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Il Tevere dopo la piena: cosa rivelano davvero fango e detriti sulle banchine

A una settimana dalla piena del 15-16 febbraio 2026, quando il Tevere ha superato i dieci metri all'idrometro di Ripetta, le banchine di Trastevere e del lungotevere sono ancora coperte di fango, tronchi e rifiuti di ogni tipo. È il momento giusto per capire cosa sta succedendo davvero, al di là delle foto sui social. 

Il giorno dopo la piena: quando il fiume restituisce ciò che la città ha perso 

Le banchine del Tevere riemergono dopo la piena coperte di fango e detriti. Tra i rifiuti nel Tevere depositati dalla corrente si riconosce di tutto: bottiglie, sacchi di plastica, legname trascinato dagli affluenti, oggetti di ogni tipo che l’acqua ha raccolto lungo il percorso. In mezzo a tutto questo, nelle cronache più recenti, anche mezzi di micromobilità (monopattini e biciclette elettriche) intrappolati tra i detriti come qualunque altro oggetto urbano restituito dal fiume. 

Vale la pena fermarsi su questa scena non per descrivere un degrado, ma per capire un meccanismo. Perché quello che si vede sulle banchine dopo ogni piena del Tevere non è un evento eccezionale, né una stranezza romana. È il funzionamento ordinario di un fiume urbano: un sistema idrico che attraversa una città di quasi tre milioni di persone, raccoglie ciò che in quella città viene disperso nell’ambiente, e lo deposita dove la corrente rallenta. 

Il Tevere non produce rifiuti. Li raccoglie, li trasporta e, quando la corrente rallenta, li restituisce. Ed è una distinzione che cambia tutto il modo in cui si interpreta quello che si vede. 

Come i rifiuti arrivano nel fiume: la città come bacino di raccolta 

Per capire le banchine bisogna partire dall’inizio, ovvero da come i rifiuti entrano nel sistema idrico urbano. I percorsi sono diversi e spesso invisibili nella quotidianità. 

Il primo canale è quello delle reti di drenaggio urbano: tombini, caditoie stradali e sistemi di raccolta delle acque meteoriche. Durante le piogge intense queste reti convogliano verso il sistema idrico principale grandi quantità di acqua, e con essa tutto ciò che è accumulato sulle superfici impermeabili della città. Ogni mozzicone di sigaretta, ogni frammento di plastica abbandonato sul marciapiede, ogni contenitore lasciato per strada percorre in pochi minuti la distanza tra una caditoia e il fiume. Il secondo canale è quello degli affluenti minori, che attraversano zone periferiche e aree con minore sorveglianza, e che durante le precipitazioni si trasformano in vettori rapidi di trasporto verso il corso principale. Il terzo, più diretto, è l’abbandono lungo gli argini: una pratica illegale ma diffusa che rende il fiume stesso un sito di deposito informale. 

Il risultato è che i fiumi urbani, in condizioni di piena, diventano collettori di macroplastiche e detriti di ogni tipo. Non è una specificità italiana né tantomeno romana: è un fenomeno documentato in tutti i grandi corsi d’acqua che attraversano aree metropolitane dense. Vale anche la pena precisare subito una cosa che quasi nessun articolo chiarisce: la presenza di rifiuti galleggianti non coincide automaticamente con un peggioramento della qualità chimica dell’acqua. Si tratta di due problemi ambientali distinti, che richiedono strumenti di monitoraggio e gestione differenti. Un fiume può avere molti detriti visibili ma parametri chimici relativamente stabili, o viceversa. L’articolo si occupa dei rifiuti, non dell’inquinamento chimico, e tenere separati i due piani è una precondizione per ragionare con precisione. 

Il caso del Tevere: un problema riconosciuto scientificamente 

Il problema dei rifiuti nel Tevere non è solo percezione visiva, né materia di cronaca locale. È oggetto di monitoraggio scientifico sistematico, coordinato da istituzioni che producono dati verificabili. 

