L’acqua del rubinetto è l’unico alimento che arriva in casa nostra senza etichetta, senza marca e senza una storia da raccontare. Non vediamo da dove viene, non sappiamo chi la controlla, non abbiamo appigli visibili a cui aggrapparci per valutarla. Eppure la beviamo, o dovremmo berla.
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità (ISS, l’ente pubblico che vigila sulla salute in Italia), quasi un italiano su tre diffida dell’acqua che esce dal rubinetto. La stessa acqua che risulta conforme al 99% dei controlli microbiologici e chimici. La stessa acqua che attraversa più verifiche di qualsiasi prodotto confezionato sugli scaffali del supermercato.
È un paradosso che racconta molto più di noi che dell’acqua: ci fidiamo di una bottiglia di plastica che ha macinato centinaia di chilometri su un camion, ferma settimane in un magazzino, esposta al sole e alle intemperie. Ma sospettiamo di un’infrastruttura pubblica controllata ogni singolo giorno, analizzata in decine di punti diversi, monitorata fino al momento in cui apriamo il rubinetto.
I problemi esistono, eccome. E sono anche seri. Ma non stanno dove ci hanno abituato a cercarli. Non sono nel bicchiere che riempiamo, ma nei chilometri di tubi che lo precedono. Non sono nel cloro che sentiamo, ma negli investimenti che non vediamo. Non sono nella qualità dell’acqua, ma nella disuguaglianza di chi la riceve.
Perché l’acqua è l’unico alimento che non vediamo
In Italia, l’acqua potabile arriva per il 48% da falde sotterranee, per il 39% da sorgenti naturali e per il resto da fiumi e laghi. Passa attraverso impianti di trattamento, percorre reti lunghe migliaia di chilometri, viene controllata in decine di punti prima di raggiungere il tuo bicchiere. Ma tutto questo resta invisibile. E ciò che non vediamo, non lo capiamo. E non ci fidiamo di ciò che non capiamo.
La diffidenza verso l’acqua del rubinetto non nasce da prove scientifiche o da analisi di laboratorio. Nasce dall’assenza di narrazione. L’industria dell’acqua in bottiglia ha costruito in decenni una storia fatta di purezza, montagne incontaminate, controlli meticolosi. L’acqua pubblica non ha raccontato nulla, perché era data per scontata. Il risultato è che oggi l’Italia consuma oltre 200 litri di acqua in bottiglia per abitante all’anno, il secondo consumo mondiale dopo il Messico, mentre l’acqua del rubinetto viene bevuta con sospetto anche dove è eccellente.
Chi controlla davvero l’acqua (e quante volte)
Se c’è una cosa che distingue l’acqua del rubinetto da qualsiasi altro alimento, è la quantità di controlli cui è sottoposta. In Italia vengono effettuate oltre 2 milioni di analisi all’anno, distribuite fra controlli interni dei gestori, controlli esterni delle ASL (le Aziende Sanitarie Locali) e verifiche dell’ISS. I parametri monitorati superano le 50 voci e includono batteri, metalli pesanti, nitrati, pesticidi, sottoprodotti della disinfezione e molto altro.
Ma chi decide se quell’acqua è davvero potabile? Il sistema dei controlli è complesso e articolato su più livelli. I gestori del servizio idrico (le società pubbliche, miste o private che gestiscono acquedotti e reti) effettuano analisi quotidiane nei propri laboratori. Le ASL eseguono controlli indipendenti e possono emettere ordinanze di non potabilità in caso di anomalie. L’ARERA (l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, l’ente pubblico che vigila sui servizi idrici) stabilisce standard di qualità e penalizza i gestori che non li rispettano. L’ISS coordina la sorveglianza sanitaria a livello nazionale e pubblica rapporti annuali sulla qualità dell’acqua potabile.
