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Comuni ricicloni: la classifica che conta davvero

In Italia solo 663 comuni su 7896 producono così poco rifiuto da smaltire da meritare il titolo di «rifiuti free». Non sono quelli che differenziano di più. Sono quelli che hanno cambiato le regole. Fonte dati: Legambiente, Comuni Ricicloni 2025; IFEL-ANCI, IV Rapporto sulla tariffazione puntuale, dati 2023.

Quando si parla di comuni virtuosi nella gestione dei rifiuti, la domanda che quasi tutti si fanno è una sola: chi differenzia di più? È una domanda che produce classifiche, titoli e un certo orgoglio civico. Ed è la domanda sbagliata. Le domande giuste sono altre, e sono più scomode. Quale numero misura davvero un sistema sano, la percentuale di raccolta differenziata o qualcosa di diverso? I comuni migliori vincono perché hanno cittadini più bravi, o perché hanno cambiato le regole del gioco? E se il modello che funziona esiste, è pubblico ed è documentato, perché non lo copiano tutti? Rispondere a queste tre domande significa capire cosa rende sostenibile un sistema rifiuti, e perché la maggior parte dei comuni italiani non ci arriva.

Il numero che fa bella figura, e quello che conta

La percentuale di raccolta differenziata è il dato che finisce nei comunicati. Misura quanta parte dei rifiuti i cittadini separano correttamente, carta con carta, vetro con vetro, organico con organico. È utile, ma dice meno di quanto sembri, perché fotografa il gesto, non il risultato. Un comune può vantare una differenziata altissima e continuare a produrre montagne di rifiuto. Oppure può separare con cura materiali che poi non vengono davvero riciclati, almeno non nella misura in cui quella percentuale lascia credere. Che in Italia la differenziata sia ormai diffusa, e che il vero problema stia altrove, Eywa lo ha già raccontato.

 

Il numero che conta è quasi l’opposto: quanto rifiuto indifferenziato resta, per ogni abitante. L’indifferenziato è la frazione che non si può, o non si è riusciti, a recuperare. È quella che ogni persona manda a smaltimento in un anno, misurata in chilogrammi. Più questo numero è basso, più il sistema è sano, perché vuol dire che a monte si produce meno spazzatura e a valle se ne recupera di più. È qui, non nella percentuale, che si gioca la sostenibilità vera.

 

Lo certifica il modo stesso in cui si premiano i comuni migliori. Il riconoscimento «rifiuti free», assegnato ogni anno da Legambiente nel rapporto Comuni Ricicloni, non guarda solo alla percentuale di differenziata. Premia i comuni che tengono il rifiuto residuo sotto i 75 chilogrammi per abitante in un anno. E qui sta il punto. Cambia il numero che guardi, e cambia tutta la classifica. C’è chi misura in modo un po’ diverso, ma sul rifiuto che resta, il dato che conta davvero, le principali fonti convergono.

Quanti sono, e dove

I comuni che superano questa prova sono pochi. Nel 2025 i comuni «rifiuti free» in Italia sono 663 in tutto, meno di uno su dieci, e per la prima volta sono in calo, circa il 5% in meno rispetto all’anno prima. In percentuale è l’8,4% dei 7896 comuni del Paese. Tra le città capoluogo i campioni assoluti sono Treviso, Pordenone, Trento e, novità del 2025, Nuoro. Per regioni, il Veneto domina con 161 comuni rifiuti free, segue la Lombardia con 107, mentre la Campania è la prima del Sud con 84. Il dato fotografa un Paese spaccato, ma non come si crede, e su questo torneremo.

Cos’è la tariffa puntuale, spiegata bene

Per capire perché alcuni comuni producono poco rifiuto e altri no, bisogna guardare a come lo paghiamo. Nella maggior parte d’Italia si paga la TARI, la tassa sui rifiuti. È calcolata in modo «presuntivo»: l’importo dipende dai metri quadrati della casa e dal numero di persone che ci vivono, non da quanto rifiuto produci davvero. È come pagare la bolletta dell’acqua in base alla grandezza dell’appartamento invece che ai litri che consumi. Chi produce poco rifiuto e chi ne produce molto, di solito, pagano quasi lo stesso. E così produrre di più non costa niente di extra.

 

La tariffa puntuale ribalta questa logica. In inglese si chiama PAYT, pay as you throw, «paga quanto butti». Funziona come gli altri servizi a rete, luce, gas, acqua: paghi in proporzione a quanto consumi. In questo caso, a quanto rifiuto indifferenziato produci. La tariffa ha due parti. Una quota fissa, legata alla casa e al numero di abitanti, che copre i costi generali. E una quota variabile, che dipende da quanto rifiuto non riciclabile consegni davvero durante l’anno.

