- mercoledì 28 Gennaio 2026
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Vuoi tornare nel 2016? Perfetto. Smetti di comprare.

Nel 2026, improvvisamente, siamo tornati tutti nel 2016.

Apri Instagram e sembra di essere tornati lì. Filtri sgranati in stile “vecchia Instagram”, playlist che suonano come un Nokia emotivo, “ricordi” confezionati come fossero spontanei. E tutti lì a dire: “Che bello, che semplice, che vero”.

Sì. Solo che non è (solo) nostalgia. È stanchezza. È un sintomo.

Perché se milioni di persone rimpiangono il web “pre-algoritmo” (cioè prima che le piattaforme decidessero cosa farti vedere per tenertici incollato), non stanno dicendo “mi manca il sepia”. Stanno dicendo: mi manca un posto dove non mi sentivo un prodotto. Mi manca un luogo dove non dovevo performare (cioè mettermi in vetrina), ottimizzare, monetizzare, dimostrare qualcosa. Mi manca un tempo in cui non avevo la sensazione che ogni secondo della mia attenzione fosse una miniera da scavare.

La crisi ambientale non nasce in un bosco. Nasce in un sistema che ti allena al consumo impulsivo e compulsivo, ti sfinisce e poi ti propone lo shopping come carezza. È il loop perfetto: ti stanca, ti svuota, ti vende qualcosa per riempirti.

La nostalgia, oggi, è uno dei grillettoni più efficaci.

Vuoi la prova? Appena una vibe (un’atmosfera, un “mood”) diventa trend (una moda virale), arriva il mercato che la trasforma in carrello. E quindi ecco i contenuti “2016 core” (l’estetica “tipo 2016”) che diventano “2016 haul” (video di “bottino” di acquisti): comprati questa maglietta “throwback” (richiamo al passato), questo accessorio “iconico”, questo make-up “come ai vecchi tempi”, questa cover “vintage” (di plastica nuova di fabbrica). La nostalgia è usata come scusa patinata per comprare roba che non ti serve, ma ti fa sentire “a casa”.

E il punto è proprio questo: la nostalgia è una potente scorciatoia emotiva. Ti promette di riportarti in un luogo in cui ti sentivi più leggero, più libero, più intero. Solo che la leggerezza non te la dà una felpa “tumblr style” (stile Tumblr, la vecchia estetica social) spedita in 48 ore. Te la dà lo spazio mentale. Che, guarda caso, è una risorsa che la macchina dell’attenzione (algoritmi + pubblicità + scroll infinito) non ha nessun interesse a lasciarti.

La sostenibilità non è un’estetica. È una scelta che richiede energia mentale. E se sei sempre in modalità scroll (scorrimento continuo), sempre stimolato, sempre in allarme, sempre “un contenuto tra contenuti”, quella scelta diventa più difficile. Perché quando sei stanco, non aggiusti nulla: però compri. Quando sei sovraccarico, non pianifichi: improvvisi. Quando sei scarico, non distingui tra desiderio e bisogno: clicchi.

E infatti la cosa più interessante del ritorno al 2016 è che in realtà molti non stanno chiedendo davvero il 2016. Stanno chiedendo una vita con meno rumore.

Quindi proviamo a fare una cosa rivoluzionaria: usiamo il trend come porta d’uscita.

Esempio 1: vuoi essere “2016 style”? Fallo davvero, non come marketing. Apri l’armadio e riscopri quello che già hai. Hai presente quel vestito che non hai più messo perché “non era più in mood” (non aveva più l’atmosfera giusta)? Spoiler: è ancora un vestito. E tu sei ancora una persona.

Esempio 2: vuoi la “vecchia Internet”? Allora recupera l’abitudine più sovversiva: non comprare. Se ti viene l’impulso di prendere “la cosa giusta per la vibe” (per l’effetto “wow”), fai una pausa di 24 ore. Il 90% delle volte, domani, quella vibe ti sembrerà improvvisamente meno urgente. Perché l’urgenza non era tua: era dell’algoritmo.

Esempio 3: vuoi autenticità? Fai un gesto da antologia: pulisci il feed (togliendo i profili e i ‘consigliati’ che ti accendono il desiderio a comando). Non per moralismo, per sopravvivenza. Se segui dieci account che non ti fanno mai sentire “abbastanza”, ti stanno vendendo qualcosa. Anche quando giurano di no. Soprattutto quando giurano di no.

Esempio 4: vuoi rallentare? Spegni un pezzo di macchina. Notifiche shopping: off. Auto-play: spento. I “suggeriti” non li elimini, ma li addestri: “non mi interessa”, silenzia, unfollow. Non è ascetismo. È manutenzione.

Il 2016 non è tornato perché era migliore. È tornato perché oggi siamo più stanchi, più compressi, più facili da manipolare. E quando un trend diventa nostalgia collettiva, chiediti sempre: chi ci guadagna?

Se la risposta è “qualcuno che vende”, allora hai già capito tutto.

La sostenibilità si fa con le scelte, non con la vibe. E la scelta più ecologica, spesso, è quella che nessuno ti sponsorizza: recuperare, riparare, e resistere al click.

Sì, anche quando hai voglia di tornare nel 2016.

Perché il futuro non si salva con un filtro. Si salva smettendo di bersi le storie che ti vendono. Tutte. Anche quelle nostalgia-core.

Alice Salvatore
Alice Salvatore
Alice Salvatore, è una politica “scollocata”, il concetto di scollocamento è un atto di volontaria autodeterminazione. Significa abbandonare un lavoro sicuro e redditizio, per seguire le proprie aspirazioni e rimanere coerente e fedele al proprio spirito. Alice Salvatore si è dunque scollocata, rinunciando a posti di prestigio, profumatamente remunerati, per non piegare il capo a logiche contrarie al suo senso etico e alla sua coerenza. Con spirito indomito, Alice continua a fare divulgazione responsabile, con un consistente bagaglio esperienziale nel campo della politica, dell’ambiente, della salute, della società e dell’urbanistica. La nostra società sta cambiando, e, o cambia nella direzione giusta o la cultura occidentale arriverà presto al TIME OUT. Alice è linguista, specializzata in inglese e francese, ha fatto un PhD in Letterature comparate Euro-americane, e macina politica ed etica come respira.
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