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Intelligenza Artificiale e sperimentazione animale: come l’AI sta salvando milioni di vite

L’Europa guida una trasformazione epocale che promette di eliminare la sperimentazione animale grazie alle tecnologie più avanzate di intelligenza artificiale e biotecnologie

Una rivoluzione silenziosa sta attraversando i laboratori di ricerca europei. Mentre l’opinione pubblica rimane spesso ignara dei dettagli tecnici, milioni di animali stanno per essere liberati dalla sperimentazione grazie a una convergenza senza precedenti tra intelligenza artificiale e biotecnologie avanzate. L’Unione Europea, storicamente all’avanguardia nella protezione degli animali da laboratorio, sta ora guidando una trasformazione che potrebbe ridefinire completamente il modo in cui conduciamo la ricerca scientifica e lo sviluppo di nuovi farmaci.

La portata di questo cambiamento è monumentale. Solo nell’Unione Europea, ogni anno vengono utilizzati oltre 1,9 milioni di animali per test condotti per soddisfare i requisiti normativi, una cifra che rappresenta solo una frazione dell’uso globale di animali nella ricerca scientifica. Tuttavia, i segnali di cambiamento sono inequivocabili e stanno accelerando rapidamente. La Commissione Europea ha annunciato nel 2025 l’intenzione di finalizzare una roadmap per eliminare i test sugli animali nelle valutazioni di sicurezza chimica entro il primo trimestre del 2026, mentre tecnologie innovative come l’intelligenza artificiale e gli organoidi stanno dimostrando capacità predittive superiori ai tradizionali modelli animali.

Dalle direttive alle roadmap del futuro

L’Europa ha costruito negli ultimi decenni il sistema normativo più avanzato al mondo per la protezione degli animali da laboratorio. La Direttiva 2010/63/UE rappresenta la pietra angolare di questo sistema, stabilendo per la prima volta l’obiettivo esplicito di “sostituzione completa delle procedure su animali vivi per scopi scientifici ed educativi non appena sia scientificamente possibile”. Questa direttiva, che ha sostituito la precedente 86/609/CEE, non si limita a regolamentare l’uso degli animali, ma pone come obiettivo finale la loro completa eliminazione dalla ricerca scientifica.

Il principio fondamentale su cui si basa tutta la legislazione europea è quello delle “3R”: sostituzione, riduzione e raffinamento dell’uso degli animali. Questo approccio, formulato negli anni ’50 da Russell e Burch, ha trovato nella normativa europea la sua massima espressione normativa. La sostituzione prevede lo sviluppo e l’implementazione di metodi che evitino completamente l’uso di animali, la riduzione mira a minimizzare il numero di animali utilizzati, mentre il raffinamento cerca di minimizzare la sofferenza e migliorare il benessere degli animali ancora utilizzati.

Il settore cosmetico ha rappresentato il primo banco di prova per queste politiche. Il Regolamento Cosmetico UE No 1223/2009 ha introdotto il divieto più avanzato al mondo per i test cosmetici sugli animali, vietando dal marzo 2013 la commercializzazione di cosmetici testati su animali, inclusi sia prodotti finiti che ingredienti. Questo divieto ha creato un precedente importante, dimostrando che interi settori industriali possono funzionare efficacemente senza ricorrere alla sperimentazione animale, aprendo la strada a estensioni simili in altri campi.

L’eccezione del regolamento REACH

Tuttavia, la situazione è più complessa di quanto sembri. Esiste un’importante eccezione legata al regolamento REACH (Registrazione, Valutazione, Autorizzazione e Restrizione delle sostanze chimiche). Questo regolamento, che disciplina l’uso delle sostanze chimiche in generale, può richiedere la sperimentazione animale per valutare la sicurezza di una sostanza per la salute umana (in particolare dei lavoratori che la maneggiano) e per l’ambiente.

Questo crea un conflitto normativo: un ingrediente utilizzato in un cosmetico potrebbe dover essere testato su animali secondo il REACH per valutarne la sicurezza in un contesto non prettamente cosmetico. Di conseguenza, anche se un’azienda cosmetica non testa i propri prodotti o ingredienti sugli animali per scopi cosmetici, potrebbe utilizzare materie prime che sono state testate su animali da parte dei loro fornitori per conformarsi al regolamento REACH.

Una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel caso Symrise AG ha confermato che gli obblighi previsti dal regolamento REACH possono prevalere sul divieto di sperimentazione animale previsto dal regolamento sui cosmetici.

Iniziative per un’Europa senza test su animali

La Commissione Europea è consapevole di questa problematica e, in risposta anche a iniziative dei cittadini europei come “Save Cruelty-Free Cosmetics”, sta lavorando a una tabella di marcia per la graduale eliminazione della sperimentazione animale anche per le valutazioni di sicurezza delle sostanze chimiche. L’obiettivo è quello di promuovere e validare metodi di test alternativi che non prevedano l’uso di animali.

L’Intelligenza Artificiale: Il game-changer della ricerca biomedica

L’integrazione dell’intelligenza artificiale nella ricerca biomedica sta rivoluzionando completamente il panorama delle alternative alla sperimentazione animale. I sistemi di IA possono ora analizzare vasti dataset per predire con precisione sorprendente come il corpo umano reagirà a nuovi farmaci o sostanze chimiche, identificando potenziali rischi ed effetti collaterali prima di passare ai test clinici. Questa capacità predittiva rappresenta un salto quantico rispetto ai metodi tradizionali, che spesso richiedevano anni di sperimentazione animale prima di ottenere informazioni similari.

Uno dei progetti più innovativi in questo campo è AnimalGAN, sviluppato dalla Food and Drug Administration statunitense. Questo sistema di intelligenza artificiale generativa è progettato per sostituire completamente i futuri test sugli animali, utilizzando algoritmi avanzati per generare dati sintetici che simulano risposte biologiche senza richiedere sperimentazione su animali vivi. La tecnologia si basa su reti neurali generative che hanno appreso dai dati storici di milioni di esperimenti, permettendo di predire con accuratezza crescente gli effetti di nuove sostanze.

I sistemi “Digital Twin” rappresentano un’altra frontiera rivoluzionaria. Questi gemelli digitali permettono di creare modelli computazionali complessi che replicano sistemi biologici interi, simulando l’efficacia e la tossicità dei farmaci con un’accuratezza spesso superiore ai modelli animali tradizionali. La potenza di questi sistemi risiede nella loro capacità di integrare dati provenienti da multiple fonti: genomica, proteomica, metabolomica e dati clinici storici vengono combinati per creare rappresentazioni digitali incredibilmente dettagliate del corpo umano.

L’IA sta trasformando la tossicologia da scienza principalmente osservazionale a disciplina ricca di dati e predittiva. I modelli di machine learning possono ora identificare pattern sottili in dataset enormi, rivelando relazioni tra struttura chimica e tossicità che sfuggirebbero all’analisi umana. Questi sistemi possono processare in pochi minuti informazioni che richiederebbero mesi o anni di sperimentazione animale, accelerando drasticamente i tempi di sviluppo di nuovi farmaci.

Nel campo della neurologia, le tecnologie di IA stanno fornendo nuove opportunità per sostituire i test sugli animali attraverso organoidi cerebrali, modelli computazionali di circuiti neurali e algoritmi di machine learning che possono simulare funzioni cerebrali complesse. Questi sistemi sono particolarmente importanti considerando che i modelli animali hanno spesso mostrato limitazioni significative nella traduzione dei risultati alle condizioni neurologiche umane.

Organoidi e Organ-on-Chip: la medicina rigenerativa al servizio dell’etica

Chip laboratorio

Parallelamente all’evoluzione dell’intelligenza artificiale, le biotecnologie stanno sviluppando alternative fisiche sempre più sofisticate ai modelli animali. Gli organoidi rappresentano una delle frontiere più promettenti, essendo sistemi di coltura cellulare 3D che possono riprodurre la struttura e funzione di organi umani specifici, fornendo modelli più accurati per lo studio di malattie e test farmacologici. Questi mini-organi coltivati in laboratorio possono replicare aspetti cruciali della biologia umana che i modelli animali spesso non riescono a catturare adeguatamente.

La tecnologia degli organ-on-chip ha raggiunto livelli di sofisticazione impressionanti. Questi dispositivi microfluidici rivestiti di cellule umane replicano la funzione di organi specifici, e studi recenti hanno dimostrato che i chip epatici hanno raggiunto una sensibilità dell’87% e una specificità del 100% nel rilevare tossicità farmacologica. Questi risultati sono particolarmente significativi quando confrontati con i modelli animali tradizionali, che spesso mostrano tassi di traduzione clinica molto più bassi.

Gli organoidi possono essere personalizzati utilizzando cellule del paziente specifico, aprendo la strada alla medicina di precisione e permettendo di testare trattamenti su modelli che riflettono la genetica individuale. Questa personalizzazione rappresenta un vantaggio fondamentale rispetto ai modelli animali, che per definizione non possono replicare la diversità genetica umana. I ricercatori possono ora creare organoidi da pazienti con malattie specifiche, permettendo lo studio di condizioni rare che sarebbero difficili o impossibili da replicare in modelli animali.

La combinazione di organoidi e intelligenza artificiale sta creando sinergie particolarmente potenti. I sistemi di IA possono analizzare le risposte degli organoidi a migliaia di composti simultaneamente, identificando pattern e predizioni che accelerano il processo di scoperta di nuovi farmaci. Questa integrazione permette di sfruttare la rilevanza biologica degli organoidi umani con la capacità di analisi massiva dell’intelligenza artificiale.

Le NAMs raccolgono tutte le innovazioni

Le New Approach Methodologies (NAMs) rappresentano l’ombrello concettuale sotto cui si raccolgono tutte queste innovazioni. Le NAMs includono qualsiasi tecnologia, metodologia o approccio che possa fornire informazioni sulla valutazione di rischi e pericoli chimici evitando l’uso di test sugli animali. Questo concetto va oltre le singole tecnologie per abbracciare un approccio sistemico completamente nuovo alla ricerca scientifica.

L’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) sta attivamente promuovendo l’adozione delle NAMs attraverso la sua Innovation Task Force, fornendo supporto gratuito agli sviluppatori di metodologie conformi ai principi delle 3R. Questo supporto istituzionale è cruciale per accelerare la transizione, riducendo le barriere normative e fornendo guidance scientifica per lo sviluppo di nuovi metodi.

Le NAMs includono una gamma straordinariamente ampia di approcci innovativi. La modellazione computazionale e le simulazioni in silico permettono di predire effetti biologici utilizzando solo algoritmi e dati esistenti. I saggi in vitro basati su cellule e tessuti forniscono informazioni biologicamente rilevanti senza utilizzare animali vivi. Gli approcci in chemico utilizzano proprietà chimiche per predire effetti biologici. Questa diversità di approcci permette di costruire strategie integrate che combinano multiple metodologie per ottenere informazioni più complete e affidabili.

Gli Usa: FDA Modernization Act 2.0 e l’accelerazione globale

Gli sviluppi europei non avvengono in isolamento, ma fanno parte di una trasformazione globale accelerata da iniziative legislative pionieristiche. Il FDA Modernization Act 2.0, approvato negli Stati Uniti nel dicembre 2022, ha autorizzato per la prima volta l’uso di alternative non-animali nelle applicazioni per nuovi farmaci sperimentali. Questa legislazione rappresenta un cambiamento paradigmatico nella regolamentazione farmaceutica americana, storicamente molto conservatrice.

La nuova legislazione americana permette esplicitamente l’uso di saggi basati su cellule, sistemi organ-on-chip, modellazione computazionale e metodologie avanzate di intelligenza artificiale come alternative ai test sugli animali. Questo riconoscimento normativo fornisce alle aziende farmaceutiche la certezza legale necessaria per investire massicciamente in queste tecnologie, accelerando il loro sviluppo e implementazione.

Nel 2025, la FDA ha fatto un passo ancora più audace, annunciando un piano per eliminare gradualmente i requisiti di test sugli animali per gli anticorpi monoclonali e altri farmaci biologici, utilizzando invece modelli computazionali basati su IA, test di tossicità su linee cellulari e organoidi. Questo annuncio ha mandato onde d’urto attraverso l’industria farmaceutica globale, segnalando che anche le agenzie regolatorie più conservative stanno abbracciando rapidamente le alternative innovative.

L’impatto settoriale: dalla cosmetica alla neurologia

La transizione verso metodi alternativi sta avvenendo a velocità diverse attraverso diversi settori industriali. Il settore cosmetico ha dimostrato che è possibile eliminare completamente la sperimentazione animale mantenendo alti standard di sicurezza, con il divieto UE che ha creato un mercato globale di alternative innovative. Questo successo ha fornito un modello replicabile per altri settori, dimostrando che le preoccupazioni economiche spesso citate come barriere all’adozione possono essere superate.

Nel settore farmaceutico, la tossicologia predittiva sta emergendo come campo dominante, con l’IA che permette di identificare potenziali problemi di sicurezza molto prima nel processo di sviluppo. Questo cambiamento non solo riduce l’uso di animali, ma migliora anche l’efficienza economica dello sviluppo farmaceutico, riducendo i tassi di fallimento nelle fasi cliniche avanzate.

La ricerca neurologica sta beneficiando particolarmente degli organoidi cerebrali e dei modelli computazionali, che possono replicare aspetti della neurobiologia umana che i modelli animali tradizionali non riescono a catturare. Questo è particolarmente importante considerando che molte condizioni neurologiche umane, come l’Alzheimer o il Parkinson, non hanno controparti accurate nel regno animale.

La tecnologia CRISPR sta rivoluzionando anche questo campo in modo inaspettato. Invece di creare più modelli animali, CRISPR sta permettendo di sviluppare modelli cellulari umani più accurati e sistemi in vitro che replicano malattie specifiche senza richiedere animali vivi. Questa inversione di tendenza rappresenta un esempio perfetto di come le tecnologie possano essere reindirizzate verso obiettivi più etici senza sacrificare l’efficacia scientifica.

 

Nonostante i progressi impressionanti, la transizione completa verso metodi alternativi affronta ancora sfide significative che richiedono attenzione strategica. La validazione normativa rimane uno dei colli di bottiglia principali, poiché i metodi alternativi devono attraversare processi di validazione rigorosi prima dell’accettazione normativa. Tuttavia, le agenzie regolatorie stanno sviluppando pathways accelerati specificamente per le metodologie innovative, riconoscendo l’urgenza di questa transizione.

La complessità biologica rappresenta un’altra sfida, poiché alcuni sistemi biologici complessi non possono ancora essere completamente replicati senza modelli animali. Tuttavia, l’approccio emergente non cerca di replicare questa complessità in un singolo sistema, ma di combinare multiple metodologie per ottenere informazioni più complete. I ricercatori stanno sviluppando “integrated testing strategies” che combinano organoidi, modellazione IA e altri metodi per creare un quadro più completo di quanto possibile con qualsiasi singolo approccio.

I finanziamenti e le infrastrutture richiedono investimenti significativi, ma il supporto istituzionale sta crescendo rapidamente, con l’UE che ha allocato fondi sostanziali per la ricerca in metodologie alternative attraverso i programmi Horizon. Questi investimenti stanno creando un circolo virtuoso, dove il supporto finanziario accelera lo sviluppo tecnologico, che a sua volta attrae più investimenti privati.

L’economia della transizione

La transizione verso metodi alternativi sta rivelando dinamiche economiche sorprendenti che accelerano ulteriormente l’adozione. I metodi basati su IA e organoidi spesso risultano più economici dei test sugli animali tradizionali quando si considerano tutti i costi diretti e indiretti. I test sugli animali richiedono strutture costose, personale specializzato, lunghi tempi di preparazione e approvazioni etiche complesse, mentre molte alternative possono essere implementate più rapidamente e a costi inferiori.

La velocità rappresenta un vantaggio competitivo cruciale: mentre i test sugli animali possono richiedere mesi o anni, i sistemi di IA possono processare migliaia di composti in giorni o settimane. Questa accelerazione si traduce direttamente in vantaggi economici per le aziende farmaceutiche, che possono portare prodotti sul mercato più rapidamente e con costi di sviluppo ridotti.

L’industria sta anche scoprendo che i metodi alternativi spesso forniscono informazioni più rilevanti per la biologia umana rispetto ai modelli animali, riducendo i tassi di fallimento negli studi clinici. Considerando che il fallimento di un farmaco nelle fasi cliniche avanzate può costare centinaia di milioni di euro, anche piccoli miglioramenti nei tassi di successo possono giustificare investimenti significativi in metodologie alternative.

Il fattore sociale

Cosmetici acquisto

La pressione dell’opinione pubblica sta giocando un ruolo catalizzatore fondamentale in questa transizione. Questa pressione sociale si traduce in pressione reputazionale per le aziende, che vedono sempre più nella transizione verso metodi alternativi un’opportunità di migliorare la loro immagine pubblica.

Le nuove generazioni di consumatori mostrano una sensibilità particolare verso questi temi, creando un mercato crescente per prodotti sviluppati senza sperimentazione animale che va ben oltre il settore cosmetico. Questa tendenza sta influenzando le strategie aziendali a lungo termine, con molte multinazionali che annunciano pubblicamente impegni per eliminare la sperimentazione animale dalle loro operazioni.

Le università e gli istituti di ricerca stanno affrontando crescenti pressioni da parte di studenti e personale per ridurre l’uso di animali nei loro programmi di ricerca. Questa pressione interna al mondo accademico sta accelerando l’adozione di metodologie alternative nell’istruzione e nella ricerca di base, creando una nuova generazione di ricercatori formati primariamente su metodi alternativi.

Prospettiva: verso un mondo senza sperimentazione animale

I segnali convergenti indicano che stiamo assistendo a un punto di svolta storico nella ricerca scientifica. La combinazione di pressioni etiche, avanzamenti tecnologici, supporto normativo e vantaggi economici sta creando un momentum che sembra irreversibile verso l’eliminazione della sperimentazione animale. Le timeline per questa transizione si stanno accorciando rapidamente, con molti esperti che ora prevedono cambiamenti significativi entro il prossimo decennio piuttosto che nei prossimi decenni.

L’integrazione crescente tra intelligenza artificiale, biotecnologie e metodologie in vitro sta creando sinergie che accelerano esponenzialmente lo sviluppo di alternative sempre più sofisticate. Queste sinergie suggeriscono che stiamo entrando in una fase di crescita accelerata dove ogni innovazione facilita e amplifica le successive.

Le implicazioni di questa transizione vanno ben oltre la questione della protezione animale. Stiamo assistendo all’emergere di un nuovo paradigma scientifico che privilegia metodi più accurati, più rapidi e più rilevanti per la biologia umana. Questo paradigma potrebbe accelerare significativamente lo sviluppo di nuovi trattamenti medici, migliorare la sicurezza dei prodotti di consumo e ridurre i costi della ricerca scientifica.

La rivoluzione che sta attraversando i laboratori europei rappresenta molto più di un semplice cambiamento tecnologico. È la manifestazione di un’evoluzione profonda nella nostra comprensione di cosa significhi fare scienza in modo etico ed efficace. Mentre milioni di animali si preparano a lasciare i laboratori per sempre, stiamo entrando in un’era in cui l’innovazione tecnologica e la responsabilità etica convergono per creare possibilità che sembravano impensabili solo pochi anni fa. Il futuro della ricerca scientifica non sarà solo più umano, ma probabilmente anche più efficace nel servire i bisogni dell’umanità.

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Cittadini protagonisti: la nuova frontiera della partecipazione nelle decisioni pubbliche

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La partecipazione attiva dei cittadini nei processi decisionali rappresenta una delle sfide più ambiziose e significative del nostro tempo. Mai come oggi, il rapporto tra istituzioni e società civile è al centro del dibattito politico e sociale, coinvolgendo amministratori, esperti, associazioni e semplici individui nella ricerca di nuovi modelli di coinvolgimento. L’idea che le decisioni che influenzano il destino collettivo debbano essere prese non solo “per” i cittadini, ma “con” i cittadini, si fa sempre più strada nelle democrazie avanzate e nelle comunità locali.

Da un lato, emerge nei cittadini una crescente richiesta di trasparenza, efficacia e legittimità nelle scelte pubbliche. Dall’altro, le istituzioni sono chiamate a trasformarsi per rispondere alle esigenze di ascolto, dialogo e co-progettazione, superando pratiche puramente formali o consultive. Il rafforzamento della partecipazione attiva non è un semplice slogan: significa allestire spazi reali di confronto, strumenti accessibili e tecnologie innovative capaci di abbattere le barriere tradizionali tra governanti e governati.

Il cuore del processo sta nella consapevolezza che la partecipazione non può essere lasciata al caso o all’improvvisazione. Costruire percorsi di cittadinanza attiva richiede metodo, formazione e volontà politica, oltre a una precisa architettura normativa in grado di garantire diritti e doveri sia alle istituzioni che ai cittadini. In Italia, la legge 241/1990 sulla trasparenza amministrativa, le consultazioni pubbliche digitali e i referendum locali sono strumenti consolidati, ma occorre andare oltre, sperimentando forme avanzate di democrazia partecipativa, come i bilanci partecipati, le assemblee civiche e le piattaforme digitali di deliberazione collettiva.

