Cos’è la capitozzatura e perché è un problema
La capitozzatura è il taglio netto e drastico della cima e delle branche principali di un albero, lasciando solo monconi spogli. È una tecnica altamente invasiva e vietata in molti regolamenti comunali. A differenza della potatura corretta, che richiede competenze e tempi adeguati, la capitozzatura si fa in fretta, spesso senza personale formato. Si risparmia oggi, ma si pagano danni enormi domani. Gli alberi “decapitati” perdono gran parte della chioma, subiscono stress fisiologico, diventano vulnerabili a malattie e marcescenze. Nel tempo, questa potatura brutale compromette la stabilità dell’albero, costringendo ad abbattimenti prematuri per motivi di sicurezza. La capitozzatura accorcia la vita degli alberi urbani, privando la comunità di ombra, ossigeno e bellezza, trasformando un patrimonio verde in potenziale pericolo.
Dal punto di vista ecologico ed estetico, i danni sono pesanti. Un albero capitozzato impiega anni per ricostruire una chioma accettabile, se sopravvive, e spesso sviluppa ricacci deboli e disordinati (rami nuovi che spuntano in fretta dai tagli). Questi rami nuovi, attaccati in modo precario, si spezzano facilmente, aumentando il rischio di crolli con vento o intemperie. È un circolo vizioso: l’albero indebolito dal taglio estremo richiede interventi continui e potrebbe dover essere abbattuto proprio perché reso instabile dalla capitozzatura. Si tratta, dunque, di una falsa scorciatoia, perché il risparmio apparente di tempo o denaro si traduce in costi maggiori dopo, economici e ambientali.
Cosa prevedono le norme in Italia
In Italia la capitozzatura non è vietata da una singola legge penale generale, ma è ampiamente considerata illegittima perché incompatibile con i regolamenti comunali, con i CAM (cioè i “Criteri Ambientali Minimi”) negli appalti pubblici, e con i principi di una corretta gestione arboricolturale; e può assumere rilievo paesaggistico, contabile o penale a seconda del contesto. Tradotto: non esiste un articolo unico che dice ‘vietato’, però spesso è vietata lo stesso perché contraria a regole specifiche. E in certi casi può avere conseguenze serie.
Molti comuni italiani hanno adottato regolamenti del verde urbano che vietano la capitozzatura, salvo in casi eccezionali come la messa in sicurezza di esemplari pericolanti, prima di un abbattimento. Ad esempio Genova, dal 2012, ha un regolamento che teoricamente proibisce la capitozzatura e prescrive buone pratiche di manutenzione. Però queste norme locali spesso restano valide solo sulla carta: la distanza tra un regolamento scritto e l’applicazione pratica rimane ampia. Succede perché i controlli sono deboli e perché spesso si usa la parola ‘sicurezza’ come passepartout. Il problema, dunque, non è solo avere buone regole, ma farle rispettare con rigore dalle ditte incaricate e dagli enti pubblici.
Nei lavori sul verde pubblico esistono delle regole precise che i Comuni devono rispettare: sono i Criteri Ambientali Minimi (CAM). Dal 2020 sono obbligatori in tutti i bandi di gara per la gestione del verde e dicono una cosa molto semplice: capitozzature e potature drastiche vanno evitate, salvo casi davvero eccezionali, che devono essere motivati e documentati. Nota pratica: nei CAM esistono alcune eccezioni e casi particolari (specie e potature tradizionali, motivazioni tecniche). Quindi non basta dire ‘mancano i CAM’: bisogna vedere cosa hanno scritto e come lo motivano. Ad ogni modo, i CAM non sono consigli o buone pratiche facoltative: sono regole vincolanti che devono comparire nei capitolati di gara e guidare concretamente come vengono fatti i lavori.
Ed è qui che i cittadini possono incidere davvero: accesso agli atti, segnalazioni e pressione affinché il Comune faccia rispettare il contratto e corregga gli atti. Il ricorso al TAR contro bandi e atti di gara è uno strumento tecnico che, nella pratica, viene usato soprattutto da operatori economici (ditte concorrenti) o da chi ha un interesse giuridico ‘diretto e attuale’. In alcuni casi possono muoversi anche associazioni legittimate, ma non è automatico. Prima di parlare di TAR, va verificata la legittimazione con un legale: l’interesse civico, da solo, spesso non basta.