Questo intreccio di controlli rende l’acqua del rubinetto uno degli alimenti più monitorati in assoluto. Molto più di qualsiasi prodotto confezionato. Eppure questa rete di garanzie resta invisibile al cittadino, che non sa nemmeno che esiste.
Nel 2011, il referendum sull’acqua pubblica ha raccolto il 92% dei voti favorevoli all’abrogazione della norma che imponeva la remunerazione del capitale investito nei servizi idrici. Quella vittoria è stata presentata come una battaglia contro la privatizzazione, ma in realtà ha segnato un punto più sottile: il riconoscimento che l’acqua non è una merce come le altre e che il suo governo non può rispondere solo a logiche di profitto. Dodici anni dopo, il modello italiano è diventato un ibrido: gestori pubblici, misti o privati sottoposti a una regolazione indipendente e stringente da parte di ARERA, che impone obiettivi di qualità, riduzione delle perdite e investimenti obbligatori su cicli di sei anni.
Non è il sistema che immaginavamo dopo il referendum, ma è un sistema che, almeno sul piano dei controlli e della sorveglianza sanitaria, funziona meglio di quanto si racconti. E questo, paradossalmente, è parte del problema: funziona talmente bene che non se ne parla.
Il cloro come caso studio di paura costruita
Parliamoci chiaro: il cloro nell’acqua del rubinetto fa paura. È la prima cosa che senti quando apri il rubinetto in alcune città, è il primo argomento che usano i venditori di depuratori domestici, è la ragione più citata da chi preferisce l’acqua in bottiglia. Eppure il cloro non è un problema. È la soluzione a un problema.
Il cloro viene aggiunto all’acqua potabile per impedire la proliferazione di batteri lungo le reti idriche. Senza cloro, l’acqua che esce dal tuo rubinetto potrebbe essere contaminata da microrganismi patogeni cresciuti nei tubi. La concentrazione utilizzata in Italia varia tra 0,2 e 0,5 milligrammi per litro, molto al di sotto del valore guida fissato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) a 5 milligrammi per litro. Questo significa che dovresti bere decine di litri d’acqua al giorno per avvicinarti anche lontanamente a una soglia considerata problematica.
Il Decreto Legislativo 18/2023, che recepisce la Direttiva europea 2020/2184, stabilisce che il cloro residuo nelle reti idriche deve mantenersi tra 0,2 e 0,5 mg/L. Sotto lo 0,2 c’è rischio di inefficacia disinfettante. Sopra lo 0,5 può emergere un’alterazione organolettica, cioè di odore e sapore, ma non un rischio sanitario. Il cloro, in pratica, non è regolato come parametro tossicologico ma come parametro di trattamento: serve a garantire che l’acqua resti sicura fino al tuo bicchiere.
Eppure la percezione collettiva è opposta. Il cloro viene visto come un «agente chimico aggressivo», qualcosa da evitare, da filtrare, da eliminare. Questa percezione non nasce da dati scientifici ma da un’associazione mentale con la candeggina e le piscine. È un classico caso di paura costruita su basi emotive, non razionali.
Il paradosso è che le persone più preoccupate per il cloro nell’acqua del rubinetto sono spesso le stesse che bevono acqua in bottiglia conservata per mesi in magazzini sotto il sole, con possibile migrazione di microplastiche dal contenitore. Non c’è coerenza logica, c’è solo una narrazione più forte dall’altra parte.
Il cloro è un caso studio perfetto per capire come funziona la diffidenza verso l’acqua pubblica: non si basa su rischi reali ma su percezioni amplificate dall’assenza di comunicazione istituzionale efficace. E nel vuoto narrativo, vince chi racconta la storia migliore, anche se è falsa.
Anche qui il primo paragrafo va tolto, è retorico e appesantisce il discorso, senza aggiungere niente. Non so se mi convince al 100% l’ultima frase dell’ultimo paragrafo. Dev’essere memorabile ma migliorata.
