- mercoledì 28 Gennaio 2026
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Data center e AI: perché rischiano di far saltare la rete elettrica (e di finire in bolletta)

Cosa sta succedendo, cosa rischia di succedere (anche in Italia) e perché potremmo pagarla noi.

Sta succedendo una cosa semplice e gigantesca allo stesso tempo: l’infrastruttura elettrica sta incontrando, di colpo, l’infrastruttura digitale. E il punto d’impatto sono i data center per AI e cloud.

Che cosa sta succedendo

Negli ultimi anni i data center legati a intelligenza artificiale e cloud sono cresciuti non solo di numero, ma soprattutto di dimensione e continuità di consumo: non sono più “capannoni IT”, ma impianti che valgono, da soli, quanto intere città in termini di domanda elettrica. Non parliamo di carichi episodici, ma di assorbimenti enormi, 24 ore su 24, con picchi che sono la nuova normalità operativa.

Qui nasce il primo cortocircuito: la velocità con cui puoi costruire un data center (o annunciarlo) è molto più alta della velocità con cui puoi rinforzare una rete, autorizzare e realizzare nuove centrali o potenziare le linee di trasmissione. La conseguenza è un disallineamento strutturale: i progetti digitali corrono, l’infrastruttura elettrica arranca.

Perché non è un tema “tech” ma infrastrutturale

Quando senti “cloud”, pensa a una fabbrica, non a una nuvola. Dietro ogni istanza AI che lanci ci sono server fisici, sistemi di raffreddamento energivori, gruppi di continuità, ridondanze: è un impianto industriale a tutti gli effetti, solo più pulito alla vista. Il “sempre disponibile” del digitale si traduce, fisicamente, in “sempre connesso alla rete e sempre alimentato”.

Qui è cruciale distinguere tra produzione di energia e capacità di rete. Puoi anche avere abbastanza centrali sulla carta, ma se non hai cabine primarie e secondarie, trasformatori, linee in alta e media tensione adeguate, il collo di bottiglia si sposta sul trasporto e sulla connessione. Ed è proprio in questi punti critici – cabine elettriche sature, linee di trasmissione congestionate, interconnessioni troppo deboli – che la teoria del “basta aggiungere rinnovabili” si schianta contro la realtà dei fatti: puoi anche produrre tutta l’energia che vuoi, ma se l’infrastruttura fisica che deve trasportarla e distribuirla non regge, quella energia non arriva a destinazione. È il classico problema del rubinetto aperto con tubature troppo strette o danneggiate.

Come reagisce un sistema quando arriva al limite

Una rete “al limite” non è una metafora, è una condizione operativa: nei picchi estivi, quando condizionatori e carichi industriali sono tutti accesi, l’operatore di rete arriva a chiedere a ogni centrale disponibile di funzionare a pieno regime pur di mantenere la frequenza nel corridoio di sicurezza. Ogni deviazione, ogni guasto, ogni imprevisto diventa potenzialmente critico.

In questo contesto scatta la demand response, oggi in gran parte volontaria o contrattualizzata: si pagano grandi consumatori perché riducano o azzerino temporaneamente i propri consumi nei momenti di stress, trasformando la riduzione del carico in un “servizio” al sistema. È un paradosso solo apparente: ti pago per non consumare, perché il costo di un blackout diffuso, economico, sociale, sanitario, sarebbe immensamente più alto.

Da qui la discussione più spinosa: fino a che punto anche i data center devono entrare in questo gioco di priorità e limitazioni? Se tutto è “critico” e nessuno accetta di spegnersi nei momenti di emergenza, l’unica via rimasta è il razionamento per rotazione: l’esatto opposto della promessa di un’economia sempre connessa.

La portata: ordini di grandezza che cambiano il sistema

Quando cominci a parlare di richieste di connessione nell’ordine delle decine di gigawatt per i soli data center in alcune aree, stai cambiando scala al sistema. Un operatore di rete che si trova richieste che valgono da sole il doppio della capacità disponibile in uno stato deve ripensare interamente il parco impianti, non “aggiustare” qualche linea.

