di fattibilità che leghino la candidatura alla pianificazione energetica della città non risultano. E questo vuoto non è un dettaglio: è già una notizia. Quando un’amministrazione corteggia un impianto che produrrà calore a livello industriale, e nel frattempo i suoi cittadini pagano il gas per scaldarsi, non studiare il recupero non è una svista. È una scelta, presa per omissione. E le scelte prese per omissione sono proprio quelle dove il controllo civico morde di più.

Cosa possiamo chiedere, e a chi chiederlo

Su un tema così il potere non sta tutto in un posto solo, e conviene saperlo per spingere le richieste dove fanno male sul serio.

Il livello più a portata di mano è il Comune, dove c’è un margine di trattativa. Nei procedimenti in cui ha potere urbanistico, convenzionale o di trattativa (protocolli d’intesa, varianti, accordi con i grandi operatori), il Comune può inserire o condizionare clausole di recupero del calore. Non come buon auspicio: come condizione. Non sempre, però, la palla è sua. Dove l’autorizzazione spetta alla Regione o passa da una valutazione di impatto ambientale, la leva si sposta sulla pianificazione energetica regionale e sui procedimenti ambientali. Sapere chi decide, caso per caso, è il primo atto di un controllo civico che funziona.

Da lì discende cosa può fare, in concreto, chi vuole che la cosa accada. Si può chiedere al proprio Comune se i protocolli e le convenzioni firmati o in trattativa con operatori di data center prevedano una clausola di recupero termico, e se non c’è, perché no. Si può usare l’accesso civico generalizzato, lo strumento che permette a chiunque di chiedere documenti e dati alla pubblica amministrazione senza nemmeno dover spiegare perché, per domandare se esistano studi di fattibilità sul recupero del calore dai data center previsti sul territorio. Si può sollecitare la Regione, che ha in mano la pianificazione energetica e la valutazione di impatto ambientale, perché il recupero del calore entri tra i criteri di insediamento dei nuovi impianti. E dove una candidatura è in corso, come a Genova, si può fare in pubblico la domanda che finora è mancata: il calore di questo impianto, dove va a finire.

Sono richieste legittime, documentabili, a costo zero per chi le fa. La loro forza sta nei fatti: la direzione europea è già tracciata (recupero come regola, esenzione solo se non è tecnicamente o economicamente fattibile), il modello in Italia funziona (Brescia), e a Genova una rete, per quanto piccola, c’è. Chi risponde «non si può» è pregato di spiegare perché, con la stessa logica con cui la direttiva concede l’esenzione: dimostrando l’impossibilità, non limitandosi a dichiararla.

Il calore c’è. La domanda è politica

Mettiamo in fila i fatti, perché reggono tutti alla verifica. I data center trasformano in calore quasi tutta l’energia che consumano. Dove ci sono le condizioni giuste, quel calore si recupera e va nelle reti di teleriscaldamento, come già succede in diverse città europee e, dal 2025, anche a Brescia. Non basta «volerlo»: servono reti vicine, domanda termica, pompe di calore o raffreddamento a liquido, investimenti e regole chiare. L’Europa la strada l’ha indicata, soprattutto con l’articolo 26 della Direttiva efficienza energetica. All’Italia resta il compito, finora rimandato, di renderla davvero operativa.

Il paradosso da cui siamo partiti, la città che brucia gas accanto alla macchina che butta calore, non è un destino. È il risultato di scelte non fatte. E le scelte non fatte, a differenza delle leggi della fisica, si possono cambiare. Il calore c’è già. Resta da decidere chi se ne occupa, e cosa ne fa. Quella domanda possiamo farla noi, adesso. La scelta è politica.


Approfondimenti Eywa

Gigafactory AI a Genova: l’acqua che nessuno quantifica «Eywa Divulgazione, 2026. Il consumo idrico nascosto delle infrastrutture AI e gli strumenti civici per chiederne conto.»

