- mercoledì 25 Febbraio 2026
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Rischio Alluvioni Urbane: Guida alla Verifica dei Piani Comunali e Diritti dei Cittadini

Non è una questione di grandi opere. È una questione di metodo, di atti pubblici e di responsabilità amministrativa. E i cittadini possono verificarlo adesso.

Il problema lo conosci già. Adesso viene la parte difficile

Le cause strutturali degli allagamenti urbani sono già state analizzate in dettaglio su questo sito: l’impermeabilizzazione crescente del suolo, le caditoie che nessuno pulisce con regolarità, le reti fognarie progettate per un clima che non esiste più. Se vuoi capire perché tre ore di pioggia trasformano la tua strada in un fiume, la risposta è già lì. Questo dossier parte da dove quella analisi si ferma.

La domanda a cui rispondere adesso è più scomoda: come faccio a sapere se il mio Comune sta facendo qualcosa di concreto per ridurre il rischio alluvioni urbane, oppure sta aspettando il prossimo evento per ordinare qualche riparazione d’emergenza?

La pianificazione del rischio idraulico urbano non nasce da una singola legge, ma dall’intreccio tra obblighi di protezione civile, tutela del territorio, prevenzione del dissesto e gestione delle acque, già pienamente integrati nell’ordinamento italiano ed europeo. A livello europeo, la cornice madre è la Direttiva 2007/60/CE, recepita in Italia con il d.lgs. 49/2010, che impone agli Stati membri di mappare le aree a rischio, pianificare le misure di prevenzione e aggiornare periodicamente gli strumenti di gestione. Ogni Comune italiano, in coordinamento con il gestore del servizio idrico integrato e con gli enti sovraordinati competenti, dovrebbe già avere strumenti operativi precisi. Spesso, però, non li ha.

La risposta non è nei comunicati stampa dell’assessore, né nel post Instagram del sindaco dopo l’alluvione. La risposta è negli atti. Un’amministrazione che gestisce davvero il rischio idraulico produce documenti verificabili, adotta atti formali, pubblica dati. La loro assenza non è mai un dettaglio tecnico: è un indicatore preciso di come un’amministrazione lavora, o non lavora.
caditoia stradale ostruita rischio allagamento urbano

Primo asse: i documenti che dovrebbero esistere (e come trovarli)

Un Comune che gestisce il rischio produce documenti. Tre in particolare sono indispensabili, verificabili da chiunque e, se assenti, richiedibili per legge.

Un Comune che gestisce il rischio idraulico deve avere: un cronoprogramma di manutenzione della rete di drenaggio con cadenze e vie specifiche, una mappa geolocalizzata degli allagamenti ricorrenti e un piano di protezione civile aggiornato negli ultimi tre anni. Tutti e tre sono documenti richiedibili tramite accesso civico generalizzato (d.lgs. 33/2013), senza bisogno di motivazione specifica e senza costi.

Il cronoprogramma di manutenzione della rete di drenaggio

Non un generico impegno a «monitorare la situazione», ma un atto amministrativo con vie specifiche, cadenze di intervento, ditte incaricate e date previste. Se questo documento esiste, è accessibile tramite richiesta di accesso agli atti rivolta all’ufficio tecnico. Se non esiste, la manutenzione avviene «a chiamata», cioè esclusivamente in risposta a emergenze o segnalazioni. In un sistema che non pianifica la prevenzione, ogni pioggia intensa è un test che il Comune affronta senza essersi preparato.

Il cronoprogramma dovrebbe indicare: l’elenco delle strade e delle aree soggette a manutenzione, la cadenza degli interventi (semestrale è il minimo accettabile nelle aree a criticità ricorrente), i criteri di priorità adottati e i nominativi o le ditte responsabili dell’esecuzione. Dovrebbe essere pubblicato in formato open data nella sezione «Amministrazione trasparente» del sito comunale, nell’ambito degli obblighi previsti dal d.lgs. 33/2013. Spesso non lo è. In quel caso si può presentare una richiesta di accesso civico semplice, senza dover motivare nulla, citando l’art. 5, comma 1, del decreto.