Se ti muovi in fase preventiva, il TAR può sospendere l’efficacia degli atti impugnati e, quando le ragioni sono solide, arrivare anche all’annullamento. Nella pratica, però, l’impatto sul cantiere non è automatico: dipende dai tempi, dalle notifiche e da quanto i lavori siano già avanzati. Tradotto: può costringere il Comune a rimettere mano agli atti e, se l’intervento è ancora “appeso” a quegli atti, può anche rallentare o fermare la macchina operativa. Ma funziona solo se arrivi in tempo e con documenti e violazioni ben dimostrati. Se arrivi quando i tagli sono già fatti, l’albero non te lo ricuce nessuno.
Se invece i termini sono scaduti o i tagli sono già stati fatti, il ricorso non fa tornare indietro l’albero: quello che è stato capitozzato, purtroppo, resta capitozzato. Però non significa che sia inutile. Serve comunque a mettere nero su bianco che l’ente ha operato male, a far emergere eventuali responsabilità e a evitare che la stessa storia si ripeta negli appalti successivi.
Quando si parla di responsabilità economiche, non si intende una “multa al Comune”: la Corte dei Conti non sanziona l’ente, ma può chiamare a rispondere personalmente dirigenti o amministratori se accerta che una cattiva gestione del verde ha causato un danno alle casse pubbliche, chiedendo loro di risarcirlo di tasca propria.
In pratica: usare bene i CAM è una leva concreta. Non solo per “punire dopo”, ma anche per prevenire prima, e dare a cittadini e associazioni uno strumento concreto per pretendere una gestione del verde fatta seriamente.
Non tutti i lavori sul verde pubblico passano da un appalto. A volte è lo stesso Comune a intervenire direttamente, con il proprio personale o con incarichi interni. In questi casi i CAM non funzionano automaticamente come negli appalti, ma questo non vuol dire che il Comune possa fare quello che vuole. Restano comunque valide altre regole fondamentali: il regolamento comunale del verde, le valutazioni tecniche che giustificano gli interventi, gli eventuali vincoli paesaggistici e la responsabilità di chi firma le decisioni. Anche senza un appalto, quindi, un intervento può essere sbagliato e contestabile se fatto senza basi tecniche serie o in violazione delle regole locali.
Gli alberi sono tutelati, indirettamente, anche attraverso le leggi che proteggono gli animali selvatici. Tra primavera ed estate molti uccelli nidificano sugli alberi: è il periodo in cui depongono le uova e crescono i piccoli. Tagliare pesantemente in questi mesi può significare distruggere nidi attivi, uova o pulcini. Per questo la legge vieta di danneggiare o distruggere nidi, uova e pulli, soprattutto durante la stagione riproduttiva. In pratica: se durante i lavori emergono nidi attivi o segnali chiari di nidificazione, è prudente sospendere l’intervento e chiedere una verifica, perché proseguire può esporre a violazioni e responsabilità.
Potare o abbattere alberi quando ci sono nidi attivi non è una semplice leggerezza: può essere un illecito, e nei casi più seri anche un reato, soprattutto se vengono distrutti nidi con uova o pulcini. In aree protette il problema è ancora più serio, perché entra in gioco anche la tutela degli habitat naturali. Proprio per questo la Lipu ha più volte richiamato i Comuni a rispettare questi divieti, segnalando potature effettuate nei periodi sbagliati. La regola di fondo è chiara: la manutenzione del verde non deve disturbare la fauna, e anche i CAM lo ribadiscono espressamente.
C’è poi un altro punto molto concreto: chi esegue i lavori. La legge prevede che la manutenzione del verde sia svolta sotto la responsabilità di una persona qualificata, cioè con una formazione riconosciuta, e dal 2018 sono stati fissati gli standard. Non serve che ogni operaio sia specializzato, ma deve esserci almeno un responsabile competente che dirige e controlla i lavori. Senza una figura responsabile/qualificata, l’intervento può risultare non conforme alle regole di qualificazione e, in caso di contestazioni, diventa molto più difficile da difendere.
I Comuni dovrebbero quindi affidare i lavori solo a ditte qualificate e vigilare anche sugli interventi dei privati quando riguardano alberi vincolati. Nella pratica, però, continuano a verificarsi potature fatte da persone non formate, soprattutto nei piccoli centri, con danni spesso irreversibili agli alberi. Far rispettare queste regole e intervenire quando vengono ignorate fa parte a pieno titolo della tutela del verde urbano.
