- venerdì 30 Gennaio 2026
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Manuale operativo: acqua del rubinetto

Capire se l'acqua che bevi a casa tua è davvero quella che il gestore dichiara

Recuperare i dati della rete

I dati sulla qualità dell’acqua del rubinetto esistono, sono pubblici per legge, e sono più aggiornati di quelli su quasi qualsiasi etichetta di bottiglia. Il problema è che spesso sono nascosti in PDF sepolti, siti istituzionali mal progettati, o semplicemente non vengono comunicati con l’idea che qualcuno li legga davvero.

Ogni gestore idrico ha l’obbligo di rendere disponibili i dati di qualità dell’acqua destinata al consumo umano, con modalità che variano (PDF, tabelle online, report annuali). Cerca su Google il nome del tuo comune seguito da “gestore idrico” oppure “acquedotto”. In molte città il gestore è unico per tutto il territorio: il Gruppo CAP, ad esempio, copre l’area milanese, Hera gestisce l’Emilia-Romagna e parte delle Marche, aziende come EIVA Vie operano su comuni sparsi.

In Liguria, il quadro cambia addirittura anche all’interno della stessa provincia. Nell’area della Città Metropolitana di Genova trovi gestori diversi a seconda del territorio: non si può dare per scontato che “Genova” significhi un unico soggetto per tutto. Un modo rapido per orientarsi è usare le pagine istituzionali della Città Metropolitana dedicate al servizio idrico, che spesso riportano indicazioni comune per comune su chi gestisce acquedotto, fognatura e depurazione. Se sei nel genovesato e nel Tigullio, può capitare di trovare gestioni legate al gruppo Iren, ad esempio Iren Acqua Tigullio in alcuni comuni del Levante genovese. Ma basta spostarsi di provincia perché lo schema cambi completamente: alla Spezia, ad esempio, la gestione è affidata ad Acam Acque, mentre nell’imperiese opera Rivieracqua, con organizzazioni, siti e modalità di pubblicazione dei dati diverse. Questo significa una cosa sola: non esiste “la” gestione ligure dell’acqua. Ogni territorio ha il suo gestore, le sue pagine informative e il suo livello di trasparenza. Per questo partire dal nome del tuo comune, e non dalla regione o dalla città capoluogo, è il primo passo corretto.

Questi gestori hanno sezioni dedicate sui loro siti, spesso chiamate “Qualità dell’acqua” o “Controlla l’acqua di casa tua”. Alcuni permettono di cercare le analisi per comune tramite una pagina con accesso diretto ai dati, non solo PDF. Se sei in un’area servita da gestori del gruppo Iren, spesso trovi proprio questo tipo di accesso con riferimento ai controlli di laboratorio. In Liguria vale anche fuori Genova: nella provincia della Spezia, ad esempio, Acam Acque ha un’area dedicata alla qualità dell’acqua e alle analisi per i comuni serviti.

Se il sito del gestore non è chiaro o non trovi nulla di recente, cerca “relazione qualità acqua [nome del tuo comune] [anno]”. Aggregatori come eivavie.com raccolgono i dati di diversi gestori e permettono di scaricare i report per comune.

Se anche così non trovi niente, o se i dati sono vecchi di anni, contatta direttamente il gestore idrico col numero verde o l’email istituzionale, oppure puoi fare una richiesta formale alla ASL locale o al Comune. Devono rendere disponibili i dati e, se fai una richiesta formale, hanno obblighi di risposta secondo le regole di accesso agli atti e trasparenza (tempi e modalità possono variare). Se non lo fanno, il problema non è tecnico, è politico, e va segnalato pubblicamente.

Questi dati descrivono l’acqua in rete. Ma non descrivono necessariamente cosa esce dal tuo rubinetto.

Ok. Ma l’acqua che ESCE dal tuo rubinetto?

Fin qui abbiamo parlato dell’acqua prima del rubinetto. Ora parliamo dell’unico punto da cui bevi davvero.

I dati del gestore idrico ti dicono cosa c’è nella rete pubblica, cosa circola negli acquedotti fino al contatore, cioè la “scatoletta” con i numeri che misura quanta acqua consumi e su cui ti viene fatta la bolletta. Ma tra il contatore e il bicchiere c’è un tratto che il gestore non controlla: l’impianto interno del tuo edificio. Tubature, autoclavi, serbatoi, raccordi. Se hai tubi in piombo, se l’autoclave non viene pulita, se il serbatoio condominiale è fermo da giorni, l’acqua che esce dal rubinetto può essere diversa da quella che entra in casa. E questo non compare nelle analisi del gestore.

