Generated by All in One SEO Pro v5.0.1.1, this is an llms-full.txt file, used by LLMs to index the site. # Eywa Divulgazione ## Articoli ### [Articoli e dossier](https://eywadivulgazione.it/blog/) **Published:** Marzo 9, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) --- ### [Inquinamento luminoso in Italia: perché sparisce il cielo](https://eywadivulgazione.it/inquinamento-luminoso-italia/) **Published:** Agosto 2, 2026 **Author:** Team Eywa **Excerpt:** L’Italia è tra i paesi più illuminati al mondo, e la maggior parte di noi non ha mai visto davvero la Via Lattea dal luogo in cui vive. L’inquinamento luminoso è l’unico inquinante che possiamo spegnere con un interruttore, e quasi non ce ne occupiamo. **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Chiedete a chi ha più di sessant’anni com’era il cielo d’estate quando era ragazzo. Vi racconterà di una striscia lattiginosa che attraversava il buio da un orizzonte all’altro. Quella striscia è la Via Lattea, la nostra galassia vista da dentro, ed è sempre lì. Semplicemente, dove vive la maggioranza degli italiani, non si vede più. Non perché sia successo qualcosa alle stelle, ma per qualcosa che abbiamo fatto noi a terra. ## Che cos’è l’inquinamento luminoso L’inquinamento luminoso è la luce artificiale che, invece di illuminare ciò che deve, si disperde verso l’alto e di lato, rimbalza sul pulviscolo dell’atmosfera e crea quell’alone chiaro che vediamo sopra ogni città. Nasce da lampioni mal schermati che sparano luce anche verso il cielo, insegne, capannoni e piazzali accesi tutta la notte, fari troppo potenti. Il risultato è che il fondo del cielo non è più nero ma grigio o arancione, e le stelle deboli, che sono la maggioranza, scompaiono in quel chiarore. La misura più citata viene da un atlante mondiale della luminosità artificiale del cielo pubblicato nel 2016 sulla rivista scientifica Science Advances. Il quadro che ne esce è netto: oltre l’80% della popolazione mondiale vive sotto cieli inquinati dalla luce, e in Europa il 60% delle persone non riesce più a vedere la Via Lattea nemmeno in una notte serena. ## Perché in Italia la luce artificiale è così diffusa L’Italia, in questa classifica, sta nelle posizioni peggiori: insieme alla Corea del Sud è il paese del G20 con il territorio più inquinato dalla luce artificiale. Non è un caso. Siamo un territorio densamente abitato, con una pianura, quella Padana, che è di fatto una distesa continua di città, strade e capannoni, e con una lunga tradizione di illuminazione pubblica pensata per «rassicurare» più che per illuminare bene. Il paradosso è tutto qui: gran parte di questa luce non serve a chi cammina, perché finisce sprecata verso l’alto o abbaglia invece di aiutare a vedere. I numeri regionali lo confermano, anche se sono vecchi. Le uniche stime sistematiche per regione restano quelle del Rapporto ISTIL del 2001, costruito su misure satellitari del 1996-97: già allora, nelle aree più densamente illuminate come Lombardia, Campania e Lazio, circa tre persone su quattro non potevano vedere la Via Lattea dal luogo in cui vivevano, e in regioni come Liguria, Emilia-Romagna e Toscana la quota era intorno ai due terzi. Da allora non sono state aggiornate, e tutte le misure raccolte nel frattempo indicano che il fenomeno è peggiorato quasi ovunque, non migliorato: la diffusione dei LED, a parità di consumo, ha spesso aumentato la quantità di luce emessa invece di ridurla. ## Chi paga il costo dell’inquinamento luminoso Verrebbe da pensare che perdere le stelle sia un dispiacere estetico, roba da poeti e astrofili. È molto di più. Il primo a pagare è l’ambiente notturno. Moltissime specie regolano la propria vita sul ciclo naturale di luce e buio: gli insetti impollinatori si orientano male attorno ai lampioni e vi muoiono a milioni, gli uccelli migratori che viaggiano di notte perdono la rotta, le tartarughe marine appena nate confondono le luci della costa con il riflesso del mare. Il buio, per la natura, non è assenza di qualcosa: è un habitat. Poi c’è il corpo umano. La luce, soprattutto quella fredda e azzurrina di molti LED, disturba la produzione di melatonina, l’ormone che regola il sonno, e sballa quell’orologio biologico interno che ci dice quando è ora di dormire. Infine c’è il conto economico, il più banale e il più ignorato: illuminare il cielo è energia comprata, pagata e buttata via. Ogni fascio che va verso l’alto è denaro pubblico che se ne va, e anidride carbonica emessa per niente. ## Cosa possiamo fare contro l’inquinamento luminoso Qui sta la parte quasi consolante: di tutti gli inquinanti, quello luminoso è l’unico che si spegne. Non lascia residui nel suolo né particelle nei polmoni; nel momento in cui una luce si scherma o si abbassa, l’effetto sparisce all’istante. La soluzione tecnica è nota e a costo contenuto: lampioni che dirigono la luce solo verso il basso, potenza calibrata sul necessario, luce dal tono più caldo, spegnimento o riduzione nelle ore centrali della notte dove non serve. Molte Regioni italiane hanno leggi contro l’inquinamento luminoso e prevedono che i Comuni si dotino di un piano dell’illuminazione, spesso chiamato PICIL, che stabilisce come e quanto illuminare. Il cittadino può chiedere al proprio Comune se questo piano esiste e viene applicato, e può segnalare gli impianti più sprecosi, un capannone acceso a vuoto tutta la notte, un faro che entra in casa, un lampione che illumina più il cielo che il marciapiede. Sul fronte privato, scegliere per il proprio giardino o balcone luci schermate, calde e con sensore di presenza invece che sempre accese è un gesto piccolo che, moltiplicato, conta. E una gita in una delle poche aree a cielo buio rimaste serve anche a ricordare che cosa stiamo perdendo. ## Eywa dice L’inquinamento luminoso è il più reversibile dei problemi ambientali e insieme uno dei più trascurati, forse proprio perché sembra innocuo. Non lo è per gli ecosistemi notturni, non lo è per il nostro sonno, non lo è per le casse pubbliche. Riprenderci il cielo non chiede sacrifici né tecnologie da inventare: chiede solo di illuminare con criterio ciò che va illuminato, e di lasciare buio il resto. È una delle rare battaglie ambientali in cui fare meno, e non di più, è esattamente la soluzione. ## Approfondimenti Eywa - [**Biodiversità: definizione e perché conta davvero**](https://eywadivulgazione.it/biodiversita-definizione-importanza/) — Eywa Divulgazione, 2026. Perché la varietà della vita, anche quella notturna, è un’infrastruttura e non un lusso. - [**Microforeste urbane e metodo Miyawaki**](https://eywadivulgazione.it/microforeste-urbane-miyawaki/) — Eywa Divulgazione, 2026. Come restituire spazi di natura, e di buio, dentro le città. - [**Roma, la città verde d’Europa che non riesce a farsi ombra**](https://eywadivulgazione.it/roma-citta-verde-europa-riesce-farsi-ombra/) — Eywa Divulgazione, 2026. Quando le funzioni ambientali di una città vengono progettate male. ## Fonti - [**The new world atlas of artificial night sky brightness**](https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.1600377) — Falchi et al., Science Advances, 2016. Atlante mondiale della luminosità artificiale del cielo notturno: quota di popolazione che non vede la Via Lattea e classifica dei paesi. - [**Light pollution in Italy · dati regionali**](https://www.lightpollution.it/) — ISTIL / Inquinamento Luminoso in Italia. Mappe e dati sullo stato del cielo notturno italiano. **Categorie:** Articoli, Attualità **Tag:** Ambiente & Sostenibilità, Scienza & Tecnologia --- ### [Raccolta RAEE 2025: cresce, ma il Sud resta indietro](https://eywadivulgazione.it/raccolta-raee-2025-divario/) **Published:** Luglio 31, 2026 **Author:** Team Eywa **Excerpt:** Nel 2025 la raccolta dei rifiuti elettronici in Italia è cresciuta, ma dietro il dato medio si nasconde un paese spaccato: al Sud si conferisce quasi la metà rispetto al Nord. Il problema non è la pigrizia dei cittadini, ed è per questo che è interessante. **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Ogni volta che un frigorifero smette di raffreddare o un telefono di accendersi, quell’oggetto diventa una scelta. Può finire in cantina per anni, in un cassonetto sbagliato, in un mercatino informale che lo spedirà chissà dove, oppure può tornare nel circuito che lo smonta e ne recupera i materiali. I dati del 2025 dicono che, come paese, questa scelta la stiamo facendo un po’ meglio di prima. Ma dicono anche che la facciamo in modo molto diverso a seconda di dove viviamo. ## Cosa sono i RAEE e quanti ne raccogliamo RAEE è la sigla di Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche: tutto ciò che ha una spina o una batteria e ha smesso di servire, dal frigorifero allo spazzolino elettrico. Sono rifiuti speciali per due ragioni opposte. Da un lato contengono sostanze pericolose, gas refrigeranti, piombo, mercurio, che se dispersi inquinano; dall’altro contengono materiali preziosi, rame, alluminio, oro, terre rare, che se recuperati non vanno riestratti da una miniera. Un rifiuto elettronico è insieme un problema e una risorsa, e da come lo trattiamo dipende quale delle due cose diventa. Nel 2025 in Italia sono state raccolte e avviate a trattamento 366.891 tonnellate di RAEE, in crescita del 2,4% rispetto all’anno precedente. Tradotto in un dato più maneggevole, fa 6,22 chili a testa. È un passo avanti, e va riconosciuto; ma è anche un numero medio, e le medie, come sempre, nascondono più di quanto mostrino. ## Il divario Nord-Sud nella raccolta RAEE Qui i dati diventano scomodi. Nel 2025 il Nord ha raccolto 7,02 chili di RAEE per abitante, il Centro 6,61, il Sud 4,76. Un cittadino del Sud, in media, conferisce correttamente meno di sette etti di elettronica ogni dieci conferiti da uno del Nord. Non è una piccola oscillazione, è uno spartiacque, ed è lo stesso che ritroviamo in quasi tutte le statistiche ambientali del paese. Sarebbe comodo, e sbagliato, spiegarlo con la buona volontà. La differenza non nasce nei cittadini ma nelle infrastrutture. Dove ci sono più isole ecologiche vicine, più capillari, con orari comodi, dove i negozi applicano davvero l’obbligo di ritiro e dove i Comuni organizzano ritiri a domicilio degli ingombranti, la raccolta funziona. Dove questa rete è rada o mal gestita, il rifiuto elettronico prende altre strade: resta in casa, finisce nell’indifferenziato, o alimenta circuiti informali che lo esportano senza controlli. Il cittadino conferisce dove può farlo con poca fatica; se conferire costa un pomeriggio e un pieno di benzina, molti rinunciano. È una questione di servizi, non di virtù. ## Chi paga quando i RAEE non tornano indietro Il conto di un rifiuto elettronico che sparisce dal circuito ufficiale lo pagano in tanti. Lo paga l’ambiente, quando i gas dei vecchi frigoriferi vengono liberati da chi li smonta senza precauzioni per rivendere il ferro, o quando i metalli pesanti filtrano nel terreno di una discarica abusiva. Lo paga l’economia del paese, che invece di recuperare rame e terre rare da apparecchi già in circolazione deve importarli o estrarli altrove, con costi ambientali che spesso ricadono su comunità lontane. E lo paga, alla lunga, chi vive vicino ai luoghi dove questi rifiuti finiscono trattati male. C’è poi un dettaglio nei numeri del 2025 che vale la pena leggere. Mentre i grandi elettrodomestici e i piccoli apparecchi crescono, la raccolta di televisori e monitor è calata del 9,7%. Non è necessariamente una buona notizia: può voler dire che i vecchi schermi, ormai pochi, vengono sostituiti meno, ma anche che una parte di essi sta uscendo dal circuito ufficiale per altre vie. È il tipo di segnale che un sistema di raccolta serio tiene d’occhio invece di festeggiare. ## Cosa possiamo fare con i nostri RAEE La cosa più utile da sapere è che liberarsi bene di un apparecchio elettronico è, in molti casi, gratuito e comodo, molto più di quanto si pensi. Chi compra un elettrodomestico nuovo ha diritto a lasciare il vecchio equivalente al negozio, che è obbligato a ritirarlo: è il cosiddetto «uno contro uno». E per gli apparecchi molto piccoli, telefoni, cuffie, caricabatterie, esiste l’«uno contro zero»: i negozi di elettronica di dimensioni sopra una certa soglia devono ritirarli gratis anche senza alcun acquisto. Sono diritti previsti dalla legge e ancora poco usati, semplicemente perché pochi sanno di averli. Restano poi le isole ecologiche comunali, dove si conferisce senza costi, e i ritiri a domicilio degli ingombranti che molti Comuni offrono su prenotazione. La regola pratica è una sola: qualsiasi cosa abbia una spina o una batteria non va mai nell’indifferenziato. E, prima ancora di buttare, vale la pena chiedersi se l’apparecchio funziona ancora: riparare o cedere un dispositivo che va bene è sempre meglio che riciclarlo, perché il rifiuto migliore resta quello che non produciamo. ## Eywa dice Il dato del 2025 racconta un’Italia che sui rifiuti elettronici migliora piano e in ordine sparso. Il divario Nord-Sud non è una condanna morale del Mezzogiorno, è la fotografia di dove abbiamo costruito servizi e dove no, e come tale si corregge con scelte pubbliche, non con appelli alla coscienza. Nel frattempo, ciascuno di noi ha in mano più potere di quanto creda: conoscere l’«uno contro uno» e l’«uno contro zero» significa poter smaltire correttamente quasi tutto, spesso senza spendere nulla. La differenza tra un rifiuto e una risorsa, molto spesso, è solo un’informazione che non ci hanno dato. ## Approfondimenti Eywa - [**Comuni ricicloni e sistema rifiuti sostenibile**](https://eywadivulgazione.it/comuni-ricicloni-sistema-rifiuti-sostenibile/) — Eywa Divulgazione, 2026. Cosa distingue i Comuni che riciclano davvero, e perché le infrastrutture contano più della buona volontà. - [**La via sostenibile della tecnologia ricondizionata**](https://eywadivulgazione.it/la-via-sostenibile-della-tecnologia-ricondizionata/) — Eywa Divulgazione, 2026. Riparare e ricondizionare prima di riciclare: il rifiuto elettronico migliore è quello che non produciamo. - [**Guida rapida ai regali tech ricondizionati senza ingenuità**](https://eywadivulgazione.it/guida-rapida-ai-regali-tech-ricondizionati-senza-ingenuita/) — Eywa Divulgazione, 2026. Come allungare la vita dei dispositivi senza cadere nelle trappole del mercato dell’usato. ## Fonti - [**Rapporto annuale 2025 · Centro di Coordinamento RAEE**](https://www.cdcraee.it/rapporti-raee/rapporto-annuale-2025/) — Centro di Coordinamento RAEE, 2026. Dati ufficiali sulla raccolta italiana dei RAEE nel 2025: tonnellate, pro capite, ripartizione territoriale e per raggruppamento. - [**La raccolta dei RAEE è cresciuta del 2,4% nel 2025**](https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/03/25/la-raccolta-dei-raee-e-cresciuta-del-24-nel-2025_551c9e7b-49a4-4dbe-9080-860b7015209f.html) — ANSA, 2026. Sintesi giornalistica dei dati del Rapporto annuale 2025 del Centro di Coordinamento RAEE. **Categorie:** Articoli, Attualità **Tag:** Ambiente & Sostenibilità, Economia & Finanza --- ### [Il condizionatore raffredda te e scalda la città: ecco di quanto](https://eywadivulgazione.it/condizionatore-calore-citta/) **Published:** Luglio 29, 2026 **Author:** Team Eywa **Excerpt:** Un condizionatore non fa sparire il calore: lo sposta fuori e vi aggiunge l’energia elettrica che consuma. Così all’esterno finisce sempre più calore di quello che toglie alla stanza. C’è un numero che misura la proporzione, e in piena ondata di calore quel numero gioca contro di noi. **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) In una sera di luglio, in un isolato qualsiasi, decine di split ronzano tutti insieme sui balconi. Ognuno sta rendendo vivibile una stanza, e sta facendo esattamente la stessa cosa: prendere il calore di dentro e cederlo di fuori. Sembra un gioco a somma zero, un po’ di caldo spostato da qui a lì. Non lo è, e la ragione sta in una legge di fisica che vale per qualunque macchina frigorifera, vecchia o nuova, cinese o tedesca. Dove finisca quel calore dipende invece dal tipo di impianto: nei comuni split che cedono calore all’aria esterna, finisce in strada. ## La regola che nessuna pubblicità racconta Un climatizzatore in raffrescamento è una macchina frigorifera; se è reversibile, è una pompa di calore che funziona in modalità raffrescamento. Non crea freddo: sposta calore da un ambiente a uno in cui lo cede, di norma l’aria esterna. Per farlo consuma elettricità, e quel lavoro elettrico, alla fine, si trasforma anch’esso in calore. Il bilancio è rigido e discende dal primo principio della termodinamica: in regime stazionario, considerando l’intero sistema, il calore ceduto all’esterno è pari al calore sottratto alla stanza più il lavoro elettrico assorbito. Non è un’approssimazione, è un’uguaglianza. Significa che il condensatore cede sempre più calore di quello che ha tolto alla stanza, e la differenza corrisponde, nel bilancio, al lavoro elettrico che hai pagato in bolletta. ## Il numero che misura la proporzione Quanto pesa ciascuna delle due parti lo descrive un indicatore, l’EER, cioè l’Energy Efficiency Ratio: quanti watt di calore la macchina toglie dalla stanza per ogni watt elettrico che consuma, un rapporto adimensionale valutato nelle stesse condizioni di misura. Non è propriamente una «legge»: nel mercato europeo la progettazione e l’etichetta energetica dei condizionatori fino a 12 kW sono disciplinate da due regolamenti UE, l’ecodesign 206/2012 e l’etichettatura 626/2011, mentre i metodi di prova si appoggiano a norme tecniche armonizzate. La norma EN 14511 misura il valore nominale in condizioni di riferimento, tra cui i 35 gradi di aria esterna in raffrescamento; la EN 14825 calcola invece l’indice stagionale su più temperature e carichi parziali, non a una sola temperatura. Più l’EER è alto, più la quota di calore che esce in strada viene da dentro casa invece che dalla presa di corrente. Con un EER di 4, per ogni 4 kilowatt di calore tolti alla camera ne consumi 1 di elettricità e ne cedi fuori 5: l’80% del calore espulso arriva da dentro casa, il 20% dalla bolletta. Con un EER di 3 la proporzione è 75 e 25. Il rapporto tra calore ceduto e calore sottratto è sempre pari a 1 + 1/EER: vale 1,25 con EER 4 e 1,33 con EER 3. Un apparecchio efficiente a basso regime, in una giornata mite, può fare anche meglio; ma quel valore di efficienza a carico parziale non si legge direttamente nella ripartizione istantanea di una singola ora, perché l’indice stagionale combina condizioni climatiche, carichi e consumi ausiliari. Quello che resta fermo è la direzione: fuori esce sempre più calore di quello sottratto alla stanza. ## Il rovescio, proprio nei giorni peggiori E qui sta il punto. L’efficienza di un condizionatore non è una costante: per i sistemi che cedono calore all’aria esterna tende a diminuire quando fuori fa molto caldo, perché la macchina deve scaricare calore in un’aria già rovente, e fa più fatica. In un test di laboratorio del 2022 su un singolo split R32 da 2,6 kW, nelle condizioni sperimentali adottate, il COP è diminuito in media dell’1,95% per ogni grado in più all’esterno, scendendo a circa 2,5 all’estremo superiore delle prove, intorno ai 38 gradi. È il risultato di un solo apparecchio, non una legge valida per tutti gli split, ma la direzione è chiara e coerente con la fisica. Con un rapporto del genere, la quota di calore che arriva dalla bolletta sale verso il 30%. Detto altrimenti: proprio nei giorni in cui tutti i condizionatori di un quartiere lavorano insieme, ciascuno cede in strada la fetta più alta di calore aggiuntivo, quello che non toglie a nessuno e che è l’equivalente termico del suo stesso consumo. ## Dal singolo apparecchio all’isola di calore Un condizionatore da solo non scalda la casa del vicino in modo percepibile. Ma il calore di scarto di molti apparecchi accesi insieme, negli stessi isolati e nelle stesse ore, può contribuire ad alzare la temperatura dell’aria urbana, soprattutto di notte. Va detto con cura, però, perché qui i numeri vengono da modelli, non da misure dirette. A Phoenix, negli Stati Uniti, una simulazione di un episodio di caldo di dieci giorni ha stimato che, di notte, il calore emesso dai condizionatori facesse salire di oltre 1 grado la temperatura media dell’aria a due metri in alcune località urbane. A Parigi, altre simulazioni stimano un aumento notturno che va da circa mezzo grado con i rilasci correnti fino a 2 gradi in uno scenario futuro di forte diffusione. Non sono quindi una regola universale, ma effetti locali e dipendenti dallo scenario. L’effetto tende a emergere di notte, quando lo strato limite urbano è più stabile e meno profondo; lo stesso calore aggiunto, peraltro, può a sua volta modificare la stratificazione e favorire il rimescolamento. Il guaio è che accade proprio quando servirebbe che la temperatura scendesse per riuscire a dormire. Ed è un meccanismo che può mordersi la coda: più fa caldo, più si accendono i condizionatori, più calore finisce in strada, a parità di tecnologia. ## Cosa non stiamo dicendo Non è un invito a soffrire il caldo per virtù. Durante un’ondata di calore, per una persona anziana o fragile, l’accesso a un ambiente adeguatamente raffrescato è una misura di protezione della salute: il Ministero della Salute raccomanda proprio di rinfrescare gli ambienti, indicando in genere una temperatura interna di 24-26 gradi. È piuttosto un invito a capire che cos’è il condizionatore: uno strumento che riduce un rischio reale all’interno, ma che all’esterno aggiunge calore e domanda elettrica, e che nei giorni peggiori lo fa con il rendimento più basso. Il calore di scarto, del resto, è solo una parte del conto: pesano anche le emissioni legate all’elettricità consumata, che dipendono dal mix di generazione, e quelle dei gas refrigeranti se rilasciati, oggi soggetti al phase-down europeo. Da qui discende come usarlo bene, e perché la risposta non può essere soltanto lui. ## Eywa dice Il condizionatore non elimina il calore: lo trasferisce fuori e ci somma quello del suo consumo, in una proporzione che, con le efficienze tipiche, va da circa 80 e 20 nelle giornate miti a circa 70 e 30 in piena ondata, quando serve di più e rende di meno. È fisica, non opinione, e aiuta a capire perché, in certe condizioni urbane e meteorologiche, il calore di scarto degli impianti possa rendere una città ancora più calda di notte, proprio quando dovrebbe rinfrescarsi. La conseguenza pratica è doppia. Da un lato, se lo usi, usalo bene: un apparecchio efficiente, il termostato non troppo basso, la manutenzione in ordine, e prima ancora la riduzione del carico con ombreggiamento e involucro, tenendo il raffrescamento attivo per quando serve davvero al comfort e alla sicurezza, soprattutto per le persone vulnerabili. Dall’altro, la risposta che conta di più è collettiva e non si compra a rate: un involucro che non si surriscalda, le schermature, i tetti riflettenti o verdi e, dove il contesto lo consente, gli alberi e l’ombra, che riducono irraggiamento e calore sensibile attraverso ombra ed evapotraspirazione, con benefici e limiti che dipendono da acqua, specie e geometria urbana. Il condizionatore agisce sul sintomo, una stanza per volta; la febbre della città si abbassa combinando più misure. ## Approfondimenti Eywa - [**Come rinfrescare casa senza condizionatore: cinque mosse**](https://eywadivulgazione.it/rinfrescare-casa-senza-condizionatore/) — Eywa Divulgazione, 2026. Le cinque mosse domestiche, di cui questo pezzo è l’approfondimento sul perché. - [**Isola di calore urbana**](https://eywadivulgazione.it/isola-di-calore-urbana/) — Eywa Divulgazione, 2026. Perché in città la notte non porta sollievo. - [**Il parco che non raffredda più**](https://eywadivulgazione.it/il-parco-che-non-raffredda-piu-quando-il-verde-urbano-perde-le-sue-funzioni/) — Eywa Divulgazione, 2026. Quando il verde urbano smette di fare la sua parte. - [**Tetti verdi, risparmia e salva il pianeta**](https://eywadivulgazione.it/tetti-verdi-risparmia-e-salva-il-pianeta/) — Eywa Divulgazione, 2026. Il raffrescamento passivo che parte dal tetto. ## Fonti - [**Evaluation of Split-Type Air Conditioner Performance under Constant Outdoor Moisture Content and Varied Dry-Bulb Temperature**](https://doi.org/10.18280/ijht.400521) — Setyawan et al., International Journal of Heat and Technology, 40(5), 2022, pp. 1277-1286. Calo del COP di circa l’1,95% per grado su un singolo split R32 da 2,6 kW, prove tra 24 e 38 gradi. - [**Anthropogenic heating of the urban environment due to air conditioning**](https://doi.org/10.1002/2013JD021225) — Salamanca et al., Journal of Geophysical Research: Atmospheres, 119(10), 2014. Simulazione di un episodio di caldo di dieci giorni a Phoenix: oltre 1 grado di aumento notturno in alcune località urbane. - [**How much can air conditioning increase air temperatures for a city like Paris, France?**](https://doi.org/10.1002/joc.3415) — de Munck et al., International Journal of Climatology, 33(1), 2013, pp. 210-227. Aumenti notturni modellati da circa 0,5 gradi con i rilasci correnti fino a 2 gradi in uno scenario futuro. - [**Regolamento (UE) 206/2012 · ecodesign dei condizionatori**](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX%3A32012R0206) — Unione europea, 2012. Progettazione ecocompatibile dei condizionatori fino a 12 kW; l’etichettatura energetica è disciplinata dal Regolamento delegato (UE) 626/2011 e i gas fluorurati dal Regolamento (UE) 2024/573. - **FAQ ondate di calore** — Ministero della Salute. Raccomanda l’uso del climatizzatore per rinfrescare gli ambienti, con temperatura interna indicata di 24-26 gradi. **Categorie:** Articoli, Attualità **Tag:** Ambiente & Sostenibilità, Scienza & Tecnologia --- ### [Stop al lavoro per il caldo 2026: chi è protetto e quando](https://eywadivulgazione.it/stop-lavoro-caldo-2026/) **Published:** Luglio 27, 2026 **Author:** Team Eywa **Excerpt:** Nell’estate 2026 tornano le ordinanze che fermano il lavoro all’aperto nelle ore più calde. Non sono un favore né un capriccio: sono una risposta a un rischio che il cambiamento climatico ha reso ordinario. Ecco chi coprono, quando scattano e cosa fare se dove lavori nessuno le applica. **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Ci fu un tempo in cui lavorare sotto il sole di luglio era una questione di fatica, non di sopravvivenza. Quel tempo è finito. Le ondate di calore degli ultimi anni hanno reso pericolose, a volte letali, ore che un tempo erano solo pesanti, e la risposta delle istituzioni è arrivata dove doveva, cioè sull’orario di lavoro. Nell’estate 2026, come nelle precedenti, diverse Regioni hanno emesso ordinanze che vietano il lavoro all’aperto nelle fasce più calde delle giornate a rischio. ## Cosa prevedono le ordinanze anticaldo 2026 Il meccanismo è ormai consolidato. Nei giorni in cui il rischio da calore è classificato come «alto», il lavoro all’aperto viene sospeso nella fascia centrale, di norma dalle 12.30 alle 16. Non è un divieto fisso valido tutta l’estate: scatta giorno per giorno, solo quando le condizioni lo richiedono. A stabilirlo non è una sensazione ma uno strumento tecnico: la piattaforma Worklimate, sviluppata da INAIL e CNR, pubblica ogni giorno una previsione del rischio termico per luogo e tipo di attività, ed è la mappa a dire se quel giorno, in quel posto, si deve fermare. A fine luglio 2026 le ordinanze risultano emesse in diciotto Regioni: tutte tranne Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige, che hanno scelto strumenti diversi dal divieto orario. Il quadro si è completato il 22 giugno con l’ordinanza delle Marche, l’ultima dopo quella capofila del Lazio del 22 maggio. Nell’estate 2025 le ordinanze avevano coperto lo stesso numero di Regioni, diciotto, contro le quindici del 2024. La direzione è chiara: da misura d’emergenza a strumento ricorrente di ogni estate italiana. ## Chi è protetto quando il lavoro si ferma per il caldo Le tutele sono nate per i settori più esposti, l’agricoltura e il florovivaismo, l’edilizia, le cave, dove si lavora a lungo sotto il sole facendo sforzo fisico. Ma le ordinanze più recenti hanno esteso l’attenzione ad altre categorie che il senso comune fatica ancora ad associare al colpo di calore: gli addetti alla logistica di piazzale, chi effettua consegne, fino ai rider che pedalano nelle ore roventi. È un allargamento importante, perché il rischio da calore non guarda al contratto: guarda a quanto tempo si passa all’aperto e a quanta fatica si fa. Sul piano economico interviene la cassa integrazione. Quando l’attività si ferma per il caldo, le imprese possono ricorrere alla cassa integrazione ordinaria, la CIGO, o alla CISOA per l’agricoltura, trattando l’ondata di calore come un evento oggettivamente non evitabile: la causale da indicare è «eventi meteo» e la soglia di riferimento è di 35 gradi, comprese le temperature percepite. Dal 1° luglio al 31 dicembre 2026 valgono in più le misure rafforzate dell’articolo 6 del decreto legge 107/2026: per edilizia, lapideo ed escavazioni i periodi di stop non pesano sul tetto delle 52 settimane, mentre in agricoltura sono attive dal 24 luglio due nuove causali CISOA. In pratica, il lavoratore non deve scegliere tra la propria salute e la giornata di paga, che è esattamente il punto: una tutela che costasse lo stipendio non verrebbe usata da chi ne ha più bisogno. ## Chi paga, e chi rischia, durante lo stop Vale la pena essere chiari su un punto che genera malintesi. Fermarsi non è discrezionale. Le ordinanze hanno forza di legge sul territorio che le emette, e un datore di lavoro che imponga di lavorare nelle ore vietate durante un giorno a rischio alto è passibile di sanzione: si richiama in genere l’articolo 650 del codice penale, che punisce l’inosservanza dei provvedimenti dell’autorità. La responsabilità ricade sul datore e su chi, nella catena di comando, avrebbe dovuto sospendere l’attività e non l’ha fatto. C’è poi un livello più profondo, che esiste a prescindere dalle ordinanze. Il caldo è a tutti gli effetti un rischio lavorativo, e come tale il datore di lavoro è tenuto a valutarlo e a gestirlo nel documento di valutazione dei rischi, il DVR, previsto dal Testo unico sulla sicurezza sul lavoro. Significa acqua, pause, zone d’ombra, turni riorganizzati: le ordinanze estive sono la punta d’emergenza di un obbligo che dovrebbe valere tutto l’anno, non un adempimento stagionale che si spegne a settembre. ## Cosa può fare un lavoratore per farsi tutelare dal caldo La prima cosa è sapere. Un lavoratore all’aperto può consultare da sé la piattaforma Worklimate e verificare il livello di rischio previsto per la propria zona e la propria mansione: se è «alto» nella fascia centrale, e l’attività non è tra quelle escluse, quel giorno il lavoro va sospeso. È un’informazione pubblica, e conoscerla cambia il rapporto di forza. Se la tutela non viene applicata, gli strumenti esistono. Ci si può rivolgere al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, dove è presente, o al sindacato; si può segnalare la situazione all’ispettorato del lavoro o all’ASL, che vigilano sulla sicurezza; e, nei casi di pericolo grave e immediato, la legge riconosce al lavoratore il diritto di allontanarsi dalla situazione di rischio senza subire conseguenze. Sono diritti che funzionano meglio quando sono conosciuti prima, non invocati dopo un malore. Vale la pena tenere a mente le regole della propria Regione all’inizio dell’estate, non a luglio inoltrato con quaranta gradi all’ombra. ## Eywa dice Le ordinanze anticaldo sono un raro esempio di adattamento climatico che si vede a occhio nudo: il clima è cambiato, e le regole del lavoro hanno cominciato a cambiare di conseguenza. Restano però una toppa stagionale su un problema strutturale, e funzionano solo se chi lavora sa di essere protetto e chi dirige sa di essere obbligato. Il caldo estremo non è più l’eccezione di un’estate storta, è la normalità delle prossime; trattarlo come un rischio da governare tutto l’anno, e non come un’emergenza da tamponare a luglio, è la vera misura che ancora manca. ## Approfondimenti Eywa - [**Isola di calore urbana: perché la città scotta**](https://eywadivulgazione.it/isola-di-calore-urbana/) — Eywa Divulgazione, 2026. Come le città amplificano il caldo e perché le ore roventi sono più pericolose fra asfalto e cemento. - [**El Niño 2026: cosa significa per l’estate italiana**](https://eywadivulgazione.it/el-nino-2026-cosa-significa-estate-italiana/) — Eywa Divulgazione, 2026. I fattori che rendono le nostre estati sempre più calde e lunghe. - [**Il parco che non raffredda più: quando il verde urbano perde le sue funzioni**](https://eywadivulgazione.it/il-parco-che-non-raffredda-piu-quando-il-verde-urbano-perde-le-sue-funzioni/) — Eywa Divulgazione, 2026. Il verde come infrastruttura di raffrescamento, e cosa succede quando smette di funzionare. ## Fonti - [**Worklimate · previsione del rischio da caldo per i lavoratori**](https://www.worklimate.it/) — INAIL e CNR. Piattaforma che pubblica la previsione giornaliera del rischio termico per luogo e tipo di attività lavorativa. - [**Testo unico sulla sicurezza sul lavoro (D.Lgs. 81/2008)**](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2008-04-09;81) — Stato italiano, 2008. La norma che impone la valutazione e la gestione dei rischi sul lavoro, incluso il rischio da calore. **Categorie:** Articoli, Attualità **Tag:** Ambiente & Sostenibilità, Politica & Società, Salute & Benessere --- ### [Inquinamento acustico e salute: il rischio che ignoriamo](https://eywadivulgazione.it/inquinamento-acustico-salute/) **Published:** Luglio 24, 2026 **Author:** Team Eywa **Excerpt:** Il rumore del traffico non lascia macchie né residui, e per questo continuiamo a trattarlo come una scocciatura. L'Agenzia europea dell'ambiente lo collega invece a decine di migliaia di morti premature e di malattie cardiovascolari l'anno. E l'Italia lo misura poco. **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) C’è un inquinante che non si vede, non si tocca e non lascia residui sui davanzali, e proprio per questo continuiamo a trattarlo come una seccatura invece che come un problema sanitario. È il rumore. Lo consideriamo il prezzo inevitabile di vivere in città, qualcosa a cui ci si fa l’orecchio. Il punto è che il corpo non si abitua quanto crediamo, anche quando la mente smette di farci caso. ## Perché il rumore è un problema di salute, non di comfort L’Agenzia europea dell’ambiente, l’agenzia dell’Unione europea che monitora lo stato dell’ambiente insieme alla rete Eionet dei paesi membri, ha messo dei numeri su questa intuizione. Nel suo rapporto più recente, «Environmental noise in Europe 2025», pubblicato nel giugno 2025 e rivisto da un aggiornamento del marzo 2026, stima che nel 2021 l’esposizione al rumore dei trasporti sia stata associata in Europa ad almeno 73.000 morti premature, a circa 49.000 nuovi casi di malattie cardiovascolari e a circa 23.000 nuovi casi di diabete di tipo 2 ogni anno. Sono stime di impatto ottenute con modelli epidemiologici, non conteggi nominativi di diagnosi o decessi, e l’Agenzia le considera per difetto, perché la copertura dei dati non è completa. Le malattie cardiovascolari sono la famiglia a cui appartengono l’infarto, l’angina e l’ictus: si manifestano quando il cuore o il cervello ricevono meno sangue e ossigeno di quanto serva, in genere per una riduzione del flusso nelle arterie. Sempre secondo lo stesso rapporto, in Europa circa 92 milioni di persone vivono esposte al rumore del traffico stradale a livelli pari o superiori a 55 decibel Lden, e salgono a circa 112 milioni considerando insieme strada, ferrovia e aereo; quasi 17 milioni soffrono di forte fastidio cronico e circa 4,6 milioni di gravi disturbi del sonno. Non è un elenco di fastidi soggettivi da liquidare. Accanto al fastidio, che pure è uno degli esiti sanitari riconosciuti dall’OMS e dall’Agenzia europea, ci sono disturbi del sonno ed esiti clinici e di mortalità stimati su base epidemiologica. È la ragione per cui il rumore ha smesso da tempo, nella letteratura scientifica, di essere una questione di galateo urbano. ## Cosa fa davvero il rumore al corpo, anche nel sonno Il meccanismo è più antico di qualsiasi città. Un suono improvviso o continuo può attivare la risposta allo stress: salgono ormoni come il cortisolo, aumenta la pressione, il cuore accelera. È la reazione che serviva ai nostri antenati per scattare davanti a un pericolo, e funziona ancora, solo che oggi il pericolo è un’auto che frena sotto casa alle tre di notte. L’intensità della risposta dipende dal tipo di suono e dalla persona, ma il particolare più sgradevole è che questa attivazione può avvenire anche mentre dormiamo, quando non siamo consapevoli del rumore. Il sonno sembra continuare, ma studi sul sonno mostrano che per alcune risposte cardiache notturne non si osserva una piena assuefazione nel corso della notte; la ripetizione cronica di questo stress è una delle vie proposte per spiegare il logoramento dell’apparato cardiovascolare. Ecco perché le soglie tecniche usate in Europa distinguono il giorno dalla notte. L’indicatore Lnight misura il rumore nel periodo notturno, mentre Lden è una media annua che pesa di più la sera e la notte. La direttiva europea impone di mappare l’esposizione a partire da 55 decibel Lden e 50 Lnight: sono soglie di rendicontazione, non valori sotto i quali il rischio sparisce. Per il traffico stradale l’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda anzi di restare sotto 53 decibel Lden e 45 Lnight, valori più severi. Sono livelli che moltissime abitazioni affacciate su strade trafficate superano senza che se ne abbia piena consapevolezza. ## Chi paga il conto del rumore urbano Come per quasi ogni forma di inquinamento, il conto non è distribuito a caso. Le analisi europee mostrano che, in molti contesti, le comunità con reddito e istruzione più bassi sono più esposte al rumore e ad altri rischi ambientali. Chi può scegliere tende ad allontanarsi dalle arterie di scorrimento, dai capolinea, dagli svincoli; chi non può spesso resta dove la casa costa meno anche perché è più rumorosa. L’intensità e le cause di questa disuguaglianza variano però tra città e quartieri, e vanno lette con dati locali, perché esistono anche abitazioni centrali e costose molto esposte al rumore. C’è poi un problema a monte, ed è che in Italia il rumore lo misuriamo poco e in modo disomogeneo. I Comuni devono dotarsi di una classificazione acustica del territorio, cioè di una mappa che assegna a ogni zona i limiti di rumore ammessi in base alla sua funzione, residenziale, artigianale, industriale: è un obbligo previsto dalla legge quadro 447 del 1995, secondo criteri stabiliti dalle Regioni. Secondo ISPRA, nei dati più recenti disponibili circa il 65% dei Comuni, 5.106 in tutto, aveva approvato il piano di classificazione acustica; il restante 35% ne risultava ancora privo. Dove la mappa manca non si crea però un vuoto normativo: si applicano in via transitoria i limiti nazionali fissati nel 1991, come prevede l’articolo 8 del decreto attuativo del 1997. Quello che manca è la possibilità di assegnare a ogni zona i limiti specifici della sua funzione, e con essa una parte della prevenzione. Un problema che non si misura, per l’amministrazione, tende comunque a governarsi peggio. ## Cosa possiamo fare contro il rumore La buona notizia è che il rumore, a differenza di altri inquinanti, si abbatte con interventi tecnicamente consolidati, e diversi di questi passano da scelte pubbliche su cui il cittadino può pesare. Ridurre la velocità è tra i più efficaci: gli studi indicano che passare da 50 a 30 all’ora può abbassare il rumore stradale, spesso di qualche decibel, con un effetto che dipende dal traffico reale e dal rispetto effettivo del limite. Buona parte del rumore di un’automobile in marcia, soprattutto oltre i 40 all’ora circa, nasce dal contatto fra pneumatico e asfalto e cresce con la velocità; a velocità più basse e per i mezzi pesanti pesano anche il motore e lo stile di guida. Le superfici stradali a bassa rumorosità, le barriere dove la geometria della strada lo consente, i serramenti con adeguato potere fonoisolante completano il quadro, con costi ed efficacia che variano molto e che in genere rendono preferibile intervenire prima di tutto alla fonte. A livello individuale, la prima mossa concreta è informarsi. Ogni cittadino può chiedere al proprio Comune la classificazione acustica e verificare in che zona ricade la propria casa, e può presentare una segnalazione scritta quando sospetta un superamento dei limiti. La procedura varia per Regione e per tipo di sorgente: in genere l’esposto va presentato al Comune, competente per il controllo, che se necessario attiva l’ARPA, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, per le misurazioni ufficiali. In Liguria, per esempio, la segnalazione va al Comune, che può richiedere ad ARPAL i rilievi fonometrici. In casa, quando l’edificio ha una facciata più quieta, collocare lì la camera da letto può ridurre l’esposizione notturna; i serramenti fonoisolanti aiutano da chiusi, vanno bilanciati con la ventilazione e restano una protezione che si aggiunge, non che sostituisce, la riduzione del rumore alla fonte. E, dove si vota o si partecipa a un consiglio di quartiere, sostenere le zone a velocità ridotta significa scegliere un provvedimento che, se abbassa davvero velocità e rumore, fa bene al cuore, non solo alle orecchie. ## Eywa dice Il rumore è l’inquinante che abbiamo deciso di non prendere sul serio, forse perché non sporca e non puzza, forse perché lamentarsene sembra un vezzo da persone delicate. I dati europei raccontano un’altra storia: quella di un fattore di rischio cardiovascolare diffuso, documentato e in buona parte evitabile, il cui peso, secondo le stime più aggiornate, è perfino più ampio di quanto si credesse. Trattarlo come un problema di salute pubblica, e non come una questione di sensibilità personale, è il primo passo. Il secondo è pretendere che le nostre città lo misurino meglio, perché ciò che si conosce con precisione si governa con più efficacia. ## Approfondimenti Eywa - [**Isola di calore urbana: perché la città scotta**](https://eywadivulgazione.it/isola-di-calore-urbana/) — Eywa Divulgazione, 2026. Come il tessuto urbano trattiene il calore e su chi ricade il peso maggiore. - [**Pm2.5 in Italia, le cose da fare ora**](https://eywadivulgazione.it/pm2-5-in-italia-le-cose-da-fare-ora/) — Eywa Divulgazione, 2026. L’altro inquinante urbano che colpisce cuore e polmoni, e le misure che funzionano. - [**Manuale per monitorare l’aria del quartiere da casa**](https://eywadivulgazione.it/manuale-monitorare-aria-quartiere-da-casa/) — Eywa Divulgazione, 2026. Strumenti civici per misurare da soli l’ambiente in cui si vive. ## Fonti - [**Environmental noise in Europe 2025**](https://www.eea.europa.eu/en/analysis/publications/environmental-noise-in-europe-2025) — Agenzia europea dell’ambiente (EEA), giugno 2025, con corrigendum del 27 marzo 2026. Stime aggiornate di morti premature, malattie cardiovascolari, diabete, esposizione, fastidio e disturbi del sonno legati al rumore dei trasporti in Europa. - [**Environmental Noise Guidelines for the European Region**](https://www.who.int/publications/i/item/9789289053563) — Organizzazione mondiale della sanità, Ufficio regionale per l’Europa, 2018. Livelli di rumore raccomandati per sorgente, più severi delle soglie di rendicontazione europee. - [**Environmental Noise Directive 2002/49/CE**](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX%3A32002L0049) — Unione europea, 2002. La direttiva che definisce indicatori e soglie (Lden, Lnight) per la mappatura del rumore ambientale. - [**Popolazione esposta al rumore e stato della classificazione acustica**](https://indicatoriambientali.isprambiente.it/it/rumore/stato-di-attuazione-dei-piani-di-classificazione-acustica-comunale) — ISPRA, dati aggiornati. Stato dei piani comunali di classificazione acustica ed esposizione della popolazione in Italia. - [**Legge quadro sull’inquinamento acustico 447/1995**](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1995-10-26;447) — Stato italiano, testo vigente su Normattiva. Attribuisce ai Comuni la classificazione acustica; il DPCM 14 novembre 1997 disciplina i limiti, anche transitori. **Categorie:** Articoli, Attualità **Tag:** Ambiente & Sostenibilità, Salute & Benessere --- ### [La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/) **Published:** Settembre 4, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) A Genova, in largo Eros Lanfranco, il Comune ha tolto le lastre attorno a un tiglio. Ad agosto il cantiere era chiuso. Quanta superficie sia stata liberata, gli atti pubblicati non lo dicono. Il [comunicato del 25 giugno 2026](https://smart.comune.genova.it/articoli-comunicati-stampa/depaving-largo-lanfranco-saranno-liberate-le-radici-del-tiglio-di-) annunciava la rimozione delle lastre e del sottofondo e, al loro posto, un’aiuola di circa 25 metri quadrati di terriccio idoneo. Esecuzione ad A.S.Ter, la società del Comune che lavora su strade e verde. Avvio «nei prossimi giorni», conclusione entro luglio. Alla stampa locale l’assessora all’urbanistica e al verde urbano, Francesca Coppola, [chiamava](https://www.lavocedigenova.it/2026/06/25/leggi-notizia/argomenti/attualita-4/articolo/largo-eros-lanfranco-via-lasfalto-per-salvare-lo-storico-tiglio.html) quel tiglio «il primo esempio concreto di un approccio» da estendere progressivamente a tutta la città. Quei 25 metri quadrati sono la previsione dell’aiuola nuova, non la misura consuntiva della superficie liberata. Dicono quanto è grande l’aiuola, non quanto grigio è sparito. La depavimentazione toglie una superficie sigillata, e da sola non restituisce un suolo che funziona: contano il sottofondo, quanto è compattato e la terra che si riporta sopra. Se il fondo resta compatto, hai fatto un vaso con il fondo di cemento. Da una verifica sul posto ad agosto 2026 l’aiuola era in opera e il cantiere chiuso. La carta, invece, manca. Alla data del 1° settembre 2026, nelle sezioni di amministrazione trasparente consultate, non risultano né un verbale di ultimazione, né una contabilità, né un certificato di regolare esecuzione, cioè il documento con cui si dichiara che il lavoro è stato fatto come doveva. Il primo esempio concreto è stato annunciato con una data, eseguito, concluso, e della conclusione non c’è una riga negli atti pubblicati. Chiudere un cantiere e chiuderlo sulla carta sono due cose diverse: il collaudo ha tempi propri, nessuna scadenza risulta violata. Il punto non è il ritardo. È che dell’intervento simbolo, a lavori finiti, non è pubblica la misura. Il 31 agosto 2026 ho chiesto quei documenti al Comune e ad A.S.Ter, con due domande di accesso civico generalizzato, e la risposta sarà pubblicata. ## La depavimentazione ha un indicatore, non un consuntivo Uno strumento il Comune ce l’ha, ed è più stretto di come viene raccontato. Il piano urbanistico del Comune ha un [monitoraggio ambientale](https://www2.comune.genova.it/sites/default/files/upload/2025_monitoraggio%20VAS/Prot__28-05-2025_0252904_U%20-%20Allegato%20N%C2%B0%201%20-%20DD_3159_timbrato.pdf) con 42 indicatori, e l’ultima verifica intermedia, approvata a maggio 2025, copre il 2022 e il 2023. Dopo, niente: per il 2024 e il 2025 non risulta pubblicato nulla. Quel monitoraggio serve a verificare se il piano si sta attuando, non è un registro delle opere pubbliche, e non è dimostrato che un cantiere come quello del tiglio vi rientri. Le tabelle degli indicatori sono pubblicate [come immagini e non come dati](https://eywadivulgazione.it/alberi-citta-genova-verde-pubblico-il-protocollo-dati-devono-seguirlo/): si sfogliano a mano, non si possono interrogare. Alla data del 1° settembre 2026 non risulta pubblico un consuntivo dei metri quadrati depavimentati da questa amministrazione. Nel portale dei dati aperti del Comune non risulta un dataset alle voci depavimentazione, depaving o suolo. Il documento con cui il Comune fissa i propri obiettivi per il triennio non ne ha uno espresso in metri quadrati. Non manca un numero discutibile. Manca il perimetro di ciò che andrebbe contato. Non trovare un documento non è dimostrare che non esista, né per il consuntivo né per il tiglio. Il dato può stare in una determina, in un computo metrico, in uno stato di avanzamento che nessun motore di ricerca indicizza. Stabilirlo è il lavoro di una domanda di accesso: fra un documento che non si trova e un documento che l’amministrazione dichiara di non avere c’è la differenza fra un sospetto e un fatto. Nessun termine risulta scaduto: né il regolamento di agosto né l’aggiornamento delle norme di aprile fissano una data per un consuntivo dei metri quadrati. L’addebito è di carenza di rendicontazione, non di inadempienza. ## Che cosa ha scritto la giunta, e che cosa c’era già Sul piano degli atti il lavoro è stato fatto, e in fretta. Il 26 marzo 2026 la giunta approva, su proposta dell’assessora Coppola, l’aggiornamento delle norme generali del piano urbanistico a tutela del suolo e del verde. Il 9 aprile il Consiglio comunale [lo adotta](https://www2.comune.genova.it/sites/default/files/upload/rep__dcc_10_04_2026_0000008_i_-_file_primario_vers._con_omissis.pdf) con 29 voti su 29 votanti, insieme a due emendamenti del consigliere di opposizione Pietro Piciocchi, che obbligano il privato a coprire la manutenzione per dieci anni con una fideiussione, cioè una garanzia che si incassa se lui non paga. Adotta, non approva in via definitiva, e la differenza non è formale. Il testo è stato depositato per trenta giorni, chiunque poteva presentare osservazioni, e alla data di riferimento sulla [pagina delle varianti urbanistiche](https://www2.comune.genova.it/content/varianti-agli-strumenti-urbanistici) compaiono soltanto la delibera e l’avviso di deposito. Non l’esito delle osservazioni, non quello della verifica che dice se la variante ha bisogno dell’esame ambientale, non un atto di approvazione definitiva. Dagli atti pubblicati l’iter non risulta chiuso. Il 4 agosto 2026 il Consiglio comunale approva, con l’astensione dell’opposizione, il [regolamento sulle opere di urbanizzazione](https://smart.comune.genova.it/regolamenti/regolamento-lesecuzione-delle-opere-di-urbanizzazione-da-realizzarsi-da-parte-di) realizzate dai privati, in vigore dal 31 agosto. Il privato che costruisce l’opera invece di versare al Comune i soldi degli oneri deve dimostrare perché conviene, e la depavimentazione è la prima voce dell’elenco delle opere che il regolamento chiama prioritarie. Il collaudo si deve concludere entro sei mesi dalla data di fine lavori. Un riscontro dentro il monitoraggio non era nel testo della giunta: è arrivato in aula, con un emendamento. Vale per le opere dei privati nei grandi interventi convenzionati, non per i cantieri del Comune. E un registro dei metri quadrati non lo istituisce, anche se qualcosa istituisce: [l’articolo 21](https://smart.comune.genova.it/system/files/regolamenti/Regolamento%20opere%20di%20urbanizzazione%20di%20privati_con%20link.pdf) obbliga la direzione competente a pubblicare in amministrazione trasparente, entro il 31 marzo di ogni anno, una relazione con quante richieste di scomputo sono arrivate, quanto valgono quelle autorizzate e a che punto sono i collaudi. I metri quadrati depavimentati non sono fra i campi obbligatori. Resta un principio che l’amministrazione ha scritto di suo pugno, e questo la espone. Se lo chiedi al privato, poi te lo chiedono. Un primato va ridimensionato, e nella direzione giusta. La depavimentazione era già nelle [norme generali del piano](https://www2.comune.genova.it/sites/default/files/upload/norme_generali_settembre_2025_dd_5255_ns_106_2023.pdf) prima di questa amministrazione, elencata fra gli interventi di urbanizzazione: «de-pavimentazione di aree pubbliche per consentire il miglioramento del controllo delle acque meteoriche». Lo dice la delibera stessa: la relazione della variante di aprile introduce le definizioni di suolo e di verde, e riconosce che lì il termine non c’era. Nel 2026 la depavimentazione non entra nel piano. Nel 2026 riceve una definizione e una procedura, che è cosa diversa e non è poco. Paolo Pileri, del Politecnico di Milano, che secondo [Il Fatto Quotidiano](https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/01/genova-mitigazione-climatica-e-depavimentazione-entrano-nel-piano-urbanistico-comunale/8341701/) ha contribuito alla stesura del testo approvato, legge la disciplina genovese come anticipazione delle regole europee sul ripristino: per lui Genova «è la prima in Italia ad anticipare il regolamento europeo sul ripristino della natura». La coerenza c’è, le regole europee sono più strette: [il regolamento](https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2024/1991/oj) impegna gli Stati, non i Comuni, e su un totale nazionale, nessuna perdita netta di verde urbano e di alberi in città rispetto al 2024 fino alla fine del 2030. Nessun Comune è obbligato a depavimentare. Chi lo cita come obbligo comunale regala all’amministrazione una smentita in una riga. Una norma più pertinente è arrivata dopo. La [direttiva europea sul monitoraggio del suolo](https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2025/2360/oj), da recepire entro la fine del 2028, chiede agli Stati di misurare quanto suolo viene sigillato e quanto viene asportato. Non fissa obiettivi di quantità e per ora non obbliga i Comuni italiani, perché il termine di recepimento è aperto. Fissa la direzione: fra poco più di due anni la sigillatura andrà misurata, e chi avrà tenuto i conti dal 2026 partirà con un vantaggio. Una scadenza è vicina. Il [piano nazionale di ripristino](https://www.isprambiente.gov.it/it/ripristino-della-natura/news) imposto dal regolamento europeo andava trasmesso in bozza alla Commissione entro il 1° settembre 2026. Il decreto italiano di adeguamento, pubblicato in maggio 2026, affida gli ecosistemi urbani al ministero dell’ambiente e mette l’attuazione in capo a Comuni, Città metropolitane e Province, senza nuovi soldi. La parte urbana di quel piano si gioca sui Comuni, a risorse invariate. ## Villa Bombrini, tre superfici che non coincidono Sul piazzale davanti a Villa Bombrini, a Cornigliano, circolano tre numeri pubblici che non tornano fra loro. Ottobre 2025, la giunta approva l’atto che avvia progettazione e realizzazione: la [cronaca locale](https://www.genova24.it/2025/10/parco-villa-bombrini-cornigliano-progetto-442139/) riferisce un parco di 13.000 metri quadrati nelle aree dell’ex Ilva. Primavera 2026, la stessa operazione diventa un parco di 13 ettari, dieci volte tanto; la formula compare in un’[intervista dell’assessora Coppola](https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/01/genova-mitigazione-climatica-e-depavimentazione-entrano-nel-piano-urbanistico-comunale/8341701/) del 1° aprile 2026 e viene ripresa per mesi. Poi ci sono gli atti, i soli che distinguano porzione per porzione: il 12 maggio 2026, [in Consiglio comunale](https://smart.comune.genova.it/articoli-comunicati-stampa/report-del-consiglio-comunale-di-marted%C3%AC-12-maggio), l’intervento è descritto con circa 15.000 metri quadrati a ponente a parco pubblico, circa 14.000 a levante per lo sport e 7.000 a sud, dove sono previsti parcheggi. In tutto 36.000 metri quadrati. Le fonti non dicono se sia un refuso o un perimetro diverso, e una rettifica non risulta. Resta che la superficie dell’operazione simbolo ha valori pubblici distanti un ordine di grandezza, e nessun progetto li concilia, perché nessun progetto risulta pubblicato. ## Villa Bombrini, dieci milioni dichiarati e un atto da cinque Il parco non nasce oggi: sta negli atti dal 2009, dentro un [accordo di programma](https://www.percornigliano.it/wp-content/uploads/2012/06/programma-FINALE-Consolidato-luglio-2009.pdf) del 1999, e per anni al suo posto era previsto un palazzetto. Questa amministrazione ha scelto il parco, e la scelta è sua. Sulle risorse le versioni non coincidono, e le dichiarazioni vanno tenute separate dagli atti. Sul Fatto Quotidiano del 1° aprile l’assessora Coppola indica tre milioni dalla Regione e nove dalla Società per Cornigliano. In Consiglio comunale, il 12 maggio, il Comune dichiara dieci milioni disponibili: nove della Società per Cornigliano più uno suo. Un atto contabile però esiste. Il decreto della Regione Liguria del 26 febbraio 2026 registra per l’intervento un costo complessivo di 5.695.929,32 euro. Cinque milioni e sette nell’atto regionale, dieci milioni dichiarati in aula, e i due numeri non sono dichiarati sullo stesso perimetro. I nove milioni della Società per Cornigliano, la posta più grande, non rinviano ad alcun atto pubblicato, e nella [sezione gare e avvisi](https://www.percornigliano.it/gare-e-avvisi-cornigliano/) della società non risulta alcun procedimento del 2026 sul parco. Quel decreto, poi, non concede nulla: approva l’istruttoria e colloca la proposta fra quelle ammissibili. Un atto che conceda il contributo non risulta. Ammissibile non significa finanziata. Disponibile non significa impegnata. Non risultano un’approvazione del progetto di fattibilità, una gara, un cronoprogramma, e il 12 maggio la stessa amministrazione la collocava prima dei livelli progettuali successivi. ## Come si chiedono i documenti della depavimentazione Qui il lettore ha uno strumento, e non è simbolico. Si chiama [accesso civico generalizzato](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/): chiunque può chiedere a un’amministrazione i documenti che ha, senza dire perché. A Genova si presenta dal servizio online del Comune, per posta elettronica o a mano al protocollo. È gratuita, salvo il rimborso delle copie su carta. I tempi sono il punto su cui si sbaglia più spesso. Il Comune deve rispondere per iscritto e con una motivazione entro trenta giorni. Se ci sono terzi che potrebbero avere qualcosa da perdere, glielo comunica, e il termine si ferma per il tempo che ci mettono, al massimo dieci giorni. È una sospensione, non una proroga automatica a quaranta giorni: opera solo se quei terzi esistono. C’è poi la regola che fa cadere metà delle richieste, e quasi nessuno la conosce. L’accesso riguarda i documenti già in mano all’ente, così come sono tenuti: non lo obbliga a fare un calcolo, a costruire una tabella, a spiegare o a dichiarare una data futura. Una domanda scritta male si respinge senza fatica e in perfetta buona fede. Quindi non si chiede quanti metri quadrati sono stati depavimentati. Si chiedono i documenti in cui quel numero, se esiste, è già scritto: il verbale di fine lavori, la contabilità finale, il certificato di regolare esecuzione o il collaudo, il giornale dei lavori e i disegni dell’intervento di largo Eros Lanfranco. Si chiedono a chi ha deciso e a chi ha eseguito, cioè al Comune e ad A.S.Ter: sono le due domande depositate il 31 agosto. Così non c’è nulla da elaborare: il procedimento si chiude entro trenta giorni con una risposta scritta e motivata. Accanto ai documenti del cantiere si chiede copia degli atti sull’esito delle osservazioni e della verifica ambientale dell’aggiornamento delle norme del piano. Le risposte non sono tutte uguali, e qui cascano quasi tutti. Il Comune può darti i documenti, dartene una parte, negarli o rinviarli; può anche dire che non li ha, che li ha qualcun altro, o che quel documento non è mai stato scritto. Solo l’ultimo caso somiglia a un’assenza, e nemmeno quello la dimostra: il numero potrebbe stare in un altro atto. È per questo che si chiedono i documenti e non il numero. Fra le due formulazioni c’è la differenza fra una risposta e un diniego. ## In Italia il suolo restituito si stima, non si registra Il caso genovese è la versione locale di un vuoto nazionale. Il suolo restituito non è invisibile. Il [rapporto annuale sul consumo di suolo](https://www.snpambiente.it/pubblicazioni/consumo-di-suolo-dinamiche-territoriali-e-servizi-ecosistemici-edizione-2025/), curato dall’istituto nazionale di ricerca ambientale con le agenzie regionali, misura anche il ripristino, cioè il passaggio da suolo consumato a suolo non consumato: per il 2024 «poco più di 5 chilometri quadrati». Quel numero non dice quello che sembra dire. Il ripristino è una transizione rilevata dal satellite e validata a terra, indifferente alla causa: il satellite vede che il grigio è diventato verde, non sa se dietro c’è un Comune con un progetto o l’erba che si è ripresa un piazzale. Dentro quei chilometri quadrati ci sono cantieri chiusi, cave recuperate, e in una quota che il rapporto non isola le depavimentazioni volute e pagate da un’amministrazione. Depavimentare e ripristinare non coincidono nemmeno intervento per intervento: una pavimentazione che lascia passare l’acqua resta copertura artificiale, e quella transizione non la produce. E il ripristino è pubblicato per regione, non per Comune: nel file scaricabile comune per comune quel dato non c’è. Il suolo restituito, in Italia, si stima dall’alto. Un registro nazionale costruito dagli atti dei singoli interventi non risulta. Nei portali consultati, a Genova e a Milano, non c’è un registro pubblico degli interventi, con il loro collaudo, la loro spesa e la terra viva che hanno lasciato sotto, e una norma nazionale che lo imponga non risulta. L’aggancio normativo esiste già. Il Codice dell’ambiente prevede che gli impatti dei piani approvati siano monitorati, e che modalità, risultati ed eventuali correzioni finiscano sui siti delle autorità coinvolte. Non impone di contare le superfici depavimentate: quell’obbligo, se c’è, nasce dal piano e non dal Codice. Il monitoraggio non è un supplemento facoltativo che arriva se avanza tempo. È la parte del piano che dice se il piano funziona. ## Milano un numero l’ha scritto, e infatti si può contestare Che una cifra si possa scrivere lo mostra Milano, e mostra anche quanto poco basti. Il 12 giugno 2026, per la settimana del verde, il Comune rivendica oltre 50.000 metri quadrati recuperati dal 2022 e indica nuove aree, scelte incrociando il calore misurato dai satelliti con i quartieri socialmente più fragili. Il totale è composito, e la composizione conta più del totale: più di 20.000 metri quadrati sono nuovo verde, oltre 30.000 sono pavimentazioni che lasciano passare l’acqua. [Migliorano il deflusso](https://eywadivulgazione.it/perche-citta-italiane-allagano-piogge-normali/) e restano copertura artificiale. Chi legge quei 50.000 metri quadrati come suolo restituito somma il verde nuovo e la copertura che lascia passare l’acqua. La metodologia non risulta pubblicata: né l’elenco degli interventi con le loro superfici né un dataset aperto. Non è una classifica, e non dice quale città stia facendo meglio. Desigillato, drenante e rinverdito non sono sinonimi, e nessun confronto fra città regge finché le definizioni non sono pubbliche. Mettere un numero per iscritto è il primo passaggio, e a Genova manca. Renderlo verificabile è il secondo, e a Milano non c’è ancora. ## Eywa dice… Chi dichiara una priorità si assume l’onere di renderla misurabile. Il Comune di Genova ha elencato per prima la depavimentazione fra le tipologie prioritarie di un regolamento che ha scritto lui, e la sostanza di quella scelta non è in discussione. In discussione è il numero che dovrebbe accompagnarla, e che non è pubblico. Il Comune ha approvato un regolamento che gli impone una relazione annuale pubblica sulle opere dei privati, e non vale per i propri cantieri. Ha adottato un aggiornamento delle norme e, dagli atti pubblicati, l’iter non risulta chiuso. Ha un monitoraggio del piano con 42 indicatori e nessun rapporto pubblicato con dati successivi al 2023. Manca il filo che tiene insieme le tre cose. Il nome politico c’è, ed è quello dell’assessora che tiene insieme urbanistica e verde urbano. Quello che non è pubblico è chi risponde del consuntivo, con quale definizione di superficie e con quale scadenza. Una cosa sola da fare, e si fa da casa: chiedere al Comune di Genova, con una domanda di accesso civico generalizzato, copia dei documenti di fine lavori dell’intervento di largo Eros Lanfranco. Il Comune ha trenta giorni per chiudere con una risposta scritta e motivata. Il 31 marzo pubblicherà la sua prima relazione sulle opere dei privati. I metri quadrati dei suoi cantieri non è tenuto a contarli. ## Approfondimenti Eywa [Il Piano del Verde del tuo Comune esiste davvero? Guida tecnica per leggerlo (e capire se è serio o solo comunicazione)](https://eywadivulgazione.it/piano-verde-come-leggerlo/) «Eywa Divulgazione, 2026. Come si legge un piano del verde comunale e come si distingue un piano con indicatori da un documento di comunicazione.» [Alberi in città: Genova, verde pubblico. Il protocollo c’è, i dati devono seguirlo](https://eywadivulgazione.it/alberi-citta-genova-verde-pubblico-il-protocollo-dati-devono-seguirlo/) «Eywa Divulgazione, 2026. Il precedente genovese sulla distanza fra un protocollo scritto e i dati pubblicati.» [Come segnalare un problema al Comune (anche quando il Comune ha sbagliato)](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/) «Eywa Divulgazione, 2026. Il percorso completo di una segnalazione e di una richiesta di accesso agli atti, con i modelli.» [Perché le città italiane continuano ad allagarsi (anche quando piove «normalmente»)](https://eywadivulgazione.it/perche-citta-italiane-allagano-piogge-normali/) «Eywa Divulgazione, 2026. Perché la superficie sigillata è un problema idraulico prima che estetico.» ## Fonti [Depaving largo Lanfranco, saranno liberate le radici del tiglio](https://smart.comune.genova.it/articoli-comunicati-stampa/depaving-largo-lanfranco-saranno-liberate-le-radici-del-tiglio-di-) Comune di Genova, 25 giugno 2026, annuncia la rimozione delle lastre e del sottofondo attorno al tiglio, l’aiuola di 25 metri quadrati, l’esecuzione affidata ad A.S.Ter, l’avvio «nei prossimi giorni» e la conclusione entro luglio; la dichiarazione dell’assessora Coppola contenuta nel comunicato è un’altra, «per la prima volta il Comune riconosce il suolo come un’infrastruttura ecosistemica e introduce la depavimentazione tra gli strumenti dell’urbanistica». [Largo Eros Lanfranco, via l’asfalto per salvare lo storico tiglio](https://www.lavocedigenova.it/2026/06/25/leggi-notizia/argomenti/attualita-4/articolo/largo-eros-lanfranco-via-lasfalto-per-salvare-lo-storico-tiglio.html) La Voce di Genova, 25 giugno 2026, è la fonte della frase dell’assessora Coppola citata nel testo, «questo tiglio è il primo esempio concreto di un approccio che vogliamo applicare progressivamente in tutta la città», e riporta le dichiarazioni del responsabile del settore verde di A.S.Ter sul cantiere. [Esiti del monitoraggio del Piano urbanistico comunale sottoposto a valutazione ambientale strategica, determina dirigenziale 3159](https://www2.comune.genova.it/sites/default/files/upload/2025_monitoraggio%20VAS/Prot__28-05-2025_0252904_U%20-%20Allegato%20N%C2%B0%201%20-%20DD_3159_timbrato.pdf) Comune di Genova, 26 maggio 2025, approva la quarta verifica intermedia con 42 indicatori su sette componenti ambientali per il biennio 2022 e 2023; la serie precedente copre 2020 e 2021, 2018 e 2019, 2015 e 2017, e per il biennio 2024 e 2025 non risulta pubblicato nulla; le tabelle sono pubblicate come immagini e non come dati. [Adozione di aggiornamento alle Norme generali del Puc per l’introduzione di disposizioni di tutela del suolo e del verde, deliberazione del Consiglio comunale 8](https://www2.comune.genova.it/sites/default/files/upload/rep__dcc_10_04_2026_0000008_i_-_file_primario_vers._con_omissis.pdf) Comune di Genova, 9 aprile 2026, adotta ai sensi dell’articolo 43 comma 3 lettera c della legge regionale 36 del 1997 l’aggiornamento approvato dalla giunta il 26 marzo, con 29 voti su 29 votanti e i due emendamenti Piciocchi sulla fideiussione decennale; modifica gli articoli 9-bis, 10 e 14 delle Norme generali, e la relazione riconosce che nel testo vigente il termine de-pavimentazione non era presente; il deposito è corso per trenta giorni consecutivi, dal 29 aprile al 1° giugno 2026. [Varianti agli strumenti urbanistici](https://www2.comune.genova.it/content/varianti-agli-strumenti-urbanistici) Comune di Genova, pagina delle varianti e degli aggiornamenti al Puc, dove per l’aggiornamento delle norme su suolo e verde risultano pubblicati soltanto la delibera e l’avviso di deposito. [Regolamento per l’esecuzione delle opere di urbanizzazione da realizzarsi da parte di soggetti privati](https://smart.comune.genova.it/regolamenti/regolamento-lesecuzione-delle-opere-di-urbanizzazione-da-realizzarsi-da-parte-di) Comune di Genova, approvato con deliberazione del Consiglio comunale 41 del 4 agosto 2026, in vigore dal 31 agosto 2026, testo definitivo in pdf (https://smart.comune.genova.it/system/files/regolamenti/Regolamento%20opere%20di%20urbanizzazione%20di%20privati\_con%20link.pdf). L’articolo 9.4 elenca le tipologie di intervento ritenute prioritarie ai fini dell’eventuale ammissione a scomputo e la prima voce è «depavimentazione e incremento della permeabilità urbana», seguita da riqualificazione di spazi pubblici, percorsi pedonali e ciclabili, infrastrutture verdi e blu e abbattimento delle barriere architettoniche: l’elenco non è dichiarato in ordine di priorità, non attribuisce punteggi e non afferma che la depavimentazione prevalga sulle voci successive. L’articolo 17.5 stabilisce che «le attività di collaudo si devono concludere entro 6 mesi dalla data di fine lavori» e che entro lo stesso termine il collaudatore emette il certificato di collaudo e lo trasmette all’ufficio comunale competente. L’articolo 21, «Monitoraggio dell’attuazione del regolamento», obbliga la direzione competente a trasmettere a giunta e Consiglio comunale, entro il 31 marzo di ogni anno, una relazione da pubblicare nella sezione amministrazione trasparente del sito del Comune, con contenuti minimi: numero di richieste di scomputo e relative decisioni, motivazioni dei dinieghi, tipologie e valore economico complessivo degli scomputi autorizzati, tempi medi procedimentali, stato di avanzamento e collaudo delle opere, eventuali escussioni di fideiussioni o inadempienze. I metri quadrati depavimentati non figurano fra i contenuti minimi. [Proposta di deliberazione 29 del 2026](https://www.comune.genova.it/sites/default/files/2026-07/PGC_29_2026_APPROVAZIONE%20REGOLAMENTO%20OPERE%20DI%20URBANIZZAZIONE.pdf) Comune di Genova, seduta del 4 agosto 2026, regolamento in venti articoli che elenca per prima la depavimentazione e l’incremento della permeabilità urbana fra le tipologie ritenute prioritarie, chiede il progetto di fattibilità tecnica ed economica, chiede al privato di motivare lo scomputo degli oneri e sottopone tutte le opere a collaudo o a certificato di regolare esecuzione entro sei mesi dalla fine dei lavori; si applica ai comparti soggetti a piano urbanistico operativo e ai permessi di costruire convenzionati, non ai cantieri del Comune. È il testo preparatorio: prevedeva la pubblicazione del solo regolamento in amministrazione trasparente, e la relazione annuale sui risultati è stata introdotta nel testo definitivo, all’articolo 21. [Consiglio comunale del 4 agosto](https://smart.comune.genova.it/articoli-comunicati-stampa/consiglio-comunale-del-4-agosto) Comune di Genova, 4 agosto 2026, esito della seduta: regolamento approvato con 21 voti favorevoli, 10 astenuti e tre emendamenti, fra cui quello che riporta i risultati dentro il monitoraggio. [Norme generali del Puc, testo consolidato a settembre 2025](https://www2.comune.genova.it/sites/default/files/upload/norme_generali_settembre_2025_dd_5255_ns_106_2023.pdf) Comune di Genova, 2025, l’articolo 7 sulle urbanizzazioni elenca fra le opere ammesse a scomputo la «de-pavimentazione di aree pubbliche per consentire il miglioramento del controllo delle acque meteoriche». [Report del Consiglio comunale di martedì 12 maggio](https://smart.comune.genova.it/articoli-comunicati-stampa/report-del-consiglio-comunale-di-marted%C3%AC-12-maggio) Comune di Genova, 12 maggio 2026, descrive il parco di Villa Bombrini per porzioni, circa 15.000 metri quadrati a ponente a parco urbano pubblico connesso al parco storico, circa 14.000 a levante a vocazione sportiva e 7.000 a sud con parcheggi, per un totale di 36.000 metri quadrati, cioè tre ettari e sei; dichiara dieci milioni disponibili, nove della Società per Cornigliano, di cui la Regione Liguria è socia al 45%, più un milione ricavato dal Comune; colloca l’operazione prima dei livelli progettuali successivi, da condividere con il Municipio. [Decreto del dirigente 1595](https://www.regione.liguria.it/components/com_publiccompetitions/includes/download.php?id=77368%3Addg-1595-2026.pdf) Regione Liguria, 26 febbraio 2026, registra per l’intervento di Villa Bombrini un costo complessivo di 5.695.929,32 euro, un contributo richiesto di 3.360.598,30 euro e un cofinanziamento di 2.335.331,02 euro; approva l’istruttoria e colloca la proposta fra quelle ammissibili e suscettibili di finanziamento, rinviando alle fasi successive, e non è un atto di concessione. [Programma integrato di riqualificazione urbana di Cornigliano, versione consolidata a luglio 2009](https://www.percornigliano.it/wp-content/uploads/2012/06/programma-FINALE-Consolidato-luglio-2009.pdf) Società per Cornigliano, 2009, il parco è previsto da questo programma, nell’ambito dell’accordo di programma stipulato nel novembre 1999, modificato nell’ottobre 2005 e nel settembre 2014. [Gare e avvisi](https://www.percornigliano.it/gare-e-avvisi-cornigliano/) Società per Cornigliano, archivio dei bandi e degli avvisi, dove non risulta alcun procedimento del 2026 relativo al parco di Villa Bombrini. [Regolamento 2024/1991 sul ripristino della natura](https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2024/1991/oj) Unione europea, 24 giugno 2024, l’articolo 8 impegna gli Stati membri, non i Comuni, su un aggregato nazionale: nessuna perdita netta di spazi verdi urbani e di copertura arborea urbana rispetto al 2024 fino al 31 dicembre 2030 e una tendenza crescente dal 2031; non obbliga alcun Comune a depavimentare. [Direttiva 2025/2360 sul monitoraggio e la resilienza del suolo](https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2025/2360/oj) Unione europea, 12 novembre 2025, chiede agli Stati membri di monitorare impermeabilizzazione e asportazione di suolo con i dati del programma Copernicus e indica fra i principi di mitigazione la desigillazione e la ricostruzione dei suoli già impermeabilizzati, senza fissare obiettivi quantitativi di desigillazione; in vigore dal 16 dicembre 2025, da recepire entro il 17 dicembre 2028. [Ripristino della natura, notizie](https://www.isprambiente.gov.it/it/ripristino-della-natura/news) Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, aggiornamenti sul piano nazionale di ripristino: consultazione pubblica sullo studio preliminare aperta il 23 aprile 2026 e chiusa il 24 giugno dopo una proroga. Il termine per la trasmissione della bozza alla Commissione è il 1° settembre 2026. [Decreto legislativo 8 aprile 2026 numero 80](https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.codiceRedazionale=26G00095&atto.dataPubblicazioneGazzetta=2026-05-16&elenco30giorni=true) adeguamento della normativa nazionale al regolamento europeo 2024/1991 sul ripristino della natura, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 16 maggio 2026, serie generale 112, in vigore dal 31 maggio 2026. Individua il ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica come autorità nazionale competente per gli ecosistemi urbani e attribuisce l’attuazione della parte urbana a Comuni, Città metropolitane e Province, non alle Regioni, «nell’ambito delle risorse disponibili» e senza nuovi oneri. [Codice dell’ambiente, decreto legislativo 152 del 3 aprile 2006](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2006-04-03;152) articolo 18 sul monitoraggio dei piani, prevede che gli impatti significativi dell’attuazione dei piani approvati siano monitorati, che il piano individui responsabilità e risorse del monitoraggio e che modalità, risultati ed eventuali misure correttive siano resi pubblici sui siti delle autorità coinvolte. [Linee guida recanti indicazioni operative sull’esclusione e i limiti all’accesso civico generalizzato, delibera 1309 del 28 dicembre 2016](https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/01/10/17A00068/sg) Autorità nazionale anticorruzione, l’accesso riguarda dati e documenti già detenuti dall’ente, così come sono tenuti, e non obbliga a elaborare dati, costruire tabelle, spiegare o dichiarare date future; a Genova la domanda si presenta dal servizio online, per posta elettronica certificata, per posta elettronica ordinaria all’ufficio interessato o a mano al protocollo o all’ufficio relazioni con il pubblico, e la posta ordinaria non è fra i canali indicati; il termine è di trenta giorni per il provvedimento espresso e motivato, con sospensione fino a dieci giorni per la comunicazione ai controinteressati e trasmissione non prima di quindici giorni dalla comunicazione in caso di accoglimento nonostante l’opposizione. [Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici, edizione 2025, report ambientali 46/2025](https://www.snpambiente.it/pubblicazioni/consumo-di-suolo-dinamiche-territoriali-e-servizi-ecosistemici-edizione-2025/) Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, 2025, misura il ripristino, cioè il passaggio da suolo consumato a suolo non consumato: per il 2024 «poco più di 5 chilometri quadrati», pari a 520 ettari; il ripristino è pubblicato per regione e per l’Italia, non per Comune, e il dato scaricabile con dettaglio comunale contiene suolo consumato, consumo e consumo netto; [Milano green week, da grigio a verde: il Comune individua 27 nuove aree](https://www.comune.milano.it/w/milano-green-week.-da-grigio-a-verde-il-comune-individua-27-nuove-aree-per-futuri-interventi-di-depavimentazione) Comune di Milano, 12 giugno 2026, rivendica oltre 50.000 metri quadrati recuperati dal 2022, di cui più di 20.000 di nuovo verde e oltre 30.000 di pavimentazioni drenanti, e individua 27 nuove aree scelte incrociando le temperature superficiali da satellite con la vulnerabilità sociale dei quartieri; non risultano pubblicati l’elenco degli interventi con le rispettive superfici né un dataset aperto; i 249.000 metri quadrati di aree potenzialmente trattabili spesso citati accanto provengono da una mappatura costruita anche su segnalazioni di municipi, associazioni e cittadini, di datazione incerta, e non costituiscono un denominatore. [Milano, meno asfalto e più verde: il Comune individua 27 nuove aree da depavimentare](https://blog.urbanfile.org/2026/06/12/milano-ambiente-meno-asfalto-e-piu-verde-il-comune-individua-27-nuove-aree-da-depavimentare/) Urbanfile, 12 giugno 2026, riporta gli stessi dati della comunicazione comunale, con la ripartizione fra verde e superfici permeabili e i criteri di selezione basati sulla mappa del rischio calore. [Genova, mitigazione climatica e depavimentazione entrano nel Piano urbanistico comunale](https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/01/genova-mitigazione-climatica-e-depavimentazione-entrano-nel-piano-urbanistico-comunale/8341701/) Il Fatto Quotidiano, 1° aprile 2026, articolo di Pietro Barabino con le dichiarazioni dell’assessora Coppola, indica 13 ettari da decementificare per il parco di Villa Bombrini, tre milioni di finanziamento regionale e nove milioni della Società per Cornigliano; è anche la fonte del contributo di Paolo Pileri, «alla stesura del testo approvato a Genova ha contribuito anche Paolo Pileri, professore ordinario di Usi del suolo e effetti ambientali al Politecnico di Milano», e della sua lettura, Genova «è la prima in Italia ad anticipare il regolamento europeo sul ripristino della natura». [Cornigliano, ecco il progetto per Villa Bombrini: un parco da 13mila metri quadrati e campi sportivi](https://www.genova24.it/2025/10/parco-villa-bombrini-cornigliano-progetto-442139/) Genova24, 20 ottobre 2025, è la fonte dei 13.000 metri quadrati citati nel testo, riferiti al parco nelle aree dismesse dietro Villa Bombrini; indica un campo sportivo nella sezione di levante, e dieci milioni disponibili presso Società per Cornigliano, di cui uno speso per la progettazione. Portale dei dati aperti del Comune di Genova, sezione di ricerca dei dataset, consultato il 1° settembre 2026 con le chiavi «depavimentazione», «depaving» e «suolo»: nessun dataset risponde. Piano integrato di attività e organizzazione 2026-2028, Comune di Genova, sezione amministrazione trasparente, consultato il 1° settembre 2026: fra obiettivi e indicatori non ne compare alcuno espresso in metri quadrati. Documenti del Piano del verde, Comune di Genova, sezione verde pubblico, consultati il 1° settembre 2026: non contengono un consuntivo delle superfici depavimentate. Serie dei comunicati comunali sul tema fra marzo e giugno 2026, Comune di Genova, consultata il 1° settembre 2026: nessun comunicato riporta una misura consuntiva. **Categorie:** Attualità, Dossier --- ### [Il data center che si boccia da solo](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/) **Published:** Settembre 4, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Un campus di data center alle porte orientali di Londra. Il documento ambientale depositato da chi lo propone giudica la fase di esercizio incompatibile con gli obiettivi sul clima. La presentazione pubblica dello stesso progetto, invece, mostra alberi. Sono lo stesso progetto e lo stesso committente. C’è una frase, dentro il [fascicolo ambientale](https://drive.google.com/drive/folders/1sl4c33ko_9QE5BrIqz_kr0ptpCG8dCNq) del campus di data center di East Havering, alle porte orientali di Londra. Dice che la fase di esercizio dell’impianto è «incompatible with the budgeted, science-based 1.5 °C trajectory». Cioè incompatibile con il percorso di riduzione delle emissioni che serve a tenere il riscaldamento entro un grado e mezzo. Non lo scrive un comitato di cittadini. Non lo scrive un giornale. Lo scrive la società di consulenza incaricata da chi propone l’opera, nel documento che serve a farla approvare. ## Il problema Il campus è [soltanto proposto](https://democracy.havering.gov.uk/documents/s83116/Committee%20Report%20Item%205.pdf), e l’ultima parola non è ancora stata detta. Il progetto ha due documenti pubblici, e non raccontano la stessa cosa. Il primo è il fascicolo ambientale. È tecnico, è lungo, e serve a ottenere il permesso di costruire. Contiene la frase di prima. Il secondo è la presentazione sul sito del progetto, quella pensata per chi abita lì intorno. Ha le fotografie, i colori e i pittogrammi. Racconta un parco naturale e alberi nuovi: [54.314](https://www.easthaveringdatacentrecampus.com/s/EHDCC_Project-Presentation_June-2026-Website.pdf), mentre il fascicolo ambientale ne conta [56.687](https://drive.google.com/drive/folders/1sl4c33ko_9QE5BrIqz_kr0ptpCG8dCNq), e nessuno dei due spiega la differenza. Sotto il disegno di un aereo, aggiunge che la piantumazione toglierà dall’aria l’equivalente di [1.375](https://www.easthaveringdatacentrecampus.com/s/EHDCC_Project-Presentation_June-2026-Website.pdf) voli intercontinentali di andata e ritorno all’anno. Due documenti, due impressioni opposte, un solo committente. ## Che cosa succede davvero Il fascicolo ambientale gli alberi li ha già contati. Dentro il totale del progetto quel verde compare come un [credito](https://drive.google.com/drive/folders/1sl4c33ko_9QE5BrIqz_kr0ptpCG8dCNq): 11.376 tonnellate di anidride carbonica equivalente in sessant’anni. Non è una [riga](https://drive.google.com/drive/folders/1sl4c33ko_9QE5BrIqz_kr0ptpCG8dCNq) di soli alberi, perché comprende anche i gas dei circuiti di raffreddamento. Il [totale](https://drive.google.com/drive/folders/1sl4c33ko_9QE5BrIqz_kr0ptpCG8dCNq) del progetto, nello stesso documento e sullo stesso arco di sessant’anni, è stimato in 72,4 milioni di tonnellate. Stesso documento, stessa unità di misura, stesso periodo. Nessun trucco di conversione, nessuna equivalenza da rifare a mano: sono due righe dello stesso bilancio. Gli alberi ci sono e sono contati. Semplicemente non spostano niente. Questo, la presentazione con il disegno dell’aereo non lo dice. Non perché menta: le due cifre stanno su pagine diverse, e nessuna rimanda all’altra. ## Perché il numero che arriva è l’altro Perché i due documenti non hanno lo stesso pubblico. Il fascicolo ambientale è scritto per i tecnici che istruiscono la pratica. La presentazione con gli alberi la legge chiunque passi dal sito del progetto. Poi c’è una ragione più prosaica: il fascicolo è scomodo da raggiungere. Il [rapporto del Comune](https://democracy.havering.gov.uk/documents/s83116/Committee%20Report%20Item%205.pdf) dichiara che le appendici tecniche non sono pubblicate insieme agli atti, ma soltanto come collegamenti esterni. Portano a cartelle condivise. Il [registro edilizio](https://msp.havering.gov.uk/planning/search-applications), cercato con il codice del progetto, risponde con un errore. Vale la pena dirlo chiaramente: anche chi il progetto lo critica cammina su terreno mobile. Il [quotidiano](https://www.theguardian.com/uk-news/2026/aug/21/proposed-london-datacentre-will-have-annual-carbon-footprint-of-27000-flights-to-new-york) che ne ha raccontato le emissioni aveva convertito quelle di un anno a pieno regime in 27.000 voli. Poi ha corretto a 8.480, con una [nota](https://www.theguardian.com/uk-news/2026/aug/21/proposed-london-datacentre-will-have-annual-carbon-footprint-of-27000-flights-to-new-york) in fondo alla pagina. E non scrive dove avesse sbagliato. I due conti in voli che girano su questo progetto non stanno sulla stessa scala. Quello del promotore conta un passeggero, quello del giornale un aereo intero. Non si sommano. Chi legge non ha un modo semplice per accorgersene. ## Chi paga Fin qui è un problema britannico. Diventa nostro appena si guarda dove, in Italia, la legge dica di pubblicare numeri come questi. Per legge devono esserlo. Lo dice la legge italiana sugli obblighi di pubblicità dei centri dati, l’[articolo 16](https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2024-09-16&atto.codiceRedazionale=24G00149&atto.articolo.numero=16&atto.articolo.sottoArticolo=1&tipoDettaglio=vigente) del decreto legge 131 del 2024. I gestori con una domanda di potenza informatica installata di almeno 500 kW, dice la [norma](https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2024-09-16&atto.codiceRedazionale=24G00149&atto.articolo.numero=16&atto.articolo.sottoArticolo=1&tipoDettaglio=vigente), «rendono pubbliche le seguenti informazioni»: denominazione, titolare, superfici, potenza, traffico di dati, prestazione energetica. E le aggiornano entro il [15 maggio](https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2024-09-16&atto.codiceRedazionale=24G00149&atto.articolo.numero=16&atto.articolo.sottoArticolo=1&tipoDettaglio=vigente) di ogni anno. Non è una peculiarità italiana: l’obbligo arriva dalla [direttiva europea](https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2023/1791/oj/eng) sull’efficienza energetica e vale in tutta l’Unione. E qui sta il punto. Nessuna delle due norme dice dove. Non indicano un portale, non istituiscono un registro, non incaricano nessun ufficio di raccogliere quelle pubblicazioni. Un canale esiste, ma serve ad altro: porta i dati alla banca dati europea, dove restano [riservati](https://eur-lex.europa.eu/eli/reg_del/2024/1364/oj/eng) impianto per impianto. Diventano pubblici solo [sommati](https://energy.ec.europa.eu/topics/energy-efficiency/energy-efficiency-targets-directive-and-rules/energy-efficiency-directive/energy-performance-data-centres_en) insieme agli altri. Nemmeno la [riforma delle autorizzazioni](https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2026-02-20&atto.codiceRedazionale=26G00041&atto.articolo.numero=8&atto.articolo.sottoArticolo=1&tipoDettaglio=vigente) di quest’anno ha aggiunto quell’indirizzo. È un obbligo di trasparenza che la norma non accompagna con un archivio consultabile. A rimetterci è chi vorrebbe controllare. ## Che cosa puoi fare Quando un progetto ti mette davanti [alberi](https://eywadivulgazione.it/il-giappone-e-la-riforestazione-che-funziona-davvero-e-perche-piantare-alberi-a-caso-e-solo-marketing/), voli o famiglie, la domanda da fare è una sola: rispetto a che cosa. Una compensazione vera è [aggiuntiva](https://eywadivulgazione.it/carbonio-fantasma-la-faccia-nascosta-della-lotta-al-cambiamento-climatico/), è misurabile ed è [sorvegliata](https://eywadivulgazione.it/perche-comuni-italiani-tagliano-alberi-maturi-sostituiscono-alberelli/) anche dopo il taglio del nastro. Una di facciata è un numero che sta su una pagina diversa da quella del totale. Il [manuale](https://eywadivulgazione.it/data-center-manuale-civico/) civico di Eywa raccoglie le schede per leggere i documenti di un data center prima che sia costruito. Aprilo prima dell’assemblea in cui qualcuno ti mostrerà il disegno di un aereo. ## Eywa dice… Il documento che dice come stanno le cose esiste, ed è pubblico. Lo firma chi propone l’opera, e giudica la fase in cui l’impianto lavorerà incompatibile con l’obiettivo che tutti dicono di voler rispettare. Solo che è l’altro documento, quello con gli alberi, ad arrivare fino a te. E in Italia, per adesso, la domanda non è nemmeno quale dei due leggere. È dove la legge dica di cercarli. Non lo dice. ## Approfondimenti Eywa [Data center: il manuale civico per arrivare prima](https://eywadivulgazione.it/data-center-manuale-civico/) «Eywa Divulgazione, 2026. Le schede e i modelli civici per intervenire sui data center prima che siano costruiti, compresa quella sulle compensazioni vere e di facciata.» [Il grande inganno del carbonio: cosa si nasconde dietro l’etichetta «a impatto zero»](https://eywadivulgazione.it/carbonio-fantasma-la-faccia-nascosta-della-lotta-al-cambiamento-climatico/) «Eywa Divulgazione, 2025. Che cosa rende credibile una compensazione e perché quasi tutte quelle di mercato non lo sono.» [Il Giappone e la riforestazione che funziona davvero (e perché piantare alberi a caso è solo marketing)](https://eywadivulgazione.it/il-giappone-e-la-riforestazione-che-funziona-davvero-e-perche-piantare-alberi-a-caso-e-solo-marketing/) «Eywa Divulgazione, 2025. Perché il numero degli alberi piantati non dice quasi niente, e che cosa bisogna guardare al suo posto.» [Perché i Comuni italiani tagliano alberi maturi e li sostituiscono con alberelli che muoiono](https://eywadivulgazione.it/perche-comuni-italiani-tagliano-alberi-maturi-sostituiscono-alberelli/) «Eywa Divulgazione, 2026. Che cosa succede a una piantumazione quando nessuno la sorveglia dopo il taglio del nastro.» [Il greenwashing del negazionismo climatico](https://eywadivulgazione.it/greenwashing-negazionismo-climatico/) «Eywa Divulgazione, 2026. Le forme con cui un documento accetta il problema sul clima e insieme rinvia l’azione, e le domande per riconoscerle.» [Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/) «Eywa Divulgazione, 2026. Un caso in cui la decisione arriva prima del dato, e il dato mancante è quello che decide chi decide.» [Data center e AI: perché rischiano di far saltare la rete elettrica (e di finire in bolletta)](https://eywadivulgazione.it/data-center-ai-rete-elettrica-bolletta/) «Eywa Divulgazione, 2026. Da dove viene l’elettricità che pesa per il 99% del bilancio di un campus come questo, e chi ne paga la rete.» [Impianti rinnovabili: la checklist per capire se rispettano davvero la biodiversità](https://eywadivulgazione.it/impianti-rinnovabili-la-checklist-per-capire-se-rispettano-davvero-la-biodiversita/) «Eywa Divulgazione, 2025. Sette criteri per giudicare se le misure ambientali di un progetto sono verificabili o soltanto dichiarate.» ## Fonti [Environmental Statement, Chapter 14: Climate Change](https://drive.google.com/drive/folders/1sl4c33ko_9QE5BrIqz_kr0ptpCG8dCNq) Ramboll per Digital Reef, 2026, capitolo climatico del progetto. Totale di ciclo di vita di 72.374.461 tCO2e su 60 anni (Table 14.22), di cui il 99% è consumo di elettricità di rete in esercizio; credito di −11.376 tCO2e alla voce B1 (Table 14.20), che copre refrigeranti e cambio d’uso del suolo e non i soli alberi, con i fattori di Natural England NERR 094 e del Woodland Carbon Code; giudizio di incompatibilità con la traiettoria di 1,5 gradi e quantificazione sui bilanci di carbonio locale e nazionale (§§14.115-14.117). Sono stime a fase progettuale iniziale, non misurazioni, con un fattore di incertezza dichiarato del 15% e un fattore elettrico fisso, senza scenari futuri di decarbonizzazione. Il totale è composto dall’Environmental Statement: la valutazione di ciclo di vita allegata esclude dai propri risultati l’energia di esercizio e la classifica come informativa. Il capitolo sta nella cartella condivisa che il Comune pubblica insieme agli atti, sotto «ES Chapters», e le due cifre del confronto sono state lette lì il 31 agosto 2026: la voce B1 è intestata «Use of proposed development (B1)» e vale −11.376 tCO2e nella Table 14.20, la Table 14.22 chiude a 72.374.461 tCO2e. La composizione del modulo B1 è dichiarata nella Table 14.3 dello stesso capitolo, che lo definisce «GHG emissions associated with materials and the change of land use»: da una parte i refrigeranti, con 200 kg di R410a stimati perché al momento le quantità reali non sono note, una perdita annua dell’1% e una perdita di fine vita del 5%; dall’altra il cambio d’uso del suolo, calcolato come differenza fra il sequestro stimato per la situazione attuale e quello stimato per il progetto, con i fattori di Natural England NERR 094 e del Woodland Carbon Code. La valutazione di ciclo di vita è la Technical Appendix 14.1, Whole Life Carbon Assessment di Mainer Associates per Digital Reef Limited, revisione N del 3 dicembre 2025, ed è un conto del carbonio incorporato. La sintesi non tecnica, pubblicata per intero negli atti, non riporta né il totale né la voce B1 né il giudizio di incompatibilità. [East Havering Data Centre Campus, Project Presentation, June 2026](https://www.easthaveringdatacentrecampus.com/s/EHDCC_Project-Presentation_June-2026-Website.pdf) Digital Reef, 2026, presentazione del promotore, documento commerciale senza metodo dichiarato. Parco ecologico di 1.130.000 m² pari al 52% del sito e 54.314 alberi (p. 13); equivalenze della piantumazione in 1.375 voli intercontinentali di andata e ritorno all’anno, 510 automobili e 460 famiglie, ricavate da 1.360 e 15 tCO₂/year (p. 14); totale arrotondato a 72,4 million tCO₂e e confronto con un «typical US hyperscale campus» (p. 17). Per le rimozioni della piantumazione non sono dichiarati modello, specie, mortalità, addizionalità né permanenza. Il confronto statunitense non indica fonte, autore né campione, e la frase-titolo che rivendica emissioni cinque volte più alte per il campus americano riguarda soltanto il fine vita, cioè la voce che pesa lo 0,02% del totale dichiarato. L’Environmental Statement indica invece 56.687 alberi: le due cifre non sono riconciliate. [Proposed London datacentre ‘incompatible’ with net zero with 1m-tonne carbon footprint](https://www.theguardian.com/uk-news/2026/aug/21/proposed-london-datacentre-will-have-annual-carbon-footprint-of-27000-flights-to-new-york) The Guardian, 2026, articolo del 21 agosto 2026 con la conversione delle emissioni annue, indicate in 1,2 milioni di tonnellate a pieno regime, in 8.480 voli fra Londra e New York, e in coda la nota di rettifica della cifra iniziale di 27.000 voli. La nota non indica la causa dell’errore. Il calcolo non è pubblicato, e l’attribuzione al calcolatore delle emissioni aeree delle Nazioni Unite resta impropria, perché quello strumento produce valori per passeggero e non per aeromobile: le due equivalenze in voli che circolano su questo progetto, quella del promotore e quella del giornale, non sono confrontabili fra loro e non si sommano né si sottraggono. Il titolo qui riportato è quello vivo al 24 agosto 2026: il titolo ritirato resta nell’indirizzo della pagina e nelle riprese di altri siti. La pagina risponde 403 alle verifiche automatiche: verificata a mano il 26 agosto 2026 e riaperta nel browser il 31 agosto 2026. [Committee Report Item 5, East Havering Data Centre Campus draft Local Development Order](https://democracy.havering.gov.uk/documents/s83116/Committee%20Report%20Item%205.pdf) London Borough of Havering, 2026, atto comunale che identifica il promotore e dichiara che le appendici tecniche dalla 10 alla 24 sono pubblicate soltanto come collegamenti esterni. Il registro edilizio espone il riferimento LDO0001.26, ma la pagina dei documenti collegati restituisce un errore 404. Al 24 agosto 2026 il progetto risulta soltanto proposto: la consultazione è chiusa dal 12 aprile 2026 e nessuna decisione di adozione risulta pubblicata. L’atto dichiara che l’adozione richiederebbe un’ulteriore decisione del Comitato (§15.4). La sintesi non tecnica dello studio ambientale, appendice 9, indica 56.687 alberi in totale. [Decreto legge 16 settembre 2024 n. 131, articolo 16, obblighi di pubblicità dei centri dati](https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2024-09-16&atto.codiceRedazionale=24G00149&atto.articolo.numero=16&atto.articolo.sottoArticolo=1&tipoDettaglio=vigente) Repubblica italiana, 2024, convertito con modificazioni dalla legge 14 novembre 2024 n. 166. Impone ai gestori di data center con una domanda di potenza informatica installata di almeno 500 kW di rendere pubbliche denominazione, titolare, gestori, comune, superficie coperta, potenza installata, traffico dati e prestazione secondo gli indicatori europei, con aggiornamento entro il 15 maggio di ciascun anno. Il testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 16 settembre 2024 contiene i soli commi 1 e 2: il termine annuale arriva con la legge di conversione. La norma non indica destinatario, portale, formato né luogo di pubblicazione. [Direttiva (UE) 2023/1791 sull’efficienza energetica](https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2023/1791/oj/eng) Parlamento europeo e Consiglio, 2023, articolo 12 e allegato VII: gli Stati membri impongono ai titolari e ai gestori dei data center con potenza informatica installata di almeno 500 kW di rendere pubbliche ogni anno le informazioni sulla prestazione energetica. Anche a questo livello il luogo della pubblicazione non è indicato. EUR-Lex non restituisce l’articolato alle verifiche automatiche: verificato a mano sul testo consolidato al 5 agosto 2026. [Regolamento delegato (UE) 2024/1364](https://eur-lex.europa.eu/eli/reg_del/2024/1364/oj/eng) Commissione europea, 2024, fissa la soglia dei 500 kW, gli indicatori di prestazione e le formule. L’articolo 5, paragrafo 5 tiene riservati i dati e gli indicatori dei singoli data center trasmessi alla banca dati europea e li qualifica come informazioni che incidono sugli interessi commerciali di gestori e titolari, rinviando alle basi di rifiuto dell’accesso previste per i documenti delle istituzioni europee e per l’informazione ambientale. [Energy performance of data centres](https://energy.ec.europa.eu/topics/energy-efficiency/energy-efficiency-targets-directive-and-rules/energy-efficiency-directive/energy-performance-data-centres_en) Commissione europea, direzione generale Energia, 2026, pagina ufficiale della banca dati europea: la Commissione mette a disposizione un quadro di sintesi con i dati aggregati previsti dalla direttiva e dall’allegato del regolamento delegato, mentre le schede dei singoli impianti non sono consultabili. [Decreto legge 20 febbraio 2026 n. 21, articolo 8, procedimento unico per il rilascio delle autorizzazioni ai progetti di centri dati](https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2026-02-20&atto.codiceRedazionale=26G00041&atto.articolo.numero=8&atto.articolo.sottoArticolo=1&tipoDettaglio=vigente) Repubblica italiana, 2026, convertito dalla legge 10 aprile 2026 n. 49: riordina il percorso autorizzativo e non introduce alcun canale, portale o soggetto raccoglitore per la pubblicazione prevista dall’articolo 16 del decreto legge 131 del 2024. Nemmeno gli indirizzi operativi del Ministero dell’ambiente del 22 luglio 2026 sul procedimento unico istituiscono un portale o toccano quell’obbligo. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Data center: arrivare prima delle decisioni](https://eywadivulgazione.it/data-center-manuale-civico/) **Published:** Luglio 15, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Le regole che già ci sono, quelle che ancora mancano, e gli strumenti civici per pretenderle: per difendere acqua, aria, suolo e bollette. I Dossier di Eywa Come scoprire dove costruiranno un data center Scheda da compilare per sorvegliare connessioni Terna, valutazioni ambientali e atti urbanistici e scoprire per tempo un data center. 255 KB · 25 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4260&mode=view&_wpnonce=d9959d49f9) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4260&mode=download&_wpnonce=d9959d49f9) I Dossier di Eywa Come trovare gli atti del Comune prima che spariscano Guida di consultazione per leggere l'albo pretorio online e intercettare varianti, delibere e convenzioni legate a un data center. 33 KB · 12 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4267&mode=view&_wpnonce=c8984ff944) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4267&mode=download&_wpnonce=c8984ff944) I Dossier di Eywa Chiedere al Comune se è in arrivo un progetto Lettera da inviare a Comune e sportello unico per far emergere manifestazioni di interesse e atti di indirizzo prima del progetto formale. 250 KB · 6 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4270&mode=view&_wpnonce=4dab6466d5) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4270&mode=download&_wpnonce=4dab6466d5) I Dossier di Eywa Scoprire i data center troppo piccoli per comparire su Terna Richiesta per intercettare le connessioni elettriche sotto la soglia di trasmissione, quelle che non compaiono sul portale di Terna. 244 KB · 7 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4274&mode=view&_wpnonce=dbd92f7476) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4274&mode=download&_wpnonce=dbd92f7476) I Dossier di Eywa Farsi dare gli atti dal Comune Modello di accesso civico generalizzato, il cosiddetto FOIA, per ottenere dal Comune atti, consumi e convenzioni su un data center. 247 KB · 9 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4276&mode=view&_wpnonce=660eeb7e72) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4276&mode=download&_wpnonce=660eeb7e72) I Dossier di Eywa Ottenere i dati ambientali senza dover spiegare perché Richiesta di accesso all'informazione ambientale (d.lgs. 195/2005) per dati su acqua, aria ed energia, senza dover motivare la domanda. 254 KB · 11 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4282&mode=view&_wpnonce=7724840406) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4282&mode=download&_wpnonce=7724840406) I Dossier di Eywa Sapere quanta acqua e quanta energia consumerà Modello di accesso agli atti per ottenere i consumi idrici ed elettrici previsti e autorizzati di un data center. 250 KB · 13 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4284&mode=view&_wpnonce=7b8ef6a787) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4284&mode=download&_wpnonce=7b8ef6a787) I Dossier di Eywa Capire quanto vale davvero l’operazione immobiliare Richiesta di accesso per ricostruire oneri, compensazioni e convenzioni urbanistiche e la dimensione immobiliare dell'operazione. 262 KB · 4 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4288&mode=view&_wpnonce=b2141de5a4) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4288&mode=download&_wpnonce=b2141de5a4) I Dossier di Eywa Distinguere le compensazioni vere da quelle di facciata Scheda per distinguere le compensazioni davvero aggiuntive da ciò che è solo dovuto e trattare su opere verificabili. 246 KB · 3 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4290&mode=view&_wpnonce=8b8827029c) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4290&mode=download&_wpnonce=8b8827029c) I Dossier di Eywa Chiedere se il calore prodotto verrà riutilizzato Richiesta per ottenere lo studio sul recupero del calore d'inverno e d'estate, con temperatura, rendimento e domanda. 250 KB · 5 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4293&mode=view&_wpnonce=0df116a956) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4293&mode=download&_wpnonce=0df116a956) I Dossier di Eywa Sapere se peserà sulla rete elettrica o potrà alleggerirla Richiesta per sapere se il data center è un carico rigido o flessibile e quali servizi può offrire alla rete elettrica. 253 KB · 5 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4296&mode=view&_wpnonce=a5d465dad7) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4296&mode=download&_wpnonce=a5d465dad7) I Dossier di Eywa Chiedere chi paga i lavori sulla rete elettrica Richiesta sulla documentazione di connessione, i tempi, le garanzie e la ripartizione dei costi delle opere di rete. 249 KB · 5 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4299&mode=view&_wpnonce=1db770730d) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4299&mode=download&_wpnonce=1db770730d) I Dossier di Eywa Dire la propria nella valutazione ambientale Osservazioni alla VIA (art. 24 d.lgs. 152/2006) per mettere a verbale bilancio idrico, calore, generatori e smantellamento. 265 KB · 8 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4302&mode=view&_wpnonce=da07773080) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4302&mode=download&_wpnonce=da07773080) I Dossier di Eywa Verificare se l’impianto è a rischio di incidente rilevante Scheda per verificare se un data center supera le soglie della direttiva Seveso (d.lgs. 105/2015) per sostanze pericolose e generatori. 255 KB · 7 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4305&mode=view&_wpnonce=82c8ccf6de) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4305&mode=download&_wpnonce=82c8ccf6de) I Dossier di Eywa Chiedere un confronto pubblico sul progetto Richiesta di inchiesta pubblica (art. 24-bis) per trasformare la consultazione di carte in un confronto orale con risposte agli atti. 254 KB · 6 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4308&mode=view&_wpnonce=549dcef191) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4308&mode=download&_wpnonce=549dcef191) I Dossier di Eywa Chiedere un dibattito pubblico quando non è obbligatorio Richiesta di dibattito pubblico volontario da rivolgere al proponente quando il confronto non è obbligatorio per legge. 242 KB · 3 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4311&mode=view&_wpnonce=329fae9f75) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4311&mode=download&_wpnonce=329fae9f75) I Dossier di Eywa Intervenire su un data center costruito in mare Modello dedicato ai data center in mare: accesso agli atti su concessione, scarico termico e smantellamento, e osservazioni da depositare. 258 KB · 2 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4314&mode=view&_wpnonce=23500fd9af) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4314&mode=download&_wpnonce=23500fd9af) I Dossier di Eywa Chiedere al sindaco di occuparsene Lettera per chiedere al sindaco e ai capigruppo interrogazione, mozione e audizione del proponente di un data center. 248 KB · 3 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4317&mode=view&_wpnonce=261fbb3046) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4317&mode=download&_wpnonce=261fbb3046) I Dossier di Eywa Portare una mozione in Consiglio comunale Bozza di mozione comunale con prescrizioni su recupero del calore, fonti idriche e pubblicazione dei dati. 245 KB · 6 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4321&mode=view&_wpnonce=9d4fecac50) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4321&mode=download&_wpnonce=9d4fecac50) I Dossier di Eywa Far discutere il progetto dal Consiglio comunale Petizione comunale, lo strumento che il TUEL mette in mano ai cittadini per portare un data center in Consiglio. 16 KB · 8 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4237&mode=view&_wpnonce=effa517f3b) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4237&mode=download&_wpnonce=effa517f3b) I Dossier di Eywa Coinvolgere i consiglieri regionali Lettera ai consiglieri regionali per interrogazioni, mozioni e una legge regionale sui data center. 242 KB · 4 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4326&mode=view&_wpnonce=9d40ad849b) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4326&mode=download&_wpnonce=9d40ad849b) I Dossier di Eywa Coinvolgere i parlamentari del tuo territorio Lettera a deputati e senatori del territorio per interrogazioni ed emendamenti alla legge sui data center. 242 KB · 4 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4329&mode=view&_wpnonce=1fe829c815) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4329&mode=download&_wpnonce=1fe829c815) I Dossier di Eywa Proporre regole nella legge nazionale sui data center Pacchetto di proposte di criteri per la legge delega sui data center (DDL S.1821), pronto da inviare ai parlamentari. 45 KB · 3 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4332&mode=view&_wpnonce=70bc2b886b) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4332&mode=download&_wpnonce=70bc2b886b) I Dossier di Eywa Chiedere nuove regole alla Camera dei Deputati Petizione alla Camera (art. 50 Cost.) per chiedere regole vincolanti su acqua, calore e trasparenza dei data center. 16 KB · 6 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4248&mode=view&_wpnonce=fd8a822293) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4248&mode=download&_wpnonce=fd8a822293) I Dossier di Eywa Chiedere nuove regole al Senato Petizione al Senato (art. 50 Cost.) per chiedere regole vincolanti su acqua, calore e trasparenza dei data center. 16 KB · 8 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4251&mode=view&_wpnonce=a54f1effba) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4251&mode=download&_wpnonce=a54f1effba) I Dossier di Eywa Scrivere agli europarlamentari su ambiente ed energia Lettera agli eurodeputati delle commissioni ENVI, SANT e ITRE su recepimento della direttiva efficienza e condizioni per le gigafactory. 247 KB · 4 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4337&mode=view&_wpnonce=440018dfad) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4337&mode=download&_wpnonce=440018dfad) I Dossier di Eywa Scrivere agli europarlamentari su industria ed energia Variante mirata alla commissione ITRE del Parlamento europeo su efficienza energetica e finanziamenti alle gigafactory. 243 KB · 4 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4340&mode=view&_wpnonce=e5887254ee) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4340&mode=download&_wpnonce=e5887254ee) I Dossier di Eywa Presentare una petizione al Parlamento europeo Petizione al Parlamento europeo (art. 227 TFUE) per aprire un fascicolo alla commissione per le petizioni sui data center. 248 KB · 3 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4343&mode=view&_wpnonce=78a4b54628) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4343&mode=download&_wpnonce=78a4b54628) I Dossier di Eywa Segnalare all’Europa una legge non applicata in Italia Denuncia alla Commissione europea per il mancato recepimento della direttiva sull'efficienza energetica (EED) in Italia. 250 KB · 5 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4346&mode=view&_wpnonce=3047eece10) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4346&mode=download&_wpnonce=3047eece10) I Dossier di Eywa Denunciare i costi di rete scaricati sulle bollette Segnalazione all'ARERA sui costi di connessione dei data center scaricati nelle bollette di tutti. 250 KB · 4 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4349&mode=view&_wpnonce=80f9fae6a9) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4349&mode=download&_wpnonce=80f9fae6a9) I Dossier di Eywa Segnalare uno spreco di denaro pubblico Esposto alla Corte dei Conti sul possibile danno erariale, con i requisiti e la quantificazione da allegare. 249 KB · 2 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4351&mode=view&_wpnonce=9616f9486a) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4351&mode=download&_wpnonce=9616f9486a) I Dossier di Eywa Segnalare irregolarità in appalti e concessioni Segnalazione all'ANAC su appalti, concessioni e conflitti di interesse nelle procedure di un data center. 247 KB · 4 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4353&mode=view&_wpnonce=54f03f8163) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4353&mode=download&_wpnonce=54f03f8163) I Dossier di Eywa Segnalare promesse ambientali ingannevoli Segnalazione all'AGCM su asserzioni ambientali ingannevoli e pubblicità scorretta legate a un data center. 248 KB · 6 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4356&mode=view&_wpnonce=e26fce5fa1) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4356&mode=download&_wpnonce=e26fce5fa1) I Dossier di Eywa Segnalare rumore, emissioni e rifiuti Esposto all'ARPA su rumore, emissioni e gestione dei rifiuti di un data center. 247 KB · 3 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4359&mode=view&_wpnonce=6806ed42c5) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4359&mode=download&_wpnonce=6806ed42c5) I Dossier di Eywa Denunciare possibili reati ambientali Denuncia alla Procura della Repubblica sui possibili reati ambientali (ecoreati) legati a un data center. 244 KB · 2 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4362&mode=view&_wpnonce=07b7092b54) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4362&mode=download&_wpnonce=07b7092b54) I Dossier di Eywa Segnalare rischi di infiltrazioni criminali Segnalazione alla Prefettura sui rischi di infiltrazione criminale nella filiera di un data center. 247 KB · 1 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4365&mode=view&_wpnonce=56c391246b) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4365&mode=download&_wpnonce=56c391246b) I Dossier di Eywa Le dodici domande da fare a ogni data center Le dodici domande su energia, acqua, calore, suolo e controllo, in una pagina stampabile da portare alle assemblee. 26 KB · 10 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4368&mode=view&_wpnonce=366d662ef3) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4368&mode=download&_wpnonce=366d662ef3) *Aggiornato al 2 settembre 2026.