Il dubbio che molti hanno in cucina
Hai una padella antiaderente in casa. Probabilmente ne hai più di una. La usi ogni giorno, ci fai le uova la mattina, il soffritto la sera. Non ci pensi. È una padella.
Poi leggi qualcosa sui PFAS nell’acqua del rubinetto, o sui «forever chemicals» trovati nel sangue di quasi tutti gli esseri umani del pianeta, e all’improvviso guardi la padella in modo diverso. È ancora lì, sul fornello. Ma adesso ti fa una certa impressione.
Vale la pena fermarsi su questo dubbio, perché la risposta non è né sì né no: è più precisa, e conoscerla ti serve. Il settore delle padelle ha tutto l’interesse a tenerti nel vago. Un consumatore confuso compra più spesso, aggiorna più spesso, si fa rassicurare più spesso dall’etichetta giusta al momento giusto. La confusione è un modello di business.
La domanda è una sola: le padelle antiaderenti rilasciano PFAS nel cibo? E se sì, quando?
PFAS: cosa sono davvero
PFAS è un acronimo per «sostanze per- e polifluoroalchiliche»: una famiglia di oltre 10.000 composti chimici di sintesi, tutti costruiti intorno a un legame tra carbonio e fluoro. Quel legame è uno dei più resistenti che esistano in chimica organica. Resiste al calore, all’acqua, ai grassi, agli acidi. Contemporaneamente. È esattamente per questo che l’industria li ha adottati con entusiasmo crescente a partire dagli anni Cinquanta: funzionano benissimo, costano poco, si adattano a quasi tutto.
Li trovi nei rivestimenti antiaderenti, nei tessuti impermeabili, negli imballaggi alimentari, nelle schiume antincendio. Nel tuo cappotto invernale, probabilmente. Forse nella carta della pizza che hai ordinato ieri sera.
E qui sta il punto. Quella stessa resistenza che li rende così utili li rende anche praticamente indistruttibili nell’ambiente. Non si degradano. Si accumulano nel suolo, nell’acqua, negli organismi viventi, nel tuo organismo. «Forever chemicals» non è una metafora giornalistica: è una descrizione chimica abbastanza accurata. Entrano nell’ecosistema con facilità. Non escono quasi mai.
I PFAS non si degradano nell’ambiente. Vengono chiamati «forever chemicals» perché si accumulano nel suolo, nell’acqua e negli organismi viventi senza smaltimento naturale.
L’EFSA (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) nel 2020 ha fissato un valore guida per i quattro PFAS considerati più rilevanti per la salute umana: PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS. Il limite è 4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo a settimana. Un nanogrammo è un miliardesimo di grammo. Stiamo parlando di quantità che non si vedono, non si sentono, non si misurano in cucina.
Il punto non è la singola dose. È l’accumulo nel tempo.
E l’EFSA ha concluso che parte della popolazione europea supera già questo limite attraverso la dieta ordinaria. I più esposti sono bambini e adolescenti, perché mangiano di più in proporzione al loro peso. L’effetto che ha preoccupato di più i ricercatori non è quello che probabilmente ti aspetti: non è il colesterolo, come si pensava in precedenza. È la riduzione della risposta immunitaria alle vaccinazioni. Il sistema immunitario dei bambini esposti a livelli elevati di PFAS reagisce meno efficacemente ai vaccini. Questo è il dato che cambia il senso della conversazione.
Il caso delle padelle antiaderenti: PTFE non è PFOA, ma la distinzione conta
Il rivestimento antiaderente più diffuso al mondo si chiama PTFE, politetrafluoroetilene. Lo conosci come Teflon, il nome commerciale brevettato da DuPont (il colosso chimico americano che ha dominato il mercato dei fluoropolimeri per decenni, e ha trascorso altrettanti anni a difenderne il modello nelle aule dei tribunali). È un fluoropolimero: una lunga catena molecolare con fluoro. Appartiene alla stessa famiglia chimica dei PFAS, ma si comporta in modo molto diverso dai composti mobili che contaminano falde acquifere e organismi viventi. In condizioni normali d’uso, non migra negli alimenti.
