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Il Machine Learning: quando le macchine imparano

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Il machine learning è una di quelle rivoluzioni silenziose che, senza far troppo rumore, ha già cominciato a riscrivere il nostro rapporto con la tecnologia. Siamo abituati a pensare ai computer come strumenti che seguono istruzioni dettagliate: ma cosa accade quando iniziano a imparare da soli, osservando, sperimentando, migliorando? In queste pagine ti accompagneremo alla scoperta del cuore pulsante di questa trasformazione. Capiremo insieme cos’è davvero il machine learning, come funziona, quali logiche lo guidano e perché sta diventando sempre più centrale in ambiti che vanno dalla medicina alla finanza, dal linguaggio alle immagini. La sua forza sta proprio qui: non chiede più alla macchina di eseguire, ma di apprendere. Ed è in questo scarto che si apre un mondo nuovo.

L’espressione “machine learning” compare per la prima volta nel 1959, per mano di Arthur Samuel, pioniere dell’intelligenza artificiale ai laboratori IBM. Fu lui a definirlo come il campo di studio che offre ai computer la capacità di imparare, senza che ogni azione venga programmata a mano. All’epoca si parlava anche di “computer autodidatti”: una formula che, a ben vedere, anticipava l’orizzonte attuale con sorprendente lucidità.

Machine Learning

Il primo modello pratico di apprendimento automatico risale proprio a quegli anni, quando Samuel sviluppò un programma capace di calcolare le probabilità di vittoria nel gioco della dama, adattando le mosse in base all’esperienza. Ma le radici teoriche di questa tecnologia vanno ancora più a fondo: bisogna risalire agli studi sui meccanismi dell’intelligenza umana. Già nel 1949, lo psicologo canadese Donald Hebb proponeva una teoria affascinante nel suo libro The Organization of Behavior: le cellule nervose, interagendo tra loro, rafforzano i legami con l’uso. Un’intuizione che ha ispirato la struttura degli algoritmi moderni, basati su nodi artificiali che si scambiano informazioni in modo simile a quanto avviene nel nostro cervello.

Una definizione più formale — oggi spesso citata — è quella del ricercatore Tom Mitchell. Nel 1997 scriveva: “Un programma informatico apprende dall’esperienza E rispetto a una classe di compiti T e una misura di prestazione P, se le sue prestazioni nei compiti in T, misurate da P, migliorano con l’esperienza E”. È un modo chiaro e concreto per capire di cosa si tratta: non tanto un processo mentale, quanto una capacità di migliorare nel fare, attraverso l’esperienza. Una prospettiva in linea con quanto suggeriva Alan Turing, che preferiva porsi una domanda diversa da quella classica: “Le macchine possono pensare?”. Meglio chiedersi, piuttosto: “Le macchine possono fare ciò che facciamo noi, in quanto esseri pensanti?”.

Il machine learning è una parte specifica dell’intelligenza artificiale, e ne condivide gli obiettivi più ambiziosi. Come si dice spesso nel settore, “tutto il machine learning è intelligenza artificiale, ma non tutta l’intelligenza artificiale è machine learning”. Il cuore della questione è che, anziché scrivere ogni istruzione necessaria, si offre alla macchina l’opportunità di imparare da sola, grazie all’analisi dei dati.

È proprio qui che il machine learning si distingue dai sistemi informatici tradizionali. Invece di seguire sequenze di comandi preimpostati, questi algoritmi sono progettati per individuare pattern nei dati e sfruttarli per fare previsioni o prendere decisioni. Nessun bisogno di intervento umano diretto, né di infinite righe di codice: bastano i dati, e un sistema capace di adattarsi. Un approccio potente, soprattutto di fronte a problemi complessi o variabili, dove le regole fisse non sono più sufficienti.

Come funziona il Machine Learning

fondamentali: i dati, i software e l’hardware. È dalla loro combinazione che nascono i modelli predittivi capaci di interpretare la realtà, anticipare scenari o prendere decisioni autonome. Gli algoritmi di machine learning non si limitano a replicare formule o seguire regole preimpostate: imparano direttamente dai dati, usando strumenti matematici e computazionali per costruire una propria “conoscenza del mondo”, senza bisogno di equazioni fisse o modelli già scritti.

Un punto importante — spesso fonte di confusione — è la distinzione tra algoritmo e modello. L’algoritmo è come una ricetta: un insieme di istruzioni su come apprendere dai dati. Il modello, invece, è il piatto finito. In pratica, quando applichiamo un algoritmo a un set di dati, ciò che otteniamo alla fine del processo di apprendimento è un modello, cioè qualcosa che può essere usato per fare previsioni o prendere decisioni su nuovi dati mai visti prima. Prima dell’addestramento c’è un metodo; dopo, c’è un sapere applicabile.

Il Processo di apprendimento

Il modo in cui apprende un sistema di machine learning non è poi così distante da come apprendiamo noi esseri umani. Pensiamo, per esempio, a un bambino che sta imparando a riconoscere i cani. La prima volta che ne incontra uno — magari un cucciolo dal muso buffo e le orecchie morbide — associa quell’animale a un insieme di caratteristiche: la coda che scodinzola, il naso umido, il suono del latrato. Se quell’esperienza è piacevole, lascia un segno nella memoria. E così, la volta successiva, anche se il cane che ha davanti è diverso per razza, taglia o colore, il bambino riesce comunque a riconoscerlo come un cane, grazie a quelle somiglianze.

Machine Learning

Il machine learning funziona più o meno allo stesso modo. L’algoritmo osserva una serie di esempi — i dati di addestramento — e impara a cogliere schemi, somiglianze, relazioni. Una volta “allenato”, è in grado di affrontare dati mai visti prima, applicando ciò che ha appreso per formulare previsioni o prendere decisioni. In altre parole: impara dall’esperienza, e usa quell’esperienza per orientarsi nel nuovo.

Addestramento e test

Per costruire un buon modello di machine learning, serve un processo ben collaudato, che inizia quasi sempre con una semplice divisione: i dati a disposizione vengono separati in due gruppi. Uno servirà per l’addestramento (training set), l’altro per il test (testing set). È come insegnare qualcosa a un allievo e poi verificare se ha davvero capito. Nella prima fase, il modello analizza il training set per individuare relazioni tra le informazioni in ingresso e i risultati attesi. Nella seconda fase, si testa ciò che ha imparato, usando dati che non ha mai visto prima, per capire se riesce a generalizzare, cioè a comportarsi bene anche fuori dal “copione”.

Un esempio concreto può rendere tutto più chiaro. Supponiamo di voler creare un modello capace di prevedere il prezzo delle case in una città. Raccogliamo allora un insieme di dati reali: la superficie dell’immobile, il numero di stanze, la presenza o meno di un giardino, eventuali servizi aggiuntivi e, naturalmente, il prezzo di vendita. A questo punto dividiamo il dataset: una parte (diciamo l’80%) andrà nel training set, il resto nel testing set.

Durante l’addestramento, il modello impara a riconoscere le connessioni tra le caratteristiche delle case e il loro prezzo. Una volta terminata questa fase, lo mettiamo alla prova con il testing set. Gli forniamo solo le informazioni sulle case, senza i prezzi, e gli chiediamo di prevederli. Poi confrontiamo le sue previsioni con i prezzi reali. Se si avvicina molto, significa che ha imparato bene; se sbaglia spesso, vuol dire che c’è ancora da lavorare. È così che si misura la sua affidabilità.

Apprendimento supervisionato

L’apprendimento supervisionato funziona un po’ come in una classe di scuola. Immaginiamo un insegnante che mostra ai bambini come si scrive la lettera “A”: la disegna alla lavagna, lentamente, con cura. I bambini osservano, provano a imitarla. All’inizio commettono errori, ma con il tempo imparano. Finché, un giorno, riescono a scriverla da soli, senza più bisogno della guida dell’insegnante.

Allo stesso modo, un sistema di machine learning supervisionato viene addestrato su dati etichettati, cioè su informazioni che includono già la risposta corretta per ogni esempio. La macchina osserva questi esempi, apprende le relazioni tra i dati e costruisce un modello che, una volta addestrato, può essere applicato a nuovi casi mai visti prima.

All’interno dell’apprendimento supervisionato esistono due grandi categorie operative. La prima è la classificazione, che consiste nell’insegnare alla macchina a distinguere tra categorie diverse. È come riempire un cesto di frutta: se il sistema ha imparato a riconoscere mele, pere e fragole grazie a immagini etichettate, potrà poi classificare correttamente nuovi frutti, anche se non li ha mai visti esattamente così.

Machine Learning

La seconda categoria è la regressione, che serve a fare previsioni numeriche basate su dati noti. Torniamo all’esempio immobiliare: se forniamo al modello dati su posizione, metratura e numero di stanze, può imparare a stimare il prezzo di una casa, anche se non ne ha mai visto una identica.

Tra gli strumenti più utilizzati in questo tipo di apprendimento troviamo algoritmi come la regressione lineare e logistica, usati per stimare valori numerici o probabilità — ad esempio, quanto è probabile che una persona clicchi su un annuncio pubblicitario. Ci sono poi le macchine a vettori di supporto (SVM), che disegnano confini netti tra categorie, un po’ come se tracciassero linee immaginarie per distinguere mele da pere. Gli alberi decisionali, invece, somigliano a un gioco di domande a risposta multipla: “Ha il pelo? Fa miao? Allora è un gatto”. Le foreste casuali sono gruppi di tanti alberi decisionali che lavorano insieme, come una squadra che vota a maggioranza. E infine ci sono le reti neurali, ispirate al funzionamento del cervello umano, capaci di apprendere in modo flessibile e di adattarsi anche a dati complessi come immagini o suoni.

Ognuno di questi strumenti ha le sue particolarità, ma tutti condividono lo stesso principio: imparare dai dati già etichettati per saper riconoscere, prevedere e decidere in situazioni nuove.

Apprendimento non supervisionato

L’apprendimento non supervisionato è come esplorare una città sconosciuta senza una mappa, ma con un buon senso dell’orientamento. Gli algoritmi, in questo caso, non ricevono indicazioni su quale sia la “risposta giusta”: non ci sono etichette, né istruzioni precise. L’obiettivo è osservare i dati grezzi e scoprire da sé strutture, somiglianze, connessioni nascoste. È un tipo di apprendimento che imita l’intuito naturale con cui anche noi riconosciamo degli schemi nel mondo.

Pensiamo a un bambino che conosce solo il cane di casa. Quando ne vede un altro per la prima volta — magari il barboncino di un visitatore — sorride riconoscendo qualcosa di familiare: le orecchie, la coda, l’abbaiare. Nessuno gli ha spiegato che quello è un cane diverso dal suo, ma il bambino riesce a fare un collegamento spontaneo. È lo stesso principio su cui si basa l’apprendimento non supervisionato.

Una delle tecniche principali in questo ambito è il clustering, ovvero la capacità di raggruppare dati simili tra loro anche se non hanno un’etichetta. È quello che avviene nel marketing quando si suddividono i clienti in gruppi sulla base dei comportamenti d’acquisto: chi compra regolarmente, chi acquista solo in saldo, chi preferisce certi prodotti. Nessuno ha detto all’algoritmo quali sono i gruppi da cercare — li scopre da solo, mettendo insieme i pezzi.

Un’altra tecnica importante è la riduzione della dimensionalità, che consiste nel semplificare i dati eliminando variabili ridondanti, per cogliere l’essenza delle informazioni disponibili. È come guardare una mappa in scala: perdi qualche dettaglio, ma capisci meglio il paesaggio generale.

Questo tipo di apprendimento è particolarmente utile quando si ha a disposizione una grande quantità di dati non etichettati — e si vogliono far emergere strutture invisibili, intuizioni nuove, o nuove domande a cui non si era ancora pensato di rispondere.

Apprendimento per rinforzo

L’apprendimento per rinforzo — in inglese Reinforcement Learning, o più semplicemente RL — è forse il più “istintivo” dei metodi di machine learning. Si basa sull’idea che per imparare a prendere decisioni efficaci servano tanti tentativi, qualche errore e un sistema di premi e punizioni. È un approccio che assomiglia sorprendentemente a come apprendiamo noi esseri umani fin da piccoli: facciamo una cosa, osserviamo le conseguenze, e la ripetiamo solo se ci ha portato a qualcosa di buono.

In questa modalità, un algoritmo non riceve istruzioni dettagliate. Gli si assegna un compito e si lascia che esplori da solo le possibili azioni. Quando fa qualcosa che lo avvicina all’obiettivo, riceve una ricompensa. Quando si allontana, non ottiene nulla — o, in alcuni casi, riceve un segnale negativo. È questo meccanismo di feedback continuo a guidarlo nel tempo verso le decisioni migliori.

Una caratteristica interessante degli algoritmi di reinforcement learning è la capacità di tollerare la gratificazione ritardata. Non sempre la scelta giusta è quella che dà un premio immediato: a volte bisogna “perdere una battaglia per vincere la guerra”. L’algoritmo impara a valutare anche percorsi più lunghi e complessi, che magari includono ostacoli iniziali ma conducono al miglior risultato possibile.

Un esempio concreto? Pensiamo a un robot, o a un veicolo a guida autonoma. Non c’è un manuale che spieghi come affrontare ogni incrocio, ostacolo o deviazione. Ma il sistema, interagendo con l’ambiente, capisce che evitare un muro è meglio che andarci contro, che rallentare in curva è più utile che accelerare. Col tempo, queste decisioni si perfezionano, fino a diventare strategie sofisticate.

Reti Neurali e Deep Learning

Immagina un algoritmo che impara osservando il mondo un po’ come facciamo noi: analizza segnali, coglie schemi, fa previsioni sempre più accurate. È questo il principio alla base delle reti neurali, sistemi informatici ispirati al funzionamento del cervello umano. Quando queste reti vengono costruite in modo particolarmente profondo e stratificato, si parla di deep learning — un’area avanzata del machine learning che sfrutta l’enorme potenza di calcolo moderna per analizzare quantità di dati davvero gigantesche.

Oggi le tecniche di deep learning sono tra le più sofisticate nel riconoscere oggetti in una fotografia o parole in una registrazione audio. Ma il loro potenziale si estende ben oltre: si stanno già applicando alla traduzione automatica, alla diagnosi precoce di malattie e ad altri compiti dove la precisione è vitale.

Una tecnica chiave in questo campo, specialmente quando si lavora con immagini, è quella della convoluzione. Si tratta di un’operazione matematica che “condensa” l’immagine, estraendo le caratteristiche più significative. Nelle reti neurali convoluzionali (o CNN), ogni strato della rete applica dei filtri, come una lente che mette in risalto dettagli diversi. Gli strati iniziali individuano elementi semplici — come contorni, curve, texture — mentre quelli successivi riconoscono strutture sempre più complesse: una testa, un occhio, una coda. Alla fine, la rete costruisce una comprensione profonda dell’immagine.

Ma le reti neurali non sono l’unico strumento. Alcuni algoritmi — come le macchine a vettori di supporto (SVM), gli alberi decisionali e le foreste casuali — sono molto efficaci nel classificare dati. Pensiamo, ad esempio, ai filtri antispam: grazie a questi algoritmi, è possibile riconoscere automaticamente le email indesiderate, sulla base di fattori come mittente, parole chiave o struttura del messaggio.

Un’altra famiglia di strumenti, quelli della regressione, viene invece impiegata per prevedere valori numerici continui. La regressione lineare, per esempio, serve a identificare la relazione tra variabili: come cambia il prezzo di una casa al variare della sua metratura o della zona in cui si trova. Questi modelli vengono usati ogni giorno in ambiti come il mercato immobiliare, l’analisi delle vendite o la previsione del rischio finanziario.

Applicazioni pratiche del Machine Learning

Il machine learning è ormai ovunque. Dai laboratori di ricerca è passato silenziosamente nelle corsie d’ospedale, nei mercati finanziari, nei centri di elaborazione dati e persino tra le righe di documenti scritti a mano. Sta trasformando il modo in cui viviamo, lavoriamo e ci relazioniamo al mondo. Vediamo insieme alcune delle sue applicazioni più significative.

Sanità

Nel campo medico, il machine learning si è rivelato uno strumento potente e prezioso. I sistemi di intelligenza artificiale sono in grado di analizzare con estrema precisione immagini mediche — come risonanze magnetiche, radiografie e TAC — individuando segnali nascosti che potrebbero sfuggire anche all’occhio più esperto, o che un medico affaticato potrebbe trascurare.

Oltre all’imaging (per “imaging” si intende la produzione e l’analisi di immagini mediche, come radiografie, risonanze magnetiche o TAC, utilizzate per osservare l’interno del corpo umano senza interventi invasivi), questi modelli possono mettere insieme una mole impressionante di dati: sintomi, informazioni genetiche, fattori ambientali e stili di vita. Così facendo, suggeriscono diagnosi precoci, come nel caso di patologie complesse quali cancro, diabete o malattie cardiovascolari. Le tecniche di regressione, poi, permettono di stimare il rischio individuale di sviluppare una determinata condizione, offrendo agli operatori sanitari strumenti predittivi per un’assistenza sempre più personalizzata.

Non solo numeri e cartelle cliniche. Con l’analisi del linguaggio naturale e del sentiment, le organizzazioni sanitarie possono anche leggere tra le righe delle conversazioni con i pazienti, cogliendo emozioni, bisogni e malesseri latenti. Un piccolo aiuto tecnologico per costruire un dialogo più umano.

Riconoscimento della scrittura a mano

Un’applicazione affascinante — e per certi versi poetica — è il riconoscimento della scrittura a mano. Si tratta di addestrare i modelli a leggere testi scritti manualmente, un po’ come facciamo noi davanti a un vecchio quaderno.

Questa tecnologia è già usata per digitalizzare archivi storici, decifrare ricette mediche o modulistica compilata a penna. I vantaggi sono enormi: risparmio di tempo, migliore accessibilità, e soprattutto la possibilità di preservare documenti preziosi — lettere, registri, appunti — che altrimenti rischierebbero di perdersi nel tempo.

Previsioni finanziarie

Nel mondo della finanza, dove anche pochi secondi fanno la differenza, il machine learning è diventato uno degli alleati più affidabili. Analizzando dati storici, notizie, indicatori di mercato e comportamenti degli investitori, questi sistemi riescono a prevedere fluttuazioni nei prezzi delle azioni, variazioni nei tassi di cambio e tendenze nei consumi.

Tuttavia, non tutto è semplice come sembra. L’efficacia di questi modelli dipende dalla qualità dei dati: se i dati sono distorti, incompleti o riflettono pregiudizi preesistenti, anche le previsioni saranno inquinate. Inoltre, molti dei modelli più sofisticati — come le reti neurali profonde — sono delle vere e proprie “scatole nere”: funzionano bene, ma non sempre è chiaro perché. E questo solleva domande delicate, specialmente in un settore dove la trasparenza è cruciale.

Etica e Privacy

Ed è qui che il discorso tecnico incontra un nodo morale. L’uso crescente del machine learning ci impone di farci alcune domande fondamentali. Chi ha accesso ai nostri dati? Come vengono usati? Gli algoritmi sono davvero imparziali o rischiano di riprodurre e amplificare le disuguaglianze sociali già esistenti?

La posta in gioco è alta: sorveglianza di massa, violazioni della privacy, discriminazioni automatizzate. Per questo motivo, è essenziale che lo sviluppo e l’implementazione di queste tecnologie avvengano nel rispetto dei diritti umani e dei principi di giustizia ed equità. Il progresso non può essere cieco.

Uno sguardo al futuro

Il machine learning è una delle frontiere più dinamiche e promettenti della tecnologia contemporanea. E siamo solo all’inizio. Stanno già emergendo nuove direzioni, come l’apprendimento federato, che consente di addestrare modelli su dispositivi diversi senza mai centralizzare i dati. Oppure l’apprendimento continuo, che permette ai sistemi di aggiornarsi man mano che ricevono nuove informazioni, senza dimenticare quanto appreso in precedenza.

L’integrazione con altre tecnologie, come la blockchain o l’Internet delle Cose, sta aprendo scenari che fino a pochi anni fa sembravano fantascienza.

Ma come ogni grande potere, anche questo comporta grandi responsabilità. Il vero futuro del machine learning dipenderà da come sapremo governarlo, orientarlo, guidarlo verso usi che mettano al centro la dignità delle persone, l’ambiente, il bene collettivo. Perché i dati parlano, ma sta a noi ascoltare con coscienza.

FONTI
  1. Cloud.it, Introduzione al machine learning, Cloud.it. Disponibile su: https://www.cloud.it/tutorial/introduzione-al-machine-learning.aspx
    
  2. SAP, Che cos’è il machine learning?, SAP Italia. Disponibile su: https://www.sap.com/italy/products/artificial-intelligence/what-is-machine-learning.html
    
  3. Hewlett Packard Enterprise, Che cos’è il machine learning?, HPE. Disponibile su: https://www.hpe.com/it/it/what-is/machine-learning.html
    
  4. Mitchell, T. M. (1997), Machine Learning, Cambridge University Press. Disponibile su: https://www.cambridge.org/core_title/gb/564257
    
  5. IBM, Supervised Learning, IBM Think. Disponibile su: https://www.ibm.com/think/topics/supervised-learning
    
  6. Oracle, Apprendimento non supervisionato, Oracle Italia. Disponibile su: https://www.oracle.com/it/artificial-intelligence/machine-learning/unsupervised-learning/
    
  7. Amazon Web Services (AWS), What is Reinforcement Learning?, AWS. Disponibile su: https://aws.amazon.com/what-is/reinforcement-learning/
    
  8. Oracle, Che cos’è il machine learning?, Oracle Italia. Disponibile su: https://www.oracle.com/it/artificial-intelligence/machine-learning/what-is-machine-learning/
    
  9. Mitchell, T. M., Machine Learning, Carnegie Mellon University. Disponibile su: http://www.cs.cmu.edu/~tom/mlbook.html

Quorum e referendum in Italia: come funziona, da dove viene, perché fa discutere

C’era una volta un Paese appena uscito da una dittatura. Era il 1947 e in Italia si discuteva su come costruire una democrazia nuova, più giusta, più partecipata. I lavori dell’Assemblea Costituente erano in pieno fermento. Una delle questioni più delicate riguardava lo strumento referendario: come permettere ai cittadini di intervenire davvero sulle leggi? Come garantire che la loro voce contasse, ma senza correre il rischio che una minoranza troppo piccola decidesse per tutti?