L’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale, l’ente che governa la gestione del bacino idrografico del Tevere (che si estende su oltre 17.000 km² tra Toscana, Umbria e Lazio), coordina il progetto PLASTICENTRO, un programma specifico di monitoraggio e contrasto alle plastiche nei corsi d’acqua del bacino, con focus su Tevere, Aniene e Tronto. Al progetto partecipano ARPA Lazio, ENEA e diverse università, con campagne di campionamento delle macroplastiche e microplastiche e lo sviluppo di sistemi di intercettazione dei rifiuti fluviali. Le campagne di monitoraggio condotte nell’ambito del progetto hanno catalogato migliaia di rifiuti nei tratti fluviali analizzati, con una composizione dominata dalla plastica, che in alcune rilevazioni supera il novanta per cento degli oggetti raccolti. 

Un elemento tecnico spesso trascurato nel dibattito pubblico: il problema operativo principale nei fiumi urbani non sono le microplastiche, ma le macroplastiche, ovvero gli oggetti interi ancora riconoscibili. Non perché le microplastiche siano irrilevanti, ma perché ogni oggetto integro che rimane nel fiume è una fonte futura di microplastiche. Quando una bottiglia o un imballaggio restano immersi, l’esposizione ai raggi ultravioletti, l’abrasione meccanica e le escursioni termiche li frammentano progressivamente in particelle sempre più piccole, fino a dimensioni impossibili da recuperare con qualsiasi operazione ordinaria. Rimuovere i rifiuti quando sono ancora interi è quindi la fase decisiva, e non sostituibile, della gestione. 

ARPA Lazio, che partecipa direttamente al progetto con campagne di campionamento nei corsi d’acqua del bacino, fornisce il quadro analitico sulla frammentazione. Questo spiega perché la finestra temporale post-piena non è intercambiabile con qualsiasi altro momento: è la fase in cui il materiale è ancora visibile, ancora rimovibile, ancora gestibile. 

Perché le piene rendono visibile il problema 

C’è un aspetto idrologico che quasi nessun articolo racconta, ed è uno dei più importanti per capire quello che vediamo sulle banchine. Il Tevere trasporta ogni anno verso il mare centinaia di migliaia di tonnellate di sedimenti naturali, con picchi molto più elevati in corrispondenza delle piene. I rifiuti urbani che entrano nel sistema si muovono all’interno di questa dinamica molto più grande, sfruttando gli stessi meccanismi di trasporto e deposito del materiale fluviale naturale. E non si spostano in modo continuo e lineare: si muovono in modo intermittente, con un meccanismo che i ricercatori ISPRA descrivono come «stop and go», lunghe soste in zone di deposito alternate a brevi fasi di trasporto durante le variazioni di portata. I ricercatori lo hanno documentato con tracciatori GPS inseriti in contenitori galleggianti rilasciati nel fiume. Questo significa che i detriti si accumulano in aree precise del corso d’acqua, ci restano per settimane o mesi, e vengono rimobilizzati dalle piene. 

Le piene fluviali hanno quindi tre effetti distinti e cumulativi. Il primo è la mobilitazione: l’aumento di portata e velocità rimette in circolazione materiali depositati da mesi sul fondo del letto o lungo le sponde. Il secondo è il trasporto attivo dalle reti di drenaggio: la piena del Tevere coincide spesso con precipitazioni intense che saturano le reti e convogliano verso il fiume quantità di materiale molto superiori alla norma. Il terzo effetto è il deposito: quando la corrente rallenta (nelle anse, sulle banchine, intorno agli ostacoli) il carico solido si deposita in strati sovrapposti, mescolando rifiuti di origini e tempi diversi. 

Quello che si vede sulle banchine dopo una piena è quindi una stratificazione: non solo i rifiuti trascinati dall’ultimo evento, ma anche quelli accumulati invisibilmente nelle settimane e nei mesi precedenti. Le piene non creano il problema dei rifiuti nel Tevere. Lo rendono visibile. 