Non è un documento tecnico astratto: è la differenza tra un’amministrazione che sa cosa sta facendo e una che reagisce solo alle emergenze. La questione specifica della manutenzione di caditoie e tombini è già stata analizzata in dettaglio: la manutenzione preventiva è sistematicamente trascurata, e le conseguenze sono documentate.

La mappa pubblica delle criticità idrauliche

Ogni Comune con una storia di allagamenti ricorrenti dovrebbe avere una mappa geolocalizzata degli episodi documentati: la via che si allaga ogni autunno, la piazza dove l’acqua non defluisce da anni, il sottopasso che va sott’acqua con qualunque temporale estivo. Questa mappa dovrebbe essere pubblica, aggiornata annualmente e usata come strumento di prioritizzazione degli interventi.

Nella maggior parte dei Comuni questa mappa non esiste in forma sistematica. Esistono segnalazioni sparse negli uffici tecnici, richieste di intervento archiviate, verbali della polizia locale dopo eventi gravi, ma nessuno le ha mai aggregate in uno strumento consultabile. Il risultato è che si ripara sempre lo stesso punto, ogni volta come se fosse la prima volta, senza risalire alle cause strutturali che lo rendono vulnerabile.

Un esempio documentato di quanto tempo può passare tra il momento in cui un’amministrazione dovrebbe sapere e il momento in cui agisce è quello di Niscemi, dove una mappa pubblica del rischio frana è rimasta ignorata per 19 anni. Non è un’eccezione. È un pattern.

L’assenza della mappa delle criticità idrauliche è, da sola, la prova che l’amministrazione non ha ancora impostato una strategia. Si può chiederne la redazione formalmente, tramite istanza all’ufficio tecnico, citando le ripetute emergenze documentate negli atti comunali. La risposta, qualunque essa sia, è già un’informazione.

Il piano di protezione civile aggiornato e testato

Quasi tutti i Comuni lo hanno. Il problema è che spesso non è stato aggiornato da anni e non è mai stato testato con esercitazioni reali. Un piano redatto nel 2014 e mai revisionato non riflette né le trasformazioni urbanistiche degli ultimi anni né l’intensificazione degli eventi meteorologici estremi. La domanda da fare non è «esiste il piano?» ma «quando è stato aggiornato l’ultima volta?» e «è stato oggetto di almeno un’esercitazione negli ultimi tre anni?».

Entrambe le informazioni sono pubbliche o richiedibili. Il piano stesso deve essere consultabile online nella sezione dedicata alla protezione civile del sito istituzionale. Se non c’è, una richiesta di accesso civico generalizzato ai sensi dell’art. 5, comma 2, del d.lgs. 33/2013 obbliga l’amministrazione a rispondere entro 30 giorni. In caso di silenzio o diniego ingiustificato, è possibile presentare reclamo al Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza (RPCT) del Comune. Una guida pratica su come presentare segnalazioni formali al Comune illustra la stessa procedura applicata a un contesto diverso, con modelli e riferimenti normativi.
invarianza idraulica pavimentazione permeabile cantiere

Secondo asse: cosa ogni nuovo cantiere dovrebbe rispettare (e raramente rispetta)

Ogni cittadino che vede aprire un nuovo cantiere nel proprio quartiere ha strumenti normativi precisi per verificare se il rischio idraulico è stato correttamente gestito, anche se queste regole sono quasi sconosciute al di fuori degli uffici tecnici.

L’invarianza idraulica è il principio secondo cui qualunque nuova costruzione o intervento urbanistico non deve aumentare il deflusso delle acque meteoriche rispetto alla situazione preesistente. In altre parole: se prima del cantiere quell’area assorbiva una certa quantità di pioggia, dopo il cantiere deve continuare a farlo. Se la nuova superficie diventa impermeabile, l’intervento deve compensare con sistemi alternativi: vasche di laminazione, superfici drenanti, tetti verdi, giardini della pioggia, pavimentazioni permeabili.