Quando ha senso verificare l’acqua in uscita dal rubinetto

Non sempre. Non per tutti. Ma ci sono situazioni precise in cui verificare cosa esce dal tuo rubinetto diventa necessario, non paranoia.

Se vivi in un edificio vecchio (costruito prima degli anni ’80), se hai tubature in piombo o rame visibili, se c’è un’autoclave o un serbatoio condominiale, se l’acqua ha sapore metallico o colorazione anomala, se ci sono stati lavori recenti sull’impianto idrico, oppure se sei in una zona con contaminazioni note (PFAS, arsenico, nitrati alti), allora verificare ha senso. Non perché il gestore sia inaffidabile: perché il problema può nascere dopo il contatore.

Le analisi domestiche – cioè le analisi dell’acqua domestica svolte da laboratori qualificati – servono a questo: verificare contaminazioni da impianto interno, non a rifare il lavoro del gestore. Servono quando sospetti che tra la rete pubblica e il tuo bicchiere qualcosa si sia aggiunto o modificato.

Cosa puoi analizzare (e cosa serve davvero)

Le analisi si dividono in tre categorie: chimiche, microbiologiche, contaminanti emergenti.

Le analisi chimiche mirate controllano metalli pesanti: piombo (limite 10 µg/L), rame, nichel, cadmio (5 µg/L), arsenico (10 µg/L). Sono i parametri che si alterano più facilmente negli impianti interni vecchi. Se hai tubi in piombo o rame, sono questi i valori da verificare.

Il piombo è il più insidioso: si rilascia nell’acqua soprattutto dopo ore di ristagno, come al mattino. Per questo, quando fai analizzare l’acqua di casa, il modo in cui prelevi il campione cambia completamente il risultato.

Test e analisi acqua

Campione senza flussaggio (acqua ferma)

Apri il rubinetto e prelevi subito, senza far scorrere nulla. Il flussaggio è semplicemente l’atto di far scorrere l’acqua, così da sostituire quella stagnante nelle tubature con acqua “fresca” di rete. Questo campione misura cosa bevi davvero quando apri il rubinetto al mattino o dopo ore di assenza: è l’esposizione reale da ristagno. Serve per capire quanto piombo si è accumulato nelle tubature mentre l’acqua restava ferma, a contatto con materiali che possono rilasciarlo.

Campione dopo flussaggio (acqua in movimento)

Fai scorrere l’acqua per 30–60 secondi, poi prelevi. Questo campione elimina l’acqua stagnante e misura quella che arriva direttamente dalla rete, passando attraverso tubature già “risciacquate”. Serve per capire se il problema è solo il ristagno o se il piombo si rilascia anche quando l’acqua scorre normalmente.

Come interpretare i due risultati

Se il campione senza flussaggio ha piombo alto, ma dopo il flussaggio i valori scendono sotto i limiti, il problema è legato al ristagno dell’acqua nelle tubature interne dell’edificio, soprattutto nei tratti in piombo o in materiali che lo contengono, quando l’acqua resta ferma per molte ore.

Soluzione temporanea: far scorrere l’acqua per alcune decine di secondi prima di berla, soprattutto al mattino.

Soluzione definitiva: sostituire le tubature.

Se anche dopo il flussaggio i valori restano alti, il rilascio di piombo è continuo: significa che il contatto con l’impianto rilascia piombo anche con acqua in movimento. Il problema è strutturale: l’acqua non è sicura così com’è, scorrere non basta. Serve la sostituzione delle tubature o, se non è possibile subito, smettere di bere quell’acqua.

Le analisi microbiologiche cercano batteri: Escherichia coli, coliformi totali, enterococchi, Legionella. Questi contaminanti indicano problemi di igiene nell’impianto interno, non nella rete pubblica. Se l’autoclave non viene pulita, se il serbatoio è fermo, se ci sono biofilm nelle tubature, i batteri proliferano. La Legionella è il caso più grave: si sviluppa in serbatoi e boiler tra 25 e 45 gradi, e si inala attraverso vapori (doccia, rubinetto). Non la bevi, la respiri. Se hai un’autoclave o un boiler vecchio in un condominio, può essere indicato prevedere controlli periodici secondo valutazione del rischio e protocolli condominiali o gestionali.

