Il radon non ha odore, non ha colore e non dà sintomi immediati. Ma è classificato dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) come cancerogeno di gruppo 1, cioè con evidenza certa di cancerogenicità per l’essere umano. È la seconda causa di tumore al polmone dopo il fumo di sigaretta, responsabile di circa il 10-15 percento dei casi totali di cancro polmonare. In Italia, l’Istituto Superiore di Sanità stima che il radon sia responsabile di circa 3.000 morti l’anno per tumore al polmone. Eppure la stragrande maggioranza dei cittadini non sa se la propria abitazione è in una zona a rischio, non sa come misurarlo e non sa cosa fare se i livelli sono elevati.
Questo articolo spiega cosa è il radon, come verificare se la tua zona è a rischio, come effettuare una misurazione corretta e quali interventi esistono per ridurne la concentrazione. Tutte le informazioni si basano sulla normativa italiana vigente e sulle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Cos’è il radon e da dove viene
Il radon è un gas nobile radioattivo, prodotto dal decadimento naturale del radio, che a sua volta deriva dall’uranio presente nelle rocce e nel suolo. Non è un inquinante industriale: è un elemento naturale, presente ovunque, ma in concentrazioni molto variabili a seconda della geologia del territorio. Dove il suolo è ricco di rocce vulcaniche, graniti, tufi o pozzolane, la concentrazione di uranio è più alta e il radon prodotto è maggiore. Le aree a rischio più elevato in Italia includono Lazio (in particolare la zona dei Castelli Romani), Campania, Sardegna, Toscana, Friuli-Venezia Giulia e alcune zone di Piemonte e Lombardia, ma ogni Regione ha la propria mappa dettagliata pubblicata dall’ARPA di competenza.
Il problema non è il radon nel suolo in sé, ma il radon negli ambienti chiusi. Quando il gas risale dal terreno attraverso le fondazioni, le crepe, i giunti e le tubature di un edificio, si accumula negli spazi confinati. Se l’edificio è poco ventilato, la concentrazione sale. Il piano terra e i locali interrati sono quelli più esposti, ma in edifici con problemi strutturali il radon può accumularsi a tutti i piani. Il radon che inaliamo decade in isotopi solidi dei suoi figli radioattivi che si depositano nel tessuto polmonare, dove continuano a emettere radiazioni ionizzanti e danneggiano il DNA delle cellule epiteliali.
La legge italiana: cosa prevede il D.Lgs. 101/2020
L’Italia ha recepito la Direttiva Euratom 2013/59 con il Decreto Legislativo 101/2020, che fissa i livelli di riferimento per la concentrazione di radon negli ambienti. Il livello di riferimento per le abitazioni è 300 becquerel per metro cubo (Bq/m³) come media annua. Questo non è un limite di sicurezza assoluto: l’OMS indica come valore obiettivo 100 Bq/m³, ma il D.Lgs. 101/2020 ha fissato il valore nazionale più elevato tenendo conto della fattibilità tecnica degli interventi. Sotto i 300 Bq/m³ non scatta nessun obbligo di legge per i privati, ma il rischio esiste già e aumenta progressivamente con la concentrazione.
Il D.Lgs. 101/2020 prevede obblighi di misurazione e intervento per i luoghi di lavoro situati in zone «prioritarie», cioè le aree dove la probabilità di superamento del livello di riferimento è statisticamente più alta. Le Regioni sono tenute a identificare queste zone prioritarie sulla base delle mappe di rischio e a notificarle ai datori di lavoro. Per le abitazioni private non esistono obblighi di misurazione, ma la normativa incoraggia la verifica volontaria, specialmente nelle zone a maggior rischio.
Come leggere la mappa del rischio: la tua zona
Il punto di partenza per ogni cittadino è consultare la mappa di rischio radon del proprio territorio. Il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) pubblica dati aggregati a livello nazionale, mentre ogni ARPA regionale mantiene mappe più dettagliate. Non tutte le mappe sono aggiornate allo stesso modo e non tutte hanno la stessa risoluzione geografica: alcune mostrano il rischio a livello provinciale, altre a livello comunale, le più avanzate a livello sub-comunale.