Esempi virtuosi: quando potare bene conviene a tutti
Non mancano, in Italia, casi virtuosi di gestione del verde urbano. Alcuni comuni hanno dimostrato che curare gli alberi in modo scientifico conviene sia all’ambiente che alle casse pubbliche. Un esempio emblematico è il piccolo Comune di Torre d’Isola (PV), che ha rivoluzionato le pratiche di potatura introducendo tecniche corrette come il tree climbing con tagli di correzione mirati al posto dei tagli drastici. Risultato: alberi esistenti più sani e sicuri, e una gestione più efficiente delle risorse pubbliche. Potare bene e meno spesso è possibile: l’albero, non indebolito da capitozzature, mantiene una forma armoniosa e stabile più a lungo, riducendo la necessità di interventi continui. Nel caso di Torre d’Isola, dove alcuni alberi erano già compromessi da vecchie capitozzature, il Comune ha impostato il cambio di metodo come scelta più efficiente nel medio periodo: meno emergenze, meno ripetizioni, più interventi mirati. Tradotto: spendi meglio, non ‘tagli a caso’.
Altri comuni hanno intrapreso percorsi simili. In diverse città, da Milano a Verona, da Catania a Forlì, progetti di forestazione urbana e corretta manutenzione del verde sono stati riconosciuti da Legambiente con premi, riconoscimenti e rassegne di buone pratiche. Milano con Forestami punta ad aumentare il patrimonio arboreo urbano e valorizzare il capitale naturale, anche se questo non la mette automaticamente al riparo da critiche sulla gestione delle potature. Realtà medio-piccole come Pontboset in Valle d’Aosta, premiata come comune virtuoso, investono nella tutela del verde trattandolo come una vera infrastruttura pubblica, non come arredo secondario. Sono esperienze che dimostrano che “più verde” non significa solo piantare nuovi alberi, ma anche preservare quelli che abbiamo con cure adeguate.
Anche in Liguria ci sono spunti interessanti: alcuni comuni della Riviera hanno aggiornato i propri regolamenti per vietare esplicitamente le potature errate. Il Comune di Bergeggi (SV) proibisce per regolamento la capitozzatura sia su suolo pubblico sia privato, consentendo solo potature ordinarie e abbattimenti motivati da comprovate necessità come danno fitosanitario o pericolo imminente. In caso di tagli drastici autorizzati per necessità, impone la compensazione ambientale: ogni albero abbattuto o capitozzato pesantemente va sostituito con uno nuovo di adeguata dimensione. Questo approccio “zero capitozzature” di Bergeggi è un esempio di buona amministrazione locale: stabilisce regole chiare, prevede sanzioni e compensazioni, e riconosce l’albero come patrimonio da tutelare. La differenza la fa sempre l’applicazione concreta, con controlli e volontà politica, ma avere norme avanzate è il primo passo per cambiare mentalità.
Genova e altre città liguri non brillano altrettanto nella pratica. Genova, pur dotata di un buon regolamento dal 2012, ha visto negli ultimi anni numerosi interventi contestati dai cittadini: alberi storici drasticamente ridotti o abbattuti per “motivi di sicurezza” poco chiari, segnalazioni di capitozzature mascherate da potature ordinarie, proteste di comitati di quartiere preoccupati per la perdita di verde urbano. Questi episodi indicano che all’ottima teoria non è seguita un’altrettanta ottima pratica. In diverse città italiane la stampa locale ha riportato casi in cui appalti di gestione del verde sono stati contestati per carenze tecniche o rispetto dei criteri ambientali, segnale che cittadini e tecnici possono ottenere verifiche più attente quando si muovono con metodo.
Un piano d’azione in più fasi per fermare le potature selvagge
Di fronte a potature scellerate e tagli indiscriminati, i cittadini non sono impotenti. Esiste un percorso di azione articolato in fasi successive che cittadini e comitati possono intraprendere per tutelare concretamente il verde urbano. Ecco un possibile piano d’azione, fase per fase, basato su strumenti legali solidi e sull’esperienza di battaglie già condotte in Italia.
Fase 1: Monitoraggio e segnalazione. Primo passo: tenere gli occhi aperti. Le capitozzature avvengono spesso quasi di nascosto, durante periodi di scarsa attenzione come in piena estate o alle prime luci dell’alba. Organizzarsi in gruppi locali, anche tramite i social, per monitorare le operazioni di potatura nel proprio quartiere. Appena si nota un intervento invasivo, è importante documentarlo con foto e video, annotando luogo, data e, se possibile, la ditta esecutrice. La segnalazione può essere inviata all’ufficio del verde pubblico comunale, all’assessore competente, oppure resa pubblica tramite la stampa locale per attirare attenzione. L’importante è chiedere sempre le motivazioni formali dell’intervento. Se, per regolamento, la capitozzatura è vietata salvo deroghe per motivi di sicurezza documentati, chi l’ha eseguita deve giustificarla per iscritto. Pretendere queste spiegazioni è un diritto del cittadino e mette pressione sulle autorità, spingendole ad agire in modo più responsabile.
