A marzo 2026, immagini satellitari e testimonianze dirette hanno mostrato colonne di fumo nero alzarsi su Teheran dopo attacchi che hanno colpito le infrastrutture energetiche iraniane. Raffinerie, depositi di carburante, nodi del sistema petrolifero: bersagli strategici, certo. Ma anche sorgenti istantanee di inquinamento su scala urbana, con ricadute che non si vedono più quando il fumo si dirada, ma che restano. Nel suolo, nell’acqua, nell’aria che si respira nei giorni e nelle settimane successive.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha parlato esplicitamente di rischi sanitari legati alla cosiddetta «black rain» (la «pioggia nera», cioè il ritorno a terra delle particelle di fuliggine e dei residui tossici trasportati dal fumo in quota) che ha colpito alcune zone di Teheran. L’agenzia dell’ONU per l’ambiente (UNEP) ha chiarito che il fumo prodotto dalla combustione di prodotti petroliferi contiene composti pericolosi per la salute e può contaminare suolo, acqua, falde e colture, anche a distanza dal punto di emissione. Il CEOBS (Conflict and Environment Observatory, l’osservatorio indipendente sui danni ambientali dei conflitti armati) ha ricostruito nel dettaglio cosa succede quando un impianto energetico brucia o esplode in contesto urbano.
Il racconto mediatico di questa guerra si è concentrato, comprensibilmente, sugli aspetti militari e diplomatici. Ma c’è un livello di danno che resta quasi sempre fuori dal frame: quello ambientale e sanitario civile. È quello di cui vogliamo parlare.
Cosa c’è dentro il fumo di una raffineria che brucia
Quando senti parlare di «nube tossica» in relazione a un incendio industriale, non si tratta di un’iperbole giornalistica. È una descrizione chimica precisa, anche se i dettagli variano a seconda di cosa brucia.
Nel caso degli impianti petroliferi colpiti in Iran, le fonti tecniche convergono su un mix di sostanze ben identificabili.
Il primo problema è il particolato fine: PM2.5 e PM10, le polveri così piccole da penetrare in profondità nei polmoni e nel sangue. Il PM2.5 ha un diametro inferiore a 2,5 millesimi di millimetro, abbastanza piccolo da attraversare le pareti alveolari e raggiungere il sistema circolatorio. L’OMS non ha fissato una soglia di esposizione sicura per il PM2.5: ogni aumento di concentrazione ha effetti sulla salute.
A questo si aggiungono gli IPA, Idrocarburi Policiclici Aromatici (PAH in inglese): composti organici che si formano durante la combustione incompleta di materiale organico. Molti sono cancerogeni accertati o probabili. Si depositano sulle superfici, si accumulano nel suolo e possono contaminare le falde.
Poi ci sono gli ossidi di zolfo (SOx) e gli ossidi di azoto (NOx), gas irritanti per le vie respiratorie, precursori delle piogge acide, che contribuiscono alla formazione di ozono troposferico, uno degli inquinanti secondari più dannosi per la salute. E il monossido di carbonio (CO): gas inodore e incolore, tossico già a basse concentrazioni, prodotto tipico della combustione incompleta.
In certi scenari di combustione complessa, a tutto questo si aggiungono diossine e furani: composti organici altamente tossici che il CEOBS cita esplicitamente per gli attacchi agli impianti industriali iraniani.
Il CEOBS ha anche segnalato il possibile rilascio di PFAS: le cosiddette «sostanze chimiche eterne», fluorurate, persistenti nell’ambiente per decenni e associate a una serie di patologie anche a bassissime concentrazioni, che possono essere liberate in atmosfera quando brucia certa schiuma antincendio o alcuni rivestimenti industriali.
A tutto questo si aggiunge un fattore geografico specifico per Teheran. La città è circondata dai monti Alborz, e questo la rende già strutturalmente vulnerabile all’intrappolamento dello smog: la conformazione del territorio ostacola la dispersione degli inquinanti, che tendono a restare confinati a quote basse, esattamente dove respiriamo.
La nube se ne va. Gli inquinanti restano.
Il problema più sottovalutato non è il fumo visibile. È quello che succede dopo.