Decine di gigawatt non si assorbono con qualche trucchetto di efficienza: richiedono nuove centrali, nuovi elettrodotti, nuove cabine, nuovi sistemi di controllo. E soprattutto, la loro concentrazione spaziale conta più della media nazionale: un cluster di data center in un’unica valle o cintura urbana può mettere in crisi la rete locale anche in un paese che, nel complesso, non è in “carenza” di potenza installata.

Il nodo politico: chi paga gli upgrade

Qui entri nel cuore politico della storia: chi paga la trasformazione della rete necessaria ad accogliere questi enormi carichi? La rete elettrica è un’infrastruttura regolata: i costi di investimento finiscono, prima o poi, nelle tariffe che paghi in bolletta. Se servono nuove linee, nuove cabine, nuovi rinforzi per collegare e alimentare i poli digitali, qualcuno deve finanziare quei lavori.

Il conflitto è triplo: tra i grandi carichi (data center e simili), le utility che investono e recuperano i costi nel tempo, e i regolatori/politici che devono decidere come ripartire l’onere sui diversi soggetti. I modelli possibili, in astratto, sono tre: socializzazione totale (pagano tutti gli utenti, come “costo di sistema”), cost causation puro (paga chi causa la necessità degli investimenti, quindi i grandi carichi), o un modello misto in cui una parte viene socializzata e una parte viene scaricata specificamente su chi si connette, magari con condizioni su efficienza, flessibilità, autosufficienza parziale.

Dietro formule come “attrattività per gli investimenti” o “competitività del territorio” c’è sempre la stessa domanda: quanta parte del costo della trasformazione infrastrutturale digitale deve essere messa sulle spalle della collettività, e quanta sui bilanci dei giganti che quella trasformazione la rendono necessaria?

Italia: perché riguarda già noi

Se pensi che sia un problema “americano”, stai guardando nel posto sbagliato: in Italia la pressione delle richieste di connessione per grandi carichi elettrici, inclusi data center, è già concreta, e sta accelerando. Le cronache nazionali parlano di mega-progetti sparsi, ma raramente li inquadrano come un fenomeno sistemico che impatta Terna, le distribuzioni locali, la pianificazione energetica.

Terna lo sta già dicendo, con parole sue: i data center non sono “un tema digitale”, sono un tema di rete.
Perché quando arrivano carichi continui e concentrati, non basta guardare la potenza nazionale “media”: conta dove si attaccano, quanto chiedono, e quante opere servono per farli entrare senza saturare i nodi.

I poli tendono a concentrarsi dove convergono fattori favorevoli: vicinanza a dorsali di rete robuste, accesso a grandi città e snodi logistici, disponibilità di aree industriali riconvertibili, talvolta clima relativamente favorevole per il raffreddamento. Questo genera criticità locali: reti di distribuzione a rischio saturazione, conflitti d’uso del territorio, domande su consumo d’acqua, rumore, paesaggio, che raramente entrano nel dibattito pubblico con numeri chiari.

Il punto è proprio questo: in Italia non esiste ancora un racconto pubblico ordinato sui data center come grande tema infrastrutturale. I numeri sono dispersi tra piani di sviluppo, atti autorizzativi, comunicati aziendali, e il dibattito è minimo rispetto alla portata potenziale di questi carichi.

Trasparenza minima: le domande che devono diventare standard

Se vuoi che la discussione sia seria, devi pretendere una trasparenza minima, standardizzata. Per ogni grande progetto andrebbero rese pubbliche, in modo comprensibile, almeno tre categorie di informazioni.

C’è poi un livello che in Italia rischia di passare sotto traccia: spesso il collo di bottiglia non è la grande dorsale in alta tensione, ma la rete locale che porta davvero energia sul territorio. Cabine e trasformatori, media tensione, punti di connessione: è lì che un cluster di nuovi carichi può rendere “stretta” una rete che, sulla carta, sembrava sufficiente.

Primo: la potenza richiesta, in megawatt o gigawatt, e il profilo di consumo, cioè se il carico è continuo, se ha picchi prevedibili, se può modulare in risposta a segnali di prezzo o a ordini del gestore di rete. Secondo: quali opere di connessione e di rinforzo di rete sono necessarie (linee, cabine, trasformatori) e chi ne sostiene il costo iniziale e quello a carico degli utenti finali. Terzo: le regole nei momenti di picco: quali obblighi di flessibilità ha il data center, quali penali scattano se non riduce il carico quando richiesto, quali priorità ha rispetto ad altri consumi essenziali.