Fase 2: Accesso agli atti e raccolta di prove. Parallelamente alle segnalazioni pubbliche, avviare una richiesta di accesso civico generalizzato (FOIA). Attraverso il FOIA (D.Lgs. 33/2013) si possono ottenere copie degli atti amministrativi relativi all’intervento: l’ordine di servizio della potatura, il capitolato di appalto, le relazioni tecniche pre-intervento e post-intervento, eventuali perizie di agronomi che giustificano il taglio. Questi documenti spesso rivelano informazioni cruciali: se l’intervento era pianificato o straordinario, se è stato motivato da urgenza per esempio per un ramo pericolante o se fa parte di un appalto di manutenzione periodica, e soprattutto se erano previste modalità operative rispettose degli alberi. Può emergere che nel capitolato non era menzionato alcun divieto di capitozzatura o che la ditta non aveva personale certificato: elementi che rafforzano poi eventuali azioni legali. Un punto spesso ignorato riguarda i vincoli paesaggistici. Con il FOIA si può richiedere la copia delle autorizzazioni o nulla osta eventualmente necessari. In presenza di vincolo paesaggistico, la necessità di autorizzazione dipende dal tipo di intervento e dalla sua incidenza, come disciplinato dal DPR 13 febbraio 2017, n. 31 (Allegati A e B del DPR 31/2017), che distingue tra interventi esenti, soggetti a procedura semplificata o a autorizzazione ordinaria, a seconda dell’impatto sull’assetto paesaggistico. Nella richiesta di accesso agli atti è essenziale verificare se e come l’ente abbia inquadrato l’intervento all’interno di questo quadro normativo. Questa fase di raccolta prove è essenziale per “blindare” ogni accusa con dati oggettivi, evitando di basarsi solo sull’indignazione.
Fase 3: Azioni di tutela immediata della fauna. Se le potature invasive avvengono nel periodo di nidificazione, entra in gioco anche la legge 157/92 sulla tutela dell’avifauna. In questi casi i cittadini possono presentare un esposto urgente alle forze dell’ordine ambientali (Carabinieri Forestali, Polizia Provinciale o Municipale), segnalando il rischio di disturbo o distruzione dei nidi. È utile allegare foto di nidi caduti o della presenza di uccelli che stanno nidificando nell’area. Se accertano i fatti, le forze dell’ordine possono avviare verifiche e, in presenza di violazioni, attivare i provvedimenti del caso, compresa la segnalazione alla Procura della Repubblica. Alcune ipotesi di reato (come danneggiamento o distruzione di bellezze naturali) non sono automatiche e devono essere valutate caso per caso, sulla base del contesto, dell’entità del danno e della presenza di vincoli specifici. La via penale non sostituisce l’azione amministrativa, ma può affiancarla solo quando esistono elementi oggettivi solidi e documentabili. Anche se l’iter penale può essere complesso, l’obiettivo qui è fermare subito il danno prima che sia irreparabile. In diverse occasioni associazioni ambientaliste come la Lipu o il WWF locale hanno affiancato i cittadini proprio in interventi lampo di questo genere, ottenendo lo stop di potature in piena stagione riproduttiva. Far leva su queste norme sensibilizza anche l’opinione pubblica, perché collega la cura degli alberi alla tutela degli uccelli e della biodiversità urbana.
Fase 4: Azione amministrativa (ricorso al TAR). Sul piano giuridico-amministrativo, uno degli strumenti più efficaci è il ricorso al TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) contro gli atti che hanno autorizzato o disposto le capitozzature. Il ricorso al TAR è particolarmente efficace quando riguarda bandi, affidamenti o capitolati di appalto che violano i CAM o altre norme di settore. Attenzione: nel contenzioso appalti i termini sono spesso molto brevi (a volte intorno a 30 giorni), ma cambiano in base all’atto e a quando se ne ha conoscenza completa: per questo serve muoversi subito e con un supporto legale. Per questo è fondamentale monitorare gli atti prima dell’intervento sul campo, non quando le motoseghe sono già in azione. Se in una gara mancano i CAM (o sono scritti in modo vago), questo può essere un vizio serio e può aprire la strada a impugnazioni e/o autotutela, con effetti che possono arrivare fino all’annullamento, a seconda del caso. Attenzione: se i cittadini se ne accorgono solo quando arrivano le motoseghe, spesso i termini contro il bando sono già passati e il problema diventa soprattutto ‘esecuzione del contratto’ (cioè: il Comune deve far rispettare le regole alla ditta).