Quando il fumo si dirada, gli inquinanti hanno già percorso il loro ciclo: parte è rimasta sospesa nell’aria nei giorni immediatamente successivi agli attacchi; parte è ricaduta al suolo con la «pioggia nera» o con la deposizione secca (cioè semplicemente posandosi sulle superfici senza bisogno della pioggia); parte ha raggiunto le superfici urbane: strade, tetti, orti, parchi giochi.
Quello che si deposita al suolo non sparisce con il vento. Con le piogge successive, gli inquinanti vengono dilavati, cioè trasportati dall’acqua verso il basso, verso i suoli agricoli, verso i corpi idrici superficiali, con potenziale contaminazione delle falde acquifere sotterranee. Il CEOBS parla esplicitamente di rischio di contaminazione dell’acqua potabile nel contesto iraniano.
L’UNEP aggiunge un elemento che raramente compare nelle notizie: in molti Paesi della regione del Golfo, l’acqua potabile viene prodotta attraverso impianti di desalinizzazione, cioè impianti che estraggono acqua dolce dall’acqua di mare. Questi impianti sono vulnerabili alla contaminazione marina. Se gli sversamenti da impianti petroliferi colpiti raggiungono il Golfo Persico (un bacino semi-chiuso, ecologicamente fragile, con un ricambio idrico molto lento), le conseguenze per gli ecosistemi marini possono essere molto più ampie di quello che appare.
Non stiamo parlando solo di scenari ipotetici. Stiamo descrivendo la logica fisica del danno, documentata da enti internazionali e già verificata in contesti analoghi.
L’abbiamo già visto. Si chiamava Kuwait, 1991.
Nel febbraio 1991, durante la Guerra del Golfo, le truppe irachene in ritirata diedero fuoco a circa 700 pozzi petroliferi in Kuwait. Bruciarono per mesi. Le stime parlano di circa 6 milioni di barili di petrolio bruciati al giorno nei picchi più intensi; il fumo raggiunse altezze considerevoli e si diffuse su una vasta area geografica.
Le valutazioni condotte dall’IUCN (l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura), dalla NOAA (l’agenzia atmosferica e oceanica statunitense) e dall’EPA (l’agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti) hanno documentato enormi emissioni di fuliggine e biossido di zolfo, effetti sugli ecosistemi terrestri e marini, e problemi di contaminazione durati anni.
Non è utile fare un’equazione automatica tra Kuwait 1991 e Iran 2026: i contesti sono diversi, le dimensioni degli attacchi sono diverse, e le misure dirette sul campo in Iran sono al momento parziali (l’accesso agli strumenti di monitoraggio indipendente è limitato in una situazione di conflitto attivo). Ma il precedente serve a dire una cosa che le istituzioni scientifiche internazionali hanno già documentato: quando il petrolio prende fuoco in guerra, gli impatti ambientali non evaporano con le fiamme. Possono essere profondi, diffusi e di lungo periodo.
Il punto che nessuno dice: il fossile è anche materiale di contaminazione di massa
Qui vogliamo fare il ragionamento che riteniamo più importante.
Nell’ultimo decennio, il dibattito sull’energia fossile si è concentrato quasi esclusivamente sul clima: i combustibili fossili bruciano, producono CO₂ e altri gas climalteranti, scaldano il pianeta. È vero, è urgente, è documentato.
Ma c’è un secondo livello di danno che il caso iraniano rende visibile in modo diretto: quando le infrastrutture fossili vengono colpite in un conflitto, non si distrugge solo un asset strategico. Si attiva una sorgente di contaminazione tossica immediata per la popolazione civile circostante.
Una raffineria non è solo un bersaglio energetico. È un serbatoio di sostanze tossiche concentrate in un’unica struttura. Quando esplode o brucia (per un attacco, per un incidente, per un sabotaggio) rilascia quella concentrazione nell’ambiente in poche ore. Depositi di carburante, terminali portuali, gasdotti: ognuno di questi nodi, se colpito, diventa una fonte di inquinamento di scala civile.
Questo non è un ragionamento anti-guerra di principio. È un ragionamento tecnico: la dipendenza dal fossile non produce solo crisi climatica in tempo di pace; in tempo di guerra trasforma le infrastrutture civili in bersagli ad altissimo potenziale tossico.