* C’è un momento, in ogni grande opera, in cui le decisioni che contano sono già state prese, e a noi resta solo da subirle. E ce n’è un altro, molto prima, in cui quelle stesse decisioni si possono ancora indirizzare, e quasi nessuno se ne accorge. Questo manuale serve a starci dentro, in quel secondo momento. Non ti chiede di metterti contro la tecnologia, e nemmeno contro i data center, cioè i grandi edifici pieni di computer (i server) che fanno funzionare internet, il cloud e l’intelligenza artificiale, e che per farlo divorano elettricità e acqua per raffreddarsi. Ti chiede qualcosa di più utile: arrivare preparati, con gli strumenti giusti in mano, prima che il cemento sia colato. Partiamo da una bussola, ed è anche la prima correzione di rotta rispetto al senso comune: non è vero che i data center siano «senza regole». Le regole esistono già, europee e nazionali, e cambiano in fretta: una direttiva sull’efficienza energetica, una legge tedesca sul recupero del calore, un procedimento unico italiano, una legge regionale lombarda, le discipline ambientali, urbanistiche ed energetiche di sempre. Il problema è un altro, ed è doppio: queste regole sono frammentarie, e su alcuni punti decisivi, gli obblighi vincolanti su calore, acqua e trasparenza, mancano ancora standard nazionali. La partita si gioca lì, nella frammentazione e nelle lacune. Ed è lì che un cittadino informato può incidere. Ti prendiamo per mano come farebbe un amico che questa strada l’ha già fatta. Non servono competenze tecniche né titoli: bastano l’intenzione, un po’ di tempo e la voglia di non scoprire le carte a cose fatte. Torneremo spesso su un esempio concreto, perché aiuta a capire: la candidatura di Genova a ospitare una delle gigafactory europee dell’intelligenza artificiale, cioè i grandi poli di calcolo pensati per l’AI. A metà luglio 2026 l’Italia promuove la propria candidatura come Sistema Paese, con un consorzio che riunisce Leonardo, Eni e la Fondazione AI4Industry di Torino, e che nelle ultime settimane si va allargando ad altri operatori; Genova resta tra le sedi sostenute, ma la sede non è ancora assegnata. Una distinzione da tenere ferma: il supercomputer Davinci-1 di Leonardo, già operativo a Genova, è una delle credenziali citate a sostegno della proposta, non è la gigafactory. Confonderli è il primo appiglio che regaliamo a chi vuole smontarci. E quello che vale per Genova vale per qualsiasi territorio. Una premessa che è anche una promessa: Eywa fa divulgazione civica ambientale, e ti mette in mano gli strumenti. Le battaglie di parte hanno altri nomi e altri canali; qui si impara a partecipare, dentro le regole, e a farlo per tempo. ## Un data center si può fare bene Ecco la buona notizia, ed è una notizia vera, non una pacca sulla spalla: per ognuno dei problemi che un data center può creare, dai costi di rete scaricati in bolletta al consumo di acqua, dalle emissioni alla segretezza sugli atti, esiste già, da qualche parte nel mondo, una risposta che funziona. Non prototipi da laboratorio, ma impianti accesi, leggi in vigore, delibere concrete. Conoscerle serve a una cosa precisa: sapere cosa chiedere. Perché un data center dannoso e uno accettabile si distinguono per un pugno di condizioni, e quelle condizioni si possono mettere nero su bianco. ![Una tecnica con casco e giubbotto ad alta visibilità controlla grandi pompe di calore e tubazioni in una centrale di teleriscaldamento](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/07/data-center-recupero-calore-teleriscaldamento-tecnico.webp) Cominciamo dal calore. Quasi tutta l’elettricità che entra in un data center ne esce sotto forma di calore, e la domanda civica è una sola: chi lo raccoglie? A Stoccolma una rete di teleriscaldamento cittadina (il teleriscaldamento è la rete di tubi che porta il calore alle case da una sorgente unica) recupera il calore in eccesso di una ventina di fornitori, tra cui diversi data center, per oltre 100 gigawattora l’anno, l’equivalente di circa 30.000 appartamenti moderni; e in quel modello gli operatori vengono perfino pagati per il calore che cedono. Non è roba da soli Paesi freddi: a Brescia, dal 25 giugno 2025, è in funzione il primo data center italiano con raffreddamento a liquido collegato a una rete cittadina di teleriscaldamento, con un recupero che parte da circa 800 megawattora termici l’anno nella prima fase e punta a 16 gigawattora a regime. E Brescia non è più sola. A Milano la prima partnership industriale italiana del settore porta nel teleriscaldamento cittadino il calore di un data center: 15 gigawattora termici l’anno per oltre 1.200 famiglie del quartiere. E il 2 luglio 2026 A2A ed Equinix hanno annunciato l’iniziativa più ambiziosa finora in Italia: al campus Equinix di Settimo Milanese un nuovo energy center, con quattro pompe di calore da 72 megawatt complessivi e due accumuli termici, recupererà a regime circa 225 gigawattora termici l’anno, abbastanza da coprire il fabbisogno di oltre 21.000 abitazioni e da aumentare di circa il 20% il calore distribuito dalla rete milanese. Tre casi non fanno una rete nazionale, ma bastano a togliere l’alibi del «da noi non si può». E d’estate, quando di riscaldamento non c’è bisogno? In alcuni progetti lo stesso calore può alimentare un chiller termico, una macchina che usa il calore al posto dell’elettricità per produrre freddo, da mandare alle reti di teleraffrescamento di ospedali, uffici e centri commerciali. Non è però un automatismo: vanno verificati temperatura, rendimento, domanda, rete e dissipazione, perché molti chiller richiedono temperature più alte di quelle che un data center rende disponibili, e il calore di Brescia, fino a 65 gradi, da solo non basta a garantire il teleraffrescamento. In un clima come il nostro la posta resta alta, perché il picco dei consumi elettrici è ormai d’estate, per i condizionatori. Sul perché in Italia questo calore lo buttiamo nell’aria invece di scaldarci le case rimandiamo all’approfondimento Eywa [*I data center producono calore. Perché lo buttiamo nell’aria invece di riscaldare le case?*](https://eywadivulgazione.it/recupero-calore-data-center/). ![Un tecnico osserva le torri evaporative di raffreddamento di un data center mentre il vapore sale nell'aria del mattino](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/07/data-center-acqua-raffreddamento-torri-evaporative-1024x683.webp)Poi c’è l’acqua, e qui la regola d’oro è una gerarchia delle fonti: mai acqua potabile per il raffreddamento, salvo impossibilità dimostrata. Le alternative sono mature. In Finlandia un data center di Google a Hamina si raffredda con l’acqua di mare, riusando le opere di presa di una vecchia cartiera, e tiene l’acqua potabile solo per i bagni; altrove si usano i reflui depurati, cioè le acque di scarico già trattate, oppure circuiti chiusi. Attenzione a non semplificare, però: [anche un circuito interno chiuso può scaricare il calore con torri evaporative e consumare acqua di reintegro](https://eywadivulgazione.it/data-center-senza-acqua/), quindi il consumo complessivo dipende dal sistema finale di dissipazione, non dal solo circuito interno. Per una città di mare come Genova il raffreddamento indiretto con acqua marina va messo tra le alternative, non dato per ottimale a priori: il caso di Hamina nasce in un contesto diverso, e a Genova andrebbero studiati temperatura, portata, corrosione, scarico termico e interferenze portuali, anche perché l’acquedotto perde parecchia acqua per strada (in Liguria intorno al 40% secondo ISTAT; per il Comune di Genova va usato il dato comunale più recente disponibile, con l’anno). Da qui un parametro che incontrerai spesso, il WUE (water usage effectiveness), che misura l’intensità idrica di un impianto rapportando l’acqua consumata in un anno all’energia assorbita dai soli computer, cioè i litri per kilowattora IT: più è basso, meglio è. Ma pubblicato da solo dice poco: va sempre accompagnato dai prelievi e dai consumi assoluti, dalla fonte e dai picchi, perché un grande impianto può avere un WUE basso e consumare comunque più acqua di uno piccolo (lo standard di riferimento è la ISO/IEC 30134-9). Anche da noi qualcosa si muove: il presidente dell’autorità di regolazione, l’ARERA, Nicola Dell’Acqua, all’Acqua Summit 2026 del Sole 24 Ore ha dichiarato che serve una normativa chiara per imporre ai data center costruiti in Italia il recupero interno dell’acqua, e che recuperi del 90-95% sono già tecnicamente alla portata, pur aggiungendo che oggi a preoccupare è più l’energia dell’acqua. È una dichiarazione riportata dalla stampa, non ancora una norma, e come tale la citiamo; ma viene da chi quelle norme può contribuire a scriverle, e fissa un’asticella che conviene ricordare. Sulla gigafactory genovese e sull’acqua che nessuno ha ancora quantificato rimandiamo all’approfondimento Eywa [*Gigafactory AI a Genova: l’acqua che nessuno quantifica*](https://eywadivulgazione.it/gigafactory-ai-genova-acqua/). Poi vengono le condizioni che riguardano i soldi e la terra, e sono altrettanto semplici da dire. Chi chiede la rete deve pagarsi la rete: i costi di connessione vanno messi in capo a chi li causa, non socializzati nella bolletta di tutti. Il suolo si risparmia: prima le aree industriali dismesse, non i campi agricoli, e chi consuma terreno buono lo deve pagare caro. La legge regionale lombarda, in vigore dal 20 giugno 2026 e presentata dalla Regione come la prima legge regionale italiana organicamente dedicata ai data center, va con decisione in questa direzione, pur limitandosi a disincentivare il consumo di suolo agricolo senza vietarlo: prevede un incremento del contributo di costruzione del 100% per chi si insedia su suolo agricolo fuori dalle aree prioritarie, e del 200% nei perimetri protetti indicati dalla legge regionale 86/1983; alcune misure richiedono però ancora atti attuativi per diventare pienamente operative: la Regione ha individuato sportello e task force con la delibera del 22 giugno 2026, ma le delibere su criteri di priorità e misure premiali erano dovute entro il 19 agosto 2026 e non risultano adottate, per cui le premialità non sono ancora applicabili. E la Lombardia non è più sola: il Friuli Venezia Giulia ha fatto rientrare i data center nella disciplina urbanistica degli insediamenti logistici con la legge regionale 9 marzo 2026, n. 4, che considera di rilevanza regionale gli insediamenti da tre ettari in su; la Puglia ha un articolo 12-bis dedicato ai centri di elaborazione dati e linee guida approvate il 22 ottobre 2025; il Veneto ha autorizzato con una norma di bilancio una società pubblica per un data center nel padovano; e dal 16 luglio 2026 il Piemonte, secondo in Italia per richieste di connessione, ha in corso una consultazione pubblica su un proprio disegno di legge, non ancora depositato. C’è un rovescio della partita da non ignorare, perché cambia il modo in cui un comune guarda a un data center. Un data center non è solo un’infrastruttura digitale: è anche un’operazione immobiliare, e può rendere parecchio. Attorno al suo valore si muovono spesso sviluppatori e veicoli immobiliari, che comprano l’area, ne curano la trasformazione urbanistica con il comune e la passano all’operatore finale, a volte prima ancora che si costruisca. Per leggere questi casi conviene tenere distinti quattro soggetti che non coincidono: chi possiede il terreno, chi sviluppa, chi chiede l’autorizzazione e chi alla fine gestisce l’impianto. È una dinamica di valorizzazione immobiliare, confermata da studiosi e amministratori, e si descrive con atti e passaggi societari, non con etichette. Per il comune l’incasso può essere consistente. Oltre agli oneri di urbanizzazione, che finanziano strade, reti e fognature, ci sono le opere di compensazione, cioè infrastrutture pubbliche pagate dal privato per attenuare gli impatti: piste ciclabili, parchi, efficientamento degli edifici comunali. E qui sta il punto: chi ha aree disponibili e un ufficio tecnico preparato può trattare al rialzo. Nell’area milanese la ricerca del DAStU del Politecnico di Milano, condotta da Alice Franchina e Cristiana Mattioli, descrive una vera concorrenza negoziale tra comuni, con squilibri nelle trattative e l’assenza di regole coerenti su metodi e compensazioni. Gli esempi danno la misura, e vanno riferiti per quello che le fonti dicono. A Rho è partita la procedura di valutazione ambientale per un data center di Amazon Web Services: il quadro economico depositato supera i 750 milioni di euro, dentro un piano dell’azienda da oltre 1,2 miliardi in cinque anni per la regione cloud milanese. Qui, secondo l’assessore all’Urbanistica Edoardo Marini, il comune avrebbe fissato un onere al metro quadro superiore alla tabella regionale, motivandolo con il valore dell’investimento: un data center, sostiene, può valere diverse migliaia di euro al metro quadro. A Settimo Milanese, sull’ex Italtel diventata campus digitale, la documentazione presentata in ambito ANCI riporta poco più di 7,5 milioni di euro di oneri incassati dal comune tra il 2014 e il 2024. A Magenta, sull’ex sito chimico Novaceta, l’operazione è stata riportata come un piano da 19 milioni, di cui 13 in opere pubbliche. A Pregnana Milanese arrivano tre data center su altrettante aree ex industriali, tra cui l’ex Citroën, con stati autorizzativi diversi: il sindaco Angelo Bosani le definisce un’occasione «imperdibile», perché a suo dire quelle aree pesano per una quota rilevante del costruito comunale e senza quell’investitore la loro bonifica resterebbe impossibile. Sono operazioni presentate dagli enti e dai promotori come conformi agli strumenti urbanistici, e questo manuale non ne dà un giudizio autonomo di legittimità. Ma proprio qui si apre un rischio istituzionale da non perdere di vista: quando l’operazione porta entrate rilevanti o sblocca bonifiche altrimenti impossibili, si crea una dipendenza negoziale, e l’amministrazione che dovrebbe vigilare sull’impianto è la stessa che ne ha bisogno. Non è un motivo per dire di no. È un motivo affinché gli oneri, le compensazioni e i vincoli ambientali, sul calore, sull’acqua e sui dati pubblici, finiscano scritti in atti verificabili, delibere e convenzioni, e non lasciati alla trattativa. La leva contrattuale del comune è reale, e va usata per ottenere condizioni, non solo denaro. Per ricostruire questa dimensione con gli atti, e non con le impressioni, tra i materiali allegati trovi una richiesta di accesso mirata su oneri, compensazioni e convenzioni urbanistiche e una scheda per valutare le compensazioni offerte, distinguendo ciò che è davvero aggiuntivo da ciò che è solo dovuto. ![Una tecnica comunale consulta planimetrie appoggiate al cofano di un'auto davanti a un'area ex industriale con tralicci dell'alta tensione](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/07/data-center-suolo-oneri-tecnico-comunale-planimetrie-1024x683.webp)Poi c’è l’energia, e conta da dove arriva davvero. Sapere quanta elettricità serve non basta: conta da dove viene e per quale strada. Negli Stati Uniti, dove la fame di calcolo è esplosa prima, una delle risposte più visibili per garantire potenza continua sono gli accordi, tra loro molto eterogenei, con i produttori nucleari: a maggio 2026 i grandi operatori del cloud avevano firmato accordi per oltre 9,8 gigawatt di potenza nucleare su tredici progetti, da Microsoft, che ne ha bloccati 835 megawatt riavviando un reattore di Three Mile Island con i primi elettroni attesi nel 2027, ad Amazon, che ne ha contrattati 1,92 gigawatt dalla centrale di Susquehanna. Non tutti però comportano un collegamento fisico dedicato: molti immettono energia nella rete tramite contratti di lungo periodo, e lo stesso riavvio di Three Mile Island alimenta la rete PJM e resta subordinato alle autorizzazioni. Qui serve una distinzione che fa da spartiacque. Un impianto può essere alimentato «dietro il contatore», cioè collegato direttamente alla centrale saltando la rete pubblica, oppure «davanti al contatore», facendo passare l’elettricità per la rete di tutti: il primo schema può ridurre l’energia transitata sulla rete e alcune componenti di costo, ma non sottrae automaticamente l’impianto alla vigilanza e alla pianificazione pubblica, e anzi può aprire contenziosi su come ripartire i costi. La cosa ci riguarda da vicino, perché anche in Italia il disegno di legge sui data center promuove l’autoproduzione energetica, e torna in campo la discussione sul nucleare di nuova generazione, i piccoli reattori modulari (gli SMR), la cui disponibilità commerciale su scala, negli scenari di riferimento, non è attesa prima del 2030 circa. La domanda da mettere a verbale è semplice: da dove arriva l’energia, è una fonte dedicata o passa per la rete, con quali tempi e quali garanzie, e chi paga comunque le opere. Un impianto dichiarato «a impatto zero» e alimentato da un reattore che ancora non esiste è una promessa, non un dato. C’è un segnale che dice dove sta andando il settore: a muoversi non sono più solo i giganti del cloud, ma anche i gruppi dell’energia. Eni ha da anni un proprio data center a Ferrera Erbognone, nel pavese, e l’11 luglio 2025 ha firmato con Khazna Data Centers, operatore emiratino specializzato in grandi infrastrutture digitali, un accordo preliminare, un Head of Terms, per costituire una possibile joint venture e sviluppare lì un campus per l’intelligenza artificiale da 500 megawatt di potenza informatica. Il 10 agosto 2026 la Commissione europea ha autorizzato la joint venture con procedura semplificata di controllo delle concentrazioni. Sull’alimentazione conviene essere precisi, perché la fonte primaria sfuma il quadro dell’annuncio iniziale. A luglio 2025 Eni presentava «Blue Power», prodotta da una nuova centrale a gas ad alta efficienza con cattura della CO₂ (con stoccaggio all’hub di Ravenna), come soluzione energetica del campus. Nelle risposte agli azionisti del 6 maggio 2026, però, ha precisato che la fase iniziale sarà sostenuta dalla centrale già esistente di Ferrera Erbognone e che Blue Power, pur restando la soluzione di riferimento prospettata per il medio-lungo termine, non è un prerequisito vincolante per l’operatività del campus; la continuità potrà essere garantita anche dagli impianti esistenti e, se necessario, dalla rete nazionale, compreso il caso di indisponibilità o prestazioni insufficienti del CCS di Ravenna. È un progetto in fase iniziale, non un impianto già costruito, e così va raccontato: per chi si occupa di ambiente, la differenza tra la fonte annunciata e quella effettiva della prima fase è un’informazione da mettere in chiaro. La lettura è comunque netta: quando il fabbisogno elettrico dell’AI diventa una voce della politica energetica nazionale, i data center chiamano dentro anche grandi società a partecipazione pubblica, e smettono di essere una faccenda solo privata. Un motivo in più perché consumi e condizioni siano trasparenti. E vale, per i costi di rete, la regola di fondo: quando le opere non se le paga chi le causa, il conto rischia di finire nelle bollette di tutti. Il raffreddamento, intanto, corre, e tre novità vanno conosciute, non per inseguirle ma per non farsi abbagliare. La prima è il raffreddamento a liquido ad alta temperatura: tenendo il liquido più caldo si può smaltire il calore con i dry cooler, scambiatori ad aria simili al radiatore di un’auto che non fanno evaporare acqua, e tagliano il consumo idrico diretto quasi a zero; è una delle risposte migliori sul fronte acqua, ma con un limite che gli stessi costruttori ammettono, perché rende al meglio nei climi favorevoli, e il nostro, d’estate, non lo è. La seconda è l’immersione bifase, in cui i server lavorano immersi in un liquido che bolle e si condensa, già portata in un ambiente di produzione reale. La terza è la più avanzata e la più acerba, la microfluidica, che incide microcanali dentro il chip e porta il refrigerante a contatto del silicio: nei test riduce la temperatura di picco fino al 65%, tre volte meglio delle piastre fredde, ma resta una tecnologia nascente, con ostacoli di produzione e di manutenzione. Vale anche qui l’avvertenza di prima: sono promesse di efficienza dei costruttori, non dati di impianti italiani in esercizio, e in ogni caso restano il consumo idrico indiretto e quello di energia. E non è tutto teoria d’oltreconfine, perché qualcosa in Italia già si vede. Marina Natalucci, che dirige l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, ricorda che nella bolletta di un data center il raffreddamento dei server è una delle voci più pesanti, e che le tecnologie per abbatterlo esistono già. Quanto pesi dipende da tecnologia, clima ed efficienza dell’impianto, ma in diversi casi supera da solo buona parte del consumo. E gli esempi ci sono. Nel data center di Engineering a Pont-Saint-Martin, in Valle d’Aosta, un sistema geotermico, che sfrutta l’acqua di falda a temperatura costante del sottosuolo, abbatte i consumi. Di quanto, meglio dirlo con precisione: il 35% dichiarato dall’azienda non è certificato, mentre il risparmio elettrico annuo verificato da un ente terzo si è attestato al 19% nel 2023. Nel Global Cloud Data Center di Aruba a Ponte San Pietro, vicino a Bergamo, il circuito primario di raffreddamento usa acqua di falda invece dell’acquedotto. Sono impianti in esercizio, non prototipi, e servono a rispondere a chi giura che «da noi non si può»: usare l’acqua di falda invece dell’acquedotto e puntare sull’efficienza non sono un lusso nordico, sono scelte già fatte e a un’ora da casa. Restano però scelte legate al contesto, e non dimostrano che ogni sito italiano possa fare altrettanto. C’è un ultimo aspetto importante, ed è il rovescio del problema della rete. Finora abbiamo trattato il data center come un consumatore rigido, acceso allo stesso modo giorno e notte. Ma sta emergendo il modello opposto, il carico flessibile, cioè l’impianto che riduce o sposta i propri consumi quando la rete è sotto sforzo, e che in prospettiva può perfino restituire servizi alla rete, come la regolazione della frequenza. È un’arma a doppio taglio che conviene saper impugnare: un impianto capace di piegarsi nei picchi pesa meno sulla rete, e toglie un argomento a chi accumula richieste di connessione per pura speculazione. Non a caso la flessibilità dei consumi compare anche nel disegno di legge italiano. E non solo lì: la roadmap energetica del Tech Sovereignty Package (il pacchetto europeo per la sovranità tecnologica presentato a giugno 2026) stima che la flessibilità dal lato della domanda potrebbe ridurre i costi elettrici dei consumatori europei di oltre 71 miliardi di euro l’anno, una quota che la Commissione quantifica nel 64% dei costi di consumo, e accompagna la stima con un’iniziativa dedicata alla gestione delle reti, AI.grids. È un beneficio di sistema, non la resa di un singolo impianto; ma indica la direzione. Tradotto: un impianto che sa piegarsi non è solo più gentile con la rete, entra in una partita che a livello europeo vale miliardi, e questo possiamo metterlo sul tavolo. Così alla lista si aggiunge un’altra domanda: è un carico rigido 24 ore su 24, o sa piegarsi quando serve? Per portarla dentro gli atti, tra i materiali allegati trovi le richieste pronte da compilare sullo studio del calore recuperabile, sul profilo di consumo e la flessibilità elettrica dell’impianto e, rivolta al gestore di rete, sulla documentazione di connessione e la ripartizione dei costi. C’è infine la condizione che tiene insieme tutte le altre: regole scritte bene. La Germania, con la sua legge sull’efficienza energetica (l’EnEfG), ha trasformato il recupero del calore da buona abitudine a obbligo di legge. Per i nuovi data center avviati dal 1 luglio 2026 fissa un tetto di efficienza e un obbligo di riuso dell’energia. Il tetto di efficienza si misura con il PUE (power usage effectiveness): è il rapporto tra l’energia totale del sito e quella dei soli computer, e più è vicino a 1 più l’impianto è efficiente; misura l’overhead infrastrutturale, non la sostenibilità complessiva (lo standard è la ISO/IEC 30134-2). La legge tedesca lo vuole non superiore a 1,2. L’obbligo di riuso, la quota di calore recuperato chiamata ERF, parte da almeno il 10%, sale al 15% e poi al 20% secondo la data di avvio, e si accompagna a obblighi crescenti di approvvigionamento da fonti rinnovabili. Due dettagli vanno precisati: la soglia generale dell’obbligo riguarda in genere i data center da circa 300 kilowatt, mentre 1 megawatt è la soglia di specifici obblighi di certificazione; e l’esenzione dagli obblighi di recupero non è unica, ma comprende, tra l’altro, l’impegno qualificato a realizzare una rete di calore entro un termine, con una proposta di modifica tedesca in discussione nel 2026. Resta la logica di fondo: la norma più intelligente è quella che spegne l’alibi più comodo, il «non c’era nessuno a cui dare quel calore». A livello europeo la direttiva sull’efficienza energetica, che si chiama EED, ha introdotto un obbligo di rendicontazione che riguarda tutti: gli impianti con potenza informatica pari o superiore a [500 kilowatt comunicano ogni anno i propri indicatori](https://eywadivulgazione.it/data-center-senza-acqua/) (PUE, WUE, recupero del calore, quota di rinnovabili) in una banca dati europea. Il reporting è operativo dal 2024; la scadenza del 15 maggio 2026 riguardava i dati relativi al 2025, non l’avvio dell’obbligo, e la Commissione pubblica soprattutto elaborazioni aggregate, mentre le informazioni individuali possono essere protette. Sempre a livello europeo, la prima diagnosi energetica obbligatoria per le imprese con consumi superiori a 10 terajoule l’anno è fissata all’11 ottobre 2026: è un obbligo generale, distinto dalla rendicontazione specifica dei data center appena descritta, e la scadenza operativa in Italia dipenderà dal decreto di recepimento, ancora in bozza. Altri Paesi hanno aggiunto un filtro all’ingresso. Dublino ha congelato per anni le nuove connessioni, perché i data center erano arrivati ad assorbire circa un quinto dell’elettricità irlandese, e le ha riaperte solo a condizioni stringenti; Amsterdam ha fissato tetti di crescita e l’obbligo di recuperare il calore; Singapore ha riaperto dopo una moratoria con un bando competitivo, per cui si costruisce solo se si vince una selezione su efficienza ed emissioni. Il principio, ovunque, è lo stesso: è il territorio che sceglie i progetti, non il territorio che li subisce. Con l’avvertenza di sempre: questi modelli mostrano che si può fare meglio, non dettano da soli la soluzione ottimale per Genova o per un altro territorio, che va sempre studiata caso per caso. E l’Italia? Qualcosa si muove. Oltre alla legge lombarda, c’è il decreto-legge che ha introdotto l’Autorizzazione Unica, un procedimento unico con termine ordinario massimo di dieci mesi dalla completezza della documentazione, prorogabile fino a tre mesi, che accorpa varie autorizzazioni ambientali e paesaggistiche; non è una scorciatoia universale, perché autorità competenti, titoli assorbiti e opere di connessione vanno verificati sul caso concreto. E c’è una legge quadro nazionale in cantiere: è il disegno di legge delega S.1821, approvato dalla Camera dei Deputati il 24 febbraio 2026 e trasmesso al Senato il 26 febbraio 2026, assegnato in sede referente alla 8ª Commissione il 4 marzo e in esame in commissione dal 23 giugno 2026 con relatrice la senatrice Simona Petrucci: al 31 agosto 2026 è ancora all’esame; trattandosi di una delega al Governo, le regole sostanziali possono ancora cambiare. Il disegno di legge qualifica inoltre i data center come opere di pubblica utilità e promuove l’autoproduzione energetica e la gestione flessibile dei consumi. Su questo fronte vale la pena registrare le voci del dibattito, perché indicano dove il testo può migliorare. C’è chi, in Parlamento, propone di rendere la delega più stringente: trasformare in obbligo, e non lasciare come semplice priorità, la localizzazione nelle aree industriali dismesse, per riusare siti già infrastrutturati, comprese le aree delle vecchie centrali elettriche, che si portano dietro connessioni alla rete pesanti e costose da rifare altrove. E c’è chi insiste sul fronte dei consumi e delle bollette, chiedendo trasparenza sui prelievi idrici ed energetici e garanzie perché l’aumento della domanda elettrica non si scarichi sulle tariffe di famiglie e piccole imprese. Su un punto, però, serve una precisazione che il manuale può fare meglio della cronaca: le centrali a carbone italiane non sono spente per legge, tutt’altro. Lo stesso decreto bollette che ha introdotto il procedimento unico per i data center ha previsto la possibilità di mantenere disponibili o in riserva determinate unità a carbone entro il 31 dicembre 2038, per esigenze di sicurezza del sistema, non la prosecuzione automatica dell’esercizio di tutte le centrali. È un rinvio che passa comunque dalla revisione del Pniec, il piano nazionale su energia e clima, e dal via libera europeo. Vincolare i nuovi impianti alle aree dismesse resta un principio sano, ma non perché quei siti siano già chiusi. E chi vuole scrivere ai propri rappresentanti sa dove indirizzare la richiesta: sul tema sono competenti le commissioni ambiente, energia e trasporti di Camera e Senato, e i loro componenti, di maggioranza e opposizione, sono i destinatari naturali. Sono passi avanti veri. Ma il giudizio resta sospeso su tre punti, ed è esattamente lì che possiamo incidere. Primo: la semplificazione delle autorizzazioni non deve schiacciare la partecipazione del pubblico, e il rischio può raddoppiare, perché alla corsia italiana da dieci mesi il CADA europeo (la proposta della Commissione sui data center), se approvato, aggiungerebbe le sue zone di accelerazione con il rilascio in dodici mesi, e più la finestra si stringe, prima il cittadino deve muoversi, che è esattamente il mestiere di questo manuale. Secondo: mancano ancora obblighi nazionali vincolanti su calore, acqua e trasparenza come quelli tedeschi. Terzo: resta il ritardo sul recepimento della direttiva europea sull’efficienza, la cui scadenza è passata l’11 ottobre 2025 con in mano solo una bozza di decreto in consultazione. Tenere a mente queste condizioni è già metà del lavoro: sono il metro con cui giudicheremo ogni progetto, e la lista della spesa da consegnare a chi fa le regole. ## Accorgersi di un data center per tempo: lo stadio zero Tutto quello che segue presuppone una cosa sola: sapere che l’impianto esiste. Ma quando un data center diventa notizia, le decisioni che contano sono di solito già prese. Per questo il primo passo, lo stadio zero, è l’intercettazione precoce, e si fa risalendo la catena amministrativa fino ai segnali più a monte, che in Italia sono pubblici e gratuiti. La regola si ricorda al volo: prima vuoi accorgertene, più indietro devi guardare. I canali da sorvegliare sono quattro, e la loro forza sta nell’incrocio, perché nessuno da solo dà la certezza, ma insieme disegnano il quadro. ![Una donna consulta al computer, sul tavolo di casa, mappe e documenti per il monitoraggio mensile dei progetti sul territorio](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/07/data-center-stadio-zero-monitoraggio-cittadina-computer-1024x683.webp)Il primo, il più a monte di tutti, sono le richieste di connessione alla rete elettrica. La connessione si chiede anni prima del cantiere, e Terna pubblica le richieste sulla rete di trasmissione nazionale, gratis e geolocalizzate, sul portale Econnextion (lo trovi su dati.terna.it), nella sezione «utenti di consumo». È un radar sensibile, ma con due avvertenze: copre la rete di trasmissione (in alta e altissima tensione, con soglia di allacciamento a 10 MVA di potenza di connessione per i clienti finali), quindi va integrato con i gestori della distribuzione e con gli atti locali per i progetti minori o diversamente connessi; e quei numeri sono gonfiati dalla speculazione, quindi indicano i territori caldi, non i cantieri certi, e vanno sempre incrociati con gli altri canali. Il secondo sono le valutazioni ambientali, ed è dove il progetto si materializza in atti veri. Sul portale nazionale del Ministero (lo trovi su va.mite.gov.it) finiscono i grandi impianti, sui portali regionali quelli più piccoli. Qui incontri la VIA, la valutazione di impatto ambientale, cioè la procedura con cui si misurano gli effetti di un’opera prima di autorizzarla, e la pubblicazione di una domanda apre la finestra per presentare osservazioni. Attenzione ai termini: nella VIA ordinaria sia la consultazione del pubblico (art. 24 del d.lgs. 152/2006) sia la decisione (art. 25) hanno un termine di sessanta giorni, la seconda prorogabile di trenta nei casi di particolare complessità, ma per i data center che rientrano nell’ambito dell’art. 8 del decreto-legge 21/2026 i termini sono dimezzati. Verifica sempre l’avviso del singolo procedimento, perché è lì che è scritta la scadenza che conta. Da luglio 2026 questo canale ha una corsia in più, e conviene conoscerla. Il ministero ha reso operativo il procedimento unico per i centri dati: con la nota del 21 luglio 2026 ha pubblicato i primi indirizzi operativi, e il 27 luglio il modello di istanza, l’elenco dei titoli assorbiti, le specifiche tecniche di deposito e un modello di avviso al pubblico previsto dall’articolo 8, comma 3, del decreto-legge 21/2026. Per noi conta soprattutto l’ultimo: da quella data l’avviso al pubblico di un data center ha una forma ministeriale, quindi un contenuto prevedibile e una data certa da cui contare i termini. Le istanze, in attesa del portale telematico, si depositano via PEC alla Direzione generale Valutazioni ambientali del ministero; il procedimento è oneroso e i versamenti per la VIA e per l’AIA restano distinti. Non è un dettaglio da addetti ai lavori: è il punto in cui un progetto diventa visibile, e quindi contestabile. Il terzo canale è il più territoriale di tutti, quello in cui la terra cambia davvero destinazione: gli atti urbanistici del Comune. Le varianti al piano, le delibere di giunta e di consiglio, le conferenze di servizi, le convenzioni e i protocolli tra Comune e proponente finiscono sull’albo pretorio online, cioè la bacheca ufficiale del Comune, e quel che non è ancora pubblicato si può chiedere con l’accesso agli atti. Spesso questo canale anticipa perfino i portali ambientali, e va guardato con attenzione nei Comuni a rischio: poli logistici, aree industriali, vicinanza alle grandi linee elettriche. Tieni d’occhio anche lo SUAP, lo sportello unico per le attività produttive, che è la porta da cui passano molte di queste pratiche. Il quarto, infine, non serve a scoprire ma a calibrare: una volta intercettato il progetto, ti serve sapere su quale binario corre e con quali tempi, cioè se si applica l’Autorizzazione Unica o un’altra procedura, per programmare per tempo osservazioni, lettere e richieste di accesso invece di rincorrere le scadenze. La regola operativa è il monitoraggio periodico, non l’allarme occasionale. Fissa un giorno al mese per il giro completo dei quattro canali sul tuo territorio, annota ogni segnale in una scheda e anticipa il controllo appena un canale accende una spia: è così che il «non lo sapevamo» diventa un calendario. La scheda di tracciamento pronta da compilare, insieme alle richieste preliminari da inviare al Comune, allo SUAP e al gestore della distribuzione elettrica, è tra i materiali allegati. E resta ferma l’avvertenza di fondo: intercettare non basta. Un segnale che non si traduce in atti resta un sospetto, non ancora una prova, e serve proprio a questo, a far scattare in tempo il passo successivo: la documentazione. ## Documentare un data center prima di parlarne: il FOIA È lo strumento che fonda tutti gli altri, e vale la pena conoscerlo per nome: [l’accesso civico generalizzato, che molti chiamano il FOIA all’italiana](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/), dall’inglese Freedom of Information Act, la legge che permette a chiunque di chiedere documenti alle pubbliche amministrazioni. Da noi lo prevede l’articolo 5, comma 2, del decreto legislativo 33 del 2013, e dice una cosa potente: chiunque, senza dover spiegare il perché, può ottenere dati e documenti dagli enti che rientrano in quella legge. La risposta è dovuta entro 30 giorni. Una precisazione, per non promettere troppo: la legge si applica ai soggetti dell’art. 2-bis dello stesso decreto, con alcuni limiti ed esclusioni, e per le società controllate o partecipate va verificato caso per caso se l’attività richiesta è di pubblico interesse. In altre parole, non ogni partecipata e non ogni documento rientrano in automatico. E se arriva un no, o non arriva niente? Si chiede il riesame al RPCT, cioè il responsabile della trasparenza dell’ente (la sigla sta per responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza); per gli atti di Regioni ed enti locali può intervenire il difensore civico, dove è istituito; e resta il ricorso al TAR, il tribunale amministrativo regionale, nei termini di legge. ![Un uomo sfoglia un faldone di documenti amministrativi appena ottenuti, seduto su una panchina davanti a un edificio pubblico](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/07/data-center-foia-accesso-atti-documenti-cittadino-1024x683.webp)Su un data center, le richieste da fare sono quasi sempre le stesse, e conviene impararle a memoria: i consumi di acqua e di energia previsti e autorizzati; i pareri dei gestori dell’acqua e dell’elettricità; le convenzioni e i protocolli tra l’ente e il proponente, comprese le eventuali clausole di riservatezza, che vanno fatte emergere proprio perché qualcuno preferirebbe tenerle nascoste; gli studi sul calore di scarto e sulle alternative di raffreddamento; e, per gli impianti in mare, gli atti delle concessioni demaniali. C’è poi una scorciatoia preziosa: quando si tratta di informazione ambientale, e i dati su acqua, aria ed energia di norma lo sono, il regime è ancora più favorevole (lo regola il decreto legislativo 195 del 2005), perché l’accesso non richiede di dimostrare un interesse. Anche qui esistono eccezioni tassative, per riservatezza, sicurezza, procedimenti in corso, dati personali e tutela dell’ambiente stesso, ma vanno motivate e interpretate in senso restrittivo. Lo ripetiamo, perché è il cuore del metodo: documenta prima di parlare. Un segnale senza atti è una voce di corridoio; lo stesso segnale, con gli atti in mano, diventa un’azione. I modelli di richiesta pronti da compilare, anche nella versione per l’informazione ambientale, sono tra i materiali allegati. ## Entrare nei procedimenti di un data center: osservazioni, inchiesta e dibattito pubblico Una volta che il progetto è uscito allo scoperto, comincia il momento in cui un cittadino può entrare ufficialmente nel procedimento e lasciare una traccia che l’amministrazione è obbligata a considerare. Lo strumento con il miglior rapporto tra sforzo e risultato sono le osservazioni alla valutazione di impatto ambientale (le prevede l’articolo 24 del decreto legislativo 152 del 2006): chiunque può presentarle nei termini della consultazione, e l’autorità deve prenderle in considerazione e darne conto nella motivazione del provvedimento. Non aspettarti una risposta individuale punto per punto, che la legge non impone in quella forma; aspettati però che le tue osservazioni pesino, per iscritto, sulla decisione. È la sede giusta per pretendere, nero su bianco e a verbale, le cose che contano: il bilancio idrico con l’indicazione della fonte e il WUE massimo; lo studio di fattibilità del recupero del calore d’inverno e d’estate; il piano dei generatori di emergenza con i limiti di emissioni e le ore massime di funzionamento; e, per il mare, il piano di smantellamento e la garanzia finanziaria. Conviene inoltre richiamare, nelle osservazioni, le linee guida del Ministero per le valutazioni ambientali dei data center (D.D. VA n. 257 del 2 agosto 2024), un riferimento tecnico e amministrativo rilevante, che però non equivale di per sé a una norma vincolante in ogni procedimento. ![Una donna interviene in piedi durante un'assemblea pubblica in una sala comunale, con altri cittadini seduti che ascoltano](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/07/data-center-osservazioni-via-assemblea-pubblica-cittadini-1024x683.webp)Si può chiedere di più. C’è l’inchiesta pubblica (la prevede l’articolo 24-bis dello stesso decreto), che trasforma la consultazione fatta di carte in un confronto orale, in cui le domande si fanno a voce e le risposte restano agli atti. E c’è il dibattito pubblico (lo regola il decreto legislativo 36 del 2023), una procedura di confronto aperto pensata per le opere pubbliche o di interesse pubblico che rientrano in certe categorie e soglie: un data center privato non vi rientra automaticamente, quindi spesso va invocato come richiesta politica di confronto volontario più che come diritto esigibile. Qui c’è un piccolo accorgimento comunicativo che funziona, da usare con misura: se il proponente rifiuta un confronto volontario, il rifiuto si può legittimamente raccontare e valutare, insieme alle ragioni addotte; non equivale però a una prova automatica di opacità, e presentarlo così ci esporrebbe. Gli schemi di osservazioni, già impostati sulle condizioni del capitolo precedente e da adattare al singolo progetto, e le richieste di inchiesta e di dibattito pubblico, sono tra i materiali allegati. ## Far muovere la politica sui data center: lettere e atti, dal Comune all’Europa Le lettere ai rappresentanti funzionano a tre condizioni, e vanno rispettate tutte: chiedono un atto preciso che il destinatario ha davvero il potere di compiere, fissano un termine, e annunciano che l’esito sarà reso pubblico. Fuori da questo schema, una lettera è uno sfogo; dentro, è una piccola leva. La mappa si percorre dal basso verso l’alto, perché ogni livello ha i suoi poteri. Si parte dal Comune. Al sindaco e ai capigruppo si può chiedere un’interrogazione o un question time, una mozione o un ordine del giorno con prescrizioni puntuali (il recupero del calore, le fonti idriche, la pubblicazione dei dati), l’audizione del proponente in una commissione aperta al pubblico. E ci sono gli strumenti che la legge mette direttamente in mano ai cittadini: le istanze, le petizioni comunali, i referendum consultivi dove lo statuto li ammette, tutti previsti dal TUEL, il testo unico degli enti locali, che è la legge fondamentale dei Comuni. Si sale poi alla Regione, scrivendo ai consiglieri per interrogazioni e mozioni, chiedendo una legge regionale sul modello lombardo ma migliorata nei suoi punti deboli (la partecipazione, l’acqua, i dati pubblici), e facendo pressione sulla Regione come autorità competente per molte valutazioni ambientali. Qui incontri un’altra sigla, l’AIA, l’autorizzazione integrata ambientale: non dipende dalla sola taglia del data center, ma può essere necessaria quando le attività connesse, in particolare gli impianti di combustione e i generatori, superano le soglie di legge (Allegato VIII del d.lgs. 152/2006). Si arriva al Parlamento, ed è il livello dove adesso c’è una finestra aperta. Ai deputati e ai senatori del proprio territorio si possono chiedere interrogazioni a risposta scritta e, soprattutto, emendamenti alla legge quadro sui data center oggi all’esame del Senato: è lì che vanno portate le condizioni del capitolo «un data center si può fare bene». E c’è la petizione alle Camere, prevista dall’articolo 50 della Costituzione, uno strumento semplice e collaudato. Infine, e non per importanza, ci sono gli eurodeputati, perché gran parte di questa partita si gioca a Bruxelles: la direttiva sull’efficienza da cui discendono gli obblighi sui data center, gli atti delegati in arrivo (le etichette di sostenibilità e i futuri standard minimi di prestazione), e i fondi europei destinati alle future gigafactory, ai quali potrebbe concorrere anche la proposta italiana che comprende Genova tra le sedi sostenute. La lettera agli eurodeputati italiani, in particolare ai membri delle commissioni competenti del Parlamento europeo, ENVI (ambiente, clima e sicurezza alimentare), SANT (la commissione per la sanità pubblica, autonoma dal 2025) e ITRE (industria, ricerca ed energia), chiede atti precisi: un’interrogazione alla Commissione sul ritardo italiano nel recepire la direttiva sull’efficienza; la vigilanza perché le etichette e gli standard minimi non vengano annacquati; e l’inserimento di condizioni ambientali vincolanti, su acqua, calore e dati pubblici, nei criteri con cui si finanziano le gigafactory. Su questo c’è ora un calendario, ed è il momento di tenerlo presente. Con il Tech Sovereignty Package la Commissione ha messo nero su bianco un Data Centre Energy Efficiency Package: lo schema europeo di rating della sostenibilità dei data center, affidato a un atto delegato, è previsto per il 2026, le prime etichette sono attese per il 2027, e sempre per il 2027 è prevista la valutazione degli standard minimi di prestazione. Lo schema misurerà efficienza energetica, efficienza idrica, energia pulita, recupero del calore e flessibilità, cioè le stesse cose che chiediamo a ogni progetto. Vigilare perché non vengano annacquati significa intervenire mentre il quadro si forma: la consultazione pubblica sul regolamento di rating si è chiusa il 23 aprile 2026 e l’adozione era attesa entro il secondo trimestre 2026, ma al 31 agosto 2026 quel termine è passato senza adozione e il testo resta una bozza, mentre il lavoro sugli standard minimi resta in corso; l’intervento pesa ora, non quando le etichette saranno operative nel 2027. E ci sono le due leve esterne, quelle che da fuori costringono a muoversi chi dentro tergiversa. La prima è la petizione al Parlamento europeo, prevista dall’articolo 227 del Trattato sul funzionamento dell’Unione (il TFUE), che apre un fascicolo nella commissione per le petizioni. La seconda è la denuncia alla Commissione europea per il mancato recepimento della direttiva sull’efficienza entro l’11 ottobre 2025: è un fatto oggettivo, documentabile con un semplice modulo online. Attenzione, però: la denuncia individuale non «apre» da sé una procedura di infrazione, sulla cui valutazione la Commissione mantiene discrezionalità, e nel caso italiano un intervento formale era già stato avviato. Vale anche qui la regola di fondo, in ogni lettera e a ogni livello: una richiesta, un termine, l’annuncio che l’esito sarà pubblico. I modelli, livello per livello, comprese la bozza di mozione comunale, il pacchetto di emendamenti al DDL S.1821 e, per l’Europa, la lettera completa alle tre commissioni (ENVI, SANT e ITRE) insieme alla variante mirata sul solo fronte ITRE, sono tra i materiali allegati. ## Attivare i controllori su un data center: esposti e segnalazioni Esistono autorità il cui mestiere è controllare, e le si può mettere in moto con un esposto documentato. Conoscerle, e sapere a chi rivolgersi per ciascun problema, evita di disperdere energie. Per ogni autorità, però, conviene precisare sempre il fatto, la norma che si ritiene violata, il soggetto vigilato e il rimedio richiesto, perché un esposto fuori competenza si chiude da solo. Per i costi di rete scaricati in bolletta e per le ricadute tariffarie delle connessioni c’è l’ARERA, l’autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, che si raggiunge con segnalazioni e con i contributi alle sue consultazioni pubbliche. Per i profili di danno erariale, cioè di danno ai soldi pubblici, c’è la Corte dei Conti. Qui serve realismo: una scelta politica sfavorevole o un canone basso non sono di per sé danno erariale. Perché ci sia, servono un danno concreto e attuale, una condotta contraria alle regole, un nesso tra l’una e l’altro e una responsabilità soggettiva; e l’esposto va corredato di atti e di una quantificazione, non di accuse generiche. Per appalti, concessioni e conflitti di interesse nelle procedure c’è l’ANAC, l’autorità anticorruzione; per il greenwashing, cioè l’ambientalismo di facciata, e la pubblicità ingannevole rivolta al mercato, c’è l’AGCM, l’autorità garante della concorrenza, l’antitrust. Sul fronte ambientale vero e proprio, per i superamenti dei limiti di rumore e di emissioni e per la cattiva gestione dei rifiuti ci sono le ARPA, le agenzie regionali per la protezione dell’ambiente, e la polizia ambientale; per i reati ambientali più gravi, come l’inquinamento e il disastro ambientale puniti dalla legge 68 del 2015 (i cosiddetti ecoreati) e, in mare, per l’abbandono di rifiuti e la discarica abusiva, c’è la Procura della Repubblica; e per i profili di infiltrazione mafiosa nella filiera c’è la Prefettura. Resta, come ultima istanza per i cittadini direttamente danneggiati, la via giudiziaria: l’azione di classe e l’azione inibitoria collettiva (le prevedono gli articoli 840-bis e seguenti del codice di procedura civile) sono possibili solo quando ricorrono i requisiti processuali, e contro i provvedimenti amministrativi viziati resta il ricorso al TAR per i soggetti legittimati, strumenti per i quali serve un avvocato. Anche l’esperienza americana lo conferma: quando poggia su misurazioni e atti, la via giudiziaria può ottenere in tempi rapidi ciò che anni di lamentele non ottengono, pur con esiti che dipendono dal caso. È la differenza tra protestare e provare. Gli esposti tipo, con la guida ai documenti da allegare, sono tra i materiali. ## La leva dell’opinione pubblica su un data center: una pressione che lascia il segno Gli strumenti morbidi, quelli della pressione e della persuasione, funzionano a una sola condizione: che poggino su quelli duri visti finora. Senza atti e senza dati alle spalle restano slogan; con quelli dietro diventano una forza. Il repertorio è collaudato. Si possono rivolgere al proponente e all’amministrazione domande pubbliche, scritte e numerate, tenendo il conto pubblico delle risposte mancate: è il «contatore della trasparenza», e ha una virtù sottile, perché ogni domanda lasciata senza risposta diventa essa stessa una risposta, sotto gli occhi di tutti. Si possono scrivere lettere aperte cofirmate dalle realtà del territorio, dai comitati alle associazioni di categoria, dagli ordini professionali fino, per gli impianti in mare, alle marinerie, cioè alle comunità dei pescatori, che di quel mare vivono. Si possono chiedere impegni volontari ma misurabili: l’adesione al Codice di condotta europeo sull’efficienza dei data center, la pubblicazione spontanea degli indicatori di efficienza e di consumo idrico, un patto territoriale sul calore. E si può, anzi si deve, riconoscere pubblicamente il merito ai progetti che accettano le condizioni, perché una pressione che sa premiare, e non solo punire, è più credibile e più efficace. Con la separazione di sempre, che è la nostra bussola e va detta chiaramente: Eywa fa divulgazione civica ambientale e mette in mano gli strumenti; le battaglie di parte hanno altri nomi e altri canali. Gli strumenti servono a tutti, e funzionano proprio perché non appartengono a nessuna bandiera. ## I data center in mare: una frontiera, e i suoi rovesci all’italiana C’è una frontiera che vale la pena conoscere fin da ora, perché prima o poi potrebbe bussare anche alle nostre coste: il data center che lascia la terraferma e va in acqua. Non è una cosa sola, sono tre, e conviene tenerle distinte. C’è il modulo sommerso, un contenitore sigillato posato sul fondo del mare. C’è la piattaforma galleggiante ancorata vicino alla costa, in pratica una nave che fa da data center, collegata a terra con i cavi. E c’è la piattaforma galleggiante autonoma, che se ne sta in alto mare e non tocca terra se non via satellite. La tecnologia è stata sperimentata e ha raggiunto le prime applicazioni commerciali, ma nessuna delle tre dispone ancora di una validazione indipendente di lungo periodo su vasta scala. Le prendiamo nell’ordine in cui rischiano di arrivare da noi: prima il fondale, che conosciamo già, poi il galleggiante, che è la novità più concreta. Microsoft, con il Project Natick, posò al largo della Scozia un modulo con 864 server e lo tenne sul fondale per oltre due anni, registrando un tasso di guasto circa otto volte inferiore a quello di un gruppo di macchine a terra, grazie all’ambiente sigillato, privo di ossigeno e di sbalzi di temperatura, senza però dimostrare un nesso causale definitivo; il programma non è stato proseguito commercialmente ed è stato chiuso nel 2024. La Cina è andata oltre: il primo data center sottomarino commerciale al mondo è quello al largo di Lingshui, nell’isola di Hainan, operativo dal 2023; dal 2026 al largo di Shanghai, nell’area di Lingang, è in funzione un modulo da 2,3 megawatt, primo a essere alimentato direttamente da eolico offshore e parte di un progetto da 24 megawatt, con un consumo di acqua dolce dichiarato pari a zero e oltre il 95% di elettricità da eolico in mare aperto, dati però forniti dal gestore e non ancora verificati in modo indipendente. ![Un pescatore a bordo del suo peschereccio osserva una grande piattaforma galleggiante ancorata al largo della costa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/07/data-center-in-mare-piattaforma-galleggiante-pescatore-1024x683.webp)Il galleggiante, dicevamo, è la novità più concreta, e va guardato adesso perché il suo mondo non è il fondale degli oceani lontani, ma le rotte e i porti del Mediterraneo. Samsung Heavy Industries, che di mestiere costruisce navi, ha ottenuto nella primavera 2026, alla fiera Data Center World di Washington, un’approvazione di principio da due società di classificazione, l’American Bureau of Shipping e Lloyd’s Register, cioè il via libera al concetto di progetto e non a un impianto costruito, per un data center galleggiante da 50 MW. A giugno, al Posidonia di Atene, la più grande fiera armatoriale del mondo, ha poi siglato intese, nella forma di memorandum, con l’armatore greco Capital Clean Energy Carriers e con il produttore di server Supermicro. Il percorso è poi andato avanti: il 4 agosto 2026 il progetto da 50 MW è entrato in design review e la stessa società di classificazione ha rilasciato una approvazione di principio per un design da 200 MW, quattro volte la taglia iniziale; la commercializzazione è dichiarata per il secondo trimestre 2028. Il dato che ci riguarda non è la potenza, è il luogo di quelle firme: dentro l’ecosistema che muove anche i nostri mari. L’impianto raffredda con acqua di mare e genera energia a bordo con celle a combustibile alimentate a gas naturale liquefatto, e può lavorare in due modi: ancorato vicino alla costa e collegato a terra con i cavi, oppure più al largo, autosufficiente. Ecco il punto da non perdere: un impianto resta alimentato da un combustibile fossile anche quando lo si raffredda con l’acqua del mare, e «sostenibile nel raffreddamento» non vuol dire «sostenibile nell’energia». Tienilo fermo quando qualcuno lo presenterà come verde. L’altra faccia è quella autonoma, e qui l’esempio è Panthalassa, una società americana che ha raccolto 140 milioni di dollari, con Peter Thiel a guidare il round, per una piattaforma, che chiama Ocean-3, capace di produrre elettricità dal moto delle onde, raffreddarsi con l’acqua del mare e rimandare i risultati a riva via satellite, senza cavi e senza ancore. Il primo pilota è annunciato entro l’anno, nel Pacifico settentrionale, e la disponibilità commerciale è indicata per il 2027. Quanto al costo, la società rivendica cifre che arriverebbero fino a 0,02 dollari per kWh: è un dato dichiarato dall’azienda, ripreso dalla stampa di settore, non una misura verificata su un impianto commerciale, e va preso per quello che è, una promessa, con la stessa cautela che useremmo a terra. Intorno c’è già un settore in movimento: l’armatore giapponese MOL ha firmato un memorandum d’intesa per sviluppare una piattaforma galleggiante tra i 20 e i 73 MW, con un primo obiettivo di varo nel 2027, e Nautilus Data Technologies gestisce da tempo una chiatta più piccola, da 6,5 MW, a un porto della California. Il segnale è chiaro: il mare sta uscendo dalla fase di laboratorio, pur restando in larga parte allo stadio di dimostratori e di progetti pre-commerciali. Il galleggiante, però, porta con sé due rovesci che il fondale non aveva. Il primo è che la scelta del mare, spesso, non è una scelta ecologica ma una via d’uscita: a terra mancano spazio, energia e permessi, e l’acqua rischia di diventare il posto dove spostare gli stessi problemi irrisolti, lontano dagli occhi. Il secondo è la giurisdizione. Un impianto ancorato alle nostre coste impegna il demanio marittimo e il mare territoriale, e resta dentro le regole che questo manuale insegna a usare, dove accanto alle autorità marittime restano quelle ambientali; un impianto più al largo, invece, frammenta le competenze e riduce di molto la capacità di controllo diretto dello Stato costiero, ma non esce dalle regole, perché lì pesano di più il diritto del mare, lo Stato di bandiera, le convenzioni marittime e ambientali e le autorizzazioni per i cavi e gli approdi, e nella zona economica esclusiva lo Stato costiero conserva competenze specifiche sulle installazioni. È l’arbitraggio normativo, cioè la scelta del luogo fatta per stare dove le regole sono più deboli, e chiamiamolo con il suo nome. C’è infine un dettaglio che chiude il cerchio: più ci si allontana dalla costa, più cresce il peso della società di classificazione che certifica lo scafo, e il rischio è che la verifica tecnica del galleggiante finisca per contare più della valutazione ambientale pubblica. È una forma estrema del monitoraggio affidato a chi gestisce l’impianto, perché al largo manca l’occhio che a terra non manca mai. I vantaggi potenziali per l’Italia non vanno negati: l’impianto può ridurre l’occupazione diretta di suolo e l’uso di acqua dolce per il raffreddamento, e sposarsi con l’eolico offshore in arrivo. Ma non cancella gli impatti: li sposta sul mare e sulle infrastrutture di collegamento, perché restano approdi, cavi, sottostazioni, cantieri di posa e manutenzione, con rumore anche subacqueo. E qui una differenza pesa più di tutte: il mare italiano non è il Mar Cinese. La localizzazione può interessare beni del demanio marittimo, il mare territoriale o spazi a diversa giurisdizione nazionale, e il regime va individuato caso per caso; ma il contesto resta quello di una storia documentata di opacità, di infiltrazioni criminali nei lavori marittimi e nel ciclo dei rifiuti, e di carichi abbandonati appena recuperarli costa più che lasciarli sul fondo. Il precedente delle ecoballe disperse nel Golfo di Follonica (motonave Ivy, 2015) insegna: anni e risorse pubbliche per recuperare quel che un privato aveva perso. Per questo gli scenari da prevenire vanno scritti prima, in sede di regole, e non rincorsi dopo. C’è il rischio del modulo che a fine vita, se rimuoverlo costa troppo, diventa un rifiuto adagiato sul fondale. C’è il rischio della concessione demaniale che si trasforma in rendita, con canoni simbolici e proroghe automatiche, lo stesso copione già visto su spiagge e porti. C’è il rischio dell’infiltrazione nella filiera di posa, manutenzione e smaltimento, attività ad alta intensità di subappalto. C’è il rischio del monitoraggio catturato, cioè affidato solo a chi gestisce l’impianto, che sott’acqua è ancora più grave perché nessun residente vede e nessun comitato passeggia. E c’è il rischio per la pesca e per le aree sensibili, a cominciare dalla posidonia, le praterie sottomarine che sono la culla della vita nel Mediterraneo, e dalle aree marine protette. Su questo terreno l’Italia, di recente, una norma se l’è data, ed è importante conoscerla: la legge 26 gennaio 2026, n. 9, sulla sicurezza delle attività subacquee, in vigore dall’11 febbraio 2026, ha istituito l’Agenzia per la sicurezza delle attività subacquee (ASAS) e disciplina in modo organico le attività e le infrastrutture nella dimensione subacquea, comprese la posa e la manutenzione di cavi e condotte, la gestione delle interferenze e le zone di sicurezza, con l’avvertenza che alcune di queste previsioni, tra cui l’articolo 10 sulla gestione delle interferenze, acquistano efficacia soltanto dal 1° gennaio 2027. Vanno aggiunte due cose, perché cambiano quello che si può chiedere oggi: la legge è già stata modificata dal decreto-legge 7 agosto 2026, n. 144, il cui articolo 24 autorizza il direttore generale a usare le risorse disponibili per la prima operatività in attesa del regolamento; e al 31 agosto 2026 l’ASAS non risulta operativa, perché non sono stati pubblicati né il regolamento né le nomine. Una richiesta fondata sull’articolo 10, quindi, oggi non è ancora azionabile: si può scrivere per prendere posizione in anticipo, non per esercitare un diritto. È il primo aggancio normativo da citare quando si parla di moduli sottomarini, insieme al Codice della navigazione, alla pianificazione dello spazio marittimo e alla valutazione di incidenza ambientale (VIncA) per le aree protette. Le prescrizioni civiche da pretendere, diciamolo con onestà, in buona parte non sono ancora obbligo di legge ma proposta: non esiste un regime organico specifico per i data center sottomarini, e le regole delle piattaforme offshore non si trasferiscono automaticamente. La prima e più importante è la garanzia finanziaria di smantellamento, da versare prima dell’autorizzazione, commisurata al costo pieno di rimozione e smaltimento ed escutibile dallo Stato in caso di inadempienza o fallimento. La formula è semplice: nessuna garanzia, nessun modulo in acqua. Poi servono l’obbligo di rimozione integrale a fine vita con un termine certo; un registro pubblico dei moduli sommersi, con posizione, contenuto, proprietà, scadenze e ispezioni, perché ciò che non si vede dev’essere almeno leggibile; il monitoraggio ambientale affidato a soggetti terzi accreditati, con dati grezzi pubblici su temperatura, ossigeno e sedimenti; un presidio antimafia rafforzato su tutta la filiera; e vincoli di localizzazione espliciti, che tengano gli impianti fuori dalle aree marine protette, dalle praterie di posidonia e dalle zone di pesca. Senza questi paletti, la scelta del sito la farà il costo del cavo, non l’ecosistema. Per la forma galleggiante se ne aggiungono altre, ed è bene dirle come ciò che sono: richieste, non ancora regole scritte. Se l’impianto produce energia a bordo a partire da combustibili fossili, quella generazione andrebbe trattata come una piccola centrale, con permessi, limiti di emissione su ossidi di azoto e polveri e ore massime di funzionamento, esattamente come per i generatori di emergenza a terra. Lo scarico termico in mare andrebbe misurato e dichiarato, perché l’acqua restituita più calda non è neutra per l’ecosistema. Il registro pubblico, poi, dovrebbe riguardare non solo i moduli sommersi ma anche le piattaforme galleggianti, con posizione, contenuto, proprietà e bandiera. E andrebbe prevista la regola che disinnesca l’arbitraggio: che qualunque impianto serva il mercato italiano, o faccia approdare i suoi cavi sul nostro suolo, sia tenuto a rispettare gli standard italiani ed europei su acqua, emissioni e dati, quale che sia la bandiera che batte. Senza una regola del genere, allontanare l’impianto dalla costa non cancella gli obblighi, ma rende molto più difficile farli rispettare, ed è proprio questo divario che la regola dell’approdo serve a chiudere. Il modello per i data center in mare, che tiene insieme l’accesso agli atti (concessione demaniale, giurisdizione, scarico termico, rumore subacqueo, smantellamento e garanzia) e le osservazioni da depositare, è tra i materiali allegati. ## Le dodici domande da fare a ogni data center Tienile in tasca come una bussola. Sono dodici domande, e hanno una virtù: se un progetto non sa rispondere non è pronto; se sa rispondere ma non vuole, ha già risposto. Sull’energia: quanta ne serve, da dove arriva, con quali contratti rinnovabili veri e aggiuntivi, e chi paga le opere di rete. Sull’acqua: quanta, da quale fonte, con quale WUE massimo, con quali prelievi e consumi assoluti, e che cosa succede nelle estati di siccità. Sul calore: dove va d’inverno e d’estate, e se esiste uno studio serio su teleriscaldamento e teleraffrescamento, con temperatura, rendimento e domanda. Sui generatori di emergenza: quali, con quali permessi, con quali emissioni (ossidi di azoto NOx e polveri) e con quante ore massime di funzionamento. Sul suolo: se l’impianto sorge su area dismessa o su suolo agricolo, e con quali compensazioni vincolate a opere verificabili. Sul lavoro: quanti posti permanenti, distinti da quelli temporanei di cantiere, e con quali garanzie di restituzione degli incentivi se quei posti non arrivano. Sul fisco: quali agevolazioni pubbliche, per quanti soldi, pubblicate dove. Sui dati: quali saranno pubblici, con quale frequenza, e in che rapporto con la banca dati europea. Sulla riservatezza: se esistono clausole di segretezza con gli enti pubblici, e su che cosa. Sui subappalti: chi sono i subappaltatori, con quali verifiche antimafia e quale tracciabilità dei pagamenti. Per gli impianti in mare: dov’è la garanzia di smantellamento, quanto vale, chi la incassa se serve. E sul controllo, che tiene insieme tutto: chi controlla, con quali risorse, e dove si leggono i dati del monitoraggio. Questa lista, in versione stampabile da portare alle assemblee e ai banchetti, è tra i materiali allegati. ## Gli errori da evitare davanti a un data center Chi comincia sbaglia, ed è normale: l’importante è riconoscere gli errori più comuni per non ripeterli. Il primo è parlare prima di avere gli atti. La fretta di denunciare, senza documenti in mano, produce un’opinione che il primo interlocutore preparato smonta in dieci secondi; con i documenti, la stessa cosa diventa inattaccabile. Il secondo è aspettare l’annuncio invece di fare il monitoraggio periodico: quando un progetto è notizia, le finestre per incidere sono spesso già chiuse, e ti ritrovi a rincorrere. Il terzo è confondere la quantità con la qualità: 95 gigawatt di richieste di connessione non sono 95 gigawatt di cantieri (la differenza la spieghiamo nel capitolo di contesto, in fondo, «Contesto e numeri: la stagione dei data center e la lezione americana»), e gridare al disastro su numeri gonfiati dalla speculazione fa perdere la cosa più preziosa che abbiamo, la credibilità. C’è poi l’errore di chiedere tutto a tutti, invece di chiedere a ciascuno l’atto preciso che quel destinatario può davvero compiere: il sindaco non recepisce una direttiva europea, l’eurodeputato non convoca una commissione comunale. E c’è l’errore più insidioso di tutti, il sensazionalismo. Il rigore è la nostra forza, non un vezzo: una sola cifra indifendibile è l’appiglio con cui ti screditano l’intero lavoro, e per questo, diciamolo chiaro, meglio una cifra in meno che una cifra sbagliata. Occhio anche a dimenticare l’estate: in Italia il calore di un data center deve poter lavorare dodici mesi l’anno, e a chi obietta che «da noi il teleriscaldamento non serve» si risponde con il teleraffrescamento, il suo gemello estivo. Ma l’errore di fondo, quello che vanifica tutti gli sforzi, è pensare che basti opporsi. Non basta. Serve indicare la strada, perché un data center si può davvero fare bene, e pretendere con forza che lo si faccia così. La differenza tra un comitato che dice solo no e uno che ottiene risultati sta quasi sempre qui. ## Contesto e numeri: la stagione dei data center e la lezione americana L’Italia è alla vigilia di una stagione di insediamenti tecnologici, e a spingere sono prima di tutto le candidature alle gigafactory europee dell’intelligenza artificiale, che la Commissione ha messo nel quadro di finanziamento InvestAI e nel programma EuroHPC. Il primo inciampo è di calendario, ed è anche il primo su cui ci aspettano al varco. La procedura EuroHPC aperta il 28 aprile e chiusa il 23 giugno 2026 riguardava il coordinamento e la cooperazione delle AI Factories e delle relative Antenne, non la selezione delle gigafactory: anche qui è bene distinguere le due cose, per non partire col piede sbagliato (la sigla del bando è nelle fonti). Il quadro, intanto, si è consolidato. A gennaio 2026 il regolamento EuroHPC è stato modificato per includere le gigafactory, con un contributo dell’Unione fino al 17% dei costi ammissibili dell’infrastruttura di calcolo, cui si affiancano una quota nazionale e l’investimento privato. Il 30 luglio 2026 la call formale è stata pubblicata: è la EUROHPC-2026-CEI-AIGF-01, aperta il 30 luglio e in scadenza il 12 novembre 2026 alle 16:00 CET, per un massimo di sette gigafactory in almeno sette Stati membri, con selezione attesa a inizio 2027 e operatività entro diciotto mesi dalla selezione. La partita è entrata nel vivo proprio nelle settimane in cui questo manuale serve, e il calendario stringe in fretta. In parallelo corre l’Europa delle regole. Il 3 giugno 2026 la Commissione ha presentato il Tech Sovereignty Package, e dentro quel pacchetto la proposta di Cloud and AI Development Act, il CADA, che punta a triplicare la capacità europea dei data center entro cinque o sette anni. Occhio a non scambiarla per legge: è una proposta della Commissione, e prima di entrare in vigore dovrà essere negoziata e approvata da Parlamento e Consiglio. Se passasse così com’è, il CADA non si limiterebbe a finanziare: chiederebbe a ogni Stato membro almeno una «zona di accelerazione» per i data center, dove i titoli si aggregano in un’unica autorizzazione di base e il rilascio avrebbe un termine massimo di dodici mesi. Una corsia veloce europea che si somma a quella italiana, e che abbiamo incontrato quando abbiamo parlato di partecipazione, perché è lì che pesa. Un dettaglio che cambia di continuo, e va tenuto d’occhio: a un certo punto come sede principale della proposta italiana è stata indicata Bologna, dopo aver considerato Genova, e la candidatura ligure è poi tornata in corsa con un rilancio; a metà luglio 2026 non risultano ancora sedi definitive ufficiali, con Ferrera Erbognone, nel pavese, indicata come sito a maggiore trazione industriale per la presenza del campus Eni-Khazna, e la selezione europea attesa a cavallo tra il 2026 e il 2027. Nel frattempo, secondo quanto riferito dalla stampa, il 23 giugno 2026 il Consiglio dei ministri avrebbe autorizzato un contributo volontario di 300 milioni di euro a EuroHPC, cioè all’impresa comune europea nel suo insieme e non a una singola sede italiana; alla data di aggiornamento non era stato reperito il provvedimento ufficiale che ne permettesse di verificare natura, copertura e destinazione. L’esempio che usiamo vale finché regge, bisogna seguire gli aggiornamenti; ma il metodo vale per qualsiasi territorio, sempre. A spingere è anche [un boom di richieste di allaccio alla rete elettrica](https://eywadivulgazione.it/data-center-ai-rete-elettrica-bolletta/) che ha del clamoroso. Ad agosto 2026 le domande di connessione censite da Terna per data center erano 531, per circa 95 gigawatt complessivi, concentrate soprattutto in Lombardia, che da sola ne conta 290 per 46 gigawatt; al 31 luglio erano 529 per circa 95,86 gigawatt, contro le 509 per 89,73 gigawatt del 31 maggio. È una potenza enorme, e in gran parte scollegata dai progetti reali: nello stesso portale, le pratiche arrivate allo stadio finale, i cosiddetti «ready-to-build» (‘pronti da costruire’), restano una manciata: 15, per 1,88 gigawatt, cioè una frazione minima del totale richiesto, mentre a crescere sono semmai i progetti pronti del fotovoltaico. E i data center effettivamente connessi alla rete sono 8, il primo dal 2017 e tre entrati in servizio nel 2026. Attenzione a non confondere lo stato di una pratica con un impianto in esercizio: il cruscotto pubblica «STMG da accettare», «STMG accettate», «progetti in valutazione», «progetti con nullaosta» e «STMD/contratti», e nessuna di queste voci equivale da sola a un data center costruito. Prima di guardare altrove conviene contarli a casa nostra, tenendo tre cose ben separate, perché è qui che i numeri si gonfiano. Gli impianti già attivi in Italia sono circa 200. I progetti annunciati per il triennio 2026-2028 sono 83, che è tutt’altra cosa: sono annunci, non cantieri, e non tutti arriveranno nei tempi previsti. Le richieste di connessione censite da Terna, che abbiamo appena visto, sono una cosa ancora diversa, perché misurano la pressione sulla rete, non la potenza che verrà davvero costruita. Dietro i progetti annunciati, secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, ci sono 7,1 miliardi di euro investiti nel 2023-2025 e 25,4 miliardi di valore potenziale stimato per il 2026-2028: soldi annunciati, ma non ancora spesi. E la crescita non è distribuita. Il baricentro è l’area milanese, che da sola concentra 414 megawatt di potenza informatica, pari al 68% della potenza installata nazionale, mentre intorno a Roma la ricerca conta una ventina di data center, su scala molto minore. È la mappa che spiega perché la partita si gioca soprattutto in Lombardia, e perché ogni altro territorio ha ancora la finestra aperta per decidere come attrezzarsi. Terna stessa, il gestore della rete elettrica nazionale, considera buona parte di quelle richieste pura speculazione. Il responsabile della programmazione territoriale, Mauro Caprabianca, ha stimato che, realisticamente, se ne realizzeranno solo pochi gigawatt, nell’ordine di 2 o 3 entro il 2028-2030. Per dare la misura del consumo attuale: secondo il rapporto Energy & Strategy del Politecnico di Milano, nel 2024 i data center italiani hanno assorbito circa 5,8 terawattora, pari a circa l’1,9% della domanda elettrica nazionale. Un’altra rilevazione, dell’Istituto per la Competitività (I-Com), scende a circa 3,9 terawattora. Le due cifre distano quasi del 49%, ma riguardano lo stesso anno, il 2024: la differenza è nel perimetro degli impianti contati e nel metodo di stima, e prima di usare uno dei due numeri come dato nazionale bisogna dire quale si sta usando e perché. Il punto vero comunque è un altro: l’accumulo di richieste immature può produrre quella che i tecnici chiamano «saturazione virtuale», può condizionare la pianificazione della rete e rallentare l’accesso dei progetti più avanzati, rinnovabili comprese. Il che non significa, però, che ogni richiesta blocchi automaticamente altrettanta capacità fisica. Tutto questo è già successo altrove, prima e senza le stesse cautele. Conviene guardare da vicino, perché è la lezione che possiamo imparare per non ripeterne gli errori. ### ![Un uomo fotografa con il telefono una fila di turbine a gas su rimorchio oltre una recinzione, in un sito industriale polveroso](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/07/data-center-turbine-gas-aria-lezione-americana.png) Negli Stati Uniti il problema più trasversale sono i costi di rete. Le opere elettriche necessarie a connettere i data center spesso non le paga per intero chi le richiede, e una quota rilevante finisce nelle tariffe pagate da tutti. Nel 2025 l’organizzazione Union of Concerned Scientists ha ricostruito, nei piani di rete 2024 di sette dei tredici Stati serviti dall’operatore regionale PJM (oltre al District of Columbia), 130 progetti associati alla connessione di data center, per circa 4,36 miliardi di dollari. C’è poi il prezzo dell’elettricità. Secondo un’analisi di Bloomberg, in alcuni nodi di rete all’ingrosso vicini a grandi concentrazioni di data center i prezzi sono saliti fino al 267% tra aprile 2020 e aprile 2025. Qui però serve precisione, altrimenti la cifra ci si ritorce contro: è l’aumento del prezzo all’ingrosso in singoli nodi, non l’aumento della bolletta di casa, e l’effetto sulle bollette finali dipende dalla struttura tariffaria locale. Un’analisi di PolitiFact ha giudicato fuorviante il salto diretto dall’uno all’altra. C’è l’aria, e qui un caso recente insegna più di mille teorie. Per alimentare il proprio data center Colossus, a Memphis, l’azienda xAI ha installato decine di turbine a gas in un sito appena oltre il confine di Stato, a Southaven, nel Mississippi, senza aver ottenuto preventivamente uno specifico permesso per quelle unità. Secondo la NAACP e le organizzazioni ricorrenti, xAI ha continuato a usare turbine temporanee senza i permessi richiesti dal Clean Air Act; le autorità del Mississippi e il Dipartimento di Giustizia contestano però questa premessa, ritenendo che almeno alcune unità, montate su rimorchio, vadano trattate come fonti mobili esenti, mentre per una parte permanente dell’impianto un permesso è stato rilasciato. Contro l’impianto la NAACP, assistita da due organizzazioni legali ambientali, ha promosso una causa per violazione delle norme sull’aria; a metà giugno 2026, a causa ancora pendente, il Dipartimento di Giustizia americano è intervenuto chiedendone l’archiviazione, invocando ragioni di sicurezza nazionale. È un esempio prezioso proprio perché mostra che il contenzioso non è una vittoria automatica: dipende dagli atti, dai rapporti di forza e dall’esito. C’è l’acqua. Un impianto hyperscale da 100 megawatt, cioè un data center di scala molto grande, viene associato dall’Agenzia internazionale dell’energia a un consumo dell’ordine di 2 milioni di litri al giorno: di questi, poco meno del 40% (circa 725.000 litri) è prelievo diretto in loco, mentre il resto è consumo indiretto legato alla produzione dell’elettricità, non prelievo dall’acquedotto locale. Sull’acqua girano i numeri meno controllabili, e proprio per questo vanno maneggiati con più cautela. Un consumo dell’ordine di un milione e mezzo o due milioni di litri al giorno per un singolo grande impianto non è un’esagerazione di parte: è in linea con i dati appena citati. Il problema non sono le cifre alte in sé, ma quelle tonde e senza fonte, e soprattutto [la confusione tra il consumo di un singolo impianto e quello dell’intero comparto](https://eywadivulgazione.it/datacenter-acqua-pubblica-sete-invisibile-intelligenza-artificiale/). Per fissare la scala: negli Stati Uniti, nel 2023, i data center hanno consumato in modo diretto, per il raffreddamento, circa 66 miliardi di litri d’acqua in un anno (17,4 miliardi di galloni), ai quali si aggiungono circa 800 miliardi di litri di consumo indiretto legato all’elettricità. Sono dati d’insieme su base annua, non la portata giornaliera di un impianto: scambiarli per tali gonfia i numeri di ordini di grandezza, e regala a chi ci contesta l’appiglio più comodo. Per il singolo progetto la regola è una sola: chiedi i numeri veri, diretti e indiretti, medi e di picco, con fonte e metodo, e diffida di chi te li serve già arrotondati. C’è infine il fisco. Le esenzioni fiscali, secondo gli audit statali, valgono importi rilevanti di gettito non incassato in Georgia, Virginia e Texas, spesso a fronte di pochi posti di lavoro permanenti per impianto. Sono però stime non direttamente comparabili tra loro, perché costruite con anni, perimetri e metodologie differenti: citale per quello che sono, non sommarle e non spacciarle per perdite nette accertate. Sopra ogni cosa c’è la segretezza, che moltiplica tutti gli altri problemi: accordi di riservatezza con gli enti locali (gli NDA, cioè i patti di non divulgazione), nomi di progetto in codice, dati su acqua ed energia trattati come segreti industriali. Da qui una proposta che è il cuore civico del metodo, e che Eywa avanza come tale, non come descrizione del diritto vigente: i consumi aggregati di acqua ed energia e gli indicatori ambientali essenziali di un impianto che impegna risorse pubbliche dovrebbero essere pubblici, tenendo riservate solo le informazioni la cui segretezza sia specificamente motivata dalla legge. La morale è semplice, e vale per ogni progetto che arriverà da noi. Senza l’obbligo di chiedere i permessi prima, l’impianto «provvisorio» rischia di diventare la centrale definitiva. Senza trasparenza, nessuno può valutare niente prima che sia troppo tardi. E il conto, alla fine, spesso, lo paga il territorio. ## Eywa dice… Il filo è uno solo, e attraversa ogni pagina: arrivare prima delle decisioni, non dopo. Prima si guarda a monte, si documenta con gli atti, si entra nei procedimenti mentre la finestra è ancora aperta; dopo restano solo lo sfogo e la rincorsa. Un segnale senza atti è una voce di corridoio, lo stesso segnale con gli atti in mano è un’azione: per questo si documenta prima di parlare. E c’è un secondo filo, altrettanto testardo: non basta opporsi. Un data center dannoso e uno accettabile si distinguono per un pugno di condizioni scrivibili nero su bianco, e quelle condizioni qualcuno, da qualche parte nel mondo, le ha già messe in pratica. Serve indicare la strada, e pretendere con forza che la si prenda. Con la separazione che è la nostra bussola: Eywa fa divulgazione civica ambientale e mette in mano gli strumenti; le battaglie di parte hanno altri nomi e altri canali. Gli strumenti servono a tutti, e funzionano proprio perché non battono nessuna bandiera. Il green si fa, non si dice. ## Fonti e approfondimenti Le fonti che seguono sono state usate e verificate nella stesura di questo manuale. Vengono prima gli approfondimenti pubblicati da Eywa, poi le fonti esterne. ### Approfondimenti Eywa [Data center senza acqua: cosa non dice il circuito chiuso](https://eywadivulgazione.it/data-center-senza-acqua/) «Eywa Divulgazione, 2026. Perché «circuito chiuso» non dice come il calore viene scaricato, e perché i dati del singolo impianto dovrebbero già essere pubblici.» [Data center e AI rischiano di far saltare la rete elettrica](https://eywadivulgazione.it/data-center-ai-rete-elettrica-bolletta/) «Eywa Divulgazione, 2026. La domanda elettrica dei data center, la pressione sulla rete e il rischio di costi scaricati in bolletta sui cittadini.» [I data center producono calore. Perché lo buttiamo nell’aria invece di riscaldare le case?](https://eywadivulgazione.it/recupero-calore-data-center/) «Eywa Divulgazione, 2026. Il recupero del calore di scarto e il teleriscaldamento, dai casi nordici al primo impianto italiano di Brescia.» [Gigafactory AI a Genova: l’acqua che nessuno quantifica](https://eywadivulgazione.it/gigafactory-ai-genova-acqua/) «Eywa Divulgazione, 2026. Il consumo idrico della candidatura genovese e la trasparenza dei dati su acqua ed energia.» [Datacenter e acqua pubblica: la sete invisibile dell’intelligenza artificiale](https://eywadivulgazione.it/datacenter-acqua-pubblica-sete-invisibile-intelligenza-artificiale/) «Eywa Divulgazione, 2026. Il consumo idrico del comparto, l’impatto su falde e bollette e la differenza fra il singolo impianto e l’intero settore.» [Come segnalare un problema al Comune (e ottenere gli atti)](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/) «Eywa Divulgazione, 2026. La guida pratica all’accesso civico generalizzato e alla richiesta di atti e documenti alla pubblica amministrazione.» [Comunità energetiche: cosa significa davvero il 30 giugno](https://eywadivulgazione.it/comunita-energetiche-scadenza-30-giugno-2026/) «Eywa Divulgazione, 2026. Il nodo dell’energia, dell’addizionalità delle rinnovabili e del ruolo dei cittadini.» ### Fonti [Direttiva (UE) 2023/1791 sull’efficienza energetica (EED)](https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2023/1791/oj?locale=it). Unione europea, 2023. Obblighi sui data center, indicatori e rendicontazione. [Regolamento delegato (UE) 2024/1364](https://eur-lex.europa.eu/eli/reg_del/2024/1364/oj?locale=it). Commissione europea, 2024. Banca dati europea sulle prestazioni dei data center, soglia 500 kW IT, pubblicazione di aggregati. Energieeffizienzgesetz (EnEfG), [§11](https://www.gesetze-im-internet.de/enefg/__11.html) e [§12](https://www.gesetze-im-internet.de/enefg/__12.html). Germania, 2023. Obblighi di recupero del calore (ERF 10, 15, 20%), tetti di PUE, quote rinnovabili ed esenzioni condizionate. [Legge regionale 3 giugno 2026, n. 11](https://normelombardia.consiglio.regione.lombardia.it/NormeLombardia/Accessibile/main.aspx?exp_coll=lr002026060300011&view=showdoc&iddoc=lr002026060300011&selnode=lr002026060300011). Regione Lombardia, in vigore dal 20 giugno 2026. Incremento del contributo di costruzione del 100% su suolo agricolo e del 200% nei perimetri della LR 86/1983. [Decreto-legge 21/2026, art. 8 (Autorizzazione Unica)](https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2026-04-18&atto.codiceRedazionale=26A01940), convertito con modificazioni (legge di conversione approvata l’8 aprile 2026). Procedimento unico di dieci mesi prorogabile e contrasto alla saturazione virtuale delle connessioni. La legge di conversione è la legge 10 aprile 2026, n. 49, in Gazzetta Ufficiale n. 90 del 18 aprile 2026 ed entrata in vigore il 19 aprile: in conversione l’articolo 8 ha acquisito l’esercizio del centro dati accanto alla realizzazione e all’ampliamento, la verifica di conformità urbanistica ai piani comunali e la possibilità di indicare una soluzione di connessione temporanea in media tensione. [DDL S.1821](https://www.senato.it/commissioni-e-giunte/commissioni-permanenti/8a-commissione-permanente/disegni-di-legge). Senato della Repubblica. Delega al Governo sui data center; assegnato alla 8ª Commissione permanente in sede referente il 4 marzo 2026; esame avviato in commissione il 23 giugno 2026, relatrice la senatrice Simona Petrucci; al 31 agosto 2026 non risulta fissato un termine per gli emendamenti. Il testo approvato dalla Camera il 24 febbraio 2026 è il testo unificato C.1928, con C.2083, C.2091, C.2152 e C.2194, e si compone di quattro articoli. [Legge 26 gennaio 2026, n. 9](https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2026/01/27/26G00024/SG). Sicurezza delle attività subacquee. Istituzione dell’ASAS, disciplina delle infrastrutture, dei cavi e delle condotte sottomarine, delle interferenze e delle zone di sicurezza; alcune disposizioni, tra cui l’articolo 10 sulle interferenze, hanno efficacia dal 1° gennaio 2027, e la piena operatività dell’ASAS dipende dagli atti attuativi. [Decreto legislativo 33/2013, art. 5](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2013-03-14;33~art5!vig=). Accesso civico generalizzato; con d.lgs. 195/2005 per l’informazione ambientale; d.lgs. 152/2006, artt. 24 e 24-bis (osservazioni e inchiesta pubblica); d.lgs. 36/2023 (dibattito pubblico); legge 68/2015 (ecoreati); artt. 840-bis e seguenti c.p.c. (azione di classe); art. 50 Cost. e art. 227 TFUE (petizioni). [Portale Econnextion](https://dati.terna.it/econnextion). Terna. Richieste di connessione dei data center: 531 per circa 95 GW ad agosto 2026 e 529 per circa 95,86 GW al 31 luglio, contro 509 per 89,73 GW al 31 maggio; pratiche allo stadio più avanzato 15 per 1,88 GW; data center effettivamente connessi 8; stime di realizzazione di pochi GW al 2028-2030 (M. Caprabianca, Terna). Il cruscotto pubblica stati di pratica, non impianti in esercizio; le richieste di connessione si presentano nell’area Connessioni del portale MyTerna. [PJM Data Center Issue Brief](https://www.ucs.org/sites/default/files/2025-09/PJM%20Data%20Center%20Issue%20Brief%20-%20Sep%202025.pdf). Union of Concerned Scientists, settembre 2025. 130 progetti per circa 4,36 miliardi di dollari nei piani 2024 di sette Stati PJM. [Data centers and power prices](https://www.bloomberg.com/graphics/2025-ai-data-centers-electricity-prices/). Bloomberg, 2025, e [verifica di PolitiFact](https://www.politifact.com/factchecks/2026/jun/12/elizabeth-warren/data-centers-rising-electricity-costs/), 2026. Aumento fino al 267% dei prezzi all’ingrosso in singoli nodi, non delle bollette domestiche. [Energy and AI](https://www.iea.org/reports/energy-and-ai). Agenzia internazionale dell’energia, 2025. Consumi idrici ed elettrici dei data center, quota di consumo indiretto. [2024 United States Data Center Energy Usage Report](https://eta.lbl.gov/publications/2024-lbnl-data-center-energy-usage-report). Lawrence Berkeley National Laboratory per il Dipartimento dell’energia USA, 2024. Consumo idrico diretto e indiretto del comparto statunitense (circa 66 e 800 miliardi di litri nel 2023; il consumo diretto corrisponde a 17,4 miliardi di galloni). [Causa xAI Memphis e Southaven](https://earthjustice.org/case/xai-illegal-gas-power-plant-data-center-colossus). NAACP, con Southern Environmental Law Center ed Earthjustice; a metà giugno 2026 il Dipartimento di Giustizia USA è intervenuto chiedendo l’archiviazione per ragioni di sicurezza nazionale. Le allegazioni sui permessi sono contestate dalle autorità statali e federali; causa pendente al 14 luglio 2026. [Project Natick](https://natick.research.microsoft.com/). Microsoft. Modulo da 864 server, tasso di guasto circa otto volte inferiore a quello terrestre; progetto chiuso nel 2024. Data center sottomarini commerciali cinesi: Lingshui-Hainan (2023) e Shanghai-Lingang (2026). [Nuclear-powered data center deals](https://smrintel.com/nuclear-data-center-deals/). smrintel.com, 2026. La mappa degli accordi nucleari degli hyperscaler per l’intelligenza artificiale: oltre 9,8 GW su 13 progetti; Microsoft 835 MW a Three Mile Island; Amazon 1,92 GW a Susquehanna. [Microsoft microfluidic cooling](https://www.tomshardware.com/pc-components/liquid-cooling/microsoft-develops-breakthrough-chip-cooling-method-microfluidic-channels). Tom’s Hardware, 2025. I microcanali incisi nel chip e la riduzione della temperatura di picco fino al 65%, tre volte meglio delle piastre fredde. [Turning AI data centers into grid-interactive assets](https://speed2power.epri.com/strategies/grid-flexible.html). EPRI, 2025. La flessibilità dei data center come servizio alla rete elettrica. [Data center in Italia tra semplificazione e sfida energetica](https://www.01net.it/data-center-italia-semplificazione-normativa-energia/). 01net, 2026. La delega S.1821, la qualifica di opera di pubblica utilità, l’autoproduzione e la gestione flessibile dei consumi. [AI Gigafactories](https://commission.europa.eu/topics/competitiveness/competitiveness-coordination-tool/projects/ai-gigafactories_en). Commissione europea, 2026. Il regolamento EuroHPC modificato a gennaio 2026 e il contributo UE fino al 17% dei costi ammissibili dell’infrastruttura di calcolo. La procedura aperta il 28 aprile e chiusa il 23 giugno 2026 (HORIZON-JU-EUROHPC-2026-COAIF-03) riguardava il coordinamento delle AI Factories e delle Antenne; la call per le gigafactory è stata invece pubblicata il 30 luglio 2026 (EUROHPC-2026-CEI-AIGF-01), con scadenza il 12 novembre 2026 e selezione attesa a inizio 2027. Linee guida MASE per le valutazioni ambientali dei data center, D.D. VA n. 257 del 2 agosto 2024. [Proposal for the Cloud and AI Development Act (CADA)](https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/library/proposal-cloud-and-ai-development-act-cada). Commissione europea, 2026. La proposta del 3 giugno 2026, le zone di accelerazione per i data center e il termine di dodici mesi per il rilascio dei permessi. [Strengthening Europe’s tech sovereignty](https://commission.europa.eu/news-and-media/news/strengthening-europes-tech-sovereignty-2026-06-03_en). Commissione europea, 2026. Il Tech Sovereignty Package, lo schema europeo di rating della sostenibilità dei data center e la roadmap energetica con la flessibilità dei consumi. La stima dei 71 miliardi va riferita alla sola flessibilità dal lato della domanda (64% dei costi di consumo), non ai data center né alla digitalizzazione nel suo insieme. [Rating scheme for data centres, call for feedback](https://energy.ec.europa.eu/news/rating-scheme-data-centres-eu-commission-launches-call-feedback-2026-03-27_en). Commissione europea, 27 marzo 2026. Bozza di regolamento sullo schema di rating dei data center; consultazione pubblica chiusa il 23 aprile 2026; adozione attesa nel secondo trimestre 2026, prime etichette nel 2027. [Samsung Heavy Industries recruits Greek shipowner and Supermicro to bring 50MW floating AI data centers to market](https://www.tomshardware.com/tech-industry/samsung-heavy-industries-recruits-greek-shipowner-and-supermicro-to-bring-50mw-floating-ai-data-centers-to-market). Tom’s Hardware, 2026. Il data center galleggiante da 50 MW, l’approvazione di principio di ABS e Lloyd’s Register (aprile 2026), il memorandum al Posidonia (giugno 2026), il raffreddamento ad acqua di mare e la generazione a bordo tramite celle a combustibile a ossidi solidi alimentate a GNL. [Data centers at sea: Panthalassa nets $140M led by Peter Thiel for wave-powered AI](https://www.geekwire.com/2026/data-centers-at-sea-oregons-panthalassa-nets-140m-led-by-peter-thiel-for-wave-powered-ai/). GeekWire, 2026. Il round da 140 milioni di dollari guidato da Peter Thiel, la piattaforma a moto ondoso Ocean-3 e il pilota nel Pacifico settentrionale. [Data center: il recupero dell’acqua diventerà obbligatorio](https://www.innovationcity.it/news/6801/data-center-il-recupero-dellacqua-diventera-obbligatorio.html). InnovationCity, 2026. La dichiarazione del presidente dell’ARERA Nicola Dell’Acqua all’Acqua Summit 2026 sul recupero idrico e sulla crescita della domanda elettrica; si tratta di una dichiarazione, non di una norma vigente. [Data center: recupero di calore per il teleriscaldamento](https://www.gruppoa2a.it/it/media/storie/calore-data-center-teleriscaldamento-lombardia). A2A, 2024. Il progetto Avalon 3 di Milano, la prima partnership industriale italiana del settore, il recupero di 15 gigawattora termici l’anno e le oltre 1.200 famiglie servite. [A2A ed Equinix, recupero di calore per il teleriscaldamento di Milano](https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/07/02/a2a-ed-equinix-avviano-parthership-per-il-recupero-del-calore-dai-data_f7d13856-9818-426f-b1cb-c63289676f09.html). A2A ed Equinix, 2 luglio 2026. Il progetto al campus Equinix di Settimo Milanese, quattro pompe di calore da 72 MW complessivi e due accumuli termici, circa 225 gigawattora termici l’anno per oltre 21.000 abitazioni e un aumento di circa il 20% del calore distribuito dalla rete milanese. [AI Gigafactory Ue, a che punto è il bando europeo](https://www.key4biz.it/ai-gigafactory-ue-a-che-punto-e-il-bando-europeo-da-20-miliardi-il-governo-valuta-genova-in-lizza/576565/). Key4biz, 2026. Lo stato del bando da 20 miliardi, il rilancio della candidatura di Genova e l’assenza di sedi definitive ufficiali alla data. [Master Q&A, assemblea degli azionisti 2026, sezione «Data Center»](https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/eng/governance/shareholders-meetings/2026/Master-Q-A_en_Assemblea-2026.pdf). Eni, 6 maggio 2026. La centrale a gas esistente di Ferrera Erbognone sosterrà la fase iniziale del campus con Khazna; Blue Power è la soluzione di riferimento per il medio-lungo termine, non un prerequisito vincolante, con continuità garantita dagli impianti esistenti e, se necessario, dalla rete nazionale, anche in caso di indisponibilità del CCS di Ravenna. ## Appendice. I modelli scaricabili Questi sono i trentasette modelli pronti da compilare richiamati nel manuale, raggruppati per fase di lavoro; valgono qui come indice di ciò che il toolkit mette a disposizione, mentre i collegamenti ai file scaricabili vengono inseriti al momento della pubblicazione sul sito. ### Accorgersene per tempo (stadio zero) Per questa fase il toolkit mette a disposizione una scheda di tracciamento dei quattro canali, per annotare mese per mese i segnali su rete, valutazioni ambientali e atti urbanistici; una richiesta preliminare al Comune e allo SUAP, per far emergere manifestazioni di interesse, protocolli d’intesa e atti di indirizzo prima che il progetto sia formale; e una richiesta al gestore della distribuzione elettrica, per intercettare le connessioni sotto la soglia di trasmissione che non compaiono sul portale di Terna. I Dossier di Eywa Come scoprire dove costruiranno un data center Scheda da compilare per sorvegliare connessioni Terna, valutazioni ambientali e atti urbanistici e scoprire per tempo un data center. 255 KB · 25 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4260&mode=view&_wpnonce=d9959d49f9) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4260&mode=download&_wpnonce=d9959d49f9) I Dossier di Eywa Come trovare gli atti del Comune prima che spariscano Guida di consultazione per leggere l'albo pretorio online e intercettare varianti, delibere e convenzioni legate a un data center. 33 KB · 12 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4267&mode=view&_wpnonce=c8984ff944) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4267&mode=download&_wpnonce=c8984ff944) I Dossier di Eywa Chiedere al Comune se è in arrivo un progetto Lettera da inviare a Comune e sportello unico per far emergere manifestazioni di interesse e atti di indirizzo prima del progetto formale. 250 KB · 6 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4270&mode=view&_wpnonce=4dab6466d5) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4270&mode=download&_wpnonce=4dab6466d5) I Dossier di Eywa Scoprire i data center troppo piccoli per comparire su Terna Richiesta per intercettare le connessioni elettriche sotto la soglia di trasmissione, quelle che non compaiono sul portale di Terna. 244 KB · 7 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4274&mode=view&_wpnonce=dbd92f7476) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4274&mode=download&_wpnonce=dbd92f7476) ### Documentare prima di parlare (accesso agli atti) Due modelli: il FOIA al Comune o all’ente, per ottenere consumi di acqua ed energia, pareri, convenzioni e clausole di riservatezza (accesso civico generalizzato); e il FOIA per l’informazione ambientale, la versione più favorevole per i dati su acqua, aria ed energia, che non richiede di motivare la richiesta. I Dossier di Eywa Farsi dare gli atti dal Comune Modello di accesso civico generalizzato, il cosiddetto FOIA, per ottenere dal Comune atti, consumi e convenzioni su un data center. 247 KB · 9 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4276&mode=view&_wpnonce=660eeb7e72) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4276&mode=download&_wpnonce=660eeb7e72) I Dossier di Eywa Ottenere i dati ambientali senza dover spiegare perché Richiesta di accesso all'informazione ambientale (d.lgs. 195/2005) per dati su acqua, aria ed energia, senza dover motivare la domanda. 254 KB · 11 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4282&mode=view&_wpnonce=7724840406) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4282&mode=download&_wpnonce=7724840406) I Dossier di Eywa Sapere quanta acqua e quanta energia consumerà Modello di accesso agli atti per ottenere i consumi idrici ed elettrici previsti e autorizzati di un data center. 250 KB · 13 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4284&mode=view&_wpnonce=7b8ef6a787) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4284&mode=download&_wpnonce=7b8ef6a787) ### Chiedere i numeri che contano (consumi, calore, rete, compensazioni) Qui trovi una richiesta di accesso su oneri, compensazioni e convenzioni urbanistiche, per ricostruire con gli atti la dimensione immobiliare dell’operazione e le entrate per il Comune; una scheda di valutazione delle compensazioni, per distinguere ciò che è davvero aggiuntivo da ciò che è solo dovuto e trattare al rialzo su opere verificabili; una richiesta sullo studio del calore recuperabile, per chiedere il piano di recupero del calore d’inverno e d’estate, con temperatura, rendimento e domanda; una richiesta sul profilo di consumo e la flessibilità elettrica, per sapere se l’impianto è un carico rigido o sa piegarsi nei picchi, e con quali servizi alla rete; e una richiesta regolatoria al gestore di rete, per la documentazione di connessione, i tempi, le garanzie e la ripartizione dei costi delle opere. I Dossier di Eywa Capire quanto vale davvero l’operazione immobiliare Richiesta di accesso per ricostruire oneri, compensazioni e convenzioni urbanistiche e la dimensione immobiliare dell'operazione. 262 KB · 4 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4288&mode=view&_wpnonce=b2141de5a4) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4288&mode=download&_wpnonce=b2141de5a4) I Dossier di Eywa Distinguere le compensazioni vere da quelle di facciata Scheda per distinguere le compensazioni davvero aggiuntive da ciò che è solo dovuto e trattare su opere verificabili. 246 KB · 3 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4290&mode=view&_wpnonce=8b8827029c) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4290&mode=download&_wpnonce=8b8827029c) I Dossier di Eywa Chiedere se il calore prodotto verrà riutilizzato Richiesta per ottenere lo studio sul recupero del calore d'inverno e d'estate, con temperatura, rendimento e domanda. 250 KB · 5 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4293&mode=view&_wpnonce=0df116a956) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4293&mode=download&_wpnonce=0df116a956) I Dossier di Eywa Sapere se peserà sulla rete elettrica o potrà alleggerirla Richiesta per sapere se il data center è un carico rigido o flessibile e quali servizi può offrire alla rete elettrica. 253 KB · 5 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4296&mode=view&_wpnonce=a5d465dad7) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4296&mode=download&_wpnonce=a5d465dad7) I Dossier di Eywa Chiedere chi paga i lavori sulla rete elettrica Richiesta sulla documentazione di connessione, i tempi, le garanzie e la ripartizione dei costi delle opere di rete. 249 KB · 5 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4299&mode=view&_wpnonce=1db770730d) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4299&mode=download&_wpnonce=1db770730d) ### Entrare nei procedimenti (partecipazione) Tre modelli: le osservazioni alla VIA, per mettere a verbale, e obbligare l’autorità a valutare, bilancio idrico, recupero del calore, generatori e smantellamento; la richiesta di inchiesta pubblica, per trasformare la consultazione di carte in un confronto orale con risposte agli atti; e la richiesta di dibattito pubblico volontario, da rivolgere al proponente quando il confronto non è obbligatorio per legge. I Dossier di Eywa Dire la propria nella valutazione ambientale Osservazioni alla VIA (art. 24 d.lgs. 152/2006) per mettere a verbale bilancio idrico, calore, generatori e smantellamento. 265 KB · 8 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4302&mode=view&_wpnonce=da07773080) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4302&mode=download&_wpnonce=da07773080) I Dossier di Eywa Verificare se l’impianto è a rischio di incidente rilevante Scheda per verificare se un data center supera le soglie della direttiva Seveso (d.lgs. 105/2015) per sostanze pericolose e generatori. 255 KB · 7 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4305&mode=view&_wpnonce=82c8ccf6de) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4305&mode=download&_wpnonce=82c8ccf6de) I Dossier di Eywa Chiedere un confronto pubblico sul progetto Richiesta di inchiesta pubblica (art. 24-bis) per trasformare la consultazione di carte in un confronto orale con risposte agli atti. 254 KB · 6 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4308&mode=view&_wpnonce=549dcef191) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4308&mode=download&_wpnonce=549dcef191) I Dossier di Eywa Chiedere un dibattito pubblico quando non è obbligatorio Richiesta di dibattito pubblico volontario da rivolgere al proponente quando il confronto non è obbligatorio per legge. 242 KB · 3 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4311&mode=view&_wpnonce=329fae9f75) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4311&mode=download&_wpnonce=329fae9f75) ### I data center in mare Un modello dedicato di accesso e osservazioni per i data center in mare, che mette insieme la richiesta di atti (concessione demaniale, giurisdizione, scarico termico, rumore subacqueo, smantellamento e garanzia) e le osservazioni da depositare. I Dossier di Eywa Intervenire su un data center costruito in mare Modello dedicato ai data center in mare: accesso agli atti su concessione, scarico termico e smantellamento, e osservazioni da depositare. 258 KB · 2 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4314&mode=view&_wpnonce=23500fd9af) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4314&mode=download&_wpnonce=23500fd9af) ### Far muovere la politica (dal Comune all’Europa) Per il livello locale: la lettera al sindaco e ai capigruppo, per chiedere interrogazione, mozione e audizione del proponente; la bozza di mozione o ordine del giorno comunale, con le prescrizioni su calore, acqua e dati pubblici; e la petizione comunale, lo strumento che il TUEL mette in mano ai cittadini. Per la Regione: la lettera ai consiglieri regionali, per interrogazioni, mozioni e una legge regionale migliorata. Per il Parlamento: la lettera ai parlamentari del territorio, per interrogazioni ed emendamenti; il pacchetto di emendamenti al DDL S.1821, le dodici condizioni tradotte in criteri di delega; e la petizione alle Camere, ai sensi dell’articolo 50 della Costituzione. Per l’Europa: la lettera agli eurodeputati ENVI, SANT e ITRE, la lettera completa alle tre commissioni competenti del Parlamento europeo su ambiente e clima, sanità pubblica ed energia, da usare come richiesta principale; la lettera agli eurodeputati ITRE, la variante mirata sul solo fronte energia, efficienza e finanziamenti; la petizione al Parlamento europeo, ai sensi dell’articolo 227 del TFUE; e la denuncia alla Commissione europea, per il mancato recepimento della direttiva sull’efficienza. I Dossier di Eywa Chiedere al sindaco di occuparsene Lettera per chiedere al sindaco e ai capigruppo interrogazione, mozione e audizione del proponente di un data center. 248 KB · 3 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4317&mode=view&_wpnonce=261fbb3046) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4317&mode=download&_wpnonce=261fbb3046) I Dossier di Eywa Portare una mozione in Consiglio comunale Bozza di mozione comunale con prescrizioni su recupero del calore, fonti idriche e pubblicazione dei dati. 245 KB · 6 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4321&mode=view&_wpnonce=9d4fecac50) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4321&mode=download&_wpnonce=9d4fecac50) I Dossier di Eywa Far discutere il progetto dal Consiglio comunale Petizione comunale, lo strumento che il TUEL mette in mano ai cittadini per portare un data center in Consiglio. 16 KB · 8 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4237&mode=view&_wpnonce=effa517f3b) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4237&mode=download&_wpnonce=effa517f3b) I Dossier di Eywa Coinvolgere i consiglieri regionali Lettera ai consiglieri regionali per interrogazioni, mozioni e una legge regionale sui data center. 242 KB · 4 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4326&mode=view&_wpnonce=9d40ad849b) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4326&mode=download&_wpnonce=9d40ad849b) I Dossier di Eywa Coinvolgere i parlamentari del tuo territorio Lettera a deputati e senatori del territorio per interrogazioni ed emendamenti alla legge sui data center. 242 KB · 4 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4329&mode=view&_wpnonce=1fe829c815) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4329&mode=download&_wpnonce=1fe829c815) I Dossier di Eywa Proporre regole nella legge nazionale sui data center Pacchetto di proposte di criteri per la legge delega sui data center (DDL S.1821), pronto da inviare ai parlamentari. 45 KB · 3 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4332&mode=view&_wpnonce=70bc2b886b) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4332&mode=download&_wpnonce=70bc2b886b) I Dossier di Eywa Chiedere nuove regole alla Camera dei Deputati Petizione alla Camera (art. 50 Cost.) per chiedere regole vincolanti su acqua, calore e trasparenza dei data center. 16 KB · 6 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4248&mode=view&_wpnonce=fd8a822293) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4248&mode=download&_wpnonce=fd8a822293) I Dossier di Eywa Chiedere nuove regole al Senato Petizione al Senato (art. 50 Cost.) per chiedere regole vincolanti su acqua, calore e trasparenza dei data center. 16 KB · 8 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4251&mode=view&_wpnonce=a54f1effba) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4251&mode=download&_wpnonce=a54f1effba) I Dossier di Eywa Scrivere agli europarlamentari su ambiente ed energia Lettera agli eurodeputati delle commissioni ENVI, SANT e ITRE su recepimento della direttiva efficienza e condizioni per le gigafactory. 247 KB · 4 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4337&mode=view&_wpnonce=440018dfad) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4337&mode=download&_wpnonce=440018dfad) I Dossier di Eywa Scrivere agli europarlamentari su industria ed energia Variante mirata alla commissione ITRE del Parlamento europeo su efficienza energetica e finanziamenti alle gigafactory. 243 KB · 4 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4340&mode=view&_wpnonce=e5887254ee) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4340&mode=download&_wpnonce=e5887254ee) I Dossier di Eywa Presentare una petizione al Parlamento europeo Petizione al Parlamento europeo (art. 227 TFUE) per aprire un fascicolo alla commissione per le petizioni sui data center. 248 KB · 3 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4343&mode=view&_wpnonce=78a4b54628) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4343&mode=download&_wpnonce=78a4b54628) I Dossier di Eywa Segnalare all’Europa una legge non applicata in Italia Denuncia alla Commissione europea per il mancato recepimento della direttiva sull'efficienza energetica (EED) in Italia. 250 KB · 5 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4346&mode=view&_wpnonce=3047eece10) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4346&mode=download&_wpnonce=3047eece10) ### Attivare i controllori (esposti e segnalazioni) Sette modelli, uno per autorità: la segnalazione all’ARERA, sui costi di rete scaricati in bolletta; l’esposto alla Corte dei Conti, sul danno erariale, con i quattro requisiti e la quantificazione; la segnalazione all’ANAC, su appalti, concessioni e conflitti di interesse; la segnalazione all’AGCM, sul greenwashing e la pubblicità ingannevole; l’esposto all’ARPA, su rumore, emissioni e rifiuti; la denuncia alla Procura, sui reati ambientali; e la segnalazione alla Prefettura, sull’infiltrazione nella filiera. I Dossier di Eywa Denunciare i costi di rete scaricati sulle bollette Segnalazione all'ARERA sui costi di connessione dei data center scaricati nelle bollette di tutti. 250 KB · 4 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4349&mode=view&_wpnonce=80f9fae6a9) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4349&mode=download&_wpnonce=80f9fae6a9) I Dossier di Eywa Segnalare uno spreco di denaro pubblico Esposto alla Corte dei Conti sul possibile danno erariale, con i requisiti e la quantificazione da allegare. 249 KB · 2 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4351&mode=view&_wpnonce=9616f9486a) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4351&mode=download&_wpnonce=9616f9486a) I Dossier di Eywa Segnalare irregolarità in appalti e concessioni Segnalazione all'ANAC su appalti, concessioni e conflitti di interesse nelle procedure di un data center. 247 KB · 4 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4353&mode=view&_wpnonce=54f03f8163) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4353&mode=download&_wpnonce=54f03f8163) I Dossier di Eywa Segnalare promesse ambientali ingannevoli Segnalazione all'AGCM su asserzioni ambientali ingannevoli e pubblicità scorretta legate a un data center. 248 KB · 6 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4356&mode=view&_wpnonce=e26fce5fa1) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4356&mode=download&_wpnonce=e26fce5fa1) I Dossier di Eywa Segnalare rumore, emissioni e rifiuti Esposto all'ARPA su rumore, emissioni e gestione dei rifiuti di un data center. 247 KB · 3 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4359&mode=view&_wpnonce=6806ed42c5) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4359&mode=download&_wpnonce=6806ed42c5) I Dossier di Eywa Denunciare possibili reati ambientali Denuncia alla Procura della Repubblica sui possibili reati ambientali (ecoreati) legati a un data center. 244 KB · 2 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4362&mode=view&_wpnonce=07b7092b54) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4362&mode=download&_wpnonce=07b7092b54) I Dossier di Eywa Segnalare rischi di infiltrazioni criminali Segnalazione alla Prefettura sui rischi di infiltrazione criminale nella filiera di un data center. 247 KB · 1 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4365&mode=view&_wpnonce=56c391246b) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4365&mode=download&_wpnonce=56c391246b) ### La bussola Le dodici domande in versione stampabile, da portare alle assemblee e ai banchetti. I Dossier di Eywa Le dodici domande da fare a ogni data center Le dodici domande su energia, acqua, calore, suolo e controllo, in una pagina stampabile da portare alle assemblee. 26 KB · 10 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4368&mode=view&_wpnonce=366d662ef3) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4368&mode=download&_wpnonce=366d662ef3) **Categorie:** Attualità, Manuali --- ### [Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/) **Published:** Agosto 21, 2026 **Author:** Team Eywa **Excerpt:** I cantieri delle stazioni Auditorium e Farnesina sono partiti il 23 luglio 2026. I 260 alberi nuovi annunciati risultano già quasi tutti impegnati sulle stazioni della tratta T2. L’elenco degli alberi che stanno oggi in quelle aree non è pubblico, e si può chiedere. **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) I Dossier di Eywa Metro C: la richiesta sugli alberi, già compilata Chiede a Roma Capitale e a Roma Metropolitane il censimento degli alberi delle stazioni Auditorium e Farnesina, che cosa prevede il progetto per ciascuno, le perizie agronomiche e il piano delle compensazioni. Destinatari, oggetto e aree già scritti. 