Con un ricorso si può chiedere al TAR di annullare gli atti e, se ci sono i presupposti, di sospenderli: e quando gli atti vengono sospesi, può bloccarsi o rallentare anche la macchina operativa. Ma decide il giudice, caso per caso. In parallelo, si possono contestare le singole autorizzazioni o determine dirigenziali che hanno dato il via libera ai tagli, soprattutto se emesse in violazione dei regolamenti comunali o senza le necessarie valutazioni tecniche. Se un dirigente comunale ha autorizzato delle “potature” che in realtà erano capitozzature vietate dal regolamento locale, il suo atto può essere impugnato perché viziato da eccesso di potere per contraddittorietà rispetto alle norme comunali.
Il ricorso al TAR richiede competenze legali specifiche e ha dei costi (contributo unificato, parcelle legali), ma qui entrano spesso in gioco associazioni ambientaliste o comitati che si fanno carico collettivo dell’azione. Il ricorso deve essere solido e realistico: bisogna basarsi su violazioni chiare e documentate, senza avventurarsi in accuse generiche. Se ben costruita, l’azione amministrativa può avere ottime chance di successo (a seconda della chiarezza delle violazioni e dei tempi) e creare un precedente virtuoso. Un Comune condannato dal TAR dovrà adeguarsi e fare marcia indietro sulle pratiche scorrette, mandando un segnale forte anche alle altre amministrazioni.
Fase 5: Azione contabile (Corte dei Conti). Un ulteriore livello, spesso trascurato, è quello della responsabilità per danno alle casse pubbliche. Dietro una capitozzatura di massa può esserci non solo un errore tecnico, ma anche un danno erariale per la collettività. Pensiamo a quando un Comune, per risparmiare, affida la potatura a personale non qualificato o omette la manutenzione finché gli alberi non diventano pericolosi. Il risultato di queste scelte può essere la morte prematura di molti alberi e la necessità di abbatterli e rimpiazzarli: un costo enorme a carico dell’ente, evitabile con una gestione oculata. In presenza di spese ripetute, inefficaci o tecnicamente sbagliate, può configurarsi il danno erariale. Spetta alla Corte dei Conti valutare se esistono colpa grave e un legame diretto tra le scelte fatte e il danno economico. La segnalazione non garantisce l’apertura di un procedimento, ma costringe l’amministrazione a motivare e documentare le proprie scelte. Un precedente importante si è verificato in Lombardia, quando l’Associazione Florovivaisti Bresciani e la Società Italiana di Arboricoltura hanno presentato un esposto alla Corte dei Conti contro il Comune di Bagnolo Mella (BS) dopo che il comune aveva fatto capitozzare gli alberi da volontari inesperti, per “risparmiare” sui costi di una ditta qualificata. Il risparmio dichiarato era di 55.000 euro, ma tre perizie agronomiche dimostrarono che l’imperizia aveva causato danni agli alberi. Nelle perizie tecniche allegate all’esposto il danno è stato stimato in circa 1.400 euro a pianta, per un totale di circa 240.000 euro, come costo potenziale a carico della collettività. Un vero disastro economico oltre che ambientale. Nei resoconti pubblici disponibili non risulta una condanna penale legata a quella vicenda; la questione è stata trattata soprattutto sul piano contabile (danno erariale) e nel dibattito tecnico, e ha acceso un dibattito nazionale sul danno erariale da cattiva gestione del verde urbano. La Corte dei Conti è competente nel giudicare questo genere di sprechi: se accerta che amministratori o tecnici comunali, con la loro condotta negligente, hanno arrecato un danno patrimoniale all’ente (per esempio dovendo spendere soldi pubblici per rimuovere e sostituire alberi rovinati dalla capitozzatura) può condannarli singolarmente a risarcire di tasca propria. Strumento potente perché colpisce chi sbaglia nel portafoglio, creando un efficace effetto deterrente. Va usato con estrema serietà: servono dati certi sul danno e sul nesso di causa, da qui l’importanza di raccogliere evidenze chiare nella fase 2. Il messaggio da trasmettere è che devastare il patrimonio verde può costare caro anche legalmente. Sapere che cittadini e professionisti sono pronti a rivolgersi alla Corte dei Conti può convincere più di un sindaco, o dirigente, a pensarci due volte prima di tagliare alberi senza criterio.