Le vere criticità: reti, perdite, investimenti
Le reti idriche italiane perdono in media il 42% dell’acqua immessa. Significa che su 100 litri prelevati dalla fonte, 42 si disperdono lungo il tragitto prima di arrivare a destinazione. In Sicilia le perdite superano il 56%, in Abruzzo il 55%, in Molise il 51%. Al Nord la situazione è migliore ma non ottimale: Emilia-Romagna 29%, Lombardia 31%, Veneto 32%. Non stiamo parlando di sfumature: stiamo parlando di metà dell’acqua che va persa per strada.
Secondo ISTAT (l’Istituto nazionale di statistica), nel 2022 sono andati dispersi 3,4 miliardi di metri cubi d’acqua potabile, l’equivalente del fabbisogno idrico annuo di circa 44 milioni di persone. Queste perdite non sono solo uno spreco ambientale ed economico: sono il sintomo di un’infrastruttura obsoleta, sottoinvestita per decenni.
Utilitalia (la Federazione delle imprese italiane operanti nei servizi pubblici dell’acqua, dell’ambiente, dell’energia elettrica e del gas) stima nel Blue Book 2022 che gli investimenti nel settore idrico siano cresciuti negli ultimi anni ma restino sotto la media europea: 49 euro pro capite in Italia contro i 100 euro della media UE. La maggior parte degli investimenti si concentra sulla sostituzione delle condotte (32% del totale), ma servirebbero almeno 4,4 miliardi di euro aggiuntivi per recuperare il ritardo accumulato.
Qui sta la vera disuguaglianza dell’acqua in Italia: non è tra chi beve dal rubinetto e chi compra bottiglie, ma tra chi vive in territori con reti efficienti e chi vive in territori con reti colabrodo. Chi abita in Emilia-Romagna o in Trentino-Alto Adige riceve un servizio di qualità, con bassissime perdite e alta continuità. Chi vive in Calabria, Sicilia o Campania subisce disservizi, interruzioni, perdite insostenibili.
ARERA ha introdotto nel 2020 un indicatore chiamato M0, che misura la resilienza del sistema idrico e impone ai gestori macro-obiettivi di riduzione delle perdite su cicli di sei anni. È un tentativo di trasformare i gestori idrici in «player ambientali ed energetici a tutto campo», come li definisce lo stesso regolatore. Ma il percorso è lungo e la strada accidentata.
L’acqua funziona, la rete no. Ed è lì che sta il vero problema.
Perché l’Italia beve bottiglie anche quando l’acqua è buona
L’abbiamo già visto: l’Italia consuma oltre 200 litri di acqua in bottiglia per persona all’anno, seconda al mondo solo al Messico. Produciamo e smaltiamo tra 7 e 8 miliardi di bottiglie di plastica ogni anno, nonostante l’acqua del rubinetto sia conforme al 99% dei controlli. È un’anomalia europea che non si spiega con la qualità dell’acqua ma con la cultura, il marketing e la sfiducia.
Legambiente ha più volte sottolineato il paradosso: l’Italia è uno dei paesi con la migliore qualità media dell’acqua potabile in Europa, eppure è anche quello che ne beve meno dal rubinetto. Questo non dipende da rischi sanitari ma da una percezione costruita in decenni di pubblicità che hanno associato l’acqua in bottiglia a purezza, leggerezza, benessere. L’acqua del rubinetto non ha mai avuto una narrazione alternativa altrettanto forte.
C’è anche un fattore culturale profondo: in Italia l’acqua è cibo, è gusto, è identità territoriale. Bere un’acqua con un certo residuo fisso, una certa mineralizzazione, un certo sapore è parte della propria abitudine alimentare. E le acque in bottiglia offrono una varietà che il rubinetto, per definizione, non può garantire. Ma questa varietà ha un costo ambientale enorme.