In Italia l’invarianza idraulica è norma in molte regioni. La Lombardia l’ha resa obbligatoria dal 2017 con il Regolamento Regionale n. 7 per quasi tutti gli interventi edilizi sopra una certa soglia di superficie. Il Veneto ha adottato disposizioni analoghe. Altre regioni la richiamano nelle norme tecniche di attuazione dei piani territoriali, con gradi diversi di obbligatorietà. Il problema non è la norma, quasi sempre esiste: è il controllo in fase istruttoria e, soprattutto, la verifica che i sistemi compensativi siano stati poi effettivamente realizzati e non solo promessi nel progetto approvato.

Anche i tetti e le coperture degli edifici rientrano nel computo della superficie impermeabile. Un tetto verde non è solo un accessorio estetico o un’aspirazione ecologica: in alcune regioni è già uno dei sistemi compensativi ammessi per soddisfare l’obbligo di invarianza idraulica. Chi costruisce o ristruttura in quei contesti ha uno strumento concreto a disposizione.

Ogni pratica edilizia che aumenta la superficie impermeabile dovrebbe contenere, nel fascicolo depositato all’ufficio urbanistica del Comune, uno studio idrologico di compatibilità idraulica con il progetto dei sistemi compensativi. Questo fascicolo è accessibile tramite richiesta all’ufficio urbanistica. Se lo studio manca, o se il cantiere è già completato e i sistemi non sono stati realizzati, il Comune ha rilasciato o accettato un’autorizzazione incompleta, con conseguente aumento del rischio idraulico per il quartiere. Un esposto all’ufficio tecnico, con evidenza fotografica dell’assenza dei sistemi previsti, è lo strumento corretto.

Terzo asse: le reti fognarie miste e il piano che quasi nessuno ha redatto

Questo è il nodo tecnico più sottovalutato nel dibattito pubblico sugli allagamenti urbani, e il più raramente affrontato con onestà dalle amministrazioni.

La maggior parte delle città italiane, in particolare nei centri storici e nei quartieri costruiti prima degli anni Settanta, ha reti fognarie «miste»: lo stesso collettore che raccoglie le acque reflue domestiche e industriali raccoglie anche le acque meteoriche che cadono sulle strade. Quando piove intensamente, questa rete si satura in pochi minuti e l’acqua risale dai tombini invece di defluire. Non è un malfunzionamento: è il limite strutturale di un sistema progettato per una piovosità che nel frattempo è cambiata.

La responsabilità operativa di questa rete è spesso in capo al gestore del servizio idrico integrato (SII), non direttamente al Comune. Ma la pianificazione e l’indirizzo strategico restano in capo agli enti pubblici: è il Comune, attraverso il contratto di servizio con il gestore, a dover richiedere e finanziare interventi strutturali. Questa distinzione è importante perché è il principale argomento con cui le amministrazioni scaricano la responsabilità sui gestori. L’argomento è tecnicamente fondato per la gestione operativa, ma non lo è per la pianificazione: decidere se e quando separare le reti è una scelta politica, non tecnica.

La soluzione strutturale è la separazione delle reti: due sistemi distinti, uno per le acque nere e uno per le meteoriche. È un intervento di lungo periodo e di costo significativo, che richiede anni di lavori. Ma non richiede di aspettare per iniziare a pianificarlo. Richiede che esista, adesso, un piano pluriennale che definisca le zone prioritarie, i lotti di intervento, i tempi e le fonti di finanziamento.

Nei Comuni dove separazioni parziali sono già state realizzate, i risultati sono documentati nelle relazioni tecniche annuali dei gestori e nelle valutazioni degli enti regolatori: riduzione significativa degli allagamenti nelle aree interessate, miglioramento della qualità delle acque nei corpi idrici ricettori, diminuzione dei costi di trattamento dei reflui. I dati esistono ed è possibile accedervi.