Uno degli aspetti più innovativi riguarda proprio l’uso delle tecnologie digitali. Oggi, la facilitazione dei processi partecipativi avviene spesso online: piattaforme dedicate raccolgono opinioni, promuovono sondaggi, organizzano forum tematici e permettono la partecipazione a distanza, rendendo tutto più inclusivo e flessibile. Queste esperienze dimostrano che la tecnologia, se ben governata e accessibile, può superare i limiti della partecipazione tradizionale, ampliando la platea e valorizzando contributi nuovi, senza però sostituire l’importanza fondamentale del confronto diretto e della relazione personale.

Promuovere la partecipazione significa anche garantire l’informazione corretta e tempestiva ai cittadini. Un processo decisionale partecipato richiede che tutti dispongano degli stessi dati, delle stesse motivazioni e delle stesse valutazioni sugli impatti delle scelte possibili. La trasparenza decisionale non è solo una questione tecnica, ma un presupposto essenziale per costruire fiducia e legittimazione democratica. È fondamentale che i percorsi partecipativi includano momenti di formazione civica e facilitazione, prevenendo la marginalizzazione delle persone meno avvezze agli strumenti digitali o con minori competenze specifiche.

Non meno rilevante è il ruolo delle comunità territoriali. Quartieri, piccoli comuni, associazioni locali e reti informali hanno dimostrato più volte di saper mobilitare energie e proposte originali, diventando veri laboratori di innovazione civica. Quando la partecipazione scaturisce dal basso, diventa motore di coesione sociale, nutrendo il senso di appartenenza e rafforzando il tessuto comunitario. In queste esperienze, la collaborazione tra amministratori e cittadini si costruisce giorno dopo giorno, favorisce la risoluzione condivisa dei problemi e contribuisce a prevenire fenomeni di esclusione, conflittualità o disgregazione.

L’efficacia della partecipazione attiva, tuttavia, non si misura solo dal numero di persone coinvolte, ma dall’effettiva influenza che i cittadini riescono ad avere sulle scelte finali. I processi partecipativi più maturi prevedono che le opinioni espresse siano realmente prese in considerazione, abbiano un impatto concreto sui risultati e siano oggetto di restituzione chiara e verificabile da parte delle istituzioni. In questo senso, la rendicontazione sociale, le “policy feedback” e il monitoraggio civico diventano strumenti imprescindibili per chiudere il cerchio del coinvolgimento.

Occorre anche tenere conto delle sfide e delle criticità. La partecipazione può rischiare di essere strumentalizzata per legittimare decisioni già prese, diventando un esercizio di facciata se non è accompagnata da reale volontà di ascolto e assunzione di responsabilità. Inoltre, l’eccessiva burocratizzazione dei processi partecipativi può scoraggiare la partecipazione spontanea; la frammentazione degli strumenti rischia di disperdere energie invece di creare sinergie. Superare questi ostacoli richiede la costruzione di un ecosistema della partecipazione, dove norme, risorse, competenze e tecnologie siano allineate per favorire l’inclusione sostanziale e non solo formale.

Guardando al panorama internazionale, alcune città e realtà hanno tracciato la via, sperimentando pratiche innovative come i “citizens’ assemblies” sulla crisi climatica, le giurie popolari su temi urbani o i forum deliberativi permanenti. Queste esperienze ci insegnano che la partecipazione può svilupparsi a tutti i livelli – dalla dimensione locale a quella nazionale e sovranazionale – e che il suo successo dipende dalla capacità di sperimentare continuamente, imparare dagli errori e condividere buone pratiche.

Nel rafforzare la partecipazione attiva, diventa determinante il ruolo delle nuove generazioni. Giovani cittadini, studenti e giovani amministratori possono portare entusiasmo, visioni innovative e competenze digitali, contribuendo a una cittadinanza più consapevole e resiliente. Investire nella formazione civica delle giovani generazioni è il primo passo per assicurare la vitalità della democrazia nel lungo periodo, sostenendo la transizione verso modelli decisionali sempre più inclusivi, trasparenti e condivisi.

Il rafforzamento della partecipazione attiva dei cittadini e delle comunità nei processi decisionali è, dunque, la chiave per ripensare il rapporto tra istituzioni e società e innescare un circolo virtuoso di innovazione democratica. Soltanto mettendo al centro le persone nelle scelte pubbliche sarà possibile affrontare le complessità di un’epoca che cambia, prevenire la disaffezione civica e costruire una democrazia in grado di ascoltare, rappresentare e trasformare. Una sfida impegnativa, ma decisiva per il futuro delle nostre società.

Perché è legale smerciare cibo spazzatura? Il paradosso del veleno quotidiano

«Perché devo stare attenta io a cosa mangio? Devono stare attenti loro a cosa producono!» La domanda è provocatoria ma legittima: se sappiamo con certezza scientifica che molti alimenti ultraprocessati fanno male al corpo e alla mente, perché continuiamo a permetterne la libera vendita?

Immaginate uno scenario surreale: un prodotto noto per aumentare il rischio di cancro e malattie cardiache campeggia sugli scaffali del supermercato accanto al pane e al latte, pubblicizzato con mascotte colorate ai bambini. Sembra follia, eppure è la nostra realtà quotidiana. Il cibo spazzatura è ovunque – legale, liberamente acquistabile, spesso economico – nonostante sia ormai chiaro che si tratta di “veleno” per il nostro organismo.

Dati alla mano: junk food come le sigarette?

Le evidenze scientifiche sono schiaccianti. Studi su centinaia di migliaia di persone mostrano correlazioni inquietanti: ogni aumento del 10% nel consumo di alimenti ultraprocessati comporta un incremento misurabile del rischio di gravi malattie. In particolare, si registra una crescita del 2% nell’incidenza complessiva di tumori (con picchi specifici, come +19% di rischio per il cancro ovarico) e addirittura un aumento del 6% della mortalità oncologica per ogni 10% di dieta “da fast food”. Un ampio studio europeo (EPIC) ha rilevato, ad esempio, un’associazione tra +10% di cibi ultraprocessati e un rischio maggiore del 23% di tumori a bocca, gola e laringe e del 24% di tumore all’esofago.

Come se non bastasse, un consumo elevato di questi prodotti è legato a obesità, disturbi metabolici e perfino a un’accelerazione dell’invecchiamento biologico dell’organismo. In parole povere, chi mangia abitualmente “cibo spazzatura” rischia di diventare biologicamente più vecchio della propria età anagrafica. Il confronto con il tabacco a questo punto è inevitabile. Anche le sigarette un tempo erano vendute ovunque e reclamizzate come glamour, finché la scienza non ha dimostrato in modo inoppugnabile i danni del fumo.

A quel punto abbiamo introdotto divieti e avvertenze, relegando il pacchetto di bionde da status symbol a prodotto da acquistare di nascosto con foto shock sopra. Con il cibo spazzatura stiamo ripetendo lo stesso copione, ma al rallentatore. La montagna di prove sui danni di snack e bibite ultraprocessati viene ancora accolta con pericolosa inerzia normativa. Sappiamo che un bimbo bombardato di spot di merendine può diventare un adulto malato – eppure quei prodotti restano legali, liberamente pubblicizzati, addirittura inseriti nei menu per l’infanzia.

Dove sono i nostri warning in stile “nuoce gravemente alla salute”? Viene da chiedersi: cosa aspettiamo, una causa legale collettiva contro le patatine fritte?

Il costo dell’inazione: profitti privati, spesa pubblica

Oltre ai costi umani in termini di salute, c’è un gigantesco paradosso economico-sociale in questa storia. Da un lato, il cibo spazzatura fa male e ci ammaliamo; dall’altro, chi lo produce si arricchisce. Il risultato? La collettività paga, l’industria incassa. I numeri parlano chiaro. In Italia la cattiva alimentazione genera costi sanitari per circa 13 miliardi di euro all’anno, pari grosso modo al 9% dell’intera spesa sanitaria nazionale, ovvero una “tassa occulta” di 289 euro annui a carico di ogni cittadino. Sono risorse enormi drenate dal Sistema Sanitario Nazionale per curare patologie (diabete, cardiopatie, cancro) che una migliore alimentazione renderebbe in gran parte evitabili.

A livello globale il quadro è ancora più impressionante: si stima che i costi nascosti del sistema agroalimentare industriale ammontino a 12.000 miliardi di dollari l’anno, di cui circa 8.100 miliardi direttamente legati alle malattie da cattiva alimentazione. In altre parole, l’epidemia planetaria di obesità, diabete &Co. costa ogni anno quanto il PIL di una superpotenza, tra spese mediche e perdita di produttività. E mentre la società paga questi conti salatissimi – ospedali affollati, famiglie distrutte dalle malattie croniche – i profitti restano privati nelle tasche delle multinazionali. Basti sapere che, negli ultimi due anni, le 20 maggiori aziende agroalimentari del mondo (da Nestlé a Coca-Cola, da PepsiCo a Unilever) hanno distribuito ai loro azionisti oltre 53 miliardi di dollari in dividendi. Parliamo di colossi che controllano gran parte di ciò che troviamo sugli scaffali globali, per un mercato alimentare ultraprocessato valutato in oltre 300 miliardi di dollari l’anno. È un meccanismo perverso: il junk food riempie le casse di Big Food, mentre i sistemi sanitari collassano sotto il peso delle malattie che provoca.

«Profitti privati, perdite pubbliche»: è la sintesi perfetta. Le aziende accumulano utili record vendendo cibi “spazzatura”, e intanto la collettività paga in moneta sonante (oltre a perdere in salute e anni di vita). Un esempio su tutti: quattro giganti come Nestlé, Coca-Cola, Pepsi e Unilever dominano un mercato globale da centinaia di miliardi di dollari, mentre solo in Italia spendiamo 13 miliardi l’anno per i danni della cattiva alimentazione. È come se stessimo sovvenzionando con il nostro Servizio Sanitario le pessime abitudini alimentari indotte dal marketing. Vi sembra sensato?

L’arsenale delle lobby: se il cibo spazzatura “manipola” la scienza

Viene spontaneo chiedersi: ma se la situazione è così grave, perché i governi non intervengono in modo deciso? La risposta si può riassumere in una parola: lobby. La resistenza a regolamentare il junk food non è affatto frutto del caso o della svogliatezza dei politici; è il risultato di strategie sistematiche messe in atto dalle multinazionali alimentari per difendere il proprio business. Siamo di fronte a un vero arsenale di influenza, affinato in decenni di pratica (spesso mutuata pari pari dalle tattiche delle lobby del tabacco). Un’inchiesta pubblicata su Globalization and Health ha rivelato che le grandi aziende del settore hanno “plasmato” la ricerca scientifica a loro vantaggio, creando organizzazioni apparentemente indipendenti ma finanziate dall’industria per orientare il dibattito.

Caso emblematico: l’International Life Sciences Institute (ILSI), presentato come ente scientifico imparziale, in realtà sovvenzionato da colossi come Coca-Cola, Nestlé, McDonald’s, Monsanto e Pepsi. Questa struttura è servita (e serve tuttora) a manipolare l’evidenza scientifica sugli effetti del cibo spazzatura, producendo studi “tiepidi” sui danni dello zucchero o dei grassi trans e promuovendo linee guida sui conflitti di interesse tagliate su misura per l’industria. In pratica, mentre gli scienziati indipendenti documentavano l’associazione tra bibite zuccherate e obesità, l’ILSI (con Coca-Cola a fare da regista fuori campo) pubblicava paper per minimizzare il ruolo dell’alimentazione nella salute e spostare l’attenzione solo sullo stile di vita (“basta fare jogging per smaltire la cola”, suona familiare?). Le tattiche adottate da Big Food per evitare regolamentazioni sgradite spaziano dalla pressione politica diretta (lobbying sui decisori, minaccia di cause legali o perdite di posti di lavoro) alla disinformazione virale sui social media, fino alle campagne di screditamento verso ricercatori e attivisti che osano criticare i loro prodotti.

Ogni studio che collega un prodotto ultraprocessato a un danno per la salute viene puntualmente contestato, minimizzato o derubricato ad “allarmismo” da eserciti di portavoce e consulenti ben pagati. E se un Paese prova a introdurre misure forti – tassazioni, divieti pubblicitari, etichette a semaforo – ecco partire i contrattacchi: pubblicità ingannevoli, pressioni dietro le quinte, raccolte di firme di organizzazioni di facciata. Il caso Nutri-Score è illuminante. Questo sistema di etichettatura nutrizionale a semaforo, semplice ed efficace nel guidare i consumatori verso scelte più sane, è stato osteggiato ferocemente dalle lobby dell’agroindustria alimentare. Nonostante oltre 150 studi ne abbiano dimostrato l’utilità nel ridurre gli acquisti di cibo spazzatura, i produttori di merendine & affini hanno gridato allo scandalo, parlando di “demonizzazione” del Made in Italy e facendo pressioni a Bruxelles perché tutto fosse insabbiato.

E infatti l’adozione di un’etichetta uniforme UE è in stallo da anni. Chi ha paura del semaforo? Ovviamente chi ha troppo rosso nelle proprie liste ingredienti, cioè chi produce cibo spazzatura. Costoro hanno organizzato i “contras”, per dirla con le parole di un osservatore — il riferimento è ironico, ma il meccanismo è simile: come i guerriglieri anti-sandinisti (milizie anti-socialiste finanziate dagli USA negli anni ’80 per destabilizzare il Nicaragua), anche qui ci sono gruppi ben strutturati che si mobilitano per sabotare ogni tentativo di riforma. Solo che invece delle armi, usano spot, pressioni politiche e campagne stampa, in uno stile degno delle dittature: aggressioni mediatiche contro il Nutri-Score, disinformazione sui suoi effetti (“semaforo rosso sull’olio d’oliva! falso!”), e persino l’arruolamento di politici compiacenti pronti a difendere il “diritto al junk food”.

La verità amara è che, finora, la salute pubblica ha perso quasi tutti questi bracci di ferro: le normative restano deboli, annacquate o rinviate sine die.

Ma — come vedremo — qualcosa si muove, in alcune parti del mondo.

Nutriscore
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I pionieri del cambiamento: Paesi che alzano la barriera

Fortunatamente, non ovunque si china il capo di fronte a Big Food. Alcuni Paesi, spesso spinti da emergenze sanitarie fuori controllo, hanno deciso di prendere il toro per le corna e dichiarare guerra aperta al cibo spazzatura. Il caso più avanzato è probabilmente quello del Cile, diventato in pochi anni un laboratorio mondiale di politiche alimentari radicali. Qui, già nel 2016, è entrata in vigore una legge pionieristica che ha imposto bollini neri ottagonali ben visibili su tutti i prodotti confezionati ad alto contenuto di zuccheri, grassi o sale. Avete presente quei cereali coloratissimi per bambini? Ecco, in Cile le confezioni hanno sticker neri con scritto “Alto en calorías / azúcares / sodio”, a indicare chiaramente che quel prodotto è nutrizionalmente sbagliato.

Non solo: il Cile ha vietato qualsiasi pubblicità di cibo spazzatura rivolta ai minori di 14 anni e bandito la vendita di junk food nelle scuole (addio distributori di merendine e bibite gassate agli intervalli). I risultati sono stati straordinari. Nel giro di pochi anni, l’esposizione dei bambini cileni alle pubblicità di alimenti spazzatura è crollata del 73%. Avete letto bene: meno tre quarti di spot dannosi in meno. Le aziende, pur di evitare l’infamante bollino nero sulle confezioni, hanno iniziato a riformulare i prodotti, riducendo zucchero e sale. Studi indipendenti hanno certificato un calo del 24% nelle calorie acquistate e del 37% nel sodio, segno che le famiglie cilene stanno veramente cambiando abitudini. Colpisce un aneddoto: nei focus group, molti bambini raccontavano di aver convinto i genitori a non comprare i prodotti con il bollino nero. Pensate un attimo: la generazione cresciuta dopo l’introduzione delle norme è già più consapevole di quella dei loro genitori! Un bel cambio del paradigma, no?

Il Cile insomma dimostra che se c’è la volontà politica, è possibile far calare drasticamente il bombardamento pubblicitario e perfino cambiare la mentalità delle persone riguardo al cibo. Sull’onda del modello cileno si sono mossi altri paesi dell’America Latina, area duramente colpita dall’epidemia di obesità infantile. In Messico, ad esempio, dal 2020 diversi Stati federali hanno adottato misure “choc”: vietata la vendita di cibo spazzatura ai minori, con tanto di sanzioni per gli esercenti che vendono snack e bevande zuccherate ai bambini. Nello Stato di Oaxaca la legge equipara bibite gassate e junk food a sigarette e alcolici: non puoi vendere Coca-Cola a un dodicenne, punto.

Contestualmente, il Messico ha eliminato schifezze varie dalle scuole (pensate: distribuivano bibite zuccherate a colazione nelle zone povere!) e ha introdotto avvisi sanitari simili a quelli cileni sulle confezioni. Il motivo di tanta determinazione? Il 73% dei messicani è in sovrappeso od obeso, un tasso spaventoso. Dopo aver provato con una sugar tax (introdotta nel 2014, ha ridotto i consumi di bevande dolci del ~7,5%), si è capito che serviva fare di più. La legge di Oaxaca è la prima del genere al mondo, e sta facendo scuola: altri stati messicani l’hanno seguita, nel plauso dell’UNICEF che l’ha definita “una svolta necessaria per il bene dei messicani di domani”. Anche in Europa qualcosa si muove, seppur con maggiore gradualità. Il Regno Unito è spesso citato come esempio di approccio pragmatico: niente bollini neri o divieti totali, ma una serie di politiche mirate. Londra ha introdotto nel 2018 una tassa sulle bevande zuccherate (Sugar Tax) modulata sul contenuto in zucchero, che ha spinto molte aziende a riformulare le bibite (un bel vantaggio: vendi lo stesso, ma con meno zucchero). Ebbene, negli anni successivi la UK Sugar Tax ha dato frutti tangibili: nei tre anni post-introduzione la quantità di zucchero consumata dai bambini tramite le bibite si è dimezzata, e tra gli adulti si è ridotta di circa un terzo. Non male davvero – parliamo di migliaia di tonnellate di zucchero in meno nel ventre dei sudditi di Sua Maestà.

Inoltre, la Gran Bretagna ha deciso di stringere sulla pubblicità: dal 2025 scatterà il divieto di spot di junk food in TV prima delle 21 (la cosiddetta fascia protetta allargata) e restrizioni analoghe online. Già dal 2022, per dire, nel Regno Unito sono bandite le promozioni “prendi 3 paghi 2” su cibi e bevande malsani, per ridurre l’over-marketing di queste voci nei supermercati. Insomma, un insieme di misure non draconiane ma costanti, che hanno portato – dati alla mano – a un consumo di zuccheri molto inferiore: i bambini inglesi assumono oggi circa il 50% di zuccheri in meno dalle bevande rispetto a prima della Sugar Tax. E l’obesità infantile in UK ha registrato una piccola ma significativa flessione.

L’Europa e il ritardo (colpevole) dell’Italia

Lo scenario europeo però è a macchia di leopardo. Solo una minoranza di Paesi UE ha adottato misure fiscali o normative forti contro il junk food. Secondo un rapporto dell’OMS Europa, appena il 19% dei Paesi della regione ha introdotto una qualche forma di sugar tax, nello specifico 10 Stati su 53 (tra cui Belgio, Finlandia, Francia, Ungheria, Irlanda, Lettonia, Norvegia, Portogallo e la già citata Gran Bretagna). Altri, come la Spagna, hanno normative regionali. Ma la maggioranza è ancora ferma al palo, spesso frenata dalle pressioni dell’industria e da una certa sudditanza culturale al “libero mercato” anche quando la salute pubblica ne fa le spese.

L’Italia purtroppo è fanalino di coda. E dire che sulla carta saremmo avvantaggiati – patria della dieta mediterranea, tassi di consumo di cibo spazzatura finora inferiori a quelli anglosassoni. Invece, quando si tratta di regolamentare, restiamo drammaticamente indietro. La Sugar Tax italiana è diventata una sorta di barzelletta: prevista inizialmente nel 2019, è stata rinviata per ben otto volte a furia di decreti milleproroghe e pressioni di lobby varie. L’ultima notizia è che dovrebbe partire (il condizionale è d’obbligo) il 1º gennaio 2026, dopo l’ennesimo rinvio deciso nel 2024. Praticamente abbiamo preso la tassa e l’abbiamo chiusa nel cassetto, con buona pace delle ottime intenzioni. Nel frattempo, l’industria dolciaria e delle bevande ha fatto i salti di gioia: ogni anno di ritardo significa centinaia di milioni di fatturato in più non toccato da imposte, e status quo preservato.

Il Ministro di turno annuncia “ci stiamo pensando”, e poi puntualmente arriva la proroga “per non penalizzare il settore in un momento delicato” (li abbiamo sentiti tutti i violini, vero?). Ancora più scoraggiante, giace in Parlamento una proposta di legge per vietare la pubblicità di cibi ultraprocessati rivolta ai bambini (AC 2089), presentata nell’ottobre 2024 dall’on. Luana Zanella. Questa legge – sulla carta rivoluzionaria per il nostro Paese – chiede di replicare le raccomandazioni OMS: basta spot di merendine & snack nelle fasce orarie per l’infanzia, basta personaggini dei cartoni sulle confezioni, ecc. Ebbene, la proposta è stata assegnata in Commissione Affari Sociali… dove però rischia di restare impantanata sine die. Non c’è, al momento, alcuna spinta concreta dalla maggioranza di governo per portarla in aula. Evidentemente, al di là delle dichiarazioni di rito sull’obesità infantile, toccare i tasti del marketing alimentare fa tremare molte mani.