Tevere con banchine piene di rifiuti dopo la piena

Le zone di accumulo: perché i rifiuti non si fermano a caso 

C’è un dettaglio che trasforma questo da problema visivo a problema risolvibile: i rifiuti nel Tevere non si distribuiscono in modo casuale lungo il corso. Tendono a concentrarsi sempre negli stessi punti, per ragioni idrodinamiche precise e prevedibili. 

Nel tratto urbano del Tevere questo avviene soprattutto in tre situazioni. La prima è lungo i muraglioni: le alte sponde murate costruite tra il 1876 e il 1926 (secondo il progetto dell’ingegner Raffaele Canevari, avviato dopo la devastante piena del 28 dicembre 1870 che raggiunse i 17,22 metri all’idrometro di Ripetta) creano una discontinuità idraulica tra il flusso principale e le zone laterali. Quando la piena rientra e la corrente rallenta, i materiali più leggeri si accumulano proprio lungo quei bordi. La seconda situazione è quella delle anse: nelle curve del fiume la corrente spinge i detriti verso l’esterno dell’ansa, dove la velocità cala e il materiale si deposita. La terza riguarda gli ostacoli: ponti, piloni, scale di accesso alle banchine, imbarcaderi. Ogni struttura crea vortici e zone di calma dove i rifiuti restano intrappolati. 

Questo dettaglio ha un’implicazione operativa diretta: se i punti di accumulo sono prevedibili, è possibile programmare interventi mirati di rimozione invece di operazioni diffuse e poco efficienti. Molti programmi europei di gestione dei rifiuti fluviali lavorano proprio così: mappano le zone di deposito preferenziale e intervengono sistematicamente negli stessi nodi. È qui che la conoscenza idrodinamica smette di essere accademica e diventa strumento di gestione. 

I muraglioni del Tevere, in questo senso, raccontano qualcosa di interessante: furono costruiti per difendere Roma dalle esondazioni, e ci riuscirono. Ma incanalando il fiume in un alveo rigido di cento metri, modificarono anche la dinamica di deposito dei detriti, concentrandola esattamente sulle banchine che oggi ripuliamo dopo ogni piena. L’infrastruttura che ha protetto la città per un secolo e mezzo è anche quella che ha ridisegnato il modo in cui il Tevere distribuisce ciò che trasporta. 

Il nodo della gestione: rimozione rapida, barriere e prevenzione 

Bici elettriche abbandonate nel Tevere

Dopo ogni piena si apre una finestra operativa che ha un valore ambientale preciso e non è sostituibile con interventi in altri momenti. Se i detriti depositati sulle banchine del Tevere vengono rimossi rapidamente, si interrompe una catena di effetti negativi: i materiali non tornano in circolo con le piene successive, non si frammentano ulteriormente in microplastiche per effetto dell’esposizione solare e meccanica, e soprattutto non vengono trascinati verso il mare. 

Questo principio ha già trovato applicazione concreta sul Tevere. La Regione Lazio ha installato negli ultimi anni barriere galleggianti per la raccolta delle macroplastiche nel tratto finale del fiume, nei pressi della foce di Fiumicino. Il sistema adottato (denominato Pelikan System) intercetta i rifiuti prima che escano in mare. I dati resi noti nel 2025 indicano che nei soli primi sei mesi di operatività le barriere hanno fermato circa venti tonnellate di materiale. Non è la soluzione definitiva al problema, ma è la dimostrazione che intercettare i rifiuti prima del mare è tecnicamente possibile, se si sceglie di farlo. 

Il sistema più efficace resta quello a più livelli: riduzione della dispersione alla fonte, intercettazione nei sistemi di drenaggio, raccolta sistematica lungo il corso fluviale, pulizia rapida post-piena, barriere fisiche nel tratto terminale. Non bastano le campagne di sensibilizzazione. Non bastano le operazioni straordinarie occasionali. Servono protocolli ordinari, risorse stabili, manutenzione continua. 