Come verificare se il piano esiste: si richiede al gestore del servizio idrico integrato la relazione tecnica annuale e il piano industriale degli interventi infrastrutturali. In alternativa, si può richiedere al Comune copia di eventuali atti deliberativi relativi alla pianificazione della rete fognaria. L’assenza di qualunque atto in materia, in un Comune con storia documentata di allagamenti, è essa stessa una risposta che vale la pena avere per iscritto.

Quarto asse: il bilancio come specchio delle priorità reali

Ogni dichiarazione di un’amministrazione sulla prevenzione degli allagamenti può essere verificata in un solo posto: il bilancio comunale. Non i comunicati, non le promesse, non le inaugurazioni. Il bilancio.

Il bilancio preventivo e il rendiconto consuntivo di ogni Comune sono documenti pubblici, accessibili nella sezione «Amministrazione trasparente» del sito istituzionale, nella sottosezione «Bilanci». Il portale OpenBilanci (openbilanci.it) li aggrega in formato consultabile senza competenze tecniche, permettendo confronti tra anni e tra Comuni di dimensione analoga.

Nelle classificazioni COFOG del bilancio comunale, la prevenzione idraulica urbana si trova principalmente nella Missione 9 «Sviluppo sostenibile e tutela del territorio e dell’ambiente» e, in parte, nella Missione 10 «Trasporti e diritto alla mobilità» per quanto riguarda la manutenzione della rete stradale e del suo sistema di drenaggio superficiale. Sono le voci che riguardano la manutenzione del verde pubblico, la gestione delle acque piovane e la protezione civile.

Quello che il bilancio rivela è il rapporto tra spesa preventiva e spesa di ripristino. La spesa preventiva è strutturale: compare ogni anno con importi simili, è pianificata, è il segnale che l’amministrazione ha un programma. La spesa di ripristino appare come voce straordinaria dopo un evento, spesso finanziata con variazioni di bilancio d’urgenza: è il segnale che l’amministrazione non preveniva.

In numerosi casi documentabili analizzati negli ultimi anni, la spesa straordinaria di ripristino post-alluvione ha superato di multipli la spesa annuale ordinaria di manutenzione preventiva. Il Quarto Rapporto ISPRA “Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio — Edizione 2024” (Rapporti n. 415/2025, presentato il 30 luglio 2025) certifica che il 94,5% dei Comuni italiani si trova in aree esposte a rischio di frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe. Dei quasi 26.000 interventi censiti dal Repertorio ReNDiS negli ultimi 25 anni per un finanziamento totale di 19,2 miliardi di euro, solo il 34% risulta concluso, un altro 34% è ancora da avviare o privo di dati aggiornati, con un tempo medio di realizzazione di un’opera pari a 4,7 anni. Questi numeri non descrivono un’emergenza sporadica: descrivono una condizione strutturale in cui l’investimento in prevenzione è sistematicamente insufficiente rispetto all’esposizione al rischio. I cittadini pagano questo squilibrio due volte: una con i danni alle proprietà, una con le imposte locali che finanziano le riparazioni d’emergenza.

La Corte dei Conti, nella deliberazione n. 17/2021/G del 18 ottobre 2021 (Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato), “Gli interventi delle amministrazioni dello Stato per la mitigazione del rischio idrogeologico”, ha evidenziato criticità significative nell’efficacia e nella governance degli interventi pubblici: la molteplicità di strutture di controllo e di coordinamento non ha favorito un’effettiva accelerazione e uniformità delle attività di prevenzione sul territorio nazionale.

I fondi per la prevenzione del dissesto idrogeologico esistono, sono accessibili ai Comuni, ma vengono utilizzati in modo molto diseguale sul territorio nazionale. Un Comune che non ha un piano non riesce a spendere i fondi che esistono per finanziarlo.

Quinto asse: il monitoraggio post-evento che quasi nessuno fa

Dopo ogni allagamento significativo, un’amministrazione che lavora con metodo redige una relazione tecnica pubblica. Non un comunicato stampa con le foto degli interventi, non una dichiarazione dell’assessore sulla «straordinarietà dell’evento»: una relazione che identifica le cause specifiche dell’episodio, individua i punti di cedimento della rete, e definisce un cronoprogramma correttivo con responsabili e scadenze.