Parliamo di circa 7–8 miliardi di bottiglie di plastica l’anno e di centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti in PET, con un’impronta climatica già pesante solo nella fase di produzione: nel 2019 la sola produzione delle bottiglie in PET immesse al consumo in Italia è stata stimata in circa 1,4 milioni di tonnellate di CO₂eq (senza contare trasporti e gestione a fine vita).
A questo costo ambientale si affianca un modello economico estremamente redditizio, che spiega perché il sistema delle bottiglie resista così bene a qualsiasi alternativa.
Secondo le stime di Legambiente, il business dell’acqua in bottiglia vale in Italia circa 2,5 miliardi di euro all’anno. Le concessioni per l’estrazione di acqua da sorgenti pubbliche sono spesso irrisorie: pochi centesimi al metro cubo per acque che vengono rivendute a oltre mille volte quel prezzo. È un sistema che privatizza il profitto e socializza i costi ambientali.
L’insoddisfazione per l’acqua del rubinetto, misurata da ISTAT, riguarda soprattutto odore e sapore (23,8% delle famiglie italiane) ed è concentrata al Sud. Ma questo non è un problema di sicurezza: è un problema di gestione della rete, di vetustà degli impianti, di presenza di cloro aggiunto in dosi più elevate per compensare la maggiore distanza tra fonte e utente. Anche qui, il problema non è l’acqua ma l’infrastruttura.
Bere acqua in bottiglia viene presentato come una scelta individuale, una preferenza personale. Ma è una scelta che ha conseguenze collettive: inquinamento da plastica, emissioni da trasporto, consumo di risorse per produrre contenitori usa e getta. La Direttiva europea 2020/2184 spinge gli Stati membri a promuovere il consumo di acqua del rubinetto proprio per ridurre questi impatti. Ma in Italia la resistenza culturale resta altissima.
La bugia della «scelta individuale»
Dunque, bere acqua in bottiglia non è solo una scelta di gusto o di abitudine. È una scelta che è stata costruita, incentivata, resa naturale da decenni di marketing e dall’assenza di alternative narrative. Presentarla come una semplice «preferenza individuale» è una mistificazione che nasconde strutture di potere economico e ritardi infrastrutturali.
Quando un cittadino calabrese beve acqua in bottiglia perché quella del rubinetto ha un sapore sgradevole, non sta facendo una scelta libera: sta subendo le conseguenze di reti obsolete e investimenti insufficienti. Quando una famiglia romana compra casse di bottiglie perché «non si fida» del cloro, non sta esprimendo un’opinione personale: sta reagendo a una comunicazione istituzionale assente e a una narrazione commerciale martellante.
La retorica della responsabilità individuale serve a spostare l’attenzione dalle responsabilità collettive. Se il problema è «sei tu che non ti fidi», allora la soluzione è convincerti, educarti, informarti. Se il problema è un sistema di gestione diseguale, reti colabrodo e concessioni regalate, allora la soluzione è politica, non pedagogica.
Il referendum del 2011 ha provato a spostare il discorso proprio su questo piano. Ha affermato che l’acqua non è una merce come le altre, che il suo governo non può rispondere solo a logiche di profitto, che il sistema idrico deve essere orientato al bene comune. Quel referendum ha vinto con il 92% dei voti, ma, come sappiamo, nei dodici anni successivi il sistema si è evoluto in una direzione ibrida: gestori pubblici, misti e privati sottoposti a una regolazione pubblica stringente.
Non è la vittoria piena che si sperava, ma non è nemmeno una totale sconfitta. È un modello che, sul piano dei controlli sulla qualità, funziona meglio di quanto si racconti, ma che resta fragile e opaco sul piano della governance economica. Perché oggi l’acqua è formalmente un bene comune, ma il suo costo, le tariffe e la distribuzione degli oneri continuano a rispondere a logiche che con il bene comune hanno poco a che fare. Ed è lì che il discorso politico, quello vero, resta ancora aperto.
Bere acqua di rubinetto come scelta quotidiana
Ogni gesto quotidiano ha una dimensione politica, anche quando sembra banale. Bere acqua del rubinetto non fa eccezione.