I contaminanti emergenti sono principalmente i PFAS, ma tra gli “emergenti” rientrano anche pesticidi e loro metaboliti, microcistine, bisfenoli o residui farmaceutici: la priorità pratica oggi, dove documentata, è spesso PFAS. I PFAS non derivano dall’impianto interno, salvo casi particolari di componenti o materiali specifici (rari): in generale il problema è a monte, nelle fonti e nella rete. Quindi se il gestore li monitora già e pubblica dati aggiornati, non serve ripetere l’analisi a casa.

Il problema è che fino a oggi il monitoraggio PFAS non è stato uniforme. La normativa europea, recepita in Italia, ha introdotto due nuovi parametri obbligatori, che entrano pienamente in vigore dal 12 gennaio 2026: PFAS totale (limite 0,50 µg/L) e somma di PFAS (limite 0,10 µg/L).

Da quella data i gestori devono monitorarli e rispettarli per legge. Prima, molti lo facevano su base volontaria o parziale. Per questo, se vivi in una zona a rischio (come il Veneto o delle aree industriali) e il gestore non pubblica dati PFAS aggiornati, oppure se vuoi verificare l’efficacia di un filtro installato, l’analisi domestica può avere senso.

Le analisi PFAS sono più complesse e costose: parliamo di circa 100–300 euro per un panel completo, contro i 20–50 euro di un’analisi base su metalli o batteri.

Chi fa le analisi (e quanto costa)

Ci sono due strade: controlli pubblici gratuiti attivabili dalle ASL, oppure analisi volontarie a pagamento, che puoi richiedere come utente.

I controlli pubblici gratuiti entrano in gioco quando c’è un possibile rischio per la sanità pubblica: non potabilità accertata, segnalazioni motivate, edifici molto vecchi, presenza di serbatoi o autoclavi, lavori recenti sull’impianto idrico, situazioni di degrado funzionale. In questi casi è la ASL a ricevere la segnalazione, valutarla e decidere se attivare il controllo.

Quando il controllo viene attivato, i campionamenti e le analisi vengono svolti da ARPA, che supporta le ASL dal punto di vista tecnico-scientifico con i propri laboratori e protocolli ufficiali.

Se sei a Genova, ad esempio, puoi verificare cosa fa ASL 3 Liguria sul territorio: le ASL pubblicano spesso pagine dedicate ai controlli sulle acque destinate al consumo umano, spiegano come vengono fatti i campionamenti e distinguono chiaramente tra prelievi gratuiti motivati e analisi su richiesta privata. Se hai un motivo serio e documentabile – sapore metallico persistente, lavori che hanno smosso sedimenti, edificio molto vecchio con tubature sospette – puoi chiedere un controllo pubblico. Non è automatico, ma se la segnalazione è fondata, la ASL interviene.

C’è però un punto fondamentale da sapere: ARPA non lavora solo per ASL e Comuni.

In molte regioni, compresa la Liguria, le ARPA regionali prevedono anche servizi di analisi a pagamento su richiesta diretta, secondo modalità e tariffari regionali. Questo significa che, se vuoi verificare l’acqua che esce dal tuo rubinetto senza aspettare l’attivazione di un controllo pubblico, puoi rivolgerti direttamente ad ARPA, consultare il tariffario ufficiale e richiedere un’analisi volontaria. In questi casi ARPA applica gli stessi protocolli usati nei controlli istituzionali: stessi metodi, stessi laboratori, stessi standard di qualità. I risultati sono ufficiali, validi e confrontabili con i limiti di legge.

Le analisi volontarie a pagamento possono essere svolte dalle ARPA, con tariffari pubblici regionali, oppure da laboratori accreditati ACCREDIA, che operano secondo la norma ISO 17025.

I costi realistici sono indicativamente questi (ordini di grandezza che variano per area, laboratorio, numero di parametri e modalità di campionamento): analisi microbiologiche di base (E. coli, coliformi) tra 15 e 30 euro, analisi chimiche di base sui metalli pesanti tra 20 e 50 euro, analisi complete sui PFAS o panel estesi tra 100 e 500 euro, a seconda del numero di sostanze ricercate.

Il prelievo del campione non è un dettaglio secondario: segue protocolli precisi, perché il modo in cui l’acqua viene prelevata può cambiare completamente il risultato.

Per le analisi microbiologiche, il campione va raccolto in contenitori sterili, refrigerato e analizzato entro 24 ore, altrimenti il risultato è falsato.

Per le analisi chimiche sui metalli, il protocollo distingue tra campioni senza flussaggio (acqua prelevata subito, che misura l’esposizione reale da ristagno) e campioni dopo breve flussaggio (acqua fatta scorrere per il tempo sufficiente a rinnovare l’acqua stagnante prima del prelievo), che servono a capire se il rilascio di metalli è legato solo al ristagno nelle tubature interne o se è strutturale.

