Se pensi che la transizione energetica sia troppo lenta, troppo costosa o sostanzialmente impossibile alla scala necessaria, c’è un problema con quella narrazione: non regge ai dati. Perché nel frattempo, dall’altra parte del mondo, qualcuno l’ha già avviata su scala industriale. E lo ha fatto in modo così rapido e massiccio da ridisegnare la geografia dell’energia globale.
La Cina dimostra che una transizione energetica massiva è tecnicamente e industrialmente possibile. Non è un’ipotesi, non è una proiezione: è un fatto già accaduto. E dimostra anche qualcosa di altrettanto importante: che chi realizza la transizione si prende un vantaggio enorme, e che quel vantaggio non è mai politicamente neutro.
Vale la pena dirlo subito con chiarezza: la Cina non è un modello da copiare. È una dimostrazione empirica da leggere con attenzione. Qui dentro ci sono prove di scala, prove di velocità, contraddizioni strutturali e squilibri di potere che non si possono ignorare. Eywa non vende propaganda verde: smonta le narrazioni semplificate, in entrambe le direzioni.
Dall’impero del carbone all’«elettro-Stato»
Per decenni la Cina è stata raccontata come il regno del carbone: fabbrica del mondo alimentata da centrali nere e cieli grigi. Negli ultimi cinque anni quella narrazione è diventata obsoleta. Pechino ha fatto quello che le economie occidentali non sono riuscite nemmeno a immaginare: ha trasformato l’elettricità, e sempre più elettricità rinnovabile, nel nuovo cuore della propria crescita. La definizione che circola in molte analisi è «elettro-Stato»: uno Stato in cui l’energia elettrica, non il petrolio, è la vera infrastruttura del potere.
I numeri sono la prova concreta che la transizione su larga scala non è un’utopia. Alla fine del 2025, secondo Ember, la capacità elettrica totale cinese ha toccato quasi 3,9 terawatt, con oltre 1.200 GW di solare e circa 640 GW di eolico installati. Le fonti rinnovabili hanno superato il 60% della capacità totale. La sola capacità solare è cresciuta di oltre il 40% su base annua, superando i 1.000 GW installati: un primato assoluto, mai raggiunto da nessun altro Paese. La Cina aggiunge ogni anno più rinnovabili di quante molti Paesi europei abbiano in totale.
Eppure il carbone non è scomparso. Continua a garantire una quota importante della generazione elettrica, sostenuto da nuove centrali considerate «di supporto» alla stabilità di rete. È questa l’ambivalenza strutturale del modello cinese: costruire il nuovo senza uccidere troppo in fretta il vecchio. Non è una scelta virtuosa. È una scelta pragmatica, e capirla è necessario per non cadere in letture troppo ottimistiche.
Il green che tiene in piedi il PIL
La rivoluzione energetica cinese non è un lusso ambientalista. È il nuovo pilastro della crescita economica. Nel 2025 circa un terzo della crescita del PIL cinese è arrivato direttamente o indirettamente dai settori dell’energia pulita, mentre il loro peso complessivo ha raggiunto l’11,4% dell’economia nazionale. Senza il green, la Cina sarebbe un gigante in rallentamento molto più marcato. Con il green, mantiene tassi di crescita che molti in Europa guardano con una miscela di invidia e preoccupazione.
Nel solo 2025 gli investimenti cinesi in energia pulita hanno toccato i 7.200 miliardi di yuan, quasi quattro volte quelli allocati per i combustibili fossili nello stesso periodo. Già nel 2024 gli investimenti green avevano raggiunto circa 940 miliardi di dollari, un ammontare paragonabile all’intero volume globale degli investimenti nei combustibili fossili. Non è una transizione energetica nel senso astratto del termine: è un gigantesco programma di politica industriale che sta riconfigurando catene del valore, occupazione, infrastrutture.
Al centro c’è la cosiddetta «nuova triade» industriale: fotovoltaico, batterie e veicoli elettrici. Nel 2025 questi tre settori hanno assorbito oltre metà degli investimenti in energia pulita e generato circa due terzi del valore aggiunto dell’economia verde cinese, trasformando il Paese nel principale esportatore mondiale di pannelli, sistemi di accumulo e auto a nuova energia. Per l’Europa, che importa una parte crescente delle tecnologie necessarie alla propria decarbonizzazione, questo si traduce in una dipendenza strutturale da un competitor sistemico.
Una scelta politica, non solo tecnica
E qui sta il punto. La Cina sta dimostrando che la transizione energetica è possibile. Ma sta anche dimostrando che non è mai neutra: chi la realizza a scala industriale si garantisce un vantaggio competitivo enorme, si prende il controllo delle filiere critiche e ridisegna le relazioni di dipendenza con il resto del mondo.
In solare e batterie la Cina domina praticamente ogni anello della catena del valore, dal polisilicio all’assemblaggio di moduli, dalla produzione di celle agli impianti di accumulo di larga scala, con quote di mercato che in alcuni segmenti superano il 70% mondiale. Può decidere di spingere o frenare l’offerta globale di pannelli, batterie e vetture elettriche con effetti immediati sui prezzi e sulla sostenibilità industriale dei concorrenti.
