Una pioggia intensa, nemmeno eccezionale. Cinquanta, sessanta millimetri in un paio d’ore. Eppure le strade si trasformano in fiumi, gli scantinati si allagano, il traffico si blocca, le scuole chiudono. Poi arriva il bollettino: «Eventi estremi sempre più frequenti», «Il clima è impazzito», «Non eravamo preparati a questo». E in parte è vero: il clima sta cambiando, le piogge intense aumentano, gli eventi meteorologici estremi sono più probabili. Ma questa spiegazione da sola non basta. Perché se fosse solo una questione di millimetri d’acqua in più, tutte le città dovrebbero allagarsi allo stesso modo. E invece no. Alcune vanno sott’acqua sistematicamente, anche con piogge normali per la stagione. Altre reggono meglio, pur ricevendo precipitazioni più abbondanti. La differenza non sta solo nel cielo. Sta in quello che l’acqua trova ad aspettarla quando tocca terra: infrastrutture vecchie, reti sottodimensionate, manutenzione rimandata. Quando l’acqua fa danni, quasi sempre trova infrastrutture già fragili ad aspettarla.
Un rischio mappato, conosciuto, spesso ignorato
I dati dell’ISPRA parlano chiaro: il 94,5% dei Comuni italiani è a rischio per frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe. Non stiamo parlando di percentuali marginali o di eventi imprevedibili. Stiamo parlando di criticità conosciute, mappate, aggiornate periodicamente attraverso i Piani di Gestione del Rischio di Alluvioni previsti dalla direttiva europea 2007/60/CE e recepiti in Italia con il decreto legislativo 49/2010. Esistono mappe di pericolosità, mappe di rischio, analisi dettagliate su dove l’acqua può arrivare e quali danni può provocare. Il MASE le rende consultabili e le Autorità di Bacino Distrettuali le aggiornano ogni sei anni; i Comuni dovrebbero usarle per pianificare interventi e priorità. Se il rischio è mappato, allora non è una sorpresa. È una responsabilità.
Eppure il racconto pubblico continua a trattare ogni alluvione urbana come se fosse un fulmine a ciel sereno. Come se nessuno potesse prevederlo. Come se bastasse dire «ha piovuto troppo» per chiudere la questione. Non funziona così. O meglio, funziona così solo se si sceglie di non guardare i numeri, i piani, gli strumenti che esistono già. Perché il problema non è l’assenza di conoscenza. È cosa se ne fa, o non se ne fa, di quella conoscenza.
Quando lo spazio per l’acqua scompare
Per capire perché alcune città si allagano anche con piogge «normali», bisogna spostare lo sguardo dal cielo al suolo. Le città italiane si sono trasformate radicalmente negli ultimi cinquant’anni. Superfici permeabili sostituite da asfalto, parcheggi, marciapiedi. Giardini privati cementificati. Aree verdi residuali compattate dal passaggio continuo. Il suolo urbano, quando non è impermeabilizzato del tutto, è così compresso da non riuscire più ad assorbire acqua in modo efficace. Risultato: ogni goccia che cade deve andare da qualche parte, e quel «qualche parte» sono le reti di drenaggio e fognarie. Reti che spesso hanno cinquant’anni, sessant’anni, a volte di più. Reti progettate per gestire volumi di pioggia calcolati su climi che non esistono più, e soprattutto su città molto meno dense e impermeabili di quelle attuali.
Non è l’acqua ad essere aumentata all’improvviso. È lo spazio per gestirla che è stato ridotto. E quando lo spazio finisce, l’acqua resta in superficie. Nelle strade, nelle piazze, nei sottopassi, negli scantinati. Non per caso, ma per fisica elementare: se togli capacità di assorbimento e non aumenti capacità di drenaggio, il sistema collassa.
Il rapporto dello European State of the Climate 2024 di Copernicus mostra che le precipitazioni intense in Europa sono aumentate, ma sottolinea anche un altro elemento cruciale: l’impatto di questi eventi dipende in larga parte dalla vulnerabilità delle infrastrutture. Due città colpite dalla stessa quantità di pioggia possono avere esiti completamente diversi. Una si allaga, l’altra no. La differenza sta nella capacità del sistema urbano di gestire quella pioggia. E questa capacità non è un dato naturale. È il risultato di scelte tecniche e politiche.
