Il parco che non raffresca più
C’è un parco nel vostro quartiere che sulla mappa comunale appare verde. Nei report di sostenibilità è conteggiato. Nei piani di adattamento climatico è citato come infrastruttura verde. Ma quando ci passate in un pomeriggio di luglio, il caldo è lo stesso della strada asfaltata. Le chiome sono rade, ridotte a monconi da potature invasive. Molti alberi sono secchi, ma ancora in piedi. Altri sono stati messi a dimora due anni fa e non hanno mai attecchito. Le radici, dove ancora ci sono, affogano sotto asfalto compattato.
Secondo il catasto arboreo, quel parco esiste. Secondo il vostro corpo che suda, no.
Quando un albero è vivo anagraficamente ma morto funzionalmente, è ancora verde urbano? Questa domanda non è retorica. È il cuore di un fenomeno invisibile che sta svuotando le nostre città dall’interno: le foreste fantasma urbane.
Cosa sono davvero le “ghost forests” (e cosa non sono)
Il termine “ghost forest” nasce dalla scienza ecologica per descrivere un fenomeno preciso: foreste costiere uccise dalla salinizzazione marina. Alberi ancora in piedi, ma morti. Ecosistemi collassati che restano visibili come scheletri verticali.
In ambito urbano, questo termine non è scientificamente codificato. Ma possiamo usarlo come categoria analitica per descrivere qualcosa di molto concreto: un sistema di alberi formalmente conteggiato ma incapace di garantire le funzioni ecosistemiche previste.
Non è solo metafora: è il disallineamento tra ciò che i dataset comunali dichiarano e ciò che si osserva realmente sul territorio — la definizione operativa di “foresta fantasma urbana” proposta anche da Eywa Divulgazione.
Come nasce una foresta fantasma in città
Mortalità post-impianto: il verde che scompare in silenzio
Grandi campagne di messa a dimora di alberature. Inaugurazioni. Comunicati stampa con numeri imponenti: 5.000 alberi, 10.000 alberi. Ma cosa succede dopo?
Una meta-analisi sui tassi di sopravvivenza degli alberi stradali mostra che la mortalità nei primi anni dopo l’impianto può essere drammaticamente alta. In diversi contesti urbani analizzati in Nord America, la mortalità può superare il 40–50% nei primi anni. Leslie A. Roman, nel suo studio sistematico pubblicato su Urban Forestry & Urban Greening, parla esplicitamente di “half-life” delle alberature stradali: il tempo in cui metà della popolazione piantata è morta.
Uno studio del 2021 pubblicato su Urban Forestry & Urban Greening analizza i fattori che causano la morte precoce degli alberi giovani in città: stress idrico, qualità del materiale vivaistico, contesto di impianto inadeguato, mancanza di cure post-trapianto. Il risultato? Alberi che “risultano” nei report comunali per anni, anche quando sono già morti o irrimediabilmente compromessi.
Una recente ricerca ISA (International Society of Arboriculture) del 2025 si concentra sulla cosiddetta “establishment phase”, i primi 1-5 anni dopo l’impianto, e dimostra quanto questa fase sia vulnerabile. È qui che si decide se un albero diventerà davvero parte del patrimonio urbano o resterà solo un numero su un foglio Excel.
Il punto è semplice: mettere a dimora non significa forestare.
Alberi biologicamente compromessi: vivi ma disfunzionali
Un albero può essere vivo e allo stesso tempo funzionalmente compromesso.
La capitozzatura, il taglio drastico della chioma, è esclusa dalle tecniche raccomandate negli standard internazionali di arboricoltura (come gli European Tree Pruning Standard) e da molte linee guida comunali, perché non rientra tra le pratiche corrette di potatura. Nei regolamenti comunali e nei Criteri Ambientali Minimi (CAM) è considerata pratica non conforme alla corretta gestione. Eppure resta una pratica diffusa. Perché? Perché è veloce, costa poco, e raramente viene oggetto di sanzioni o contestazioni formali.