Non si tratta solo di commercio estero. Attraverso la Belt and Road Initiative e nuovi strumenti di cooperazione, la Cina esporta pacchetti chiavi in mano: centrali solari, eoliche, sistemi di accumulo e linee di trasmissione, spesso accompagnati da finanziamenti e condizioni favorevoli. Per molti Paesi del Sud globale, «fare la transizione energetica» significa in concreto entrare nell’orbita tecnologica e finanziaria di Pechino.
Mentre tutto questo accade, gli Stati Uniti hanno scelto la via protezionista e l’Europa tenta faticosamente di elaborare una propria politica industriale green. La Cina gioca con un vantaggio di anni nella costruzione delle filiere. La domanda non è tecnica. È: a chi appartiene la transizione?
L’Italia: cliente o protagonista?
Qui la conversazione smette di essere globale e diventa concreta. L’Italia parte da una posizione strutturalmente fragile: nel 2024 importava il 73,5% dell’energia che consuma, ben al di sopra della media europea del 58%. È il Paese europeo con la dipendenza energetica storica più alta tra le grandi economie, e ogni crisi geopolitica, ogni shock sul mercato del gas, lo colpisce prima e più forte degli altri. Le bollette, per le famiglie e per le imprese, raccontano la stessa storia: paghiamo l’energia più cara della media europea anche perché siamo strutturalmente esposti a prezzi decisi altrove.
Per uscire da quella dipendenza l’Italia, come tutta l’Europa, ha puntato sulle rinnovabili. Scelta corretta. Ma c’è una contraddizione che vale la pena di nominare: proprio mentre cerca di affrancarsi dai fossili, sta costruendo una nuova dipendenza. Nel 2024 il 98% dei pannelli solari importati in Europa proveniva dalla Cina. Meno del 2% della domanda solare europea può essere soddisfatta da pannelli prodotti nel continente. In Italia, oggi, nessuna azienda produce pannelli solari su scala industriale.
Il problema non è comprare pannelli cinesi. Il problema, come documenta ECCO Climate nel suo policy paper del marzo 2026, è non costruire nulla intorno a quella tecnologia: né capacità produttiva, né filiera, né valore industriale che resti sul territorio. Installare è diverso da produrre. E chi si limita a installare resta cliente, non protagonista. Per l’Italia questo si traduce in conseguenze molto concrete: prezzi energetici condizionati da filiere decise altrove, vulnerabilità geopolitica che cambia forma ma non sparisce (dal gas russo ai pannelli dello Xinjiang), opportunità industriali che continuano a crearsi fuori dai confini nazionali. I posti di lavoro della transizione rischiano di non essere posti di lavoro italiani.
Il governo italiano ha risposto, almeno parzialmente, con il decreto FerX Transitorio dell’agosto 2025: primo Paese europeo a escludere componenti cinesi dalle aste per gli incentivi alle rinnovabili. È un segnale. Non è ancora una strategia industriale. L’Italia accelera la transizione, con 83,5 GW di capacità rinnovabile installata a fine 2025 su un obiettivo di 131 GW al 2030. Ma il punto non è solo la velocità. È capire se quella corsa si sta facendo da cliente che compra tecnologia o da Paese che costruisce capacità propria.
L’Europa di fronte alla dimostrazione
In questo scenario più ampio, dove si collocano le economie europee? Da un lato ne hanno bisogno, dei prodotti cinesi: senza l’import massiccio di pannelli fotovoltaici a basso costo, la stessa espansione del solare in Europa degli ultimi anni sarebbe stata molto più lenta e cara. Lo stesso vale per le batterie destinate ai veicoli elettrici e ai sistemi di accumulo stazionari. Dall’altro lato, la concorrenza cinese mette in crisi l’industria europea: prezzi bassissimi di moduli, celle e veicoli elettrici comprimono i margini e mettono fuori mercato diversi progetti di produzione interna.
Dietro il linguaggio tecnico della Commissione europea, la posta in gioco è chiara: se la transizione ecologica sarà il motore industriale del XXI secolo, chi controllerà le fabbriche, i brevetti, le materie prime critiche avrà un vantaggio decisivo. Il linguaggio del «derisking» con cui Bruxelles descrive il problema non cambia la sostanza: l’Europa sta cercando di ridurre una dipendenza da un competitor sistemico usando ancora, in larga misura, la tecnologia di quello stesso competitor. L’uscita da questa contraddizione non è né rapida né indolore. Ma è necessaria, e non può essere solo difensiva.
Le ombre che non si possono ignorare
Il modello cinese non è un «happy ending» della transizione energetica. La velocità con cui la capacità rinnovabile è cresciuta ha generato fenomeni di eccesso di capacità produttiva: nel fotovoltaico e nelle batterie, la corsa alla produzione ha portato a un surplus di offerta, margini industriali in caduta, con la prospettiva che una parte degli impianti debba essere riconvertita o chiusa. Non è chiaro se il ritmo eccezionale del biennio 2024-2025 potrà essere mantenuto nel prossimo Piano Quinquennale.