Fase 6: Sensibilizzazione e riforme a lungo termine. Parallelamente alle azioni immediate e reattive, si può lavorare sul lungo periodo per cambiare la cultura della gestione del verde urbano. Promuovere campagne di sensibilizzazione rivolte sia alla cittadinanza sia agli amministratori. Ogni successo ottenuto – una gara annullata, un cantiere bloccato in nidificazione, una sanzione erariale – dovrebbe essere divulgato come esempio. L’obiettivo è far capire che esistono alternative valide alla capitozzatura: dall’affidare le alberature ad arboricoltori certificati, alla pianificazione di potature leggere distribuite negli anni, fino all’adozione di Piani del Verde che integrino il verde urbano nelle strategie anti-cambiamento climatico. Alberi più sani significano meno isole di calore e meno allagamenti. Insistere affinché le Linee guida per la gestione del verde urbano, pubblicate dal Comitato per lo sviluppo del verde pubblico, siano adottate in ogni Comune e aggiornino i regolamenti locali. Sul fronte nazionale, sarebbe utile promuovere una riforma di legge che renda esplicitamente illegale la capitozzatura ovunque, con sanzioni uniformi, così da eliminare le zone grigie. Oggi il divieto deriva soprattutto da norme tecniche (come i CAM) e dai regolamenti comunali: formalizzarlo in una legge statale, inserendolo nel Codice dell’Ambiente o nel Regolamento di polizia forestale urbana, darebbe ancora più forza. E poi bisognerebbe investire di più nella formazione dei giardinieri e dei tecnici comunali, magari istituendo un albo professionale degli arboricoltori, per garantire standard elevati dappertutto.
Chiaramente, ogni fase di questo piano va calibrata sul contesto. Non sempre sarà necessario o possibile arrivare fino al TAR o alla Corte dei Conti: in molti casi una buona campagna di pressione locale – firme, media, coinvolgimento di esperti – può convincere un’amministrazione a correggere il tiro prima dello scontro legale. Ma è fondamentale che i cittadini sappiano di avere diritti e strumenti per opporsi a chi devasta il verde pubblico. La chiave è combinare la passione civica con l’accuratezza tecnica e giuridica. Solo così le battaglie in difesa degli alberi potranno tradursi in vittorie concrete e durature.
Eywa pensa…
La gestione delle città deve evolvere verso la sostenibilità e il rispetto per la vita, anche degli alberi. Gli alberi urbani forniscono servizi ecosistemici insostituibili, dal mitigare il clima urbano al filtrare gli inquinanti, e hanno anche un valore culturale e affettivo per le comunità, oltre al valore estetico, di decoro e di benessere urbano.
Oggi esistono strumenti normativi e una maggiore consapevolezza per cambiare rotta. L’esperienza italiana raccontata in questo manuale mostra che, anche in un contesto spesso segnato da cattive pratiche, esistono strumenti reali per difendere il verde urbano: le buone pratiche esistono e producono benefici tangibili, mentre le cattive pratiche possono essere contrastate con successo facendo leva su leggi e tribunali. Tutto ciò richiede impegno: occorre studiare, fare rete, talvolta scontrarsi con burocrazie miopi e ottuse. Ogni albero salvato, ogni potatura ben fatta al posto di un troncone morto, rappresenta una vittoria per la qualità della vita di tutti.
Fermare la capitozzatura significa affermare che il decoro urbano non si ottiene con scorciatoie distruttive, ma con cura competente e pianificazione; significa riconoscere che gli alberi non sono arredi sacrificabili, ma esseri viventi e alleati per la salute urbana, nella lotta ai cambiamenti climatici. Adottare questo approccio in ogni comune, grande o piccolo: denunciare gli scempi, sostenere i funzionari virtuosi, pretendere professionalità. La strada migliore è quella già tracciata dai più virtuosi: meno motosega, più competenza.
In altre parole: quando un’amministrazione parla genericamente di “sicurezza” senza perizia, senza documenti e senza rispetto delle norme, non sta prevenendo un rischio. Lo sta creando.
