- venerdì 06 Febbraio 2026
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Dissesto idrogeologico: perché i fondi ci sono ma la prevenzione non parte

Il problema non è la mancanza di risorse, ma l’assenza di metodo, programmazione e responsabilità politica

Piove forte, non fortissimo. Le strade si allagano, i fiumi esondano, le frane partono. Qualcuno dichiara lo stato di emergenza, qualcun altro chiede fondi straordinari, un terzo rilascia interviste sul cambiamento climatico. Tutto vero, tutto già visto. E tutto, sistematicamente, inutile a evitare che la stessa scena si ripeta sei mesi dopo, un anno dopo, sempre uguale. Il dissesto idrogeologico in Italia non è un problema imprevisto: è un rischio noto, mappato, studiato e finanziato. Eppure continua a fare danni come se fosse la prima volta. La domanda non è «perché piove troppo», ma «perché il sistema non funziona mai». Non si tratta di singoli casi sfortunati o di territori “più fragili di altri”: è lo stesso schema che si ripete ovunque, con nomi e geografie diverse.

Le mappe esistono, i dati pure

Le mappe esistono da decenni. I piani di assetto idrogeologico hanno delimitato con precisione millimetrica le aree a rischio frana e alluvione. ISPRA pubblica rapporti dettagliati su quanto territorio italiano sia esposto al dissesto: percentuali altissime, dati pubblici, accessibili a chiunque voglia consultarli. Le autorità di bacino distrettuali hanno classificato le zone P3, P4, R3, R4 con rigore tecnico. Non siamo davanti a un problema di ignoranza: sappiamo esattamente dove il rischio è maggiore, quali versanti sono instabili, quali corsi d’acqua esondano per primi. Il problema è che questa conoscenza non diventa mai decisione. Le mappe restano nei cassetti, anche se paradossalmente sono pubbliche, i piani nei portali istituzionali, i rapporti nelle biblioteche tecniche. E quando arriva la pioggia, ci comportiamo come se nessuno avesse mai visto quei dati.

La prevenzione invisibile che non fa notizia

La prevenzione vera non è l’opera spettacolare che inaugura il ministro: è il lavoro continuo, invisibile, quotidiano. È la manutenzione dei tombini, la pulizia dei fossi, il controllo dei corsi d’acqua minori, la gestione dei versanti instabili. È il collegamento tra manutenzione ordinaria e programmazione straordinaria, tra intervento urbano e gestione del territorio. Quando salta la manutenzione, salta tutto il resto. Le caditoie intasate diventano allagamenti, i fossi non ripuliti diventano torrenti improvvisati, le frane mappate ma non presidiate diventano emergenze. La prevenzione strutturale parte dalla cura costante del territorio, non dal cantiere milionario che arriva dopo il disastro. Ma la cura costante è politicamente invisibile, non produce inaugurazioni, non fa notizia. E quindi non viene fatta.

I fondi ci sono, il metodo no

I fondi ci sono. Negli ultimi anni le risorse destinate al dissesto idrogeologico sono aumentate: PNRR, fondi europei, programmazione nazionale, bandi regionali. Il problema non è la mancanza di soldi, ma la loro mancata trasformazione in prevenzione reale. I tempi di progettazione sono lunghissimi, le competenze frammentate tra enti diversi, le procedure burocratiche così complesse da paralizzare anche i progetti finanziati. Le risorse arrivano, ma non diventano cantieri utili. O diventano interventi scollegati, progettati senza una visione d’insieme, che risolvono un problema locale creandone uno più a valle. La Corte dei Conti ha documentato ritardi sistematici nell’attuazione degli interventi PNRR, criticità procedurali, incapacità di spesa. Non è un problema di budget: è un problema di metodo.

L’assenza di regia come problema politico

Il vero collo di bottiglia è l’assenza di regia. Manca una programmazione coerente, una continuità amministrativa, una responsabilità politica misurabile nel tempo. Gli interventi sono scollegati, i bandi cambiano a ogni governo, le priorità si ridefiniscono ogni volta che cambia la maggioranza. Il risultato è un paradosso: i fondi arrivano, ma non costruiscono un sistema. Ogni intervento resta un episodio isolato, senza connessione con gli altri, senza una logica complessiva. La responsabilità non è meteorologica: è politica e amministrativa. E finché manca una regia stabile, capace di trasformare le risorse in una strategia di lungo periodo, il dissesto continuerà a essere gestito come una sequenza infinita di emergenze separate.