Il problema storico non era il PTFE. Era un’altra sostanza usata durante la sua produzione: il PFOA, l’acido perfluoroottanoico. Non era un ingrediente del rivestimento finito. Era un coadiuvante industriale, una sostanza chimica che serviva a facilitare la lavorazione in fabbrica. Finita la produzione, restava. Nel rivestimento, nell’ambiente, nelle persone.
Il PFOA è altamente mobile, si accumula nei tessuti viventi ed è tossico. Nel 2023 l’IARC, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, lo ha classificato nel Gruppo 1: cancerogeno certo per l’uomo. La Commissione europea lo aveva già vietato nel 2020.
Le padelle prodotte dopo il 2013-2015 non dovrebbero contenere PFOA residuo. La domanda aperta, quella che nessuna etichetta risponde davvero, è: cosa hanno usato i produttori al suo posto?
Molti hanno scelto altri composti della stessa famiglia PFAS, come il GenX e altri acidi fluorurati a catena più corta. Funzionano. Sul resto, la valutazione tossicologica completa non c’è ancora. «PFOA-free» è reale. Non è la stessa cosa di «PFAS-free».
Quando una padella diventa un problema: temperatura e stato del rivestimento
Una padella con rivestimento PTFE integro, usata a temperature moderate, è considerata sicura da EFSA, FDA e CNR italiano. Il polimero non migra nel cibo. Fin qui, buone notizie.
Ci sono però due situazioni in cui il quadro cambia, ed entrambe sono più comuni di quanto si pensi.
La prima è la temperatura. Sopra i 260 °C il PTFE inizia a degradarsi chimicamente. Oltre i 350 °C il rilascio di fumi tossici diventa un rischio concreto. Una padella dimenticata vuota sul fuoco vivo raggiunge queste temperature in pochi minuti. Non è uno scenario estremo. È una mattina di fretta.
La seconda è il rivestimento danneggiato. Graffi profondi e scagliature liberano particelle solide del polimero. Il PTFE ingerito in quelle quantità non è considerato tossico in sé: sono frammenti inerti, non PFAS disciolti. Il problema è che una superficie compromessa espone il materiale sottostante, spesso alluminio, al contatto diretto con il cibo. E segnala che quella padella ha finito il suo lavoro.
C’è poi la questione delle padelle vecchie. Prodotte prima del 2013, potrebbero avere tracce residue di PFOA nel rivestimento. Se ne hai ancora una in giro, è il momento giusto per salutarla.
Il problema reale: l’esposizione cumulativa
Il rischio principale dei PFAS non riguarda la frittata di ieri sera. Riguarda decenni di esposizione da fonti diverse che si sommano silenziosamente.
I PFAS sono stati trovati nel sangue di oltre il 98% della popolazione statunitense, secondo il programma di sorveglianza NHANES. In Europa il programma HBM4EU ha rilevato valori preoccupanti in numerosi paesi, in diverse fasce d’età. Non è un problema americano. È un problema di chiunque sia nato dopo gli anni Cinquanta e abbia vissuto nel mondo industrializzato, cioè di quasi tutti.
Questa esposizione non arriva da un’unica fonte. Arriva dall’acqua potabile, dagli imballaggi alimentari, dai tessuti trattati, dai prodotti industriali. E sì, anche dall’usura degli utensili da cucina. Non è il vettore principale. Ma è uno dei vettori, ed è quello su cui puoi agire direttamente.
Nel febbraio 2023 le autorità di cinque paesi europei, Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia, hanno presentato all’ECHA la proposta di restrizione PFAS più ampia mai formulata in Europa: un possibile divieto per circa 10.000 sostanze della famiglia. Ad agosto 2025 la proposta è stata aggiornata dopo oltre 5.600 commenti scientifici. La decisione finale spetta alla Commissione europea.
Questo è il contesto normativo in cui si inserisce anche il tuo set di padelle. Non è un dettaglio tecnico distante. È la cornice dentro cui ogni acquisto in cucina ha ormai un senso politico, oltre che pratico.