L’Italia insomma rimanda: rimanda le tasse sullo zucchero, rimanda i divieti di pubblicità, rimanda tutto. Ma più rimandiamo, più ingrassiamo (in tutti i sensi).

Ed è proprio tra i bambini che l’effetto domino si fa più evidente. In molte regioni del Sud Italia, l’obesità infantile ha superato da tempo i livelli di guardia: in Campania, oltre il 40% dei bambini è in sovrappeso o obeso. Non perché mangino troppo, ma perché mangiano male. E spesso, male è tutto ciò che c’è a disposizione.

Per molte famiglie in difficoltà, il cibo ultraprocessato non è una scelta. È l’unica cosa accessibile: costa poco, si conserva a lungo, sazia subito. È ovunque, pronto da scartare e consumare. In un mondo che corre, è la soluzione più facile. E anche quella più pubblicizzata.

Ma non si tratta solo di costi. Dentro una pizzetta da banco o una merendina colorata non ci sono solo zuccheri, grassi e additivi. Ci sono anche sostanze come il glutammato monosodico, che stimolano artificialmente il gusto – il famoso “umami” – e attivano i centri del piacere nel cervello. Creano assuefazione, condizionano il palato, spingono a desiderare di nuovo quel sapore finto e intenso. Anche quando il cibo è mediocre. Anche quando fa male.

È questo il cuore della cosiddetta povertà metabolica: quando l’unico cibo che puoi permetterti ti fa ammalare. Un circolo vizioso che inizia presto, si consolida nell’abitudine e ti toglie la forza – e le risorse – per cambiarlo. Più mangi male, più stai male. Più stai male, più spendi in cure, visite, farmaci. E più crescono le spese obbligate, meno margine ti resta per fare scelte diverse, più sane. Alla fine, diventa una trappola. Che si autoalimenta.

Oggi abbiamo il triste primato europeo di obesità infantile, con circa il 40% dei bambini in eccesso ponderale. Cosa aspettiamo ancora? Che i nostri bambini abbiano il record europeo di obesità e si portino dietro complicazioni per tutta la vita?

Strumenti per rivoluzionare il paradigma: cosa si può (e si deve) fare

A questo punto, è chiaro che per invertire la rotta serve un cambio di paradigma coraggioso e sistemico. Non basteranno le mezze misure o gli appelli alla moderazione individuale (“mangia la merendina ma fai sport”). La crisi è sistemica e tali devono essere le soluzioni. Gli esperti di salute pubblica hanno una cassetta degli attrezzi ben fornita di proposte, che vanno implementate insieme per massimizzare l’impatto.

Cambiare rotta si può. Ma servono scelte nette, non giri di parole.

Primo: vietare la pubblicità di cibo spazzatura ai minori. Basta mascotte, spot colorati, youtuber che sbocconcellano merendine con il codice sconto. Chi ha meno di 14 anni deve essere fuori dalla mira del marketing. E mentre ci siamo: etichettatura chiara, leggibile a colpo d’occhio. Niente più illusioni grafiche: bollino nero se fa male, punto. O semafori ben visibili, come il Nutri-Score. L’OMS lo dice chiaro: chiedere “gentilmente” all’industria di moderarsi non ha funzionato. Servono regole vere. E multe quando non le rispettano.

Poi c’è la questione soldi. Sugar tax, ovviamente. Ma fatta bene. Anche su merendine, snack, barrette. Non per fare cassa, ma per fare pressione. Perché quando li tocchi nel portafoglio, magicamente iniziano a togliere lo zucchero. E in parallelo, incentivi per il cibo sano: frutta e verdura senza IVA, sconti su prodotti integrali, agevolazioni per chi coltiva e cucina bene. Funziona? La Danimarca ha puntato su mense scolastiche sane, ingredienti biologici e prodotti freschi. Il risultato? Bambini più consapevoli, meno junk food e un impatto positivo sulla salute collettiva. Secondo una stima della Commissione Europea, ogni euro investito in prevenzione fa risparmiare fino a 14 euro in spese sanitarie – e secondo alcuni studi, il dato potrebbe addirittura raddoppiare. Non è un costo. È un affare.

Anche i luoghi contano. Scuole e ospedali dovrebbero essere territori liberi da junk food. Nessuna bibita gassata al distributore, nessuno snack ultraprocessato nella mensa. È assurdo parlare di salute e intanto vendere porcherie in corsia o nell’intervallo.

E poi serve cultura. Educazione alimentare vera, dalle elementari in su. Etichette, ingredienti, stagionalità. Non lavagnette con la piramide alimentare incollata sopra. Serve consapevolezza. Anche per gli adulti: medici, pediatri, genitori. Perché chi conosce, sceglie meglio. E magari si arrabbia sul serio.

Infine, bisogna agire alla radice del problema. Regole serie su porzioni (basta bibite “standard” da mezzo litro: si torna ai 250 ml), additivi, zuccheri, grassi. Se un prodotto contiene il 15% di zucchero e aromi artificiali, non puoi chiamarlo “yogurt”. È un dessert. E va etichettato come tale.

Insomma, meno fuffa, più coraggio. Le soluzioni ci sono. Il punto è: chi ha voglia di metterle in pratica davvero?Insomma, la ricetta c’è ed è anche piuttosto chiara. Non parliamo di bandire il cioccolato o tassare il Parmigiano (come certa propaganda prova a far credere agitando spauracchi): si tratta di colpire duramente solo quegli alimenti industriali che sappiamo essere deleteri, e nel contempo rendere più facile ed economico per i cittadini scegliere opzioni sane. Il tutto mettendo la salute pubblica al centro, anche a costo di scontentare qualche consiglio di amministrazione.

A volte i dati non bastano. Servono le storie. Quelle vere. Che hanno un volto, una voce, una quotidianità qualunque.

Chiara ha 32 anni, due figli piccoli e un lavoro a tempo pieno. Ogni giorno è una corsa: al mattino, al pomeriggio, alla sera. Preparare da mangiare è una delle mille cose da fare. E spesso, la più sacrificata.

“A pranzo prendevo una pizzetta o una focaccia ripiena. Per i bambini, un panino confezionato, qualche patatina, una merendina. A tavola, sempre: Coca-Cola. Almeno due bottiglie al giorno, una a pranzo e una a cena. A volte di più.”

La cena era ancora più rapida: pasta al burro, bastoncini di pesce, crocchette surgelate. Roba che si scalda in pochi minuti. Roba che “piace ai bambini”. E soprattutto: roba che non richiede energie.

“Così erano tranquilli, mangiavano in fretta. E io potevo sedermi cinque minuti. Respirare.”

A 36 anni, Chiara riceve tre diagnosi: diabete di tipo 2, colesterolo alto, obesità viscerale. E un’etichetta che fa più male di tutte: colpevole. Colpevole di aver mangiato male. Colpevole di non aver cucinato. Colpevole di non aver scelto meglio.

“Mi dicevano che era tutta colpa mia. Che non avevo forza di volontà. Ma nessuno mi aveva mai spiegato che quello… non era davvero cibo. Era un inganno.”

Oggi Chiara sta meglio. Ha cambiato stile di vita. Ma quando racconta la sua storia, non parla solo di sé. Parla di un meccanismo che si mimetizza nella normalità. Di una routine tossica travestita da semplicità.

“Mi hanno rubato la salute travestendosi da amici dei miei figli. Nessuno dovrebbe sentirsi in colpa… per essere stato ingannato così bene.”

Verso un cambio globale di rotta: possiamo permetterci di non agire?

Che succede se adottiamo queste misure? Succede che ribaltiamo il paradigma: finalmente il peso della prevenzione si sposta dalle singole persone al sistema produttivo. «Perché devo stare attenta io a cosa mangio? Devono stare attenti loro a cosa producono!» – dicevamo all’inizio. Ecco, regolamentando e incentivando come sopra, costringiamo loro (le aziende) a migliorare l’offerta, invece di lasciare tutto sulle spalle dei consumatori. Si chiama politica sanitaria, ed è l’unica strada per uscire dal nonsense attuale.

È evidente che il cambiamento non solo è possibile, ma è necessario e non rinviabile. Lo ha affermato con forza anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità: nelle nuove linee guida sul marketing alimentare ai bambini (2023), l’OMS invita i governi a “stabilire normative più decise ed esaurienti, perché gli appelli alla responsabilità finora non hanno prodotto risultati”. Tradotto: non basta sperare nella buona volontà dell’industria, serve l’azione pubblica.

Dello stesso tenore è l’allarme lanciato dalle Nazioni Unite, che hanno recentemente incluso il junk food tra i quattro grandi fattori industriali (assieme a tabacco, alcol e combustibili fossili) responsabili di 2,7 milioni di morti premature ogni anno solo in Europa. Sì, avete letto bene: secondo l’ONU, il cibo ultraprocessato è oggi uno dei big killers del nostro tempo.

Anche sul piano economico non ci sono più scuse. Ogni euro investito in prevenzione fa risparmiare 14 euro in costi sanitari: lo afferma un’analisi del think tank Ambrosetti per la Commissione Europea, confermata anche da funzionari della stessa UE come Sandra Gallina, direttrice generale della DG SANTE. In Italia, un report dell’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari (ALTEMS) ha stimato che, semplicemente riducendo i principali fattori di rischio (dieta scorretta, fumo, alcol, sedentarietà), il Servizio Sanitario Nazionale potrebbe risparmiare oltre 1 miliardo di euro all’anno, senza contare l’aumento di produttività e benessere sociale.

Quindi no, non è vero che “non possiamo permetterci” certe misure. Al contrario: non possiamo permetterci di non prenderle. Ogni anno di inattività pesa in termini di vite, costi sanitari e ingiustizie sociali.

Il tempo delle mezze misure è finito. Lasciar circolare liberamente prodotti dannosi, sperando che le persone “usino moderazione”, è una strategia fallimentare. La legalità del cibo spazzatura non è scritta nel destino: è frutto di scelte politiche. E quelle scelte si possono – e si devono – cambiare.

Cile, Messico, Regno Unito ci dimostrano che ribaltare il paradigma è possibile e produce benefici tangibili. Occorrono coraggio da parte dei governi, consapevolezza da parte dei cittadini, e una solida resistenza alle sirene delle lobby.

La domanda da porci non è più “possiamo permetterci di regolare il junk food?”, ma: possiamo permetterci di continuare a non farlo?

Solo così, un giorno, i nostri figli guarderanno gli scaffali pieni di merendine ultraprocessate con lo stesso sconcerto con cui oggi noi guardiamo le pubblicità vintage in cui i medici consigliavano le sigarette.

Il momento di agire è ora. Continuare così ha un prezzo altissimo. E lo stiamo pagando tutti.

Fonti
AIRC – Fondazione per la Ricerca sul Cancro. Cibi ultra processati e rischio cancro.

[https://www.airc.it/news/cibi-ultra-processati-e-rischio-cancro]

[Rischi oncologici legati al consumo di alimenti ultraprocessati: +2% tumori generali, +19% ovarici]

AOGOI – Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani. Consumare cibi ultra processati aumenta il rischio di cancro.

[https://www.aogoi.it/notiziario/cibi-processati/]

[Conferma dei dati sull’aumento del rischio tumore da junk food]

Neuromed – Istituto Neurologico Mediterraneo. Cibi ultraprocessati e invecchiamento biologico.

[https://www.neuromed.it/ricerca-un-elevato-consumo-di-cibi-ultra-processati-accelera-linvecchiamento-biologico/]

[Accelerazione dell’invecchiamento biologico con consumo di junk food]

Corriere della Sera. Alimentazione: mangiar male costa 289 euro a italiano l’anno.

[https://www.corriere.it/economia/consumi/24_luglio_10/alimentazione-mangiar-male-costa-a-ogni-italiano-289-euro-l-anno-ecco-perche-d7ba687d-285c-4b7d-91b9-2fe6f062fxlk.shtml]

[Costo sanitario della cattiva alimentazione in Italia: 13 miliardi l’anno]

Demeter Italia. I costi nascosti del sistema agroalimentare industriale.

[https://www.demeter.it/archivio-generale-demeter/news/costi-nascosti-degli-alimenti/]

[Stima globale: 12.000 miliardi di dollari in costi indiretti dell’attuale sistema agroalimentare]

Fortune Italia. Alimentazione sbagliata, un costo da 13 miliardi l’anno in Italia.

[https://www.fortuneita.com/2023/05/06/alimentazione-sbagliata-un-costo-da-13-mld-lanno-in-italia/]

[Conferma dei dati sul peso economico della malnutrizione]

Greenpeace Italia. Guerre, fame e profitti: chi ci guadagna dalla crisi alimentare.

[https://www.greenpeace.org/italy/storia/17090/guerre-fame-e-profitti-chi-ci-guadagna-dalla-crisi-alimentare/]

[Profitti privati delle multinazionali agroalimentari in contesto di crisi globale]

Il Salvagente. Lo studio che racconta come la lobby dell’industria alimentare condiziona la ricerca scientifica.

[https://ilsalvagente.it/2021/04/23/119219/]

[Influenza delle lobby sul dibattito scientifico attraverso l’ILSI]

Il Fatto Alimentare.

Cile: crolla esposizione dei bambini alla pubblicità junk food

[https://ilfattoalimentare.it/cile-crolla-esposizione-bambini-pubblicita-junk-food.html]

Messico: vietata la vendita di junk food ai minori

[https://ilfattoalimentare.it/messico-vieta-vendita-junk-food-minori.html]

[Esempi di misure efficaci contro il cibo spazzatura in America Latina]

Mario Negri – Istituto di Ricerche Farmacologiche. Sugar Tax: cos’è, come funziona, perché serve.

[https://www.marionegri.it/magazine/sugar-tax-cose-a-cosa-serve-come-funziona-in-italia]

[Sugar tax come strumento di prevenzione sanitaria]

Dissapore. La Sugar Tax ha dimezzato il consumo di zuccheri tra i bambini nel Regno Unito.

[https://www.dissapore.com/notizie/la-sugar-tax-e-servita-a-dimezzare-il-consumo-di-zuccheri-per-i-bambini-e-noi-cosa-aspettiamo/]

[Dati di efficacia delle politiche fiscali nel Regno Unito]

Vanity Fair Italia. In Inghilterra la Sugar Tax ha dimezzato il consumo di zuccheri tra i bambini.

[https://www.vanityfair.it/article/sugar-tax-italia-perche-e-importante]

[Risultati della tassa sulle bibite in UK e ritardi italiani]

OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità.

Nuove linee guida: stop alla pubblicità junk food rivolta ai minori.

[https://blogs.funiber.it/salute-e-nutrizione/2023/08/10/nuove-linee-guida-delloms-stop-a-pubblicita-cibo-spazzatura]
[Raccomandazioni OMS per proteggere i bambini dal marketing junk food]

ONU – UNRIC. Quattro settori industriali responsabili di 2,7 milioni di morti in Europa.

[https://unric.org/it/quattro-settori-industriali-sul-banco-degli-imputati-per-la-morte-di-27-milioni-ogni-anno-denuncia-loms-europa/]
[Cibo ultraprocessato equiparato a tabacco, alcol e combustibili fossili come killer di massa]

Fortune Italia. Stili di vita corretti: 1 miliardo di risparmi in Italia.
[https://www.fortuneita.com/2025/04/15/salute-con-stili-di-vita-corretti-1-mld-di-risparmi-in-italia/]
[Risparmi potenziali per il SSN grazie a politiche di prevenzione]

Allevamenti intensivi: perché la carne di domani nascerà nei pascoli, non nelle gabbie

C’è un’immagine che da sola racconta la distanza fra ciò che siamo e ciò che potremmo essere: da un lato capannoni stipati di animali incapaci di girarsi, dall’altro mandrie che pascolano lente sotto il sole. La prima scena è il presente degli allevamenti intensivi, la seconda il futuro possibile di un’economia zootecnica capace di unire benessere animale, salute pubblica e gusto.

Durante l’ultimo mezzo secolo il modello industriale, concentrato, iperproduttivo e basato su mangimi a basso costo, ha reso la carne una commodity accessibile a ogni fascia sociale. Ma il prezzo invisibile di quella convenienza è scritto nelle sofferenze quotidiane di miliardi di capi, nell’uso massiccio di antibiotici e nelle ricadute ambientali che alimentano la crisi climatica. Le domande che guidano questo articolo sono dunque due: perché gli allevamenti intensivi devono essere superati e come è possibile, senza imporre scelte alimentari ideologiche, produrre carne in modo etico e più sano?

La crudeltà non è un dettaglio, è il modello

Le gabbie di gestazione per le scrofe, i box di ingrasso per i vitelli, le batterie di polli cresciuti in sei settimane: non si tratta di abusi occasionali ma di procedure standardizzate che riducono l’animale a macchina biologica. Organizzazioni internazionali per la protezione animale evidenziano che la privazione di spazio, la mutilazione senza anestesia e la selezione genetica per la crescita rapida provocano dolore cronico, frustrazione comportamentale e tassi di mortalità elevati. Anche laddove la legislazione, come quella europea, impone criteri minimi di benessere, l’intensivo continua a ruotare attorno a un unico indicatore: il costo al chilo di carne prodotta.

L’argomento etico non riguarda soltanto la sensibilità verso altre specie: animali stressati e immunodepressi sono veicoli ideali di patogeni che possono varcare la barriera di specie. Epidemie di influenza aviaria e focolai di Salmonella partono di frequente da allevamenti sovraffollati, dimostrando che la tutela animale coincide con la prevenzione sanitaria.

Antibiotici: quando il mangime diventa farmacia

Per compensare lo stress e prevenire malattie in ambienti densamente popolati, gli allevamenti intensivi somministrano antibiotici a scopo profilattico o come promotori di crescita. Il risultato è la selezione di batteri resistenti, descritta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come una delle emergenze sanitarie del XXI secolo. Studi recenti stimano un consumo globale di oltre 99 000 tonnellate di antimicrobici nel bestiame e prevedono un aumento del 67% entro il 2030 se non cambieranno le pratiche correnti. Le stalle diventano così incubatori di “superbatteri” che possono trasferirsi agli operatori agricoli e, tramite la catena alimentare, raggiungere i consumatori.

La conseguenza pratica è che infezioni comuni rischiano di tornare incurabili, con costi sanitari che superano di gran lunga qualunque risparmio sul prezzo della carne. Ridurre l’uso di antibiotici non è quindi un lusso moralistico, ma una misura di salute pubblica non rimandabile.

 

Spostare la zootecnia dai capannoni ai prati non è soltanto un atto di compassione: le evidenze scientifiche mostrano che la carne proveniente da animali allevati all’aperto, nutriti a erba o con diete naturali, presenta profili nutrizionali superiori. L’apporto di omega-3 può essere fino a cinque volte maggiore rispetto agli animali grain-fed, migliorando il rapporto fra grassi essenziali e riducendo l’infiammazione nell’uomo. Ricerche su ovini allevati in regime biologico confermano una maggiore presenza di acido stearico e antiossidanti utili alla prevenzione cardiovascolare, senza peggiorare le caratteristiche sensoriali del prodotto.

Dal punto di vista organolettico, i ruminanti che pascolano sviluppano muscolatura più tonica, con fibre ricche di mioglobina che intensificano il sapore e garantiscono una resa migliore in cottura. Chef e macellai di alta gamma scelgono carni pasture-raised perché si caramellano meglio, trattengono più umidità e richiedono meno condimenti aggressivi per essere esaltate. È la dimostrazione tangibile che etica e piacere gastronomico procedono nella stessa direzione.

Un modello circolare che rigenera il territorio

Il pascolamento razionale, se gestito con rotazioni corrette, migliora la fertilità del suolo, aumenta la biodiversità dei prati e sequestra carbonio nel terreno. A differenza degli allevamenti intensivi, che concentrano liquami e ammoniaca con impatti su falde e qualità dell’aria, le aziende estensive distribuiscono naturalmente i nutrienti, riducendo la necessità di fertilizzanti chimici e mitigando le emissioni di gas serra. In molti contesti rurali europei le praterie permanenti sono state scolpite proprio dal rapporto millenario fra erbivori e ecosistemi; abbandonarle significherebbe perdere habitat preziosi e servizi ecosistemici insostituibili.

È davvero sostenibile per il mercato?

La critica più frequente sostiene che il pascolo non possa soddisfare la domanda globale di proteine animali. Eppure la stessa FAO indica che quasi un terzo dei terreni agricoli mondiali è destinato a coltivare mangimi anziché cibo diretto per l’uomo. Ridurre gli stock intensivi libererebbe cereali e soia da destinare all’alimentazione umana, migliorando la sicurezza alimentare e la resa calorica complessiva del sistema. Inoltre, adottare prezzi che riflettano i costi sanitari dell’antibiotico-resistenza e i danni ambientali invertirebbe il vantaggio competitivo artificiale dell’intensivo.