Senza queste informazioni standard, ogni progetto resta un caso opaco, valutato più sulla base di narrazioni («porta innovazione e lavoro») che su bilanci energetici, economici e territoriali verificabili.

Cosa chiedere a istituzioni e autorità

Per uscire dalla nebbia servono richieste puntuali alle diverse istituzioni. A chi gestisce la rete di trasmissione nazionale, come Terna, va chiesto di mappare in modo pubblico i grandi carichi in arrivo, di produrre scenari sull’impatto di questi poli sui picchi di domanda e sulle criticità locali, e di esplicitare come la pianificazione di rete tiene conto dell’ondata di data center, non solo di rinnovabili e mobilità elettrica.

Alle autorità nazionali competenti su energia e regolazione tariffaria – oggi ARERA e MASE – spetta chiarire le regole su chi paga gli upgrade, con criteri trasparenti che tutelino gli utenti finali domestici e le PMI, evitando che si ritrovino a finanziare in silenzio infrastrutture dedicate a soggetti con margini enormemente superiori. A Regioni e Comuni, infine, va chiesto di usare il potere autorizzativo per imporre condizioni precise: requisiti su efficienza energetica, approvvigionamento e uso di acqua, mitigazioni ambientali, piani di emergenza, impegni di flessibilità nei momenti di stress di rete.

Un’agenda investigativa, insomma, che sposti il baricentro del discorso dai comunicati stampa ai dati di sistema.

Eywa dice…

La posizione è netta: innovazione sì, ma dentro un perimetro di regole chiare e numeri pubblici. Un’infrastruttura digitale che cambia gli equilibri del sistema elettrico deve essere trattata come tale, non come un investimento neutro che «fa bene al territorio» per definizione.

In Europa, intanto, la direzione è chiara: più trasparenza su prestazioni energetiche e sostenibilità dei data center, meno storytelling. Non è la soluzione di tutto, ma è un segnale politico: se un’infrastruttura cambia gli equilibri del sistema elettrico, deve stare dentro regole verificabili, non dentro comunicati stampa.

Di una cosa puoi diffidare a priori: dello scarico opaco di costi e rischi sulla collettività, in nome di un generico «progresso tecnologico» che nasconde conti molto concreti in bolletta e sulla rete. La domanda guida, allora, deve diventare la tua bussola fissa ogni volta che senti parlare di nuovi poli digitali: chi paga, e con quali vincoli?

Bibliografia essenziale

https://eywadivulgazione.it/ai-consumo-energetico/
Approfondimento Eywa: quadro divulgativo su consumi energetici dell’AI e implicazioni sistemiche (domanda elettrica, data center, costi e ricadute).

https://www.iea.org/reports/energy-and-ai/energy-demand-from-ai 
Pagina del report IEA “Energy and AI” con numeri e scenari sulla crescita dei consumi elettrici dei data center (AI + cloud).

https://www.iea.org/news/ai-is-set-to-drive-surging-electricity-demand-from-data-centres-while-offering-the-potential-to-transform-how-the-energy-sector-works
Comunicato IEA (10 aprile 2025) che sintetizza i principali risultati e l’ordine di grandezza dell’aumento atteso della domanda elettrica.

https://lightbox.terna.it/it/insight/data-center-rete-trasmissione
Approfondimento Terna sul rapporto tra data center e rete di trasmissione nazionale (contesto e criticità infrastrutturali).

https://www.terna.it/it/sistema-elettrico/programmazione-territoriale-efficiente/piano-sviluppo-rete
Piano di Sviluppo della rete di trasmissione (quadro ufficiale su pianificazione e investimenti di rete).

https://energy.ec.europa.eu/topics/energy-efficiency/energy-efficiency-targets-directive-and-rules/energy-efficiency-directive_en
Energy Efficiency Directive UE: obblighi di monitoraggio e reporting su performance energetica e impronta idrica dei data center (trasparenza come leva regolatoria).

https://energy.ec.europa.eu/news/commission-adopts-eu-wide-scheme-rating-sustainability-data-centres-2024-03-15_en
Commissione UE: schema europeo e scadenze di reporting (KPI verso database europeo).

 

 

 

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