Un nuovo studio globale pubblicato su Science Advances rivela una perdita diffusa di ossigeno disciolto nei fiumi del pianeta. Le acque dolci collassano in silenzio, mentre il dibattito pubblico continua a parlare quasi solo di CO₂.
Un pesce che emerge dall’acqua non è un pesce che salta. È un pesce che cerca di respirare. Per chi vive sul Po, sull’Arno, sul Tevere o sul Bisagno è un’immagine che torna sempre più spesso durante le ondate di calore estive. Da maggio 2026 sappiamo che non si tratta di una sensazione locale. Uno studio internazionale pubblicato il 15 maggio 2026 sulla rivista Science Advances, a firma di un gruppo del Nanjing Institute of Geography and Limnology (NIGLAS) dell’Accademia cinese delle scienze guidato da Shi Kun, con Guan Qi come primo autore, mostra che il fenomeno è globale e sistematico, e riguarda quasi otto fiumi su dieci. Il team ha passato al setaccio i livelli di ossigeno disciolto in oltre 21.000 sistemi fluviali del mondo, dal 1985 al 2023, usando immagini satellitari Landsat e un algoritmo di machine-learning stacking per ricostruire i dati mancanti.
Il dato centrale è che l’ossigeno disciolto nei fiumi del pianeta cala in media di 0,045 milligrammi per litro ogni dieci anni, e il 78,8% dei fiumi analizzati mostra un declino misurabile. Tradotto sull’arco storico osservato, dal 1985 a oggi i fiumi del mondo hanno perso in media il 2,1% del loro ossigeno disciolto. Il 22,7% del calo globale è attribuito direttamente alle ondate di calore: quando vengono escluse dal calcolo, la deossigenazione di fondo si riduce di un quarto. Le dighe e gli sbarramenti pesano anch’essi sulla traiettoria. Sembra poco. Non lo è.
Sembra poco. Non lo è. Per un ecosistema che dipende dall’ossigeno per respirare il margine fra «vivibile» e «letale» è strettissimo, e un calo piccolo in apparenza diventa cumulativo e biologicamente rilevante nel medio periodo. Se il trend continua, nei prossimi settant’anni interi tratti di fiume negli Stati Uniti orientali, in India e nei tropici potrebbero scendere sotto la soglia che induce «morte acuta» per molte specie ittiche, scrivono gli autori. La sintesi più chiara è apparsa su Nature, che ha messo lo studio in copertina della Research Highlight della settimana, e su ScienceDaily.
Cos’è l’ossigeno disciolto, e perché conta
L’ossigeno disciolto è la quantità di O₂ presente nell’acqua. È la stessa molecola che respiriamo, sciolta fra le molecole d’acqua. Senza di esso, pesci, larve di insetti, microrganismi e batteri aerobici non possono sopravvivere. È l’indicatore numero uno della salute di un corso d’acqua, e da decenni si usa per certificare se un fiume è «pulito» o «morto». Ridurlo del 2% su scala planetaria significa restringere la finestra biologica per migliaia di specie contemporaneamente, e farlo proprio nei tropici, dove la biodiversità è massima e i regimi termici sono già al limite.
Perché l’acqua calda trattiene meno ossigeno
Il meccanismo principale è chimico e si studia al primo anno di limnologia. L’acqua più calda trattiene meno gas, ossigeno incluso. Un fiume che si scalda di un grado, da 20 a 21 °C, perde circa il 2% del proprio ossigeno disciolto a parità di altri parametri. La crisi climatica scalda i fiumi più velocemente dei mari, perché i corsi d’acqua sono poco profondi e fortemente esposti all’atmosfera. Lo studio cinese conferma quello che già nel 2023 una ricerca di Wei Zhi e Li Li della Pennsylvania State University, Rivers rapidly warming, losing oxygen, aveva documentato su quasi 800 corsi d’acqua statunitensi: i fiumi si riscaldano nell’87% dei casi monitorati e perdono ossigeno nel 70%, più velocemente degli oceani. La deossigenazione viaggia a ruota dell’aumento di temperatura.
A questo si aggiunge l’effetto secondario. Acqua più calda significa maggiore attività batterica nei sedimenti, che a sua volta consuma ossigeno per decomporre la materia organica. E significa più alghe in superficie, che di giorno producono ossigeno ma di notte lo bruciano, generando picchi di anossia che possono uccidere i pesci in poche ore. Lo schema è simile a quello delle zone morte costiere, già documentato nel Mar Baltico e nel Golfo del Messico. Adesso lo vediamo riprodursi nei fiumi.