ALLEGATO 1 — Scheda rapida “Come riconoscere una capitozzatura”
Caratteristiche da osservare:
□ 1. Riduzione drastica della chioma (in genere superiore a una normale potatura di contenimento e tale da alterare visibilmente la struttura dell’albero).
□ 2. Tagli netti su branche principali (spesso trasversali), senza rispetto del collare.
□ 3. Monconi di grande diametro (indicativamente superiori a 10 cm), lasciati esposti.
□ 4. Chioma assente o quasi: l’albero appare come un “tronco con pali”.
□ 5. Ricacci verticali (polloni) già visibili: frequente conseguenza di vecchie capitozzature o tagli troppo aggressivi.
In caso di dubbio:
Fotografare l’albero da più angoli, annotare data e ubicazione, contattare un agronomo o tecnico del verde per una valutazione professionale. Se l’intervento è recente e in corso, può essere utile segnalare immediatamente agli enti competenti.
ALLEGATO 2 — Glossario tecnico essenziale
Capitozzatura: Taglio drastico e indiscriminato della cima e delle branche principali di un albero, riducendone la chioma a monconi. Pratica dannosa, contraria ai principi di corretta gestione arboricolturale.
Potatura selettiva: Intervento mirato su singoli rami, eseguito nel rispetto della struttura dell’albero e del collare della branca, che limita lo stress fisiologico.
Collare della branca: Rigonfiamento alla base del ramo in cui si concentrano cellule protettive. Il taglio corretto deve rispettarlo per favorire la cicatrizzazione.
CAM (Criteri Ambientali Minimi): Standard ambientali obbligatori negli appalti pubblici, inclusi quelli per la gestione del verde, che vietano capitozzature e potature drastiche salvo motivazioni tecniche eccezionali.
Vincolo paesaggistico: Regime di tutela imposto dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio che può richiedere autorizzazione per interventi su alberi, a seconda dell’impatto.
Tree climbing: Tecnica di arrampicata sull’albero che consente potature mirate e rispettose della struttura arborea, riducendo l’invasività dell’intervento.
ALLEGATO 3 — Schema operativo per cittadini e comitati
Prima dell’intervento o durante:
- Documentare fotograficamente (data, ora, luogo)
- Verificare se esistono autorizzazioni o comunicazioni pubbliche
- Se l’intervento avviene in stagione riproduttiva e se vedi nidi o comportamenti di nidificazione, segnala subito.
Dopo l’intervento:
- Presentare richiesta FOIA per ottenere atti amministrativi
- Verificare rispetto CAM, regolamento comunale, qualifiche operatori
- Valutare segnalazioni a uffici competenti, stampa locale, associazioni ambientaliste
In caso di violazioni accertate:
- Esposto a forze dell’ordine ambientali (se fauna coinvolta)
- Ricorso al TAR (se appalti irregolari o atti illegittimi)
- Segnalazione a Corte dei Conti (se danno erariale)
Tempi: Nel contenzioso amministrativo i termini per impugnare sono brevi (frequentemente 30 giorni). Agire rapidamente.
ALLEGATO 4 — Modello di segnalazione PEC/mail formale
Oggetto: Segnalazione intervento di potatura drastica su alberi urbani – richiesta chiarimenti e accesso atti (FOIA)
Spett.le [Comune/Ufficio Verde Pubblico/Assessorato competente],
Con la presente si segnala un intervento di potatura eseguito in data [DATA] in [VIA/PIAZZA], che ha comportato una riduzione rilevante della chioma e un’alterazione visibile della struttura dell’albero.
Si chiede di conoscere:
- motivazioni tecniche dell’intervento;
- eventuale autorizzazione o perizia agronomica;
- rispetto dei Criteri Ambientali Minimi (D.M. Ambiente 10 marzo 2020);
- qualifiche professionali del personale impiegato.
Ai sensi del D.Lgs. 33/2013 (FOIA), si richiede accesso agli atti amministrativi relativi.
Distinti saluti,
[Nome, Cognome, eventuale Associazione]
ALLEGATO 5 — Checklist per richiesta FOIA sul verde pubblico
□ Copia dell’ordine di servizio o determina dirigenziale che ha autorizzato l’intervento
□ Capitolato d’appalto o contratto di affidamento del servizio di gestione del verde
□ Relazioni tecniche pre-intervento (perizie agronomiche, VTA, analisi fitosanitarie)
□ Relazioni post-intervento o verbali di verifica
□ Documentazione sulle qualifiche professionali richieste e impiegate, inclusa l’eventuale figura di responsabile o preposto qualificato ai sensi della normativa vigente.