24 KB · 0 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4526&mode=view&_wpnonce=62c5d5fc3f) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4526&mode=download&_wpnonce=62c5d5fc3f) Il 23 luglio 2026 due pezzi di Roma pieni di alberi sono passati in mano a un’impresa. A un mese di distanza, nessun documento pubblico dice quanti di quegli alberi resteranno in piedi. [Roma Metropolitane ha consegnato le aree](https://www.comune.roma.it/web/it/notizia/linea-c-aprono-cantieri-stazioni-auditorium-e-farnesina.page) delle stazioni Auditorium e Farnesina al contraente generale, cioè l’impresa che si prende in carico la costruzione dell’intera opera. Si tratta della T1, il tratto di linea C che porterà la metropolitana fino all’area del Foro Italico. Il cantiere di Farnesina si prende piazzale della Farnesina, il parcheggio dei bus e l’area del deposito Ama, l’azienda dei rifiuti di Roma, più due aree di appoggio sul lungotevere Maresciallo Diaz. Quello di Auditorium sta nello spazio ludico sportivo fra il Palazzetto dello Sport e viale Tiziano. Passaci davanti e vedi subito una cosa: sono aree alberate. Nel comunicato che le elenca una per una, la parola alberi non compare mai. Il documento che manca è uno solo, e al 20 agosto 2026 non l’abbiamo trovato da nessuna parte: l’elenco degli alberi che stanno oggi in quelle aree, con scritto accanto a ciascuno che cosa gli succederà. Quanti restano dove sono. Quanti vengono spostati altrove. Quanti vengono tagliati. Abbiamo guardato i due comunicati di Roma Capitale sull’opera, il sito e la sezione avvisi di Roma Metropolitane, il portale Società trasparente. Il conto degli alberi nuovi c’è. Il conto di quelli che ci sono già, no. ## Duecentosessanta alberi, ma per quali stazioni? Il 18 febbraio 2026, presentando i cantieri, Roma Capitale scrive che [«l’intero intervento, inoltre, avrà un bilancio ambientale positivo anche grazie alla piantumazione di nuovi 260 alberi e 4 Tiny Forest»](https://www.comune.roma.it/web/it/notizia/completamento-linea-metro-c-partono-i-cantieri.page). Le Tiny Forest sono micro boschi: tanti alberi piantati fitti su una superficie anche piccola, per farli crescere in fretta. Il punto è quel «l’intero intervento», perché l’intero intervento sono sei stazioni: le quattro della tratta T2, che arriva a Mazzini, e le due della T1, Auditorium e Farnesina. Due mesi dopo, la risposta dell’assessorato all’Ambiente sulle stazioni della T2 racconta che [i 259 alberi piantati per compensare quelli tolti sono già a terra](https://www.carteinregola.it/metro-e-alberi-le-risposte-dellassessora-alfonsi/), che le quattro Tiny Forest andranno a Monte Mario e nell’area verde di via Sabotino, e che alla fine dei lavori, quando le superfici sopra le nuove stazioni verranno sistemate, ne arriveranno altre 156. Le Tiny Forest sono le stesse quattro annunciate a febbraio, non altre quattro. Facciamo il conto insieme, che è semplice. I 260 alberi annunciati per sei stazioni risultano già quasi tutti assegnati alle quattro stazioni della T2. Per Auditorium e Farnesina, allora, che cosa è previsto? Non è un’accusa: è una domanda. E non ha una risposta pubblica. ## Sulla stessa metropolitana è già successo Il 31 marzo 2026 quattro realtà di quartiere, Tutti per Roma, Prati Verde, Comitato Aurelio per l’ambiente e Insieme 17, [hanno scritto agli assessori](https://tuttiperroma.com/news/a-proposito-degli-alberi-e-del-cantiere-metro-c/) chiedendo i numeri delle fermate di Piazza Pia, via Barletta, Mazzini/Clodio e piazza della Chiesa Nuova. Una lettera, e nient’altro. [La risposta dell’assessora all’Ambiente](https://tuttiperroma.com/news/risposta-assessore-alfonsi-alberi-metro-c/) arriva ad aprile, e dentro c’è un passaggio che nessun comunicato aveva raccontato. Su 359 alberi contati uno per uno, 259 erano stati giudicati incompatibili con i lavori. Il **progetto esecutivo**, cioè la versione definitiva del progetto, quella che stabilisce nel dettaglio che cosa si fa e come, ne prevedeva 61 da spostare e 188 da abbattere. Poi l’assessorato chiede di rivedere il piano. Alla fine gli abbattimenti sono stati 33, gli spostamenti 142, e 84 alberi sono rimasti dove erano. Da 188 a 33. Attenzione però, qui è facile prendere la scorciatoia sbagliata. Il piano non è cambiato perché i cittadini hanno chiesto i dati: è cambiato su richiesta dell’assessorato. Quando le associazioni hanno chiesto i dati, però, quel cambiamento è diventato verificabile, numeri alla mano. Sono due fatti distinti e contano entrambi. Il primo dice che le decisioni sugli alberi si possono ancora cambiare mentre i lavori vanno avanti. Il secondo dice che, se nessuno chiede, quelle decisioni restano invisibili fino al [rumore delle motoseghe](https://eywadivulgazione.it/prima-che-arrivino-le-motoseghe-come-monitorare-il-verde-urbano-in-anticipo/). E c’è una terza cosa, la più utile di tutte: quell’elenco albero per albero esiste. È stato prodotto una volta, su questa stessa opera. Per Auditorium e Farnesina non è pubblico. A febbraio il progetto esecutivo della T1 non era ancora verificato e approvato, i cantieri sono partiti a luglio, e in mezzo, sul verde, non è uscito niente. ## Per chiedere non serve un avvocato, e nemmeno una motivazione Sull’ambiente la legge italiana è insolitamente larga in entrata. Il [decreto legislativo 195 del 2005](https://www.normattiva.it/eli/stato/DECRETO_LEGISLATIVO/2005/08/19/195/CONSOLIDATED/20100915) riconosce a chiunque il diritto di chiedere a un ente pubblico le informazioni ambientali che ha in mano, senza dimostrare di essere parte in causa e senza spiegare perché le vuole. Non serve abitare lì. Non serve essere iscritti a un’associazione. In parallelo si può usare l’**accesso civico generalizzato**, quello che quasi tutti chiamano FOIA, dal nome della legge americana sulla libertà di informazione: stesso meccanismo, chiunque, nessuna motivazione, e [trenta giorni di tempo per rispondere](https://www.comune.roma.it/web/it/scheda-servizi.page?contentId=INF47229). Larga in entrata, molto meno in uscita. Lo stesso decreto, all’articolo 5-bis, permette di negare i documenti per tutelare gli interessi economici e commerciali di un privato, ed è l’appiglio più probabile per non consegnare le carte di un progetto presentato da un’impresa. Sulla strada ambientale quell’eccezione è più stretta e va pesata contro l’interesse pubblico a sapere: per questo conviene bussare prima da quella porta. E se arriva un no, o non arriva proprio niente, chiedere il riesame non costa un euro: si scrive al responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza, cioè la persona che dentro ogni amministrazione ha il compito di vigilare su questo. Dopo restano il difensore civico della Città metropolitana e il TAR, il tribunale davanti al quale si contestano le decisioni della pubblica amministrazione. Conta anche a chi si scrive, e qui l’errore è comune. Metro C, il contraente generale che realizza l’opera, è una società privata: l’accesso civico non la raggiunge in quanto tale. I documenti si chiedono a chi li detiene come amministrazione, e cioè al Dipartimento Tutela Ambientale di Roma Capitale, alla struttura commissariale per la linea C e a Roma Metropolitane, che dell’opera è il soggetto aggiudicatore, l’ente che l’ha messa a gara e ne conserva le carte tecniche. È una società a controllo pubblico e dal 2019 è in liquidazione, cioè in fase di chiusura. Poi conta chiedere le cose giuste, perché una richiesta vaga torna indietro per integrazioni mentre una precisa lascia molto meno spazio alle risposte evasive. Quindi si chiede il [censimento degli alberi](https://eywadivulgazione.it/abbattimento-alberi-comunali-atti-perizie-diritti/) nelle aree di cantiere, cioè l’elenco con specie, dimensioni e stato di salute di ogni pianta. Si chiede, per ogni singolo esemplare, che cosa prevede il progetto esecutivo approvato: se resta in piedi, se viene **espiantato**, cioè tirato su con tutta la zolla di terra intorno alle radici per essere ripiantato altrove, o se viene abbattuto. Si chiedono le perizie agronomiche, cioè le relazioni firmate dai tecnici del verde su cui quella scelta si appoggia, e le alternative studiate per non toccarlo. Per gli alberi da spostare, dove finiranno, [con quale tecnica](https://eywadivulgazione.it/zollatura-alberi-trapianto-come-riconoscerlo/) e chi controllerà negli anni successivi quanti sono sopravvissuti. Per quelli da abbattere, la motivazione tecnica riferita a quell’albero preciso, non al cantiere in generale. Infine il piano delle compensazioni e il calendario dei lavori. Serve anche a evitare la trappola dell’aritmetica. I 259 alberi di compensazione corrispondono esattamente ai 259 giudicati incompatibili: uno tolto, uno piantato, conto pari. Sulla carta. Ma gli alberi nuovi sono alti fra quattro metri e quattro metri e mezzo, e [un platano adulto e un alberello](https://eywadivulgazione.it/perche-comuni-italiani-tagliano-alberi-maturi-sostituiscono-alberelli/) non fanno la stessa ombra e non trattengono la stessa acqua. È come sostituire un ombrellone da spiaggia con un ombrellino da cocktail e sostenere che il numero degli ombrelli non è cambiato. E nemmeno uno spostamento è un albero salvato. Nella risposta di aprile diversi esemplari non hanno potuto essere spostati, e i cipressi di viale Mazzini sono stati esclusi perché per muoverli avrebbero dovuto tagliare via tanta chioma, cioè la parte fatta di rami e foglie, da ucciderli. Il numero, da solo, non dice niente: contano la specie, la chioma e il posto dove l’albero finisce. ## Il modello vale per qualunque città Abbiamo preparato una richiesta già scritta, da compilare: cambi il nome del Comune, dell’opera e dell’area, e la mandi. Funziona per una metropolitana, ma anche per una strada, una scuola, un parcheggio, una piazza da rifare. Nel caso romano va al Dipartimento Tutela Ambientale di Roma Capitale e a Roma Metropolitane, che come soggetto aggiudicatore detiene la documentazione tecnica. Dentro c’è anche la domanda sui 260 alberi. I Dossier di Eywa Alberi e cantieri pubblici: il modello da compilare Il modulo in bianco, valido per qualsiasi Comune e qualsiasi opera, dalla metropolitana alla piazza da rifare. Chiedi il censimento degli alberi, il destino di ciascuno, le perizie e le compensazioni: non devi dire perché li vuoi. 31 KB · 1 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4527&mode=view&_wpnonce=b927787e4d) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4527&mode=download&_wpnonce=b927787e4d) ## Eywa dice… Non stiamo chiedendo di fermare la metropolitana. Una metropolitana è essa stessa un’infrastruttura ambientale, e metterla contro gli alberi è il modo più comodo per non decidere niente. Chiedere i documenti, da solo, non salva un albero. Rende però impossibile raccontare a cose fatte una sostenibilità che nessuno ha potuto controllare. E il precedente dice che siamo ancora in tempo: non sull’approvazione del progetto, che è cosa fatta, ma sull’esecuzione, che è esattamente il punto in cui i 188 sono diventati 33. Il green si fa, non si dice. E si verifica, finché si è in tempo. Scarica il modello, cambia i nomi e invialo. ## Approfondimenti Eywa [Prima che arrivino le motoseghe: come monitorare il verde urbano in anticipo](https://eywadivulgazione.it/prima-che-arrivino-le-motoseghe-come-monitorare-il-verde-urbano-in-anticipo/) come si intercetta un abbattimento prima che avvenga, usando censimento arboreo, albo pretorio e appalti comunali. [Abbattimento di alberi comunali: normativa, perizie e diritti dei cittadini](https://eywadivulgazione.it/abbattimento-alberi-comunali-atti-perizie-diritti/) quali atti un Comune deve avere prima di tagliare, e come si chiedono. [Alberi nei cantieri urbani: quando la tutela esiste ma viene sistematicamente aggirata](https://eywadivulgazione.it/alberi-cantieri-urbani-tutela-aggirata/) perché un albero dentro un cantiere muore anche senza essere abbattuto, e mesi dopo. [Zollatura degli alberi: cos’è davvero, quando serve e come riconoscere un trapianto fatto bene](https://eywadivulgazione.it/zollatura-alberi-trapianto-come-riconoscerlo/) i criteri tecnici per capire se uno spostamento è un’operazione seria o una copertura, e che cosa si guarda nella zolla. [Perché i Comuni italiani tagliano alberi maturi e li sostituiscono con alberelli che muoiono](https://eywadivulgazione.it/perche-comuni-italiani-tagliano-alberi-maturi-sostituiscono-alberelli/) le cause strutturali della sostituzione uno a uno, e cosa si può chiedere. [Microforeste urbane: il metodo Miyawaki contro il caldo](https://eywadivulgazione.it/microforeste-urbane-miyawaki/) che cosa una Tiny Forest può fare davvero contro il calore urbano, e che cosa no. [Come segnalare un problema al Comune (anche quando il Comune ha sbagliato)](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/) perché una segnalazione protocollata obbliga l’amministrazione a rispondere. [Roma, la città più verde d’Europa che non riesce a farsi ombra](https://eywadivulgazione.it/roma-citta-verde-europa-riesce-farsi-ombra/) il paradosso dei quartieri centrali senza alberi in una città verde per due terzi. ## Fonti [Linea C, aprono i cantieri delle stazioni Auditorium e Farnesina](https://www.comune.roma.it/web/it/notizia/linea-c-aprono-cantieri-stazioni-auditorium-e-farnesina.page) Roma Capitale, 23 luglio 2026: consegna delle aree, perimetro dei due cantieri e composizione del contraente generale. [Completamento linea Metro C: partono i cantieri](https://www.comune.roma.it/web/it/notizia/completamento-linea-metro-c-partono-i-cantieri.page) Roma Capitale, 18 febbraio 2026: annuncio dei 260 alberi e delle 4 Tiny Forest, frase sul bilancio ambientale, perimetro delle tratte T2 e T1. [A proposito degli alberi e del cantiere della metro C](https://tuttiperroma.com/news/a-proposito-degli-alberi-e-del-cantiere-metro-c/) Tutti per Roma, 31 marzo 2026: la lettera delle quattro associazioni e le stazioni interessate. [La risposta dell’assessora Alfonsi sugli alberi e il cantiere della metro C](https://tuttiperroma.com/news/risposta-assessore-alfonsi-alberi-metro-c/) Tutti per Roma, 16 aprile 2026: la lettera originale dell’assessorato, fonte dei numeri. [Metro C e alberi, le risposte dell’assessora Alfonsi](https://www.carteinregola.it/metro-e-alberi-le-risposte-dellassessora-alfonsi/) Carteinregola, 19 aprile 2026: gli stralci della lettera con 359 censiti, 259 incompatibili, 61 e 188 previsti, 142 trapianti, 84 rilasci, 33 abbattimenti, 259 compensazioni, 4 Tiny Forest e 156 piantumazioni finali. [Metro C e il «miracolo» degli alberi: perché i conti non tornano](https://www.carteinregola.it/metro-c-e-il-miracolo-degli-alberi-perche-i-conti-non-tornano/) Carteinregola, 22 aprile 2026: l’analisi agronomica sui limiti della compensazione uno a uno. [Avviso pubblico sulla tratta T1, da Farnesina a Clodio/Mazzini](https://www.romametropolitane.it/avvisi/20250915_Avviso%20T1.pdf) Roma Metropolitane S.r.l. in liquidazione, 15 settembre 2025: qualifica di soggetto aggiudicatore e deposito del progetto definitivo. [Decreto legislativo 195 del 2005 sull’accesso all’informazione ambientale](https://www.normattiva.it/eli/stato/DECRETO_LEGISLATIVO/2005/08/19/195/CONSOLIDATED/20100915) il testo che riconosce a chiunque il diritto di chiedere i dati ambientali detenuti dagli enti pubblici, senza obbligo di motivazione. [Accesso civico generalizzato, la scheda di Roma Capitale](https://www.comune.roma.it/web/it/scheda-servizi.page?contentId=INF47229) il riferimento normativo, cioè l’articolo 5, comma 2, del decreto legislativo 33 del 2013, come si presenta l’istanza, i trenta giorni, i limiti dell’articolo 5-bis e i rimedi in caso di rifiuto, riesame al responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza compreso. **Categorie:** Attualità --- ### [Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/) **Published:** Agosto 18, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) C’è una frase, dentro un documento pubblico di quarantuno pagine, che vale più di tutto il dibattito di questa estate. La scrive l’agenzia regionale per l’ambiente, l’ente tecnico che dà i pareri sull’inquinamento, e dice più o meno così: senza sapere quanto scaldano i generatori di emergenza di questo impianto, non posso dirvi che effetto avrà sull’aria. Quel numero, nei due documenti che abbiamo letto, non c’è. E non è un dettaglio da ingegneri. È lo stesso numero che stabilisce chi, fra la Regione e lo Stato, dovrà rilasciare il permesso vero per costruire il data center di Colleferro. Cioè: chi comanda su questa partita dipende da una cifra che, negli atti su cui è stato deciso, non compare. ## Che cosa è successo a Colleferro, in breve L’11 agosto 2026 il Consiglio comunale di Colleferro ha cambiato la destinazione di un terreno agricolo, circa 12 ettari. Lì dovrebbe nascere un data center per l’intelligenza artificiale: un capannone pieno di server, le macchine che macinano i dati e che consumano elettricità come una piccola città. Sul come sia andato quel voto conviene essere precisi, perché le ricostruzioni non coincidono. Secondo [il resoconto della stampa locale](https://latorreoggi.it/colleferro-dice-si-al-data-center-astensione-di-colleferro-protagonista/) il gruppo di minoranza Colleferro Protagonista avrebbe votato contro l’acquisizione immediata del progetto e si sarebbe poi astenuto su un successivo ordine del giorno. Ma il verbale della seduta è il documento che fissa la sequenza in modo definitivo, e non l’abbiamo ancora. Cinque mesi prima, il 19 marzo, era successo qualcosa di più importante e molto meno raccontato. La Regione Lazio aveva deciso che quel cambio di destinazione **non doveva passare dalla valutazione ambientale strategica**. Vale la pena spiegare che cos’è, perché è il cuore di tutta la storia. ## La valutazione che a Colleferro non c’è stata, spiegata semplice Quando un Comune cambia le regole del proprio territorio, per esempio trasformando un campo in area edificabile, esiste un esame che serve a capire **in anticipo** che effetti avrà quel cambiamento: sull’acqua, sull’aria, sul paesaggio, sul traffico. Si chiama valutazione ambientale strategica. La sigla che troverete negli atti è VAS. Non è la valutazione del singolo edificio, che verrà dopo ed è un’altra cosa. È la valutazione della **regola**: ha senso mettere questa funzione, qui? Prima di deciderlo, si fa un pre-esame. Si chiedono pareri agli enti competenti, si guardano le criticità, e si stabilisce se l’esame completo serve oppure no. Il 19 marzo la Regione Lazio ha concluso questo pre-esame dicendo che non serviva. È [una decisione motivata, scritta e pubblica](https://www.regione.lazio.it/documenti/89000): chiunque può scaricarla, e in fondo a questo articolo trovate il link. [Il documento che la accompagna](https://www.regione.lazio.it/sites/default/files/documentazione/2026/DD-G03708-19-03-2026-Allegato1.pdf), quello in cui gli uffici spiegano il ragionamento, è lungo quarantuno pagine. Contiene i pareri degli enti consultati, le risposte scritte della società che vuole costruire, e ventuno raccomandazioni finali al Comune. **Questo articolo nasce da quei due documenti soltanto**, e conviene dirlo prima di cominciare, perché è il limite dentro cui vale tutto quello che leggerete. ## Una premessa che cambia il senso di tutti i numeri Nei fascicoli come questo c’è una distinzione che sfugge quasi sempre, e che invece è decisiva. I dati tecnici che leggete, la potenza, l’acqua, la superficie, il tipo di raffreddamento, **non sono misurazioni fatte dalla Regione**. Sono dichiarazioni della società che vuole costruire, raccolte in una tabella di risposte ai pareri ricevuti. La Regione le riporta. Nei passaggi che abbiamo esaminato non emerge che le abbia verificate una per una. Non è un’accusa: è il modo in cui funziona un pre-esame di questo tipo, dove chi propone dichiara e chi decide valuta se le criticità meritano l’esame completo. Ma cambia il peso di ogni cifra. Quando qui leggerete «secondo la società», significa esattamente questo. ## Il numero che manca a Colleferro, e perché conta per chi ci abita Torniamo alla frase da cui siamo partiti. Da febbraio 2026 costruire e gestire un data center in Italia passa da [una procedura unica, introdotta da una nuova legge](https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2026/02/20/26G00041/SG). Il permesso finale non lo dà il Comune. Lo dà l’autorità competente per il permesso ambientale unico, quello che per gli impianti grandi tiene insieme aria, acqua e rifiuti. E qui stail punto. **Quale autorità sia, Regione o Stato, dipende da una cifra sola**: quanto calore producono i generatori di emergenza, i motori che si accendono se salta la corrente. Sotto una certa taglia decide la Regione. Sopra i 300 megawatt termici decide lo Stato. «Termici» vuol dire che si misura il calore prodotto, non l’elettricità erogata: è un modo diverso di pesare la stessa macchina. Nei due atti di marzo quel valore non compare. E a farlo notare non siamo noi: è stata l’agenzia regionale per l’ambiente a scrivere che senza la potenza dei generatori non poteva esprimere un parere sulla qualità dell’aria. Lo ha scritto per la valle del Sacco, che gli atti stessi collocano nella categoria peggiore della regione per l’aria. C’è un dettaglio in più, e lo segnaliamo dicendo chiaramente che il ragionamento è nostro e non degli atti. È la società a scrivere che il progetto andrà al ministero dell’Ambiente per la valutazione di impatto e il permesso unico. Ma la competenza dello Stato scatta appunto sopra quella soglia. Che taglia hanno, allora, quei generatori? Nei documenti che abbiamo letto la risposta non c’è. ## Il suolo di Colleferro, tre modi diversi di contarlo Qui bisogna andare piano, perché è facile prendere lucciole per lanterne, e ci siamo passati anche noi. Nel fascicolo il terreno viene descritto con **tre grandezze diverse**, che non misurano la stessa cosa. La prima è la superficie impermeabilizzata, cioè quanto terreno viene coperto in modo che la pioggia non filtri più. L’agenzia per l’ambiente scrive di «un aumento di più di 57 ettari di superficie impermeabilizzata». La società risponde con una riga che corregge quel valore dividendolo per dieci: «la superficie occupata è di 5,7 Ha», cioè 5,7 ettari. La seconda è appunto la superficie occupata, che è quella dei 5,7 ettari e può comprendere anche piazzali e strade interne. La terza è l’occupazione permanente, che la relazione agronomica, lo studio che guarda il terreno dal punto di vista agricolo, quantifica in poco più di 32.000 metri quadri. Tre modi di contare, tre numeri. **Nei due documenti che abbiamo letto non è spiegato come si mettano in relazione fra loro.** Non è detto che sia un errore: possono essere semplicemente misure di cose diverse. Fatto sta che chi legge il fascicolo, cittadino o amministratore, non trova scritto il passaggio da una all’altra. E il comunicato di agosto? Parla di 76 ettari complessivi e di 57.800 metri quadri coperti. La tentazione è di accostare quei 57.800 metri quadri ai 5,7 ettari della società, che fanno 57.000, e dire che coincidono. **Non si può.** Superficie coperta e superficie occupata sono grandezze diverse: la prima è il costruito, la seconda può includere il resto. La vicinanza dei due numeri è una coincidenza interessante, non una prova che il progetto di agosto sia lo stesso valutato a marzo. Sui 76 ettari, poi, nei due atti di marzo e nel comunicato non è spiegato che rapporto abbiano con i 12 ettari della variante. ## Quanto consuma il data center di Colleferro, e quanto ne sappiamo Sull’elettricità [il comunicato di agosto](https://www.key4biz.it/mega-data-center-a-colleferro-il-comune-approva-uno-dei-progetti-piu-grandi-ditalia/584445/) parla di 150 megawatt e, nella ripresa che ne fa l’agenzia di stampa, li attribuisce a Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale. Per dare una scala: 150 megawatt sono l’ordine di grandezza dei consumi di una città media italiana. Nei due atti di marzo quel valore non c’è, e non compare il nome del gestore della rete. L’unica cosa scritta è che sull’area è stato individuato [un punto di connessione](https://eywadivulgazione.it/data-center-ai-rete-elettrica-bolletta/). Sul fotovoltaico i numeri in circolazione sono almeno tre, e non li ricomponiamo. Il fascicolo di marzo indica 1,5 megawatt sull’edificio e le sue pertinenze, e per l’impianto a terra dà solo una superficie, precisando che quell’autorizzazione, a marzo, non risultava ancora avviata. Il comunicato di agosto annuncia 34 megawatt. [La stampa locale, il 12 agosto](https://www.laspunta.it/data-center-a-colleferro-stop-degli-enti-sovracomunali-ma-il-comune-procede/), ha scritto invece di una potenza «ridotta da 11,9 a 9,9 MW». I documenti descrivono componenti e momenti diversi, e con quello che abbiamo non è possibile ricostruire il passaggio da una cifra all’altra. Lo diciamo così com’è, invece di far finta che torni. Sulle persone, i numeri sono due e misurano cose diverse. I 60 sono il parametro che l’agenzia per l’ambiente usa a marzo per dimensionare fognatura e raccolta dei rifiuti. I 220 sono la stima di posti diretti annunciata dal Comune ad agosto, e nei due atti regionali non compaiono. ## L’acqua del data center di Colleferro, secondo chi lo costruisce Su questo gli atti dicono qualcosa di più preciso, e in parte più rassicurante, di quanto si sia letto in giro. Ma lo dice la società, non la Regione. Il sindaco ha parlato di un data center «di seconda generazione», con raffreddamento ad aria e ricircolo delle acque. Negli atti la società è più tecnica: dichiara che le sale saranno raffrescate con refrigeratori ad aria, e che quindi l’impianto, per il suo funzionamento normale, non ha bisogno d’acqua. Indica anche come: un circuito chiuso in cui gira un liquido che raccoglie il calore dai server, lo cede all’aria attraverso radiatori e torna indietro. Senza evaporazione, cioè senza che l’acqua se ne vada in vapore. L’acqua potabile dichiarata è 10 metri cubi al giorno, per i soli uffici. Se confermata, è la configurazione giusta, ed è quella che in [un territorio con problemi d’acqua](https://eywadivulgazione.it/datacenter-acqua-pubblica-sete-invisibile-intelligenza-artificiale/) andrebbe pretesa. Resta una domanda. Gli atti descrivono radiatori ad aria e non indicano nessun aiuto ad acqua per i giorni più caldi. Per escludere consumi aggiuntivi nelle giornate di picco serve una conferma esplicita nel progetto, e negli atti quella conferma non c’è né in un senso né nell’altro. C’è poi una cronologia da raccontare per intero. Il 19 novembre 2025 l’agenzia per l’ambiente chiede due cose: quanta acqua serve per il solo raffreddamento e quanto è efficiente l’impianto. Il 26 novembre la società risponde che per il raffreddamento l’acqua non serve, e rimanda il resto alla fase successiva. Nel frattempo il gestore del servizio idrico, a cui era stato chiesto un parere sulla disponibilità d’acqua, non risponde. Non rispondono nemmeno la ASL e l’autorità di bacino, l’ente che governa il bacino del fiume. Come abbiamo raccontato [nell’approfondimento sul circuito chiuso](https://eywadivulgazione.it/data-center-senza-acqua/), il conto dell’acqua di un data center si legge sul sistema che butta fuori il calore, non su quello che lo raccoglie. ## Le cose che gli enti avevano sollevato su Colleferro, e che si sono fermate per strada Questa è la parte che nel dibattito di agosto non è entrata, ed è quella dove il controllo civico ottiene di più. Perché riaprire una casella chiusa non costa niente a nessuno. **L’alternativa.** La Città metropolitana di Roma Capitale ha scritto che sarebbe opportuno valutare una collocazione diversa, preferibilmente in un’area produttiva già esistente, in località Piombinara. La Regione ha quindi chiesto al Comune di motivare, analizzando le alternative, il ricorso a un terreno agricolo mai costruito. La società ha risposto che in quelle aree l’impianto non si può fare, e la sua fonte è una dichiarazione del Comune di Colleferro, cioè della stessa amministrazione che ha proposto il cambio. Fra le raccomandazioni finali la Regione chiede al Comune un documento formale che attesti l’assenza di alternative: nei due atti che abbiamo letto quel documento non compare. **La strada.** L’accesso al data center richiede una viabilità che ricade in parte nel territorio di Segni, e la direzione regionale scrive che senza il sì di quel Comune l’intervento non sarebbe realizzabile, perché resterebbe senza strada. Segni ha attestato che le sue norme consentono strade in quelle aree, ma l’assenso al procedimento è un atto diverso e successivo. C’è un secondo aspetto, ed è il più delicato: quel tratto di strada tocca il perimetro dell’[area inquinata della valle del Sacco](https://bonifichesiticontaminati.mite.gov.it/sin-51/), quella che lo Stato ha delimitato e deve bonificare. Il ministero dell’Ambiente lo ha verificato su una mappa e ha chiesto di attivare la procedura prevista per gli interventi nei siti contaminati, che va fatta prima di costruire. La viabilità è rinviata a un procedimento separato, e per questo non rientra nell’oggetto della valutazione conclusa a marzo. **Il calore.** Un impianto di questa taglia produce calore in quantità industriale. Il raffreddamento a liquido dichiarato dalla società è anche quello che rende quel calore riutilizzabile a temperature abbastanza alte da scaldare edifici: a Brescia, dal giugno 2025, un piccolo data center [cede il proprio calore ai tubi del teleriscaldamento cittadino](https://www.gruppoa2a.it/it/media/comunicati-stampa/a2a-calore-green-brescia-primo-data-center). È un impianto dimostrativo, non un paragone di dimensioni. [Una direttiva europea sull’efficienza energetica](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX%3A32023L1791) chiede agli Stati di garantire il riuso del calore di scarto nei data center sopra un megawatt, salvo che si dimostri che non è possibile o non conviene, e fissava all’ottobre 2025 il termine per tradurla in legge nazionale 【DA VERIFICARE: stato del recepimento italiano alla data di pubblicazione】. Negli atti il tema c’era: l’agenzia per l’ambiente parlava di riusare il calore per attività industriali o agricole, la Città metropolitana citava esplicitamente il teleriscaldamento. Poi la Regione ha chiuso con 21 raccomandazioni al Comune, che arrivano a occuparsi dei limiti di rumore e delle specie di alberi da piantare. Di recupero del calore non parla nessuna delle 21. **Le altre otto pratiche.** L’agenzia per l’ambiente osserva che il Comune di Colleferro ha già presentato in passato 8 richieste dello stesso tipo sulla stessa zona, e chiede di verificare gli effetti cumulativi e l’eventuale frammentazione di una trasformazione da valutare insieme. La Regione risponde richiamando le distanze: quelle pratiche riguardano un’altra zona e stanno fra 2 e 5 chilometri. Nel passaggio che abbiamo letto non è esplicitata una valutazione degli effetti sommati. ## Il parere più severo del fascicolo di Colleferro, e un avvertimento onesto Fra gli enti di cui la relazione riporta osservazioni, la Soprintendenza è quella che ha scritto le cose più dure: che il progetto mostra poca attenzione a limitare il consumo di suolo, che l’area subirebbe una trasformazione sensibile anche per come si vede, e che sarebbe meglio valutare una ricollocazione dall’altro lato dell’autostrada, dove le attività produttive ci sono già. Nella nota di novembre lo stesso ufficio ritiene indispensabile sottoporre l’intervento alla valutazione completa. Nel riassunto che la Regione fa di quel parere, quella richiesta non compare. Nel resto dell’atto non viene né accolta né respinta. E le premesse della decisione affermano che gli enti consultati non hanno evidenziato impatti significativi, mentre poche righe più sotto elencano le criticità che quegli stessi enti avevano segnalato. **Qui serve un avvertimento onesto, e va letto prima di usare questa parte.** La nota della Soprintendenza è stata sostituita, 20 giorni dopo, da una rettifica dello stesso ufficio. Il testo della rettifica non è fra i documenti che abbiamo potuto leggere. Se quella rettifica avesse cambiato la richiesta, questa parte andrebbe riscritta. Lo scriviamo qui, in chiaro, e non in una nota a fondo pagina. Va detto anche che la stampa locale, il 12 agosto, aveva già segnalato che la relazione istruttoria suggeriva la valutazione completa. ## Eywa dice… Il progetto di Colleferro non è né uno scandalo né una benedizione. È un’opera grande in un territorio fragile, e la decisione che le ha aperto la strada è stata presa su un fascicolo in cui l’ente tecnico chiamato a valutare l’aria ha scritto di non poterlo fare, perché gli mancava un numero. Quel numero, nei due atti che abbiamo letto, non c’è. Ed è lo stesso che stabilisce chi dovrà firmare il permesso. Non serve pensare male per trovarlo strano. Basta leggere. La partita non si è chiusa con il voto di agosto. Si apre adesso, quando il progetto entrerà nella procedura nazionale: lì [chiunque può depositare osservazioni](https://eywadivulgazione.it/data-center-manuale-civico/), e l’autorità deve tenerne conto quando motiva la decisione. Attenzione ai tempi, però: per i data center i termini della valutazione ambientale sono dimezzati rispetto agli altri progetti. Chi si accorge della finestra quando è già aperta, di solito arriva tardi. C’è una cosa sola da fare adesso, e si fa in mezz’ora. Chiedi per iscritto alla Regione Lazio la rettifica della Soprintendenza del 20 novembre 2025. È il documento che dice se quella richiesta di valutazione completa è stata confermata oppure ritirata, ed è il primo che serve a chiunque voglia capire davvero come è andata. Il modello è già compilato con l’oggetto esatto e i numeri di protocollo. Se prima vuoi capire come funziona una richiesta di accesso agli atti, la guida è fra gli approfondimenti qui sotto. Un documento, una richiesta, mezz’ora. I Dossier di Eywa Colleferro: la richiesta alla Regione Lazio, già compilata Chiede alla Regione Lazio la rettifica della Soprintendenza del 20 novembre 2025 e la relazione istruttoria integrale. Oggetto e protocolli già scritti. 40 KB · 8 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4498&mode=view&_wpnonce=c538e4186c) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4498&mode=download&_wpnonce=c538e4186c) Se vuoi chiedere anche al Comune la delibera dell’11 agosto con gli allegati e l’ordine del giorno votato in aula, il secondo modello è già pronto. I Dossier di Eywa Colleferro: la richiesta al Comune, già compilata Chiede al Comune di Colleferro la delibera dell'11 agosto 2026 con gli allegati e l'ordine del giorno votato in aula. Oggetto già scritto. 40 KB · 2 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4501&mode=view&_wpnonce=8c33fb6fe6) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4501&mode=download&_wpnonce=8c33fb6fe6) E se il progetto che ti riguarda è un altro, in un altro Comune, il modulo è lo stesso: cambiano solo il destinatario e l’oggetto. Questo è la versione in bianco. I Dossier di Eywa Il modulo di accesso alle informazioni ambientali, da compilare Il modulo in bianco, valido per qualsiasi ente e qualsiasi opera. Chiedi relazioni, pareri, verbali e dati di monitoraggio: non devi dire perché li vuoi. 39 KB · 0 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4507&mode=view&_wpnonce=0e89ec03cf) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4507&mode=download&_wpnonce=0e89ec03cf) Se è la prima volta che mandi una richiesta di questo tipo, questo foglio ti dice come firmarla, che cosa scrivere nell’oggetto e nel corpo della Pec, e che cosa fare se non ti rispondono. I Dossier di Eywa Come si invia la richiesta Come firmare, che cosa scrivere nell'oggetto e nel corpo della Pec, quanto tempo hanno per rispondere e a chi rivolgersi se non lo fanno. 66 KB · 1 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4510&mode=view&_wpnonce=fc3994b693) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4510&mode=download&_wpnonce=fc3994b693) ## Approfondimenti Eywa [Data center senza acqua: cosa non dice il circuito chiuso](https://eywadivulgazione.it/data-center-senza-acqua/) «Eywa Divulgazione, 2026. Perché il circuito chiuso non basta a dimostrare che un impianto non consuma acqua, e quale numero guardare invece.» [Data center: arrivare prima delle decisioni](https://eywadivulgazione.it/data-center-manuale-civico/) «Eywa Divulgazione, 2026. Il manuale civico con i modelli di accesso agli atti, le dodici domande da fare a ogni progetto e i termini dei procedimenti.» [Il calore che buttiamo via: recupero del calore dai data center](https://eywadivulgazione.it/recupero-calore-data-center/) «Eywa Divulgazione, 2026. Che fine fa il calore di scarto, perché la temperatura del liquido cambia tutto e come funziona il caso di Brescia.» [Datacenter e acqua pubblica: la sete invisibile dell’intelligenza artificiale](https://eywadivulgazione.it/datacenter-acqua-pubblica-sete-invisibile-intelligenza-artificiale/) «Eywa Divulgazione, 2026. La ricaduta dei consumi idrici su falde, pozzi privati e tariffe, a partire dai casi della Georgia.» [Data center e AI: rischiano di far saltare la rete elettrica (e di finire in bolletta)](https://eywadivulgazione.it/data-center-ai-rete-elettrica-bolletta/) «Eywa Divulgazione, 2026. La domanda elettrica dei nuovi poli digitali e la questione di chi paga il potenziamento della rete.» [Petizione in Senato sui data center](https://eywadivulgazione.it/petizione-in-senato-sui-data-center/) «Eywa Divulgazione, 2026. Lo strumento per chiedere criteri vincolanti prima che il Governo scriva i decreti attuativi della legge delega.» [Gigafactory AI a Genova: l’acqua che nessuno quantifica](https://eywadivulgazione.it/gigafactory-ai-genova-acqua/) «Eywa Divulgazione, 2026. Un altro territorio, un altro impianto di calcolo, la stessa domanda mai posta prima della decisione.» [Segnalare un problema al Comune: accesso agli atti e FOIA](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/) «Eywa Divulgazione, 2026. Come si scrive una richiesta di accesso, a chi si manda, quanto tempo hanno per rispondere e cosa fare se rifiutano.» ## Fonti [Determinazione G03708 del 19 marzo 2026, esclusione dalla valutazione ambientale strategica](https://www.regione.lazio.it/documenti/89000) Regione Lazio, Direzione regionale Urbanistica e politiche abitative, 2026. Provvedimento che esclude dalla VAS la variante «Data Center Cobra Green Hyperscale», pratica VER-2025\_20, «con le raccomandazioni di cui alla Relazione Istruttoria». È l’atto motivato e pubblico con cui, cinque mesi prima del voto comunale, la Regione ha chiuso l’esame. [Relazione istruttoria allegata alla determinazione G03708](https://www.regione.lazio.it/sites/default/files/documentazione/2026/DD-G03708-19-03-2026-Allegato1.pdf) Regione Lazio, 2026. Quarantuno pagine con i pareri dei cinque enti che hanno risposto, le controdeduzioni del proponente, cioè le sue risposte scritte ai pareri, e le ventuno raccomandazioni finali. È la fonte di tutte le citazioni di questo articolo. Gli altri documenti utili si chiedono così: alla Regione Lazio la relazione istruttoria integrale con le controdeduzioni e la rettifica della Soprintendenza del 20 novembre 2025, al Comune di Colleferro la delibera dell’11 agosto 2026 con i suoi allegati e l’ordine del giorno votato in aula. [Colleferro dice sì al Data Center: astensione di Colleferro Protagonista](https://latorreoggi.it/colleferro-dice-si-al-data-center-astensione-di-colleferro-protagonista/) La Torre Oggi, 16 agosto 2026. Ricostruzione del voto in Consiglio comunale e dichiarazioni del sindaco, compresa la formula del data center «di seconda generazione». [Data center a Colleferro: stop degli enti sovracomunali, ma il Comune procede](https://www.laspunta.it/data-center-a-colleferro-stop-degli-enti-sovracomunali-ma-il-comune-procede/) la Spunta, 12 agosto 2026. I vincoli sull’area, la questione della valutazione ambientale sollevata in aula e le variazioni del progetto fotovoltaico. [Mega data center a Colleferro, il Comune approva uno dei progetti più grandi d’Italia](https://www.key4biz.it/mega-data-center-a-colleferro-il-comune-approva-uno-dei-progetti-piu-grandi-ditalia/584445/) Adnkronos su Key4biz, 12 agosto 2026. Comunicato dell’amministrazione: settantasei ettari, 57.800 metri quadri coperti, centocinquanta megawatt di potenza elettrica assegnata dal gestore della rete, trentaquattro megawatt di fotovoltaico, duecentoventi addetti diretti a regime. [Polemica Data Center: l’intervento del Comitato residenti Colleferro](https://www.casilinanews.it/245942/attualita/polemica-data-center-comitato-residenti-colleferro.html) Casilina News, 12 agosto 2026. Posizione del comitato cittadino sulla mancanza di alternative localizzative. [Decreto legge 21 del 2026, articolo 8](https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2026/02/20/26G00041/SG) Repubblica italiana, 2026. Procedimento unico per i centri dati, in vigore da febbraio e convertito con modificazioni dalla legge 49 del 10 aprile 2026: titolo rilasciato dall’autorità competente per l’autorizzazione integrata ambientale, competenza statale sopra i trecento megawatt termici di potenza dei generatori, termini della valutazione di impatto ambientale dimezzati. [Primi indirizzi operativi sul procedimento unico per i centri dati](https://www.mase.gov.it/portale/-/data-center-pubblicate-le-prime-indicazioni-operative-sul-procedimento-unico-per-le-autorizzazioni) Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, 21 luglio 2026. Chiarisce che la conformità urbanistica è presupposto necessario e preliminare, e che l’autorizzazione unica non vale di per sé come variante urbanistica. [Linee guida per le procedure di valutazione ambientale dei data center, decreto direttoriale 257 del 2 agosto 2024](https://va.mite.gov.it/it-IT/Comunicazione/DettaglioDirezione/4755) Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, 2024. Riferimento tecnico richiamato dalla Regione: le alternative localizzative vanno illustrate e motivate. [Direttiva (UE) 2023/1791 sull’efficienza energetica](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX%3A32023L1791) Unione europea, 2023. L’articolo 26 chiede agli Stati di garantire il riuso del calore di scarto dei data center sopra un megawatt, salvo dimostrata infattibilità tecnica o economica. Termine di recepimento non ancora onorato dall’Italia. [Sito di interesse nazionale «Bacino del Fiume Sacco»](https://bonifichesiticontaminati.mite.gov.it/sin-51/) Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica. Perimetro del sito da bonificare, circa settemiladuecento ettari fra diciannove comuni, che la viabilità di accesso al data center interseca. [A2A, nuovo calore green per Brescia: inaugurato il primo data center con raffreddamento a liquido collegato a una rete di teleriscaldamento](https://www.gruppoa2a.it/it/media/comunicati-stampa/a2a-calore-green-brescia-primo-data-center) A2A, 25 giugno 2025. L’impianto dimostrativo che cede calore alla rete cittadina, citato come precedente tecnologico e non come paragone dimensionale. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Hormuz: la guerra devasta uno degli ecosistemi marini più delicati del pianeta](https://eywadivulgazione.it/hormuz-guerra-devasta-ecosistemi-marini-delicati-pianeta/) **Published:** Agosto 15, 2026 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Due nuove fuoriuscite di petrolio in due settimane colpiscono mangrovie, aree marine protette e specie a rischio di estinzione nel Golfo Persico. Il conflitto per il controllo dello Stretto di Hormuz mostra il vero costo ecologico della dipendenza dai combustibili fossili.* Due petroliere colpite, due chiazze di petrolio in espansione, un’area marina protetta contaminata: agosto 2026 segna il mese più critico per gli ecosistemi dello Stretto di Hormuz, il corridoio che ogni giorno convoglia circa un quinto del petrolio mondiale attraverso uno degli habitat marini più ricchi e fragili del pianeta. ## Due incidenti, due ecosistemi feriti Il 3 agosto un attacco colpisce la portarinfuse Minoan Pioneer nelle acque dell’Oman. Il petrolio fuoriuscito si sposta attraverso lo stretto per una settimana e raggiunge le coste dell’isola iraniana di Qeshm, arrivando fino al villaggio costiero di Shib Deraz: un’area di riproduzione per le tartarughe embricate, specie marina in via di estinzione. Le autorità locali dichiarano bonificati circa 32.000 metri quadrati di costa e 90.000 metri quadrati di mare entro il 12 agosto, ma la stagione di nidificazione resta esposta al rischio di contaminazione. Pochi giorni dopo, appena fuori dallo stretto al largo dell’Oman, la petroliera Caroline Bezengi si incaglia dentro un’area marina protetta e riversa in mare petrolio grezzo russo. La macchia raggiunge circa 2.000 chilometri quadrati, contaminando un ecosistema che ospita specie rare e habitat costieri di grande valore per la biodiversità del Golfo. ![La petroliera Caroline Bezengi arenata](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/caroline-bezengi-1024x512.jpg)La petroliera Caroline Bezengi arenata## Una crisi ambientale che si accumula da mesi I due episodi di agosto si aggiungono a una lunga catena di sversamenti innescata dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, iniziata il 28 febbraio. A marzo il petrolio fuoriuscito dalla piattaforma iraniana Shahid Bagheri minaccia la riserva di mangrovie di Hara, la più estesa del Golfo e habitat essenziale per pesci, uccelli migratori e vita marina costiera. A maggio una nuova chiazza compare vicino al terminal petrolifero di Kharg Island, con una stima di 3.000 barili dispersi in mare. Il quadro complessivo è netto: gli sversamenti di petrolio nel Golfo Persico sono quadruplicati rispetto ai livelli pre-guerra. Ogni nuovo attacco a una nave cisterna significa nuovo petrolio in mare, nuove coste contaminate, nuovi habitat a rischio, in un’area già sotto pressione per l’intenso traffico marittimo e il riscaldamento delle acque. ## Il rischio invisibile: una bioinvasione globale Oltre 1.500 navi commerciali restano bloccate nel Golfo dalla chiusura dello stretto, alcune da mesi. Gli scafi immobili accumulano organismi marini sulla loro superficie sommersa, e gli scienziati avvertono che, quando il traffico riprenderà, queste navi potrebbero trasportare specie aliene in ecosistemi di tutto il mondo, con un potenziale effetto a catena sulla biodiversità marina globale ben oltre i confini del Golfo Persico. ## Il vero costo della dipendenza dal petrolio Mentre gli ecosistemi del Golfo assorbono il danno, l’Europa continua a pagare il prezzo della propria dipendenza dai combustibili fossili. Il Brent viaggia sopra i 100 dollari al barile da fine luglio, e ogni nuovo attacco a una petroliera nello stretto spinge subito i mercati verso l’alto. A maggio 2026 i prezzi dei carburanti nell’Unione Europea salgono del 20,7% su base annua, il diesel del 29%, con bollette energetiche che in alcuni scenari possono aumentare fino al 30-40% per famiglie e imprese italiane. Lo shock energetico frena anche la crescita economica europea di alcuni punti percentuali nel primo anno di conflitto: un costo che si somma, senza sostituirlo, a quello ecologico pagato dal Golfo. Le due crisi nascono dalla stessa radice: un sistema energetico globale ancora costruito su un corridoio marittimo strategico che basta colpire una volta per mettere insieme guerra, disastro ambientale e crisi economica. ## Chi paga davvero il conto Le autorità coinvolte si scambiano accuse sull’origine delle fuoriuscite, mentre le operazioni di bonifica restano parziali e spesso tardive. Le mangrovie, le tartarughe embricate e le aree marine protette del Golfo non hanno voce nei negoziati diplomatici, ma sono le prime a pagare un conflitto combattuto, in fondo, per il controllo di una risorsa fossile che il pianeta non può più permettersi di bruciare a questo ritmo. **Categorie:** Articoli --- ### [Data center senza acqua: cosa non dice il circuito chiuso](https://eywadivulgazione.it/data-center-senza-acqua/) **Published:** Agosto 13, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Il raffreddamento senza evaporazione esiste e toglie quasi tutta l’acqua ai server. Ma la formula non descrive l’ultimo stadio, che è quello che consuma. E i dati per controllarla, in Italia, dovrebbero già essere pubblici.* Nelle presentazioni dei nuovi data center compare spesso la stessa formula: «raffreddamento a circuito chiuso, consumo idrico praticamente nullo». Può descrivere un impianto che davvero non evapora acqua per raffreddare i server. Ma la formula, da sola, non lo dimostra. Il circuito che raccoglie il calore dai server e il sistema che lo scarica fuori sono due cose diverse, e l’acqua si consuma nella seconda. Non è una questione di sospetto verso chi progetta. È una questione di quale numero si guarda. ## Due circuiti, e l’acqua sta solo nel secondo Il circuito che raccoglie il calore dai server può essere chiuso davvero. Gira, si scalda, torna indietro, e in esercizio normale non consuma quasi niente. Questo però non dice nulla su come quel calore venga poi buttato nell’ambiente, che è il punto in cui l’acqua sparisce. Una torre evaporativa la consuma per definizione: il calore se ne va insieme al vapore, e il vapore va rimpiazzato con acqua nuova. Un sistema adiabatico, cioè uno che lavora a secco quasi sempre, ne usa molto meno: bagna l’aria in ingresso o lo scambiatore soltanto nelle giornate in cui l’aria da sola non basta. Un raffreddatore a secco può lavorare senza evaporare niente. Restano in ogni caso il primo riempimento dell’impianto e gli usi ordinari del sito, dai bagni alle pulizie. La domanda utile riguarda allora l’ultimo stadio: quale sistema scarichi il calore, e in quali condizioni entri in funzione. Nei progetti quella parte si chiama in molti modi, e conviene riconoscerli. Reiezione del calore, che vuol dire semplicemente buttarlo fuori. Torre, adiabatico e raffreddatore a secco, cioè i modi per farlo. Reintegro e spurgo, che sono l’acqua rimessa nel circuito e quella scaricata quando è diventata troppo salata per restarci. ## Anche l’impianto simbolo usa acqua nei giorni più caldi L’azienda che ha portato questa formula sulle prime pagine è [Microsoft](https://www.microsoft.com/en-us/microsoft-cloud/blog/2024/12/09/sustainable-by-design-next-generation-datacenters-consume-zero-water-for-cooling/), che dal 2024 progetta i nuovi data center con raffreddamento diretto ai chip e circuito chiuso senza evaporazione, dichiarando di evitare così più di 125 milioni di litri d’acqua l’anno per impianto. Poi c’è come sono fatti davvero. Mount Pleasant, in Wisconsin, è uno dei due siti indicati come pilota di quel progetto ed è pienamente operativo dall’estate del 2026. A descriverlo è stata la stessa azienda, un anno prima: [oltre il 90% della struttura](https://blogs.microsoft.com/on-the-issues/2025/09/18/made-in-wisconsin-the-worlds-most-powerful-ai-datacenter/) sta sul circuito chiuso riempito in cantiere, mentre la parte restante lavora con l’aria esterna e passa all’acqua soltanto nei giorni più caldi. La conferma arriva dalla fonte meno sospettabile. Perfino nella struttura che ha reso celebre la formula l’acqua non è zero: è ridotta moltissimo e concentrata in pochi giorni. Quanto a Phoenix, l’altro sito pilota, a metà 2026 l’azienda lo descriveva ancora come evaporativo, [con uso di acqua fino al 40% dell’anno](https://blogs.microsoft.com/blog/2026/06/24/inside-microsofts-two-decade-push-to-cut-water-intensity-while-scaling-for-growth/). ## Meno acqua vuol dire più corrente, ma non in proporzione fissa Nello stesso annuncio, Microsoft scrive che sostituire i sistemi evaporativi con il raffreddamento meccanico farà salire il proprio consumo energetico complessivo, e parla di un aumento «nominale» rispetto ai progetti precedenti, attenuato lavorando con liquidi più caldi. È un’ammissione che pesa, perché arriva da chi vende la soluzione. Sarebbe però scorretto raccontarla come un semplice trasferimento del conto dall’acquedotto alla rete elettrica. L’evaporazione non è gratis nemmeno lei, perché vuole pompe, ventilatori e trattamento dell’acqua. E come osserva [Uptime Institute](https://journal.uptimeinstitute.com/water-is-local-generalities-do-not-apply/), i sistemi a secco più recenti possono ridurre la differenza fino a un costo complessivo paragonabile, mentre dove l’acqua abbonda un buon adiabatico resta spesso la scelta ambientalmente migliore. I due bilanci vanno letti insieme, e per quel sito. Vale anche per l’acqua che nel conteggio dell’impianto non compare mai. Il legame esiste, perché produrre elettricità significa quasi sempre raffreddare qualcosa: secondo l’[Agenzia europea dell’ambiente](https://www.eea.europa.eu/en/analysis/indicators/water-abstraction-by-source-and), fra il 2020 e il 2023 il raffreddamento delle centrali ha pesato per il 33% dei prelievi idrici dell’Unione, più dell’agricoltura. Quella cifra però misura l’acqua prelevata, che è cosa diversa da quella consumata davvero, e sta calando insieme al mix elettrico. Serve a capire quanto acqua ed energia siano legate. Da lì non si ricava però una regola da applicare al singolo data center. ## L’acqua che conta per un acquedotto è quella del giorno peggiore I sistemi adiabatici possono restare a secco per gran parte dell’anno e chiedere acqua solo nelle condizioni più dure. Uptime Institute cita, per i climi freschi, esempi di 4-12 ore al giorno per 5-20 giorni l’anno. Restano esempi legati a quei climi. Per capire quanto beve un impianto in Italia servono i dati climatici del posto, il carico dei server e le temperature di esercizio. Il punto trasferibile è un altro, ed è il più scomodo. Dove l’acqua serve da integrazione, il consumo si concentra nelle giornate estive più calde. Cioè, nei territori già fragili, esattamente quando ce n’è meno. Un totale annuo basso può quindi convivere con una richiesta di punta pesante, e la media annua è il numero che nasconde proprio la cosa che preoccupa il gestore idrico. Servono entrambi, letti insieme alla fonte del prelievo e agli altri usi del bacino. ## Due impianti della stessa azienda, due bilanci d’acqua Il [rapporto ambientale di Google](https://www.gstatic.com/gumdrop/sustainability/google-2025-environmental-report.pdf) permette un confronto pulito, perché tiene separate tre grandezze che nel dibattito finiscono sempre mescolate: quanta acqua si preleva, quanta se ne restituisce e quanta se ne consuma davvero. Nel 2024 l’impianto di Henderson, in Nevada, ne ha consumati 207,4 milioni di galloni. Quello di Storey County, stessa azienda e stesso Stato, 1,5 milioni. Il confronto non dimostra da solo la causa, perché cambiano dimensione, carico, clima e fase di vita. Mostra però l’ordine di grandezza che separa un impianto raffreddato per evaporazione da uno che non lo è. E mostra quanto conti quella distinzione fra prelievo, restituzione e consumo: senza, le cifre che circolano sullo stesso impianto smettono di coincidere, e ognuno cita quella che gli fa comodo. ## I dati sull’acqua dovrebbero già essere pubblici C’è poi una leva che quasi nessuno usa, e vale più di ogni polemica. La [direttiva europea sull’efficienza energetica](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX%3A32023L1791) obbliga gli Stati a imporre ai gestori dei data center più grandi, sopra i 500 kW di potenza informatica, di rendere pubbliche ogni anno le informazioni sul singolo impianto: chi lo possiede, in che comune sta, quanto è grande e come ha lavorato l’anno prima, acqua compresa. La banca dati europea è un canale in più, non un sostituto: lì i dati dei singoli centri restano riservati e si pubblica solo il totale per Paese. In Italia quell’obbligo è già stato recepito ed è in vigore. Il [decreto legge 131 del 2024, all’articolo 16](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legge:2024-09-16;131~art16), dice che i gestori sopra quella soglia «rendono pubbliche» quelle informazioni, e un comma aggiunto in conversione stabilisce che vadano aggiornate entro il 15 maggio di ogni anno. Restano fuori la difesa, la protezione civile e ciò che è coperto da segreto commerciale. Il problema italiano, quindi, non è che il dato sia segreto. È più prosaico: la norma dice che i gestori rendono pubbliche quelle informazioni, ma non dice dove. Nessun portale, nessuna banca dati nazionale, nessun decreto che spieghi come si fa, nessuna sanzione se non si fa. C’è un obbligo e non c’è un posto in cui adempierlo, il che è un modo raffinato di non obbligare nessuno. ## Chi autorizza, e quando si può chiedere il dato sull’acqua Dal 19 aprile 2026 costruire e far funzionare un data center passa da un [procedimento unico](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legge:2026-02-20;21~art8). A decidere è l’autorità che rilascia l’autorizzazione ambientale, e in quel provvedimento confluiscono impatto ambientale, uso delle acque, emissioni e conformità urbanistica. Si delibera in conferenza di servizi, cioè il tavolo dove tutte le amministrazioni competenti si esprimono insieme invece che una alla volta. Il Comune ci partecipa per le sue materie, ma il titolo non lo rilascia lui. È lì, mentre il progetto viene esaminato, che le domande diventano condizioni. Quelle che contano sono poche e tutte verificabili: quale sia il sistema che scarica il calore, comprese le integrazioni ad acqua e le riserve; quanto consumi l’impianto nel giorno di progetto più caldo e non solo in un anno medio; da dove venga l’acqua di riempimento e di reintegro, e perché non si sia scelta un’alternativa a quella potabile; con quali contatori e con quale frequenza il dato verrà pubblicato. Le conseguenze di uno sforamento restano quelle previste dal titolo e dalla legge, mentre una penale vera si può scrivere solo in una convenzione, quando c’è. Per la procedura, gli accessi agli atti e gli interlocutori da coinvolgere resta valido il [manuale civico Eywa sui data center](https://eywadivulgazione.it/data-center-manuale-civico/). ## Eywa dice… Il raffreddamento senza evaporazione esiste, funziona e dove l’acqua scarseggia è spesso la scelta giusta. Può costare più energia, ma quanto dipende dalla tecnologia, dal clima e dal mix elettrico, e va valutato tenendo insieme i due bilanci. Quello che serve, prima della formula, sono i numeri. Tanto più che perfino la struttura più citata come esempio di consumo idrico nullo passa all’acqua nei giorni più caldi. Se vicino a te c’è un data center di quelle dimensioni, la domanda si può mettere per iscritto oggi stesso. Ma non va fatta all’azienda, che non è tenuta a risponderti: va fatta a chi quei dati li ha per legge, cioè il gestore dell’acqua del Comune dove sta l’impianto, il Comune stesso e l’agenzia regionale per l’ambiente. Hanno trenta giorni per risponderti, e il rifiuto devono metterlo per iscritto e motivarlo. ## Il modello da inviare, già pronto Abbiamo scritto le lettere, con i riferimenti di legge, i termini e i rimedi già dentro. Sono moduli compilabili: tu ci metti il nome dell’impianto, il tuo recapito e la firma. Comincia dalla guida, che in due pagine ti dice come individuare i destinatari giusti e come si firma senza sbagliare. I Dossier di Eywa Guida al kit: quanta acqua consuma il data center vicino a casa tua 8 KB · 1 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4455&mode=view&_wpnonce=5770220cc0) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4455&mode=download&_wpnonce=5770220cc0) I Dossier di Eywa Lettera 1: richiesta di accesso all’informazione ambientale su un centro dati 16 KB · 1 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4456&mode=view&_wpnonce=c048455f22) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4456&mode=download&_wpnonce=c048455f22) I Dossier di Eywa Lettera 2: sollecitazione al gestore del centro dati 10 KB · 0 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4457&mode=view&_wpnonce=f5fae9e7e2) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4457&mode=download&_wpnonce=f5fae9e7e2) ## Approfondimenti Eywa [Data center: arrivare prima delle decisioni](https://eywadivulgazione.it/data-center-manuale-civico/) «Eywa Divulgazione, 2026. Come intercettare un progetto prima che le decisioni siano prese, con i modelli di accesso agli atti e i criteri da proporre.» [Datacenter e acqua pubblica: la sete invisibile dell’intelligenza artificiale](https://eywadivulgazione.it/datacenter-acqua-pubblica-sete-invisibile-intelligenza-artificiale/) «Eywa Divulgazione, 2026. I casi della Georgia e la ricaduta dei consumi idrici su falde, pozzi privati e tariffe.» [Data center e AI: rischiano di far saltare la rete elettrica (e di finire in bolletta)](https://eywadivulgazione.it/data-center-ai-rete-elettrica-bolletta/) «Eywa Divulgazione, 2026. L’altro lato del bilancio, cioè la domanda elettrica e le sue ricadute sulle tariffe.» [Il calore che buttiamo via: recupero del calore dai data center](https://eywadivulgazione.it/recupero-calore-data-center/) «Eywa Divulgazione, 2026. Che fine fa il calore di scarto e perché la temperatura del liquido cambia tutto.» [Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo Comune](https://eywadivulgazione.it/dispersione-idrica-quanta-acqua-si-perde-nel-tuo-comune/) «Eywa Divulgazione, 2026. Lo stato delle reti su cui un nuovo prelievo industriale va a sommarsi.» [Petizione in Senato sui data center](https://eywadivulgazione.it/petizione-in-senato-sui-data-center/) «Eywa Divulgazione, 2026. Lo strumento per chiedere criteri vincolanti prima che il Governo scriva i decreti.» ## Fonti [Direttiva (UE) 2023/1791 sull’efficienza energetica, articolo 12 e allegato VII](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX%3A32023L1791) Unione europea, 2023. Obbligo di rendere pubbliche le informazioni sui centri dati con almeno 500 kW di potenza informatica installata, con eccezione per segreti commerciali e riservatezza; il paragrafo 3 istituisce la banca dati europea, accessibile al pubblico a livello aggregato. [Regolamento delegato (UE) 2024/1364](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX%3A32024R1364) Commissione europea, 2024. Indicatori chiave di prestazione, fra cui l’efficienza nell’uso dell’acqua; l’articolo 5 prevede la pubblicazione aggregata per Stato membro e per Unione e la riservatezza dei dati dei singoli centri comunicati alla banca dati. [Decreto legge 131 del 2024, articolo 16, testo coordinato](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legge:2024-09-16;131~art16) Repubblica italiana, 2024. Obblighi di pubblicità dei centri dati: il comma 1 elenca le informazioni da rendere pubbliche, il comma 1-bis fissa l’aggiornamento entro il 15 maggio di ciascun anno, il comma 2 esclude difesa, protezione civile e informazioni coperte da segreto. Nessun portale, decreto attuativo o sanzione sono previsti. [Decreto legge 21 del 2026, articolo 8, testo coordinato](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legge:2026-02-20;21~art8) Repubblica italiana, 2026. Procedimento unico per i centri dati in vigore dal 19 aprile 2026: competenza dell’autorità che rilascia l’autorizzazione integrata ambientale, non delegabile sotto il livello provinciale, titoli assorbiti, conferenza di servizi, termine di dieci mesi e termini della valutazione di impatto ambientale dimezzati. [Primi indirizzi operativi sul procedimento unico per i centri dati](https://www.mase.gov.it/portale/web/guest/-/data-center-pubblicate-le-prime-indicazioni-operative-sul-procedimento-unico-per-le-autorizzazioni) Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, 22 luglio 2026. Chiarisce fra l’altro che la conformità urbanistica è un presupposto preliminare e che l’autorizzazione unica non vale di per sé come variante agli strumenti urbanistici. [Sustainable by design: next-generation datacenters consume zero water for cooling](https://www.microsoft.com/en-us/microsoft-cloud/blog/2024/12/09/sustainable-by-design-next-generation-datacenters-consume-zero-water-for-cooling/) Steve Solomon, Microsoft, 9 dicembre 2024. Progetto a zero evaporazione dall’agosto 2024, oltre 125 milioni di litri evitati per impianto, WUE medio globale di prelievo di 0,30 litri per kWh nell’esercizio 2024 contro 0,49 nel 2021, e ammissione esplicita che il passaggio al raffreddamento meccanico farà salire il PUE con un aumento «nominale» dei consumi annui. [Made in Wisconsin: the world’s most powerful AI datacenter](https://blogs.microsoft.com/on-the-issues/2025/09/18/made-in-wisconsin-the-worlds-most-powerful-ai-datacenter/) Microsoft, 18 settembre 2025. Oltre il 90% dell’impianto di Mount Pleasant su circuito chiuso riempito in costruzione, la parte restante ad aria esterna con passaggio all’acqua nei giorni più caldi. [Microsoft completes construction on first datacenter facility in Mount Pleasant](https://news.microsoft.com/source/2026/06/23/microsoft-completes-construction-on-first-datacenter-facility-in-mount-pleasant-wisconsin/) Microsoft, 23 giugno 2026. Piena operatività del primo impianto dopo l’avvio delle apparecchiature ad aprile. Il comunicato non descrive il sistema di raffreddamento. [Inside Microsoft’s two-decade push to cut water intensity while scaling for growth](https://blogs.microsoft.com/blog/2026/06/24/inside-microsofts-two-decade-push-to-cut-water-intensity-while-scaling-for-growth/) Microsoft, 24 giugno 2026. WUE sceso a 0,27 litri per kWh nel 2025 contro i 2,3 della prima generazione, circa il 90% della flotta di proprietà con raffreddamento a basso o nullo consumo idrico, e impianti di Phoenix ancora evaporativi con uso di acqua fino al 40% dell’anno. [Water is local: generalities do not apply](https://journal.uptimeinstitute.com/water-is-local-generalities-do-not-apply/) Jay Dietrich, Uptime Institute, 28 maggio 2025. L’acqua si consuma soltanto nel circuito di dissipazione; nei climi freschi i sistemi adiabatici possono usarla per 4-12 ore al giorno su 5-20 giorni l’anno e gli ibridi per 100-300 ore annue; i picchi di consumo possono coincidere con la minore disponibilità estiva; raccomandazione di pubblicare consumo medio, minimo e massimo giornaliero. [Google 2025 environmental report](https://www.gstatic.com/gumdrop/sustainability/google-2025-environmental-report.pdf) Google, 2025. Tabella dei consumi idrici per singolo data center, anno 2024: Henderson 359,9 milioni di galloni prelevati, 152,5 restituiti e 207,4 consumati; Storey County 14,9 prelevati, 13,4 restituiti e 1,5 consumati. [Google 2024 environmental report](https://www.gstatic.com/gumdrop/sustainability/google-2024-environmental-report.pdf) Google, 2024. Dati 2023 per Storey County: 1,9 milioni di galloni prelevati e circa 200.000 consumati. [Water abstraction by source and economic sector in Europe](https://www.eea.europa.eu/en/analysis/indicators/water-abstraction-by-source-and) Agenzia europea dell’ambiente, 28 novembre 2025. Fra il 2020 e il 2023 il raffreddamento per la generazione elettrica ha rappresentato il 33% dei prelievi idrici dell’Unione, davanti all’agricoltura con il 31%; i prelievi per il raffreddamento elettrico sono scesi di circa il 30% dal 2000. [AI’s no-win choice: using huge amounts of water or energy](https://www.eenews.net/articles/ais-no-win-choice-using-huge-amounts-of-water-or-energy/) E&E News, Politico, 9 luglio 2026. Il compromesso fra consumo idrico ed elettrico nel raffreddamento dei processori per l’intelligenza artificiale. [ISO/IEC 30134-9:2022, water usage effectiveness](https://www.iso.org/standard/77692.html) Organizzazione internazionale per la normazione, 2022. Definizione dell’indicatore di efficienza nell’uso dell’acqua e perimetro di misura, limitato al sito. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Tre leonesse morte in cinque giorni a Tokyo. Che cosa impone davvero la legge italiana agli zoo contro il caldo](https://eywadivulgazione.it/zoo-caldo-legge-italiana/) **Published:** Agosto 6, 2026 **Author:** Team Eywa **Excerpt:** Tre leonesse morte in cinque giorni a Tokyo. La legge italiana sugli zoo impone temperature idonee e sanziona chi le viola: ecco quali atti chiedere. **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Tre leonesse morte in cinque giorni a Tokyo. In Italia la legge sugli zoo la temperatura la nomina, e chi la ignora rischia una multa. Quello che non risulta pubblicato da nessuna parte è se qualcuno abbia mai controllato. Si può chiedere, e serve una pagina.* Mugi aveva tre anni ed era nata al Parco zoologico Tama, periferia ovest di Tokyo. Non aveva mai visto una savana. Il 19 luglio smette di mangiare, il 20 non si alza più, il 28 muore. Il 31 muore Ichigo, undici anni, nata lì. Il 2 agosto Ruena, quindici anni, nata lì. Cinque giorni, tre leonesse. ## Cinque giorni, tre leonesse, uno zoo La cronologia pubblicata dal parco è asciutta. Il 18 luglio i leoni erano sedici; entro il 22 ne sono in cura dieci; il 23 l’area chiude e si ferma il bus che porta i visitatori dentro il recinto. Al 3 agosto i leoni vivi sono tredici, tre dei quali non riescono ad alzarsi. L’esame necroscopico ha trovato in tutte e tre le leonesse morte disidratazione e insufficienza multiorgano. Le cause sono ufficialmente in accertamento, e il parco indica il caldo fra i fattori. E qui c’è il dettaglio che ribalta la storia. Sei giorni prima dell’ultima morte il parco aveva scritto che ogni anno, in previsione dell’estate, garantisce zone d’ombra, ventilazione e aerazione notturna. Non è la storia di uno zoo che al caldo non aveva pensato: è la storia di uno zoo che ci aveva pensato. Il che rende la domanda più interessante, non meno. Quelle misure erano scritte? Con quale soglia scattavano? Chi controllava che scattassero? ## Perché il caldo negli zoo uccide I grandi felini non sudano come noi: le ghiandole stanno soprattutto nei cuscinetti delle zampe. Per liberarsi del calore un leone ansima e si comporta di conseguenza, cerca l’ombra, si stende sul fresco, smette di muoversi. Quando l’aria è molto umida l’ansimazione rende meno, perché l’acqua fatica a evaporare. Se nel frattempo il sole picchia e non tira un filo d’aria, il calore entra più in fretta di quanto esca. Su un piccolo branco del Kalahari l’ansimazione comincia intorno ai 34 °C, ma è un’osservazione su cinque animali selvatici in un deserto, non una soglia di legge. Vale per i leoni e vale per noi: in Giappone, nella settimana del picco, i trasporti d’emergenza per il caldo sono stati 18.591 contro i 10.857 della settimana prima. In Italia un bollettino sulle ondate di calore esiste, esce ogni giorno feriale per ventisette città e ha quattro livelli di rischio. Per le persone. Al livello massimo alcune Regioni agganciano obblighi anche per gli animali, come la Calabria il 31 luglio: cani e gatti. A un leone chiuso in un recinto quel meccanismo non risulta arrivare. ## Che cosa dice davvero la legge italiana sugli zoo Cerca la parola «temperatura» nel decreto che regola gli zoo italiani, il numero 73 del 2005, e non la trovi. La trovi nell’allegato, che il decreto rende obbligatorio, e lì è scritta chiara: «la temperatura, la ventilazione e la luce dei recinti devono essere idonei al comfort ed al benessere di ogni animale di ogni singola specie in qualsiasi momento della sua vita». Due righe sotto: i recinti esterni devono avere ripari dalla pioggia o dal sole eccessivo, dove serve al benessere della specie. La parte che conta è «in qualsiasi momento della sua vita», ed è nel testo in vigore oggi, verificato parola per parola. Vuol dire che l’obbligo non va in ferie a luglio, e che «è stata un’estate eccezionale» non è una difesa. Chi lo viola rischia da 1.500 a 9.000 euro, per ogni violazione contestata. Millecinquecento euro: tienilo a mente la prossima volta che leggi che una struttura «si è adeguata». ## Il controllo che dovrebbe esserci, e la carta che non si trova La legge prevede anche i controlli, almeno una volta l’anno, affidati al Ministero che si avvale dei carabinieri forestali, di veterinari e di zoologi. Almeno una volta l’anno significa che per ogni zoo autorizzato, per ogni anno di attività, da qualche parte dovrebbe restare la traccia scritta di quel controllo, comunque la si voglia chiamare. E ogni struttura deve tenere il registro degli animali ospitati, decessi compresi, e mandarne copia al Ministero ogni anno. Di tutta questa carta, pubblico c’è solo l’elenco delle strutture autorizzate, aggiornato a ottobre 2025. I documenti dei controlli non risultano pubblicati. Il registro nemmeno. Non è per forza un mistero, può essere materiale che si ottiene chiedendolo. Ma è qui che la domanda cambia bersaglio e diventa scomoda per qualcun altro: se di quei controlli non risulta traccia, il buco non è più dello zoo, perché l’obbligo di controllare almeno una volta l’anno è del Ministero. ## Come si chiede, e ci vuole una pagina La buona notizia è che questi documenti hanno una corsia dedicata, e non è quella lenta. Si chiama informazione ambientale, e ha tre caratteristiche che la rendono lo strumento giusto: la può chiedere chiunque, non devi spiegare perché la vuoi, e l’amministrazione ha trenta giorni per risponderti (sessanta se la richiesta è complessa, ma deve dirtelo entro i primi trenta). Niente avvocato, niente marca da bollo, nessuna associazione alle spalle. Una pagina. Comincia da una domanda sola, su uno zoo solo, quello che hai vicino casa: la licenza con le sue prescrizioni, i documenti dei controlli degli ultimi tre anni, le copie del registro degli esemplari e, a parte perché è un documento diverso, l’eventuale relazione sui decessi. Il modello lo trovi qui sotto, già scritto, e si compila in dieci minuti. I Dossier di Eywa Che cosa sa il Ministero sullo zoo vicino a casa tua La richiesta già scritta per farti dare licenza, controlli e registro degli animali di uno zoo che scegli tu. Si compila in dieci minuti, non serve spiegare perché. 33 KB · 0 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4433&mode=view&_wpnonce=c05841f8f0) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4433&mode=download&_wpnonce=c05841f8f0) Il secondo modello è il passo che quasi nessuno fa, e va in due direzioni diverse. Alla ASL, che è un ufficio pubblico e deve risponderti, si chiedono i controlli veterinari che le competono: non quelli annuali del Ministero, che sono un’altra cosa, ma i suoi, che per regola europea devono essere messi per iscritto. Se un controllo c’è stato, un documento esiste. Alla struttura si chiede invece se esista una procedura per le alte temperature, quali soglie usi e per quali specie, chi la controlli e che cosa venga registrato. Questa seconda richiesta è volontaria, e conviene saperlo: uno zoo interamente privato non è obbligato a risponderti, mentre uno zoo comunale o partecipato quasi sempre sì. È la domanda più scomoda delle due, ed è quella a cui quasi nessuno è abituato a rispondere. I Dossier di Eywa Chiedi che cosa fa quello zoo quando arrivano quaranta gradi Due richieste distinte in un file solo: una alla ASL, che deve risponderti, e una allo zoo, che non è obbligato ma spesso lo fa. Dentro trovi anche come separarle prima di spedire. 43 KB · 0 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4435&mode=view&_wpnonce=b3db412844) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4435&mode=download&_wpnonce=b3db412844) Da non confondere con la denuncia per maltrattamento, che serve quando hai davanti un animale che sta soffrendo e prende tutt’altra strada. Questa è una verifica sulla carta, e si fa a freddo, prima che succeda qualcosa. ## Eywa dice… Le tre leonesse di Tokyo erano nate in quel recinto. Non avevano scelto il Giappone, non avevano scelto l’afa, e non potevano spostarsi di un metro da dove qualcun altro le aveva messe. Quando un animale non può andarsene, la temperatura smette di essere una questione di sensibilità e diventa una questione di responsabilità. La legge italiana, su questo, dice più di quanto si creda: l’obbligo c’è, vale sempre, ed è sanzionato. Quello che non c’è sono le soglie, un protocollo uguale per tutti e l’obbligo di far sapere com’è finita la verifica. A Tokyo qualcuno al caldo ci aveva pensato, e lo aveva pure scritto sei giorni prima dell’ultima morte. Non basta averci pensato. La domanda da fare allo zoo vicino casa non è se qualcuno abbia previsto l’estate: è se quella previsione sia diventata un documento, con una soglia, un responsabile e una firma. Una regola di cui nessuno conosce l’esito dei controlli è una regola che nessuno può far valere. ## I due modelli da scaricare Il primo modello è la richiesta di informazione ambientale al Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica: licenza, documenti dei controlli, registro degli esemplari e documentazione sui decessi di uno zoo che scegli tu. Il secondo contiene due richieste distinte, che si mandano separate, una alla ASL e una alla struttura. Sono due PDF compilabili: si scaricano, si riempiono a schermo, si firmano e si mandano via PEC o email. Ciascuno si apre con una pagina di istruzioni, che spiega anche come staccarla prima di spedire, perché il file finisce sul tavolo di un ufficio pubblico e deve arrivarci pulito. I Dossier di Eywa Che cosa sa il Ministero sullo zoo vicino a casa tua La richiesta già scritta per farti dare licenza, controlli e registro degli animali di uno zoo che scegli tu. Si compila in dieci minuti, non serve spiegare perché. 33 KB · 0 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4433&mode=view&_wpnonce=c05841f8f0) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4433&mode=download&_wpnonce=c05841f8f0) I Dossier di Eywa Chiedi che cosa fa quello zoo quando arrivano quaranta gradi Due richieste distinte in un file solo: una alla ASL, che deve risponderti, e una allo zoo, che non è obbligato ma spesso lo fa. Dentro trovi anche come separarle prima di spedire. 43 KB · 0 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4435&mode=view&_wpnonce=b3db412844) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4435&mode=download&_wpnonce=b3db412844) ## Approfondimenti Eywa [El Niño 2026, cosa significa per l’estate italiana](https://eywadivulgazione.it/el-nino-2026-cosa-significa-estate-italiana/) «Eywa Divulgazione, 2026. Che cosa amplifica davvero il caldo di quest’estate e che cosa no.» [Roma città verde d’Europa che non riesce a farsi ombra](https://eywadivulgazione.it/roma-citta-verde-europa-riesce-farsi-ombra/) «Eywa Divulgazione, 2026. L’estate che uccide in silenzio e il verde che non raffredda.» [Stop al lavoro con il caldo, 2026](https://eywadivulgazione.it/stop-lavoro-caldo-2026/) «Eywa Divulgazione, 2026. Quando il caldo diventa un obbligo giuridico e non solo un disagio.» [Maltrattamento animali, cosa fare e come denunciare](https://eywadivulgazione.it/maltrattamento-animali-cosa-fare-denuncia-guida/) «Eywa Divulgazione, 2026. La strada da seguire quando l’animale in sofferenza ce l’hai davanti.» [Segnalare un problema al Comune, accesso agli atti e FOIA](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/) «Eywa Divulgazione, 2026. Come si scrive una richiesta di accesso che ottiene risposta.» ## Fonti [ライオンの状況について (Situazione dei leoni)](https://www.tokyo-zoo.net/tama/news/12513/index.html) Tokyo Zoological Park Society, Parco zoologico Tama, 3 agosto 2026. Cronologia, dati sugli esemplari ed esiti necroscopici. Si vedano anche i comunicati del 22 e del 29 luglio 2026, quest’ultimo con le misure adottate ogni anno contro il caldo estivo. Dispacci ANSA del 3 e del 5 agosto 2026 Trasferimento dei tre animali più gravi in un ricovero climatizzato e indagini esterne commissionate dall’amministrazione metropolitana di Tokyo. [Decreto legislativo 21 marzo 2005 n. 73](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2005-03-21;73) Custodia degli animali selvatici nei giardini zoologici, GU n. 100 del 2 maggio 2005. Articolo 3 comma 1 lettera e), articolo 6, articolo 8 commi 1 e 2, allegato 1 sezione C punti 1 e 2. Testo multivigente consultato su Normattiva, vigenza al 5 agosto 2026. Decreto ministeriale 28 maggio 2015, GU n. 140 del 19 giugno 2015, e decreto 20 dicembre 2017, GU n. 2 del 3 gennaio 2018 Modifiche agli allegati del decreto 73 del 2005: entrambe riguardano la lettera H) sui delfini e l’allegato 2, non la sezione C. [Decreto legislativo 19 agosto 2005 n. 195](https://www.parlamento.it/parlam/leggi/deleghe/05195dl.htm) Accesso del pubblico all’informazione ambientale, articoli 3 e 5: richiesta senza obbligo di motivazione, termine di trenta giorni prorogabile a sessanta. La convenzione di Aarhus è stata ratificata con la legge 16 marzo 2001 n. 108. [Giardini zoologici](https://www.mase.gov.it/pagina/giardini-zoologici) Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica. Direzione generale tutela della biodiversità e del mare. Quadro normativo ed elenco delle strutture licenziate aggiornato a ottobre 2025; pagina aggiornata al 29 ottobre 2025. [Ondate di calore](https://www.salute.gov.it/new/it/tema/ondate-di-calore/) Ministero della Salute, stagione 2026. Bollettini su ventisette città dal lunedì al venerdì, quattro livelli di rischio, stagione dal 25 maggio al 20 settembre. Regolamento (UE) 2017/625, articolo 13 Registrazione scritta dei controlli ufficiali in materia di sanità e benessere animale: obiettivi, metodi, esiti ed eventuali azioni richieste all’operatore. Ordinanza della Regione Calabria del 31 luglio 2026 Obblighi sugli animali d’affezione agganciati al livello 3 del bollettino ministeriale, valida fino al 30 settembre. Agenzia giapponese per la gestione degli incendi e dei disastri Rilevazioni settimanali preliminari sui trasporti d’emergenza per patologie da calore: 10.857 nella settimana precedente il picco e 18.591 in quella dal 20 al 26 luglio 2026. Smith e Kok, Pakistan Journal of Biological Sciences, 2006 Inizio dell’ansimazione e zona termoneutra in un branco di cinque leoni del Kalahari namibiano; ghiandole sudoripare in sede interdigitale nei felidi. **Categorie:** Articoli, Attualità **Tag:** Ambiente & Sostenibilità, Politica & Società --- ### [Gli alberi li difendiamo. La rete che li sostiene, sotto, no](https://eywadivulgazione.it/funghi-del-suolo-mappa/) **Published:** Giugno 22, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *La prima mappa globale delle reti di funghi del suolo misura un’infrastruttura vivente lunga oltre 700 milioni di volte la distanza fra la Terra e il Sole. E mette a fuoco un punto cieco delle nostre politiche: proteggiamo ciò che si vede, non ciò che ci tiene in vita.* Quando si difende un albero in città si difende qualcosa che si può fotografare. Una chioma capitozzata fa notizia, un viale abbattuto indigna, un filare salvato si festeggia. È giusto così, ed è anche il motivo per cui la battaglia sulla capitozzatura e sul [verde pubblico di Genova](https://eywadivulgazione.it/alberi-citta-genova-verde-pubblico-il-protocollo-dati-devono-seguirlo/) funziona: un albero è visibile, ha un valore riconoscibile, e quando sparisce qualcuno se ne accorge. Sotto quell’albero, però, e sotto il prato che lo circonda, corre la seconda metà della stessa storia. Non si fotografa, non ha elettori, e fino a pochi giorni fa ne avevamo soltanto un ritratto. Adesso abbiamo una mappa. ## Una mappa al posto di un ritratto A giugno 2026 un gruppo internazionale di ricerca legato a SPUN, la rete scientifica che studia e prova a tutelare gli ecosistemi sotterranei, ha pubblicato su *Science* la prima stima della massa e della distribuzione fisica delle reti di funghi micorrizici arbuscolari nei suoli superficiali del pianeta \[fonte: studio su Science, team SPUN, 2026\]. Vale la pena precisarlo subito, perché la differenza conta: non si parla di «tutti i funghi del suolo», ma di una famiglia precisa, quella dei funghi arbuscolari, e dei loro filamenti nei primi centimetri di terreno. Sono i funghi che entrano nelle radici e ne prolungano il raggio nel terreno con i propri filamenti, le **ife**, e instaurano scambi simbiotici con circa il 70-80% delle specie vegetali del pianeta, a seconda delle stime: cedono alle piante acqua e nutrienti, ricevono in cambio il carbonio che le piante catturano dall’aria \[fonte: studio su Science, team SPUN, 2026\]. Nel nostro [dossier sul microbioma del suolo](https://eywadivulgazione.it/tutto-e-connesso-il-microbioma-del-suolo-e-la-rete-segreta-che-sostiene-la-vita/) avevamo raccontato chi abita quel mondo e come dialoga. Qui, per la prima volta, qualcuno ne ha misurata una parte: quanto è grande, quanto pesa, dove si concentra. Il numero che ha fatto il giro dei giornali è quello della scala. Sommando le ife contenute nei suoli superficiali si arriva a circa 110 milioni di miliardi di chilometri di rete, oltre 700 milioni di volte la distanza media fra la Terra e il Sole, un dato che i comunicati arrotondano a «quasi un miliardo» \[fonte: studio su Science, team SPUN, 2026\]. Tradotto in una misura che si tiene in mano: in un cucchiaino di terra possono esserci fino a dieci metri di filamenti \[fonte: Justin Stewart, SPUN, 2026\]. La mappa non nasce da un’intuizione poetica, ma da oltre 16.000 carote di suolo prelevate in tutto il mondo, lette con modelli di apprendimento automatico e con l’osservazione robotica di ife vive in laboratorio \[fonte: studio su Science, team SPUN, 2026\]. Resta, e va detto, una stima costruita su modelli predittivi: dove i campioni scarseggiano l’incertezza cresce, e sono gli stessi autori a dichiararlo. È la stessa tecnologia che altrove consuma acqua ed energia per addestrarsi, qui usata per vedere e provare a proteggere la rete del carbonio invece di ignorarla. ## Cosa misura davvero la mappa, e cosa no Va detto chiaramente, perché è la parte che quasi nessuno ha scritto in questi giorni. La meraviglia con cui è stata raccontata la notizia, gli alberi che «si parlano», la foresta come un grande cervello sotterraneo, poggia in buona parte sul lato più fragile della scienza. Una revisione pubblicata su *Nature Ecology & Evolution* da Justine Karst e colleghi sostiene che tre affermazioni popolari sulle reti micorriziche nelle foreste sono andate oltre le prove: l’idea che gli alberi maturi inviino di proposito risorse e segnali di allarme alla propria prole attraverso i funghi non ha, ad oggi, prove pubblicate e validate, e le altre due sono supportate in modo insufficiente \[fonte: Karst, Jones, Hoeksema, Nature Ecology & Evolution, 2023\]. Va aggiunta una distinzione che molti saltano. La critica di Karst riguarda soprattutto le reti delle foreste, dominate dai funghi ectomicorrizici, gli stessi del racconto sugli «alberi madre»; la mappa nuova riguarda invece i funghi arbuscolari, quelli che dominano praterie, coltivi (cioè terreni agricoli coltivati) e regioni tropicali. Sono due sistemi biologici diversi, e tenerli separati non indebolisce il punto, lo consolida. Perché la forza della mappa nuova sta esattamente qui: non misura messaggi, misura materia e geografia. Non ci dice che le piante chiacchierano, ci dice quanta infrastruttura biologica esiste e dove. E aggiunge un dato che riguarda il clima molto più da vicino delle metafore. Si stima che queste reti trasportino nei suoli circa 4 miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente ogni anno, una quantità pari a circa l’11% delle emissioni di CO₂ legate alle attività umane \[fonte: Università di Sheffield e SPUN su studio Science, 2026\]. È una stima recente, uscita da un singolo studio modellistico, e va presa per quello che è: ma è un ordine di grandezza che mette il suolo vivo nella stessa frase del traffico e dell’industria pesante. ## La geografia scomoda della rete E qui sta il punto. Sapere dove si trova questa infrastruttura significa scoprire se e come la stiamo perdendo. Le praterie selvagge custodiscono circa il 40% della biomassa dei funghi arbuscolari del mondo, eppure sono tra gli ecosistemi meno protetti, e vengono convertite in terreni agricoli quattro volte più in fretta delle foreste \[fonte: studio su Science, team SPUN, 2026\]. Dove l’aratro e la monocoltura arrivano, la rete si dirada: nei suoli coltivati la densità fungina stimata è circa la metà di quella degli ecosistemi naturali \[fonte: studio su Science, team SPUN, 2026\]. Il dato più tagliente, però, è un altro, ed è il motivo per cui questo studio non è una curiosità ma una questione civica. Uno studio SPUN pubblicato su *Nature* nel 2025 ha stimato che meno del 10% degli hotspot di ricchezza micorrizica ricade oggi in aree protette, e che, per i soli funghi arbuscolari, gli hotspot di ricchezza che restano fuori dalle aree protette sfiorano il 95% \[fonte: van Nuland et al., Nature, 2025\]; la mappa nuova non fa che rafforzare quel quadro. La nostra protezione della natura, costruita attorno a paesaggi e specie che si vedono e si fotografano, lascia scoperta proprio la parte che regge il sistema. Difendiamo la chioma e dimentichiamo le radici; tuteliamo il bosco e lasciamo che il prato accanto, che vale di più in termini di rete viva, diventi capannone. ## L’Italia che si cementa, anche dentro le aree protette Non è un problema che riguarda solo il Sud Sudan o l’altopiano tibetano, dove la mappa segnala densità eccezionali \[fonte: Università di Sheffield, 2026\]. È un problema che si misura sotto casa. Nel 2024 in Italia sono stati trasformati in superfici artificiali 83,7 km² di territorio, oltre 2,7 metri quadrati al secondo, il valore più alto degli ultimi dodici anni \[fonte: ISPRA-SNPA, Rapporto consumo di suolo 2025\]. Le nuove coperture hanno inciso in modo rilevante anche su terreni agricoli e aree naturali, cioè proprio i suoli dove la rete è più viva. Oggi cemento, asfalto ed edifici occupano più di 21.500 km², il 7,17% del territorio nazionale, contro una media europea del 4,4% \[fonte: ISPRA-SNPA, Rapporto consumo di suolo 2025\]. Il conto stimato dei servizi ecosistemici persi, dall’acqua trattenuta alla CO₂ non più assorbita, vale tra gli 8,6 e i 10,5 miliardi di euro l’anno, calcolati sul suolo impermeabilizzato dal 2006 in poi \[fonte: ISPRA-SNPA, Rapporto consumo di suolo 2025\]. C’è un ultimo aspetto importante. Non prova direttamente il dato globale sugli hotspot, ma mostra la stessa fragilità delle tutele quando si passa dalla carta al suolo reale: in Italia il consumo di suolo avanza perfino dentro i confini delle aree teoricamente protette, e nell’ultimo anno le zone della rete Natura 2000 hanno perso altri 193 ettari, in aumento del 14% rispetto all’anno precedente \[fonte: ISPRA-SNPA, Rapporto consumo di suolo 2025\]. Se anche ciò che abbiamo deciso di proteggere continua a essere sigillato, il problema non è la mancanza di mappe. È che la mappa del sottosuolo non è mai entrata nelle decisioni. ## Cosa possiamo davvero fare La buona notizia è che la rete non è condannata, e che gli strumenti per difenderla cominciano a esistere. Sul fronte delle regole qualcosa si è mosso: dal 16 dicembre 2025 l’Unione europea ha un quadro comune per monitorare la salute del suolo, compresi la perdita di biodiversità e l’impermeabilizzazione, con la direttiva sul monitoraggio del suolo \[fonte: Direttiva (UE) 2025/2360\]. Non fissa obiettivi vincolanti né impone nuovi obblighi ad agricoltori e forestali, ma per la prima volta mette a sistema la misura, ed è esattamente la leva che mancava. Non si protegge ciò che non si misura, e oggi quel sottosuolo si può stimare, mappare e integrare nelle decisioni. Da qui le scelte concrete. Chiedere che mappe come quella appena pubblicata, e gli atlanti del sottosuolo ormai disponibili, entrino nei piani comunali del verde e nelle valutazioni sul consumo di suolo, accanto al solo conteggio dei metri quadri impermeabilizzati. Trattare un prato lasciato crescere, un incolto, una fascia non sfalciata a raso non come incuria ma come infrastruttura, nei capitolati di manutenzione del verde pubblico e privato. In agricoltura, dove la rete si gioca la partita più grande, sostenere coperture vegetali nei periodi morti, lavorazioni minime e rotazioni, e legare i contributi pubblici a risultati misurabili sul suolo vivo, non solo alla superficie coltivata. E un gesto alla portata di chiunque, che avevamo già raccontato nel dossier: seppellire un pezzo di cotone nel terreno e osservarlo dopo qualche settimana. Dove sparisce, il suolo è vivo; dove resta intatto, qualcosa si è rotto. È citizen science, e oggi quei dati diffusi parlano la stessa lingua di una mappa diventata strumento di decisione. La rete, del resto, può recuperare quando cessano il disturbo, le lavorazioni intense e l’impermeabilizzazione, con tempi e risultati che dipendono dal contesto: non è una promessa, è una possibilità che vale la pena lasciare aperta. ## La stessa battaglia, sotto terra Difendere gli alberi che vediamo non è mai stato un errore, ed è bene ribadirlo. È stata, ed è, la metà visibile di un’unica battaglia. La mappa che oggi abbiamo per la prima volta ci dice solo che l’altra metà esiste davvero, che è più grande di quanto immaginassimo, e che si sta perdendo dove non guardiamo: sotto la superficie, fuori dalle aree protette, là dove un campo diventa logistica e un prato diventa parcheggio. Mentre costruiamo [infrastrutture digitali](https://eywadivulgazione.it/gigafactory-ai-genova-acqua/) che divorano risorse per immagazzinare dati, sotto i piedi lavora gratis, e in silenzio, una delle grandi infrastrutture naturali coinvolte nel ciclo del carbonio. La prossima volta che si parla di salvare un albero, vale la pena ricordare che la sua parte più importante non è quella che si vede. E che proteggerla, finalmente, è una decisione che possiamo prendere. --- ## Approfondimenti Eywa [Tutto è connesso: il microbioma del suolo e la rete segreta che sostiene la vita](https://eywadivulgazione.it/tutto-e-connesso-il-microbioma-del-suolo-e-la-rete-segreta-che-sostiene-la-vita/) «Eywa Divulgazione, 2025. Il dossier madre su funghi, batteri e radici che reggono fertilità, clima e salute: il ritratto che questo articolo aggiorna con la prima mappa fisica della rete.» [Alberi in città: Genova, verde pubblico. Il protocollo c’è, i dati devono seguirlo](https://eywadivulgazione.it/alberi-citta-genova-verde-pubblico-il-protocollo-dati-devono-seguirlo/) «Eywa Divulgazione, 2026. La battaglia sulla parte visibile del verde urbano, dalla capitozzatura alla trasparenza dei dati comunali.» [Gigafactory AI a Genova: l’acqua che nessuno quantifica](https://eywadivulgazione.it/gigafactory-ai-genova-acqua/) «Eywa Divulgazione, 2026. Il costo nascosto dell’infrastruttura digitale, da mettere a confronto con l’infrastruttura biologica che distruggiamo gratis.» [I data center producono calore. Perché lo buttiamo nell’aria invece di riscaldare le case?](https://eywadivulgazione.it/recupero-calore-data-center/) «Eywa Divulgazione, 2026. Quando una risorsa esistente viene sprecata per assenza di una scelta politica: lo stesso schema del suolo vivo.» ## Fonti [First global map reveals underground fungi networks long enough to reach the sun a billion times](https://sheffield.ac.uk/news/first-global-map-reveals-underground-fungi-networks-long-enough-reach-sun-billion-times) Università di Sheffield, 2026, presentazione dello studio su Science con i dati di scala, massa e flusso di carbonio della rete micorrizica arbuscolare. [One billion times the distance from the Earth to the sun: first global map of mycorrhizal fungi](https://www.eurekalert.org/news-releases/1131131) EurekAlert! / SPUN, 2026, comunicato sui risultati dello studio, incluse praterie, coltivi e densità nei suoli coltivati. [Global hotspots of mycorrhizal fungal richness are poorly protected](https://www.nature.com/articles/s41586-025-09277-4) van Nuland et al., Nature, 2025, mappe predittive della ricchezza micorrizica e stima della quota di hotspot fuori dalle aree protette. [Positive citation bias and overinterpreted results lead to misinformation on common mycorrhizal networks in forests](https://www.nature.com/articles/s41559-023-01986-1) Karst, Jones, Hoeksema, Nature Ecology & Evolution, 2023, revisione che ridimensiona le affermazioni popolari su comunicazione e «alberi madre» nelle reti forestali. [Direttiva (UE) 2025/2360 sul monitoraggio e la resilienza del suolo](https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2025/2360/oj) Parlamento europeo e Consiglio, 2025, primo quadro comune dell’Unione per monitorare la salute del suolo, in vigore dal 16 dicembre 2025. [Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2025](https://www.snpambiente.it/wp-content/uploads/2025/10/sintesi-consumo-di-suolo-2025.pdf) ISPRA-SNPA, 2025, dati nazionali su superfici artificiali, consumo netto, costi dei servizi persi e perdite dentro le aree protette. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Come rinfrescare casa senza condizionatore: cinque cose che funzionano davvero](https://eywadivulgazione.it/rinfrescare-casa-senza-condizionatore/) **Published:** Luglio 24, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Al picco dell’ondata di calore la casa in città non si rinfresca nemmeno di notte. Non è colpa tua, è l’isola di calore urbana; ecco cinque mosse domestiche che abbassano la temperatura percepita, e perché il condizionatore da solo non basta.* Hai chiuso le finestre, hai acceso il condizionatore, e alle undici di sera la camera è ancora un forno. Non stai sbagliando qualcosa: è la città intorno a te che non si raffredda. Di giorno asfalto, cemento e muri assorbono il sole; di notte lo restituiscono, lentamente, dentro le case. È l’[isola di calore urbana](https://eywadivulgazione.it/isola-di-calore-urbana/), la ragione per cui in centro la notte resta più calda che in campagna, e per cui i soliti trucchi «apri le finestre» funzionano solo se li fai al momento giusto. Il Ministero della salute, non a caso, tiene attivo ogni estate un [sistema di allarme](https://www.salute.gov.it/new/it/tema/ondate-di-calore/bollettini-sulle-ondate-di-calore-0/) per le ondate di calore su 27 città, con bollettini aggiornati dal lunedì al venerdì e quattro livelli di rischio, dal 25 maggio al 20 settembre. Quando scatta il bollino rosso, la domanda pratica è una sola: cosa puoi fare, in casa, adesso. La risposta non è comprare l’ennesimo apparecchio. È capire dove entra il calore e toglierlo di mezzo prima che si accumuli. Queste cinque cose lo fanno. ## Ferma il sole prima che entri dal vetro La battaglia contro il caldo si vince fuori dal vetro, non dentro. Una volta che la luce diretta ha attraversato la finestra e ha colpito pavimento e pareti, quel calore resta in casa per ore. Perciò di giorno, nelle stanze esposte, tieni chiuse persiane, tapparelle e tende, meglio ancora se schermi dall’esterno con tende da sole, frangisole o una pianta rampicante sul balcone. Ombreggiare il vetro prima che il sole lo attraversi vale molto più che rinfrescare dopo. È la stessa logica per cui una strada alberata, a mezzogiorno, è un altro mondo rispetto a una senza un filo d’ombra. ## Rinfresca casa senza condizionatore ventilando nelle ore giuste L’aria fresca in città esiste, ma arriva tardi e va presa al volo. Con l’isola di calore, la finestra utile si apre di notte fonda e all’alba, quando la temperatura esterna scende sotto quella interna. È allora che conviene spalancare tutto e creare corrente, magari mettendo un ventilatore a spingere fuori l’aria calda da una parte e a richiamarne di più fresca dall’altra. Di giorno, invece, aprire le finestre quando fuori è più caldo che dentro significa solo far entrare il forno. La regola è semplice: apri quando fuori è più fresco, chiudi quando fuori è più caldo. ## Spegni il calore che produci in casa Ogni cosa accesa scalda. Il forno, i fornelli, l’asciugatrice, le vecchie lampadine, ma anche i tanti apparecchi lasciati in standby, sono piccole stufe distribuite per l’appartamento. Nelle ore più calde rimanda i cuochi lunghi e le lavatrici, spegni davvero ciò che non usi invece di lasciarlo in attesa, preferisci luci a basso consumo che scaldano meno. Non è solo una questione di bolletta: è calore in meno da smaltire proprio quando la casa fatica già a liberarsene. ## Usa il ventilatore, e il condizionatore come ultima linea Il ventilatore non abbassa la temperatura della stanza, ma abbassa quella che senti sulla pelle, perché aiuta il sudore a evaporare; spesso basta a rendere sopportabile una serata. Se il condizionatore serve, e per una persona anziana o fragile durante un’ondata di calore può servire davvero, usalo con criterio: qualche grado sotto la temperatura esterna, non venti; a stanza chiusa e schermata, così non raffreddi la strada; spento quando esci. E qui vale la pena dirlo chiaramente: il condizionatore non elimina il calore, lo sposta, dalla tua stanza al cortile, e quel calore espulso alimenta l’isola di calore che scalda la casa del tuo vicino. Raffredda te e scalda la città. Non è un motivo per rinunciarci quando serve, è un motivo per non renderlo la prima e unica risposta. ## Metti il verde a lavorare Le piante non sono un soprammobile: ombreggiano, e traspirando rinfrescano l’aria intorno. Un [balcone schermato da vasi e rampicanti](https://eywadivulgazione.it/manuale-uso-balcone-respira-istruzioni-non-esperti/), una tenda vegetale davanti alla finestra più esposta, qualche pianta nelle stanze che scaldano di più, sono raffrescamento passivo che non consuma nulla e che dura oltre la giornata storta. È la versione domestica di ciò che, a scala di città, fanno gli alberi di strada e i [tetti verdi](https://eywadivulgazione.it/tetti-verdi-risparmia-e-salva-il-pianeta/): la vera aria condizionata di un quartiere. Ed è anche la mossa che collega il tuo balcone al problema grande, perché dove il verde manca, il caldo resta. ## Chi paga il conto Non tutti partono uguali. Chi vive in un quartiere denso, di cemento e senza alberi, subisce un’isola di calore più forte e una casa che di notte non si scarica; chi ha poche risorse spesso non può permettersi né schermature né condizionatore; gli anziani soli sono i più esposti proprio quando il bollino diventa rosso. Il caldo in casa sembra un fatto privato, ma la mappa di chi soffre di più ricalca quella di [dove il verde pubblico è stato tolto o mai piantato](https://eywadivulgazione.it/il-parco-che-non-raffredda-piu-quando-il-verde-urbano-perde-le-sue-funzioni/). ## Eywa dice Le cinque cose qui sopra funzionano, e le puoi fare stasera: fermare il sole, ventilare nelle ore giuste, spegnere il calore interno, usare bene il ventilatore, mettere il verde a lavorare. Ma sono difese individuali contro un problema che è collettivo. La leva vera sta fuori dall’appartamento, ed è a portata di cittadino più di quanto sembri. Chiedi al tuo Comune [il piano del verde](https://eywadivulgazione.it/piano-verde-come-leggerlo/) e dell’ombra del quartiere, e leggilo. [Segnala](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-verde-urbano-guida-pratica/) gli alberi maturi abbattuti e gli sfalci che lasciano l’asfalto nudo. Difendi e moltiplica il verde di prossimità, dal balcone al filare di strada, perché è l’unico raffrescamento che dura. Pretendi che gli spazi pubblici freschi, dalle biblioteche ai centri civici, siano aperti e segnalati durante i bollini rossi. E tieni il condizionatore come ultima linea, non come prima: la tua stanza si raffredda, ma la strada di tutti si scalda. La casa la difendi con cinque gesti; la città che ti impedisce di rinfrescarla si cambia insieme. ## Approfondimenti Eywa [Isola di calore urbana: perché la tua città è una pentola](https://eywadivulgazione.it/isola-di-calore-urbana/) «Eywa Divulgazione, 2026. Perché in città la notte non porta sollievo, e quanto pesa la copertura arborea.» [Il parco che non raffredda più: quando il verde urbano perde le sue funzioni](https://eywadivulgazione.it/il-parco-che-non-raffredda-piu-quando-il-verde-urbano-perde-le-sue-funzioni/) «Eywa Divulgazione, 2026. Alberi contati sulla carta ma incapaci di fare ombra e raffrescare.» [Tetti verdi: risparmia e salva il pianeta](https://eywadivulgazione.it/tetti-verdi-risparmia-e-salva-il-pianeta/) «Eywa Divulgazione, 2024. Il raffrescamento passivo che parte dal tetto, fra isolamento, acqua e bolletta.» [Manuale d’uso per un balcone che respira: istruzioni per non esperti](https://eywadivulgazione.it/manuale-uso-balcone-respira-istruzioni-non-esperti/) «Eywa Divulgazione, 2025. Come far lavorare il verde di casa, dal terriccio alle specie giuste.» [Il Piano del Verde del tuo Comune esiste davvero? Guida tecnica per leggerlo](https://eywadivulgazione.it/piano-verde-come-leggerlo/) «Eywa Divulgazione, 2026. Gli indicatori che deve contenere e come chiederlo con l’accesso civico.» [Segnalare un problema al verde urbano: chi chiamare, quando e come farlo nel modo giusto](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-verde-urbano-guida-pratica/) «Eywa Divulgazione, 2026. La procedura corretta per far pesare una segnalazione su potature e abbattimenti.» ## Fonti [Bollettini sulle ondate di calore](https://www.salute.gov.it/new/it/tema/ondate-di-calore/bollettini-sulle-ondate-di-calore-0/) Ministero della salute, 2026, bollettini per 27 città con previsioni a 24, 48 e 72 ore, pubblicati dal 25 maggio al 20 settembre. [Piano nazionale per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute](https://www.salute.gov.it/new/it/tema/ondate-di-calore/piano-nazionale-la-prevenzione-degli-effetti-del-caldo-sulla-salute/) Ministero della salute, 2026, sistema di allarme città-specifico, quattro livelli di rischio e interventi di prevenzione sui soggetti vulnerabili. [Campagna 2026 «Proteggiamoci dal caldo»](https://www.salute.gov.it/new/it/campagna-di-comunicazione/campagna-2026-proteggiamoci-dal-caldo-consigli-unestate/) Ministero della salute, 2026, raccomandazioni ufficiali di comportamento durante le ondate di calore. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Comunità energetiche: cosa significa davvero il 30 giugno ](https://eywadivulgazione.it/comunita-energetiche-scadenza-30-giugno-2026/) **Published:** Giugno 17, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Due incentivi diversi, una scadenza fraintesa e come non farsi mettere fretta da un venditore* *Aggiornamento del 23 luglio 2026. La scadenza amministrativa del 30 giugno 2026, termine ordinario entro cui il Gse doveva stipulare gli accordi di concessione del contributo a fondo perduto, è trascorsa, e la sostanza dell’articolo non cambia. La legge consentiva una proroga fino a ulteriori sessanta giorni in caso di «comprovate difficoltà procedurali o amministrative», ma al momento non risulta pubblicato un atto che ne dichiari espressamente l’attivazione. Lo sportello del fondo perduto resta chiuso dal 30 novembre 2025; la tariffa incentivante resta aperta fino al raggiungimento del contingente di 5 GW e comunque non oltre il 31 dicembre 2027. Per lo stato aggiornato degli accordi di concessione e per gli eventuali scorrimenti dell’elenco di riserva, il riferimento è il Gse.* Hai cercato «comunità energetica» online e ti è partito addosso un conto alla rovescia. 30 giugno 2026. Affrettati, finisci i lavori, assicurati il 40% a fondo perduto. Quel messaggio, quasi sempre, lo scrive chi poi ti chiede di firmare. E quasi sempre è falso. La scadenza del 30 giugno esiste, ma non vuol dire niente di ciò che ti raccontano. Capire la differenza ti risparmia una corsa inutile e qualche fregatura. ## **Cosa è davvero una comunità energetica** Partiamo dalle basi, perché è qui che nasce l’equivoco. Una comunità energetica rinnovabile, in sigla CER, è un gruppo di cittadini, attività ed enti che produce e mette in comune energia pulita sul proprio territorio. Un punto va chiarito subito, perché è quello che confonde tutti: nessuno tira un cavo dal tuo tetto a casa del vicino. L’energia prodotta entra nella rete di tutti, e un conteggio virtuale riconosce quanta ne è stata immessa e quanta consumata insieme, tra chi è collegato alla stessa porzione di rete locale, la cosiddetta cabina primaria. Sono le regole di Arera sull’autoconsumo diffuso, gestite dal Gse, il Gestore dei servizi energetici. Lo Stato premia questa condivisione con un incentivo. Ed è da lì che arrivano i numeri che vedi in giro. ## **Gli incentivi sono due, non uno** Qui sta il nodo che gli annunci lasciano sempre nel vago: gli aiuti non sono uno, sono due. E funzionano in modo opposto. Il primo è la tariffa incentivante. Un premio che il Gse ti paga ogni anno, per vent’anni, sull’energia che la comunità condivide. Lo prevede il decreto CACER del 2023. Il secondo è il contributo in conto capitale del Pnrr: non un premio nel tempo, ma uno sconto secco, fino al 40% di quello che spendi per costruire l’impianto. Vale solo nei Comuni sotto i 50.000 abitanti, soglia allargata nel 2025 rispetto ai 5.000 di partenza. Vale la pena capire da dove arrivano i numeri che girano, perché uno in particolare è invecchiato male. Il decreto CACER aveva messo sul piatto fino a 5,7 miliardi di euro in tutto, dei quali 2,2 miliardi dal Pnrr per il fondo perduto. Quella cifra oggi non c’è più. A novembre 2025, con la sesta revisione del Pnrr, la dotazione per le comunità energetiche è stata tagliata a 795,5 milioni, un taglio del 64%. La differenza che conta, però, è un’altra. Il primo incentivo, la tariffa, resta aperto secondo le regole del Gse, fino a quando in Italia non si raggiunge un tetto di 5 GW di potenza incentivata e comunque non oltre il 31 dicembre 2027. Con il 30 giugno 2026 non c’entra nulla. Il secondo, il fondo perduto, sì. Ed è proprio quello su cui ti mettono fretta. ## **Cosa significa, e cosa non significa, il 30 giugno** Il motivo è semplice: lo sportello delle domande per il fondo perduto del 40% ha già chiuso, il 30 novembre 2025. Tradotto: se non hai presentato istanza entro quella data, il 40% non lo prendi. E nessuna corsa al 30 giugno te lo restituisce. E allora cosa è, quel 30 giugno 2026? Le regole operative del Gse del 27 marzo 2026 lo dicono senza giri di parole: era la data entro cui il Gse doveva firmare gli accordi di concessione con chi aveva già fatto domanda, fino a concorrenza dei 795,5 milioni destinati al fondo, ribattezzato Facility CACER; ora, per chi è ammissibile ma non ancora finanziato, conta l’eventuale scorrimento dell’elenco di riserva, secondo gli ulteriori atti pubblicati dal Gse e le risorse che si rendono disponibili. ## **Come non farsi mettere fretta** Diciamolo chiaro: il conto alla rovescia con cui ti chiedono di firmare oggi per «non perdere il 40%», se non sei già in fila, è una leva di vendita, non un fatto. Chi parte adesso non insegue il fondo perduto, che è chiuso, ma la tariffa incentivante, che quel muro del 30 giugno non ce l’ha. E c’è un dettaglio che gli annunci semplificano: i due aiuti si possono sommare, ma le regole cambiano a seconda di chi sei. Nella maggior parte dei casi, per esempio per le imprese, chi prende il 40% si vede ridurre la tariffa fino a un massimo del 50%. Per le persone fisiche, invece, questa riduzione non scatta, e lo stesso vale per enti territoriali e locali, enti religiosi, del terzo settore e di protezione ambientale . Morale: prima di firmare un preventivo sotto pressione, fermati e chiediti quale dei due incentivi ti riguarda davvero, e a quali condizioni. E in tutto questo il cittadino e il Comune non sono comparse. Tre cose restano in mano a te. La prima è la fonte: lo stato dello sportello, le soglie, le regole stanno sul sito del Gse, non nella mail di un installatore, e si controllano in pochi minuti. La seconda è il Comune. Può promuovere la comunità, aprire i tetti pubblici, fare da regista, e diverse Regioni aprono o annunciano bandi propri, come nelle Marche, dove un annuncio da 6 milioni per i piccoli Comuni si è poi tradotto, il 16 luglio 2026, in un bando diverso, da 3,8 milioni sul programma regionale Fesr, valido per l’intero territorio marchigiano, con domande aperte dal 30 settembre 2026 fino a esaurimento delle risorse e comunque non oltre il 29 gennaio 2027. Sapere come si sta muovendo il tuo Comune è una domanda legittima, e se la risposta non arriva c’è l’accesso civico generalizzato agli atti, nei limiti di legge. La terza è la diffidenza verso il «zero pensieri, zero burocrazia». Una CER è un soggetto giuridico, con obblighi e rendicontazioni, e sui fondi Pnrr valgono tracciabilità, rendicontazione e controlli del Gse, oltre alle verifiche del quadro nazionale ed europeo del dispositivo di ripresa. Chi ti promette che non dovrai occuparti di nulla sta semplificando ciò che semplice non è. La scadenza del 30 giugno, quindi, non è la tua, se oggi devi ancora decidere se firmare un preventivo per inseguire il 40%. È quella che il Gse ha con sé stesso. Per chi ha già presentato domanda, invece, era il giorno entro cui il Gse doveva formalizzare l’accordo di concessione; ora conta seguire lo stato della pratica e, per i progetti collocati in riserva, gli eventuali atti di scorrimento pubblicati dal Gse. Con un’avvertenza che molti annunci tacciono. Il taglio dei fondi ha lasciato le richieste sopra le risorse disponibili, e una parte dei progetti, pur giudicati idonei, resta fuori dal finanziamento e finisce in un elenco di riserva, in attesa di scorrimenti o di nuove risorse . Avere fatto domanda, insomma, non vuol ancora dire avere il contributo in tasca. A te restano due cose da tenere ferme. La prima: la vera occasione per chi parte ora è la tariffa sull’energia condivisa, e quella il conto alla rovescia del 30 giugno non ce l’ha. Puoi costruire un progetto serio senza quella fretta. Senza però illuderti che il tempo sia infinito: anche la tariffa ha un limite, perché si ferma a un tetto di 5 GW di potenza incentivata e comunque non oltre il 31 dicembre 2027, e tra costituire la comunità, progettare e installare passano mesi . La seconda: non lasciare che sia un venditore a decidere i tuoi tempi. Una comunità energetica fatta bene abbassa il costo dell’energia, redistribuisce benefici sul territorio e tiene un pezzo di transizione in mano a chi ci vive. Una fatta di corsa, dietro una scadenza che non ti riguarda, arricchisce solo chi quella scadenza te l’ha messa alle spalle. La fretta è sua. La scelta è tua. **Approfondimenti Eywa** [Bonus bollette 2026: bonus sociale, Isee e gli errori da evitare](https://eywadivulgazione.it/bonus-bollette-2026-bonus-sociale-isee-errori/) «Eywa Divulgazione, 2026. Cosa spetta davvero sulle bollette e come non perderlo.» [Segnalare un problema al Comune: accesso agli atti e FOIA](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/) «Eywa Divulgazione, 2026. Come chiedere e ottenere i documenti pubblici quando l’ente tace.» [Impianti rinnovabili: la checklist per capire se rispettano davvero la biodiversità](https://eywadivulgazione.it/impianti-rinnovabili-la-checklist-per-capire-se-rispettano-davvero-la-biodiversita/) «Eywa Divulgazione, 2026. Mettere pannelli senza fare danni: a cosa guardare.» [Rinnovabili senza distruggere la natura: le soluzioni che funzionano](https://eywadivulgazione.it/rinnovabili-senza-distruggere-la-natura-le-soluzioni-che-funzionano/) «Eywa Divulgazione, 2026. Come fare transizione senza consumare suolo e habitat.» [Batterie agli ioni di sodio: la rivoluzione europea dell’accumulo](https://eywadivulgazione.it/batterie-ioni-sodio-rivoluzione-europea/) «Eywa Divulgazione, 2026. Dove va lo stoccaggio dell’energia che serve alle comunità.» [Cittadini protagonisti: la nuova frontiera della partecipazione nelle decisioni pubbliche](https://eywadivulgazione.it/cittadini-protagonisti-la-nuova-frontiera-della-partecipazione-nelle-decisioni-pubbliche/) «Eywa Divulgazione, 2026. Quando la comunità decide, e non subisce, le scelte sul territorio.» **Fonti** [Comunità energetiche fino a 50.000 abitanti: contributi e domande](https://www.gse.it/servizi-per-te/attuazione-misure-pnrr/comunit%C3%A0-energetiche-5000abitanti) Gse, 2025-2026, dotazione PNRR e chiusura dello sportello al 30 novembre 2025. [Contributi PNRR CACER, le nuove regole Gse](https://www.rinnovabili.it/energia/comunita-energetiche-rinnovabili/contributi-pnrr-cacer-nuove-regole-gse/) Rinnovabili.it, 2026, il 30 giugno 2026 come milestone amministrativa, non tecnica. [Taglio dei fondi Pnrr per le CER: la riduzione del 64%](https://www.rinnovabili.it/energia/comunita-energetiche-rinnovabili/taglio-fondi-pnrr-cer-riduzione-del-64-limpatto-sui-progetti/) Rinnovabili.it, novembre 2025, la dotazione per le comunità energetiche passa da 2,2 miliardi a 795,5 milioni con la sesta revisione del Pnrr (fonte primaria: Mase, comunicato del 21 novembre 2025). [Configurazioni per l’autoconsumo diffuso e Facility CACER](https://www.gse.it/servizi-per-te/autoconsumo/gruppi-di-autoconsumatori-e-comunita-di-energia-rinnovabile) Gse, 2026, fonte primaria: i due incentivi, il contingente di 5 GW e il termine del 31 dicembre 2027, la dotazione di 795,5 milioni e gli accordi di concessione entro il 30 giugno 2026. [Decreto CACER e TIAD, regole operative, Allegato 1](https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/allegato-1-regole-operative-cacer-def-pdf) Mase e Gse, fonte primaria: tariffa incentivante, cumulo con il contributo Pnrr e fattore di riduzione, con le esclusioni per persone fisiche ed enti. [Facility CACER, regole più flessibili per i contributi alle CER](https://biblus.acca.it/facility-cacer/) BibLus, 2026, scheda di sintesi sulle nuove regole Facility CACER (fonte primaria: Gse). [CER e autoconsumo: pubblicate le nuove regole operative Gse](https://ediltecnico.it/cer-e-autoconsumo-decreto-pnrr-2026/) Ediltecnico, 2026, accordi entro il 30 giugno 2026 ed esercizio entro il 31 dicembre 2027. [Incentivi CER 2026: la mappa completa delle agevolazioni](https://biblus.acca.it/comunita-energetiche-cer-decreto-incentivi/) BibLus, 2026, scheda di sintesi sugli incentivi CACER e i bandi regionali (fonte primaria: Gse e Mase). **Categorie:** Attualità, Enciclopedia --- ### [Petizione in Senato sui data center](https://eywadivulgazione.it/petizione-in-senato-sui-data-center/) **Published:** Luglio 23, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## Che cos’è? È lo strumento più semplice che la Costituzione mette a disposizione, e per questo è anche il più sottovalutato. L’articolo 50 consente a tutti i cittadini di rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità. Due sole cose, e sono esattamente le due che di solito un cittadino non ha modo di fare: chiedere una legge, e mettere agli atti un problema. Serve a questo. Non a vincere una battaglia in un pomeriggio, ma a spostare una questione dal posto in cui abita di solito, che è la conversazione, l’indignazione, il gruppo di quartiere, al posto in cui esiste formalmente. Una petizione trasforma un’opinione in un documento che entra in un registro. E i documenti, a differenza delle opinioni, si possono richiamare. I Dossier di Eywa Petizione in Senato sui data center L'atto da inviare al Senato, già scritto: compili i campi a computer, stampi, raccogli le firme. PDF compilabile, 2 pagine. 