In Liguria, ARPAL gestisce centinaia di migliaia di analisi l’anno sulle acque destinate al consumo umano (secondo report ARPAL), supportando le ASL nei controlli ufficiali sugli acquedotti e offrendo anche analisi su richiesta. Se vivi nell’area genovese o nello spezzino, consultare le pagine ARPAL ti permette di capire con quali metodi vengono fatte le analisi, con quale frequenza e con quali costi, e di orientarti in modo informato.

Cosa fare con i risultati

Hai fatto l’analisi, arrivano i risultati. Ora cosa fai?

Se i parametri sono entro i limiti di legge cogenti (quelli dell’Allegato I del D.Lgs. 18/2023), l’acqua è potabile. Fine. Non serve fare altro. Se hai fatto l’analisi per toglierti un dubbio, il dubbio è tolto.

Se i parametri sono invece sopra i limiti, non bere quell’acqua fino a che non capisci da dove arriva il problema. Se il problema è piombo o rame in concentrazione elevata, l’origine è quasi sempre nel tratto interno dopo il contatore (tubazioni dell’edificio e/o dell’appartamento): far scorrere l’acqua per qualche decina di secondi prima di berla può ridurre il rilascio, ma la soluzione definitiva è sostituire le tubazioni. Se il problema è microbiologico (E. coli, coliformi), l’origine è ancora nel tratto interno, ma spesso non dipende solo dalle tubazioni: autoclave sporca, serbatoio contaminato, biofilm. In questo caso serve una sanificazione dell’impianto, non un filtro domestico. Se il problema sono invece PFAS alti, la causa è nella rete a monte, non nell’impianto interno: qui il filtro può avere senso (carboni attivi o osmosi inversa), ma solo se certificato per la rimozione di PFAS e solo se custodito con una manutenzione rigorosa.

Se i risultati mostrano valori vicini ai limiti ma non oltre, sei in una zona grigia. Non è illegale, ma non è rassicurante. Qui entrano in gioco i valori guida OMS: raccomandazioni più prudenziali che aiutano a capire se c’è un segnale di pressione anche quando tutto è formalmente a norma. Ad esempio, i nitrati hanno un limite cogente a 50 mg/L, ma dei valori sopra i 25 mg/L possono indicare un segnale di pressione o un “territorio sotto carico” di fertilizzanti (cioè un’agricoltura intensiva che scarica azoto nelle falde): indicazione utile, non automaticamente un rischio sanitario. In questi casi, senza panico, la cosa migliore è svolgere un monitoraggio costante: ripeti l’analisi dopo qualche mese, verifica se il valore sale o scende, e soprattutto confrontalo con i dati del gestore. Se il gestore dichiara 20 mg/L in rete e tu trovi 45 mg/L al rubinetto, il problema è nel mezzo: tubature, serbatoio, autoclave.

Quando NON serve analizzare

Se i dati del gestore sono aggiornati, l’edificio è nuovo o ristrutturato di recente con impianti a norma, se l’acqua non ha sapore o odore anomali, se non ci sono segnali di contaminazione locale, non serve analizzare. I controlli pubblici del gestore sono capillari: oltre 2,5 milioni di analisi all’anno in Italia tra 2020 e 2022, con livelli di conformità superiori al 99% nei report nazionali. Le regole sono nelle norme europee e italiane, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) fornisce supporto tecnico-scientifico e sorveglianza (CeNSiA), mentre le ASL e ARPA regionali fanno i controlli e i monitoraggi sul territorio, insieme ai gestori idrici che verificano costantemente le proprie reti.

Analizzare l’acqua di casa ha senso solo quando c’è un motivo concreto per sospettare che l’impianto interno stia modificando ciò che arriva dalla rete. Altrimenti stai pagando per rifare un controllo che è già stato fatto, e meglio.

Leggere le analisi (del gestore o di casa)

Quando hai davanti il PDF del gestore, o i risultati di un’analisi fatta a casa, il rischio è perdersi tra numeri e sigle. In realtà servono pochi parametri chiave e, soprattutto, il contesto giusto per interpretarli.

Controlli acqua

I parametri davvero fondamentali sono quattro: nitrati, metalli pesanti, cloro residuo e PFAS. Per ciascuno esistono limiti di legge cogenti: se vengono superati, l’acqua non è potabile. Ma accanto ai limiti “netti” esistono anche valori guida, più prudenti, che aiutano a capire se c’è una pressione ambientale o industriale in corso anche quando tutto risulta formalmente a norma.