La parola che manca sempre: manutenzione
C’è una parola che nei comunicati post-alluvione non compare quasi mai: manutenzione. Eppure è lì che si gioca gran parte della partita. Prevenire costa meno che riparare, molto meno. Ma la prevenzione è invisibile. Non inauguri una caditoia pulita. Non tagli un nastro su una rete fognaria ispezionata. Non fai conferenze stampa per dire «abbiamo fatto manutenzione ordinaria». Quindi quella manutenzione viene rimandata, tagliata, ridotta al minimo indispensabile. Fino a quando non piove, e tutto salta.
Le caditoie, i tombini, le reti minori di drenaggio urbano non sono dettagli. Sono l’ultimo anello di un sistema che, se funziona, fa defluire l’acqua. Se non funziona, la lascia in strada. E spesso non funzionano non perché siano inadeguate per principio, ma perché sono intasate, sporche, danneggiate, mai controllate. Una caditoia ostruita da foglie, terra, rifiuti diventa inutile. Una rete mai ispezionata accumula sedimenti, radici, detriti. Quando arriva la pioggia intensa, quel sistema già compromesso non regge.
Quando si parla di allagamenti, quasi nessuno parte dalle cose più semplici. Eppure spesso è lì che il sistema cede. Non per mancanza di tecnologia, non per assenza di conoscenze ingegneristiche. Ma per mancanza di gestione ordinaria, costante, non spettacolare. Quella che non fa notizia, ma che fa la differenza tra una strada allagata e una strada che drena.
I Comuni non navigano a vista: piani e mappe esistono
Un altro alibi ricorrente dopo ogni alluvione è: «Non potevamo saperlo», «È stato improvviso», «Nessuno se lo aspettava». Eppure i Comuni italiani hanno a disposizione strumenti precisi. Hanno le mappe di pericolosità e rischio alluvionale prodotte dalle Autorità di Bacino. Hanno i Piani di Gestione del Rischio di Alluvioni, aggiornati ogni sei anni, che indicano misure strutturali e non strutturali da adottare. Hanno i Piani Comunali di Protezione Civile, obbligatori, che dovrebbero identificare scenari di rischio, procedure operative, responsabilità. Hanno le raccomandazioni del Dipartimento di Protezione Civile su come prevedere, prevenire e fronteggiare situazioni di emergenza legate a frane e alluvioni.
Il problema non è l’assenza di strumenti. È il loro utilizzo reale. Quanti Comuni aggiornano davvero i propri piani di protezione civile? Quanti investono risorse nella prevenzione anziché aspettare l’emergenza per chiedere fondi straordinari? Quanti traducono le indicazioni dei PGRA in interventi concreti sul territorio? Se un rischio è scritto nero su bianco in un piano ufficiale, ignorarlo non è fatalità. È una scelta. Una scelta che ha conseguenze misurabili: strade allagate, danni economici, disagi per i cittadini, rischi per la sicurezza.
L’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) ha introdotto indicatori sulla qualità tecnica del servizio idrico integrato, inclusa l’adeguatezza delle reti fognarie. Standard, parametri, obblighi: il sistema normativo c’è. Quello che manca, spesso, è la decisione di usarlo fino in fondo.
Parlare solo di emergenza è un errore
Il racconto pubblico degli allagamenti segue sempre lo stesso schema. Si accende durante l’evento: dirette, aggiornamenti, polemiche. Si spegne subito dopo: qualche promessa, qualche stanziamento annunciato, poi silenzio. Non si segue mai la fase decisiva: quella della prevenzione, della programmazione, della manutenzione ordinaria. Quella in cui si decide davvero se la prossima pioggia intensa provocherà danni o no.
Concentrarsi solo sull’emergenza è comodo. Permette di evitare domande difficili: perché quella rete non è stata manutenuta? Perché quei fondi stanziati tre anni fa non sono stati spesi? Perché il piano di gestione del rischio è rimasto sulla carta? L’emergenza giustifica tutto, assolve tutti. La prevenzione no. La prevenzione chiede conto delle scelte fatte nei mesi, negli anni precedenti. Chiede di guardare cosa è stato fatto quando non pioveva.
Le città non falliscono quando piove. Falliscono nei mesi in cui non piove. Quando si decide di non pulire le caditoie, di non ispezionare le reti, di non aggiornare i piani, di non investire in drenaggio urbano sostenibile. Quando si sceglie di rimandare, tanto «magari non succede niente». Poi succede. E si dà la colpa al meteo.
Il problema è strutturale. E quindi risolvibile.
