Cosa è cambiato davvero (e perché questa volta non è marketing)
L’Unione Europea ha deciso di mettere fine all’usa-e-getta tecnologico mascherato da innovazione. Due regolamenti che si applicano dal 20 giugno 2025 impongono etichette obbligate e requisiti minimi di progettazione per smartphone e tablet venduti in Europa. Non sono linee guida, non sono raccomandazioni: sono obblighi di legge con sanzioni per chi non li rispetta.
La vera novità non è che i produttori debbano rendere i telefoni più riparabili o più efficienti, cosa che tra l’altro stanno già aggirando in mille modi. La vera novità è che ora devono dichiararlo. Prima potevano progettare un telefono per durare due anni esatti e non dirlo a nessuno. Ora devono scriverlo nero su bianco: come gestisce l’energia e l’autonomia nel tempo, se il dispositivo è progettato per essere riparato, quanto dura la batteria in cicli di ricarica. Se vendi in Europa, devi dichiarare quanto il tuo prodotto è stato pensato per resistere nel tempo.
Questo cambia tutto, anche se non risolve tutto. Perché finalmente usciamo dalla giungla normativa in cui i produttori potevano fare qualsiasi cosa senza dover rendere conto a nessuno. Obsolescenze programmate che erano del tutto evitabili diventavano la norma, e noi non avevamo nemmeno modo di saperlo. Ora sappiamo. Ora possiamo confrontare. Ora possiamo scegliere consapevolmente, e non abbiamo più la scusa dell’ignoranza.
L’etichetta: cosa guardare, dove trovarla, come leggerla
La classe energetica da A a G è la prima cosa che vediamo sull’etichetta, sia fisica che digitale. Serve eccome: ci dice se il telefono gestisce l’energia come un elettrodomestico moderno o come uno del 2005. Non è un dettaglio marginale quando parliamo di consumi che si accumulano per anni.
I dati sulla batteria sono standardizzati e misurati secondo protocolli europei uniformi. Non sono più le promesse del produttore scritte in piccolo sul sito, sono valori confrontabili tra modelli diversi: autonomia per ciclo di utilizzo, resistenza ai cicli di carica, efficienza della batteria. Possiamo finalmente capire quale telefono regge davvero una giornata di uso intenso e quale ci costringerà a portarci dietro il caricatore ovunque andiamo.
Poi c’è la classe di riparabilità, e questo è il punto cruciale. Non dice semplicemente «si può riparare», dice «è stato progettato pensando che qualcuno lo ripari». È un indicatore sintetico costruito su criteri ponderati: facilità di smontaggio verificata secondo standard misurabili, accessibilità delle informazioni tecniche per tecnici indipendenti, disponibilità garantita dei pezzi di ricambio, necessità o meno di strumenti speciali. Viene espressa in classi che vanno dalla A alla E: più la classe è alta, meno il produttore ci sta vendendo un oggetto usa-e-getta con il logo giusto stampato sopra.
Dove si trova questa etichetta? Deve essere esposta fisicamente nel punto vendita accanto al prodotto, deve essere presente sulla confezione, e deve essere disponibile online sul sito del produttore e dei rivenditori. Se non c’è, il prodotto è fuori conformità e deve essere segnalato alle autorità di controllo.
La fregatura che rimane: riparabile sulla carta non significa riparabile nella pratica
Qui casca l’asino, ed è importante capirlo bene per non farsi illusioni eccessive. I regolamenti europei impongono obblighi formali che i produttori possono rispettare tecnicamente continuando però a rendere la riparazione poco conveniente o impossibile nella realtà quotidiana.
Un telefono può avere una classe di riparabilità alta perché è smontabile con attrezzi comuni e i pezzi di ricambio sono disponibili, ma poi quello schermo di ricambio costa 300 euro e conviene comprare un telefono ricondizionato intero. Può rispettare tutti i requisiti europei sulla documentazione tecnica ma avere una rete di centri assistenza autorizzati inesistente fuori dalle grandi città, costringendoci a spedizioni costose e tempi lunghi. Può garantire la disponibilità dei ricambi per un numero minimo di anni stabilito dalla norma, che varia in base al componente e decorre dalla fine dell’immissione sul mercato del modello, ma venderli a prezzi talmente alti da rendere più economico buttare tutto e ricomprare.