□ Eventuali autorizzazioni paesaggistiche o nulla osta (in presenza di vincoli)
□ Documentazione fotografica pre/post intervento, se disponibile presso l’ente
□ Corrispondenza con la ditta esecutrice o con enti di controllo
Riferimento normativo: D.Lgs. 33/2013, art. 5 (accesso civico generalizzato).
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Bibliografia essenziale
Decreto del Ministero dell’Ambiente 10 marzo 2020 – Criteri Ambientali Minimi per il servizio di gestione del verde pubblico
https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/04/04/20A01904/sg
Fonte normativa centrale: rende obbligatori negli appalti pubblici criteri che vietano capitozzature, cimature e potature drastiche salvo casi eccezionali motivati. Pilastro giuridico per contestare interventi scorretti su verde pubblico.
D.Lgs. 36/2023 – Codice dei contratti pubblici
https://www.normattiva.it/eli/id/2023/03/31/23G00048/sg
Conferma l’obbligo di applicazione dei CAM negli affidamenti pubblici (art. 57). Fondamentale per l’azione amministrativa e i ricorsi contro appalti di gestione del verde non conformi.
Linee guida per la gestione del verde urbano – Comitato per lo sviluppo del verde pubblico
https://www.mase.gov.it/pagina/linee-guida-la-gestione-del-verde-urbano
Documento tecnico-istituzionale che definisce le buone pratiche di arboricoltura urbana e condanna esplicitamente la capitozzatura come pratica dannosa.
Direttiva 2009/147/CE del Parlamento europeo e del Consiglio (“Direttiva Uccelli”)
https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32009L0147
Norma europea sulla tutela dell’avifauna selvatica: vieta la distruzione di nidi e la compromissione della riproduzione, con effetti diretti sulle potature in periodo riproduttivo.
Legge 11 febbraio 1992, n. 157 – Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma
https://www.normattiva.it/eli/id/1992/02/25/092G0183/sg
Recepisce in Italia la tutela dell’avifauna: riferimento chiave per esposti e segnalazioni in caso di potature con distruzione o disturbo di nidi attivi.
Accordo Stato-Regioni 22 febbraio 2018 – Qualificazione professionale per manutentori del verde
https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2018/04/03/18A02317/sg
Definisce i requisiti professionali obbligatori per l’attività di manutenzione del verde. Base normativa per contestare interventi eseguiti da personale non qualificato.
D.P.R. 13 febbraio 2017, n. 31 – Interventi esclusi o semplificati in materia di autorizzazione paesaggistica
https://www.normattiva.it/eli/id/2017/04/07/17G00043/sg
Definisce quando gli interventi sugli alberi sono esenti, soggetti a procedura semplificata o a autorizzazione paesaggistica ordinaria. Fondamentale per verificare la legittimità delle potature in aree vincolate.
Codice dei beni culturali e del paesaggio – D.Lgs. 42/2004
https://www.normattiva.it/eli/id/2004/02/22/004G0066/sg
Quadro normativo generale sulla tutela paesaggistica. Rilevante quando alberi e filari concorrono al valore paesaggistico di un’area, anche fuori dai centri storici.
Società Italiana di Arboricoltura (SIA) – Linee guida e documenti tecnici sulla potatura
https://www.sia-arboricoltura.org
Riferimento tecnico-scientifico nazionale sull’arboricoltura moderna. I documenti SIA condannano la capitozzatura come pratica dannosa e antiscientifica, distinguendola nettamente dalla potatura corretta.
International Society of Arboriculture (ISA) – Tree Pruning Guidelines
International Society of Arboriculture
Standard internazionali sulla potatura degli alberi. Utili per dimostrare che la condanna della capitozzatura non è una “opinione ambientalista”, ma un principio arboricolturale condiviso a livello globale.
Corte dei Conti – Responsabilità erariale per danno da cattiva gestione del patrimonio pubblico
https://www.corteconti.it
Quadro istituzionale di riferimento per la responsabilità contabile degli amministratori e dirigenti pubblici. Base giuridica per le segnalazioni di danno erariale legato a capitozzature e abbattimenti evitabili.
LIPU – Appelli e materiali informativi su potature e tutela della nidificazione
https://www.lipu.it
Fonte autorevole per la tutela dell’avifauna urbana. I richiami della LIPU sono spesso utilizzati da enti e forze dell’ordine come riferimento operativo per fermare potature in periodo riproduttivo.