Il cambiamento climatico amplifica i problemi delle città, questo è certo. Le piogge intense aumentano in frequenza e intensità, lo confermano tutti i rapporti dell’IPCC. Ma il clima non crea problemi dal nulla. Li rende più evidenti, più acuti, più urgenti. Se una città ha reti inadeguate, superfici troppo impermeabili, manutenzione insufficiente, il cambiamento climatico trasforma quelle fragilità in allagamenti. Ma quelle fragilità c’erano già. E molte di esse sono risolvibili.
Esistono soluzioni tecniche consolidate: sistemi di drenaggio urbano sostenibile (SuDS), superfici permeabili, giardini della pioggia, vasche di laminazione, tetti verdi. Esistono pratiche di manutenzione efficaci: pulizia periodica delle caditoie, ispezione programmata delle reti, mappatura dei punti critici. Esistono strumenti normativi: piani di gestione del rischio, standard di qualità del servizio, obblighi di adeguamento. Non mancano le conoscenze. Non mancano le tecnologie. Manca, troppo spesso, la volontà politica di applicarle in modo sistematico, prima che arrivi l’emergenza.
Nei prossimi giorni entreremo nel merito di una di queste soluzioni, spesso sottovalutata ma decisiva. Non per raccontare un’emergenza, ma per capire come si previene davvero. Perché le città italiane possono smettere di allagarsi a ogni temporale. Ma per farlo devono smetterla di dare sempre la colpa al cielo.
Approfondimenti Eywa
ISPRA – Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio (Ed. 2024)
Rapporto ufficiale con dati aggiornati su rischio idraulico, frane, erosione costiera per tutti i Comuni italiani.
Direttiva 2007/60/CE – Valutazione e gestione dei rischi di alluvioni
https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX%3A32007L0060
Normativa europea che istituisce l’obbligo di mappare il rischio alluvionale e predisporre piani di gestione.
MASE – Geoportale Direttiva Alluvioni
https://gn.mase.gov.it/portale/direttive-alluvioni
Portale ministeriale con mappe di pericolosità e rischio alluvionale consultabili per distretto e territorio.
Protezione Civile – Pianificazione di protezione civile
Guida istituzionale su cosa sono i piani comunali di protezione civile e come devono essere strutturati.
Copernicus – European State of the Climate 2024
https://climate.copernicus.eu/esotc/2024
Rapporto annuale sul clima europeo, con focus su precipitazioni intense e vulnerabilità delle infrastrutture.
IPCC AR6 – Working Group I, Chapter 11: Weather and Climate Extreme Events
https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg1/chapter/chapter-11/
Capitolo di riferimento scientifico sull’aumento di frequenza e intensità degli eventi estremi di precipitazione.
Linee guida per il drenaggio urbano sostenibile (SuDS)
Documento tecnico sulle soluzioni di drenaggio sostenibile applicabili in ambito urbano.
ARERA – Qualità tecnica del servizio idrico integrato
https://www.arera.it/dati-e-statistiche/dettaglio/qtsii
Portale con indicatori di qualità del servizio idrico, inclusa l’adeguatezza delle reti fognarie.
Bibliografia essenziale
ISPRA (2024)
Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio – Edizione 2024, Rapporti 413/2024, ISPRA, Roma.
Unione Europea (2007)
Direttiva 2007/60/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 ottobre 2007, relativa alla valutazione e alla gestione dei rischi di alluvioni, Gazzetta ufficiale dell’Unione europea.
https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32007L0060
Dipartimento della Protezione Civile (2021)
Raccomandazioni operative per prevedere, prevenire e fronteggiare eventuali situazioni di emergenza connesse a fenomeni di frana e alluvione durante la pandemia.
Copernicus Climate Change Service (2024)
European State of the Climate 2024, Copernicus/ECMWF.
IPCC (2021)
Climate Change 2021: The Physical Science Basis. Contribution of Working Group I to the Sixth Assessment Report, Cambridge University Press.
https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg1/
Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po (2021)
Piano di Gestione del Rischio di Alluvioni 2021-2027, AdBPo.
https://pianoalluvioni.adbpo.it/piano-di-gestione-del-rischio-alluvioni-2021-2027/
ARERA (2024)
Deliberazione 39/2024/R/IDR – Qualità tecnica del servizio idrico integrato, Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente.
https://www.arera.it/fileadmin/allegati/docs/24/039-2024-R-idr.pdf
AA.VV. (2018)
Linee guida per il drenaggio urbano sostenibile, Università IUAV di Venezia.