Gli oggetti metallici tra i detriti: una questione di gestione preventiva 

Tra i materiali depositati sulle banchine dopo le piene compaiono, con frequenza crescente, anche oggetti di dimensioni maggiori: biciclette, carrelli, e sempre più spesso mezzi di micromobilità elettrica (monopattini e biciclette a pedalata assistita). La loro presenza nei detriti fluviali è documentata dalla cronaca, anche se non ancora sistematizzata in studi dedicati. 

È utile qui fare una distinzione che Eywa considera essenziale in qualsiasi ragionamento ambientale: quella tra preoccupazione plausibile e danno dimostrato. Non esistono al momento studi scientifici pubblicati che quantifichino l’impatto specifico delle batterie dei monopattini sul chimismo delle acque del Tevere. Sarebbe impreciso affermare il contrario. 

Tuttavia: le batterie al litio, in caso di danneggiamento e permanenza prolungata in ambiente acquatico, possono rilasciare nel tempo componenti chimici presenti nei sistemi elettrochimici interni. Per questo la loro presenza tra i detriti fluviali viene generalmente trattata con il principio di precauzione nelle operazioni di gestione ambientale. Non è la certezza di un danno già in corso a giustificare l’intervento, ma l’evidenza che lasciare questi oggetti in ambiente acquatico per settimane o mesi non è compatibile con una gestione responsabile del corso d’acqua. La preoccupazione plausibile è sufficiente per l’azione preventiva. Il danno dimostrato è un requisito per l’affermazione definitiva, non per la cautela operativa. 

Dal fiume al mare: perché il problema non riguarda solo Roma 

Il Tevere confluisce nel Tirreno alla foce di Ostia, o meglio si divide in due rami poco prima del mare (la Fiumara Grande e il Canale di Fiumicino). Questo fatto geografico ha implicazioni ambientali precise che collegano l’inquinamento fluviale a un problema di scala mediterranea. 

Uno studio condotto da ISPRA e Università Roma Tre, pubblicato nel 2025 su «Science of the Total Environment», ha monitorato per un anno intero i macro-rifiuti galleggianti in uscita da entrambe le foci, stimando che dalle due foci escano ogni anno verso il Tirreno centinaia di migliaia di oggetti galleggianti, con stime che si avvicinano al milione. Oltre il novanta per cento è plastica. Più del settanta per cento degli oggetti misura meno di dieci centimetri, il che significa che gran parte della frammentazione avviene già lungo il corso del fiume, prima che i materiali raggiungano il mare. I tracciatori GPS rilasciati da ISPRA nel fiume hanno mostrato che i rifiuti percorrono il tragitto in modo discontinuo, accumulandosi e ripartendo, ma che una volta raggiunto il mare aperto la dispersione diventa rapida e difficilmente controllabile: alcuni contenitori rilasciati nel Tevere sono stati ritrovati in Corsica e lungo la Costa Azzurra. 

L’Agenzia Europea dell’Ambiente conferma che i fiumi sono una delle principali vie di trasporto dei rifiuti terrestri verso il mare, e che circa l’ottanta per cento dei rifiuti marini ha origine terrestre. Il Tevere, con un bacino di oltre 17.000 km², un’area metropolitana di quasi tre milioni di abitanti e uno sbocco diretto nel Tirreno, è uno dei vettori principali di questo trasporto nel tratto centro-italiano del Mediterraneo. E questo collega direttamente quello che avviene sulle banchine romane dopo ogni piena a un problema che riguarda l’intero bacino del mare che ci circonda. 

Il fiume come cartina di tornasole della città 

Un fiume urbano è molte cose contemporaneamente: infrastruttura idraulica, corridoio ecologico, spazio pubblico, memoria geologica del territorio. È anche, ogni volta che esonda, un archivio involontario della città che lo circonda. 