12 KB · 56 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4377&mode=view&_wpnonce=ac36c870fa) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4377&mode=download&_wpnonce=ac36c870fa) ## Basta la tua firma Non è previsto alcun numero minimo di firmatari. Anche una sola firma basta, e può essere la tua: la petizione è pienamente valida ai sensi dell’articolo 50 anche se sei l’unica persona a sottoscriverla. Più firme non la rendono più ammissibile, ne rafforzano il peso politico e comunicativo, che è un’altra cosa. Vale la pena fermarsi qui un momento, perché è il punto in cui più spesso ci si arrende prima ancora di cominciare. Non devi costruire un comitato. Non devi raccogliere cinquecento firme in piazza. Non devi aspettare che parta qualcun altro. Se la questione ti sembra seria e sei cittadina o cittadino italiano, puoi presentarla domani mattina da sola o da solo, e sarà una petizione a tutti gli effetti. ## Perché conta parlare a chi decide La politica risponde a ciò che lascia traccia. Una telefonata si dimentica, un post scorre via, una petizione presentata resta agli atti dell’organo che la riceve. È questo il senso della moral suasion, che non è un modo elegante per dire «pressione»: è il lavoro paziente di mettere un rappresentante davanti a una richiesta scritta, circostanziata e verificabile, mentre quella richiesta è ancora utile. Funziona per una ragione semplice. Chi in Parlamento vuole occuparsi di centri dati ha bisogno di appigli, e un atto formalmente presentato e registrato è un appiglio richiamabile nell’attività parlamentare secondo le regole dell’organo destinatario. Chi non intende occuparsene, al contrario, ha bisogno che nessuno chieda niente per iscritto. Quel silenzio è la sola cosa che possiamo evitare con certezza. E funziona meglio quando è specifica. Un’indignazione generica si archivia da sé; una richiesta che indica soglie, indicatori e obblighi verificabili rende più difficile cavarsela con un riscontro generico, e più semplice il lavoro di chi volesse davvero occuparsene. Un obbligo di esame non lo crea, e qui sotto lo diciamo senza giri di parole. ## Come si presenta al Senato Le due Camere hanno però modalità diverse, ed è la ragione per cui questo modello esiste in due versioni. Questa è la versione per il Senato della Repubblica, è indirizzata a un solo organo e chiede a quel solo organo: se vuoi rivolgerti a entrambe le Camere, presenta due petizioni distinte, ciascuna autosufficiente. Al Senato della Repubblica la presentazione può avvenire per posta ordinaria, per fax oppure per posta elettronica all’indirizzo istituzionale . Per la posta elettronica sono accettati sia messaggi contenenti documenti informatici sottoscritti con firma digitale valida, sia messaggi contenenti la scansione della petizione cartacea con firma autografa accompagnata dalla copia di un documento di identità valido. La griglia cartacea delle firme resta quindi un’opzione per la raccolta fisica, non una conseguenza necessaria delle modalità ammesse. Il recapito e il numero di fax vanno controllati sul sito del Senato il giorno stesso, sulla pagina «Presentare una petizione»: le pagine istituzionali non sempre coincidono. In ogni caso la petizione deve essere personalmente sottoscritta dal presentatore o dai presentatori. Verifica le modalità aggiornate sul sito dell’organo il giorno stesso della presentazione: cambiano, e cambiano senza preavviso. ## Sulle firme, la regola Non raccogliere gli estremi del documento di identità dei sottoscrittori: non servono e, in caso di pubblicazione, circolazione o smarrimento, diventano un danno. Il documento serve per accertare la cittadinanza del solo primo firmatario in caso di petizione collettiva, e le modalità dipendono dal canale che scegli: attieniti alle istruzioni aggiornate del canale, e allegalo separatamente, non dentro il foglio delle firme. Il promotore non pubblica e non diffonde autonomamente il foglio firme; una volta trasmessi, i dati sono trattati dall’organo parlamentare secondo le proprie regole e la propria informativa. C’è però una conseguenza che chi firma per primo ha il diritto di conoscere prima di firmare, non dopo. Le petizioni presentate nella legislatura in corso sono consultabili in un elenco pubblico, nel sunto di cui è data lettura in Assemblea, con l’indicazione del presentatore e della Commissione a cui ciascuna è assegnata. Nella pratica il presentatore compare per nome e località, nella forma «il signor Tale da Talcomune», e la stessa formula finisce nei resoconti stenografici. Non è una falla, è la pubblicità degli atti parlamentari: è il prezzo, del tutto ragionevole, di un’iniziativa che esiste perché è registrata. Sugli altri sottoscrittori non risulta invece una pubblicazione sistematica dei nominativi, ma se raccogli firme altrui dillo lo stesso a chi te le dà. ## La casella di consenso Nella griglia trovi una casella di consenso accanto a ogni firma. Non è una forma imposta dal regolamento europeo: è una scelta di massima tutela, adottata perché la firma su una petizione può, secondo l’oggetto e il contesto, essere idonea a rivelare un’opinione politica, e in quel caso il consenso deve essere esplicito. Se la casella resta vuota, quella firma non può essere acquisita, conservata né trasmessa. La casella non si preseleziona mai, e non serve una seconda firma. L’informativa che quella casella richiama non sta altrove: è dentro il modello, subito prima della griglia, e indica titolare, finalità, base giuridica, destinatari, tempi di conservazione e diritti dell’interessato. ## Un’ultima cosa, per onestà Presentare una petizione non garantisce che sia discussa, votata o che riceva risposta entro un termine determinato. Il suo valore consiste nell’essere un’iniziativa formalmente presentata, registrata e richiamabile nell’attività parlamentare secondo le regole dell’organo destinatario. Se qualcuno ti promette di più, ti sta vendendo qualcosa. ## Prima di inviare Quadro normativo verificato al 15 luglio 2026. Prima dell’invio o del deposito verifica nuovamente il destinatario, il canale previsto e il relativo recapito aggiornato, la normativa applicabile, la procedura seguita dal progetto e lo stato del procedimento: la materia dei centri dati è in movimento fra norma statale, legge delega in esame e leggi regionali. I Dossier di Eywa Petizione in Senato sui data center L'atto da inviare al Senato, già scritto: compili i campi a computer, stampi, raccogli le firme. PDF compilabile, 2 pagine. 12 KB · 56 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4377&mode=view&_wpnonce=ac36c870fa) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4377&mode=download&_wpnonce=ac36c870fa) ## Approfondimenti Eywa [Data center: arrivare prima delle decisioni](https://eywadivulgazione.it/data-center-manuale-civico/) Eywa Divulgazione, 2026, il manuale civico di cui questo modello fa parte, con tutti gli altri strumenti. [Gigafactory AI a Genova: l’acqua che nessuno quantifica](https://eywadivulgazione.it/gigafactory-ai-genova-acqua/) Eywa Divulgazione, 2026, che cosa succede quando i consumi idrici di un impianto non vengono resi pubblici. [Data center e AI: perché rischiano di far saltare la rete elettrica (e di finire in bolletta)](https://eywadivulgazione.it/data-center-ai-rete-elettrica-bolletta/) Eywa Divulgazione, 2026, il carico elettrico che sta dietro alle richieste di questa petizione. [Quanta energia divora l’AI?](https://eywadivulgazione.it/ai-consumo-energetico/) Eywa Divulgazione, 2024, elettricità e acqua di raffreddamento nei centri di elaborazione dati. [Perché la pioggia non ricarica le falde](https://eywadivulgazione.it/pioggia-non-ricarica-falde/) Eywa Divulgazione, 2026, perché la tutela delle fonti idriche non è una clausola di stile. **Categorie:** Articoli, Attualità **Tag:** Ambiente & Sostenibilità, data center --- ### [Regolamento anti-deforestazione: il secondo rinvio e cosa cambia per quello che compri](https://eywadivulgazione.it/regolamento-deforestazione-eudr/) **Published:** Luglio 22, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) # Regolamento anti-deforestazione: il secondo rinvio e cosa cambia per quello che compri Esiste una legge europea che vuole tenere fuori dai nostri scaffali il caffè, il cacao, il legno e la carne prodotti distruggendo foreste. Doveva partire alla fine del 2024, è stata rinviata due volte e nell’estate 2026 Bruxelles ne ha ridefinito i dettagli tecnici. Vale la pena capire cosa prevede davvero, perché continua a slittare, e cosa cambia, e cosa no, per chi fa la spesa. ## Il problema Quando pensiamo alla deforestazione la immaginiamo lontana, in Amazzonia o nel Sud-est asiatico. Raramente la colleghiamo alla nostra tazzina di caffè o alla tavoletta di cioccolato. Eppure una parte della distruzione delle foreste nel mondo è «incorporata» proprio nei beni che l’Europa importa, produce e consuma. La legge che dovrebbe spezzare questo legame esiste, si chiama con la sigla inglese EUDR, e la sua storia recente racconta più cose insieme: un obiettivo ambizioso, una macchina applicativa complicata e una pressione politica che ne ha diluito i tempi. ## Cosa succede davvero, e perché EUDR sta per «European Union Deforestation Regulation». Le istituzioni lo chiamano più spesso regolamento sui prodotti a deforestazione zero, ed è il Regolamento (UE) 2023/1115, in vigore dal 29 giugno 2023. Un regolamento europeo, a differenza di una direttiva, non ha bisogno di una legge nazionale di recepimento per valere; ha però bisogno che ogni Stato designi le autorità competenti, organizzi i controlli e stabilisca le sanzioni, e l’Italia lo sta facendo. La logica è semplice e insieme radicale. Alcuni beni non possono essere immessi sul mercato europeo, messi a disposizione o esportati se legati a terreni deforestati dopo una certa data. Le materie prime coinvolte sono sette, quelle che il legislatore ha individuato come principali motori della deforestazione agricola: bovini, cacao, caffè, olio di palma, gomma, soia e legno. Con loro viaggia una lista definita di prodotti derivati: non tutto ciò che ne discende, ma solo i codici doganali elencati nell’Allegato I. Il cioccolato c’è, la carta e il cartone di pasta di legno pure; i libri e i giornali stampati no, e la pelle bovina, come vedremo, sta per uscirne. La condizione ambientale centrale è quella «a deforestazione zero»: il prodotto deve provenire da terreni non convertiti da foresta a uso agricolo dopo il 31 dicembre 2020, e per il legno conta anche il degrado forestale. Ma non è l’unica. Il regolamento chiede anche che il bene sia stato prodotto rispettando le leggi del Paese d’origine, e che sia coperto da una dichiarazione di dovuta diligenza. La dovuta diligenza è la verifica documentata dell’origine che le imprese devono svolgere: raccolta delle informazioni, fino alla geolocalizzazione dei terreni di produzione, valutazione del rischio e, dove serve, misure per ridurlo. Le certificazioni volontarie possono aiutare, ma non sostituiscono questa responsabilità. L’applicazione dell’EUDR, prevista in origine per la fine del 2024, è già stata rinviata due volte. Il primo slittamento, con il Regolamento (UE) 2024/3234, l’aveva spostata al 30 dicembre 2025 per le grandi e medie imprese e al 30 giugno 2026 per le più piccole. Il secondo, con il Regolamento (UE) 2025/2650 del dicembre 2025, l’ha portata al 30 dicembre 2026 per gli operatori e i commercianti diversi dalle micro e piccole imprese. Per le persone fisiche e per le micro e piccole imprese la data è il 30 giugno 2027, ma solo a due condizioni che è bene non dimenticare: che risultino costituite entro il 31 dicembre 2024, e che non trattino legno e derivati già regolati dal vecchio regolamento sul legno (EUTR), per i quali la scadenza resta comunque il 30 dicembre 2026. Non è un cavillo: chi legge «tanto le piccole imprese hanno tempo fino al 2027» rischia di sbagliare i conti. Con il secondo rinvio sono arrivate anche semplificazioni. C’è una dichiarazione semplificata, una tantum, ma riservata a una categoria ristretta: micro e piccoli operatori primari stabiliti in un Paese a basso rischio, che immettono o esportano beni ottenuti direttamente dalla propria produzione. E anche per loro la semplificazione non cancella l’obbligo di verificare la conformità. È stato inoltre escluso dall’ambito della norma un intero capitolo della nomenclatura doganale, quello dei prodotti stampati come libri e giornali. Su quella classifica dei Paesi in rischio basso, standard o alto, adottata dalla Commissione nel maggio 2025 e aggiornata nel tempo, si regge del resto buona parte del meccanismo: decide quanti controlli servono e quanto pesa la dovuta diligenza. È un elemento da rileggere periodicamente, non da dare per fisso. La Commissione doveva poi presentare, entro il 30 aprile 2026, una relazione di riesame a fini di semplificazione. L’ha pubblicata il 4 maggio 2026, insieme a linee guida e FAQ aggiornate e a una prima bozza di modifica dell’Allegato I, senza però riaprire il testo del regolamento. L’ultimo tassello è di poche settimane fa. Il 13 luglio 2026 la Commissione ha adottato due atti tecnici distinti. Il primo è un atto delegato che aggiorna l’elenco dei prodotti derivati coperti: toglie dall’ambito, tra gli altri, le pelli e il cuoio bovini, gli pneumatici ricostruiti, la soia da semina e alcuni articoli di gomma, e vi aggiunge, tra gli altri, il caffè solubile, alcuni derivati dell’olio di palma e le lingue bovine congelate, che però scatteranno solo dal 30 dicembre 2027. Le sette materie prime di base restano intatte. Questo atto è stato adottato ma non è ancora in vigore: deve passare il vaglio di Parlamento e Consiglio, che possono respingerlo o lasciarlo entrare in vigore, non riscriverlo, e le eventuali modifiche competono comunque alla Commissione. Il secondo atto, invece, è un regolamento di esecuzione, il 2026/1565, che ridefinisce il funzionamento del sistema informatico su cui viaggiano le dichiarazioni: questo è già in vigore, dal 17 luglio 2026. Due atti, due stati giuridici diversi, e vale la pena tenerli separati. Quanto pesano davvero queste esclusioni e aggiunte? Meno di una riscrittura, più di una limatura. Gli obiettivi generali del regolamento non vengono toccati, ma restringere l’elenco dei prodotti cambia il perimetro dei beni regolati, e non in modo puramente cosmetico. La stessa Commissione, nel documento di lavoro che accompagna l’atto, stima che i prodotti candidati all’esclusione portino con sé una quantità di deforestazione «incorporata» maggiore di quelli in ingresso. Sono però stime di modello, costruite su dati 2015-2020 e su assunzioni economiche discutibili; nel caso della pelle, che pesa più di tutto, il valore oscilla in una forbice molto ampia, e una parte di quel beneficio resta comunque catturata, perché la carne bovina rimane nell’ambito della norma e le pelli viaggiano con la carne. Insomma, il perimetro si sposta davvero, ed è lì che va guardato. Perché tutti questi rinvii? La ragione dichiarata è in buona parte tecnica e organizzativa. Il sistema informatico che raccoglie le dichiarazioni, avviato già nel dicembre 2024, non reggeva i volumi previsti ed è stato rivisto e riaperto solo a fine giugno 2026; gli Stati membri, gli operatori e i partner commerciali hanno chiesto più tempo per preparare tracciabilità e controlli. Attorno alla vicenda c’è però anche una lettura politica, da dare come interpretazione, non come fatto accertato. C’è chi legge nei rinvii il segno di una più generale spinta ad alleggerire le regole ambientali, e chi osserva le pressioni pubbliche di diversi Paesi produttori ed esportatori, che sulla norma hanno avanzato obiezioni anche in sedi internazionali. Che queste pressioni esistano è documentato; che abbiano determinato da sole una singola decisione è un’altra cosa, e non è dimostrato. La sostanza ambientale della norma, comunque, resta in piedi: sono i tempi e gli oneri ad essere stati alleggeriti. ## Chi paga Il conto dei ritardi rischia di pagarlo soprattutto l’ambiente. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), tra il 1990 e il 2020 il mondo ha perso circa 420 milioni di ettari di foresta per deforestazione, un’area più grande dell’India. La fotografia più recente, la valutazione FRA 2025, dice che il fenomeno rallenta ma non si ferma: la deforestazione lorda viaggia ancora intorno ai 10,9 milioni di ettari l’anno nel periodo 2015-2025, mentre la perdita netta di superficie forestale, che tiene conto anche di riforestazione e ricrescita, scende a circa 4,12 milioni di ettari l’anno. Ogni anno di rinvio prolunga il periodo in cui i prodotti legati alla distruzione delle foreste continuano a entrare in Europa senza il filtro pieno e obbligatorio previsto dall’EUDR. Quanta deforestazione in più sia imputabile proprio al rinvio non è quantificato, e sarebbe scorretto fingere di saperlo; ma il tempo perso è tempo perso. Ne pagano un prezzo anche le imprese che si erano attrezzate per tempo. Il loro vantaggio non è azzerato: restano i dati di filiera, i fornitori conformi, i sistemi già pronti. Ma il rendimento di quell’investimento slitta, e per un po’ competono con chi ha semplicemente aspettato. E, in prospettiva, il tema riguarda anche chi acquista, che continua a comprare senza che sia ancora pienamente operativo un sistema europeo, uniforme e verificabile dalle autorità, su cosa c’è dietro il prodotto. Attenzione però a non aspettarsi troppo: l’EUDR non è un’etichetta stampata sulla confezione né una garanzia assoluta contro ogni irregolarità, è un sistema di dovuta diligenza e di controllo pubblico. Fa una cosa diversa, e la fa a monte. ## Cosa possiamo fare Da soli non possiamo applicare un regolamento europeo, ma qualcosa possiamo farlo. Intanto sapere che questo strumento esiste e da quando dovrebbe valere davvero, con tutte le sue date differenziate, per non pensare che il tema sia archiviato né farsi confondere dalle scadenze. Poi usare il potere di chi acquista: chiedere ai marchi informazioni sull’origine e sulla tracciabilità delle materie prime a rischio, perché la domanda dei consumatori è una delle leve che orientano le filiere, accanto alla regolazione, agli acquisti delle grandi imprese, ai controlli doganali e all’azione delle autorità. E seguire la politica su questo dossier con occhio critico ma informato, distinguendo le semplificazioni ragionevoli, che tolgono peso senza toccare gli obiettivi, dagli svuotamenti, che invece li indeboliscono. Il confine tra le due si misura, non si dichiara: si guarda a quanta deforestazione incorporata resta coperta, a quanto reggono i controlli, a quali informazioni restano obbligatorie. Non è un dettaglio da addetti ai lavori: è la differenza tra una legge che protegge le foreste e una che si limita ad annunciarlo. ## Conclusione Una norma non vale per come è scritta, ma per quando e come viene applicata. L’EUDR resta uno degli strumenti più estesi mai messi in campo per legare i nostri consumi alla salute delle foreste del pianeta, perché prova a collegare l’accesso al mercato europeo alla tracciabilità geografica e alla conformità delle filiere. Che diventi davvero efficace o si trasformi nell’ennesimo buon proposito rinviato dipenderà da cose molto concrete, la qualità dei dati, i controlli, le risorse delle autorità, la cooperazione internazionale, e anche dall’attenzione con cui, come cittadini e come consumatori, decideremo di guardarlo. --- ## Approfondimenti Eywa [Ghost forests: le foreste fantasma d’Italia](https://eywadivulgazione.it/ghost-forests-italia-foreste-fantasma/) «Eywa Divulgazione, 2026. Lo stato reale delle foreste italiane, tra degrado silenzioso e dati che non tornano.» [Biomassa come una lavatrice: come il cippato illegale entra nel sistema delle rinnovabili](https://eywadivulgazione.it/biomassa-come-lavatrice-come-il-cippato-illegale-entra-nel-sistema-italiano-delle-rinnovabili/) «Eywa Divulgazione, 2026. Le filiere del legno e i buchi nei controlli, dal bosco all’incentivo.» [Chi controlla i semi controlla il cibo](https://eywadivulgazione.it/chi-controlla-i-semi-controlla-il-cibo/) «Eywa Divulgazione, 2026. Le filiere agricole globali e i rapporti di potere che decidono cosa mangiamo.» [Sostituzione di specie nei boschi e tagli abusivi](https://eywadivulgazione.it/sostituzione-specie-boschi-autorizzazione-taglio-abusivo/) «Eywa Divulgazione, 2026. Come si aggira la tutela nella gestione forestale, tra autorizzazioni e abusi.» ## Fonti [Regolamento (UE) 2023/1115](https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2023/1115/oj) Unione europea, 2023, il testo che istituisce l’obbligo di prodotti «a deforestazione zero» per le sette materie prime a rischio, in vigore dal 29 giugno 2023. [Regolamento (UE) 2024/3234](https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2024/3234/oj) Unione europea, 2024, il primo rinvio, che spostò l’applicazione al 30 dicembre 2025 e al 30 giugno 2026. [Regolamento (UE) 2025/2650](https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2025/2650/oj) Unione europea, 2025, il secondo rinvio e le semplificazioni, con le scadenze del 30 dicembre 2026 e del 30 giugno 2027 e le relative condizioni. [La Commissione aggiorna l’ambito dei prodotti e gli strumenti a sostegno dell’EUDR](https://environment.ec.europa.eu/news/commission-updates-product-scope-and-tools-support-eudr-2026-07-13_en) Commissione europea, 13 luglio 2026, l’annuncio dell’atto delegato sull’Allegato I e del regolamento di esecuzione sul sistema informativo. [Regolamento di esecuzione (UE) 2026/1565](https://eur-lex.europa.eu/eli/reg_impl/2026/1565/oj) Unione europea, 2026, le regole del sistema informativo, pubblicato il 14 luglio e in vigore dal 17 luglio 2026. [Regolamento di esecuzione (UE) 2025/1093](https://eur-lex.europa.eu/eli/reg_impl/2025/1093/oj) Unione europea, 22 maggio 2025, la prima classificazione dei Paesi in rischio basso, standard e alto. [Documento di lavoro della Commissione sull’aggiornamento dell’Allegato I (SWD(2026)194)](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:52026SC0194) Commissione europea, 2026, l’analisi costi-benefici dei prodotti valutati per l’inclusione o l’esclusione, con le stime di deforestazione incorporata. [Pacchetto di semplificazione dell’EUDR](https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_26_941) Commissione europea, 4 maggio 2026, la relazione di riesame con linee guida e FAQ aggiornate. [Global Forest Resources Assessment 2025](https://www.fao.org/forest-resources-assessment/en) FAO, 2025, la valutazione mondiale più recente delle risorse forestali (periodo 1990-2025): la deforestazione lorda resta intorno ai 10,9 milioni di ettari l’anno e la perdita netta scende a circa 4,12 milioni nel 2015-2025, in linea con il dato storico dei 420 milioni di ettari persi dal 1990. **Categorie:** Articoli, Attualità **Tag:** deforestazione --- ### [Ozono, l'inquinante dell'estate che quasi nessuno guarda](https://eywadivulgazione.it/ozono-estivo/) **Published:** Luglio 14, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) # Ozono, l’inquinante dell’estate che quasi nessuno guarda *In inverno l’attenzione sull’aria è tutta per le polveri sottili. D’estate, mentre pensiamo di respirare meglio, arriva in silenzio un altro inquinante, l’ozono che sta in basso, quello che si forma quando il sole colpisce i gas del traffico e dell’industria. Sapere quando e perché evitarlo è più semplice di quanto sembri.* ## Il problema dell’ozono C’è un’idea diffusa che l’aria d’estate sia più pulita. In parte è vero, perché il riscaldamento domestico è spento e le [polveri sottili](https://eywadivulgazione.it/pm2-5-in-italia-le-cose-da-fare-ora/) calano. Ma proprio le giornate di sole pieno e caldo intenso, quelle in cui si sta più volentieri all’aperto e si fa più sport, sono le giornate in cui un inquinante tipicamente estivo raggiunge i valori più alti. Si chiama **ozono troposferico**, e il paradosso è che diventa pericoloso esattamente quando ci comportiamo come se l’aria fosse al suo meglio. ## Cosa succede davvero, e perché l’ozono cattivo c’è d’estate Conviene chiarire subito il nome, perché genera confusione. Esistono due ozoni. Quello «buono» sta in alto, nella **stratosfera**, e ci protegge dai raggi ultravioletti. Quello di cui parliamo qui sta in basso, nella **troposfera**, cioè l’aria che respiriamo, ed è un inquinante. Da qui il termine **ozono troposferico**, o «ozono di superficie». La differenza rispetto ad altri inquinanti è che l’ozono non esce da un camino o da un tubo di scappamento. Non viene emesso direttamente: si forma in aria. Serve una forte radiazione solare, e due famiglie di sostanze già presenti: gli **ossidi di azoto (NOx)**, che vengono soprattutto dal traffico, anche navale, e i **composti organici volatili (COV)**, emessi da industria, combustibili e in parte anche dalla vegetazione. Il sole li colpisce e innesca le reazioni chimiche che producono ozono. Ecco perché è un inquinante da bel tempo: più sole e più caldo ci sono, più se ne forma. È il figlio, sotto il sole, di altri inquinanti. Ad alte concentrazioni l’ozono è un forte ossidante che attacca le vie respiratorie anche in persone sane, con bruciore agli occhi e alla gola, tosse e riduzione della funzionalità polmonare. Per proteggere la popolazione [la legge italiana](https://www.normattiva.it/eli/id/2010/09/15/010G0177/CONSOLIDATED) fissa oggi due soglie, misurate come media di un’ora. La **soglia di informazione** è di 180 microgrammi per metro cubo: oltre questo livello le autorità devono avvisare il pubblico, perché c’è un rischio per le persone più sensibili. La **soglia di allarme** è di 240 microgrammi per metro cubo: oltre questa il rischio riguarda tutti, e scattano le misure previste dai piani d’azione comunali. Accanto alle soglie di legge ci sono i riferimenti sanitari dell’**Organizzazione mondiale della sanità (OMS)**, più severi perché guardano alla salute nel lungo periodo. Nelle [linee guida del 2021](https://www.who.int/publications/i/item/9789240034228) l’OMS indica 60 microgrammi per metro cubo come media della stagione di picco, cioè dei sei mesi più caldi dell’anno, e 100 come massimo giornaliero, calcolato sulle otto ore di maggiore esposizione. Il quadro europeo, intanto, si sta aggiornando con la [direttiva (UE) 2024/2881](https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2024/2881/oj?locale=it), che gli Stati membri devono recepire entro l’11 dicembre 2026. Per l’ozono la direttiva non abbassa il valore-obiettivo, che resta 120 microgrammi per metro cubo, ma ne riduce i superamenti ammessi e fissa un obiettivo a lungo termine più severo: 100 microgrammi per metro cubo entro il 2050, in linea con l’OMS. ## Chi paga I più esposti sono i bambini, perché d’estate stanno a lungo all’aperto e giocano intensamente; gli anziani; le persone con malattie respiratorie o cardiache; e, meno intuitivo, gli adulti sani che fanno attività fisica all’aperto. Il motivo è meccanico: durante lo sforzo si respira di più e più a fondo, quindi si inala una quantità maggiore di ozono e lo si porta più in profondità nei polmoni. Correre a mezzogiorno in una giornata di afa, insomma, è il modo migliore per prendersene una dose più alta. Le indicazioni delle [agenzie ambientali e sanitarie](https://www.snpambiente.it/notizie/snpa/lozono-linquinante-critico-in-estate/) convergono su una raccomandazione semplice: nei giorni di caldo e sole intenso, evitare l’attività fisica all’aperto nelle ore centrali, indicativamente dalle 12 alle 18, quando l’ozono raggiunge i picchi. Al chiuso le concentrazioni sono nettamente più basse. ## Cosa possiamo fare La difesa parte dall’informazione, ed è a portata di clic. Le **ARPA**, le agenzie regionali per la protezione dell’ambiente, pubblicano i dati dell’ozono, spesso in tempo reale, e comunicano i superamenti delle soglie. Sapere [dove leggerli](https://eywadivulgazione.it/manuale-monitorare-aria-quartiere-da-casa/) permette di regolarsi da soli: spostare la corsa alla mattina presto o alla sera, tenere i bambini all’aperto nelle ore più fresche, prestare attenzione quando si è insieme a persone fragili. C’è poi un versante civico. Quando scatta un superamento della soglia di allarme, i Comuni sono tenuti ad attuare piani d’azione a breve termine, e chiedere conto di quei piani, verificare che esistano e vengano applicati, è un modo di trasformare un obbligo di legge in una tutela reale. E conviene ricordare da dove viene l’ozono: ridurlo non significa agire sull’ozono in sé, che non si emette, ma sui suoi ingredienti. Meno traffico e meno emissioni industriali oggi significano meno ozono nelle estati dei prossimi anni. ## Eywa dice… L’ozono estivo si può gestire senza allarmismi, a una condizione: guardarlo. Basta sapere che esiste, che si forma con il sole, che ha due soglie e alcune ore critiche, e dove trovare i dati. La differenza tra subirlo e difendersene è quasi tutta qui, nel guardare i numeri prima di uscire. --- ## Approfondimenti Eywa [Manuale per monitorare l’aria del proprio quartiere da casa](https://eywadivulgazione.it/manuale-monitorare-aria-quartiere-da-casa/) «Eywa Divulgazione, 2026. Come leggere i dati delle centraline e seguire la qualità dell’aria dove si vive.» [PM2,5 in Italia: le cose da fare ora](https://eywadivulgazione.it/pm2-5-in-italia-le-cose-da-fare-ora/) «Eywa Divulgazione, 2026. L’altro grande inquinante dell’aria, quello invernale, e le misure che funzionano.» [Il parco che non raffredda più](https://eywadivulgazione.it/il-parco-che-non-raffredda-piu-quando-il-verde-urbano-perde-le-sue-funzioni/) «Eywa Divulgazione, 2026. Il verde urbano e le ondate di calore, il contesto in cui l’ozono estivo diventa un problema.» [Inquinamento dell’aria in casa: fonti e soluzioni](https://eywadivulgazione.it/inquinamento-aria-casa-fonti-soluzioni/) «Eywa Divulgazione, 2026. L’aria negli ambienti chiusi, dove d’estate ci si ripara dall’ozono ma si incontrano altre fonti.» ## Fonti [L’ozono, l’inquinante critico in estate](https://www.snpambiente.it/notizie/snpa/lozono-linquinante-critico-in-estate/) SNPA (Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente), scheda consultata nel 2026, che spiega come si forma l’ozono troposferico, i rischi per la salute e le soglie di legge. [Decreto legislativo 155 del 2010](https://www.normattiva.it/eli/id/2010/09/15/010G0177/CONSOLIDATED) Repubblica italiana, 2010, la norma che fissa per l’Italia la soglia di informazione (180 microgrammi per metro cubo) e la soglia di allarme (240 microgrammi per metro cubo) per l’ozono. [Direttiva (UE) 2024/2881 sulla qualità dell’aria ambiente](https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2024/2881/oj?locale=it) Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea, 2024, che per l’ozono riduce i superamenti ammessi del valore-obiettivo, invariato a 120 microgrammi per metro cubo, e abbassa l’obiettivo a lungo termine a 100 microgrammi per metro cubo entro il 2050, in linea con l’OMS, e va recepita dagli Stati membri entro l’11 dicembre 2026. [Linee guida globali sulla qualità dell’aria](https://www.who.int/publications/i/item/9789240034228) Organizzazione mondiale della sanità, 2021, i valori di riferimento sanitari per l’ozono e gli altri inquinanti atmosferici. [Bollettini regionali sulla qualità dell’aria](https://www.snpambiente.it/) SNPA e agenzie regionali (ARPA e APPA), i dati aggiornati sull’ozono e le comunicazioni di superamento delle soglie; dal portale del Sistema nazionale si raggiunge l’agenzia della propria Regione. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Il diritto all'aria pulita e la possibilità di chiedere i danni](https://eywadivulgazione.it/diritto-aria-pulita-risarcimento/) **Published:** Luglio 11, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Per la prima volta una norma europea dice che, se un danno alla tua salute nasce dalla violazione delle regole sull’aria, puoi chiedere un risarcimento. Sembra un dettaglio tecnico, è una piccola rivoluzione civica. E al 7 luglio 2026 all’Italia restano poco più di cinque mesi per recepirla.* ## Il problema dell’aria inquinata Dell’inquinamento dell’aria parliamo quasi sempre nello stesso modo: una mappa di centraline, dei numeri, una preoccupazione generica. Raramente lo trattiamo per quello che è dal punto di vista del cittadino, cioè un danno alla salute che qualcuno provoca e qualcun altro subisce. La nuova direttiva europea sulla qualità dell’aria cambia proprio questo, e lo fa spostando il tema da parametro tecnico-ambientale a diritto esigibile. Il guaio è che finora se ne è discusso quasi solo come di un adempimento per le imprese, non come di uno strumento nelle mani delle persone. ## Cosa cambia per l’aria che respiriamo La norma di cui parliamo è la [**Direttiva (UE) 2024/2881**](https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2024/2881/oj?locale=it), pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 20 novembre 2024 ed entrata in vigore, venti giorni dopo, il **10 dicembre 2024**. Una **direttiva** è una legge europea che fissa gli obiettivi ma lascia a ciascuno Stato il compito di tradurli nelle proprie norme nazionali entro una data: quel passaggio si chiama **recepimento**. Per questa direttiva il termine è l’[**11 dicembre 2026**](https://temi.camera.it/leg19/post/la-direttiva-2024-2881.html), la scadenza entro cui l’Italia dovrà aggiornare le proprie regole, oggi ancora fondate sul [decreto legislativo 155 del 2010](https://www.normattiva.it/eli/id/2010/09/15/010G0177/CONSOLIDATED). Il contenuto ha due gambe. La prima sono i limiti più severi. Il [**PM2,5**](https://eywadivulgazione.it/pm2-5-in-italia-le-cose-da-fare-ora/) è il particolato fine, con particelle di diametro inferiore a 2,5 micrometri: tanto piccole da penetrare in profondità nei polmoni e passare nel sangue. Entro il 2030 il suo valore limite annuale scende da 25 a 10 microgrammi per metro cubo. Nello stesso periodo il limite del **biossido di azoto (NO2)**, un gas che viene soprattutto dal traffico, passa da 40 a 20, e quello del [**PM10**](https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2024/2881/oj?locale=it), il particolato più grossolano, da 40 a 20. Sono valori fissati per il 1° gennaio 2030. La direttiva ammette [proroghe](https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2024/2881/oj?locale=it) solo in casi eccezionali e a condizioni precise, fino al 2035 o al 2040. Con questi numeri, diverse aree oggi in regola rischiano di non esserlo più. La seconda gamba è quella che interessa di più il cittadino, e nella cronaca è passata quasi sotto silenzio. Gli [articoli 27 e 28 della direttiva](https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2024/2881/oj?locale=it) riconoscono, per la prima volta in modo esplicito, il **diritto di accesso alla giustizia** e il **diritto al risarcimento del danno alla salute** causato dalla violazione delle norme sull’aria. In pratica: se le autorità competenti violano, intenzionalmente o per negligenza, le regole che tutelano la qualità dell’aria, e da quella violazione deriva un danno alla salute di una persona, quella persona ha diritto di chiedere e ottenere un risarcimento. Non è una scorciatoia: dimostrare il nesso tra la violazione e il danno alla salute resta l’ostacolo pratico, ed è qui che i dati documentati diventano decisivi. Cittadini e organizzazioni potranno inoltre contestare in tribunale i piani per l’aria e l’inerzia delle amministrazioni. Perché è importante capirlo adesso e non nel 2030? Perché il diritto al risarcimento va garantito già dal recepimento, quindi entro l’11 dicembre 2026, e perché l’Italia arriva a questa scadenza con un lungo storico di superamenti e di contenziosi europei sull’aria. La trasparenza dei dati, per le istituzioni, smette di essere una buona pratica e diventa una necessità concreta per non esporsi ai ricorsi. ## Chi paga per l’aria sporca? Il conto della cattiva aria, quello sanitario, lo paghiamo già oggi tutti: l’inquinamento atmosferico è la prima causa ambientale di morte prematura in Europa, con centinaia di migliaia di decessi prematuri l’anno: al solo PM2,5 l’[Agenzia europea dell’ambiente](https://www.eea.europa.eu/en/newsroom/news/health-and-environment-impacts-of-air-pollution) ne attribuisce **circa 239.000 nell’Unione nel 2022**. La novità è che, con la direttiva, una parte di quel costo potrà tornare indietro sotto forma di responsabilità: non più solo un danno diffuso e senza nome, ma un danno che qualcuno può essere chiamato a risarcire. È un cambio di prospettiva che sposta il peso dalle spalle di chi respira a quelle di chi ha il dovere di far rispettare le regole. ## **Cosa possiamo fare per la nostra aria** La prima cosa è sapere che questo diritto esiste e da quando. La seconda è conoscere i dati della propria aria, perché senza misure documentate nessuna richiesta sta in piedi: le reti pubbliche delle **ARPA**, le agenzie regionali per la protezione dell’ambiente, pubblicano le concentrazioni degli inquinanti, e [imparare a leggerle](https://eywadivulgazione.it/manuale-monitorare-aria-quartiere-da-casa/) è il primo strumento civico. La terza è pretendere che il proprio Comune e la propria Regione si attrezzino per tempo, perché la direttiva impone di adottare tabelle di marcia e piani per l’aria quando c’è il rischio di non rispettare i limiti. Chiedere questi piani con l’accesso agli atti, verificarne l’esistenza e i contenuti, è un modo concreto di trasformare un diritto scritto in una pratica reale. ## Eywa dice… Una legge che dà il diritto di chiedere i danni per l’aria sporca vale quanto la capacità dei cittadini di usarla. Il rischio, con norme così, è che restino sulla carta perché nessuno sa di averle. Sapere che, con il recepimento da completare entro l’11 dicembre 2026, l’aria pulita diventa anche un diritto azionabile, e non solo un auspicio, è il primo passo perché quel diritto pesi davvero. --- ## Approfondimenti Eywa [PM2,5 in Italia: le cose da fare ora](https://eywadivulgazione.it/pm2-5-in-italia-le-cose-da-fare-ora/) «Eywa Divulgazione, 2026. Che cos’è il particolato fine, perché è così pericoloso e quali misure funzionano davvero.» [Manuale per monitorare l’aria del proprio quartiere da casa](https://eywadivulgazione.it/manuale-monitorare-aria-quartiere-da-casa/) «Eywa Divulgazione, 2026. Come leggere i dati delle centraline e seguire la qualità dell’aria dove si vive.» [Smog: Torino contro Londra](https://eywadivulgazione.it/smog-torino-vs-londra-londra-taglia-il-biossido-di-azoto-del-27-torino-resta-ferma/) «Eywa Divulgazione, 2026. Due città a confronto sul biossido di azoto, tra chi taglia e chi resta fermo.» [Inquinamento dell’aria in casa: fonti e soluzioni](https://eywadivulgazione.it/inquinamento-aria-casa-fonti-soluzioni/) «Eywa Divulgazione, 2026. L’aria che respiriamo negli ambienti chiusi, spesso più inquinata di quella esterna.» ## Fonti [Direttiva (UE) 2024/2881 sulla qualità dell’aria ambiente](https://temi.camera.it/leg19/post/la-direttiva-2024-2881.html) Camera dei deputati, 2026, il dossier di documentazione parlamentare che riepiloga limiti al 2030, obblighi di monitoraggio e le nuove disposizioni su accesso alla giustizia e risarcimento (articoli 27 e 28); il testo integrale è pubblicato su [EUR-Lex](https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2024/2881/oj?locale=it). [Qualità dell’aria: le politiche dell’Unione europea](https://www.consilium.europa.eu/it/policies/air-quality/) Consiglio dell’Unione europea, 2024, la scheda ufficiale con gli standard 2030, il diritto al risarcimento e le stime sui decessi prematuri legati all’inquinamento. [Air quality in Europe](https://www.eea.europa.eu/en/newsroom/news/health-and-environment-impacts-of-air-pollution) Agenzia europea dell’ambiente (AEA), 2024, i rapporti periodici con le stime aggiornate di decessi prematuri attribuibili a PM2,5, biossido di azoto e ozono nell’Unione, da cui il dato di circa 239.000 morti premature per PM2,5 nel 2022. [Decreto legislativo 155 del 2010](https://www.normattiva.it/eli/id/2010/09/15/010G0177/CONSOLIDATED) Repubblica italiana, 2010, il quadro normativo nazionale vigente sulla qualità dell’aria che il recepimento della direttiva dovrà aggiornare. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Perché la pioggia non ricarica le falde](https://eywadivulgazione.it/pioggia-non-ricarica-falde/) **Published:** Luglio 7, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Ogni estate va in scena lo stesso equivoco. Settimane di caldo e terreno secco, poi un temporale violento che allaga strade e scantinati, e la sensazione che l’emergenza sia rientrata. Non lo è. La pioggia caduta in poche ore quasi non ricarica le riserve d’acqua sotterranee, e capirne il motivo serve a smettere di aspettare che sia il cielo a risolvere un problema che, in buona parte, è nella terra.* ## Il problema Quando dopo un lungo periodo di siccità arriva un acquazzone, la reazione è quasi sempre di sollievo. È piovuto, quindi il peggio è passato. È un’illusione comprensibile ma sbagliata, perché confonde due cose diverse: la pioggia che allaga e la pioggia che disseta. Sono due fenomeni distinti, e la prima non coincide con la seconda. Confidare nel temporale che «risolverà» la siccità è come sperare che una piena riempia una botte forata. ## Cosa succede davvero, e perché Le **falde** sono le riserve d’acqua che stanno sotto i nostri piedi, negli strati permeabili del sottosuolo. Sono la vera scorta idrica di un territorio, quella che alimenta pozzi e sorgenti e, nei mesi asciutti, tiene in vita anche i fiumi. Si ricaricano quando la pioggia entra nel terreno con calma, lo attraversa e scende in profondità. È un processo lento, che ha bisogno di acqua distribuita nel tempo, non di un diluvio in un pomeriggio. E questo è il punto. Un temporale estivo scarica in poche ore la pioggia di settimane su un suolo indurito dalla siccità o sigillato dal cemento. L’acqua non ha il tempo di penetrare: scorre in superficie, gonfia i tombini, [allaga](https://eywadivulgazione.it/perche-citta-italiane-allagano-piogge-normali/), e in poche ore raggiunge il mare. Ha bagnato tutto, ha fatto danni, e la ricarica profonda resta minima. Conta meno quanta acqua cade, e più come cade e su che cosa. Questo non significa che ogni temporale sia inutile per le falde: significa che su suoli urbanizzati, compattati o induriti dalla siccità una quota crescente dell’acqua diventa deflusso superficiale, e la ricarica profonda perde efficacia. Il «su cosa» è il pezzo di storia che quasi nessuno racconta, ed è il suolo. Un terreno naturale, coperto di vegetazione, funziona come una spugna: trattiene l’acqua, la filtra, la cede lentamente alla falda. Un terreno **impermeabilizzato**, cioè sigillato da asfalto e cemento, è l’esatto opposto: non scambia più nulla con il sottosuolo, e tutto quello che riceve lo rimanda a valle. Il problema è che stiamo trasformando il primo tipo di suolo nel secondo a ritmo record. Lo misura ogni anno l’[**ISPRA**](https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/suolo-e-territorio/suolo/il-consumo-di-suolo/i-dati-sul-consumo-di-suolo), l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, insieme al **Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente**. Nel 2024 l’Italia ha perso 78,5 km² netti di suolo naturale, il valore più alto degli ultimi dodici anni. Oggi le superfici artificiali coprono il 7,17% del territorio nazionale, contro una media europea del 4,4%. E si continua a costruire dove non si dovrebbe: nello stesso anno sono stati consumati 1.303 ettari in aree a pericolosità idraulica media, cioè zone che già sappiamo esposte alle alluvioni. Sulla costa il quadro è ancora più netto: nei primi 300 metri dal mare il suolo sigillato tocca il 22,9%, più del triplo della media nazionale. Più impermeabilizziamo, meno acqua entra nel terreno, e più ogni pioggia intensa diventa insieme un’alluvione e un’occasione di ricarica sprecata. La siccità e l’allagamento non sono due nemici diversi: sono lo stesso problema visto da due lati. Lo confermano gli enti che studiano l’acqua, dall’[**Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale**](https://aubac.it/attivita/osservatorio), che avverte come su suoli compattati e superfici impermeabili le piogge violente scorrano via senza ricaricare le riserve, all’[**ANBI**](https://www.anbi.it/) (l’associazione dei consorzi che gestiscono territorio e acque irrigue), che parla ormai di un regime idrologico «torrentizio», dove l’acqua arriva tutta insieme e se ne va altrettanto in fretta. ## Chi paga il conto Lo pagano le falde, che calano in modo strutturale e non risalgono con un mese di pioggia. Lo pagano i fiumi, che in molte aree sono alimentati proprio dalle acque sotterranee: quando la falda si abbassa, il fiume perde portata, e nei mesi secchi molti corsi d’acqua si riducono a un filo o restano in secca. Lo paga l’agricoltura, che vede sparire l’acqua nel momento in cui ne ha più bisogno. E lo paghiamo tutti come collettività, perché l’acqua che scorre via non solo non disseta, ma allaga: [ISPRA stima](https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/suolo-e-territorio/suolo/il-consumo-di-suolo/i-dati-sul-consumo-di-suolo) tra **8,66 e 10,59 miliardi di euro all’anno** i costi ambientali ed economici della perdita di suolo in Italia, come impatto cumulato del consumo avvenuto tra il 2006 e il 2024. Nel frattempo, come denuncia da tempo l’ANBI (l’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue), una parte enorme della pioggia che cade sul Paese defluisce in mare senza essere trattenuta, perché mancano gli invasi per raccoglierla e i suoli capaci di assorbirla. ## Cosa possiamo fare La buona notizia è che quasi tutto questo è reversibile, perché quasi tutto dipende da scelte. **Deimpermeabilizzare**, cioè restituire capacità di assorbimento a piazzali, cortili e strade dove possibile; progettare il [drenaggio urbano](https://eywadivulgazione.it/caditoie-tombini-manutenzione-allagamenti/) affinché l’acqua rallenti, si infiltri e non scorra subito verso i tombini; recuperare aree naturali e piccoli spazi capaci di trattenere l’acqua; smettere di cementificare le zone a rischio. Sono interventi noti, che non richiedono tecnologie da inventare: richiedono di essere decisi. Serve anche una cornice. L’Unione europea ha adottato la sua prima direttiva dedicata alla salute del suolo, la [**direttiva (UE) 2025/2360**](https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2025/2360/oj?locale=it) sul monitoraggio e la resilienza del suolo, del 12 novembre 2025; nel negoziato il sistema di monitoraggio ISPRA-SNPA è stato assunto come riferimento tecnico. In Italia, al 7 luglio 2026, manca ancora una legge nazionale organica che fissi limiti chiari al consumo di suolo, attesa da anni. E qui la parte civica conta davvero. Con l’[**EcoAtlante**](https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/suolo-e-territorio/suolo/il-consumo-di-suolo/i-dati-sul-consumo-di-suolo) di ISPRA chiunque può verificare quanto suolo ha consumato il proprio Comune, dato alla mano. Con l’accesso agli atti si possono chiedere i piani di drenaggio, le opere di prevenzione, i bilanci idrici. Con le osservazioni ai procedimenti si può pretendere che un progetto spieghi come gestirà l’acqua prima di essere approvato, non dopo. ## Eywa dice… La pioggia non è la cura. Finché il suolo resta sigillato, ogni acquazzone continuerà a fare danni a valle e a lasciare le falde a secco. Il cemento, sotto una pioggia che non disseta, è una scelta politica. E anche togliere il tappo, aprire il suolo, trattenere l’acqua dove cade, lo è. --- ## Approfondimenti Eywa [Perché le città italiane si allagano con piogge normali](https://eywadivulgazione.it/perche-citta-italiane-allagano-piogge-normali/) «Eywa Divulgazione, 2026. Il meccanismo dell’impermeabilizzazione urbana e del deflusso che trasforma un acquazzone in un allagamento.» [Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo Comune](https://eywadivulgazione.it/dispersione-idrica-quanta-acqua-si-perde-nel-tuo-comune/) «Eywa Divulgazione, 2026. Quanta acqua se ne va dalla rete prima ancora di arrivare al rubinetto, e come leggerne i dati.» [Caditoie e tombini: la manutenzione che decide gli allagamenti](https://eywadivulgazione.it/caditoie-tombini-manutenzione-allagamenti/) «Eywa Divulgazione, 2026. Perché la gestione ordinaria del drenaggio conta quanto le grandi opere.» [Il parco che non raffredda più](https://eywadivulgazione.it/il-parco-che-non-raffredda-piu-quando-il-verde-urbano-perde-le-sue-funzioni/) «Eywa Divulgazione, 2026. Cosa succede quando il verde urbano perde le sue funzioni, dall’ombra all’assorbimento dell’acqua.» [Dissesto idrogeologico: dove finiscono i fondi per la prevenzione](https://eywadivulgazione.it/dissesto-idrogeologico-fondi-prevenzione/) «Eywa Divulgazione, 2026. Chi stanzia le risorse per mettere in sicurezza il territorio, e come seguirle.» ## Fonti [Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici](https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/suolo-e-territorio/suolo/il-consumo-di-suolo/i-dati-sul-consumo-di-suolo) ISPRA e SNPA, 2025, il rapporto annuale con i dati nazionali su suolo consumato, impermeabilizzazione e consumo in aree a rischio idraulico, e l’EcoAtlante per la consultazione Comune per Comune. [Osservatorio Anbi sulle risorse idriche](https://www.anbi.it/) ANBI, 2026, i bollettini periodici dei consorzi di bonifica sullo stato di falde, invasi e deflussi. [Osservatorio distrettuale sugli utilizzi idrici](https://aubac.it/attivita/osservatorio) Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, 2026, gli avvisi e i documenti sul regime delle precipitazioni e sulla ricarica delle falde. [Direttiva (UE) 2025/2360 sul monitoraggio e la resilienza del suolo](https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2025/2360/oj?locale=it) Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea, del 12 novembre 2025, pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 26 novembre 2025, il primo quadro europeo dedicato alla salute dei suoli; nel negoziato il sistema di monitoraggio ISPRA-SNPA è stato assunto come riferimento tecnico. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Adottare un cane non è solo un gesto buono. È un gesto ecologico](https://eywadivulgazione.it/adottare-cane-gesto-ecologico-traffico-cuccioli/) **Published:** Maggio 12, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Excerpt:** In Italia abbiamo oltre centomila cani chiusi nei canili, l'80% al Sud, e una spesa pubblica per gestire il randagismo che vale 2,6 volte la somma destinata a tutti i Parchi nazionali. Mentre l'Europa alimenta una domanda di milioni di cuccioli all'anno, attraverso una filiera che la Commissione UE ha classificato come crimine organizzato. Il punto, alla fine, è uno: ogni volta che si compra un animale d'impulso, si finanzia una catena che fa danni misurabili. Anche all'ambiente. **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) **In Italia abbiamo oltre centomila cani chiusi nei canili, l’80% al Sud, e una spesa pubblica per gestire il randagismo che vale 2,6 volte la somma destinata a tutti i Parchi nazionali. Mentre l’Europa alimenta una domanda di milioni di cuccioli all’anno, attraverso una filiera che la Commissione UE ha classificato come crimine organizzato. Il punto, alla fine, è uno: ogni volta che si compra un animale d’impulso, si finanzia una catena che fa danni misurabili. Anche all’ambiente.** In Italia ci sono oltre centomila cani chiusi nei canili. L’80% sta in cinque regioni del Sud: Puglia, Sardegna, Sicilia, Calabria e Campania. Lo certifica il Sistema Informativo Nazionale degli Animali da Compagnia (SINAC) del Ministero della Salute, i cui dati sono stati [presentati dal Sottosegretario Marcello Gemmato in conferenza stampa alla Camera dei Deputati il 17 ottobre 2024](https://www.quotidianosanita.it/cronache/benessere-animale-oltre-cani-nei-canili-italiani-pi-dell-in-regioni-del-sud-gemmato-un-miliardo-di-spesa-e-rischio-zoomafia/). In alcune regioni alcune strutture ospitano diverse centinaia di animali. E intanto il Paese spende, per gestire questa massa di sofferenza, 248 milioni di euro l’anno, secondo il [XIV Rapporto «Animali in Città» di Legambiente](https://www.legambiente.it/rapporti-e-osservatori/animali-in-citta/), presentato ad agosto 2025 con i dati 2024 e con il patrocinio di ANCI, Conferenza delle Regioni, ENCI e Federazione Nazionale Ordini dei Veterinari Italiani. Non è una cifra qualsiasi: è 2,6 volte la somma destinata alla gestione di tutti i 24 Parchi nazionali italiani (95,8 milioni) e oltre 19 volte la somma per le 29 Aree marine protette (12,4 milioni). L’Italia spende per tenere cani in gabbia più del doppio di quanto spenda per la sua natura. E lo fa anche male, perché secondo lo stesso rapporto Legambiente il 63% di quei soldi finisce nei canili rifugio, cioè nel mantenimento di animali già reclusi, mentre alla prevenzione vera, la sterilizzazione, vanno briciole. Nel 2024, a fronte di 24.498 ingressi nei canili sanitari, sono stati sterilizzati 8.636 cani. Poco più di uno su tre. Significa che il rubinetto resta aperto, mentre noi paghiamo per asciugare il pavimento. Per inquadrare meglio il fenomeno: il precedente XIII Rapporto Legambiente, con dati 2023, stimava circa 85.000 cani abbandonati e 358.000 randagi solo in Italia. Cifre sostanzialmente stabili da anni, segno che il sistema non funziona. ## Chi ha riempito quei canili La domanda giusta non è «come svuotiamo i canili», ma «chi li ha riempiti». E la risposta è scomoda perché tira in ballo una catena che parte da molto lontano e arriva fino al carrello online di chi cerca «cucciolo di razza in offerta». Sono due filiere distinte, quella del randagismo italiano e quella dell’allevamento illegale est-europeo, ma sono alimentate dalla stessa logica: sovraproduzione, scarsa tracciabilità, animale ridotto a prodotto. Ogni anno nella sola Unione Europea servono circa 6 milioni di cuccioli per soddisfare la domanda del mercato. Lo certifica il [report «Billion Euro Industry» pubblicato da FOUR PAWS nell’ottobre 2024](https://media.4-paws.org/b/5/a/6/b5a69681da94fa61edddf0b00c8a101d2482ba8a/2024-10-29_Billion-Euro-Industry-Report_web.pdf), che incrocia dati di Eurogroup for Animals, banche dati nazionali di identificazione e analisi degli annunci online. Di questi 6 milioni, solo 1,23 milioni provengono da fonti legali, tracciabili e con condizioni minime di benessere. Tutti gli altri, circa 4,75 milioni, il 79% della domanda UE, arrivano da una zona grigia che va dagli allevamenti intensivi est-europei (le puppy mills) alle cucciolate non registrate, fino al mercato nero vero e proprio. Se allarghiamo lo sguardo all’Europa intera, includendo Svizzera, Regno Unito, Norvegia, Russia e Turchia, le stime FOUR PAWS salgono a 8,77 milioni di cuccioli all’anno. Le stime sul valore di questo mercato variano a seconda del perimetro. La Commissione europea, sulla base dei dati Eurogroup for Animals riferiti al 2020, parlava di un mercato illegale del valore di circa un miliardo di euro l’anno. Il report FOUR PAWS 2024, considerando l’intero giro d’affari dei cani da fonti non tracciabili, arriva a stimare circa 4,6 miliardi di euro annui solo in UE. E secondo i dati che la Commissione europea ha utilizzato per motivare il nuovo Regolamento (citati dal [Parlamento europeo nel comunicato del 23 aprile 2026](https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20260423IPR41833/prime-norme-ue-per-proteggere-cani-e-gatti-da-maltrattamenti)), il commercio complessivo di cani e gatti in UE vale oggi 1,3 miliardi di euro l’anno, con il 60% dei proprietari che acquista online: il canale principale, anche per la quota illegale. E qui sta il punto. La Commissione europea, nella Comunicazione di aprile 2021 sulla [Strategia UE contro la criminalità organizzata 2021-2025](https://food.ec.europa.eu/food-safety/eu-agri-food-fraud-network/eu-coordinated-actions/illegal-movement-pets_en), ha incluso esplicitamente il traffico illegale di animali da compagnia tra i fenomeni gestiti dalla criminalità organizzata transnazionale, accanto al traffico di droga e di armi. Anche la Commissione Parlamentare Antimafia italiana, nella relazione conclusiva del 7 febbraio 2018, parla esplicitamente di «zoomafia» e individua i valichi del Nord-Est come porta d’ingresso, gli stessi usati per gli altri traffici illeciti. ## Le rotte, i metodi, i prezzi Tra luglio 2022 e luglio 2023 la Commissione, insieme a Europol attraverso la piattaforma EMPACT EnviCrime, ha condotto la prima azione coordinata UE contro questo traffico. I risultati, pubblicati nel [report ufficiale «Illegal Trade of Cats and Dogs» del 7 dicembre 2023](https://food.ec.europa.eu/system/files/2023-12/agri-fraud_report_Illegal-trade_cats-dogs.pdf), raccontano le rotte: Romania, Ungheria e Polonia verso la Germania; Serbia verso la Slovenia; Russia e Bielorussia verso Polonia e Lettonia; Turchia per via aerea verso tutta l’UE. L’Italia è uno dei principali Paesi di destinazione. In un anno sono state scambiate 467 segnalazioni di frode nel sistema iRASFF, sono stati avviati 47 procedimenti giudiziari, sono state smascherate falsificazioni sistematiche di passaporti europei degli animali, di certificati antirabbici e di test sierologici. In alcuni casi i passaporti riportavano vaccinazioni effettuate prima che il vaccino fosse stato prodotto. In altri, gli stessi numeri di lotto vaccinale comparivano su decine di animali diversi. Il modello economico è quello di sempre. La Commissione europea stima che i trafficanti acquistino cuccioli all’origine tra i 30 e i 50 euro e li rivendano al consumatore finale anche oltre 1.000 euro. Lo scarto è il guadagno, e in larga parte è anche evasione fiscale. La Commissione l’ha messo nero su bianco: il principale guadagno economico del traffico deriva dall’evasione fiscale, con concorrenza sleale verso gli allevatori in regola. Dentro questa filiera ci sono le puppy mills, le «fabbriche di cuccioli». Sono allevamenti intensivi dove le fattrici vengono accoppiate a ogni calore, dai sei mesi di età fino allo sfinimento o alla morte. Secondo le inchieste della [LAV](https://www.lav.it/news/traffico-cuccioli-zoomafia) e dei Carabinieri Forestali, i cuccioli vengono spesso svezzati a venti giorni invece dei sessanta previsti dalla normativa italiana (Ordinanza del Ministero della Salute del 6 agosto 2008, ribadita dall’Accordo Stato-Regioni del 24 gennaio 2013), sottoposti a farmaci per apparire vivaci alla vendita, trasportati stipati in furgoni o auto. In Italia di puppy mills illegali ne abbiamo viste anche da vicino. [Trecastelli, in provincia di Ancona, 19 gennaio 2021](https://www.legambiente.it/notizie-dal-territorio/trecastelli-an-sequestro-allevamento-lager-con-859-cani/): 859 cani di piccola taglia (chihuahua, maltesi, barboncini) sequestrati dal Nucleo Carabinieri Forestali di Ancona insieme alle guardie zoofile di WWF e Legambiente, con un focolaio di Brucella canis, zoonosi trasmissibile anche all’uomo, riscontrato in circa la metà degli esemplari. Una struttura autorizzata a sessantuno animali ne stipava 859. Cinque persone indagate, il sequestro convalidato dal GIP. L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Abruzzo e Molise lo ha indicato come uno dei più grandi focolai documentati di brucellosi canina in Europa. Da allora, operazioni analoghe si sono ripetute a Perugia, Torino, in Campania, a Novara. Ogni sequestro è una piccola fotografia di un sistema molto più grande. ## La risposta normativa, finalmente Il 28 aprile 2026 il Parlamento europeo ha [approvato in via definitiva, con 558 voti favorevoli, 35 contrari e 52 astensioni](https://www.anmvioggi.it/rubriche/europa/78863-cani-e-gatti-strasburgo-ha-approvato-il-primo-regolamento-europeo.html), il primo Regolamento UE sul benessere e la tracciabilità di cani e gatti. Microchip obbligatorio per tutti i cani e gatti detenuti in UE, banche dati nazionali interoperabili, notifiche preventive di almeno cinque giorni lavorativi per gli animali importati a scopo di vendita, controlli più rigorosi sulle piattaforme online, divieto di accoppiamenti consanguinei stretti e di selezione per tratti fisici estremi, divieto di mutilazioni a fini di esposizione. Il regolamento è stato approvato in via definitiva dal Parlamento ma richiede ancora l’adozione formale del Consiglio dell’UE e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea. L’applicabilità è prevista a partire dal 2028. Allevatori, venditori e rifugi avranno quattro anni per adeguarsi; i proprietari privati di cani avranno dieci anni, quelli di gatti quindici. La relatrice e presidente della commissione Agricoltura del Parlamento europeo, Veronika Vrecionová, ha sintetizzato così: «un animale domestico è un membro della famiglia, non un oggetto o un giocattolo». È la conclusione di vent’anni di battaglie animaliste e di una richiesta esplicita del 74% dei cittadini europei, secondo il sondaggio Eurobarometro 2023, che chiede tutele più severe. Ed è anche la fine, almeno sulla carta, del meccanismo che ha consentito al traffico illegale di mascherarsi da «movimento non commerciale» di animali al seguito del padrone. In Italia abbiamo già la [Legge 201/2010](https://sosonline.aduc.it/normativa/legge+201+2010+ratifica+convenzione+protezione_20373.php), fortemente voluta dalla LAV, unica nel suo genere in UE perché punisce specificamente il traffico illecito di animali da compagnia come reato autonomo, con pene aggravate quando la condotta è reiterata o svolta con attività organizzate, e abbiamo l’articolo 544 ter del codice penale sul [maltrattamento](https://eywadivulgazione.it/maltrattamento-animali-cosa-fare-denuncia-guida/) e l’articolo 727 sull’abbandono. Abbiamo il SINAC, il Sistema Informativo Nazionale degli Animali da Compagnia, istituito dal DM 2 novembre 2023. Quello che ci manca, come sempre, è far funzionare bene quello che abbiamo. E far capire ai cittadini che l’anello debole della filiera, in fondo, è proprio il consumatore finale. ## Quando l’acquisto d’impulso diventa specie invasiva C’è un secondo danno ambientale che lo stesso mercato produce, meno visibile delle puppy mills ma altrettanto serio e spesso irreversibile. Riguarda l’altra faccia della stessa logica di acquisto d’impulso: non più il cucciolo di razza venduto in vetrina, ma l’animale esotico comprato per moda, abbandonato per stanchezza, [diventato specie invasiva](https://eywadivulgazione.it/gli-alieni-sono-gia-qui-e-noi-li-abbiamo-invitati-come-riconoscere-e-fermare-le-specie-invasive-prima-che-sia-troppo-tardi/). Le invasioni biologiche sono oggi indicate dall’IPBES, la massima autorità scientifica mondiale in materia di biodiversità (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services), tra le prime cinque cause globali di perdita di biodiversità. Secondo il [rapporto IPBES 2023](https://www.isprambiente.gov.it/it/archivio/notizie-e-novita-normative/notizie-ispra/2023/09/specie-aliene-invasive-i-nuovi-dati-del-rapporto-ipbes), oltre 37.000 specie aliene sono state introdotte nel mondo dalle attività umane, di cui almeno 3.500 classificate come invasive, con un ritmo di circa 200 nuove specie aliene introdotte ogni anno: un livello senza precedenti nella storia umana. Il costo globale, sempre secondo IPBES, è stimato in oltre 423 miliardi di dollari l’anno, e sta crescendo del 400% per decennio dal 1970. Per quanto riguarda l’Italia, la più recente [Relazione ISPRA sulle specie aliene in Italia, pubblicata nel novembre 2025](https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita/fauna-ambiente-uomo/file/relazione_ias_comitato-faunistico_19_11_2025.pdf) da Laura Carnevali e Piero Genovesi su richiesta del Comitato Tecnico Faunistico Venatorio Nazionale, indica che il numero di specie aliene introdotte nel nostro Paese supera oggi le 3.800 unità, con circa il 15% classificate come invasive. Le stime ISPRA quantificano in oltre 500 milioni di euro all’anno i costi che queste specie generano per la biodiversità e per l’economia. Una quota significativa arriva proprio dal commercio di animali da compagnia. Il caso scuola è la testuggine palustre americana Trachemys scripta. Per decenni l’abbiamo comprata nei negozi e nelle bancarelle come «tartarughina dalle orecchie rosse» o «dalle orecchie gialle». Costava poco, sembrava innocua. Poi cresceva, diventava ingombrante, mordeva, sporcava. E veniva liberata nel laghetto del parco più vicino. L’IUCN, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, la include tra le cento specie invasive più dannose al mondo. È inserita nella lista UE di rilevanza unionale (Regolamento UE 1143/2014, recepito in Italia dal Decreto Legislativo 230/2017). In Italia ISPRA e MASE hanno dovuto pubblicare un [Piano d’Azione Nazionale](https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/pg_trachemys_2020_def-pdf) per gestirla. Il problema è semplice. La Trachemys è un predatore vorace di anfibi, pesci, uova, piante acquatiche. Compete direttamente con la Emys orbicularis, l’unica testuggine palustre autoctona italiana, classificata «prossima alla minaccia» nella Red List IUCN. Risultato: la nostra biodiversità autoctona perde colpi, mentre ISPRA, le Regioni e i parchi devono spendere soldi e personale per provare a contenere una specie che è arrivata qui, semplicemente, perché qualcuno l’ha comprata in un negozio e poi l’ha mollata. L’abbandono di una specie esotica invasiva, va detto, è reato: lo prevede esplicitamente l’articolo 6 del D.Lgs. 230/2017, in combinato disposto con l’articolo 727 del codice penale. Ma il danno ecologico, una volta fatto, è quasi sempre irreversibile. E la Trachemys è solo l’esempio più noto. Pesci rossi (Carassius auratus) gettati nei laghi che, secondo studi pubblicati su Ecology of Freshwater Fish e NeoBiota, possono crescere fino a dieci volte la loro stazza media e diventare predatori invasivi delle specie autoctone. Parrocchetti dal collare fuggiti dalle gabbie e oggi colonie stabilizzate sopra Roma e Milano. Gamberi della Louisiana acquistati per acquari e rilasciati nei canali italiani. Persino piante ornamentali come l’ailanto. Ogni caso ha la stessa origine: il modello «vedo, mi piace, compro» applicato a un essere vivente di cui non sappiamo nulla. ## Il punto sistemico E qui sta il punto. Adottare un cane o un gatto da un canile, o adottare un animale già presente in Italia in cerca di casa, non è un gesto romantico. È un gesto di sistema. Significa togliere un cliente a una filiera che la Commissione europea ha definito criminale, alleggerire una spesa pubblica che oggi vale due volte e mezzo i nostri Parchi nazionali, smettere di alimentare l’industria delle puppy mills e, soprattutto, non trasformare il proprio impulso di consumo nella prossima specie invasiva da rincorrere. L’adozione consapevole significa anche questo: scegliere un animale [compatibile con il contesto in cui si vive](https://eywadivulgazione.it/sostenibilita-cani-gatti-guida-pratica/), in un percorso accompagnato (i rifugi seri fanno colloqui, visite a casa, periodi di prova), invece di un acquisto d’impulso da carrello e-commerce. Significa accettare di non avere il «cucciolo di razza in offerta a 300 euro», che con altissima probabilità rientra in quella zona grigia che FOUR PAWS stima nel 79% della domanda UE: allevamenti intensivi, cucciolate non registrate, mercato nero. Tre canali diversi, una stessa filiera che si tiene in piedi grazie a noi che compriamo. E significa anche capire che le leggi, da sole, non bastano. Il Regolamento UE del 28 aprile 2026 è un passo enorme, ma se la domanda continua a esistere, la filiera trova sempre un modo di soddisfarla. Il modo per chiudere il rubinetto è uno solo: non comprare. Centomila cani in canile, sei milioni di cuccioli all’anno solo nella UE (quasi nove se allarghiamo all’Europa intera), oltre 3.800 specie aliene introdotte in Italia, 248 milioni di euro di spesa pubblica annua. Sono numeri che descrivono lo stesso fenomeno: l’animale come prodotto, comprato senza domande, abbandonato senza conseguenze. [L’adozione è il punto in cui questa catena si spezza](https://eywadivulgazione.it/piu-di-amici-perche-gli-animali-domestici-sono-il-cuore-delle-nostre-case/). *Il green si fa, anche nelle cucce.* ## Approfondimenti Eywa Team Eywa, 2026. Guida pratica alla convivenza sostenibile con cani e gatti, dalla ciotola alla lettiera. Team Eywa, 2026. Manuale operativo Eywa sulla protezione animali e sulle modalità di denuncia. Team Eywa, 2025. Specie invasive in Italia, come riconoscerle e segnalarle. Eywa Divulgazione. Contesto culturale e responsabilità della convivenza con animali domestici. ## Bibliografia essenziale [https://food.ec.europa.eu/system/files/2023-12/agri-fraud\_report\_Illegal-trade\_cats-dogs.pdf](https://food.ec.europa.eu/system/files/2023-12/agri-fraud_report_Illegal-trade_cats-dogs.pdf)Commissione europea, DG SANTE, 2023. Report ufficiale «Illegal Trade of Cats and Dogs», esiti dell’azione coordinata UE 2022-2023 con dati su rotte, frodi, procedimenti giudiziari e cooperazione con Europol. [https://food.ec.europa.eu/food-safety/eu-agri-food-fraud-network/eu-coordinated-actions/illegal-movement-pets\_en](https://food.ec.europa.eu/food-safety/eu-agri-food-fraud-network/eu-coordinated-actions/illegal-movement-pets_en)Commissione europea. Pagina ufficiale dell’azione coordinata UE contro il commercio illegale di animali da compagnia, nella cornice della Strategia UE contro la criminalità organizzata 2021-2025. Parlamento europeo, 23 aprile 2026. Comunicato stampa ufficiale sull’approvazione del primo Regolamento UE per il benessere e la tracciabilità di cani e gatti, con dati su mercato (1,3 miliardi di euro l’anno), quota online (60%) e richiesta di tutele (74% dei cittadini europei, Eurobarometro 2023). Altalex, 7 maggio 2026. Analisi del nuovo Regolamento UE sul benessere e la tracciabilità di cani e gatti approvato il 28 aprile 2026. ANMVI Oggi, 28 aprile 2026. Approvazione finale del primo Regolamento UE su benessere e tracciabilità di cani e gatti con voto in Parlamento europeo (558 favorevoli, 35 contrari, 52 astenuti). Legambiente, 2025. XIV Rapporto «Animali in Città» con dati 2024 su randagismo, spesa pubblica, performance dei Comuni e delle ASL. [https://legambienteanimalhelp.it/animalincittav2\_XIV/](https://legambienteanimalhelp.it/animalincittav2_XIV/)Legambiente, 2025. Versione integrale del XIV Rapporto Animali in Città con dati dettagliati regione per regione. Quotidiano Sanità, 2024. Conferenza stampa del Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato del 17 ottobre 2024 con dati SINAC: oltre 100.000 cani nei canili italiani, l’80% in cinque regioni del Sud. [https://www.salute.gov.it/anagcaninapublic\_new/home.jsp](https://www.salute.gov.it/anagcaninapublic_new/home.jsp)Ministero della Salute. Anagrafe Animali d’Affezione, banca dati ufficiale. [https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita/fauna-ambiente-uomo/file/relazione\_ias\_comitato-faunistico\_19\_11\_2025.pdf](https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita/fauna-ambiente-uomo/file/relazione_ias_comitato-faunistico_19_11_2025.pdf)Carnevali L., Genovesi P., 2025. Relazione sulle specie aliene in Italia: status, normativa e strategie di contrasto. Rapporto tecnico ISPRA elaborato su richiesta del Comitato Tecnico Faunistico Venatorio Nazionale: oltre 3.800 specie aliene introdotte in Italia, circa il 15% invasive, costi annui stimati oltre 500 milioni di euro. ISPRA. Sito istituzionale sulle specie aliene invasive, inquadramento normativo e schede tecniche. ISPRA, 2023. Sintesi del Rapporto IPBES sulle specie aliene invasive con dati globali: oltre 37.000 specie aliene nel mondo, 3.500 invasive, 200 nuove specie l’anno, 423 miliardi di dollari di costi annui. [https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/pg\_trachemys\_2020\_def-pdf](https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/pg_trachemys_2020_def-pdf)ISPRA, MASE, 2020. Piano nazionale per la gestione della testuggine palustre americana Trachemys scripta. [https://media.4-paws.org/b/5/a/6/b5a69681da94fa61edddf0b00c8a101d2482ba8a/2024-10-29\_Billion-Euro-Industry-Report\_web.pdf](https://media.4-paws.org/b/5/a/6/b5a69681da94fa61edddf0b00c8a101d2482ba8a/2024-10-29_Billion-Euro-Industry-Report_web.pdf)FOUR PAWS, ottobre 2024. Report «Billion Euro Industry» con stime aggiornate su domanda UE di cuccioli (circa 6 milioni l’anno), fonti di provenienza e percentuale di domanda da fonti non tracciabili (79%). Eurogroup for Animals. Dossier sul commercio online di animali da compagnia, con dati sul valore del mercato e sulle dinamiche illegali. LAV. Inquadramento del traffico di cuccioli come fenomeno zoomafioso e cornice della Legge 201/2010. [https://sosonline.aduc.it/normativa/legge+201+2010+ratifica+convenzione+protezione\_20373.php](https://sosonline.aduc.it/normativa/legge+201+2010+ratifica+convenzione+protezione_20373.php)Legge 4 novembre 2010, n. 201. Ratifica ed esecuzione della Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia, con norme penali e amministrative sul traffico illecito di animali da compagnia (art. 4) e sulle aggravanti per condotta reiterata o organizzata. Legambiente, 20 gennaio 2021. Sequestro dell’allevamento lager di Trecastelli con 859 cani e focolaio di Brucella canis. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [La piazza o la casa: la scelta nascosta del PNRR](https://eywadivulgazione.it/pnrr-rigenerazione-urbana-piazza-o-casa/) **Published:** Luglio 3, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Il 30 giugno 2026 è scaduto il tempo per chiudere gran parte delle opere del PNRR. Non tutto, però, finisce oggi. Non i cantieri, che in molti casi vanno avanti. E non l’intero Piano: le amministrazioni hanno tempo fino al 31 agosto per rendicontare, i saldi europei arriveranno entro il 31 dicembre e il monitoraggio proseguirà anche dopo. Ma per le opere dei Comuni, quelle che si vedono in strada, il 30 giugno è la linea vera: oltre quella data la spesa non è più ammissibile, e la Commissione ha escluso proroghe entro il 2026. Da qui in poi non si promette più. Si conta cosa è stato costruito davvero. Lo dice anche la Corte dei conti, che descrive un Piano scivolato via via dalla trasformazione del Paese al semplice rispetto delle scadenze. E la domanda che quasi nessuno mette in fila è semplice: con i soldi delle nostre città abbiamo reso più sicure e meno energivore le case in cui viviamo, o abbiamo rifatto la piazza dove le fotografiamo? ## Il taglio che viene per primo La domanda viene dai documenti. È lì, nero su bianco, che il PNRR ha fatto una scelta. Alla fine del 2023 il Piano è stato rivisto d’accordo con Bruxelles, e in quella revisione (la decisione dell’8 dicembre 2023, poi ritoccata più volte fino al 2026) si è deciso cosa tenere e cosa lasciare indietro. Ma non tutto è caduto allo stesso modo, ed è questo che conta. La misura più colpita è stata quella dedicata all’efficienza energetica dei Comuni, cioè i lavori diffusi per rendere gli edifici pubblici, come scuole e uffici, meno energivori e quindi meno cari da scaldare: 6 miliardi usciti per intero dal Piano. Parte di quegli interventi è stata riportata su fondi nazionali, ma fuori dal PNRR. Accanto, altre due misure sono finite sotto la stessa sforbiciata, con esito diverso: la rigenerazione urbana, che partiva da 3,3 miliardi, è stata ridotta a circa 2; i Piani urbani integrati, i grandi programmi di riqualificazione delle aree metropolitane, sono stati anch’essi ridimensionati. Qui sta la differenza che pesa. Le misure di riqualificazione urbana, quelle che finanziano anche gli spazi pubblici più fotografabili, sono state tagliate ma sono rimaste in parte dentro il Piano. Le piccole opere diffuse in oltre 7.000 Comuni, quelle che facevano risparmiare sul riscaldamento di scuole ed edifici pubblici, sono invece uscite in blocco. Davanti alla scelta, insomma, l’efficienza energetica diffusa ha ceduto il passo prima di ogni altra cosa. Dire che al suo posto sia rimasta «la piazza» è una lettura, non un dato scolpito euro per euro: per dimostrarlo progetto per progetto servirebbe una mappatura degli interventi sopravvissuti, ed è un lavoro che si può fare. Ma lo squilibrio di partenza è già nei documenti, e non lascia molti dubbi su cosa sia stato giudicato sacrificabile per primo. ## Non è la prima volta Il denaro pubblico che premia ciò che si vede più di ciò che serve non è una novità. Il Bonus facciate lo ha mostrato bene. Al 90% nel 2020 e nel 2021, poi sceso al 60% nel 2022, pagava anche la sola pulitura o tinteggiatura di una facciata esterna, senza imporre di per sé un grado di isolamento termico in più. Non è stato prorogato oltre il 2022, mentre l’intero sistema dei bonus edilizi veniva via via riordinato e stretto verso l’efficienza energetica e la sicurezza sismica. Già allora i tecnici lo dicevano senza giri di parole: dare lo stesso incentivo a una pulitura di facciata e a un cappotto termico, cioè all’isolamento esterno di un edificio, significa che a parità di convenienza le famiglie sceglieranno l’intervento più facile, quello estetico, e su quegli edifici non si tornerà per vent’anni. E qui sta il punto. Il problema non è la piazza in sé. Una piazza viva è un bene pubblico, e rigenerarla ha senso. Il problema è la gerarchia: quando le risorse sono poche, cosa mettiamo davanti? Lo stato degli edifici risponde al posto nostro. Fra gli attestati di prestazione energetica analizzati da ENEA e CTI, oltre il 45% delle abitazioni ricade nelle due classi peggiori, la F e la G, quelle che consumano di più e costano di più da scaldare. Non è un censimento di tutte le case italiane, è la fotografia più ampia che abbiamo, ed è quasi una casa su due. A questo si somma un patrimonio costruito in larga parte prima delle norme antisismiche moderne, in un Paese ad alta esposizione al terremoto: il rischio sismico sugli edifici residenziali è stimato in quasi 4 miliardi di euro l’anno di danni potenziali. Numeri che una piazza rifatta, per quanto bella, non sposta di un millimetro. ## La regola verde che nessuno controlla C’è un paradosso che rende tutto più nitido. La rigenerazione urbana pagata dal PNRR non è affatto libera di ignorare l’ambiente. Il principio europeo del «non arrecare un danno significativo», in sigla DNSH, dice una cosa semplice: un intervento pagato con quei fondi non deve peggiorare l’ambiente. Per le ristrutturazioni rilevanti questo si traduce in requisiti concreti, per esempio una riduzione di almeno il 30% del fabbisogno di energia primaria dell’edificio. E in alcune misure il vincolo è ancora più esplicito: nei Piani urbani integrati, gli edifici oggetto di riuso o ristrutturazione devono guadagnare almeno due classi energetiche, per esempio passando da una G a una E. Insieme ai criteri ambientali minimi, cioè i requisiti verdi obbligatori negli appalti pubblici, questi vincoli tracciano un obbligo chiaro: sulla carta, la qualità ambientale dell’intervento è pretesa dalla legge. Il punto è un altro: se venga davvero pretesa quando si scrive la singola gara. Perché il requisito cambia da misura a misura, e quanto pesa davvero dipende da come il singolo bando lo trasforma in punti e in obblighi. E su questo abbiamo un caso concreto. ## La stessa scelta, in piccolo Il 24 marzo 2026 l’Autorità nazionale anticorruzione ha esaminato una gara dentro un progetto di rigenerazione urbana finanziato dal PNRR, in una città capoluogo del basso Lazio, e vi ha trovato uno squilibrio che somiglia, in piccolo, a quello nazionale. Non era una gara per costruire, ma per affidare i servizi tecnici che guidano i lavori: la direzione del cantiere e il coordinamento della sicurezza. Le regole di quella gara, il cosiddetto disciplinare, davano fino a 90 punti alla qualità tecnica dell’offerta. E dentro quei 90 punti, la vicinanza della sede del professionista al cantiere ne valeva 15, più dei 10 assegnati alle modalità esecutive dell’incarico, cioè al modo in cui il lavoro si sarebbe svolto. Non che la prossimità sia vietata: ANAC ha contestato che pesasse così tanto senza essere definita in anticipo con criteri chiari, lasciando la valutazione opaca. C’è di più. Il punteggio premiale che la legge impone di riconoscere alle imprese certificate sulla parità di genere non era previsto affatto: semplicemente omesso. Dentro un solo bando, avere la sede vicina pesava più di come si intende fare il lavoro, e un obbligo di legge veniva saltato. Un caso non fa un sistema, e ANAC non ha detto che tutta l’Italia funzioni così. Ma è la stessa logica che, ingrandita, rifà la piazza e rimanda la casa: pesare la vicinanza e l’apparenza più della sostanza. A pagare il conto non è un’entità astratta. Sono le famiglie in una casa fredda e cara da scaldare, mentre l’incentivo pubblico più generoso premiava chi rifaceva l’intonaco. Sono i Comuni con una piazza nuova e una scuola ancora energivora. E sono i lavori pubblici del Piano che, misurati sui risultati e non sui rendering, restano indietro: assorbono il 44% dei finanziamenti, ma i pagamenti si fermano al 37% e solo il 10% dei progetti risulta concluso. Non è ancora un giudizio sulla transizione ecologica nel suo insieme, che si misura con altri indicatori. È però la spia di un’opera pubblica che avanza piano proprio dove servirebbe di più. ## Tre domande da fare al proprio Comune La buona notizia è che questa gerarchia non è invisibile. È scritta, ed è verificabile a mani nude. Ogni progetto di rigenerazione urbana finanziato dal PNRR ha un bando, un disciplinare, dei verbali e delle determine: atti pubblici, accessibili per definizione. Per capire dove ha guardato il proprio Comune non servono soffiate, basta sapere dove guardare. Tre domande sono sufficienti per cominciare, e le può porre chiunque. La prima riguarda l’oggetto: questo intervento migliora la classe energetica degli edifici o la loro sicurezza, oppure si ferma all’arredo e al decoro? Il bando lo dice. La seconda riguarda i vincoli verdi: il progetto rispetta il miglioramento energetico che la misura impone? Dove è previsto, questo significa il salto di almeno due classi; altrove, la riduzione di fabbisogno chiesta dal DNSH. E soprattutto: come lo dimostra? Se la risposta è vaga, è un campanello. La terza riguarda i criteri di gara: nella valutazione delle offerte quanto pesa la sostanza, cioè come si esegue il lavoro, rispetto a elementi accessori come la vicinanza della sede? Un criterio di prossimità che pesa più delle modalità esecutive, l’abbiamo visto, non è un dettaglio. Chi vuole andare oltre la lettura ha uno strumento in più: l’[accesso civico generalizzato](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/), cioè il diritto riconosciuto a chiunque di chiedere all’amministrazione i documenti che la riguardano. Si invia via PEC, la posta elettronica certificata che vale come una raccomandata, e permette di richiedere bando, disciplinare e verbali. Il Comune deve rispondere, nei limiti previsti dalla legge: esistono eccezioni, controinteressati (cioè chi potrebbe essere danneggiato dalla diffusione), differimenti e possibili oscuramenti, e un eventuale diniego va motivato. È lo stesso strumento con cui, su Eywa, verifichiamo le opere una per una. E se un progetto [promette sostenibilità nei comunicati ma non la pretende nei documenti](https://eywadivulgazione.it/etichette-impatto-zero-riconoscere-greenwashing-nuove-leggi-ue/), quella distanza è già una notizia. Il green si fa, non si dice. E una casa sicura e a basso consumo non si vede in una fotografia: si sente in bolletta, e si scopre il giorno del terremoto. Rifare una piazza è più facile da raccontare che isolare mille tetti, e per questo è più facile da finanziare. Ma la rigenerazione vera [non si misura dai rendering](https://eywadivulgazione.it/il-giappone-e-la-riforestazione-che-funziona-davvero-e-perche-piantare-alberi-a-caso-e-solo-marketing/). Si misura dalla pulizia delle gare che la realizzano e dalla sostanza di ciò che lasciano dietro. Il 30 giugno 2026 è scaduto il tempo per completare gran parte delle opere; la rendicontazione europea si chiude più avanti, ma il conto vero comincia adesso. Nei prossimi mesi si conterà, opera per opera, cosa è stato davvero costruito. Cominciamo a contare anche noi. ## Approfondimenti Eywa [Come segnalare un problema al Comune](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/) «Eywa Divulgazione, 2026. Come usare l’accesso civico generalizzato per ottenere bando, disciplinare e verbali, e verificare a mani nude le scelte di spesa del proprio Comune.» [Frana di Niscemi: la mappa pubblica ignorata per 19 anni](https://eywadivulgazione.it/frana-niscemi-mappa-pubblica-ignorata-19-anni/) «Eywa Divulgazione, 2026. Quando i fondi ci sono ma restano fermi: un rischio mappato e codificato per anni, e la differenza tra prevenzione e spesa d’emergenza.» [Etichette «a impatto zero»: come riconoscere il greenwashing](https://eywadivulgazione.it/etichette-impatto-zero-riconoscere-greenwashing-nuove-leggi-ue/) «Eywa Divulgazione, 2025. Perché una dichiarazione ambientale conta solo se è verificabile nei documenti, non nei comunicati.» [Il Giappone e la riforestazione che funziona davvero](https://eywadivulgazione.it/il-giappone-e-la-riforestazione-che-funziona-davvero-e-perche-piantare-alberi-a-caso-e-solo-marketing/) «Eywa Divulgazione, 2025. Quando un intervento ambientale è sostanza e quando è soltanto immagine da raccontare.» [Diritto alla riparazione in Italia: dal 2026 come farlo valere](https://eywadivulgazione.it/diritto-alla-riparazione-italia-2026/) «Eywa Divulgazione, 2026. Un diritto europeo e gli strumenti per usarlo: perché come è disegnato un incentivo conta quanto le buone intenzioni.» ## Fonti [Il Pnrr termina oggi ma la sua fine è ancora tutta da scrivere](https://www.openpolis.it/il-pnrr-termina-oggi-ma-la-sua-fine-e-ancora-tutta-da-scrivere/) Openpolis, 2026, il 30 giugno chiude il cronoprogramma italiano ma non il Piano: rendicontazione entro il 31 agosto, pagamenti entro il 31 dicembre, monitoraggio oltre il 2026. [Il PNRR scade tra un mese](https://pagellapolitica.it/articoli/pnrr-scadenza-giugno-2026) Pagella Politica, 2026, la Commissione esclude proroghe entro il 2026; l’Italia ha incassato circa 166 miliardi sui 194,4 del Piano. [Linee guida per la conclusione degli interventi e la rendicontazione finale](https://www.strutturapnrr.gov.it/media/mxhh2dmp/pnrr-linee-guida-2026-conclusione-interventi.pdf) Struttura di Missione PNRR, 2026, il 30 giugno come termine per i soggetti attuatori e il 31 agosto per la rendicontazione delle Amministrazioni titolari. [PNRR, la relazione della Corte dei conti sullo stato di attuazione](https://www.sardegnagol.eu/pnrr-la-relazione-della-corte-dei-conti-sullo-stato-di-attuazione/) Corte dei conti, relazione II semestre 2025: i lavori pubblici assorbono il 44% dei finanziamenti, con pagamenti al 37% e il 10% dei progetti concluso. [Più energia e meno riqualificazione territoriale nel nuovo Pnrr](https://lavoce.info/archives/103032/piu-energia-e-meno-riqualificazione-territoriale-nel-nuovo-pnrr/) lavoce.info, 2023, quali misure sono uscite per intero dal Piano (i piccoli interventi dei Comuni) e quali sono state solo ridotte (rigenerazione urbana, Piani urbani integrati). [Rigenerazione urbana, dossier di documentazione](https://www.camera.it/temiap/documentazione/temi/pdf/1354340.pdf) Camera dei deputati, la misura M2C4I2.2 sull’efficienza energetica dei Comuni, dotazione 6 miliardi, definanziata con la revisione dell’8 dicembre 2023. [Revisione PNRR, i principali progetti a rischio definanziamento](https://www.lavoripubblici.it/news/revisione-pnrr-principali-progetti-rischio-definanziamento-32073) ANCE, 2023, la ripartizione del definanziamento: 6 miliardi efficienza energetica dei Comuni, 3,3 rigenerazione urbana, 2,5 Piani urbani integrati. [M5C2 Investimento 2.1, rigenerazione urbana](https://www.interno.gov.it/it/m5c2-investimento-21-investimenti-progetti-rigenerazione-urbana-volti-ridurre-situazioni-emarginazione-e-degrado-sociale) Ministero dell’Interno, dotazione della misura pari a 2 miliardi dopo la revisione, dai 3,3 iniziali. [Il principio DNSH](https://www.italiadomani.gov.it/it/faq/il-principio-dnsh.html) Italia Domani, per le ristrutturazioni rilevanti il vincolo di riduzione di almeno il 30% del fabbisogno di energia primaria. [Prossimità e rigenerazione urbana nel PNRR](http://www.urbanisticainformazioni.it/Prossimita-e-rigenerazione-urbana-nel-PNRR-Una-sfida-per-comuni-e.html) Urbanistica Informazioni, per gli edifici recuperati nei Piani urbani integrati il vincolo di incremento di almeno due classi energetiche. [Delibera n. 106 del 24 marzo 2026](https://www.anticorruzione.it/-/delibera-n.-106-del-24-marzo-2026) ANAC, 2026, gara di servizi tecnici PNRR: prossimità della sede a 15 punti su 90, superiore ai 10 delle modalità esecutive, e omissione del punteggio premiale obbligatorio sulla parità di genere. [Rigenerazione urbana con fondi PNRR, ANAC boccia una gara per servizi tecnici](https://www.edilportale.com/news/2026/04/lavori-pubblici/rigenerazione-urbana-pnrr-criticita-anac-nella-gara_109876_11.html) Edilportale, 2026, ricostruzione dei rilievi ANAC, con il criterio di prossimità che pesa più delle modalità esecutive. [L’agevolazione Bonus facciate](https://www.agenziaentrate.gov.it/portale/agevolazione-bonus-facciate) Agenzia delle Entrate, aliquota al 90% nel 2020 e 2021, ridotta al 60% nel 2022. [Bonus edilizi 2026, tra proroghe e dismissioni](https://www.qualenergia.it/articoli/bonus-edilizi-2026-proroghe-dismissioni/) QualEnergia, 2026, la chiusura del Bonus facciate e il riordino delle risorse verso efficienza energetica e sicurezza sismica. [Bonus facciate: misura utile per l’edilizia o spreco di risorse pubbliche?](https://www.ingenio-web.it/25148-bonus-facciate-misura-utile-per-ledilizia-o-spreco-di-risorse-pubbliche) Ingenio (AiCARR), 2020, la critica tecnica all’incentivo estetico slegato dall’efficienza energetica. [Efficienza energetica degli edifici, VI Rapporto ENEA-CTI](https://www.efficienzaenergetica.enea.it/pubblicazioni/rapporto-annuale-sulla-certificazione-energetica-degli-edifici/rapporto-annuale-sulla-certificazione-energetica-degli-edifici-2025.html) ENEA e CTI, 2025, quota di attestati di prestazione energetica nelle classi F e G. [Accesso civico e accesso civico generalizzato](https://www.anticorruzione.it/-/accesso-civico-e-accesso-civico-generalizzato) ANAC, i limiti dell’art. 5-bis, i controinteressati e le ipotesi di diniego o differimento. [Prevenzione sismica ed efficienza energetica del patrimonio edilizio](https://www.habitosrl.it/prevenzione-sismica-ed-efficienza-energetica/) Giornata nazionale della prevenzione sismica (CNI, Fondazione Inarcassa), 2025, la stima del rischio sismico annuo sugli edifici residenziali. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Microforeste urbane: il metodo Miyawaki contro il caldo](https://eywadivulgazione.it/microforeste-urbane-miyawaki/) **Published:** Giugno 30, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) C’è un parcheggio a Reggio Emilia dove l’asfalto ha lasciato il posto al verde. È successo davvero: in via Mazzacurati una parte della lastra di asfalto è stata tolta, e al suo posto sono state piantate 3.174 nuove piante, tra alberi e arbusti. Sono distribuite in sette piccole macchie di bosco, le microforeste (1.015 mq in tutto, ognuna grande tra 68 e 160 mq), più nuove siepi di carpino (un albero deciduo diffuso nei boschi italiani). Il risultato si misura in metri quadri: il verde dell’area è passato da 1.459 a 2.593 mq, cioè 1.134 mq in più, un balzo di circa +78%. L’intervento è costato 451.717 euro, tutti pubblici: li ha messi l’allora Ministero della Transizione Ecologica (oggi Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica), dentro il Programma sperimentale di interventi per l’adattamento ai cambiamenti climatici in ambito urbano. I numeri sono quelli comunicati dal Comune di Reggio Emilia il 26 giugno 2026. Il metodo si chiama Miyawaki. E in queste settimane, con le città che soffocano sotto ondate di calore sempre più lunghe (a fine giugno 2026 l’Emilia-Romagna ha avuto la prima allerta rossa per caldo estremo della sua storia recente, dichiarata da ARPAE e Protezione civile regionale), ne parla quasi tutto il mondo ambientale. Vale la pena capire cosa funziona davvero, e cosa no. ## Cos’è il metodo Miyawaki [Akira Miyawaki](https://eywadivulgazione.it/il-giappone-e-la-riforestazione-che-funziona-davvero-e-perche-piantare-alberi-a-caso-e-solo-marketing/) era un botanico giapponese. Aveva notato una cosa semplice: nelle foreste naturali le piante crescono fitte perché si fanno concorrenza per la luce, e questa gara le spinge a salire in fretta. Ha riprodotto quella dinamica in modo controllato, con tre ingredienti: specie autoctone (cioè originarie del posto), piante molto ravvicinate e superfici piccole, di solito sotto i 200 mq. L’idea è arrivare a un bosco che, una volta attecchito (cioè dopo i primi anni, quando le radici hanno preso e le piante reggono da sole), si regge quasi da solo e richiede pochissima manutenzione. Un risultato che, va detto subito, non è automatico: dipende da come il bosco viene progettato e seguito nei primi anni. A via Mazzacurati le piante scelte sono alberi e arbusti autoctoni, selezionati per quel suolo e quel clima, non un mix generico preso a catalogo. E, prima di piantare, hanno tolto l’asfalto. ## Cosa può fare e cosa no I numeri che girano nei comunicati sono spettacolari. Lo stesso Comune di Reggio Emilia parla di piante giovani che crescono fino a dieci volte più in fretta rispetto alle piantagioni tradizionali, quelle fatte di una sola specie (le monoculture). Nei materiali dei promotori si leggono cifre ancora più estreme: densità trenta volte superiore, biodiversità cento volte maggiore. Sono numeri da maneggiare con prudenza, e vanno presi per quello che sono: dichiarazioni promozionali, non risultati verificati in modo sistematico e indipendente. Non è detto che siano sbagliati. È che manca ancora una ricerca esterna e neutrale che li confermi in modo valido ovunque, non solo nel singolo caso. Proprio per colmare questa distanza, dal 2023 è attivo in Italia il progetto [Tiny Forest](https://ortobotanico.web.uniroma1.it/it/tiny-forests/tiny-forest), con la Società Botanica Italiana come partner attuatore, Terna come finanziatore e l’Orto Botanico di Roma della Sapienza come partner scientifico. Per ora sono stati realizzati cinque impianti (due a Roma, poi Lusciano, Sarcedo e Lodi), con il monitoraggio già partito dopo la messa a dimora e i primi report pubblicati. Il lavoro è in corso, e i risultati solidi arriveranno con gli anni di osservazione. Al momento, dunque, manca ancora una verifica indipendente di quei moltiplicatori da brochure (il dieci, il trenta, il cento volte) valida in generale e non solo caso per caso. Nel frattempo i benefici concreti ci sono, e non dipendono dalle cifre più spettacolari. Le microforeste coprono il suolo, abbassano la temperatura della superficie, fanno più ombra e più evapotraspirazione (cioè le piante rilasciano vapore acqueo, e quel vapore raffredda l’aria intorno, un po’ come fa il sudore con la pelle), trattengono meno calore rispetto alle superfici impermeabili come l’asfalto e il cemento, assorbono l’acqua piovana, offrono cibo e riparo a insetti e uccelli, soprattutto se fanno parte di una rete verde urbana più ampia. E lo fanno in spazi che altrimenti resterebbero cemento. Quello che non possono fare è sostituire i grandi alberi maturi. Un albero adulto, con una chioma ampia, raffredda subito e in modo sensibile lo spazio sotto di sé, con l’ombra e con l’evapotraspirazione. Quanto raffreddi, dice la ricerca scientifica, dipende dalla chioma, dal clima, dall’acqua disponibile e da com’è fatta la città intorno: non è un numero fisso, e gli alberi non sono una formula magica. [Una meta-analisi](https://www.nature.com/articles/s43247-024-01908-4) che ha messo insieme 182 studi in 110 città mostra che, nelle condizioni giuste, gli alberi urbani possono far scendere la temperatura percepita da chi cammina anche di diversi gradi; ma mostra pure che specie e posizioni sbagliate possono perfino trattenere calore di notte. Una microforesta giovane, nei suoi primi anni, [non offre nulla di paragonabile a un albero maturo](https://eywadivulgazione.it/il-parco-che-non-raffredda-piu-quando-il-verde-urbano-perde-le-sue-funzioni/). È un investimento sul futuro, non una risposta al caldo di quest’estate. E qui sta il punto: quando si parla di [isole di calore](https://eywadivulgazione.it/isola-di-calore-urbana/), nel breve periodo l’albero maturo che c’è già vale molto più del bosco che si pianterà. ## Perché Reggio Emilia è un esempio utile Non per le dimensioni: l’intervento in via Mazzacurati è piccolo. Conta per il metodo con cui è stato fatto, e ci sono tre scelte che meritano attenzione. La prima, e la più importante, è che hanno tolto l’asfalto. Non hanno piantato in qualche aiuola di risulta o sopra il marciapiede già esistente. Hanno depavimentato, cioè rimosso la pavimentazione e restituito il terreno alla terra, lasciando respirare le radici. Questo è un vantaggio immediato e fisico, che non dipende dal bosco che crescerà: un suolo permeabile assorbe l’acqua e accumula meno calore di una lastra di asfalto. La microforesta, invece, è un vantaggio che arriva piano, mano a mano che le piante attecchiscono e mettono chioma. Sono due cose diverse, ed è bene non confonderle. La seconda scelta riguarda l’acqua. Hanno messo due vasche interrate che raccolgono la pioggia, collegate ai tombini di scolo della strada, e la riusano con un’irrigazione a goccia. I primi due o tre anni, quando le piante devono attecchire, sono i più delicati per qualunque microforesta: senza un sistema d’irrigazione pensato apposta, l’impianto soffre e spesso non sopravvive. Vale la pena ricordarlo, perché è il punto debole nascosto: nelle città calde, il raffrescamento delle piante dipende anche da quanta acqua hanno a disposizione, e durante le ondate di calore e di siccità quel contributo può calare proprio quando servirebbe di più. La terza scelta sono le specie autoctone, scelte per quel posto preciso, non comprate su un catalogo commerciale. Lo stesso approccio è ora in corso in via Cisalpina, dentro la strategia «Urbano Naturale», che si è data un obiettivo dichiarato: portare al 35% la quota di vegetazione a crescita spontanea entro cinque anni. ## Il rischio del metodo fatto male [La Rete Italiana delle Microforeste](https://www.restauroforestale.it/2025/06/05/rimm-rete-italiana-delle-microforeste-miyawaki/) mette in guardia su un problema vero: il metodo Miyawaki non è facile da applicare, e molti operatori, a volte improvvisati, lo riducono a una piantagione fitta e basta, senza studiare prima quali piante mettere e senza un progetto a lungo termine. La Rete fa parte del mondo che promuove il metodo, non è un arbitro neutrale; ma proprio per questo, quando invita alla prudenza, conviene ascoltarla. Il risultato di un lavoro fatto male è un impianto fragile, dove molte piante muoiono o dove i risultati restano molto sotto le promesse. Studiare prima [quali specie autoctone siano davvero adatte](https://eywadivulgazione.it/alberi-in-citta-quali-piantare-e-perche-i-comuni-sbagliano-tutto/) a quel suolo e a quel clima (le indagini floristiche preliminari) serve a non piantare alla cieca. Saltare questo passaggio significa, appunto, piantare alla cieca. Il progetto a lungo termine serve perché i primi due o tre anni richiedono cure costanti: irrigazione regolare, eliminazione delle erbacce, controlli. Chi promette un bosco «che si gestisce da solo» fin dal primo giorno sta vendendo qualcosa che non esiste. L’autosufficienza, quando arriva, arriva più tardi, e solo se le basi sono giuste. C’è poi un rischio più sottile. Un lavoro fatto male produce fallimenti che poi vengono attribuiti al metodo: si dice «non funziona», quando il problema è che non è stato applicato come si deve. ## Cosa puoi chiedere al tuo Comune Se nel tuo Comune si parla di microforeste, o se vuoi proporne una, ci sono domande precise da mettere sul tavolo. Chi ha progettato l’intervento? Ci sono botanici o agronomi dietro, o è finito in mano a un’impresa generica? È previsto uno studio del suolo e delle piante adatte? Le specie scelte sono autoctone per quella zona specifica? Esiste un piano di manutenzione per i primi due o tre anni, e dice da dove arriva l’acqua? E, prima di tutto il resto: si toglie l’asfalto? Una microforesta senza una progettazione seria non è una soluzione verde. È marketing verde su cemento. C’è poi il caso opposto. Se il tuo Comune sta per asfaltare uno spazio aperto, o per abbattere alberi maturi e fare posto ad altro, la prima mossa è leggere [il piano del verde comunale](https://eywadivulgazione.it/piano-verde-come-leggerlo/). Quel piano non è un atto facoltativo: la [legge 14 gennaio 2013, n. 10](https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2013/02/01/13G00031/sg), sullo sviluppo degli spazi verdi urbani, prevede strumenti come il piano del verde, il censimento del verde e il regolamento del verde. È lì dentro che un cittadino trova cosa il Comune ha previsto e con quali vincoli. E sullo sfondo c’è anche l’Europa: il [regolamento (UE) 2024/1991](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=CELEX:32024R1991) sul ripristino della natura dice agli Stati membri una cosa netta. Entro il 2030 non possono ridurre il verde urbano e la copertura di alberi rispetto a quanto c’era nel 2024, e dopo devono farli crescere. Gli strumenti per chiedere conto, insomma, ci sono. ## Conclusione Le microforeste Miyawaki sono uno strumento vero. Non il più potente, non il più rapido, ma utile in alcuni casi precisi: spazi piccoli, suoli che si possono recuperare, progettazione rigorosa, acqua garantita nei primi anni. La domanda giusta non è «funzionano?», ma «questa, qui, è fatta bene?». Ed è una domanda che, in Italia come altrove, tocca ai cittadini porre. ## Approfondimenti Eywa [Isola di calore urbana: cosa succede davvero nelle città surriscaldate](https://eywadivulgazione.it/isola-di-calore-urbana/) «Eywa Divulgazione, 2026. Come funzionano le bolle di calore, perché alcune città ne soffrono più di altre e come si misura l’effetto termico locale.» [Il parco che non raffredda più](https://eywadivulgazione.it/il-parco-che-non-raffredda-piu-quando-il-verde-urbano-perde-le-sue-funzioni/) «Eywa Divulgazione, 2026. Quando il verde urbano non basta: come valutare se uno spazio verde ha davvero un effetto termico misurabile.» [Il Giappone e la riforestazione che funziona davvero](https://eywadivulgazione.it/il-giappone-e-la-riforestazione-che-funziona-davvero-e-perche-piantare-alberi-a-caso-e-solo-marketing/) «Eywa Divulgazione, 2025. I modelli giapponesi tra evidenza scientifica e soluzioni esportabili. Il metodo Miyawaki alle sue origini.» [Alberi in città: quali piantare e perché non è indifferente](https://eywadivulgazione.it/alberi-in-citta-quali-piantare-e-perche-i-comuni-sbagliano-tutto/) «Eywa Divulgazione, 2025. Criteri scientifici per la scelta delle specie urbane, dagli effetti termici alla resistenza alla siccità.» [Come leggere il piano del verde del tuo Comune](https://eywadivulgazione.it/piano-verde-come-leggerlo/) «Eywa Divulgazione, 2026. Guida pratica per capire cosa prevede il piano locale e come usarlo per fare domande informate agli amministratori.» [Segnalare un problema sul verde urbano](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-verde-urbano-guida-pratica/) «Eywa Divulgazione, 2026. Strumenti civici, enti competenti e percorsi formali per segnalare abbattimenti, capitozzature o mancata manutenzione.» ## Fonti [Via Mazzacurati: microforeste al posto dell’asfalto per abbattere le isole di calore](https://www.comune.reggioemilia.it/novita/comunicati/ambiente-via-mazzacurati-microforeste-al-posto-dellasfalto-per-abbattere-le-isole-di-calore?utm_source=chatgpt.com). Comune di Reggio Emilia, 2026. Fonte primaria: numero di esemplari, superficie e numero delle microforeste, incremento del verde, vasche interrate, importo e finanziamento dell’intervento. [Reggio, in via Mazzacurati microforeste al posto dell’asfalto contro le isole di calore](https://www.24emilia.com/reggio-emilia-via-mazzacurati-microforeste-asfalto-isole-calore/) 24Emilia, 2026, cronaca dell’intervento di depavimentazione e dei dati sul verde complessivo. [Via Mazzacurati, al posto dell’asfalto sette microforeste contro il caldo](https://www.reggionline.com/via-mazzacurati-al-posto-dellasfalto-nascono-sette-microforeste-caldo/) Reggionline, 2026, conferma del completamento dell’intervento, del sistema di recupero idrico e del numero di esemplari. [Tiny Forest](https://ortobotanico.web.uniroma1.it/it/tiny-forests/tiny-forest) Orto Botanico di Roma, Sapienza Università di Roma, partner e ruoli del progetto, cinque impianti realizzati, finalità sperimentale e report di monitoraggio. [Cooling efficacy of trees across cities is determined by background climate, urban morphology, and tree trait](https://www.nature.com/articles/s43247-024-01908-4) Li et al., Communications Earth & Environment, 2024, meta-analisi su 182 studi: il raffrescamento degli alberi urbani dipende da clima, forma urbana e tratti della pianta. [La Rete Italiana delle Microforeste Miyawaki](https://www.restauroforestale.it/2025/06/05/rimm-rete-italiana-delle-microforeste-miyawaki/) SIRF Società Italiana di Restauro Forestale, 2025, cautele tecniche sull’applicazione del metodo: indagini floristiche preliminari e progettazione di lungo periodo come condizioni di riuscita. [L’ondata di caldo prosegue](https://www.arpae.it/it/notizie/l2019ondata-di-caldo-prosegue) ARPAE Emilia-Romagna, 2026, cronologia e intensità dell’ondata di calore di fine giugno 2026 in regione. [Regolamento (UE) 2024/1991 sul ripristino della natura](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=CELEX:32024R1991) EUR-Lex, 2024, articolo 8: nessuna perdita netta di verde urbano e copertura arborea entro il 2030 rispetto al 2024, trend in aumento dal 2031. [Legge 14 gennaio 2013, n. 10, norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani](https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2013/02/01/13G00031/sg) Gazzetta Ufficiale, 2013, piano del verde, censimento del verde e regolamento del verde come strumenti comunali. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Incendi boschivi: perché bruciano e cosa puoi controllare](https://eywadivulgazione.it/incendi-boschivi-catasto-aree-percorse-fuoco/) **Published:** Giugno 25, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Torna l’estate, e con lei il copione di ogni anno: le fiamme su una collina, i canadair che fanno la spola, l’indignazione di qualche giorno, poi il silenzio fino al rogo successivo. È un copione che guarda sempre dalla parte sbagliata della storia, perché di un incendio si vede solo il momento in cui brucia, mentre quasi tutto ciò che conta accade prima e dopo le fiamme. **La scala, e il clima che ci mette del suo** Intanto un’idea della scala. Il [monitoraggio ISPRA sugli impatti dei grandi incendi](https://www.isprambiente.gov.it/files2026/attivita/ecosistemiedincendiboschivi_20225_signed.pdf) racconta un 2025 fra gli anni più critici dell’ultimo ventennio: nei dati storici Effis, che partono dal 2006, lo superano soltanto i picchi del 2007, 2017, 2021 e 2023. In cifre, parliamo di quasi 965 chilometri quadrati percorsi dal fuoco in Italia, quanto la provincia di Pistoia. Di questi, circa 123 sono di sola superficie boscata, quanto il territorio del comune di Ancona. E dentro le aree protette è caduto oltre il 30% della superficie totale bruciata e circa il 38% degli ecosistemi forestali colpiti, soprattutto siti della Rete Natura 2000. Il clima ci mette del suo: caldo prolungato e siccità asciugano la vegetazione e allungano la stagione, così le fiamme corrono più in fretta e più a lungo. Ma il clima dilata e accelera il fuoco, non lo innesca. **Quasi nessun incendio è una fatalità** E qui sta il punto, quello che il copione delle fiamme nasconde: in Italia gli incendi non sono quasi mai un caso naturale. L’[ISPRA stima che appena l’1% abbia cause naturali](https://www.isprambiente.gov.it/files2025/attivita/report_incendi_2024_ispra.pdf), come i fulmini, mentre tutto il resto è di origine umana, tra disattenzione, negligenza e dolo. E [circa la metà degli incendi registrati è dolosa](https://climadat.isprambiente.it/dati-e-indicatori/indicatori-di-impatto-dei-cambiamenti-climatici/incendi-boschivi/), cioè appiccata apposta, con punte del 60% in certi anni e il 54% nel solo 2024. Spesso non è piromania, ma calcolo: [tra i moventi riconosciuti](https://rischi.protezionecivile.gov.it/it/incendi-boschivi/incendio-boschivo/) ci sono liberare terreni per costruirci, ampliare pascoli e coltivi, far sparire un vincolo scomodo. Detto così, l’incendio smette di essere un evento meteorologico e diventa quello che spesso è, un atto con un movente. E se c’è un movente, c’è un modo per toglierlo. **Lo strumento dimenticato: il catasto delle aree percorse dal fuoco** Quel modo esiste da venticinque anni e si chiama [catasto delle aree percorse dal fuoco](https://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2025/07/catasto-dei-soprassuoli-percorsi-dal-fuoco/). Lo prevede la legge quadro sugli incendi boschivi, la 353 del 2000, e funziona così: ogni Comune deve censire e delimitare le aree bruciate, aggiornando ogni anno un registro pubblico. Su quelle aree scattano vincoli pensati apposta per spegnere la convenienza a bruciare. Per 15 anni la destinazione del terreno non può cambiare rispetto a prima dell’incendio, e ogni compravendita stipulata in quel periodo deve richiamare il vincolo, altrimenti è nulla. Per 10 anni, poi, non vi si possono costruire edifici, strutture o infrastrutture per insediamenti civili o attività produttive. Un’eccezione c’è, ed è stretta: vale solo se, prima dell’incendio, era già stata rilasciata un’autorizzazione o una concessione edilizia in regola con gli strumenti urbanistici di allora. In altre parole, se bruci un bosco sperando di edificarci o di trasformarlo in pascolo, la legge ti blocca per oltre un decennio. È prevenzione che non costa un canadair, costa una delibera. **Il vincolo esiste, il catasto lo rende esigibile** C’è però un dettaglio che rende tutto più fragile di quanto sembri, ed è il motivo per cui questo strumento va tenuto d’occhio. I vincoli nascono dalla legge, non dal catasto. Scattano per il solo fatto che il fuoco è passato, e valgono anche dove il Comune non ha ancora censito niente, perché quel censimento serve a registrare un vincolo che esiste già, non a crearlo: ha [valore dichiarativo, non costitutivo](https://www.ambientediritto.it/dottrina/la-disciplina-vincolistica-delle-terre-percorse-dal-fuoco/), come ha ribadito più volte la giustizia amministrativa. Il problema è un altro. Senza un catasto istituito e aggiornato quei divieti restano difficili da conoscere, da tracciare e da far rispettare, e un terreno bruciato può cambiare destinazione mentre nessuno se ne accorge. Il vincolo non sparisce, diventa opaco. E un vincolo opaco è un vincolo che si aggira. La prevenzione più efficace contro il dolo non dipende dal fatto che la norma esista, perché esiste, ma dal fatto che qualcuno tenga il catasto in ordine e aggiornato. È quel gesto amministrativo a rendere il vincolo visibile e a farlo valere, ed è proprio il gesto che molti Comuni trascurano e [quasi nessun cittadino controlla](https://eywadivulgazione.it/frana-niscemi-mappa-pubblica-ignorata-19-anni/). **Cosa puoi fare, davvero** Qui il cittadino ha più potere di quanto creda, e di nuovo lo strumento è un documento pubblico. Si parte da una domanda semplice al proprio Comune: il catasto delle aree percorse dal fuoco esiste, ed è aggiornato? È un atto consultabile, e se non salta fuori c’è [l’accesso civico per ottenerlo](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/). Poi viene la parte meno ovvia, la vigilanza dopo un incendio: è nei mesi successivi, quando l’attenzione cala, che un terreno bruciato rischia di cambiare destinazione in silenzio, e controllare cosa finisce nel catasto, e soprattutto cosa manca, è un atto civico concreto. C’è infine chi vive a ridosso del bosco, nella cosiddetta zona di interfaccia tra case e vegetazione: per chi è in quella condizione, ripulire il combustibile intorno alle abitazioni e seguire il vademecum messo a punto da Anci e Vigili del fuoco riduce il rischio molto più di qualsiasi appello a non gettare mozziconi. E sullo sfondo resta il ruolo del Sindaco, che la normativa indica come autorità locale di protezione civile, tenuta a ordinanze, informazione e pianificazione. Tutto questo mentre l’Europa si attrezza per un’estate che si annuncia dura. Per la stagione 2026 ha [schierato in anticipo 777 vigili del fuoco da 14 Paesi](https://civil-protection-humanitarian-aid.ec.europa.eu/news-stories/news/eu-deploys-largest-ever-wildfire-response-2026-summer-2026-06-02_it), insieme a 22 aerei e 5 elicotteri della flotta UE e a una nuova base antincendio regionale a Cipro: è il livello più alto da quando questo programma di preposizionamento è partito, nel 2022. La prova che sullo spegnimento si investe. [Sulla prevenzione, che costa molto meno](https://eywadivulgazione.it/dissesto-idrogeologico-fondi-prevenzione/), troppo spesso no. Il canadair è la parte visibile e costosa della storia, quella che arriva quando ormai brucia. Il catasto, la pulizia del sottobosco, la delibera firmata in tempo sono la parte invisibile e a buon mercato, quella che decide se quella collina, l’anno prossimo, brucerà di nuovo. Guardare solo le fiamme è comodo, ma è guardare la fine. La partita vera si gioca prima, ed è fatta di carte, mappe e vincoli, non solo di acqua e fuoco. **Approfondimenti Eywa** [Come segnalare un problema al Comune (e ottenere gli atti)](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/) «Eywa Divulgazione, 2026. Come trasformare una segnalazione in atto amministrativo e usare l’accesso civico per ottenere i documenti pubblici.» [Frana di Niscemi: la mappa pubblica ignorata per 19 anni](https://eywadivulgazione.it/frana-niscemi-mappa-pubblica-ignorata-19-anni/) «Eywa Divulgazione, 2026. Quando un rischio è già scritto su una mappa pubblica e nessuno la guarda: cosa costa ignorarla.» [Sostituzione di specie: abbattono boschi in aree protette](https://eywadivulgazione.it/sostituzione-specie-boschi-autorizzazione-taglio-abusivo/) «Eywa Divulgazione, 2026. Quando la gestione forestale diventa scorciatoia o abuso, anche dentro le aree protette.» [Bressanone: cosa sparisce quando abbattono un bosco](https://eywadivulgazione.it/bosco-invisibile-abbattimento-bressanone-cortina/) «Eywa Divulgazione, 2026. Ciò che si perde per primo quando cade un bosco maturo non sono gli alberi, è il suolo.» [Dissesto idrogeologico: perché coi fondi niente prevenzione](https://eywadivulgazione.it/dissesto-idrogeologico-fondi-prevenzione/) «Eywa Divulgazione, 2026. La prevenzione costa poco e si vede poco: per questo i fondi non diventano mai sistema.» [Biomassa e cippato illegale: la lavanderia delle rinnovabili](https://eywadivulgazione.it/biomassa-come-lavatrice-come-il-cippato-illegale-entra-nel-sistema-italiano-delle-rinnovabili/) «Eywa Divulgazione, 2026. Il legno di provenienza opaca e la filiera che lo ripulisce dentro il sistema delle rinnovabili.» **Fonti** [Ecosistemi terrestri ed incendi boschivi in Italia: Anno 2025](https://www.isprambiente.gov.it/files2026/attivita/ecosistemiedincendiboschivi_20225_signed.pdf) ISPRA, 2026, superfici percorse dal fuoco (circa 965 km² complessivi e 123 km² boscati), quota dentro le aree protette e ripartizione regionale. [Ecosistemi terrestri ed incendi boschivi in Italia: Anno 2024](https://www.isprambiente.gov.it/files2025/attivita/report_incendi_2024_ispra.pdf) ISPRA, 2025, stima delle cause naturali intorno all’1% e origine antropica per la quota restante. [Incendi boschivi: la serie storica nazionale 1970-2024](https://climadat.isprambiente.it/dati-e-indicatori/indicatori-di-impatto-dei-cambiamenti-climatici/incendi-boschivi/) ISPRA, serie storica del numero di incendi e delle superfici forestali percorse dal fuoco. [Ecosistemi e incendi boschivi in Italia: inquadramento del problema](https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/Crisi-Emergenze-ambientali-e-Danno/centro-operativo-per-la-sorveglianza-ambientale/ecosistemi-ed-incendi-boschivi-in-italia/inquadramento-del-problema) ISPRA, le cause degli incendi, in larghissima parte di origine antropica e solo in minima parte naturali. [Il catasto dei soprassuoli percorsi dal fuoco](https://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2025/07/catasto-dei-soprassuoli-percorsi-dal-fuoco/) Salviamo il Paesaggio, 2025, obblighi dei Comuni e vincoli a 15 e 10 anni previsti dalla legge 353/2000. [La disciplina vincolistica delle terre percorse dal fuoco](https://www.ambientediritto.it/dottrina/la-disciplina-vincolistica-delle-terre-percorse-dal-fuoco/) AmbienteDiritto.it, natura dichiarativa e non costitutiva del catasto e operatività dei vincoli anche in assenza di censimento. [Rischio incendi boschivi: il fenomeno](https://rischi.protezionecivile.gov.it/it/incendi-boschivi/incendio-boschivo/) Dipartimento della protezione civile, cause naturali e antropiche, incendi dolosi e di interfaccia. [L’UE schiera la più grande risposta agli incendi per l’estate 2026](https://civil-protection-humanitarian-aid.ec.europa.eu/news-stories/news/eu-deploys-largest-ever-wildfire-response-2026-summer-2026-06-02_it) Commissione europea, 2026, preposizionamento di 777 vigili del fuoco, 22 aerei e 5 elicotteri della flotta UE e nuova base regionale di Cipro. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Isola di calore urbana: perché la tua città è una pentola](https://eywadivulgazione.it/isola-di-calore-urbana/) **Published:** Giugno 24, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Verso le dieci di sera, quando la campagna intorno si è già raffreddata, il centro della tua città è ancora caldo. Non è una sensazione, è un fenomeno con un nome e una misura: si chiama isola di calore urbana, e dice una cosa semplice, che le aree costruite restano più calde di quelle che le circondano. A pesare di più è il calore che si legge sulle superfici, l’isola di calore superficiale: asfalto, cemento e tetti si scaldano in fretta e poi restituiscono quel calore per ore. È di notte che la pentola si vede meglio, perché le superfici artificiali cedono piano piano quello che hanno immagazzinato di giorno. E d’estate questo fenomeno è tanto più forte quanto più la città è densa, impermeabile e povera di alberi. Mentre fuori si dorme, in città si suda. ## **Il conto lo paga chi ci vive** In Italia vivono in città circa 42 milioni di persone, attorno al 70% della popolazione: tutta gente che d’estate sta dentro quella pentola, e la pentola fa male sul serio. Una stima pubblicata su [Nature Medicine](https://www.nature.com/articles/s41591-025-03954-7) attribuisce al caldo 62.775 morti in Europa nel 2024. È un numero con un margine ampio, fra circa 37.000 e 84.000, e l’Italia è prima per numero assoluto, con oltre 19.000. È un destino prevedibile. Durante l’ondata di fine giugno 2025, [un’analisi rapida](https://www.imperial.ac.uk/grantham/publications/all-publications/climate-change-tripled-heat-related-deaths-in-early-summer-european-heatwave.php) dell’Imperial College e della London School of Hygiene and Tropical Medicine ha stimato per Milano 499 morti in più del previsto in dieci giorni; di queste, 317 legate alla quota di caldo dovuta al riscaldamento causato dall’uomo, e gli over 65 a pesare per l’88% delle morti collegate al clima. Sono stime ricavate da modelli, non conteggi diretti, ed è giusto dirlo; ma indicano un ordine di grandezza, e l’isola di calore è il moltiplicatore locale di quel conto. ## **Perché la città è una pentola** La città è più calda per come è fatta. Conta soprattutto il rapporto, quasi sempre sbilanciato, fra due cose: le superfici impermeabili, cioè asfalto, cemento e tetti, e la copertura arborea, cioè l’ombra delle chiome. Le prime assorbono il sole e lo restituiscono per ore; le seconde lo fermano e lo disperdono. Quanto pesi questo squilibrio lo dice un numero misurato. [Uno studio del Cnr-Ibe con Ispra sulle dieci città metropolitane dell’Italia peninsulare](https://www.cnr.it/it/comunicato-stampa/9680/caldo-estivo-in-citta-pochi-alberi-e-consumo-di-suolo) ha visto che a Torino, nel cuore della città, dove le superfici impermeabili e senza alberi crescono di dieci punti percentuali, l’isola di calore superficiale estiva del giorno sale in media di 4 gradi. È un’associazione statistica, non un automatismo, e dipende anche dai materiali, dalla ventilazione e dalla forma della città; ma la direzione è chiara: dove asfalto e cemento prendono il posto delle chiome, la temperatura del quartiere tende a salire. ## **Il fresco è un’infrastruttura, non un ornamento** Gli alberi rinfrescano in due modi misurabili. Con l’ombra, che impedisce ai raggi di colpire le superfici artificiali, e con la traspirazione, cioè il vapore acqueo che le foglie rilasciano e che abbassa la temperatura dell’aria intorno. La differenza si vede prima di tutto a terra: [a Manchester](https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1618866712000611), misurando la temperatura delle superfici, un prato è risultato più fresco del cemento fino a 24 gradi, e l’ombra di un albero fino a 19. Sull’aria che respiriamo l’effetto è più piccolo, ma c’è: [a Madison, negli Stati Uniti](https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.1817561116), l’aria di un isolato comincia a rinfrescarsi davvero solo quando gli alberi coprono più del 40% della superficie, e allora può scendere fino a circa 5,6 gradi, cioè 10 gradi Fahrenheit. Allargando lo sguardo al mondo intero, [un’analisi di 8.919 aree urbane](https://www.nature.com/articles/s41467-026-71825-x) stima che le chiome dimezzino l’effetto isola di calore, anche se il raffrescamento medio dell’aria, calcolato tenendo conto di quante persone vivono in ogni zona, resta attorno a 0,17 gradi: poco in media, molto dove gli alberi ci sono davvero. E vale anche per noi. [Lo studio più recente del Cnr-Ibe con Ispra](https://www.cnr.it/it/comunicato-stampa/13573/isole-di-calore-uno-studio-ne-rileva-l-intensita-in-tutti-i-capoluoghi-di-regione-italiani) ha mappato i venti capoluoghi di regione e mette [Genova](https://eywadivulgazione.it/alberi-citta-genova-verde-pubblico-il-protocollo-dati-devono-seguirlo/) fra le città con i divari di temperatura più forti fra centro e periferia; secondo quei conti, basta aumentare del 5% la copertura di alberi del Comune per abbassare di oltre mezzo grado la temperatura media delle superfici. Il fresco, insomma, è un’infrastruttura, non un ornamento da sacrificare quando serve un parcheggio. ## **Il caldo non è democratico** C’è un aspetto di cui si parla poco, ed è in quale parte della pentola ti tocca stare. Il verde, in tante città, non è distribuito a caso: i quartieri benestanti ne hanno di più, quelli poveri di meno, e [la stessa analisi mondiale sulle aree urbane](https://www.nature.com/articles/s41467-026-71825-x) mostra che i vantaggi delle chiome vanno soprattutto ai redditi alti e ai sobborghi residenziali. [Su 862 città europee](https://www.nature.com/articles/s41467-026-71523-8), meno del 15% delle persone ha intorno abbastanza verde da rispettare la soglia considerata adeguata, e a starci dentro sono soprattutto le zone più ricche. Così l’isola di calore diventa anche una questione sociale: il rischio si concentra dove ci sono meno alberi e, spesso, più persone fragili, dove cioè i quartieri densi e senza ombra si sommano agli anziani e ai malati. Chi ha un parco sotto casa si rinfresca; chi ha solo asfalto si arrangia con il condizionatore, che, a seconda dei casi, butta fuori parte del calore che toglie alle stanze, scaldando la strada di chi un condizionatore non ce l’ha. ## **La regola del 3-30-300 e cosa puoi farci** Gli alberi non sono l’unica leva. Servono anche meno asfalto, superfici più chiare che respingono la luce invece di assorbirla, più ombra, edifici costruiti per trattenere il fresco e piani sanitari pronti per le ondate di calore. Ma la copertura arborea resta la leva più potente, e c’è perfino un metro per misurarla. Si chiama regola del «3-30-300»: l’ha proposta l’esperto di foreste urbane [Cecil Konijnendijk](https://link.springer.com/article/10.1007/s11676-022-01523-z) e la Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite l’ha fatta propria in [un documento ufficiale](https://treesincities.unece.org/policy-brief). Dice tre cose semplici: ogni persona dovrebbe vedere almeno 3 alberi dalla finestra di casa, ogni quartiere dovrebbe avere il 30% di chioma, e nessuno dovrebbe abitare a più di 300 metri da uno spazio verde pubblico di qualità, grande almeno mezzo ettaro. Non è una questione estetica: avvicinare la chioma di quartiere al 30% è associato a [un calo misurabile delle morti premature](https://www.thelancet.com/journals/lanplh/article/PIIS2542-5196(25)00112-3/fulltext) legate allo smog e al caldo. E qui il cittadino non è spettatore. Il primo strumento è il metro che hai appena letto: applica il «3-30-300» al tuo isolato e guarda quanto manca. Il secondo è [il piano del verde del tuo Comune](https://eywadivulgazione.it/piano-verde-come-leggerlo/), dove c’è: è un documento pubblico che dice quanti alberi ci sono, quali se ne piantano e dove. E se il piano non c’è, resta comunque il diritto di chiedere i dati, perché per legge [l’accesso alle informazioni ambientali è garantito](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2005-08-19;195). Il terzo è [tenere d’occhio i numeri pubblici](https://eywadivulgazione.it/prima-che-arrivino-le-motoseghe-come-monitorare-il-verde-urbano-in-anticipo/). La forestazione urbana del Pnrr, per esempio, era partita con l’obiettivo di 6,6 milioni di alberi nelle città metropolitane; poi, con [la revisione del 2023](https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/acc-32_25-03-2024-pdf), il bersaglio è cambiato: 4,5 milioni di materiali forestali, cioè fra sementi e piante, entro la fine del 2024, e 3,5 milioni da mettere a dimora definitiva entro giugno 2026. L’ASviS considera questo sforzo molto al di sotto di quello che servirebbe: [una sua stima del 2022](https://asvis.it/public/asvis2/files/Pubblicazioni/PositionPaperGdl11_InfrastruttureVerdi_FINAL.pdf), ottenuta distribuendo sull’Italia in base alla superficie l’obiettivo europeo dei tre miliardi di alberi, parla di centinaia di milioni di alberi necessari a livello nazionale. Resta una stima, non un obbligo, e riguarda l’intero Paese, non solo le città metropolitane. Ma il punto vero non è quanti se ne annunciano, è quanti se ne mettono a dimora e quanti sopravvivono. Un albero maturo abbattuto e [sostituito con un alberello](https://eywadivulgazione.it/perche-comuni-italiani-tagliano-alberi-maturi-sostituiscono-alberelli/) non è un pareggio, perché il fresco lo fa la chioma grande, e il tutore serve a reggere la giovane pianta, non a rimpiazzare quella adulta. Chiedere i dati al Comune, [segnalare gli abbattimenti](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-verde-urbano-guida-pratica/), verificare che i fondi diventino alberi vivi: è così che si tiene il coperchio un po’ più alzato. A dare forza a questa pressione si è aggiunto da poco anche un vincolo europeo, [il regolamento sul ripristino della natura](https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2024/1991/oj), che fissa obiettivi sul verde urbano e sulla sua copertura arborea. Le ondate di calore vanno e vengono con le estati, e ogni anno ripresentano lo stesso conto. Ma la città resta fatta come è fatta, e la differenza fra una città che si raffredda e una che cuoce non la fa il meteo, la fanno le scelte di chi pianifica e la pressione di chi ci abita. Il fresco non è un capriccio estetico: dovrebbe essere trattato come una componente del diritto alla salute e a un ambiente salubre, e si misura in alberi, in ombra e in metri da un parco. **Approfondimenti Eywa** [Roma, la città più verde d’Europa che non riesce a farsi ombra](https://eywadivulgazione.it/roma-citta-verde-europa-riesce-farsi-ombra/) «Eywa Divulgazione, 2026. Una città piena di verde dove i quartieri interni restano senza ombra: conta la distribuzione, non solo la quantità.» [Il parco che non raffredda più: quando il verde urbano perde le sue funzioni](https://eywadivulgazione.it/il-parco-che-non-raffredda-piu-quando-il-verde-urbano-perde-le-sue-funzioni/) «Eywa Divulgazione, 2026. Cosa succede quando un’area verde smette di fare il suo mestiere climatico, fra alberi morti ancora contati e chiome capitozzate.» [Alberi in città: quali piantare e perché i Comuni sbagliano tutto](https://eywadivulgazione.it/alberi-in-citta-quali-piantare-e-perche-i-comuni-sbagliano-tutto/) «Eywa Divulgazione, 2025. Le specie giuste per ombra, aria pulita e fresco, e gli errori più comuni nella scelta.» [Perché i Comuni italiani tagliano alberi maturi e li sostituiscono con alberelli](https://eywadivulgazione.it/perche-comuni-italiani-tagliano-alberi-maturi-sostituiscono-alberelli/) «Eywa Divulgazione, 2026. Perché un albero grande e uno appena messo a dimora non si equivalgono, e quali sono le cause reali degli abbattimenti.» [Come monitorare il verde urbano prima degli abbattimenti](https://eywadivulgazione.it/prima-che-arrivino-le-motoseghe-come-monitorare-il-verde-urbano-in-anticipo/) «Eywa Divulgazione, 2026. Intercettare i tagli prima che avvengano, fra censimento arboreo, albo pretorio, appalti e accesso agli atti.» [Segnalare danni al verde urbano: guida pratica](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-verde-urbano-guida-pratica/) «Eywa Divulgazione, 2026. Come far valere le proprie osservazioni e segnalare gli abusi sul verde di quartiere.» [Piano del verde: come leggerlo](https://eywadivulgazione.it/piano-verde-come-leggerlo/) «Eywa Divulgazione, 2026. Lo strumento pubblico che dice cosa fa il tuo Comune con gli alberi, e come capire se è serio.» [Alberi in città a Genova: dal protocollo ai dati](https://eywadivulgazione.it/alberi-citta-genova-verde-pubblico-il-protocollo-dati-devono-seguirlo/) «Eywa Divulgazione, 2026. A Genova, fra abbattimenti e nuove piantumazioni: quanto sono davvero accessibili i dati sul verde pubblico.» [Singapore oggi, Milano domani: viaggio nelle città che respirano](https://eywadivulgazione.it/singapore-oggi-milano-domani-viaggio-nelle-citta-che-respirano/) «Eywa Divulgazione, 2025. Come si progetta una città capace di raffreddarsi da sola.» **Fonti** [Heat-related mortality in Europe during 2024 and health emergency forecasting](https://www.nature.com/articles/s41591-025-03954-7) Nature Medicine, 2025, stima dei decessi attribuibili al caldo in Europa nel 2024 e Paesi più colpiti. [Climate change tripled heat-related deaths in early summer European heatwave](https://www.imperial.ac.uk/grantham/publications/all-publications/climate-change-tripled-heat-related-deaths-in-early-summer-european-heatwave.php) Grantham Institute, Imperial College e Lshtm, 2025, analisi rapida sui decessi dell’ondata di fine giugno 2025, con i dati di Milano. [Caldo estivo in città: pochi alberi e consumo di suolo](https://www.cnr.it/it/comunicato-stampa/9680/caldo-estivo-in-citta-pochi-alberi-e-consumo-di-suolo) Cnr-Ibe e Ispra, 2020, isola di calore superficiale nelle dieci città metropolitane peninsulari e dato di Torino. [Isole di calore: uno studio ne rileva l’intensità in tutti i capoluoghi di regione](https://www.cnr.it/it/comunicato-stampa/13573/isole-di-calore-uno-studio-ne-rileva-l-intensita-in-tutti-i-capoluoghi-di-regione-italiani) Cnr-Ibe e Ispra, 2025, mappa delle isole di calore nei venti capoluoghi, con Genova e l’effetto del 5% di chioma. [The effect of tree shade and grass on surface and globe temperatures in an urban area](https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1618866712000611) Armson, Stringer e Ennos, 2012, misure di Manchester su prato, ombra e temperature superficiali. [Scale-dependent interactions between tree canopy cover and impervious surfaces](https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.1817561116) Ziter et al., Pnas, 2019, soglia del 40% di chioma e raffrescamento dell’aria a Madison. [Trees halve urban heat island effect globally](https://www.nature.com/articles/s41467-026-71825-x) Nature Communications, 2026, raffrescamento della chioma in 8.919 aree urbane e distribuzione diseguale dei benefici. [Assessing European cities with the 3-30-300 rule](https://www.nature.com/articles/s41467-026-71523-8) Nature Communications, 2026, conformità alla regola 3-30-300 in 862 città europee. [Effect of tree canopy cover on air pollution-related mortality in European cities](https://www.thelancet.com/journals/lanplh/article/PIIS2542-5196(25)00112-3/fulltext) Sicard et al., The Lancet Planetary Health, 2025, chioma urbana e mortalità da inquinamento in 744 centri. [Evidence-based guidelines for greener, healthier, more resilient neighbourhoods: introducing the 3-30-300 rule](https://link.springer.com/article/10.1007/s11676-022-01523-z) Konijnendijk, 2023, definizione e basi scientifiche della regola 3-30-300. [Advancing sustainable urban and peri-urban forestry](https://treesincities.unece.org/policy-brief) Unece, 2022, policy brief che adotta la regola 3-30-300 come riferimento per la forestazione urbana. [PNRR Missione 2 Componente 4: forestazione urbana, revisione dei target](https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/acc-32_25-03-2024-pdf) MASE, 2024, target rivisti a 4,5 milioni di materiali forestali e 3,5 milioni da trapiantare entro giugno 2026. [Infrastrutture verdi urbane e periurbane](https://asvis.it/public/asvis2/files/Pubblicazioni/PositionPaperGdl11_InfrastruttureVerdi_FINAL.pdf) ASviS, 2022, position paper che stima in circa 227 milioni gli alberi necessari in Italia, ripartendo per superficie l’obiettivo europeo dei tre miliardi. [Decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 195](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2005-08-19;195) accesso del pubblico all’informazione ambientale, base del diritto a chiedere i dati al Comune. [Regolamento (UE) 2024/1991 sul ripristino della natura](https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2024/1991/oj) obiettivi su spazi verdi urbani e copertura arborea delle città. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [El Niño 2026: cosa significa davvero per l’estate italiana ](https://eywadivulgazione.it/el-nino-2026-cosa-significa-estate-italiana/) **Published:** Giugno 18, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Tra clamore e realtà: perché il nostro caldo lo scrive il Mediterraneo, non il Pacifico.* «Super El Niño», «estate rovente», torna il fenomeno che fa impazzire il clima. Se hai aperto un giornale in questi giorni, El Niño è diventato il colpevole annunciato dell’estate. Vale allora la pena fermarsi a una domanda semplice: un fenomeno che nasce nell’oceano Pacifico, a un quarto di mondo da qui, scrive davvero l’estate italiana? **La risposta onesta è: poco, e in modo indiretto e incerto**. Capire perché aiuta a guardare nella direzione giusta. ## Cos’è El Niño: i fatti Partiamo dai fatti. El Niño è la fase calda dell’Enso, un’oscillazione naturale che riscalda periodicamente il Pacifico equatoriale e ridistribuisce calore e umidità su scala globale. Torna ogni due-sette anni e l’ultimo episodio è del 2023-2024. La fotografia di oggi è questa: il 2 giugno l’Organizzazione meteorologica mondiale stimava una probabilità dell’80% che El Niño si sviluppasse nel trimestre giugno-agosto 2026, in salita verso circa il 90% per il resto del periodo previsto, da settembre a dicembre, con un’intensità almeno moderata e la possibilità che diventi forte pochi giorni dopo, l’11 giugno, il Climate Prediction Center della Noaa ha dichiarato che le condizioni di El Niño sono già presenti, emettendo un El Niño Advisory e attendendone il rafforzamento verso l’inverno 2026-27. Fin qui la notizia. Il problema è cosa le si fa dire. ## Primo equivoco: il «Super» Il «Super» non è una categoria ufficiale: la classificazione tecnica distingue eventi deboli, moderati, forti e molto forti, e «Super» resta soprattutto una scorciatoia mediatica. Questo però non significa che l’evento sia debole. La stessa Noaa stima oggi una probabilità del 63% che tra novembre e gennaio si arrivi a un El Niño molto forte, tra i maggiori dal 1950 a oggi. La Noaa ricorda anche un punto che il racconto mediatico salta volentieri: anche un evento molto forte non produce ovunque gli effetti attesi, perché un’intensità maggiore rende certe conseguenze più probabili, ma non le garantisce. Tradotto: forte sul piano globale non significa automaticamente determinante per una singola estate italiana. ## Secondo equivoco: i tempi e il luogo E qui sta il punto che conta di più. Gli effetti di El Niño sull’Europa, quando emergono, sono indiretti, ritardati e incerti: una parte della ricerca ne studia il legame con gli estremi estivi europei attraverso le teleconnessioni atmosferiche, ma il segnale resta debole, variabile e dibattuto, e si avverte semmai nell’anno successivo al picco, più che durante l’anno in cui il fenomeno si sviluppa. Questo effetto ritardato si misura soprattutto sulla temperatura media globale: non a caso lo stesso aggiornamento decennale della Wmo, curato dal Met Office, indica nel 2027 il candidato più probabile a nuovo anno record per il pianeta, trainato dall’El Niño atteso per fine 2026. È una probabilità sul dato globale, non una data sul calendario né una previsione sulla singola estate italiana. Per l’estate europea l’influenza diretta resta comunque debole: già ad aprile l’Arpal Liguria invitava alla prudenza, ricordando che non esiste una relazione diretta e affidabile tra El Niño e un’estate calda nel Mediterraneo e che alcune notizie rischiavano di dare «un’impressione di certezza maggiore di quella reale». Il vero protagonista del caldo globale, del resto, non è El Niño ma il riscaldamento di fondo: il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato pur in condizioni di La Niña debole o quasi neutre, quindi non nella fase che spinge in alto il termometro. El Niño dà una spinta in più al termometro del pianeta, tanto che si stima il 91% di probabilità di superare temporaneamente la soglia di 1,5 gradi in almeno un anno tra il 2026 e il 2030 , ma non è la causa del cambiamento climatico: lo amplifica. ## Chi la scrive davvero, l’estate italiana E allora chi la scrive, la nostra estate? Qualcosa di molto più vicino: il Mediterraneo. La regione mediterranea è un «hotspot» climatico, si riscalda circa il 20% più in fretta della media globale, e nel suo mare le ondate di calore marine sono sempre più frequenti e intense . Non sono numeri da fine secolo: il giugno 2025 è stato il più caldo mai registrato nel Mediterraneo, con una temperatura superficiale media di 23,86 gradi; l’88% del bacino era sopra la media e quasi il 30% superava i 2 gradi di anomalia, con il settore occidentale come area più colpita. E in questi giorni, secondo quanto dichiarato dall’ecologo marino Roberto Danovaro al festival Green&Blue, davanti a Fano in Adriatico una boa di rilevamento dati segnava circa 3,5 gradi in più del consueto, 24 gradi dove in questo periodo ne servirebbero 19 o 20. A favorire questi picchi è soprattutto la persistenza dell’alta pressione, che indebolisce i venti e riduce il rimescolamento con cui il mare disperde il calore. Non esiste una relazione diretta e affidabile tra El Niño e una singola estate italiana: questo caldo nasce qui, nel nostro bacino, e l’eventuale contributo del Pacifico resterebbe indiretto e secondario. Il riscaldamento del Mediterraneo, del resto, è quello che la climatologa Paola Mercogliano del Cmcc già nel 2022 definiva «l’emergenza dei prossimi dieci anni». ## Dove possiamo dare davvero una mano E qui sta il punto utile, quello che distingue una notizia da un alibi. Se la causa è il riscaldamento di fondo e il fattore locale è il nostro mare, allora la leva non è sperare che El Niño sia gentile, è l’adattamento, che è locale e in buona parte civico. **Un Comune può dotarsi di un piano per le ondate di calore**, aumentare il verde e l’ombra contro l’isola di calore, proteggere l’acqua e attivare sistemi di allerta precoce. Un cittadino può verificare se quel piano esiste, e pretenderlo se manca. È la parte della storia su cui abbiamo davvero una mano, al contrario di un’oscillazione del Pacifico. El Niño, insomma, non è né il mostro dell’estate né l’alibi comodo per dire che è tutto naturale. È un attore di contorno, che si fa sentire soprattutto altrove e più in là nel tempo. La nostra estate la scrivono soprattutto fattori vicini, un mare che si riscalda più in fretta del pianeta e le configurazioni di alta pressione che lo sovrastano, dentro un clima che cambia per cause ormai note. Guardare al Pacifico è un modo elegante per non guardare al Tirreno. E il punto, come sempre, non è spaventarsi della parola di moda, è agire dove serve, vicino a casa. **Approfondimenti Eywa** [Resilienza climatica e adattamento: l’arte di sopravvivere alle nostre stesse scelte](https://eywadivulgazione.it/resilienza-climatica-e-adattamento-larte-di-sopravvivere-alle-nostre-stesse-scelte/) «Eywa Divulgazione, 2026. Cosa significa adattarsi sul serio, e perché è una scelta locale.» [Greenwashing e negazionismo climatico](https://eywadivulgazione.it/greenwashing-negazionismo-climatico/) «Eywa Divulgazione, 2026. Quando «è un ciclo naturale» diventa un alibi per non agire.» [Le praterie di posidonia e il mare ligure](https://eywadivulgazione.it/praterie-posidonia-mare-ligure/) «Eywa Divulgazione, 2026. Cosa rischia la vita del Mediterraneo quando il mare si scalda.» [Il parco che non raffredda più: quando il verde urbano perde le sue funzioni](https://eywadivulgazione.it/il-parco-che-non-raffredda-piu-quando-il-verde-urbano-perde-le-sue-funzioni/) «Eywa Divulgazione, 2026. L’adattamento al caldo passa dagli alberi e dall’ombra di quartiere.» [Singapore oggi, Milano domani: viaggio nelle città che respirano](https://eywadivulgazione.it/singapore-oggi-milano-domani-viaggio-nelle-citta-che-respirano/) «Eywa Divulgazione, 2026. Come si progetta una città capace di reggere il caldo.» [Net zero e decarbonizzazione: la grande illusione verde](https://eywadivulgazione.it/net-zero-e-decarbonizzazione-avanzata-la-grande-illusione-verde/) «Eywa Divulgazione, 2026. Perché il vero protagonista resta il riscaldamento di fondo.» **Fonti** [Noaa, Climate Prediction Center, Enso Diagnostic Discussion, 11 giugno 2026](https://www.cpc.ncep.noaa.gov/products/analysis_monitoring/enso_advisory/ensodisc.shtml) Noaa Cpc, 11 giugno 2026: El Niño Advisory, condizioni già presenti e rafforzamento atteso verso l’inverno 2026-27, con 63% di probabilità di un evento molto forte tra novembre e gennaio; anche gli eventi molto forti non producono ovunque gli effetti attesi. [Wmo, El Niño/La Niña Update, 2 giugno 2026](https://wmo.int/content/launch-of-wmo-el-ninola-nina-bulletin-june-august-2026) Wmo, 2 giugno 2026: 80% di probabilità di sviluppo nel trimestre giugno-agosto, verso circa il 90% per il resto del periodo previsto, da settembre a dicembre, intensità almeno moderata con possibilità di diventare forte. [Wmo e Met Office, Global Annual to Decadal Climate Update 2026-2035](https://wmo.int/resources/publication-series/wmo-global-annual-decadal-climate-update/global-annual-decadal-climate-update-2026-2035) Wmo e Met Office, 2026: 91% di probabilità di superare temporaneamente 1,5 gradi in almeno un anno tra il 2026 e il 2030 e indicazione del 2027 come probabile prossimo anno record. [Copernicus C3S, Global Climate Highlights 2025](https://climate.copernicus.eu/copernicus-2025-was-third-hottest-year-record) Copernicus C3S, 2025 terzo anno più caldo mai registrato pur in condizioni di La Niña debole o quasi neutre. [Copernicus Marine/Mercator Ocean, bollettino temperatura oceano, giugno 2025](https://www.mercator-ocean.eu/bulletin/ocean-temperature-bulletin-june-2025/) Copernicus Marine/Mercator Ocean, giugno 2025: giugno più caldo mai registrato nel Mediterraneo, 23,86 gradi di media, quasi il 30% del bacino oltre i 2 gradi di anomalia. [Ipcc, AR6 WGII, Cross-Chapter Paper 4, Mediterranean Region](https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg2/chapter/ccp4/) Ipcc, AR6 WGII: il bacino del Mediterraneo come hotspot climatico, estremi di calore e ondate di calore marine in aumento. [Unep/Map, Climate change in the Mediterranean](https://www.unep.org/unepmap/resources/factsheets/climate-change) Unep/Map: la regione mediterranea si riscalda circa il 20% più in fretta della media globale. [Il riscaldamento del Mediterraneo sarà una delle grandi emergenze dei prossimi dieci anni](https://asvis.it/notizie/2-13756/focus-il-riscaldamento-del-mediterraneo-sara-una-delle-grandi-emergenze-dei-prossimi-dieci-anni) Paola Mercogliano (Cmcc), via FUTURAnetwork/ASviS, 4 novembre 2022: il riscaldamento del Mediterraneo definito «l’emergenza dei prossimi dieci anni». [El Niño ed Enso: cosa sappiamo davvero sull’estate in Europa](https://www.arpal.liguria.it/home-page/notizie-tematiche/item/el-nino-enso-estate-europa.html) Arpal Liguria, 15 aprile 2026: collegamento debole tra El Niño ed estate mediterranea, cautela sulle previsioni troppo nette (testo precedente alla conferma dello sviluppo dell’evento). [Ondata di calore marina su Atlantico e Mediterraneo](https://www.repubblica.it/green-and-blue/2026/06/08/news/ondata_di_calore_marina_su_atlantico_e_mediterraneo_copernicus-425397005/) Dichiarazioni di Roberto Danovaro (Politecnica delle Marche) al festival Green&Blue, riprese da Repubblica, 2026: dato attribuito sull’Adriatico davanti a Fano. **Categorie:** Articoli, Attualità, Enciclopedia --- ### [I data center producono calore. Perché lo buttiamo nell'aria invece di riscaldare le case?](https://eywadivulgazione.it/recupero-calore-data-center/) **Published:** Giugno 10, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) In una qualsiasi zona industriale del Nord ci sono due edifici a poche decine di metri l’uno dall’altro. Nel primo, d’inverno, le caldaie a gas vanno a pieno regime: la bolletta sale, dai camini esce anidride carbonica. Nel secondo, un capannone pieno di server lavora giorno e notte e produce calore in quantità enorme. Quel calore non scalda nessuno. Viene soffiato nell’aria e disperso. Uno compra calore. L’altro lo regala al cielo. Detta così sembra l’errore di progettazione di un’intera civiltà. In parte lo è. La differenza è che si può correggere, e in qualche città europea è già stato corretto. La tecnologia per recuperare quel calore esiste, funziona, ed è in esercizio in diversi Paesi del Nord Europa e, dal giugno 2025, anche a Brescia. Quindi la domanda non è tecnica. È politica: chi decide che il recupero si faccia, e a quali condizioni. ## Una città che brucia gas mentre la macchina accanto butta calore Non è una metafora. È la fotografia letterale di come funziona oggi una parte del nostro sistema energetico. Per decenni il calore dei data center è stato spinto fuori e disperso nell’atmosfera, mentre a poche centinaia di metri gli edifici accendevano le caldaie per scaldarsi. Un **data center**, cioè l’impianto pieno di server dove vengono elaborati i dati di internet e, sempre di più, dell’intelligenza artificiale, lavora senza sosta e scarta calore senza sosta. Quasi sempre quel calore lo perdiamo. In alcune città europee, invece, lo tengono. Per capire perché da loro sì e da noi no, conviene partire dalla fisica. Che è più semplice di quanto si creda. ## Dove finisce l’elettricità che entra in un data center Un data center consuma elettricità per far girare i server. I server fanno calcoli, e fare calcoli, dal punto di vista fisico, vuol dire trasformare elettricità in calore. Non è un fastidioso effetto collaterale: è esattamente quello che succede in qualunque apparecchio elettronico, dal telefono in tasca al portatile che scotta sulle gambe. Su scala industriale vale identico. Quasi tutta l’energia che entra nei server, nello storage e nelle reti esce come calore. Il resto serve a raffreddare, cioè a tenere quel calore sotto controllo. Qui di solito si fa confusione, e vale la pena toglierla. Che quasi tutta l’energia diventi calore è vero: le stime tecniche arrivano a citare quote fino al 97% per la parte informatica. Ma prodotto non vuol dire recuperabile. Una cosa è quanto calore esce, ed è sempre quasi tutto. Un’altra è quanto se ne può davvero riusare, e questo dipende da com’è fatto l’impianto, da quanto è efficiente, da come viene raffreddato. La differenza tra un data center virtuoso e uno spreca-energia non sta nella quantità di calore prodotto. Sta in cosa ne fa. Per decenni ne ha fatto la cosa più semplice e più sprecona: l’ha buttato fuori. E ancora oggi, nel mondo, la quota di calore di scarto davvero recuperata è una briciola. Diamo una scala ai numeri che seguono: un **TWh** (terawattora) è un miliardo di kWh, l’unità che leggiamo in bolletta. Allora. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2024 i data center hanno consumato nel mondo circa 415 TWh, l’1,5% di tutta l’elettricità del pianeta, e la proiezione li porta verso i 945 TWh entro il 2030. In Italia, nello stesso anno, ne hanno bevuti circa 5,8 TWh, quasi il 2% del consumo elettrico nazionale, con la fila delle richieste di allacciamento alla rete cresciuta in verticale. Di quanta elettricità si tratti, e con quali effetti su rete e bollette di tutti, l’abbiamo raccontato in [AI e consumo energetico](https://eywadivulgazione.it/ai-consumo-energetico/) e in [Data center AI, rete elettrica e bolletta](https://eywadivulgazione.it/data-center-ai-rete-elettrica-bolletta/). Qui guardiamo l’altra metà della storia. Tutta quell’elettricità, finiti i calcoli, esce come calore. Un fiume di calore. E in un Paese che ogni inverno brucia gas per scaldarsi, un fiume di calore è una risorsa, non un rifiuto. ## Il vero problema non è il calore, è la sua temperatura Se il calore c’è e la voglia di scaldare gli edifici pure, perché non li attacchiamo e basta? Perché in mezzo c’è un ostacolo preciso: la temperatura. Il calore di scarto di un data center raffreddato ad aria, che è il sistema più diffuso, esce piuttosto «freddo», sui 25-35 gradi. Le reti che portano calore alle case, il **teleriscaldamento** (un sistema di tubi che distribuisce a interi quartieri l’acqua calda prodotta in un unico grande impianto, così da non avere una caldaia per palazzo), lavorano molto più in alto, tra 60 e 90 gradi. Tra i 25-35 gradi che escono dal server e i 70-80 che servono alla rete c’è un salto. Tutta la difficoltà del recupero sta lì. Per colmarlo ci sono due strade. La prima è la **pompa di calore industriale**, una macchina che «alza» la temperatura del calore di scarto consumando un po’ di elettricità in più: lo prende a 30-45 gradi e lo porta a 80-90, pronto per la rete. È la soluzione dei grandi progetti nordici. La seconda è il **raffreddamento a liquido** (in inglese *liquid cooling*): invece di raffreddare i server con l’aria li si raffredda con un fluido, che assorbe il calore direttamente dai componenti e ne esce già caldo, oltre i 50-65 gradi, utilizzabile quasi senza altri passaggi. Costa di più da progettare, ma rende il calore subito prezioso. È la tecnologia scelta a Brescia, e non per caso. C’è un ultimo punto, ed è il motivo per cui questo recupero non si può promettere ovunque. Avere il calore non basta. Serve una rete di teleriscaldamento abbastanza vicina, perché oltre una certa distanza posare i tubi costa più di quanto si risparmia. Serve una domanda di calore vera sul territorio. Serve l’investimento nelle pompe o nel raffreddamento a liquido. E servono contratti lunghi tra chi il calore lo produce e chi lo distribuisce. Dove questi pezzi non ci sono, il recupero non conviene, né tecnicamente né economicamente. Tenere insieme questo realismo e l’ambizione è ciò che separa una proposta civica seria da uno slogan. ## Cosa dice l’Europa, e cosa l’Italia non ha ancora fatto Su questo l’Europa ha già scelto da che parte stare, e l’ha messo nero su bianco nella **Direttiva sull’efficienza energetica**, la 2023/1791 (sigla EED, *Energy Efficiency Directive*). Ci sono due piani, e vanno tenuti separati, perché di solito si confondono. Il primo è la trasparenza. L’articolo 12 obbliga i data center con potenza informatica installata da 500 kW in su a misurare e comunicare ogni anno una serie di numeri: energia consumata, acqua consumata, efficienza dell’impianto (il PUE, l’indice che dice quanta dell’energia in ingresso arriva davvero ai server e quanta se ne va in raffreddamento e perdite), quota di rinnovabili e un indice apposito di riuso del calore (l’Energy Reuse Factor). Questa parte l’Italia l’ha già recepita, con il decreto-legge 131/2024 (articolo 16): chi sta sopra quella soglia comunica i dati entro il 15 maggio di ogni anno alla banca dati europea, che li pubblica in forma aggregata, nei limiti posti da riservatezza e segreti commerciali. Il secondo piano è quello che conta davvero, ed è un vero obbligo. Lo fissa l’articolo 26, paragrafo 6: gli Stati membri devono garantire che i data center con assorbimento energetico totale nominale sopra 1 MW (la potenza nominale dell’intero impianto, non solo quella dei server) recuperino il calore di scarto, o lo riusino in altro modo, a meno che non dimostrino che farlo non è tecnicamente o economicamente fattibile. Non è un consiglio. È un obbligo, con un’unica scappatoia, e va motivata. L’Europa ha rovesciato l’onere della prova: il recupero è la regola, e chi non lo applica deve spiegare perché non può. Poi c’è il dettaglio che cambia tutto, e va detto con precisione. L’articolo 26 parla agli Stati membri, non al singolo gestore. Perché diventi una regola che si può pretendere da un data center attivo in Italia, serve la norma nazionale. E qui l’Italia è in ritardo: ha mancato la scadenza dell’11 ottobre 2025 per il recepimento pieno della direttiva. Una bozza di decreto è in consultazione, ma sul recupero del calore dai data center sopra 1 MW resta da capire se la regola sia già operativa e davvero vincolante. Un obbligo che vale a Bruxelles ma non è ancora tradotto in norma da noi, per chi vive in Italia, è una promessa, non uno strumento. Intanto il quadro si muove. A inizio giugno 2026 la Commissione europea ha annunciato che svilupperà standard minimi di prestazione energetica per i data center, vecchi e nuovi, con una valutazione dei fabbisogni attesa entro il 2027, e che sta lavorando a un’etichetta di sostenibilità (su criteri come l’uso dell’acqua e la quota di energia pulita) che i grandi impianti dovranno rendere pubblica. La direzione è quella, e non lascia spazio a equivoci: più trasparenza e più obblighi, non meno. ## Chi paga il conto del calore disperso Quando un data center butta il calore nell’aria, il conto non sparisce. Si sposta. E lo pagano in tre. Lo paga il sistema energetico, perché quel calore va comunque prodotto da un’altra parte, bruciando gas o consumando altra elettricità, per scaldare gli stessi edifici che avrebbero potuto riceverlo, almeno in parte, dal data center vicino. Lo pagano i cittadini, perché il gas delle caldaie ha un prezzo, e in inverno quel prezzo si legge in bolletta. Lo paga il clima, perché ogni metro cubo di gas bruciato emette anidride carbonica che il calore recuperato avrebbe risparmiato. Per dare la scala: in Lombardia A2A stima che il calore recuperabile dai data center già in pipeline potrebbe scaldare circa 150.000 appartamenti. È una proiezione, riferita a un settore in piena corsa, e va letta come potenziale, non come dato di oggi. Ma anche solo la parte realisticamente raggiungibile non è poca cosa. Il punto è semplice. Il calore disperso non è «roba che si perde e pazienza». È un costo, spalmato su tutti, che oggi nessuno mette a bilancio perché non si vede. Renderlo visibile è già un atto civico. ## Le città che lo fanno già: Odense, Stoccolma, Helsinki. E adesso Brescia Non sono laboratori. Sono impianti accesi, con livelli diversi di maturità. A **Odense**, in Danimarca, il campus di Meta cede da anni il suo calore di scarto alla rete locale, attraverso la più grande pompa di calore mai installata nel Paese per questo scopo, e scalda circa 11.000 tra case e imprese. Funziona dal 2019. È il caso più solido di calore di un data center che entra in una rete cittadina. A **Stoccolma**, in Svezia, l’operatore energetico della città compra il calore di scarto dei data center locali nei mesi freddi. Lì il calore in eccesso non è un problema da smaltire: è merce che si vende, e decine di migliaia di appartamenti ricevono già calore che arriva dai data center cittadini. Il progetto più grande è in Finlandia, e qui serve precisione, perché è facile prendere lucciole per lanterne. Nella regione di **Helsinki**, Fortum e Microsoft hanno costruito quello che viene descritto come il più grande progetto al mondo di recupero del calore dai data center: fino a 350 MW termici, pensati per coprire circa il 40% del fabbisogno di teleriscaldamento di un’area da 250.000 utenti, con un taglio stimato di circa 400.000 tonnellate di CO₂ l’anno. Attenzione alle date, però. Nel 2026 sono entrate in funzione le pompe di calore di Fortum, mentre il recupero vero e proprio dai data center di Microsoft parte in modo graduale dal 2027, man mano che gli impianti vengono costruiti. È un cantiere enorme e quasi al traguardo, non un sistema già a regime. Dirlo non è scetticismo, è rigore. E poi c’è l’Italia. Il 25 giugno 2025, a **Brescia**, A2A ha acceso nella centrale Lamarmora un data center progettato con la francese Qarnot che, grazie al raffreddamento a liquido, recupera calore fino a 65 gradi e lo manda dritto nella rete di teleriscaldamento della città. La prima fase, già operativa, vale circa 800 MWh termici l’anno. A regime, completato il secondo step, il progetto è dato per 16 GWh di calore pulito l’anno, abbastanza per il fabbisogno termico di circa 1.350 appartamenti, con 3.500 tonnellate di CO₂ evitate. Non è un annuncio: è un impianto che ha già cominciato a immettere calore in rete, in una città che mezzo secolo fa fu tra le prime in Italia a darsi il teleriscaldamento. A Milano, intanto, un progetto dello stesso tipo recupera il calore di scarto di un data center esistente e lo immette nella rete del Municipio 6. Brescia dimostra una cosa precisa: in Italia il modello si può fare, dove rete, sito e tecnologia stanno insieme. Non dimostra che si possa fare ovunque e in automatico: quella resta una verifica caso per caso. Ed è qui che la storia arriva a casa nostra. ## Genova ha una rete di teleriscaldamento. Piccola, e con una domanda aperta Genova una rete di teleriscaldamento ce l’ha. È reale, alimentata dall’impianto a ciclo combinato di Sampierdarena. Ed è piccola: secondo i dati pubblicati da Iren, circa 8 km di doppia tubazione, 1,6 milioni di m³ allacciati, 7.911 abitanti serviti, circa 27 GWh l’anno. Per dare il confronto, la rete bresciana che riceve il calore del data center di A2A serve una città intera. Quella genovese è concentrata su Sampierdarena e Cornigliano. Non tocca il centro. Non tocca il porto. Il dettaglio diventa interessante accanto a un fatto che abbiamo già documentato: il Comune di Genova si è candidato a ospitare una gigafactory dell’intelligenza artificiale, cioè un impianto di calcolo da centinaia di MW. Del consumo d’acqua di quell’infrastruttura, e degli strumenti per chiederne conto, abbiamo scritto in [Gigafactory AI a Genova: l’acqua che nessuno quantifica](https://eywadivulgazione.it/gigafactory-ai-genova-acqua/). Sul calore, finora, in pubblico non l’ha chiesto nessuno. Eppure è la domanda gemella di quella sull’acqua. Una gigafactory andrebbe, con ogni logica, nelle aree portuali o industriali. Cioè lontano dalle tubazioni di Iren. Recuperarne il calore vorrebbe dire allungare parecchio la rete. E qui c’è il dato che pesa: il piano di sviluppo pubblicato da Iren per Genova prevede di riqualificare la centrale che produce il calore, ma non di estendere la rete verso il porto o le zone industriali, cioè proprio dove un grande data center andrebbe a finire. Studi pubblici di fattibilità che leghino la candidatura alla pianificazione energetica della città non risultano. E questo vuoto non è un dettaglio: è già una notizia. Quando un’amministrazione corteggia un impianto che produrrà calore a livello industriale, e nel frattempo i suoi cittadini pagano il gas per scaldarsi, non studiare il recupero non è una svista. È una scelta, presa per omissione. E le scelte prese per omissione sono proprio quelle dove il controllo civico morde di più. ## Cosa possiamo chiedere, e a chi chiederlo Su un tema così il potere non sta tutto in un posto solo, e conviene saperlo per spingere le richieste dove fanno male sul serio. Il livello più a portata di mano è il Comune, dove c’è un margine di trattativa. Nei procedimenti in cui ha potere urbanistico, convenzionale o di trattativa (protocolli d’intesa, varianti, accordi con i grandi operatori), il Comune può inserire o condizionare clausole di recupero del calore. Non come buon auspicio: come condizione. Non sempre, però, la palla è sua. Dove l’autorizzazione spetta alla Regione o passa da una valutazione di impatto ambientale, la leva si sposta sulla pianificazione energetica regionale e sui procedimenti ambientali. Sapere chi decide, caso per caso, è il primo atto di un controllo civico che funziona. Da lì discende cosa può fare, in concreto, chi vuole che la cosa accada. Si può chiedere al proprio Comune se i protocolli e le convenzioni firmati o in trattativa con operatori di data center prevedano una clausola di recupero termico, e se non c’è, perché no. Si può usare l’**accesso civico generalizzato**, lo strumento che permette a chiunque di chiedere documenti e dati alla pubblica amministrazione senza nemmeno dover spiegare perché, per domandare se esistano studi di fattibilità sul recupero del calore dai data center previsti sul territorio. Si può sollecitare la Regione, che ha in mano la pianificazione energetica e la valutazione di impatto ambientale, perché il recupero del calore entri tra i criteri di insediamento dei nuovi impianti. E dove una candidatura è in corso, come a Genova, si può fare in pubblico la domanda che finora è mancata: il calore di questo impianto, dove va a finire. Sono richieste legittime, documentabili, a costo zero per chi le fa. La loro forza sta nei fatti: la direzione europea è già tracciata (recupero come regola, esenzione solo se non è tecnicamente o economicamente fattibile), il modello in Italia funziona (Brescia), e a Genova una rete, per quanto piccola, c’è. Chi risponde «non si può» è pregato di spiegare perché, con la stessa logica con cui la direttiva concede l’esenzione: dimostrando l’impossibilità, non limitandosi a dichiararla. ## Il calore c’è. La domanda è politica Mettiamo in fila i fatti, perché reggono tutti alla verifica. I data center trasformano in calore quasi tutta l’energia che consumano. Dove ci sono le condizioni giuste, quel calore si recupera e va nelle reti di teleriscaldamento, come già succede in diverse città europee e, dal 2025, anche a Brescia. Non basta «volerlo»: servono reti vicine, domanda termica, pompe di calore o raffreddamento a liquido, investimenti e regole chiare. L’Europa la strada l’ha indicata, soprattutto con l’articolo 26 della Direttiva efficienza energetica. All’Italia resta il compito, finora rimandato, di renderla davvero operativa. Il paradosso da cui siamo partiti, la città che brucia gas accanto alla macchina che butta calore, non è un destino. È il risultato di scelte non fatte. E le scelte non fatte, a differenza delle leggi della fisica, si possono cambiare. Il calore c’è già. Resta da decidere chi se ne occupa, e cosa ne fa. Quella domanda possiamo farla noi, adesso. La scelta è politica. --- ## Approfondimenti Eywa [Gigafactory AI a Genova: l’acqua che nessuno quantifica](https://eywadivulgazione.it/gigafactory-ai-genova-acqua/) «Eywa Divulgazione, 2026. Il consumo idrico nascosto delle infrastrutture AI e gli strumenti civici per chiederne conto.» [Data center AI, rete elettrica e bolletta](https://eywadivulgazione.it/data-center-ai-rete-elettrica-bolletta/) «Eywa Divulgazione, 2026. Come i grandi impianti di calcolo stanno ridisegnando la domanda di rete e il costo dell’energia.» [AI e consumo energetico](https://eywadivulgazione.it/ai-consumo-energetico/) «Eywa Divulgazione, 2026. I numeri reali del fabbisogno energetico dell’intelligenza artificiale.» ## Fonti [Energy and AI](https://www.iea.org/reports/energy-and-ai) Agenzia internazionale dell’energia (IEA), 2025, analisi globale sul rapporto tra energia e intelligenza artificiale, con proiezioni del consumo elettrico dei data center e del potenziale di recupero del calore. [Direttiva (UE) 2023/1791 sull’efficienza energetica](https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2023/1791/oj) Parlamento europeo e Consiglio, 2023, testo della direttiva EED: l’articolo 12 fissa gli obblighi di comunicazione dei dati per i data center con potenza IT installata sopra 500 kW, l’articolo 26 paragrafo 6 l’obbligo per gli Stati membri di garantire il recupero del calore per quelli con assorbimento energetico totale nominale sopra 1 MW, con esenzione solo per impossibilità tecnica o economica. [Efficienza energetica, recepimento dell’articolo 12 EED](https://www.mase.gov.it/portale/efficienza-energetica) Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, 2024, pagina sul recepimento italiano: l’articolo 16 del decreto-legge 131/2024 attua l’articolo 12 della direttiva sugli obblighi di pubblicità dei centri dati. [Direttiva efficienza, l’Italia manca la scadenza UE](https://www.rinnovabili.it/energia/efficienza-energetica/direttiva-efficienza-italia-recepimento/) Rinnovabili.it, 2025, ricostruzione del ritardo italiano nel recepimento pieno della EED rispetto alla scadenza dell’11 ottobre 2025. [Schema di rating di sostenibilità per i data center nell’UE](https://energy.ec.europa.eu/news/rating-scheme-data-centres-eu-commission-launches-call-feedback-2026-03-27_en) Commissione europea, 2026, presentazione dello schema di valutazione dei data center costruito sul reporting della EED, che include esplicitamente il riuso del calore di scarto verso impianti vicini e reti di teleriscaldamento. [EU sets energy standards for data centres amid soaring power demand](https://www.energyconnects.com/news/technology/2026/june/eu-sets-energy-standards-for-data-centres-amid-soaring-power-demand/) EnergyConnects, 2026, sintesi dell’annuncio di inizio giugno 2026 sugli standard minimi di prestazione e sull’etichetta di sostenibilità per i data center. [A2A, nuovo calore green per Brescia](https://www.gruppoa2a.it/it/media/comunicati-stampa/a2a-calore-green-brescia-primo-data-center) A2A, 2025, comunicato sull’inaugurazione del primo data center italiano a raffreddamento a liquido collegato a una rete cittadina di teleriscaldamento: prima fase operativa da circa 800 MWh termici l’anno, 16 GWh termici l’anno a regime con il secondo step, calore fino a 65 °C, circa 1.350 appartamenti serviti, 3.500 tonnellate di CO₂ evitate. Nello stesso comunicato l’AD di A2A stima in circa 150.000 gli appartamenti riscaldabili in Lombardia con il calore dei data center già in pipeline. [A Milano il primo progetto in Italia per il recupero di calore da data center](https://www.gruppoa2a.it/it/media/comunicati-stampa/milano-primo-progetto-italia-recupero-calore-data-center) A2A, 2024, comunicato sul recupero del calore di scarto del data center Avalon 3 di Retelit verso la rete di teleriscaldamento del Municipio 6 di Milano: impianto operativo dai primi mesi del 2026, 2,5 MWt e circa 15 GWh, 1.250 famiglie servite in più all’anno. [Fortum ha avviato la produzione di calore nei due grandi siti di data center in Finlandia](https://www.fortum.com/en/media/2026/05/fortum-has-started-heat-production-two-large-data-centre-sites-finland) Fortum, 2026, comunicato che chiarisce lo stato del progetto con Microsoft: pompe di calore in esercizio nel 2026, recupero del calore dai data center in avvio graduale dall’anno successivo. [La nostra rete di teleriscaldamento](https://www.gruppoiren.it/it/i-nostri-servizi/teleriscaldamento/la-nostra-rete.html) Gruppo Iren, dati ufficiali della rete: per Genova circa 8 km di doppia tubazione, 1,6 milioni di m³ allacciati, 7.911 abitanti serviti e circa 27 GWh l’anno; il piano di sviluppo cittadino prevede la riqualificazione della centrale, non l’estensione della rete. [Sustainable data centers roadmap, capitolo Heat reuse](https://icef.go.jp/wp-content/themes/icef_new/pdf/roadmap/2025/09_CHAPTER%20%E2%85%A1%20%E2%80%93%204.%20HEAT%20REUSE.pdf) Innovation for Cool Earth Forum (ICEF), 2025, roadmap tecnica sulle condizioni del recupero del calore dei data center: temperatura, distanza dalla rete, domanda termica, costi di investimento e contratti di lungo periodo. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Gigafactory AI a Genova: l’acqua che nessuno quantifica](https://eywadivulgazione.it/gigafactory-ai-genova-acqua/) **Published:** Giugno 8, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Il Consiglio Comunale di Genova discute in questi giorni la mozione numero 93, depositata il 25 novembre 2025 e arrivata in aula soltanto adesso, a giugno 2026 (Comune di Genova, registro atti, comune.genova.it). La proposta è di candidare la città a sede di una delle gigafactory previste dal programma europeo InvestAI: almeno quattro enormi centri di supercalcolo che l’Unione Europea intende finanziare con un fondo dedicato di 20 miliardi di euro, nell’ambito di un’iniziativa che punta a mobilitare 200 miliardi complessivi di investimenti per l’intelligenza artificiale. La notizia ha trovato accoglienza entusiasta: istituzioni, imprese, università e ospedali hanno già firmato il protocollo d’intesa promosso da Liguria Digitale, portando le adesioni a oltre 5.000 soggetti. L’entusiasmo è comprensibile. Occupazione, investimenti, posizionamento europeo: sono parole che fanno bene a sentirsi in una città che ha lasciato il triangolo industriale del dopoguerra e non ha ancora trovato un profilo economico altrettanto nitido. Ma c’è una domanda che nei materiali pubblici e istituzionali consultati non risulta centrale, né nelle dichiarazioni dei promotori né nei comunicati stampa. È una domanda semplice: quanta acqua beve una gigafactory? ## **Una macchina di una certa taglia** Prima di rispondere, vale la pena capire di cosa si sta davvero parlando. Il nome «gigafactory» evoca le fabbriche di batterie alla stessa scala di investimento e impatto sul territorio. Qui però i prodotti non sono batterie, ma calcolo. Enormi quantità di calcolo, tutto il giorno, tutti i giorni. Per dare una misura concreta: in Italia esiste già un’infrastruttura di questo tipo, anche se più piccola. Si chiama IT4LIA, operativa nella rete AI Factory dall’aprile 2025, con il nuovo hardware dedicato in fase di installazione nel 2026 e un investimento stimato tra 420 e 430 milioni di euro. Quella è la «struttura piccola». Una gigafactory è un’altra scala: circa 100.000 chip AI di ultima generazione per sito, un investimento da 3 a 5 miliardi di euro, tra i più grandi mai realizzati per infrastrutture tecnologiche civili in Europa. AI Factory e Gigafactory non sono due gare diverse. Sono due livelli della stessa rete europea, EuroHPC: la prima è l’infrastruttura già diffusa, la seconda il gradino di scala superiore. La gigafactory è un pilastro di quella rete, non un programma a parte. EuroHPC, l’ente europeo che gestisce il programma, le definisce strutture per l’intero ciclo operativo dell’intelligenza artificiale: dall’addestramento dei modelli all’elaborazione su larga scala. Tradotto: non è un impianto che si accende per fare un calcolo e poi si spegne. È un impianto che gira a pieno regime in modo continuo, producendo calore in modo strutturale, non occasionale. Il programma InvestAI è stato lanciato al Summit AI di Parigi nel febbraio 2025 e ha ricevuto 76 manifestazioni di interesse da 16 Paesi membri. Il 28 aprile 2026 EuroHPC ha aperto un bando con scadenza 23 giugno 2026 dedicato alla cooperazione tra AI Factories e Antennas: non è, tecnicamente, il bando di assegnazione delle AI Gigafactories. La candidatura italiana si colloca nel percorso avviato con la call for expression of interest del 2025 e nel quadro introdotto dal Regolamento (UE) 2026/150, che ha formalmente inserito le gigafactory come pilastro del programma europeo; la selezione finale è attesa nella seconda metà del 2026. La competizione è intensa: la Francia è in campo con una proposta di ampia portata, e diversi altri Paesi, tra cui Germania, Paesi Bassi e Spagna, risultano attivi. L’Italia candida un consorzio tra Leonardo, Eni e la Fondazione AI4Industry di Torino. I supercomputer citati come credenziali sono il Leonardo di Cineca a Bologna, il Davinci-1 di Leonardo a Genova e l’HPC6 di Eni a Pavia. Genova ha costruito una narrazione di candidatura coerente: due supercomputer già operativi (il Davinci-1 alla Torre Fiumara e il Franklin dell’IIT ospitato da Liguria Digitale), l’area degli Erzelli come possibile sede fisica, il know-how biomedico del territorio, una rete di cavi sottomarini che fa del porto un nodo internazionale di connettività. Tutto questo è noto, ed è reale. Serve però una precisazione. La candidatura che l’Italia presenta all’Europa è una sola, nazionale, affidata al consorzio. Tra i siti più citati nelle ricostruzioni pubbliche disponibili figurano Ferrera Erbognone, vicino a Pavia, dove Eni ha il suo campus di supercalcolo, e Grottaglie in Puglia, dove Leonardo ha già uno stabilimento. Il ministro Urso ha citato il Davinci-1 tra gli asset della proposta italiana: è un riconoscimento del valore del territorio, non l’assegnazione di una sede. Il Davinci-1 entra nel dossier come credenziale dell’ecosistema esistente. Non come sede già scelta. La candidatura esiste, è istituzionalmente riconosciuta, ha basi tecnologiche reali. Quello che non è noto è il consumo idrico. ## **Il costo che non appare nei comunicati: l’acqua** Quasi tutta l’elettricità immessa nei server si converte in calore. È fisica, non un’opinione: dove c’è calcolo c’è calore, e dove c’è calore serve un modo per dissiparlo. Il metodo più diffuso è il raffreddamento evaporativo. Funziona in modo simile al sudore: l’acqua viene fatta circolare attorno ai server, assorbe il calore, poi evapora portandolo via. È efficiente. Ma ha un costo preciso: l’acqua che evapora non può essere recuperata. Va prelevata, usata, persa. La proiezione settoriale dell’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che un impianto da 100 megawatt, una taglia di riferimento per i grandi data center, consumi circa 2 milioni di litri d’acqua al giorno. Questo valore aggrega due componenti distinte. La prima è il consumo diretto: circa 725.000 litri al giorno che evaporano nel sistema di raffreddamento e non vengono recuperati. La seconda è l’impronta idrica indiretta: circa 1,3 milioni di litri legati all’acqua che le centrali elettriche usano per generare l’energia consumata dall’impianto stesso. La distinzione conta, perché tecnologie più avanzate possono ridurre drasticamente la prima componente, ma non eliminano la seconda. Il dato IEA si basa sulle condizioni medie degli Stati Uniti, mix energetico incluso: non è una stima trasferibile automaticamente al sito ligure, ma un ordine di grandezza indicativo della scala del fenomeno. I numeri acquistano significato quando si traducono in scala domestica. Sulla base dei dati ISTAT sull’acqua erogata dalle reti comunali italiane per tutti gli usi autorizzati, che è di 214 litri per abitante al giorno, una famiglia di tre persone consuma circa 640 litri al giorno. I soli 725.000 litri di consumo diretto equivalgono al fabbisogno giornaliero di circa 1.100 famiglie. Considerando i 2 milioni di litri complessivi si arriva a diverse migliaia: circa 3.100 con questa stessa base ISTAT, fino alle circa 6.500 stimate dall’IEA con un nucleo familiare medio più contenuto. C’è però una distinzione che conta, e va detta con precisione. I 725.000 litri diretti sono la quota che evapora dove sorge l’impianto: quella grava sul territorio che lo ospita. I 1,3 milioni indiretti gravano invece sui bacini dove l’energia viene prodotta, che possono essere lontani centinaia di chilometri. Se la corrente arriva da rinnovabili pugliesi o sarde, quell’acqua non esce dall’acquedotto ligure. Non sparisce, però: si sposta. Resta un costo idrico reale, solo contabilizzato altrove, e dipende dal mix energetico effettivo, che oggi nessuno ha dichiarato. Le rinnovabili non azzerano la seconda componente per definizione, la riducono soltanto se e dove il mix lo consente. Il numero cambia con il metodo di calcolo, e cambia con la geografia. Il fenomeno no. Non è un dato neutro: è la scala dell’infrastruttura che si sta discutendo. La pressione globale è già visibile. La proiezione settoriale IEA, circoscritta ai soli data center, stima che il loro consumo idrico complessivo passerà dai 560 miliardi di litri del 2023 a circa 1.200 miliardi di litri entro il 2030. L’impronta complessiva dell’AI è più ampia: il rapporto UNU-INWEH del giugno 2026, che integra per la prima volta energia, acqua e suolo dell’intera filiera produttiva (hardware, infrastruttura, operatività), stima valori significativamente più alti. I due ordini di grandezza non si contraddicono: misurano cose diverse. Entrambi confermano la direzione del problema. E qui sta il punto. Una gigafactory è progettata per gestire sia l’addestramento dei modelli sia la loro elaborazione su larga scala, in modo continuo. Non c’è un momento eccezionale in cui i consumi picchino e poi si esauriscano: la domanda è strutturale, tutto l’anno, nei mesi di maggiore pressione sulle riserve idriche locali, per la quota diretta. I conflitti sono già in corso altrove. A Santiago del Cile, nel 2024, un tribunale ambientale ha annullato in parte l’autorizzazione a Google per un data center nel quartiere di Cerrillos, chiedendo di rivalutare l’impatto sull’acquifero locale in una zona segnata da oltre un decennio di siccità. Il progetto originario prevedeva, secondo le ricostruzioni giornalistiche e gli atti del procedimento, un consumo di 7,6 milioni di litri d’acqua potabile al giorno. Pochi mesi dopo Google ha rinunciato al permesso e ha dichiarato di voler riprogettare l’impianto con raffreddamento ad aria; alla data di questo dossier il completamento della riprogettazione non risulta documentato. Non era un impianto pensato per l’AI: era un data center ordinario. Eppure la domanda sull’acqua è bastata a fermarlo. Negli Stati Uniti, un’indagine del Guardian del giugno 2026 ha documentato come la maggior parte dei nuovi data center AI sia in costruzione su terreni già colpiti dalla siccità, con tensioni crescenti tra operatori e comunità locali. Lo schema si ripete. ## **Il paradosso ligure** La Liguria non è la Virginia e non è il Cile. Ma ha fragilità idriche reali, e sono documentate. I quadri climatici regionali elaborati da ARPAL e ISPRA indicano condizioni di crescente vulnerabilità idrica estiva: forte variabilità delle precipitazioni, temperature medie sopra la norma, pressione particolare sul bacino del Levante e sull’entroterra. In Italia la crisi idrica ha causato danni stimati in 8,5 miliardi di euro solo per l’agricoltura nel 2024, secondo il Libro Bianco «Valore Acqua» del think tank TEHA. La rete idrica nazionale è sotto stress strutturale, con dispersioni significative e una domanda crescente sia civile che industriale. In questo contesto arrivano le richieste di connessione alla rete elettrica in alta tensione per i nuovi data center. A fine 2025 avevano raggiunto 69 gigawatt in Italia secondo il Politecnico di Milano, quasi tredici volte i livelli del 2023. Elaborazioni successive basate su dati Terna della primavera 2026 le portano a circa 82 gigawatt. Vale la pena dirlo chiaramente: sono richieste di connessione, non capacità realizzata, e una parte rilevante resta sulla carta, tanto che il legislatore è già intervenuto sulla cosiddetta «saturazione virtuale» della rete. Sono concentrate per oltre il 60% in Lombardia, non in Liguria. Restano un segnale potente della pressione crescente che il calcolo esercita sull’infrastruttura elettrica italiana e, attraverso l’elettricità, sulle risorse idriche. Il vuoto normativo è un moltiplicatore del rischio. Solo la Lombardia, prima regione italiana, ha adottato una legge specifica che regola la presenza dei data center sul proprio territorio, approvata il 26 maggio 2026, pubblicata come L.R. n. 11 del 3 giugno 2026, in vigore dal 20 giugno 2026. Per il resto d’Italia, compresa la Liguria, un quadro normativo regionale dedicato non esiste. In assenza di regole, i costi ambientali rischiano di essere scaricati sulle risorse del territorio senza alcun meccanismo di compensazione. ## **Il Davinci-1 ci insegna già qualcosa** I conflitti aperti altrove non riguardano ancora la Liguria. Ma c’è un elemento che rende il caso genovese particolarmente utile per ragionare in concreto: il Davinci-1 esiste già. È installato nella Torre Fiumara dal dicembre 2020, dotato di un sistema di raffreddamento con gruppi frigo condensati ad acqua e impianti di climatizzazione di precisione, con un meccanismo che sfrutta l’aria esterna per ridurre il lavoro dei compressori quando la temperatura lo consente. È un sistema tecnologicamente curato. Quanti litri d’acqua consuma il Davinci-1 ogni giorno? La risposta è: non risulta pubblicato nelle fonti istituzionali e tecniche consultate. Non perché il dato non esista: esiste, è fisicamente misurabile. Non viene reso pubblico. Nessuna comunicazione istituzionale di Leonardo, nessun documento di Liguria Digitale, nessun report di sostenibilità rende disponibile questa informazione per il territorio su cui il supercomputer opera. Questo è già un problema. Diventa un problema più grande se si considera che una gigafactory ha un’intensità di calcolo stimata in ordini di grandezza superiori rispetto al Davinci-1. Se non sappiamo quanta acqua consuma l’infrastruttura che c’è, su quale base valutiamo l’impatto di quella che vogliamo portare? ## **Le soluzioni esistono, ma non sono la norma** Le alternative tecnologiche ci sono. Il raffreddamento a circuito chiuso, in cui l’acqua non evapora ma viene ricircolata dopo aver dissipato il calore attraverso grandi ventole industriali, riduce drasticamente i consumi diretti. Microsoft presenta questo approccio nel progetto «Fairwater», il campus di Mount Pleasant in Wisconsin descritto dall’azienda a giugno 2026 come modello di data center AI con un consumo annuo di acqua paragonabile a quello di un singolo ristorante. La tecnologia descritta è reale; i dati sono per ora dichiarazioni aziendali e non risultano verificati da fonti indipendenti. Ma si applica solo a nuovi impianti progettati con questo vincolo fin dall’inizio: i circa 500 data center esistenti di Microsoft restano idroesigenti, e nessun programma di recupero su larga scala è stato annunciato. Google sperimenta il raffreddamento ad aria nelle zone a rischio idrico. Alcune strutture utilizzano acqua reflua recuperata al posto di acqua potabile o di falda. Genova ha un asset potenzialmente rilevante in questo quadro: l’acqua di mare, disponibile in quantità industriali, è teoricamente utilizzabile come dissipatore termico per impianti costieri. Va detto con chiarezza: questa opzione comporta vincoli ingegneristici non banali, tra corrosione ed efficienza dello scambio termico, e vincoli autorizzativi sull’impatto termico degli scarichi in mare. Quali vincoli, dipende da dove. Davanti al fronte portuale e industriale (Sampierdarena, Cornigliano, Sestri Ponente) le praterie di Posidonia sono assenti da tempo, cancellate da fondali artificiali e antropizzazione: lì il nodo è la temperatura della colonna d’acqua nel bacino, l’effetto sull’ittiofauna e, dove presente, sulla mitilicoltura. La Posidonia torna a essere un vincolo solo spostandosi verso i tratti dove le praterie esistono ancora, agli estremi della costa cittadina e nelle aree protette di Portofino e Bergeggi. Non è una soluzione automatica: è un’ipotesi che richiede valutazione tecnica e autorizzazioni dedicate, calibrate sul sito. Esiste perfino una frontiera più estrema, che a Genova suona meno astratta che altrove: non usare il mare per raffreddare, ma collocare il data center dentro il mare. È il Project Natick di Microsoft, un cilindro sigillato con 864 server rimasto due anni sul fondale al largo delle isole Orcadi, in Scozia, a circa 35 metri di profondità, alimentato da rinnovabili, con un tasso di guasto pari a circa un ottavo di quello di un impianto gemello a terra. Microsoft lo ha definito «promettente» e poi lo ha accantonato: tra i limiti operativi indicati nelle ricostruzioni disponibili, la difficoltà di sostituire i server in un impianto sigillato. Resta il segnale che, per una città con i fondali e gli approdi di cavi di Genova, l’opzione marina non è fantascienza ma ingegneria già sperimentata. Vale la pena dirlo chiaramente: nessuna di queste tecnologie è ancora lo standard diffuso. Gli impegni pubblici di «water neutrality» di Google e Microsoft entro il 2030 sono reali, ma si riferiscono ai nuovi siti; i vecchi impianti restano idroesigenti. Nulla garantisce che una gigafactory costruita in Liguria adotti automaticamente i sistemi più efficienti, in assenza di una normativa che lo imponga. ## **Cosa possiamo chiedere** L’ipotesi di ospitare una gigafactory in Liguria non è necessariamente sbagliata. Un impianto costruito con tecnologie avanzate, alimentato da fonti rinnovabili, con un sistema di raffreddamento che non incida sulle riserve di acqua dolce, potrebbe essere un investimento compatibile con il profilo ambientale della città. Ma questo non è l’argomento che si fa in Consiglio Comunale. L’argomento è: occupazione, investimenti, posizionamento europeo. Argomenti legittimi. Incompleti. C’è un ultimo aspetto importante. Il percorso europeo di selezione delle gigafactory è in corso adesso. Il dossier di candidatura è in lavorazione adesso. Se le domande idriche non entrano nel dossier adesso, non ci entreranno più. E le stesse domande si applicano ai siti più avanzati della proposta nazionale, a partire dal campus di Ferrera Erbognone in Lombardia. La trasparenza idrica non è una questione locale: è una questione di sistema. Le domande concrete sono queste. Quanta acqua consumano già il Davinci-1 e il Franklin, da quale fonte e con quale sistema di raffreddamento, e perché il dato non risulta pubblicato nelle fonti istituzionali consultate? Il piano di candidatura include una valutazione dell’impatto idrico? Quale sistema di raffreddamento è previsto per il nuovo impianto, e c’è un impegno vincolante sulla fonte? Chi compensa il territorio se il consumo supera soglie critiche? Sono domande tecniche. Sono anche domande politiche. Sono, soprattutto, domande che un territorio informato ha il diritto di fare prima di apporre la propria firma su un protocollo d’intesa. L’acqua non è un dettaglio: è il termometro reale di quanto una promessa di sviluppo sia anche una promessa di sostenibilità. Finché questa domanda non entra nel dibattito pubblico genovese, il consenso attorno alla candidatura è un consenso incompleto. ## **Cosa fare, prima della firma** Le domande di questo dossier non restano sospese, perché gli strumenti per pretendere una risposta esistono già e non richiedono né competenze legali né permessi speciali. Cambiano solo a seconda di chi li usa. Il primo strumento è la richiesta del dato che manca. Il consumo idrico del Davinci-1 e del Franklin è misurabile, ed è un dato che diversi soggetti sono tenuti o possono essere chiamati a fornire. Il decreto legislativo 195 del 2005 sull’accesso all’informazione ambientale si applica alle autorità pubbliche: vale quindi pienamente per il Comune, la Regione, Liguria Digitale in quanto società in house, e il gestore idrico per i dati sui prelievi. Per le informazioni relative al Davinci-1 di Leonardo, soggetto privato, la via più diretta è la richiesta ai soggetti pubblici che detengono atti autorizzativi o contratti connessi all’impianto, o al gestore idrico che ne gestisce i prelievi. Il singolo cittadino presenta la richiesta da solo, via PEC, in dieci righe. Un comitato la presenta in forma coordinata, perché dieci richieste identiche sono più difficili da archiviare di una. Un consigliere comunale ha lo strumento più ampio: il diritto di accesso agli atti riconosciuto dall’articolo 43 del Testo unico degli enti locali, più difficile da respingere, che copre anche la documentazione interna del Comune sulla candidatura. Il secondo strumento è in mano ai consiglieri: trasformare l’adesione in adesione condizionata. Sostenere la candidatura non obbliga a sostenerla a scatola chiusa. Un emendamento o un ordine del giorno alla mozione 93 può subordinare il sì del Comune a condizioni verificabili: la trasparenza dei consumi, l’impegno su un raffreddamento che non prelevi acqua potabile, una valutazione costi-benefici pubblica. Il cittadino e il comitato in aula non votano, ma possono fare due cose concrete: chiedere per iscritto ai consiglieri di presentare quelle condizioni, e fornirne il testo già pronto, così che l’unica fatica residua sia depositarlo. Il terzo strumento mette le domande a verbale prima che la firma le renda inutili. Dopo la chiusura del bando, aggiungere condizioni diventa un retrofit: costoso e conflittuale. Un consigliere presenta un’interrogazione che obbliga la giunta a rispondere per iscritto su quali condizioni idriche, energetiche e occupazionali siano davvero scritte nel dossier; un comitato chiede di essere ascoltato nella commissione consiliare competente, possibilità che i regolamenti comunali in genere prevedono; un cittadino protocolla le proprie domande via PEC al Comune, alla Regione e all’assessorato, ottenendo un numero di protocollo che, comunque vada, lascia una traccia verificabile. Resta il suolo, e non è un dettaglio tecnico. Genova ha avviato il censimento di aree dismesse per nuovi insediamenti, e dove finirebbe fisicamente un impianto del genere è una decisione urbanistica. Quando gli atti urbanistici vanno in pubblicazione chiunque può presentare osservazioni: è la sede in cui i cittadini e i comitati possono chiedere che la scelta del sito venga motivata rispetto alle alternative che la costa genovese rende possibili, e fuori dalle aree già in tensione idrica. Dove poi compaia denaro pubblico o un servizio locale, e Liguria Digitale è una società in house, resta lo strumento più pesante: la segnalazione alla Corte dei Conti, da tenere per quando le domande ordinarie non ottengono risposta. Nessuna di queste mosse è un gesto simbolico. Sono richieste che producono un atto, un protocollo, un obbligo di risposta. La differenza tra un consenso informato e un consenso al buio sta tutta qui, e si gioca nelle settimane che vengono, non dopo. ## **Approfondimenti Eywa** [**Datacenter e acqua pubblica: la sete invisibile dell’intelligenza artificiale**](https://eywadivulgazione.it/datacenter-acqua-pubblica-sete-invisibile-intelligenza-artificiale/). Eywa Divulgazione, 2026. I data center di AI e cloud prelevano acqua da falde e acquedotti condivisi con i cittadini: un fenomeno già in corso in Italia, spesso senza che il territorio ne sia informato. Approfondisce la dimensione locale e sistemica del consumo idrico dell’industria del dato, con focus sugli strumenti a disposizione dei cittadini per monitorare e contestare. [**Data center e AI: rischiano di far saltare la rete elettrica**](https://eywadivulgazione.it/data-center-ai-rete-elettrica-bolletta/). Eywa Divulgazione, 2026. Quando si parla di gigafactory si parla anche di gigawatt. Analisi di come l’espansione dei data center stia sovraccaricando la rete elettrica italiana, con conseguenze dirette sulle bollette domestiche e industriali. [**Quanta energia divora l’AI?**](https://eywadivulgazione.it/ai-consumo-energetico/). Eywa Divulgazione, 2024. Guida al consumo energetico dell’intelligenza artificiale: dai modelli linguistici ai sistemi di training e inferenza, passando per il ciclo di vita dei chip. Un riferimento per comprendere perché le gigafactory non sono semplici edifici, ma infrastrutture a intensità energetica e termica senza precedenti nel civile. [**Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo Comune**](https://eywadivulgazione.it/dispersione-idrica-quanta-acqua-si-perde-nel-tuo-comune/). Eywa Divulgazione, 2026. L’Italia perde in media il 42% dell’acqua immessa nelle reti prima che arrivi ai rubinetti. Come leggere i dati di dispersione del proprio gestore idrico e dove trovarli: una lettura necessaria per valutare se il territorio può reggere ulteriori prelievi a fronte di nuove infrastrutture ad alta intensità idrica. [**Le rinnovabili hanno un costo nascosto: litio, cobalto e l’acqua che paghiamo davvero**](https://eywadivulgazione.it/rinnovabili-costo-nascosto-litio-cobalto-acqua/). Eywa Divulgazione, 2026. La transizione energetica ha un conto in acqua spesso non dichiarato: dalle miniere di litio per le batterie ai sistemi di raffreddamento degli impianti. Un’analisi delle risorse idriche come variabile nascosta nei calcoli di sostenibilità delle infrastrutture tecnologiche. ## **Fonti** [**Commissione Europea, comunicato InvestAI, 11 febbraio 2025**](https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_25_467). Lancio del fondo da 20 miliardi per almeno quattro gigafactory europee nell’ambito di InvestAI da 200 miliardi complessivi. 100.000 chip AI per sito. [**EuroHPC Joint Undertaking, pagina AI Gigafactories**](https://eurohpc-ju.europa.eu). Definizione ufficiale: le gigafactory coprono l’intero ciclo operativo dell’AI, dallo sviluppo alla large-scale inference. [**EuroHPC JU, Call for Proposals AI Factories and Antennas, 28 aprile 2026**](https://eurohpc-ju.europa.eu/eurohpc-ju-launches-call-proposals-strengthen-european-ai-ecosystem-2026-04-28_en). Bando con scadenza 23 giugno 2026 dedicato alla cooperazione tra AI Factories e Antennas, non all’assegnazione delle gigafactory. Documento di riferimento per il percorso di selezione europeo. [**Consiglio dell’Unione Europea, Regolamento (UE) 2026/150, gennaio 2026**](https://eur-lex.europa.eu). Modifica al regolamento EuroHPC JU: introduce le AI gigafactory come pilastro europeo, con 4,12 miliardi da Horizon Europe, Digital Europe e CEF-Digital. [**CINECA, comunicato IT4LIA, 2026**](https://www.cineca.it/it/area-stampa/comunicati-stampa/un-nuovo-supercomputer-al-dama-tecnopolo-di-bologna-arriva-it4lia). IT4LIA operativa nella rete AI Factory dal 2025; nuovo supercomputer dedicato annunciato e in fase di installazione nel 2026. Investimento stimato tra 420 e 430 milioni di euro. [**IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia), Energy and AI 2025**](https://www.iea.org/reports/energy-and-ai/energy-demand-from-ai). Proiezione settoriale IEA sul consumo idrico dei data center negli Stati Uniti: impianto da 100 MW, circa 2 milioni di litri/giorno totali (di cui ~725.000 diretti, il resto impronta indiretta). Proiezione globale settore: 560 miliardi litri (2023) verso 1.200 miliardi entro il 2030. Dato riferito a mix energetico e clima USA: non direttamente trasferibile al contesto ligure. [**ISTAT, Le statistiche sull’acqua, 2025 (aggiornamento al 2024)**](https://istat.it). Acqua erogata dalle reti comunali per tutti gli usi autorizzati (domestici, commerciali, industriali allacciati): 214 litri per abitante al giorno (anno di riferimento 2022). [**UNU-INWEH (Istituto ONU per acqua, ambiente e salute), giugno 2026**](https://reuters.com/business/energy/ai-double-data-centre-power-water-consumption-by-2030-un-researchers-say-2026-06-03). Primo rapporto che integra impronta idrica, energetica e di suolo dell’intera filiera AI: valori complessivi significativamente superiori alle proiezioni settoriali IEA. Citato da AP News, Reuters, PBS NewsHour. [**TEHA Group, Libro Bianco «Valore Acqua» 2026**](https://ansa.it). Danni climatici all’agricoltura italiana nel 2024: 8,5 miliardi di euro. [**ARPAL Liguria, Rapporto Climatico 2025**](https://arpal.liguria.it/home-page/notizie-tematiche/item/rapporto-climatico-2025-i-principali-risultati-in-liguria.html). Principali risultati climatici per la Liguria nel 2025: temperature superiori alla media, forte variabilità spaziale e temporale delle precipitazioni, crescente vulnerabilità idrica estiva. [**Politecnico di Milano, Osservatorio Data Center, 2025**](https://osservatori.net). Richieste di connessione alla rete per data center: 69 GW a fine 2025, quasi 13 volte i livelli del 2023. Il dato 82 GW è ricavato da successive elaborazioni basate su dati Terna primavera 2026; non attribuibile al solo Politecnico. [**QualEnergia / Terna, primavera 2026**](https://qualenergia.it/articoli/data-center-terna-82-gw-richieste-tanta-speculazione). Dato 82 GW di richieste di connessione per data center comunicato da Terna; la componente speculativa rilevante è segnalata. [**Regione Lombardia / BURL, 2026**](https://regione.lombardia.it). Prima legge regionale italiana sui data center: approvata il 26 maggio 2026, pubblicata come L.R. n. 11 del 3 giugno 2026, in vigore dal 20 giugno 2026. [**Innovation Post, maggio 2026**](https://innovationpost.it). «L’Europa vuole 4 gigafactory AI e l’Italia si candida: che chance abbiamo?» Analisi del consorzio italiano e della competizione europea. [**Agenda Digitale, maggio 2026**](https://agendadigitale.eu). «Una gigafactory AI in Italia? Un bel sogno, ma gli ostacoli sono tanti.» Quadro critico della candidatura nazionale. [**Reuters / DatacenterDynamics / Climate Case Chart, 2024**](https://reuters.com/world/americas/chile-partially-pulls-google-data-center-permit-seeks-tougher-environmental-2024-02-27). Caso Google Cerrillos (Santiago del Cile): annullamento parziale del permesso, rinuncia di Google, riprogettazione con raffreddamento ad aria. Consumo di 7,6 milioni litri/giorno da ricostruzioni giornalistiche e atti del procedimento. [**The Guardian, 8 giugno 2026**](https://theguardian.com/us-news/2026/jun/08/datacenter-ai-drought-water). «Majority of US’s new AI datacenters to be built on drought-hit land.» Documentazione sull’espansione dei data center AI su terreni già soggetti a siccità negli Stati Uniti. [**WSP Italia, febbraio 2026**](https://wsp.com/it-it). «L’acqua: la sfida infrastrutturale sottovalutata nei data center.» [**Installatore Professionale / Mitsubishi Electric**](https://installatoreprofessionale.it). «Il raffrescamento del supercomputer Davinci-1 di Leonardo S.p.A.» Descrizione tecnica del sistema di raffreddamento installato alla Torre Fiumara. [**TechRadar / Microsoft, giugno 2026**](https://www.techradar.com/pro/a-new-approach-microsoft-ceo-claims-its-ai-superfactory-will-use-the-same-amount-of-water-each-year-as-a-neighborhood-restaurant). Dichiarazioni di Microsoft sul progetto Fairwater (Mount Pleasant, Wisconsin): consumo annuo di acqua paragonabile a un ristorante di quartiere. Dato basato su comunicazioni aziendali, non verificato da fonti indipendenti. [**Microsoft, Project Natick (Phase 2), 2018-2020**](https://news.microsoft.com/source/features/sustainability/project-natick-underwater-datacenter/). Data center sperimentale immerso al largo delle isole Orcadi: tasso di guasto circa un ottavo rispetto a terra. Tra i limiti operativi indicati nelle ricostruzioni, la difficoltà di manutenzione in impianto sigillato. [**Liguria Digitale / Sanremonews / Primocanale, maggio 2026**](https://liguriadigitale.it). Protocollo d’intesa «Genova Capitale dell’HPC & AI Factory»: 5.134 adesioni, firmato il 28 marzo 2025. [**Comune di Genova, registro atti**](https://comune.genova.it). Mozione n. 93 del 25 novembre 2025: «Promozione della candidatura di Genova quale sede della Gigafactory nazionale per l’intelligenza artificiale.» Fonte diretta: comune.genova.it, sezione registro atti consiliari. **Categorie:** Attualità, Dossier --- ### [La tariffa puntuale non è la soluzione, è un moltiplicatore](https://eywadivulgazione.it/la-tariffa-puntuale-non-e-la-soluzione-e-un-moltiplicatore/) **Published:** Giugno 5, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Sotto il nostro carosello sulla tariffazione puntuale sono arrivati decine di commenti. Molte delle paure dei cittadini hanno un fondamento reale, ma per ragioni che il dibattito spesso non vede: il problema non è il senso civico degli italiani, è la progettazione del sistema. Un’analisi delle buone pratiche nel mondo, e della loro fattibilità nell’Italia di oggi.* ## **Premessa: quello che ci avete scritto** Sotto il carosello sulla tariffazione puntuale sono arrivati decine di commenti. Li abbiamo letti tutti. La cosa interessante non è che siano arrabbiati. È che, quasi sempre, hanno ragione. C’è chi teme che la gente, pur di non pagare, finisca per buttare i sacchi nei boschi. Chi ha differenziato per anni senza vedere un euro di sconto in bolletta. Chi segnala che il vicino con l’orto, colpevole di non conferire indifferenziato, si è ritrovato la polizia locale alla porta a chiedere spiegazioni. Chi fa notare che chi vive di cibi pronti in plastica può finire per pagare meno di chi ha un gatto e una lettiera. Nessuna di queste obiezioni è una sciocchezza. Sono, una per una, descrizioni precise di come un sistema può rompersi. Il dibattito pubblico le tratta come rumore di fondo. Le incasella in due tifoserie: i cittadini virtuosi da una parte, i furbetti dall’altra. È una semplificazione comoda e sbagliata. Comoda, perché trasforma un problema di ingegneria in una questione morale. Sbagliata, perché i sistemi che funzionano davvero, nel mondo, non si reggono sul senso civico dei cittadini. Si reggono su come sono progettati. Questa è la domanda che attraversa tutto il dossier. Non «la tariffa puntuale è giusta». Ma «la tariffa puntuale, da sola, produce un risultato». La risposta breve è no. La tariffa non crea il risultato. Lo moltiplica, se il sistema attorno è solido. Lo amplifica al contrario, se quel sistema non esiste. E in molte realtà italiane, oggi, quel sistema attorno resta incompleto o disomogeneo. ## **La scala letta al contrario** L’Unione europea ha fissato da tempo una gerarchia dei rifiuti. È scritta nell’articolo 4 della direttiva 2008/98/CE, e l’ordine non è un dettaglio. Prima la prevenzione. Poi il riutilizzo. Poi il riciclo. Poi il recupero di energia. Per ultimo, lo smaltimento. Il rifiuto migliore resta quello che non nasce. La tariffa puntuale lavora soprattutto sul residuo, a valle della prevenzione. Misura quanto rifiuto urbano residuo conferisci, cioè la frazione destinata ai diversi trattamenti del sistema locale. Non misura quanto produci. Non misura quanto compri. Agisce sul residuo, e solo marginalmente sulla prevenzione. Da qui nasce un paradosso che diversi di voi hanno colto al volo. Chi riempie il carrello di acqua in bottiglia, monouso e confezioni dentro le confezioni può risultare un campione di virtù. Quella plastica va nella differenziata, che di norma non è la componente direttamente misurata nella quota puntuale, anche se i suoi costi restano dentro il servizio. Chi invece produce poco, ma quel poco è indifferenziabile (una lettiera, un pannolino, un presidio sanitario) paga. Il sistema premia il volume, purché sia del colore giusto. Detta altrimenti: la puntuale può alleggerire la bolletta di chi consuma molto e appesantirla a chi consuma poco. Misura la separazione, non la sobrietà. «Meno indifferenziato» non significa «meno rifiuti». Significa soltanto «meno rifiuti in quella casella». Questo non rende la tariffa inutile. La rende parziale. Agisce su un anello della catena e lascia intatti gli altri, a partire da quello dove il rifiuto viene davvero deciso. Non a casa nostra. Molto prima. ## **Non esiste «la» tariffa puntuale** Quando si discute di tariffa puntuale si parla come se fosse una cosa sola. Non lo è. Sotto quella parola convivono sistemi che misurano cose diverse, in modi diversi, con esiti diversi. Dire «tariffa puntuale» è come dire «automobile». Dipende da com’è costruita, e un’utilitaria e un camion non vanno allo stesso modo. C’è chi misura il peso dell’indifferenziato. Chi ne misura il volume. Chi conta gli svuotamenti del bidone, pieno o mezzo vuoto che sia. Chi vende sacchi prepagati e considera chiuso il discorso. Chi infila un tag RFID nel mastello e registra ogni esposizione. Ognuna di queste scelte cambia il segnale che arriva al cittadino, e cambia il comportamento che ne consegue. Non sono sfumature tecniche. Sono sistemi che producono numeri diversi. E la differenza non è un’opinione. Le analisi comparate nei Paesi del Benelux indicano una tendenza documentata: i sistemi a peso producono meno indifferenziato di quelli a volume, che a loro volta battono quelli a sacco. Più la misura è esatta, più l’incentivo morde. Uno di voi, nei commenti, lo ha detto senza giri: servono aree dove si pesa davvero quello che butti. Tecnicamente, ha ragione. Poi c’è il conto che nessuno mostra volentieri. Misurare costa. Servono chip, lettori, software, manutenzione, personale, controlli. Ogni svuotamento contato è un’infrastruttura che gira e che va pagata. In alcuni sistemi quel costo rientra nei risparmi di smaltimento. In altri no. E allora la domanda diventa scomoda: quanto ci costa contare ogni sacco. Se contarlo costa più di quanto fa risparmiare, la puntuale ha smesso di essere uno strumento ambientale ed è diventata un esercizio di contabilità. ## **Il gradino che viene prima** C’è un equivoco che conviene smontare subito. Si tende a pensare che sia la tariffa a far decollare la differenziata. Spesso non è così. Il salto più grande, quello vero, arriva un gradino prima: quando si cambia il modo di raccogliere. Roma, 2007. Nei quartieri di Colli Aniene, Decima e Massimina la differenziata passa in media dal 12% a quasi il 67% in meno di tre mesi, con il solo passaggio alla raccolta domiciliare. Senza tariffa puntuale. Senza chip nei sacchi. Il meccanismo è lo stesso che regge la puntuale, ed è il vero motore di entrambe: il conferimento smette di essere anonimo. Se il sacco è riconducibile a te, lo fai con più attenzione. Non per virtù. Per buon senso. Questo spiega un’obiezione che torna spesso nei commenti: «da noi c’è la puntuale e la differenziata non è migliorata». Può essere vero. Magari il miglioramento era già arrivato prima, col porta a porta, e la tariffa ci ha aggiunto poco. La puntuale, da sola, lavora sui margini. È un affinamento, non una rivoluzione. Il porta a porta domiciliare costa di più della raccolta stradale, e su questo non c’è da nascondersi: i numeri parlano di fino a oltre il doppio per tonnellata. Ma intercetta molta più frazione, e di qualità più alta, con meno materiale estraneo che manda all’aria interi carichi di riciclabile. Si paga di più per raccogliere meglio. È una scelta di sistema, non un dettaglio del tariffario. Il punto è tutto qui. Il protagonista non è la tariffa. È il progetto del servizio. Frequenza della raccolta, accessibilità delle isole ecologiche, comunicazione ai cittadini, qualità degli impianti che ricevono il materiale. La stessa identica tariffa, calata su due Comuni organizzati in modo diverso, produce risultati diversi. La leva economica conta. Ma conta dopo. Prima viene il modo in cui il servizio è disegnato, e se quel disegno è fatto male nessuna bolletta lo raddrizza. ## **L’abbandono, senza sconti** Questa è la paura che torna più di tutte, ed è la più seria. Se pago in base a quanto butto, qualcuno per non pagare butterà altrove. Nei cestini stradali. Nei fossi. Nei boschi. Uno di voi lo ha scritto netto: con la scarsità di controlli e di cultura che abbiamo, le campagne finiranno sommerse. Non è una preoccupazione campata in aria. È il punto debole del sistema, e va guardato in faccia. I dati raccontano una cosa precisa, ma vanno letti per intero. Nell’anno di introduzione della tariffa puntuale la produzione totale di rifiuto cala, in media intorno al 4%. Una parte di quel calo è reale: la gente fa più attenzione. Parte di quel calo potrebbe riflettere fenomeni di migrazione verso i Comuni vicini o episodi di abbandono nell’ambiente. Il rifiuto non sparisce. Cambia indirizzo. Poi, spesso, il fenomeno rientra. Dove crescono i controlli, il controllo sociale e la repressione degli abbandoni, e dove diventa chiaro alla gente come funziona davvero il sistema, i comportamenti opportunistici si riducono e la produzione si riassesta. Attenzione però alla parola «dove». Il rientro non è una legge di natura, è una condizione. Dove quei controlli e quelle infrastrutture migliorano, il problema si sgonfia. Dove restano latitanti, l’abbandono iniziale rischia di diventare la nuova normalità. L’esito non è scritto nella tariffa. È scritto in quello che le costruisci attorno. E qui c’è il ribaltamento che vale tutto il dossier. Il dibattito italiano discute se gli italiani siano abbastanza civili per la tariffa puntuale. È la domanda sbagliata. I sistemi che ottengono i risultati più solidi non scommettono sul senso civico dei cittadini. Fanno l’opposto: rendono lo sbaglio scomodo e poco conveniente. Riducono al minimo il vantaggio di barare. Il senso civico, dove esiste, è il risultato di un sistema ben fatto, non il suo presupposto. Resta una cosa da dire, e non è secondaria. Chi oggi raccoglie spontaneamente lo schifo abbandonato dagli altri e lo mette nel proprio indifferenziato, con la tariffa puntuale smetterebbe di farlo. Lo ha scritto qualcuno di voi, ed è il commento più votato di tutti. È il segnale d’allarme più onesto che ci sia: un sistema mal progettato non punisce solo i furbi. Scoraggia i virtuosi. E quando spegne chi faceva la cosa giusta gratis, ha già fallito, comunque vada la bolletta. ## **«Non risparmio nulla», e ha ragione** È l’accusa che torna più di tutte. Differenzio bene, faccio il bravo, e in bolletta non cambia niente. Non è malafede di chi la muove. È il modo in cui la tariffa è costruita. Una precisazione necessaria prima di entrare nei dettagli. «Tariffa puntuale» non è un regime unico: convivono la TARI con misurazione puntuale (comunemente chiamata TARIP) e la tariffa corrispettiva puntuale (TCP). Il termine «puntuale» indica il metodo di misurazione del rifiuto residuo, applicabile in entrambi i regimi. La distinzione conta sul piano giuridico e nella progettazione delle componenti, ma la struttura della bolletta che tocca il cittadino funziona in modo sostanzialmente analogo. La bolletta puntuale ha tre pezzi. Una quota fissa, legata alla superficie di casa e al numero di occupanti, che paga lo spazzamento delle strade, lo svuotamento dei cestini, le isole ecologiche, gli investimenti. Una quota variabile di base, che include un numero minimo di conferimenti di indifferenziato che paghi comunque, che tu li usi o no. E una quota variabile aggiuntiva, che scatta solo se superi quella soglia. Il risparmio vive soltanto nell’ultimo pezzo. Se stai sotto il minimo, hai già pagato il minimo. Non c’è sconto perché non c’è niente da scontare. C’è poi una verità che i gestori dicono malvolentieri. Il servizio rifiuti è fatto in gran parte di costi fissi: mezzi, personale, impianti, raccolta, spazzamento. Quei costi non scompaiono se differenzi meglio. La quota su cui la tua attenzione incide davvero è piccola. Per questo ridurre il proprio indifferenziato migliora di poco la bolletta del singolo, mentre il costo complessivo del sistema resta lì. La puntuale ridistribuisce, non dimezza. Confondere il costo del servizio con la tariffa del singolo è l’equivoco da cui nasce metà delle delusioni. Poi c’è il capitolo dell’equità, ed è quello che fa più danni se trattato male. Una coppia senza figli e una famiglia di cinque persone non partono dallo stesso punto. Un anziano allettato, un malato cronico, una persona con stomia o in assistenza domiciliare producono rifiuto inevitabile, indifferenziabile, in quantità che non dipende dalla loro buona volontà. Pannolini e lettiere sono solo la punta. Sotto c’è un mondo di presidi sanitari che nessuna educazione ambientale può ridurre. I sistemi seri lo sanno e lo correggono. Franchigie per le famiglie numerose, riduzioni per le situazioni sanitarie documentate, passaggi dedicati per i presidi medici. Dove questi correttivi ci sono, la tariffa è equa. Dove mancano, diventa una tassa cieca che colpisce chi ha meno margine per difendersi. Ed è qui che va tenuta ferma una distinzione che il dibattito confonde sempre. Un sistema può essere efficace e iniquo. Oppure equo e inefficace. L’efficacia misura quanto riduce l’indifferenziato. L’equità misura su chi pesa. Sono due piani diversi, e un buon sistema deve reggerli entrambi. La maggior parte dei vostri commenti contesta l’equità. Gran parte della letteratura tecnica si concentra sull’efficacia. Parlano due lingue, e non se ne accorgono. ## **Dove la puntuale fatica** I dati italiani dicono una cosa netta. La tariffa puntuale è arrivata in Comuni di ogni dimensione, tranne che nelle metropoli. Oggi riguarda circa 1.196 Comuni, quasi 9 milioni di abitanti, il 15% del totale, e il 94% sta al Nord. Le grandi città dense restano il territorio più difficile per l’applicazione del modello. Uno di voi, da Roma, lo ha detto semplice: qui non abbiamo bidoni personali, non vedo come si possa fare. La tentazione è concludere che nelle grandi città la puntuale non funzioni. È la formulazione sbagliata. Esistono esperienze urbane importanti, da Seul a zone di Bruxelles e Vienna. Il problema non è che sia impossibile. È che è molto più difficile e molto più costosa. E il fattore decisivo non è nemmeno la dimensione amministrativa. È la densità. Un Comune diffuso da 50.000 abitanti è più semplice di un quartiere compatto da 20.000. Una villetta con il suo bidone, un condominio di trenta famiglie e una torre da trecento appartamenti sono tre problemi diversi, e la stessa tariffa li tratta in tre modi diversi. Il nodo concreto si chiama contenitore condiviso. Quando il bidone è di tutti, il segnale economico si perde. Chi differenzia bene e chi getta tutto insieme conferiscono nello stesso cassonetto, e a fine anno spesso la bolletta li tratta in modo analogo. Anzi, chi produce poco rischia di pagare per chi produce molto. È l’esatto contrario di quello che la puntuale promette, e succede proprio dove vivono più persone. Poi c’è la domanda che in Italia non ha quasi mai una risposta pulita: chi paga. Nelle case in affitto, il proprietario, l’inquilino o il condominio. Nelle seconde case, usate due mesi l’anno, chi le abita d’estate percepisce la tariffa come un’ingiustizia, e i correttivi non sempre arrivano. E poi il turismo, che in certi territori produce più rifiuto dei residenti: Venezia, Firenze, le Cinque Terre, le località balneari. Il rifiuto di un affitto breve lo genera il proprietario, il turista o la piattaforma? La puntuale, pensata per un nucleo familiare stabile e identificabile, davanti al via vai degli affitti brevi vede ridursi parte della propria capacità di attribuire correttamente i costi. Un’ultima cosa, che i commenti sfiorano e i tecnici conoscono bene. Non esiste solo il furbo che lascia il sacco nel bosco. Esistono le frodi di sistema: rifiuti aziendali spacciati per domestici, utenze mai registrate, cassonetti usati a sproposito. Più la tariffa morde, più cresce l’incentivo economico ad aggirarla in grande. E aggirarla in grande non lo fa il singolo cittadino. Lo fa chi ha i volumi per ricavarci un risparmio vero. ## **La gamba che manca: il produttore** Qui i commenti più lucidi hanno colto il punto vero. La tariffa puntuale responsabilizza il cittadino per una scelta che, in gran parte, non è sua. Nessuno decide quanto imballaggio gli viene rifilato al supermercato. La confezione dentro la confezione, il monouso, la plastica che avvolge la plastica: il consumatore le subisce, non le produce. Chiedere meno imballaggio in gastronomia, come scriveva qualcuno, ti fa guardare male. Eppure è lì che il rifiuto nasce. C’è chi ha proposto la soluzione senza chiamarla con il suo nome: pagare una quota alla fonte, come per i pneumatici, in modo che chi mette l’imballaggio sul mercato paghi per il suo smaltimento futuro. Ha un nome tecnico, responsabilità estesa del produttore, e non è un’utopia. È legge in Germania da oltre trent’anni. Il sistema duale, il Grüne Punkt, nasce nel 1991 ed è tra le prime e più influenti applicazioni al mondo del principio sugli imballaggi. Là il cittadino paga, ma paga anche chi produce l’imballaggio. Il costo non viene scaricato solo sul cittadino nella fase di smaltimento. Viene diviso con chi quel rifiuto lo ha progettato e immesso sul mercato. Perché di progettazione si tratta. Molti imballaggi sono difficili da separare o riciclare non per caso, ma per scelta industriale. Materiali accoppiati, plastiche nere che i lettori ottici non vedono, etichette che contaminano il riciclo. La prevenzione comincia al tavolo da disegno, non davanti al cassonetto. E accanto alla responsabilità del produttore c’è uno strumento che agisce a monte e funziona benissimo: il deposito cauzionale. In Germania la cauzione sulle bottiglie monouso porta a un tasso di restituzione intorno al 98%. Paghi un sovrapprezzo quando compri, lo riprendi quando rendi il vuoto. Nessuna multa, nessun controllo. Solo un incentivo costruito bene. E poi c’è il convitato di pietra dell’epoca: il commercio elettronico. La puntuale chiede al cittadino di ridurre il sacco, mentre ogni consegna a domicilio arriva avvolta in cartone, plastica e aria imballata. Una quota crescente di imballaggi non nasce in cucina. Nasce nella logistica. Tutto questo non è teoria lontana. Dal 12 agosto 2026 inizia ad applicarsi in via generale il regolamento europeo sugli imballaggi, il PPWR, che stabilisce prevenzione, riduzione del superfluo, contenuto riciclato minimo e responsabilità del produttore, con l’obiettivo di rendere riutilizzabili o riciclabili tutti gli imballaggi immessi sul mercato, secondo requisiti e scadenze progressive verso il 2030. Mentre l’Italia discute di come misurare il sacco, l’Europa ha cominciato a chiedersi chi lo riempie. ## **Dove funziona davvero** Mettendo in fila i casi che funzionano, emerge un disegno. Nessuno di questi Paesi ha vinto perché aveva cittadini migliori. Ha vinto perché ha costruito un sistema che rende facile la cosa giusta e scomoda quella sbagliata. Alla Germania, che fa pagare anche il produttore, abbiamo già dedicato spazio. Restano tre casi che chiudono il ragionamento. La Svizzera è l’esempio che molti di voi citano a memoria. Il sacco prepagato esiste, sì. Ma poggia su una struttura di controlli che da noi è difficile persino immaginare. Le autorità aprono i sacchi non pagati per risalire al responsabile attraverso un vecchio documento. Le multe per l’abbandono esistono già a livello cantonale, e nel 2025 il Consiglio federale ha avviato il percorso per uniformarle a livello nazionale: il progetto prevede da 100 a 300 franchi per i piccoli abbandoni, fino al procedimento penale e a 20.000 franchi per gli scarichi più gravi. Sotto a tutto, una cultura civica costruita in decenni, fatta di legislazione, educazione e monitoraggio continuo. Il sacco è l’ultima riga. Sopra c’è tutto il resto. La Corea del Sud è il caso più istruttivo, perché è partita male. Quando introdusse la tariffa sul rifiuto, negli anni Novanta, la società civile era contraria: temeva proprio l’abbandono, e sospettava che lo Stato volesse scaricare sui cittadini una responsabilità non solo loro. Eppure oggi ricicla la frazione organica in misura che sfiora la totalità, dopo essere partita, nel 1995, dal 2%. Come ha fatto. Vietando lo smaltimento in discarica del rifiuto alimentare nel 2005, introducendo nel 2013 la misurazione a peso con bidoni a riconoscimento elettronico, e soprattutto costruendo il consenso anno dopo anno, con progetti pilota, dati pubblici e verifiche. Non hanno aspettato cittadini virtuosi. Hanno costruito un sistema, e poi i cittadini lo hanno fatto proprio. E poi c’è il controcaso, quello che chiude il cerchio. Il Giappone, in molte aree, non ha una tariffa puntuale come la intendiamo noi. In alcune città si comprano i sacchi ufficiali, in molte aree di Tokyo neppure quelli. Eppure il livello di separazione raggiunto è tra i più elevati al mondo. Lo ottiene con regole dettagliatissime, calendari rigidi, controllo sociale di quartiere, organizzazione capillare. Chi sbaglia il conferimento si ritrova il sacco non ritirato, con un adesivo che segnala l’errore davanti ai vicini. La leva non è il prezzo. È la combinazione di regole chiare, pressione della comunità e un sistema che funziona. È la prova più pulita della tesi di questo dossier: la tariffa è uno strumento. Non è l’unico, e non è nemmeno sempre il principale. ## **Funziona rispetto a cosa?