Per il Lazio, l’ARPA Lazio ha pubblicato una mappa dettagliata che evidenzia le concentrazioni elevate nei Colli Albani e nella zona tuscolana. Per la Sardegna e la Campania esistono mappature specifiche con dati su comuni singoli. Il Ministero della Salute, nella sezione dedicata al radon, pubblica una panoramica delle zone a maggior rischio e fornisce indicazioni per accedere alle mappe regionali. L’ISS, nella sua sezione radon, raccoglie i dati delle campagne di misurazione nazionali condotte negli anni.
Una cosa importante da tenere presente è che la mappa di rischio indica una probabilità statistica, non una certezza. Due abitazioni nello stesso comune, o anche nello stesso edificio, possono avere concentrazioni di radon molto diverse a seconda delle caratteristiche costruttive, del tipo di fondazione, della ventilazione e dell’uso degli ambienti. La mappa di rischio è uno strumento di orientamento per decidere se misurare: la misurazione è l’unico modo per sapere il dato reale della tua abitazione.
Come misurare il radon in casa: la guida pratica
La misurazione del radon si effettua con dosimetri passivi, piccoli dispositivi di plastica che contengono un rivelatore alfa sensibile alle particelle emesse dal radon. Non richiedono alimentazione elettrica, non sono invasivi e non producono nessun disturbo. Si posizionano nell’ambiente da monitorare, ci rimangono per un periodo stabilito (tipicamente tra 90 giorni e un anno, per ottenere una media annua affidabile), e poi vengono inviati a un laboratorio accreditato per l’analisi.
L’OMS, nel suo «Handbook on Indoor Radon» del 2009, raccomanda misurazioni di lungo periodo (almeno tre mesi, preferibilmente un anno) per ottenere un valore rappresentativo della concentrazione media, che è influenzata dalla stagione, dalle abitudini di ventilazione e dalle condizioni meteorologiche. Le misurazioni di breve durata con strumenti elettronici portatili possono dare indicazioni qualitative ma non sono sufficienti per una valutazione del rischio affidabile.
I dosimetri passivi per uso domestico sono acquistabili da laboratori accreditati e da alcuni produttori specializzati. Il costo è generalmente contenuto, tra 30 e 80 euro per dosimetro inclusa l’analisi di laboratorio. La procedura corretta prevede il posizionamento del dosimetro al piano più basso dell’abitazione (piano terra o seminterrato), in una stanza abitata regolarmente, a circa 1,5 metri dal pavimento e lontano da fonti di calore e ventilazione diretta. Non va messo in cucina o in bagno, dove le correnti d’aria alterano la misura. Se l’abitazione si sviluppa su più piani, è utile posizionare un secondo dosimetro al piano superiore per confronto.
I laboratori accreditati per l’analisi dei dosimetri radon in Italia sono certificati dall’ISS e dall’ISPRA. Prima di acquistare un dosimetro, verifica che il fornitore indichi esplicitamente l’accreditamento del laboratorio che effettua l’analisi e che il rapporto finale includa l’incertezza di misura: un risultato di 280 Bq/m³ ± 80 Bq/m³ è molto diverso dal punto di vista interpretativo rispetto a uno di 280 Bq/m³ ± 15 Bq/m³.
Se la concentrazione supera il livello di riferimento: cosa fare
Se la misurazione restituisce valori superiori ai 300 Bq/m³, il D.Lgs. 101/2020 non impone interventi obbligatori per le abitazioni private, ma esistono tecniche consolidate per ridurre la concentrazione. Il primo intervento da valutare è il miglioramento della ventilazione: aumentare il ricambio d’aria, specialmente nei locali al piano terra e nei seminterrati, riduce la concentrazione di radon diluendolo. Non è sempre sufficiente come unico intervento, ma è il meno costoso e spesso abbassa significativamente i valori.