Fu in quel contesto che nacque il cosiddetto quorum di partecipazione: affinché un referendum abrogativo fosse valido, avrebbe dovuto votare almeno la metà più uno degli aventi diritto. Una soglia alta, ma ritenuta necessaria dai costituenti per proteggere l’equilibrio democratico da derive impulsive o da astensioni di massa.

Quorum referendum

All’epoca, va detto, l’affluenza era altissima: si raggiungeva tranquillamente l’80–90% dei votanti. Andare a votare era sentito come un dovere civico, un diritto conquistato. Nessuno avrebbe potuto immaginare che, decenni dopo, proprio quel quorum si sarebbe trasformato da garanzia a ostacolo sistemico alla partecipazione.

Il meccanismo del referendum

Il meccanismo è semplice: nei referendum abrogativi – cioè quelli in cui si chiede ai cittadini di cancellare una legge o una sua parte – serve il voto favorevole della maggioranza dei votanti, ma solo se ha votato almeno il 50% + 1 degli aventi diritto. Questo è stabilito dall’articolo 75 della Costituzione.

Anche se in teoria è una misura di tutela, nella pratica — soprattutto negli ultimi anni — si è trasformata in una leva strategica per neutralizzare il referendum stesso.

Infatti, chi vuole che una legge resti in vigore, spesso non invita a votare “No”, ma chiede agli elettori di non votare affatto, confidando nel mancato raggiungimento del quorum. L’astensione diventa così una tattica politica. Non si discute più nel merito della questione, ma si cerca di affossare preventivamente il confronto stesso.

E funziona: se l’affluenza è bassa, il referendum decade, anche se il 90% dei votanti ha espresso un Sì o un No netto. In altre parole, l’assenza pesa più della presenza, e chi resta a casa può contare più di chi si informa e partecipa.

Dalla nascita della Repubblica ad oggi, in Italia si sono svolti 72 referendum abrogativi (dal 1974 al 2022). Di questi, 39 hanno raggiunto il quorum e quindi sono stati validi, mentre 33 sono falliti per insufficiente partecipazione. Non sempre per disinteresse: in diversi casi, la mancata affluenza è stata il risultato di strategie astensionistiche deliberate, promosse da partiti o istituzioni per neutralizzare l’effetto del voto popolare.

Negli ultimi anni, questo meccanismo ha mostrato tutta la sua fragilità. Dopo il grande successo del referendum del 2011 – quello sull’acqua pubblica, sul nucleare e sul legittimo impedimento – con un’affluenza del 54,8% e oltre il 95% di “Sì”, nessun altro referendum abrogativo ha superato il quorum.

Nel 2022, ad esempio, si è votato su cinque quesiti riguardanti la giustizia: la partecipazione si è fermata attorno al 20,9%. E anche chi era già al seggio per altri motivi – ad esempio per le elezioni comunali – spesso ha rifiutato la scheda referendaria. Una scelta figlia non solo della disinformazione, ma anche di un clima culturale in cui il referendum è ormai percepito come inutile.

Il cortocircuito

Il risultato è un cortocircuito: chi si astiene per protesta, chi per disillusione, chi per distrazione… finiscono tutti nel calderone del quorum. E il sistema, di fatto, premia la non-partecipazione. Non perché lo abbia deciso chi non vota, ma perché la regola impone che il silenzio conti più della parola.

Non tutti i Paesi funzionano così. In Svizzera, ad esempio, non esiste il quorum. Se si tiene un referendum, chi vota decide. Chi si astiene, accetta implicitamente l’esito. La Svizzera vota spesso, con una media di circa 4 votazioni popolari federali all’anno, su tantissimi temi, e proprio questa frequenza ha portato a una partecipazione più selettiva ma anche più consapevole. Chi si sente preparato o coinvolto vota, chi no si fa da parte. Nessuno grida allo scandalo se va a votare solo il 40%: quella è la volontà attiva. Nessun politico fa campagna per l’astensione, perché sarebbe un controsenso. Il confronto è sempre sul merito.

Quorum Svizzera

Anche in Italia, in realtà, alcuni referendum non sono soggetti a quorum: è il caso dei referendum costituzionali, previsti dall’articolo 138 della Costituzione. In questi casi, il risultato è valido indipendentemente dall’affluenza. È un segnale importante: la nostra stessa architettura costituzionale prevede già strumenti di democrazia diretta senza soglia di partecipazione. E non per questo si è mai messa in discussione la legittimità dell’esito.

Anche i meccanismi di attivazione sono molto diversi.

I referendum costituzionali

I referendum costituzionali confermativi, previsti dall’articolo 138 della Costituzione, non sono di iniziativa popolare diretta: possono essere richiesti solo in seguito all’approvazione di una legge costituzionale da parte del Parlamento, ma senza la maggioranza qualificata dei due terzi. In quel caso, entro tre mesi, il referendum può essere promosso da un quinto dei membri di una Camera, da cinque Consigli regionali oppure da 500.000 elettori. Il popolo, dunque, ha voce in capitolo solo su iniziativa “a valle” di un iter parlamentare.

Al contrario, i referendum abrogativi, disciplinati dall’articolo 75, possono essere promossi direttamente dal basso, tramite la raccolta di almeno 500.000 firme certificate, oppure da cinque Consigli regionali.

Un processo molto più oneroso, che richiede mobilitazione, organizzazione, fondi e tempi strettissimi. Questa barriera iniziale seleziona fortemente i temi proposti e limita il rischio di derive minoritarie o demagogiche.

Ecco perché oggi, a distanza di quasi ottant’anni dalla nascita del quorum, ci si interroga: è ancora necessario mantenere una soglia così rigida, quando già l’accesso al referendum è regolato da filtri così selettivi?

Chi è a favore dell’abolizione del quorum sostiene che la vera democrazia non debba temere la partecipazione, e che chi non vota sceglie comunque: di delegare.

Alcuni propongono di superare il quorum assoluto del 50%+1 e di sostituirlo con un criterio più flessibile.

Ad esempio, si potrebbe introdurre un quorum relativo, calcolato non sugli aventi diritto al voto ma sul numero effettivo di votanti alle ultime elezioni politiche o europee, così da ancorarlo a un livello di partecipazione reale e più aggiornato.

Altri suggeriscono di collegare la validità del referendum alla qualità dell’informazione fornita ai cittadini, imponendo standard minimi di trasparenza nella campagna informativa, anche da parte delle istituzioni.

Un’altra ipotesi ancora è quella di potenziare i canali di informazione pubblica, con campagne di comunicazione istituzionale più chiare, accessibili e capillari, per aiutare le persone a capire davvero cosa stanno votando.

Quorum partecipazione

Quel che è certo è che il quorum, così com’è oggi, rischia di disincentivare proprio ciò che la Costituzione voleva promuovere: la sovranità popolare.

Il referendum dovrebbe essere una festa della democrazia, un momento di confronto maturo tra cittadini. Oggi, troppo spesso, è diventato una trappola aritmetica, dove si vince non convincendo, ma svuotando le urne.

Ripensare il quorum

Ripensare il quorum non significa disprezzare la prudenza dei costituenti, ma riconoscere che i tempi sono cambiati. E che la partecipazione – vera, libera, informata – va favorita, non ostacolata.

Siamo pronti a fidarci davvero della cittadinanza? A costruire un sistema dove a contare siano le scelte di chi partecipa, e non l’inerzia di chi si astiene?

Perché una democrazia non vive di regole astratte, ma di fiducia concreta nei cittadini.

Referendum abrogativi 8–9 giugno 2025: guida ai cinque quesiti su lavoro e cittadinanza

L’8 e 9 giugno 2025 gli italiani sono chiamati a votare su cinque referendum abrogativi, quattro in materia di lavoro e uno sulla cittadinanza . Si tratta di referendum che propongono l’eliminazione totale o parziale di norme vigenti, dunque sulle schede si potrà scegliere Sì (per abrogare la norma indicata) o No (per mantenerla) . Per la validità della consultazione è necessario il raggiungimento del quorum, ovvero che si esprima il voto almeno il 50% più uno degli aventi diritto . Questo rende l’esito incerto, dato che il tasso di astensione elettorale in Italia è molto alto e i partiti di maggioranza hanno invitato a disertare le urne. Di contro, le principali forze di opposizione (Partito Democratico, Movimento 5 Stelle ed altri) sostengono la partecipazione e il voto per il Sì a tutti i quesiti. I referendum sono promossi da comitati formati da sindacati e associazioni civiche: la CGIL (il maggiore sindacato italiano) ha raccolto milioni di firme per i quattro quesiti sul lavoro, mentre varie organizzazioni per i diritti civili (come Italiani Senza Cittadinanza e partiti tra cui +Europa) hanno promosso il quesito sulla cittadinanza.

Quesito 1 – Reintegro e Jobs Act: licenziamenti illegittimi nelle grandi aziende

Voto

Contesto normativo e sociale

Il primo quesito (scheda verde) riguarda il contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act nel 2015. In Italia, dal 1970 lo Statuto dei Lavoratori (articolo 18) prevedeva per le aziende con più di 15 dipendenti la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo (ingiusto o senza giusta causa). Questa forte tutela è stata modificata una prima volta dalla riforma Fornero del 2012 (governo Monti), che limitò i casi di reintegro obbligatorio. Successivamente, il Jobs Act (decreto legislativo 23/2015, governo Renzi) ha escluso quasi del tutto la reintegrazione per i nuovi assunti dal 7 marzo 2015 in poi, sostituendola con un indennizzo economico predeterminato. In pratica, oggi un lavoratore assunto dopo il 2015 in un’azienda medio-grande, se licenziato ingiustamente, non ha in genere diritto a riottenere il posto ma soltanto a un risarcimento calibrato in base all’anzianità di servizio. Il quesito propone di abrogare il decreto del 2015, ripristinando l’obbligo di reintegro del dipendente in tutti i casi di licenziamento illegittimo – come valeva prima del Jobs Act – per i lavoratori delle imprese con oltre 15 addetti. Va precisato che la norma del 2015 è già stata parzialmente mitigata da interventi dei tribunali: la Corte Costituzionale e la Cassazione hanno dichiarato illegittime alcune parti del Jobs Act sui licenziamenti, ampliando il potere discrezionale dei giudici nel determinare il risarcimento. Tuttavia, la reintegra integrale non è stata reinserita, salvo casi particolari (licenziamenti nulli per discriminazione, ad esempio). Il contesto sociale vede da un lato i sindacati e lavoratori preoccupati per la precarietà e il potere di ricatto dei datori di lavoro, dall’altro le aziende che rivendicano l’esigenza di una maggiore flessibilità nell’organizzazione del personale. Il tema è simbolicamente legato ad articolo 18: una conquista storica del movimento operaio per molti, ma giudicata da altri come un freno alle assunzioni e alla competitività delle imprese.

Le ragioni del Sì

Secondo i promotori, eliminare il Jobs Act nella parte sui licenziamenti illegittimi significa rafforzare le tutele dei lavoratori e riequilibrare i rapporti di forza in azienda. Con il ritorno della reintegra, il lavoratore ingiustamente allontanato potrebbe riottenere il posto oppure negoziare da una posizione più forte un indennizzo più alto. Ciò renderebbe i dipendenti meno “ricattabili” – ad esempio sarebbero meno riluttanti a segnalare condizioni di lavoro insicure o a far valere i propri diritti, perché il datore non potrebbe liberarsi di loro con la semplice prospettiva di pagare un’indennità predeterminata . Inoltre, il Sì eliminerebbe la disparità di trattamento creatasi tra lavoratori: oggi circa 3,5 milioni di dipendenti assunti dopo il 2015 hanno garanzie inferiori rispetto ai loro colleghi più anziani . Per i sindacati, ripristinare regole uniformi per tutti aumenterebbe la giustizia e la coesione nel mondo del lavoro. Infine, i sostenitori del Sì contestano l’idea che più tutele dissuadano gli investimenti o l’occupazione: non c’è prova diretta che l’abolizione dell’articolo 18 abbia portato benefici occupazionali significativi, quindi tornare a maggior protezione non dovrebbe di per sé causare disastri economici.

Le ragioni del No

Chi si oppone (governo, partiti di centro-destra, associazioni datoriali) ritiene invece che mantenere l’attuale sistema sia importante per garantire flessibilità e certezza giuridica alle imprese. La possibilità di limitarsi a un risarcimento economico, senza obbligo di riassunzione, viene vista come un giusto compromesso: l’azienda che sbaglia paga, ma può comunque scegliere il personale più adatto senza il timore di essere costretta a riprendere un dipendente con cui magari il rapporto fiduciario è logorato. Gli oppositori del Sì sostengono che reintrodurre la reintegra generalizzata (come nel vecchio art.18) rischierebbe di scoraggiare le assunzioni, soprattutto dei giovani, perché le imprese sarebbero più caute nel mettere a tempo indeterminato nuovi lavoratori sapendo di poter poi avere difficoltà a licenziare in caso di necessità o comportamenti scorretti. Inoltre, ricordano che già oggi – dopo gli interventi della Consulta – il giudice può modulare l’indennizzo e arrivare a riconoscere fino a 36 mensilità di stipendio nei casi più gravi, quindi la tutela risarcitoria non è così “irrisoria” come inizialmente prevista dal Jobs Act. Dal loro punto di vista, tornare al regime pre-2015 significherebbe anche riportare indietro l’orologio su una riforma che intendeva modernizzare il mercato del lavoro italiano, rendendolo più simile a quello di altri Paesi europei. In sintesi, il fronte del No considera il quesito 1 una battaglia ideologica della sinistra e dei sindacati, potenzialmente dannosa per il sistema economico.

Implicazioni in caso di vittoria del Sì o del No

Se vincesse il Sì (con quorum raggiunto), la norma del Jobs Act verrebbe abrogata e si tornerebbe al quadro precedente per i licenziamenti nelle aziende sopra i 15 dipendenti. In concreto, tutti i lavoratori di queste imprese – indipendentemente dalla data di assunzione – riacquisterebbero la possibilità di essere reintegrati dal giudice in caso di licenziamento illegittimo. Ciò comporterebbe un generale aumento delle tutele occupazionali nei grandi stabilimenti, con potenziali effetti positivi sulla stabilità del lavoro: i datori di lavoro sarebbero più incentivati a rispettare le procedure e ad evitare licenziamenti arbitrari, sapendo di poter essere costretti a riprendere il dipendente. Dal punto di vista politico, un’affermazione del Sì sarebbe letta come una vittoria dei sindacati e dell’opposizione, nonché un segnale di sfiducia popolare verso le politiche sul lavoro del governo in carica. Potrebbe dare slancio a ulteriori iniziative per espandere i diritti dei lavoratori e metterebbe pressione sul governo Meloni, forse costringendolo ad aprire un dialogo con le parti sociali su nuovi interventi legislativi in materia di lavoro.

Se invece prevalesse il No (o se il quorum non fosse raggiunto, annullando il risultato), lo status quo rimarrebbe invariato: i licenziamenti senza giusta causa nelle grandi aziende continuerebbero a comportare normalmente solo un indennizzo economico. In tal caso il governo e le associazioni imprenditoriali rivendicherebbero la tenuta della riforma Jobs Act, interpretando il mancato cambiamento come un sostegno implicito alla loro linea di flessibilità del lavoro. D’altro canto, i promotori del referendum vedrebbero sfumare un obiettivo importante: sarebbe una sconfitta per la CGIL e per la nuova segretaria del PD Elly Schlein (che si è spesa per i Sì), potenzialmente demoralizzando il fronte progressista. Su un piano sociale, i lavoratori assunti post-2015 continuerebbero ad avere meno garanzie rispetto ai colleghi anziani, il che potrebbe mantenere vivo il malcontento e la richiesta di future riforme.
Infine, un’astensione elevata o una vittoria del No alimenterebbero la riflessione sullo strumento referendario stesso: visto che molti referendum abrogativi recenti in Italia non raggiungono il quorum, un nuovo fallimento potrebbe essere letto come disaffezione verso il voto o come successo della strategia astensionista. In pratica, l’astensione finisce per aiutare il No: sommando i voti contrari e i non voti, si crea un blocco eterogeneo che, pur per ragioni diverse (opposizione consapevole o disinteresse), impedisce il raggiungimento del quorum e quindi l’abrogazione.
In pratica, il mancato cambiamento sancirebbe la sconfitta del referendum e rafforzerebbe momentaneamente lo status quo, ma non spegnerebbe del tutto il dibattito sulla tutela contro i licenziamenti illegittimi, che potrebbe riproporsi in altre forme (iniziative legislative, contrattazione collettiva, ecc.).

 

Quesito 2 – Indennità di licenziamento nelle piccole imprese: rimuovere il tetto massimo?

Referendum quesito 1

Contesto normativo e sociale

Il secondo quesito (scheda arancione) riguarda le tutele per i licenziamenti illegittimi nelle piccole imprese, cioè con meno di 15 dipendenti. In queste aziende lo Statuto dei Lavoratori non ha mai previsto la reintegrazione obbligatoria; fin dal 1966 la legge n.604 stabilisce che, se un licenziamento individuale è riconosciuto illegittimo, al lavoratore spetta un risarcimento monetario invece della riassunzione. Tale indennità tuttavia è limitata: la norma (aggiornata nel 1990) fissa un minimo di 2,5 mensilità e un massimo di 6 mensilità di stipendio come risarcimento. Questo tetto di sei mesi costituisce la tutela risarcitoria definitiva per chi lavora in aziende molto piccole. La riforma Jobs Act del 2015, pur intervenendo su molti aspetti dei contratti, non ha modificato tale regime per le PMI, per cui oggi rimane in vigore questo plafond risalente agli anni ‘60–‘90. La CGIL e gli altri promotori considerano insufficiente e iniqua questa protezione: a loro avviso, sapere che il datore di lavoro al massimo dovrà pagare sei mesi di stipendio rende i dipendenti delle piccole imprese più facilmente licenziabili e in una condizione di “forte soggezione” verso il titolare. Di contro, le associazioni di categoria delle PMI sottolineano che le piccole aziende hanno fragilità economiche maggiori e un rapporto più diretto con i dipendenti, per cui un limite ai risarcimenti era pensato per evitare che un contenzioso potesse addirittura mettere in ginocchio l’attività. In termini sociali, il quesito tocca circa 3,7 milioni di lavoratori (tanti sono i dipendenti nelle imprese sotto i 15 addetti, secondo la CGIL), spesso impiegati in settori artigianali, commercio e servizi di piccola scala.

Le ragioni del Sì

Il comitato promotore propone di abolire il massimale di 6 mensilità per i risarcimenti, cancellando le parole della legge che lo fissano. In tal modo, in caso di licenziamento illegittimo in una piccola impresa, il giudice del lavoro avrebbe libertà di stabilire un’indennità adeguata al caso concreto, senza un tetto predefinito. I sostenitori del Sì ritengono che questa misura innalzerebbe le tutele dei dipendenti delle PMI e renderebbe la sanzione per il datore proporzionata al danno: ad esempio, in situazioni molto gravi o di evidente malafede, il giudice potrebbe assegnare un indennizzo ben superiore a 6 mesi, che oggi invece costituiscono il massimo anche se il lavoratore perde anni di stipendio. Ciò avrebbe anche un effetto deterrente: eliminando la “tariffa fissa” relativamente bassa, il datore sarebbe meno incentivato a licenziare senza motivo, sapendo che potrebbe dover pagare molto di più. La maggiore equità di trattamento tra lavoratori di piccole e grandi aziende è un altro argomento: attualmente un dipendente di una micro-impresa ingiustamente licenziato riceve al massimo 6 mensilità, mentre in una grande azienda un collega può ottenere ben di più (fino a 36 mensilità circa dopo gli ultimi interventi). Eliminare il tetto renderebbe meno marcata questa disparità di giustizia. In sintesi, per il fronte del Sì si darebbe più dignità e sicurezza a milioni di lavoratori oggi considerati di “serie B” quanto a diritti, senza introdurre la reintegra (che nelle piccole imprese non è in discussione), ma solo rendendo più sostanzioso il loro indennizzo.