Come leggere un’etichetta senza farti fregare dal marketing
Il settore ha risposto alla crescente consapevolezza del pubblico con una serie di etichette che suonano rassicuranti. Alcune lo sono. Altre sono semplicemente obbligatorie per legge, vendute come se fossero un favore.
«PFOA-free» significa che durante la produzione non è stato usato acido perfluoroottanoico. È un requisito legale in Europa dal 2020. Un produttore che lo scrive sull’etichetta non ti sta offrendo nulla in più rispetto all’obbligo minimo. È come scrivere «senza amianto» su un materiale edilizio: ovviamente, per forza. Se ti sembra una garanzia, è perché il marketing ha fatto il suo lavoro.

«PFOA-free» è un obbligo di legge in Europa dal 2020, non un valore aggiunto. Non esclude altri PFAS. Leggere l’etichetta significa sapere cosa cercare davvero.
«PTFE-free» significa che il rivestimento non contiene politetrafluoroetilene. Esclude i rivestimenti fluorurati classici, ma non garantisce l’assenza di altri PFAS: alcuni rivestimenti ceramici o minerali contengono composti la cui composizione chimica non è pubblica. Il produttore non è obbligato a dirtelo. E spesso non te lo dice.
«PFAS-free» è la dicitura più ampia. Copre teoricamente tutta la famiglia. In pratica non esiste una certificazione europea standardizzata che la verifichi in modo indipendente: per essere credibile, richiede che il produttore pubblichi le schede tecniche dei componenti del rivestimento. Se non lo fa, quella scritta sulla confezione vale quanto la buona volontà di chi l’ha stampata.
L’unica certificazione realmente vincolante per i materiali a contatto con gli alimenti è quella prevista dal Regolamento quadro CE 1935/2004: verifica che il materiale non ceda sostanze in quantità dannosa per la salute. Non è una certificazione specifica per i PFAS. È il requisito base che qualsiasi padella deve soddisfare per stare sugli scaffali europei. Non è un valore aggiunto: è il minimo sindacale.
Le alternative alle padelle antiaderenti fluorurate: cosa funziona davvero
Il mercato delle alternative è cresciuto molto negli ultimi anni, trascinato da una domanda crescente e da un marketing che ha capito prima dell’industria tradizionale quanto la parola «sicuro» valesse in etichetta. Vale la pena guardare i materiali uno per uno, senza entusiasmi e senza pregiudizi.
Ghisa e ferro
Sono le alternative più solide, su tutti i fronti. Nessun composto fluorurato, nessuna incertezza chimica, nessuna data di scadenza del rivestimento perché il rivestimento non c’è: la superficie si forma nel tempo attraverso la stagionatura, uno strato sottile di olio polimerizzato che migliora a ogni utilizzo. Una padella in ghisa trattata bene non si butta. Si eredita.
Il rovescio è la gestione: stagionatura regolare con olio, asciugatura immediata dopo il lavaggio per evitare l’ossidazione, utensili non abrasivi. Non sono adatte a tutte le cotture, in particolare quelle più delicate che richiedono controllo preciso della temperatura. E pesano. Chi non è abituato le trova scomode. Ma chi ci prende la mano difficilmente torna indietro.

Ghisa, acciaio inossidabile 18/10 e ceramica sono le alternative principali al PTFE. Differiscono per durata, tecnica di cottura richiesta e profilo chimico. Nessuna è universalmente superiore in tutti i contesti.
Acciaio inossidabile 18/10
Non è antiaderente per natura. Se lo usi come una padella antiaderente, il cibo si attacca e ti arrabbi. Se capisci come funziona, diventa uno degli strumenti più versatili che puoi avere in cucina.
Il principio è semplice: preriscaldamento corretto, quantità adeguata di grasso, pazienza. L’acciaio inossidabile è chimicamente inerte, non rilascia nulla, si lava facilmente, dura praticamente all’infinito. Non ha rivestimento da proteggere, non ha scadenza, non ha istruzioni speciali. Ha solo una curva di apprendimento che l’antiaderente ti ha fatto dimenticare di dover fare.
