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Stop al lavoro per il caldo 2026: chi è protetto e quando

Le ordinanze anticaldo fermano il lavoro all'aperto nelle ore a rischio

Ci fu un tempo in cui lavorare sotto il sole di luglio era una questione di fatica, non di sopravvivenza. Quel tempo è finito. Le ondate di calore degli ultimi anni hanno reso pericolose, a volte letali, ore che un tempo erano solo pesanti, e la risposta delle istituzioni è arrivata dove doveva, cioè sull’orario di lavoro. Nell’estate 2026, come nelle precedenti, diverse Regioni hanno emesso ordinanze che vietano il lavoro all’aperto nelle fasce più calde delle giornate a rischio.

Cosa prevedono le ordinanze anticaldo 2026

Il meccanismo è ormai consolidato. Nei giorni in cui il rischio da calore è classificato come «alto», il lavoro all’aperto viene sospeso nella fascia centrale, di norma dalle 12.30 alle 16. Non è un divieto fisso valido tutta l’estate: scatta giorno per giorno, solo quando le condizioni lo richiedono. A stabilirlo non è una sensazione ma uno strumento tecnico: la piattaforma Worklimate, sviluppata da INAIL e CNR, pubblica ogni giorno una previsione del rischio termico per luogo e tipo di attività, ed è la mappa a dire se quel giorno, in quel posto, si deve fermare.

A fine luglio 2026 le ordinanze risultano emesse in diciotto Regioni: tutte tranne Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige, che hanno scelto strumenti diversi dal divieto orario. Il quadro si è completato il 22 giugno con l’ordinanza delle Marche, l’ultima dopo quella capofila del Lazio del 22 maggio. Nell’estate 2025 le ordinanze avevano coperto lo stesso numero di Regioni, diciotto, contro le quindici del 2024. La direzione è chiara: da misura d’emergenza a strumento ricorrente di ogni estate italiana.

Chi è protetto quando il lavoro si ferma per il caldo

Le tutele sono nate per i settori più esposti, l’agricoltura e il florovivaismo, l’edilizia, le cave, dove si lavora a lungo sotto il sole facendo sforzo fisico. Ma le ordinanze più recenti hanno esteso l’attenzione ad altre categorie che il senso comune fatica ancora ad associare al colpo di calore: gli addetti alla logistica di piazzale, chi effettua consegne, fino ai rider che pedalano nelle ore roventi. È un allargamento importante, perché il rischio da calore non guarda al contratto: guarda a quanto tempo si passa all’aperto e a quanta fatica si fa.

Sul piano economico interviene la cassa integrazione. Quando l’attività si ferma per il caldo, le imprese possono ricorrere alla cassa integrazione ordinaria, la CIGO, o alla CISOA per l’agricoltura, trattando l’ondata di calore come un evento oggettivamente non evitabile: la causale da indicare è «eventi meteo» e la soglia di riferimento è di 35 gradi, comprese le temperature percepite. Dal 1° luglio al 31 dicembre 2026 valgono in più le misure rafforzate dell’articolo 6 del decreto legge 107/2026: per edilizia, lapideo ed escavazioni i periodi di stop non pesano sul tetto delle 52 settimane, mentre in agricoltura sono attive dal 24 luglio due nuove causali CISOA. In pratica, il lavoratore non deve scegliere tra la propria salute e la giornata di paga, che è esattamente il punto: una tutela che costasse lo stipendio non verrebbe usata da chi ne ha più bisogno.

Chi paga, e chi rischia, durante lo stop

Vale la pena essere chiari su un punto che genera malintesi. Fermarsi non è discrezionale. Le ordinanze hanno forza di legge sul territorio che le emette, e un datore di lavoro che imponga di lavorare nelle ore vietate durante un giorno a rischio alto è passibile di sanzione: si richiama in genere l’articolo 650 del codice penale, che punisce l’inosservanza dei provvedimenti dell’autorità. La responsabilità ricade sul datore e su chi, nella catena di comando, avrebbe dovuto sospendere l’attività e non l’ha fatto.

C’è poi un livello più profondo, che esiste a prescindere dalle ordinanze. Il caldo è a tutti gli effetti un rischio lavorativo, e come tale il datore di lavoro è tenuto a valutarlo e a gestirlo nel documento di valutazione dei rischi, il DVR, previsto dal Testo unico sulla sicurezza sul lavoro. Significa acqua, pause, zone d’ombra, turni riorganizzati: le ordinanze estive sono la punta d’emergenza di un obbligo che dovrebbe valere tutto l’anno, non un adempimento stagionale che si spegne a settembre.

Cosa può fare un lavoratore per farsi tutelare dal caldo

La prima cosa è sapere. Un lavoratore all’aperto può consultare da sé la piattaforma Worklimate e verificare il livello di rischio previsto per la propria zona e la propria mansione: se è «alto» nella fascia centrale, e l’attività non è tra quelle escluse, quel giorno il lavoro va sospeso. È un’informazione pubblica, e conoscerla cambia il rapporto di forza.

Se la tutela non viene applicata, gli strumenti esistono. Ci si può rivolgere al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, dove è presente, o al sindacato; si può segnalare la situazione all’ispettorato del lavoro o all’ASL, che vigilano sulla sicurezza; e, nei casi di pericolo grave e immediato, la legge riconosce al lavoratore il diritto di allontanarsi dalla situazione di rischio senza subire conseguenze. Sono diritti che funzionano meglio quando sono conosciuti prima, non invocati dopo un malore. Vale la pena tenere a mente le regole della propria Regione all’inizio dell’estate, non a luglio inoltrato con quaranta gradi all’ombra.

Eywa dice

Le ordinanze anticaldo sono un raro esempio di adattamento climatico che si vede a occhio nudo: il clima è cambiato, e le regole del lavoro hanno cominciato a cambiare di conseguenza. Restano però una toppa stagionale su un problema strutturale, e funzionano solo se chi lavora sa di essere protetto e chi dirige sa di essere obbligato. Il caldo estremo non è più l’eccezione di un’estate storta, è la normalità delle prossime; trattarlo come un rischio da governare tutto l’anno, e non come un’emergenza da tamponare a luglio, è la vera misura che ancora manca.

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