Tropici in trincea, fiumi urbani in prima linea
Il dato controintuitivo dello studio è che a soffrire di più non sono i fiumi polari, dove pure il riscaldamento è rapidissimo, ma quelli tropicali, già caldi di partenza e quindi più vicini al collasso. Il Gange, per esempio, ha perso ossigeno venti volte più velocemente della media globale negli ultimi decenni: un cocktail tossico di scarichi urbani, fertilizzanti agricoli e dighe che rallentano il flusso.
Nei paesi a reddito medio-alto, il danno arriva soprattutto dai fiumi urbani. Sempre lo studio Penn State del 2023 mostra che i corsi d’acqua delle città si scaldano più rapidamente di quelli rurali, mentre quelli agricoli registrano la deossigenazione più veloce. La spiegazione è banale: cemento, asfalto e scarichi rilasciano calore; i fertilizzanti aggiungono nutrienti che gonfiano la fioritura algale. La sintesi più accessibile per chi voglia approfondire si trova su ScienceDaily, che ha pubblicato un’analisi divulgativa dello studio.
Inquinamento più crisi climatica: la bomba ecologica
La crisi climatica non agisce in isolamento. Si somma a quaranta anni di scarichi industriali, agricoltura intensiva, fognature mal progettate, dighe e bacini artificiali che fermano il trasporto naturale dei sedimenti. Quando un fiume è già stressato dall’eutrofizzazione e dai PFAS, basta poco a spingerlo sotto la soglia di sopravvivenza. Sui PFAS, in particolare, Eywa ha pubblicato un manuale di lettura dei dati gestori, PFAS nell’acqua del rubinetto: come leggere i dati, che vale la pena rileggere insieme a questo studio. Una sostanza per volta non muove, in genere, le statistiche di un fiume; tutte insieme, nel motore di un sistema ormai più caldo, sì.
Le zone morte non sono più solo in mare
Le zone morte sono porzioni di acqua in cui l’ossigeno scende a livelli incompatibili con la maggior parte della vita acquatica. Le conosciamo bene dal mare, ma le ritroviamo ormai anche nei tratti dei grandi fiumi a valle delle aree industriali e urbane. Quando si formano, la biodiversità collassa: i pesci spariscono, le larve di invertebrati non si sviluppano, il fiume perde la sua capacità di autodepurazione. Una zona morta non è una metafora. È un’area in cui non si pesca più, in cui i prelievi idrici diventano problematici, in cui l’economia locale si ritira. È il fallimento di un ecosistema e, allo stesso tempo, di una governance.
La grande invisibilità dell’acqua dolce
Il dibattito pubblico sul clima è dominato dalla CO₂, dalle ondate di calore, dagli incendi. Quasi nessuno parla dei fiumi che collassano, perché il loro cedimento è lento, silenzioso, tecnico. Quando arriva sui giornali, lo fa solo nei picchi visibili: la moria di pesci, l’alluvione, la siccità estiva. Eppure i fiumi sono il sistema circolatorio dei continenti, da cui dipendono acqua potabile, agricoltura, energia idroelettrica, navigazione e regolazione climatica. Il Po, nell’estate del 2022, ha attraversato condizioni idrologiche estreme durante la siccità storica; condizioni analoghe di stress termico e idrico sono state segnalate anche in altri corsi d’acqua italiani. Eywa ne ha parlato in chiave nazionale in Perché le città italiane si allagano con piogge normali, documentando come la mancanza di manutenzione delle reti idriche urbane stia trasformando piogge ordinarie in emergenze ricorrenti.
Gli ecosistemi fluviali stanno perdendo anche pezzi visibili. Le Ghost forests: le foreste fantasma esistono già anche in Italia raccontano, per esempio, di foreste costiere che muoiono per salinizzazione, mentre i fiumi del Tirreno e dell’Adriatico cambiano regime. E la plastica accelera tutto, come emerge da Fiumi di plastica: quando l’acqua diventa discarica: un fiume soffocato da rifiuti non solo perde biodiversità, ma diventa un convogliatore di microplastiche verso il mare.