L’intervento più efficace per concentrazioni molto elevate è la «depressurizzazione del suolo»: consiste nel creare un percorso preferenziale per il radon che lo dirotta verso l’esterno attraverso un tubo di aspirazione installato sotto la soletta del piano terra, evitando che si accumuli nell’abitazione. È un intervento tecnico che richiede un professionista specializzato e può ridurre le concentrazioni dell’80-95 percento. Le aziende di bonifica radon certificate possono effettuare una valutazione preliminare e proporre la soluzione più adeguata.
Un approccio integrato, raccomandato dall’OMS e dalle linee guida IARC, prevede la combinazione di più interventi: sigillatura delle vie di ingresso (crepe, giunti, passaggi di tubature), miglioramento della ventilazione e, se necessario, depressurizzazione. I costi variano in modo significativo a seconda dell’entità del problema e delle caratteristiche dell’abitazione.
L’azione civica: cosa puoi chiedere al tuo Comune
Se abiti in una zona identificata come prioritaria dalle mappe ARPA, hai il diritto di accedere ai dati di rischio del tuo territorio attraverso l’accesso civico generalizzato (ai sensi del D.Lgs. 33/2013). Puoi chiedere al tuo Comune o all’ARPA regionale di competenza i dati delle campagne di misurazione effettuate nelle abitazioni della tua zona, i risultati eventuali delle misurazioni nelle scuole e negli edifici pubblici, e le azioni previste o in corso per la riduzione dell’esposizione.
Le scuole situate nelle zone prioritarie hanno obblighi specifici di misurazione previsti dal D.Lgs. 101/2020: se i tuoi figli frequentano una scuola in zona a rischio, puoi chiedere all’istituto la documentazione delle misurazioni effettuate e i valori rilevati. Se i dati non sono disponibili o non vengono forniti, puoi presentare un accesso agli atti formale indirizzato all’ente gestore dell’edificio scolastico.
Il radon è un rischio invisibile ma misurabile. La mappa esiste, i dosimetri esistono, la normativa esiste. Non sapere il dato della tua abitazione è una scelta, non una necessità.
Approfondimenti Eywa
https://eywadivulgazione.it/manuale-monitorare-aria-quartiere-da-casa/
Eywa Divulgazione, 2025. Manuale per monitorare la qualità dell’aria in casa e nel quartiere.
https://eywadivulgazione.it/inquinamento-aria-casa-fonti-soluzioni/
Eywa Divulgazione, 2025. Le fonti di inquinamento dell’aria indoor nelle abitazioni italiane.
https://eywadivulgazione.it/pm2-5-in-italia-le-cose-da-fare-ora
Eywa Divulgazione, 2025. PM2.5 in Italia: dati, cause e azioni concrete per ridurre l’esposizione.
Bibliografia
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https://www.salute.gov.it/portale/radon/homePaginaArgomentoRadon.jsp
Ministero della Salute, sezione Radon. Informazioni istituzionali sui livelli di rischio, campagne di misurazione e interventi di risanamento.
https://www.iss.it/radon
Istituto Superiore di Sanità (ISS), sezione Radon. Dati tecnici, risultati delle campagne nazionali di misurazione, guide per la misurazione domestica.
https://www.snpambiente.it
SNPA – Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente. Mappe nazionali del rischio radon e dati aggregati delle ARPA regionali.
https://www.who.int/publications/i/item/9789241547673
Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), 2009. WHO Handbook on Indoor Radon: A Public Health Perspective. Documento di riferimento internazionale per la misurazione e la riduzione dell’esposizione al radon negli ambienti residenziali.
https://www.iarc.who.int
IARC – International Agency for Research on Cancer. Classificazione del radon come cancerogeno di gruppo 1 con evidenza certa nell’essere umano. Monografia IARC volume 100D.