Quello che le banchine del Tevere mostrano dopo una piena non è il risultato di qualche episodio di inciviltà straordinaria. È il risultato ordinario di come funziona il sistema urbano nella sua gestione dei rifiuti, delle acque meteoriche, degli spazi pubblici. Ogni oggetto depositato dal fiume è lì perché da qualche parte nel bacino (un marciapiede, una caditoia, un argine periferico, una sponda di affluente, un tratto a monte a centinaia di chilometri da Roma) il collegamento tra il sistema urbano e il sistema idrico non è stato interrotto. Il Tevere raccoglie da tutto il suo bacino, non solo dalla città che attraversa. 

C’è un ultimo aspetto importante. La risposta a questo problema non può essere solo operativa (rimuovere i detriti dopo ogni piena, installare barriere alla foce) senza affrontare simultaneamente la dimensione preventiva: ridurre la quantità di materiale che entra nel sistema. Le due cose non sono alternative. La pulizia post-piena è necessaria e urgente. Le barriere galleggianti sono uno strumento efficace. Ma senza interventi strutturali sulla dispersione dei rifiuti, sulla manutenzione delle reti di drenaggio e sul presidio degli argini, si tratta di un lavoro che ricomincia ogni volta. 

Il punto in cui si incontrano la gestione urbana dei rifiuti, la manutenzione del sistema idraulico e la tutela degli ecosistemi fluviali non è un convegno tecnico. È una banchina coperta di fango dopo che il livello è sceso. Ed è lì che si misura la distanza tra una città che gestisce il proprio territorio e una che aspetta che il fiume glielo ricordi. 

 

Approfondimenti Eywa 

https://eywadivulgazione.it/caditoie-tombini-manutenzione-allagamenti/
Eywa Divulgazione. Per capire come i detriti entrano nel sistema idrico urbano.
 

https://eywadivulgazione.it/alluvioni-urbane-piani-comunali-verifica/
Eywa Divulgazione. Per inquadrare il rapporto tra piogge intense, rischio urbano e gestione pubblica.
 

https://eywadivulgazione.it/inquinamento-plastica-microplastiche-riciclo-sup/
Eywa Divulgazione. Per collegare i rifiuti fluviali al problema più ampio della plastica dispersa.
 

https://eywadivulgazione.it/microplastiche-salute-nanoplastiche-restrizioni-ue/
Eywa Divulgazione. Per spiegare perché rimuovere i rifiuti quando sono ancora interi è decisivo.
 

Bibliografia essenziale 

https://aubac.it/news/notizie/al-plasticentro-il-progetto-che-sperimenta-misure-il-contrasto-allinquinamento-da-plastiche-nei
Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale. Ente responsabile della gestione del bacino del Tevere (17.375 km²) e coordinatore del progetto Plasticentro. 

https://www.arpalazio.it/
ARPA Lazio. Monitoraggi ambientali e campionamento delle microplastiche nei corsi d’acqua regionali nell’ambito del progetto Plasticentro.
 

https://www.isprambiente.gov.it/
ISPRA (2024). Macro-rifiuti galleggianti nei fiumi — monitoraggio Strategia Marina. Quaderno ISPRA Ricerca Marina n. 19/2024. Include dati sui tracciatori GPS e sul comportamento stop-and-go dei rifiuti nel Tevere.
 

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0048969725003031
ISPRA / Università Roma Tre — Science of the Total Environment (2025). Studio sui rifiuti galleggianti trasportati dal Tevere verso il Mediterraneo: stima di circa 900.000 oggetti/anno, composizione, stagionalità e dinamiche di trasporto.
 

https://www.eionet.europa.eu/
European Environment Agency / EIONET. Report Marine Litter in Europe: i fiumi come principali vie di trasporto dei rifiuti terrestri verso il mare; circa l’80% dei rifiuti marini ha origine terrestre.
 

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Team Eywa
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