Modelli economici ibridi stanno già dimostrando la fattibilità del cambiamento: cooperative di allevatori che vendono direttamente tagli grass-fed, consorzi che certificano il benessere animale con standard superiori a quelli di legge, piattaforme e-commerce che consegnano carne proveniente da aziende rigenerative. Queste realtà ottengono margini migliori perché i consumatori, sempre più informati, riconoscono valore a qualità organolettica e trasparenza di filiera.

Educare il consumatore senza imporre rinunce

Non esiste una risposta unica all’interrogativo etico sul consumo di carne. Ma è innegabile che scegliere prodotti provenienti da allevamenti naturali consenta di continuare a mangiare carne riducendo al minimo sofferenza animale, uso di antibiotici e impatti ambientali. La leva più potente rimane l’informazione: etichette chiare, campagne di sensibilizzazione e strutture di prezzo che rendano evidente la differenza fra un pollo allevato in batteria e uno cresciuto all’aperto.

Il cambiamento culturale è già in atto, trainato da giovani generazioni attente alla salute e al clima. Se la politica saprà accompagnarlo, con incentivi alla riconversione dei capannoni, sostegni finanziari alle piccole aziende e un quadro normativo che premi le migliori pratiche, chiudere gli allevamenti intensivi diventerà non solo auspicabile ma economicamente sensato. Nel frattempo, ogni acquisto quotidiano può essere un voto per il futuro dei pascoli.

La storia della carne non deve finire; deve semplicemente cambiare scenografia. Gli stessi pascoli che per millenni hanno nutrito l’umanità possono tornare protagonisti, restituendoci un cibo più sano, un paesaggio più vivo e la consapevolezza di aver spezzato il legame fra il piacere della tavola e la sofferenza nascosta dietro le mura d’acciaio delle stalle industriali.

Fonti

Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO)
FAO (Food and Agriculture Organization)
EFSA (European Food Safety Authority)
ECDC (European Centre for Disease Prevention and Control)
Istituto Superiore di Sanità (ISS)
Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Brescia
CIWF Italia
Ineos Oxford Institute for Antimicrobial Research
University of New South Wales (UNSW)
Global Research on Antimicrobial Resistance (GRAM) Project
The Lancet
Greenpeace
Compassion in World Farming
Animal Equality
Living Earth Collaborative (Washington University)

Perito Moreno: il gigante di ghiaccio della Patagonia sta svanendo. Ma non è solo per il clima

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Nel cuore della Patagonia argentina, il ghiacciaio Perito Moreno ha sempre rappresentato un simbolo di resilienza e maestosità naturale. Fino a pochi anni fa, era considerato una sorta di miracolo glaciale: mentre la maggior parte dei ghiacciai del pianeta si ritirava a causa del riscaldamento globale, il Perito Moreno sembrava resistere, mantenendo una posizione stabile per oltre ottant’anni. Oggi, però, questa certezza si sta sgretolando insieme alle sue pareti di ghiaccio. Il Perito Moreno è entrato in una fase di declino che gli scienziati definiscono “irreversibile”.

Ma come vedremo il problema non è solo il cambiamento climatico.

Negli ultimi anni, il ghiacciaio ha perso una porzione significativa lungo i suoi margini, un dato che lascia sgomenti sia i ricercatori sia i visitatori che ogni anno affollano le passerelle del Parco Nazionale Los Glaciares. Il ritmo di perdita di massa si è accelerato in modo allarmante, raggiungendo livelli mai visti prima. Le spettacolari rotture di enormi blocchi di ghiaccio, che si staccano con fragori impressionanti e precipitano nelle acque turchesi del lago Argentino, sono sempre più frequenti e di dimensioni inedite, tanto da bloccare temporaneamente anche i moli da cui partono le imbarcazioni turistiche.

Il principale responsabile di questa trasformazione è il cambiamento climatico. Gli scienziati sottolineano come l’aumento delle temperature sia stato decisivo: l’area intorno al ghiacciaio ha visto un incremento costante, accompagnato da una diminuzione delle precipitazioni. Questo significa meno neve e meno ghiaccio che si accumulano, mentre la fusione accelera. Secondo Pedro Skvarca, uno dei massimi esperti di glaciologia in Argentina, il clima più caldo porta a una maggiore presenza di acqua alla base del ghiacciaio, accelerandone il movimento e la perdita di spessore.

Per decenni il Perito Moreno è stato studiato come un’eccezione, quasi immune agli effetti del riscaldamento globale che invece devastavano i ghiacciai vicini. La sua relativa stabilità era attribuita a fattori geomorfologici particolari e alla topografia del letto roccioso su cui poggia, che ne rallentavano la ritirata anche durante periodi di riscaldamento. Tuttavia, nuove rilevazioni effettuate con radar a penetrazione e immagini satellitari hanno mostrato che questa stabilità era solo temporanea. Negli ultimi anni, la diminuzione dell’elevazione superficiale nelle aree più basse del ghiacciaio è aumentata in modo esponenziale, con un’accelerazione senza precedenti anche nella velocità del ghiaccio e un arretramento frontale di centinaia di metri soprattutto nei margini settentrionali ed orientali.

Il destino del Perito Moreno è emblematico di una crisi globale. I ghiacciai di tutto il mondo stanno scomparendo a una velocità mai registrata prima: la perdita di ghiaccio globale è stata impressionante, contribuendo a un innalzamento del livello del mare che ha già effetti tangibili sulle popolazioni costiere e sull’equilibrio degli ecosistemi.

La situazione in Patagonia è aggravata da fenomeni atmosferici su larga scala. Il riscaldamento globale ha provocato uno spostamento verso sud dei sistemi di alta pressione subtropicale, portando più aria calda nella regione e amplificando la perdita di massa glaciale. Inoltre, il progressivo scioglimento dello strato superficiale di neve compatta – il firn – espone il ghiaccio sottostante, più scuro e quindi più incline ad assorbire energia solare, accelerando ulteriormente la fusione.

La mano dell’Uomo crea danni più gravi del clima

Ma il cambiamento climatico non è l’unico fattore di rischio. La costruzione di mega-dighe sul fiume Santa Cruz, che collega il lago Argentino all’oceano Atlantico, minaccia di alterare in modo irreversibile il delicato equilibrio idrologico che sostiene il ghiacciaio. Questi progetti, spesso avviati senza adeguate valutazioni d’impatto ambientale, potrebbero compromettere non solo il Perito Moreno, ma anche la fauna e le comunità locali che dipendono dal turismo e dalla pesca. Gli ambientalisti avvertono che la trasformazione del fiume in una serie di bacini artificiali potrebbe impedire la migrazione dei pesci e distruggere habitat cruciali per specie in via d’estinzione come il grebe dal cappuccio.

L’impatto sociale ed economico di questa crisi è profondo. Il Perito Moreno attira ogni anno centinaia di migliaia di turisti da tutto il mondo, generando un indotto fondamentale per l’economia della regione. La sua fama di “gigante stabile” era diventata un richiamo unico, ma ora il futuro di questa attrazione appare incerto. Le guide locali e gli operatori turistici sono sempre più preoccupati: le rotture spettacolari che un tempo erano attese come eventi rari e affascinanti, oggi sono segnali di un equilibrio che si sta spezzando.

Gli scienziati, intanto, continuano a monitorare il ghiacciaio con tecnologie sempre più sofisticate. Le misurazioni di spessore del ghiaccio, le analisi della velocità di scorrimento e i modelli numerici mostrano che, una volta che il Perito Moreno si sarà “sganciato” da una cresta rocciosa su cui poggia, potrebbe avviarsi un arretramento di diversi chilometri, guidato dalla galleggiabilità e dalla perdita di ancoraggio al fondale. Questo scenario, già osservato in altri ghiacciai lacustri della Patagonia, rappresenta una minaccia concreta per la sopravvivenza stessa del Perito Moreno come lo conosciamo oggi.

La comunità scientifica internazionale guarda con crescente preoccupazione a quanto sta accadendo in Patagonia. Secondo l’UNESCO, gli ultimi anni hanno segnato il più alto tasso di perdita di massa glaciale mai registrato a livello globale. Le proiezioni per il futuro sono tutt’altro che rassicuranti.

Il caso del Perito Moreno dimostra che nessun ghiacciaio è davvero immune ai cambiamenti climatici e alle modifiche fatte dall’uomo sulla natura. Quello che per decenni è stato un baluardo di stabilità si sta ora trasformando in un simbolo della fragilità degli equilibri naturali di fronte all’impatto umano. La sua storia recente è un monito potente.

Mentre la scienza continua a documentare e a studiare questa trasformazione, cresce la consapevolezza che la tutela dei ghiacciai non è solo una questione ambientale, ma riguarda il futuro delle comunità, dell’economia e della biodiversità globale.

Bresaola della Valtellina IGP: il vero viaggio della carne che arriva sulle nostre tavole

La Bresaola della Valtellina IGP è uno dei simboli dell’eccellenza gastronomica italiana, un prodotto che richiama immediatamente l’immagine delle Alpi lombarde, dei pascoli verdi e delle tradizioni secolari della provincia di Sondrio. Tuttavia, dietro questa narrazione suggestiva e rassicurante, si cela una realtà molto più complessa e meno nota al grande pubblico. La maggior parte della carne utilizzata per produrre la Bresaola della Valtellina IGP non proviene dalla Valtellina, né dall’Italia, ma dal Brasile. Un dettaglio che sorprende molti consumatori, abituati a credere che un prodotto a Indicazione Geografica Protetta sia realizzato con materie prime locali.

La storia della bresaola inizia molto lontano dalle montagne lombarde, precisamente in Sudamerica. Qui viene allevato lo zebù, un bovino originario dell’Asia e dell’Africa, riconoscibile per la sua caratteristica gobba e la grande giogaia. Questo animale, considerato sacro in India, è stato importato in Brasile all’inizio del Novecento e successivamente incrociato con la razza bovina francese Charolaise. Il risultato è un bovino robusto, dalla carne magra e tenace, che si presta perfettamente alla produzione di salumi come la bresaola. La carne di zebù, congelata e spedita in container verso l’Italia, rappresenta oggi la materia prima principale per la produzione della Bresaola della Valtellina IGP.

Il consumatore medio, però, raramente è consapevole di questa filiera globale. L’immagine veicolata dalla pubblicità e dalle etichette suggerisce un prodotto autenticamente valtellinese, frutto della lavorazione di bovini allevati tra le montagne italiane. In realtà, il disciplinare di produzione della Bresaola della Valtellina IGP, approvato dal Ministero delle Politiche Agricole, prevede che la carne debba essere semplicemente “elaborata” nella provincia di Sondrio. Non esiste alcun obbligo che la materia prima sia italiana: basta che la lavorazione e la stagionatura avvengano in Valtellina. L’articolo 3 del disciplinare specifica solo che la carne deve provenire da cosce di bovino tra i 18 mesi e i 4 anni, senza alcun vincolo sull’origine geografica dell’animale.

Questa situazione non costituisce una truffa alimentare, ma sicuramente può essere considerata ingannevole per chi si aspetta di consumare un prodotto interamente “made in Italy”. Il Consorzio di Tutela della Bresaola della Valtellina, attivo dal 1998, sottolinea come l’utilizzo della carne brasiliana sia una scelta dettata da esigenze tecniche e di mercato. La carne italiana ed europea, infatti, viene giudicata troppo grassa per la produzione di bresaola, mentre quella di zebù è magra e adatta alle lavorazioni richieste dal disciplinare. Questa scelta, secondo i produttori, garantisce un prodotto di qualità costante e risponde alle richieste di un mercato in crescita: negli ultimi 15 anni, il consumo di bresaola in Italia è aumentato del 39%.

Il paradosso è che, dal punto di vista nutrizionale, la carne di zebù allevato al pascolo in Brasile potrebbe essere persino più sana di quella proveniente da allevamenti intensivi italiani, dove gli animali vivono chiusi in stalla e sviluppano carni più grasse, con possibili residui di antibiotici e pesticidi. Tuttavia, rimane il fatto che la denominazione IGP induce molti consumatori a credere di acquistare un prodotto locale, mentre la filiera è in realtà globale. Questa dinamica non riguarda solo la bresaola, ma molti altri prodotti DOP e IGP italiani, dove la lavorazione avviene in Italia ma la materia prima può provenire da ogni parte del mondo.

Negli ultimi anni, la crescente attenzione dei consumatori verso la trasparenza e l’origine degli alimenti ha spinto alcune realtà, come Coldiretti, a promuovere progetti per una bresaola 100% italiana. Nel 2017 è stato siglato un accordo tra la filiera agricola italiana e la Rigamonti Spa, azienda leader del settore, per utilizzare esclusivamente bovini italiani nella produzione di bresaola. L’obiettivo dichiarato è quello di arrivare a produrre bresaola con 500.000 capi italiani all’anno, ricostruendo una filiera nazionale ormai quasi scomparsa e creando nuove opportunità di lavoro sul territorio.

Nonostante questi sforzi, la realtà attuale vede ancora una predominanza della carne brasiliana nella produzione della Bresaola della Valtellina IGP. In Valtellina, gli allevamenti di bovini da carne sono ormai quasi del tutto scomparsi, sostituiti da quelli di mucche da latte. Questo rende praticamente impossibile produrre bresaola in quantità significative utilizzando solo carne locale. La scelta di importare carne dal Brasile risponde quindi a una necessità produttiva, ma solleva interrogativi sulla reale identità del prodotto e sull’efficacia delle certificazioni di origine nel tutelare i consumatori e valorizzare le filiere locali.

Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda la sostenibilità ambientale. L’importazione di carne dal Brasile comporta un impatto ambientale significativo, sia per il trasporto su lunghe distanze sia per le modalità di allevamento nei Paesi sudamericani. Alcuni osservatori sottolineano inoltre il rischio che la richiesta di carne per l’export contribuisca alla deforestazione dell’Amazzonia e alla perdita di biodiversità, anche se le aziende coinvolte assicurano il rispetto delle normative internazionali e dei controlli sanitari. Tuttavia, la tracciabilità della filiera resta un tema delicato, soprattutto quando si parla di grandi numeri e di mercati globalizzati.

La questione della trasparenza è centrale anche per quanto riguarda l’etichettatura dei prodotti. Per i salumi come la bresaola, non è obbligatorio indicare la provenienza della materia prima, a differenza di quanto avviene per la carne fresca. Questo rende difficile per il consumatore risalire all’origine effettiva della carne utilizzata e complica la scelta consapevole al momento dell’acquisto. Alcuni produttori hanno scelto di comunicare volontariamente l’origine italiana della carne per alcune linee di prodotto, ma si tratta ancora di una minoranza rispetto al totale della produzione.

Il dibattito sulla Bresaola della Valtellina IGP e sull’origine della sua carne riflette una tensione più ampia tra globalizzazione delle filiere alimentari e valorizzazione delle produzioni locali. Il successo commerciale della bresaola, diventata un prodotto di largo consumo e apprezzata per le sue qualità nutrizionali e la sua versatilità in cucina, si scontra con la percezione di autenticità e tipicità che molti consumatori associano alle certificazioni DOP e IGP. La sfida per il futuro sarà quella di trovare un equilibrio tra esigenze produttive, trasparenza verso i consumatori e tutela delle tradizioni locali.

La storia della Bresaola della Valtellina IGP ci insegna che dietro ogni prodotto alimentare si nasconde una filiera complessa, fatta di scelte economiche, regolamentazioni, esigenze di mercato e, spesso, compromessi tra qualità, quantità e identità territoriale. Sapere cosa si porta in tavola è un diritto di ogni consumatore, e solo una maggiore trasparenza potrà restituire valore reale alle eccellenze del Made in Italy.

Acqua: il carburante invisibile della salute. Perché idratarsi è il vero segreto del benessere

Bere acqua è un gesto tanto semplice quanto essenziale, eppure spesso sottovalutato nella frenesia della vita moderna. L’idratazione, infatti, rappresenta uno dei pilastri fondamentali della salute umana, influenzando ogni aspetto del nostro organismo, dal funzionamento cellulare alle prestazioni mentali e fisiche. In un mondo in cui si parla sempre più di diete, superfood e integratori, l’acqua rimane il nutriente più importante e insostituibile, la cui carenza può avere effetti immediati e a lungo termine sulla nostra salute.

L’acqua: la componente vitale del corpo umano

Il corpo umano è composto per circa il 60% di acqua negli adulti, una percentuale che può arrivare fino al 75% nei neonati. Questa presenza massiccia non è casuale: l’acqua è il mezzo attraverso cui avvengono tutte le reazioni biochimiche fondamentali per la vita. Ogni cellula, tessuto e organo necessita di acqua per funzionare correttamente. L’acqua regola la temperatura corporea, trasporta nutrienti e ossigeno alle cellule, elimina le scorie metaboliche attraverso urina, sudore e feci, lubrifica articolazioni e tessuti, favorisce la digestione e l’assorbimento dei nutrienti, sostiene il lavoro di cuore, cervello e muscoli.

Una corretta idratazione contribuisce al mantenimento della pressione arteriosa, alla prevenzione di calcoli renali e infezioni urinarie, e supporta persino la concentrazione e l’umore. Anche una lieve disidratazione può avere effetti immediati sulla salute fisica e mentale, causando stanchezza, mal di testa, difficoltà di concentrazione, pelle secca, problemi digestivi e crampi muscolari.

Quanta acqua bere ogni giorno?

Non esiste una quantità universale valida per tutti, ma le linee guida suggeriscono che un adulto dovrebbe assumere tra un litro e mezzo e due litri e mezzo d’acqua al giorno, a seconda di età, sesso, peso, attività fisica, clima e condizioni di salute. Il fabbisogno idrico si calcola generalmente in base al peso corporeo: circa 35 ml per ogni kg di peso. Per una persona di peso medio, ciò significa circa due litri d’acqua al giorno, ma il fabbisogno aumenta in caso di attività sportiva, temperature elevate o stati febbrili.

Importante ricordare che anche gli alimenti, soprattutto frutta e verdura, contribuiscono all’idratazione quotidiana. Non è necessario bere solo acqua pura: tisane, succhi naturali e brodi possono integrare l’apporto idrico, ma l’acqua rimane la scelta migliore per evitare zuccheri e calorie in eccesso.

I benefici di una corretta idratazione

Mantenere il giusto livello di idratazione significa garantire al corpo energia, lucidità mentale e resistenza fisica. L’acqua lubrifica le articolazioni, previene la secchezza orale, migliora la salute della pelle rendendola più elastica e luminosa, regola la temperatura corporea e favorisce la digestione. I muscoli, costituiti per la maggior parte da acqua, funzionano meglio e sono meno soggetti a crampi e infortuni quando sono ben idratati.

L’idratazione aiuta a mantenere la pressione sanguigna stabile, elimina i rifiuti corporei attraverso sudore e urina e favorisce la respirazione, fluidificando il muco delle vie aeree. Bere acqua contribuisce anche a prevenire danni ai reni, riducendo il rischio di calcoli e infezioni urinarie, e trasporta le sostanze nutritive nel corpo, favorendo la salute generale di ogni organo e tessuto.

Durante l’attività fisica, una buona idratazione è fondamentale per sostenere le prestazioni atletiche, prevenire il surriscaldamento e favorire il recupero muscolare. La disidratazione, anche lieve, può portare a una diminuzione della resistenza, affaticamento precoce e rischi maggiori di infortuni.

Gli effetti della disidratazione

La disidratazione, ovvero la carenza di acqua nell’organismo, può avere conseguenze anche gravi. I primi segnali sono la sensazione di sete, la diminuzione della produzione di urina, la sudorazione ridotta e la secchezza di pelle e mucose. Se trascurata, la disidratazione può compromettere le funzioni cognitive, causando confusione mentale, difficoltà di concentrazione e problemi di memoria. Aumenta il rischio di colpi di calore, riduce le prestazioni fisiche, favorisce le infezioni urinarie e può portare a problemi renali, disturbi digestivi e crampi muscolari.

Nei casi più gravi, la disidratazione può causare abbassamenti di pressione, vertigini, svenimenti, shock ipovolemico e danni a organi vitali come reni, fegato e cervello. Le cellule cerebrali sono particolarmente sensibili alla carenza di acqua, motivo per cui uno stato avanzato di disidratazione può generare stati di confusione e amnesie. La pelle perde elasticità, i dischi intervertebrali si assottigliano, aumentando il rischio di dolori alla schiena e patologie della colonna vertebrale.

La disidratazione cronica, spesso sottovalutata, può aggravare i sintomi di patologie croniche come diabete e ipertensione, aumentando il rischio di complicazioni. Nei bambini e negli anziani, il rischio di disidratazione è ancora più alto, a causa di una minore percezione della sete e di una maggiore vulnerabilità agli sbalzi idrici.

Un’adeguata idratazione è anche una potente arma di prevenzione. Bere acqua regolarmente aiuta a prevenire infezioni urinarie, calcoli renali, stitichezza, mal di testa e persino alcune malattie metaboliche. L’acqua favorisce la depurazione dell’organismo, stimola il metabolismo, aiuta a controllare il peso corporeo e può persino migliorare l’umore, grazie a un miglior rilascio di endorfine.