Ceramica
È l’alternativa che il marketing ha adottato con più entusiasmo, e si capisce perché: «ceramica» evoca terracotta, tradizione, naturalezza. Priva di PTFE e PFOA, questo è un dato reale. Ma ha due limiti che le confezioni non mettono in primo piano.
Il primo: si deteriora più rapidamente di qualsiasi altra alternativa. Le proprietà antiaderenti durano, nella migliore delle ipotesi, qualche anno con uso normale. Poi la padella diventa una padella normale, ma peggiore. Il secondo: alcuni produttori usano nei rivestimenti ceramici composti la cui composizione è proprietaria e non completamente divulgata. «Ceramica» descrive l’effetto estetico della superficie, non necessariamente la chimica di tutto ciò che c’è dentro. Considerala un’opzione intermedia, non definitiva.
Rivestimenti minerali: pietra, titanio, diamante
Sono rivestimenti compositi: particelle minerali combinate con materiali leganti. Alcuni contengono ancora PTFE in formulazione ridotta. La durabilità è variabile e dipende molto dal produttore. La dicitura commerciale è quasi sempre più evocativa che chimica. «Diamante» suona bene, comunica durezza e lusso, non dice nulla di preciso sulla composizione del rivestimento. Se un produttore non pubblica le schede tecniche, il nome sulla confezione è marketing, non informazione.
Quando è il momento di sostituire una padella antiaderente
Questa è la sezione che il marketing evita accuratamente. Perché una padella che dura vent’anni non alimenta un mercato da miliardi di euro, e una che dura tre sì.
Una padella con rivestimento PTFE va sostituita quando la superficie mostra graffi profondi o incisioni visibili. Quando il rivestimento inizia a distaccarsi in scaglie. Quando la colorazione cambia in modo anomalo. Quando il fondo si deforma e perde il contatto uniforme con la piastra. O semplicemente quando ha più di cinque anni con uso quotidiano intenso.
Non serve buttarla al primo graffio superficiale: la soglia è il deterioramento visibile, non la perfezione estetica. Ma quando ci sei, cambia senza rimpianti. Una padella decente in ghisa o in acciaio è un acquisto che non si ripete: si misura in decenni, non in stagioni.
Cosa fare adesso, concretamente
Non tutte le padelle antiaderenti sono pericolose. Questa è la premessa onesta, e vale la pena dirla chiaramente prima di tutto il resto.
Il problema non è una padella PTFE usata correttamente. Le principali autorità regolatorie europee e americane concordano: non è questo l’anello critico dell’esposizione umana ai PFAS. Il problema è più grande, più diffuso e molto meno visibile: è la produzione industriale di decine di migliaia di prodotti con composti fluorurati che non si degradano. È l’accumulo che arriva dall’acqua, dagli imballaggi, dai tessuti, dall’aria. Le padelle sono uno dei vettori, non il principale.
Detto questo, ci sono due cose che ha senso fare.
La prima: usa le padelle antiaderenti come sono progettate per essere usate. Fiamma media, utensili in legno o silicone, niente preriscaldamento a vuoto, sostituzione quando il rivestimento è compromesso. Non richiede sforzo, riduce l’esposizione residua.
La seconda: quando sostituisci una padella, considera le alternative. Non perché quella attuale sia necessariamente un problema, ma perché ghisa, ferro e acciaio inossidabile sono materiali senza incertezze chimiche, durano molto più a lungo e, nel corso di una vita, costano meno. È una scelta che si fa una volta sola.
Il green si fa. Non si dice.
FAQ
Le padelle antiaderenti graffiate fanno male?
Il PTFE in sé non è considerato tossico per ingestione nelle quantità che si staccano da graffi normali: si tratta di particelle solide inerti, non di sostanze chimiche che migrano nel cibo come farebbero i PFAS in forma disciolta. Il problema è che una superficie compromessa espone il materiale sottostante (spesso alluminio) al contatto diretto con il cibo, e segnala che il rivestimento ha esaurito la sua funzione protettiva. È il momento di sostituire la padella, non per un rischio immediato documentato, ma per precauzione e correttezza funzionale.
