- mercoledì 04 Febbraio 2026
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Le ghost forests non sono un problema americano: l’Italia le ha già, ma non le vede

Alberi che muoiono in piedi lungo le coste. Non per incuria, ma per cambiamento climatico e adattamento mancato.

Ci sono foreste che non bruciano, non vengono abbattute, non crollano sotto il peso della neve o del vento. Restano lì. Secche. Silenziose. Scheletri di legno che emergono da paludi salate dove un tempo c’erano boschi rigogliosi. Le chiamano ghost forests, foreste fantasma, e non è una metafora poetica per impressionare i lettori di riviste ambientaliste. È un fenomeno fisico, misurabile, osservabile. E soprattutto: non è un problema “americano” che guardiamo da lontano con la distanza rassicurante di chi pensa che certe cose accadano sempre altrove. È un problema costiero. E l’Italia è un paese costiero.

Cosa sono davvero le ghost forests

Il meccanismo è semplice, quasi banale nella sua linearità. Il mare si alza, anche di pochi centimetri all’anno. L’acqua salata entra nelle falde, risale i fiumi, si infiltra nel suolo. L’acqua dolce arretra. Gli alberi, che dipendono da quell’equilibrio fragile tra terra e acqua, subiscono uno stress radicale progressivo. Le radici non tollerano il sale, i tessuti si deteriorano, la linfa non circola più. E gli alberi muoiono. Lentamente, in piedi, senza dare spettacolo.

Questo è il punto che sfugge a chi cerca sempre l’evento estremo, il disastro improvviso, l’immagine che fa notizia: le ghost forests non sono emergenze. Sono processi. Lenti, prevedibili, inesorabili. Non sono disastri naturali, sono processi ignorati. E l’ignoranza, qui, non è mancanza di informazione: è la scelta politica di non guardare dove il cambiamento è già in atto.

Perché se ne parla adesso

Nelle ultime settimane il Washington Post ha dato notizia di nuove mappe satellitari sulle ghost forests lungo le coste americane. Il risultato ha sorpreso anche i ricercatori: il fenomeno è molto più esteso di quanto si pensasse. Non si tratta di casi isolati o anomalie locali, ma di un processo diffuso che sta trasformando migliaia di chilometri di coste in tutto il mondo.

Negli ultimi anni il telerilevamento satellitare ha reso visibile ciò che prima era frammentato in mille osservazioni locali. Tecnologie come il LiDAR e l’analisi multispettrale hanno permesso di mappare il fenomeno su scala continentale, confermando che le ghost forests sono molto più estese del previsto. Non sono anomalie locali, sono la norma delle zone di transizione fra terra e mare in tutto il mondo. Le foreste costiere stanno diventando un indicatore, anticipatore del cambiamento climatico, più sensibile e precoce rispetto a città, infrastrutture, persino zone agricole.

Gli alberi muoiono prima delle città. Sono un segnale precoce. Ma noi continuiamo a guardare solo le città, ad aspettare che l’acqua arrivi fino alle strade, le case, le piazze. Quando succederà, sarà ormai tardi per adattarsi. Gli alberi ce lo stanno già dicendo.

In Italia ci sono già, ma le chiamiamo in altri modi

Qui sta il problema italiano per eccellenza: non usiamo il termine ghost forests, quindi pensiamo di non avere il fenomeno. Lo chiamiamo “deperimento delle pinete litoranee”, “stress salino”, “moria inspiegabile”, “alberi che non attecchiscono più”. Frammentiamo il problema in mille casi locali, in mille competenze separate, in mille interventi d’emergenza che non si parlano tra loro. Un comune segnala alberi secchi lungo la costa, un altro lamenta che le nuove messe a dimora non sopravvivono, un terzo attribuisce il problema a parassiti o malattie. Il nome cambia, la dinamica no.

La subsidenza del Delta del Po (l’abbassamento graduale del suolo che, nelle aree costiere, favorisce l’ingresso dell’acqua salata), la salinizzazione delle pinete di Ravenna, il deperimento progressivo delle foreste dunali in Toscana, la fragilità crescente delle zone umide costiere in Puglia: sono tutti pezzi dello stesso puzzle. Ma siccome non li chiamiamo con lo stesso nome, non li trattiamo come lo stesso problema. E siccome non li trattiamo come lo stesso problema, non abbiamo una strategia nazionale. Abbiamo solo reazioni locali, spesso tardive, quasi sempre inefficaci.