L’idratazione svolge un ruolo chiave nella regolazione della pressione arteriosa, nella prevenzione delle trombosi e nel mantenimento della salute cardiovascolare. Un sangue ben idratato è meno viscoso, scorre meglio e riduce il rischio di complicazioni a livello del cuore e dei vasi sanguigni. Anche la salute delle ossa e delle articolazioni trae beneficio dall’acqua, che mantiene i tessuti elastici e previene l’artrite.

Bere regolarmente durante tutta la giornata, anche in assenza di sete, è il modo migliore per garantire un apporto costante di liquidi all’organismo. È preferibile bere piccoli sorsi frequentemente, piuttosto che grandi quantità in una sola volta. L’acqua a temperatura ambiente è generalmente meglio tollerata, soprattutto durante i pasti. Nei periodi di caldo intenso, in caso di febbre, diarrea o attività fisica prolungata, è fondamentale aumentare l’apporto idrico.

Prestare attenzione ai segnali che il corpo invia è essenziale: urine scure, pelle secca, stanchezza e difficoltà di concentrazione sono campanelli d’allarme da non sottovalutare. Anche la dieta può aiutare: consumare frutta e verdura ricche di acqua, come anguria, cetrioli, arance e lattuga, contribuisce in modo significativo all’idratazione giornaliera.

Un gesto semplice, un grande investimento per la salute

Bere acqua è un gesto semplice, economico e alla portata di tutti, ma rappresenta uno degli investimenti più importanti che possiamo fare per la nostra salute. L’idratazione è la chiave per mantenere il corpo efficiente, la mente lucida e il benessere generale. Non aspettare di avere sete: fai dell’idratazione una sana abitudine quotidiana, perché il tuo corpo ti ringrazierà ogni giorno, oggi e nel futuro.

Conflitto in Medio Oriente: un viaggio umanitario oltre i confini del dolore

Articolo di Alice Salvatore e Alessandro Trizio

Alle origini: confini tracciati col righello, popoli lasciati senza voce

Per capire il presente del Medio Oriente bisogna sporcarsi le mani con la sua storia. Non quella scritta nei manuali scolastici, ma quella tracciata con l’inchiostro degli accordi segreti, il piombo delle armi e la polvere di città spartite secondo logiche di potere. È il 1916. L’Impero ottomano, stremato dalla guerra, si sta sgretolando. Due diplomatici europei – Mark Sykes per la Gran Bretagna e François Georges-Picot per la Francia – si incontrano per spartire in anticipo le spoglie di un impero che ancora non è caduto. Con una mappa sul tavolo e un righello in mano, disegnano confini rettilinei e artificiali, dividendo terre complesse come se fossero proprietà coloniali. Conoscevano quei luoghi, li avevano attraversati, ma li guardavano dall’alto, con lo sguardo strategico degli imperi. La linea più celebre – passata alla storia come “il confine tirato col righello” – tagliava idealmente il Medio Oriente da ovest a est, dal Mediterraneo alla Mesopotamia. Ma sotto quel tratto netto c’erano villaggi, tribù nomadi, lingue diverse, fedi millenarie. Popoli interi destinati a svegliarsi dall’oggi al domani divisi da un confine che nessuno aveva scelto. E che nessuno avrebbe mai veramente accettato.

Da quel gesto, compiuto lontano da chi ne avrebbe pagato il prezzo, nascono Stati-nazione dai confini del tutto artificiali, che ignorano le realtà etniche e religiose sul terreno. Siria, Iraq, Libano, Transgiordania, Palestina: nazioni nuove per entità politiche pensate più per servire interessi europei che per rappresentare i popoli che vi abitavano. È l’eredità velenosa dell’accordo Sykes-Picot, ancora oggi considerato da molti analisti come l’origine di molte fratture identitarie e geopolitiche che dilaniano la regione. In quegli stessi anni, gli inglesi avevano promesso agli arabi l’indipendenza se si fossero ribellati agli ottomani. Un giovane ufficiale, Thomas Edward Lawrence – passato alla storia come “Lawrence d’Arabia” – galvanizzava le tribù beduine nel deserto promettendo libertà. Ma mentre Lawrence combatteva insieme agli arabi, a Londra si preparavano i documenti per imporre mandati coloniali, e a Parigi si calcolavano quanti barili di petrolio spettassero a chi. Le promesse di autodeterminazione vennero smentite ancor prima di poter essere mantenute.

Nel frattempo, nel cuore dell’Europa, prendeva forma un altro progetto destinato a segnare la regione: nel 1917 il governo britannico, con la Dichiarazione Balfour, appoggiò ufficialmente l’idea di una “sede nazionale” per il popolo ebraico in Palestina. Anche in questo caso, le decisioni venivano prese altrove: nessuno consultò né gli ebrei, presenti da secoli nella Terra Santa, né i palestinesi arabi che vi vivevano stabilmente da generazioni. Popolazioni entrambe radicate in quella terra, eppure escluse da una decisione che le avrebbe segnate a lungo.

Per capire quanto profonde siano quelle ferite, basta un’immagine all’apparenza semplice: la posta. Nella Palestina degli anni ’20, sotto mandato britannico, anche una lettera tra due città vicine – Betlemme e Hebron, ad esempio – poteva diventare oggetto di sospetto. Veniva aperta, letta, archiviata. Le parole, prima ancora di raggiungere il destinatario, finivano tra le mani dell’autorità coloniale. Ogni frase era una traccia, ogni nome un file da classificare. E così anche le persone – ebrei o arabi che fossero – venivano incasellate, etichettate, ridotte a categorie decise altrove. Sulle loro carte d’identità comparivano parole nuove, parole nuove, categorie etniche e religiose standardizzate, che spesso non appartenevano alla lingua viva delle persone, formule estranee che spesso non avevano mai usato per descriversi. In pochi anni, perfino dire “chi sei” divenne un atto amministrativo. Un’identità imposta dall’alto, che non parlava la lingua della terra, ma quella del dominio.

Già negli anni ’20 quelle linee tracciate sulla carta cominciarono a sanguinare. In Siria, nel 1920, la popolazione insorse contro la dominazione francese: per tre giorni i ribelli riuscirono a tenere testa all’esercito coloniale nella battaglia di Maysalun. In Iraq, sempre nel 1920, la grande rivolta contro il mandato britannico vide sunniti e sciiti combattere fianco a fianco per liberarsi del giogo straniero. L’Occidente rispose con la forza, spesso con bombardamenti aerei sui villaggi in rivolta. Sono episodi oggi poco ricordati, ma rivelano una verità attuale: già allora i popoli rifiutavano di essere spettatori passivi nella propria terra.

Eppure, nonostante accordi segreti e repressioni, nelle città mediorientali di inizio Novecento la convivenza multietnica e multireligiosa era ancora una realtà tangibile. A Baghdad, ad esempio, fioriva una delle più vivaci comunità ebraiche del mondo arabo. Nei quartieri della città sinagoghe e moschee sorgevano a pochi isolati di distanza; le famiglie – musulmane, ebraiche, cristiane – si scambiavano visite durante le rispettive festività. In molti di quei vicoli, a Pasqua i bambini cristiani assaggiavano i dolci di pasta frolla della festa di Purim e a Ramadan gli ebrei sedevano alle tavolate dell’iftar musulmano. Queste memorie spezzano il luogo comune di una regione condannata all’odio atavico: per lungo tempo furono la politica e gli interessi dei potenti, non i popoli, a costruire il nemico.

E oggi? Oggi che i carri armati hanno attraversato di nuovo Gaza e il sangue ha ripreso a scorrere, esistono ancora frammenti di speranza che non fanno notizia. Ci sono giovani israeliani – spesso ultraortodossi – che preferiscono finire in carcere piuttosto che prestare servizio militare, rifiutandosi di essere complici di un sistema che, dicono loro stessi, “ha smarrito ogni umanità”. Ogni settimana manifestano contro il governo di Benjamin Netanyahu nelle piazze di Tel Aviv; alcuni collaborano clandestinamente con attivisti palestinesi per documentare gli abusi nei Territori Occupati. Sono minoranze, certo, ma esistono. E valgono come semi di pace in un terreno reso arido dall’odio.

In questo primo sguardo storico, il Medio Oriente emerge come una terra contesa non solo dalle potenze straniere, ma anche dalle narrazioni. Da un lato le narrazioni dei governi, dei trattati, delle cartine geografiche tracciate col righello; dall’altro quelle delle persone comuni, che da più di un secolo cercano ostinatamente di ricucire una tela lacerata. Non si può capire l’oggi senza guardare all’ingiustizia di quei confini tracciati a tavolino; ma non ci si può neppure rassegnare all’idea che tutto sia ormai irrimediabile. I popoli lo sanno: nonostante il passato avvelenato, il futuro può ancora essere una scelta.

Identità e fede: un mosaico vivente, non un campo minato

Immagina una mattina qualunque del 1946, a Najaf, in Iraq. Il sole filtra tra le grate dell’ospedale. Sul piazzale, davanti al reparto maternità, una piccola squadra di medici si ferma un istante. Un’infermiera cristiana caldea sistema il foulard. Accanto a lei, un chirurgo ebreo scherza con due colleghi arabi, uno sunnita, l’altro sciita. Si sono appena passati il turno. Sono stanchi, ma sorridono. Nessuno di loro sa che, nel giro di pochi decenni, quella normale prossimità sarà raccontata come un’eccezione. Che un mosaico umano così ricco verrà considerato “fragile”, “impossibile”, persino “pericoloso”. Eppure il Medio Oriente, per secoli, è stato esattamente questo: una trama viva e complessa di popoli, lingue e fedi che hanno convissuto più o meno pacificamente, più o meno serenamente, ma a lungo e realmente. Curdi e turchi, persiani e arabi, ebrei e musulmani, cristiani di ogni rito – maroniti, copti, caldei – e poi drusi, yazidi, bahá’í… In alcuni quartieri si poteva pregare in tre religioni diverse nel raggio di cento metri. Poi arrivarono le etichette. I confini. Le guerre. Ma chi ha vissuto quegli anni, o ne ha raccolto i racconti, sa che non era un’utopia. Era realtà. Fragile, certo. Ma reale.

La pluralità in sé non è mai stata il problema. Lo sono diventati i confini imposti, le ideologie di potere, gli eserciti e le milizie. Quando la politica ha iniziato a classificare gli individui, a metterli su scale gerarchiche, a spingere per l’omogeneità forzata, allora il mosaico ha cominciato a incrinarsi. Uno degli esempi più evidenti è la faglia settaria tra sunniti e sciiti. Nata da una disputa sulla successione al Profeta Maometto nel VII secolo – una divergenza teologica antica – questa differenza per molti secoli non impedì la convivenza. Ma nel Novecento, soprattutto dopo il 1979 (anno della rivoluzione khomeinista in Iran), quella frattura religiosa venne armata politicamente. L’Arabia Saudita wahhabita e l’Iran sciita trasformarono la fede in un’arma diplomatica, finanziando alleati e milizie e muovendosi come registi occulti di conflitti “per procura” in Siria, Yemen, Libano, Iraq.

In mezzo, tra questi piani di potenze regionali, ci sono sempre le popolazioni. In Iraq, ad esempio, sunniti e sciiti avevano vissuto fianco a fianco per secoli; non era raro trovare famiglie con il padre sunnita e la madre sciita. Ma dopo l’invasione americana del 2003 e la caduta di Saddam Hussein, il paese è esploso in violenze settarie alimentate proprio da attori esterni in cerca di vantaggi. A Baghdad, il quartiere di Dora – un tempo tra i più misti e vivaci – divenne un campo di battaglia identitario, ripulito casa per casa a colpi di minacce e attentati.

Eppure, anche nell’Iraq insanguinato di quegli anni bui, sono emerse storie diverse. Najaf, 2016. Migliaia di cittadini riempiono le strade, stanchi non della fede altrui, ma del furto del proprio futuro. Protestano contro la corruzione che divora lo Stato, contro la luce che manca, l’acqua che non arriva, gli ospedali svuotati da decenni di ruberie. Sono in gran parte sciiti, come sciite sono le città che si sollevano. Ma i loro slogan non hanno colore religioso: chiedono diritti, giustizia, dignità, per tutti. Accanto ai religiosi, marciano attivisti laici, giovani della società civile, perfino comunisti. Sventola solo la bandiera irachena, simbolo di un’identità che vuole risorgere oltre le divisioni. I sunniti non sono in piazza: la paura di essere accusati, arrestati, zittiti li tiene lontani. Ma molti ascoltano, molti sperano. A Najaf, intanto, gruppi indipendenti raccolgono aiuti per le famiglie cristiane e sunnite sfollate, celebrano il Natale insieme ai vicini, costruiscono legami dove la politica ha seminato diffidenza. Non fu una protesta congiunta. Ma fu un sussulto comune. Perché il settarismo non nasce nelle piazze: nasce nei palazzi. E in quei giorni, per un momento, la società civile irachena provò a dire che un altro Iraq era possibile. Non diviso, ma integro. Non settario, ma giusto. Nessun governo ne parlò, ma la gente sì. Oppure pensiamo a Mosul: liberata dalla morsa dell’ISIS, vide i suoi abitanti – sunniti, sciiti, cristiani – rimettere in piedi insieme sia le moschee che le chiese distrutte. Sui muri, le prime scritte comparse tra le macerie non furono proclami di partito, ma semplici messaggi dipinti con il carbone: “bentornati”, “ricominciamo”, “insieme”.

Un altro caso emblematico di identità negate è la questione curda. Parliamo di circa 40 milioni di persone senza uno Stato, disperse tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. Un popolo con una propria lingua, una cultura e una storia millenaria, eppure represso ovunque si trovi. In Turchia, fino a pochi anni fa perfino usare in pubblico la lingua curda era un reato. In Iraq, negli anni ’80, il regime di Saddam arrivò ad usare armi chimiche contro i villaggi curdi – tristemente famosa la strage di Halabja. In Iran, le richieste di autonomia dei curdi sono state sistematicamente soffocate. Eppure, anche qui, i curdi hanno saputo intrecciare alla lotta armata forme di resistenza civile e culturale, trovando anche modi nonviolenti per affermare la propria identità negata. Nella città turca di Diyarbakır, per anni maestri e genitori hanno organizzato scuole clandestine in lingua curda, rischiando il carcere pur di insegnare ai bambini la lingua dei loro nonni. Nella Siria nordorientale, la rivoluzione delle donne curde in Rojava ha dato vita, nel pieno della guerra, a un raro esperimento di autogoverno con forti componenti laiche e femministe, pur tra mille contraddizioni e senza alcun riconoscimento ufficiale da parte della comunità internazionale, dove i consigli cittadini sono guidati insieme da un uomo e una donna e tutte le etnie sono rappresentate. Esperienze così esemplari da dare speranza, eppure spesso ignorate dai grandi media occidentali, troppo concentrati sulle fazioni armate e troppo poco sui germogli di pace.

Il mosaico mediorientale non è fatto solo di religioni o nazionalismi: è fatto anche di memorie condivise, di saperi incrociati, di cucine mischiate, di parole che viaggiano da una lingua all’altra. La parola araba salaam, l’ebraica shalom e la persiana solh significano tutte “pace”. Lo sapevano bene gli intellettuali che negli anni ’50 affollavano i caffè di Beirut, discutendo in tre idiomi diversi e leggendo giornali stampati in cinque alfabeti. Poi però vennero le guerre, e con loro il sospetto e la paura dell’altro. Il Libano indipendente stesso ne è un esempio doloroso: fondato nel 1943 con un sistema politico basato sulle “quote religiose”, ha finito per rinchiudere ogni comunità in gabbie identitarie. Maroniti, sciiti, sunniti, drusi: ognuno con il suo partito, la sua milizia, i suoi alleati esterni. Eppure, non molto tempo fa – nel 2004 – c’erano ancora matrimoni misti tra cristiani e musulmani celebrati simbolicamente nel quartiere di Hamra, a Beirut. Oggi sono rarissimi.

Anche in Israele, il mosaico interno è delicato e frammentato. Il movimento sionista, nato per dare rifugio a un popolo perseguitato, ha portato con sé nuove lacerazioni. Israele ha riunito ebrei provenienti da ogni angolo del mondo, con culture ed esperienze diversissime: ebrei ashkenaziti (europei), sefarditi (dal Nord Africa), mizrahi (orientali), ebrei etiopi, russi, israeliani nativi, ebrei laici, religiosi, ultraortodossi, progressisti… Non tutti vedono il paese allo stesso modo, non tutti sostengono l’attuale governo né la sua politica verso Gaza. Proprio in questi mesi, decine di migliaia di israeliani – religiosi compresi – stanno manifestando contro la guerra e contro la riforma autoritaria della giustizia voluta dal governo Netanyahu. Alcuni gruppi di ebrei ultraortodossi, come già ricordato, rifiutano di prestare servizio militare pur sapendo di finire in prigione. C’è chi sfila ogni settimana a Tel Aviv con un cartello scritto in arabo e in ebraico: “non nel mio nome”. Sono voci minoritarie, certo, ma reali. E quindi preziose.

È fondamentale ricordarlo in un’epoca in cui le narrazioni dominanti cercano sempre un nemico assoluto e monolitico: non tutti gli arabi sono fondamentalisti; non tutti gli ebrei appoggiano la guerra; non tutti i sunniti odiano gli sciiti. La verità è che, sotto la crosta delle ideologie, le persone comuni cercano ovunque le stesse cose: sicurezza, giustizia, libertà, la possibilità di vivere con dignità. E ogni volta che qualcuno difende questi diritti per tutti – non solo per il proprio gruppo – il mosaico si ricompone un po’, le crepe si richiudono. In ogni gesto di solidarietà tra diversi, il Medio Oriente ritrova se stesso.

Israele e Palestina: la ferita che non si rimargina

Se esiste un luogo al mondo in cui la storia non è mai “passato”, è qui. Tra il Mediterraneo e il Giordano, tra Gerusalemme e Gaza, la storia non è un capitolo chiuso ma un trauma costante, una presenza quotidiana. Ogni casa, ogni strada, ogni checkpoint racconta una frattura. Ogni bambino che nasce lo fa dentro un conflitto che non ha scelto. E nessuno, da nessuna parte, può illudersi di vivere al riparo dalla Storia.

Tutto ha inizio nel 1948, l’anno spartiacque. Dopo l’orrore indicibile della Shoah, per il popolo ebraico la nascita dello Stato di Israele fu come riemergere da un abisso: la promessa di un rifugio, una terra da chiamare casa. Ma per i palestinesi quello stesso giorno segnò l’inizio di una catastrofe. Nakba, la chiamano ancora oggi: la “catastrofe”. Oltre 700.000 persone furono costrette a fuggire. Alcuni scapparono nel caos, altri vennero espulsi. Molti lasciarono la porta socchiusa, la chiave in tasca, certi che sarebbero tornati presto. Quelle chiavi, arrugginite dal tempo, oggi pendono come talismani nelle case dei figli e dei nipoti. Simboli silenziosi di un ritorno mancato. La guerra scoppiò quasi subito. Il 15 maggio 1948, il giorno dopo la proclamazione dello Stato di Israele, gli eserciti di Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq varcarono i confini. La terra promessa si svegliò sotto il rombo dei cannoni: da un lato il sogno di una liberazione, dall’altro la paura dell’annientamento. Sui margini, le ultime truppe britanniche ancora presenti osservavano il disordine che avevano contribuito a generare, lasciando una terra fratturata. Sembrava un’impresa impossibile. Un pugno di uomini e donne, molti dei quali reduci dai campi di concentramento, si trovavano a difendere una patria appena nata, fragile come un respiro. Ma le milizie ebraiche, già temprate da mesi di guerra civile con le forze arabe locali, si riorganizzarono in poche settimane in un esercito regolare. Arrivarono armi dalla Cecoslovacchia, fondi dalla diaspora, volontari da ogni angolo del mondo. E soprattutto, una volontà incrollabile, alimentata dalla memoria di chi non aveva più nulla da perdere. Gli eserciti arabi, divisi da rivalità interne e privi di una strategia comune, non riuscirono a sfondare. E così, contro ogni previsione, Israele resistette. Non solo: consolidò i suoi confini oltre quanto previsto dal piano ONU.

Due memorie si accendevano nello stesso fuoco. Comunque la si racconti, per chi c’era ha avuto un solo significato: diventare straniero nella propria terra.
E da quel giorno, ogni pietra rimossa, ogni campo coltivato, ogni casa ricostruita, ha parlato la lingua del rimpianto. E della resistenza.

La tensione non si placa negli anni successivi. Nel 1967, la miccia si accende di nuovo. Egitto, Siria e Giordania mobilitano le truppe, chiudono lo stretto di Tiran, invocano la guerra. Israele, sentendosi accerchiato, lancia un attacco preventivo. In sei giorni, conquista Cisgiordania, Gerusalemme Est, Striscia di Gaza, Alture del Golan, Sinai. Le mappe si deformano, i confini diventano mobili, tracciati più dalla forza che dal diritto.

Israele giustifica l’occupazione con la necessità di garantire la propria sicurezza in un contesto ostile; ma sul terreno prende forma un’altra realtà: colonie che crescono come funghi su terre appena conquistate, espropri silenziosi di uliveti e campi, documenti d’identità e coprifuoco che decidono chi può muoversi e chi no. Ogni chilometro quadrato diventa una dichiarazione politica. Ogni permesso negato, un messaggio di controllo.