** C’è una domanda che precede tutte le altre, e quasi nessuno la pone. Non «la tariffa puntuale funziona», ma «funziona rispetto a cosa». Uno strumento non si giudica in astratto. Si giudica contro le alternative. Rispetto alla vecchia tassa fissa, calcolata sui metri quadri e sul numero di occupanti, la puntuale è quasi sempre un passo avanti: introduce un segnale dove prima non ce n’era nessuno. Ma rispetto al porta a porta senza tariffa, abbiamo visto che il grosso del risultato può arrivare già prima, col solo cambio di raccolta. E rispetto al deposito cauzionale o a una responsabilità del produttore rafforzata, la puntuale fa molto meno, perché agisce a valle, quando il rifiuto esiste già, mentre quegli strumenti agiscono a monte, quando si può ancora evitarlo. Senza questo confronto, dire che la puntuale «funziona» non significa niente. C’è poi una variabile che il dibattito ignora: il tempo. Molti giudicano il sistema dopo tre o sei mesi, quando i numeri raccontano solo lo choc dell’avvio. I risultati strutturali si vedono dopo anni. L’impatto immediato e quello di lungo periodo sono due cose diverse, e confonderli porta a bocciare riforme che non hanno ancora avuto il tempo di funzionare, o a promuoverne altre che brillano all’inizio e poi si spengono. Vale anche per i numeri stessi. Le percentuali di differenziata e i cali del secco dipendono da come si misura, da come si classifica, da dove si tracciano i confini. Un dato non è mai neutro. È sempre il prodotto di una scelta metodologica. ## **La domanda scomoda** C’è una tendenza che attraversa tutta l’Europa, e la tariffa puntuale ne è solo una delle facce. Si sta spostando il costo del rifiuto da chi lo gestisce a chi lo genera. La puntuale lo fa con il cittadino, la responsabilità del produttore lo fa con l’industria, il deposito cauzionale lo fa con chi imbottiglia. È il principio «chi inquina paga», applicato finalmente lungo tutta la catena. In Italia il passaggio non è più un’ipotesi: dal 2028 la riforma ARERA (delibera 396/2025, TICSER) rende obbligatoria una nuova struttura tariffaria a cinque componenti e la misurazione puntuale del residuo nei nuovi affidamenti del servizio, con una spinta progressiva verso la tariffa puntuale su tutto il territorio. Non è l’obbligo universale dall’oggi al domani, è il cambio di paradigma che orienta la direzione. Conviene farsi trovare pronti, e farsi le domande giuste prima che arrivi la prima bolletta. E allora la domanda più scomoda di tutte, quella che dovrebbe attraversare ogni discussione sul tema. Perché continuiamo a discutere di come misurare il sacco, invece di ridurre quello che nel sacco ci finisce. Misurare è l’ultimo gesto. Prima viene la progettazione del servizio, prima viene la responsabilità di chi produce, prima viene la prevenzione. La tariffa puntuale, da sola, interviene soprattutto sul comportamento del cittadino e molto meno sulle scelte progettuali che determinano a monte la quantità e la qualità degli imballaggi. Che non nascono nella nostra cucina. Nascono nel mercato. Va detta anche una cosa più onesta sulle persone. Il dibattito disegna sempre tre figure: il virtuoso, il furbo, la vittima. Nella realtà quasi tutti noi siamo, a turno, tutte e tre. Differenziamo con scrupolo e poi ordiniamo online senza pensarci. Ci indigniamo per l’abbandono e poi compriamo il monouso. Raccontarlo così, senza eroi e senza colpevoli, è l’unico modo per smettere di trasformare un problema di ingegneria in un processo morale. Resta la sintesi, ed è secca. La tariffa puntuale non è la soluzione. È un moltiplicatore. Se il sistema attorno è progettato bene, amplifica i risultati. Se è progettato male, amplifica i problemi. È l’ultima ruota del carro, non il motore. E un carro non si fa camminare spingendo l’ultima ruota. Il green si fa, non si dice. ## **Approfondimenti Eywa** Nota: i titoli Eywa sono ricostruiti dagli slug URL. Verificare la corrispondenza con i titoli pubblicati e integrare l’anno di pubblicazione prima della versione definitiva. [Comuni ricicloni e sistema rifiuti sostenibile](https://eywadivulgazione.it/comuni-ricicloni-sistema-rifiuti-sostenibile/) «Eywa Divulgazione. I Comuni virtuosi italiani che hanno già costruito un sistema rifiuti che funziona: dati, modelli e cosa li distingue dagli altri.» [Rifiuti, impianti e carenza: il lato oscuro dello smaltimento in Italia](https://eywadivulgazione.it/rifiuti-impianti-carenza-ecomafia-italia/) «Eywa Divulgazione. La carenza di impianti e il ruolo dell’ecomafia nella gestione del rifiuto: il contesto strutturale in cui si inserisce la tariffazione puntuale.» [Regolamento sugli imballaggi: riciclabilità entro il 2030 o ennesima illusione circolare?](https://eywadivulgazione.it/regolamento-sugli-imballaggi-riciclabilita-entro-il-2030-o-ennesima-illusione-circolare/) «Eywa Divulgazione. Analisi del PPWR e delle promesse (e dei limiti) del nuovo quadro europeo sugli imballaggi, applicabile dall’agosto 2026.» [Inquinamento da plastica, microplastiche e il paradosso del riciclo](https://eywadivulgazione.it/inquinamento-plastica-microplastiche-riciclo-sup/) «Eywa Divulgazione. Il problema strutturale della plastica, dalla produzione allo smaltimento: perché il riciclo da solo non basta.» [Se produci inquinando, poi paghi: l’Europa dichiara guerra alla moda usa e getta](https://eywadivulgazione.it/se-produci-inquinando-poi-paghi-leuropa-dichiara-guerra-alla-moda-usa-e-getta/) «Eywa Divulgazione. Responsabilità estesa del produttore e principio «chi inquina paga»: la logica che dovrebbe attraversare ogni sistema rifiuti ben progettato.» [Petrolio travestito da plastica](https://eywadivulgazione.it/petrolio-travestito-da-plastica/) «Eywa Divulgazione. L’origine fossile della plastica e le implicazioni per la gerarchia dei rifiuti: perché la prevenzione comincia molto prima del cassonetto.» ## **Fonti e riferimenti** [Rapporto Rifiuti Urbani, edizione 2025](https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/rapporto-rifiuti-urbani-edizione-2025) ISPRA, 2025. Quadro nazionale aggiornato al 2024 su produzione, raccolta differenziata (67,7% nazionale), gestione e divari territoriali. [La tariffazione puntuale in Italia, IV Rapporto IFEL](https://www.fondazioneifel.it/ifelinforma-news/item/11988-la-tariffazione-puntuale-in-italia-iv-rapporto-ifel) Fondazione IFEL ANCI, 2025. Diffusione della tariffa puntuale in Italia (circa 1.196 Comuni, quasi 9 milioni di abitanti) e performance ambientali. [Tariffazione puntuale 2.0: più equa, trasparente e corrispettiva](https://laboratorioref.it/tariffazione-puntuale-2-0-piu-equa-trasparente-e-corrispettiva/) Laboratorio REF Ricerche, Position Paper n. 207, 2022. Effetti della tariffa nell’anno di introduzione (calo medio del 4%, con possibile quota di migrazione e abbandono) e indicazioni per un sistema più equo. [Delibera ARERA 396/2025/R/rif – TICSER](https://www.arera.it/fileadmin/allegati/docs/25/396-2025-R-rif.pdf) ARERA, 2025. Testo Integrato Corrispettivi Servizio Gestione Rifiuti: struttura pentanomia obbligatoria dal 2028, misurazione puntuale del residuo nei nuovi affidamenti, spinta progressiva alla tariffa puntuale. [Regolamento (UE) 2025/40 sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio (PPWR)](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=CELEX:32025R0040) Parlamento europeo e Consiglio, 2025. Prevenzione, riduzione del superfluo, contenuto riciclato minimo, responsabilità del produttore; obblighi progressivi; applicabile dal 12 agosto 2026. [Germany deposit return scheme](https://www.tomra.com/reverse-vending/media-center/feature-articles/germany-deposit-return-scheme) TOMRA, 2023. Il sistema di deposito cauzionale tedesco (Pfand) e il tasso di restituzione intorno al 98%. [Extended Producer Responsibility: An Essential Guide by The Green Dot](https://www.compliancegate.com/eu-extended-producer-responsibility/) Compliance Gate, 2025. Il sistema duale tedesco (Der Grüne Punkt, 1990-1991) come applicazione fondamentale dell’EPR sugli imballaggi. [Pay as you throw system of Seoul](https://www.seoulsolution.kr/en/content/6326) Seoul Solution. Il sistema coreano (da volume a peso con RFID) e il percorso di costruzione del consenso civile. [South Korea’s recipe for managing food waste](https://frostandsullivaninstitute.org/south-koreas-recipe-for-managing-food-waste-from-crisis-to-circular-success/) Frost & Sullivan Institute, 2026. Politiche coreane (1995, 2005, 2013) e crescita del tasso di riciclo dell’organico dal 2% a oltre il 95%. [Switzerland to impose nationwide system of fines for littering](https://www.iamexpat.ch/expat-info/swiss-news/switzerland-impose-nationwide-system-fines-littering) IamExpat, 2025. Piano del Consiglio federale per uniformare le sanzioni sull’abbandono; consultazione avviata luglio-ottobre 2025. [Switzerland mulls nationwide uniform fine for littering](https://www.swissinfo.ch/eng/various/nationwide-uniform-fine-for-littering/89579575) SWI Swissinfo, 2025. Stato del percorso legislativo svizzero: sanzioni ancora fissate a livello cantonale, iter nazionale in corso. [Roma: proteste a Colli Aniene per il ritorno alla raccolta stradale](http://esper.it/2020/10/08/roma-colli-aniene-torna-alla-raccolta-stradale/) ESPER, 2020. Sperimentazione porta a porta 2006-2007 a Colli Aniene, Decima e Massimina: differenziata media dal 12,3% al 66,6% in meno di tre mesi. [La raccolta porta a porta costa oltre il doppio rispetto a quella stradale](https://archivio.greenreport.it/news/economia-ecologica/rifiuti-la-raccolta-differenziata-porta-a-porta-costa-oltre-il-doppio-rispetto-a-quella-stradale/) Greenreport, 2018. Costi comparati della raccolta domiciliare e stradale in Italia (studio Utilitalia con Bain & Company). [Pay-As-You-Throw schemes in the Benelux countries](https://ieep.eu/wp-content/uploads/2022/12/BE-NL-LU-PAYT-final.pdf) IEEP. Analisi comparata degli schemi PAYT in Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo; tendenza documentata che i sistemi a peso producono meno residuo di quelli a volume e a sacco (Dijkgraaf e Gradus). [Japan’s waste sorting system: a model of law, culture, and behavior](https://green-tech.org.vn/en/japans-waste-sorting-system-a-model-of-law-culture-and-behavior/) Green Tech. Separazione elevata raggiunta con regole dettagliate, controllo sociale e organizzazione, con il prezzo come leva solo eventuale. **Categorie:** Attualità --- ### [Petrolio travestito da plastica: il Piano B della lobby fossile](https://eywadivulgazione.it/petrolio-travestito-da-plastica/) **Published:** Maggio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Quando vendono meno carburante, ti vendono più plastica* La produzione globale di plastica continua a crescere. La traiettoria storica è in costante ascesa, con qualche flessione congiunturale (la crisi del 2008, la pandemia) subito riassorbita dal trend di fondo. Negli anni Cinquanta erano pochi milioni di tonnellate, oggi siamo a 460 milioni, e le proiezioni dell’OECD dicono che la produzione triplicherà entro il 2060. Tutto questo mentre il mondo discute, almeno a parole, di transizione ecologica. Non è un’inerzia del sistema, non è un effetto collaterale dello sviluppo. È una scelta industriale precisa, presa da chi ha capito prima degli altri che la stagione del petrolio come carburante si sta esaurendo, e che serve un altro mercato per assorbire i barili in eccesso. Quel mercato è la plastica vergine. ## **Quando il carburante cala, la plastica sale** La crescita della domanda di petrolio per la mobilità sta rallentando, soprattutto nei mercati maturi. L’elettrificazione dei trasporti, l’efficienza dei motori, il calo demografico nei Paesi industrializzati e le politiche climatiche stanno comprimendo, lentamente ma sistematicamente, il segmento dei carburanti. Le major fossili (Exxon, Shell, Total, Sinopec, Eni) lo sanno. Lo hanno scritto nei loro piani industriali da almeno un decennio. E hanno reagito spostando capitale, impianti e proiezioni di crescita su un altro segmento, quello petrolchimico, di cui la plastica è il prodotto più visibile e in più rapida espansione. L’International Energy Agency, in un [*rapporto del 2018*](https://www.iea.org/reports/the-future-of-petrochemicals), aveva fotografato il fenomeno con chiarezza. La petrolchimica, ovvero la branca dell’industria che trasforma il petrolio in materie plastiche, fertilizzanti, solventi, è destinata a essere il principale motore della crescita della domanda mondiale di petrolio. Conterà per [oltre un terzo dell’aumento al 2030 e per quasi la metà al 2050](https://www.iea.org/news/petrochemicals-set-to-be-the-largest-driver-of-world-oil-demand-latest-iea-analysis-finds). Il messaggio è semplice. Anche in uno scenario di transizione energetica, le major hanno trovato un modo per continuare a estrarre, raffinare, vendere. Non più per riempire serbatoi, ma per produrre polimeri. Carbon Tracker, organismo indipendente di analisi finanziaria sulla transizione, ha definito questa strategia il vero «Piano B» dell’industria fossile. Nel report del 2020, [*The Future’s Not in Plastics*](https://carbontracker.org/reports/the-futures-not-in-plastics/), e ancora più chiaramente nell’aggiornamento del 2024, [*Petrochemical Imbalance*](https://carbontracker.org/reports/petrochemical-imbalance/), sostiene che la scommessa potrebbe però rivelarsi fragile. L’industria sta costruendo capacità produttiva ben oltre la domanda sostenibile, scommettendo su una crescita lineare che si scontra con regolazioni più severe, saturazione dei mercati maturi e instabilità della domanda asiatica. Il Piano B esiste, ma è una scommessa con margini di errore enormi. ## **I numeri che reggono il sistema** Le cifre rendono concreto il ragionamento. La produzione globale di plastica è passata da 234 milioni di tonnellate nel 2000 a 460 milioni nel 2019, secondo i dati OECD del [*Global Plastics Outlook*](https://www.oecd.org/en/publications/2022/02/global-plastics-outlook_a653d1c9.html). Una crescita di quasi il cento per cento in meno di vent’anni. Nello stesso periodo, il riciclo è rimasto al palo. Solo il nove per cento dei rifiuti plastici globali viene effettivamente riciclato, una percentuale che da decenni non supera la soglia psicologica del dieci. L’origine della plastica non lascia margini di interpretazione. Uno studio pubblicato su [*Communications Earth & Environment*](https://www.nature.com/articles/s43247-025-02169-5) nel 2025 documenta che nel 2022 il 98 per cento della plastica vergine globale derivava da feedstock fossili, ossia da materie prime di origine fossile, petrolio, gas naturale e carbone. La quota restante, composta da bioplastiche e materiali riciclati, è ancora marginale nel sistema globale. Tradotto: ogni volta che si parla di plastica, si parla di petrolio. Ogni bottiglia, ogni imballaggio, ogni granello di pellet industriale viene da un giacimento. Il valore economico della partita è enorme. Plastics Europe, l’associazione di categoria dell’industria, certifica nel rapporto [*Plastics the Fast Facts 2025*](https://plasticseurope.org/knowledge-hub/plastics-the-fast-facts-2025/) che la quota europea sulla produzione globale è scesa dal 22 per cento del 2006 al 12 per cento del 2024. Una contrazione che racconta, tra le righe, lo spostamento del baricentro produttivo verso Asia e Medio Oriente, dove i costi sono più bassi e le regole più morbide. Lo stesso documento dichiara che la quota di plastica «circolare» in Europa è ferma al 15,4 per cento. Il dato include però sia il riciclato meccanico vero e proprio sia altri feedstock circolari (come il riciclato chimico e i bioderivati): la quota di materiale che proviene direttamente da riciclo post-consumo è inferiore al numero aggregato. Lo dice l’industria, non l’ambientalismo. ## **L’illusione del riciclo** Il riciclo della plastica è la storia di un’aspettativa tradita. Strutturalmente, il processo non funziona come ci viene raccontato. Le ragioni sono tre, e si rinforzano a vicenda. La prima è economica. Finché il petrolio resta basso, la plastica vergine costa meno di quella riciclata. Nessun produttore razionale sceglie l’opzione più cara se non è obbligato a farlo. Il mercato, lasciato a sé stesso, spinge sempre verso il polimero nuovo. La seconda è chimica. La plastica non è un materiale unico, è una famiglia di centinaia di polimeri diversi, ciascuno con additivi, coloranti e contaminanti specifici. Mescolarli abbatte la qualità del prodotto finale. Riciclare significa quasi sempre downcycling, ossia produrre un materiale di qualità inferiore destinato a usi marginali, e dopo pochi cicli il polimero perde rapidamente le caratteristiche d’uso. Alcune filiere fanno eccezione (il PET delle bottiglie può essere riciclato in modo relativamente efficiente in altre bottiglie), ma sono casi limitati su volumi complessivi modesti. Nella maggior parte dei casi, la filiera porta dopo pochi cicli verso l’inceneritore o la discarica. La terza è logistica. I sistemi di raccolta sono frammentati, gli standard divergono da Paese a Paese, le esportazioni di rifiuti verso il Sud-Est asiatico hanno spostato il problema senza risolverlo. Il caso della Cina, che nel 2018 chiude le importazioni di rifiuti plastici con la cosiddetta *National Sword policy*, ha lasciato l’Europa con montagne di scarti senza destinazione, finiti in larga parte in Malesia, Indonesia, Turchia, dove vengono spesso bruciati a cielo aperto. ## **Il riciclo chimico, ovvero la promessa che continua a slittare** Su questo terreno fragile si è innestata la nuova narrazione del «riciclo chimico», presentato come la soluzione tecnologica che renderà la plastica davvero circolare. Il processo più diffuso è la pirolisi, ossia un trattamento termico in assenza di ossigeno che spezza i polimeri di plastica in molecole più piccole, generando un olio (l’olio di pirolisi) che dovrebbe poi essere reimmesso nei processi industriali. La promessa è semplice: prendere la plastica che non si riesce a riciclare meccanicamente e trasformarla di nuovo in plastica vergine. La pratica è molto più complicata. Zero Waste Europe, in due rapporti tecnici pubblicati tra il 2023 e il 2024, [*Leaky loop «recycling»*](https://zerowasteeurope.eu/press-release/new-report-blasts-the-limitations-of-pyrolysis-technology-dubbed-miracle-by-industry/) e [*Fifty years: chemical recycling’s fading promise*](https://zerowasteeurope.eu/press-release/still-fifty-years-to-commercially-scale-pyrolysis-technologies-new-paper-finds/), ha documentato i limiti reali della tecnologia. Per essere usato nella produzione di nuova plastica, l’olio di pirolisi deve essere sottoposto a costose fasi di purificazione oppure diluito con nafta vergine, un derivato fresco del petrolio, in rapporti che in alcuni casi superano il 40 a 1. Significa: quaranta parti di petrolio nuovo per ogni parte di olio da rifiuto. La «circolarità» sbandierata si misura su quella quota minima. Le rese sono basse, i contaminanti elevati, l’intensità energetica del processo molto alta. Uno scienziato ex Shell intervistato nel secondo rapporto, il professor Jean-Paul Lange, stima che ci vorranno cinquant’anni per scalare commercialmente il riciclo chimico a un livello che incida sui volumi globali. Cinquant’anni, intanto, sono lo stesso orizzonte in cui la plastica triplicherà secondo OECD. Anche alcune grandi major petrochimiche, come Shell, stanno discretamente uscendo dagli investimenti nel chemical recycling per dubbi sulla sua sostenibilità economica. Il punto critico non è teorico, è industriale. Secondo l’analisi di Zero Waste Europe e secondo molta letteratura critica sul tema, il riciclo chimico, nella sua forma attualmente prevalente, restituisce alla filiera fossile l’olio prodotto dai rifiuti plastici, mantenendo intatte le infrastrutture petrolchimiche e la dipendenza dal feedstock vergine. È un ciclo che non chiude nulla, e che funziona soprattutto come narrazione: produciamo pure tutta la plastica che vogliamo, tanto poi la ricicleremo. Solo che in larghissima misura non la ricicleremo davvero. La trasformeremo in olio che alimenterà raffinerie e steam cracker, ovvero gli impianti che spezzano gli idrocarburi per produrre i polimeri di base. Lo stesso punto di partenza, con un nome diverso. ## **Le leggi che agiscono al margine, non al centro** L’architettura normativa europea è piena di buone intenzioni e di errori strategici. La [Single-Use Plastics Directive del 2019](https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2019/904/oj/eng) ha vietato cannucce, posate, piattini, cotton fioc, bastoncini per palloncini. Sono diventati il simbolo della lotta alla plastica, e in effetti hanno tolto dal mercato centinaia di milioni di pezzi inutili. Ma il loro peso, in termini di volume complessivo della produzione, è marginale. Si è agito sul prodotto finito, non sulla materia prima. Si è agito al margine, non al centro. Lo stesso vale per il [Packaging and Packaging Waste Regulation](https://environment.ec.europa.eu/topics/waste-and-recycling/packaging-waste_en), il nuovo regolamento europeo sugli imballaggi entrato in vigore l’11 febbraio 2025 e applicabile in via generale dal 12 agosto 2026. La regolazione introduce obiettivi di riduzione degli imballaggi, soglie minime di contenuto riciclato, requisiti di riciclabilità. È un passo avanti, ma resta dentro la stessa logica: si normano gli usi, non la produzione del polimero. Non esiste oggi, in nessun atto comunitario, un tetto quantitativo esplicito alla produzione di plastica vergine. Esistono strumenti indiretti (target di contenuto riciclato, responsabilità estesa del produttore, possibili future misure su emissioni e dazi al confine), ma nessuno tocca direttamente il volume di polimero che esce dagli impianti. Il rubinetto resta aperto. Sul piano globale, la partita si gioca al tavolo del [Trattato delle Nazioni Unite contro l’inquinamento da plastica](https://www.unep.org/inc-plastic-pollution). Nel 2022 la risoluzione 5/14 dell’Assemblea ambientale delle Nazioni Unite ha aperto il negoziato per uno strumento giuridicamente vincolante basato sull’intero ciclo di vita della plastica, dalla produzione allo smaltimento. Da allora i governi si sono incontrati in sessioni successive di un comitato negoziale intergovernativo, sigla INC, che avrebbe dovuto chiudere a fine 2024. La quinta sessione, INC-5.1 di Busan nel novembre 2024, si è chiusa senza accordo. La [seconda parte, INC-5.2 di Ginevra dell’agosto 2025](https://www.unep.org/inc-plastic-pollution/session-5.2), anche. Il 7 febbraio 2026 l’INC-5.3 è stato declassato a sessione organizzativo-amministrativa, senza negoziati sostanziali. Il Trattato è fermo, impantanato, oggetto di un’opposizione che ha nomi e indirizzi precisi. Quei nomi e indirizzi li ha contati il Center for International Environmental Law. A INC-5.1 di Busan, l’organizzazione ha registrato la presenza di [oltre 220 lobbisti dell’industria fossile e petrolchimica](https://www.ciel.org/news/inc-5-lobbyist-analysis/), più di qualsiasi precedente tornata. Più dei delegati di numerose delegazioni nazionali messi insieme. [InfluenceMap, in un aggiornamento di settembre 2025](https://influencemap.org/briefing/Corporate-Advocacy-on-the-UN-Global-Plastics-Treaty-2025-Update-33706), ha documentato l’attività di 42 aziende e 21 associazioni industriali nei mesi precedenti il negoziato di Ginevra. La pressione punta sistematicamente a sterilizzare ogni misura che tocchi la produzione di polimero vergine, dirottando il negoziato verso obblighi sul «design dei prodotti» e sul «riciclo». Esattamente il terreno dove la lobby sa di poter vincere, perché su quel terreno il sistema attuale ha già gli anticorpi giuridici e tecnologici per assorbire qualsiasi obbligo senza modificare i volumi. Tra eccezioni, rimpalli e cavilli, la pressione dell’industria fossile e petrolchimica continua a orientare il negoziato lontano dai limiti produttivi. Ed è il motivo per cui ogni anno si parla di Trattato, e ogni anno il Trattato slitta. ## **Il caso italiano: la riconversione di Eni-Versalis** L’Italia non è uno spettatore. È, attraverso Eni-Versalis, uno dei terreni di prova industriali della strategia europea. Versalis è il braccio petrolchimico di Eni, e dal 2024 è al centro di una ristrutturazione che la stessa azienda definisce di trasformazione strutturale. Nella [*Versalis Market Presentation*](https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/eng/investor/presentations/2025/Versalis-Market-presentation-March-2025.pdf) del marzo 2025, il management parla esplicitamente di crisi della chimica di base europea, di chiusura graduale della produzione tradizionale, di pivot verso bioprodotti, riciclo chimico ed energy storage. È la narrazione della transizione raccontata dall’interno dell’industria fossile. Tre siti italiani diventano il banco di prova. A Mantova, il 19 giugno 2025, Versalis ha inaugurato un [impianto dimostrativo Hoop](https://versalis.eni.com/en-IT/news/press-release/2025/hoop-demo-plant-at-mantua.html), tecnologia proprietaria di riciclo chimico via pirolisi di plastiche miste. A Porto Marghera, [nel marzo dello stesso anno](https://www.reuters.com/business/energy/enis-chemicals-unit-opens-new-recycled-plastic-production-plan-2025-03-24/), ha aperto un nuovo impianto di plastica riciclata, presentato come tassello della transizione del polo veneto. A Priolo, in Sicilia, nell’ottobre 2025 Eni ha [avviato l’iter autorizzativo](https://www.eni.com/en-IT/media/press-release/2025/10/pr-eni-launches-process-priolo-biorefinery-chemical-plant-for-plastics.html) per una bioraffineria affiancata da un impianto Hoop con capacità di 40.000 tonnellate annue di plastiche miste in ingresso e una resa stimata di circa 32.000 tonnellate di olio di pirolisi all’anno. L’annuncio parla di rilancio del sito, riconversione, posti di lavoro salvati. Il quadro tecnico, però, va letto alla luce di quanto detto sopra. L’impianto Hoop è basato sulla pirolisi, ossia sulla stessa tecnologia su cui Zero Waste Europe ha documentato basse rese, problemi di contaminazione e necessità di diluizione massiccia dell’olio con nafta vergine prima di poter essere effettivamente utilizzato nei processi produttivi della plastica. Secondo gli analisti indipendenti che hanno studiato il chemical recycling su scala europea, e secondo lo stesso Carbon Tracker nei suoi rapporti finanziari, queste tecnologie rischiano di mantenere intatta la dipendenza dalla filiera fossile, pur adottando una nuova narrazione industriale centrata sul riciclo e sui bioprodotti. La parola «riciclo» fa da paravento al mantenimento di un’infrastruttura che è e resta petrolchimica. L’[accordo Versalis-Acea Ambiente](https://www.versalis.eni.com/en-IT/news/press-release/2025/versalis-and-acea-ambiente.html), annunciato nel 2025, va letto nello stesso quadro: filiera dei rifiuti plastici intesa come fornitura di materia prima per il riciclo chimico, ovvero per la produzione di olio di pirolisi che alimenterà raffinerie e steam cracker esistenti. Una saldatura tra sistema dei rifiuti urbani e sistema dell’energia fossile che cambia poco nei numeri della transizione, ma cambia molto nella narrazione che li accompagna. Il [*Sustainability Report di Versalis 2024*](https://www.versalis.eni.com/assets/documents/versalis/en/sustainability/Versalis_for_ENG_ESE_WEB.pdf) racconta tutto questo nei termini della trasformazione virtuosa. È il documento da leggere in parallelo ai rapporti di Carbon Tracker e di Zero Waste Europe, per misurare la distanza tra come l’industria si racconta e come gli analisti finanziari e tecnici indipendenti la analizzano. ## **La soluzione è a monte** Esiste un solo modo per uscire dal circolo, ed è strutturale. Non riguarda i singoli consumatori, non riguarda le cannucce, non riguarda nemmeno la diligenza domestica della raccolta differenziata. Riguarda il polimero vergine. Bisogna ridurne la produzione. A monte. Con un tetto quantitativo. Con un calendario di dismissione graduale. Con politiche industriali che riconvertano davvero gli impianti, e non li travestano da fossili a verdi cambiando solo l’etichetta. UNEP, il programma ambientale delle Nazioni Unite, nel rapporto [*Turning off the Tap*](https://www.unep.org/resources/turning-off-tap-end-plastic-pollution-create-circular-economy) del 2023, lo dice in modo perfettamente sintetico: la soluzione non sta a valle, sta a monte. Bisogna chiudere il rubinetto. Le tre leve indicate dall’organismo onusiano sono ridurre gli usi problematici e non necessari, riprogettare prodotti e sistemi, trasformare il mercato. Nessuna delle tre passa per il riciclo chimico. Tutte e tre richiedono di intervenire sulla produzione, non sui sintomi della produzione. La differenza tra ridurre i consumi e ridurre la produzione è la differenza tra cosmesi e politica industriale. Il primo è un esercizio individuale che la pubblicità sa metabolizzare in mezzo decennio, vendendoti il sacchetto biodegradabile, la borraccia di acciaio, il cosmetico bio. Il secondo è un atto di sovranità che cambia i bilanci delle major fossili. Per questo il primo viene incoraggiato e il secondo viene osteggiato a Ginevra, Busan, Nairobi e in ogni sede in cui si discute il Trattato. ## **Il green si fa, non si dice** La plastica non è un fallimento dei consumatori. È un successo della lobby del petrolio. Ogni volta che cresce la produzione di polimero vergine, ogni volta che un negoziato slitta, ogni volta che un impianto di pirolisi viene presentato come simbolo della transizione, l’industria fossile guadagna tempo e mercato. La transizione ecologica, nel frattempo, viene riempita di significato fino a perderlo. Diventa una parola che si dice, non un processo che si fa. Il green si fa, non si dice. Si fa tagliando il petrolio travestito da plastica. Si fa fissando un tetto alla produzione vergine. Si fa smettendo di chiamare riciclo ciò che è combustione differita o, nella migliore delle ipotesi, una circolazione marginale tra rifiuti e raffinerie. Si fa scegliendo, alla scala politica e industriale, di ridurre prima e riciclare dopo. Non il contrario. ### **Approfondimenti Eywa** [*La plastica diventa benzina: la pirolisi dei rifiuti plastici*](https://eywadivulgazione.it/la-plastica-diventa-benzina-la-pirolisi-dei-rifiuti-plastici/) Eywa Divulgazione, 2025. Sull’inquadramento critico del riciclo chimico come combustione differita. [*Falle invisibili del pianeta: come le mega perdite di metano stanno incendiando il clima globale*](https://eywadivulgazione.it/falle-invisibili-pianeta-come-mega-perdite-metano-stanno-incendiando-clima-globale/) Eywa Divulgazione, 2026. Sull’altro fronte di sopravvivenza dell’industria fossile. [*Transizione energetica possibile: la Cina come esempio*](https://eywadivulgazione.it/transizione-energetica-possibile-cina-esempio/) Eywa Divulgazione, 2026. Sul contesto della transizione che le major stanno cercando di aggirare. [*Pioggia nera a Teheran: inquinamento fossile e guerra*](https://eywadivulgazione.it/pioggia-nera-teheran-inquinamento-fossile-guerra/) Eywa Divulgazione, 2026. Sulle infrastrutture fossili come vulnerabilità ambientale e geopolitica. [*Earth Day 2026: il pianeta chiede la nostra voce*](https://eywadivulgazione.it/earth-day-2026-pianeta-chiede-nostra-voce/) Eywa Divulgazione, 2026. Sulla cornice civica della responsabilità collettiva. ### **Bibliografia essenziale** [*The Future of Petrochemicals*](https://www.iea.org/reports/the-future-of-petrochemicals) International Energy Agency, 2018. Il rapporto chiave sulla petrolchimica come motore futuro della domanda di petrolio, con la stima del 12 per cento di quota petrolchimica nella domanda globale e una crescita destinata a contare per oltre un terzo dell’aumento al 2030. [*Petrochemicals set to be the largest driver of world oil demand*](https://www.iea.org/news/petrochemicals-set-to-be-the-largest-driver-of-world-oil-demand-latest-iea-analysis-finds) International Energy Agency, 2018. Sintesi ufficiale del rapporto. Fonte diretta per la proiezione «un terzo della crescita al 2030, quasi metà al 2050». [*The Future’s Not in Plastics*](https://carbontracker.org/reports/the-futures-not-in-plastics/) Carbon Tracker, 2020. Smonta la narrativa della crescita inevitabile della petrolchimica e dimostra che il «Piano B» fossile sulla plastica è una scommessa fragile dal punto di vista finanziario. [*Petrochemical Imbalance*](https://carbontracker.org/reports/petrochemical-imbalance/) Carbon Tracker, 2024. Aggiornamento post-2020 sulla sovracapacità produttiva petrolchimica globale e sul rischio di stranded asset per le major. [*Global Plastics Outlook: Economic Drivers, Environmental Impacts and Policy Options*](https://www.oecd.org/en/publications/2022/02/global-plastics-outlook_a653d1c9.html) OECD, 2022. Fonte primaria per i dati su produzione (da 234 a 460 milioni di tonnellate tra 2000 e 2019) e tasso di riciclo globale fermo al 9 per cento. Lo scenario di triplicazione al 2060 è nel volume di accompagnamento Policy Scenarios to 2060. [*Turning off the Tap: How the World Can End Plastic Pollution and Create a Circular Economy*](https://www.unep.org/resources/turning-off-tap-end-plastic-pollution-create-circular-economy) United Nations Environment Programme, 2023. Pilastro istituzionale della tesi «soluzione a monte, non a valle». [*Intergovernmental Negotiating Committee on Plastic Pollution*](https://www.unep.org/inc-plastic-pollution) United Nations Environment Programme. Pagina ufficiale del comitato negoziale ONU. Stato del Trattato globale, sessioni INC e mandato della risoluzione UNEA 5/14. [*Second Part of the Fifth Session (INC-5.2)*](https://www.unep.org/inc-plastic-pollution/session-5.2) United Nations Environment Programme, 2025. Pagina ufficiale della seconda parte della quinta sessione di Ginevra, conclusa il 15 agosto 2025 senza consenso. [*Plastic & Climate: The Hidden Costs of a Plastic Planet*](https://www.ciel.org/plasticandclimate/) Center for International Environmental Law, 2019. Pilastro sul legame plastica-clima lungo l’intero ciclo di vita fossile. [*Fossil Fuel Lobbyists Flood Final Scheduled Round of Plastics Treaty Talks*](https://www.ciel.org/news/inc-5-lobbyist-analysis/) Center for International Environmental Law, 2024. Analisi del numero di lobbisti fossili e petrolchimici registrati a INC-5 (oltre 220, più di qualsiasi tornata precedente). [*Corporate Advocacy on the UN Global Plastics Treaty, 2025 Update*](https://influencemap.org/briefing/Corporate-Advocacy-on-the-UN-Global-Plastics-Treaty-2025-Update-33706) InfluenceMap, 2025. Documenta l’attività di pressione di 42 aziende e 21 associazioni industriali nei mesi precedenti il negoziato di Ginevra. [*Complexities of the global plastics supply chain revealed*](https://www.nature.com/articles/s43247-025-02169-5) Communications Earth & Environment (Nature), 2025. Documenta che nel 2022 il 98 per cento della plastica vergine globale derivava da feedstock fossili. [*Leaky loop «recycling»: A technical correction on the quality of pyrolysis oil made from plastic waste*](https://zerowasteeurope.eu/press-release/new-report-blasts-the-limitations-of-pyrolysis-technology-dubbed-miracle-by-industry/) Zero Waste Europe, 2023. Analisi tecnica sulla pirolisi e sui limiti di qualità dell’olio prodotto: per essere usato nella produzione di nuova plastica richiede passaggi di purificazione energy-intensive o diluizione con nafta vergine in rapporti fino a 40:1. [*Fifty years: chemical recycling’s fading promise*](https://zerowasteeurope.eu/press-release/still-fifty-years-to-commercially-scale-pyrolysis-technologies-new-paper-finds/) Zero Waste Europe, 2024. Industry landscape overview: stima di cinquant’anni per scalare commercialmente il riciclo chimico, ridimensionamento degli investimenti da parte di major come Shell, dipendenza strutturale dalla produzione di plastica vergine. [*Direttiva 2019/904 sulle plastiche monouso*](https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2019/904/oj/eng) Unione europea, 2019. Quadro normativo dei divieti europei su cannucce, posate e altri prodotti monouso. [*Packaging and Packaging Waste Regulation 2025/40*](https://environment.ec.europa.eu/topics/waste-and-recycling/packaging-waste_en) Commissione europea. Regolamento entrato in vigore l’11 febbraio 2025 e applicabile in via generale dal 12 agosto 2026. [*Plastics the Fast Facts 2025*](https://plasticseurope.org/knowledge-hub/plastics-the-fast-facts-2025/) Plastics Europe, 2025. Fonte industriale autocertificata: quota di plastica «circolare» nella produzione europea ferma al 15,4 per cento nel 2024 e quota europea sulla produzione globale scesa dal 22 al 12 per cento dal 2006 al 2024. ### **Per il caso italiano: Eni-Versalis** [*Versalis Market Presentation, March 2025*](https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/eng/investor/presentations/2025/Versalis-Market-presentation-March-2025.pdf) Eni, 2025. Documento aziendale sulla ristrutturazione di Versalis, la crisi della chimica di base europea e il pivot verso bioprodotti, riciclo chimico ed energy storage. [*Versalis Sustainability Report 2024*](https://www.versalis.eni.com/assets/documents/versalis/en/sustainability/Versalis_for_ENG_ESE_WEB.pdf) Versalis, 2024. Documento ufficiale aziendale sulla narrativa della trasformazione di Versalis. [*Hoop demo plant at Mantua*](https://versalis.eni.com/en-IT/news/press-release/2025/hoop-demo-plant-at-mantua.html) Versalis, 2025. Comunicato stampa sull’avvio dell’impianto dimostrativo Hoop a Mantova (19 giugno 2025) per il riciclo chimico di plastiche miste via pirolisi. [*Versalis and Acea Ambiente*](https://www.versalis.eni.com/en-IT/news/press-release/2025/versalis-and-acea-ambiente.html) Versalis, 2025. Comunicato sull’accordo Versalis-Acea Ambiente per la filiera dei rifiuti plastici destinati al riciclo chimico. [*Eni launches authorisation process in Priolo for new biorefinery and chemical plant for plastics*](https://www.eni.com/en-IT/media/press-release/2025/10/pr-eni-launches-process-priolo-biorefinery-chemical-plant-for-plastics.html) Eni, 2025. Comunicato sull’avvio dell’iter autorizzativo a Priolo per una bioraffineria affiancata da un impianto Hoop con capacità di 40.000 tonnellate annue di plastiche miste e resa stimata di 32.000 tonnellate annue di olio di pirolisi. [*Eni’s chemicals unit opens new recycled plastic production plant*](https://www.reuters.com/business/energy/enis-chemicals-unit-opens-new-recycled-plastic-production-plan-2025-03-24/) Reuters, 2025. Apertura del nuovo impianto Versalis di plastica riciclata a Porto Marghera, nel contesto della ristrutturazione della chimica Eni. [*Italy’s Eni launches demo plant for mixed plastic recycling*](https://www.reuters.com/sustainability/land-use-biodiversity/eni-unveils-plant-chemical-recycling-plastic-waste-2025-06-19/) Reuters, 2025. Lancio dell’impianto Hoop dimostrativo a Mantova e del progetto industriale Priolo. Fonte giornalistica per la contestualizzazione finanziaria delle scelte aziendali. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [La macchina c’è, l’impianto no](https://eywadivulgazione.it/rifiuti-impianti-carenza-ecomafia-italia/) **Published:** Giugno 1, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **Chi guadagna dai rifiuti che non ricicliamo** Gira sui social l’immagine di una specie di «una specie di macchina dell’impossibile»: rifiuti urbani buttati dentro alla rinfusa, e dall’altra parte materiali separati, biogas, niente discarica. La tecnologia esiste davvero, si chiama ArrowBio, è nata in Israele alla fine degli anni Novanta e il suo impianto storico tratta i rifiuti dell’area di Tel Aviv dal 2003. È un sistema di **trattamento meccanico-biologico**, in sigla **TMB** (in inglese MBT, *mechanical-biological treatment*): le macchine aprono i sacchi, immergono i rifiuti in vasche d’acqua e li separano per gravità e galleggiamento. I metalli affondano, le plastiche leggere galleggiano, la frazione organica va a digestione anaerobica per produrre biogas. Il produttore dichiara un recupero del 70-80% dei materiali in ingresso. La domanda che molti si fanno guardando quel video è ingegneristica: se la macchina può separare tutto da sola, perché continuiamo a farlo noi cittadini, sacchetto per sacchetto? È una domanda interessante. Ma è la domanda sbagliata. ## La tecnologia esiste già, da vent’anni Il primo dato che smonta la magia è la data. ArrowBio è operativo dal 2003. Dopo oltre vent’anni resta una tecnologia di nicchia: pochi impianti nel mondo, qualche replica, nessuna diffusione di massa. Non perché non funzioni. Perché la storia dei rifiuti non si gioca sul piano tecnico. Questo vale per quasi tutte le innovazioni ambientali. Le navi a vela cargo, l’acciaio verde, i cementi a basse emissioni, le pompe di calore industriali: la tecnologia spesso c’è già. Lo stesso schema vale per altre soluzioni vendute come definitive, come la [pirolisi dei rifiuti plastici](https://eywadivulgazione.it/la-plastica-diventa-benzina-la-pirolisi-dei-rifiuti-plastici/). La domanda vera non è «si può fare», ma «se si può fare, cosa impedisce che diventi la norma?». Ed è lì che la questione smette di essere ingegneristica e diventa economica, industriale e, soprattutto in Italia, criminale. ## Gli italiani la differenziata la fanno C’è una narrazione comoda secondo cui il problema dei rifiuti è il cittadino disattento. I numeri dicono altro. Secondo il [**Rapporto Rifiuti Urbani 2025**](https://www.isprambiente.gov.it/it/istituto-informa/comunicati-stampa/anno-2025/rifiuti-urbani-nel-2024) dell’**ISPRA** (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, l’ente pubblico che certifica i dati ambientali nazionali), nel 2024 la raccolta differenziata ha raggiunto il 67,7% su scala nazionale: 74,2% al Nord, 63,2% al Centro, 60,2% al Sud, con il Mezzogiorno che continua a ridurre il divario. Statisticamente, il comportamento del cittadino non è più il collo di bottiglia. Eppure il riciclo effettivo si ferma al 52,3%. La differenza tra quanto separiamo e quanto viene davvero riciclato resta ampia, e non dipende dalle nostre mani. Dipende da cosa succede dopo che il camion ha svuotato il cassonetto. E qui sta il punto: una parte consistente di quel materiale, una volta raccolto bene, non trova un impianto dove essere trattato. ## Il vero collo di bottiglia: gli impianti che non costruiamo Il [**Green Book 2026**](https://www.ecodallecitta.it/rifiuti-italia-cresce-riciclo-mancano-impianti/), il rapporto annuale sul settore dei rifiuti urbani curato dalla Fondazione Utilitatis con la collaborazione di ISPRA ed ENEA, fotografa il problema senza giri di parole. Al Sud la raccolta differenziata è arrivata al 60%, ma il 37% dei rifiuti urbani finisce ancora in discarica, contro una media nazionale del 14,8% nel 2024. La ragione principale è la carenza di impianti. La carenza impiantistica costringe il Mezzogiorno a spedire i propri rifiuti verso il Centro-Nord, con costi economici e ambientali che ricadono sulle bollette dei cittadini. Tradotto in immagini concrete: il rifiuto viene separato bene a Napoli o a Palermo, caricato su un camion e portato a centinaia di chilometri di distanza perché sotto casa l’impianto non esiste. Secondo una distinta analisi di Utilitalia, la federazione delle utility dei servizi pubblici, per colmare il deficit impiantistico nazionale servono circa 4,5 miliardi di euro (dati 2022-2023); nel solo 2022 i rifiuti trattati fuori dalla regione di produzione hanno richiesto circa 140mila viaggi di camion, pari a 76 milioni di chilometri. Non è un fallimento dei cittadini. È un fallimento di programmazione. E quando un sistema lascia un vuoto, quel vuoto non resta vuoto a lungo. ## Il vuoto è un mercato: dove entra l’ecomafia Lo spazio tra il rifiuto che produciamo e l’impianto che non c’è è esattamente lo spazio in cui opera l’economia illegale del rifiuto. Funziona per una ragione brutale: smaltire fuori legge costa meno che trattare legalmente. Ogni impianto non costruito, ogni autorizzazione bloccata o truccata, ogni incendio sospetto in un deposito di rifiuti concorre a spostare domanda verso il ciclo illegale. È lo stesso schema che Eywa ha documentato per il [cippato illegale nelle rinnovabili](https://eywadivulgazione.it/biomassa-come-lavatrice-come-il-cippato-illegale-entra-nel-sistema-italiano-delle-rinnovabili/): una filiera verde usata come lavanderia per materiale fuori legge. I numeri arrivano dal rapporto [**Ecomafia 2025**](https://www.legambiente.it/attivita-scientifiche/rapporto-ecomafia/) di Legambiente, la fonte di riferimento sui reati ambientali in Italia, elaborata sui dati delle forze dell’ordine, della Direzione investigativa antimafia e delle Capitanerie di porto. Nel 2024 i reati ambientali hanno superato per la prima volta quota 40.000, esattamente 40.590, in crescita del 14,4% rispetto all’anno prima, per un giro d’affari delle ecomafie stimato in 9,3 miliardi di euro. Il solo ciclo dei rifiuti, tra discariche abusive e traffici, vale 11.166 reati, in aumento del 19,9%. E il 42,6% di tutti i reati ambientali si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. Vale la pena dirlo chiaramente: la mappa delle Regioni dove mancano gli impianti e la mappa delle Regioni dove i reati abbondano si sovrappongono in modo significativo. La concentrazione criminale ha più cause, ma il vuoto impiantistico è una di queste. Non è una coincidenza. È un meccanismo. C’è poi il livello più sofisticato, quello che frena l’innovazione a monte. Sempre Ecomafia 2025 censisce, in un anno, 88 inchieste per tangenti «green», il 17,3% in più dell’anno precedente: corruzione negli appalti pubblici legati a opere ambientali, depurazione, gestione dei rifiuti. È questo che spiega perché una tecnologia esistente da vent’anni resta di nicchia. L’innovazione non viene rallentata dall’ingegneria. Viene rallentata anche da chi ha un interesse economico preciso a tenere il sistema legale inefficiente, perché sull’emergenza permanente ci si guadagna. ## La controprova austriaca L’Austria viene citata spesso come il paese dove «la macchina fa tutto». Non è andata così. L’Austria non ha vinto con una tecnologia: ha vinto con una norma. Il divieto di conferire in discarica rifiuti non pre-trattati, fissato attraverso un limite tecnico sul carbonio organico totale (oltre il 5%) dalla Landfill Ordinance, è stato pienamente applicato dalla fine del 2008 ed è a regime dal 2009, accompagnato da una tassa sul conferimento. Il risultato, certificato dall’[**Agenzia europea dell’ambiente**](https://www.eea.europa.eu/en/topics/in-depth/waste-and-recycling/municipal-and-packaging-waste-management-country-profiles-2025) (l’EEA, l’organismo dell’Unione che monitora i dati ambientali degli Stati membri), è un riciclo dei rifiuti urbani al 63% e una quota in discarica ridotta al 2% (dati 2022, ultimo profilo paese EEA disponibile). Il dettaglio che vale l’intero ragionamento è un altro. In Austria persino la scelta tra incenerimento e trattamento meccanico-biologico fu, secondo le ricostruzioni di settore, più politica che tecnica. La leva non è stata la macchina. È stata togliere la convenienza all’opzione cattiva. Finché in Italia smaltire illegalmente o esportare costa meno che costruire e far funzionare un impianto, tecnologie come ArrowBio difficilmente si diffonderanno, per quanto buone siano. ## Cosa cambia dal 2 giugno 2026 Qualcosa, sul piano della convenienza, si sta muovendo. Dal 2 giugno 2026 entra in vigore il [**Decreto Legislativo 81/2026**](https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2026/05/18/26G00096/SG), pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 18 maggio, che recepisce la direttiva europea 2024/1203 sulla tutela penale dell’ambiente. Il decreto introduce il nuovo reato di «commercio di prodotti inquinanti», inserisce nuove aggravanti per i delitti ambientali, interviene sulla responsabilità delle imprese ai sensi del d.lgs. 231/2001 e istituisce un Sistema di coordinamento nazionale per il contrasto alla criminalità ambientale presso la Procura generale della Corte di cassazione. Entro il 21 maggio 2027 il Governo dovrà approvare una Strategia nazionale anti-crimine ambientale. È una buona notizia, ma è una norma sulla carta. La stessa Legambiente, alla vigilia dell’entrata in vigore, ha segnalato [gravi lacune nel testo](https://www.legambiente.it/comunicati-stampa/direttiva-ue-tutela-penale-ambiente-legambiente-gravi-lacune-nelle-norme-in-vigore-dal-2-giugno), dalla tutela delle risorse idriche all’accesso alla giustizia per le associazioni ambientaliste. Vale come leva solo se viene applicata, finanziata e controllata. Ed è esattamente qui che entra il cittadino. ## Cosa può fare il cittadino, davvero La tentazione, a questo punto, è chiudere con il solito invito a differenziare meglio. Sarebbe coerente con la narrazione comoda di prima, e sarebbe inutile: la differenziata, in media, la facciamo già. La leva più potente che ha il singolo non è il sacchetto. È la [vigilanza civica](https://eywadivulgazione.it/cittadini-protagonisti-la-nuova-frontiera-della-partecipazione-nelle-decisioni-pubbliche/) sul sistema. Ecco le azioni concrete, dalla più semplice alla più incisiva. **Segnalare ciò che si vede.** L’abbandono di rifiuti e le discariche abusive sono vietati dall’articolo 192 del Decreto Legislativo 152/2006, il Testo Unico Ambientale, e sanzionati dagli articoli 255, 256 e 256-bis. Il primo interlocutore è sempre il Comune, attraverso l’Ufficio Ambiente o la Polizia Locale, spesso tramite le app comunali di segnalazione: ricevuta la segnalazione, l’amministrazione è obbligata a verificare, individuare il responsabile e ordinare la rimozione. Conviene sempre allegare una fotografia e indicare luogo, data e tipo di rifiuto. Per le emergenze ambientali nei boschi e nelle campagne esiste il numero 1515 dei Carabinieri Forestali. Se invece si sospetta un abbandono di rifiuti speciali o un traffico organizzato, il riferimento è il **NOE**, il Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri, la struttura specializzata nei reati ambientali. Per un pericolo immediato si chiama il 112. **Chiedere conto degli impianti.** Questa è l’azione che incide sul vero collo di bottiglia. Ogni Regione ha un piano di gestione dei rifiuti e un documento sul fabbisogno impiantistico: sono atti pubblici. Attraverso il **FOIA**, l’[accesso civico generalizzato](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/) previsto dall’articolo 5 del Decreto Legislativo 33/2013, chiunque, senza dover motivare la richiesta, può chiedere a Comune e Regione dove sono gli impianti previsti, a che punto sono le gare, perché slittano. Una richiesta tipo, da inviare via PEC, può suonare così: «Ai sensi dell’art. 5, comma 2, del D.Lgs. 33/2013, chiedo copia degli atti relativi allo stato di attuazione del Piano regionale di gestione dei rifiuti, con particolare riferimento agli impianti di trattamento previsti, ai relativi cronoprogrammi e ai motivi di eventuali ritardi». È lo strumento che trasforma una curiosità in un atto di controllo, e che obbliga l’amministrazione a rispondere entro trenta giorni. **Pretendere i dati giusti.** Il numero della raccolta differenziata, da solo, non dice quasi nulla. Quello che conta è il riciclo effettivo e la destinazione finale del rifiuto residuo. Chiedere al Comune e al gestore del servizio quanto del raccolto viene davvero riciclato, e dove finisce il resto, sposta la discussione dal gesto individuale alla qualità del sistema. **Spingere sulla tariffa puntuale.** La leva austriaca, in versione locale, si chiama tariffazione puntuale: chi produce più rifiuto indifferenziato paga di più. È una scelta che spetta al Comune, e su cui un cittadino o un comitato possono fare pressione attraverso consiglieri comunali, interrogazioni e petizioni. Rende economicamente perdente l’opzione pigra, senza chiedere eroismi a nessuno. **Conoscere la tracciabilità.** Dal 2024 è in avvio progressivo il [**RENTRI**](https://www.rentri.gov.it/), il Registro Elettronico Nazionale per la Tracciabilità dei Rifiuti, previsto dall’articolo 188-bis del Testo Unico Ambientale e gestito dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, il **MASE**. In pratica digitalizza i documenti che seguono ogni carico di rifiuti, a partire dal **FIR**, il Formulario di Identificazione del Rifiuto, cioè la «carta d’identità» che accompagna il rifiuto dalla produzione allo smaltimento. Sostituisce il vecchio SISTRI, mai diventato operativo e abrogato nel 2019. L’avvio è progressivo, scaglionato per dimensione delle imprese, con una fase transitoria ancora in corso nel 2026 (per alcuni soggetti il formulario cartaceo resta ammesso fino a settembre). La tracciabilità digitale è il nemico naturale del traffico illecito, perché rende difficile il viaggio fantasma. Il cittadino non lo usa direttamente, ma può chiedere che funzioni davvero e non resti l’ennesimo sistema annunciato e mai a regime. **Agire a monte, da consumatore informato.** Anche l’impianto migliore recupera materiale di qualità inferiore da un flusso misto rispetto a un imballaggio progettato per essere riciclato. La [**responsabilità estesa del produttore**](https://eywadivulgazione.it/regolamento-sugli-imballaggi-riciclabilita-entro-il-2030-o-ennesima-illusione-circolare/), il principio per cui chi immette sul mercato un imballaggio paga per la sua gestione a fine vita, è la parte di sistema che agisce prima ancora che il rifiuto esista. È la stessa logica con cui la [Francia ha tassato il fast fashion](https://eywadivulgazione.it/se-produci-inquinando-poi-paghi-leuropa-dichiara-guerra-alla-moda-usa-e-getta/). Scegliere prodotti con imballaggi realmente riciclabili e sostenere le norme che lo impongono conta più di mille differenziate fatte bene su confezioni nate per finire in discarica. ## Eywa dice… Il problema dei rifiuti in Italia non è né tecnico né di educazione civica. La tecnologia esiste, e i cittadini differenziano. Il problema è che qualcuno ha interesse a che il sistema resti rotto, perché su quel vuoto si è costruito un mercato da miliardi. La «nave magica» è una distrazione affascinante. La vera leva è costruire gli impianti che mancano, togliere la convenienza all’illegalità e tenere gli occhi aperti su chi gestisce i nostri rifiuti. Su quali impianti costruire, e su quanto spazio lasciare ai termovalorizzatori, il dibattito resta aperto, e va tenuto aperto. La prima parte spetta alla politica. La seconda, in buona misura, spetta a noi. ## Approfondimenti Eywa [Pirolisi della plastica: dai rifiuti plastici a nuovo petrolio](https://eywadivulgazione.it/la-plastica-diventa-benzina-la-pirolisi-dei-rifiuti-plastici/). Un’altra tecnologia presentata come soluzione miracolosa per i rifiuti: cosa promette, cosa mantiene e dove sta il limite reale. [Biomassa e cippato illegale: la lavanderia delle rinnovabili](https://eywadivulgazione.it/biomassa-come-lavatrice-come-il-cippato-illegale-entra-nel-sistema-italiano-delle-rinnovabili/). Il meccanismo con cui l’illegalità si infila in una filiera verde, parallelo diretto a quanto accade nel ciclo dei rifiuti. [Imballaggi e riciclo 2030. Regolamento UE, promesse e limiti](https://eywadivulgazione.it/regolamento-sugli-imballaggi-riciclabilita-entro-il-2030-o-ennesima-illusione-circolare/). La responsabilità estesa del produttore e il principio per cui i rifiuti si combattono prima che esistano. [Francia, la rivoluzione contro il fast fashion](https://eywadivulgazione.it/se-produci-inquinando-poi-paghi-leuropa-dichiara-guerra-alla-moda-usa-e-getta/). Eco-tassa per capo e obblighi di responsabilità estesa del produttore: come il principio «chi inquina paga» sposta il peso su chi mette in commercio il prodotto. [Come segnalare un problema al Comune (e ottenere gli atti)](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/). La guida pratica all’accesso civico generalizzato, lo strumento citato in questo dossier per chiedere conto degli impianti. [Cittadini protagonisti: la nuova frontiera della partecipazione nelle decisioni pubbliche](https://eywadivulgazione.it/cittadini-protagonisti-la-nuova-frontiera-della-partecipazione-nelle-decisioni-pubbliche/). Perché la vigilanza civica sui processi decisionali pesa più del gesto individuale. ## Bibliografia [ISPRA, Rapporto Rifiuti Urbani, edizione 2025](https://www.isprambiente.gov.it/it/istituto-informa/comunicati-stampa/anno-2025/rifiuti-urbani-nel-2024). I dati ufficiali su produzione, raccolta differenziata e gestione dei rifiuti urbani in Italia nel 2024. [Fondazione Utilitatis e Utilitalia, Green Book 2026](https://www.ecodallecitta.it/rifiuti-italia-cresce-riciclo-mancano-impianti/). Il rapporto annuale sul settore dei rifiuti urbani, con il quadro del deficit impiantistico e dell’export tra Regioni. [Utilitalia, analisi sul fabbisogno impiantistico per la gestione dei rifiuti urbani (2025)](https://www.ecodallecitta.it/viaggi-rifiuti-e-impianti/). La stima dei 4,5 miliardi di investimenti necessari e dei 140mila viaggi di camion l’anno per l’export di rifiuti tra regioni. [Legambiente, Rapporto Ecomafia 2025](https://www.legambiente.it/attivita-scientifiche/rapporto-ecomafia/). La rilevazione di riferimento sui reati ambientali, sul ciclo illegale dei rifiuti e sulla corruzione negli appalti. [Agenzia europea dell’ambiente, profili di gestione dei rifiuti urbani 2025 (Austria)](https://www.eea.europa.eu/en/topics/in-depth/waste-and-recycling/municipal-and-packaging-waste-management-country-profiles-2025). I dati sul divieto di discarica e sui tassi di riciclo che fanno dell’Austria un modello europeo. [RENTRI, Registro Elettronico Nazionale per la Tracciabilità dei Rifiuti (portale ufficiale)](https://www.rentri.gov.it/). Il sistema pubblico di tracciabilità digitale dei rifiuti gestito dal MASE, con scadenze e documentazione. [Decreto Legislativo 21 aprile 2026, n. 81, attuazione della direttiva UE 2024/1203 (Gazzetta Ufficiale)](https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2026/05/18/26G00096/SG). Il testo ufficiale del provvedimento che rafforza la tutela penale dell’ambiente, in vigore dal 2 giugno 2026. **Categorie:** Attualità, Dossier --- ### [Comuni ricicloni: la classifica che conta davvero](https://eywadivulgazione.it/comuni-ricicloni-sistema-rifiuti-sostenibile/) **Published:** Giugno 3, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Quando si parla di comuni virtuosi nella gestione dei rifiuti, la domanda che quasi tutti si fanno è una sola: chi differenzia di più? È una domanda che produce classifiche, titoli e un certo orgoglio civico. Ed è la domanda sbagliata. Le domande giuste sono altre, e sono più scomode. Quale numero misura davvero un sistema sano, la percentuale di raccolta differenziata o qualcosa di diverso? I comuni migliori vincono perché hanno cittadini più bravi, o perché hanno cambiato le regole del gioco? E se il modello che funziona esiste, è pubblico ed è documentato, perché non lo copiano tutti? Rispondere a queste tre domande significa capire cosa rende sostenibile un sistema rifiuti, e perché la maggior parte dei comuni italiani non ci arriva.## Il numero che fa bella figura, e quello che conta La percentuale di raccolta differenziata è il dato che finisce nei comunicati. Misura quanta parte dei rifiuti i cittadini separano correttamente, carta con carta, vetro con vetro, organico con organico. È utile, ma dice meno di quanto sembri, perché fotografa il gesto, non il risultato. Un comune può vantare una differenziata altissima e continuare a produrre montagne di rifiuto. Oppure può separare con cura materiali che poi non vengono davvero riciclati, almeno non nella misura in cui quella percentuale lascia credere. Che in Italia la differenziata sia ormai diffusa, e che il vero problema stia altrove, [Eywa lo ha già raccontato](https://eywadivulgazione.it/rifiuti-impianti-carenza-ecomafia-italia/). Il numero che conta è quasi l’opposto: quanto **rifiuto indifferenziato resta, per ogni abitante**. L’indifferenziato è la frazione che non si può, o non si è riusciti, a recuperare. È quella che ogni persona manda a smaltimento in un anno, misurata in chilogrammi. Più questo numero è basso, più il sistema è sano, perché vuol dire che a monte si produce meno spazzatura e a valle se ne recupera di più. È qui, non nella percentuale, che si gioca la sostenibilità vera. Lo certifica il modo stesso in cui si premiano i comuni migliori. Il riconoscimento «rifiuti free», assegnato ogni anno da Legambiente nel rapporto [Comuni Ricicloni](https://www.legambiente.it/comunicati-stampa/legambiente-presenta-comuni-ricicloni-2025), non guarda solo alla percentuale di differenziata. Premia i comuni che tengono il rifiuto residuo sotto i 75 chilogrammi per abitante in un anno. E qui sta il punto. Cambia il numero che guardi, e cambia tutta la classifica. C’è chi misura in modo un po’ diverso, ma sul rifiuto che resta, il dato che conta davvero, le principali fonti convergono.## Quanti sono, e dove I comuni che superano questa prova sono pochi. Nel 2025 i comuni «rifiuti free» in Italia sono 663 in tutto, meno di uno su dieci, e per la prima volta sono in calo, circa il 5% in meno rispetto all’anno prima. In percentuale è l’8,4% dei 7896 comuni del Paese. Tra le città capoluogo i campioni assoluti sono Treviso, Pordenone, Trento e, novità del 2025, Nuoro. Per regioni, il Veneto domina con 161 comuni rifiuti free, segue la Lombardia con 107, mentre la Campania è la prima del Sud con 84. Il dato fotografa un Paese spaccato, ma non come si crede, e su questo torneremo.## Cos’è la tariffa puntuale, spiegata bene Per capire perché alcuni comuni producono poco rifiuto e altri no, bisogna guardare a come lo paghiamo. Nella maggior parte d’Italia si paga la **TARI**, la tassa sui rifiuti. È calcolata in modo «presuntivo»: l’importo dipende dai metri quadrati della casa e dal numero di persone che ci vivono, non da quanto rifiuto produci davvero. È come pagare la bolletta dell’acqua in base alla grandezza dell’appartamento invece che ai litri che consumi. Chi produce poco rifiuto e chi ne produce molto, di solito, pagano quasi lo stesso. E così produrre di più non costa niente di extra. La **tariffa puntuale** ribalta questa logica. In inglese si chiama **PAYT**, *pay as you throw*, «paga quanto butti». Funziona come gli altri servizi a rete, luce, gas, acqua: paghi in proporzione a quanto consumi. In questo caso, a quanto rifiuto indifferenziato produci. La tariffa ha due parti. Una quota fissa, legata alla casa e al numero di abitanti, che copre i costi generali. E una quota variabile, che dipende da quanto rifiuto non riciclabile consegni davvero durante l’anno. Per misurarlo servono strumenti semplici. I comuni usano sacchi o bidoni con un’etichetta dotata di **tag RFID**, un microchip che a ogni svuotamento riconosce chi sta conferendo. Oppure sistemi che contano le aperture del cassonetto. Ogni volta che butti l’indifferenziato, viene registrato, e chi ne produce meno paga meno. Il principio è semplice e perfino banale: rendere conveniente ciò che è giusto, senza chiedere eroismi a nessuno. Che funzioni non è un’opinione. Lo documenta [IFEL](https://www.fondazioneifel.it/documenti-e-pubblicazioni/item/11987-la-tariffazione-puntuale-in-italia-iv-rapporto-ifel), la fondazione dell’**ANCI**, l’associazione che riunisce i comuni italiani. È una delle basi dati più complete e istituzionalmente solide del settore, costruita con le Regioni, le **ARPA** (agenzie regionali per la protezione dell’ambiente), gli enti d’ambito e i gestori del servizio. Secondo il suo rapporto più recente, sui dati 2023, i comuni con la tariffa puntuale hanno quasi sempre una differenziata più alta e, soprattutto, molto meno rifiuto residuo rispetto ai comuni che pagano la tassa nel modo tradizionale. A fare la differenza non è la predica, è il modo in cui si paga. Con un’avvertenza onesta, che la stessa IFEL segnala: la tariffa puntuale rende di più nei comuni che erano già sulla buona strada. Aiuta molto, ma da sola non fa miracoli. Resta comunque una scelta di minoranza. Sempre IFEL conta 1.196 comuni italiani con la tariffa puntuale, circa il 15% del totale, per quasi 9 milioni di abitanti, concentrati soprattutto al Nord. Il Veneto, di nuovo, è il caso limite: è la regione italiana con più comuni a tariffa puntuale in assoluto. Non a caso è anche quella con più comuni rifiuti free.## Il modello che funziona davvero Il riferimento nazionale ha un nome: [Contarina](https://contarina.it/cittadino/raccolta-differenziata/tariffa). È la società pubblica che gestisce i rifiuti del bacino di Treviso, cioè il gruppo di comuni vicini che hanno scelto di occuparsi della raccolta tutti insieme, sotto un’unica regia chiamata Consiglio di Bacino Priula. Serve 49 comuni, circa 555 mila abitanti, e secondo i [dati ufficiali del gestore](https://contarina.it/cittadino/raccolta-differenziata/risultati-e-premi) dichiara una raccolta differenziata del 90% e scende a circa 41 chilogrammi di rifiuto residuo per abitante in un anno, uno dei valori più bassi d’Europa. Ci riesce con due strumenti: la tariffa puntuale e la raccolta **porta a porta**, in cui i rifiuti separati vengono ritirati direttamente sotto casa secondo un calendario, senza cassonetti per strada dove chiunque può buttare qualunque cosa senza controllo. L’altro pioniere è Capannori, in provincia di Lucca, primo comune italiano a sposare la filosofia «rifiuti zero». Dal 2 gennaio 2013 applica la tariffa puntuale su tutto il territorio, con sacchi dotati di tag e una bolletta che premia chi produce meno indifferenziato. In entrambi i casi la lezione è la stessa, ed è la risposta alla seconda domanda: questi comuni non hanno cittadini più virtuosi per natura. Hanno cambiato le regole e l’organizzazione del servizio. La virtù, qui, è un effetto del sistema, non la sua causa.## Perché non puoi semplicemente copiare Treviso E veniamo alla terza domanda, la più scomoda. Se il modello esiste, è pubblico ed è documentato, perché solo l’8,4% dei comuni ci arriva? La risposta sta in uno spartiacque che non è quello che ci si immagina. Per anni si è raccontata un’Italia divisa tra Nord virtuoso e Sud in ritardo. Quel divario c’è ancora, ma se ne è aggiunto un altro, che riguarda le dimensioni: i comuni piccoli e medi ce la fanno, le grandi città arrancano. Tra le città capoluogo i comuni rifiuti free restano pochissimi, e nessuna grande città vi rientra. Il caso di Milano serve proprio a misurare il limite. È la prima grande città italiana per raccolta differenziata, oltre il 62% nei dati 2024, tra le metropoli europee sopra il milione di abitanti più avanzate, e ci è arrivata portando il porta a porta in tutta la città. Un risultato notevole per una metropoli. Ma resta comunque sotto la soglia delle eccellenze, quella misurata sul rifiuto che resta, e chiude il ciclo appoggiandosi a un termovalorizzatore, l’impianto che brucia il rifiuto residuo recuperando energia, in questo caso quello di Silla 2. C’è un ultimo aspetto importante. Treviso è arrivata all’eccellenza senza puntare sull’inceneritore come arma principale. Milano regge la sua buona prova anche grazie a uno. La grande città, anche la migliore, gioca una partita diversa. Le ragioni sono pratiche, non morali. Nelle metropoli pesano la densità, i grandi condomini dove è difficile capire chi butta cosa, la gestione frammentata e, alla fine della catena, la carenza di impianti che costringe a spostare i rifiuti per centinaia di chilometri. Sono gli stessi nodi che bloccano gran parte del Mezzogiorno, dove la mancanza di impianti si traduce anche nella TARI più alta d’Italia, perché spostare i rifiuti costa. Il modello di Treviso e Capannori non è un copione che si recita ovunque: ha bisogno di una regia comune tra i comuni, di aziende pubbliche che funzionano e di impianti che in molte aree del Paese semplicemente non ci sono.## Cosa puoi fare Tutto questo non lascia il cittadino senza strumenti, anzi. La prima cosa è cambiare la domanda anche nella propria città. Invece di chiedere al comune la percentuale di raccolta differenziata, conviene chiedere quanto rifiuto resta per ogni abitante e dove finisce quello che si raccoglie. È la differenza tra il gesto e il risultato, e sposta la discussione dove conta. La seconda è spingere per la tariffa puntuale dove non c’è. Non è una scelta del singolo cittadino, è una decisione del comune. E proprio per questo si può influenzare, attraverso i consiglieri comunali, le interrogazioni, i comitati e le petizioni. Allo stesso modo si può chiedere di estendere il porta a porta e capire se il proprio territorio fa parte di una gestione di bacino seria, o se è lasciato a una gestione frammentata e improvvisata. La terza è informarsi con gli atti, non con le promesse. I piani comunali e regionali dei rifiuti sono documenti pubblici. Attraverso l’accesso civico generalizzato, il cosiddetto [FOIA](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/), chiunque può chiedere conto di scelte, costi e ritardi, senza nemmeno dover spiegare perché. È lo strumento che trasforma una curiosità in controllo.## Eywa dice… Un sistema rifiuti sostenibile non è quello che differenzia di più, è quello che produce poco rifiuto da smaltire e lo recupera davvero. I comuni che ci riescono esistono, hanno nomi precisi e una ricetta nota: tariffa puntuale, porta a porta, una regia comune tra i comuni. Non hanno cittadini migliori, hanno regole migliori. E il fatto che siano una minoranza, e quasi tutti piccoli o medi, non vuol dire che gli altri siano pigri. Vuol dire che senza cambiare le regole e costruire gli impianti, la buona volontà del singolo resta un gesto a vuoto. La classifica giusta non è quella che guardi. E una volta che sai qual è, sai anche cosa chiedere a chi amministra.## Approfondimenti Eywa [Rifiuti, impianti e ecomafia: perché in Italia la differenziata non basta](https://eywadivulgazione.it/rifiuti-impianti-carenza-ecomafia-italia/). Il dossier gemello di questo articolo: perché il vero collo di bottiglia non è il cittadino ma gli impianti che mancano, e cosa prospera in quel vuoto. [Come segnalare un problema al Comune (e ottenere gli atti)](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/). La guida pratica all’accesso civico generalizzato, lo strumento citato qui per chiedere conto di piani, costi e ritardi. [Cittadini protagonisti: la nuova frontiera della partecipazione nelle decisioni pubbliche](https://eywadivulgazione.it/cittadini-protagonisti-la-nuova-frontiera-della-partecipazione-nelle-decisioni-pubbliche/). Perché la vigilanza civica sui processi decisionali pesa più del gesto individuale. [Imballaggi e riciclo 2030. Regolamento UE, promesse e limiti](https://eywadivulgazione.it/regolamento-sugli-imballaggi-riciclabilita-entro-il-2030-o-ennesima-illusione-circolare/). La responsabilità estesa del produttore e il principio per cui i rifiuti si combattono prima ancora che esistano.## Bibliografia [IFEL, La tariffazione puntuale in Italia, IV Rapporto (dati 2023)](https://www.fondazioneifel.it/documenti-e-pubblicazioni/item/11987-la-tariffazione-puntuale-in-italia-iv-rapporto-ifel). Una delle basi dati più complete e istituzionalmente solide sulla diffusione e sulle performance della tariffa puntuale, costruita con Regioni, ARPA, enti d’ambito e gestori. [Legambiente, Comuni Ricicloni 2025](https://www.legambiente.it/comunicati-stampa/legambiente-presenta-comuni-ricicloni-2025). La rilevazione che dal 1994 premia i comuni «rifiuti free», con la soglia dei 75 chilogrammi di rifiuto residuo per abitante. [ISPRA, Rapporto Rifiuti Urbani, edizione 2025](https://www.isprambiente.gov.it/it/istituto-informa/comunicati-stampa/anno-2025/rifiuti-urbani-nel-2024). I dati ufficiali su raccolta differenziata, riciclo effettivo e smaltimento in Italia nel 2024. [Contarina, La tariffa puntuale](https://contarina.it/cittadino/raccolta-differenziata/tariffa). La descrizione del «modello Contarina» nel bacino di Treviso, principale riferimento nazionale per la tariffazione puntuale. [Contarina, Risultati della raccolta differenziata](https://contarina.it/cittadino/raccolta-differenziata/risultati-e-premi). I dati ufficiali del gestore, con la raccolta differenziata al 90% e il rifiuto residuo a 41 chilogrammi per abitante. [AMSA, Gruppo A2A, servizi e dati di Milano](https://www.amsa.it/it/milano/servizi). I dati ufficiali della raccolta differenziata milanese, oltre il 62%. [Regione Emilia-Romagna, Diffusione della tariffa puntuale](https://ambiente.regione.emilia-romagna.it/it/rifiuti/rifiuti/economia-circolare/tariffa-puntuale/diffusione-della-tariffa-puntuale-in-emilia-romagna). I dati regionali che confermano performance ambientali migliori nei comuni a misurazione puntuale. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Cosa succede davvero quando il petrolio finisce in mare: guida completa alle bonifiche](https://eywadivulgazione.it/bonifica-petrolio-mare-come-funziona/) **Published:** Marzo 26, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Questo manuale spiega cosa accade realmente quando il petrolio (o il gasolio, o altri idrocarburi) finisce in mare. Non in teoria: nella pratica. Come si interviene, con quali strumenti, in quali condizioni, con quali limiti. E soprattutto: in quanto tempo si recupera davvero, ammesso che si recuperi. La ragione per cui serve una guida come questa è semplice. Ogni volta che si verifica uno sversamento petrolifero, la narrazione pubblica segue uno schema ricorrente: emergenza, intervento, «situazione sotto controllo», e poi silenzio. Quello che manca quasi sempre è la parte centrale della storia: cosa succede concretamente tra il momento in cui l’olio entra in acqua e il momento, anni dopo, in cui quell’ecosistema prova a riprendersi. Il manuale è pensato per chiunque voglia capire. Non serve una formazione scientifica. I tecnicismi, dove necessari, sono spiegati. ## 1. Cosa succede nei primi minuti Il petrolio, appena entra in contatto con l’acqua di mare, non resta fermo. Inizia immediatamente a trasformarsi, e lo fa in modi diversi a seconda del tipo di idrocarburo, della temperatura dell’acqua, del vento e delle correnti. La prima cosa che accade è la formazione della cosiddetta *slick*, una pellicola sottile che si espande sulla superficie. La velocità di espansione dipende dalla viscosità del prodotto: un gasolio leggero si allarga molto più rapidamente di un greggio pesante. In poche ore, una *slick* può coprire diversi chilometri quadrati. Mentre la macchia si espande, inizia l’evaporazione. Le componenti più leggere del petrolio (i cosiddetti composti volatili) passano allo stato gassoso e si disperdono nell’atmosfera. Questo processo può eliminare fino al 40–50% del volume di un greggio leggero nelle prime 24 ore, in condizioni favorevoli di temperatura e ventilazione. Però non è una buona notizia: quei composti volatili sono tossici, e la loro evaporazione crea un rischio sanitario per chiunque si trovi nelle vicinanze, compresi i soccorritori. In parallelo, il moto ondoso provoca l’emulsione: l’acqua di mare si mescola con il petrolio formando una sostanza densa e viscosa, spesso di colore marrone o arancione, chiamata «mousse di cioccolato» nel gergo operativo. Questa emulsione è molto più difficile da recuperare rispetto al petrolio puro, perché è più pesante, più voluminosa e più resistente ai trattamenti. Nel Mediterraneo, che è un bacino semi-chiuso con correnti relativamente deboli, la dispersione naturale è limitata. Significa che il prodotto tende a restare nella zona dove è stato rilasciato, concentrando gli impatti anziché diluirli. È uno dei fattori che rende gli sversamenti nel «nostro» mare particolarmente gravi. ## 2. Contenimento: cosa si prova a fare subito La prima risposta operativa a uno sversamento è il contenimento. L’obiettivo è impedire alla macchia di espandersi ulteriormente, circoscrivendola in un’area il più possibile ristretta. Lo strumento principale sono le barriere galleggianti, chiamate *boom* nel linguaggio tecnico internazionale. Si tratta di strutture lunghe e flessibili, ancorate o trainate da imbarcazioni, che creano un perimetro attorno alla macchia. Esistono diversi tipi di *boom*, progettati per condizioni di mare diverse: quelli per acque calme (porti, estuari), quelli per mare aperto, e quelli assorbenti, che trattengono l’idrocarburo nel materiale stesso della barriera. La teoria è solida. La pratica lo è molto meno. Le barriere galleggianti funzionano bene con mare calmo (onde sotto il mezzo metro), correnti deboli e quantità relativamente contenute. Quando il mare è mosso, le onde scavalcano le barriere e il petrolio passa sotto o sopra. Quando le correnti sono forti, la macchia si deforma e si frammenta, rendendo il contenimento fisicamente impossibile. E quando lo sversamento è massiccio, la quantità di barriere necessarie supera rapidamente le scorte disponibili. C’è anche un problema di tempo. Ogni ora che passa tra lo sversamento e il dispiegamento delle barriere è un’ora in cui la macchia si espande. In condizioni operative reali, tra l’attivazione dell’allarme, la mobilitazione dei mezzi e l’arrivo sul posto, possono passare molte ore, a volte un giorno intero. In quel lasso di tempo, la *slick* può aver già coperto un’area troppo vasta per essere contenuta. ## 3. Recupero meccanico: aspirare il petrolio dall’acqua Una volta contenuta la macchia (o anche in parallelo, se le condizioni lo permettono), si passa al recupero meccanico. Gli strumenti principali si chiamano *skimmer*: macchinari montati su imbarcazioni che aspirano la miscela di acqua e petrolio dalla superficie del mare. Il funzionamento è concettualmente semplice: lo *skimmer* raccoglie il liquido dalla superficie, lo convoglia in serbatoi, e lì avviene la separazione tra acqua e idrocarburo. Il petrolio recuperato viene poi stoccato per lo smaltimento. L’acqua, dopo il trattamento, viene rilasciata. Nella pratica, però, l’efficienza degli *skimmer* è molto variabile. Le condizioni del mare incidono in modo decisivo: con onde superiori a un metro, la raccolta diventa estremamente difficile. La viscosità del prodotto conta: un’emulsione densa intasa i meccanismi. E c’è un dato che raramente viene comunicato al pubblico: gli *skimmer*, anche nelle migliori condizioni operative, recuperano tipicamente tra il 10 e il 15% del petrolio sversato, con variazioni significative in funzione delle condizioni meteo-marine e della tipologia di prodotto. Il resto va altrove. In supporto agli *skimmer* operano le navi antinquinamento, unità navali specializzate dotate di sistemi di contenimento e recupero integrati. [L’EMSA](https://www.emsa.europa.eu/protecting-the-marine-environment/oil-pullution-response.html) (European Maritime Safety Agency, l’Agenzia europea per la sicurezza marittima) mantiene una flotta di navi antinquinamento dislocate nei porti chiave del Mediterraneo, pronte a intervenire su richiesta degli Stati membri. L’Italia dispone di propri mezzi attraverso la Guardia Costiera e la Marina Militare. ## 4. Dispersanti chimici: la scelta più controversa Quando il contenimento e il recupero meccanico non bastano (e spesso non bastano), si apre il capitolo dei dispersanti chimici. È la parte più delicata dell’intera catena di intervento, e anche la più fraintesa. I dispersanti sono sostanze chimiche che vengono spruzzate dall’alto (solitamente da aerei o elicotteri) sulla macchia petrolifera. La loro funzione è spezzare il film di petrolio in goccioline microscopiche che si disperdono nella colonna d’acqua, dove vengono aggredite dai batteri marini che li degradano nel tempo. In apparenza, il risultato è spettacolare: la macchia superficiale scompare. Ma è un’apparenza. Il petrolio non è stato rimosso. È stato frammentato e redistribuito nell’acqua sottostante, dove raggiunge organismi che altrimenti non sarebbero stati esposti: plancton, larve di pesce, organismi filtratori come le cozze. I dispersanti stessi, inoltre, hanno una tossicità propria che si somma a quella del petrolio. La decisione di utilizzare i dispersanti è sempre un compromesso. Si accetta un danno diffuso e invisibile per evitare un danno concentrato e visibile: la macchia che arriva sulle coste, che soffoca gli uccelli marini, che devasta le spiagge. In alcuni contesti può essere la scelta meno dannosa. Ma non è mai una soluzione definitiva: è una redistribuzione del problema. In Europa, l’uso dei dispersanti dipende dalla normativa nazionale, dai piani di contingenza e dalle linee guida tecniche internazionali. L’EMSA censisce le politiche e le capacità di ciascuno Stato membro, mentre nell’area del Mediterraneo il quadro operativo è coordinato dal [REMPEC](https://www.rempec.org/en/knowledge-centre/clean-seas-guide) (Regional Marine Pollution Emergency Response Centre). In Italia, la decisione spetta al Ministero dell’Ambiente in coordinamento con ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e la Guardia Costiera. Non è una scelta automatica: ogni utilizzo deve essere autorizzato caso per caso, con una valutazione del rapporto tra benefici attesi e danni aggiuntivi. ## 5. Tecniche avanzate: bioremediation e combustione controllata Oltre alle tecniche convenzionali, esistono approcci meno utilizzati ma importanti da conoscere. La bioremediation si basa sull’accelerazione dei processi naturali di degradazione. In pratica, si introducono nell’ambiente contaminato nutrienti (come azoto e fosforo) che stimolano la crescita dei batteri già presenti in grado di «mangiare» gli idrocarburi, decomponendoli in composti meno tossici. È un processo lento (settimane o mesi), efficace soprattutto sulle coste e sui sedimenti, e molto meno invasivo dei dispersanti chimici. Ha però un limite evidente: non funziona nell’emergenza immediata. La combustione controllata, chiamata *in-situ burning* nel linguaggio tecnico, consiste nel dare fuoco al petrolio direttamente sulla superficie del mare, all’interno di un perimetro contenuto da barriere ignifughe. Se eseguita correttamente, può eliminare grandi quantità di petrolio in tempi rapidi. Ma produce fumi densi e tossici, richiede condizioni molto specifiche (poco vento, strato di petrolio sufficientemente spesso) e nel Mediterraneo viene utilizzata rarissimamente, sia per ragioni operative sia per la vicinanza delle coste. ## 6. GNL, fuel oil, diesel: non sono lo stesso incidente Tutto ciò che abbiamo descritto finora riguarda il petrolio e i suoi derivati liquidi. Ma quando si parla di un incidente come potrebbe essere quello della [Arctic Metagaz](https://eywadivulgazione.it/arctic-metagaz-deriva-mediterraneo-rischio-ambientale/), bisogna fare una distinzione che la comunicazione pubblica quasi sempre ignora: fuel oil, diesel e GNL sono tre sostanze diverse, che si comportano in modo diverso in mare e che richiedono risposte operative diverse. Il fuel oil (olio combustibile pesante, usato come carburante di bordo nelle grandi navi) è il più persistente. Se finisce in mare, forma una macchia densa, viscosa, che aderisce a tutto ciò che tocca: scogli, fauna, attrezzature. Evapora poco, si emulsiona rapidamente e resta nell’ambiente per mesi o anni. È il tipo di contaminazione più difficile da bonificare e quella che produce i danni a lungo termine più gravi sugli ecosistemi costieri. Il diesel (gasolio marino) è più leggero. Si espande più velocemente sulla superficie, ma evapora anche più in fretta: una parte significativa può disperdersi nell’atmosfera nelle prime ore. La macchia residua è meno viscosa e, in teoria, più facile da contenere con barriere e skimmer. I tempi di permanenza nell’ambiente sono più brevi rispetto al fuel oil, ma la tossicità acuta per la fauna marina è elevata, soprattutto nelle prime fasi. Il GNL (gas naturale liquefatto) funziona in modo radicalmente diverso. Se viene rilasciato in mare, non crea una «macchia» da bonificare. A contatto con l’acqua, il GNL — che è metano raffreddato a meno 162 gradi — forma un pool criogenico superficiale che bolle e vaporizza in tempi molto brevi: secondo le [analisi ITOPF](https://www.itopf.org/knowledge-resources/documents-guides/technical-information-papers/), un grande rilascio discontinuo può completare la vaporizzazione nell’arco di trenta minuti in determinate condizioni operative. Quello che resta non è una contaminazione da contenere con barriere galleggianti, ma una nube di gas freddo che inizialmente resta bassa sulla superficie del mare, potenzialmente infiammabile e pericolosa per la navigazione e per le persone esposte. Il rischio, in questo caso, non è la pulizia della superficie: è la gestione dell’emergenza immediata. Infiammabilità, possibile incendio, danni criogenici da contatto, protezione delle aree circostanti. Per questo l’EMSA tratta i rilasci di GNL nella categoria delle sostanze chimiche e pericolose (HNS, Hazardous and Noxious Substances), non come una risposta convenzionale a oil spill. E qui sta il punto. Un incidente che coinvolge contemporaneamente fuel oil, diesel e GNL — come quello della Arctic Metagaz — non è un singolo evento da gestire con una singola catena operativa. Richiede una risposta doppia: da un lato, antinquinamento marino classico per gli idrocarburi liquidi (barriere, skimmer, eventualmente dispersanti); dall’altro, gestione specialistica di sostanze pericolose per il gas. Due protocolli, due competenze, due catene di comando. In un Mediterraneo dove già la risposta a un singolo sversamento di greggio sconta ritardi e limiti, la compresenza di rischi così diversi rende il quadro operativo enormemente più complesso. ## 7. Gli impatti reali: cosa succede all’ecosistema e alle comunità La narrazione degli sversamenti petroliferi tende a concentrarsi sulle immagini più immediate: la macchia nera, gli uccelli ricoperti di catrame, le spiagge sporche. Sono immagini vere, ma rappresentano solo la superficie del danno. Il primo impatto è sulla fauna marina. Il petrolio soffoca gli uccelli marini impedendone il volo e la termoregolazione; avvelena pesci e mammiferi marini; distrugge gli organismi di fondo (i cosiddetti organismi bentonici, cioè che vivono a stretto contatto con il fondo di un ambiente acquatico) che costituiscono la base della catena alimentare. Le [praterie di posidonia](https://eywadivulgazione.it/praterie-posidonia-mare-ligure/), piante marine fondamentali per la produzione di ossigeno e la stabilizzazione dei fondali, sono particolarmente vulnerabili. Il secondo impatto riguarda la pesca. Quando un’area marina viene contaminata, la pesca viene bloccata per motivi sanitari: il pesce può contenere idrocarburi e non è sicuro per il consumo. Questo blocco può durare mesi o anni, e per le comunità costiere che dipendono dalla pesca rappresenta un colpo economico devastante. Il terzo impatto è sul turismo. Le spiagge contaminate, l’acqua visibilmente inquinata e la percezione pubblica del rischio allontanano i visitatori, spesso anche molto tempo dopo che la contaminazione visibile è stata rimossa. Per le economie insulari come quelle delle Pelagie, che vivono di pesca e turismo, un grande sversamento può significare una crisi economica che dura anni. C’è poi l’impatto sanitario. I composti volatili rilasciati dal petrolio (in particolare i cosiddetti IPA, idrocarburi policiclici aromatici), molti dei quali sono classificati come cancerogeni, espongono soccorritori e popolazioni costiere a un rischio documentato dalla letteratura scientifica. E per le comunità che dipendono dalla desalinizzazione dell’acqua marina, come Malta, una contaminazione delle acque costiere potrebbe mettere in crisi l’approvvigionamento idrico. ## 8. I tempi reali: anni, non settimane Questo è probabilmente il punto più importante dell’intero manuale, e quello su cui la comunicazione pubblica fallisce più spesso. La bonifica completa di un grande sversamento petrolifero, allo stato attuale delle tecnologie, non esiste. Non nel senso che non si interviene: si interviene, con mezzi importanti e competenze reali. Ma nel senso che nessuna tecnologia oggi disponibile è in grado di rimuovere completamente il petrolio da un ecosistema marino una volta che vi è entrato. I tempi documentati lo dimostrano. La petroliera Exxon Valdez, che nel 1989 riversò 40.000 tonnellate di greggio nelle acque dell’Alaska, è un caso studiato da trent’anni: ancora oggi, in alcune zone, si trovano depositi di petrolio sotto i sedimenti costieri. La Haven, affondata al largo di Genova nel 1991 con 144.000 tonnellate di greggio, ha lasciato tracce misurabili nei fondali per decenni. La Deepwater Horizon, nel Golfo del Messico nel 2010, ha rilasciato circa 780.000 tonnellate: a distanza di oltre quindici anni, studi scientifici documentano ancora effetti sulla fauna marina e sugli ecosistemi costieri. La fase acuta dell’emergenza (contenimento, recupero, trattamento costiero) dura da settimane a mesi. La fase di monitoraggio e ripristino dura anni. Gli effetti sulla catena alimentare e sulla biodiversità possono persistere per decenni. E in alcuni casi, il ripristino completo non avviene. ## 9. Chi decide, chi interviene, chi paga Uno degli aspetti meno compresi della gestione degli sversamenti è la catena di responsabilità: chi è tenuto a intervenire e chi sostiene i costi. A livello internazionale, la convenzione di riferimento è la MARPOL (International Convention for the Prevention of Pollution from Ships), adottata dall’IMO (International Maritime Organization, l’agenzia delle Nazioni Unite che regola la navigazione). Stabilisce le regole per la prevenzione dell’inquinamento da navi, inclusi i requisiti per le strutture a doppio scafo e i piani di emergenza. Per la responsabilità civile (cioè chi paga i danni), il quadro dipende dal tipo di inquinamento. Se il petrolio è il carico trasportato dalla nave, la convenzione di riferimento è la CLC (Civil Liability Convention), che impone al proprietario la responsabilità oggettiva con assicurazione obbligatoria. A integrazione della CLC esiste il Fondo IOPC (International Oil Pollution Compensation Fund), alimentato dall’industria petrolifera, che interviene quando i costi superano i limiti assicurativi. Se invece l’inquinamento proviene dal carburante di bordo della nave (il cosiddetto bunker fuel), come nel caso della Arctic Metagaz, la convenzione chiave è la Bunkers Convention del 2001, che estende un regime di responsabilità oggettiva e assicurazione obbligatoria anche a questo tipo di sversamento. La distinzione è rilevante: presentare la CLC come unico riferimento universale rischia di oscurare i casi, sempre più frequenti, in cui il danno viene dal carburante della nave e non dal suo carico. In Europa, il quadro normativo di riferimento per la protezione dell’ambiente marino è dato dalla Marine Strategy Framework Directive, che stabilisce obiettivi generali di buono stato ecologico, mentre la risposta operativa agli sversamenti è coordinata dall’EMSA e, nel Mediterraneo, dal REMPEC. In Italia, il Piano operativo di pronto intervento per la difesa del mare e delle zone costiere è lo strumento nazionale che definisce ruoli e procedure: il coordinamento spetta al Ministero dell’Ambiente, con il supporto operativo della Guardia Costiera e di ISPRA. Sulla carta, il sistema esiste ed è articolato. Nella pratica, come dimostra il caso della Arctic Metagaz, quando la nave è in acque internazionali, batte bandiera di uno Stato sotto sanzioni e la proprietà è opaca, la catena di responsabilità si sfuma fino a diventare, di fatto, un vuoto. ## 10. Il caso studio: Arctic Metagaz, marzo 2026 Mentre questo manuale viene pubblicato, nel Mediterraneo centrale c’è una nave che rende concreto tutto ciò che abbiamo descritto. La Arctic Metagaz, metaniera russa di 277 metri, è stata colpita da esplosioni nella notte del 3 marzo 2026 mentre navigava tra la Libia e Malta (secondo Mosca, droni navali ucraini; l’Ucraina non ha confermato né smentito). I trenta membri dell’equipaggio sono stati evacuati senza vittime. A bordo restano tra 700 e 900 tonnellate di idrocarburi liquidi tra fuel oil e gasolio, oltre al carico originario di GNL: uno dei serbatoi criogenici è stato distrutto dall’esplosione, ma gli altri compartimenti risultano strutturalmente integri secondo le immagini aeree disponibili. Lo scafo presenta due grandi brecce laterali, danni da incendio estesi e un’inclinazione marcata. La nave faceva parte della cosiddetta flotta ombra russa ed era soggetta a sanzioni di UE, USA e Regno Unito per il suo coinvolgimento nel trasporto di GNL dal progetto Arctic LNG 2. La nave ha attraversato progressivamente le zone SAR di tre Paesi (Libia, Malta, Italia) senza che nessuno assumesse la responsabilità operativa completa. Malta ha attivato un piano di emergenza e imposto una zona di sicurezza di cinque miglia nautiche. L’Italia ha dispiegato mezzi di monitoraggio, tra cui un velivolo militare ISR del 41° Stormo decollato da Sigonella. Sei Paesi mediterranei dell’UE hanno scritto alla Commissione europea. Per quasi tre settimane, il relitto ha vagato verso sud fino a rientrare stabilmente nella zona SAR libica. Tra il 20 e il 21 marzo, la National Oil Corporation libica (NOC) ha annunciato di aver ingaggiato una società internazionale specializzata per il recupero, in coordinamento con l’italiana Eni tramite la joint venture Mellitah Oil & Gas. Il 25 marzo, la guardia costiera libica ha avviato il traino della nave verso una zona sicura al largo di Zuwarah. La Protezione Civile italiana ha confermato, secondo le informazioni disponibili al momento della pubblicazione, che non risultano dispersioni di idrocarburi in mare. Il rischio ambientale immediato è stato contenuto. Quello strutturale — legato all’instabilità dello scafo e al gas ancora nei serbatoi integri — resta aperto. Se il fuel oil e il gasolio della Arctic Metagaz dovessero riversarsi in mare, le centinaia di tonnellate di idrocarburi liquidi a bordo sarebbero sufficienti a contaminare decine di chilometri quadrati di superficie marina in un’area che ospita [praterie di posidonia](https://eywadivulgazione.it/praterie-posidonia-mare-ligure/), aree di nursery per cetacei e rotte migratorie di grandi pelagici. Il rischio GNL riguarda i serbatoi criogenici ancora integri: il serbatoio distrutto dall’esplosione ha già rilasciato il suo contenuto, ma se i compartimenti restanti cedessero sotto lo stress strutturale del traino, potrebbero generare una nube fredda infiammabile. Un incidente che coinvolge contemporaneamente idrocarburi liquidi e GNL richiede una doppia risposta: antinquinamento marino per i primi, gestione specialistica di sostanze pericolose per il secondo. La Arctic Metagaz rimane il caso studio più attuale per capire perché le cose descritte in questo manuale non sono teoria. Sono il sistema reale con cui gestiamo il mare. Con i suoi strumenti, i suoi ritardi, i suoi attori imprevisti — una compagnia petrolifera nazionale libica e una joint venture italo-libica come soggetti operativi di una crisi ambientale mediterranea — e i suoi vuoti di responsabilità che nessun trattato ha ancora imparato a colmare davvero. ## 11. Cosa può fare un cittadino La domanda che resta, alla fine, è sempre la stessa: e io cosa posso fare? La prima cosa, la più importante, è capire. Capire che la bonifica non è un’operazione che «risolve tutto», che i tempi sono lunghi, che le tecnologie hanno limiti precisi. Questa consapevolezza cambia il modo in cui si leggono le notizie, si valutano le rassicurazioni istituzionali, si interpreta il silenzio che arriva dopo la fase acuta. La seconda cosa è chiedere. I cittadini hanno il diritto di sapere cosa sta succedendo nelle proprie acque. In Italia, lo strumento più efficace è l’[accesso civico generalizzato](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/) (il cosiddetto FOIA italiano, regolato dal D.Lgs. 33/2013, articolo 5 comma 2): consente a chiunque di chiedere alle pubbliche amministrazioni documenti, dati e informazioni relativi alle attività di interesse pubblico. Questo include i piani di emergenza per l’antinquinamento, i dati di monitoraggio, i rapporti di intervento. La terza cosa è pretendere continuità. Non basta sapere cosa sta succedendo oggi: serve sapere cosa è successo dopo. Qual è stato il follow-up? I fondali sono stati monitorati? La fauna si è ripresa? I dati sono pubblici? Queste domande, formulate come istanze FOIA ai soggetti competenti (ISPRA, Guardia Costiera, Capitaneria di porto, Ministero dell’Ambiente), producono trasparenza. E la trasparenza è il primo strumento di prevenzione. # **Fonti e approfondimenti** ## **Approfondimenti Eywa** Eywa Divulgazione, 2026. Arctic Metagaz alla deriva nel Mediterraneo: composizione del carico, rischio ambientale e vuoto di responsabilità. Eywa Divulgazione, 2026. Incidente del Brandeburgo: lo sversamento di petrolio che ha contaminato un’intera regione. Eywa Divulgazione, 2026. Le falle invisibili del pianeta: come le mega-perdite di metano stanno incendiando il clima globale. Eywa Divulgazione, 2026. Le praterie di posidonia nel Mar Ligure: ecosistemi fondamentali minacciati dall’inquinamento marino. Eywa Divulgazione, 2026. Inquinamento da plastica: microplastiche, riciclo e direttiva SUP. Eywa Divulgazione, 2026. Fiumi di plastica: quando l’acqua diventa discarica. Eywa Divulgazione, 2026. La plastica diventa benzina: la pirolisi dei rifiuti plastici. Eywa Divulgazione, 2026. Citizen science marina: monitorare il mare dal basso. Eywa Divulgazione, 2026. Come segnalare un problema al Comune e come usare l’accesso agli atti (FOIA). Eywa Divulgazione, 2026. Ecocidio: il crimine contro la natura che l’Italia e l’Europa stanno trasformando in legge. Eywa Divulgazione, 2026. Ghost forests: le foreste fantasma in Italia, quando gli ecosistemi muoiono senza che nessuno se ne accorga. Eywa Divulgazione, 2026. Manuale operativo sull’acqua del rubinetto: qualità, analisi e diritti del cittadino. Eywa Divulgazione, 2026. Alluvioni urbane: come verificare se il tuo Comune ha un piano e se funziona. ## **Fonti tecniche internazionali** ITOPF (International Tanker Owners Pollution Federation). Fate of Oil at Sea: dinamica del petrolio in mare e processi di trasformazione. ITOPF. Response Techniques: guida tecnica completa alle tecniche di bonifica da sversamento petrolifero. [https://www.itopf.org/knowledge-resources/data-statistics/case-histories/](https://www.itopf.org/knowledge-resources/data-statistics/) ITOPF. Oil Spill Case Histories: casistica storica dei grandi sversamenti, inclusi Haven, Exxon Valdez e Deepwater Horizon. NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), Office of Response and Restoration. What Happens to Oil in the Ocean: base scientifica sulla dinamica degli sversamenti. NOAA. How Do We Clean Up Oil Spills: panoramica divulgativa sulle tecniche di bonifica. NOAA. Chemical Dispersants: funzionamento, trade-off ambientali e limiti dei dispersanti chimici. NOAA. Effects of Oil Spills: impatti documentati su fauna, catene alimentari e ecosistemi. ## **Fonti europee** EMSA (European Maritime Safety Agency). Oil Pollution Response: coordinamento europeo nella risposta agli sversamenti. EMSA. Oil Spill Response Vessels: flotta europea di navi antinquinamento. [https://environment.ec.europa.eu/topics/water/marine-strategy-framework-directive\_en](https://environment.ec.europa.eu/topics/water/marine-strategy-framework-directive_en) Commissione Europea. Marine Strategy Framework Directive: quadro normativo UE sulla protezione dell’ambiente marino. EEA (European Environment Agency). Oil Pollution: dati sugli impatti della contaminazione da idrocarburi nei mari europei. ## **Fonti italiane** ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Inquinamento marino da idrocarburi: riferimento istituzionale italiano. Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Piano operativo di pronto intervento per la difesa del mare. Guardia Costiera. Attività antinquinamento: operatività italiana nella risposta agli sversamenti. ## **Normativa internazionale** IMO (International Maritime Organization). Oil Pollution: prevenzione e risposta agli sversamenti secondo l’agenzia ONU per la navigazione. IMO. MARPOL Convention: convenzione internazionale per la prevenzione dell’inquinamento da navi. IMO. Civil Liability Convention (CLC): responsabilità civile per i danni da inquinamento petrolifero e sistema assicurativo obbligatorio. IMO. Bunkers Convention 2001: responsabilità civile per danni da inquinamento causato dal carburante di bordo delle navi (fondamentale per casi come Arctic Metagaz). ## **Caso studio: Arctic Metagaz** Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2026. Nota ufficiale sulla situazione della nave LNG Arctic Metagaz. Euronews, 25 marzo 2026. La Libia avvia il traino della metaniera russa verso una zona sicura al largo di Zuwarah. gCaptain, 2026. Aggiornamento operativo: la Arctic Metagaz rientra nelle acque SAR libiche. ## **GNL, idrocarburi e risposta operativa** ITOPF. Technical Information Papers: serie tecnica sulle differenze tra crude oil, fuel oil, diesel e GNL, con comportamento ambientale e rischi specifici per ciascuna tipologia. EMSA, 2022. Inventory of National Policies Regarding the Use of Oil Spill Dispersants in the EU Member States: stato dell’uso dei dispersanti in Europa, limiti normativi e approcci nazionali. REMPEC (Regional Marine Pollution Emergency Response Centre for the Mediterranean Sea). Clean Seas Guide: linee guida operative per la gestione degli sversamenti nel Mediterraneo. **Categorie:** Attualità, Dossier, Manuali --- ### [Fiumi senza ossigeno: l’80% dei corsi d’acqua mondiali sta soffocando in silenzio](https://eywadivulgazione.it/fiumi-senza-ossigeno-l80-dei-corsi-dacqua-mondiali-sta-soffocando-in-silenzio/) **Published:** Maggio 29, 2026 **Author:** Redazione Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Un nuovo studio globale pubblicato su Science Advances rivela una perdita diffusa di ossigeno disciolto nei fiumi del pianeta. Le acque dolci collassano in silenzio, mentre il dibattito pubblico continua a parlare quasi solo di CO₂.* Un pesce che emerge dall’acqua non è un pesce che salta. È un pesce che cerca di respirare. Per chi vive sul Po, sull’Arno, sul Tevere o sul Bisagno è un’immagine che torna sempre più spesso durante le ondate di calore estive. Da maggio 2026 sappiamo che non si tratta di una sensazione locale. Uno studio internazionale pubblicato il 15 maggio 2026 sulla rivista *Science Advances*, a firma di un gruppo del Nanjing Institute of Geography and Limnology (NIGLAS) dell’Accademia cinese delle scienze guidato da Shi Kun, con Guan Qi come primo autore, mostra che il fenomeno è globale e sistematico, e riguarda quasi otto fiumi su dieci. Il team ha passato al setaccio i livelli di ossigeno disciolto in oltre 21.000 sistemi fluviali del mondo, dal 1985 al 2023, usando immagini satellitari Landsat e un algoritmo di machine-learning stacking per ricostruire i dati mancanti. Il dato centrale è che l’ossigeno disciolto nei fiumi del pianeta cala in media di 0,045 milligrammi per litro ogni dieci anni, e il 78,8% dei fiumi analizzati mostra un declino misurabile. Tradotto sull’arco storico osservato, dal 1985 a oggi i fiumi del mondo hanno perso in media il 2,1% del loro ossigeno disciolto. Il 22,7% del calo globale è attribuito direttamente alle ondate di calore: quando vengono escluse dal calcolo, la deossigenazione di fondo si riduce di un quarto. Le dighe e gli sbarramenti pesano anch’essi sulla traiettoria. Sembra poco. Non lo è. Sembra poco. Non lo è. Per un ecosistema che dipende dall’ossigeno per respirare il margine fra «vivibile» e «letale» è strettissimo, e un calo piccolo in apparenza diventa cumulativo e biologicamente rilevante nel medio periodo. Se il trend continua, nei prossimi settant’anni interi tratti di fiume negli Stati Uniti orientali, in India e nei tropici potrebbero scendere sotto la soglia che induce «morte acuta» per molte specie ittiche, scrivono gli autori. La sintesi più chiara è apparsa su [Nature](https://www.nature.com/articles/d41586-026-01594-6), che ha messo lo studio in copertina della Research Highlight della settimana, e su [ScienceDaily](https://www.sciencedaily.com/releases/2026/05/260515233327.htm).## **Cos’è l’ossigeno disciolto, e perché conta** L’ossigeno disciolto è la quantità di O₂ presente nell’acqua. È la stessa molecola che respiriamo, sciolta fra le molecole d’acqua. Senza di esso, pesci, larve di insetti, microrganismi e batteri aerobici non possono sopravvivere. È l’indicatore numero uno della salute di un corso d’acqua, e da decenni si usa per certificare se un fiume è «pulito» o «morto». Ridurlo del 2% su scala planetaria significa restringere la finestra biologica per migliaia di specie contemporaneamente, e farlo proprio nei tropici, dove la biodiversità è massima e i regimi termici sono già al limite.## **Perché l’acqua calda trattiene meno ossigeno** Il meccanismo principale è chimico e si studia al primo anno di limnologia. L’acqua più calda trattiene meno gas, ossigeno incluso. Un fiume che si scalda di un grado, da 20 a 21 °C, perde circa il 2% del proprio ossigeno disciolto a parità di altri parametri. La crisi climatica scalda i fiumi più velocemente dei mari, perché i corsi d’acqua sono poco profondi e fortemente esposti all’atmosfera. Lo studio cinese conferma quello che già nel 2023 una ricerca di Wei Zhi e Li Li della Pennsylvania State University, [Rivers rapidly warming, losing oxygen](https://www.psu.edu/news/research/story/rivers-rapidly-warming-losing-oxygen-aquatic-life-may-be-risk-study-finds), aveva documentato su quasi 800 corsi d’acqua statunitensi: i fiumi si riscaldano nell’87% dei casi monitorati e perdono ossigeno nel 70%, più velocemente degli oceani. La deossigenazione viaggia a ruota dell’aumento di temperatura. A questo si aggiunge l’effetto secondario. Acqua più calda significa maggiore attività batterica nei sedimenti, che a sua volta consuma ossigeno per decomporre la materia organica. E significa più alghe in superficie, che di giorno producono ossigeno ma di notte lo bruciano, generando picchi di anossia che possono uccidere i pesci in poche ore. Lo schema è simile a quello delle zone morte costiere, già documentato nel Mar Baltico e nel Golfo del Messico. Adesso lo vediamo riprodursi nei fiumi.## **Tropici in trincea, fiumi urbani in prima linea** Il dato controintuitivo dello studio è che a soffrire di più non sono i fiumi polari, dove pure il riscaldamento è rapidissimo, ma quelli tropicali, già caldi di partenza e quindi più vicini al collasso. Il Gange, per esempio, ha perso ossigeno venti volte più velocemente della media globale negli ultimi decenni: un cocktail tossico di scarichi urbani, fertilizzanti agricoli e dighe che rallentano il flusso. Nei paesi a reddito medio-alto, il danno arriva soprattutto dai fiumi urbani. Sempre lo studio Penn State del 2023 mostra che i corsi d’acqua delle città si scaldano più rapidamente di quelli rurali, mentre quelli agricoli registrano la deossigenazione più veloce. La spiegazione è banale: cemento, asfalto e scarichi rilasciano calore; i fertilizzanti aggiungono nutrienti che gonfiano la fioritura algale. La sintesi più accessibile per chi voglia approfondire si trova su [ScienceDaily](https://www.sciencedaily.com/releases/2026/05/260515233327.htm), che ha pubblicato un’analisi divulgativa dello studio.## **Inquinamento più crisi climatica: la bomba ecologica** La crisi climatica non agisce in isolamento. Si somma a quaranta anni di scarichi industriali, agricoltura intensiva, fognature mal progettate, dighe e bacini artificiali che fermano il trasporto naturale dei sedimenti. Quando un fiume è già stressato dall’eutrofizzazione e dai PFAS, basta poco a spingerlo sotto la soglia di sopravvivenza. Sui PFAS, in particolare, Eywa ha pubblicato un manuale di lettura dei dati gestori, [PFAS nell’acqua del rubinetto: come leggere i dati](https://eywadivulgazione.it/pfas-acqua-rubinetto-come-leggere-dati-gestore/), che vale la pena rileggere insieme a questo studio. Una sostanza per volta non muove, in genere, le statistiche di un fiume; tutte insieme, nel motore di un sistema ormai più caldo, sì.## **Le zone morte non sono più solo in mare** Le zone morte sono porzioni di acqua in cui l’ossigeno scende a livelli incompatibili con la maggior parte della vita acquatica. Le conosciamo bene dal mare, ma le ritroviamo ormai anche nei tratti dei grandi fiumi a valle delle aree industriali e urbane. Quando si formano, la biodiversità collassa: i pesci spariscono, le larve di invertebrati non si sviluppano, il fiume perde la sua capacità di autodepurazione. Una zona morta non è una metafora. È un’area in cui non si pesca più, in cui i prelievi idrici diventano problematici, in cui l’economia locale si ritira. È il fallimento di un ecosistema e, allo stesso tempo, di una governance.## **La grande invisibilità dell’acqua dolce** Il dibattito pubblico sul clima è dominato dalla CO₂, dalle ondate di calore, dagli incendi. Quasi nessuno parla dei fiumi che collassano, perché il loro cedimento è lento, silenzioso, tecnico. Quando arriva sui giornali, lo fa solo nei picchi visibili: la moria di pesci, l’alluvione, la siccità estiva. Eppure i fiumi sono il sistema circolatorio dei continenti, da cui dipendono acqua potabile, agricoltura, energia idroelettrica, navigazione e regolazione climatica. Il Po, nell’estate del 2022, ha attraversato condizioni idrologiche estreme durante la siccità storica; condizioni analoghe di stress termico e idrico sono state segnalate anche in altri corsi d’acqua italiani. Eywa ne ha parlato in chiave nazionale in [Perché le città italiane si allagano con piogge normali](https://eywadivulgazione.it/perche-citta-italiane-allagano-piogge-normali/), documentando come la mancanza di manutenzione delle reti idriche urbane stia trasformando piogge ordinarie in emergenze ricorrenti. Gli ecosistemi fluviali stanno perdendo anche pezzi visibili. Le [Ghost forests: le foreste fantasma esistono già anche in Italia](https://eywadivulgazione.it/ghost-forests-italia-foreste-fantasma/) raccontano, per esempio, di foreste costiere che muoiono per salinizzazione, mentre i fiumi del Tirreno e dell’Adriatico cambiano regime. E la plastica accelera tutto, come emerge da [Fiumi di plastica: quando l’acqua diventa discarica](https://eywadivulgazione.it/fiumi-di-plastica-quando-lacqua-diventa-discarica/): un fiume soffocato da rifiuti non solo perde biodiversità, ma diventa un convogliatore di microplastiche verso il mare.## **Il feedback nascosto: ossigeno e metano** C’è un ultimo aspetto importante, e non riguarda solo i pesci. La perdita di ossigeno nei fiumi contribuisce a generare gas serra. In condizioni anossiche la materia organica viene decomposta da batteri anaerobi che producono metano invece di anidride carbonica. Il metano ha un potere climalterante circa ottanta volte superiore alla CO₂ nei venti anni successivi all’emissione. Tradotto: meno ossigeno nei fiumi significa più metano in atmosfera, significa più riscaldamento, significa ancora meno ossigeno nei fiumi. È un circolo che si autoalimenta, e che non viene contabilizzato nei modelli climatici tradizionali con la stessa precisione con cui contabilizziamo l’aviazione o il cemento.## **Cosa serve, ora** La risposta non passa solo dalle COP. Passa dalla manutenzione ordinaria dei depuratori, dalla riduzione concreta degli apporti azotati in agricoltura, dalla ricostruzione di fasce riparie boscate lungo i corsi d’acqua, dalla revisione delle concessioni idroelettriche e dalla pianificazione urbanistica che restituisce spazio al fiume invece di tombarne i tratti urbani. Tutto questo è già scritto nelle direttive europee, in particolare nella Direttiva Quadro Acque 2000/60/CE, ma resta in larga parte disatteso. Il monitoraggio dell’ossigeno disciolto va integrato come parametro obbligatorio nei piani regionali, non come variabile facoltativa.## **Quando un fiume perde ossigeno** Quando un fiume perde ossigeno, non muore solo un ecosistema. Muore una porzione della nostra capacità di restare vivi insieme. L’acqua dolce non è uno sfondo paesaggistico. È un’infrastruttura biologica, e va trattata come tale: con dati, con responsabilità e con un dibattito pubblico che esca dall’orizzonte stretto della sola anidride carbonica. C’è un ultimo aspetto importante: il prossimo studio non lo aspetteremo dieci anni. I dati satellitari ora ci sono. La domanda è chi li userà per intervenire, e quando.## **Approfondimenti Eywa** [Fiumi di plastica: quando l’acqua diventa discarica](https://eywadivulgazione.it/fiumi-di-plastica-quando-lacqua-diventa-discarica/). Eywa Divulgazione, 2025. L’emergenza dei fiumi soffocati da plastica e microplastiche, dal caso India alle ricadute globali. [PFAS nell’acqua del rubinetto: come leggere i dati](https://eywadivulgazione.it/pfas-acqua-rubinetto-come-leggere-dati-gestore/). Eywa Divulgazione, 2026. Manuale operativo per interpretare i dati gestore sui PFAS e capire il rischio nelle proprie reti idriche. [Ghost forests: le foreste fantasma esistono già anche in Italia](https://eywadivulgazione.it/ghost-forests-italia-foreste-fantasma/). Eywa Divulgazione, 2026. Salinizzazione costiera, innalzamento del mare e morte silenziosa delle foreste riparie. [Perché le città italiane si allagano con piogge normali](https://eywadivulgazione.it/perche-citta-italiane-allagano-piogge-normali/). Eywa Divulgazione, 2026. Reti idriche obsolete, suolo impermeabile e mancata manutenzione: la mappa delle fragilità urbane. [Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo Comune](https://eywadivulgazione.it/dispersione-idrica-quanta-acqua-si-perde-nel-tuo-comune/). Eywa Divulgazione, 2026. Strumenti per reperire i dati ARERA, ATO e gestore sulle perdite delle reti acquedottistiche. [Acqua di rubinetto in Italia: più sicura dell’acqua in bottiglia](https://eywadivulgazione.it/acqua-rubinetto-piu-sicura-bottiglia-italia/). Eywa Divulgazione, 2026. Conformità sanitaria e qualità delle reti pubbliche italiane, oltre la propaganda dell’acqua in bottiglia.## **Bibliografia essenziale** [River oxygen levels are dropping around the world as Earth warms](https://www.nature.com/articles/d41586-026-01594-6). Nature, 2026. Sintesi della Research Highlight sullo studio globale di Guan, Shi e Pi pubblicato su Science Advances. [Scientists warn that the world’s rivers are running out of oxygen](https://www.sciencedaily.com/releases/2026/05/260515233327.htm). ScienceDaily, 2026. Analisi divulgativa dello studio internazionale su oltre 21.000 sistemi fluviali e sul ruolo del riscaldamento climatico. [Warming Fuels Global River Oxygen Decline](https://www.miragenews.com/research-warming-fuels-global-river-oxygen-1674743/). Mirage News (comunicato Chinese Academy of Sciences), 2026. Sintesi istituzionale dello studio NIGLAS con il dettaglio di affiliazione e metodologia. [Rivers rapidly warming, losing oxygen; aquatic life may be at risk](https://www.psu.edu/news/research/story/rivers-rapidly-warming-losing-oxygen-aquatic-life-may-be-risk-study-finds). Pennsylvania State University, 2023. Lo studio di Li Li su circa 800 fiumi statunitensi che ha anticipato il quadro globale. [Climate Change Hurting Water Quality in Rivers Worldwide](https://e360.yale.edu/digest/climate-change-water-quality-rivers). Yale Environment 360. Sintesi dei dati su qualità dell’acqua, eutrofizzazione e impatti del riscaldamento sui corsi d’acqua. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Quel bosco vicino a Torino è finito nella tua bolletta](https://eywadivulgazione.it/biomassa-come-lavatrice-come-il-cippato-illegale-entra-nel-sistema-italiano-delle-rinnovabili/) **Published:** Aprile 15, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Tracciabilità del cippato, incentivi pubblici e RED III: come funziona davvero il sistema italiano delle biomasse forestali.* Alle porte di Torino, dentro un’area protetta, c’è un bosco che non c’è più. Al suo posto resta una superficie larga complessivamente quanto trentasette campi da calcio, in cui rientrano sia un’autorizzazione regolare per la sostituzione di una specie alloctona, sia, secondo l’ipotesi accusatoria, tagli abusivi su una porzione aggiuntiva di 7,5 ettari, dai quali sarebbero state asportate oltre quattromila tonnellate di legname per un profitto stimato in più di 350 mila euro. Quattro persone risultano indagate, fra cui un dipendente pubblico. La Procura di Torino, coordinando l’indagine dei Carabinieri Forestali, ha notificato a fine marzo 2026 l’avviso di conclusione delle indagini preliminari ([ANSA, 24 marzo 2026](https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/03/24/bosco-distrutto-e-legname-rivenduto-danni-per-37-ettari-alle-porte-di-torino_e13b5c12-e02c-4f81-b159-d0fa5ee16b05.html)). Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il legname sarebbe stato in gran parte ridotto in cippato e immesso sul mercato verso impianti a biomassa, attraverso documentazione ritenuta non corrispondente alla provenienza reale. È un’ipotesi investigativa, non una sentenza. Il dossier che segue, però, non parla del bosco di Torino. Parla di quello che il bosco di Torino permette di vedere. Quando un tronco viene tagliato, da qualche parte deve finire. Se finisce nel caminetto, è una questione domestica. Se finisce dentro una centrale elettrica incentivata dallo Stato, diventa un fatto politico. Le centrali a biomasse italiane hanno fame di cippato, e la fame è sovvenzionata. Questa è la cornice dentro cui quelle quattromila tonnellate sarebbero state asportate, ed è la stessa cornice dentro cui altri tagli, autorizzati o no, possono trovare una destinazione economica analoga. La tesi del dossier è semplice e per questo scomoda: il sistema italiano di tracciabilità del cippato destinato alle centrali a biomasse, oggi, è l’anello debole di una catena europea che dovrebbe garantire sostenibilità e legalità. Non perché manchino le leggi. Perché le leggi esistenti girano spesso a vuoto, controllano carte e non cose, e rischiano di premiare anche cippato di provenienza dubbia, purché accompagnato da documenti formalmente in regola. In un sistema così, la lavanderia si organizza da sola. C’è un’aggravante temporale. Il 4 febbraio 2026 è entrato in vigore in Italia il [decreto legislativo 9 gennaio 2026, n. 5](https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2026/01/20/26G00018/sg), che recepisce la direttiva europea [RED III](https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2023/2413/oj?locale=it). È la legge che dovrebbe stringere i bulloni. È anche la legge su cui si gioca, nei prossimi decreti attuativi, la partita vera: se l’Italia userà RED III per riscrivere la filiera della biomassa, o se si limiterà a timbrarla. Il dossier che segue è una guida di lettura a quella partita.## **Come un tronco diventa energia rinnovabile, almeno sulla carta** In origine c’è una direttiva europea. Si chiama RED II, in forma estesa [direttiva (UE) 2018/2001](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=uriserv:OJ.L_.2018.328.01.0082.01.ITA), entrata in vigore nel dicembre 2018 e recepita in Italia con il [decreto legislativo 199 del 2021](https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2021/11/30/21G00214/sg). Il nome è tecnico, la sostanza no: è la legge che stabilisce quanta energia l’Europa deve produrre da fonti rinnovabili e che cosa conta come rinnovabile. Dentro quel «che cosa» c’è la biomassa legnosa. La logica è questa. L’albero, mentre cresce, assorbe anidride carbonica. Quando brucia, la restituisce. Se l’albero tagliato viene rimpiazzato da un altro albero che cresce, il bilancio del carbonio, secondo l’assunzione contabile su cui si fonda la classificazione normativa, può essere considerato tendente a zero su un ciclo di vita abbastanza lungo. Su questa assunzione poggia la classificazione della biomassa forestale come fonte rinnovabile nel quadro normativo dell’Unione europea, e su questa classificazione poggia il diritto delle centrali a biomassa di accedere agli incentivi pubblici per le rinnovabili. È un’assunzione ordinata. È anche un’assunzione la cui effettiva neutralità climatica è contestata, da una parte autorevole della letteratura scientifica europea. Il [Joint Research Centre della Commissione europea, nel 2021, ha pubblicato un rapporto tecnico intitolato «The use of woody biomass for energy production in the EU»](https://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/handle/JRC122719) che, senza slogan ambientalisti, mette in fila i casi in cui bruciare legno produce nell’immediato più anidride carbonica di quanta ne assorbirà il bosco che dovrà ricrescere per rimpiazzarlo. L’[EASAC, il consiglio consultivo scientifico delle accademie nazionali europee, ha pubblicato commentari nella stessa direzione nel 2019](https://easac.eu/fileadmin/PDF_s/reports_statements/Negative_Carbon/EASAC_Commentary_Forest_Bioenergy_Feb_2019_FINAL.pdf) e nel [2022](https://easac.eu/fileadmin/PDF_s/reports_statements/Negative_Carbon/EASAC_BECCS_Commentary_2022_WEB_final.pdf). Nel febbraio 2021 [oltre cinquecento scienziati ed economisti, fra cui Jean-Pascal van Ypersele, già vicepresidente dell’IPCC, hanno firmato una lettera aperta](https://www.saveparadiseforests.eu/en/500-scientists-tell-world-leaders-stop-treating-burning-of-biomass-as-carbon-neutral/) indirizzata ai vertici di Unione europea, Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud per chiedere di porre fine ai sussidi pubblici alla combustione di legname forestale. Non è un movimento marginale e non è una lobby: è una critica scientifica forte, documentata e autorevole, che prova senza molto successo a spiegare a chi decide la politica energetica che il tempo di ricrescita di un bosco non coincide con l’urgenza climatica. Il dossier non sostiene quindi che la biomassa non sia rinnovabile in senso normativo: registra che la sua classificazione come climaticamente neutra è tutt’altro che pacifica nella letteratura scientifica di riferimento. Nel frattempo, i numeri della biomassa sono cresciuti. In Europa la bioenergia, considerando elettricità e calore, pesa per circa il sessanta per cento dei consumi rinnovabili totali, secondo le rilevazioni della [Commissione europea sulla bioenergia](https://energy.ec.europa.eu/topics/renewable-energy/bioenergy/biomass_en). Non è un dettaglio, è la fonte rinnovabile principale del continente. In Italia, secondo il [Rapporto statistico 2023 del GSE](https://www.gse.it/documenti_site/Documenti%20GSE/Rapporti%20statistici/Rapporto%20Statistico%20GSE%20-%20Energia%20da%20FER%20in%20Italia%20-%20anno%202023.pdf), le bioenergie valgono il quattordici per cento della produzione elettrica da fonti rinnovabili, con 16.018 gigawattora generati. Nel settore termico la biomassa solida, che è la voce dove finiscono pellet e cippato, resta di gran lunga la prima rinnovabile utilizzata, con un valore vicino a sette milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (6.963 ktep nel 2023) concentrato soprattutto nell’uso domestico. E qui sta il punto. Tutta questa energia esiste perché la legge dice che esiste. Senza la cornice normativa, un impianto che brucia cippato per generare elettricità non sarebbe competitivo sul mercato libero. È l’etichetta «rinnovabile» che trasforma quell’impianto in un asset economico, perché l’etichetta apre le porte agli incentivi pubblici. In Italia quegli incentivi esistono da oltre un decennio, sono economicamente rilevanti e, come vedremo tra poco, sono verificati soprattutto attraverso la forma del documento che accompagna il cippato, non attraverso la sostanza del tronco che quel documento pretende di descrivere. È la fessura in cui si infila tutto il resto. Un tronco prelevato in modo irregolare da un’area protetta, se arriva in una centrale italiana accompagnato da documentazione formalmente in regola, può essere contabilizzato come energia rinnovabile e generare, a ogni chilowattora venduto, una tariffa pagata dalla bolletta di tutti. Il sistema, in altri termini, è esposto a questa vulnerabilità lungo tutto il perimetro descritto sopra. Non significa che ogni partita irregolare arrivi necessariamente alla rendicontazione incentivata, né che i meccanismi di controllo non intercettino mai le anomalie: significa che la barriera principale è cartacea, e una barriera cartacea è strutturalmente più aggirabile di una barriera fisica.## **Chi paga la biomassa in Italia** Qui bisogna parlare di soldi, e parlare di soldi significa parlare dello Stato. In Italia la biomassa legnosa viene sostenuta da tre filoni di incentivi, diversi fra loro ma convergenti nello stesso effetto: rendere economicamente conveniente ciò che il mercato, da solo, non sosterrebbe. Il primo filone è l’incentivo all’energia elettrica prodotta da impianti a biomassa solida. Sono le grandi centrali, spesso convertite da vecchi impianti industriali, che bruciano cippato per generare corrente immessa nella rete nazionale. Storicamente il loro sostegno è passato per due regimi distinti, che è importante non confondere. Per gli impianti più grandi entrati in esercizio prima del 2013 il meccanismo principale è stato quello dei certificati verdi, oggi convertiti dal GSE in una tariffa incentivante riconosciuta sull’energia netta prodotta secondo quanto stabilito dal decreto ministeriale 6 luglio 2012. Per gli impianti successivi è stata introdotta la tariffa omnicomprensiva, sempre disciplinata dal decreto ministeriale 6 luglio 2012 e aggiornata negli anni: una tariffa fissa per ogni chilowattora prodotto, indipendente dal prezzo di mercato e garantita per un periodo determinato. In entrambi i casi il sostegno non esce dal bilancio dello Stato in senso stretto, esce dalle bollette elettriche di famiglie e imprese, attraverso gli oneri generali di sistema. In pratica: ogni volta che una centrale a biomassa brucia un chilo di cippato, il conto arriva in casa tua. Dentro questa cornice c’è poi un meccanismo specifico che fa la differenza nel comparto biomasse, ed è il premio di filiera corta. Nel perimetro dei certificati verdi, il decreto ministeriale del 2 marzo 2010 e il decreto ministeriale 18 dicembre 2008 prevedono per la biomassa proveniente da intese di filiera, contratti quadro o filiere corte (entro 70 chilometri dall’impianto) un coefficiente moltiplicativo k pari a 1,8 sul valore di riferimento del certificato verde, riconosciuto dal GSE su certificazione del Mipaaf. Anche la tariffa omnicomprensiva prevede maggiorazioni per la biomassa da filiera corta, secondo le tabelle allegate alla normativa di riferimento. L’idea, in origine, era virtuosa: incentivare l’uso di legname locale, ridurre i trasporti, valorizzare le economie forestali di prossimità. L’effetto pratico è stato diverso. Il premio è diventato un obiettivo a cui far corrispondere la carta giusta, e la carta giusta, quando il controllo è documentale, si produce. Il secondo filone è l’incentivo termico. Qui il meccanismo cambia forma. Il Conto Termico, istituito con il decreto ministeriale del 16 febbraio 2016 e gestito sempre dal GSE, rimborsa una quota dell’investimento a chi installa una caldaia a biomassa al posto di un impianto fossile. È uno degli strumenti che hanno accompagnato la diffusione di pellet e cippato per uso domestico e di piccola scala in Italia. Tecnicamente è uno strumento diverso dal precedente: non paga chilowattora, paga lavori. Strutturalmente produce lo stesso effetto, cioè aumentare la domanda di biomassa legnosa. Il terzo filone è trasversale e meno evidente. Sono le detrazioni fiscali sulle ristrutturazioni energetiche e gli sgravi sui macchinari della filiera forestale. Preso uno per uno, nessuno di questi strumenti spiega da solo il peso dell’incentivazione complessiva. Presi insieme, raccontano una cosa sola: la biomassa, in Italia, vive dentro una fitta rete di sostegni pubblici che la rende convenientemente inattaccabile dal mercato libero. Quanto costa tutto questo? La risposta onesta è che i dati pubblici esistono ma non sono sempre aggregati con il livello di dettaglio che servirebbe per isolare le sole biomasse legnose. Il GSE pubblica rapporti statistici annuali, dati aperti su [Atlaimpianti](https://www.gse.it/dati-e-scenari/atlaimpianti), sezioni di trasparenza accessibili. Ricavarne il numero netto degli incentivi destinati al solo cippato delle centrali a biomassa, anno per anno, richiede però spesso lavoro di ricomposizione tramite richieste di accesso civico o estrazioni mirate. Inchieste giornalistiche attendibili hanno ricostruito ordini di grandezza di centinaia di milioni di euro all’anno nel solo comparto elettrico delle biomasse. Parliamo di cifre rilevanti, pagate dalla collettività per una fonte energetica che, come abbiamo visto, è classificata «rinnovabile» sulla base di un’assunzione contabile di neutralità climatica discutibile e tracciata attraverso documenti che, come stiamo per vedere, si rivelano fragili esattamente dove dovrebbero tenere. La domanda che il dossier pone a questo punto è quasi banale. Se la domanda di cippato è sostenuta da soldi pubblici, e se la differenza fra cippato «buono» e cippato «qualunque» è tutta una questione di documenti, chi controlla davvero i documenti? Da lì, e non da altre parti, dipende tutto. I casi giudiziari degli ultimi anni una risposta la danno. Non è incoraggiante.