La normativa ha messo paletti chiari: quali informazioni devono essere accessibili, quali parti devono essere sostituibili senza attrezzi speciali, per quanto tempo devono rimanere disponibili i diversi componenti. Ma non può controllare i prezzi, non può imporre una rete capillare di riparatori indipendenti, non può garantire che la riparazione sia davvero alla portata di tutti. Il mercato fa il resto, e molti produttori lo sanno benissimo.
La classe di riparabilità ci dice se il produttore ha progettato il telefono pensando che potessimo tenerlo più di due anni. Non ci garantisce che ripararlo sarà comodo, rapido o economico. Quello dipende da quanto quel produttore ci tiene davvero a non venderci un telefono nuovo ogni volta che qualcosa si rompe.
E poi c’è il software, che è forse l’ostacolo più insidioso. Le regole UE impongono aggiornamenti di sicurezza per un numero minimo di anni dopo la fine dell’immissione sul mercato del modello, ma questo dato spesso non è immediatamente leggibile sull’etichetta fisica. Bisogna cercarlo online, sul sito del produttore, nelle specifiche tecniche estese. Se gli aggiornamenti finiscono dopo tre anni, il telefono continua a funzionare perfettamente dal punto di vista hardware, ma diventa una porta aperta per vulnerabilità di sicurezza. Non è rotto, è solo superato dal punto di vista della protezione dati. E a quel punto lo cambiamo lo stesso, anche se la batteria regge ancora benissimo e lo schermo è intatto.
Il greenwashing che non muore mai: «nuovo uguale sostenibile»
Questo è il racconto più subdolo che ci vendono, ed è importante smontarlo pezzo per pezzo. Ci dicono che il nuovo modello è più efficiente energeticamente. Vero. Ci dicono che consuma meno in standby e in uso attivo. Vero. Ci dicono che comprarlo è una scelta green. Falso.
L’impatto ambientale di uno smartphone non sta nel suo consumo quotidiano di energia elettrica, che è minimale anche nei modelli meno efficienti. Sta nella produzione: estrazione delle terre rare in condizioni spesso devastanti per ecosistemi e comunità locali, lavorazione industriale che richiede energia e acqua, trasporto intercontinentale, assemblaggio, imballaggio, distribuzione, smaltimento del vecchio telefono che quasi mai viene riciclato correttamente. Il ciclo di vita completo di uno smartphone nuovo genera emissioni che richiederebbero anni di utilizzo per essere compensate dal minor consumo energetico rispetto a un modello più vecchio.
Cambiare telefono ogni due anni inquina enormemente di più che usare lo stesso telefono per cinque o sei anni, anche se quel modello consuma qualche watt in più ogni giorno. Ma questa informazione non compare nelle campagne pubblicitarie che celebrano l’efficienza energetica dei nuovi modelli. Non compare perché se la conoscessimo davvero, se la interiorizzassimo, compreremmo molto meno. E i produttori lo sanno perfettamente.
Come scegliere senza farsi fregare: cosa guardare e cosa chiedere
Dal 20 giugno 2025 l’etichetta deve esserci per legge. Se non c’è esposta, se il venditore non sa mostrarla, se online non si trova, quel prodotto è fuori conformità e va segnalato alle autorità competenti. È un nostro diritto avere quelle informazioni, e far rispettare la norma dipende anche dalla nostra vigilanza.
Guardiamo la classe energetica e confrontiamola tra modelli simili. Guardiamo i dati misurati sulla batteria, non le dichiarazioni generiche del produttore. Guardiamo soprattutto la classe di riparabilità e diamo peso a quell’indicatore: un telefono in classe A è stato progettato diversamente da uno in classe D, anche se costano uguale e hanno specifiche tecniche simili.
Poi facciamo una cosa che nessuna etichetta può fare al posto nostro: cerchiamo attivamente le politiche di aggiornamento software del produttore. Alcuni marchi lo dichiarano chiaramente sul sito: «questo modello riceverà aggiornamenti di sicurezza per almeno cinque anni dall’ultima unità venduta». Altri sono vaghi, parlano di «supporto continuo» senza specificare tempi. Non è un dettaglio secondario, è un dato fondamentale che incide sulla durata reale del telefono. Un dispositivo con hardware eccellente ma supporto software di tre anni è progettato per essere sostituito, punto.