In Italia questo tipo di documento è rarissimo. La prassi prevalente è la gestione dell’emergenza seguita dal silenzio istituzionale, fino al prossimo evento. Il risultato è che ogni allagamento viene trattato come eccezionale, anche quando si ripete nello stesso punto ogni anno da un decennio, e che non viene mai costruito un patrimonio di conoscenza istituzionale che permetta di migliorare nel tempo.

L’assenza sistematica di questo monitoraggio ha conseguenze concrete anche sul piano normativo. La Direttiva Alluvioni 2007/60/CE richiede agli Stati membri di riesaminare e aggiornare periodicamente i Piani di Gestione del Rischio Alluvioni. Se a livello locale non esiste un flusso documentale sugli eventi, l’aggiornamento dei piani sovraordinati avviene sulla base di dati incompleti, rendendo meno efficace l’intera pianificazione territoriale.

Come richiederla: si può presentare una richiesta di accesso agli atti specificamente riferita agli eventi alluvionali degli ultimi cinque anni, chiedendo tutte le relazioni tecniche prodotte dall’ufficio tecnico o dalla protezione civile comunale in seguito a tali eventi. Se nessuna relazione è mai stata redatta, anche questa è un’informazione che vale la pena avere per iscritto, perché costituisce la base documentale per successive azioni formali.

giardino della pioggia aiuola drenante città
Un giardino della pioggia o aiuola drenante città

 

Sesto asse: cosa può fare il Comune adesso, senza aspettare grandi fondi

Esistono interventi concreti, a basso costo, che un Comune di medie dimensioni può avviare nel giro di settimane, non di anni. Sono anche i criteri con cui i cittadini possono valutare se l’amministrazione sta davvero lavorando o sta solo aspettando i prossimi fondi straordinari.

Il primo intervento, il più immediato e il meno costoso, è la desealing delle aiuole stradali esistenti: rimuovere le pavimentazioni impermeabili che circondano gli alberi in strada e sostituirle con ghiaia drenante, terreno non compattato o pavimentazione permeabile. Il costo per singolo esemplare è dell’ordine di alcune centinaia di euro. Il beneficio è duplice: aumenta la capacità di infiltrazione delle acque meteoriche in loco e migliora la salute radicale delle alberature, restituite alla loro funzione di infrastruttura idrica. Un filare di alberi ben radicati in suolo permeabile assorbe una quantità d’acqua non trascurabile per evento, riducendo il picco di deflusso superficiale che sovraccarica le caditoie.

Il secondo intervento è la conversione di parcheggi esistenti da asfalto impermeabile a masselli autobloccanti drenanti o ghiaia compattata. È un intervento che si realizza in giornate, non in mesi, e che può riguardare prima le aree in prossimità delle zone storicamente più critiche per allagamenti. Il costo unitario al metro quadro è contenuto e rientra nella manutenzione ordinaria della viabilità.

Il terzo intervento, più innovativo ma già adottato da diverse città europee, è la creazione di piccoli giardini della pioggia nelle aree verdi già esistenti: depressioni vegetate nel terreno che raccolgono temporaneamente le acque di ruscellamento superficiale e le infiltrano nel suolo in modo controllato. Non richiedono opere edili significative, si realizzano con lavori di movimento terra di piccola entità, e hanno il vantaggio di aumentare la biodiversità urbana. Città come Rotterdam, Copenaghen e, più vicino a noi, alcune municipalità di Milano e Bologna, hanno già documentato risultati positivi da questo tipo di intervento diffuso.

Tutti e tre questi interventi micro sono compatibili con bilanci comunali ordinari, non richiedono procedure di gara straordinarie e producono effetti visibili nel ciclo idrologico stagionale successivo al loro completamento. La loro assenza in un Comune con storia documentata di allagamenti è, anche questa, una scelta politica riconoscibile come tale.