## **Quattro punti in cui il controllo non controlla** La teoria della tracciabilità è nitida. Ogni partita di cippato dovrebbe avere una provenienza, ogni provenienza dovrebbe avere un documento, ogni documento dovrebbe essere verificabile. In pratica, la catena ha almeno quattro punti in cui perde presa. Il primo punto è la struttura della verifica documentale lungo la filiera. Il sistema italiano, in coerenza con il quadro europeo, si basa in larga misura su autodichiarazioni, registri di provenienza, bilanci di massa e controlli documentali, integrati da verifiche di parte terza nell’ambito degli schemi di certificazione e dai controlli del GSE e del Mipaaf nei rispettivi ambiti. Le checklist pubbliche degli schemi volontari riconosciuti dalla Commissione europea, come [SURE](https://sure-system.org/en-us/sure-eu/) e ISCC EU, mostrano un’architettura fortemente basata su documentazione, dichiarazioni di sostenibilità e mass balance, con verifiche fisiche su quantitativi e provenienza effettiva del materiale che, nelle componenti consultabili, hanno un peso operativo minore rispetto al controllo cartaceo. Questa lettura è un’inferenza che ricaviamo dalle checklist pubbliche disponibili, non una conclusione esplicita degli schemi stessi. Il punto sostanziale resta: quando la documentazione è formalmente coerente ma sostanzialmente falsa, il controllo cartaceo perde gran parte del suo potere. E il conflitto strutturale che ne deriva è scritto nell’architettura: il soggetto che beneficia dell’incentivo è anche il soggetto che riceve materialmente la materia prima e ne registra le caratteristiche dichiarate dal fornitore. Il secondo punto è la filiera corta, ovvero il premio del coefficiente 1,8. Qui i casi giudiziari italiani degli ultimi anni hanno disegnato un perimetro variegato, in cui contestazioni dei Carabinieri Forestali e della Procura non sempre arrivano a una sentenza di condanna. Un esempio noto è l’inchiesta del Bellunese sulle centrali Sicet di Ospitale di Cadore e Ceb di Longarone, in cui [i Carabinieri Forestali avevano contestato nel 2022](https://www.ansa.it/veneto/notizie/2022/02/26/truffa-su-rinnovabili-da-biomasse-4-rinvii-a-giudizio_7a362fcf-472f-4fe1-b6e1-d73071f31adc.html) il conferimento di circa 27.874 tonnellate di biomassa con attestazioni di provenienza ritenute false e un incentivo GSE complessivo stimato in 723.478 euro, secondo i numeri riportati da ANSA all’epoca del rinvio a giudizio. Il pubblico ministero, in sede di requisitoria, aveva chiesto la condanna a tre anni per due dei quattro imputati. Secondo quanto riferito da [Il Gazzettino in un articolo dell’1 novembre 2024](https://www.ilgazzettino.it/schede/truffa_biomasse_assolti_imputati-biomasse_dopo_dieci_anni_di_indagini_e_battaglie_legali_tutti_assolti_non_ci_fu_alcuna_truffa_2-2-8451907.html), il procedimento si sarebbe concluso il giorno precedente con l’assoluzione di tutti gli imputati, formula «il fatto non sussiste» per tre di loro e «per non aver commesso il fatto» per il quarto. La notizia, allo stato delle nostre verifiche, non risulta diffusamente riportata da altre testate primarie, e va quindi citata con la prudenza che si deve a una fonte unica. Quale che sia il consolidamento ulteriore di questa informazione, il punto interessante non è chi avesse ragione, ma il fatto che il sistema, nel suo complesso, abbia impiegato circa dieci anni per produrre una risposta. In quel decennio, il cippato ha continuato a entrare nelle centrali. Se questa è la velocità di reazione del controllo, l’incentivo economico a forzare la filiera corta si gioca su orizzonti molto più rapidi della giustizia. Il terzo punto riguarda la criminalità organizzata. Su questo fronte i numeri sono più solidi e, in alcuni casi, già sostenuti da sentenze. L’inchiesta calabrese «Black Wood», coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, ha portato a un primo grado in rito abbreviato deciso il 29 maggio 2024 dal gup Gabriella Pede, con un esito che le cronache giudiziarie disponibili descrivono in venti condanne, sei assoluzioni e una prescrizione su ventisette imputati. Le motivazioni della sentenza, depositate nel settembre 2024, secondo quanto [riferito dal Quotidiano del Sud](https://www.quotidianodelsud.it/calabria/crotone/cronache/giudiziaria/2024/09/12/affare-biomasse-la-ndrangheta-disboscava-in-maniera-seriale-la-sila), descrivono un meccanismo dove la cosca Ferrazzo di Mesoraca, attraverso un cartello di imprese, avrebbe controllato il taglio della Sila e il conferimento del cippato alla centrale a biomasse di Cutro «Serravalle Energy», operando, sempre nelle parole della giudice riportate dalla stessa testata, con «modalità seriali e standardizzate dei traffici e dei conferimenti del cippato, caratterizzate da ingenti quantità di materiale legnoso misto ad altri rifiuti non tracciabili e dalla sistematica falsificazione dei documenti di trasporto», e con «estrema facilità con la quale le imprese alteravano o scambiavano i documenti di trasporto, senza timori di subire conseguenze». Il GSE si è costituito parte civile e, secondo le cronache giornalistiche dell’epoca, ha ottenuto risarcimento. L’11 febbraio 2026 la Corte d’appello di Catanzaro ha riformato significativamente la sentenza di primo grado, escludendo l’aggravante del narcotraffico e ridimensionando le pene: tre condanne sono state confermate, sette rideterminate al ribasso, e per i restanti dieci imputati le cronache giornalistiche riferiscono un quadro composto da assoluzioni e proscioglimenti per intervenuta prescrizione, con conteggi nominativi che presentano lievi divergenze fra le testate. Il filone biomasse-disboscamento Sila resta tuttavia uno degli elementi descritti nelle motivazioni di primo grado, ed è il dato che interessa qui. Il rito ordinario è ancora pendente davanti al Tribunale penale di Crotone, e nel corso dell’istruttoria [il pubblico ministero Domenico Guarascio nell’aprile 2025 ha chiesto l’assoluzione anticipata per otto dei quattordici imputati](https://www.quotidianodelsud.it/calabria/crotone/cronache/giudiziaria/2025/04/03/crotone-nel-processo-sullaffaire-biomasse-il-pm-chiede-lassoluzione-anticipata-per-8) per i quali la richiesta era proponibile, fra cui l’amministratrice unica della Serravalle Energy. Il quarto punto è la certificazione volontaria, e qui il discorso si sposta dal piano penale a quello dei controlli amministrativi. Schemi internazionali come SURE e ISCC EU, riconosciuti dalla Commissione europea come conformi ai criteri della RED, offrono agli operatori della filiera biomassa una certificazione di sostenibilità rilasciata da organismi di parte terza. In parallelo, l’Italia ha il suo sistema nazionale, oggi disciplinato dal [decreto 7 agosto 2024](https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.codiceRedazionale=24A04365) che ha aggiornato e sostituito l’assetto del 2019, in cui il GSE ha un ruolo operativo rilevante per gli impianti incentivati ed è espressamente richiamato nell’architettura dei controlli accanto al MASE, al Comitato e agli organismi di accreditamento e certificazione, secondo quanto descritto nella sezione [GSE – Certificazione della sostenibilità](https://www.gse.it/servizi-per-te/certificazione-della-sostenibilita). Sulla carta, è una rete a maglie strette. Nella pratica, è una rete fatta in larga misura di audit documentali. Le checklist pubbliche dei principali schemi, compresa quella di SURE per gli impianti che usano biomassa, si concentrano su registri, bilanci di massa, tracciabilità cartacea e disponibilità di record. Nei casi pubblicamente emersi e verificabili, l’innesco delle inchieste risulta associato soprattutto ad attività investigative penali, condotte da DDA, Carabinieri Forestali, intercettazioni e collaboratori di giustizia: dalle fonti pubbliche consultate non emerge un ruolo altrettanto visibile del sistema di certificazione come origine delle indagini, ma una mappatura sistematica dell’origine delle inchieste in questo comparto, allo stato, non è disponibile. Quello che si può dire con certezza è che la certificazione documentale può non accorgersi della falsità, quando questa è schermata da documentazione formalmente coerente. C’è un quinto punto, meno visibile degli altri ma sostiene tutto. Riguarda il presupposto su cui poggia la classificazione. Il già citato rapporto JRC 2021 e i documenti EASAC dicono in sostanza che la neutralità carbonica della combustione di legno regge solo sotto ipotesi restrittive, molte delle quali non sono verificate dal sistema di certificazione e nessuna delle quali è oggetto di controllo da parte del GSE. Detto altrimenti: anche quando i documenti sono veri e la materia prima è regolare, la sostanza ambientale di quello che viene incentivato non corrisponde necessariamente a quella che la classificazione promette. Non è un problema penale, e infatti non lo risolvono le guardie forestali. È un problema di scienza trattata come un timbro. Mettendo in fila gli anelli, il quadro è abbastanza nitido. La tracciabilità italiana del cippato si basa su documenti che possono essere falsificati, su verifiche che si fermano in larga parte al perimetro documentale, su certificazioni che leggono gli stessi documenti, e su un presupposto contabile di neutralità climatica che, alla luce della letteratura europea, è almeno parzialmente eroso. È una catena con diversi anelli fragili nello stesso punto. Vale la pena dirlo chiaramente: la struttura degli incentivi produce un interesse economico persistente a premere proprio su quegli anelli.## **RED III, e adesso** La direttiva (UE) 2023/2413, in gergo RED III, è stata approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio il 18 ottobre 2023 ed è entrata in vigore il 20 novembre dello stesso anno. È la versione aggiornata della RED II, e aggiornata non vuol dire soltanto «più ambiziosa sui numeri». Vuol dire anche, per la prima volta, più severa sulla biomassa forestale. Tre novità interessano direttamente il perimetro di questo dossier, e vale la pena dirlo chiaramente: sono novità strutturali, non cosmetiche. La prima è il principio di uso a cascata della biomassa legnosa. La direttiva stabilisce che la biomassa legnosa debba essere impiegata secondo il suo più alto valore economico e ambientale, seguendo una gerarchia che privilegia l’uso materiale del legno, come mobili, edilizia, carta, e relega la combustione in fondo alla lista. È una gerarchia semplice e difficile. Semplice, perché è intuitiva: un tronco di rovere vale più come trave che come fiammella. Difficile, perché ribalta la logica economica che in Italia ha fatto crescere il comparto biomassa negli ultimi quindici anni, e chiede ai sistemi di incentivazione nazionali di non pagare per bruciare ciò che si potrebbe usare. La seconda novità è una stretta sui sussidi agli impianti electricity-only alimentati a biomassa forestale. La direttiva fissa il principio per cui non saranno concessi nuovi incentivi, né rinnovati quelli esistenti, per impianti destinati esclusivamente alla produzione di energia elettrica da biomassa forestale, salvo due deroghe specifiche: che l’energia elettrica sia prodotta in una regione individuata in un piano territoriale per una «transizione giusta» a causa della dipendenza da combustibili fossili solidi, oppure che l’impianto applichi sistemi di cattura e stoccaggio della CO2. Tradotto: gli incentivi continueranno a esistere, ma il perimetro entro cui possono essere riconosciuti per la sola produzione elettrica da biomassa legnosa viene formalmente ristretto. È una stretta tecnica che ha implicazioni politiche importanti, perché una quota rilevante del parco impiantistico italiano a biomassa potrebbe essere toccata da questa misura, a seconda di come verrà perimetrata nei decreti attuativi e di come saranno applicate le deroghe. La terza novità è il rafforzamento dei criteri di sostenibilità per la biomassa forestale, con protezioni più stringenti sulle aree ad alto valore di biodiversità, sulle foreste primarie, sulle torbiere e sulle zone soggette a tutela paesaggistica. È un’affermazione che sulla carta chiude molte porte, ma la cui efficacia dipende interamente da come ciascun Paese la recepirà. L’Italia ha recepito RED III con il [decreto legislativo 9 gennaio 2026, n. 5](https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2026/01/20/26G00018/sg), pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 20 gennaio 2026 ed entrato in vigore il 4 febbraio 2026. Questo è il testo base. Tre dettagli vale la pena evidenziarli subito. L’obbligo di certificazione della sostenibilità delle biomasse viene esteso agli impianti di potenza termica nominale pari o superiore a 7,5 megawatt, mentre la soglia precedente era 20 megawatt. La soglia di riduzione delle emissioni di gas serra che i biocombustibili legnosi devono garantire viene innalzata all’80 per cento, contro il 70 per cento precedente, con tempistiche differenziate per gli impianti già in esercizio. È stato confermato il principio del divieto di nuove misure di sostegno per la sola produzione elettrica da biomassa forestale, salvo le deroghe già previste dalla direttiva. C’è però un elemento che va detto, perché ridimensiona di molto la velocità della stretta nel breve periodo. Il decreto prevede che il MASE, di concerto con il MASAF, definisca entro centottanta giorni dall’entrata in vigore i sistemi di certificazione semplificati per gli impianti di potenza compresa tra 7,5 e 20 megawatt, e contestualmente istituisca il sistema nazionale di certificazione della sostenibilità. Nelle more dell’adozione di questi decreti, e secondo quanto riferiscono gli operatori di settore con riferimento al testo del provvedimento entro un termine ultimo individuato al 30 giugno 2027, l’energia elettrica e il calore prodotti da combustibili solidi da biomassa in impianti compresi in quella fascia di potenza rilevano ai fini del raggiungimento degli obiettivi nazionali sulle rinnovabili e sono ammessi ai regimi di sostegno, senza la verifica del rispetto dei requisiti di sostenibilità e di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. È una finestra transitoria di durata determinata, scritta nel testo del decreto, che riguarda proprio la fascia di impianti appena portata dentro il perimetro di certificazione. La stretta normativa, in altre parole, esiste sulla carta dal 4 febbraio 2026, ma il suo effetto operativo dipenderà da quando i decreti attuativi saranno scritti, approvati e resi applicabili, e nel frattempo il binario di sostegno resta aperto fino a metà 2027. Ciò che questo testo significa, sul piano operativo, dipenderà ora da una serie di decreti attuativi che dovranno tradurre i principi della direttiva in soglie, criteri, procedure. E dipenderà, ancora prima, dall’attuazione del decreto 7 agosto 2024 sul sistema nazionale di certificazione della sostenibilità, che il GSE sta progressivamente traducendo in modalità operative per i gestori degli impianti incentivati. Servono, per essere chiari, almeno tre cose. La prima è che il principio di uso a cascata entri nei decreti attuativi in forma vincolante e verificabile, con una definizione operativa di cosa significhi «priorità all’uso materiale» che non si esaurisca in una dichiarazione di intenti. La seconda è che il divieto di nuovi sussidi a impianti electricity-only venga applicato senza zone d’ombra interpretative, chiarendo il perimetro degli impianti esistenti, la sorte delle eventuali proroghe e i confini delle due deroghe ammesse, quella per le aree di «transizione giusta» e quella per gli impianti dotati di sistemi di cattura e stoccaggio della CO2. La terza, ed è una proposta editoriale di Eywa, è che la certificazione di sostenibilità italiana faccia un passo oltre la verifica documentale, integrando strumenti di controllo fisico come il telerilevamento satellitare a copertura sistematica, già impiegato per il monitoraggio forestale dal programma europeo Copernicus, e gli audit non programmati sulle partite in arrivo alle centrali. Tecniche più puntuali come l’analisi del DNA del legno per la verifica di specie e provenienza esistono e sono utilizzate in contesti forensi e in progetti pilota, e potrebbero essere integrate nei controlli di settore. Definirne il costo comparato richiederebbe un’analisi economica dedicata che esula da questo dossier. Quello che si può dire è che il loro mancato impiego sistematico è oggi una scelta politica, non un vincolo tecnico. Questo è, in definitiva, il punto politico del dossier. Le leggi ci sono. Il recepimento è avvenuto. I principi sono scritti. Tutto si gioca adesso nei decreti attuativi, che non sono un passaggio tecnico secondario ma il luogo in cui il contenuto della legge diventa, o non diventa, controllo reale. Sono decreti, non astronavi. Chi li scrive è identificabile, chi li approva è identificabile, chi li disattende è identificabile. E chi li ignora, nel frattempo, continua a bruciare cippato senza che nessuno verifichi davvero da dove viene.## **Tre strumenti che chiunque può usare** Eywa non chiude un dossier senza dire cosa si può fare, e in questo caso ci sono strumenti concreti che non richiedono di essere avvocati ambientalisti né parlamentari. Il primo è l’accesso civico generalizzato. Il GSE è un soggetto a partecipazione pubblica, i dati sugli incentivi erogati sono dati di interesse pubblico, e il [decreto legislativo 33 del 2013](https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2013/04/05/13G00076/sg), come modificato nel 2016, consente a chiunque di chiederli senza dover dimostrare un interesse diretto. Il lavoro si fa restringendo bene l’oggetto: serie storica degli incentivi per tecnologia, elenchi degli impianti alimentati a biomassa solida, eventuali verbali di verifica sui premi di filiera corta. Non è un esercizio accademico, è il modo in cui il giornalismo d’inchiesta italiano ha ricostruito i numeri che oggi circolano nel dibattito. Eywa ha pubblicato una guida operativa al FOIA italiano che può essere adattata senza fatica alla richiesta di dati al GSE. Il secondo strumento è la verifica incrociata. Il GSE mette a disposizione [Atlaimpianti](https://www.gse.it/dati-e-scenari/atlaimpianti), il portale pubblico che mappa gli impianti energetici italiani, compresi quelli a biomasse solide in esercizio. Quei dati, incrociati con i registri regionali dei tagli boschivi, con le segnalazioni dei Carabinieri Forestali e con le immagini satellitari del programma europeo Copernicus, permettono di ricostruire a posteriori incongruenze anche vistose tra quanto dichiarato e quanto visibile dal cielo. È un’attività documentale alla portata di qualsiasi comitato territoriale motivato e dotato di pazienza. Eywa ha raccolto in un manuale sui diritti di accesso agli atti relativi agli abbattimenti il perimetro minimo di ciò che si può chiedere, e come chiederlo. Il terzo strumento è la pressione diretta sul perimetro dei decreti attuativi. Chi scrive quei decreti non è un’entità astratta. Sono il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, e il GSE come attuatore. Eywa propone qui una linea civica: chiedere che, dove non sia già prevista, venga aperta una consultazione pubblica strutturata sui decreti attuativi del d.lgs. 5/2026, e occupare quello spazio con contributi tecnici seri da parte di comitati, associazioni e cittadini. Non lo presentiamo come un canale procedurale già garantito, ma come una richiesta politica che vale la pena formulare ora, prima che i decreti vengano scritti. Non è un elenco completo. È la dotazione minima di chiunque abbia capito che il sistema di controllo sulla biomassa non si aggiusta dall’interno del sistema stesso. Si aggiusta perché qualcuno, fuori, lo guarda e chiede conto.## **Il bosco brucia lo stesso** Torniamo al bosco di Torino. Quattromila tonnellate di legname asportate dai 7,5 ettari aggiuntivi rispetto all’autorizzazione, in un’area protetta, secondo la ricostruzione dei Carabinieri Forestali e l’avviso di chiusura indagini della Procura. Cippato avviato a impianti a biomassa, sempre secondo l’ipotesi accusatoria. Era una scena all’inizio del dossier, ed è anche la scena in cui il dossier si richiude, perché quale che sia l’esito processuale del singolo caso, il dossier non ne dipende. Il punto non è il singolo procedimento. Il punto è il pattern dentro cui il singolo caso si inserisce. Il pattern ha un nome, ed è il corto circuito tra incentivi pubblici, tracciabilità documentale e controlli che faticano ad andare oltre la carta. Finché la biomassa è considerata rinnovabile principalmente perché una legge europea la classifica come tale, finché gli audit di sostenibilità sono in larga misura audit di documenti, finché l’impianto beneficiario dell’incentivo è anche il punto di ingresso fisico della materia prima che riceve, il taglio illegale, dove c’è, può trovare destinazioni economiche compatibili con il sistema incentivante. Non è un’ipotesi estrema, è quello che descrive in termini molto netti la sentenza di primo grado del processo Black Wood, parlando di «estrema facilità con la quale le imprese alteravano o scambiavano i documenti di trasporto». La RED III offre la leva per riscrivere questa architettura. Offre il principio di uso a cascata, il limite ai sussidi electricity-only, i criteri di sostenibilità rinforzati. Il recepimento italiano c’è, in forma di decreto legislativo entrato in vigore a febbraio 2026. Tutto quello che conta sul piano operativo, però, si decide adesso nei decreti attuativi. Decreti in cui si può scrivere «il cippato bruciato in centrale deve essere tracciato con strumenti fisici e non solo cartacei», oppure decreti in cui non si può scrivere quella frase. La differenza fra le due versioni non è un dettaglio tecnico. È il confine tra una politica ambientale che funziona e una scrittura contabile che continua a far tornare i numeri mentre il bosco sparisce. C’è un ultimo aspetto importante. Un dossier come questo non risolve nulla da solo. Serve a mettere in fila le fragilità, a indicare dove si può premere, a costruire un linguaggio comune per chi, nei prossimi mesi, vorrà leggere i decreti attuativi con l’attenzione che meritano. Eywa continuerà a seguire il tema. Ogni volta che un nuovo caso giudiziario emergerà, ogni volta che un decreto attuativo verrà pubblicato, ogni volta che un dato GSE verrà reso accessibile, questo dossier verrà aggiornato. Nel frattempo, gli alberi continuano a cadere. E il problema, come sempre, non è che cadano. È che, quando cadono, nessuno guarda davvero dove vanno a finire.Questo contenuto è riservato agli abbonati. [Abbonati ora](/pagina-di-vendita/) per accedere al download. # **Approfondimenti Eywa** Eywa Divulgazione, 2026. «Sostituzione di specie nei boschi: quando il taglio autorizzato è un taglio abusivo». Eywa Divulgazione, 2025. «Segnalare un problema al Comune: l’accesso agli atti e il FOIA italiano». Eywa Divulgazione, 2025. «Abbattimento alberi da parte del Comune: atti, perizie, diritti». # **Bibliografia essenziale** EUR-Lex, Direttiva (UE) 2018/2001, RED II. [https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=uriserv:OJ.L\_.2018.328.01.0082.01.ITA](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=uriserv:OJ.L_.2018.328.01.0082.01.ITA) EUR-Lex, Direttiva (UE) 2023/2413, RED III. Gazzetta Ufficiale, Decreto legislativo 9 gennaio 2026, n. 5, recepimento RED III in Italia. Gazzetta Ufficiale, Decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 199, recepimento RED II in Italia. Gazzetta Ufficiale, Decreto 7 agosto 2024, sistema nazionale di certificazione della sostenibilità. [https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie\_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.codiceRedazionale=24A04365](https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.codiceRedazionale=24A04365) GSE, Rapporto statistico «Energia da fonti rinnovabili in Italia nel 2023». [https://www.gse.it/documenti\_site/Documenti%20GSE/Rapporti%20statistici/Rapporto%20Statistico%20GSE%20-%20Energia%20da%20FER%20in%20Italia%20-%20anno%202023.pdf](https://www.gse.it/documenti_site/Documenti%20GSE/Rapporti%20statistici/Rapporto%20Statistico%20GSE%20-%20Energia%20da%20FER%20in%20Italia%20-%20anno%202023.pdf) GSE, Certificazione della sostenibilità. GSE, Atlaimpianti, portale pubblico degli impianti energetici italiani. Joint Research Centre, «The use of woody biomass for energy production in the EU», 2021. EASAC, «Forest bioenergy update: BECCS and its role in integrated assessment models», 2022. [https://easac.eu/fileadmin/PDF\_s/reports\_statements/Negative\_Carbon/EASAC\_BECCS\_Commentary\_2022\_WEB\_final.pdf](https://easac.eu/fileadmin/PDF_s/reports_statements/Negative_Carbon/EASAC_BECCS_Commentary_2022_WEB_final.pdf) EASAC, «Commentary on forest bioenergy and carbon neutrality», 2019. [https://easac.eu/fileadmin/PDF\_s/reports\_statements/Negative\_Carbon/EASAC\_Commentary\_Forest\_Bioenergy\_Feb\_2019\_FINAL.pdf](https://easac.eu/fileadmin/PDF_s/reports_statements/Negative_Carbon/EASAC_Commentary_Forest_Bioenergy_Feb_2019_FINAL.pdf) Save Paradise Forests, Letter Regarding Use of Forests for Bioenergy, firmata da oltre 500 scienziati ed economisti, febbraio 2021. Commissione europea, pagina «Biomass». [https://energy.ec.europa.eu/topics/renewable-energy/bioenergy/biomass\_en](https://energy.ec.europa.eu/topics/renewable-energy/bioenergy/biomass_en) ANSA, «Bosco distrutto e legname rivenduto, danni per 37 ettari alle porte di Torino», 24 marzo 2026. [https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/03/24/bosco-distrutto-e-legname-rivenduto-danni-per-37-ettari-alle-porte-di-torino\_e13b5c12-e02c-4f81-b159-d0fa5ee16b05.html](https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/03/24/bosco-distrutto-e-legname-rivenduto-danni-per-37-ettari-alle-porte-di-torino_e13b5c12-e02c-4f81-b159-d0fa5ee16b05.html) ANSA Veneto, «Truffa su rinnovabili da biomasse, 4 rinvii a giudizio», 26 febbraio 2022. [https://www.ansa.it/veneto/notizie/2022/02/26/truffa-su-rinnovabili-da-biomasse-4-rinvii-a-giudizio\_7a362fcf-472f-4fe1-b6e1-d73071f31adc.html](https://www.ansa.it/veneto/notizie/2022/02/26/truffa-su-rinnovabili-da-biomasse-4-rinvii-a-giudizio_7a362fcf-472f-4fe1-b6e1-d73071f31adc.html) Il Gazzettino, «Biomasse, dopo dieci anni di indagini e battaglie legali tutti assolti: non ci fu alcuna truffa», 1 novembre 2024 (fonte unica, citata con cautela). [https://www.ilgazzettino.it/schede/truffa\_biomasse\_assolti\_imputati-biomasse\_dopo\_dieci\_anni\_di\_indagini\_e\_battaglie\_legali\_tutti\_assolti\_non\_ci\_fu\_alcuna\_truffa\_2-2-8451907.html](https://www.ilgazzettino.it/schede/truffa_biomasse_assolti_imputati-biomasse_dopo_dieci_anni_di_indagini_e_battaglie_legali_tutti_assolti_non_ci_fu_alcuna_truffa_2-2-8451907.html) Il Quotidiano del Sud, «Affare biomasse, la ’ndrangheta disboscava in maniera seriale la Sila», 12 settembre 2024 (motivazioni sentenza Black Wood, gup Pede). Il Quotidiano del Sud, «Stangata al clan di Mesoraca che disboscava la Sila», 30 maggio 2024 (esito primo grado rito abbreviato Black Wood). Il Quotidiano del Sud, «Crotone, nel processo sull’affaire biomasse il pm chiede l’assoluzione anticipata per 8», 3 aprile 2025. Corriere della Calabria, «Crotone, inchiesta Black Wood: dissequestrata la Serravalle Energy», 11 aprile 2024. SURE-EU, schema volontario di certificazione. Gazzetta Ufficiale, Decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, accesso civico generalizzato. **Categorie:** Dossier --- ### [Cina, transizione o impero energetico: cosa dice davvero il 15° piano quinquennale](https://eywadivulgazione.it/cina-transizione-o-impero-energetico-cosa-dice-davvero-il-15-piano-quinquennale/) **Published:** Maggio 27, 2026 **Author:** Redazione Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Il piano 2026-2030 conferma la Cina come primo costruttore mondiale di rinnovabili e, contemporaneamente, primo costruttore mondiale di nuove centrali a carbone. La domanda giusta non è se Pechino stia diventando «green»: è chi controllerà l’energia del futuro.* Nel marzo 2026, durante le Due Sessioni, l’Assemblea nazionale del popolo cinese ha approvato il 15° piano quinquennale, la cornice strategica che orienterà l’economia e la politica industriale di Pechino fra il 2026 e il 2030. È il documento più importante del decennio per chi voglia capire dove va davvero la transizione energetica globale, perché la Cina, da sola, vale circa un terzo delle emissioni mondiali di gas serra e installa più rinnovabili del resto del pianeta messo insieme. È anche il paese che, nel 2025, ha messo in funzione la maggiore quantità di nuove centrali a carbone degli ultimi dieci anni. Le due affermazioni sono entrambe vere, e in questa apparente contraddizione si gioca il futuro climatico globale.## **La trasformazione energetica cinese, in numeri** I numeri non lasciano spazio alle interpretazioni. Nel 2025 la Cina ha aggiunto 311 GW di solare e 119 GW di eolico, secondo i dati della China Electricity Council ripresi da [Mercom India](https://www.mercomindia.com/china-installed-1-2-tw-of-solar-650-gw-of-wind-capacity-as-of-february-2026). A fine 2025 la capacità solare installata ha superato 1.200 GW e quella eolica 640 GW. Sommate, le due fonti superano la potenza termica installata di oltre 300 GW. Le rinnovabili rappresentano oggi circa il 60% della potenza totale installata in Cina; il carbone, intorno al 34%. Pechino dichiara di voler portare la quota di fonti non fossili al 25% del consumo energetico primario entro il 2030. L’obiettivo cinese di lungo periodo, fissato nel nuovo Nationally Determined Contribution comunicato a settembre 2025, è arrivare a 3.600 GW di capacità eolica e solare installata entro il 2035: oltre sei volte i livelli del 2020. Per il quinquennio 2026-2030 il piano parla di un raddoppio della «nuova energia» rispetto agli attuali livelli, traiettoria che gli analisti collegano proprio a quell’obiettivo 2035. È un’espansione che non ha precedenti nella storia industriale. La filiera tecnologica è altrettanto dominante: La filiera tecnologica è altrettanto dominante: la Cina controlla oltre l’80% delle principali fasi della filiera manifatturiera fotovoltaica globale, oltre alla maggior parte delle batterie agli ioni di litio e a una quota decisiva dei minerali critici necessari per la transizione. Su questo Eywa è già intervenuta in [Transizione energetica: possibile, la Cina lo dimostra già](https://eywadivulgazione.it/transizione-energetica-possibile-cina-esempio/) e in [Batterie al sodio: la nuova alternativa al litio](https://eywadivulgazione.it/batterie-ioni-sodio-rivoluzione-europea/).## **Perché Pechino sta correndo davvero** La velocità della transizione cinese non si spiega con l’ambientalismo. Si spiega con tre ragioni strutturali, intrecciate fra loro. Prima: sicurezza energetica. La Cina importa più di tre quarti del petrolio che consuma, in larga parte da rotte marittime esposte alle tensioni geopolitiche; più rinnovabili significa meno dipendenza dalle navi cisterna che attraversano lo stretto di Hormuz. Seconda: leadership industriale. Solare, eolico, batterie e veicoli elettrici sono i settori manifatturieri ad alta crescita dei prossimi vent’anni, e Pechino vuole vincerli tutti; chi controlla la filiera detta le condizioni a chi la importa, Europa inclusa. Terza: legittimità interna. L’inquinamento atmosferico delle metropoli cinesi è uno dei principali fattori di malcontento sociale, e in un momento di rallentamento dell’immobiliare e delle esportazioni tradizionali la transizione energetica diventa anche un cantiere occupazionale e un argomento di tenuta politica.## **Il convitato di pietra: il carbone** Qui sta il punto. La stessa Cina che corre sulle rinnovabili continua ad approvare e a costruire centrali a carbone a un ritmo record. Lo certifica il rapporto [Built to peak: Coal power expansion runs out of room in China](https://energyandcleanair.org/publication/built-to-peak-coal-power-expansion-runs-out-of-room-in-china/) del Centre for Research on Energy and Clean Air e Global Energy Monitor, pubblicato a febbraio 2026: nel 2025 la Cina ha proposto o riavviato 161 GW di nuovi progetti a carbone, un record assoluto, e ha messo in funzione 78 GW di nuova capacità, il livello più alto degli ultimi dieci anni. Più di tutta la capacità a carbone aggiunta dall’India dal 2015 al 2024, per dare un riferimento. Pechino chiama questo carbone «di supporto»: dovrebbe servire a stabilizzare la rete quando le rinnovabili non producono. L’analisi di Global Energy Monitor mostra però che gran parte di questi impianti viene costruita in province che non hanno bisogno di capacità di backup, e che la nuova flotta a carbone è quella che genera effettivamente l’elettricità, non quella che resta in riserva. È un classico effetto «build before break», la formula con cui gli analisti CREA descrivono la corsa cinese a chiudere i cantieri prima dell’eventuale stretta normativa: locking-in di emissioni e di asset finché il quadro regolatorio lo permette.## **Cosa dice (e cosa non dice) il 15° piano** La sintesi più puntuale del piano l’ha pubblicata [Carbon Brief](https://www.carbonbrief.org/qa-what-does-chinas-15th-five-year-plan-mean-for-climate-change/). L’obiettivo principale resta la riduzione dell’intensità di carbonio del PIL: meno 17% fra 2026 e 2030, una soglia più bassa rispetto al meno 18% del piano precedente. Secondo diverse analisi indipendenti basate sulla metodologia precedente, il risultato effettivo del piano 2021-2025 si sarebbe fermato intorno al −12%. Pechino, però, nel nuovo quadro metodologico introdotto nel 15° Piano, rivendica una riduzione vicina al target. La National Development and Reform Commission ha indicato per il solo 2026 un obiettivo annuale di riduzione del 3,8%, il primo numero operativo della nuova legislatura. Il piano impegna anche a sostituire 30 milioni di tonnellate l’anno di carbone con fonti rinnovabili. Introduce il «doppio controllo» sulla CO₂, con un primo riferimento alle emissioni totali oltre che all’intensità, ma non fissa un tetto assoluto e vincolante. La conseguenza tecnica è chiara: le emissioni cinesi possono ancora crescere fino al previsto picco del 2030, dopo di che dovrebbero iniziare a calare per arrivare a neutralità nel 2060. L’analisi del Centre for Research on Energy and Clean Air, [China’s 15th Five-Year Plan: implications for climate and energy transition](https://energyandcleanair.org/chinas-15th-five-year-plan-implications-for-climate-and-energy-transition/), è ancora più netta: manca un tetto vincolante al consumo di carbone nel settore elettrico, e questo rende fragile l’intero impianto. Il piano, scrivono gli analisti, evita di tradurre l’obiettivo di intensità carbonica in un vincolo operativo sul carbone, e questa è essa stessa una scelta politica. La nuova capacità nucleare prevista, 110 GW entro il 2030 (da 62 GW di fine 2025), è significativa ma resta confinata alle aree costiere. Le grandi novità del piano sono i «parchi industriali a zero emissioni» e i «corridoi di trasporto a basse emissioni», che dovrebbero spingere l’elettrificazione di industrie pesanti come acciaio, cemento e chimica. Promettenti, ma misurabili solo nei prossimi due o tre anni.## **Ecologia o strategia industriale?** La domanda «la Cina è davvero green?» è sbagliata, perché presuppone una purezza etica che non esiste in nessun grande sistema industriale. La domanda corretta è un’altra: la Cina sta costruendo la macchina che dominerà la prossima economia. La transizione energetica non è un atto di altruismo planetario, è la prossima rivoluzione industriale, e Pechino la sta facendo a casa propria. Allo stesso tempo, conserva il carbone come polizza assicurativa interna, come leva sui costi industriali e come piano B per la stabilità sociale. È razionale dal punto di vista cinese; non lo è dal punto di vista climatico globale.## **Il confronto con l’Occidente** Mentre la Cina installa, l’Europa discute. L’Unione europea continua a regolare, tassare e dibattere, ma ha lasciato che la propria base manifatturiera nei settori chiave si spostasse altrove. La maggior parte dei pannelli solari posati in Italia oggi è cinese; lo stesso vale per molti componenti di turbine eoliche, batterie e veicoli elettrici. Gli Stati Uniti hanno provato a rispondere con l’Inflation Reduction Act, ma l’amministrazione attuale sta smontando pezzi della transizione energetica federale e rallentando proprio nella direzione opposta. Tradotto: in pochi anni si decide chi avrà mano libera sulla filiera elettrica del 2040. Sul rischio che questa partita venga giocata sulle spalle della natura, abbiamo già scritto in [Rinnovabili senza distruggere la natura: le soluzioni che funzionano](https://eywadivulgazione.it/rinnovabili-senza-distruggere-la-natura-le-soluzioni-che-funzionano/) e in [Le rinnovabili hanno un costo nascosto: litio, cobalto e l’acqua che paghiamo davvero](https://eywadivulgazione.it/rinnovabili-costo-nascosto-litio-cobalto-acqua/).## **Le contraddizioni reali** Il modello cinese ha contraddizioni serie. Sovracapacità nella filiera solare, con un’ondata di insolvenze e contenziosi commerciali con Europa e Stati Uniti. Estrazione mineraria pesantissima per litio, cobalto e terre rare, in Cina e nei paesi clienti, dall’Indonesia al Congo. Impatti ambientali interni sui fiumi del Sud-Ovest a causa delle grandi dighe e dei nuovi impianti. Governance autoritaria, con tutti i limiti che questo comporta per la partecipazione civica e il dissenso ambientale. Sono problemi reali, non dettagli. Eywa ne ha discusso anche in [Greenwashing e negazionismo climatico: cinque frame da imparare a riconoscere](https://eywadivulgazione.it/greenwashing-negazionismo-climatico/), perché un sistema che produce metà delle rinnovabili mondiali può comunque restare in larga parte alimentato dal carbone, e questa è la forma più sofisticata di greenwashing strutturale che esista oggi.## **Il punto, per noi** Per l’Italia e per l’Europa la lezione è doppia. Da un lato, dobbiamo accettare che la transizione esiste e funziona quando c’è una politica industriale seria, fatta di pianificazione, investimenti, ricerca e infrastrutture. La Cina dimostra che si può. Dall’altro lato, dobbiamo evitare di importare la versione peggiore del modello cinese, fatta di carbone «di supporto», dighe controverse, miniere a basso costo umano e impatti ecologici scaricati sulle comunità deboli. La transizione energetica giusta non è un cantiere che corre e basta: è un cantiere che corre con regole, valutazioni d’impatto serie e attenzione alla biodiversità. Su questo, Eywa è già intervenuta in [Net zero e decarbonizzazione avanzata: l’illusione verde](https://eywadivulgazione.it/net-zero-e-decarbonizzazione-avanzata-la-grande-illusione-verde/), e continuerà a farlo.## **Chi controllerà l’energia del futuro** La domanda giusta non è se la Cina sia diventata ecologica. La domanda è chi controllerà l’energia del futuro, e a quali condizioni. La risposta che emerge dal 15° piano è chiara: la Cina ha intenzione di vincere quella partita, su due binari paralleli, fino a quando può permetterseli. Spetta all’Europa decidere se restare spettatrice del processo o entrare in campo con una strategia industriale ambientale propria, autonoma e democratica. Vale la pena dirlo chiaramente: la transizione si fa, non si dichiara. E si fa adesso.## **Approfondimenti Eywa** [Transizione energetica: possibile, la Cina lo dimostra già](https://eywadivulgazione.it/transizione-energetica-possibile-cina-esempio/). Eywa Divulgazione, 2025. La traiettoria della Cina come primo produttore mondiale di rinnovabili e i nodi politici della transizione. [Net zero e decarbonizzazione avanzata: l’illusione verde](https://eywadivulgazione.it/net-zero-e-decarbonizzazione-avanzata-la-grande-illusione-verde/). Eywa Divulgazione, 2025. Promesse di neutralità climatica, mercato delle compensazioni e limiti delle strategie net zero. [Greenwashing e negazionismo climatico: cinque frame da imparare a riconoscere](https://eywadivulgazione.it/greenwashing-negazionismo-climatico/). Eywa Divulgazione, 2026. Come riconoscere le retoriche di rinvio che hanno preso il posto del negazionismo classico. [Le rinnovabili hanno un costo nascosto: litio, cobalto e l’acqua che paghiamo davvero](https://eywadivulgazione.it/rinnovabili-costo-nascosto-litio-cobalto-acqua/). Eywa Divulgazione, 2025. I costi ambientali e sociali della filiera mineraria della transizione. [Batterie al sodio: la nuova alternativa al litio](https://eywadivulgazione.it/batterie-ioni-sodio-rivoluzione-europea/). Eywa Divulgazione, 2025. Le batterie sodio-ione, una possibile risposta europea alla supremazia cinese sul litio. [Rinnovabili senza distruggere la natura: le soluzioni che funzionano](https://eywadivulgazione.it/rinnovabili-senza-distruggere-la-natura-le-soluzioni-che-funzionano/). Eywa Divulgazione, 2025. Pianificazione del territorio, biodiversità e impianti rinnovabili che non distruggono ciò che dovrebbero proteggere.## **Bibliografia essenziale** [Q&A: What does China’s 15th ‘five-year plan’ mean for climate change?](https://www.carbonbrief.org/qa-what-does-chinas-15th-five-year-plan-mean-for-climate-change/). Anika Patel, Carbon Brief, 2026. Analisi puntuale degli obiettivi climatici e degli strumenti del piano 2026-2030. [China’s 15th Five-Year Plan: implications for climate and energy transition](https://energyandcleanair.org/chinas-15th-five-year-plan-implications-for-climate-and-energy-transition/). Centre for Research on Energy and Clean Air, 2026. Valutazione critica degli obiettivi cinesi su CO₂, carbone e nucleare. [Built to peak: Coal power expansion runs out of room in China](https://energyandcleanair.org/publication/built-to-peak-coal-power-expansion-runs-out-of-room-in-china/). CREA e Global Energy Monitor, 2026. La revisione semestrale H2 2025 sul carbone cinese: 161 GW di nuove proposte e 78 GW commissionati. [China Installed 1.2 TW of Solar, 650 GW of Wind Capacity as of February 2026](https://www.mercomindia.com/china-installed-1-2-tw-of-solar-650-gw-of-wind-capacity-as-of-february-2026). Mercom India, 2026. I numeri ufficiali della National Energy Administration sulla capacità rinnovabile cinese. [As It Boosts Renewables, China Still Can’t Break Its Coal Addiction](https://e360.yale.edu/features/china-coal-five-year-plan). Yale Environment 360, 2026. Lettura geopolitica del nodo carbone-rinnovabili nel piano quinquennale cinese. [China’s new Five-Year Plan upgrades climate objectives while accepting continued role of coal](https://merics.org/en/comment/chinas-new-five-year-plan-upgrades-climate-objectives-while-accepting-continued-role-coal). Johanna Krebs, Mercator Institute for China Studies (Merics), 2026. Analisi dell’integrazione clima-energia nel piano cinese. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Datacenter e acqua pubblica: la sete invisibile dell’intelligenza artificiale](https://eywadivulgazione.it/datacenter-acqua-pubblica-sete-invisibile-intelligenza-artificiale/) **Published:** Maggio 25, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Come la corsa globale all’AI scarica costi idrici, energetici e sociali sui territori, dalla Georgia rurale alle nostre falde. E perché conviene capirlo prima che arrivi il prossimo capannone.* Beverly Morris vive a Mansfield, contea di Newton, in Georgia. Nel 2019 Meta ha cominciato ad abbattere una porzione di foresta di querce a poche centinaia di metri da casa sua per costruire lo Stanton Springs Data Center, un impianto da 750 milioni di dollari. Da allora, racconta lei al *New York Times*, il suo pozzo non eroga più acqua pulita. La lavastoviglie si rompe, la lavatrice si blocca, il water si tappa di sedimenti. Quando Beverly ha chiesto al community relations manager di Meta come potesse cucinare con quell’acqua, lui le avrebbe suggerito di bollirla. Meta ha smentito quel passaggio specifico e ha aggiunto, attraverso una propria portavoce, che lo studio commissionato dall’azienda sul pozzo dei Morris ha concluso che era «improbabile» che il datacenter avesse intaccato la falda. I problemi idrici denunciati dai Morris e dai vicini di casa, però, sono documentati e ripresi dai principali media americani. La famiglia ha già speso cinquemila dollari fra interventi e nuovi filtri, e non può permettersi di rifare il pozzo, che costerebbe circa 25.000 dollari. L’inchiesta è uscita sul *New York Times* nel luglio 2025 ed è diventata un caso politico nel maggio 2026, quando la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha portato in audizione alla Camera due barattoli di acqua marrone, raccolti porta a porta nella contea di Morgan e attribuiti dai residenti alla rete del rubinetto vicino al datacenter Meta. Jessica Kramer, vicedirettrice dell’EPA per l’acqua, si è impegnata sotto giuramento ad aprire una verifica. Il nesso causale fra il datacenter e i problemi ai pozzi privati non è ancora accertato tecnicamente né giudizialmente: ciò che è accertato è che il Newton County Water and Sewerage Authority ha confermato che l’impianto Meta assorbe da solo circa il 10% del consumo idrico totale giornaliero della contea, e che le tariffe dell’acqua aumenteranno del 33% in due anni, contro un trend storico del 2% annuo. Mike Hopkins, direttore esecutivo dell’autorità idrica della contea, riassume il problema con una frase che vale la pena trascrivere: «Quello che i datacenter non capiscono è che si stanno prendendo la ricchezza della comunità. L’acqua non c’è». Negli ultimi mesi nove nuove società hanno presentato richiesta di costruzione in Newton County, alcune con consumi richiesti fino a 6 milioni di galloni al giorno: più dell’intero consumo idrico quotidiano dell’intera contea. Hopkins parla apertamente di «corsa contro il tempo» per aggiornare gli impianti di riciclo dell’acqua, un investimento stimato in oltre 250 milioni di dollari. Newsha Ajami, idrologa della Stanford University intervistata dal *New York Times*, lo sintetizza così: per le aziende tecnologiche «l’acqua è un pensiero successivo. L’idea è: qualcuno ci penserà dopo».## **Il mito del digitale immateriale** Il cloud, l’intelligenza artificiale, lo streaming, i social network ci appaiono come servizi sospesi nell’aria. Sono invece infrastrutture fisiche pesantissime. Ogni richiesta che facciamo a un chatbot passa da capannoni con migliaia di server, raffreddati da sistemi che bevono acqua e che scaldano gli edifici al punto da richiedere centrali elettriche dedicate. L’energia non basta: in molti casi servono grandi quantità d’acqua per evitare che i processori si fondano. È un fatto tecnico, non un’opinione. Secondo l’[Energia e IA](https://www.iea.org/reports/energy-and-ai), la grande analisi che l’Agenzia internazionale dell’energia ha dedicato al tema nell’aprile 2025, i datacenter assorbivano già nel 2024 circa l’ 1,5% dell’elettricità mondiale e sono destinati a raddoppiare il proprio consumo entro il 2030, fino a circa 945 TWh. Quelli dedicati all’IA cresceranno ancora più in fretta: a stime IEA, triplicheranno nello stesso intervallo. Per chi vive accanto a un impianto, questa traduzione tecnica diventa un problema di pressione idrica, di pozzi, di bollette comunali e di camion cisterna.## **Il caso Meta e il caso QTS** La vicenda dei Morris non è isolata. Tre vicini di casa hanno raccontato al *New York Times* gli stessi problemi: pressione che cala in pochi mesi, filtri da sostituire ogni quattro settimane invece che ogni dodici, acqua «tanto marrone da sembrare venuta da un ruscello». Una versione completa della ricostruzione, con fonti e cronologia, è disponibile in [Meta data center impacts local water supply in Newton County](https://ppc.land/meta-data-center-impacts-local-water-supply-in-newton-county/), pubblicato da PPC Land. Il sindaco di Mansfield, Blair Northen, ha confermato pubblicamente che le tariffe idriche della contea aumenteranno di un terzo in due anni. Pochi mesi prima, nel maggio 2026, [Politico](https://www.eenews.net/articles/georgia-residents-seethe-over-30m-gallons-of-missing-water/) ha rivelato un caso ancora più paradigmatico. Quality Technology Services (QTS), azienda controllata dal fondo Blackstone, gestisce un campus di datacenter da 615 acri a Fayetteville, sempre in Georgia. Per un periodo stimato tra quattro e quindici mesi l’impianto ha consumato circa 30 milioni di galloni d’acqua, ovvero 114 milioni di litri, senza che venissero fatturati alla società: due allacciamenti industriali non risultavano sui registri dell’utility. La cifra è stata addebitata retroattivamente nel maggio 2025, per un valore di 147.474 dollari, equivalente a 44 piscine olimpioniche. La scoperta è arrivata solo dopo che i cittadini di Annelise Park, una zona residenziale vicina, hanno cominciato a lamentare bassa pressione idrica. Tutto questo durante una siccità conclamata, mentre il governatore Brian Kemp dichiarava lo stato di emergenza per gli incendi. Vanessa Tigert, direttrice del servizio idrico della contea di Fayette, ha riconosciuto pubblicamente di non sapere con precisione da quando fossero attivi gli allacciamenti. Nessuna multa, perché QTS «è il nostro cliente più grande e dobbiamo essere partner». L’utility ha addebitato il consumo arretrato alla tariffa di costruzione. Punto.## **Perché i datacenter bevono così tanto** I server scaldano. Nelle sale calde di un datacenter le temperature possono salire oltre i quaranta gradi e a quelle temperature i processori cedono. Il raffreddamento si fa principalmente in due modi. Il primo, ad aria, ricicla la stessa aria interna ma è limitato nei climi caldi. Il secondo, evaporativo, usa enormi quantità di acqua per portare via il calore: un metodo efficiente, ma idrofago. Qualche operatore sta sperimentando il «closed-loop», un sistema chiuso che riusa l’acqua, ma per ora resta minoritario e quasi sempre relativo alla fase operativa, non a quella di costruzione. Quando chiediamo qualcosa a ChatGPT, Gemini, Claude o Meta AI, da qualche parte un server si accende. La crescita dei modelli generativi sta facendo esplodere il fabbisogno computazionale e con esso il fabbisogno idrico. Una stima frequentemente citata indica che i datacenter dedicati all’IA potrebbero consumare 1.700 miliardi di galloni d’acqua all’anno entro il 2027 a livello globale. Lo Stanton Springs di Meta ne consuma circa mezzo milione al giorno. Gli impianti di nuova generazione possono toccare cinque milioni di galloni quotidiani, equivalenti al consumo di oltre sedicimila famiglie americane.## **Colonialismo energetico travestito da innovazione** Le grandi piattaforme tecnologiche si presentano con un linguaggio molto verde. Net zero, carbon neutral, water positive, pledge ESG. Nei loro report di sostenibilità Meta, Microsoft, Amazon e Google annunciano traguardi ambientali sempre più ambiziosi. Sul campo, però, lo schema è diverso. Le infrastrutture spesso si concentrano dove acqua, energia e suolo costano meno e i controlli sono più leggeri, in comunità con minore capacità negoziale rispetto alle grandi capitali industriali. La Georgia rurale è esattamente questo: incentivi fiscali, poche audizioni pubbliche, contee in difficoltà economica che accolgono qualsiasi investimento. L’Iowa, la Virginia e l’Arizona seguono lo stesso copione. Tradotto: i profitti dell’intelligenza artificiale restano nei bilanci di San Francisco e Menlo Park, i costi ambientali restano nei pozzi privati di Mansfield, nelle bollette idriche di Newton e nei contenziosi della provincia americana profonda. È un modello di colonialismo energetico travestito da innovazione, e funziona perché si presenta come «opportunità» locale invece che come trasferimento di rischio.## **Il paradosso ecologico dell’IA** C’è un cortocircuito quasi perfetto. L’intelligenza artificiale viene venduta come strumento per «risolvere» la crisi climatica, dalla mappatura della deforestazione al controllo delle emissioni industriali. Allo stesso tempo, la sua infrastruttura aggrava la crisi che dichiara di voler combattere: aumenta i consumi elettrici, prosciuga le falde, occupa suolo agricolo e blocca le reti di trasmissione. Non si tratta di rifiutare la tecnologia. Si tratta di non confondere il rimedio con la malattia, e di chiedersi chi paga il prezzo di una promessa green a scala continentale.## **E in Italia?** L’Italia sta accogliendo decine di nuovi progetti di datacenter, soprattutto nell’area metropolitana di Milano e nelle aree industriali del Nord. Terna ha già registrato richieste di connessione per circa 30 GW di capacità: la capacità installata attuale è di circa 300 MW e dovrebbe arrivare a 1,5 GW entro il 2030 a un tasso di crescita del 30% annuo. L’Agenzia internazionale dell’energia stima che i consumi elettrici dei datacenter europei passeranno da 70 TWh nel 2024 a 115 TWh nel 2030, cioè 45 TWh in più in sei anni. Sulle bollette degli italiani, quella curva arriverà sotto forma di voci di rete, oneri di sistema e adeguamenti tariffari. Su questo punto Eywa è già intervenuta nell’articolo [Data center e AI: rischiano di far saltare la rete elettrica](https://eywadivulgazione.it/data-center-ai-rete-elettrica-bolletta/). L’acqua, in molte province italiane, è un problema già prima dei datacenter. In alcune zone si perde fino al 40-50% dell’acqua immessa in rete a causa di tubature vecchie e mai sostituite, come abbiamo documentato in [Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo Comune](https://eywadivulgazione.it/dispersione-idrica-quanta-acqua-si-perde-nel-tuo-comune/). I prossimi piani regolatori dovranno decidere se i grandi impianti di calcolo possono essere autorizzati nei comuni dove l’acquedotto è già al limite. Prima di firmare, sarebbe utile leggere le bollette dei cittadini di Mansfield.## **Cosa deve succedere prima della firma** La risposta civica non è demonizzare i datacenter: senza queste infrastrutture non esistono i servizi digitali su cui la nostra vita quotidiana ormai si appoggia. La risposta è pretendere che ogni progetto venga preceduto da uno studio idrogeologico indipendente, da una valutazione cumulativa con gli altri carichi sull’acquedotto locale e da clausole contrattuali che impongano sistemi di raffreddamento chiusi e penali in caso di consumi superiori. Le bollette dei cittadini non sono un fondo perduto per coprire la differenza, e i pozzi privati non sono parametri trascurabili in una valutazione di impatto ambientale.## **Il cloud non è nel cielo** Il cloud non è nel cielo. È attaccato alla rete elettrica, alle falde acquifere e ai territori reali. Quando una multinazionale annuncia un datacenter da un miliardo di dollari, sta annunciando anche una quota nascosta di consumi idrici, una pressione sulle infrastrutture pubbliche e una redistribuzione del rischio. Negoziare quel rischio prima della firma, e non dopo i barattoli marroni in audizione, è esattamente ciò che differenzia una buona politica industriale da un favore travestito da investimento.## **Approfondimenti Eywa** [Data center e AI: rischiano di far saltare la rete elettrica (e di finire in bolletta)](https://eywadivulgazione.it/data-center-ai-rete-elettrica-bolletta/). Eywa Divulgazione, 2026. La domanda elettrica dei datacenter, i rischi per la rete italiana e le ricadute in bolletta. [Quanta energia divora l’AI?](https://eywadivulgazione.it/ai-consumo-energetico/) Eywa Divulgazione, 2024. Cosa significa, in termini di consumo elettrico, l’addestramento e l’uso dei large language model. [Intelligenza artificiale e ambiente: chi controlla la Terra?](https://eywadivulgazione.it/intelligenza-artificiale-monitoraggio-ambientale-natura-vista-satellite-cuore/) Eywa Divulgazione, 2025. Il doppio volto dell’IA fra monitoraggio ambientale e colonizzazione digitale della natura. [Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo Comune](https://eywadivulgazione.it/dispersione-idrica-quanta-acqua-si-perde-nel-tuo-comune/). Eywa Divulgazione, 2026. Come reperire i dati di perdita degli acquedotti italiani e perché la loro assenza è già una notizia. [Acqua di rubinetto in Italia: più sicura dell’acqua in bottiglia](https://eywadivulgazione.it/acqua-rubinetto-piu-sicura-bottiglia-italia/). Eywa Divulgazione, 2026. Conformità sanitaria della rete idrica italiana e ruolo dei controlli pubblici. [Quando l’intelligenza artificiale imita i nostri difetti](https://eywadivulgazione.it/quando-intelligenza-artificiale-imita-nostri-difetti/). Eywa Divulgazione, 2025. Limiti, bias e narrazioni di marketing dietro alla retorica salvifica dell’IA.## **Bibliografia essenziale** [A data center drained 30M gallons of water unnoticed: residents complained about low water pressure](https://www.eenews.net/articles/georgia-residents-seethe-over-30m-gallons-of-missing-water/). Arianna Skibell, E&E News (Politico), 2026. Inchiesta sul caso QTS-Fayetteville e sui 30 milioni di galloni d’acqua non fatturati. [Meta data center impacts local water supply in Newton County](https://ppc.land/meta-data-center-impacts-local-water-supply-in-newton-county/). PPC Land, 2025. Sintesi dell’inchiesta del New York Times sui pozzi danneggiati intorno allo Stanton Springs Data Center. [Georgia data center: Meta operated project accused of muddying county’s drinking water](https://www.newsnationnow.com/us-news/southeast/meta-data-center-georgia-muddy-water/). NewsNation, 2026. L’audizione di Alexandria Ocasio-Cortez all’EPA con i campioni di acqua marrone della contea di Morgan. [EPA Water Chief Pledges Review as Rural Georgia Faces Brown Water Near Meta Data Center](https://www.yahoo.com/news/articles/epa-water-chief-pledges-review-151249023.html). Yahoo News, 2026. L’impegno dell’EPA a verificare il caso e i numeri sui consumi idrici dei grandi datacenter. [Energy and AI](https://www.iea.org/reports/energy-and-ai). International Energy Agency, 2025. Il rapporto IEA su domanda elettrica dei datacenter, mix energetico globale e prospettive al 2030. [Key Questions on Energy and AI](https://www.iea.org/reports/key-questions-on-energy-and-ai/executive-summary). International Energy Agency, 2026. Aggiornamento del rapporto Energy and AI con i dati di consumo 2025 e le proiezioni 2030. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Comprare astici per liberarli in mare: perché il gesto delle due turiste americane a Pompei non è ecologia](https://eywadivulgazione.it/comprare-astici-liberarli-mare-perche-non-ecologia/) **Published:** Maggio 20, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Il video è di quelli costruiti per circolare. Una madre e una figlia, in vacanza dal Texas, comprano l’intero acquario di astici di un ristorante a Pompei, prendono un taxi, raggiungono la spiaggia di Castellammare di Stabia e li rimettono in acqua. Bacinella di plastica, smartphone acceso, sole campano, dieci crostacei che scivolano nel Tirreno. La frase che chiude la sequenza è già didascalia: *«Mentre nuotavano via, ci è sembrato di sentirle cantare Bella Ciao».* Una parte dei social ha letto la scena come gesto di sensibilità. La biologia marina ha letto altro. Vale la pena guardare cosa, e con quali fonti.## **Chi erano davvero quegli astici** Negli acquari dei ristoranti italiani gli esemplari più frequenti non sono astici del Mediterraneo. Sono *Homarus americanus*, l’astice americano (chiamato anche «canadese»), specie originaria dell’Atlantico nordoccidentale e riconoscibile per la colorazione tendente al bruno, lontana dal blu intenso dell’*Homarus gammarus* europeo. Dalle immagini diffuse, gli esemplari liberati appartenevano con ogni probabilità alla specie americana. La differenza non è gastronomica, è ecologica. Per il Mar Mediterraneo l’astice americano è una **specie aliena**. La cornice normativa attorno al suo rilascio in mare è più articolata di quanto i titoli di stampa abbiano lasciato intendere. Il **Regolamento UE 1143/2014** e il suo recepimento italiano, il **D.Lgs. 230/2017**, vietano commercio, detenzione, trasporto e soprattutto rilascio in natura delle specie esotiche invasive inserite negli elenchi ufficiali di rilevanza unionale, e *Homarus americanus* a oggi non vi figura. Ma il rilascio in mare di organismi non autoctoni non si muove in un vuoto giuridico. La **Direttiva Habitat 92/43/CEE**, all’articolo 22, impegna gli Stati membri a disciplinare e, dove necessario, vietare l’introduzione intenzionale in natura di specie alloctone. La **Convenzione di Berna del 1979**, all’articolo 11, prevede il controllo stretto dell’introduzione di specie non native. E in Italia il **D.P.R. 1639/1968**, regolamento per la pesca marittima, prevede controlli e autorizzazioni per l’introduzione in mare di specie non autoctone. Le ipotesi sanzionatorie circolate sulla stampa, che parlano di profili penali fino alla reclusione, vanno distinte dal quadro effettivo: il regime delle specie esotiche prevede sanzioni amministrative per le specie in elenco, mentre eventuali profili penali richiederebbero un accertamento autonomo del danno o di altre fattispecie applicabili.## **Il rischio invisibile: i patogeni** E qui sta il punto che il video non racconta. L’astice americano può essere vettore di patogeni rilevanti per i crostacei del genere *Homarus*, tra cui *Aerococcus viridans var. homari*, agente della **gaffkemia**, una setticemia batterica documentata in letteratura scientifica fin dagli anni Sessanta e pericolosa anche per l’astice europeo. Aggiungere a questa carta i possibili parassiti del carapace e il rischio di ibridazione genetica con l’astice europeo, e la liberazione di dieci esemplari provenienti da una vasca refrigerata di stabulazione diventa qualcosa di molto diverso da un atto d’amore. Diventa un’iniezione di rischio in un mare già sotto pressione. L’ISPRA registra in media una nuova segnalazione di specie aliena nel Mediterraneo ogni nove giorni. Le rotte di ingresso sono il Canale di Suez, le acque di zavorra delle navi, l’acquariofilia, l’acquacoltura. Il «turismo della liberazione» è una rotta nuova, ancora poco studiata, ma altrettanto efficace.## **Cosa rischiano gli astici, cosa la scena non mostra** C’è un ulteriore aspetto importante. Gli astici liberati a Castellammare di Stabia non sono animali pronti a tornare in mare. Vengono da vasche refrigerate, sono spesso disidratati, hanno le chele legate, non hanno coordinazione predatoria, non riconoscono i fondali. Passare in pochi minuti dall’acqua a temperatura controllata di una vasca al Tirreno costiero significa shock termico, disorientamento, vulnerabilità totale. La «ultima possibilità» raccontata in inglese al ristoratore è, nei fatti, una probabile morte lenta da predazione o da stress termico e fisiologico. A questo si aggiunge un’evidenza scientifica che vale la pena richiamare. Già nel 2021 un rapporto della **London School of Economics**, analizzando oltre trecento studi, ha riconosciuto i crostacei decapodi come **esseri senzienti**, capaci di provare dolore e sofferenza. Il [Regno Unito](https://eywadivulgazione.it/animal-welfare-bill-regno-unito-italia-diritti-animali/) ha tradotto quel principio nell’Animal Welfare (Sentience) Act del 2022 e, alla fine del 2025, ha annunciato l’introduzione di un divieto della bollitura da vivi. In Italia il punto fermo resta la **sentenza n. 30177/2017 della Corte di Cassazione**, che ha confermato la condanna per [maltrattamento (art. 727 c.p.)](https://eywadivulgazione.it/maltrattamento-animali-cosa-fare-denuncia-guida/) a carico di un ristoratore di Campi Bisenzio per la detenzione di crostacei vivi su ghiaccio con le chele legate. La Cassazione ha scritto, in modo netto, che si tratta di pratica «produttiva di gravi sofferenze». Sul piano locale la capofila è Roma. Il **Regolamento Comunale Tutela Animali** (Deliberazione del Consiglio Comunale n. 275 del 24 ottobre 2005), all’articolo 52 lettera e), vieta in modo esplicito di «tenere permanentemente le chele legate ai crostacei», e alla lettera b) impone vasche di stabulazione con ossigenazione e dimensioni minime parametrate alla taglia dell’animale. Non è una clausola di stile. Nel 2018 un ristoratore di piazza Vittorio Emanuele II è stato sanzionato proprio in base a quegli articoli, e tra 2024 e 2025 sono arrivate altre multe a supermercati e ristoranti della capitale, su esposto di LAV Roma e delle Guardie zoofile EARTH. Negli anni il principio è entrato anche nei regolamenti comunali di **Parma, Ferrara, Monza e Foggia**, con regole locali sulla detenzione o sulla cottura dei crostacei vivi. ## **Buone intenzioni, cattiva ecologia** La storia di Castellammare appartiene a una famiglia di gesti che la conservazione conosce bene. È la stessa logica che ha riempito le fontane italiane di *Trachemys scripta*, la tartaruga acquatica americana, oggi inserita nella lista delle [specie esotiche invasive di rilevanza unionale](https://eywadivulgazione.it/gli-alieni-sono-gia-qui-e-noi-li-abbiamo-invitati-come-riconoscere-e-fermare-le-specie-invasive-prima-che-sia-troppo-tardi/). Era amore, era tenerezza per i cuccioli cresciuti troppo. È diventata una minaccia per la testuggine palustre europea *Emys orbicularis*. Lo stesso meccanismo ha portato in Italia il gambero della Louisiana, lo scoiattolo grigio, la nutria. L’empatia non informata produce effetti opposti a quelli dichiarati. È l’[effetto-Bambi della conservazione](https://eywadivulgazione.it/adottare-cane-gesto-ecologico-traffico-cuccioli/), e non funziona. Fabio Crocetta, ricercatore della **Stazione Zoologica Anton Dohrn** di Napoli ed esperto di specie aliene, ha definito quello di Pompei «un gesto evidentemente avventato», ricordando che ogni reimmissione in natura «deve legarsi a studi preliminari, in primis la caratterizzazione molecolare del pool genico degli esemplari da introdurre». Tradotto: liberare animali in mare non è un’azione che si improvvisa con un taxi e una bacinella.## **Cosa si può fare davvero** Se l’obiettivo è proteggere quegli animali, il punto di leva non è l’acquario del ristorante. È prima. Si può scegliere di non frequentare ristoranti che espongono crostacei vivi in vasche o su ghiaccio, e [segnalare alle ASL o ai NAS](https://eywadivulgazione.it/maltrattamento-animali-cosa-fare-denuncia-guida/) i casi di detenzione in condizioni incompatibili con la sentenza della Cassazione del 2017. Si può sostenere campagne come *«Dalla parte dei crostacei»* di Animal Law Italia, che chiede al Parlamento italiano di riconoscere i crostacei decapodi come esseri senzienti e di vietarne la cottura da vivi. Si può chiedere al proprio Comune di adottare un’ordinanza sul modello di Parma, Ferrara, Monza e Foggia. Si può, infine, fare la cosa più scomoda: ridurre o eliminare il consumo di astici e aragoste, soprattutto quando la filiera, opaca, mescola Mediterraneo e Nord America come fossero la stessa cosa. C’è una distinzione che il video di Castellammare aiuta a vedere bene. Tra il gesto che cura un ecosistema e il gesto che produce contenuto, la differenza è una sola: chi paga il conto. In questo caso l’hanno pagato dieci astici, con probabilità di sopravvivenza molto ridotte, e un mare che non aveva chiesto di accoglierli. **Il green si fa. Non si gira.**## **Approfondimenti Eywa** . Eywa Divulgazione. Specie aliene invasive: cosa sono, come arrivano nei nostri ecosistemi, come riconoscerle e fermarle prima che sia troppo tardi. . Eywa Divulgazione. Animal Welfare Bill nel Regno Unito e il ritardo italiano nel riconoscimento giuridico della sentienza animale. . Eywa Divulgazione. Maltrattamento di animali: cosa prevede la legge, come riconoscerlo, come e a chi denunciare. . Eywa Divulgazione. Adottare un cane come gesto ecologico: traffico di cuccioli, allevamenti opachi, scelte informate. . Eywa Divulgazione. Animali rilasciati in natura senza criterio: quando la «liberazione» diventa un danno per l’ecosistema e per gli animali stessi. . Eywa Divulgazione. Praterie di Posidonia nel Mar Ligure: biodiversità marina sotto pressione e perché ogni introduzione conta.## **Bibliografia** . Parlamento europeo e Consiglio, 2014, Regolamento (UE) 1143/2014 sulla prevenzione e gestione delle specie esotiche invasive. . ISPRA. Elenco aggiornato delle specie esotiche invasive di rilevanza unionale di cui al Regolamento UE 1143/14. . Consiglio delle Comunità europee, 1992, Direttiva Habitat 92/43/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, articolo 22 sulle introduzioni di specie non autoctone. . Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Scheda istituzionale sulla Convenzione di Berna del 1979 sulla conservazione della vita selvatica e degli habitat naturali in Europa, ratificata dall’Italia con L. 503/1981. . Presidente della Repubblica, 1968, D.P.R. 2 ottobre 1968 n. 1639, regolamento per l’esecuzione della legge sulla pesca marittima (testo integrale FAO). . Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, sezione istituzionale sulle specie esotiche invasive. . Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, ente pubblico di ricerca, dipartimento di Ecologia Marina Integrata di cui fa parte Fabio Crocetta. . Il Fatto Quotidiano, 2026, ricostruzione dell’episodio con dichiarazioni degli esperti. . Agenzia DIRE, 2026, ricostruzione dell’episodio con dichiarazione di Fabio Crocetta (Stazione Zoologica Anton Dohrn). [https://www.ansa.it/canale\_terraegusto/notizie/istituzioni/2017/06/16/cassazionegli-astici-soffrono-nel-ghiaccioe-maltrattamento\_eee6119f-9c93-460f-a989-1df042109b21.html](https://www.ansa.it/canale_terraegusto/notizie/istituzioni/2017/06/16/cassazionegli-astici-soffrono-nel-ghiaccioe-maltrattamento_eee6119f-9c93-460f-a989-1df042109b21.html). ANSA, 2017, sintesi della sentenza Cassazione n. 30177/2017 sul maltrattamento di crostacei detenuti su ghiaccio. . Fanpage, 2023, sintesi della sentenza del Tribunale di Roma di ottobre 2023. . Animal Law Italia, campagna «Dalla parte dei crostacei» e sintesi del rapporto London School of Economics 2021 sulla senzienza dei decapodi. . Animal Law Italia, sito ufficiale della campagna petitoria per il riconoscimento dei crostacei decapodi come esseri senzienti in Italia. . The Guardian, 2025, annuncio della strategia britannica per il divieto della bollitura dei crostacei vivi. . Battison et al., 2004, studio peer-reviewed sull’infezione da Aerococcus viridans var. homari (gaffkemia) negli astici. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Il greenwashing del negazionismo climatico](https://eywadivulgazione.it/greenwashing-negazionismo-climatico/) **Published:** Maggio 19, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) **Come il rinvio si è travestito da prudenza** *Per anni il negazionismo climatico ci ha detto che il problema non esisteva. Ora ammette che esiste, e ci spiega perché non possiamo fare nulla.*## **Tre fasi di una stessa traiettoria** Il negazionismo climatico classico, quello che diceva «il riscaldamento globale non sta accadendo», è in netto declino. Non perché sia stato sconfitto. Si è trasformato. La traiettoria è documentata e segue tre fasi. Prima fase: «non sta succedendo». Per decenni la posizione dominante di chi voleva difendere lo status quo fossile è stata negare il riscaldamento globale in quanto tale. Cartello grosso, frase secca, nessun appiglio. Funzionava finché funzionava. Seconda fase: «non è colpa nostra». Quando i dati sono diventati impossibili da ignorare, il negazionismo si è spostato di un passo. Sì, fa più caldo, ma è il sole, sono i cicli naturali, sono i vulcani. Anche questa posizione ha retto fino a quando ha retto. Poi sono arrivati i ghiacciai che si ritirano davanti agli occhi e le estati che si allungano nel calendario. Terza fase, quella attuale: «non possiamo fare niente». Il problema esiste, è di origine umana, è urgente. Però, dicono, agire ora costa troppo. Le soluzioni proposte non funzionano. La transizione è imposta dall’alto. Tocca prima ai cinesi. Tocca prima agli americani. Le rinnovabili sono una favola, le auto elettriche sono peggio dei diesel, le case green sono per ricchi. E qui sta il punto: nessuna di queste affermazioni, presa singolarmente, è disinformazione frontale. Sono frame retorici che spostano il discorso, una virgola alla volta, verso la stessa conclusione operativa. Rinviare. I ricercatori che studiano queste dinamiche hanno una parola precisa per questo fenomeno: discorsi di rinvio climatico, in inglese «discourses of climate delay». Il lavoro fondante è di [un gruppo di scienziati guidato da William Lamb del Mercator Research Institute di Berlino](https://www.cambridge.org/core/journals/global-sustainability/article/discourses-of-climate-delay/7B11B722E3E3454BB6212378E32985A7), pubblicato nel 2020 su Global Sustainability, rivista di Cambridge University Press. Gli autori identificano quattro macro-categorie di discorsi che accettano l’esistenza del cambiamento climatico ma giustificano l’inazione: spostare la responsabilità su altri, proporre soluzioni non trasformative, enfatizzare gli svantaggi dell’azione, arrendersi al cambiamento climatico. Vale la pena dirlo chiaramente: gli autori specificano che questi discorsi possono anche essere usati in buona fede. Non c’è sempre una regia, spesso c’è inerzia culturale. Ma l’effetto comunicativo, quello, è documentabile. E i numeri ci sono. Un’analisi del [Center for Countering Digital Hate](https://counterhate.com/research/the-new-climate-denial/), organizzazione che monitora odio e disinformazione online (d’ora in poi CCDH), pubblicata nel gennaio 2024 ha esaminato dodicimila video climatici su 96 canali YouTube già noti per contenuti negazionisti, fra il 2018 e il 2023. Nel campione, le affermazioni del tipo «il riscaldamento globale non sta accadendo» sono crollate dal 48 per cento di tutto il negazionismo nel 2018 al 14 per cento nel 2023. Nello stesso periodo, le affermazioni del tipo «le soluzioni climatiche non funzionano» sono triplicate, salendo dal 9 al 30 per cento. Nel 2023 il 70 per cento di tutte le affermazioni negazioniste classificate nel campione apparteneva alla nuova famiglia, quella che attacca le soluzioni, delegittima la scienza e il movimento climatico. Va detto che si tratta di un campione orientato per costruzione (canali già selezionati per contenuti negazionisti) e che il modello di intelligenza artificiale usato per l’analisi ha un’accuratezza dichiarata del 78 per cento. Anche con questi caveat, il segnale è netto: il vecchio negazionismo non è scomparso, è stato superato da un fratello più presentabile.## **Il greenwashing del negazionismo** Eywa ha già raccontato il greenwashing aziendale: lo trovate analizzato in dettaglio nel pezzo sulle [etichette impatto zero e le nuove leggi UE](https://eywadivulgazione.it/etichette-impatto-zero-riconoscere-greenwashing-nuove-leggi-ue/). Il meccanismo è noto. Un’azienda che inquina si dipinge di verde, usa un linguaggio rassicurante, suggerisce sostenibilità, vende prodotti che con la sostenibilità non c’entrano niente. C’è una versione speculare di questo meccanismo che riguarda non i prodotti ma le idee, e non le aziende ma il dibattito pubblico. Possiamo chiamarla, in termini divulgativi, greenwashing del negazionismo climatico: non è un’etichetta accademica come «delay discourses» o «new denial», ma descrive bene il meccanismo comunicativo. Funziona così: chi vuole rinviare l’azione climatica non si presenta più come negazionista. Si presenta come ambientalista preoccupato. Come economista realista. Come cittadino prudente che ha letto i dati e «ha solo qualche dubbio». Il linguaggio è ragionevole, calmo, tecnico. Il vocabolario è quello della preoccupazione genuina: «però attenzione», «però bisogna stare attenti a», «però andiamoci piano». L’effetto è esattamente quello del vecchio negazionismo, ma molto più difficile da contrastare. Perché chi dice «attenzione» suona sempre saggio. Chi dice «agiamo» suona sempre ingenuo. C’è un ultimo aspetto importante. Il greenwashing del negazionismo funziona perché parte sempre da pezzi di verità. Le bollette esistono. I costi distributivi esistono. Le tensioni geopolitiche esistono. La dipendenza dalla Cina su alcune filiere esiste. Sono tutte preoccupazioni legittime. Il problema non è sollevare un costo, un limite o una criticità. Il problema è usare quella criticità come chiusura del discorso, invece che come parte del progetto. La differenza sta tutta nella direzione della conclusione, non nelle premesse. Per riconoscerli serve un metodo. Non basta il fiuto, perché il fiuto si stanca. Servono criteri.## **I cinque sì, però** In questo paragrafo trovate i cinque frame di rinvio climatico più diffusi in Italia oggi. Ognuno viene presentato nella sua versione assolutista (la versione che è effettivamente disinformazione, perché parte da un’evidenza parziale per arrivare a una conclusione inevitabilista) e smontato con il dato istituzionale corrispondente. **Sì, però costa troppo.** Versione assolutista: «la transizione impoverirà inevitabilmente le famiglie». Il dato lo smonta in due righe. Secondo IRENA, l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, nel 2024 il 91 per cento dei nuovi progetti rinnovabili utility-scale commissionati nel mondo è risultato più economico della più conveniente alternativa fossile. Per inciso: utility-scale significa grandi impianti collegati alla rete elettrica, non il singolo pannello sul tetto di casa. L’eolico onshore costa in media 0,034 dollari per kilowattora (kWh, l’unità che leggete in bolletta), il solare fotovoltaico 0,043. Significa che il solare è in media il 41 per cento più economico delle fossili, l’eolico onshore il 53 per cento. Il risparmio sui costi dei combustibili fossili evitati grazie alle rinnovabili nel 2024 è stato di 467 miliardi di dollari. La transizione costa, certo. Continuare a non farla costa molto di più. Sul costo italiano nascosto delle rinnovabili (litio, cobalto, acqua) Eywa ha già pubblicato un’analisi non addomesticata: chi ci legge sa che [le materie prime critiche sono un problema reale](https://eywadivulgazione.it/rinnovabili-costo-nascosto-litio-cobalto-acqua/). Riconoscerlo non significa rinunciare alla transizione, significa pretendere che sia fatta bene. **Sì, però non adesso.** Versione assolutista: «agire ora è prematuro, aspettiamo che le tecnologie maturino». [Il Global Carbon Project nel report 2025](https://globalcarbonbudget.org/fossil-fuel-co2-emissions-hit-record-high-in-2025/) fornisce la risposta più secca possibile. Le emissioni globali di CO2 fossile nel 2025 toccano il nuovo record di 38,1 miliardi di tonnellate, in crescita dell’1,1 per cento sul 2024. Il carbon budget residuo per stare entro 1,5 gradi di riscaldamento è ormai estremamente ridotto: ne restano 170 miliardi di tonnellate, l’equivalente di quattro anni di emissioni agli attuali livelli. Il carbon budget, in pratica, è il «conto residuo» delle emissioni: quanta CO2 possiamo ancora permetterci di emettere prima di rendere molto più probabile il superamento di una soglia climatica. Quattro anni. È più o meno il tempo di un mandato parlamentare. Chi dice «aspettiamo» sta chiedendo di consumare in attesa il budget di un pianeta intero. **Sì, però noi siamo piccoli.** Versione assolutista: «l’Italia è l’uno per cento delle emissioni globali, il problema è altrove». L’argomento è scivoloso perché è in parte vero. La quota italiana sulle emissioni mondiali è effettivamente piccola. Il problema è che diventa una scusa solo se la si usa per non agire. La traduzione operativa di «siamo piccoli quindi non facciamo» è «aspettiamo che lo risolva qualcun altro». E qui c’è un dato che vale la pena conoscere. Secondo Terna, nel 2025 le fonti rinnovabili hanno coperto il 41 per cento della domanda elettrica italiana, contro il 42 per cento del 2024. Il fotovoltaico ha segnato il record storico di 44,3 TWh prodotti (un terawattora corrisponde a un miliardo di kilowattora, cioè al consumo medio annuo di circa quattrocentomila famiglie italiane), con un aumento di 8,892 TWh rispetto al 2024 e una crescita del 25,1 per cento. Quindi non solo l’Italia è in grado di muoversi, si sta già muovendo, anche se il ritmo è inferiore al target del Piano nazionale integrato energia e clima (PNIEC), il piano italiano su energia e obiettivi climatici inviato dal Governo alla Commissione europea. Sul presunto disimpegno dei grandi inquinatori, Eywa ha già pubblicato un’analisi che ribalta il luogo comune più diffuso: la [Cina come esempio di transizione possibile](https://eywadivulgazione.it/transizione-energetica-possibile-cina-esempio/) e non come scusa per stare fermi. **Sì, però è imposto dall’alto.** Versione assolutista: «la transizione è un diktat di Bruxelles, le rinnovabili sono ideologia». Si tratta di un frame di tipo culturale: sposta la discussione dal merito (le rinnovabili funzionano?) al sospetto (chi me le impone?). La risposta è doppia. Da un lato la transizione è anche una scelta italiana, codificata nel PNIEC inviato dal Governo alla Commissione europea, non una norma calata dall’alto. Dall’altro lato, anche se così non fosse, le evidenze restano evidenze. Un report IRENA del maggio 2026 documenta che sistemi ibridi solare più storage costano oggi fra 54 e 82 dollari per megawattora nelle regioni con alta disponibilità di sole e vento, contro più di 100 dollari per le nuove centrali a gas. Storage significa accumulo: batterie e altri sistemi che permettono di usare energia rinnovabile anche quando il sole non c’è o il vento cala. Il dato non vale ovunque allo stesso modo (dipende dall’irradiazione locale e dalla qualità del sito), ma la direzione è quella, e in Europa progetti analoghi si stanno avvicinando alla stessa soglia. Non è ideologia. È contabilità. **Sì, però le soluzioni non funzionano.** Versione assolutista: «le rinnovabili sono una bolla, falliranno». È il frame più recente e il più pericoloso, perché è anche quello che cresce più velocemente nel dibattito pubblico. La risposta è quella di [IRENA](https://www.irena.org/Publications/2025/Jun/Renewable-Power-Generation-Costs-in-2024) e si appoggia su quindici anni di dati industriali. Dal 2010 i costi installati del solare fotovoltaico sono scesi dell’87 per cento, quelli dell’eolico onshore del 55 per cento, quelli dell’investimento per lo storage a batterie del 93 per cento secondo il rapporto IRENA del maggio 2026. Non sono numeri di una bolla. Sono i numeri di una tecnologia che ha vinto la competizione di mercato sulla nuova generazione elettrica. Sui rischi reali della transizione fatta male (impatto su biodiversità, paesaggio, suolo) Eywa ha già pubblicato un dossier dedicato: trovate la [guida completa alle rinnovabili senza distruggere la natura](https://eywadivulgazione.it/rinnovabili-senza-distruggere-la-natura-le-soluzioni-che-funzionano/). Riconoscere i nodi non è negazionismo. Negarli è greenwashing al contrario. C’è una sesta voce che merita di stare a parte, perché lavora trasversalmente a tutte le altre. È il frame della soluzione non trasformativa. Si presenta come climaticamente virtuoso ma chiede di non cambiare niente di sostanziale. Cattura del carbonio in attesa che diventi davvero scalabile, gas naturale come «ponte» per i prossimi vent’anni, «carbone pulito», compensazioni in foreste lontane che pareggiano voli intercontinentali frequenti. Su questi temi Eywa ha pubblicato due approfondimenti chiave: la [grande illusione verde di net zero e decarbonizzazione avanzata](https://eywadivulgazione.it/net-zero-e-decarbonizzazione-avanzata-la-grande-illusione-verde/) e l’analisi del [carbonio fantasma](https://eywadivulgazione.it/carbonio-fantasma-la-faccia-nascosta-della-lotta-al-cambiamento-climatico/), la faccia nascosta della lotta al cambiamento climatico. Sono il manuale per riconoscere quando una soluzione climatica è soluzione e quando è copertura.## **Il manuale del lettore critico** Riconoscere un frame di rinvio è una competenza civica, non un superpotere. Si impara con la pratica e si esercita con tre domande, da farsi a freddo davanti a una frase che riguardi il clima. Prima domanda. Qual è la conclusione operativa di questa frase? Se al netto delle premesse, qualunque siano, la conclusione operativa è «meglio non agire», «meglio aspettare», «meglio lasciar fare ad altri», state leggendo un frame di rinvio. Indipendentemente dal tono. Indipendentemente dalla competenza apparente di chi parla. Indipendentemente dal numero di dati che cita. La direzione conta più delle premesse. Seconda domanda. La frase parte da una verità parziale per arrivare a una conclusione assoluta? «Le rinnovabili dipendono in parte dalla Cina» è una verità parziale. «Quindi non installiamole» è una conclusione assoluta. Il primo enunciato è legittimo, il secondo è disinformazione. Il salto fra i due è il salto retorico tipico del rinvio. Quando lo riconoscete, lo nominate. Terza domanda. La persona sta cambiando piano del discorso per non perdere sul piano precedente? Una discussione climatica si svolge legittimamente su cinque piani: scientifico, economico, sociale, geopolitico, culturale. Cambiare piano è permesso, anzi spesso è necessario. Diventa frame di rinvio quando si cambia piano ogni volta che si rischia di perdere su quello in cui si è. «Scientificamente è vero, però economicamente no» è ammissibile. Ma se al primo dato economico arriva «certo, però politicamente», e al primo dato politico arriva «certo, però culturalmente», la persona non sta argomentando. Sta scappando. Tre domande, un solo principio: il rinvio non si nasconde mai nei dettagli, si nasconde sempre nella direzione complessiva. Imparate a leggere la direzione.## **Cosa fare, concretamente** Riconoscere è il primo passo. Il secondo è verificare. Le fonti per farlo esistono, sono pubbliche, sono gratuite, sono in parte tradotte in italiano. Le riepiloghiamo per chi vuole costruirsi un kit minimo. Sul consenso scientifico, la fonte è il [Sesto rapporto di valutazione dell’IPCC](https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg1/downloads/report/IPCC_AR6_WGI_SPM.pdf), il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico, l’organo scientifico ONU di riferimento sul clima. La Summary for Policymakers del Working Group I, approvata da 195 governi, si apre con una frase che vale la pena conoscere a memoria. «È inequivocabile che l’influenza umana abbia riscaldato l’atmosfera, l’oceano e le terre emerse. Cambiamenti rapidi e diffusi si sono verificati nell’atmosfera, nell’oceano, nella criosfera e nella biosfera». È la sintesi di oltre quattordicimila paper scientifici, sottoscritta dai 234 autori principali del Working Group I. Non è un parere, è il consenso scientifico per come la scienza lo costruisce. Sui costi della transizione, la fonte è il rapporto annuale IRENA «Renewable Power Generation Costs», integrato dal report «24/7 Renewables» del maggio 2026. Sono il punto di riferimento per chiunque voglia capire dove sono davvero arrivate le rinnovabili sul piano economico. Sui dati italiani aggiornati, la fonte primaria è [Terna](https://www.terna.it/it/media/comunicati-stampa/dettaglio/consumi-elettrici-2025), che pubblica i bilanci elettrici nazionali con cadenza mensile e annuale. Sui falsi miti più diffusi nel dibattito italiano, è utile la piattaforma di Italy for Climate, iniziativa della Fondazione per lo sviluppo sostenibile. Sul bilancio globale delle emissioni, il punto di riferimento è il [Global Carbon Budget](https://globalcarbonbudget.org/fossil-fuel-co2-emissions-hit-record-high-in-2025/), aggiornato ogni anno a novembre in occasione delle COP. Quattro fonti, quattro link, dieci minuti di lettura per ciascuna. È il minimo sindacale per non farsi raccontare il clima da chi ha interesse a raccontarlo male. È molto meno tempo di quello che si spende ogni giorno a leggere opinioni su come va il mondo.## **Eywa dice** Il negazionismo climatico classico esiste ancora e non va sottovalutato. Ma nei canali analizzati dal CCDH è in netto declino misurabile. Il problema oggi non è più solo chi nega il problema. È chi accetta il problema, e poi, con tono sempre garbato, sempre prudente, sempre pieno di dati di contesto, ci spiega perché non possiamo farci niente. Il rinvio non si presenta come negazionismo. Si presenta come buonsenso. Per questo è più efficace. Per questo va imparato a riconoscere prima che a contestare. C’è una buona notizia in tutto questo. Come scrive il CCDH, il negazionismo si è spostato sulle soluzioni proprio perché ha perso la battaglia sull’esistenza del problema. Vuol dire che la scienza ha vinto un round. Vuol dire che il pubblico, in maggioranza, sa già che il clima sta cambiando e che è colpa nostra. Resta da vincere il round successivo, quello sulle soluzioni. E si vince esattamente nello stesso modo in cui si è vinto il primo: con i dati, con la pazienza, con la capacità di non lasciarsi spostare il discorso ogni volta che qualcuno alza il sopracciglio e dice «sì, però».## **Approfondimenti Eywa** [Net zero e decarbonizzazione avanzata, la grande illusione verde](https://eywadivulgazione.it/net-zero-e-decarbonizzazione-avanzata-la-grande-illusione-verde/) Eywa Divulgazione, 2025, analisi delle soluzioni climatiche presentate come trasformative ma in realtà conservative dello status quo fossile. [Carbonio fantasma, la faccia nascosta della lotta al cambiamento climatico](https://eywadivulgazione.it/carbonio-fantasma-la-faccia-nascosta-della-lotta-al-cambiamento-climatico/) Eywa Divulgazione, 2025, sulla contabilità climatica e sui meccanismi di compensazione che spostano l’inquinamento invece di ridurlo. [Etichette impatto zero, riconoscere il greenwashing](https://eywadivulgazione.it/etichette-impatto-zero-riconoscere-greenwashing-nuove-leggi-ue/) Eywa Divulgazione, 2025, guida operativa per riconoscere il greenwashing aziendale, gemello civico del presente dossier sul greenwashing del negazionismo. [Falle invisibili del pianeta, le mega perdite di metano](https://eywadivulgazione.it/falle-invisibili-pianeta-come-mega-perdite-metano-stanno-incendiando-clima-globale/) Eywa Divulgazione, 2025, sulle perdite di metano e sulla complessità della responsabilità climatica per Paese. [Rinnovabili senza distruggere la natura, le soluzioni che funzionano](https://eywadivulgazione.it/rinnovabili-senza-distruggere-la-natura-le-soluzioni-che-funzionano/) Eywa Divulgazione, 2025, come installare rinnovabili rispettando biodiversità, paesaggio e suolo. [Rinnovabili, il costo nascosto di litio, cobalto, acqua](https://eywadivulgazione.it/rinnovabili-costo-nascosto-litio-cobalto-acqua/) Eywa Divulgazione, 2025, analisi dei nodi reali della transizione, riconoscere i quali non significa rinunciarvi. [Transizione energetica possibile, Cina esempio](https://eywadivulgazione.it/transizione-energetica-possibile-cina-esempio/) Eywa Divulgazione, 2025, ribaltamento del luogo comune sul disimpegno dei grandi inquinatori, basato sui dati di investimento cinese in rinnovabili.## **Bibliografia essenziale** [Discourses of climate delay](https://www.cambridge.org/core/journals/global-sustainability/article/discourses-of-climate-delay/7B11B722E3E3454BB6212378E32985A7) Lamb, W. F. e altri, 2020, Global Sustainability 3, Cambridge University Press, studio fondante sulla tassonomia dei discorsi di rinvio climatico, con identificazione delle quattro macro-categorie e dei dodici sotto-discorsi. [Sixth Assessment Report, Working Group 1, Summary for Policymakers](https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg1/downloads/report/IPCC_AR6_WGI_SPM.pdf) IPCC, 2021, sintesi del consenso scientifico sul cambiamento climatico approvata da 195 governi, base di riferimento per qualunque discussione fondata. [The New Climate Denial](https://counterhate.com/research/the-new-climate-denial/) Center for Countering Digital Hate, 2024, analisi su dodicimila video YouTube da 96 canali noti per contenuti negazionisti fra 2018 e 2023, documenta lo spostamento del negazionismo dal piano dell’esistenza del problema al piano dell’attacco alle soluzioni. [Global Carbon Budget 2025](https://globalcarbonbudget.org/fossil-fuel-co2-emissions-hit-record-high-in-2025/) Global Carbon Project, 2025, aggiornamento annuale sulle emissioni globali di CO2 fossile e sul carbon budget residuo per gli obiettivi climatici. [Renewable Power Generation Costs in 2024](https://www.irena.org/Publications/2025/Jun/Renewable-Power-Generation-Costs-in-2024) IRENA, Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, 2025, analisi internazionale sui costi delle rinnovabili e sulla competitività economica rispetto alle fossili. [24/7 Renewables, The Economics of Firm Solar and Wind](https://www.irena.org/Publications/2026/May/247-Renewables-The-Economics-of-Firm-Solar-and-Wind) IRENA, 2026, analisi sui costi dei sistemi ibridi solare-eolico-storage e sulla loro competitività rispetto alle centrali fossili. [Consumi elettrici 2025, dati ufficiali](https://www.terna.it/it/media/comunicati-stampa/dettaglio/consumi-elettrici-2025) Terna, gennaio 2026, bilancio elettrico nazionale italiano per l’anno 2025, comprensivo delle percentuali di copertura della domanda da fonti rinnovabili. [Il 2025, un anno con segno meno per le rinnovabili](https://italyforclimate.org/il-2025-un-anno-con-segno-meno-per-le-rinnovabili-confronto-a-key-2026/) Italy for Climate, Fondazione per lo sviluppo sostenibile, 2026, analisi italiana sul rallentamento delle installazioni di rinnovabili e sul ruolo della disinformazione nel frenare la transizione. **Categorie:** Attualità, Dossier --- ### [La nave sta ferma, l'aria no: cosa cambia (e cosa no) per i porti italiani](https://eywadivulgazione.it/cold-ironing-porti-italiani-fumi-navi-2026/) **Published:** Aprile 28, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Se vivete vicino a un porto, conoscete già due segni. Sulle auto parcheggiate al mattino c’è un velo grigio che non viene via con il primo colpo di spugna. Verso il mare, nelle giornate di traffico portuale intenso, c’è una striscia giallognola sospesa appena sopra l’orizzonte. Il primo è fuliggine. La seconda è legata agli ossidi di zolfo, l’anidride solforosa che esce dalle ciminiere e reagisce in atmosfera fino a diventare aerosol di solfati, le particelle che diffondono la luce e tingono il cielo di quel colore inconfondibile. Vengono dallo stesso posto. Dalle navi ormeggiate, che bruciano combustibile anche quando non vanno da nessuna parte. Una nave all’ormeggio non è una nave spenta. I motori principali tacciono, sì. Ma i generatori ausiliari girano, perché una nave da crociera o un portacontainer è un’intera città galleggiante: ogni cabina ha la sua luce, ogni stiva la sua temperatura controllata, e quella città non stacca mai la corrente. Solo che al posto del contatore Enel ha una ciminiera. ## Quello che è cambiato il 1° maggio 2025 Da quel giorno il Mediterraneo è ufficialmente una **SECA**, sigla che sta per area di controllo delle emissioni di zolfo. In pratica, le navi che lo attraversano devono bruciare combustibile cinque volte più pulito rispetto a prima. Tradotto: prima per ogni cento chili di combustibile marittimo bruciato mezzo chilo era zolfo, ora è un etto. La differenza si sente nei polmoni dei quartieri costieri, e la Commissione europea stima che il solo passaggio al nuovo limite eviterà almeno mille morti premature l’anno nel bacino, e oltre duemila nuovi casi di asma infantile. È una buona notizia. Va detta con la stessa nettezza con cui va detto il resto. Perché il Mediterraneo è arrivato a questo traguardo **diciannove anni dopo il Mar Baltico**, che ha la stessa regola dal 2006. Diciassette anni e mezzo dopo il Mare del Nord. Quasi tredici dopo il Nord America. Una delle coste più densamente abitate e turisticamente battute del pianeta, quella su cui si affacciano oltre cinquecento milioni di persone, è stata l’ultima della lista. Diciannove anni di scarto, mille morti l’anno solo nello scenario più prudente. Il calcolo non lo facciamo noi al posto di chi legge. Serve solo tenere presente la domanda che quel calcolo solleva. ## Quello che non è cambiato La nuova regola tocca lo zolfo, non la combustione. Una nave che brucia combustibile più pulito continua a produrre **ossidi di azoto** (la famiglia di gas acidi che esce da qualunque motore diesel, dalla nave al camion), particolato ultrafine, carbonio nero, anidride carbonica. Per gli ossidi di azoto nel Mediterraneo non esiste ancora una zona di controllo, e nessuno sa quando arriverà. E poi resta il punto centrale di tutta la storia. La nave a motori spenti non spegne i generatori ausiliari. Continua a bruciare combustibile in banchina, per ore, talvolta per giorni. Il limite allo zolfo si applica anche lì, certo. Ma l’unico modo vero per spegnere quei generatori è uno solo. Si chiama **cold ironing**, espressione inglese che significa letteralmente «ferro freddo». Una presa elettrica grande, molto grande, al molo, alla tensione e alla frequenza giuste per alimentare una nave da crociera o un portacontainer mentre è ferma. La nave si attacca alla rete di terra. Le ciminiere si raffreddano. L’aria del quartiere respira. ## A che punto è l’Italia, oggi A questo punto. La cornice europea c’è, e impone l’obbligo per i grandi porti italiani entro il **1° gennaio 2030**. I fondi PNRR ci sono, e ammontano a circa 922 milioni di euro per 56 progetti in una quarantina di porti. La scadenza nazionale era fissata al 31 marzo 2026, ed è già stata spostata al 30 giugno 2026 dalla legge n. 50 del 20 aprile scorso. Tre mesi in più, ma anche il segnale chiaro che la prima scadenza non si sarebbe potuta rispettare. A gennaio 2026 è arrivato il decreto che da anni mancava: il decreto del Ministero delle Infrastrutture n. 10 del 22 gennaio 2026, che finalmente disciplina chi gestirà il servizio di cold ironing nei porti, come si recupereranno i costi, come si farà a evitare che la presa elettrica costi più del combustibile bruciato a bordo. Sulla carta è il passo decisivo. Nella realtà, alla fine di aprile 2026, **dalle fonti pubbliche consultabili non risulta ancora un quadro di gare bandite per scegliere i gestori del servizio**. Finché le gare non partiranno, anche le banchine già attrezzate non potranno alimentare nessuna nave. La cabina elettrica resterà accesa a vuoto, e i generatori delle navi continueranno a girare. A Genova, per dare un metro concreto, la cabina è stata installata a dicembre 2025, le prime prove sui Ponti dei Mille Ponente e Andrea Doria Ponente sono partite a marzo, il collaudo tecnico è atteso a giugno, l’individuazione del gestore «subito dopo l’estate». L’operatività piena, se tutto va bene, entro fine 2026. E Genova è il porto italiano più avanti nel processo. Un dato per inquadrare meglio: nel rapporto Transport & Environment di marzo 2026 sull’inquinamento da traghetti, **quattro porti italiani sono nella top dieci europea per emissioni**. Genova è quinta, Livorno settima, Palermo ottava, Civitavecchia nona. ## Tre anni e mezzo, e cosa si può chiedere In mezzo, fra l’oggi e l’obbligo europeo, ci sono poco più di tre anni e mezzo. Sono ancora un tempo in cui qualcosa si può chiedere, e ottenere. La prima cosa è informazione. Le Autorità di Sistema Portuale pubblicano lo stato dei lavori PNRR con una granularità insufficiente, banchina per banchina non si capisce niente. **Qualsiasi cittadino può chiedere conto, via PEC, alla propria Autorità di Sistema Portuale**, usando lo strumento dell’accesso civico generalizzato (il [«FOIA italiano»](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/) introdotto nel 2016). Eywa ha già depositato richieste per sei porti, e pubblicheremo nei prossimi giorni i modelli pronti da firmare. La seconda cosa è vigilanza sull’aria. ARPAL Liguria e le altre agenzie regionali pubblicano dati, ma servono serie storiche aperte, scaricabili, con la disaggregazione per fonte quando è possibile. Anche questa è una richiesta che si può fare, e Eywa fornirà il modello: chi vuole iniziare prima trova qui il [manuale operativo per monitorare l’aria del proprio quartiere](https://eywadivulgazione.it/manuale-monitorare-aria-quartiere-da-casa/). La terza cosa è rappresentanza. I parlamentari del proprio collegio possono porre interrogazioni scritte al Ministero. I consiglieri comunali possono deliberare mozioni di indirizzo alle Autorità di Sistema Portuale. Le mozioni non vincolano, ma creano un fascicolo pubblico. E i fascicoli pubblici, a differenza delle promesse, restano agli atti. Il combustibile, dal 1° maggio 2025, è più pulito di quanto fosse un giorno prima. Il cavo, in troppi porti italiani, non è ancora in vista. La SECA è arrivata. Adesso serve che arrivino spina e prese elettriche. ### Scarica il dossier tecnico completo Questo articolo è la sintesi di un’analisi più ampia. Il dossier Eywa completo di 16 pagine e 9 capitoli completi e precisi con riferimenti normativi e una bibliografia completa è disponibile in PDF gratuito. 👉 Scarica il dossier tecnico completo in PDF per approfondire la problematica dell’inquinamento delle navi in porto e delle soluzioni già possibili e la spiegazione di come interfacciarsi con le istituzioni. \[protected\_pdf url=”https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/lm\_uploads/2026/04/dossier\_fumi\_banchina\_v8.pdf” label=”Scarica il PDF”\] **Categorie:** Articoli --- ### [Prima che arrivino le motoseghe: come monitorare il verde urbano in anticipo](https://eywadivulgazione.it/prima-che-arrivino-le-motoseghe-come-monitorare-il-verde-urbano-in-anticipo/) **Published:** Maggio 15, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) La notizia dell’abbattimento arriva quasi sempre dopo. Il cantiere è già allestito, la transenna è già montata, l’albero è già segnato con la vernice. A quel punto il cittadino può ancora fare molto, ma si trova a rincorrere una decisione già presa e spesso già formalizzata da mesi. Questo manuale serve a spostarsi *prima*: a capire dove vivono, nei documenti pubblici, le informazioni sugli alberi a rischio, e come ottenerle in anticipo rispetto a qualsiasi annuncio. Non si tratta di sapere cosa è un [Piano del Verde comunale](https://eywadivulgazione.it/piano-verde-come-leggerlo/), né di conoscere [gli atti da richiedere quando l’abbattimento è già deciso](https://eywadivulgazione.it/abbattimento-alberi-comune-atti-perizie-diritti/). Quei temi sono già stati trattati su Eywa. Qui si lavora nello spazio temporale precedente: la sorveglianza ordinaria, sistematica, che trasforma il cittadino da spettatore indignato a interlocutore informato.## **Il censimento arboreo: il registro che pochi conoscono** Il punto di partenza è il [censimento arboreo comunale](https://eywadivulgazione.it/alberi-citta-genova-verde-pubblico-il-protocollo-dati-devono-seguirlo/), uno strumento tecnico distinto dal Piano del Verde e spesso ignorato nel dibattito pubblico. Il Piano del Verde è un documento strategico di programmazione; il censimento arboreo è un registro operativo. Nei sistemi più evoluti contiene i dati delle alberature pubbliche censite, georeferenziate con coordinate e identificate da un codice univoco (ID alberatura). Nei Comuni più strutturati, e in quelli dove la pressione civica ha prodotto risultati concreti, accanto ai dati di identificazione possono essere presenti indicatori fitostatici: classe di propensione al cedimento secondo la metodologia VTA (Visual Tree Assessment) o equivalente, data dell’ultima perizia fitostatica, valutazioni di rischio secondo le metodologie adottate dall’ente, note di intervento programmato: potatura straordinaria, monitoraggio accelerato, abbattimento previsto. Sono questi ultimi campi, quando presenti, a fare la differenza: è lì che l’informazione sull’albero a rischio compare mesi prima di qualunque annuncio pubblico. Non tutti i Comuni hanno un censimento digitale aggiornato. Ma il cittadino ha strumenti precisi per ottenerlo o verificarne l’esistenza. La via è l’accesso civico generalizzato previsto dal [D.Lgs. 33/2013](https://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/2013_0033.htm), art. 5, comma 2: uno strumento che non richiede motivazione e che si applica ai dati, documenti e informazioni già detenuti dalla pubblica amministrazione, salvo i limiti e le esclusioni previsti dall’art. 5-bis (privacy, sicurezza, interessi economici e commerciali, segreti). Va tenuto presente che l’accesso civico non obbliga il Comune a produrre nuovi elaborati o dataset: riguarda ciò che l’ente già possiede. La richiesta va indirizzata all’ufficio Verde Pubblico o all’ufficio competente per il patrimonio arboreo, con oggetto esplicito: «Accesso civico generalizzato ex art. 5 co. 2 D.Lgs. 33/2013 — Censimento arboreo comunale». I campi tecnici da richiedere espressamente sono: ID alberatura, specie, localizzazione georeferenziata, classe di rischio, data ultima perizia VTA o equivalente, note di intervento programmato o monitoraggio. Se il Comune risponde che il censimento non esiste in forma strutturata, quella risposta è già una informazione utile: documenta una lacuna amministrativa su cui vale la pena insistere, anche in forma pubblica.## **La programmazione annuale degli interventi: il cronoprogramma che non viene pubblicizzato** Molti Comuni gestiscono il verde tramite appalti esterni, altri mantengono una gestione diretta o mista. Nel caso degli appalti, i contratti, spesso pluriennali, possono includere un cronoprogramma degli interventi: potature ordinarie, abbattimenti programmati per fine vita o rischio fitostatico, sostituzioni, manutenzioni straordinarie. Questo cronoprogramma può essere contenuto negli allegati tecnici, nel capitolato, nel piano di manutenzione o nella documentazione esecutiva collegata all’appalto: è un documento pubblico e come tale accessibile. Il punto è sapere dove cercarlo. Il primo passaggio è identificare il contratto attivo: il Comune pubblica gli atti di gara e i contratti nella sezione «Amministrazione trasparente / Bandi di gara e contratti» del proprio sito istituzionale, o nel profilo del committente dedicato agli appalti. Cercando «manutenzione verde pubblico» o «gestione patrimonio arboreo» in quella sezione, si trova l’aggiudicazione più recente con il nome della ditta e il numero di contratto. Da lì si può richiedere, sempre con accesso civico generalizzato, il testo integrale del contratto e gli allegati tecnici, tra cui il piano degli interventi. All’interno di questi documenti si cercano, ove previsti, gli elenchi di abbattimenti programmati per tipologia di intervento, i codici alberatura corrispondenti e le finestre temporali per ciascuna categoria di lavoro. Questo passaggio richiede qualche ora di lavoro, ma produce una mappa delle intenzioni dell’amministrazione con settimane o mesi di anticipo rispetto a qualsiasi annuncio pubblico.## **L’albo pretorio online come sistema di allerta precoce** L’Albo Pretorio online è il canale ordinario di pubblicazione legale degli atti comunali soggetti a pubblicazione obbligatoria: determinazioni dirigenziali, ordinanze e altri provvedimenti quando la normativa o l’ente ne prevedono la pubblicazione. È, di fatto, il luogo dove le decisioni diventano formalmente esistenti prima di diventare cantieri. Il punto di ingresso pratico è la funzione di ricerca testuale dell’Albo Pretorio comunale. Le parole chiave da monitorare sistematicamente sono: «abbattimento», «rimozione alberatura», «taglio alberatura», «verde pubblico manutenzione straordinaria», «ordinanza sicurezza alberi», «nulla osta taglio». Una ricerca settimanale con questi termini permette di intercettare le determine dirigenziali che autorizzano interventi sul patrimonio arboreo prima che i mezzi si presentino in strada. Le ordinanze di rimozione urgente per motivi di sicurezza pubblica sono particolarmente rilevanti: vengono emesse in tempi brevi e danno luogo a cantieri altrettanto rapidi, spesso senza comunicazione preventiva ai residenti. Trovarle sull’Albo Pretorio il giorno stesso della pubblicazione è l’unico modo per intervenire in tempo utile. Quando il portale lo consente, è possibile attivare notifiche automatiche per nuove pubblicazioni: è la funzione da cercare per prima.## **Il piano triennale delle opere pubbliche e la pubblicità legale degli appalti** Un segmento significativo degli abbattimenti non avviene nell’ambito di interventi sul verde, ma in seguito a [lavori stradali, infrastrutturali o di riqualificazione urbana](https://eywadivulgazione.it/alberi-cantieri-urbani-tutela-aggirata/). Questi abbattimenti passano quasi sempre sotto il radar del cittadino attento al verde, perché non compaiono nella programmazione arborea ma in quella delle opere pubbliche. Le amministrazioni inseriscono nel Programma Triennale dei Lavori Pubblici (PTLP) i lavori di importo stimato pari o superiore a 150.000 euro, elencandoli con localizzazione, importo e tipologia per i tre anni successivi. Incrociare questo programma con la mappa del censimento arboreo, anche senza strumenti GIS professionali, è possibile: la localizzazione delle opere è espressa in indirizzi o tratti stradali, e la mappa arborea comunale, quando disponibile in formato OpenData, può essere consultata su portali come il Geoportale comunale o su OpenStreetMap con layer dedicati. Per i lavori sotto soglia, che non compaiono nel programma triennale, il monitoraggio dell’Albo Pretorio e della BDNCP resta il canale principale. Il secondo strumento è il sistema ANAC per la pubblicità legale degli appalti. Con il [D.Lgs. 36/2023](https://www.codiceappalti.it/DLGS_36_2023/Articolo_27__Pubblicit%C3%A0_legale_degli_atti_/12631) (nuovo Codice dei contratti pubblici), il riferimento primario è oggi la Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici (BDNCP) e la Piattaforma di pubblicità legale ANAC, accessibile su [pubblicitalegale.anticorruzione.it](https://pubblicitalegale.anticorruzione.it). Il SIMOG resta uno strumento di consultazione storica ancora operativo, ma per i dati aggiornati sulle gare in corso la BDNCP è il canale da privilegiare. Una ricerca periodica per stazione appaltante, filtrando per categorie come «lavori stradali», «riqualificazione urbana» o «opere del verde», consente di individuare cantieri programmati con largo anticipo.## **Le autorizzazioni paesaggistiche: la tutela che esiste ma va verificata** Per le alberature collocate in aree sottoposte a vincolo paesaggistico, o interessate da specifiche forme di tutela, la disciplina può essere più stringente. Il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio ([D.Lgs. 42/2004](https://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/2004_0042.htm)) tutela, tra l’altro, le aree boscate e gli alberi che ricadono in perimetri vincolati ai sensi degli artt. 136 e 142. Una forma di tutela specifica riguarda gli alberi monumentali: l’art. 7 della [Legge 10/2013](https://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/2013_0010.htm) (poi esteso dal D.Lgs. 34/2018 ai boschi vetusti) ha istituito l’elenco nazionale degli alberi monumentali d’Italia, gestito dal [MASAF](https://www.masaf.gov.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/11257) sulla base dei censimenti comunali. Per le alberature iscritte all’elenco la tutela è concreta: il Ministero esprime parere obbligatorio e vincolante sulle autorizzazioni di abbattimento o sulle modifiche della chioma e dell’apparato radicale, e le sanzioni per la trasgressione vanno da 5.000 a 100.000 euro. Anche le alberature che potrebbero figurarvi, su segnalazione del cittadino al proprio Comune, beneficiano di una procedura amministrativa più tracciabile. Quando invece l’alberatura ricade in area sottoposta a vincolo paesaggistico più generale, l’abbattimento può richiedere autorizzazione paesaggistica ai sensi dell’[art. 146 D.Lgs. 42/2004](https://www.brocardi.it/codice-dei-beni-culturali-e-del-paesaggio/parte-terza/titolo-i/capo-iv/art146.html), rilasciata dall’amministrazione competente (Comune, Regione o ente delegato), con il coinvolgimento della Soprintendenza nei casi previsti, oppure può rientrare tra gli interventi esclusi o sottoposti a procedura semplificata dal [DPR 31/2017](https://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/2017_0031.htm). Per questo la verifica va fatta caso per caso. Verificare se un’alberatura è soggetta a tutela paesaggistica è possibile consultando il Piano Paesaggistico Regionale (PPR) e le relative cartografie di vincolo, accessibili sui geoportali regionali. Se un albero ricade in area vincolata, l’abbattimento può generare una procedura amministrativa tracciabile: un ulteriore punto di monitoraggio per il cittadino, salvo i casi di esclusione o semplificazione previsti dalla normativa. Vale la pena dirlo chiaramente: la Legge 10/2013 «Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani», oltre alla tutela degli alberi monumentali, richiama principi di tutela, incremento e rendicontazione del verde urbano, da leggere insieme ai regolamenti comunali, alle norme regionali e ai capitolati di appalto. Non è una legge immediatamente coercitiva su ogni singolo abbattimento, ma è una base normativa a cui fare riferimento esplicito nelle richieste di accesso agli atti.## **Il SUAP e lo Sportello Unico Edilizia: quando è un privato a chiedere il taglio** Non tutti gli abbattimenti di alberi su suolo o confine pubblico originano da decisioni comunali. Quando un privato richiede autorizzazione al taglio di alberature su area di sua pertinenza che ricade in zona tutelata, o che interferisce con un intervento edilizio su area confinante con suolo pubblico, la pratica transita per il SUAP (Sportello Unico per le Attività Produttive) o per lo Sportello Unico Edilizia (SUE). Gli atti di questi sportelli possono essere richiesti nei limiti dell’accesso civico generalizzato e delle esclusioni applicabili: le pratiche di privati contengono spesso dati personali o elaborati progettuali che possono restringere l’accesso. In alcuni casi può essere più adatto l’accesso documentale ex [L. 241/1990](https://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/1990_0241.htm), quando si può dimostrare un interesse diretto, concreto e attuale. Quando il portale comunale consente ricerche pubbliche per localizzazione o tipologia di intervento, questo può offrire un ulteriore canale di allerta precoce; negli altri casi resta la strada della richiesta mirata di accesso agli atti, con i limiti applicabili per dati personali, elaborati progettuali e interessi privati coinvolti.