Le ragioni del No

I contrari al quesito numero 2 evidenziano invece i rischi di incertezza e onerosità eccessiva per le piccole imprese. Togliere qualunque limite potrebbe portare, in alcuni casi, a indennizzi molto elevati decisi dal giudice – potenzialmente più alti di quelli dovuti nelle grandi aziende – e questo, secondo loro, sarebbe iniquo e insostenibile per una realtà con magari 5 o 10 dipendenti. Ad esempio, oggi una grande azienda che licenzia senza giusta causa rischia fino a 24–36 mensilità di indennità, ma ha spalle più larghe; una piccola impresa rischierebbe, senza tetto, magari 12 o 24 mesi di risarcimento, che potrebbero equivalere a mandarla in rosso. La conseguenza temuta è che le PMI diventino riluttanti ad assumere: sapendo di non poter prevedere il costo di un eventuale licenziamento illegittimo, un piccolo imprenditore potrebbe preferire contratti precari, esternalizzazioni o evitare di ampliare l’organico per non esporsi a cause costose. Inoltre, il tetto vigente da decenni aveva una sua ratio: tutelare sì il lavoratore, ma anche non punire in modo troppo gravoso il datore di lavoro di piccole dimensioni, per il quale un errore può avere effetti economici sproporzionati. Rimuovere questo bilanciamento rischia di penalizzare le micro-aziende, che sono ossatura importante del tessuto produttivo italiano. Alcuni critici notano anche che la norma attuale potrebbe essere aggiornata aumentando magari il tetto (fermo a 6 mensilità dal 1966) invece di eliminarlo del tutto; ma un referendum abrogativo, per sua natura, può solo cancellare la previsione esistente, lasciando poi un vuoto normativo da colmare.

Implicazioni in caso di vittoria del Sì o del No

Con la vittoria del Sì, dal giorno successivo al referendum cadrebbe il limite alle indennità: in ogni causa di licenziamento illegittimo nelle aziende sotto i 15 dipendenti, il giudice potrebbe decidere il risarcimento senza alcun tetto predefinito. Questo significa che lavoratrici e lavoratori delle piccole imprese avrebbero la prospettiva di un indennizzo più congruo in relazione al danno subito. Sul piano sociale, si rafforzerebbe la posizione dei dipendenti nelle controversie di lavoro: la possibilità di ottenere più di 6 mensilità li renderebbe meno vulnerabili a licenziamenti arbitrari (il datore rischierebbe di pagare molto di più). È possibile che le aziende piccole, per prudenza, investano di più nella prevenzione dei contenziosi (ad esempio formalizzando meglio le procedure disciplinari, cercando accordi bonari) oppure, al contrario, che diventino più selettive nelle assunzioni. Politicamente, un esito favorevole sarebbe un successo per la CGIL e il fronte progressista, che vedrebbero riconosciuta la loro tesi della necessità di maggiori tutele “anche nei piccoli”. Potrebbe indurre il legislatore a rivedere complessivamente la normativa sui licenziamenti nelle PMI, magari introducendo nuovi criteri per quantificare i danni.

Se invece prevalesse il No o il referendum fallisse, resterebbe in vigore il regime attuale: risarcimento limitato a 6 mensilità al massimo. In tal caso, le piccole imprese tirerebbero un sospiro di sollievo, sapendo di poter far fronte a eventuali condanne senza rischiare esborsi illimitati. I lavoratori di queste aziende, però, rimarrebbero con una tutela ridotta rispetto ai colleghi di ditte più grandi. Questo esito verrebbe rivendicato dalle associazioni di categoria (come Confartigianato, Confcommercio, etc.) e dal governo come conferma che “non era il caso di penalizzare le PMI”: un segnale politico a favore della stabilità normativa e contro quella che avrebbero dipinto come un’iniziativa sindacale radicale. D’altro canto, il tema delle tutele nei licenziamenti potrebbe riproporsi in futuro – magari con proposte di legge per aggiornare le indennità minime e massime – visto che anche alcuni commentatori moderati riconoscono che sei mensilità sono ferme a parametri di molti decenni fa. In termini di clima sociale, un esito negativo del referendum potrebbe lasciare strascichi di delusione nel mondo del lavoro: i sindacati potrebbero intensificare la contrattazione collettiva per ottenere garanzie integrative nelle PMI, oppure spingere per altri strumenti di tutela (come assicurazioni contro la disoccupazione più generose). Complessivamente, la mancata abrogazione manterrebbe una differenza di diritti tra lavoratori a seconda della dimensione aziendale, questione che resta sensibile nel dibattito italiano sui diritti del lavoro.

Quesito 3 – Contratti a termine: causale obbligatoria e lotta al precariato

Quesito 3

Contesto normativo e sociale

Il terzo quesito (scheda grigia) si concentra sulla disciplina dei contratti di lavoro a tempo determinato e, in particolare, sull’obbligo di indicarne la motivazione (causale). Negli ultimi anni l’Italia ha alternato fasi di liberalizzazione e restrizione di questi contratti. Attualmente, grazie a norme del 2015 ancora in vigore, un’azienda può assumere a termine senza dover dichiarare una causale per contratti di durata fino a 12 mesi. Ciò significa che per il primo anno di un rapporto temporaneo non è richiesta una giustificazione specifica sul perché il contratto è a termine (ad esempio esigenze stagionali, sostituzione di personale assente, picco di attività, ecc.). Invece, se il contratto supera i 12 mesi o viene rinnovato oltre tale soglia, la legge attuale richiede di indicare una causale valida (come previsto dal cosiddetto Decreto Dignità del 2018, che ha parzialmente irrigidito le regole introdotte nel 2015). La ratio dell’obbligo di causale è evitare che il contratto a termine diventi la norma in assenza di ragioni temporanee oggettive, dato che il rapporto di lavoro a tempo indeterminato è considerato la forma comune e preferibile (offrendo maggior stabilità e richiedendo un motivo per l’eventuale licenziamento). Nonostante questi limiti, il precariato rimane diffuso: molti giovani entrano nel mondo del lavoro attraverso una serie di contratti brevi, spesso senza prospettiva di stabilizzazione. Il quesito referendario punta proprio a limitare l’abuso dei contratti a termine, abrogando le norme che oggi consentono di evitare la causale per il primo anno. In pratica, se vincesse il Sì, il datore di lavoro dovrebbe sempre specificare un motivo conforme alla legge per assumere a tempo determinato, indipendentemente dalla durata iniziale del contratto. Questo ripristinerebbe un vincolo che esisteva in passato (in certe fasi era richiesta subito una giustificazione) e che i datori di lavoro hanno spesso criticato come burocratico. Il contesto sociale vede contrapposti, anche qui, due punti di vista: da un lato chi denuncia la “giungla dei contratti precari” in cui i lavoratori vivono nell’incertezza costante, dall’altro chi teme che regole troppo stringenti finiscano per ridurre ulteriormente le opportunità di lavoro, specialmente per i giovani e in settori con reale necessità di flessibilità.

Le ragioni del Sì

I sostenitori del Sì (sindacati, partiti di sinistra) affermano che obbligare a indicare la causale fin dall’inizio renderebbe il contratto a termine uno strumento da utilizzare solo quando davvero necessario. L’obiettivo dichiarato è ridurre il precariato, togliendo alle imprese la possibilità di assumere a termine “per prova” o per generica comodità senza impegnarsi in un contratto stabile. Con la causale sempre obbligatoria, un datore di lavoro che voglia offrire un contratto breve dovrà dichiarare una ragione precisa tra quelle ammesse (ad es. sostituzione di un dipendente in maternità, picco di produzione, progetto a termine) e rispettare i limiti previsti dai contratti collettivi. Ciò dovrebbe scoraggiare l’uso disinvolto di contratti a termine per posizioni lavorative che in realtà coprono esigenze permanenti. Secondo il comitato promotore, questa modifica aiuterebbe a riportare il tempo indeterminato al centro: le imprese, non potendo più evitare le causali, potrebbero preferire assumere direttamente a tempo stabile per ruoli continuativi, riservando i contratti brevi solo ai casi temporanei genuini. I lavoratori, dal canto loro, beneficerebbero di maggiore sicurezza: meno contratti “usa e getta” e più possibilità di essere assunti in modo stabile o comunque di avere chiarezza sul perché il contratto è a scadenza. Inoltre, argomentano i pro-Sì, l’Italia si riallineerebbe a una pratica di molti Paesi europei dove il ricorso ai contratti temporanei è giustificato da motivi specifici, contribuendo a combattere la precarietà cronica che affligge soprattutto le giovani generazioni.

Le ragioni del No

I critici del quesito 3 avvertono che eliminare la flessibilità del primo contratto senza causale potrebbe avere effetti negativi sull’occupazione. Oggi molte aziende offrono un contratto a tempo determinato breve per testare un nuovo assunto o per gestire esigenze immediate non certe nel lungo periodo; se dovessero fin da subito formalizzare una causale, alcune potrebbero rinunciare ad assumere, non avendo la sicurezza per dichiarare che dopo 6 o 12 mesi ci sarà ancora bisogno di quel lavoratore. In altre parole, il rischio è di irrigidire troppo il mercato del lavoro: per evitare vincoli, le imprese potrebbero ricorrere ad alternative meno tutelate (lavoro intermittente, partite IVA fittizie, appalti esterni) oppure semplicemente fare meno contratti a termine e quindi meno assunzioni complessive. Un altro argomento del fronte del No è l’aumento della burocrazia e del contenzioso: introdurre la causale in ogni caso significa che giudici e avvocati dovranno valutare la fondatezza di ogni motivo addotto, con possibili cause legali se il lavoratore sostiene che la causale era pretestuosa. Questo potrebbe intasare i tribunali del lavoro e creare incertezza tanto per il lavoratore (che nel frattempo resta precario) quanto per il datore (che teme cause). Gli oppositori sottolineano anche che il Decreto Dignità del 2018 ha già ristretto la durata massima dei contratti a termine e introdotto le causali per i rinnovi, quindi un equilibrio tra flessibilità e diritti è già stato in parte ripristinato rispetto alla liberalizzazione totale del 2015. Andare oltre, a loro dire, significherebbe tornare alla situazione precedente al 2014, quando la forte regolamentazione non aveva comunque risolto il problema della precarietà ma anzi in certi casi aveva spinto le aziende a non assumere affatto o a utilizzare stage e finte collaborazioni. Il No sostiene dunque che per combattere la precarietà servono incentivi e controlli, non divieti rigidi che potrebbero ridurre le occasioni per chi cerca lavoro.

Implicazioni in caso di vittoria del Sì o del No

Implicazioni in caso di vittoria del Sì o del No

Un successo del Sì comporterebbe che, una volta abrogate le norme attuali, per qualsiasi contratto a termine sarebbe necessario indicare subito una causale. Le imprese dovrebbero adeguarsi preparando motivazioni dettagliate per le assunzioni temporanee, il che inizialmente potrebbe creare qualche difficoltà organizzativa. Nel medio periodo, però, lo scenario potrebbe evolvere in diversi modi: alcune aziende potrebbero ridurre il numero di contratti brevi, riservandoli ai soli casi davvero temporanei, e magari stabilizzare più persone con contratti a tempo indeterminato per evitare la trafila delle causali; altre potrebbero trovare canali alternativi per flessibilizzare il lavoro (ad esempio ricorso più frequente ad agenzie interinali, consulenze esterne, ecc.). Dal punto di vista dei lavoratori, una vittoria del Sì manderebbe un messaggio importante contro la precarietà dilagante: lo Stato prenderebbe posizione a favore del lavoro stabile, e questo potrebbe influenzare anche le future politiche occupazionali (incentivi alle assunzioni stabili, contrasto alle forme di lavoro atipico). Politicamente, sarebbe un colpo alle politiche liberalizzatrici del passato decennio: il governo in carica (contrario ai referendum) subirebbe una pressione per adottare misure volte a tutelare maggiormente i giovani precari, e le opposizioni capitalizzerebbero il consenso su un tema popolare tra i lavoratori.

Se invece prevalesse il No (o l’affluenza risultasse insufficiente), le norme esistenti rimarrebbero in vigore: le aziende potrebbero continuare a stipulare contratti a termine fino a 12 mesi senza causale, e solo oltre tale soglia sarebbero obbligate a motivare il rinnovo. In questo scenario, i lavoratori precari – soprattutto giovani – resterebbero esposti a cicli di impiego breve e discontinuità, alimentando una condizione di instabilità strutturale. I sindacati temono che ciò perpetui un modello iniquo, e un fallimento del referendum li spingerebbe forse a intensificare altre battaglie su questo fronte (ad esempio chiedere di limitare il numero complessivo di contratti a termine attivabili, aumentare i contributi aggiuntivi a carico delle aziende per i contratti precari – il cosiddetto “ticket sui contratti a termine” – o sostenere proposte di legge in Parlamento per ridurre la durata massima dei rapporti a termine). Da un punto di vista politico, un esito negativo verrebbe rivendicato dalla maggioranza di centrodestra come prova che non c’è consenso verso posizioni troppo rigide sul lavoro, il che potrebbe spingerla ad evitare interventi restrittivi in futuro.

Tuttavia, la questione della precarietà resterebbe centrale nel dibattito pubblico, anche alla luce dei dati sull’alto tasso di contratti a termine in Italia e sulla fuga dei giovani talenti. Il mancato cambiamento tramite referendum rafforzerebbe lo status quo normativo, ma non metterebbe a tacere la domanda sociale di maggiore sicurezza lavorativa.

Quesito 4 – Sicurezza sul lavoro: responsabilità solidale negli appalti

Quesito 4

Contesto normativo e sociale

Il quarto quesito (scheda rosa) tocca il tema della sicurezza sul lavoro nelle attività in appalto. In Italia, la legge prevede in generale che il committente (l’azienda che affida un lavoro in appalto a terzi) e l’appaltatore (chi esegue il lavoro, eventualmente con subappaltatori) siano entrambi responsabili in solido per vari obblighi verso i lavoratori, inclusi i salari non pagati e i risarcimenti per infortuni non coperti dall’INAIL. Esiste però un’importante eccezione introdotta nell’art.26 del Testo Unico Sicurezza (d.lgs. 81/2008, comma modificato da leggi successive fino alla n.215/2021): se l’infortunio è dovuto a rischi specifici propri dell’attività dell’appaltatore o subappaltatore, il committente non ne risponde. In altre parole, la responsabilità solidale del committente viene esclusa quando l’incidente è inerente al tipo di lavoro svolto dall’impresa appaltatrice e non attiene all’attività del committente. Per fare un esempio pratico: se una ditta di abbigliamento appalta dei lavori edili per ristrutturare un proprio negozio, e un operaio edile si infortuna usando un macchinario, attualmente la ditta di abbigliamento (committente) non è considerata corresponsabile di quell’infortunio, perché rientra nei rischi specifici dell’attività edile dell’appaltatore. Questa clausola nasce dall’idea che il cliente non possa essere esperto di ogni mestiere e che l’appaltatore debba rispondere dei rischi tipici del proprio lavoro. Tuttavia, i sindacati e i sostenitori del referendum ritengono che tale eccezione indebolisca la tutela dei lavoratori: in molti casi pratici, infatti, è difficile delimitare cosa sia “rischio specifico” e l’effetto è che il committente viene sollevato da responsabilità, lasciando il lavoratore a rivalersi solo sull’appaltatore (che a volte è un’azienda piccola o perfino una ditta fittizia). Purtroppo non sono rari i casi di appalti dove, dopo un grave incidente, l’appaltatore risulta insolvente o scompare, e le famiglie delle vittime restano senza adeguati risarcimenti. Il dibattito si inserisce in un contesto più ampio di allarme sociale: in Italia si registrano ancora molti infortuni mortali sul lavoro, e uno dei fronti di intervento invocati è il rafforzamento delle responsabilità di tutte le imprese coinvolte nella filiera produttiva, per evitare scaricabarile.

Le ragioni del Sì

Il quesito 4 chiede di abrogare la norma che esclude la corresponsabilità del committente per i rischi specifici dell’appaltatore, eliminando dunque quel “pezzo” dell’articolo di legge che oggi solleva il cliente in quei casi. I fautori del Sì sostengono che così facendo si instaurerebbe una responsabilità solidale universale: ogni azienda che affida un lavoro in appalto rimarrebbe corresponsabile di qualunque infortunio accada ai lavoratori della ditta appaltatrice, senza zone franche. Il vantaggio, dal loro punto di vista, sarebbe duplice. Primo, si garantisce al lavoratore infortunato (o ai suoi familiari) un ventaglio più ampio di soggetti da cui ottenere giustizia e risarcimento: non solo l’appaltatore diretto, ma anche il committente, tipicamente più grande e solido economicamente, sul quale rivalersi se l’appaltatore non paga. Secondo, si darebbe una spinta a una maggiore vigilanza da parte dei committenti sulle condizioni di sicurezza: sapendo di poter essere chiamata in causa, l’azienda appaltante avrebbe tutto l’interesse a scegliere con cura ditte affidabili e a monitorare il rispetto delle norme di sicurezza nei cantieri o luoghi dove operano i subappaltatori. In questo senso, il Sì lo si può vedere come un incentivo a migliorare la prevenzione degli infortuni: verrebbe “scoraggiato il ricorso a imprese con lavoratori in nero o poco professionali”, perché il committente non potrebbe più lavarsene le mani. I sostenitori sottolineano che non si introduce alcuna “colpa automatica” a carico del committente, ma semplicemente la possibilità di chiamarlo in causa in sede civile come corresponsabile, lasciando al giudice di valutare caso per caso la ripartizione della responsabilità. Il messaggio del Sì è che la vita e la salute dei lavoratori devono venire prima di tutto, e tutte le imprese coinvolte nei processi produttivi devono risponderne insieme.

Le ragioni del No

Chi è contrario al referendum sulla sicurezza nei contratti d’appalto ritiene che la normativa attuale – pur perfettibile – mantenga un equilibrio ragionevole e che eliminarla rischierebbe di creare più problemi di quanti ne risolva. L’obiezione principale è che chiamare il committente a rispondere di rischi specifici di attività estranee al suo core business sia iniquo: un’azienda che appalta un servizio specializzato (es. lavori elettrici, costruzioni, pulizie industriali) non possiede le competenze tecniche per valutare e prevenire al 100% gli incidenti tipici di quel mestiere. Imputarle responsabilità piene significherebbe pretendere dal committente una sorta di “onniscienza” e controllo totale sull’attività altrui, cosa ritenuta irrealistica e vessatoria. Inoltre, i critici del Sì avvertono che questa misura potrebbe avere un effetto paralizzante sul sistema degli appalti: molte aziende, soprattutto di medie dimensioni, potrebbero decidere di non esternalizzare più alcune lavorazioni per non rischiare grane legali, oppure di farlo solo a ditte di grande affidabilità (magari più costose), tagliando fuori tante piccole imprese subappaltatrici. In settori come l’edilizia, ad esempio, il committente potrebbe limitare il ricorso ad artigiani o ditte minori, con impatto negativo su queste ultime. Il fronte del No sostiene che per migliorare la sicurezza servono più controlli e formazione, non solo più responsabilità a posteriori: la legge attuale già prevede che il committente si occupi di coordinare la sicurezza con l’appaltatore e valuti i Piani di Sicurezza (DUVRI), e se lo fa correttamente non dovrebbe temere di rispondere di eventi fuori dal suo controllo. L’abolizione dell’esenzione sui “rischi specifici” viene vista insomma come un onere eccessivo, che rischia di tradursi in duplice punizione per le aziende committenti: dovrebbero investire risorse per controllare lavori di cui non sono esperte e comunque potrebbero essere portate in tribunale anche se hanno rispettato tutte le procedure, solo perché il fatto è avvenuto. Infine, alcuni fanno notare che in caso di colpa grave del committente, i giudici già oggi trovano il modo di chiamarlo in causa, dunque il referendum sarebbe una risposta ridondante che però getta nell’incertezza tutte le imprese.

Implicazioni in caso di vittoria del Sì o del No

Se dovesse vincere il Sì, dal punto di vista normativo verrebbe eliminata l’attuale esenzione: il committente sarebbe sempre, in linea di principio, corresponsabile insieme all’appaltatore per gli infortuni occorsi nei lavori dati in appalto. In caso di incidente, quindi, il lavoratore (o i familiari) potrebbero citare in giudizio anche l’azienda committente per ottenere i danni. Ciò provocherebbe sicuramente una maggiore attenzione alla sicurezza da parte di tutti gli attori: le imprese appaltatrici sarebbero comunque le responsabili principali, ma i committenti avrebbero l’incentivo ulteriore a verificare che le ditte a cui si affidano rispettino rigorosamente le norme antinfortunistiche. Potremmo attenderci, ad esempio, che le grandi aziende introducano controlli più stringenti sui cantieri dei subappaltatori, richiedano certificazioni di qualità e formazione del personale, o inseriscano clausole contrattuali che penalizzano gli appaltatori in caso di violazioni. L’effetto auspicato dai promotori è una riduzione degli infortuni sul lavoro, specie nei cantieri complessi, grazie a questa responsabilizzazione collettiva. In settori come l’edilizia, c’è chi prevede un impatto significativo: le imprese general contractor (affidatarie principali) potrebbero ridurre il numero di subappalti a cascata e preferire partner affidabili, cambiando un po’ la struttura del mercato. Politicamente, una vittoria del Sì sarebbe percepita come un forte segnale di sensibilità sociale degli elettori sul tema delle morti sul lavoro. Il governo, che si era schierato per l’astensione, si troverebbe a dover rafforzare le politiche di sicurezza: potrebbe aumentare gli ispettori del lavoro, irrigidire le sanzioni o lanciare iniziative con le parti sociali per non apparire “dalla parte che minimizza” su un tema dove il popolo ha mostrato severità.

Se invece prevalesse il No (o il quorum non venisse raggiunto), resterebbe in vigore la situazione attuale: in caso di infortunio continuerà a valere l’esclusione di responsabilità per il committente quando l’evento è dovuto a rischi specifici dell’appaltatore. Ciò verrebbe accolto con sollievo dalle imprese, specialmente da quelle che fanno largo uso di appalti, e dalle organizzazioni imprenditoriali (Confindustria, CNA, ecc.), che hanno giudicato il referendum pericoloso per l’economia. Dal loro punto di vista, l’esito conservativo confermerebbe la necessità di non appesantire ulteriormente la normativa sulla sicurezza, ma piuttosto di far rispettare quelle esistenti. Il governo Meloni, da sempre molto vicino alle istanze delle imprese su questi temi, capitalizzerebbe il mancato cambiamento come un proprio successo tattico e probabilmente eviterà modifiche legislative per non riaprire la polemica.