Significa sottrarsi a un mercato che fattura miliardi sfruttando risorse pubbliche con concessioni irrisorie. Significa ridurre l’impatto ambientale legato alla produzione di plastica e al trasporto su gomma. Ma soprattutto significa riconoscere che esiste un’infrastruttura pubblica che funziona, pur con tutti i suoi limiti, e che il modo per migliorarla non è la fuga individuale verso soluzioni private, ma l’investimento collettivo, la manutenzione, il controllo democratico.
Affinché questo gesto abbia senso, però, non basta la buona volontà. Serve comprensione. Serve sapere come funziona il sistema idrico, chi lo controlla, quali parametri sono monitorati, dove sono le criticità reali e dove invece si concentrano paure costruite. Serve distinguere tra i problemi di qualità dell’acqua e quelli di rete, tra i rischi sanitari e le disfunzioni infrastrutturali. Serve, cioè, smontare la narrazione della diffidenza e sostituirla con una rinnovata narrazione della consapevolezza.
Non si tratta di fiducia cieca, né di adesione per principio. Si tratta di fiducia informata. Una fiducia che nasce dalla possibilità di capire, non dall’invito a credere. La trasparenza diventa allora una condizione di democrazia: dati accessibili, controlli leggibili, criticità dichiarate senza edulcorazioni. Non per convincere i cittadini a bere l’acqua del rubinetto, ma per metterli davvero nelle condizioni di poter scegliere, senza paure indotte o scorciatoie private.
Bere l’acqua del rubinetto non è un sacrificio ecologico, e nemmeno un atto di virtù individuale. È una scelta di cittadinanza attiva che riconosce l’acqua come bene comune e pretende che sia governata come tale. È un modo per dire: questo sistema ci riguarda, lo usiamo, lo sosteniamo e ne chiediamo il miglioramento, invece di rinunciarvi.
È un atto politico quotidiano che non risolve certo tutto, ma contribuisce a spostare gli equilibri, le priorità e le risorse. Se non è “la” soluzione, è certamente parte della soluzione. E, come spesso accade, una parte consapevole vale più di una rinuncia silenziosa; e la somma delle parti genera un intero.
Letture correlate
https://eywadivulgazione.it/microplastiche-salute-nanoplastiche-restrizioni-ue/
Approfondimento Eywa su microplastiche e nanoplastiche: evidenze scientifiche sugli effetti sulla salute, quadro normativo europeo e stato delle restrizioni UE.
Bibliografia essenziale
Istituto Superiore di Sanità – Qualità delle acque destinate al consumo umano
https://www.iss.it/acque-potabili
Rapporti annuali sulla qualità dell’acqua potabile in Italia, dati su conformità microbiologica e chimica, sistema dei controlli.
ISTAT – Le statistiche sull’acqua
https://www.istat.it/it/archivio/acqua
Dati su perdite di rete, consumo di acqua in bottiglia, insoddisfazione delle famiglie, disuguaglianze territoriali.
ARERA – Qualità tecnica del servizio idrico integrato
https://www.arera.it/it/servizi/acqua
Documentazione ufficiale su perdite di rete, indicatori di qualità (M0), regolazione dei gestori e investimenti obbligatori.
Utilitalia – Blue Book 2022/2023
https://www.utilitalia.it/pubblicazioni/blue-book
Analisi su investimenti nel settore idrico, confronto europeo, stato delle infrastrutture.
Legambiente – Acqua: tra sprechi, bottiglie e disuguaglianze
https://www.legambiente.it/tag/acqua/
Dati su consumo di acqua in bottiglia, impatto ambientale della plastica, valore economico del settore.
Organizzazione Mondiale della Sanità – Guidelines for drinking-water quality
https://www.who.int/publications/i/item/9789241549950
Valori guida per il cloro nell’acqua potabile e principi di disinfezione sicura.