Questi parametri contano, perché alcune sostanze sono problematiche anche a basse esposizioni e nel lungo periodo. Il piombo, ad esempio, è un neurotossico: nei bambini può interferire con lo sviluppo neurologico e cognitivo. I PFAS sono sostanze persistenti che si accumulano nel corpo nel tempo e sono associate a diversi effetti sulla salute. I nitrati, a livelli elevati, sono un segnale di pressione agricola sulle falde e sono particolarmente critici per i lattanti.

Partiamo dai nitrati. Il limite di legge è 50 mg/L, ma valori sopra i 25 mg/L sono già un segnale di pressione: indicano una pressione agricola, cioè un eccesso di azoto che arriva alle falde. I nitrati derivano soprattutto dai fertilizzanti azotati, che si infiltrano nel terreno e finiscono nell’acqua sotterranea. Se vedi nitrati alti, quindi, non è un problema “del tuo rubinetto”: è un messaggio che arriva dal territorio in cui vivi, e dice che quella falda sta ricevendo più azoto di quanto riesca a smaltire.

Poi ci sono i metalli pesanti: cadmio (limite 5 µg/L), piombo (10 µg/L), arsenico (10 µg/L). Qui la lettura cambia a seconda di dove compaiono i valori alti. Se li trovi già nel report del gestore, il problema è nella rete o nella fonte di approvvigionamento. Se invece emergono solo nell’analisi fatta in casa, mentre il gestore dichiara valori bassi, il problema è quasi sempre nell’impianto interno dell’edificio. In questi casi la risposta non è comprare acqua in bottiglia per sempre, ma capire l’origine: spesso basta un breve flussaggio prima di berla, soprattutto al mattino dopo ore di ristagno. Se però i valori restano alti nel tempo, la soluzione vera è la sostituzione delle tubature.

Il cloro residuo gioca un ruolo diverso. Serve a mantenere l’acqua sicura fino al rubinetto, ed è una presenza voluta. Sotto 0,5 mg/L non comporta rischi per la salute, ma può dare odore o sapore sgradevoli. Non è un problema tossicologico, è una questione di comfort. Se ti infastidisce, spesso basta lasciare l’acqua in una caraffa aperta per un po’: il cloro si riduce naturalmente.

I PFAS riportano il discorso su un altro piano. Sono sostanze persistenti, che non si degradano e si accumulano nell’ambiente e nel corpo umano. Il problema è sistemico. Con i nuovi parametri obbligatori in vigore da gennaio 2026 (PFAS totale a 0,50 µg/L e somma di PFAS a 0,10 µg/L), se nel report del gestore trovi valori vicini o superiori a questi limiti, è un segnale che richiede attenzione e soprattutto pressione a monte: più controlli, dati pubblici, interventi sugli impianti e bonifiche dei siti che rilasciano PFAS. Il filtro domestico può ridurre la tua esposizione individuale, ma non risolve la contaminazione del territorio.

A questo punto vale la pena chiarire anche il tema del residuo fisso, spesso trasformato dal marketing delle acque oligominerali in un feticcio. Il residuo fisso indica semplicemente la quantità di sali minerali disciolti nell’acqua. Non dice se un’acqua è “buona” o “cattiva”. L’acqua non deve essere leggera a tutti i costi: deve essere equilibrata. Un residuo fisso più alto non è automaticamente un problema, salvo casi specifici di patologie renali – e in quel caso è il medico a dirlo, non l’etichetta. Rispetto a nitrati, metalli o PFAS, è spesso una distrazione più che una priorità.

Filtrazione: solo dopo aver misurato

Prima di filtrare, si verifica. È una regola semplice, ma fondamentale. Filtrare senza aver misurato è un salto nel buio: rischi di intervenire su un problema che non esiste, o di usare lo strumento sbagliato per quello reale.

Se dalle analisi – quelle del gestore o quelle fatte a casa – emerge che l’acqua è conforme ai parametri di legge e non presenta problemi particolari di gusto o odore, non c’è nulla da “correggere”. In questi casi filtrare non aggiunge qualità: al contrario, può alterare un equilibrio che già funziona.

La filtrazione può invece avere senso quando hai davanti un dato concreto: valori di PFAS vicini ai limiti normativi, rilascio di metalli pesanti da tubature interne vecchie, oppure un sapore di cloro così marcato da rendere l’acqua sgradevole. Ma il punto resta uno: il sistema va scelto in proporzione al problema reale che hai misurato, non alla paura indotta dal marketing.