Nel 1987 scoppia la Prima Intifada.
Apparentemente — e romanticamente — è la rivolta dei ragazzini armati di pietre contro i carri armati. Le immagini che arrivano da Ramallah, Nablus, Gaza raccontano vicoli pieni di adolescenti che sfidano con sassi e bandiere i blindati dell’esercito israeliano. A Beit Sahour, villaggio cristiano vicino a Betlemme, l’intera comunità smette di pagare le tasse all’amministrazione militare: “No taxation without representation”, proclamano. È una delle prime forme organizzate di disobbedienza civile nella storia palestinese recente.

Ma dietro quell’energia giovanile, spesso inconsapevole, si muovono forze più oscure. Dopo l’accordo di Jibril del 1985, che vide il rilascio di oltre un migliaio di detenuti palestinesi — tra cui anche diversi ergastolani condannati per atti terroristici — molte cellule armate erano tornate operative. La rivolta divenne presto terreno fertile per la riorganizzazione di gruppi clandestini, che videro nella sollevazione civile un’occasione per rilanciarsi. Alcuni si insinuarono tra le proteste, strumentalizzandole e contaminandone il senso originario.

In quello stesso clima, alla fine del 1987, si costituisce formalmente Hamas, espressione radicale dei Fratelli Musulmani in Palestina, e destinata a diventare uno degli attori più violenti e determinanti del conflitto. Anche la Jihad Islamica e altri gruppi militanti si inseriscono nella mobilitazione: non per difendere la popolazione, ma per guidarla verso un’escalation armata, spesso sacrificandone le vite sull’altare di strategie altrui.

Nel frattempo, la popolazione palestinese, stretta tra due fuochi — la repressione israeliana e il ricatto delle milizie — cerca di sopravvivere e resistere con gli strumenti che ha. Non solo madri, ma studenti, medici, insegnanti, artigiani. Comitati popolari riaprono scuole clandestine nei seminterrati, allestiscono ambulatori d’urgenza, coltivano orti sui tetti. La resistenza si fa quotidiana, creativa, ostinata: una cultura della vita che sfida la logica della distruzione.

Ma anche la risposta israeliana si fa sistematica. Lo Stato si sente sotto assedio permanente, colpito da attacchi continui e imprevedibili. I militari operano in stato d’allerta, e spesso colpiscono senza distinguere. Braccia spezzate a colpi di manganello, case demolite come punizione collettiva, arresti di massa, minori trattenuti per mesi senza processo. Ogni sasso può nascondere un’esplosione. Ogni giovane può essere un militante.

La Prima Intifada è un intreccio complesso: di coraggio civile e manipolazione armata, di repressione brutale e dignità disarmata, di sogni popolari e interessi strategici. Eppure, nel caos, una verità resta innegabile: finché non si riuscirà a separare la voce della società civile dalle urla delle milizie, finché Israele continuerà a colpire indiscriminatamente senza distinguere tra chi resiste e chi approfitta, la pace sarà un orizzonte lontano. Perché solo ascoltando chi costruisce, e non chi distrugge, sarà possibile cambiare davvero la storia.

Arrivano gli anni ’90 e con essi uno spiraglio di speranza: gli Accordi di Oslo del 1993 sembrano promettere “due popoli, due Stati”. La storica stretta di mano tra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin sul prato della Casa Bianca fa il giro del mondo. Ma quella promessa di pace si scontra presto con la realtà. I negoziati procedono a rilento e intanto, sul territorio, la vita quotidiana continua a peggiorare. Le colonie israeliane nei territori occupati non si fermano, anzi si espandono. L’“autonomia” palestinese prevista dagli accordi si traduce in un puzzle di zone amministrative (Area A, B, C) che spezzettano la Cisgiordania in isole scollegate, inframmezzate da strade riservate ai coloni. I palestinesi per muoversi devono esibire permessi sempre più difficili da ottenere. Capita che una seduta di chemioterapia, un parto complicato, un funerale diventino imprese quasi impossibili a causa di un checkpoint chiuso. La pace promessa resta appesa a un filo, e quando nel 1995 Rabin viene assassinato da un estremista israeliano, quel filo si spezza di colpo.

Nel 2000 esplode la Seconda Intifada. Stavolta le pietre non bastano più: arrivano le armi e gli attentati suicidi. Esplosioni squarciano autobus affollati a Gerusalemme e Tel Aviv, kamikaze si fanno saltare nei mercati. La risposta israeliana è durissima: incursioni nei centri abitati, retate di militanti ma anche di civili, bombardamenti mirati. A Jenin, nel 2002, un intero quartiere residenziale viene raso al suolo durante un’offensiva. A Gaza le notti diventano insonni per il ronzio ininterrotto dei droni armati sopra i tetti. Nessuno è più al sicuro: né chi vive dietro il Muro che Israele nel frattempo ha costruito attorno ai territori palestinesi, né chi ogni giorno deve attraversare quel muro per curarsi o lavorare. Ogni passo, ogni gesto quotidiano diventa una scelta politica. Perfino un sorriso può diventare un atto di resistenza.

Nel 2005 Israele si ritira unilateralmente da Gaza. Ma non è la fine dell’occupazione: è solo l’inizio di un’altra forma di controllo. Il blocco imposto subito dopo – da Israele a nord e ovest, dall’Egitto a sud – trasforma quella sottile striscia di terra in una prigione a cielo aperto. Nessuno entra, nessuno esce. Manca l’acqua, manca la corrente, mancano i farmaci. I sogni si infrangono contro un muro più alto del cielo. Nel 2007 la situazione precipita. Hamas, che aveva vinto le elezioni legislative l’anno prima, prende il potere con un colpo di forza, estromettendo Fatah e l’Autorità Nazionale Palestinese con uno scontro armato interno. Il governo dell’ANP viene cacciato da Gaza, le elezioni cancellate, la voce civile messa a tacere. Da quel momento, Gaza non è più solo sotto assedio esterno: è ostaggio anche di un potere interno che reprime il dissenso, educa all’odio, e nasconde le sue armi nei cortili delle scuole, tra gli ospedali, nei tunnel sotto le case. Da allora, Gaza diventa il cuore pulsante di una spirale senza tregua. Le operazioni militari si susseguono: Piombo Fuso nel 2008, Margine Protettivo nel 2014, Guardiani delle Mura nel 2021. Ogni volta, la stessa tragedia. Israele risponde agli attacchi missilistici di Hamas — reali, continui, minacciosi — con una forza sproporzionata, che travolge tutto ciò che incontra. Quartieri interi vengono cancellati, scuole bombardate, ospedali devastati. Migliaia di morti, in gran parte civili. Famiglie intere sotto le macerie. Il diritto di Israele a difendersi è indiscutibile. Ma è il modo in cui lo esercita che alimenta il dolore e l’odio. Hamas si nasconde tra i civili. Israele, invece di isolare le milizie, colpisce in massa, lasciando che sia la popolazione a pagare il prezzo più alto. In mezzo, ci sono vite. Bambini, anziani, studenti, madri, lavoratori. Vite spezzate che nessuno potrà più riparare.

Poi arriva il 7 ottobre 2023. All’alba, centinaia di militanti di Hamas sfondano inaspettatamente le barriere di confine ed entrano in territorio israeliano. Attaccano basi militari ma anche kibbutz e villaggi, colpiscono civili nelle loro case, prendono più di 200 ostaggi. È il giorno più nero per Israele dalla sua fondazione: oltre 1.200 israeliani – in maggioranza civili – vengono uccisi nel giro di poche ore. L’attacco condotto da Hamas ha scosso il mondo per la sua brutalità: famiglie sterminate nei kibbutz, bambini uccisi, ragazze violentate, corpi dati alle fiamme, ostaggi trascinati via tra le urla. Le testimonianze parlano di sevizie, stupri, esecuzioni sommarie. Un orrore insostenibile, che ha lasciato ferite profonde, difficili da rimarginare. 

Ma il dolore – qualunque sia la sua origine – non può giustificare la punizione collettiva di un intero popolo. E la spirale di vendette che ne è seguita ha colpito migliaia e migliaia di innocenti, moltiplicando la sofferenza.

La reazione israeliana è immediata, furiosa, totale. Gaza viene sottoposta a un assedio spietato. Partono bombardamenti continui dal cielo e dal mare, mentre le forze di terra invadono la Striscia. Nel giro di settimane Gaza si trasforma in un enorme cratere fumante. Interi palazzi si sbriciolano sotto le bombe. Le Nazioni Unite parlano apertamente di catastrofe umanitaria. Si contano decine di migliaia di vittime civili palestinesi (secondo i dati più aggiornati del Ministero della Sanità di Gaza, confermati anche da UN OCHA (l’acronimo di United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, ovvero Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari) a metà giugno 2025 si contano oltre 37.000 morti e circa 86.000 feriti. Altre stime locali non verificate parlano di cifre ancora più alte). Ma le parole della diplomazia restano senza peso.

Il governo israeliano – guidato da Netanyahu insieme a una coalizione di partiti ultranazionalisti – difende le proprie azioni definendole una “guerra al terrorismo”. Eppure persino la Corte Penale Internazionale dell’Aia, che indagava già dal 2021, nel 2024 ha chiesto mandati d’arresto per leader sia israeliani che di Hamas, con l’accusa di crimini di guerra legati al conflitto in corso commessi durante l’offensiva. Le immagini che arrivano da Gaza – ospedali al collasso, quartieri ridotti in cenere, bambini estratti dalle macerie – parlano da sole e scuotono le coscienze di molti nel mondo. Anche dentro Israele qualcosa si muove. Nella centrale piazza Rabin di Tel Aviv migliaia di persone sfilano silenziosamente chiedendo una tregua, la liberazione degli ostaggi, la fine delle violenze contro i civili di Gaza. Ci sono genitori israeliani che il 7 ottobre hanno perso un figlio, e che hanno continuato a partecipare a iniziative di dialogo e memoria con il Forum delle Famiglie in Lutto, alzando cartelli con scritto ‘nessun altro figlio, da nessuna parte’. Le loro parole risuonano anche oggi, mentre altri manifestano a Tel Aviv per chiedere la fine delle violenze. Tra loro c’è anche Rami Elhanan, un padre israeliano che anni fa ha visto morire la figlia in un attentato palestinese, e che oggi marcia accanto ai genitori palestinesi del Forum delle Famiglie in Lutto. “La pace non è un’utopia,” dice, “è una scelta quotidiana. Ma deve partire da noi”.

Nel frattempo, in Cisgiordania, la tensione raggiunge livelli altissimi. I coloni estremisti attaccano i villaggi palestinesi, mentre l’esercito israeliano intensifica retate e posti di blocco. Centinaia di giovani palestinesi vengono arrestati senza processo sotto la legge della “detenzione amministrativa”. L’odio si alimenta giorno dopo giorno. Eppure, anche qui, esistono sacche di resistenza ostinata e non violenta. A Hebron, un gruppo di insegnanti tiene aperta una scuola minacciata di demolizione dalle autorità militari, facendo lezione a turni anche se fuori i coloni li intimidiscono ogni giorno. A Gerusalemme Est, un collettivo di architetti progetta abitazioni “antisfondamento”, case semplici ma costruite con accorgimenti per resistere agli sfondamenti e alle demolizioni forzate. Sono gesti quotidiani, quasi invisibili, ma contengono un seme di futuro.

La tragedia israelo-palestinese è unica perché duplice: due traumi, due storie di persecuzione, due identità che per generazioni si sono percepite in pericolo di estinzione. Ma ormai il tempo non può più essere una giustificazione. Non ci potrà mai essere sicurezza per gli uni senza giustizia per gli altri. Non ci potrà mai essere una pace che sia solo armata. O imparano a convivere, o continueranno a distruggersi a vicenda. L’unica verità che resiste, in mezzo a tanto fango, è che nessuno nasce per odiare. Sarebbe bello vedere un giorno, nel cuore di Hebron, due bambini – uno palestinese e uno israeliano – rincorrere un pallone sgonfio. Magari non parlerebbero la stessa lingua, ma riderebbero allo stesso modo. La tragedia è tutt’intorno a loro, ma per un attimo tace. L’umanità, quando riesce ad alzare la testa, c’è da entrambe le parti del muro. E la vera forza, nel conflitto israelo-palestinese, non è quella degli eserciti: è quella di chi, giorno dopo giorno, sceglie di non odiare. Di chi continua a vivere, a educare, a curare, a coltivare nonostante tutto. In questa terra martoriata, la resistenza più radicale è quella della vita.

L’Iran e il grande gioco nucleare

Non c’è luogo in Medio Oriente più temuto e frainteso dell’Iran.

Nel 1953, un primo ministro democraticamente eletto, Mohammad Mossadeq, osò toccare ciò che era considerato intoccabile: il petrolio. Voleva nazionalizzarlo, sottrarlo al monopolio britannico. Durò poco. La CIA e l’MI6 organizzarono un colpo di Stato che lo depose, restituendo il potere assoluto allo scià Reza Pahlavi, alleato dell’Occidente. Da allora, l’Iran imparò sulla propria pelle che i grandi sogni di autonomia potevano costare caro.

Il risentimento covò sotto la superficie per anni, fino a esplodere nella rivoluzione del 1979. Fu allora che il potere religioso prese il posto di quello monarchico, promettendo giustizia,  portando invece un nuovo tipo di repressione. Il risentimento covò sotto la superficie per anni, alimentato da decenni di disuguaglianze, corruzione e pesanti ingerenze straniere. Sotto lo scià Mohammad Reza Pahlavi, l’Iran visse una modernizzazione forzata, sostenuta dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, ma costruita sul controllo militare, sulla censura sistematica e sulla brutalità della polizia segreta SAVAK, che torturava e faceva sparire oppositori politici, intellettuali e studenti. Nel 1979, quel fuoco esplose: la rivoluzione rovesciò la monarchia e consegnò il potere al clero sciita. Ma se il vecchio regime aveva represso in nome del progresso, il nuovo lo fece in nome della religione. Le speranze di riscatto furono presto tradite: la libertà promessa si trasformò in una teocrazia autoritaria, con tribunali religiosi, repressione politica e un sistema legale oppressivo soprattutto per le donne. Quelle che avevano manifestato per la libertà si trovarono invece con il velo obbligatorio e la sorveglianza morale. Quella rivoluzione che prometteva giustizia e riscatto, finì per instaurare un nuovo regime di paura. Un’altra speranza tradita.

In realtà, la storia dell’Iran non è un’eccezione: in un periodo di sessant’anni, più di sei colpi di Stato su dieci nel Medio Oriente furono sostenuti da attori esterni, con un susseguirsi di interventi che hanno spesso travolto ideali di sovranità nazionale. È un dato che pesa. Come una mano invisibile che continua a ridisegnare i confini, a modellare i destini dei popoli dall’esterno.

Ma sotto la superficie dei grandi giochi di potere, continuava a scorrere un’altra storia: quella della gente comune. Il popolo iraniano – che ha letto poesie sotto censura, danzato in case chiuse, disegnato la libertà nei margini delle agende scolastiche – ha sempre trovato il modo di esprimere il proprio dissenso. Nelle piazze, nelle università, sui social, nelle canzoni, nei film. E anche nei gesti quotidiani, silenziosi: togliersi il velo in pubblico, scrivere versi proibiti, fuggire all’estero pur di non soffocare.

Nel settembre del 2022, il mondo ha conosciuto un nome che, in Iran, è diventato simbolo: Mahsa Amini. Aveva ventidue anni. Fu arrestata dalla polizia morale perché “portava male il velo”. Ne uscì su una barella, priva di coscienza. Morì poco dopo, a causa delle percosse subite. Il suo nome è diventato un grido: nelle strade, nei graffiti, nelle mani alzate delle ragazze che si tagliavano i capelli davanti alle telecamere. Ma quel dolore veniva da lontano. Era solo l’ultima scintilla in un incendio che cova da anni.

Nella retorica occidentale l’Iran è “il nemico”: l’oscura teocrazia islamica che minaccia Israele, finanzia milizie come Hezbollah e Hamas, e destabilizza la regione. Ma al di là dello sguardo ideologico, esiste un dato di fatto: Teheran gioca da decenni un ruolo attivo e ambivalente nel Medio Oriente. Appoggia regimi autoritari e gruppi armati, ma al tempo stesso si presenta come baluardo della resistenza contro l’egemonia americana e israeliana. In Siria, è intervenuta militarmente accanto alla Russia per salvare Assad, alimentando un conflitto che ha causato centinaia di migliaia di vittime. In Libano, a Gaza e in Iraq influenza la politica interna attraverso reti di potere parallele. E in patria reprime con violenza ogni forma di dissenso, soprattutto se arriva dalle donne o dalle minoranze etniche. È uno Stato che teme la libertà, ma ne rivendica il monopolio. Un attore fondamentale — e pericolosamente doppio — nel mosaico mediorientale.

Nella narrazione del regime iraniano, invece, l’Iran è la vittima accerchiata: l’erede di un’antica civiltà che difende la propria sovranità contro un mondo ostile. Dietro queste due immagini contrapposte se ne muove però un’altra, più complessa e fragile: quella di un popolo che da anni vive sospeso tra orgoglio nazionale e isolamento globale, tra sogni infranti e speranze ostinate.

Negli ultimi mesi l’Iran è tornato al centro della scena internazionale per il suo programma nucleare. Ufficialmente Teheran sostiene che sia a scopo civile, ma il livello di arricchimento dell’uranio ha superato la soglia critica del 60%, avvicinandosi pericolosamente all’uso bellico. L’AIEA – l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica – aveva lanciato l’allarme da tempo: gli ispettori erano sempre più ostacolati, e dopo il fallimento del delicato accordo sul nucleare del 2015 (noto come JCPOA) l’equilibrio già precario si era spezzato. L’Iran giustificava le sue mosse come reazione alle pressioni occidentali – soprattutto dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sotto l’amministrazione Trump – ma il sospetto della comunità internazionale cresceva, e con esso la tensione.

Il 9 giugno 2025 la miccia si accende. Israele lancia un attacco aereo su larga scala contro le installazioni nucleari iraniane. Non è la prima volta che i due Paesi si colpiscono a distanza, ma questa volta è diverso: l’operazione è aperta, dichiarata, massiva. Stormi di caccia bombardano i siti di Natanz, Isfahan, Khondab e Fordow, centrando laboratori di arricchimento, infrastrutture strategiche e depositi missilistici. L’obiettivo dichiarato è chiaro: bloccare l’avanzamento del programma atomico di Teheran. Colpire, cioè, obiettivi militari e industriali precisi, nel tentativo di interrompere lo sviluppo della capacità nucleare.

La reazione dell’Iran arriva rapida e brutale. Non si limita a un’azione simbolica o indiretta: lancia decine di missili balistici e sciami di droni contro obiettivi civili, mirando al cuore del sud di Israele. Alcuni vengono intercettati dalla difesa aerea, ma altri raggiungono le infrastrutture civili. Uno colpisce in pieno il Soroka Medical Center di Be’er Sheva, costringendo all’evacuazione reparti ospedalieri e causando centinaia di feriti tra pazienti e personale sanitario. Due strategie, due intenti diversi. Israele punta a impianti nucleari militari. L’Iran, invece, risponde colpendo direttamente la popolazione (alcune fonti iraniane hanno accusato Israele di aver successivamente colpito anche l’Università Imam Hussein, a sud di Teheran — ma la notizia non ha trovato conferme ufficiali).
In pochi giorni, si rompe ogni equilibrio, e una nuova fase del conflitto si apre, più scoperta e violenta che mai.

Nel giro di 72 ore le sirene risuonano a Tel Aviv, Haifa, Teheran, Qom – da una parte all’altra della regione. I cieli mediorientali diventano il teatro di uno scontro incrociato: caccia israeliani che volano verso est, missili iraniani che solcano il cielo verso ovest. Le famiglie israeliane passano le notti stipate nei rifugi, mentre a Teheran decine di migliaia di persone fuggono in auto verso le province del nord. Le immagini delle autostrade bloccate dal traffico, delle stazioni di servizio prese d’assalto, delle farmacie svuotate dai cittadini in preda al panico, iniziano a circolare sui social – finché la censura iraniana non cala a oscurare tutto.

Il 18 giugno l’escalation fa un altro passo. L’Iran intensifica i lanci di missili: non colpisce più solo obiettivi militari, ma prende di mira anche zone civili nelle città israeliane. Netanyahu dichiara che Israele si trova di fronte a un “atto di guerra su vasta scala”. Teheran, dal canto suo, denuncia la palese violazione del diritto internazionale da parte di Israele con il primo attacco. Le diplomazie mondiali però restano in silenzio. Sembra tutto sull’orlo del disastro quando, a sorpresa, entra in scena un terzo attore.

Il 22 giugno 2025 gli Stati Uniti colpiscono a loro volta obiettivi sul territorio iraniano. Senza annunci pubblici né ultimatum, parte un’ondata di bombardamenti americani: vengono distrutti altri impianti legati al programma nucleare iraniano e alcuni centri di comando strategico a Teheran. La nuova amministrazione Trump, tornata alla Casa Bianca da pochi mesi, lascia intendere – in dichiarazioni ambigue – che l’obiettivo è “ristabilire l’equilibrio regionale” e “impedire lo scenario peggiore”. Washington definisce l’operazione un’azione difensiva a protezione degli alleati. Ma in Iran quelle esplosioni hanno un altro nome: invasione.