E qui c’è una conseguenza che raramente viene esplicitata: la transizione ecologica è anche riduzione della vulnerabilità bellica dei territori. Un sistema energetico basato su rinnovabili distribuite (pannelli solari, eolico, batterie) non ha nodi concentrati ad alto contenuto tossico da colpire. La dispersione geografica e la natura stessa delle fonti rinnovabili riducono strutturalmente il potenziale di contaminazione di massa associato ai conflitti.
Non è ideologia. È analisi del rischio.
Le domande che nessuno sta facendo
Quando finisce la fase acuta di un conflitto restano domande che raramente occupano lo spazio che meriterebbero.
Chi monitora la qualità dell’aria nelle zone colpite? Con quali strumenti, con quali dati accessibili al pubblico? Chi valuta la contaminazione dei suoli e delle acque? Chi paga le bonifiche, che possono richiedere anni o decenni? Chi risarcisce la popolazione che ha respirato quella nube, che ha bevuto l’acqua che scorreva sotto quei suoli?
I precedenti storici (dal Kuwait all’Iraq, dai Balcani all’Ucraina) mostrano che le risposte arrivano sempre tardi, sempre incomplete, e quasi sempre a carico delle popolazioni civili che hanno già pagato il prezzo più alto.
Non monitorare non significa che il danno non ci sia. Significa solo che non lo vediamo: e che chi ne ha la responsabilità può far finta di non saperlo.
Quello che sappiamo (e quello che non possiamo sapere, ancora)
Bisogna essere onesti sui limiti di questo quadro.
Le misure indipendenti sul campo in Iran sono parziali. L’accesso ai dati ambientali in una situazione di conflitto attivo è difficile. Molte delle stime sulle sostanze presenti nella nube restano inferenze basate sul tipo di impianti colpiti, sul comportamento dei pennacchi di fumo documentato via satellite, e sui dati storici su incendi analoghi.
Questo non indebolisce la sostanza del ragionamento: le istituzioni scientifiche più autorevoli, UNEP, OMS e CEOBS, hanno già espresso posizioni chiare su tre punti. Primo: c’è stata un’esposizione acuta della popolazione civile a inquinanti atmosferici pericolosi. Secondo: esiste un rischio concreto di contaminazione di suoli, acque e filiere alimentari. Terzo: le popolazioni più vulnerabili (bambini, anziani, donne in gravidanza, persone con patologie respiratorie o cardiovascolari preesistenti) sono quelle che pagano di più, immediatamente e nel tempo.
Quello che non sappiamo ancora (e che potremmo non sapere per anni) è la dimensione precisa del danno di lungo periodo. Quanti IPA si sono depositati in quali suoli. Quanto ha viaggiato la nube e dove è ricaduta. Se e quanto le falde sono state toccate. Quanto impiegheranno a depurarsi.
Il non sapere non è una notizia tranquillizzante. È la parte più preoccupante di questa storia.
Bibliografia
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Eywa Divulgazione, 2026. Falle invisibili del pianeta: come le mega-perdite di metano stanno incendiando il clima globale.
https://eywadivulgazione.it/cosa-succede-quando-i-combustibili-fossili-finiscono/
Eywa Divulgazione, 2026. Cosa succede quando i combustibili fossili finiscono.
Fonti primarie
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https://www.emro.who.int/images/stories/eha/ME-Sitrep-1-11-March-26.pdf
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https://ceobs.org/black-rain-the-health-and-environmental-risks-from-tehrans-oil-fires/
CEOBS, 2026. Black rain: the health and environmental risks from Tehran’s oil fires, 9 marzo 2026.
https://ceobs.org/operation-epic-fury-emerging-environmental-harm-and-risks-in-iran-and-the-region/
CEOBS, 2026. Operation Epic Fury: emerging environmental harm and risks in Iran and the region, 10 marzo 2026.
CEOBS, 2026. Three days of Operation Epic Fury: rapid overview of environmental harm in Iran and the region, 3 marzo 2026.
https://apnews.com/article/iran-war-black-rain-pollution-d5f67db4a772775c83dfa3fd303cf25d
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Reuters, 2026. Strikes create toxic clouds over Tehran, 10 marzo 2026.
Riferimenti tecnici e storici
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https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/ambient-%28outdoor%29-air-quality-and-health
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https://www.nationalacademies.org/read/11180/chapter/7
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