Le caraffe filtranti, ad esempio, sono utili soprattutto per migliorare il gusto: riducono il cloro e, in alcuni modelli, una parte dei metalli pesanti. Funzionano solo se il filtro viene cambiato regolarmente, di solito ogni mese. Se non lo fai, la caraffa smette di filtrare e può aumentare il rischio di proliferazione microbica se non gestita correttamente. Sono una soluzione di comfort, non una risposta a contaminazioni serie.

I sistemi di microfiltrazione sotto lavello, basati su filtri a carboni attivi, fanno un passo in più: rimuovono sedimenti, cloro, alcuni metalli, batteri e riducono parzialmente anche i PFAS. Ma anche qui la manutenzione è decisiva: i filtri vanno sostituiti ogni sei mesi o un anno, a seconda del modello e dell’uso. Hanno senso solo quando c’è un problema documentato che giustifica l’intervento.

L’osmosi inversa è il sistema più drastico. Utilizza una membrana semipermeabile che separa l’acqua da quasi tutto: sali minerali, metalli pesanti, PFAS, batteri, virus. Proprio per questo non è una soluzione “neutra”. L’acqua che produce ha bassa mineralizzazione e bassa alcalinità, quindi può risultare più “aggressiva” per alcune componenti se l’impianto non è progettato o gestito bene. Inoltre spreca molta acqua: per ottenere un litro di acqua trattata ne scarichi da due a quattro. Senza cloro residuo, l’acqua osmotizzata può anche sviluppare batteri se ristagna nel serbatoio. Serve una manutenzione rigorosa, continua, che nella pratica pochissime persone fanno davvero. In zone con PFAS elevati e documentati, l’osmosi può avere senso, ma va gestita come un dispositivo quasi “clinico”, non come un elettrodomestico da installare e dimenticare.

C’è un punto che vale per tutti i sistemi: la manutenzione non è un dettaglio. Filtri intasati, membrane vecchie, serbatoi sporchi o lampade UV non sostituite non solo smettono di funzionare, ma possono peggiorare la qualità dell’acqua. In quei casi, l’acqua filtrata può diventare peggiore di quella che usciva dal rubinetto.

Greenwashing: come non farsi fregare quando cerchi soluzioni

Il settore della purificazione dell’acqua domestica vive in larga parte di paura indotta e claim pseudoscientifici. In Italia vale centinaia di milioni di euro all’anno, e cresce soprattutto dove cresce l’ansia ambientale, senza crescere allo stesso ritmo la possibilità di orientarsi tra fonti affidabili e informazioni corrette.

Il primo segnale d’allarme sono le parole vaghe. “Acqua pura”, “acqua viva”, “acqua informata”, “energizzata”, “strutturata”: formule suggestive, ma prive di significato scientifico. L’acqua non è viva né morta, non si informa, non si energizza. È H₂O con sali minerali disciolti. Quando un prodotto usa questo linguaggio, non sta parlando di chimica: sta facendo marketing.

Il secondo segnale è l’uso della paura come leva commerciale. “L’acqua del rubinetto è piena di veleni”, “il cloro causa il cancro”: affermazioni che, se isolate dal contesto e dai dati reali, non reggono. Spesso il venditore mostra un presunto “test” che rende l’acqua scura o torbida, usa numeri senza spiegazione, crea allarme e poi propone subito la soluzione. Quel test non misura la qualità dell’acqua: misura quanto sei stato messo in difficoltà nel leggere i parametri corretti.

Non è un problema teorico. Esistono interventi concreti dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) contro pubblicità ingannevoli. San Benedetto, ad esempio, ha dovuto rimuovere il claim “impatto zero” dalle etichette dopo un intervento dell’Autorità. Anche diverse aziende di depuratori sono state sanzionate per aver millantato certificazioni inesistenti o dati non verificabili.

La regola pratica è semplice: se qualcuno ti spaventa senza mostrarti analisi ufficiali, se ti parla di frequenze vibrazionali, se ti propone un sistema senza dati tecnici chiari e certificazioni reali, non sta tutelando la tua salute. Sta cercando di venderti qualcosa.

Acqua Greenwashing

PFAS: caso particolare ad alta complessità

Non tutti devono misurarli. Non tutti possono misurarli. Se lo fai, è dentro la logica della verifica domestica.