Dove il rischio è più alto

I delta fluviali sono in prima linea: dove i fiumi incontrano il mare, l’equilibrio tra acqua dolce e salata è già precario. La subsidenza naturale e quella indotta da decenni di emungimento delle falde accelera l’abbassamento del suolo. Le pianure costiere, soprattutto quelle bonificate, sono territori costruiti sottraendo terra al mare: quando il mare risale, quella terra torna indietro. Le pinete litoranee, piantate per fissare le dune e proteggere le coste, si trovano oggi schiacciate tra un mare che avanza e falde che si salinizzano. Le lagune e le zone di transizione, che per loro natura sono spazi di confine, stanno perdendo quella capacità di mediazione che le rendeva resilienti.

Il problema di fondo è sempre lo stesso: abbiamo costruito territori rigidi in un clima che non è più rigido. Abbiamo ingessato le coste con infrastrutture, argini, muri, difese che bloccano l’adattamento naturale. E quando il mare si alza, queste difese non proteggono: intrappolano. Gli alberi non possono arretrare, le foreste non possono migrare verso l’interno. Restano lì, strette tra il cemento e il sale, e muoiono.

Perché non le vediamo ancora

Le ghost forests in Italia non fanno notizia perché il processo è lento. Non c’è un momento preciso, un «prima e dopo» spettacolare da fotografare. Un albero morto su una costa può essere un incidente, dieci alberi possono essere un problema locale, cento alberi possono essere una coincidenza stagionale. Ma quando sono migliaia, distribuiti su centinaia di chilometri di costa, non è più cronaca: è geografia. E a quanto pare la geografia non fa notizia.

Manca una mappatura nazionale integrata. I dati esistono: Ispra monitora le coste, le Regioni gestiscono le foreste, i Comuni segnalano i problemi. Ma questi dati non vengono usati tutti insieme. Non esiste una piattaforma che incroci subsidenza, intrusione salina, stato di salute delle foreste costiere e proiezioni di innalzamento del mare. Esistono competenze separate che producono informazioni separate, incapaci di dialogare tra loro. Perché le conoscenze separate non generano politiche integrate.

Si può mitigare il fenomeno? Sì, ma non come pensiamo

La risposta istintiva davanti a una foresta che muore è sempre la stessa: piantiamo nuovi alberi. Ma piantare alberi dove le condizioni ambientali stanno cambiando non è mitigazione, è accanimento terapeutico. Gli alberi nuovi moriranno come quelli vecchi, forse più in fretta perché più fragili. Mitigare le ghost forests significa accettare il fatto che alcune foreste non reggeranno, alcuni territori non possono più sostenere le specie che vi crescevano da secoli.

Significa accompagnare la transizione ecologica: dove la foresta muore, può nascere una zona umida salmastra, un canneto, una prateria alofila (cioè adatta a vivere in suoli salini e influenzati dall’acqua di mare). Significa creare spazio tra mare e terra, permettere al territorio di arretrare in modo controllato invece di aspettare che ceda in modo caotico. Significa usare le specie giuste nei posti giusti: non pini dove il sale è già arrivato, ma specie tolleranti, vegetazione di transizione, ecosistemi capaci di convivere con l’instabilità.

Mitigare non è salvare tutto. È scegliere cosa far vivere. E questa scelta richiede una lucidità politica che al momento non c’è.

Adattamento vs emergenza: la scelta politica

Qui il discorso si allarga, inevitabilmente. Le ghost forests sono un caso particolare di un problema generale: la differenza tra adattamento ed emergenza. La difesa rigida delle coste costa miliardi e fallisce progressivamente. Gli interventi dopo il danno costano sempre di più degli interventi prima del danno. L’emergenza è rumorosa, spettacolare, mediatica; la prevenzione è silenziosa, invisibile, politicamente ingrata.