Sul fronte climatico il paradosso è evidente: la Cina investe più di chiunque altro nella transizione, ma continua a costruire centrali a carbone, seppur con un ruolo sempre più «di riserva» nel sistema elettrico. Questo compromesso risponde a esigenze interne di sicurezza energetica, ma rischia di rallentare il picco e il successivo declino delle emissioni, complicando il rispetto degli obiettivi di picco entro il 2030 e neutralità al 2060. Per l’Europa, che si presenta come «campione del clima» ma dipende dalle tecnologie cinesi, è una contraddizione difficile da gestire.
C’è un ultimo aspetto importante. La transizione energetica cinese rende possibile una decarbonizzazione più rapida su scala globale, grazie alla riduzione dei costi e alla disponibilità di tecnologie mature. Allo stesso tempo concentra in un solo Paese una quota crescente di capacità produttiva critica, spostando baricentri di potere che erano stati, finora, prerogativa delle potenze fossili occidentali e mediorientali. Chi tiene in mano pannelli, batterie, cavi, convertitori, controlla i nervi del mondo che viene.
La domanda vera
La transizione energetica non è un problema tecnico. La risposta tecnica esiste già, ed è sotto gli occhi di tutti: si può fare, si può fare in fretta, si può fare su scala industriale enorme.
La domanda che resta aperta è un’altra. Non se la transizione sia possibile. Ma chi la farà, e chi la subirà. Chi costruirà le filiere, e chi resterà mercato di sbocco. Chi terrà in mano i brevetti, le fabbriche, i posti di lavoro, e chi comprerà il prodotto finito pagando il prezzo che qualcun altro ha deciso.
Per l’Italia, che importa i tre quarti dell’energia che consuma e quasi tutti i pannelli che installa, quella domanda non è astratta. È concreta quanto una bolletta. Ed è esattamente il tipo di domanda che non conviene rimandare a dopo.
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Fonti
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https://www.carbonbrief.org/china-briefing-5-february-2026-clean-energys-share-of-economy-record-renewables/ Carbon Brief, 2026. China Briefing 5 February 2026: Clean energy’s share of economy, record renewables. Aggiornamento su peso dell’energia pulita nell’economia cinese e nuovi record di installazioni.
https://www.carbonbrief.org/translations-analysis-clean-energy-drove-more-than-a-third-of-chinas-gdp-growth-in-2025/ Carbon Brief, 2026. Analysis: Clean energy drove more than a third of China’s GDP growth in 2025. Stima del contributo dell’energia pulita alla crescita economica cinese nel 2025.
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https://eccoclimate.org/it/qual-e-il-ruolo-della-cina-nella-transizione-energetica-italiana-ed-europea/ ECCO Climate, 2025. Qual è il ruolo della Cina nella transizione energetica italiana ed europea? Analisi della dipendenza europea e italiana dalle tecnologie e dalle filiere cinesi.
https://eccoclimate.org/wp-content/uploads/2026/03/Dallambivalenza-alla-strategia_linterdipendenza-clean-tech-con-la-Cina_policy-paper.pdf ECCO Climate, 2026. Dall’ambivalenza alla strategia: l’interdipendenza clean tech con la Cina. Policy paper su come l’Europa, e l’Italia, dovrebbero riposizionarsi rispetto alla dipendenza tecnologica da Pechino.
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/13/rinnovabili-italia-opposizione-dipendenza-energetica-notizie/8321104/ Il Fatto Quotidiano, 2026. Italia ferma sulle rinnovabili, la Cina corre: perché paghiamo la dipendenza energetica. Analisi della dipendenza energetica italiana (74% circa) e confronto con la media europea.
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https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/30/pannelli-solari-cinesi-esclusi-incentivi-rinnovabili-news/8109173/ Il Fatto Quotidiano, 2025. L’Italia esclude pannelli solari e componenti cinesi dai nuovi incentivi per le rinnovabili. Analisi del decreto FerX Transitorio (agosto 2025): prima misura europea di questo tipo.
https://www.rinnovabili.it/mercato/politiche-e-normativa/economia-cina-energia-pulita-pil-2025-bess/ Rinnovabili.it, 2025. Da energia pulita un terzo del PIL nel 2025. Sintesi dei dati economici sull’impatto dell’energia pulita sul PIL cinese.
https://www.vaielettrico.it/rinnovabili-cina-fotovoltaico-record-installato/ Vaielettrico, 2025. Rinnovabili, nuovo record in Cina: oltre mille GW di solare installato. Dati sul superamento della soglia dei 1.000 GW fotovoltaici installati in Cina.
https://english.news.cn/20260128/dd0b7b6b9fa7481085f5c1fdf4921865/c.html Xinhua, 2026. Solar leads growth in China’s power generation capacity. Dati ufficiali cinesi sulla crescita della capacità solare nel sistema elettrico nazionale.