La salute del microbioma del suolo urbano determina direttamente la capacità di infiltrazione idrica. Un suolo compattato e biologicamente impoverito non assorbe acqua: drena male, defluisce superficialmente, arriva alle caditoie. La prevenzione delle alluvioni urbane è anche, sotto questo profilo, una questione di qualità del suolo.

Dalla verifica all’azione: gli strumenti disponibili

Ogni elemento che manca nel proprio Comune è un’omissione che si può documentare e formalmente richiedere. Il percorso è accessibile a chiunque.

Il primo passo è cercare i documenti sul sito istituzionale del Comune, nella sezione «Amministrazione trasparente». Molti documenti che dovrebbero essere pubblicati d’ufficio in realtà non lo sono, ma l’obbligo esiste ugualmente. Se i documenti non sono presenti online, si invia una richiesta di accesso civico semplice — per i documenti soggetti a pubblicazione obbligatoria — oppure una richiesta di accesso civico generalizzato (FOIA) ai sensi del d.lgs. 33/2013 per tutti gli altri. Entrambe le richieste non richiedono motivazione e non hanno costo. La risposta deve arrivare entro 30 giorni.

Se la risposta è che il documento non esiste, si può chiedere formalmente quando verrà redatto, citando il rischio documentato per la propria area. Se la risposta non arriva nel termine previsto, si presenta reclamo al RPCT del Comune. Se i problemi idraulici persistono e sono documentati, nonostante le segnalazioni formali e in assenza di piani di intervento, è possibile presentare un esposto alla Procura della Repubblica per omissione di atti d’ufficio ai sensi dell’art. 328 c.p., allegando la corrispondenza intercorsa e la documentazione degli eventi.

Ciascuno dei sei assi descritti corrisponde a un obbligo o a una best practice normativa: il piano di protezione civile aggiornato, la mappa delle criticità, il cronoprogramma di manutenzione, il piano fognario, la relazione post-evento, gli interventi micro di riduzione dell’impermeabilizzazione. Ognuno di questi può essere oggetto di una richiesta specifica, di un’interrogazione consiliare, di un esposto formale.


SCARICA QUI IL MODELLO: foia-accesso-civico-documenti-comunali

Le città non si allagano per forza di natura

Le città italiane che si allagano con piogge normali non lo fanno perché il cambiamento climatico è imprevedibile. Lo fanno perché per decenni si è costruito senza compensare l’impermeabilizzazione, non si è manutenuta la rete di drenaggio, non si sono separate le fognature e non si è investito in prevenzione. Il problema è reale, ma non è insolubile: ogni uno degli interventi descritti in questo dossier è tecnicamente disponibile, normato e replicabile.

Quello che manca, in molti Comuni, non sono i fondi e non sono le soluzioni tecniche. Mancano il cronoprogramma, la mappa delle criticità, il piano fognario, la relazione post-evento, il capitolo di bilancio dedicato. Manca il metodo. E il metodo non costa miliardi: richiede volontà amministrativa, atti formali e responsabilità pubblica.

I cittadini che chiedono conto di questi atti non sono il problema dei Comuni. Sono la pressione necessaria perché il metodo si instauri. E questa pressione può iniziare adesso, con una ricerca sul sito del proprio Comune.

Approfondimenti Eywa

https://eywadivulgazione.it/perche-citta-italiane-allagano-piogge-normali/

Eywa Divulgazione. Perché le città italiane si allagano con piogge normali. Analisi delle cause strutturali degli allagamenti urbani: impermeabilizzazione, reti sottodimensionate, manutenzione assente. Articolo di riferimento per il dossier.

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Eywa Divulgazione. Caditoie e tombini: manutenzione preventiva per evitare gli allagamenti. Guida operativa alla manutenzione ordinaria delle reti di drenaggio superficiale, con riferimenti normativi e strumenti di verifica per i cittadini.

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Eywa Divulgazione. Dissesto idrogeologico: dove sono i fondi per la prevenzione. Analisi dei finanziamenti disponibili per i Comuni, con indicazioni su come verificare se il proprio Comune li sta utilizzando.