L’emergenza come modello di governo

L’emergenza, in Italia, è diventata un modello di governo. L’emergenza consente deroghe, commissariamenti, interventi rapidi. L’emergenza giustifica tutto, assolve tutti, sposta l’attenzione dal fallimento della prevenzione alla necessità della ricostruzione. Ma l’emergenza non previene il disastro successivo. Anzi, lo alimenta: ogni volta che si ricostruisce senza prevenire, si prepara il terreno per la prossima alluvione, la prossima frana, il prossimo stato di emergenza. Finché l’emergenza resta il modello, la prevenzione resterà un’eccezione. E il dissesto continuerà a fare danni, prevedibili e prevenibili, come se fossero calamità naturali inevitabili.

Prevenire è una scelta politica

Prevenire non è impossibile: è scomodo. Richiede metodo, continuità, manutenzione costante, responsabilità politica misurabile nel tempo. Richiede di investire in interventi invisibili che non faranno mai notizia, di mantenere una regia amministrativa coerente attraverso i cambi di governo, di costruire un sistema invece di moltiplicare gli episodi. Il dissesto idrogeologico non è una calamità naturale inevitabile: è una cartina di tornasole della qualità della governance. E finché continueremo a gestirlo come una sequenza di emergenze, invece che come un problema strutturale da prevenire, continueremo a contare i danni dopo ogni pioggia, a dichiarare stati di emergenza, a chiedere fondi straordinari. Sapendo già che tra sei mesi ricomincia tutto da capo.

Approfondimenti Eywa

https://eywadivulgazione.it/caditoie-tombini-manutenzione-allagamenti/
Eywa, Caditoie e tombini: la manutenzione che nessuno vede. Analisi del ruolo della manutenzione ordinaria nella prevenzione degli allagamenti urbani e del suo sistematico abbandono politico.

https://eywadivulgazione.it/perche-citta-italiane-allagano-piogge-normali/
Eywa, Perché le città italiane continuano ad allagarsi (anche quando piove “normalmente”). Lettura strutturale del dissesto urbano oltre la narrazione emergenziale e meteorologica.

https://eywadivulgazione.it/pnrr-dissesto-sicilia-niscemi-esclusa-rischio-p4-r4/
Eywa, PNRR e dissesto idrogeologico: quando i fondi non seguono il rischio. Caso studio sull’allocazione delle risorse e sulle distorsioni della programmazione.

Bibliografia essenziale

https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/suolo-e-territorio/dissesto-idrogeologico
ISPRA, Rapporti sul dissesto idrogeologico in Italia. Dati ufficiali su frane, alluvioni e percentuale di territorio esposto al rischio.

https://www.isprambiente.gov.it/it/progetti/suolo-e-territorio/piani-di-assetto-idrogeologico
ISPRA e Autorità di Bacino Distrettuali, Piani di Assetto Idrogeologico (PAI). Mappatura delle aree a rischio P3–P4 e R3–R4 utilizzata come base tecnica per la pianificazione.

https://www.corteconti.it/Home/Documenti
Corte dei Conti, Relazioni sullo stato di attuazione del PNRR. Analisi dei ritardi, delle criticità procedurali e della capacità di spesa degli enti attuatori.

https://www.mase.gov.it/pagina/dissesto-idrogeologico
Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Documentazione istituzionale su fondi, programmi e strategie nazionali per la prevenzione del dissesto idrogeologico.

https://climate-adapt.eea.europa.eu
European Environment Agency, Climate adaptation and flood risk. Inquadramento europeo sul rischio idrogeologico e sulle politiche di adattamento.

Alice Salvatore
Alice Salvatore
Alice Salvatore, è una politica “scollocata”, il concetto di scollocamento è un atto di volontaria autodeterminazione. Significa abbandonare un lavoro sicuro e redditizio, per seguire le proprie aspirazioni e rimanere coerente e fedele al proprio spirito. Alice Salvatore si è dunque scollocata, rinunciando a posti di prestigio, profumatamente remunerati, per non piegare il capo a logiche contrarie al suo senso etico e alla sua coerenza. Con spirito indomito, Alice continua a fare divulgazione responsabile, con un consistente bagaglio esperienziale nel campo della politica, dell’ambiente, della salute, della società e dell’urbanistica. La nostra società sta cambiando, e, o cambia nella direzione giusta o la cultura occidentale arriverà presto al TIME OUT. Alice è linguista, specializzata in inglese e francese, ha fatto un PhD in Letterature comparate Euro-americane, e macina politica ed etica come respira.
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