Il feedback nascosto: ossigeno e metano
C’è un ultimo aspetto importante, e non riguarda solo i pesci. La perdita di ossigeno nei fiumi contribuisce a generare gas serra. In condizioni anossiche la materia organica viene decomposta da batteri anaerobi che producono metano invece di anidride carbonica. Il metano ha un potere climalterante circa ottanta volte superiore alla CO₂ nei venti anni successivi all’emissione. Tradotto: meno ossigeno nei fiumi significa più metano in atmosfera, significa più riscaldamento, significa ancora meno ossigeno nei fiumi. È un circolo che si autoalimenta, e che non viene contabilizzato nei modelli climatici tradizionali con la stessa precisione con cui contabilizziamo l’aviazione o il cemento.
Cosa serve, ora
La risposta non passa solo dalle COP. Passa dalla manutenzione ordinaria dei depuratori, dalla riduzione concreta degli apporti azotati in agricoltura, dalla ricostruzione di fasce riparie boscate lungo i corsi d’acqua, dalla revisione delle concessioni idroelettriche e dalla pianificazione urbanistica che restituisce spazio al fiume invece di tombarne i tratti urbani. Tutto questo è già scritto nelle direttive europee, in particolare nella Direttiva Quadro Acque 2000/60/CE, ma resta in larga parte disatteso. Il monitoraggio dell’ossigeno disciolto va integrato come parametro obbligatorio nei piani regionali, non come variabile facoltativa.
Quando un fiume perde ossigeno
Quando un fiume perde ossigeno, non muore solo un ecosistema. Muore una porzione della nostra capacità di restare vivi insieme. L’acqua dolce non è uno sfondo paesaggistico. È un’infrastruttura biologica, e va trattata come tale: con dati, con responsabilità e con un dibattito pubblico che esca dall’orizzonte stretto della sola anidride carbonica. C’è un ultimo aspetto importante: il prossimo studio non lo aspetteremo dieci anni. I dati satellitari ora ci sono. La domanda è chi li userà per intervenire, e quando.
Approfondimenti Eywa
Fiumi di plastica: quando l’acqua diventa discarica. Eywa Divulgazione, 2025. L’emergenza dei fiumi soffocati da plastica e microplastiche, dal caso India alle ricadute globali.
PFAS nell’acqua del rubinetto: come leggere i dati. Eywa Divulgazione, 2026. Manuale operativo per interpretare i dati gestore sui PFAS e capire il rischio nelle proprie reti idriche.
Ghost forests: le foreste fantasma esistono già anche in Italia. Eywa Divulgazione, 2026. Salinizzazione costiera, innalzamento del mare e morte silenziosa delle foreste riparie.
Perché le città italiane si allagano con piogge normali. Eywa Divulgazione, 2026. Reti idriche obsolete, suolo impermeabile e mancata manutenzione: la mappa delle fragilità urbane.
Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo Comune. Eywa Divulgazione, 2026. Strumenti per reperire i dati ARERA, ATO e gestore sulle perdite delle reti acquedottistiche.
Acqua di rubinetto in Italia: più sicura dell’acqua in bottiglia. Eywa Divulgazione, 2026. Conformità sanitaria e qualità delle reti pubbliche italiane, oltre la propaganda dell’acqua in bottiglia.
Bibliografia essenziale
River oxygen levels are dropping around the world as Earth warms. Nature, 2026. Sintesi della Research Highlight sullo studio globale di Guan, Shi e Pi pubblicato su Science Advances.
Scientists warn that the world’s rivers are running out of oxygen. ScienceDaily, 2026. Analisi divulgativa dello studio internazionale su oltre 21.000 sistemi fluviali e sul ruolo del riscaldamento climatico.
Warming Fuels Global River Oxygen Decline. Mirage News (comunicato Chinese Academy of Sciences), 2026. Sintesi istituzionale dello studio NIGLAS con il dettaglio di affiliazione e metodologia.
Rivers rapidly warming, losing oxygen; aquatic life may be at risk. Pennsylvania State University, 2023. Lo studio di Li Li su circa 800 fiumi statunitensi che ha anticipato il quadro globale.
Climate Change Hurting Water Quality in Rivers Worldwide. Yale Environment 360. Sintesi dei dati su qualità dell’acqua, eutrofizzazione e impatti del riscaldamento sui corsi d’acqua.