Le padelle PFOA-free sono sicure?
«PFOA-free» è un requisito legale in Europa dal 2020, non una garanzia di sicurezza assoluta. Significa che quel composto specifico non è stato usato nella produzione. Non esclude altri PFAS, come il GenX o altri acidi fluorurati a catena corta, la cui valutazione tossicologica completa non è ancora disponibile. Per una garanzia più ampia, cerca la dicitura «PFAS-free» accompagnata da documentazione tecnica del produttore.
Le padelle in ceramica sono più sicure di quelle in Teflon?
Non necessariamente. I rivestimenti ceramici sono privi di PTFE e PFOA, e questo è un vantaggio reale. Ma alcuni contengono composti la cui composizione non è sempre completamente divulgata, e si deteriorano più rapidamente. Una padella in ceramica di qualità, usata correttamente e sostituita quando perde le proprietà antiaderenti, è una scelta ragionevole. Non è automaticamente «sicura» solo perché non è Teflon.
Quando devo buttare una padella antiaderente?
Quando il rivestimento mostra graffi profondi, distacchi visibili, scagliature o deformazione del fondo. Come riferimento temporale, una padella PTFE usata quotidianamente ha una vita utile di circa tre-cinque anni con uso normale. Le alternative in ghisa, ferro o acciaio inossidabile di qualità non hanno questo limite.
Qual è la padella più sicura dal punto di vista chimico?
Dal punto di vista chimico, le opzioni con il minore profilo di incertezza sono ghisa, ferro e acciaio inossidabile 18/10. Non contengono composti fluorurati, sono inerti, durano decenni. Richiedono una tecnica di cottura leggermente diversa rispetto all’antiaderente, ma non è una curva di apprendimento impossibile.
I PFAS sono già nel mio sangue?
Con alta probabilità sì, come per la maggior parte della popolazione adulta. L’esposizione ai PFAS è avvenuta negli ultimi decenni attraverso fonti multiple: acqua contaminata, imballaggi alimentari, prodotti industriali, abbigliamento impermeabile. L’EFSA ha concluso che parti della popolazione europea superano già la dose settimanale tollerabile fissata per i quattro PFAS principali. Ridurre le fonti di esposizione nella vita quotidiana ha senso in una logica cumulativa.
Approfondimenti Eywa
https://eywadivulgazione.it/pfas-acqua-rubinetto-come-leggere-dati-gestore/
Eywa Divulgazione, 2025. Guida pratica per interpretare i dati PFAS pubblicati dai gestori idrici e capire se l’acqua del rubinetto nel proprio territorio presenta contaminazioni rilevanti.
https://eywadivulgazione.it/manuale-operativo-acqua-rubinetto/
Eywa Divulgazione, 2025. Manuale civico per verificare qualità, controlli e parametri dell’acqua potabile in Italia, con indicazioni su come leggere i report dei gestori e i limiti normativi.
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Eywa Divulgazione, 2025. Analisi comparativa tra acqua del rubinetto e acqua in bottiglia, con focus sui controlli sanitari e sulle principali contaminazioni ambientali.
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Eywa Divulgazione, 2025. Stato delle conoscenze scientifiche su microplastiche e nanoplastiche, effetti sulla salute e iniziative regolatorie europee per ridurre l’esposizione.
https://eywadivulgazione.it/inquinamento-aria-casa-fonti-soluzioni/
Eywa Divulgazione, 2025. Analisi delle principali fonti di inquinamento indoor e delle strategie pratiche per ridurre l’esposizione domestica a sostanze chimiche e particolato.
Bibliografia essenziale
https://efsa.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.2903/j.efsa.2020.6223
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https://www.efsa.europa.eu/en/topics/per-and-polyfluoroalkyl-substances-pfas
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https://food.ec.europa.eu/food-safety/chemical-safety/contaminants/catalogue/pfass_en
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https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32019R1021
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https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32004R1935
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https://echa.europa.eu/hot-topics/perfluoroalkyl-chemicals-pfas
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