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Eywa Divulgazione. Frana a Niscemi: la mappa pubblica del rischio ignorata per 19 anni. Caso documentato di omissione amministrativa nella gestione del rischio idrogeologico: una mappa ufficiale disponibile da quasi due decenni non ha prodotto alcun piano di intervento.

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Eywa Divulgazione. Segnalare un problema al verde urbano: guida pratica. Procedura completa per presentare segnalazioni formali al Comune, con modelli e riferimenti normativi applicabili anche alle richieste in materia di prevenzione idraulica.

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Eywa Divulgazione. Tetti verdi: risparmia e salva il pianeta. Analisi tecnica ed economica dei tetti vegetati come strumento di invarianza idraulica e riduzione dell’effetto isola di calore nelle aree urbane.

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Eywa Divulgazione. Tutto è connesso: il microbioma del suolo e la rete segreta che sostiene la vita. Approfondimento sulla salute biologica del suolo urbano e sulla sua relazione diretta con la capacità di infiltrazione idrica.

Bibliografia essenziale

https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32007L0060

Parlamento Europeo e Consiglio dell’UE, 2007. Direttiva 2007/60/CE. Quadro normativo europeo che impone agli Stati membri di mappare le aree a rischio alluvionale, redigere piani di gestione e aggiornarli ogni sei anni. Base giuridica sovranazionale di tutti gli obblighi nazionali e locali in materia citati nel dossier.

https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2010-02-23;49

Governo italiano, 2010. Decreto legislativo 23 febbraio 2010, n. 49. Recepimento della Direttiva 2007/60/CE nell’ordinamento italiano. Definisce mappe di pericolosità idraulica, mappe del rischio di alluvioni e Piani di Gestione del Rischio Alluvioni (PGRA) articolati per distretto idrografico.

https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2013-03-14;33

Governo italiano, 2013. Decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33 (Decreto Trasparenza). Disciplina l’accesso civico semplice (art. 5 co. 1) e l’accesso civico generalizzato o FOIA (art. 5 co. 2). Strumento giuridico che fonda tutte le richieste documentali descritte nel dossier.

https://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/DettaglioRedazionale/servizi-e-informazioni/Enti-e-Operatori/Edilizia-e-urbanistica/urbanistica/invarianza-idraulica

Regione Lombardia, 2017. Regolamento Regionale n. 7 del 23 novembre 2017 — Invarianza idraulica e idrologica. Prima normativa regionale italiana a rendere obbligatoria la compensazione idraulica per quasi tutti gli interventi edilizi. Modello di riferimento per il concetto di invarianza idraulica e per le verifiche sui cantieri descritte nel dossier.

https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/dissesto-idrogeologico-in-italia-pericolosita-e-indicatori-di-rischio-edizione-2024

ISPRA, 2025. Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio. Edizione 2024. Rapporti n. 415/2025. Il 94,5% dei Comuni italiani è esposto a rischio di frane, alluvioni, erosione costiera e/o valanghe. Solo il 34% degli interventi censiti da ReNDiS risulta concluso, con un tempo medio di realizzazione di 4,7 anni. Fonte primaria per i dati quantitativi sul rapporto tra spesa preventiva e spesa di ripristino.

https://openbilanci.it

Fondazione Openpolis, aggiornamento continuo. OpenBilanci. Portale di analisi comparata dei bilanci comunali italiani in formato open data. Strumento consigliato per verificare le voci di spesa sulla manutenzione del territorio (Missione 9) e confrontare le priorità di bilancio del proprio Comune.

https://www.corteconti.it/Download?id=c6d9767a-e4a8-462a-9537-7bd925a936da

Corte dei Conti, Sezione centrale di controllo. Deliberazione n. 17/2021/G, 18 ottobre 2021. “Gli interventi delle amministrazioni dello Stato per la mitigazione del rischio idrogeologico.” Analisi dell’efficacia e della governance degli interventi pubblici: la molteplicità di strutture di coordinamento non ha favorito un’effettiva uniformità delle attività di prevenzione sul territorio nazionale.

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