I sindacati, incassato un eventuale No, potrebbero però rilanciare la battaglia su altri piani: cercando accordi contrattuali con le grandi aziende per introdurre clausole di tutela nei bandi di appalto (come obblighi di assicurazione o standard formativi), oppure facendo pressione sul Parlamento per norme più mirate. La sicurezza sul lavoro resterebbe comunque al centro del dibattito: ogni tragedia in appalto continuerebbe a sollevare interrogativi sull’efficacia della normativa e sull’opportunità mancata di una maggiore prevenzione.

Quesito 5 – Cittadinanza italiana: ridurre da 10 a 5 anni la residenza necessaria

Quesito 5

Contesto normativo e sociale

Il quinto quesito (scheda gialla) riguarda le regole per ottenere la cittadinanza italiana per gli stranieri. Attualmente, la legge n.91/1992 prevede che uno straniero non appartenente all’Unione Europea, una volta divenuto maggiorenne, possa richiedere la cittadinanza per naturalizzazione solo dopo 10 anni di residenza legale continuativa in Italia (per i cittadini UE il requisito è 4 anni, per i rifugiati e apolidi 5 anni, ma il referendum si focalizza sul caso generale dei non comunitari). La proposta referendaria è di abrogare la parte della legge che fissa in dieci anni tale periodo, portandolo a 5 anni, cioè dimezzandolo. In pratica, se il Sì passa, gli stranieri extracomunitari dopo 5 anni di residenza regolare potrebbero fare domanda di cittadinanza. Tutti gli altri requisiti attuali rimarranno invariati: ad esempio occorre comunque non avere precedenti penali rilevanti e dimostrare una conoscenza adeguata della lingua italiana (livello B1), introdotta per legge nel 2018, così come restano il requisito di un reddito minimo e il giuramento alla Repubblica. Il contesto sociale di questo quesito è quello dell’integrazione degli immigrati di prima e seconda generazione. L’Italia, pur non avendo ius soli (diritto alla cittadinanza per nascita sul territorio) se non in casi molto limitati, ospita da decenni comunità straniere stabili: oltre 5 milioni di residenti stranieri risiedono nel Paese, e tra questi più di 1 milione sono minori o giovani nati o cresciuti in Italia senza esserne cittadini. Spesso ci si riferisce a loro come “italiani di fatto”: persone che parlano italiano, studiano e lavorano fianco a fianco con gli italiani, e “di fatto” fanno parte del tessuto nazionale, ma per la legge sono ancora stranieri, con diritti civili limitati (niente diritto di voto, ad esempio). Negli ultimi anni c’è stato un acceso dibattito su riforme come lo ius culturae o ius scholae (cittadinanza ai ragazzi che completano un ciclo di studi in Italia) , ma le iniziative parlamentari in tal senso non sono andate in porto, anche a causa dell’opposizione del centro-destra. Il referendum nasce per volontà di un fronte politico e civico progressista – Radicali, +Europa, associazioni come Italiani Senza Cittadinanza – con l’intento di almeno ridurre l’attesa per la naturalizzazione degli adulti, ritenendo i 10 anni attuali un periodo eccessivo e penalizzante.

Le ragioni del Sì

Chi promuove il Sì al quesito sulla cittadinanza sostiene che 10 anni sono troppi e non più adeguati alla realtà odierna. Dopo 5 anni di residenza regolare, argomentano, uno straniero ha avuto il tempo di integrarsi ampiamente: lavora e paga le tasse, spesso ha famiglia e figli nati in Italia, parla la lingua e partecipa alla vita della comunità. Non c’è motivo di tenerlo per altri cinque anni in una condizione di “seconda classe”, privo di diritti politici e di quel senso di appartenenza formale che la cittadinanza conferisce . Riducendo a 5 anni, si accelera l’integrazione: i nuovi italiani potranno votare, sentirsi pienamente parte attiva del Paese e questo rafforzerà la coesione sociale. I sostenitori notano che in molti Paesi europei il requisito di residenza per la naturalizzazione è inferiore a 10 anni – ad esempio in Francia sono 5 anni, in Germania 8 anni (che possono diventare 7 o 6 in casi particolari), in Spagna 10 anni ma 5 per rifugiati e 2 per cittadini latinoamericani, ecc. – quindi l’Italia con 10 anni è tra le più restrittive. Un dimezzamento porterebbe la normativa italiana in linea con standard più aperti e moderni nel contesto UE. Un altro elemento a favore è che la misura aiuterebbe in particolare tanti giovani cresciuti in Italia: attualmente, se un ragazzo straniero arriva in Italia da bambino o adolescente, magari a 10 anni, dovrà aspettare i 20 anni compiuti per averne 10 di residenza regolare e chiedere la cittadinanza; con 5 anni, a 15 anni di età sarebbe già eleggibile (anche se potrà formalmente giurare solo a 18 anni, l’iter potrebbe avviarsi prima). Ciò ridurrebbe quel periodo in cui molti “giovani italiani senza cittadinanza” vivono un paradosso: sono considerati italiani da chi li conosce, ma non dal punto di vista legale e burocratico, con tutte le frustrazioni che ne derivano. Sul piano economico e demografico, infine, il Sì viene visto come un’opportunità: l’Italia ha bisogno di nuova linfa giovane a causa del calo delle nascite, e facilitare la cittadinanza può attrarre immigrati qualificati e incentivare chi già è qui a restare e contribuire a lungo termine, sentendosi a casa propria.

Le ragioni del No

Il fronte del No (in cui si riconoscono i partiti di centrodestra al governo: Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia) sostiene che la cittadinanza non è un atto burocratico ma un passo fondamentale che va concesso con prudenza. A loro avviso, 10 anni di residenza non sono un’esagerazione, ma anzi un giusto lasso di tempo per valutare l’effettiva volontà di integrarsi di una persona e il suo attaccamento ai valori nazionali. Ridurre a 5 anni viene descritto come “regalare passaporti” con troppa facilità. La destra ha spesso collegato questa proposta alle battaglie sullo ius soli, evocando lo spettro di un’Italia dove “arriva chiunque e diventa cittadino” – timore infondato per i promotori, ma che ha presa su una parte dell’elettorato conservatore. Gli oppositori fanno leva anche su considerazioni di sicurezza e identità: dicono che servono controlli lunghi per essere sicuri che chi chiede la cittadinanza non abbia pendenze o legami pericolosi (terrorismo, criminalità) e per verificare che abbia davvero assimilato la cultura e le regole italiane. Un argomento tecnico sollevato dal No è che la riduzione del termine da sola non risolve tutti i problemi: ad esempio, restano lunghe le procedure burocratiche (oggi un decreto di cittadinanza può richiedere 2-3 anni di istruttoria amministrativa) e permane il requisito di reddito minimo, per cui qualcuno con 5 anni di residenza ma lavoro precario potrebbe comunque non ottenere la cittadinanza. Secondo chi è contrario, affrettare i tempi non equivale a migliorare l’integrazione, che invece andrebbe perseguita attraverso la scuola, il lavoro e l’adesione ai valori costituzionali; la cittadinanza dovrebbe coronare questo percorso, non anticiparlo.

Implicazioni in caso di vittoria del Sì o del No

Se dovesse passare il Sì, il requisito di residenza legale per la cittadinanza italiana scenderebbe formalmente a 5 anni, tornando a quanto previsto prima della legge del 1992 (la legislazione precedente fissava infatti cinque anni per gli stranieri residenti). Molte persone sarebbero immediatamente coinvolte: tutti gli immigrati non comunitari che già oggi risiedono da almeno 5 anni ma da meno di 10 – un numero considerevole stimato in diverse centinaia di migliaia – potrebbero presentare la domanda senza attendere oltre. Secondo alcune stime, oltre un milione di giovani e adulti “italiani di fatto” vedrebbero dimezzato il tempo per diventare cittadini. L’impatto pratico sarebbe graduale (poiché la concessione richiede comunque tempo e verifiche), ma nel giro di pochi anni l’Italia potrebbe aumentare sensibilmente il numero di nuovi cittadini. Ciò avrebbe riflessi sociali positivi per i promotori: più persone integrate con pieni diritti, partecipazione attiva alla vita pubblica (ad esempio questi nuovi cittadini potrebbero votare alle elezioni comunali, politiche ed europee, candidarsi, ecc.), senso di appartenenza rafforzato. Anche dal punto di vista internazionale, l’Italia darebbe un segnale di apertura e modernità sul fronte dei diritti civili, allineandosi a Paesi che facilitano la naturalizzazione. Naturalmente ci sarebbero anche sfide amministrative: le Prefetture e gli uffici competenti potrebbero essere sommersi da domande aggiuntive di cittadinanza, con necessità di potenziare il personale per evitare lungaggini; inoltre, andrebbero comunque mantenuti rigorosi i controlli sui requisiti (assenza di reati, integrazione linguistica) per garantire che la cittadinanza venga concessa a chi ha i titoli. Politicamente, la vittoria del Sì suonerebbe come una bocciatura per il governo Meloni su un tema identitario di grande rilievo. La maggioranza di destra dovrebbe incassare il cambiamento di una legge che considerava intoccabile e potrebbe reagire con toni duri, ma difficilmente potrebbe ostacolare l’applicazione del responso popolare. È possibile che in risposta tenti di enfatizzare altre misure restrittive in ambito migratorio (dove ha più margine di manovra) per rassicurare il proprio elettorato. Sul fronte opposto, le forze progressiste vedrebbero realizzata almeno in parte una storica battaglia per i diritti degli immigrati; ciò potrebbe dare loro slancio e consenso, e forse riaprire il discorso su riforme più ampie come quella per i minori (ius scholae). Da segnalare anche l’impatto sul tessuto democratico: nel medio-lungo termine, l’ingresso di nuovi cittadini-elettori potrebbe cambiare lievemente gli equilibri elettorali, soprattutto a livello locale in città con forte presenza di comunità immigrate.
Se invece prevalesse il No (o il referendum fosse nullo per mancato quorum), non cambierebbe nulla nella legge sulla cittadinanza: serviranno ancora 10 anni di residenza per poter presentare la domanda. Questo risultato sarebbe rivendicato con soddisfazione dal governo e dalle destre come una conferma che la maggioranza degli italiani non vuole facilità nella concessione della cittadinanza. Giorgia Meloni e i suoi alleati probabilmente lo percepirebbero come un mandato a proseguire sulla linea della cautela e severità in tema di immigrazione e integrazione. Potrebbero anche utilizzare l’esito per archiviare per un po’ la questione, sostenendo che “gli italiani hanno già deciso”. Sul piano sociale, però, per molti stranieri residenti e soprattutto per i giovani di seconda generazione sarebbe una forte delusione: resterebbero esclusi dal pieno riconoscimento giuridico e simbolico nella comunità nazionale, pur vivendo da anni in Italia. Se il referendum fallisse per bassa affluenza, il rischio sarebbe un aumento della disillusione e della distanza dalle istituzioni. Le associazioni che sostengono la riforma non si fermerebbero: potrebbero rilanciare iniziative parlamentari, chiedere semplificazioni amministrative o tornare a proporre forme alternative come lo ius scholae. La questione della cittadinanza, quindi, non si chiuderebbe: in una società sempre più composita, il tema del riconoscimento civico ed elettorale resterà al centro del dibattito pubblico. Una vittoria del No lascerebbe intatto l’impianto normativo, ma non risolverebbe la tensione tra inclusione e conservazione. Ne deriverebbe anche una probabile polarizzazione politica: da una parte chi celebra l’esito come difesa dell’identità nazionale, dall’altra chi denuncia un’occasione persa e promette nuove battaglie. Un confronto destinato a ripresentarsi ciclicamente.

 

Referendum 2025: uno snodo normativo e sociale

Dopo aver attraversato i cinque quesiti uno per uno, emerge con chiarezza che questo referendum non è una semplice consultazione su norme settoriali, ma un passaggio che solleva interrogativi più ampi sul mondo del lavoro, sulla rappresentanza, sullo stato della cittadinanza e sulla qualità della partecipazione democratica.

I quesiti propongono l’abrogazione di norme in vigore e, in ogni caso – che prevalga il Sì, il No o che non venga raggiunto il quorum – gli esiti avranno riflessi sul dibattito politico e giuridico del Paese. Alcuni temi potrebbero tornare al centro dell’attenzione attraverso proposte legislative o contrattazioni collettive, mentre altri potrebbero sollecitare una riflessione più ampia su diritti sociali, strumenti di tutela e dinamiche di inclusione.

Il ruolo dell’informazione, in questa cornice, diventa centrale. Comprendere le norme, valutarne l’impatto e collocarle nel contesto attuale è il primo passo per orientarsi tra scelte che riguardano non solo singoli provvedimenti, ma anche i valori su cui si fonda una società.

 

Fonti istituzionali
  • Ministero dell’Interno – Elezioni e referendum: https://dait.interno.gov.it/elezioni
    
    
  • Regione Emilia-Romagna – Referendum abrogativi 8-9 giugno 2025: https://www.regione.emilia-romagna.it/elezioni
    
    
  • Comune di Torino – Guida al voto: https://www.mentelocale.it/torino/...
    
    
Fonti giornalistiche
  • Corriere della Sera, 4 maggio 2025 – Confindustria: “I referendum sul lavoro un ritorno al passato”: link
    
    
  • Internazionale, 14 maggio 2025 – Breve guida ai referendum dell’8 e 9 giugno: link
    
    
  • Domani, 10 maggio 2025 – Chi ha paura dei nuovi cittadini: https://www.editorialedomani.it/...
    
    
Fonti sindacali e promotrici
Fonti giuridiche e normative
Fonti informative generiche

Buen Vivir e culture indigene: un’altra idea di benessere

Nelle società occidentali il benessere viene spesso misurato in termini di consumo, crescita economica e successo individuale. Esiste però un’idea di benessere profondamente diversa, non basata sull’accumulazione materiale ma sull’equilibrio tra persone, natura e dimensione spirituale. Questa visione olistica del “vivere bene” è al centro del paradigma del buen vivir, espressione che in spagnolo significa appunto vivere bene nel senso più ampio e relazionale del termine. In tale prospettiva, “vivere bene” non riguarda semplicemente la prosperità individuale, ma implica vivere in armonia con sé stessi, con la comunità e con l’ambiente naturale circostante.

Origini andine

L’idea del buen vivir trae origine dalle cosmovisioni indigene andine, in particolare da quelle delle popolazioni originarie che abitano gli altipiani di Ecuador, Bolivia e Perù. In lingua kichwa, parlata in Ecuador e Colombia, viene chiamato sumak kawsay (letteralmente “vivere bene” o “esistenza bella”); in lingua aymara, diffusa tra Bolivia, Perù e Cile, si parla di suma qamaña (traducibile come “vita degna” o “anima buona”). Entrambe queste espressioni evocano un’esistenza piena e armoniosa, in cui ogni essere vivente è parte integrante di un tutto sacro: la Pachamama, la Madre Terra. Nella visione del mondo andina, la Terra non è una proprietà da sfruttare, ma una madre generosa con cui gli esseri umani intrattengono un rapporto di rispetto reciproco. Il buen vivir nasce quindi in questo contesto culturale, come concetto polisemico che riassume valori di reciprocità, comunità e rispetto della natura consolidati da secoli nelle pratiche di vita quotidiana dei popoli andini.

Buen vivir

Costituzionalizzazione in Ecuador e Bolivia

L’idea del buen vivir, da elemento culturale locale, è entrata anche nelle istituzioni politiche. In Ecuador, nel 2008, essa è stata ufficialmente incorporata nella nuova Costituzione approvata da un ampio e partecipato processo costituente. Come ricorda il preambolo della carta fondamentale ecuadoriana, l’obiettivo dichiarato è di costruire «una nuova forma di convivenza pubblica, nella diversità e in armonia con la natura, per raggiungere il buen vivir» (Repubblica dell’Ecuador, 2008).

Il concetto di buen vivir pervade l’intero testo costituzionale – dal Preambolo, ai diritti fondamentali, fino ai principi di organizzazione economica e sociale – diventando un principio guida per le politiche dello Stato. Ad esempio, l’articolo 3, comma 5 della Costituzione stabilisce che è dovere dello Stato «pianificare lo sviluppo nazionale, eliminare la povertà e promuovere lo sviluppo sostenibile e la ridistribuzione equa delle risorse e della ricchezza per rendere possibile il buen vivir» (Repubblica dell’Ecuador, 2008).

In altre parole, la Costituzione ecuadoriana vincola esplicitamente l’azione pubblica al perseguimento del benessere collettivo in armonia con l’ambiente. La riforma costituzionale in Ecuador si inserisce in un più ampio movimento politico e culturale latinoamericano emerso negli ultimi decenni, trainato dai movimenti indigeni. Anche la Bolivia, nel 2009, ha adottato una nuova Costituzione che include il concetto di vivir bien, direttamente ispirato alle cosmologie andine (Stato Plurinazionale di Bolivia, 2009).

Costituzione Ecuador

Questi sviluppi indicano come i saperi e i valori delle popolazioni native siano entrati nel dibattito istituzionale, proponendo alternative ai modelli di sviluppo tradizionali. Sulla scia di queste innovazioni costituzionali, le Nazioni Unite hanno proclamato nel 2010 la Giornata Internazionale della Madre Terra (United Nations General Assembly, 2009), riconoscendo formalmente l’importanza di un approccio armonioso nei confronti del pianeta. L’anno seguente, la Bolivia ha compiuto un passo ancora più radicale adottando una legge storica che riconosce alla natura lo status di soggetto giuridico, permettendo così di difendere legalmente i diritti degli ecosistemi (Stato Plurinazionale di Bolivia, 2010).

Si tratta di un cambiamento di paradigma rivoluzionario: queste riforme istituzionali inaugurano un approccio allo sviluppo che dà priorità all’equilibrio ecologico piuttosto che alla crescita economica sfrenata, promuovendo modelli alternativi e solidali, profondamente radicati nei territori locali. Il buen vivir da principio culturale è divenuto anche un principio giuridico e politico, segnando la direzione verso una concezione biocentrica dello sviluppo e del benessere collettivo.

Pratiche comunitarie contemporanee

Benché nato in contesti indigeni specifici, il buen vivir propone valori universali che possono trovare applicazione pratica in molti contesti. Nella prospettiva andina, il benessere non è mai una condizione puramente individuale e isolata, ma il risultato di relazioni armoniose: con gli altri esseri umani, con la natura, con il tempo e con la spiritualità.

Questa idea rompe nettamente con l’antropocentrismo tipico della modernità occidentale e con la rigida separazione tra umano e non-umano, tra economia e ambiente, tra materia e spirito. Per molte culture indigene andine, la salute e la prosperità di una persona dipendono anche dalla salute del territorio in cui vive, dall’equilibrio del clima locale, dalla fertilità della terra e dalla coesione della comunità di appartenenza. Non esiste una gerarchia fissa tra i diversi esseri viventi: ogni elemento – sia esso umano, animale, vegetale o persino minerale – possiede un ruolo e una dignità intrinseca nel mantenimento dell’armonia collettiva. La natura non viene idealizzata come uno sfondo immutabile né ridotta a semplice risorsa da sfruttare, bensì è concepita come una rete viva di relazioni, in cui ogni azione genera conseguenze reciproche.

Da questa visione scaturisce un’etica della responsabilità condivisa, fondata su valori come la complementarità, la cura, il riconoscimento dei limiti e il rispetto per tutti gli esseri. Coerentemente con questi principi, il buen vivir non è un’utopia astratta ma si traduce in pratiche concrete e quotidiane nelle comunità che a esso si ispirano. Ad esempio, in molte società indigene andine le risorse naturali fondamentali – come l’acqua e la terra coltivabile – vengono gestite collettivamente, attraverso meccanismi comunitari che ne regolano l’uso equo e sostenibile. La giustizia tende ad assumere forme comunitarie e riparative: i conflitti vengono risolti tramite consigli di anziani o assemblee pubbliche, privilegiando la ricomposizione dell’armonia sociale rispetto alla punizione individuale.

Agricoltura Ecuador

In agricoltura, si adottano pratiche agroecologiche tradizionali che conservano la fertilità del suolo e la biodiversità, in contrasto con il modello industriale intensivo. Inoltre, momenti di spiritualità collettiva – come le cerimonie rituali in onore della Pachamama – scandiscono il calendario comunitario, rafforzando il legame tra la comunità umana e gli elementi naturali. In tutte queste pratiche si riflette l’idea che il buen vivir si costruisce insieme: attraverso la cooperazione, la reciprocità e un rapporto di cura verso il prossimo e verso l’ambiente. Tali esperienze contemporanee dimostrano come antichi saperi e consuetudini indigene possano offrire modelli di vita sociale più equilibrati e sostenibili, opponendosi alle tendenze individualistiche e insostenibili del mondo globalizzato.

Conoscenze tradizionali, sostenibilità e giustizia sociale

L’emergere del concetto di buen vivir nel dibattito internazionale ha avuto il merito di mettere in discussione le metriche tradizionali con cui misuriamo il progresso e il benessere. Indicatori economici quantitativi come il PIL (Prodotto Interno Lordo), centrati esclusivamente sulla crescita economica, risultano infatti inadeguati a rappresentare il benessere reale delle persone e delle comunità.