Il problema è a monte, non nel bicchiere. I PFAS entrano nell’acqua da scarichi industriali, discariche, siti contaminati. Filtrare l’acqua a casa tua riduce la tua esposizione personale, ma non risolve il problema ambientale. La contaminazione resta.

Anche l’acqua in bottiglia può contenere PFAS. Non è una via d’uscita, è uno spostamento del problema.

Se vivi in una zona con valori di PFAS che richiedono attenzione (Veneto, zone industriali del nord), verifica i dati del tuo gestore. Se il gestore non pubblica dati PFAS aggiornati, o se vuoi verificare dopo aver installato un filtro certificato, l’analisi domestica può servire. Ma costa: 100-300 euro per un panel completo. Se i valori sono vicini o sopra i limiti normativi in vigore da gennaio 2026, ha senso usare un filtro a carboni attivi o osmosi inversa per ridurre l’esposizione. Ma fallo con cognizione, non per paura. Verifica che il sistema sia certificato per la rimozione di PFAS, non fidarti di claim generici. E soprattutto mantienilo: un filtro non cambiato è peggio di nessun filtro.

Qui il discorso esce dal rubinetto ed entra nella politica.

La soluzione vera è a monte: bonifica dei siti inquinati, stop all’uso di PFAS in processi industriali, investimenti per filtrare l’acqua alle fonti prima che entri nelle reti. Questo si ottiene con pressione politica, con norme stringenti come quelle europee in vigore da gennaio 2026, con controlli sui produttori. La battaglia individuale non basta. Serve mobilitazione collettiva.

Pressione politica: tutto quello che hai fatto ha senso solo se diventa collettivo

Fin qui: cosa puoi fare tu. Ora: cosa deve fare il sistema, perché la qualità dell’acqua non può dipendere dal portafoglio.

Se il tuo gestore idrico non pubblica analisi aggiornate, segnalalo. Non basta lamentarsi in privato: serve richiesta formale via email o PEC, e se non rispondono entro i termini di legge, serve esposto all’ARERA o al Comune. I dati sulla qualità dell’acqua non sono un favore, sono un diritto.

Se scopri criticità nelle analisi della tua acqua, confrontati con i vicini, con comitati locali, con associazioni ambientaliste. La pressione collettiva funziona meglio della richiesta individuale. Se un gestore sa che cento persone hanno visto gli stessi dati e stanno chiedendo conto, è costretto a rispondere.

Se un politico locale promette acqua sicura ma non investe nelle reti, chiedigli conto pubblicamente. Le perdite delle reti idriche italiane sono al 42% in media nazionale: quasi metà dell’acqua se ne va in tubi vecchi e giunture che cedono. Decenni di manutenzione rimandata. L’ARERA certifica questo dato ogni anno, ma gli investimenti restano insufficienti. Il PNRR ha stanziato fondi per le reti idriche, ma siamo anni indietro. Senza questi investimenti, verificare la tua acqua è utile ma non basta. Il sistema tiene finché tiene, poi crolla.

Nel 2011 oltre 26 milioni di persone hanno votato per dire che l’acqua è un bene comune, che il servizio idrico deve essere pubblico, che non si possono fare profitti sull’acqua. Hanno vinto. Le norme sono rimaste largamente inapplicate perché non c’è stata pressione costante per farle rispettare. Serve pretendere che i gestori pubblichino dati, che i Comuni investano, che i profitti non vadano a soci privati ma tornino nel servizio.

Puoi essere il consumatore più informato del mondo, ma se la rete idrica perde il 42% dell’acqua, se le falde sono contaminate da PFAS industriali, se i controlli non vengono fatti perché mancano fondi, il tuo bicchiere d’acqua resta dentro un sistema rotto. La scelta vera non è solo tra rubinetto e bottiglia. È tra accettare il sistema così com’è o pretendere che cambi.

Riepilogo operativo (da salvare)

Dati della rete: recupera le analisi ufficiali dal gestore idrico o tramite ASL e Comune. Se non sono pubblici o aggiornati, segnalalo. Questi dati descrivono l’acqua in rete, non necessariamente cosa esce dal tuo rubinetto.

Verifica domestica: ha senso in edifici vecchi con tubature sospette, presenza di autoclave o serbatoio, acqua con sapore o colore anomalo, zone con contaminazioni note. Controlli pubblici gratuiti da ASL per rischi sanità pubblica. Analisi volontarie: 20-50 euro parametri base, 100-300 euro PFAS completi.