E prima di tutto questo, chiediamoci sinceramente: il telefono che abbiamo ora funziona? Se la risposta è sì, cambiare solo la batteria costa un decimo di un telefono nuovo e inquina un ventesimo. Se lo schermo è rotto ma tutto il resto va bene, ripararlo ha senso ambientale ed economico, anche se costa qualcosa. Se è lento, forse basta disinstallare applicazioni inutili, liberare spazio, fare un ripristino delle impostazioni. Non è romanticismo anti-tecnologico, è semplicemente matematica applicata all’impatto ambientale reale.
Trasparenza imposta, non concessa per gentilezza
La norma europea ha messo i dati sul tavolo non per farci un favore, ma per costringere i produttori a smettere di nasconderli. Questo va capito bene: non stiamo assistendo a un’improvvisa conversione ecologica dell’industria tecnologica, stiamo vedendo gli effetti di regolamenti che impongono trasparenza sotto minaccia di sanzioni.
Se un marchio continua a essere vago sulla riparabilità, non è perché non ha avuto tempo di raccogliere i dati o di scriverli chiaramente. È perché sa benissimo che se li comunicasse in modo trasparente, molti consumatori sceglierebbero altrimenti. Se un produttore insiste ossessivamente sul «nuovo è sempre meglio» senza mai parlare della durabilità progettata dei suoi dispositivi, non sta facendo innovazione: sta confondendo deliberatamente l’entusiasmo per le novità con l’utilità reale.
L’etichetta non ci dice cosa comprare, non prende decisioni al posto nostro. Ci dice se un prodotto è stato progettato per durare, quanto è stato pensato per essere riparato, come gestisce l’energia, quanto è efficiente. Sta a noi decidere se premiare economicamente chi ci vende anni di utilizzo possibile o chi ci vende hype e obsolescenza programmata mascherata da progresso tecnologico.
È un piccolo passo avanti, non la soluzione definitiva. Usciamo finalmente da una giungla normativa in cui i produttori potevano fare praticamente qualsiasi cosa senza dover rendere conto a nessuno delle scelte progettuali che condizionano la vita utile dei loro prodotti. Ora devono dichiarare, ora possiamo verificare, ora possiamo confrontare. Tra teoria e pratica ci sono ancora ostacoli enormi: costi di riparazione esosi, scarsa disponibilità effettiva di pezzi di ricambio nonostante gli obblighi formali, poche officine competenti e autorizzate fuori dai grandi centri urbani, supporto software che termina troppo presto.
Ma almeno ora lo sappiamo. Ora possiamo scegliere sapendo. E la prossima volta che scegliamo uno smartphone, non stiamo semplicemente scegliendo un modello o un marchio: stiamo scegliendo quale sistema produttivo finanziare con i nostri soldi. Premiamo chi ci vende tempo e durabilità, non chi ci vende solo novità programmate per durare il meno possibile.
Approfondimenti Eywa
https://eywadivulgazione.it/la-via-sostenibile-della-tecnologia-ricondizionata/
Eywa, 2025, tecnologia ricondizionata come scelta sistemica: riduzione e-waste, impatto della produzione, valore della durata rispetto alla novità.
Eywa, dossier su etichette “a impatto zero” e greenwashing: come leggere claim “verdi”, cosa cercare (standard, verifiche, trasparenza) e cosa smontare.
Bibliografia essenziale (Eywa – Metodo 2)
https://energy-efficient-products.ec.europa.eu/product-list/smartphones-and-tablets_en
Commissione europea, pagina ufficiale su etichetta energetica e requisiti ecodesign per smartphone e slate tablets; spiega cosa contiene l’etichetta e da quando si applica.
https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2023/1670/oj
Commissione europea, 2023, Regolamento (UE) 2023/1670 (ecodesign): requisiti minimi su durabilità, riparabilità, disponibilità ricambi e aspetti legati al supporto/aggiornamenti.
https://eur-lex.europa.eu/eli/reg_del/2023/1669/oj
Commissione europea, 2023, Regolamento delegato (UE) 2023/1669 (etichettatura energetica): introduce l’etichetta UE per smartphone e slate tablets, scala A–G e indicatore di riparabilità.
Joint Research Centre (Commissione europea), 2025, nota divulgativa: razionale e criteri dietro i nuovi label UE e l’indicatore di riparabilità.
EPREL, registro ufficiale UE: database dove produttori e schede tecniche rendono consultabili i dati associati alle etichette energetiche.
https://www.eea.europa.eu/en/topics/in-depth/electronics-and-e-waste
Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), pagina di sintesi su elettronica ed e-waste in Europa; contesto su impatti e importanza dell’estensione della vita utile.