 

Per misurarlo servono strumenti semplici. I comuni usano sacchi o bidoni con un’etichetta dotata di tag RFID, un microchip che a ogni svuotamento riconosce chi sta conferendo. Oppure sistemi che contano le aperture del cassonetto. Ogni volta che butti l’indifferenziato, viene registrato, e chi ne produce meno paga meno. Il principio è semplice e perfino banale: rendere conveniente ciò che è giusto, senza chiedere eroismi a nessuno.

 

Che funzioni non è un’opinione. Lo documenta IFEL, la fondazione dell’ANCI, l’associazione che riunisce i comuni italiani. È una delle basi dati più complete e istituzionalmente solide del settore, costruita con le Regioni, le ARPA (agenzie regionali per la protezione dell’ambiente), gli enti d’ambito e i gestori del servizio. Secondo il suo rapporto più recente, sui dati 2023, i comuni con la tariffa puntuale hanno quasi sempre una differenziata più alta e, soprattutto, molto meno rifiuto residuo rispetto ai comuni che pagano la tassa nel modo tradizionale. A fare la differenza non è la predica, è il modo in cui si paga. Con un’avvertenza onesta, che la stessa IFEL segnala: la tariffa puntuale rende di più nei comuni che erano già sulla buona strada. Aiuta molto, ma da sola non fa miracoli.

 

Resta comunque una scelta di minoranza. Sempre IFEL conta 1.196 comuni italiani con la tariffa puntuale, circa il 15% del totale, per quasi 9 milioni di abitanti, concentrati soprattutto al Nord. Il Veneto, di nuovo, è il caso limite: è la regione italiana con più comuni a tariffa puntuale in assoluto. Non a caso è anche quella con più comuni rifiuti free.

Il modello che funziona davvero

Il riferimento nazionale ha un nome: Contarina. È la società pubblica che gestisce i rifiuti del bacino di Treviso, cioè il gruppo di comuni vicini che hanno scelto di occuparsi della raccolta tutti insieme, sotto un’unica regia chiamata Consiglio di Bacino Priula. Serve 49 comuni, circa 555 mila abitanti, e secondo i dati ufficiali del gestore dichiara una raccolta differenziata del 90% e scende a circa 41 chilogrammi di rifiuto residuo per abitante in un anno, uno dei valori più bassi d’Europa. Ci riesce con due strumenti: la tariffa puntuale e la raccolta porta a porta, in cui i rifiuti separati vengono ritirati direttamente sotto casa secondo un calendario, senza cassonetti per strada dove chiunque può buttare qualunque cosa senza controllo.

 

L’altro pioniere è Capannori, in provincia di Lucca, primo comune italiano a sposare la filosofia «rifiuti zero». Dal 2 gennaio 2013 applica la tariffa puntuale su tutto il territorio, con sacchi dotati di tag e una bolletta che premia chi produce meno indifferenziato. In entrambi i casi la lezione è la stessa, ed è la risposta alla seconda domanda: questi comuni non hanno cittadini più virtuosi per natura. Hanno cambiato le regole e l’organizzazione del servizio. La virtù, qui, è un effetto del sistema, non la sua causa.

Perché non puoi semplicemente copiare Treviso

E veniamo alla terza domanda, la più scomoda. Se il modello esiste, è pubblico ed è documentato, perché solo l’8,4% dei comuni ci arriva? La risposta sta in uno spartiacque che non è quello che ci si immagina. Per anni si è raccontata un’Italia divisa tra Nord virtuoso e Sud in ritardo. Quel divario c’è ancora, ma se ne è aggiunto un altro, che riguarda le dimensioni: i comuni piccoli e medi ce la fanno, le grandi città arrancano. Tra le città capoluogo i comuni rifiuti free restano pochissimi, e nessuna grande città vi rientra.

 

Il caso di Milano serve proprio a misurare il limite. È la prima grande città italiana per raccolta differenziata, oltre il 62% nei dati 2024, tra le metropoli europee sopra il milione di abitanti più avanzate, e ci è arrivata portando il porta a porta in tutta la città. Un risultato notevole per una metropoli. Ma resta comunque sotto la soglia delle eccellenze, quella misurata sul rifiuto che resta, e chiude il ciclo appoggiandosi a un termovalorizzatore, l’impianto che brucia il rifiuto residuo recuperando energia, in questo caso quello di Silla 2. C’è un ultimo aspetto importante. Treviso è arrivata all’eccellenza senza puntare sull’inceneritore come arma principale. Milano regge la sua buona prova anche grazie a uno. La grande città, anche la migliore, gioca una partita diversa.