Pochi giorni dopo, arriva un annuncio inatteso. Il 24 giugno Donald Trump, forte del ruolo che gli Stati Uniti si sono ripresi nel conflitto, proclama un cessate il fuoco unilaterale, affermando di aver mediato con successo tra le parti. Non fornisce dettagli; nessun accordo scritto, nessun comunicato congiunto viene diffuso. E infatti, meno di 24 ore dopo, la tregua comincia già a sfilacciarsi. Tel Aviv accusa l’Iran di aver lanciato altri droni oltre confine; Teheran accusa Israele di non aver fermato tutti i raid. Di fatto, la “tregua” regge solo sul filo stanco dell’esaurimento reciproco, mentre sul campo si continua a combattere a bassa intensità.

Tutto questo accade mentre i media internazionali rincorrono esperti e pubblicano mappe di un possibile nuovo grande conflitto. In televisione si discute di armamenti di ultima generazione, di equilibri di potenza, di “escalation controllata”. Ma non si parla del blackout elettrico che lascia migliaia di famiglie senza luce a Qom dopo i primi bombardamenti. Non si parla del padre di Be’er Sheva che ogni notte dorme con le scarpe ai piedi per poter correre più in fretta nel rifugio insieme alla figlia se suonano le sirene. Non si parla della studentessa di Teheran che è costretta a scrivere l’esame finale su un taccuino, a lume di candela, perché la sua città è al buio.

In fondo, è questo il paradosso di chi fa politica internazionale guardando solo i confini e mai le persone: pretendere di costruire il futuro sulle macerie della vita quotidiana. Parlare di sicurezza globale ignorando l’insicurezza nella vita di ogni giorno. Eppure le crisi non si risolvono nei bunker dei generali, ma nelle case della gente. Nelle scuole, negli ospedali, nei cortili dove nonostante tutto c’è ancora chi gioca a pallone. Se c’è una lezione da trarre da questa guerra nell’ombra, è che nessuna nazione può vivere per sempre sotto l’ombra di una bomba atomica senza perdere qualcosa di sé. E che le vere “linee rosse” non sono quelle tracciate sui radar, ma quelle che attraversano i corpi e i cuori delle persone comuni. Sono le madri che non vogliono piangere più figli. Sono gli studenti che reclamano un futuro. Sono i contadini che desiderano solo acqua e pace.

E allora forse la domanda da farsi non è chi abbia vinto questa guerra silenziosa.
Ma chi abbia saputo preservare la propria umanità, nonostante tutto.

Le potenze regionali: il Medio Oriente come scacchiera

In Medio Oriente ogni conflitto locale ha almeno tre livelli di lettura: quello dichiarato, quello occulto e quello simbolico. Nulla accade veramente in isolamento. Ogni mossa militare è anche la mossa sulla scacchiera più grande, dove un altro attore tira i fili. Ogni crisi umanitaria riflette anche lo scontro sotterraneo per il controllo di risorse, rotte commerciali, sfere d’influenza. Se i protagonisti ufficiali delle cronache oggi sono Israele, l’Iran, i palestinesi, il resto della regione non resta certo a guardare. Anzi. Le potenze regionali si muovono con l’abilità dei funamboli: a volte compaiono in primo piano, altre restano dietro le quinte, altre ancora indossano maschere diverse a seconda della convenienza.

La Turchia di Erdoğan è uno degli attori più ambigui. Da un lato sostiene a parole la causa palestinese – condannando Israele in pubblico alle Nazioni Unite – dall’altro mantiene solidi rapporti commerciali e militari proprio con Tel Aviv. In Siria, Ankara ha combattuto sia contro il regime di Assad sia contro i curdi, a seconda di quale minaccia reputasse maggiore per i suoi interessi. La sua visione neo-ottomana del mondo la spinge a proporsi come potenza mediatrice ed equilibratrice, ma spesso agisce piuttosto da potenza di pressione. Ha accolto sul proprio territorio milioni di profughi siriani in fuga dalla guerra, ma non ha esitato a usare la loro disperazione come leva geopolitica nei confronti dell’Europa, minacciando di “aprire i cancelli” e lasciarli proseguire verso ovest. Intanto la popolazione turca, stremata da una grave crisi economica, si divide: c’è chi invoca stabilità a ogni costo, e chi invece accusa il governo di usare il Medio Oriente come un teatro dove fingere una forza imperiale che non esiste più.

L’Arabia Saudita, invece, gioca una partita più silenziosa ma non meno incisiva. Per anni ha finanziato la diffusione dell’estremismo sunnita attraverso reti di madrase e predicatori fondamentalisti in mezzo mondo, ma oggi cerca di mostrarsi sotto una luce diversa: quella di partner della modernizzazione, investendo in tecnologia, sport, green economy. Dopo gli accordi di disgelo con Israele promossi dall’amministrazione Trump (che avevano portato agli Accordi di Abramo del 2020), Riyad sembrava persino pronta a ufficializzare le relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico. Poi è arrivato il 7 ottobre 2023, e la strada si è fatta di nuovo tortuosa. Mentre i leader sauditi condannano pubblicamente le stragi di civili a Gaza, in privato continuano a tessere dialoghi con Israele per non perdere il treno della supremazia regionale. L’élite al potere in Arabia Saudita sa bene che la vera sfida non è soltanto con l’Iran o con Israele, ma con la propria immagine: quella di uno Stato ricchissimo che teme l’instabilità tanto quanto l’arretratezza interna.

E l’Egitto? Bloccato a metà fra la gloriosa eredità panaraba di Nasser e l’autoritarismo pragmatico di al-Sisi, il Cairo è il classico mediatore senza reale autonomia. Controlla il valico di Rafah, l’unica via di uscita per i civili di Gaza, ma spesso – per pressioni esterne o calcolo interno – lo tiene chiuso, intrappolando i palestinesi nella loro prigione. Fa da intermediario nei negoziati tra Hamas e Israele (ad esempio per lo scambio di prigionieri o le tregue umanitarie), ma lo fa quasi sempre sotto dettatura di Washington e di Bruxelles. Nel frattempo il popolo egiziano vive una crisi economica devastante: l’inflazione galoppa, la moneta crolla, mancano pane e lavoro. Sempre più spesso esplodono proteste di piazza contro la corruzione e il carovita, ma il regime le reprime con pugno di ferro. E così persino il confine con Gaza – che potrebbe essere una valvola di sfogo e solidarietà – diventa invece una linea di contenimento della dignità: da un lato una catastrofe umanitaria, dall’altro un governo che teme che quella stessa disperazione sia contagiosa.

Il Qatar gioca la carta del mediatore dai molti volti. Nella capitale Doha ospita il quartier generale politico di Hamas (cosa che gli vale le accuse di fiancheggiare il terrorismo da parte dei suoi vicini), però allo stesso tempo mantiene ottimi rapporti con gli Stati Uniti e l’Europa. Si propone come attore umanitario finanziando ospedali e progetti di ricostruzione a Gaza e altrove, ma intanto difende i propri interessi nel settore energetico con pugno duro. Dietro l’immagine patinata da “Davos del deserto” – fatta di conferenze internazionali e grandi eventi sportivi come i Mondiali di calcio – il Qatar conduce una diplomazia parallela, segreta, fatta di tavoli informali, pressioni discrete, valigie di milioni di dollari che all’occorrenza cambiano il corso delle alleanze.

Infine c’è la Siria, un Paese ancora in macerie, ridotto a terreno di scontro permanente tra potenze esterne. Dal 2011 la Siria è il tragico esempio di come il Medio Oriente possa diventare una ferita aperta nel cuore del mondo. La guerra civile siriana è divenuta negli anni un conflitto internazionale: il regime di Assad è sopravvissuto soprattutto grazie all’intervento di Russia e Iran; nel nord, la Turchia occupa strisce di territorio per tenere lontani i curdi; a est e a sud, truppe americane e milizie varie controllano le zone petrolifere e contengono i residui dell’ISIS. Intanto la popolazione sopravvive a stento. A Raqqa i bambini giocano tra le rovine lasciate dallo Stato Islamico, imparando a memoria dove non mettere i piedi per non saltare sulle mine. A Idlib centinaia di migliaia di sfollati vivono sotto le tende, con la paura costante delle bombe che ogni tanto piovono ancora. Eppure, anche lì, le comunità si riorganizzano ogni giorno. Nelle scuole improvvisate sotto terra, nei mercati clandestini, nei campetti di calcio disegnati col gesso su un cemento sbrecciato, la vita continua. Nonostante tutto, si vive. Nonostante tutto, si resiste.

In questo scenario di giochi incrociati, l’umano rischia di sparire. Le mappe geopolitiche colorano le zone d’influenza ma cancellano i volti. Parlano di sunniti, sciiti, moderati, estremisti, ma non raccontano dei tassisti, dei pescatori, delle infermiere, dei maestri di scuola. Non raccontano gli incontri clandestini tra giovani attivisti siriani e palestinesi, che pure avvengono scambiandosi esperienze di resistenza. Non raccontano i comitati di madri che, nei campi profughi, cucinano insieme ogni venerdì per tutte le famiglie – indipendentemente dalla fede, dalla fazione, dall’etnia.

La scacchiera è grande, ma le pedine non sono tutte uguali. Alcune, semplicemente, non hanno mai chiesto di giocare. Sono i civili di ogni paese del Medio Oriente, usati come messaggi da recapitare o come ostaggi di strategie che non hanno mai potuto influenzare. Eppure sono proprio loro la parte più resistente del sistema. Quella che tiene insieme le città quando tutto crolla. Quella che ricostruisce con le proprie mani, che inventa nuove forme di convivenza, che sfida le identità imposte con la sola forza del continuare a vivere. E se un giorno le mappe di questa regione cambieranno davvero, non sarà per un trattato firmato in una capitale lontana. Sarà perché quelle voci oggi sommerse diventeranno un’onda. Sarà perché il dolore, a un certo punto, avrà superato la paura.

Le potenze globali: interessi lontani, conseguenze vicine

A migliaia di chilometri dal deserto del Negev, in una sala climatizzata di Washington, un governo approva un nuovo pacchetto di aiuti militari. A Londra, in una conferenza stampa, si riafferma il “diritto all’autodifesa” di un alleato storico. A Mosca, tra un tavolo negoziale e l’altro, si calcolano i vantaggi indiretti di una guerra altrui. E a Pechino, nelle stanze ovattate del potere, si osserva con interesse ogni crepa dell’egemonia americana. Così funziona la geopolitica globale: si parla di strategie tra potenti, ma si agisce sulla pelle di altri popoli.

Le grandi potenze mondiali hanno sempre guardato al Medio Oriente come a una scacchiera di religioni ed energie da muovere a proprio vantaggio. Dietro ogni alleanza stretta o ogni veto posto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dietro ogni raid “tollerato” o rifornimento di armi, ci sono scuole distrutte, ospedali al collasso, famiglie sfollate. I conflitti locali diventano messaggi planetari, ma il prezzo lo pagano sempre i più vicini all’esplosione. E i più poveri.

Gli Stati Uniti, che amano definirsi “guardiani della libertà”, restano il garante militare e diplomatico principale di Israele in regione. Le loro basi militari costellano il Medio Oriente dal Golfo Persico al Mediterraneo. I cargo con armamenti made in USA arrivano puntuali ogni settimana. E quando Israele bombarda, la Casa Bianca raramente condanna apertamente. Gli interessi in gioco per Washington sono molteplici: contenere l’influenza iraniana, assicurarsi il controllo del corridoio energetico del Mediterraneo orientale, sostenere la propria industria bellica che da quei conflitti trae profitti enormi. Ma la retorica della democrazia e dei diritti umani suona terribilmente vuota quando, a Khan Younis, un bambino muore sotto le bombe per la settima notte consecutiva e su quei missili c’è scritto “Made in USA”

E non è certo la prima volta che le scelte geopolitiche americane generano mostri. Negli anni ’80, per contenere l’influenza sovietica in Afghanistan, fu proprio la CIA a finanziare e armare i mujaheddin. Tra questi, anche un giovane saudita destinato a diventare il nemico pubblico numero uno: Osama Bin Laden. Un’alleanza temporanea, costruita sull’opportunismo, che ha lasciato in eredità una delle ombre più lunghe della storia recente.

Anche l’Europa, seppur con più timidezza, è presente nella partita. Francia, Germania e Regno Unito tentano di mantenere un equilibrio: a parole evocano i diritti umani, ospitano summit di pace, inviano aiuti umanitari; nei fatti, però, stringono accordi di difesa e vendono armi a governi autoritari della regione. Il linguaggio ufficiale è quello dei valori, ma quello ufficioso è la lingua degli affari – droni, petrolio, gas, commesse miliardarie. Così i proclami europei spesso si schiantano contro la realtà: i reportage dai campi profughi al gelo, le ambulanze bloccate ai check-point, i giornalisti uccisi con precisione chirurgica nonostante le loro pettorine con la scritta “Press”.

La Russia, dal canto suo, ha consolidato la propria presenza nella regione intervenendo con forza nella guerra siriana, dove non si è limitata a fornire armi e addestramento: ha bombardato con i suoi aerei, combattuto con i suoi soldati, sostenuto attivamente il regime di Assad nella repressione della rivolta. Mosca ha impiegato il proprio potere di veto all’ONU per proteggere Damasco dalle risoluzioni internazionali, rendendosi il tutore armato di una delle dittature più sanguinose del secolo. L’obiettivo del Cremlino è chiaro: mostrare che l’Occidente non è l’unico regista possibile in Medio Oriente. Ma la Russia non interviene certo per fermare i massacri: li usa come moneta di scambio diplomatica. Nelle sue televisioni di Stato, le sofferenze di Gaza vengono raccontate non per compassione verso i palestinesi, ma per accusare l’ipocrisia dell’America. Tutto è calcolo, nulla è empatia.

La Cina si muove in silenzio, con la pazienza di una dinastia millenaria. Pechino investe in porti, firmando accordi infrastrutturali in Iran, in Egitto, in Arabia Saudita; porta le sue tecnologie di sorveglianza digitale dove può; vende droni a buon mercato senza troppe domande. Non interviene mai direttamente nei conflitti – per ora – ma tesse relazioni economiche che un domani potrebbero permetterle di proporsi come mediatrice globale super partes. Intanto importa petrolio, esporta telecamere e riconoscimento facciale, resta ufficialmente “neutrale” nelle dichiarazioni, ma spietata nella logica: ogni crisi è un’opportunità di espansione d’influenza mentre gli altri si logorano a vicenda.

Eppure, nessuno di questi attori internazionali si ferma davvero a guardare. A sentire. A vivere ciò che accade a chi in Medio Oriente ci abita, lo ama, lo teme. In un sobborgo di Beirut, ad esempio, una madre libanese riceve la notizia che il figlio – giovane soldato – è morto in uno scontro a fuoco tra Hezbollah e truppe israeliane al confine. Non l’aveva mandato lei a combattere. Aveva solo sperato per lui in un lavoro. In una cittadina israeliana, una ragazza ultraortodossa viene arrestata perché si è rifiutata di fare il servizio militare. Ha vent’anni e un principio semplice: non si può difendere la fede uccidendo altri figli di Dio. Alle porte di Gaza, in una baraccopoli improvvisata, un anziano palestinese disegna a memoria la piantina della casa che gli hanno distrutto con le bombe. Accanto, il nipotino cerca di ricostruirla con il fango e le mani.

Queste storie non entrano nei dossier segreti delle intelligence. Non pesano nei summit diplomatici. Eppure sono la realtà più resistente, quella che ostinatamente continua a vivere. Mentre le grandi potenze osservano le crisi in Medio Oriente come occasioni per regolare conti globali o consolidare la propria posizione, qui – tra Gaza e Gerusalemme, tra Beirut e Teheran – ogni singola notte è una lotta contro la fame, contro il freddo, contro la disperazione. La domanda che la gente si fa non è “chi ha ragione?”. È: “domani saremo ancora vivi?”.

L’“internazionalizzazione” dei conflitti, che nella logica dei potenti dovrebbe garantire equilibrio e ordine, nella vita dei popoli significa solo moltiplicare la violenza. Ogni nuova mano che si aggiunge sul campo non porta la pace: porta armi, porta interessi, porta un’altra bandiera a cui giurare fedeltà. E così, tra dichiarazioni in inglese forbito e strette di mano tra uomini in giacca e cravatta, si spegne la voce di chi dovrebbe contare di più. Quella degli umani. Dei vivi. Dei sopravvissuti.

Ma quella voce non tace per sempre. La si sente nei canti funebri trasformati in cori di protesta. Nei graffiti sui muri di Gerusalemme e Hebron. Nei flash mob pacifisti organizzati a Ramallah. Nelle lettere dei soldati che rifiutano di sparare. Nei racconti che viaggiano su Telegram tra donne iraniane e ragazze egiziane che pure non si sono mai incontrate, ma si chiamano “sorella” l’un l’altra.

Perché se è vero che il Medio Oriente ha visto nascere gruppi armati, lotte feroci, derive ideologiche violente, è altrettanto vero che la maggioranza della sua gente non impugna fucili: lavora, cresce figli, sogna un tetto e un futuro. Ed è proprio questa umanità a subire le conseguenze delle scelte e della violenza di tutti gli attori in campo — siano essi governi, milizie, potenze estere o interessi geopolitici. È il convitato di pietra di ogni trattativa, di ogni veto, di ogni bomba sganciata.

Nel mondo dei potenti il Medio Oriente è solo una leva. Per chi lo abita, è casa. E non c’è casa che non meriti la pace.

Le voci dal basso

C’è un Medio Oriente che non fa i titoli dei telegiornali. Che non lanciamissili né firma trattati di pace a Camp David. Che non traccia confini nei comunicati stampa delle cancellerie. È un Medio Oriente fatto di madri, infermieri, studenti, contadini, poetesse, imbianchini, suore, imam, rabbini, camionisti. È il Medio Oriente che resiste. Non con le armi, ma con la vita.

A Gaza, mentre piovono le bombe, centinaia di insegnanti continuano a fare lezione nei tunnel sotterranei, con le torce puntate sui volti dei bambini seduti per terra. A Jenin, un gruppo di ragazzi ha trasformato un furgoncino in una biblioteca mobile che attraversa i checkpoint con la scusa di distribuire verdure: sotto le casse di melanzane sono nascosti libri di poesia e romanzi, perché anche leggere è resistenza. A Hebron, un medico palestinese opera di nascosto anche i bambini israeliani feriti negli scontri al confine. “Non esistono figli del nemico,” dice. “Esistono solo figli che devono crescere.”

Ma la voce della resistenza civile si alza anche contro i soprusi interni, non solo contro quelli imposti da fuori. Tra luglio e agosto del 2023, migliaia di gazawi — molti giovani — hanno sfidato Hamas con una protesta storica, chiedendo non soltanto pane, energia elettrica e acqua, ma diritti, trasparenza e libertà. Hamas governa la Striscia dal 2007: allora prese il potere con un colpo di forza, per poi vincere – in seguito – le elezioni legislative, ma da quasi vent’anni non ci sono più state elezioni, il potere è diventato ereditario, e la corruzione è dilagante. Le manifestazioni, accompagnate dallo slogan “We want to live” («Vogliamo vivere»), furono represse con durezza: arresti, pestaggi, uso della forza, telefonini sottratti ai giornalisti, almeno un manifestante ucciso. Hamas usa sistematicamente la violenza anche contro il proprio popolo, per soffocare il dissenso. Qualche settimana dopo, con l’attacco del 7 ottobre, lo stesso movimento ha compiuto un salto di scala: c’è chi sostiene che quell’offensiva sia stata anche dettata dal desiderio di ricompattare il consenso interno, soffocare l’opposizione e rialzare la bandiera dell’odio.

Anche in Israele ci sono voci che rompono il coro. Rabbini progressisti che denunciano le discriminazioni sistemiche verso i palestinesi – quella che alcuni definiscono “apartheid strisciante”, cioè un insieme di leggi e pratiche che, pur senza dichiararla apertamente, creano una separazione profonda tra cittadini e non cittadini, tra ebrei e arabi, tra chi può e chi non può. E poi ci sono gruppi di madri israeliane e palestinesi che si incontrano clandestinamente, in case anonime, per piangere insieme i figli uccisi e tenere viva la memoria dei loro nomi. Ex soldati che scrivono libri-testimonianza per denunciare gli abusi commessi a Gaza e in Cisgiordania. Giovani ortodossi che accettano di farsi arrestare pur di non prestare servizio nell’esercito di uno Stato che, dicono, “ha dimenticato la compassione della Torah”.

In Iran, dove l’oppressione si è fatta legge, sono le donne a ribellarsi in modo disarmato ma potentissimo. Lo fanno tagliandosi i capelli in pubblico, danzando per strada anche se è vietato, disobbedendo con la bellezza e il coraggio. In Siria, dove il dolore ha sbriciolato ogni cosa, resistono comitati spontanei che costruiscono scuole sotto le tende, che organizzano turni per distribuire il pane, che fotografano gli orrori per mandarli al mondo – anche quando il mondo sembra voler guardare altrove.