Dal punto di vista del buen vivir, la prosperità non coincide con l’accumulo di ricchezza materiale, bensì con la qualità della vita in senso integrale. Il benessere viene misurato in termini di relazioni sane, giustizia sociale, equilibrio ecologico, accesso equo alle risorse fondamentali (terra, acqua, cibo), diritto alla salute e all’educazione. È dunque un’idea di prosperità fondata su valori collettivi e sulla consapevolezza dell’interdipendenza fra tutti i membri della comunità e tra la comunità umana e l’ambiente naturale, piuttosto che sull’individualismo e sull’accumulazione illimitata (IPBES, 2019).

In quest’ottica, i saperi tradizionali e i modi di vita dei popoli indigeni offrono indicatori alternativi di benessere, più vicini all’esperienza concreta della vita quotidiana e maggiormente attenti alla dignità delle persone e degli ecosistemi. Il buen vivir, lungi dall’essere una curiosità locale confinata al Sud del mondo, si presenta oggi come una proposta critica e trasformativa per ripensare il futuro delle società contemporanee a livello globale. In molti contesti diversi, infatti, stanno prendendo forma movimenti, iniziative e riflessioni che mettono in dubbio il modello di sviluppo dominante, riecheggiando principi simili.

Famiglia Ecuador

Si pensi, ad esempio, ai movimenti per l’economia del dono, che valorizzano lo scambio gratuito e la mutualità; alle iniziative per la tutela dei commons (beni comuni) e la gestione partecipativa delle risorse condivise; alle pratiche di agroecologia contadina e di sovranità alimentare; o ancora al movimento per la decrescita, che invita a ridurre i consumi superflui e a ridefinire il progresso in termini qualitativi piuttosto che quantitativi.

In questo panorama, le visioni del mondo elaborate dalle culture indigene – fondate su reciprocità, interconnessione e rispetto per la Terra – offrono non solo una memoria storica di resistenza alle logiche di sfruttamento, ma anche un repertorio vivo di soluzioni concrete per abitare il pianeta in modo più giusto e sostenibile. Tali prospettive valorizzano la sostenibilità ambientale e la giustizia sociale come pilastri inscindibili del benessere collettivo, ricordandoci che il futuro richiede un cambio di paradigma ispirato ai principi dell’armonia e della reciprocità.

Dialogo con la scienza e le politiche globali

L’interesse verso il buen vivir e, più in generale, verso le conoscenze indigene non è solo di tipo antropologico o politico: oggi esso rappresenta una risorsa concreta per affrontare alcune delle grandi sfide globali del nostro tempo. Organismi internazionali come l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, il principale panel scientifico sul cambiamento climatico) e l’IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services, piattaforma ONU sulla biodiversità) hanno riconosciuto esplicitamente che le popolazioni indigene custodiscono saperi ecologici complessi, affinati in secoli di convivenza con ecosistemi fragili e dinamici.

L’IPBES ha stimato, ad esempio, che circa l’80% della biodiversità residua del pianeta si trovi in territori abitati e gestiti da comunità indigene (IPBES, 2019). Queste conoscenze tradizionali riguardano aspetti pratici e spirituali al tempo stesso: la gestione sostenibile dell’acqua, la tutela delle foreste, l’agricoltura resiliente ai cambiamenti climatici, la previsione dei fenomeni meteorologici estremi. La scienza moderna sta iniziando a riconoscere il valore di tali saperi: come afferma il rapporto dell’IPCC del 2022, “Il riconoscimento e l’integrazione dei saperi indigeni e locali aumentano l’efficacia delle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici, rendendole più eque e durature” (IPCC, 2022). In altre parole, coinvolgere attivamente le comunità locali e i loro saperi può rendere le politiche ambientali e di sviluppo più efficaci e più eque nel lungo periodo. Per lungo tempo, i saperi tradizionali dei popoli indigeni sono stati ignorati o marginalizzati nei dibattiti scientifici e politici, in quanto trasmessi per via orale e privi della formalizzazione accademica tipica del sapere occidentale.

Oggi, tuttavia, cresce la consapevolezza che la scienza moderna non debba arrogarsi il ruolo di sostituta di questi saperi, ma piuttosto debba dialogare con essi su un piano di rispetto e complementarità. L’UNESCO, attraverso il programma LINKS (Local and Indigenous Knowledge Systems), sottolinea che il sapere tradizionale contribuisce alla comprensione della sostenibilità in modo complementare alla scienza occidentale, fornendo risposte adattive culturalmente pertinenti (UNESCO, 2022). In altre parole, le conoscenze indigene e quelle scientifiche possono essere integrate per arricchirsi a vicenda: ciascuna apporta prospettive e competenze uniche che, se combinate, permettono una comprensione più ampia e sfaccettata dei problemi e delle possibili soluzioni.

Unesco

Questo dialogo tra saperi sta già avvenendo in diversi progetti innovativi nel mondo, segnando un passo importante nelle politiche globali di sostenibilità. In Canada, ad esempio, alcune comunità Inuit collaborano con glaciologi e climatologi per combinare le proprie osservazioni tradizionali sul ghiaccio marino con i dati raccolti dai satelliti: ne risultano modelli più accurati e localmente rilevanti per monitorare gli effetti del cambiamento climatico nell’Artico. In Amazzonia, popoli indigeni come i Kayapó e i Ticuna utilizzano tecnologie moderne (GPS, droni, telerilevamento) insieme ai ricercatori per mappare dettagliatamente le proprie terre ancestrali e denunciare la deforestazione illegale, unendo così sorveglianza tecnologica e conoscenza del territorio tramandata da generazioni.

In Africa australe, iniziative coordinate dal Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) coinvolgono leader tradizionali e agricoltori locali nella conservazione e scambio di semi autoctoni, una pratica cruciale per garantire la sicurezza alimentare e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Queste esperienze dimostrano che tradizione e innovazione non sono affatto incompatibili: al contrario, possono rafforzarsi a vicenda, generando risposte più giuste, radicate e resilienti alle crisi ambientali e sociali in corso. L’integrazione dei saperi indigeni nelle politiche e nella ricerca scientifica globale offre dunque un esempio concreto di dialogo interculturale, capace di produrre soluzioni più efficaci di fronte a sfide come il riscaldamento globale, la perdita di biodiversità e le disuguaglianze sociali.

Altri paradigmi nel mondo

Il buen vivir andino non rappresenta un caso isolato. In molte altre parti del mondo, popoli e culture hanno sviluppato proprie visioni del “vivere bene”, basate su relazioni, reciprocità e armonia simili ai principi andini. Si tratta di modi diversi di rispondere a una stessa domanda universale: come si vive bene, insieme? Di seguito esamineremo alcuni concetti affini al buen vivir emersi in continenti e contesti culturali differenti, che pur nella loro diversità mostrano sorprendenti convergenze di valori.

Ubuntu: io sono perché noi siamo

In molte culture dell’Africa subsahariana, in particolare tra i popoli bantu di paesi come il Sudafrica, lo Zimbabwe, il Mozambico o l’Uganda, esiste un principio fondamentale espresso dalla parola Ubuntu. Nella lingua zulu si enuncia con il proverbio “Umuntu ngumuntu ngabantu”, che significa: “una persona è persona attraverso le altre persone”.

Questo aforisma racchiude una filosofia che pone al centro la comunità e la relazionalità come fondamento dell’identità individuale: in altre parole, io sono perché noi siamo. Secondo il principio di Ubuntu, l’essere umano realizza pienamente sé stesso solo all’interno della rete di relazioni con gli altri membri della comunità. Ubuntu non è un’idea astratta o teorica: è una filosofia vissuta nella quotidianità.

Si manifesta, ad esempio, nei metodi tradizionali di risoluzione dei conflitti, che privilegiano la riconciliazione e il reintegro del colpevole nella comunità piuttosto che la punizione retributiva. Traspare nel modo di educare i bambini, enfatizzando la cooperazione e il rispetto verso tutti; nel prendersi cura collettivamente degli anziani; nei processi decisionali comunitari, che tendono a basarsi sul consenso e sull’ascolto di ogni voce.

Bantu

Non a caso, Ubuntu fu indicato come principio guida del processo di riconciliazione post-apartheid in Sudafrica: figure come Nelson Mandela e Desmond Tutu hanno spesso richiamato Ubuntu come “la nostra bussola morale”, a sottolineare l’importanza del perdono e della costruzione di una nuova comunità nazionale unita. Nella pratica, Ubuntu insegna che il benessere di ciascuno dipende dal benessere di tutti gli altri. Se un membro della comunità soffre, l’intera comunità ne risente; se una persona fiorisce, tutti ne traggono beneficio. Si tratta di un’idea potente, che sfida l’individualismo dominante e ricorda che l’umanità è, in ultima analisi, una rete interconnessa di relazioni.

Ngapartji Ngapartji: dare e ricevere insieme

Nel cuore dell’Australia centrale, presso le popolazioni aborigene Pitjantjatjara e Yankunytjatjara, troviamo un concetto affine espresso dalla formula Ngapartji Ngapartji, traducibile come “io do a te, tu dai a me”. A prima vista potrebbe sembrare la descrizione di uno scambio materiale, ma in realtà non si tratta di mera economia: Ngapartji Ngapartji incarna una forma di reciprocità sociale e culturale profonda, in cui ogni dono crea un legame e ogni relazione implica responsabilità reciproche.

È un principio che da secoli regola i rapporti interpersonali e inter-clanici, la trasmissione dei saperi tradizionali e la cura del territorio tra questi popoli aborigeni. Ogni atto di generosità o condivisione richiede di essere ricambiato, non come obbligo contabile, ma come modo per rinsaldare continuamente la coesione sociale. Nella pratica, Ngapartji Ngapartji definisce le dinamiche della vita comunitaria: gli anziani tramandano ai giovani le conoscenze sulla terra e le storie sacre, e questi ultimi restituiscono rispetto e apprendimento; i clan stringono alleanze rituali scambiandosi doni cerimoniali, danze e canti; l’ospitalità è sacra e chi riceve aiuto sa che dovrà a sua volta aiutare qualcun altro in futuro.

Questo concetto di reciprocità non si limita ai rapporti tra umani, ma comprende il rapporto con la Terra stessa: prendersi cura di un luogo sacro, di una fonte d’acqua o di un sentiero implica ricevere in cambio protezione e identità da quella terra. Ngapartji Ngapartji è così radicato nella cultura locale da aver dato nome anche a iniziative artistiche innovative: ad esempio uno spettacolo teatrale bilingue intitolato Ngapartji Ngapartji ha portato in scena, attraverso storie e canzoni in lingua aborigena, la tragica esperienza dei test nucleari condotti nel deserto australiano negli anni ’50, evidenziando come il principio di dare e ricevere sia stato violato da quelle vicende storiche. Ngapartji Ngapartji insegna una logica opposta alla competizione individualista: vede nel legame, nel rispetto e nel dono le fondamenta della convivenza, trasformando la reciprocità in una forza coesiva della comunità (e non in una debolezza da sfruttare).

Sawen na rani: la bellezza della cura

Nel contesto insulare delle Isole Figi, nel Pacifico sud-occidentale, la popolazione autoctona iTaukei coltiva una filosofia del benessere nota come Sawen na rani, espressione che si può tradurre come “la dolcezza dell’essere umano nel prendersi cura”. Questo concetto incarna un’etica della gentilezza e della presenza premurosa verso gli altri, una responsabilità condivisa nel provvedere al benessere altrui.

Per la visione sawen na rani, infatti, il benessere non consiste solo nell’avere ciò che serve materialmente, ma soprattutto nel sentirsi visti, riconosciuti e sostenuti dagli altri nella vita quotidiana. La cura reciproca – intesa come attenzione costante ai bisogni emotivi, sociali e materiali degli altri membri della comunità – diventa la misura della buona vita. Nelle comunità figiane iTaukei, questo principio di cura si manifesta in mille gesti quotidiani: la condivisione del cibo con chi ne ha bisogno, l’assistenza comunitaria agli anziani e ai malati, l’ascolto profondo e rispettoso durante le assemblee del villaggio. Attraverso questi piccoli atti, si costruiscono relazioni solide, capaci di resistere anche nei momenti di crisi.

La cura reciproca funge da tessuto invisibile che tiene insieme la società: è data per scontata e allo stesso tempo continuamente rafforzata dal comportamento di ognuno. Sawen na rani celebra dunque la bellezza della cura, considerandola non un peso ma il fulcro stesso dell’umanità. In opposizione ai modelli che esaltano l’individualismo, questa filosofia afferma che una comunità prospera solo se tutti i suoi membri si sentono accolti e sostenuti: l’atto di curare gli altri è ciò che conferisce dolcezza e significato all’essere umano.

Kapwa: non esiste “io” senza “noi”

Nelle Filippine, in particolare tra le popolazioni di lingua tagalog dell’isola di Luzon, troviamo un concetto profondo e di difficile traduzione diretta: Kapwa. Questa parola esprime la convinzione che l’“altro” non sia un estraneo, ma una parte di sé. In senso lato, kapwa significa vivere in una condizione di connessione costante con gli altri: non siamo individui separati, ma persone relazionali, immerse in un “noi” collettivo più ampio. Il termine Kapwa indica quindi la totale interdipendenza dell’io e del prossimo, e funge da principio etico basilare nella cultura filippina tradizionale.

Filippine

Il concetto di Kapwa orienta molte pratiche sociali nelle comunità tagalog. Si manifesta, ad esempio, nella forte solidarietà tra vicini e parenti, dove chi è in difficoltà può contare sul sostegno spontaneo degli altri. È alla base dell’aiuto reciproco nelle emergenze: calamità naturali come tifoni o terremoti vedono le comunità mobilitarsi all’unisono per garantire la sopravvivenza di tutti, perché il dolore di uno è sentito come il dolore di tutti. Kapwa ispira anche il modo di accogliere gli ospiti – con estrema generosità e calore, come se fossero famiglia – e il modo di perdonare gli errori altrui, privilegiando l’armonia sociale rispetto al risentimento.

Questa filosofia quotidiana rifiuta l’egoismo come modello di comportamento: suggerisce che la vera forza e resilienza umana nascono dalla cooperazione e dal senso di appartenenza reciproca. In un contesto globalizzato che spesso esalta l’individualismo competitivo, Kapwa riafferma che non esiste un “io” senza un “noi”: l’identità personale si costruisce sempre entro e grazie a una rete comunitaria. Dai concetti descritti – buen vivir, Ubuntu, Ngapartji Ngapartji, Sawen na rani, Kapwa – emergono radici culturali diverse, lingue lontane e pratiche specifiche, ma anche un’intuizione comune e universale.

Tutte queste visioni affermano, ciascuna a suo modo, che il benessere autentico non può esistere senza relazione, senza cura reciproca, senza rispetto per ciò che ci circonda. In un mondo segnato da disuguaglianze crescenti, crisi ambientali e frammentazione sociale, tali prospettive non offrono ricette semplicistiche né soluzioni preconfezionate, ma indicano orizzonti alternativi verso cui tendere. Non si tratta di visioni nostalgiche di un passato idealizzato, bensì di prospettive radicalmente orientate al futuro: ci ricordano che un altro modo di vivere – più umano, più equo, più sostenibile – non solo è possibile, ma in molti luoghi è già realtà. Le lezioni che possiamo trarre da queste saggezze indigene rappresentano un patrimonio prezioso per ripensare le nostre società e affrontare le sfide globali con uno spirito di maggiore solidarietà e rispetto verso la Terra.

Cosa possiamo imparare

Dall’incontro con le visioni indigene del benessere emergono alcuni principi chiave che possono arricchire la prospettiva globale sul vivere bene. Queste lezioni, frutto di esperienze millenarie, offrono spunti per ripensare i nostri valori e modelli di sviluppo:

1) Il benessere è relazionale, non individuale. Non siamo isole separate: viviamo bene solo quando le nostre relazioni – con gli altri, con la terra, con il tempo – sono sane e armoniose. Il benessere personale è inseparabile da quello collettivo e ambientale, perché ogni individuo è parte di una rete di interdipendenze.

2) La reciprocità è una forza, non una debolezza. Aiutare, condividere, restituire non sono segni di arretratezza, ma costituiscono il tessuto connettivo di comunità resilienti e solidali. Nei modelli comunitari, la cooperazione non è opzionale: è fondamentale per la sopravvivenza e per la dignità di tutti.

3) La natura non è un semplice “ambiente” esterno, ma parte della comunità. Fiumi, alberi, montagne non andrebbero visti come oggetti o risorse passive, bensì come soggetti viventi con cui l’umanità convive. Ascoltare, rispettare e relazionarsi con la natura significa riconoscere che la nostra vita dipende da essa e che abbiamo responsabilità verso gli altri esseri viventi.

4) La cura è un principio organizzativo, non solo un gesto affettivo. Prendersi cura non è soltanto un atto privato o un’emozione individuale: dovrebbe diventare la base dei nostri sistemi economici, educativi e politici. Una società orientata alla cura – delle persone fragili, della comunità, dell’ambiente – è una società più giusta e sostenibile, in cui il progresso si misura anche dalla capacità di proteggere e includere tutti.

5) Il tempo non è solo produttività: è ascolto, rito, memoria. Le visioni indigene insegnano il valore di un rapporto diverso con il tempo: saper dare tempo alle decisioni importanti, celebrare i passaggi significativi della vita, ricordare chi è venuto prima di noi. Queste pratiche rafforzano i legami comunitari e ci ancorano a una dimensione più umana, contrastando l’ansia da prestazione e la frenesia tipiche della società contemporanea.

6) Scienza e saperi tradizionali possono dialogare. Non si tratta di scegliere tra razionalità scientifica e spiritualità ancestrale, come fossero inconciliabili: la sfida attuale è integrare diversi linguaggi e visioni del mondo per affrontare insieme le crisi del presente. La conoscenza tradizionale può rendere la scienza più consapevole dei contesti culturali e locali, mentre la scienza può offrire strumenti utili alle comunità indigene. Il dialogo paritario tra questi saperi arricchisce entrambi e aumenta le nostre chances di trovare soluzioni sostenibili.

Questi insegnamenti suggeriscono che, per costruire un futuro migliore, dobbiamo riscoprire il senso del noi e del nostro legame con la Terra. In una fase storica in cui le crisi globali – dai cambiamenti climatici alle pandemie, fino alle crescenti disuguaglianze – mettono in luce la vulnerabilità e l’interconnessione di tutti, le conoscenze indigene ci offrono orientamenti preziosi. Imparare dal buen vivir e dagli altri paradigmi tradizionali non significa idealizzare società lontane nel tempo o nello spazio, ma trarre ispirazione per trasformare in meglio le nostre comunità, ritrovando equilibri più armoniosi con gli altri e con la natura.

Le riflessioni sul buen vivir e sulle visioni indigene del mondo ci ricordano che esistono modi alternativi di concepire il progresso e la felicità collettiva. In ultima analisi, il filo conduttore che unisce queste prospettive è l’idea che il benessere sia una pratica comunitaria quotidiana, radicata nel territorio e nelle relazioni, anziché un traguardo esclusivamente individuale. Vivere bene richiede tempo, ascolto, rispetto reciproco e cura di ciò che ci sostiene – siano essi i legami sociali o gli ecosistemi naturali.

Incoraggiare un dialogo interculturale tra i saperi indigeni e la modernità non è soltanto un atto di giustizia verso popoli a lungo marginalizzati, ma rappresenta una strategia lungimirante per il bene di tutta l’umanità. Tessere insieme la saggezza ancestrale e la conoscenza scientifica ci permette di affrontare con maggiore efficacia le sfide epocali come il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità o le disuguaglianze sociali (IPCC, 2022).

Le società industrializzate hanno molto da imparare da chi ha coltivato per secoli un rapporto equilibrato con la natura e con la comunità: non per tornare indietro nel tempo, ma per andare avanti in una direzione più sostenibile e solidale. Dunque il paradigma olistico proposto dal buen vivir e dalle visioni indigene affini non è una curiosità esotica, ma una fonte di ispirazione concreta per ripensare il nostro rapporto con gli altri esseri umani e con il pianeta. In un’epoca di grandi transizioni, queste prospettive ci invitano a immaginare e costruire un futuro in cui il vivere bene significhi, anzitutto, vivere in equilibrio: con noi stessi, con gli altri e con la Terra che tutti ci ospita.

Fonti

IPBES. (2019). Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services. Bonn: Piattaforma Intergovernativa Scienza-Politica sulla Biodiversità e gli Ecosistemi.

IPCC. (2022). Climate Change 2022: Impacts, Adaptation and Vulnerability (Sixth Assessment Report, Working Group II). Ginevra: Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico.

Repubblica dell'Ecuador. (2008). Costituzione della Repubblica dell'Ecuador. Montecristi: Assemblea Costituente.

Stato Plurinazionale di Bolivia. (2009). Costituzione Politica dello Stato. La Paz.

Stato Plurinazionale di Bolivia. (2010). Ley de Derechos de la Madre Tierra (Ley n. 071, 21 dic. 2010). La Paz.

UNESCO. (2022). Local and Indigenous Knowledge Systems (LINKS) Programme. Parigi: Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura.

United Nations General Assembly. (2009). Resolution adopted by the General Assembly on 22 April 2009 (A/RES/63/278): International Mother Earth Day. New York: United Nations.