È lo stesso schema che vediamo nel dissesto idrogeologico, nella gestione degli alberi urbani, nella pianificazione delle città. Aspettiamo che il problema diventi insostenibile, poi interveniamo in fretta, spendiamo molto, risolviamo poco. E nel frattempo i segnali precoci vengono ignorati. Gli alberi che muoiono in silenzio lungo le coste sono uno di questi segnali.

Le ghost forests come avvertimento

Gli alberi non sono vittime passive del cambiamento climatico. Sono sentinelle. Muoiono dove il territorio ha già perso elasticità, dove l’equilibrio si è già rotto, dove l’adattamento è già impossibile. E se guardiamo le ghost forests con questa consapevolezza, la domanda diventa inevitabile: se non sappiamo adattare una foresta, come pensiamo di riuscire ad adattare le nostre città?

Le città costiere italiane si trovano esattamente nella stessa condizione delle foreste costiere: schiacciate tra un mare che sale e infrastrutture che non permettono l’arretramento. La differenza è che le foreste stanno già morendo, le città ancora no. Ma il processo è lo stesso, solo più lento. Per ora. E quando toccherà alle città, sarà troppo tardi per imparare.

Se vogliamo parlare di adattamento climatico sul serio, dobbiamo iniziare da qui. Dai territori che cambiano prima di noi. Dalle foreste fantasma che ci mostrano il futuro, se continuiamo a guardare altrove.

Approfondimenti Eywa

https://eywadivulgazione.it/alberi-in-citta-quali-piantare-e-perche-i-comuni-sbagliano-tutto/
Eywa – Dossier di approfondimento sulle specie arboree da piantare in contesto urbano e sugli errori tipici delle amministrazioni comunali nella gestione del verde pubblico.

https://eywadivulgazione.it/capitozzatura-alberi-citta/
Eywa – Testo che spiega i problemi legati alla capitozzatura degli alberi in città e perché questa pratica, oltre a essere dannosa, riflette una gestione superficiale del verde urbano.

https://eywadivulgazione.it/il-giappone-e-la-riforestazione-che-funziona-davvero-e-perche-piantare-alberi-a-caso-e-solo-marketing/
Eywa – Dossier critico sulla riforestazione “da record” e sul fatto che piantare alberi a caso non basta: serve capire il suolo, il sistema ecologico e il contesto climatico per far funzionare davvero le foreste.

https://eywadivulgazione.it/alberi-in-citta-genova-verde-pubblico-il-protocollo-ce-i-dati-devono-seguirlo/
Eywa – Articolo su come il verde urbano a Genova sia diventato tema politico e amministrativo, e sulla necessità di dati e strategie solide per tutelare gli alberi e la resilienza urbana.

Bibliografia essenziale

https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.abb3119
Kirwan et al., 2020 – Science Advances. Studio fondamentale sul fenomeno delle ghost forests lungo le coste atlantiche, collegato a innalzamento del livello del mare e intrusione salina come processi lenti e prevedibili.

https://www.nature.com/articles/s41586-019-1592-1
IPCC Special Report on the Ocean and Cryosphere, 2019 – Capitolo su innalzamento del livello del mare, ecosistemi costieri e perdita di resilienza delle zone di transizione terra-mare.

https://www.usgs.gov/special-topics/coastal-and-marine-geology/science/ghost-forests
US Geological Survey – Scheda di sintesi scientifica sul fenomeno delle ghost forests, con spiegazione dei meccanismi fisici (salinizzazione, stress radicale, mortalità arborea).

https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/rapporto-sul-dissesto-idrogeologico-in-italia
ISPRA – Rapporto sul dissesto idrogeologico in Italia. Dati su subsidenza costiera, intrusione salina e fragilità delle pianure e dei delta fluviali.

https://www.eea.europa.eu/publications/sea-level-rise
European Environment Agency – Analisi sugli impatti dell’innalzamento del livello del mare in Europa, con focus su ecosistemi costieri, pianure alluvionali e strategie di adattamento.

https://www.mdpi.com/2073-4441/13/9/1175
Costantini et al., 2021 – Water. Studio sulla salinizzazione delle falde costiere in Italia e nel Mediterraneo, con implicazioni dirette su foreste litoranee e zone umide.

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