In Libano, nella valle della Beqāʿ, donne cristiane e musulmane lavorano insieme nei campi di patate, condividendo l’acqua dei pozzi e scambiandosi i semi migliori, come facevano le loro nonne prima che la guerra civile le dividesse. In Egitto, una rete clandestina di giornalisti indipendenti documenta le violazioni dei diritti umani e le traduce in cinque lingue diverse per farle conoscere al mondo. A Baghdad, tra gli echi dell’occupazione americana (finita nel 2021), c’è una radio comunitaria che trasmette storie di convivenza e speranza 24 ore su 24, raccogliendo le telefonate degli ascoltatori che raccontano gesti di solidarietà quotidiana.

E poi ci sono i ponti invisibili. Quelli che si costruiscono via Internet, via voce, via cuore. Giovani palestinesi che scrivono e-mail a coetanei ebrei americani per spiegare la loro causa oltre la propaganda. Attivisti iraniani che si confrontano online con dissidenti sauditi, accomunati dal desiderio di libertà contro regimi opposti. Studenti israeliani che imparano l’arabo non per interrogare sospetti ai posti di blocco, ma per poter ascoltare davvero chi sta dall’altra parte del muro. Gente comune che dice basta. Che si oppone all’odio ereditato. Che non vuole essere ingranaggio di nessun impero, né vittima silenziosa del potere che indossa la propria stessa bandiera.

Le voci dal basso non fanno rumore negli studi televisivi. Non hanno carri armati, non hanno miliardi di dollari, non controllano network o satelliti. Ma hanno le parole. E le parole, a volte, riescono dove gli eserciti falliscono.

Parlano di fratellanza senza confini. Di ferite che non chiedono vendetta ma giustizia e memoria. Di dignità che non ha passaporto. Di libertà che non si può “esportare” con le bombe ma costruire solo dal basso.

Sono storie scomode, che pochi vogliono ascoltare, perché tolgono certezze. Perché infrangono la narrazione binaria del bene contro il male. Perché ricordano che non esistono popoli malvagi per natura, ma solo popoli feriti, manipolati, traditi. E che la resistenza più difficile è quella contro la violenza, da qualunque parte arrivi.

Eppure sono loro, queste voci umili del popolo, che pian piano cambiano la Storia. Non subito. Non ovunque. Ma giorno dopo giorno, con ogni atto di disobbedienza civile, con ogni abbraccio impossibile, con ogni bambino che viene al mondo nonostante le bombe. Il Medio Oriente brucia, ma nel suo fuoco non c’è solo distruzione. C’è anche una fiamma che illumina, che indica un’altra via. La via di popoli che, pur stritolati da potenze cieche, milizie fanatiche e governi autoritari, continuano a scegliersi come simili, non come nemici.

Orientarsi nel caos: un atto di umanità

Il Medio Oriente non è soltanto un luogo sulle mappe: è anche uno specchio. Ci specchiamo nelle sue guerre e vediamo riflesse le tensioni del nostro tempo, le cicatrici della storia, le ipocrisie della politica globale. Ma possiamo scegliere come guardare quello specchio. Siamo cresciuti con narrazioni semplici, tagliate con l’accetta: da una parte il bene, dall’altra il male. Da un lato l’Occidente “razionale”, dall’altro l’Oriente “fanatico”. Da una parte le democrazie, dall’altra i “regimi” e le “milizie”. Ogni parola così netta e comoda è in realtà una porta chiusa alla comprensione. E ogni porta chiusa è un’occasione persa per costruire la pace.

In questo dossier abbiamo attraversato un secolo di storia: confini tracciati col righello, rivolte dimenticate, guerre combattute per procura, crisi umanitarie ignorate, ma anche resistenze nate senza eserciti e capaci di costruire scuole, ospedali, perfino canzoni sotto le bombe. Abbiamo guardato in faccia non le bandiere, ma le persone. Quelle che continuano a vivere, curare, insegnare, scrivere, piangere e lottare senza odio.

Ecco perché comprendere il Medio Oriente oggi non è solo un esercizio geopolitico: è un atto di responsabilità e di solidarietà. Ogni semplificazione alimenta il fuoco. Ogni tifo cieco rende complici. Ogni silenzio su chi resiste diventa un’altra forma di violenza. L’informazione non è mai neutrale, ma può provare a essere giusta. Può smettere di raccontare il mondo solo attraverso carri armati, leader e missili, e cominciare a raccontarlo con la voce dei popoli: delle donne che non si coprono il capo per protesta, degli uomini che rifiutano il fucile, dei bambini che disegnano la pace sui muri distrutti.

Eywa nasce per questo: per ridare senso alle notizie, per rimettere al centro ciò che conta davvero. Per aiutare ciascuno di noi a orientarsi nel caos senza perdersi nel tifo da stadio.

Perché in fondo, scegliere di capire — davvero — è la forma più alta di solidarietà. E forse l’unica via possibile per costruire un futuro in cui la terra non sia più contesa, ma condivisa.

Fonti:

OCHA, Occupied Palestinian Territory: Humanitarian Needs Overview, United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, 2024.
UNRWA, Chi siamo e dati su rifugiati palestinesi, United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees, unrwa.org
HRW, Israel and Palestine: Events of 2023, Human Rights Watch, hrw.org
HRW, A Threshold Crossed: Israeli Authorities and the Crimes of Apartheid and Persecution, Human Rights Watch, 2021.
AI, Israel’s apartheid against Palestinians: Cruel system of domination and crime against humanity, Amnesty International, 2022.
AI, Israel and Occupied Palestinian Territories 2023, Amnesty International, 2024.
BBC, Sykes-Picot: The lines in the sand that remade the Middle East, BBC News, 16 maggio 2016.
Al Jazeera, Timeline: US involvement in Afghanistan, 15 agosto 2021, aljazeera.com
The Guardian, How the CIA helped the military overthrow Iran’s democracy in 1953, 19 agosto 2013.
The New York Times, The Secret CIA Files on the Iran Coup, agosto 2013.
Middle East Research and Information Project, Chi siamo e articoli d’archivio, merip.org
Brookings Institution, What’s next for Gaza and the West Bank?, 2024, brookings.edu
Freedom House, Freedom in the World 2024 – Middle East & North Africa, freedomhouse.org
International Crisis Group, Schede e rapporti su Israel/Palestine, crisisgroup.org
CPI, Applications for arrest warrants in the situation in the State of Palestine, International Criminal Court, 20 maggio 2024.
Robert Fisk, The Great War for Civilisation: The Conquest of the Middle East, Harper Perennial, 2006.
Noam Chomsky e Ilan Pappé, On Palestine, Haymarket Books, 2015.

 

Gaza e Israele: due governi, una sola trappola per i civili

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Perché né Hamas né Netanyahu vogliono la pace

Un conflitto senza confini

Tra Gaza e Israele non esiste più un confine chiaro tra il fuoco nemico e quello amico. Esiste un imbuto: un tunnel senza uscita, dove la popolazione civile viene risucchiata da due forze che della guerra hanno fatto il loro ossigeno. Da una parte Hamas, padrone assoluto della Striscia dal 2007, dall’altra Benjamin Netanyahu e la sua coalizione ultraconservatrice. Due volti di uno stesso incubo: un popolo incastrato tra repressione interna e occupazione esterna, senza diritti, senza voce, senza scampo.

Gaza diventa prigione sotto Hamas

Hamas non è un governo nel senso pieno del termine. È una milizia che ha militarizzato il potere, trasformando la Striscia in una prigione a cielo aperto. Nel 2006, Hamas vinse le elezioni legislative palestinesi con una maggioranza relativa. Ma l’anno successivo, nel 2007, si impadronì del potere a Gaza con la forza, sconfiggendo militarmente le fazioni legate a Fatah in una breve ma sanguinosa guerra civile. Da allora, non si vota più. Sono passati quasi vent’anni senza elezioni, senza confronto democratico, senza legittimazione popolare.

Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto 2023, Gaza è scoppiata. Migliaia di persone hanno riempito le piazze con una richiesta semplice: vivere. La protesta, iniziata il 30 luglio, si è protratta per alcuni giorni, nonostante la repressione. Non è stato uno slogan politico, ma una supplica esistenziale. “We want to live”, hanno scritto sugli striscioni. Pane, acqua, elettricità, ma anche libertà, dignità, futuro. La risposta è stata feroce. Repressione, arresti arbitrari, pestaggi. Almeno un morto. Gli apparati di Hamas si sono mossi come un corpo unico per soffocare ogni dissenso, come se la richiesta di sopravvivenza fosse un tradimento.

Gli aiuti umanitari, quando arrivano, vengono tassati da Hamas. I beni primari distribuiti secondo logiche clientelari. Chi protesta è accusato di collaborazionismo con Israele. La povertà è diventata una leva di potere. La rabbia, un nemico interno.

Il legame tra Hamas e gli interessi esterni

Hamas non è un blocco monolitico, né è composto solo da palestinesi. L’organizzazione è nata nel 1987 come costola dei Fratelli Musulmani e da allora si è evoluta in una struttura paramilitare, ideologicamente ispirata all’islamismo radicale. Riceve finanziamenti, armi e supporto strategico da potenze esterne come l’Iran e, in parte, Hezbollah. Molti dei suoi leader vivono all’estero, in Qatar o in Libano, lontano dalla miseria quotidiana della Striscia. I loro interessi rispecchiano agende regionali più ampie, che spesso divergono dalle esigenze immediate della popolazione civile palestinese. Per Hamas, la liberazione della Palestina passa attraverso la lotta armata e il martirio, più che attraverso il benessere, l’educazione o la costruzione di istituzioni democratiche.

Ed è forse anche per contenere quella rabbia che, pochi mesi dopo, Hamas ha lanciato l’attacco del 7 ottobre 2023. Un atto terroristico brutale, spietato, pianificato. Uccisioni, sevizie, stupri. Più di mille morti. Un massacro non solo rivolto verso l’esterno, ma anche pensato per ricompattare il fronte interno. Distogliere l’attenzione. Zittire la protesta. Far dimenticare le piazze di luglio con il boato delle esplosioni di ottobre.

Israele e la crisi della democrazia

Ma la violenza non ha un solo volto. E anche se Netanyahu guida uno Stato democratico riconosciuto, la sua azione oggi ricorda — per metodi e cinismo — quella di Hamas. Con una differenza: ha mezzi infinitamente superiori. E quando il potere è tanto squilibrato, la devastazione si fa assoluta. 

Sotto processo per corruzione, frode e abuso di potere, il premier israeliano ha trasformato la guerra in uno strumento per rimandare l’inevitabile: i processi, le sentenze, la caduta. Ogni missile lanciato, ogni raid ordinato, ogni conferenza stampa sulla “sicurezza nazionale” non è solo geopolitica: è sopravvivenza politica. Più a lungo dura la guerra, più a lungo Netanyahu può restare in carica.

La sua coalizione è la più estrema mai vista in Israele. Ministri come Itamar Ben-Gvir sostengono apertamente l’annessione totale dei territori palestinesi, promuovono politiche di discriminazione etnica e ritengono l’uso della forza armata l’unica risposta possibile al conflitto. Il dibattito pubblico è stato avvelenato da un linguaggio violento, identitario, razzista. I palestinesi sono nemici interni, le manifestazioni civili sono sabotaggio, la magistratura è un ostacolo da neutralizzare. Lo hanno capito bene i cittadini israeliani: nel 2023, è esploso un movimento di protesta senza precedenti.

Il 7 gennaio 2023, la prima grande manifestazione si è tenuta a Tel Aviv, in piazza Habima, contro la riforma giudiziaria promossa dal ministro Yariv Levin e sostenuta da Netanyahu. A gennaio e febbraio, le piazze si sono riempite ogni settimana, con oltre 100.000 manifestanti regolari e l’adesione di intere categorie professionali: medici, insegnanti, piloti. A marzo, lo scontro si è acuito: la proposta di conferire al governo il pieno controllo sulla Corte Suprema ha generato proteste di massa e uno sciopero generale. Il governo ha temporaneamente sospeso la riforma. Ma le manifestazioni sono proseguite per tutta la primavera. Tra aprile e luglio, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza ogni settimana. Il 24 luglio, nonostante tutto, il parlamento ha approvato una misura chiave della riforma. La frattura democratica era ormai profonda. Anche qui: un popolo contro il suo governo.

Due governi, un solo bisogno di guerra

Il parallelo diventa doloroso. Due governi che, in modi diversi, dipendono dalla guerra per esistere. Hamas, per evitare il crollo del proprio consenso interno, e Netanyahu, per scampare ai tribunali. Nessuno dei due può permettersi la pace. Perché la pace richiederebbe riforme. Elezioni. Trasparenza. Rinunce. Restituzioni. E per entrambi, significherebbe cedere il potere. 

Vittime comuni: civili, dissidenti, pacifisti

In mezzo, i civili. Palestinesi strangolati dal doppio giogo: l’assedio militare israeliano da un lato, l’oppressione autoritaria di Hamas dall’altro. Ebrei israeliani usati come scudi retorici di una politica che ha perso l’orizzonte della giustizia. Tutti ostaggi, prigionieri di una guerra senza uscita.

Non si può neanche parlare di resistenza senza specificare. Perché quella esiste, e non sempre è armata. Le madri che protestano, i giovani che boicottano, i professori che insegnano ancora il diritto alla verità: sono loro le cellule della pace. Nascoste, isolate, ma vive. Le donne iraniane che si ribellano al velo obbligatorio, le attiviste di Gaza che sfidano la repressione, i rabbini che credono in un’altra Israele: sono voci sparse, ma unite da una stessa resistenza civile.

La pace non è una tregua

Però questo filo va raccolto. Va protetto. Serve un movimento internazionale che guardi oltre il rumore dei droni. Che capisca che una pace vera non si costruisce solo fermando le bombe, ma anche aprendo spazi di democrazia. Una presenza dei caschi blu potrebbe garantire protezione umanitaria e temporanea, ma senza un disegno politico chiaro sarebbe solo un cerotto. Serve una pressione globale che tenga ben presente il quadro complessivo: due aguzzini, una vittima. Perché pensare che il solo problema sia Israele, ignorando la repressione interna di Hamas, significa comunque abbandonare i palestinesi alla spirale dei soprusi. Significa lasciarli soli nella trappola in cui Hamas li ha bloccati e che Israele ha poi trasformato in un’escalation vendicativa. Netanyahu, guidato da un’opportunistica strategia di autoconservazione, ha fatto della violenza un parafulmine per i suoi processi e il suo declino politico. Ma nulla si risolverà senza una vera discontinuità su entrambi i fronti.

Fino a quando non accadrà, la guerra continuerà ad autoalimentarsi. Perché conviene. Conviene alle élite che si arricchiscono con i contratti militari, con i finanziamenti esteri, con la paura. Ma non conviene ai bambini di Gaza che non conoscono il silenzio. Non conviene ai ragazzi di Tel Aviv che hanno visto troppi coetanei partire e non tornare. Non conviene a chi crede ancora che esista un’alternativa.

Il Medio Oriente non è destinato alla guerra. Non lo è né per cultura, né per religione. È stato trasformato in un campo di battaglia da chi ha interesse a mantenerlo tale: governi, milizie, industrie belliche, alleati silenziosi. Ma la Storia non è immobile. Può ancora cambiare. E cambierà solo se, finalmente, la pace tornerà ad avere più valore della paura.

 

Fonti principali: Associated Press, Freedom House, The Guardian, Al Jazeera, JStreet, OCHA (ONU), Arab Center for Research and Policy Studies, JCPA (Jerusalem Center for Public Affairs), FDD (Foundation for Defense of Democracies), Wikipedia (per contesti generali).

Turismo in Italia 2025: record storico… ma a quale costo?

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L’estate 2025 si preannuncia come la più affollata di sempre per il nostro Paese. Secondo l’ENIT, l’Italia accoglierà oltre 36 milioni di visitatori internazionali tra giugno e settembre. È un picco storico, che supera persino i numeri pre-Covid. A guidare la classifica ci sono Stati Uniti, Germania e Regno Unito, ma aumentano anche gli arrivi da paesi come India e Brasile, spinti da pacchetti accessibili e nuove rotte aeree. Se da un lato il turismo resta una delle colonne dell’economia italiana, dall’altro si fanno strada timori sempre più concreti: riusciremo a sostenere tutto questo afflusso?

La questione è delicata. Perché non è solo una questione di numeri. È una questione di equilibrio. Di vivibilità. E, soprattutto, di scelte politiche e urbanistiche.

Cosa significa davvero “overtourism”

Il termine “overtourism” (che possiamo tradurre con ‘sovraffollamento turistico’) è entrato nel vocabolario globale solo negli ultimi anni, ma descrive un fenomeno ben noto a chi vive nei luoghi più visitati del pianeta. Si verifica quando il numero di turisti supera la capacità di carico sociale, ambientale o infrastrutturale di una destinazione. Gli effetti? Servizi pubblici al collasso, traffico paralizzato, aumento dei prezzi degli affitti, spazi pubblici ridotti a set fotografici. Ma anche un senso diffuso, tra i residenti, di non appartenenza alla propria città.

Non si tratta solo di disagio: in molte realtà, l’overtourism compromette la qualità della vita e la coesione sociale. Alcuni quartieri cambiano pelle, diventando vetrine per turisti e luoghi invivibili per chi ci abita. Le case vengono convertite in B&B, i negozi storici lasciano il posto a souvenir tutti uguali. A farne le spese sono spesso le fasce più fragili, costrette a spostarsi altrove.

Quando il record diventa rischio

Il turismo è importante. Nessuno lo mette in dubbio. Ma un record di presenze non è sempre una buona notizia. A Venezia, i picchi giornalieri di visitatori sfiorano i 100 mila. A Roma, il Colosseo è già sold out per quasi tutta l’estate. A Firenze, i residenti lamentano difficoltà a prendere un autobus, a fare la spesa, persino a camminare. In queste condizioni, il turismo rischia di diventare una forma di pressione insostenibile.

A preoccupare è anche la concentrazione: i grandi flussi si dirigono sempre verso le stesse mete, mentre moltissimi luoghi restano ai margini, invisibili. Il risultato è un doppio spreco: da un lato si impoverisce l’esperienza del turista, che vive code e folla. Dall’altro si perdono opportunità per territori ricchi di cultura, natura e accoglienza.

Cosa si sta facendo (e cosa funziona)

Alcune città stanno tentando contromisure. Venezia ha introdotto un ticket d’ingresso di 5 euro per i visitatori giornalieri, applicato nei weekend più critici. Pompei ha fissato un tetto massimo di visitatori al giorno, con turni orari per evitare assembramenti. A Sirmione, sul Lago di Garda, sono comparsi i “tutor di strada”: volontari con gilet gialli che regolano i flussi e spiegano ai turisti come comportarsi.

Misure simboliche? Forse. Ma in alcuni casi funzionano. Perché fanno passare un messaggio: l’accesso a un luogo non è illimitato. Ha un costo. E un impatto.

Anche altrove in Europa si sperimentano anche soluzioni più sistemiche. A Barcellona e Lisbona sono stati imposti limiti agli affitti brevi. In Grecia, alcune isole chiedono contributi ambientali ai visitatori. Amsterdam ha ridotto il numero di navi da crociera e promuove il turismo invernale. Queste politiche, se ben comunicate, aiutano a distribuire il carico turistico e a ristabilire una convivenza più equa tra chi arriva e chi resta.

E in Italia?

Nel nostro Paese, il dibattito è acceso ma frammentato. Ogni Comune si muove a modo suo, spesso in ritardo. Manca una regia nazionale, una visione di lungo periodo. Eppure le soluzioni ci sono. Promuovere mete alternative. Allungare la stagione turistica. Introdurre limiti negli affitti. Usare la tecnologia per monitorare i flussi in tempo reale. Investire in trasporti pubblici e in educazione turistica. Ma serve anche un patto tra le amministrazioni, gli operatori e i residenti. Perché senza consenso sociale, ogni misura rischia di fallire.

La voce dei territori

Parlano i numeri, ma parlano anche le persone. Elena, residente a Firenze, racconta: “d’estate evitiamo il centro. È diventato invivibile. I bus passano pieni, i supermercati sono assaliti. Sembra che la città non sia più nostra.” Marco, che gestisce un agriturismo in Umbria, è invece fiducioso: “noi abbiamo scelto un altro modello. Offriamo esperienze lente, relazioni vere. I turisti lo apprezzano. C’è spazio per un turismo diverso.”

Ed è proprio qui che si apre una possibilità. Fare turismo non significa riempire luoghi. Significa prendersene cura. Raccontarli. Condividerli. E per farlo serve tempo, rispetto, ascolto.

Il futuro che scegliamo

Il turismo può essere un’opportunità, oppure un problema. Dipende da come lo gestiamo. L’estate 2025 ci lancia una sfida: crescere senza distruggere. Accogliere senza invadere. Offrire senza perdere identità. Perché dietro ogni numero c’è una città, una comunità, un paesaggio che merita di essere vissuto. Non solo visto.

Su Eywa, la divulgazione responsabile, continueremo a monitorare il fenomeno, raccogliere storie, suggerire pratiche sostenibili. Perché il turismo, come ogni forma di convivenza, è una scelta. E le scelte migliori si fanno con consapevolezza.