Data center AI, rete elettrica e bolletta «Eywa Divulgazione, 2026. Come i grandi impianti di calcolo stanno ridisegnando la domanda di rete e il costo dell’energia.»

AI e consumo energetico «Eywa Divulgazione, 2026. I numeri reali del fabbisogno energetico dell’intelligenza artificiale.»

Fonti

Energy and AI Agenzia internazionale dell’energia (IEA), 2025, analisi globale sul rapporto tra energia e intelligenza artificiale, con proiezioni del consumo elettrico dei data center e del potenziale di recupero del calore.

Direttiva (UE) 2023/1791 sull’efficienza energetica Parlamento europeo e Consiglio, 2023, testo della direttiva EED: l’articolo 12 fissa gli obblighi di comunicazione dei dati per i data center con potenza IT installata sopra 500 kW, l’articolo 26 paragrafo 6 l’obbligo per gli Stati membri di garantire il recupero del calore per quelli con assorbimento energetico totale nominale sopra 1 MW, con esenzione solo per impossibilità tecnica o economica.

Efficienza energetica, recepimento dell’articolo 12 EED Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, 2024, pagina sul recepimento italiano: l’articolo 16 del decreto-legge 131/2024 attua l’articolo 12 della direttiva sugli obblighi di pubblicità dei centri dati.

Direttiva efficienza, l’Italia manca la scadenza UE Rinnovabili.it, 2025, ricostruzione del ritardo italiano nel recepimento pieno della EED rispetto alla scadenza dell’11 ottobre 2025.

Schema di rating di sostenibilità per i data center nell’UE Commissione europea, 2026, presentazione dello schema di valutazione dei data center costruito sul reporting della EED, che include esplicitamente il riuso del calore di scarto verso impianti vicini e reti di teleriscaldamento.

EU sets energy standards for data centres amid soaring power demand EnergyConnects, 2026, sintesi dell’annuncio di inizio giugno 2026 sugli standard minimi di prestazione e sull’etichetta di sostenibilità per i data center.

A2A, nuovo calore green per Brescia A2A, 2025, comunicato sull’inaugurazione del primo data center italiano a raffreddamento a liquido collegato a una rete cittadina di teleriscaldamento: prima fase operativa da circa 800 MWh termici l’anno, 16 GWh termici l’anno a regime con il secondo step, calore fino a 65 °C, circa 1.350 appartamenti serviti, 3.500 tonnellate di CO₂ evitate. Nello stesso comunicato l’AD di A2A stima in circa 150.000 gli appartamenti riscaldabili in Lombardia con il calore dei data center già in pipeline.

A Milano il primo progetto in Italia per il recupero di calore da data center A2A, 2024, comunicato sul recupero del calore di scarto del data center Avalon 3 di Retelit verso la rete di teleriscaldamento del Municipio 6 di Milano: impianto operativo dai primi mesi del 2026, 2,5 MWt e circa 15 GWh, 1.250 famiglie servite in più all’anno.

Fortum ha avviato la produzione di calore nei due grandi siti di data center in Finlandia Fortum, 2026, comunicato che chiarisce lo stato del progetto con Microsoft: pompe di calore in esercizio nel 2026, recupero del calore dai data center in avvio graduale dall’anno successivo.

La nostra rete di teleriscaldamento Gruppo Iren, dati ufficiali della rete: per Genova circa 8 km di doppia tubazione, 1,6 milioni di m³ allacciati, 7.911 abitanti serviti e circa 27 GWh l’anno; il piano di sviluppo cittadino prevede la riqualificazione della centrale, non l’estensione della rete.

Sustainable data centers roadmap, capitolo Heat reuse Innovation for Cool Earth Forum (ICEF), 2025, roadmap tecnica sulle condizioni del recupero del calore dei data center: temperatura, distanza dalla rete, domanda termica, costi di investimento e contratti di lungo periodo.

Team Eywa
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Redazione di Eywa Divulgazione. I migliori collaboratori e giornalisti che si impegnano per una divulgazione green concreta e reale.
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