Ma cosa succede a un albero capitozzato? L’ISA lo spiega chiaramente nel documento divulgativo “Why Topping Hurts Trees”: perde capacità fotosintetica, sviluppa ferite che favoriscono malattie, emette ricacci deboli e strutturalmente instabili. È formalmente vivo, ma biologicamente indebolito, con ridotta capacità di raffreddamento, sequestro del carbonio e filtraggio dell’aria.
Poi c’è il suolo. Una ricerca pubblicata su Urban Forestry & Urban Greening nel 2016 ha dimostrato quantitativamente quanto la compattazione e la qualità del suolo influenzino crescita e dimensione della chioma. Alberi messi a dimora in suolo compattato, circondati da asfalto fino al colletto, con volumi radicali ridotti al minimo: non cresceranno mai abbastanza per fornire i servizi ecosistemici che ci aspettiamo.
Un albero urbano sano può ridurre la temperatura superficiale circostante con riduzioni misurate in più gradi Celsius in condizioni di adeguata copertura arborea, come dimostra uno studio pubblicato su Nature Communications nel 2021. Ma questa capacità dipende dalla dimensione e salute della chioma, dall’accesso all’acqua, dalla qualità del suolo. Quando questi fattori vengono compromessi, l’albero resta in piedi ma la funzione di raffrescamento si riduce drasticamente.
Verde pianificato contro verde effettivo
Piani regolatori che prevedono percentuali minime di copertura arborea. Progetti compensativi che promettono nuovi impianti. Inventari che contano alberi mai sostituiti dopo la morte.
Uno studio tedesco del 2025 su quasi un milione di alberi catastali ha messo in luce proprio questo: i dataset arborei urbani hanno frequenze di aggiornamento molto variabili, spesso inadeguate. Alberi che “risultano” ma non esistono più fisicamente. Alberi previsti in progetto ma mai realizzati. Verde promesso e mai consegnato.
Le linee guida italiane per la gestione del verde urbano del Comitato per lo sviluppo del verde pubblico (pubblicate dal MASE nel 2017) riconoscono esplicitamente il problema: servono inventari aggiornati, monitoraggio continuo, indicatori di qualità. Ma tra la teoria e la pratica c’è spesso un abisso.
Questa distinzione tra registro e realtà sul campo è esattamente ciò che Eywa Divulgazione definisce come “foresta fantasma urbana”: alberi formalmente presenti nei database comunali ma ecologicamente compromessi o assenti nella realtà territoriale.
Disuguaglianze climatiche: il verde fantasma non è neutro
Le foreste fantasma non sono distribuite in modo casuale. Uno studio pubblicato su Nature NPJ Urban Sustainability nel 2025 ha mostrato un risultato inquietante: nelle città statunitensi analizzate, le aree più calde tendono a perdere più verde nel tempo.
Un rapporto USDA del 2021 documenta le disparità tra copertura arborea e temperatura legate al reddito: i quartieri a basso reddito hanno meno alberi, alberi più giovani, alberi meno curati. Quando il verde c’è, è spesso compromesso.
Un altro studio pubblicato su Nature NPJ Urban Sustainability nel 2024 ha quantificato i benefici degli alberi urbani in termini di riduzione della mortalità e morbilità legate al calore. E ha mostrato come questi benefici siano distribuiti in modo profondamente diseguale.
Il messaggio è chiaro: la foresta fantasma è anche una questione di giustizia climatica.
La perdita invisibile: funzioni ecosistemiche compromesse
Qui entra la parte che i comunicati stampa non raccontano mai.
Un albero urbano sano, secondo i dati della metodologia i-Tree Eco sviluppata dal USDA Forest Service, fornisce servizi ecosistemici quantificabili: riduce la temperatura superficiale, intercetta polveri sottili e altri inquinanti atmosferici, rallenta il deflusso dell’acqua piovana riducendo il rischio di allagamenti, sequestra carbonio, migliora il benessere psicologico.