La guerra segreta della Cia e degli Stati Uniti in Ucraina

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La guerra in Ucraina ha molte sfaccettature. Non basta pensare ad un aggredito, il popolo ucraino e un aggressore, la Russia. Non serve capire chi ha sbagliato, o forse chi ha sbagliato per primo, si può guardare anche solamente la realtà: la dura e lucida guerra tra due nazioni.

Già, due nazioni. Siamo sicuri che sia proprio così? Ovviamente no. E la prova ce lo dà questo articolo. Non è di chi scrive, ma dei giornalisti del New York Times. Abbiamo letto l’originale, tradotto e condensato alcune parti per renderlo molto più facile da leggere e da capire.
Di cosa parla? Della guerra per procura degli Stati Uniti contro la Russia.

Se poi vogliamo vederla in modo più etico, l’aiuto degli Stati Uniti in una guerra tra un colosso, la Russia e una nazione fiera ma piccola, l’Ucraina.

Ma come sappiamo tutti, l’etica, in guerra, non ha posto. In fondo all’articolo trovate il link al lunghissimo originale del Nyt.

Traduzione e adattamento di Alessandro Trizio

Il segreto dell’alleanza tra Ucraina e Occidente, tra strategie militari e missioni clandestine

In una mattina di primavera, a due mesi dall’entrata delle truppe d’invasione di Vladimir Putin in Ucraina, un convoglio di auto non contrassegnate si è fermato in un angolo di una strada di Kiev, caricando due uomini in abiti civili di mezza età . Il convoglio composto da commando britannici in uniforme e pesantemente armati ha poi percorso 640 chilometri fino al confine polacco, attraversato agevolmente grazie a passaporti diplomatici, per raggiungere l’aeroporto di Rzeszów-Jasionka. Lì un aereo cargo C-130 attendeva pronto con i motori accesi per decollare alla volta della Clay Kaserne di Wiesbaden, quartier generale dell’esercito americano in Europa e Africa.

A bordo, due generali ucraini di alto rango, fra cui il tenente generale Mykhaylo Zabrodskyi, invitato a contribuire alla creazione di quello che sarebbe divenuto uno dei segreti più gelosamente custoditi della guerra: una partnership di intelligence, strategia, pianificazione e tecnologia destinata a cambiare le sorti del conflitto. Questa struttura avrebbe permesso all’amministrazione Biden di sostenere l’esercito ucraino e di contrapporsi, senza rischi di escalation, alle forze russe.

Tale alleanza ha operato in un crescendo di operazioni clandestine, pianificazioni condivise e uno scambio costante di informazioni. Dalla fornitura di artiglieria M777 e sistemi missilistici HIMARS allo sviluppo di droni marittimi, la collaborazione tra Stati Uniti, Paesi NATO e Ucraina si è rivelata cruciale nel respingere gli assalti russi, come nel caso dell’affondamento dell’incrociatore Moskva o nel contrasto alle offensive terrestri a Kharkiv e Cherson. Eppure, secondo le ricostruzioni degli stessi protagonisti, non sono mancati momenti di attrito, diffidenza e visioni strategiche divergenti.

I primi passi della partnership: da Kiev a Wiesbaden

Tutto è iniziato quando il generale Zabrodskyi è stato condotto all’Auditorium Tony Bass della guarnigione di Wiesbaden. Un ambiente che fino a poco tempo prima ospitava gare di tiro di scout e concerti di bande militari, ora trasformato in un fitto dedalo di cubicoli con ufficiali di varie nazioni. Qui si coordinavano le prime spedizioni occidentali di artiglieria pesante in Ucraina, tra cui i temuti M777 e i preziosi proiettili da 155 mm.

Ricevuto dal tenente generale Christopher T. Donahue, comandante del 18° corpo aviotrasportato, Zabrodskyi si è sentito proporre un patto: unire le competenze sul campo degli ucraini alle avanzate capacità d’intelligence e di pianificazione dell’esercito statunitense e dei suoi alleati. “Ho detto al comandante in capo che avevamo trovato il nostro partner”, ricorda lo stesso Zabrodskyi, rimasto colpito dalla leadership di Donahue.

Nonostante le diffidenze iniziali dovute anche ai tentennamenti occidentali del 2014 e delle limitazioni imposte dalla Casa Bianca nella condivisione di informazioni sensibili, gli ucraini scoprirono rapidamente i vantaggi di ricevere dati di intelligence precisi e in tempo reale. Grazie a questi, le forze di Kiev riuscirono a neutralizzare un radar russo “Zoopark” (Si tratta di un radar attivo mobile a scansione elettronica) e a sventare un tentativo di attraversamento fluviale vicino a Sievierodonetsk. Era solo l’inizio della convergenza fra l’analisi strategica occidentale e l’audacia operativa ucraina.

La sfida degli M777 e l’evoluzione verso gli HIMARS

Se i primi aiuti militari erano stati limitati a sistemi antiaerei, anticarro e droni, con l’avanzare del conflitto divenne necessario un cambio di passo. Gli Stati Uniti decisero di inviare obici M777 e munizioni a lungo raggio, permettendo agli ucraini di reggere l’urto russo nel Donbass e di frenare le avanzate sul fronte meridionale.

Malgrado la freddezza iniziale per il timore di innescare un’escalation internazionale, gli Stati Uniti acconsentirono a fornire poi i sistemi missilistici ad alta mobilità (HIMARS), con una gittata di circa 80 chilometri e testate di precisione. A Wiesbaden, il generale Donahue e i suoi uomini iniziarono a trasmettere “punti di interesse”, ovvero coordinate di obiettivi russi estrapolate dall’intelligence americana, che gli artiglieri ucraini avrebbero colpito con fermezza. Il successo fu immediato: le forze russe, sorprese, subirono durissimi colpi al morale e perdite crescenti.

Due offensive, un dubbio: Kherson e Kharkiv

In quel momento, le forze di Kiev apparivano in grado di passare all’offensiva. Dopo un periodo di pianificazione tra ucraini e Task Force Dragon (così era stata ribattezzata la squadra guidata dal generale Donahue), si decise di sferrare un colpo a sud, verso Kherson, e di lanciare un’azione più contenuta a est, nella zona di Kharkiv.

I due assalti avrebbero dovuti scaglionare nel tempo. Ma la decisione del presidente Volodymyr Zelensky di anticipare l’operazione meridionale, con la speranza di mostrare risultati concreti prima di un importante vertice internazionale, portò paradossalmente a un’evoluzione fulminea a est, dove la resistenza russa collassò inaspettatamente. Le forze di Kharkiv avanzarono così a tappe forzate, mentre a sud il comando ucraino esitava nel colpire i russi in ritirata sulla riva occidentale del Dnipro.

Gli attriti e l’incertezza su come sfruttare il vantaggio rallentarono i progressi: alcuni comandanti preferivano un approccio più cauto, altri invocavano l’audacia. Intanto, le trincee difensive scavate dall’esercito russo si moltiplicavano, arginando l’eventuale avanzata ucraina verso la Crimea.

Il peso delle rivalità interne e la cautela occidentale

L’alleanza era solida, eppure non priva di incrinature. Sul fronte ucraino, rivalità personali emergevano tra i generali Valery Zaluzhny e Oleksandr Syrsky, in competizione per leadership e risorse (come i preziosi sistemi HIMARS) . Alcune scelte, come il dispendioso assalto a Bakhmut, finirono per depotenziare il grande sforzo offensivo a sud, trasformando quella che avrebbe potuto essere un’avanzata decisiva in un nuovo stallo.

Dal lato americano, vigevano restrizioni e linee rosse dettate da Washington. L’amministrazione Biden temeva che un coinvolgimento troppo profondo, o attacchi diretti su obiettivi “sensibili” in territorio russo, potesse scatenare una reazione ancora più estrema di Putin. Perciò, all’inizio, era proibito segnalare con precisione obiettivi in Crimea o fornire coordinate che permettessero di colpire dentro i confini russi. Tuttavia, col passare dei mesi e l’intensificarsi della guerra, tali limitazioni furono progressivamente allentate.

I droni e la flotta del Mar Nero: l’escalation nel Mar d’Azov

Un esempio di questa evoluzione fu la serie di attacchi contro la flotta russa del Mar Nero a Sebastopoli, in Crimea. Inizialmente, la Casa Bianca aveva vietato di aiutare direttamente un’azione in territori che Mosca considerava parte della Federazione. Ma i timori degli alleati lasciarono gradualmente spazio all’urgenza di colpire basi, navi e sottomarini russi che continuavano a lanciare missili contro l’Ucraina.

Con il placet americano e britannico, la marina ucraina, sostenuta dalla CIA, sviluppò una flotta di droni marittimi in grado di superare i sistemi di difesa russi. Parallelamente, il Pentagono allargò la condivisione d’intelligence, inviando “punti di interesse” per colpire con razzi di precisione obiettivi sensibili, come depositi di munizioni o centri di comando russi.

Le linee rosse si spostano: Crimea, Russia e nuovi scenari

Se in precedenza era impensabile toccare il ponte sullo Stretto di Kerch, simbolo dell’annessione della Crimea, ora il clima era cambiato. L’amministrazione Biden diede il via libera a un piano congiunto fra esercito ucraino, CIA e Regno Unito per provare a far collassare il ponte con missili ATACMS e droni marittimi. Il risultato, però, non fu quello sperato: il ponte subì danni riparabili, lasciando l’amaro in bocca a chi sperava in un colpo simbolico a Putin.

Allo stesso tempo, i generali americani riconsiderarono la possibilità di sostenere azioni anche sul suolo russo, specialmente quando i sistemi di artiglieria di Mosca minacciavano dal confine regioni ucraine densamente popolate come Kharkiv. Si iniziò così a parlare di un’“area operativa” oltrefrontiera, in cui gli ucraini avrebbero potuto colpire con armi e intelligence occidentali obiettivi russi, rovesciando un altro tabù che all’inizio del conflitto sembrava invalicabile.

Uno dei successi più eclatanti della campagna ucraina, l’affondamento dell’incrociatore Moskva, nave ammiraglia della flotta russa nel Mar Nero, segnò un punto di svolta. 

La Moskva era la nave ammiraglia della Flotta russa del Mar Nero. Gli ucraini la affondarono.

L’affondamento fu un trionfo clamoroso, una dimostrazione dell’abilità ucraina e dell’inettitudine russa. Ma l’episodio rifletteva anche la disgregazione delle relazioni ucraino-americane nelle prime settimane di guerra.

Gli americani provarono rabbia perché gli ucraini non avevano dato alcun preavviso; sorpresa perché l’Ucraina possedeva missili in grado di raggiungere la nave; e panico perché l’amministrazione Biden non aveva avuto intenzione di consentire agli ucraini di attaccare un simbolo così potente della potenza russa.

Gli ucraini aggredirono la nave sfruttando anche informazioni ricavate dalle comunicazioni con la marina statunitense, pur senza avvisare gli americani dell’imminente attacco. 

Nel corso dei mesi, il coordinamento sul campo si è fatto talmente stretto che alcuni ufficiali europei hanno definito gli occidentali “parte integrante della catena di morte”. Con la mappa degli obiettivi condivisi a Wiesbaden e la tecnologia delle forze NATO, le artiglierie ucraine hanno potuto infliggere perdite elevatissime all’esercito russo. Eppure, ogni successo incrementava anche il rischio di oltrepassare quella linea rossa che Mosca aveva tracciato, e che comprendeva la minaccia nucleare.

Le offensive mancate e l’incubo dell’escalation

La grande controffensiva del 2023 mirava, nei progetti originari di Kiev, a riconquistare in breve tempo territori chiave come Melitopol, spezzando il collegamento terrestre con la Crimea. Ma le rivalità interne ai vertici militari, la pressione politica di Zelensky per ottenere risultati rapidi, la mancanza di coordinamento con gli Stati Uniti e l’eccessiva attenzione su Bakhmut, teatro di una battaglia logorante, finirono per rallentare e poi arenare la controffensiva. La partnership ha operato all’ombra del più profondo timore geopolitico: che Putin potesse considerarla una violazione di una linea rossa dell’impegno militare e dare seguito alle sue minacce nucleari. La storia della partnership mostra quanto gli americani e i loro alleati siano talvolta arrivati ​​vicini a quella linea rossa, come eventi sempre più disastrosi li abbiano costretti, alcuni hanno detto troppo lentamente, a spingerla su un terreno più pericoloso e come abbiano attentamente elaborato protocolli per rimanere al sicuro.

L’amministrazione Biden ha ripetutamente autorizzato operazioni clandestine che in precedenza aveva proibito. Consiglieri militari americani sono stati inviati a Kiev e in seguito autorizzati ad avvicinarsi ai luoghi dei combattimenti. Ufficiali militari e della CIA a Wiesbaden hanno contribuito a pianificare e sostenere una campagna di attacchi ucraini nella Crimea annessa alla Russia. Infine, l’esercito e poi la CIA hanno ricevuto il via libera per consentire attacchi mirati nelle profondità della Russia stessa.

Per certi versi, l’Ucraina è stata, in un contesto più ampio, una rivincita in una lunga storia di guerre per procura tra Stati Uniti e Russia: in Vietnam negli anni ’60, in Afghanistan negli anni ’80, in Siria tre decenni dopo.

Fu anche un grande esperimento di guerra, che non solo avrebbe aiutato gli ucraini, ma avrebbe anche ricompensato gli americani con lezioni da trarre per qualsiasi guerra futura.

Dall’altra parte, la Casa Bianca temeva costantemente che l’avanzare ucraino verso la Crimea potesse spingere Putin a considerare l’uso di armi nucleari tattiche. Ciò portò a contrattazioni continue su quali sistemi e munizioni consentire, su quali aree fosse lecito colpire e con quali modalità di targeting.

Dal 2024 in poi: nuove operazioni, nuove tensioni

Con il passare del tempo, la partnership ha prodotto risultati militari impressionanti, ma anche tensioni crescenti. Le trincee russe si moltiplicavano, e nuovi fronti si aprivano. Episodi come l’incursione del generale Syrsky oltre il confine russo a Kursk, inizialmente all’oscuro degli americani, hanno sollevato questioni sulla fiducia e sul rischio di escalation. Per gli americani, lo svolgimento dell’incursione rappresentò una grave violazione della fiducia. Non solo gli ucraini li avevano tenuti ancora una volta all’oscuro; avevano segretamente oltrepassato un limite concordato, portando equipaggiamento fornito dalla coalizione nel territorio russo compreso nell’area operativa, violando le regole stabilite al momento della sua creazione.

La cooperazione era stata istituita per prevenire un disastro umanitario non perché gli ucraini potessero approfittarne per impadronirsi del suolo russo. Gli americani avrebbero potuto staccare la spina alle operazioni. Eppure sapevano che farlo, ha spiegato un funzionario dell’amministrazione, “avrebbe potuto portare a una catastrofe”: i soldati ucraini a Kursk sarebbero morti senza la protezione dei razzi HIMARS e dell’intelligence statunitense.

Kursk, conclusero gli americani, era la vittoria a cui Zelensky aveva accennato fin dall’inizio. Era anche la prova dei suoi calcoli: parlava ancora di vittoria totale. Ma uno degli obiettivi dell’operazione, spiegò agli americani, era la leva finanziaria: catturare e mantenere il territorio russo che avrebbe potuto essere scambiato con quello ucraino nei futuri negoziati.

Nel frattempo, l’amministrazione Biden, sebbene inizialmente riluttante, ha autorizzato operazioni sempre più audaci, come la campagna denominata “Lunar Hail” per indebolire la presenza militare russa in Crimea. Si è persino discusso dell’opportunità di colpire obiettivi in profondità nella Federazione Russa, in particolare depositi di munizioni e centri logistici ritenuti cruciali per sostenere l’esercito invasore.

Un conflitto appeso a un filo geopolitico

Oggi l’alleanza tra l’Ucraina e l’Occidente, rappresentata simbolicamente dalla “Task Force Dragon” a Wiesbaden, appare come un laboratorio di guerra moderno, in cui si fondono tecnologia d’avanguardia, intelligence internazionale e il coraggio di un Paese invaso che combatte per la propria sopravvivenza.

In questa lotta, non esiste un punto di equilibrio stabile. Dalle audaci sortite con droni marittimi ai sistemi di difesa Patriot, dalle operazioni sotterranee della CIA alle divergenze fra generali sul campo, la partnership ha resistito tra successi e scetticismi. Resta da vedere se l’Ucraina riuscirà a trasformare questa collaborazione, forgiata in emergenza e imperniata sull’urgenza di un’“arma segreta”, in una vittoria duratura sul campo e, soprattutto, in una pace sostenibile.

I russi avevano compiuto progressi lenti ma costanti contro le forze ucraine ormai ridotte a est. Stavano anche riconquistando parte del territorio a Kursk, fino a riprenderlo completamente. Certo, le perdite russe erano aumentate vertiginosamente, raggiungendo tra le 1.000 e le 1.500 unità al giorno. Ma continuavano ad avanzare.

Nel primo anno di guerra, con l’aiuto di Wiesbaden, gli ucraini avevano preso il sopravvento, riconquistando più della metà del territorio perso dopo l’invasione del 2022. Ora, si stavano battendo per minuscole zolle di terra a est e a Kursk, ma continuavano a retrocedere.

La nuova situazione determinata dalla presenza alla Casa Bianca di Donald Trump porta tutto lo sforzo fatto ad un solo risultato: la Russia avrà le terre che voleva fin dall’inizio. Un accordo pare ormai fatto, le continue “alleanze” tecnico politiche tra Putin e Trump sembrano accertarlo. E la domanda diventa sempre più imponente, sempre più pressante: a cosa è servita la guerra?

E’ una domanda che ci si pone ormai da sempre dopo guerre devastanti che portano poi a risultati che si potevano forse ottenere in altro modo. Ma questo altro modo, la diplomazia, non viene mai ascoltato, sembra essere sempre una richiesta assurda perché non si può permettere a nessuno di oltrepassare la linea e di accaparrarsi terre non sue. Ci vuole la guerra perché capisca che non può farlo.

Ma alla fine, le terre rimangono comunque all’invasore.

Originale: https://www.nytimes.com/interactive/2025/03/29/world/europe/us-ukraine-military-war-wiesbaden.html 

 

PAC e agricoltura italiana: perché il Sud resta indietro (e cosa si può fare)

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Nonostante i miliardi messi in campo dalla Politica Agricola Comune (PAC), il divario tra Nord e Sud Italia in campo agricolo non accenna a ridursi. Anzi, in molti casi si allarga. Colpa di una burocrazia ostile, di infrastrutture carenti e di una gestione disomogenea dei fondi europei. Ma le soluzioni ci sono – e alcune sono già sulla carta. Basta attuarle.

Un’Europa agricola a due velocità

La PAC rappresenta oltre il 30% del reddito degli agricoltori italiani e, in alcune aree del Sud, arriva a coprire fino al 50%. Eppure, secondo i dati dell’ultimo dossier Ismea, il valore aggiunto per ettaro in regioni come Calabria o Sicilia è ancora inferiore del 40% rispetto a regioni come Lombardia o Emilia-Romagna. Il motivo? Non mancano i fondi, ma la capacità di utilizzarli efficacemente.

Le Regioni del Nord sono più rapide nell’attivare i Programmi di Sviluppo Rurale (PSR), hanno personale formato, sportelli digitali funzionanti, e un tessuto imprenditoriale più strutturato. Al Sud, invece, si inciampa in pratiche complesse, bandi poco accessibili e un sistema di assistenza tecnica frammentato. Il risultato è che molte aziende agricole – specie le più piccole – rinunciano a chiedere i fondi.

Burocrazia, il grande nemico

Il paradosso è lampante: fondi ci sono, ma gli agricoltori non riescono a ottenerli. La domanda di accesso ai pagamenti diretti PAC richiede conoscenze tecniche, documentazione precisa e una capacità gestionale che molte microimprese agricole non hanno. E nel Mezzogiorno – dove la digitalizzazione procede a rilento e i Centri di Assistenza Agricola (CAA) sono sotto organico – tutto diventa più difficile.

Nel frattempo, le aziende del Nord, più informatizzate e con personale dedicato, accedono ai fondi senza troppe difficoltà, spesso investendoli in tecnologie, logistica e promozione. Così, il divario si autoalimenta: chi ha, riceve di più. Chi ha poco, resta indietro.

Come colmare il divario: tre proposte concrete

1) Piattaforma unica e semplificata

Serve una piattaforma digitale nazionale che centralizzi tutte le pratiche relative alla PAC, interconnessa con Regioni, Ministero dell’Agricoltura e Unione Europea. Un sistema semplice, intuitivo e accessibile da mobile, dove ogni agricoltore possa monitorare in tempo reale lo stato delle proprie richieste. L’Italia ha già fatto passi simili in altri settori (es. SPID, app IO): è tempo che lo faccia anche per l’agricoltura.

2) Assistenza tecnica pubblica e gratuita nel Mezzogiorno

 I CAA devono essere rafforzati, soprattutto nelle aree svantaggiate. Una proposta: istituire un “corpo tecnico agricolo” sul modello dei navigator, composto da giovani agronomi e tecnici formati per accompagnare le imprese nei PSR, nella compilazione delle domande e nel rispetto delle eco-condizionalità. Un investimento pubblico che genererebbe lavoro qualificato e rilancerebbe il settore.

3) Credito agevolato e garanzie pubbliche per le PMI agricole del Sud

 Uno dei freni principali è l’accesso al credito: molte banche considerano le micro-aziende agricole del Sud a rischio e negano prestiti anche in presenza di bandi attivi. Lo Stato può intervenire con garanzie pubbliche (es. Fondo di Garanzia PMI) e strumenti di microcredito dedicati, magari gestiti tramite Cassa Depositi e Prestiti o Invitalia.