 

Le ragioni sono pratiche, non morali. Nelle metropoli pesano la densità, i grandi condomini dove è difficile capire chi butta cosa, la gestione frammentata e, alla fine della catena, la carenza di impianti che costringe a spostare i rifiuti per centinaia di chilometri. Sono gli stessi nodi che bloccano gran parte del Mezzogiorno, dove la mancanza di impianti si traduce anche nella TARI più alta d’Italia, perché spostare i rifiuti costa. Il modello di Treviso e Capannori non è un copione che si recita ovunque: ha bisogno di una regia comune tra i comuni, di aziende pubbliche che funzionano e di impianti che in molte aree del Paese semplicemente non ci sono.

Cosa puoi fare

Tutto questo non lascia il cittadino senza strumenti, anzi. La prima cosa è cambiare la domanda anche nella propria città. Invece di chiedere al comune la percentuale di raccolta differenziata, conviene chiedere quanto rifiuto resta per ogni abitante e dove finisce quello che si raccoglie. È la differenza tra il gesto e il risultato, e sposta la discussione dove conta.

 

La seconda è spingere per la tariffa puntuale dove non c’è. Non è una scelta del singolo cittadino, è una decisione del comune. E proprio per questo si può influenzare, attraverso i consiglieri comunali, le interrogazioni, i comitati e le petizioni. Allo stesso modo si può chiedere di estendere il porta a porta e capire se il proprio territorio fa parte di una gestione di bacino seria, o se è lasciato a una gestione frammentata e improvvisata.

 

La terza è informarsi con gli atti, non con le promesse. I piani comunali e regionali dei rifiuti sono documenti pubblici. Attraverso l’accesso civico generalizzato, il cosiddetto FOIA, chiunque può chiedere conto di scelte, costi e ritardi, senza nemmeno dover spiegare perché. È lo strumento che trasforma una curiosità in controllo.

Eywa dice…

Un sistema rifiuti sostenibile non è quello che differenzia di più, è quello che produce poco rifiuto da smaltire e lo recupera davvero. I comuni che ci riescono esistono, hanno nomi precisi e una ricetta nota: tariffa puntuale, porta a porta, una regia comune tra i comuni. Non hanno cittadini migliori, hanno regole migliori. E il fatto che siano una minoranza, e quasi tutti piccoli o medi, non vuol dire che gli altri siano pigri. Vuol dire che senza cambiare le regole e costruire gli impianti, la buona volontà del singolo resta un gesto a vuoto. La classifica giusta non è quella che guardi. E una volta che sai qual è, sai anche cosa chiedere a chi amministra.

Approfondimenti Eywa

Rifiuti, impianti e ecomafia: perché in Italia la differenziata non basta. Il dossier gemello di questo articolo: perché il vero collo di bottiglia non è il cittadino ma gli impianti che mancano, e cosa prospera in quel vuoto.

 

Come segnalare un problema al Comune (e ottenere gli atti). La guida pratica all’accesso civico generalizzato, lo strumento citato qui per chiedere conto di piani, costi e ritardi.

 

Cittadini protagonisti: la nuova frontiera della partecipazione nelle decisioni pubbliche. Perché la vigilanza civica sui processi decisionali pesa più del gesto individuale.

 

Imballaggi e riciclo 2030. Regolamento UE, promesse e limiti. La responsabilità estesa del produttore e il principio per cui i rifiuti si combattono prima ancora che esistano.

Bibliografia

IFEL, La tariffazione puntuale in Italia, IV Rapporto (dati 2023). Una delle basi dati più complete e istituzionalmente solide sulla diffusione e sulle performance della tariffa puntuale, costruita con Regioni, ARPA, enti d’ambito e gestori.

 

Legambiente, Comuni Ricicloni 2025. La rilevazione che dal 1994 premia i comuni «rifiuti free», con la soglia dei 75 chilogrammi di rifiuto residuo per abitante.

 

ISPRA, Rapporto Rifiuti Urbani, edizione 2025. I dati ufficiali su raccolta differenziata, riciclo effettivo e smaltimento in Italia nel 2024.

 

Contarina, La tariffa puntuale. La descrizione del «modello Contarina» nel bacino di Treviso, principale riferimento nazionale per la tariffazione puntuale.

 

Contarina, Risultati della raccolta differenziata. I dati ufficiali del gestore, con la raccolta differenziata al 90% e il rifiuto residuo a 41 chilogrammi per abitante.

 

AMSA, Gruppo A2A, servizi e dati di Milano. I dati ufficiali della raccolta differenziata milanese, oltre il 62%.

 

Regione Emilia-Romagna, Diffusione della tariffa puntuale. I dati regionali che confermano performance ambientali migliori nei comuni a misurazione puntuale.

 

Team Eywa
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Redazione di Eywa Divulgazione. I migliori collaboratori e giornalisti che si impegnano per una divulgazione green concreta e reale.
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