Un albero compromesso (stressato, capitozzato, messo a dimora in suolo inadeguato) non svolge più pienamente queste funzioni. Ma in inventari non aggiornati può continuare a risultare come albero presente e funzionale.
Uno studio pubblicato su AGU Advances nel 2024 ha usato la temperatura della chioma come proxy della salute e funzionalità degli alberi urbani, mostrando enormi differenze intra-urbane nei benefici effettivamente forniti. Non basta che l’albero ci sia: deve essere sano, idratato, con una chioma adeguata.
Il punto politico è questo: i comuni misurano il numero di alberi. Dovrebbero misurare la qualità funzionale del patrimonio arboreo. Altrimenti stiamo solo contando fantasmi.
Il grande equivoco: mettere a dimora non è forestare
Ecco il problema culturale di fondo. Una campagna di messa a dimora è comunicazione. Una foresta urbana è manutenzione pluridecennale.
Per trasformare un impianto arboreo in un patrimonio funzionale serve un ecosistema di cura: monitoraggio della sopravvivenza nei primi cinque anni, suolo decompattato e adeguato volume radicale, irrigazione di attecchimento per almeno due o tre anni, sostituzioni garantite degli alberi morti, inventari pubblici aggiornati con frequenza regolare, potature rispettose degli standard scientifici, protezione durante i cantieri.
Senza questo, è marketing verde. Letteralmente: alberi che valgono solo come numero in un report di sostenibilità.
Le linee guida MASE lo dicono chiaramente. La Strategia nazionale del verde urbano lo ribadisce. Gli standard europei di potatura lo specificano tecnicamente. Eppure il gap tra teoria e pratica resta enorme.
Indicatori per riconoscere una foresta fantasma urbana
Come facciamo a sapere se la nostra città ha foreste fantasma?
Alcuni segnali sono evidenti. Una percentuale di alberi giovani altissima ma pochi alberi maturi. Chiome drasticamente ridotte o capitozzate. Alberi segnati negli inventari comunali ma assenti sul campo. Assenza di dati pubblici sul tasso di sopravvivenza di impianti arborei. Nessun monitoraggio pubblicato sulla salute del patrimonio arboreo.
Come verificare? Secondo Eywa Divulgazione, gli strumenti concreti a disposizione dei cittadini sono: accesso civico agli inventari arborei (documenti pubblici), confronto tra dati GIS comunali e sopralluoghi reali sul territorio, richiesta esplicita dei tassi di sopravvivenza post-impianto. Si può chiedere: quanti degli alberi messi a dimora tre anni fa sono ancora vivi? Con quale chioma? In quali quartieri?
Uno studio del 2019 pubblicato sul Journal of Arboriculture analizzando i tassi di mortalità urbana attraverso inventari ripetuti ha mostrato proprio questo: quando si torna a misurare, i numeri cambiano. A volte drasticamente.
Responsabilità amministrative
Chi deve aggiornare gli inventari? Chi deve sostituire gli alberi morti? Chi deve monitorare l’attecchimento? Chi deve pubblicare i dati? Le amministrazioni comunali.
Il verde urbano è ormai integrato nei piani climatici locali, nelle strategie di adattamento finanziate dal PNRR, nelle promesse di sostenibilità. Se viene usato per raggiungere obiettivi climatici (e lo è) deve essere reale, misurabile, funzionale.
Un rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente del 2024 sulle disuguaglianze nell’accesso al verde urbano in Europa sottolinea proprio questo: non basta dire “abbiamo verde”. Serve garantire qualità, accessibilità, equità.
Il rischio climatico: città sempre più calde
Le isole di calore urbane uccidono. Le ondate di calore aumentano la mortalità, soprattutto tra anziani, bambini, persone fragili.
Il documento WHO Europa “Urban green spaces and health” del 2016 lo documenta in modo esteso: il verde urbano è infrastruttura sanitaria. Riduce lo stress da calore, migliora la salute mentale, favorisce l’attività fisica. Ma solo se funziona davvero.