Una questione di equità (e di futuro)

Non si tratta solo di distribuire meglio le risorse: è in gioco l’identità stessa dell’agricoltura italiana. Le coltivazioni mediterranee – olio d’oliva, agrumi, ortofrutta, legumi – che fioriscono al Sud sono tra le più sostenibili d’Europa. Eppure sono le più penalizzate da un sistema che premia la quantità (ettari, superficie) e non la qualità (valore aggiunto, certificazioni, impatto ambientale positivo).

Se vogliamo un’agricoltura che sia davvero parte del Green Deal europeo, non possiamo permetterci che mezza Italia resti indietro. Il Sud non ha bisogno di assistenza, ma di strumenti equi. Di una PAC pensata per la sua realtà – fatta di piccole imprese, biodiversità e resilienza – e non solo per i giganti agricoli continentali.

Trasformare la PAC in un’opportunità per tutti

La PAC 2023-2027 offre margini di manovra importanti: gli Stati membri hanno più autonomia nel definire i propri Piani Strategici Nazionali. Questo significa che l’Italia può – e deve – ricalibrare le proprie scelte per valorizzare i territori svantaggiati. Ma per farlo serve volontà politica, visione strategica e una gestione finalmente efficiente.

Il tempo delle occasioni perse deve finire. Perché il futuro dell’agricoltura italiana passa anche – e soprattutto – dal Sud.

Educazione digitale: perché vietare lo smartphone ai bambini non basta

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L’infanzia digitale: quando lo smartphone arriva troppo presto

Otto anni. Un panino a metà, gli occhi incollati allo schermo, le dita che scorrono su TikTok come fossero il telecomando di un mondo parallelo. Attorno, la tavola apparecchiata, le voci dei genitori in sottofondo. È una scena sempre più comune, eppure solleva interrogativi profondi: quando è il momento giusto per entrare nel mondo digitale? E come si prepara un bambino a farlo? In molti paesi – e finalmente anche in Italia – si discute di introdurre un limite legale d’età per l’uso di smartphone e social media. Una misura necessaria, perché il cervello di un bambino non è pronto per affrontare un ecosistema progettato per catturare l’attenzione. Ma vietare non basta. Se vogliamo davvero proteggere e responsabilizzare le nuove generazioni, dobbiamo accompagnarle. Educare. Allenare al pensiero critico e alla libertà digitale. Perché il web non è buono o cattivo: è uno specchio, e spetta a noi insegnare come guardarcisi dentro.

Limiti legali per smartphone e social: cosa prevede la legge in Italia e nel mondo

L’idea di un limite legale d’età per l’uso di smartphone e social media non è più un tabù. È una tendenza globale. Paesi come Francia, Regno Unito, Australia e Stati Uniti stanno valutando – o hanno già introdotto – normative che fissano soglie precise, distinguendo tra semplice possesso del dispositivo e accesso a piattaforme online. In Francia, ad esempio, un recente rapporto ha proposto un modello graduale: nessun dispositivo sotto i 3 anni, uso limitato e supervisionato tra i 3 e i 6, e solo dai 13 anni un accesso più libero ma ancora guidato. In Italia, mentre l’uso dei social è vietato ai minori di 14 anni (salvo consenso genitoriale), non esistono ancora leggi che vietino in modo esplicito l’uso dello smartphone in sé. Ma il dibattito è aperto, e le proposte si moltiplicano: dal divieto nelle scuole all’ipotesi – sempre più concreta – di una vera “patente digitale” per i minori, sul modello della patente di guida.

Bambini smartphone tavola

E qui entra in gioco anche la politica. Perché regolare l’accesso alle tecnologie non è solo una scelta educativa: è una responsabilità pubblica. Significa decidere quali strumenti mettere in campo per proteggere i minori, quale ruolo attribuire alla scuola, quanto investire nell’educazione digitale, e fino a che punto contenere l’influenza delle piattaforme tecnologiche. In altre parole, significa decidere che tipo di società vogliamo costruire. Una dove la tecnologia educa e libera, o una dove forma e dipendenza crescono insieme, nell’indifferenza delle istituzioni.

Vietare l’uso dello smartphone ai minori non basta: serve un percorso educativo

Imporre un’età minima è un primo passo, ma non può essere l’unico. Vietare l’ingresso non prepara ad attraversare la soglia. Per questo, accanto ai limiti – sacrosanti – serve costruire un vero e proprio percorso educativo. Perché il problema non è solo “quando” si inizia a usare lo smartphone, ma come ci si arriva, con quali strumenti cognitivi, emotivi, relazionali. Un bambino può ricevere il suo primo telefono a 13 anni, ma se in quegli anni precedenti non è mai stato educato all’autocontrollo, al pensiero critico, alla gestione del tempo e dell’identità online, sarà comunque vulnerabile. 

Il rischio è che il divieto posticipi semplicemente l’esposizione, senza migliorarla. E che il momento del “via libera” coincida con un tuffo senza salvagente. È qui che entra in gioco il concetto di educazione digitale strutturata, continua, condivisa tra scuola e famiglia. Perché la vera alternativa al divieto non è la libertà totale, ma la libertà consapevole. Un traguardo che si raggiunge per gradi, come si impara a nuotare, a pedalare o a guidare un’auto.

In un mondo sempre più interconnesso, l’educazione digitale non è un’opzione: è un diritto da garantire e un dovere da esercitare. Non si tratta solo di insegnare a usare uno smartphone o a proteggere una password. Si tratta di formare cittadini digitali consapevoli, capaci di orientarsi, scegliere, proteggersi, creare valore e relazioni nel mondo online.

Eppure, mentre i dispositivi entrano nella vita dei bambini sempre prima, l’educazione digitale arranca. I percorsi scolastici spesso non vanno oltre l’uso strumentale delle tecnologie, le famiglie si trovano sole, e lo Stato investe a macchia di leopardo, senza un disegno coerente. Il risultato? Ragazzi ultra-connessi ma spesso disarmati, lasciati a sé stessi in un ecosistema che richiederebbe, prima ancora del wi-fi, una bussola morale, cognitiva, affettiva.

Patente di smartphone: il modello italiano che sta facendo scuola

È tempo di cambiare prospettiva. Così come non metteremmo mai un minore alla guida di un’auto senza istruirlo, allenarlo, accompagnarlo, non possiamo più lasciare che entri nel web senza prima averlo educato alla cittadinanza digitale. Serve una formazione continua, interdisciplinare, condivisa. Serve una cultura che non demonizzi la tecnologia, ma che la metta al servizio dello sviluppo umano. Un esempio concreto di educazione digitale strutturata è rappresentato dalla “Patente di Smartphone”, un progetto nato nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola, in Piemonte, e successivamente adottato da altre regioni italiane, tra cui il Veneto.

Bambino smartphone

Questo modello educativo si distingue per il suo approccio inclusivo e comunitario, coinvolgendo l’intera “comunità educante” e promuovendo la corresponsabilità tra scuola e famiglia. La flessibilità del progetto ha permesso la sua implementazione in diverse realtà territoriali, adattandosi alle specifiche esigenze locali e dimostrando la possibilità di replicare con successo iniziative di educazione digitale su scala nazionale. Se vogliamo costruire una generazione di cittadini digitali capaci di abitare la rete con consapevolezza, servono azioni pratiche. Serve una strategia educativa che non sia lasciata all’iniziativa dei singoli, ma sostenuta da politiche pubbliche, comunità scolastiche e famiglie attive.

Preparare, non vietare: l’unica vera protezione

Il web e gli smartphone non sono il problema. Il vero nodo è come ci entriamo, quando ci entriamo, e con quali strumenti interiori. La tecnologia può diventare un’enorme opportunità di crescita, conoscenza, relazione. Oppure un acceleratore di dipendenze, isolamento e fragilità. Dipende tutto da come educhiamo i nostri figli a viverla. Limitare per legge l’accesso alla tecnologia digitale in età troppo precoce è giusto, ma non basta. Serve costruire un’educazione alla libertà digitale, fatta di percorsi graduali, di esperienze guidate, di adulti presenti e consapevoli. Serve preparare, prima che vietare. Accompagnare, prima che lasciare andare. Perché la vera protezione non nasce dal controllo assoluto, ma da una cultura condivisa della responsabilità. E se è vero che i nostri figli un giorno saranno cittadini di un mondo iperconnesso, allora dobbiamo iniziare oggi a educarli non solo a sopravvivere nel digitale, ma a viverlo bene. Con autonomia, spirito critico e senso del limite.

 

Agricoltura Intelligente: la rivoluzione tecnologica nei campi

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La rivoluzione digitale sta cambiando in modo profondo anche il mondo dell’agricoltura. Nuove tecnologie come l’Internet of Things, l’intelligenza artificiale, i macchinari autonomi e l’analisi dei big data stanno rendendo il lavoro nei campi più efficiente, sostenibile e preciso. Questi strumenti permettono agli agricoltori di usare meglio le risorse, ridurre l’impatto sull’ambiente e ottenere raccolti più abbondanti e di qualità. 

L’Internet of Things, o IoT, è una delle tecnologie chiave dell’agricoltura di precisione. Grazie a una rete di sensori collegati tra loro, è possibile controllare in tempo reale le condizioni del terreno, delle colture e dell’ambiente circostante. Questo sistema permette agli agricoltori di prendere decisioni più rapide e accurate, basandosi su dati sempre aggiornati.

Cosa sono gli IoT e come funzionano

L’Internet of Things, abbreviato in IoT, significa letteralmente “Internet delle Cose”. Si tratta di oggetti fisici come sensori, macchinari, centraline meteo o strumenti di irrigazione, collegati a Internet e in grado di comunicare tra loro. Questi dispositivi raccolgono dati dall’ambiente in cui si trovano, li trasmettono a una piattaforma digitale e permettono di controllare da remoto cosa succede nei campi. In agricoltura, gli IoT aiutano a gestire meglio l’acqua, monitorare la crescita delle piante, prevedere il meteo e molto altro, rendendo il lavoro più efficiente e sostenibile.

I sensori IoT più moderni vengono posizionati direttamente nel terreno e misurano continuamente il livello di umidità. I dati raccolti vengono inviati senza fili a un sistema centrale, che li analizza e li rende subito disponibili. Rispetto ai metodi tradizionali, che richiedevano controlli manuali, questa tecnologia offre informazioni precise, costanti e da remoto, aiutando a irrigare solo quando e dove serve davvero.

Un esempio pratico dell’uso dell’IoT in agricoltura è rappresentato dai sistemi che monitorano in tempo reale l’umidità del terreno e attivano automaticamente l’irrigazione quando necessario. Questi dispositivi utilizzano sensori capaci di rilevare quando il suolo è troppo secco e, in risposta, avviano le pompe d’acqua. Quando il livello di umidità torna ottimale, il sistema interrompe l’irrigazione, evitando sprechi. Il tutto può essere controllato a distanza, tramite piattaforme online accessibili da smartphone o computer, permettendo agli agricoltori di gestire le proprie attività ovunque si trovino.

I sistemi IoT moderni non si limitano a controllare l’umidità del terreno. Sono spesso dotati di sensori aggiuntivi che rilevano anche la temperatura e l’umidità dell’aria, offrendo così una visione più completa delle condizioni di crescita delle colture. Questo tipo di monitoraggio multiparametrico aiuta gli agricoltori a capire meglio come i diversi fattori ambientali influenzano lo sviluppo delle piante, migliorando le scelte agronomiche.

Le applicazioni dell’IoT si estendono anche alla gestione delle serre, dove mantenere condizioni ambientali ottimali è fondamentale per ottenere buoni risultati. I sistemi intelligenti raccolgono dati su temperatura, umidità, luce e ventilazione, inviandoli a una piattaforma digitale che li registra e li analizza. Questo consente di regolare in modo automatico e preciso l’ambiente interno, con benefici sia sulla produzione che sul risparmio energetico. Secondo le previsioni, il mercato delle serre intelligenti è in forte crescita e si prevede che raddoppierà il suo valore nei prossimi anni, confermando l’interesse verso queste soluzioni innovative.

Intelligenza artificiale: il cervello dell’agricoltura sostenibile

L’intelligenza artificiale (IA) sta diventando un alleato prezioso per l’agricoltura. Grazie alla capacità di analizzare grandi quantità di dati e imparare da essi, l’IA aiuta gli agricoltori a usare meglio le risorse, affrontare i cambiamenti climatici e rendere più efficienti le attività nei campi.

L’intelligenza artificiale è utile per monitorare lo stato di salute delle piante. Negli ultimi anni, l’agricoltura ha abbracciato soluzioni tecnologiche innovative per ottimizzare la gestione delle colture e rispondere alle sfide climatiche. Attraverso sensori intelligenti posizionati nei campi o droni equipaggiati con telecamere multispettrali, è possibile raccogliere dati in tempo reale su parametri come l’umidità del suolo, la temperatura, la presenza di parassiti o segni di stress vegetativo.

Questi flussi di informazioni vengono analizzati da algoritmi di machine learning, addestrati per riconoscere pattern invisibili all’occhio umano. Ad esempio, un modello IA può identificare precocemente macchie fogliari indicative di malattie, suggerendo interventi mirati prima che il problema si diffonda. Allo stesso modo, sistemi predittivi integrano dati storici e previsioni meteo per consigliare irrigazioni o fertilizzazioni ottimali, riducendo sprechi e impatto ambientale.

L’adozione di queste tecnologie non solo migliora la resa dei raccolti, ma promuove un’agricoltura più sostenibile, limitando l’uso di pesticidi e ottimizzando le risorse idriche. Con l’evoluzione degli strumenti di analisi, sempre più accessibili anche per piccoli produttori, l’IA sta diventando un pilastro della rivoluzione verde del XXI secolo, dove tecnologia e natura collaborano per un futuro più resiliente.

Un’agricoltura più ecologica grazie ai dati
L’uso intelligente dei dati permette anche di ridurre l’impatto ambientale. Ad esempio, i trattamenti contro i parassiti possono essere mirati solo dove e quando servono davvero, evitando l’uso eccessivo di pesticidi. Inoltre, l’IA contribuisce allo sviluppo di varietà di piante più resistenti e produttive, adatte a condizioni ambientali diverse. Tutto questo aiuta a garantire una produzione alimentare più stabile e sostenibile nel tempo.

Macchinari autonomi: la nuova forza lavoro nei campi

L’automazione dei macchinari agricoli sta cambiando il modo di lavorare la terra, diventando un elemento chiave dell’agricoltura intelligente. Le nuove tecnologie permettono di svolgere molte operazioni in campo in modo automatico, riducendo la fatica, i costi e il bisogno di manodopera.

Trattori che lavorano da soli, anche di notte

I trattori autonomi sono tra le innovazioni più sorprendenti. Alcuni modelli sono già in grado di muoversi nei campi senza conducente, grazie a un sistema di telecamere, sensori e software avanzati. Analizzano costantemente ciò che li circonda, valutano la sicurezza del percorso e prendono decisioni in tempo reale. Possono lavorare anche di notte, aumentando la produttività e liberando tempo per altre attività.

Trattore Intelligenza Artificiale

Robot agricoli per semina, raccolta e difesa delle colture

Oltre ai trattori, stanno arrivando anche robot agricoli specializzati. Alcuni seminano, altri raccolgono i frutti maturi senza danneggiarli, altri ancora monitorano la presenza di parassiti. Questi macchinari usano telecamere, intelligenza artificiale e sistemi di guida autonoma per muoversi tra le piante e svolgere compiti precisi, riducendo i costi e aumentando l’efficienza.

Anche i droni stanno diventando uno strumento prezioso per gli agricoltori. Volando sopra i campi, riescono a scattare immagini ad alta risoluzione e a raccogliere dati sulle coltivazioni. Possono individuare aree con carenze di nutrienti, malattie o infestazioni, e aiutare a intervenire in modo mirato. Quando i dati raccolti dai droni vengono combinati con quelli dei sensori a terra, si ottiene una visione completa e dettagliata dello stato di salute delle colture.

Oggi l’agricoltura produce una quantità enorme di dati: dalle informazioni raccolte dai sensori nei campi alle immagini satellitari, dalle previsioni meteo ai sistemi digitali di gestione aziendale. Tutti questi dati, se analizzati in modo corretto, possono diventare uno strumento prezioso per prendere decisioni più efficaci e tempestive.

Raccogliere dati è solo il primo passo: il vero valore nasce quando si riescono a mettere insieme informazioni diverse e a leggerle nel modo giusto. I sistemi di analisi dei big data aiutano gli agricoltori a interpretare grandi volumi di dati complessi, come l’umidità del suolo, la salute delle piante, le tendenze di mercato e le condizioni climatiche. In questo modo, si può decidere con maggiore precisione quando irrigare, quando fertilizzare o quando intervenire per proteggere le colture.

I modelli predittivi permettono di anticipare i problemi e agire prima che si presentino. Analizzando i dati storici e quelli attuali, questi strumenti possono prevedere, ad esempio, la resa dei raccolti, l’arrivo di una malattia o il bisogno d’acqua di una coltura. Secondo uno studio, l’uso di questi sistemi può ridurre i costi dei prodotti chimici fino al 20% e aumentare la produttività dei campi del 10-15%. Un vantaggio concreto, sia per il portafoglio dell’agricoltore che per l’ambiente.

Tecnologie intelligenti per un’agricoltura più sostenibile

L’introduzione di tecnologie digitali e sistemi automatizzati sta già mostrando risultati concreti in molte parti del mondo. In India, ad esempio, l’uso di sistemi di irrigazione intelligenti ha ridotto del 30% il consumo d’acqua, aumentando al tempo stesso le rese. A Singapore, l’intelligenza artificiale applicata alla gestione dei rifiuti agricoli ha migliorato il riciclo del 25%. Questi esempi dimostrano come l’innovazione possa portare benefici economici e ambientali, contribuendo a costruire un’agricoltura più efficiente e sostenibile per tutti.

Oggi è possibile produrre cibo con un minore impatto sull’ambiente. Si tratta di un cambiamento fondamentale, perché l’agricoltura è responsabile di oltre il 90% della deforestazione nel mondo e utilizza il 70% dell’acqua dolce disponibile.

Nonostante i grandi vantaggi, adottare l’agricoltura intelligente non è semplice. In molte zone rurali mancano ancora infrastrutture adeguate, come una buona connessione Internet o una fornitura elettrica stabile. Anche la compatibilità tra tecnologie diverse è un ostacolo: servono standard comuni che permettano a sensori, software e macchinari di “parlarsi” tra loro senza problemi.

Un altro punto critico è la mancanza di competenze. Le tecnologie intelligenti richiedono persone preparate, capaci di interpretare i dati, gestire i sistemi digitali e mantenere le attrezzature. Per questo servono investimenti nella formazione. Università, centri di ricerca e aziende agricole devono collaborare per offrire corsi pratici e accessibili a chi lavora sul campo.

Nonostante le difficoltà, il futuro dell’agricoltura intelligente è promettente. Il mercato dei macchinari autonomi è in forte crescita e si prevede che raggiungerà oltre 17 miliardi di dollari entro il 2028. 

L’agricoltura intelligente rappresenta un vero cambiamento di paradigma. Ma per realizzare appieno questo potenziale, è necessario affrontare insieme le sfide tecniche, sociali ed economiche. Solo con la collaborazione tra agricoltori, scienziati, ingegneri e decisori politici potremo costruire un’agricoltura capace di rispondere alle esigenze del presente e del futuro. Investire oggi in queste tecnologie significa garantire la sicurezza alimentare per le generazioni di domani.

 

Singapore oggi, Milano domani: viaggio nelle città che respirano

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Dalle serre verticali all’agricoltura urbana, ecco come natura e tecnologia cambieranno il volto delle città sostenibili

Due scenari e  due città, in due momenti diversi nel tempo. La prima immagine è di una Singapore ai giorni nostri, un po’ idealizzata ma del tutto plausibile. La seconda ci proietta in una Milano del 2040, una visione ideale di una metropoli completamente integrata con la natura.

Attraverso i due racconti immaginari capiremo come gli orti verticali, le serre urbane e un design biofilico possano trasformare la vita in città. Ma prima di iniziare, chiariamo il contesto: lo scenario iniziale di Singapore è un presente immaginato ma già possibile oggi, grazie alle tecnologie e le strutture esistenti in città; il racconto ambientato a Milano è invece uno scenario futuristico e ipotetico.
Preparati dunque a camminare tra giardini pensili, respirare aria profumata e scoprire un futuro sostenibile, e un po’ poetico, per le nostre città.

Singapore sostenibile: un presente verde che ispira il futuro

Nell’alba di una Singapore insolitamente quieta, Mei-Lin apre gli occhi. Dalla finestra aperta entra il canto di uccelli nascosti tra le fronde dei giardini verticali sulle facciate dei grattacieli, non il rumore del traffico. Esce di casa e, camminando verso la metropolitana, passa accanto a un rigoglioso orto verticale di quartiere – un piccolo giardino coltivato in altezza su una parete condominiale. Da queste cassette e pannelli verticali sporgono basilico, fragole e menta, bagnati dalla rugiada del mattino e accessibili ai residenti. Far crescere un orto verticale significa proprio questo: sfruttare le pareti degli edifici per far crescere piante e ortaggi in verticale, spesso usando sistemi di irrigazione goccia a goccia e colture idroponiche (tecniche in cui le piante crescono senza terra, con radici immerse in acqua ricca di nutrienti). Il risultato è che anche in pieno centro urbano ci sono muri verdi e piccole oasi commestibili alla portata di tutti.