Lettura analisi: verifica nitrati, metalli pesanti, cloro residuo, PFAS. Parametri dentro i limiti = acqua potabile. Sopra i limiti: identifica la fonte (impianto interno per piombo, rame, batteri; rete a monte per PFAS, nitrati). Vicini ai limiti: monitora nel tempo.

Filtrazione: senza un dato misurato, la filtrazione è cieca. Parametri dentro i limiti e nessun problema di gusto = non serve filtrare. Sistema proporzionato al problema documentato, manutenzione costante. Filtri non cambiati peggiorano la situazione.

Greenwashing: niente claim pseudoscientifici (acqua viva, energizzata, informata, strutturata). Diffidarsi di chi spaventa senza analisi ufficiali o propone test improvvisati.

PFAS: non tutti devono misurarli. Zone con PFAS documentati: filtri certificati per la rimozione, ma il problema vero è a monte e richiede bonifica industriale e pressione politica. L’acqua in bottiglia può contenere PFAS.

Bottiglie: acqua in bottiglia non più sicura del rubinetto, meno controllata, costa decine o centinaia di volte di più, genera milioni di tonnellate di rifiuti plastici e CO₂. Canoni di concessione bassi: profitti privati su bene pubblico.

Pressione collettiva: pretendi dati aggiornati e accessibili. Segnala chi non lo fa. Pressione su istituzioni per investimenti nelle reti e applicazione del principio referendario che l’acqua è bene comune. 42% perdite reti idriche = fallimento politico scaricato su cittadini e ambiente.

Il green si fa, non si dice. E sull’acqua questo significa: dati pubblici, reti efficienti, investimenti trasparenti, controllo collettivo. Non slogan, non claim, non promesse. Fatti.

 

Approfondimenti Eywa

https://eywadivulgazione.it/acqua-rubinetto-piu-sicura-bottiglia-italia 

Team Eywa, 10 gennaio 2026 – Acqua del rubinetto: perché in Italia è spesso più controllata della bottiglia.

Analisi comparativa tra acqua di rete e acqua in bottiglia: controlli, frequenza delle analisi, costi reali, impatti ambientali e falsi miti sulla “sicurezza” dell’acqua confezionata.

https://eywadivulgazione.it/pfas-acqua-rubinetto-come-leggere-dati-gestore/

Team Eywa, 23 gennaio 2026 – PFAS nell’acqua: dal 12 gennaio 2026 nuovi limiti UE. Come leggere i dati del tuo Comune.

Guida pratica per individuare i dati PFAS nei report dei gestori idrici, capire cosa significano i nuovi limiti europei e distinguere tra problema di rete e soluzioni domestiche.

https://eywadivulgazione.it/dispersione-idrica-quanta-acqua-si-perde-nel-tuo-comune/

Team Eywa – Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo Comune.

Approfondimento su perdite di rete, dati ARERA, responsabilità politiche e strumenti civici per chiedere conto ai gestori e alle amministrazioni.

Bibliografia essenziale

https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2020/2184/oj?locale=it

Unione Europea, 2020 – Direttiva (UE) 2020/2184 sulla qualità delle acque destinate al consumo umano.

Norma quadro europea che definisce parametri di qualità, obblighi di monitoraggio, trasparenza verso i cittadini e introduce il controllo obbligatorio dei PFAS.
https://www.normattiva.it/eli/id/2023/03/18/23G00029/CONSOLIDATED

Repubblica Italiana, 2023 – Decreto Legislativo 18/2023.

Recepimento italiano della Direttiva (UE) 2020/2184: limiti cogenti, ruoli di gestori, ASL e ARPA, obblighi di informazione pubblica.
https://www.iss.it/acque

Istituto Superiore di Sanità – Acque destinate al consumo umano.

Supporto tecnico-scientifico nazionale, sorveglianza sanitaria (CeNSiA) e interpretazione dei parametri di qualità dell’acqua potabile.
https://www.arera.it/it/dati/acqua

ARERA – Dati e indicatori sul servizio idrico integrato.

Fonte ufficiale sui livelli di dispersione idrica, qualità tecnica del servizio, investimenti e criticità strutturali delle reti idriche italiane.
https://www.snpambiente.it

Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA).

Rete nazionale ARPA/APPA: controlli ambientali, metodologie analitiche ufficiali e monitoraggi sulle acque destinate al consumo umano.
https://www.who.int/publications/i/item/9789241549950

World Health Organization, 2017 – Guidelines for Drinking-water Quality.

Valori guida sanitari internazionali per nitrati, metalli pesanti, contaminanti emergenti e criteri prudenziali di interpretazione dei dati.

 

 

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