Una città con foreste fantasma è una città più vulnerabile. Non sulla carta. Nei corpi delle persone che ci vivono.
Cosa fare: dal numero alla qualità
Serve un cambio di paradigma comunicativo e politico. Passare da “abbiamo messo a dimora 10.000 alberi” a “abbiamo una copertura arborea funzionale del 30%, distribuita equamente, monitorata annualmente”.
Gli indicatori concreti esistono già: tasso di sopravvivenza a cinque anni pubblicato per ogni campagna di impianto, percentuale di chioma attiva per quartiere, distribuzione per fasce di reddito, accessibilità reale all’ombra (non solo numero di alberi), stato fitosanitario verificato.
Questo non è radicalismo ambientalista. È amministrazione seria.
Non servono più alberi simbolici. Servono alberi vivi.
Una foresta fantasma urbana non è un problema estetico. È un problema climatico, sanitario e politico.
Significa promesse non mantenute. Investimenti pubblici bruciati. Vulnerabilità climatica nascosta. Disuguaglianze mascherate da dati verdi.
Significa che quando guardiamo le mappe del verde urbano, stiamo guardando in parte una finzione. E le finzioni, quando si tratta di calore urbano e salute pubblica, possono uccidere.
Il verde urbano funziona solo se è vivo, sano, curato, monitorato. Altrimenti è solo un fantasma su una mappa. E i fantasmi non fanno ombra.
Approfondimenti Eywa
https://eywadivulgazione.it/capitozzatura-alberi-citta/
Eywa Divulgazione Responsabile, 2025. “Capitozzatura degli alberi in città: cosa dice davvero la normativa”. Analisi tecnica su standard arboricoli, CAM e responsabilità amministrative nella gestione del verde urbano.
https://eywadivulgazione.it/ghost-forests-italia-foreste-fantasma/
Eywa Divulgazione Responsabile, 2025. “Ghost forests: le foreste fantasma esistono già anche in Italia”. Definizione operativa di foresta fantasma urbana e distinzione tra verde registrato e verde funzionale.
Bibliografia essenziale
https://www.treesaregood.org/treeowner/pruningyourtrees/why-topping-hurts
International Society of Arboriculture (ISA), documento divulgativo tecnico. Spiega gli effetti fisiologici e strutturali della capitozzatura (“topping”) sugli alberi urbani.
https://www.itreetools.org/tools/i-tree-eco
USDA Forest Service. i-Tree Eco: metodologia internazionale per la quantificazione dei servizi ecosistemici forniti dagli alberi urbani (raffrescamento, qualità dell’aria, carbonio, gestione acque meteoriche).
https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1618866724003169
Ayda Kianmehr, Beau MacDonald, Esther Margulies, Amber Birdwell, John P. Wilson (2024), A new approach to monitor the life cycle of urban street tree canopies, Urban Forestry & Urban Greening, Volume 101, articolo 128518: propone un nuovo metodo per monitorare la crescita, l’età e la mortalità delle chiome degli alberi stradali a livello individuale in sei quartieri di Los Angeles, evidenziando come sotto scenari tipici di mortalità gran parte del capitale arboreo urbano potrebbe scomparire entro il 2050 e fornendo uno strumento per pianificare piantumazioni più resilienti nel contesto del riscaldamento urbano.
https://iris.who.int/server/api/core/bitstreams/74006ead-650d-4fca-815a-f1ff53c1eea1/content
World Health Organization – Regional Office for Europe (2016), “Urban green spaces and health: a review of evidence” revisione delle evidenze sugli effetti del verde urbano sulla salute umana e sul rischio da calore nelle aree urbane.
European Environment Agency (2022), “Who benefits from nature in cities?” rapporto che indaga le disuguaglianze nell’accesso al verde urbano, le differenze di esposizione alla natura all’interno delle città e le implicazioni per l’equità climatica e la salute pubblica.