L’aria ha un profumo diverso dal classico contesto cittadino: si avverte l’odore rinfrescante delle foglie bagnate e il morbido olezzo di fiori tropicali. Merito dell’uso diffuso del design biofilico nell’architettura all’intorno. Il biophilic design (la progettazione biofilica, cioè orientata a coltivare il legame profondo tra esseri umani e natura) è quell’approccio che integra la natura negli edifici – facciate ricoperte di piante, atri con giardini interni, tetti verdi – per riconnettere le persone con l’ambiente naturale. Questa scelta non è solo estetica: vivere quotidianamente a contatto con il verde urbano riduce i livelli di stress e regola la pressione sanguigna secondo numerosi studi. Singapore, già nota come la “città giardino”, da anni investe su queste soluzioni.
Mei-Lin attraversa un ponte pedonale ombreggiato da rampicanti e alberi nani potati con cura – un corridoio verde sospeso che collega il suo quartiere alla stazione. Attorno a lei, architetture avveniristiche e natura convivono in armonia, facendole dimenticare di trovarsi in una metropoli di milioni di abitanti.

Strutture iconiche come i Supertree Grove nei giardini di Singapore (immortalati nella foto incarnano alla perfezione la fusione tra città e natura. Questi giganteschi alberi artificiali, alti decine di metri, ospitano sulle loro armature di acciaio migliaia di piante tropicali. Di giorno offrono ombra e verde, di notte si illuminano come lanterne futuristiche. I Supertree e i tanti giardini pensili della città creano un ecosistema urbano verticale, dando ai cittadini spazi di bellezza e aria pulita anche nel cuore dell’abitato.

Supetree Groove

Mei-Lin prende la metropolitana automatica diretta al lavoro. La stazione, anziché sbucare su strade caotiche, è immersa in un parco sopra il tetto di un centro commerciale: attorno alle uscite si estendono prati e pergolati in fiore. Questa Singapore immaginata – ma assai vicina alla realtà – è il risultato di alcune scelte visionarie: dai boschi verticali di hotel e condomini lussureggianti, alle serre urbane sperimentali dove si coltiva cibo a chilometro zero sopra i tetti. Prima di entrare in ufficio, Mei-Lin si ferma ad un chiosco che serve smoothie fatti espressi con la frutta coltivata in città: papaie e fragole maturate non in campagna, ma in una serra high-tech a pochi isolati di distanza. In questa metropoli verde, tecnologia e natura si intrecciano in ogni gesto quotidiano, rendendo la vita più dolce e sostenibile.

Milano 2040: la città che respira con il verde urbano

Facciamo un salto in avanti di quindici anni e spostiamoci in Italia. È una mattina di primavera del 2040 e Milano si è trasformata in una città che assomiglia molto alla Singapore sognata di Mei-Lin. Marta, svegliata di buon’ora, apre la porta di casa in un quartiere che un tempo era soffocato dallo smog e dal traffico. Ora la via è pedonale e alberata: filari di alberi da frutto e aiuole aromatiche seguono il tracciato di un ex viale congestionato. Marta richiama a sé i bambini – Elisa, Giulia e Antonio, i suoi figli – devono prepararsi per andare a scuola. Attraversano insieme un piccolo bosco urbano che ha preso il posto di un vecchio parcheggio: il cinguettio degli uccellini copre rumori ovattati e lontani di auto (ormai comunque elettriche e molto silenziose) e l’aria del mattino profuma di muschio e resina, come dopo una pioggia in montagna.

Lungo il percorso passano accanto ad una serra verticale di quartiere, una struttura di più piani completamente dedicata a coltivare ortaggi e verdure per la comunità locale. Giulia indica entusiasta l’ultimo piano dell’edificio, dove intravede file di piante verdi dietro ampie vetrate: è lì che crescono le lattughe, i pomodori e il basilico per la mensa della scuola. Marta approfitta di una breve sosta al mercato vicino alla serra verticale per acquistare qualche alimento: uova fresche deposte sul tetto (dove c’è un piccolo pollaio urbano) e pomodori rossi appena colti in serra. Mentre paga tramite un’app, riceve una notifica: il sistema centrale di gestione predittiva con AI della città segnala che nel pomeriggio potrebbe piovere e consiglia ai cittadini di approfittare delle ultime ore di tempo asciutto per muoversi a piedi o in bici, prima che arrivi la pioggia – piccoli suggerimenti quotidiani che ottimizzano la vita urbana. L’intelligenza artificiale monitora costantemente variabili come meteo, qualità dell’aria e flusso delle persone, prevedendo i bisogni: ad esempio ha già regolato l’irrigazione automatica dei parchi per adattarsi alla pioggia in arrivo, evitando sprechi d’acqua. In questo 2040, la tecnologia lavora dietro le quinte per garantire comfort e sostenibilità, quasi senza che ce ne accorgiamo.

Uno sguardo all’interno di una moderna serra verticale urbana: come si vede in questa immagine [allego immagine], le colture si sviluppano su più livelli sovrapposti, in scaffalature verticali che massimizzano lo spazio disponibile.
Qui le piante non crescono nel terreno, ma secondo la tecnica dell’idroponica: le radici sono immerse in una soluzione acquosa arricchita con elementi nutritivi come azoto, fosforo, potassio, calcio e magnesio, cioè gli stessi nutrienti fondamentali che le piante assorbirebbero normalmente dal suolo, ma in forma direttamente disponibile.
Può sembrare paradossale, ma questo sistema consente di risparmiare fino al 95% di acqua rispetto all’agricoltura convenzionale: infatti, l’acqua che non viene assorbita è recuperata e riutilizzata in un circuito chiuso, senza dispersione nel terreno né evaporazione eccessiva. Inoltre, l’irrigazione è calibrata al millilitro grazie a sensori e centraline digitali, che regolano luce, temperatura, umidità e composizione dei nutrienti in base al ciclo vitale di ciascuna pianta. Il risultato? Raccolti abbondanti, tutto l’anno, senza l’uso di pesticidi chimici e senza dipendere dal clima esterno..

Arrivati a scuola, i bambini corrono verso un ingresso avvolto nel verde: pareti vive coperte di edera e felci li accolgono come un giardino segreto. Nell’atrio, un piccolo parco interno con una fontana purifica e rinfresca l’aria. Marta saluta Elisa, Giulia e Antonio sapendo che passeranno la giornata in ambienti sani: aule luminose piene di piante, orti didattici sul tetto dove imparano a coltivare l’insalata, e persino un sistema di ventilazione naturale progettato per far circolare costantemente aria pulita dall’esterno. Sulla via del ritorno, Marta riflette su quanto sia cambiata la città rispetto alla sua infanzia: le estati afose, trascorse tra calura stagnante e distese di asfalto bollente, hanno lasciato spazio a giardini verticali ovunque che mitigano il clima urbano, attenuando il calore e trasformando il paesaggio. I muri ciechi dei palazzi ora brulicano di vita vegetale; ogni quartiere ha il suo parco o boschetto, e tetti un tempo inutilizzati producono cibo, frescura d’estate e isolamento termico d’inverno, per tutta la comunità. Milano è diventata una “città foresta” dove il confine tra costruito e naturale si fa sempre più sottile. Questa visione del 2040 è di una cosiddetta metropoli bio-integrata: la città diventa un organismo vivente in simbiosi con piante, alberi e persino animali (dalle api impollinatrici nei parchi ai pesci negli specchi d’acqua filtranti delle piazze).

Le città di oggi tra asfalto, smog e pochi alberi: perché le nostre città non respirano ancora?

Idroponico

Le immagini bio-integrate di Singapore e Milano mettono in luce un forte contrasto con la realtà attuale delle nostre grandi città. Oggi, nella Milano reale del 2025, il verde urbano rimane un privilegio di pochi. Solo alcuni quartieri godono di parchi centrali curati, alberi che ombreggiano viali residenziali benestanti o progetti simbolici come il Bosco Verticale di Porta Nuova. Altrove, la città resta dominata da cemento e asfalto, con spazi verdi ancora troppo rari. Per la maggior parte dei cittadini, soprattutto in periferia, il panorama quotidiano è fatto di palazzi grigi, strade congestionate e pochissimo verde. L’aria raramente è “fresca e profumata” come nelle scene sopra descritte: più spesso l’odore opprimente di smog, di carburante e polveri sottili. A Milano, ad esempio, ogni abitante dispone in media di appena 17,8 m² di verde urbano, ben al di sotto della media nazionale (circa 32,8 m²). Non sorprende che ogni inverno si ripresentino allarmi per l’inquinamento atmosferico: senza vento né pioggia, una cappa di smog ristagna tra gli edifici, costringendo a limitazioni del traffico e tenendo i cittadini lontani dall’aria aperta. Il rumore è un altro compagno costante: clacson, motori, sirene – un sottofondo quotidiano di caos sonoro che contrasta nettamente col silenzio verde immaginato nei nostri scenari. Le nostre città assomigliano ancora poco a quei paradisi biofilici sognati: il verde pubblico è scarso e spesso mal distribuito, e vivere in città significa ancora accettare aria insalubre e stress da traffico.

Dalle parole ai progetti: costruire davvero città che respirano

Come passare, dunque, dal caos odierno alle città giardino del futuro? La visione presentata nel racconto di Milano 2040 non è una fantasia irrealizzabile, ma un obiettivo ispirazionale verso cui tendere con le giuste politiche e tecnologie. Le soluzioni tecniche esistono già in nuce: l’agricoltura verticale sta facendo passi da gigante, dimostrando di poter produrre cibo con 98% di suolo in meno e 95% di acqua in meno rispetto all’agricoltura tradizionale, e senza ricorrere a pesticidi. Il design biofilico viene applicato in architettura per migliorare il benessere degli abitanti e l’efficienza energetica degli edifici (pareti verdi e tetti vegetati isolano dal caldo e dal freddo in modo naturale). Le intelligenze artificiali e i sistemi di IoT urbano – la rete di sensori intelligenti che monitora e ottimizza in tempo reale il funzionamento della città – già oggi permettono di monitorare traffico, qualità dell’aria, consumi idrici ed elettrici, aprendo la strada a una gestione predittiva sempre più puntuale della città: pensiamo a semafori intelligenti che regolano il traffico riducendo lo smog, o a reti di irrigazione che si attivano solo quando e dove serve davvero. E poi, una maggiore sensibilità pubblica verso la sostenibilità sta spingendo le amministrazioni a piantare alberi, creare parchi e incentivare la mobilità dolce.

Immaginare città bio-integrate serve a tracciare la rotta. Come nei casi di Mei-Lin e Marta, possiamo guardare a un futuro in cui passeggiare in centro sarà simile ad attraversare un giardino; in cui le scuole avranno serre e orti; i tetti produrranno cibo e l’aria cittadina sarà respirabile e ricca di profumi naturali. Quel futuro potrebbe diventare realtà nel 2040, se investiamo già da oggi in questa direzione. Singapore insegna che trasformare una città non significa stravolgerla, ma ripensarla pezzo per pezzo: un tetto coltivato, una parete verde, un progetto che diventa sistema. Le città bio-integrate saranno forse il risultato più bello di tecnologia e natura che lavorano insieme – luoghi in cui la vita urbana e la vita vegetale si sostengono a vicenda, regalando a chi le abita un’esperienza quotidiana più sana, armoniosa e anche poetica.

FONTI

AGRITECTURE, “Vertical farming should be about much more than just yield”, in Agritecture.com, 15 maggio 2018,
 https://www.agritecture.com/blog/2018/5/15/vertical-farming-should-be-about-much-more-than-just-yield

STELLAR Market Research, “Vertical Farming Market”, in stellarmr.com,
 https://www.stellarmr.com/report/Vertical-Farming-Market/130

URBANFILE, “Milano. Verde in città: solo 17m² di verde urbano a persona”, in urbanfile.org, 8 gennaio 2020,
 https://blog.urbanfile.org/2020/01/08/milano-verde-in-citta-solo-17m%C2%B2-di-verde-urbano-a-persona/

OECD, “Cities for 2030: Without nature, no sustainable future”, in oecd.org, 13 ottobre 2022,
 https://www.oecd.org/environment/cities-for-2030-without-nature-no-sustainable-future.htm 

FAO, “Urban and peri-urban agriculture”, in fao.org,

EUROPEAN ENVIRONMENT AGENCY (EEA), “Urban green infrastructure in Europe: key challenges and opportunities”, in eea.europa.eu, marzo 2021,
 https://www.eea.europa.eu/publications/urban-green-infrastructure-in-europe

 

Perché la noia fa bene al cervello?

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Ti è mai capitato di fermarti davvero?
Niente telefono in mano, nessuna lista di cose da fare, solo tu e il tempo che scorre lento. All’inizio è scomodo. Sembra di non sapere più stare da soli, senza un’app da aprire, un messaggio da leggere, un pensiero da rincorrere.

Eppure, è proprio lì, in quel vuoto strano e silenzioso, che succede qualcosa. La mente comincia a respirare, a vagare, a tessere fili invisibili tra idee dimenticate e sogni che non avevano ancora un nome. La noia — quella vera — non è una trappola. È una soglia. Un passaggio segreto che abbiamo dimenticato… e che ora possiamo riscoprire.

Per pensare meglio. Per creare davvero. Per vivere più profondamente.

Quando la mente si annoia, accade qualcosa di straordinario

Quando smettiamo di rincorrere stimoli e notifiche, il cervello si riaccende in un modo diverso. Non si spegne, come potremmo pensare. Anzi: attiva la sua parte più profonda e creativa.

In quei momenti nasce quello che i neuroscienziati chiamano rete di default (“Default Mode Network”), scoperta nei primi anni Duemila da Marcus Raichle. È una rete invisibile di pensieri che si intrecciano senza uno scopo immediato, mentre il cervello è libero da compiti esterni. È il laboratorio segreto della nostra mente. Qui prendono forma le intuizioni, le connessioni inattese, le idee che non avremmo mai trovato restando sempre sotto pressione.

La noia mette in pausa il mondo esterno per accendere il mondo interno. Abbassa il rumore delle urgenze, spegne la frenesia, e lascia spazio alla libertà di esplorare, immaginare, inventare. Senza la noia, il nostro cervello resta intrappolato nel conosciuto. È come navigare sempre nello stesso fiume, senza mai osare l’oceano. È nella noia che impariamo a costruire nuove rotte.

Smartphone e connessione continua: il grande furto della noia

Oggi, basta un gesto. Un clic, uno swipe, una notifica. E ogni momento vuoto si riempie all’istante.

Non appena la noia si affaccia, abbiamo mille modi per cacciarla via: un video da vedere, un messaggio a cui rispondere, un social da scorrere senza pensare. È diventata un riflesso automatico. Non lasciamo mai che il vuoto si apra davvero.

Ma ogni volta che spegniamo quel leggero disagio, stiamo spegnendo anche una possibilità: quella di lasciare che il nostro cervello vaghi, sogni, crei. Ogni notifica, ogni scroll, ogni distrazione rubata alla noia è una scintilla creativa che non nascerà mai. Senza accorgercene, ci stiamo disabituando a stare con noi stessi. E stiamo perdendo l’arte di inventare, di immaginare, di pensare con la nostra testa.

Cosa perdiamo quando perdiamo la noia

Quando scacciamo la noia dalla nostra vita, non perdiamo soltanto un momento di pausa.
Perdiamo qualcosa di molto più profondo: la possibilità di allenare la mente a pensare in modo libero e creativo. È nella noia che il cervello impara a cercare nuove strade, ad affrontare l’incertezza senza paura, a tollerare l’attesa senza correre subito verso il primo stimolo disponibile. È lì che nascono l’immaginazione autentica, la resilienza silenziosa, la capacità di trasformare il disagio in scoperta.

Quando non ci concediamo più quei tempi vuoti, la mente smette di vagare, di divagare, di collegare idee lontane. Si irrigidisce, si adagia su soluzioni preconfezionate, si rassegna all’abitudine. La creatività si spegne sotto il peso della velocità. La pazienza si consuma. La curiosità si assottiglia.

E senza creatività, senza pazienza, senza curiosità, anche il nostro modo di vivere si fa più piccolo.
Più chiuso.
Più fragile.

C’è chi ha cominciato a chiamarlo brain rot ‘marciume del cervello’: una mente iperstimolata ma impoverita, che non sa più sostare nel vuoto né coltivare connessioni profonde.
Un cervello pieno, ma disabituato a pensare.

I bambini e la noia negata: un rischio che non vediamo

Se per gli adulti perdere la noia è un danno silenzioso, per i bambini è qualcosa di ancora più grave.

La loro mente è un territorio in formazione, una rete di connessioni che ha bisogno di tempo vuoto per crescere, per sperimentare, per costruire l’immaginazione.
È nella noia che imparano a inventare giochi, a trasformare un bastone in una spada, una macchia di luce in un’avventura. Quando ogni attesa viene riempita da uno schermo, quando ogni silenzio viene interrotto da una notifica, i bambini non imparano più a esplorare dentro di sé. Non sviluppano la pazienza di ascoltare i propri pensieri, né la capacità di affrontare la frustrazione, né quella forza invisibile che si chiama resilienza.

Li priviamo della possibilità di annoiarsi e, con essa, della possibilità di scoprire chi sono davvero. Senza la noia, rischiamo di crescere generazioni più veloci a rispondere, ma più lente a pensare. Più abili a reagire, ma meno capaci di creare.

Riconquistare la noia: un atto semplice, ma rivoluzionario

Recuperare la noia non significa rifiutare la tecnologia, né rimpiangere un passato senza schermi.
Significa restituire alla mente uno spazio che le appartiene. Basta poco. Un pomeriggio senza notifiche. Un tempo di attesa vissuto senza aprire il telefono.
Una passeggiata senza meta, senza playlist nelle orecchie, solo per ascoltare i pensieri che affiorano.

All’inizio non è facile. Il vuoto sembra pesare. La voglia di riempirlo si fa urgente, quasi fastidiosa. Ma se resistiamo a quella prima ondata di disagio, accade qualcosa di sorprendente: la mente comincia a distendersi. Si apre. Ricomincia a connettere, a immaginare, a sognare.

La noia buona non è perdita di tempo. È tempo che torna a essere nostro.

Ricordarsi di respirare

A volte basta un gesto minuscolo per cambiare il ritmo di una giornata.
Un respiro profondo.
Un momento in cui chiudere gli occhi, sentire l’aria entrare ed uscire, senza fretta, senza peso. Respirare davvero significa tornare presenti. È il primo passo per sciogliere l’ansia che il vuoto ci fa temere. È il modo più semplice e potente per rischiarare la mente, allentare la tensione, ritrovare quella calma quieta che serve per lasciar emergere pensieri nuovi.

Prima ancora di riempire il tempo, possiamo imparare a riempire il respiro. A lasciare che l’aria, che da sempre ci tiene vivi, ci tenga anche svegli, aperti, pronti a lasciarci attraversare dal silenzio fertile della noia. E nel ritmo lento del nostro corpo, possiamo riscoprire la libertà di non doverci afferrare subito a qualcosa. Di restare sospesi, per qualche istante, e vedere cosa nasce.

La noia come atto di libertà

In un mondo che ci vuole sempre occupati, sempre raggiungibili, sempre produttivi, scegliere di fermarsi è un atto di coraggio.
Scegliere di restare in silenzio quando tutto spinge a riempire ogni vuoto, è un atto di libertà. La noia non è una malattia da curare. È un terreno da coltivare.
È lì, nei momenti che sembrano sospesi, che il pensiero si allarga, che la creatività trova spazio per germogliare, che l’anima ritrova il suo respiro. Abbiamo dimenticato questo segreto, ma non è perduto. È ancora dentro di noi, in attesa di essere risvegliato.

Basta poco: un momento di silenzio. Un respiro vero. Uno spazio vuoto protetto dal rumore del mondo. Per tornare a pensare. Per creare.
Per essere presenti a se stessi.

Fonti

Raichle, M.E. (2001). A default mode of brain function. Proceedings of the National Academy of Sciences, 98(2), 676–682.
 Studio che introduce la "Default Mode Network"

Danckert, J., & Eastwood, J.D. (2020). Out of My Skull: The Psychology of Boredom. Harvard University Press.
 Un testo chiave sulla noia e i suoi effetti sulla mente e sulla creatività

American Psychological AssociationThe hidden benefits of boredom
https://raleighoaksbh.com/the-hidden-benefits-of-boredom-how-downtime-supports-mental-clarity/
 Articolo divulgativo con base scientifica sul valore evolutivo e creativo della noia

Fondazione Patrizio PaolettiGlossario della noia
 https://fondazionepatriziopaoletti.org/glossario/noia/
 Focus sulla funzione adattiva della noia nei processi cognitivi e motivazionali

Adolescienza.itLa noia stimola la creatività e fa bene al cervello di bambini e ragazzi
https://www.adolescienza.it/sos/sos-genitori-adolescenti/la-noia-stimola-la-creativita-e-fa-bene-al-cervello-di-bambini-e-ragazzi/
 Approfondimento su come la noia sia un’opportunità educativa per l’infanzia

Psiche – Centro Medico SantagostinoNoia e salute mentale
 https://psiche.santagostino.it/noia/
 Articolo clinico-divulgativo sui benefici psicologici della noia

Immedya.comCome trasformare la noia in creatività
 https://immedya.com/come-trasformare-la-noia-in-creativita/
 Spunti pratici per usare la noia come stimolo al pensiero creativo

Learning and the Brain ConferenceWhy Boredom is Good for Your Brain
 https://news.uchicago.edu/story/why-boredom-good-your-brain
 Focus neuroscientifico e pedagogico sui benefici cognitivi della noia