## **Mettere insieme i pezzi** C’è un ultimo aspetto importante. Nessuno di questi strumenti funziona isolatamente: il loro valore sta nell’incrocio sistematico. Il censimento arboreo fornisce la mappa dei soggetti a rischio. Il cronoprogramma degli appalti e il Programma Triennale dei Lavori Pubblici forniscono la mappa delle intenzioni dell’amministrazione. L’Albo Pretorio e la piattaforma ANAC (BDNCP) forniscono gli atti formali nel momento in cui vengono adottati. Le autorizzazioni paesaggistiche e i procedimenti SUAP aggiungono i flussi privati. Un cittadino, un comitato o un’associazione che monitora questi canali con cadenza settimanale dispone di un sistema di allerta precoce reale, costruito interamente su fonti istituzionali e documentazione pubblica. Non è un sistema infallibile: l’amministrazione può sempre agire in urgenza, e i tempi burocratici possono essere compressi in modi che anche il monitoraggio più attento non riesce ad anticipare. Ma è il sistema migliore disponibile, e in molti casi può fare la differenza, soprattutto quando gli interventi sono programmati e non emergenziali. E qui sta il punto operativo. Il primo passo concreto costa quindici minuti: aprire il sito del proprio Comune, raggiungere la sezione Albo Pretorio, salvarne il link e, dove la funzione è disponibile, attivare le notifiche automatiche. Da lì, settimana dopo settimana, si possono aggiungere gli altri canali: Amministrazione trasparente per gli appalti, Geoportale regionale per i vincoli, BDNCP per le gare. Il monitoraggio del verde urbano non si costruisce in un giorno, ma inizia in un pomeriggio.## **Approfondimenti Eywa** Per approfondire i passi successivi alla fase di monitoraggio, Eywa ha già pubblicato due manuali operativi complementari a questo: [Come leggere il Piano del Verde comunale](https://eywadivulgazione.it/piano-verde-come-leggerlo/), dedicato alla valutazione della qualità della programmazione strategica arborea del proprio Comune, e [Abbattimento alberi: atti, perizie e diritti del cittadino](https://eywadivulgazione.it/abbattimento-alberi-comune-atti-perizie-diritti/), dedicato a come muoversi una volta che la decisione di abbattere è già stata adottata. Ulteriori riferimenti utili: [Segnalare un problema al Comune: accesso agli atti e FOIA](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/), [Alberi in città a Genova: il protocollo dati che i Comuni devono seguire](https://eywadivulgazione.it/alberi-citta-genova-verde-pubblico-il-protocollo-dati-devono-seguirlo/), [Alberi e cantieri urbani: la tutela aggirata](https://eywadivulgazione.it/alberi-cantieri-urbani-tutela-aggirata/), [Perché nelle città italiane tagliano gli alberi](https://eywadivulgazione.it/perche-nelle-citta-italiane-tagliano-gli-alberi/).## **Bibliografia essenziale** [D.Lgs. 14 marzo 2013, n. 33](https://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/2013_0033.htm), «Riordino della disciplina riguardante il diritto di accesso civico e gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni», artt. 5 e 5-bis. [Legge 7 agosto 1990, n. 241](https://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/1990_0241.htm), «Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi», artt. 22 e seguenti (accesso documentale). [Legge 14 gennaio 2013, n. 10](https://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/2013_0010.htm), «Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani», con particolare riferimento all’art. 7 (alberi monumentali), come modificato dall’art. 16 D.Lgs. 34/2018. [D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42](https://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/2004_0042.htm), «Codice dei beni culturali e del paesaggio», artt. 136, 142 (beni paesaggistici) e [146](https://www.brocardi.it/codice-dei-beni-culturali-e-del-paesaggio/parte-terza/titolo-i/capo-iv/art146.html) (autorizzazione paesaggistica). [DPR 13 febbraio 2017, n. 31](https://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/2017_0031.htm), «Regolamento recante individuazione degli interventi esclusi dall’autorizzazione paesaggistica o sottoposti a procedura autorizzatoria semplificata». [D.Lgs. 31 marzo 2023, n. 36](https://www.codiceappalti.it/DLGS_36_2023/Articolo_27__Pubblicit%C3%A0_legale_degli_atti_/12631), «Codice dei contratti pubblici», con particolare riferimento agli artt. 27 (pubblicità legale) e 37 (programmazione). Decreto interministeriale 23 ottobre 2014, «Istituzione dell’elenco degli alberi monumentali d’Italia e principi e criteri direttivi per il loro censimento» (attuativo dell’art. 7 L. 10/2013): elenco aggiornato e criteri su [MASAF — Alberi monumentali d’Italia](https://www.masaf.gov.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/11257). ANAC — Banca Dati Nazionale dei Contratti Pubblici (BDNCP) e Piattaforma di pubblicità legale: [pubblicitalegale.anticorruzione.it](https://pubblicitalegale.anticorruzione.it). ANAC — SIMOG (Sistema Informativo Monitoraggio Gare, riferimento storico/operativo): [simog.anticorruzione.it](https://simog.anticorruzione.it). ANAC — [Delibera n. 1309 del 28 dicembre 2016](https://www.anticorruzione.it/-/l-accesso-civico-c.d.-generalizzato-artt.-5-co.-2-e-5-bis-d.lgs.-33/2013-) sull’accesso civico generalizzato (FOIA). Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, [Linee guida per la gestione del verde urbano e prime indicazioni per una pianificazione sostenibile, 2017](https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/linee_guida_finale_25_maggio_17-pdf). **Categorie:** Attualità, Manuali --- ### [Perché i Comuni italiani tagliano alberi maturi e li sostituiscono con alberelli che muoiono](https://eywadivulgazione.it/perche-comuni-italiani-tagliano-alberi-maturi-sostituiscono-alberelli/) **Published:** Maggio 14, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ***Sotto i post sugli alberi tagliati gira una teoria cospirativa: l’Unione europea regalerebbe mille euro per ogni albero piantato e i Comuni, per intascare la differenza, abbatterebbero alberi sani. Non è così. Ma il problema vero è peggio della teoria.***## **La teoria che gira sotto i post** Sotto i post che documentano abbattimenti urbani, ormai compare con una certa regolarità lo stesso commento. Si dice che l’Unione europea avrebbe stabilito, con una qualche manovra «green», di riconoscere ai Comuni una somma per ogni albero piantato. Si dice che, fatta la legge, sia stato trovato l’inganno: il Comune abbatte un albero esistente, ne pianta uno scarso al posto, intasca la differenza. Si invita a leggere «il decreto della Ue». Quel decreto non esiste. Il meccanismo descritto, mille euro per albero come premio diretto alla sostituzione di singole alberature stradali, non corrisponde a nessuno strumento europeo o nazionale. Non c’è un canale di finanziamento che funzioni in quel modo. Esistono altri fondi, e funzionano in modo molto diverso. Ne circola un’altra, sotto gli stessi post e con frequenza simile. Si dice che i tagli servano a favorire la propagazione del segnale 5G: le chiome bloccherebbero le onde, le antenne avrebbero bisogno di viali sgomberi. Anche questa non regge. Le reti 5G italiane usano bande diverse (700 MHz, 3,6-3,8 GHz e 26 GHz). La copertura mobile ordinaria si appoggia soprattutto alle bande sotto i 6 GHz, dove la vegetazione produce attenuazioni modeste, normalmente gestibili nella pianificazione radio. Le onde millimetriche, come la banda 26 GHz, sono più sensibili agli ostacoli e alla vegetazione, ma vengono impiegate per usi puntuali ad alta capacità (stadi, hub commerciali, piccole celle in aree affollate), con infrastrutture fitte e ravvicinate: la soluzione ingegneristica a quei limiti è la densificazione degli impianti, non l’abbattimento dei viali. Aggiungiamo un dettaglio amministrativo: gli operatori telefonici non hanno alcun potere di disporre tagli sul patrimonio arboreo dei Comuni. C’è anche un riscontro empirico. Capitozzature massive e abbattimenti seriali sono documentati nelle città italiane da prima dell’attivazione del 5G e proseguono identici nei quartieri dove la rete è in funzione da anni. Non c’è correlazione fra i due fenomeni. In entrambe le teorie, quella dei mille euro a pianta e quella delle antenne, la struttura mentale è la stessa: cercare un’autorità nascosta, esterna, che decida al posto della politica locale. Il sospetto è comprensibile, perché la perdita di alberi è reale ed è grave. La causa, però, è un’altra. **E qui sta il punto**: anche se queste teorie sono false, intercettano qualcosa di vero. Le persone vedono cose che non tornano. Vedono alberi maturi tagliati in poche ore, vedono alberelli fragili messi al loro posto e poi abbandonati a se stessi, vedono capitozzature che riducono platani secolari a tronchi nudi. Il problema non è inventato. Sono inventate la causa e il movente. La realtà è meno romanzesca e più strutturale.## **Quello che la legge prevede già** Lo Stato italiano ha già scritto le regole. Il problema, in molte città, è che vengono applicate poco e male. La **legge 14 gennaio 2013, n. 10**, *Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani*, ha introdotto due strumenti di trasparenza che dovrebbero essere routine. L’articolo 2, lettera c), inserisce nella legge 113/1992 un nuovo articolo 3-bis. Per effetto del collegamento strutturale con l’obbligo di piantumazione previsto dall’articolo 1 della stessa legge, gli obblighi dell’articolo 3-bis riguardano oggi i Comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti: censire e classificare gli alberi piantati in attuazione della legge in aree urbane di proprietà pubblica, e pubblicare, due mesi prima della scadenza del mandato del sindaco, il **bilancio arboreo del Comune**, con il rapporto fra alberi piantati a inizio e a fine mandato e lo stato di consistenza e manutenzione delle aree verdi. Per gli alberi monumentali e per i filari di pregio paesaggistico, l’articolo 7 della stessa legge 10/2013 prevede sanzioni amministrative da 5.000 a 100.000 euro per chi li abbatte o danneggia senza autorizzazione, salvo che il fatto costituisca reato. I **Criteri ambientali minimi per il servizio di gestione del verde pubblico**, adottati con [decreto ministeriale del 10 marzo 2020](https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/04/04/20A01904/sg) e pubblicati in Gazzetta Ufficiale il 4 aprile 2020, sono obbligatori in tutti gli appalti pubblici di gestione del verde, perché l’articolo 57 comma 2 del Codice dei contratti (decreto legislativo 36/2023) impone l’applicazione delle specifiche tecniche e delle clausole contrattuali dei CAM per l’intero valore della gara. I CAM 2020 qualificano la [capitozzatura](https://eywadivulgazione.it/capitozzatura-alberi-citta/) come pratica non ammissibile nell’ordinaria manutenzione del verde, perché indebolisce gli alberi, ne compromette la stabilità nel medio periodo e fa lievitare i costi di gestione successiva. Raccomandano alle amministrazioni di dotarsi di censimento del verde, piano del verde, regolamento del verde pubblico e privato, bilancio arboreo. Le [Linee guida ministeriali del 2017](https://www.mase.gov.it/sites/default/files/archivio/allegati/comitato%20verde%20pubblico/lineeguida_finale_25_maggio_17.pdf) vanno nella stessa direzione. Sulla carta, quindi, ogni Comune dovrebbe avere un censimento aggiornato, un piano del verde, un regolamento, un bilancio arboreo pubblicato a fine mandato, contratti d’appalto che escludono la capitozzatura. Nei fatti, in diversi casi documentati, il censimento risulta incompleto o non aggiornato, il piano del verde non esiste o è fermo a una bozza, il regolamento risale al decennio scorso, il bilancio arboreo non viene pubblicato. Le clausole CAM nei capitolati ci sono, ma raramente i controlli di esecuzione le rendono vincolanti.## **Perché tagliano davvero** Se non c’è il complotto dei mille euro, perché si abbatte tanto e così male? Le cause sono almeno quattro, e agiscono insieme. **La prima è la frammentazione degli appalti.** La gestione del verde urbano è quasi sempre spezzata fra soggetti diversi. Una ditta pota, un’altra abbatte, un’altra reimpianta, un’altra ancora dovrebbe annaffiare le giovani piante. Spesso si tratta di contratti separati, con tempi di affidamento diversi, capitolati tecnici scritti da uffici distinti. Nessun soggetto è responsabile dell’esito complessivo, perché nessun soggetto segue lo stesso albero per tutto il ciclo di vita. L’albero passa di mano in mano e si perde. **La seconda è la qualifica della manodopera.** Una potatura corretta richiede formazione tecnica, certificazioni di arboricoltura, talvolta lavoro in quota su fune con dispositivi di sicurezza adeguati. Una capitozzatura si esegue da terra, in mezz’ora, con una motosega. La Società italiana di arboricoltura, chapter italiano della International Society of Arboriculture, denuncia da anni il ricorso a personale non specializzato e, in alcuni casi documentati, perfino a volontari per interventi che richiederebbero competenza professionale. Il caso più noto è quello di Bagnolo Mella, in provincia di Brescia, dove l’Associazione florovivaisti bresciani e la SIA hanno presentato nel 2015 un esposto alla Corte dei conti chiedendo di valutare un possibile danno erariale e ambientale, dopo che il Comune aveva affidato interventi di potatura a volontari per «risparmiare» 55.000 euro. Fu uno dei primi esposti del genere in Italia. **La terza è la pressione sui costi nelle gare al massimo ribasso.** Una potatura corretta consuma tempo, attrezzature, professionisti certificati, costa di più. Una capitozzatura produce gli stessi metri lineari di chioma rimossa in una frazione del tempo, costa meno. A parità di prezzo offerto, la differenza la fa chi riduce di più il tempo di esecuzione. I CAM e i regolamenti comunali del verde dovrebbero correggere questa distorsione imponendo specifiche tecniche stringenti, ma se nei capitolati il «come» del taglio non viene verificato sul cantiere, la regola resta sulla carta. **La quarta è la cura post-impianto inesistente.** Una giovane pianta urbana, soprattutto nelle estati italiane recenti, sopravvive solo se viene irrigata di soccorso per i primi tre o quattro anni. Senza, muore. Legambiente, nella V edizione dell’Atlante delle foreste pubblicata il 3 novembre 2025 con AzzeroCO2 e Compagnia delle foreste, ha dedicato un capitolo specifico alle tecniche per ridurre la mortalità delle giovani piante: pianificazione, scelta delle specie adeguate al sito, irrigazione di soccorso nei periodi di siccità, sfalci periodici per controllare le erbe infestanti. Il direttore generale Giorgio Zampetti lo ha riassunto in una frase che andrebbe affissa in ogni assessorato all’ambiente: non basta piantare, bisogna farli sopravvivere. Spesso i bandi finanziano la messa a dimora ma non i tre anni successivi di manutenzione, che è il periodo decisivo. Il risultato è che molti alberelli, già a fine seconda estate, sono morti.## **Il falso scambio fra albero maturo e alberello** Molti regolamenti comunali del verde prevedono che ad ogni albero abbattuto debba corrispondere una sostituzione; la legge 10/2013 rafforza il principio di incremento e trasparenza del patrimonio arboreo. È un principio sano sul piano normativo, ma sul piano biologico e funzionale è una finzione contabile. Un platano adulto in un viale urbano contribuisce all’intercettazione delle acque meteoriche, all’ombreggiatura significativa del manto stradale, all’assorbimento di particolato e gas inquinanti, alla riduzione della temperatura percepita sotto la chioma. Un alberello da vivaio, alto due o tre metri, eroga una frazione minima di quegli stessi servizi. Non è una sostituzione: è un investimento a vent’anni, sempre che l’alberello sopravviva. I numeri di scala aiutano a capire la differenza. La V edizione dell’Atlante delle foreste riporta che **un ettaro di foresta urbana rimuove in media 17 chilogrammi all’anno di PM10 e 35,7 chilogrammi all’anno di ozono troposferico**, e che le piante in ambito urbano possono ridurre la temperatura a livello del suolo fino a 8 gradi. Un albero di medie dimensioni, in un clima temperato e in un contesto urbano con molti fattori limitanti, assorbe in media fra i 10 e i 20 chilogrammi di anidride carbonica all’anno; una foresta periurbana arriva a sequestrare fino a 1.005 chilogrammi di carbonio all’anno per ettaro, secondo le stime del CNR-IBE riportate nell’Atlante. Sono ordini di grandezza che si raggiungono solo con alberi che hanno avuto il tempo di crescere. Tagliarli e ricominciare da capo non è uno scambio neutro. Lo studio internazionale del progetto LIFE Airfresh, pubblicato nel 2025 su *The Lancet Planetary Health* con il contributo dell’ENEA, ha analizzato 744 città europee su un arco di vent’anni, dal 2000 al 2019. Ne emerge che un aumento del 5% della copertura arborea urbana eviterebbe in Europa **circa 4.700 morti premature l’anno (arrotondate da ENEA in circa 5.000 nel comunicato stampa)**; il raggiungimento del 30% di copertura, soglia indicata anche dalla regola 3-30-300, eviterebbe **quasi 12.000 morti l’anno**. All’inverso, l’azzeramento della copertura arborea urbana porterebbe a un aumento del 19,5% della mortalità da PM2,5, pari a circa 19.000 morti aggiuntive l’anno; del 15% da biossido di azoto e del 22,7% da ozono. Sono epidemiologia, non retorica.## **Il caso che conferma tutto: il PNRR forestazione urbana** Il caso più clamoroso di distanza fra regole scritte e attuazione effettiva è quello del PNRR per la forestazione urbana. L’[Investimento 3.1 della Missione 2 Componente 4](https://www.mase.gov.it/portale/web/guest/-/pnrr.-mite-al-via-progetti-da-330-milioni-di-euro-per-piantare-6-6-milioni-di-alberi-nelle-citta-metropolitane), dotato di 330 milioni di euro per la messa a dimora di 6,6 milioni di alberi nelle quattordici Città metropolitane, doveva essere il fiore all’occhiello della transizione ecologica italiana. Il Collegio per il controllo concomitante della Corte dei conti, con la [**delibera 8/2023**](https://www.corteconti.it/Home/Organizzazione/UfficiCentraliRegionali/uffcentrCollContrConc/DeliberazioniCollContrConc), ha rilevato fra il 2022 e il 2023 una situazione molto diversa da quella raccontata dal governo. I sopralluoghi dei Carabinieri Forestali hanno accertato che, in molte Città metropolitane finanziate, alla data del controllo non era stato piantato quasi nulla. A Messina, prima beneficiaria con 15,9 milioni di euro per 445.000 piante, gli interventi erano ancora alla fase di studio di fattibilità. A Napoli si stava ancora individuando il vivaio. In altri territori, le piante risultavano già secche o coperte da infestanti per scarsa manutenzione. Il numero ufficiale di alberi messi a dimora entro il 2022, dichiarato superato dal Ministero, si è raggiunto solo includendo nel conteggio i semi piantati in vivaio: una contabilità che la Corte dei conti ha contestato perché un seme non è un albero. Con la revisione del PNRR approvata dal Consiglio UE l’8 dicembre 2023, l’obiettivo è stato ridimensionato da 6,6 a 4,5 milioni di alberi, i fondi tagliati da 330 a 210 milioni di euro, e il target è stato riformulato in modo da includere ufficialmente, accanto agli alberi messi a dimora, anche il materiale forestale di moltiplicazione (semi o piante). Un secondo target fissa al giugno 2026 il trapianto effettivo di almeno 3,5 milioni di alberi e arbusti. Nella relazione semestrale al Parlamento di marzo 2025, il governo ha rendicontato il superamento del target intermedio di 4,5 milioni di unità messe a dimora entro fine 2024. **Vale la pena dirlo chiaramente:** se questo è ciò che accade alla principale operazione nazionale di forestazione urbana, è inutile cercare il complotto sotto i marciapiedi. Lo scarto fra promessa scritta e realtà piantata è già documentato, ufficialmente, dalla magistratura contabile.## **Il ciclo perverso, raccontato bene** Quando le quattro cause sopra agiscono insieme, il risultato è una catena che si autoalimenta. Un albero maturo viene capitozzato per «ridurne il rischio». La capitozzatura squilibra il rapporto fra radici e chioma, perché l’albero, privato delle foglie, smette di nutrire le radici di ancoraggio. Nei tre o cinque anni successivi la pianta produce una nuova chioma, ma con rami esili e attaccati male, e con un apparato radicale ormai compromesso. A quel punto l’albero diventa davvero pericoloso. Si decide di abbatterlo, «per sicurezza». Si pianta un alberello al suo posto, in adempimento del regolamento del verde. L’alberello non viene irrigato durante l’estate successiva, oppure lo è in modo discontinuo. Muore entro un paio di stagioni. Si reimpianta un altro alberello. Si ricomincia. Ogni passaggio, preso da solo, sembra una scelta tecnica neutra. La somma è la perdita progressiva del patrimonio arboreo cittadino. Il cittadino vede solo l’ultimo passaggio, l’abbattimento, e da lì costruisce le proprie ipotesi. Per questo nasce la teoria del complotto: perché chi guarda dal marciapiede non vede la catena. **C’è un ultimo aspetto importante.** Capitozzature, mortalità giovane e abbattimenti ripetuti sono spese pubbliche. Ogni passaggio costa al Comune. Sono stati presentati esposti alla Corte dei conti per ipotesi di danno erariale legato a cattiva gestione del patrimonio arboreo. Più una città perde alberi maturi, più aumenta la temperatura percepita d’estate, più crescono i ricoveri ospedalieri durante le ondate di calore, più crescono le bollette di climatizzazione, più crescono i danni urbani da eventi meteorologici estremi privati dell’effetto regolatore delle chiome. Il taglio frettoloso non è gratis. Lo paghiamo in salute, in spesa pubblica spesa due volte, in pezzi di città che diventano invivibili da maggio a settembre.## **Cosa puoi pretendere dal tuo Comune** I cittadini italiani hanno strumenti civici concreti per pretendere trasparenza e correttezza nella gestione del verde urbano. Nessuno di questi strumenti richiede competenze legali avanzate. Funzionano se si usano. **Il primo è l’accesso civico generalizzato**, ai sensi del decreto legislativo 33/2013. Si può chiedere al Comune copia del regolamento del verde pubblico e privato, del [piano del verde](https://eywadivulgazione.it/piano-verde-come-leggerlo/), dell’ultimo censimento del patrimonio arboreo, del bilancio arboreo del sindaco, dei capitolati d’appalto in vigore per la gestione del verde, dei verbali di sopralluogo o delle [perizie agronomiche](https://eywadivulgazione.it/abbattimento-alberi-comunali-atti-perizie-diritti/) prodotte prima di un abbattimento. Su Eywa abbiamo pubblicato una [guida operativa con i modelli pronti](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/), in calce a questo articolo trovi i link. **Il secondo è la verifica che le specifiche tecniche e le clausole contrattuali dei CAM 2020 siano state recepite nei capitolati in vigore**, con la qualificazione della capitozzatura come pratica incompatibile con la corretta manutenzione ordinaria (salvo casi eccezionali, motivati e documentati), l’obbligo di personale qualificato, la previsione di cure colturali post-impianto. Se un appalto di gestione del verde non inserisce le specifiche tecniche e le clausole contrattuali dei CAM applicabili, può esporsi a contestazioni sulla conformità al Codice dei contratti pubblici. Il Consiglio di Stato (sezione III, sentenza 8171/2024) ha chiarito che il mero richiamo formale ai CAM nei bandi non basta: vanno declinati puntualmente. **Il terzo è la segnalazione documentata.** Foto datate, georeferenziazione, eventuale perizia di un agronomo iscritto all’albo se il caso lo merita. La segnalazione va inviata alla polizia locale, ai Carabinieri Forestali se l’albero ricade nei criteri dell’articolo 7 della legge 10/2013 oppure se l’intervento riguarda nidi attivi, specie protette o comporta un rischio concreto di distruzione di habitat riproduttivi tutelati dalla legge 157/1992, e per conoscenza alla Corte dei conti regionale per i casi di sospetto danno erariale. **Vale la pena dirlo chiaramente:** questi strumenti non risolvono tutto. Ma costringono l’amministrazione a motivare, a documentare, a rispondere. E questo, in molte amministrazioni italiane, è già un risultato. Non serve credere a un complotto per capire che qualcosa non funziona. Basta leggere le regole esistenti, controllare se vengono applicate e, dove non lo sono, chiederne conto.## **Bibliografia** **Approfondimenti Eywa** [Perché nelle città italiane tagliano gli alberi](https://eywadivulgazione.it/perche-nelle-citta-italiane-tagliano-gli-alberi/). Eywa Divulgazione. Analisi delle ragioni amministrative e tecniche degli abbattimenti urbani. [Capitozzatura degli alberi in città](https://eywadivulgazione.it/capitozzatura-alberi-citta/). Eywa Divulgazione. Guida operativa sul perché la capitozzatura è dannosa e quali strumenti civici si possono attivare. [Alberi in città: quali piantare e perché i Comuni sbagliano tutto](https://eywadivulgazione.it/alberi-in-citta-quali-piantare-e-perche-i-comuni-sbagliano-tutto/). Eywa Divulgazione. Sulle scelte di specie sbagliate e sulle conseguenze a lungo termine nei viali urbani. [Il piano del verde: come leggerlo](https://eywadivulgazione.it/piano-verde-come-leggerlo/). Eywa Divulgazione. Guida pratica alla lettura del piano del verde comunale. [Abbattimento alberi: atti, perizie, diritti del cittadino](https://eywadivulgazione.it/abbattimento-alberi-comunali-atti-perizie-diritti/). Eywa Divulgazione. Atti da richiedere prima e dopo un abbattimento, perizie, diritti di chi segnala. [Segnalare un problema del verde urbano: guida pratica](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-verde-urbano-guida-pratica/). Eywa Divulgazione. Procedure di segnalazione, accesso atti, denuncia. [Segnalare un problema al Comune: l’accesso agli atti FOIA](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/). Eywa Divulgazione. Modelli pronti per l’accesso civico generalizzato ai sensi del decreto legislativo 33/2013. [Alberi in città a Genova: il protocollo dati che il verde pubblico deve seguire](https://eywadivulgazione.it/alberi-citta-genova-verde-pubblico-il-protocollo-dati-devono-seguirlo/). Eywa Divulgazione. Il protocollo dati che le amministrazioni dovrebbero seguire prima di abbattere. [Capitozzature in stagione di nidificazione: come i Comuni distruggono i nidi](https://eywadivulgazione.it/capitozzature-nidificazione-comuni-distruggono-nidi/). Eywa Divulgazione. Capitozzature in stagione di nidificazione e violazioni della legge 157/1992. [Alberi nei cantieri urbani: come la tutela viene aggirata](https://eywadivulgazione.it/alberi-cantieri-urbani-tutela-aggirata/). Eywa Divulgazione. Tutela aggirata negli interventi infrastrutturali e di cantiere. [Il parco che non raffredda più: quando il verde urbano perde le sue funzioni](https://eywadivulgazione.it/il-parco-che-non-raffredda-piu-quando-il-verde-urbano-perde-le-sue-funzioni/). Eywa Divulgazione. Servizi ecosistemici persi quando il patrimonio arboreo viene gestito male. [Roma, città verde d’Europa che non riesce a farsi ombra](https://eywadivulgazione.it/roma-citta-verde-europa-riesce-farsi-ombra/). Eywa Divulgazione. Case study sulla gestione del verde nella capitale. [Ghost forests in Italia: le foreste fantasma](https://eywadivulgazione.it/ghost-forests-italia-foreste-fantasma/). Eywa Divulgazione. Salinizzazione costiera e foreste che muoiono per innalzamento del livello del mare. [Abbattimento alberi a Cortina per le Olimpiadi 2026](https://eywadivulgazione.it/abbattimento-alberi-cortina-olimpiadi-2026/). Eywa Divulgazione. Caso di abbattimenti documentati nel contesto olimpico. [Il Giappone e la riforestazione che funziona davvero](https://eywadivulgazione.it/il-giappone-e-la-riforestazione-che-funziona-davvero-e-perche-piantare-alberi-a-caso-e-solo-marketing/). Eywa Divulgazione. Controesempio internazionale: piantare con metodo invece che a casaccio. [Singapore oggi, Milano domani: viaggio nelle città che respirano](https://eywadivulgazione.it/singapore-oggi-milano-domani-viaggio-nelle-citta-che-respirano/). Eywa Divulgazione. Modelli urbani che hanno fatto del verde un’infrastruttura primaria. [Zollatura e trapianto degli alberi: come riconoscerli](https://eywadivulgazione.it/zollatura-alberi-trapianto-come-riconoscerlo/). Eywa Divulgazione. Tecnica del trapianto come alternativa all’abbattimento. [Manuale d’uso del balcone che respira: istruzioni per non esperti](https://eywadivulgazione.it/manuale-uso-balcone-respira-istruzioni-non-esperti/). Eywa Divulgazione. Cosa può fare un singolo cittadino quando il verde pubblico arretra. **Fonti normative e istituzionali** Repubblica italiana, 2013. [Legge 14 gennaio 2013, n. 10 «Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani»](https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2013/02/01/13G00031/sg). Testo coordinato vigente, riferimento per gli articoli 3-bis (censimento e bilancio arboreo) e 7 (alberi monumentali e filari di pregio). Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, 2020. [Decreto 10 marzo 2020 «Criteri ambientali minimi per il servizio di gestione del verde pubblico e la fornitura di prodotti per la cura del verde»](https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/04/04/20A01904/sg). Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, aggiornamento 2024. [Pagina ufficiale dei CAM vigenti](https://www.mase.gov.it/portale/cam-vigenti), con riferimento all’articolo 57 comma 2 del decreto legislativo 36/2023 sull’obbligo di applicazione delle specifiche tecniche e clausole contrattuali dei CAM negli appalti pubblici. Ministero della transizione ecologica, 2022. [Avviso PNRR Investimento 3.1, Missione 2 Componente 4, «Tutela e valorizzazione del verde urbano ed extraurbano»](https://www.mase.gov.it/portale/web/guest/-/pnrr.-mite-al-via-progetti-da-330-milioni-di-euro-per-piantare-6-6-milioni-di-alberi-nelle-citta-metropolitane). Stanziamento complessivo di 330 milioni di euro per la messa a dimora di 6,6 milioni di alberi nelle quattordici Città metropolitane italiane. Ministero dell’ambiente, Comitato per lo sviluppo del verde pubblico, 2017. [Linee guida per la gestione del verde urbano e prime indicazioni per una pianificazione sostenibile](https://www.mase.gov.it/sites/default/files/archivio/allegati/comitato%20verde%20pubblico/lineeguida_finale_25_maggio_17.pdf). Corte dei conti, Sezione centrale di controllo sulle amministrazioni dello Stato, Collegio per il controllo concomitante. [Delibera n. 8/2023/CCC del 30 marzo 2023, sull’attuazione del PNRR Investimento 3.1](https://www.corteconti.it/Home/Organizzazione/UfficiCentraliRegionali/uffcentrCollContrConc/DeliberazioniCollContrConc). Rilievi sulla mancata piantumazione effettiva, sull’equiparazione contestata fra semi in vivaio e alberi messi a dimora, sui sopralluoghi dei Carabinieri Forestali nelle Città metropolitane finanziate. **Fonti tecnico-scientifiche** Società italiana di arboricoltura (chapter italiano della International Society of Arboriculture). [Protocollo di valutazione di stabilità degli alberi e classi di propensione al cedimento](https://www.isaitalia.org/images/pdf/Protocollo_stabilit_web.pdf). Riferimento tecnico nazionale: «In nessun caso la capitozzatura può costituire intervento colturale valido». Società italiana di arboricoltura, 2021. [Comunicato sulla capitozzatura come pratica dannosa e antiscientifica](https://www.isaitalia.org/news-ed-eventi/news/734-legge-sul-florovivaismo-senza-l-abrogazione-dell-art-16-si-rischia-l-istituzionalizzazione-della-capitozzatura-degli-alberi-urbani.html) e sui rischi di istituzionalizzazione tramite affidamento di interventi a personale non qualificato e a volontari. Sicard P. e altri autori (Pascu, Petrea, Leca, De Marco, Paoletti, Agathokleous, Calatayud), 2025. [«Effect of tree canopy cover on air pollution-related mortality in European cities: an integrated approach»](https://www.thelancet.com/journals/lanplh/article/PIIS2542-5196(25)00112-3/fulltext). The Lancet Planetary Health, vol. 9, n. 6, giugno 2025, pp. e527-e537. Studio del progetto LIFE Airfresh con il contributo dell’ENEA. Stima centrale: 4.727 morti premature evitate ogni anno (IC 95% 2.067-7.475) nelle 744 città europee analizzate per ogni +5 punti percentuali di copertura arborea; 11.974 morti evitate ogni anno (IC 95% 7.775-14.390) raggiungendo il 30% di copertura per città. ENEA, 2025. [Comunicato stampa sui risultati dello studio LIFE Airfresh](https://www.media.enea.it/comunicati-e-news/archivio-anni/anno-2025/ambiente-alberi-in-citta-5-in-piu-possono-prevenire-5mila-morti-premature-all-anno.html). Aumento del 5% della copertura arborea urbana e riduzione di circa 5.000 morti premature l’anno; copertura al 30% e riduzione di quasi 12.000 morti l’anno. Legambiente, AzzeroCO2 e Compagnia delle foreste per Il Sole 24 Ore, novembre 2025. [Atlante delle foreste, V edizione, 2024. Forestazione e servizi ecosistemici. Mappatura dello stato del verde in Italia](https://www.legambiente.it/news-storie/v-edizione-atlante-delle-foreste/). I dati su servizi ecosistemici per ettaro di foresta urbana (17 kg/anno di PM10, 35,7 kg/anno di ozono troposferico, sequestro fino a 1.005 kg/anno di carbonio per ettaro in foreste periurbane, riduzione della temperatura al suolo fino a 8 gradi) si trovano a pagina 5, capitolo «Il valore del verde urbano nelle strategie di adattamento al clima che cambia» a firma di Giorgio Zampetti, Direttore Generale Legambiente. La timeline ufficiale della misura PNRR M2C4-I3.1 (forestazione urbana ed extraurbana), comprese le tappe della revisione 2023 e gli aggiornamenti al 2025, è riportata a pagina 35. Il Floricultore, 2015. [Cronaca dell’esposto alla Corte dei conti sul caso Bagnolo Mella](https://www.ilfloricultore.it/notizie-on-line/fatti-notizie/item/828-danni-da-capitozzatura-si-ricorre-alla-corte-dei-conti.html). Esposto presentato dall’Associazione florovivaisti bresciani e dalla Società italiana di arboricoltura, per ipotesi di danno erariale e ambientale connesso all’affidamento di interventi di potatura a volontari. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Cosa sono le foreste temperate: il bioma a quattro stagioni](https://eywadivulgazione.it/cosa-sono-foreste-temperate/) **Published:** Aprile 21, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) **Le foreste temperate sono un bioma terrestre che si sviluppa nelle fasce climatiche a quattro stagioni, dove la temperatura media annuale oscilla tra i tre e i diciotto gradi e le precipitazioni, distribuite nell’arco dell’anno, variano tra i cinquecento e i millecinquecento millimetri.** Sono dominate da alberi a foglia larga, in larga parte caducifoglie, e costituiscono il paesaggio forestale più diffuso in Europa, Nord America orientale e Asia nord-orientale. In Italia coprono gran parte dell’Appennino e delle aree prealpine, dal castagno di bassa quota alle faggete sommitali. Sono foreste familiari. Le vediamo dal finestrino salendo in montagna, le attraversiamo per un pranzo in agriturismo, le riconosciamo nei rossi del foliage di novembre. Proprio perché così vicine, tendiamo a sottovalutarle. In realtà sono tra gli ecosistemi più alterati del pianeta: in Europa le foreste temperate allo stato primario sono meno dell’uno per cento della superficie forestale residua. Il resto è stato tagliato, piantato, convertito, frammentato. Capire **cosa sono le foreste temperate** è il primo passo per leggerle in modo diverso, e per riconoscere quando vengono sacrificate in nome del «green» che non c’è. ## **Dove si trovano le foreste temperate nel mondo** Le foreste temperate occupano una fascia abbastanza definita dell’emisfero boreale, tra i trenta e i cinquantacinque gradi di latitudine. In Europa si estendono dalla Francia atlantica alla Polonia orientale, risalendo fino alla Scandinavia meridionale. In Nord America coprono l’intera fascia orientale degli Stati Uniti e il sud del Canada. In Asia orientale dominano il paesaggio di Giappone, Corea e Cina nord-orientale, con una diversità vegetale eccezionale perché la regione ha sofferto meno le glaciazioni e ha conservato specie relitte. Esistono anche foreste temperate nell’emisfero australe, in Cile meridionale, Nuova Zelanda e Tasmania: in quei contesti l’umidità elevata fa parlare più precisamente di **foreste temperate pluviali**, un sottotipo in cui le piogge superano i duemila millimetri annui. In Italia il bioma è presente praticamente ovunque il paesaggio non sia stato trasformato in coltivo o in costruito. Copre i rilievi appenninici, le Prealpi, le aree collinari di mezza quota. Si tratta per lo più di foreste secondarie, ricresciute dopo l’abbandono dei pascoli e dei coltivi marginali nel Novecento. Sono boschi giovani, strutturalmente semplificati, che hanno bisogno di tempo e di tutela per tornare a funzionare come ecosistemi maturi.## **Il clima che definisce il bioma** Quattro stagioni distinte, piogge distribuite durante l’anno, temperature medie annuali miti: nessun mese troppo freddo, nessuno torrido. Estati non aride, inverni non artici. È un clima di equilibrio, che permette alle specie arboree di seguire un ciclo annuale scandito: ripresa vegetativa in primavera, crescita in estate, riposo invernale. Da questo clima deriva una delle firme più riconoscibili del bioma, la caduta delle foglie. La gran parte degli alberi delle foreste temperate sono caducifoglie: perdono il fogliame in autunno. Non è una coincidenza estetica; è una strategia evolutiva per ridurre le perdite d’acqua nei mesi in cui il suolo può congelare e l’acqua liquida diventa difficile da assorbire. Da qui il termine tecnico «**foreste temperate decidue**», che definisce il sottotipo più diffuso alle nostre latitudini.## **La flora delle foreste temperate** La composizione varia per continente. In Europa dominano il faggio (Fagus sylvatica), diverse specie di quercia (cerro, rovere, roverella, farnia), il carpino, il frassino, l’acero montano, il tiglio. In Nord America lo spettro si allarga: aceri da zucchero, betulle gialle, querce bianche e rosse, noci americani, faggi nordamericani. In Asia orientale la diversità arborea raddoppia rispetto all’Europa, proprio per la continuità climatica conservata nei millenni. Un bosco temperato maturo non è solo chioma. Ha diversi strati sovrapposti: una chioma principale, uno strato intermedio di arbusti e giovani alberi, un piano erbaceo di felci e fioriture di sottobosco, e infine il suolo con muschi, licheni, funghi e lettiera in decomposizione. È la stratificazione a reggere la biodiversità del bioma: ogni livello ospita specie specialiste, adattate a quel microclima e a quella disponibilità di luce.## **La fauna delle foreste temperate** Nei boschi temperati italiani ed europei vivono specie che il grande pubblico conosce poco ma che sono parte integrante del paesaggio. Il cervo, il capriolo, il cinghiale. Il lupo, tornato a popolare Appennini e Alpi dopo la pressione venatoria novecentesca. L’orso bruno marsicano, superstite in Abruzzo con una popolazione sotto i cinquanta individui. Il tasso, la martora, la volpe, lo scoiattolo rosso. E poi centinaia di specie di uccelli, dai picchi ai rapaci notturni, passando per i passeriformi migratori che usano questi boschi come stazione di sosta sulla rotta fra Africa ed Europa settentrionale. C’è poi la fauna invertebrata, quella che i censimenti spesso non catturano ma che regge il sistema: migliaia di specie di insetti, molluschi, aracnidi, collemboli. Su di loro poggiano la decomposizione della lettiera, l’impollinazione, il riciclo dei nutrienti. Se spariscono loro, il bosco smette di funzionare, anche se restano in piedi i tronchi.## **Foreste temperate decidue e foreste temperate sempreverdi** Il bioma non è monolitico. La distinzione più importante è quella tra **foreste temperate decidue**, dove le latifoglie perdono le foglie in autunno, e **foreste temperate sempreverdi**, dove le stesse latitudini sono occupate da latifoglie a foglia persistente o da miste con conifere. Le prime sono il paesaggio tipico dell’Europa centrale e degli Stati Uniti orientali. Le seconde sono più diffuse nell’emisfero australe e in alcune aree atlantiche come la Cornovaglia o la costa basca, dove il clima oceanico e la scarsa escursione termica rendono meno vantaggiosa la strategia del riposo invernale.## **Foreste temperate e foreste boreali: la differenza in sintesi** Le **foreste boreali** (la taiga) si trovano più a nord, oltre il cinquantacinquesimo parallelo, in un clima dove l’inverno dura sei o sette mesi. Sono dominate da conifere (abete rosso, pino silvestre, larice, abete bianco) e hanno una biodiversità arborea molto più povera. Le foreste temperate, collocate a sud, hanno stagioni meno estreme, latifoglie caducifoglie come specie dominanti e una ricchezza di specie animali e vegetali nettamente superiore. In montagna i due biomi si sfiorano: nelle Alpi italiane il passaggio dal faggio all’abete rosso è un esempio di transizione tra foresta temperata e foresta subboreale di quota.## **Foreste temperate in Italia: dagli Appennini alle Alpi** In Italia il bioma si esprime in forme diverse a seconda della quota. In pianura quasi non esiste più: le foreste planiziali di farnia e carpino sono state cancellate dall’agricoltura e dall’urbanizzazione fin dal Medioevo, e oggi ne restano frammenti minuscoli (Bosco della Fontana, Bosco di Mesola, residui planiziali friulani). Nelle aree collinari e submontane sopravvivono boschi di cerro, roverella e castagno, con l’acero campestre, il carpino nero e l’orniello. In montagna arrivano le faggete, che nell’Appennino toccano i duemila metri di quota. Le **faggete vetuste** italiane, dall’Abruzzo al Pollino, sono iscritte nel patrimonio mondiale Unesco come parte del bene seriale transnazionale «Ancient and Primeval Beech Forests of the Carpathians and Other Regions of Europe». Sono tra i pochi frammenti di foresta temperata europea ancora assimilabili a uno stato primario, con alberi di oltre cinquecento anni e una stratificazione quasi intatta.## **Le minacce alle foreste temperate** Tre pressioni pesano oggi sulle foreste temperate italiane ed europee. La prima è la conversione: quando una foresta viene tagliata per far posto a cantieri, infrastrutture, impianti sportivi o energetici, il bosco non torna, o torna dopo generazioni. La seconda è la frammentazione, cioè la riduzione delle foreste a isole disconnesse che le specie animali non riescono più ad attraversare. Strade, elettrodotti, zone industriali tagliano i corridoi ecologici e isolano popolazioni che lentamente si impoveriscono geneticamente. La terza è il cambiamento climatico, che sta spostando verso nord e verso l’alto la fascia climatica in cui queste foreste riescono a vivere. Il faggio italiano sta già perdendo terreno alle quote più basse, soppiantato da specie più termofile. A queste pressioni si aggiungono pratiche di gestione discutibili: tagli eccessivi spacciati per «manutenzione», piantagioni monospecifiche passate per rimboschimento, capitozzature urbane che replicano in città la stessa logica predatoria che danneggia i boschi extraurbani. Il filo che lega la deforestazione di Cortina, il taglio di viali storici nelle città italiane e la monocoltura forestale finanziata come «energia verde» è lo stesso: chiamare sostenibile un’operazione che di sostenibile non ha nulla.## **Perché proteggere le foreste temperate** Le foreste temperate assorbono anidride carbonica. Regolano il ciclo dell’acqua. Stabilizzano i suoli. Riducono il rischio idrogeologico delle aree a valle. Ospitano una quota di biodiversità non sostituibile con altri ambienti. Forniscono servizi ecosistemici che, se dovessero essere replicati con opere artificiali, costerebbero cifre fuori scala: ogni ettaro di bosco maturo vale, in termini di servizi quantificati, diverse migliaia di euro l’anno. C’è poi un argomento che non entra nei bilanci. I boschi temperati italiani sono i luoghi in cui si è sedimentata per secoli la memoria del paesaggio: transumanze, carbonaie, rivolte contadine, resistenza partigiana, pellegrinaggi. Tagliare un bosco maturo significa cancellare una stratificazione culturale oltre che ecologica. E significa farlo in tempi in cui ricostruirla, se mai ci riuscissimo, richiederebbe secoli. Capire **cosa sono le foreste temperate** significa dotarsi dello strumento minimo per distinguere una gestione forestale seria da una narrazione di comodo. È il punto di partenza di un’educazione civica ambientale che non si fermi allo slogan.### **Bibliografia** . CREA e Arma dei Carabinieri, 2021. Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi Forestali di Carbonio (INFC 2015), rilevazioni sulla superficie forestale italiana e la sua composizione. . ISPRA, 2024. Annuario dei dati ambientali, capitoli su foreste, biodiversità e uso del suolo. . European Environment Agency, 2020. State of nature in the EU, rapporto sullo stato di conservazione degli habitat forestali europei ai sensi delle Direttive Habitat e Uccelli. . Unesco World Heritage Centre, 2017 e aggiornamenti successivi. Ancient and Primeval Beech Forests of the Carpathians and Other Regions of Europe, scheda del bene seriale transnazionale che include le faggete vetuste italiane. . FAO, 2020. Global Forest Resources Assessment, dati globali sullo stato delle foreste e sui tassi di deforestazione e degrado forestale. . Rete Clima, 2023. Materiali divulgativi su biomi forestali, servizi ecosistemici e assorbimento di carbonio delle foreste temperate. . Eywa Divulgazione, 2025. Sezione dossier: investigazioni su deforestazione, capitozzatura urbana, biomasse e gestione forestale in Italia. **Categorie:** Enciclopedia --- ### [Ecoturismo: cos'è e come riconoscerlo davvero](https://eywadivulgazione.it/ecoturismo-come-riconoscerlo-davvero/) **Published:** Aprile 19, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Parlare di ecoturismo in Italia oggi significa muoversi in un terreno scivoloso: il termine è ovunque, dai pacchetti «green» all’agriturismo sotto casa, ma raramente coincide con ciò che le organizzazioni internazionali intendono davvero per ecoturismo. Sulla SERP trovi di tutto: dal «weekend ecoturistico con spa» al safari fotografico in aree protette, spesso messi sullo stesso piano. E qui sta il punto: per chi lavora sulla transizione ecologica, sapere cos’è l’ecoturismo non è un vezzo semantico, è capire se un viaggio contribuisce a conservare ecosistemi e comunità locali o se è solo turismo tradizionale travestito. [Diversi dati sui flussi turistici italiani](https://eywadivulgazione.it/turismo-italia-2025-record-storico-quale-costo/), tra cui quelli elaborati da ENIT e ISTAT, mostrano quanto sia urgente questa distinzione: il successo turistico e la sostenibilità reale sono ancora ben distanti. Questo articolo chiarisce che cosa si intende per ecoturismo secondo le definizioni istituzionali di UN Tourism (ex UNWTO), UNEP e Convenzione sulla Biodiversità, come si distingue dal turismo sostenibile in generale e quali criteri operativi puoi usare per valutare un’offerta. L’obiettivo non è trovare il «viaggio perfetto», ma darti strumenti per leggere criticamente brochure, piattaforme e destinazioni, sapendo che [un’etichetta verde di per sé non garantisce né sostenibilità né giustizia sociale](https://eywadivulgazione.it/etichette-impatto-zero-riconoscere-greenwashing-nuove-leggi-ue/).## **Che cosa è l’ecoturismo: definizione tecnica e istituzionale** Secondo la definizione istituzionale di [UN Tourism/UNWTO](https://www.gstc.org/ecotourism/), richiamata e sintetizzata dal Global Sustainable Tourism Council (GSTC), l’ecoturismo è una forma di turismo basata sulla natura in cui la motivazione principale del viaggio è l’osservazione e l’apprezzamento degli ecosistemi e delle culture tradizionali che vivono in quelle aree; deve includere elementi di educazione e interpretazione ambientale ed è spesso organizzato per piccoli gruppi e operatori specializzati. La [International Ecotourism Society (TIES)](https://ecotourism.org/what-is-ecotourism/) converge su una definizione molto simile: «viaggio responsabile in aree naturali che conserva l’ambiente, sostiene il benessere delle popolazioni locali e coinvolge interpretazione ed educazione», cioè non solo ridurre il danno, ma generare benefici concreti per territorio e comunità. La [Convenzione sulla Diversità Biologica](https://www.cbd.int/doc/publications/tou-gdl-en.pdf), nelle sue linee guida su turismo e biodiversità, considera l’ecoturismo uno strumento potenziale per finanziare la conservazione, a patto che siano rispettati limiti di carico degli ecosistemi, distribuzione equa dei benefici economici e partecipazione effettiva delle comunità alle decisioni. In questo quadro, ecoturismo non significa semplicemente «turismo in natura», ma un set di criteri: localizzazione in aree a valore naturalistico, gestione degli impatti, contributi misurabili a conservazione e sviluppo locale, dimensione educativa dichiarata.## **Le differenze che contano: ecoturismo, turismo sostenibile e turismo responsabile** Chiarire la distinzione tra ecoturismo e «turismo sostenibile» aiuta a smontare buona parte del marketing creativo che trovi sulle brochure. Il turismo sostenibile, per [UNEP e UNWTO](https://wedocs.unep.org/handle/20.500.11822/8741), è un approccio trasversale: riguarda qualsiasi forma di turismo che gestisce risorse ambientali, economiche e sociali in modo da ridurre gli impatti negativi e massimizzare quelli positivi, indipendentemente dal fatto che si svolga in città, al mare o in un parco nazionale. L’ecoturismo invece è un segmento di nicchia all’interno di questa galassia, concentrato sulle aree naturali e su esperienze centrate sull’ambiente e le culture locali, come chiarisce il [GSTC nella sua pagina dedicata](https://www.gstc.org/ecotourism/). D’altra parte, il turismo responsabile è un concetto ancora più focalizzato sul comportamento di chi viaggia: scegliere mezzi di trasporto meno impattanti, strutture gestite localmente, organizzatori trasparenti su salari, diritti e redistribuzione dei ricavi, indipendentemente dal tipo di destinazione. La review di Stronza, Hunt e Fitzgerald (2019), pubblicata sull’«Annual Review of Environment and Resources», mostra che nella pratica molti prodotti venduti come ecoturistici sono in realtà turismo di natura «ammorbidito», con poca attenzione reale a indicatori di impatto, governance locale o cambiamenti strutturali nei modelli di sviluppo dei territori. Weaver e Lawton (2005) avevano già proposto una distinzione utile su questa stessa linea: da un lato un modello «minimalista» di ecoturismo, che soddisfa solo formalmente i criteri di base, dall’altro un modello «comprehensive», che integra conservazione, partecipazione delle comunità e misurazione degli impatti. La review di Stronza et al. (2019) riprende e aggiorna questa lettura: al centro stanno esperienze che rispettano quasi tutti i criteri teorici, alla periferia offerte che usano la natura come scenografia senza un reale impegno su conservazione e giustizia sociale. Questo slittamento semantico è uno degli snodi del greenwashing nel settore: se tutto è ecoturismo, nulla lo è davvero. ## **Come riconoscere l’ecoturismo nella pratica** Nella pratica, un prodotto di ecoturismo credibile è prima di tutto legato a un’area naturale con valore ecosistemico riconosciuto, spesso dentro o vicino a parchi, riserve o siti di conservazione, con regole chiare su accessi, dimensione dei gruppi e attività consentite. Le [linee guida della Convenzione sulla Diversità Biologica](https://www.cbd.int/doc/publications/tou-gdl-en.pdf) insistono su pianificazione territoriale, valutazioni d’impatto ed esercizi di «capacity building» per le comunità locali: un operatore che parla di ecoturismo dovrebbe essere in grado di mostrare almeno documentazione di partenariati con enti gestori e organizzazioni locali. Un secondo criterio è la presenza di elementi espliciti di educazione e interpretazione ambientale: guide formate, materiale informativo, momenti strutturati di spiegazione su biodiversità, storia locale e conflitti d’uso delle risorse, più che semplici «curiosità» per intrattenere. Terzo elemento, i flussi economici: gli studi sul campo mostrano che l’ecoturismo ha effetti positivi quando una quota rilevante del reddito resta nelle mani di comunità e imprese locali; quando la filiera è interamente controllata da attori esterni, l’etichetta «eco» perde gran parte del senso. Infine, c’è la questione degli impatti complessivi: un viaggio di ecoturismo può generare emissioni significative se prevede lunghi voli, e le linee guida [UNEP-UNWTO sul turismo sostenibile](https://wedocs.unep.org/handle/20.500.11822/8741) suggeriscono di guardare l’intero ciclo del viaggio, dalla mobilità all’alloggio, dall’uso dell’acqua alla gestione dei rifiuti. Chiamare ecoturismo un’esperienza che ignora completamente questi aspetti e li compensa con una «donazione simbolica» a un progetto ambientale è una semplificazione che le stesse organizzazioni internazionali considerano problematica.## **Vantaggi reali dell’ecoturismo quando funziona** Quando i criteri sono rispettati, l’ecoturismo può offrire benefici misurabili per la conservazione degli ecosistemi: in alcuni contesti, casi documentati da UN Tourism e UNEP mostrano che la presenza di flussi turistici regolati può finanziare aree protette, rafforzare i controlli sul bracconaggio e creare incentivi economici per preservare habitat invece di convertirli ad altri usi. Il punto è la parola «regolati»: senza limiti di capacità e sistemi di monitoraggio degli impatti, il rischio è che il turismo di natura contribuisca al degrado che dovrebbe prevenire, come mostra anche il caso del [turismo costiero e della tutela delle praterie di posidonia](https://eywadivulgazione.it/praterie-posidonia-mare-ligure/) nel Mediterraneo. Sul piano sociale, l’ecoturismo può sostenere il reddito delle comunità, diversificare economie spesso dipendenti da agricoltura o pesca e valorizzare conoscenze tradizionali; la review di Stronza et al. (2019) sintetizza casi documentati in cui ciò avviene, accanto a situazioni di conflitto, espropriazione culturale o concentrazione dei guadagni in mano a pochi attori esterni. Da un punto di vista educativo, l’ecoturismo ben progettato aumenta consapevolezza ambientale, crea connessioni tra visitatori e luoghi e può orientare comportamenti più responsabili anche una volta tornati a casa, soprattutto quando l’esperienza include riflessioni esplicite su cambiamento climatico, perdita di biodiversità e giustizia ambientale. C’è però un caveat: a livello globale, l’ecoturismo resta una nicchia rispetto al turismo globale, in un sistema dominato da voli low cost, crociere e grandi resort, e quindi il suo impatto complessivo su emissioni e uso di risorse è ancora limitato rispetto al settore nel suo insieme. Per chi progetta politiche pubbliche, i documenti UNEP–UN Tourism suggeriscono di vedere l’ecoturismo non come soluzione miracolosa, ma come un laboratorio in cui sperimentare standard più rigorosi di sostenibilità da estendere poi ad altre forme di turismo.## **Greenwashing e claim da smontare nell’ecoturismo** Uno dei nodi ricorrenti nella letteratura scientifica è la distanza tra definizioni teoriche dell’ecoturismo e uso commerciale del termine: Stronza, Hunt e Fitzgerald (2019) parlano esplicitamente di un’«etichetta eco di facciata», in cui la narrativa verde serve a giustificare modelli di business che restano intensivi in risorse e sbilanciati a favore di pochi attori. Sulla stessa linea, il modello «minimalista vs. comprehensive» di Weaver e Lawton (2005) mostra come molte offerte «eco» non includano elementi chiave come il coinvolgimento decisionale delle comunità locali o la misurazione sistematica degli impatti, pur continuando a capitalizzare sull’immaginario della natura incontaminata. I claim tipici del [greenwashing](...) in questo ambito sono formule vaghe come «resort ecologico», «esperienza autentica [a impatto zero](...)» (concetto che le stesse organizzazioni internazionali non riconoscono come misurabile senza metodologia certificata) o «turismo green in aree incontaminate» senza alcuna indicazione di standard, certificazioni o metriche usate. Nel quadro UE, la direttiva 2024/825 «Empowering Consumers for the Green Transition» è entrata in vigore il 26 marzo 2024 e diventerà applicabile in tutti gli Stati membri dal 27 settembre 2026, vietando i green claim generici non sostanziati e l’uso di marchi di sostenibilità non certificati. La proposta separata di [Green Claims Directive](...), pensata per dettagliare la verifica scientifica delle dichiarazioni ambientali, è di fatto in stallo: nel giugno 2025 la Commissione europea ha annunciato l’intenzione di ritirarla, e ad oggi non costituisce un quadro definitivo applicabile. La direzione di marcia resta quella di chiedere che affermazioni ambientali generiche siano supportate da prove verificabili, criteri trasparenti e controlli indipendenti: un approccio che, se applicato seriamente, ridimensiona molte campagne di marketing nel settore viaggi. Le linee guida UNEP-UNWTO sull’uso degli strumenti di policy per il turismo più sostenibile suggeriscono di integrare nel settore sistemi di certificazione credibili, indicatori standardizzati e obblighi di reporting pubblico su consumi energetici, gestione dei rifiuti, tutela della biodiversità e contributo alle economie locali. L’assenza di questi elementi non significa automaticamente frode, ma rende molto più facile che l’«eco» resti solo un prefisso attraente.## **Quadro tecnico e normativo: dove si inserisce l’ecoturismo** Dal punto di vista normativo, l’ecoturismo non è una categoria giuridica separata con una legge propria, ma si colloca dentro le politiche di turismo sostenibile e di protezione della biodiversità. La [Commissione europea](https://transport.ec.europa.eu/tourism/overview-eu-tourism-policy_en) inquadra il turismo sostenibile come parte della strategia per ridurre gli impatti ambientali del settore, incoraggiare modelli a minore intensità di risorse e riequilibrare flussi turistici nel territorio e nel tempo, con obiettivi che includono anche la valorizzazione di destinazioni minori e percorsi dolci come cammini e ciclovie. A livello globale, le [linee guida della Convenzione sulla Diversità Biologica](https://www.cbd.int/doc/publications/tou-gdl-en.pdf) forniscono riferimenti specifici su come progettare sviluppo turistico in aree ecologicamente sensibili, imponendo attenzione a valutazioni d’impatto, consultazione delle comunità indigene e locali, monitoraggio continuo della salute degli ecosistemi. Documenti come «Making Tourism More Sustainable» di UNEP e UNWTO sintetizzano strumenti di policy disponibili per governi e amministrazioni: dalla pianificazione territoriale agli incentivi economici, dall’uso di indicatori di performance alla creazione di piattaforme di governance partecipata tra istituzioni, imprese e società civile. In Italia, la strategia nazionale e i piani turistici più recenti si muovono dentro questo quadro: ENIT e i documenti europei di transizione del turismo richiamano esplicitamente la necessità di allineare l’offerta turistica con gli obiettivi climatici, distribuire i flussi su tutto l’anno e promuovere forme di turismo più lente e territoriali, in linea con molte pratiche di ecoturismo, pur senza usare sempre il termine. Per amministrazioni locali e operatori, la traduzione operativa di questi principi è ancora in corso, con sperimentazioni che vanno dai consorzi di ecoturismo mediterranei alle linee guida nazionali sul turismo climate sensitive. Un confronto utile viene anche dall’esperienza delle [spiagge plastic-free](https://eywadivulgazione.it/spiagge-plastic-free-leco-design-che-cambia-il-turismo-balneare/), dove pratiche di eco-design applicato al turismo balneare mostrano che sostenibilità e attrattività possono andare insieme.## **Come scegliere davvero: criteri operativi per chi viaggia e per chi progetta** Per chi viaggia, la domanda chiave non è «questo viaggio è perfettamente sostenibile?» ma «questo operatore e questa destinazione si avvicinano ai criteri di ecoturismo riconosciuti da UN Tourism/UNWTO, UNEP e dagli studi scientifici, o si fermano alla superficie?». Un’offerta coerente tende a dichiarare in modo trasparente dove si svolge l’esperienza, quali ecosistemi sono coinvolti, con quali organizzazioni locali collabora, come vengono calcolati o almeno monitorati gli impatti e quale quota dei ricavi resta sul territorio; quando queste informazioni mancano o sono solo slogan, il dubbio è legittimo. Per chi progetta prodotti o politiche, i documenti tecnici [UNEP-UNWTO](https://wedocs.unep.org/handle/20.500.11822/8741) e le linee guida sulla biodiversità indicano alcune leve: definire limiti di capacità per siti sensibili, introdurre sistemi di prenotazione che distribuiscano i flussi, sostenere la formazione di guide e imprese locali, collegare i ricavi turistici a fondi dedicati per la conservazione, usare indicatori chiari per valutare se un’esperienza si avvicina più al «nucleo» dell’ecoturismo o alla sua periferia commerciale. Vale la pena dirlo chiaramente: senza questa infrastruttura di regole, monitoraggio e partecipazione, l’ecoturismo resta una buona idea intrappolata nel materiale promozionale. In definitiva, la scelta più coerente non è cercare il bollino perfetto ma preferire, ogni volta che è possibile, proposte che si espongono a verifica, raccontano anche le proprie contraddizioni e dimostrano con fatti e numeri come stanno cercando di ridurre impatti e redistribuire benefici. **Il green si fa, non si dice.**## **Approfondimenti Eywa** Eywa Divulgazione, 2025. Articolo utile per inquadrare il tema dei flussi turistici, della pressione territoriale e della distanza fra successo turistico e sostenibilità reale. Eywa Divulgazione, 2025. Approfondimento direttamente pertinente per il paragrafo sul greenwashing e sull’uso di claim ambientali non verificabili nel marketing. Eywa Divulgazione, 2025. Utile a rafforzare il ragionamento sui claim «a impatto zero», sulle compensazioni simboliche e sulle narrazioni verdi che non equivalgono a sostenibilità verificata. Eywa Divulgazione, 2025. Approfondimento coerente con il tema del turismo e delle pratiche di sostenibilità applicate alle destinazioni, in particolare balneari. Eywa Divulgazione, 2025. Utile come raccordo ecosistemico: mostra perché turismo costiero, tutela degli habitat e qualità ecologica dei territori non possono essere letti separatamente.## **Bibliografia essenziale** UNEP; World Tourism Organization, 2005. Making Tourism More Sustainable: A Guide for Policy Makers. Fonte primaria di riferimento per la definizione di turismo sostenibile e per gli strumenti di policy; il repository UNEP indica chiaramente data, autori istituzionali e funzione del documento. Convention on Biological Diversity, 2004. Guidelines on Biodiversity and Tourism Development. Fonte primaria centrale per legare turismo, tutela della biodiversità, gestione degli impatti, partecipazione delle comunità e governance dei territori sensibili. Global Sustainable Tourism Council, 2025. Ecotourism and Sustainable Tourism. Fonte utile e agevolmente consultabile per distinguere ecoturismo, turismo sostenibile e responsible travel, con richiamo esplicito alla definizione UN Tourism/UNWTO. The International Ecotourism Society, 2015. What is Ecotourism? Definizione operativa molto citata dell’ecoturismo come viaggio responsabile in aree naturali con conservazione, benessere locale, interpretazione ed educazione. Council of the European Union, pagina aggiornata al 2026. Quadro ufficiale utile per distinguere tra regole UE già adottate contro alcuni green claim ingannevoli e ulteriori misure ancora in negoziazione sulle dichiarazioni ambientali. [https://transport.ec.europa.eu/tourism/overview-eu-tourism-policy\_en](https://transport.ec.europa.eu/tourism/overview-eu-tourism-policy_en) Commissione europea, pagina aggiornata al 2026. Utile per contestualizzare il turismo sostenibile nel quadro UE, incluso il transition pathway for tourism e la logica di transizione verde e resilienza del settore. Stronza A., Hunt C., Fitzgerald L., 2019. Ecotourism for conservation? «Annual Review of Environment and Resources», 44, pp. 229-253. Review scientifica di riferimento sulla distanza tra definizioni di ecoturismo, pratica commerciale e condizioni perché il modello produca conservazione reale, con analisi documentata del greenwashing nel settore. Weaver D. e Lawton L., 2005. The ecotourium concept and tourism-conservation symbiosis. «Journal of Sustainable Tourism», 13(4). Distinzione tra modello «minimalista» e «comprehensive» di ecoturismo, base teorica per leggere criticamente le offerte sul mercato. ENIT, 2024. Italy releases free guide to boost climate-sensitive and sustainable tourism. Inquadramento delle strategie italiane per un turismo più sostenibile e climate sensitive. **Categorie:** Attualità, Enciclopedia --- ### [Erosione del suolo: cos'è, cause, conseguenze e come prevenirla](https://eywadivulgazione.it/erosione-suolo-cosa-cause/) **Published:** Aprile 23, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **Cos’è l’Erosione del Suolo** L’erosione del suolo è il processo di distacco, trasporto e deposizione degli strati superficiali del terreno, causato dall’azione di agenti naturali come acqua, vento e gravità, ma accelerato in misura crescente dalle attività umane. Si tratta di uno dei fenomeni di degrado ambientale più gravi e silenziosi del nostro pianeta: il suolo si perde in modo progressivo e spesso impercettibile, ma i suoi effetti sono profondi e duraturi. Il suolo è una risorsa considerata **non rinnovabile** nei tempi della vita umana: occorrono tra i 100 e i 1.000 anni per formare appena 1-3 cm di terra fertile. Per questo motivo, qualsiasi perdita superiore a **1 tonnellata per ettaro all’anno** è considerata irreversibile in un arco di 50-100 anni. Secondo l’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, l’erosione del suolo è riconosciuta tra le **otto principali minacce** per il suolo europeo identificate dalla Strategia Tematica della Commissione Europea. ## **I dati globali e Italiani: un’emergenza silenziosa** L’entità del problema è enorme a scala globale e nazionale. Ogni 5 secondi si perde l’equivalente di un **campo da calcio** di suolo fertile. Circa il **33% dei suoli mondiali** è già degradato; entro il 2050 la quota potrebbe superare il **90%**. Il **95% del cibo globale** dipende direttamente o indirettamente dal suolo. L’erosione comporta una perdita economica stimata in circa **400 miliardi di dollari all’anno** di produzione agricola. Le stime della Global Soil Partnership (FAO) indicano che ogni anno vengono erose decine di miliardi di tonnellate di suolo dai terreni coltivabili; uno studio su *Nature Communications* (2017) valuta circa **35 miliardi di tonnellate nel 2001**, cresciute del 2,5% entro il 2012. **A livello europeo:** L’erosione complessiva del suolo nell’Unione Europea ammonta a **1 miliardo di tonnellate all’anno**. Circa il **24% della superficie agricola UE** è colpita dall’erosione idrica; tale quota potrebbe crescere fino al **25% entro il 2050**. L’erosione idrica non sostenibile colpisce circa il **32% dei terreni agricoli europei**. **A livello italiano:** L’Italia perde mediamente **8,77 tonnellate per ettaro all’anno** per erosione idrica, valore nettamente **superiore alla media europea**. L’**80% dei terreni agricoli italiani**, pari al 23% del territorio nazionale, è soggetto a fenomeni erosivi. Il **17,4% della superficie nazionale** risulta in stato di degrado, secondo i dati ISPRA al 2019. Tra il 2012 e il 2019, l’erosione ha interessato circa **540 km² di territorio italiano**, soprattutto nelle aree percorse da incendi. In Italia è andato perso il **28% dei terreni coltivabili** negli ultimi 25 anni. La collina, pur occupando solo il 17% del territorio dell’Emilia-Romagna, contribuisce al **51% del totale del suolo eroso** nella regione, con valori medi di erosione di 31,73 Mg/ha/anno.## **I tipi di erosione del suolo** ![Germoglio che viene battuto dalla pioggia](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/04/shutterstock_1547370620.webp) L’erosione si manifesta in forme diverse, a seconda dell’agente principale e delle caratteristiche del territorio. È possibile distinguere tre macro-categorie principali.### **Erosione idrica** È la forma più diffusa, causata dall’acqua piovana e dal ruscellamento superficiale (*runoff*). L’acqua in caduta colpisce il suolo, disgrega gli aggregati e trasporta le particelle a valle. Si suddivide in più stadi progressivi: Tipo Descrizione **Splash erosion** (erosione per gocce) Le gocce di pioggia (diametro ~5 mm, velocità ~32 km/h) colpiscono il suolo disaggregando le particelle. È il primo stadio del processo. **Sheet erosion** (erosione laminare) Rimozione uniforme di un sottile strato superficiale su ampie superfici. Spesso non riconoscibile immediatamente, ma responsabile di enormi perdite di nutrienti. **Rill erosion** (erosione per rigagnoli/solchi) L’acqua si incanalizza in piccoli solchi (*rill*) sempre più profondi. Segue la fase laminare e può evolvere in forme più gravi. **Gully erosion** (erosione per burroni) Formazione di canali profondi e larghi che rendono il terreno inutilizzabile per l’agricoltura. Forma più severa e difficilmente reversibile. **Erosione spondale** Erosione delle rive dei fiumi durante le piene, con alterazione del corso idrico e danni alle infrastrutture. **Erosione sotterranea (piping)** L’acqua si incanala sotto la superficie creando cavità che possono causare il crollo delle strutture sovrastanti. ### **Erosione eolica** Causata dal vento, che solleva e trasporta le particelle di suolo più fini, tipicamente in ambienti aridi, semi-aridi o privi di copertura vegetale. Colpisce soprattutto le zone pianeggianti esposte e i terreni con scarsa umidità. Oltre alla perdita di suolo, produce fenomeni di desertificazione.### **Erosione gravitazionale** Include smottamenti, colate detritiche e frane, tipici delle zone collinari e montuose. Si verifica quando la forza di gravità supera la resistenza degli strati del suolo, spesso in concomitanza con precipitazioni intense o incendi. L’erosione è un processo naturale, ma le attività umane la **accelerano drasticamente**. Le cause si dividono in naturali e antropiche. **Piogge intense e concentrate**: l’intensità delle precipitazioni è il principale fattore climatico. Piogge forti, specialmente dopo lunghi periodi di siccità, aumentano notevolmente il rischio erosivo. **Pendenza e morfologia del terreno**: i versanti ripidi favoriscono il deflusso rapido delle acque e l’erosione. **Caratteristiche geologiche e pedologiche**: la composizione del suolo (erodibilità, permeabilità, struttura degli aggregati) ne determina la vulnerabilità. **Vento**: nei climi aridi, il vento erode e trasporta le particelle superficiali più fini. **Incendi**: distruggono la copertura vegetale e alterano le proprietà idrauliche del suolo, rendendolo più vulnerabile all’erosione. Studi dimostrano che la perdita di suolo in aree forestali può essere **150% superiore** in caso di concomitanza di piogge estreme e incendi.### **Cause umane** **Deforestazione**: la rimozione di alberi e vegetazione espone il suolo all’azione diretta di pioggia e vento. **Pratiche agricole non sostenibili**: aratura profonda e frequente, monocoltura, sovrairrigazione e uso di macchinari pesanti compattano il suolo riducendone la permeabilità. **Pascolo eccessivo (overgrazing)**: il bestiame distrugge la copertura erbacea e compatta il terreno, aumentandone la vulnerabilità all’erosione. **Terreni lasciati nudi**: i campi privi di coltura o copertura vegetale dopo il raccolto sono i più esposti all’azione erosiva. **Rimozione di siepi e fasce tampone**: le piante ai bordi dei campi fungono da barriere naturali contro l’erosione eolica e idrica. **Costruzione e urbanizzazione**: la realizzazione di strade e infrastrutture destabilizza il suolo e aumenta il ruscellamento superficiale. **Cambiamenti climatici**: modificando i cicli idrologici, aumentano la frequenza e l’intensità degli eventi meteorologici estremi, aggravando i processi erosivi. Proiezioni scientifiche indicano un aumento dell’erosione dal **30 al 66% entro il 2070** rispetto al 2015.## **Il Modello RUSLE: come si misura l’erosione** La quantità di suolo eroso viene stimata principalmente con la **RUSLE** (*Revised Universal Soil Loss Equation*), un’equazione empirica internazionale, adottata anche a livello europeo e dall’ISPRA. L’USDA considera tollerabile un tasso di erosione fino a **11,2 Mg/ha/anno** per suoli profondi e a substrato rinnovabile. I dati europei collocano l’Italia ben al di sopra della media continentale. ![Coltivazioni su un terreno secco](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/04/shutterstock_514075159.webp) Le ripercussioni dell’erosione si fanno sentire su molteplici livelli: ambientale, agricolo, economico e sociale.### **Perdita di Fertilità** L’erosione rimuove lo strato più superficiale del suolo, ricco di **sostanza organica, minerali e microorganismi** essenziali alla vita delle piante. Il suolo restante è meno fertile, più povero e meno produttivo. Le colture risentono immediatamente di questa perdita: le radici trovano meno acqua, meno ossigeno e meno nutrienti. Il 68% dei terreni agricoli italiani ha già perso oltre il **60% del carbonio organico** originariamente presente. L’erosione prolungata può avviare terreni fertili verso la **desertificazione**: la perdita irreversibile della capacità produttiva del suolo. In Italia il fenomeno è particolarmente evidente **al Sud**, dove i periodi di siccità si sommano a un’erosione già intensa. Secondo l’ISPRA, il 17,4% della superficie nazionale mostra segni di degrado avanzato. Il materiale eroso trasporta con sé **fertilizzanti, pesticidi e metalli pesanti** verso i corsi d’acqua, causando inquinamento diffuso e fenomeni di **eutrofizzazione** di fiumi e laghi. Questo compromette gli ecosistemi acquatici e riduce la qualità dell’acqua potabile. ### **Rischio Idrogeologico** L’erosione riempie di sedimenti i corsi d’acqua, **riducendone la capacità di portata** e aumentando il rischio di esondazioni e alluvioni. Sui versanti collinari e montani, l’indebolimento dello strato superficiale del suolo può innescare **frane e smottamenti**. L’erosione riduce la capacità del suolo di **sequestrare carbonio**. Quando il suolo si degrada, il carbonio organico viene liberato nell’atmosfera, contribuendo all’aumento dei gas serra. Studi dell’UE stimano che l’erosione accelerata nei terreni agricoli europei potrebbe portare a un aumento del **35% del carbonio “eroso”** nel periodo 2016-2100. ### **Perdita di Biodiversità** Il suolo ospita una straordinaria varietà di organismi — batteri, funghi, lombrichi, insetti — che regolano i cicli biogeochimici fondamentali. L’erosione distrugge questo ecosistema sotterraneo, riducendo la biodiversità complessiva del territorio.## **Come prevenire e contrastare l’erosione del suolo** La buona notizia è che l’erosione può essere significativamente ridotta con pratiche corrette di gestione del suolo. Le soluzioni più efficaci combinano misure agronomiche, strutturali e normative. Mantenere il terreno coperto è la difesa più efficace contro l’erosione. Le **colture di copertura** (leguminose, cereali autunnali, brassiche) proteggono la superficie dal dilavamento e migliorano la struttura del suolo. Studi dimostrano che le cover crops possono ridurre le perdite di sedimento mediamente di **20,8 tonnellate per acro** rispetto ai terreni non protetti nei campi a lavorazione tradizionale. La senape, ad esempio, riduce la perdita di suolo fino all’**82%** rispetto a un terreno senza copertura.### **Agricoltura Conservativa** L’agricoltura conservativa riduce o elimina l’aratura, favorisce la **rotazione delle colture** e mantiene i residui colturali sul suolo. La riduzione delle lavorazioni profonde diminuisce la dispersione degli aggregati del suolo e incrementa la vita biologica (in particolare i lombrichi).### **Terrazzamenti** Nelle zone collinari e montane, i **terrazzamenti** frenano il deflusso dell’acqua, riducono la pendenza effettiva e minimizzano l’erosione. È una delle tecniche tradizionali più efficaci, ancora ampiamente applicata in molte aree del Mediterraneo. La piantumazione di alberi e siepi lungo i margini dei campi o all’interno dei sistemi colturali stabilizza il suolo con le radici, riduce la velocità del vento e del deflusso idrico. I sistemi **agroforestali**, che integrano colture agricole con specie arboree, sono tra le soluzioni più efficaci per la conservazione del suolo a lungo termine, specialmente per le piccole aziende nei Paesi in via di sviluppo. Le **fasce verdi** ai bordi dei campi (siepi, alberi, erba alta) fungono da barriere fisiche che rallentano il deflusso dell’acqua e trattengono i sedimenti prima che raggiungano i corsi d’acqua. Arare **seguendo le curve di livello** del terreno, e non perpendicolarmente alla pendenza, riduce la velocità di deflusso dell’acqua e quindi la forza erosiva. Evitare il **sovraccarico di bestiame** su un’area, praticare il pascolo rotazionale e mantenere la copertura erbacea sono misure fondamentali per ridurre l’erosione nei pascoli.### **Normativa e politiche** La Strategia Europea per la Biodiversità e l’Agenda 2030 dell’ONU (obiettivo 15.3) prevedono il ripristino dei terreni degradati e la lotta alla desertificazione. In Italia, la normativa PAC (*Politica Agricola Comune*) impone alle aziende agricole che ricevono sussidi di garantire una **copertura vegetale minima del suolo per almeno 90 giorni** nel periodo novembre-maggio.## **Il legame tra erosione e cambiamenti climatici** L’erosione del suolo e i cambiamenti climatici si alimentano a vicenda in un circolo vizioso. Le precipitazioni più intense e concentrate dopo periodi di siccità — un pattern sempre più frequente a causa del riscaldamento globale — aumentano direttamente il rischio erosivo. Al tempo stesso, l’erosione riduce la capacità del suolo di sequestrare carbonio atmosferico, aggravando il riscaldamento globale. Le proiezioni per il futuro sono preoccupanti: secondo scenari analoghi a quelli IPCC, l’erosione del suolo potrebbe aumentare dal **30 al 66% entro il 2070** rispetto ai livelli del 2015, a seconda delle politiche adottate in materia di uso del suolo e cambiamenti climatici. Per compensare le perdite attese negli scenari peggiori, le tecniche di agricoltura conservativa dovrebbero essere applicate su almeno il **60% dei terreni coltivabili** nel mondo (contro l’attuale 11-14%).## **L’erosione del suolo in Italia: un quadro di sintesi** L’Italia presenta caratteristiche geografiche e climatiche che la rendono particolarmente vulnerabile all’erosione: orografia prevalentemente collinare e montuosa, precipitazioni spesso intense e concentrate, agricoltura diffusa su versanti acclivi. Il Sud è la zona più a rischio a causa della combinazione di siccità prolungate, piogge intense stagionali e suoli già degradati. Secondo il Rapporto “Il suolo italiano ai tempi della crisi climatica” (Re Soil Foundation, 2023), redatto con il contributo di Università di Bologna e Politecnico di Torino: **47 su 100 metri quadrati** di suolo italiano presentano qualche forma di degrado. L’**80% dei terreni agricoli** è sottoposto a fenomeni erosivi. Il 68% ha perso oltre il **60% del carbonio organico** originario Il vicedirettore generale FAO Maurizio Martina ha avvertito: *“Senza un’inversione di tendenza, potremmo perdere la totalità della terra fertile e coltivabile entro i prossimi 60 anni”*. L’erosione del suolo è un’emergenza ambientale che tocca la sicurezza alimentare, la stabilità degli ecosistemi e la mitigazione dei cambiamenti climatici. In Italia e nel mondo, il suolo si perde molto più velocemente di quanto si formi. La combinazione di pratiche agricole insostenibili, deforestazione e cambiamenti climatici ha portato il sistema al limite. Le soluzioni esistono e sono accessibili — dall’agricoltura conservativa alle cover crops, dai terrazzamenti al rimboschimento — ma richiedono una volontà politica e una consapevolezza pubblica ancora insufficienti. Proteggere il suolo significa proteggere il cibo che mangiamo, l’acqua che beviamo e il clima del pianeta. *Fonti principali: ISPRA, FAO Global Soil Partnership, Re Soil Foundation, Scienza in Rete (SNPA), Arpae Emilia-Romagna, Joint Research Centre UE.* ## **Bibliografia** 1. [Erosione del suolo — Italiano – ISPRA](https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/suolo-e-territorio/suolo/il-degrado-del-suolo/erosione-del-suolo) 2. [Soil Erosion: Causes, Effects, and Prevention – OHSE](https://ohse.ca/soil-erosion-causes-effects-and-prevention/) – Soil erosion is the gradual wearing away of topsoil due to natural elements such as wind, water, or … 3. [Erosione del suolo, quando ci togliamo il terreno sotto i piedi](https://www.scienzainrete.it/articolo/erosione-del-suolo-quando-ci-togliamo-terreno-sotto-piedi/anna-romano/2020-11-04) – Sta proprio sotto i piedi ed è fondamentale per svariati processi biochimici; è alla base della nost… 4. [Stato del suolo italiano: cosa sapere](https://www.rigeneriamoterritorio.it/come-sta-il-suolo-italiano/) – Erosione, carenza di carbonio organico, inquinamento minano la salute del suolo italiano. L’analisi … 5. [Key messages | Global Symposium on Soil Erosion](https://www.fao.org/about/meetings/soil-erosion-symposium/key-messages/en/) – 33% of the Earth’s soils are already degraded and over 90% could become degraded by 2050 (FAO and IT… 6. [Il suolo italiano è malato. Ecco i numeri più preoccupanti …](https://www.ecodallecitta.it/il-suolo-italiano-e-malato-ecco-i-numeri-piu-preoccupanti-che-lo-dimostrano-rapporto-re-soil/) – Ogni 100 metri quadri di suolo, 47 presentano qualche forma di degrado. L’80% dei terreni agricoli, … 7. [Il suolo italiano è malato. Ecco tutti i numeri.](https://beppegrillo.it/il-suolo-italiano-e-malato-ecco-tutti-i-numeri/) – di Emanuele Isonio – Ogni 100 metri quadri di suolo, 47 presentano qualche forma di degrado. L’80% d… 8. [1 miliardo di tonnellate l’anno: focus sull’erosione del suolo europeo](https://www.canaleenergia.com/rubriche/scenari/1-miliardo-di-tonnellate-lanno-focus-sullerosione-del-suolo-europeo/) – L’erosione complessiva del suolo, in tutta l’UE, ammonta a 1 miliardo di tonnellate all’anno. Circa … 9. [EROSIONE IDRICA – indicatori ambientali ISPRA](https://indicatoriambientali.isprambiente.it/it/suolo/erosione-idrica) – Dalle stime europee l’Italia, perde mediamente 8.77 tonnellate/ettaro \* anno, ben superiore alla med… 10. [Erosione, desertificazione e perdita di carbonio, il degrado …](https://www.ildenaro.it/erosione-desertificazione-e-perdita-di-carbonio-il-degrado-del-suolo-in-italia/) – (Adnkronos) – Ogni 100 metri quadri di suolo, 47 presentano qualche forma di degrado. L’80% dei terr… 11. [Non solo alluvioni, in Italia avanza la desertificazione: il 18% dei …](https://www.corriere.it/economia/consumi/24_novembre_15/non-solo-alluvioni-in-italia-avanza-la-desertificazione-il-18-dei-terreni-non-e-piu-coltivabile-dde9fadd-a34e-4241-942a-c0741e2f1xlk.shtml) – Secondo l’Ispra «il 17,4% della superficie è in uno stato di degrado» che «si manifesta attraverso l… 12. [In Italia avanza la desertificazione, Ispra: il 17,4% del suolo …](https://www.greenreport.it/news/crisi-climatica-e-adattamento/1028-in-italia-avanza-la-desertificazione-ispra-il-17-4-del-suolo-nazionale-e-degradato) – Si celebra oggi la trentesima Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione, ma in base ai da… 13. [Erosione suolo – Arpae Emilia-Romagna](https://webbook.arpae.it/indicatore/Erosione-suolo-00001/?id=ef258eb9-6369-11e5-bf2c-11c9866a0f33) – Il modello stima una perdita media annua di 9,91 Mg*ha-1*anno-1 di suolo, se si considera l’intera s… 14. [www.zanon.it › notizie › erosione-suolo-agricolo-cause-soluzioni](https://www.zanon.it/it/notizie/erosione-suolo-agricolo-cause-soluzioni/) – Scopri cos’è l’erosione del suolo, perché riduce la produttività dei campi e come prevenirla con buo… 15. [Soil Erosion, Definition, Types, Causes, Factors, Impact](https://vajiramandravi.com/current-affairs/soil-erosion/) – Soil erosion explained with definition, types, causes and impacts on agriculture, land degradation a… 16. [Emilia-Romagna – Erosione suolo](https://webbook.arpae.it/indicatore/Erosione-suolo-00001/?espandi=Descrizione) – null 17. [Soil Erosion: Meaning, Types, Causes, Effects – Allen](https://allen.in/science/soil-erosion) – Soil erosion is the detachment, transport, and deposition of the topmost layer of soil from one loca… 18. [\[PDF\] Il processo di erosione.pdf](http://www.acutis.it/MaterialiEcologiaAgrometeo2010/Il%20processo%20di%20erosione.pdf) – Avviene quando si ha rimozione uniforme di suolo dalla superficie ad opera dell’acqua che comincia a… 19. [Soil Erosion: The Main Types, Causes, And Control Measures](https://eos.com/blog/soil-erosion/) – Soil erosion is a form of land degradation caused by natural and anthropogenic factors. Timely preve… 20. [Desertificazione: cos’è, cause e soluzioni – Enel Green Power](https://www.enelgreenpower.com/it/learning-hub/gigawhat/cerca-articoli/articles/2024/06/desertificazione) – La desertificazione è un processo di degrado del suolo che trasforma terre fertili in aree aride e d… 21. [L’erosione del suolo – Unife](https://www.unife.it/scienze/lm.geologia/insegnamenti/geomorfologia-applicata/materiale-didattico/Erosione.pdf) 22. [Erosione idrica del suolo](https://climadat.isprambiente.it/dati-e-indicatori/indicatori-di-impatto-dei-cambiamenti-climatici/erosione-idrica-del-suolo/) 23. [Erosione del suolo – Piattaforma Nazionale Adattamento …](https://climadat.isprambiente.it/dati-e-indicatori/indicatori-di-impatto-dei-cambiamenti-climatici/erosione-del-suolo/) 24. [L’erosione del suolo – regione campania – assessorato agricolturaagricoltura.regione.campania.it › pdf › er…](https://agricoltura.regione.campania.it/pedologia/pdf/erosione_del_suolo.pdf) 25. [Soil Erosion: Causes, Effects, and Prevention Strategies](https://agroye.com/soil-erosion-causes-effects-and-prevention-strategies) – Delve into its causes, ranging from natural forces to human activities, and uncover the far-reaching… 26. [Come prevenire l’erosione del suolo? Pratiche agrotecniche e …](https://rolmako.it/come-prevenire-erosione-suolo-pratiche-agronomiche-proteggere-suolo.html) – Riduci l’erosione, migliora la struttura del suolo e aumenta le rese con metodi moderni e sostenibil… 27. [Il Degrado del suolo — Italiano – ISPRA](https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/suolo-e-territorio/suolo/il-degrado-del-suolo) – Il degrado del suolo sta avvenendo a un ritmo allarmante, contribuendo a un drammatico declino della… 28. [Cover Crops at Work: Covering the Soil to Prevent Erosion – SARE](https://www.sare.org/publications/cover-crops-ecosystem-services/cover-crops-at-work-covering-the-soil-to-prevent-erosion/) – An overview of cover crop impacts on soil losses from agricultural production systems.1 Download thi… 29. [Soluzioni per ridurre l’erosione in terreni collinari e …](https://agricoltura.regione.emilia-romagna.it/progetti-innovazione/raccolta-progetti-innovazione/qualita-acque-suoli/qualita-suoli/soluzioni-per-ridurre-l2019erosione-in-terreni-collinari-e-montani-mantenendo-e-incrementando-le-attivita-agricole-attraverso-l2019utilizzo-di-pratiche-di-agricoltura-conservativa-soilution) – Elaborare un modello di agricoltura conservativa che contrasti i fenomeni erosivi del suolo e che mi… 30. [The Causes and Effects of Soil Erosion, and How to Prevent It](https://www.wri.org/insights/causes-and-effects-soil-erosion-and-how-prevent-it) – Soil is eroding more quickly than it is being formed. Sustainable land management can help control s… 31. [Copertura vegetale dei terreni per prevenire l’erosione del suolo …](https://www.reterurale.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/16752) **Categorie:** Enciclopedia --- ### [Disinfestazioni antizanzare urbane: cosa finisce davvero nell’aria delle nostre città](https://eywadivulgazione.it/disinfestazioni-antizanzare-urbane-cosa-finisce-davvero-aria-nostre-citta/) **Published:** Aprile 21, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Arriva giugno e torna il rito. Il furgone passa all’alba, la nebbia bianca striscia lungo i marciapiedi, l’avviso sul portone è comparso la sera prima. Finestre chiuse, panni ritirati, ciotola del gatto dentro casa, bambini lontani dai giardini pubblici per qualche ora. Si chiama adulticidazione, in gergo tecnico, e in molti Comuni italiani è ormai una consuetudine estiva così radicata che nessuno si chiede più cosa contenga quella nebbia, chi l’abbia scelta, e su quale base. Eppure la domanda è semplice, e ha una risposta scritta. Da qualche parte, in un ufficio comunale, esistono una determina di affidamento, un capitolato tecnico, una scheda di sicurezza. Sono atti pubblici. Il cittadino ha diritto di leggerli, e spesso non sa di averlo.## **Tre livelli di lotta, una sola prassi** Combattere le zanzare in città non è una faccenda binaria. Le indicazioni tecniche dell’[ISPRA](https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/quaderni/ambiente-e-societa/impatto-sugli-ecosistemi-e-sugli-esseri-viventi-delle-sostanze-sintetiche-utilizzati-nella-profilassi-anti-zanzara) (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e quelle dell’[Istituto Superiore di Sanità](https://www.epicentro.iss.it/arbovirosi/documentazione-italia) descrivono da anni una gerarchia a tre gradini. Il primo è la prevenzione: rimuovere i ristagni d’acqua dove le zanzare depongono le uova, cioè [tombini, caditoie](https://eywadivulgazione.it/caditoie-tombini-manutenzione-allagamenti/), sottovasi, copertoni abbandonati, grondaie intasate. Il secondo è il controllo larvale, ovvero trattamenti mirati nei focolai che non si possono eliminare fisicamente, usando prodotti biologici selettivi come il «Bacillus thuringiensis israelensis», un batterio del suolo i cui cristalli proteici agiscono in modo molto più selettivo degli insetticidi chimici, colpendo principalmente le larve di zanzare, simulidi e alcuni altri ditteri nematoceri. Il terzo, l’ultimo, è l’adulticidazione, cioè la nebulizzazione che tutti conosciamo, prevista solo come misura d’emergenza in situazioni circoscritte, per esempio in presenza di focolai accertati di arbovirosi, le malattie trasmesse da zanzare come Dengue, Chikungunya, West Nile. In una parte ampia della prassi comunale italiana, questa piramide è rovesciata. L’adulticida viene in testa, il larvicida viene saltato o fatto in fretta, la prevenzione viene scaricata sul cittadino con un’ordinanza infilata sul sito comunale a maggio inoltrato. E qui sta il punto: non è un problema di zanzare, è un problema di programmazione. Le specie con cui abbiamo a che fare, peraltro, sono almeno due, e vanno trattate in modo diverso. «Aedes albopictus», la zanzara tigre, si riproduce in piccoli volumi d’acqua, anche un tappo di bottiglia rovesciato in un vaso, e vive a stretto contatto con noi, nei cortili, nei balconi, nelle aiuole. «Culex pipiens», la zanzara comune, preferisce acque più ferme e più ampie, caditoie, vasche, fossi. Bombardarle entrambe con la stessa nebulizzazione serale è, nel migliore dei casi, un colpo di ramazza. Nel peggiore, un danno collaterale generalizzato.## **Piretroidi: cosa c’è davvero in quella nebbia** Veniamo al contenuto del furgone. Fra le molecole più utilizzate nelle disinfestazioni adulticide urbane italiane ci sono i piretroidi di sintesi, in particolare la permetrina e la deltametrina. Un [Quaderno ISPRA del 2015](https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/quaderni/ambiente-e-societa/impatto-sugli-ecosistemi-e-sugli-esseri-viventi-delle-sostanze-sintetiche-utilizzati-nella-profilassi-anti-zanzara), uno dei documenti tecnici italiani più organici sul tema, ha stimato in circa 150 milioni di euro l’anno la spesa delle amministrazioni pubbliche italiane per la profilassi antizanzara, con quantitativi di sostanze attive riversate nell’ambiente di rilievo. Non stiamo parlando di una voce marginale di bilancio, ma di una spesa pubblica significativa, sulla quale il dibattito cittadino resta limitato. I piretroidi di sintesi sono analoghi sintetici delle piretrine naturali estratte dal «Chrysanthemum cinerariifolium», il piretro, e rispetto a queste ultime sono generalmente più stabili, motivo per cui sono diventati lo standard dei formulati insetticidi. Agiscono sul sistema nervoso degli insetti mantenendo aperti i canali del sodio delle cellule nervose: in parole povere, provocano iperattività nervosa, paralisi e morte. Finora sembrerebbe quasi una buona notizia. Il problema è un dettaglio che nei comunicati comunali non compare quasi mai: i piretroidi sono insetticidi ad ampio spettro. Le stesse [Linee guida regionali dell’Emilia-Romagna 2024](https://zanzaratigreonline.it/Media/686c3f91-3d92-432d-920f-b588b7848091/Zanzare-24_LG_adulticidi.pdf) lo dicono con chiarezza: gli adulticidi non sono selettivi, colpiscono anche insetti utili come [api, farfalle e altri impollinatori](https://eywadivulgazione.it/come-creare-un-balcone-amico-di-api-e-farfalle/), e presentano profili ecotossicologici rilevanti per gli organismi acquatici. La selettività promessa nei manifesti comunali è soprattutto una selettività di orario, non di bersaglio biologico: il trattamento notturno riduce il rischio di esposizione diretta per le api bottinatrici, ma non elimina l’impatto sulla fauna non bersaglio. Il quadro europeo di riferimento è il [Regolamento UE 528/2012 sui biocidi](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32012R0528), che fissa regole stringenti su autorizzazione, etichettatura, valutazione dei rischi. Regole che esistono sulla carta. Verificare se vengono rispettate, appalto per appalto, è un altro paio di maniche, e un successivo [Quaderno ISPRA del 2022 sui biocidi e il principio di precauzione](https://www.isprambiente.gov.it/files2022/pubblicazioni/quaderni/quad_natbio_17_22_biocidi.pdf) lo dice senza giri: la disciplina italiana andrebbe aggiornata per regolare l’uso dei prodotti antizanzara in chiave sostenibile, privilegiando la gestione integrata.## **Il paradosso delle città amiche delle api** Vale la pena dirlo chiaramente. Molti dei Comuni che oggi firmano patti simbolici per la tutela degli impollinatori, aderiscono a reti europee sulla biodiversità urbana, finanziano corridoi ecologici e aiuole fiorite insieme alle scuole, sono gli stessi che in parallelo affidano contratti pluriennali di disinfestazione adulticida a base di permetrina o deltametrina. Non è malafede, nella maggior parte dei casi. È compartimentazione amministrativa: un ufficio scrive la delibera ambientale, un altro firma la determina di igiene pubblica, e i due documenti raramente si incontrano. Il risultato è che si costruisce un hotel per api a marzo e si nebulizza il parco a giugno. Gli effetti non restano nei parchi. I piretroidi dilavano con la pioggia nelle caditoie, finiscono nei canali, raggiungono i corpi idrici, dove la letteratura scientifica internazionale e i documenti tecnici di riferimento convergono su un punto essenziale: in ambiente urbano queste molecole non spariscono dopo l’alba, possono redistribuirsi tra acqua di dilavamento, sedimenti dei corpi idrici, microfauna del suolo, superfici trattate. L’impatto sugli invertebrati acquatici, che stanno alla base della catena alimentare dei pesci, è documentato, così come l’impatto sugli impollinatori.## **L’alternativa che esiste, e che qualcuno già pratica** Non stiamo parlando di utopia. L’Emilia-Romagna ha strutturato e progressivamente consolidato, a partire dall’epidemia di chikungunya del 2007, un [piano regionale di sorveglianza e controllo delle arbovirosi](https://salute.regione.emilia-romagna.it/notizie/il-fatto/lotta-alle-zanzare-al-via-il-piano-regionale-arbovirosi-2025-e-r) che ribalta la piramide, mette al primo posto il monitoraggio entomologico (cioè contare davvero le zanzare nei vari quartieri, con trappole, prima di decidere dove intervenire), punta massicciamente sul controllo larvale nelle caditoie stradali, coinvolge cittadini e scuole nella rimozione dei focolai. Il [Centro Agricoltura Ambiente «Giorgio Nicoli»](https://www.caa.it/) di Crevalcore, riferimento italiano sulla materia, documenta da anni l’efficacia di questo approccio. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo chiama [«Integrated Vector Management»](https://www.who.int/publications/i/item/9789241502801), gestione integrata dei vettori, e lo indica come quadro operativo raccomandato a livello internazionale. In Italia il quadro nazionale è il [Piano nazionale di prevenzione, sorveglianza e risposta alle Arbovirosi 2020-2025](https://www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_2_1.jsp?lingua=italiano&id=2947) (sancito con Accordo Stato-Regioni del 15 gennaio 2020 e prorogato per l’anno 2026), che conferma prevenzione e controllo larvale come prima linea d’intervento. Non è una moda ambientalista. È la raccomandazione sanitaria. Perché allora tanti Comuni restano fermi all’adulticida? Due ragioni, poco eroiche. La prima è che la lotta integrata richiede personale, mappe dei focolai, sopralluoghi, continuità, cose che costano tempo e non si improvvisano a giugno. La seconda è che il furgone che passa all’alba è visibile, rassicurante, fotografabile. Si vede che il Comune «sta facendo qualcosa». Il tecnico che ispeziona una caditoia con un bicchierino di plastica in mano per contare le larve, no.## **La comunicazione ai cittadini: il capitolo che nessuno scrive** C’è poi la questione dell’informazione preventiva, che meriterebbe un articolo a sé e forse lo avrà. Le buone pratiche operative, fra cui quelle [sviluppate in Emilia-Romagna](https://zanzaratigreonline.it/Media/686c3f91-3d92-432d-920f-b588b7848091/Zanzare-24_LG_adulticidi.pdf) e fra i riferimenti tecnici italiani più chiari, prevedono che prima di un trattamento adulticida la popolazione venga informata con un preavviso minimo di 24 ore, indicando area interessata, tempi dell’intervento, principio attivo impiegato e precauzioni da adottare. Non esiste però un obbligo nazionale uniforme, e questo spiega la disomogeneità territoriale. La realtà che chiunque abbia vissuto un’estate italiana fuori dall’Emilia-Romagna conosce è diversa: avvisi affissi la sera prima, lessico generico («prodotto a base di piretroidi» senza numero di autorizzazione ministeriale), [cautele raramente esplicitate per soggetti allergici e asmatici, bambini piccoli e altri gruppi vulnerabili](https://eywadivulgazione.it/manuale-uso-balcone-respira-istruzioni-non-esperti/), e quasi mai un’informazione chiara per chi tiene api in contesto urbano, scheda di sicurezza invisibile. Il silenzio informativo non è un dettaglio estetico. È la condizione che impedisce al cittadino di sapere, e quindi di chiedere. Rompere quel silenzio è esattamente ciò che l’accesso civico consente di fare.## **Cosa può chiedere un cittadino, a chi, e come** Veniamo al nodo operativo, che è poi il motivo per cui questo articolo esiste. In Italia ogni cittadino, senza bisogno di dimostrare un interesse personale, può presentare al proprio Comune una [richiesta di accesso civico generalizzato](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/) ai sensi dell’articolo 5 comma 2 del [decreto legislativo 33 del 2013](https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2013/04/05/13G00076/sg), il cosiddetto FOIA italiano (dall’inglese «Freedom of Information Act»). È gratuita, si può inviare anche via PEC (posta elettronica certificata), canale preferibile perché lascia prova della consegna, e il Comune ha trenta giorni per rispondere. Il termine può essere sospeso fino a dieci giorni in presenza di controinteressati, cioè soggetti i cui interessi potrebbero essere toccati dall’accesso. In caso di silenzio o rifiuto esistono strumenti di riesame previsti dalla stessa norma. Gli atti che vale la pena chiedere, quando si parla di disinfestazioni antizanzare, sono diversi e tutti pubblici per natura. La determina di affidamento del servizio, con il relativo capitolato tecnico, dice chi esegue i trattamenti, con quale contratto, per quale cifra, su quali zone. Il piano annuale di intervento indica calendario e modalità. Le schede tecniche e di sicurezza dei prodotti biocidi effettivamente impiegati contengono il numero di autorizzazione ministeriale, le avvertenze d’uso, i dati di tossicità per organismi non bersaglio. I verbali di monitoraggio entomologico, se esistono, raccontano se il Comune ha davvero contato le zanzare prima di decidere o se ha semplicemente replicato il calendario dell’anno precedente. Le eventuali relazioni ARPA sulle ricadute ambientali completano il quadro. L’ordinanza sindacale che impone ai privati la rimozione dei ristagni, infine, dice se il Comune sta facendo anche la sua parte di prevenzione o se si limita a scaricare tutto sulla cittadinanza nell’ultima settimana di maggio. C’è un ultimo aspetto importante, forse il più politico di tutti. Si può chiedere al Comune, per iscritto, se ha adottato un piano di lotta integrata conforme alle linee guida ISPRA e al Piano nazionale arbovirosi. La risposta, oppure l’assenza di risposta, è già di per sé un’informazione. Un Comune che non sa cosa rispondere sta dicendo qualcosa di molto preciso sulla propria programmazione. L’ufficio competente varia a seconda delle organizzazioni locali, tipicamente si chiama Ambiente, Igiene Pubblica, o Servizi Ecologici. La PEC istituzionale del Comune si trova sui siti ufficiali e sull’[«Indice dei domicili digitali della pubblica amministrazione» (IPA)](https://indicepa.gov.it/ipa-portale/). Il testo della richiesta può essere semplice: una frase che cita la norma, l’elenco degli atti, la richiesta di trasmissione in formato digitale. Nessuna laurea in giurisprudenza richiesta. Chi vuole segnalare [problemi ambientali più ampi al proprio Comune](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-verde-urbano-guida-pratica/) trova negli stessi strumenti la stessa porta di ingresso.## **La misura del civismo** Le zanzare continueranno a esserci. Sono più vecchie di noi, più resistenti di quasi ogni strategia, e con il riscaldamento climatico avanzeranno dove prima non arrivavano. Non è questo il problema. Il problema è come le combattiamo, con quali costi ambientali, con quali alternative ignorate, e soprattutto con quale opacità nei confronti di chi respira la nebbia del furgone delle sei del mattino. L’atto amministrativo esiste. Per definizione è pubblico. Chiederlo non è un gesto ostile, è il minimo sindacale di una cittadinanza che ha smesso di accettare le cose per come si presentano. Il green si fa con le determine, non solo con i manifesti.## **Approfondimenti Eywa** Eywa Divulgazione, 2025. Guida pratica al FOIA italiano: come scrivere una richiesta di accesso civico al proprio Comune, quali atti chiedere, come gestire silenzi e rifiuti. Eywa Divulgazione, 2025. Caditoie e tombini come punto critico della manutenzione urbana, con implicazioni dirette anche sui focolai larvali di zanzara. Eywa Divulgazione, 2025. Guida per trasformare il balcone in habitat di supporto per impollinatori urbani, specie esposte agli effetti non bersaglio dei trattamenti adulticidi. Eywa Divulgazione, 2025. Istruzioni operative per non esperti sulla qualità dell’aria domestica e sulle categorie sensibili, utili nei giorni di trattamento adulticida. Eywa Divulgazione, 2025. Mappa ragionata delle fonti di inquinamento indoor e delle soluzioni praticabili, con riferimenti utili alla protezione dei soggetti a rischio. Eywa Divulgazione, 2025. Come segnalare al Comune problemi nella gestione del verde urbano, con indicazioni sui canali istituzionali e sui tempi di risposta. Eywa Divulgazione, 2025. Il caso Genova come esempio di come i protocolli tecnici sul verde urbano debbano basarsi su dati pubblici verificabili, logica trasferibile alla gestione zanzare.### **Bibliografia essenziale** ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, 2015. Quaderni Ambiente e Società 10/2015, «Impatto sugli ecosistemi e sugli esseri viventi delle sostanze sintetiche utilizzate nella profilassi antizanzara», a cura di Pietro Massimiliano Bianco. Documento tecnico italiano che analizza i principi attivi impiegati nella disinfestazione urbana, quantifica la spesa pubblica nazionale in circa 150 milioni di euro annui, raccomanda il ricorso alla gestione integrata. [https://www.isprambiente.gov.it/files2022/pubblicazioni/quaderni/quad\_natbio\_17\_22\_biocidi.pdf](https://www.isprambiente.gov.it/files2022/pubblicazioni/quaderni/quad_natbio_17_22_biocidi.pdf) ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, 2022. Quaderni Natura e Biodiversità 17/2022, «I biocidi e il principio di precauzione nella lotta alla zanzara tigre». Analisi del quadro europeo sui biocidi applicato alle disinfestazioni antizanzara, con indicazione della gestione integrata come strategia di riferimento e richiamo all’aggiornamento della normativa italiana. ISS, Istituto Superiore di Sanità, Epicentro. Pagina ufficiale di documentazione sulle arbovirosi in Italia, con collegamento al Piano nazionale di prevenzione, sorveglianza e risposta alle Arbovirosi 2020-2025, sancito con Accordo Stato-Regioni del 15 gennaio 2020 e prorogato per l’anno 2026, quadro nazionale italiano per il controllo dei vettori. [https://zanzaratigreonline.it/Media/686c3f91-3d92-432d-920f-b588b7848091/Zanzare-24\_LG\_adulticidi.pdf](https://zanzaratigreonline.it/Media/686c3f91-3d92-432d-920f-b588b7848091/Zanzare-24_LG_adulticidi.pdf) Regione Emilia-Romagna, Gruppo Tecnico Regionale, 2024. «Linee guida regionali per il corretto utilizzo dei trattamenti adulticidi contro le zanzare». Riferimento tecnico italiano fra i più chiari e aggiornati sulle cautele operative, il preavviso minimo di 24 ore alla popolazione, i rischi per soggetti sensibili, per api e per la fauna non bersaglio. Unione Europea, 2012. Regolamento (UE) n. 528/2012 del Parlamento Europeo e del Consiglio relativo alla messa a disposizione sul mercato e all’uso dei biocidi. Quadro normativo europeo per l’autorizzazione e l’uso dei principi attivi impiegati nelle disinfestazioni urbane, piretroidi di sintesi compresi. ECHA, European Chemicals Agency. Database ufficiale delle sostanze attive biocide autorizzate nell’Unione Europea, con classificazioni di pericolo, proprietà tossicologiche e schede per singola sostanza. World Health Organization, 2012. «Handbook for Integrated Vector Management». Manuale tecnico OMS che definisce l’Integrated Vector Management come quadro operativo raccomandato a livello internazionale per il controllo dei vettori, base metodologica dell’Integrated Mosquito Management. Centro Agricoltura Ambiente «Giorgio Nicoli» Srl, Crevalcore (Bologna). Centro italiano di riferimento sulla lotta integrata alle zanzare, con pubblicazioni scientifiche e applicative sull’efficacia dei metodi larvali e sulla sostenibilità dei piani regionali. Regione Emilia-Romagna, Assessorato Politiche per la Salute. Piano regionale di sorveglianza e controllo delle arbovirosi, caso italiano documentato di approccio integrato con monitoraggio entomologico e prevalenza del controllo larvale sull’adulticidazione, in collaborazione con ARPAE e IZSLER. Repubblica Italiana, 2013. Decreto legislativo 14 marzo 2013 n. 33, «Riordino della disciplina riguardante il diritto di accesso civico e gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni», pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 80 del 5 aprile 2013 e modificato dal d.lgs. 97/2016 che ha introdotto l’accesso civico generalizzato. Articolo 5 comma 2, termine di trenta giorni per la risposta, sospensione fino a dieci giorni in caso di controinteressati. Repubblica Italiana, 1990. Legge 7 agosto 1990 n. 241, «Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi», pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 192 del 18 agosto 1990. Quadro normativo per l’accesso documentale, articoli 22 e seguenti. **Categorie:** Attualità, Dossier --- ### [Biodiversità: definizione e importanza per il futuro del Pianeta](https://eywadivulgazione.it/biodiversita-definizione-importanza/) **Published:** Aprile 20, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Quando si parla di **biodiversità**, si entra in un territorio che tocca contemporaneamente la scienza, l’economia, la salute pubblica e persino la cultura. È un concetto che riassume, in una sola parola, la straordinaria varietà della vita che popola la Terra: dai batteri invisibili che rendono fertile il suolo, fino alle foreste pluviali che regolano il clima globale. Comprenderne il significato è il primo passo per rendersi conto di quanto il nostro benessere quotidiano dipenda da un equilibrio sottile, oggi messo seriamente a rischio. ## Biodiversità: definizione e importanza secondo le fonti ufficiali La definizione più autorevole e internazionalmente riconosciuta di **biodiversità** è quella adottata dalla **Convenzione sulla Diversità Biologica** (CBD), firmata a Rio de Janeiro il 5 giugno 1992 e ratificata ad oggi da 196 Paesi. Secondo l’articolo 2 del trattato, la diversità biologica è «la variabilità degli organismi viventi di qualsiasi origine, inclusi gli ecosistemi terrestri, marini e acquatici e i complessi ecologici di cui essi sono parte», comprendendo la diversità all’interno delle specie, tra le specie e tra gli ecosistemi. L’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, traduce questa definizione in termini più immediati, descrivendola come la ricchezza di vita presente sul pianeta: milioni di piante, animali e microrganismi, insieme al patrimonio genetico che essi custodiscono e agli ecosistemi che concorrono a formare. Sul piano internazionale, la piattaforma scientifica di riferimento è l’**IPBES** (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services), spesso definita «l’IPCC della biodiversità». Istituita nel 2012, riunisce oltre 140 Paesi membri e fornisce valutazioni scientifiche indipendenti che guidano le scelte politiche globali. L’IPBES insiste su un aspetto cruciale: la biodiversità non riguarda solo il numero di specie, ma anche la varietà di funzioni che esse svolgono negli ecosistemi, dalla produzione primaria al ciclo dei nutrienti, dalla decomposizione all’impollinazione. ## I tre livelli della diversità biologica Per capire davvero cosa sia la biodiversità occorre immaginarla come una struttura a tre livelli interconnessi. Il primo è quello **genetico**, che riguarda la variabilità del patrimonio ereditario all’interno di una stessa specie: è ciò che permette a una popolazione di adattarsi ai cambiamenti ambientali e di resistere a malattie e parassiti. Il secondo livello è quello **specifico**, ossia la varietà delle specie che abitano un determinato territorio. Il terzo è quello **ecosistemico**, che descrive la pluralità di ambienti naturali — foreste, praterie, zone umide, barriere coralline, deserti — e delle relazioni che in essi si stabiliscono tra organismi viventi e componenti abiotiche. Questi tre piani non sono compartimenti stagni, ma un sistema integrato. La perdita di variabilità genetica rende una specie più fragile; la scomparsa di una specie può compromettere un intero ecosistema; il degrado di un ecosistema, a sua volta, accelera la perdita di specie e geni, innescando un circolo vizioso difficile da arrestare. ## Perché la biodiversità è importante per la vita umana Parlare di **biodiversità: definizione e importanza** significa riconoscere che la nostra sopravvivenza dipende direttamente dai servizi che la natura offre gratuitamente. Gli ecosistemi sani producono ossigeno, purificano l’acqua, regolano il clima, fertilizzano i suoli, impollinano le colture e mitigano l’impatto di fenomeni estremi come alluvioni e siccità. L’IPBES sottolinea che la natura, attraverso i suoi processi ecologici ed evolutivi, sostiene la qualità dell’aria, dell’acqua e del suolo da cui dipende ogni attività umana, contribuendo inoltre a dimensioni immateriali come l’identità culturale, il benessere psicologico e l’ispirazione artistica. Un esempio concreto aiuta a capire. Una parte rilevante delle colture alimentari globali dipende, in misura più o meno ampia, dall’impollinazione operata da insetti, uccelli e pipistrelli: senza api e farfalle, settori come la frutticoltura, l’orticoltura e la produzione di caffè o cacao subirebbero contraccolpi economici enormi. L’agricoltura biologica, come evidenziato dal primo Rapporto Annuale sulla Biodiversità in Italia redatto dal **National Biodiversity Future Center** (NBFC), si rivela uno strumento di conservazione attiva, capace di preservare la fertilità del suolo e gli habitat naturali. ## Lo stato di salute della biodiversità oggi I dati disponibili raccontano una situazione preoccupante. Il **Living Planet Report 2024** del WWF, basato sull’indice curato dalla Zoological Society of London, ha registrato un calo medio del 73% nelle popolazioni globali di vertebrati monitorati tra il 1970 e il 2020 \[web:9\]. Gli ecosistemi di acqua dolce sono i più colpiti, con una diminuzione dell’85%, seguiti da quelli terrestri (-69%) e marini (-56%); in America Latina e nei Caraibi il declino tocca addirittura il 95%. Parallelamente, degli oltre otto milioni di specie viventi presenti sulla Terra, circa un milione è oggi a rischio estinzione, e più dell’80% degli habitat europei versa in cattivo stato di conservazione. Anche il **Global Risk Report 2025** del World Economic Forum colloca la perdita di biodiversità e il collasso degli ecosistemi tra i principali rischi globali di lungo periodo, accanto agli eventi meteorologici estremi e alla scarsità di risorse naturali. Si tratta di una minaccia che non riguarda soltanto la natura selvaggia: significa meno cibo, meno acqua, più pandemie, più instabilità economica e sociale. ## Le cause della perdita di biodiversità Secondo l’ISPRA, il principale fattore di perdita di biodiversità animale e vegetale su scala globale è la **distruzione, degradazione e frammentazione degli habitat**, dovuta in minima parte a calamità naturali e soprattutto ai profondi cambiamenti del territorio operati dall’uomo \[web:6\]. La conversione di foreste tropicali in coltivazioni di soia, canna da zucchero e palma da olio è emblematica: la FAO stima che negli ultimi dieci anni siano andati perduti in media 13 milioni di ettari di foreste l’anno, una superficie pari a quella della Grecia, con Brasile, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo tra i Paesi più colpiti. A questa pressione si aggiungono lo sfruttamento eccessivo delle risorse, l’inquinamento di aria, acqua e suolo, la diffusione di specie invasive e, in misura crescente, il **cambiamento climatico**. Quest’ultimo agisce in modo duplice: da un lato è conseguenza della distruzione di foreste e zone umide, che secondo l’IPCC contribuiscono per circa il 20% alle [emissioni globali di gas serra](https://eywadivulgazione.it/falle-invisibili-pianeta-come-mega-perdite-metano-stanno-incendiando-clima-globale/); dall’altro è esso stesso causa di perdita di biodiversità, perché altera i cicli stagionali, acidifica gli oceani e rende inospitali habitat un tempo rigogliosi. ## L’Italia, cuore della biodiversità mediterranea Il nostro Paese occupa una posizione privilegiata all’interno del bacino del Mediterraneo, considerato uno dei principali hotspot mondiali di biodiversità. Secondo il National Biodiversity Future Center, l’Italia ospita circa il 50% delle specie vegetali e il 30% di quelle animali di interesse conservazionistico. Dalle Alpi alla macchia mediterranea, dalle zone umide del delta del Po alle praterie di Posidonia nei mari del Sud, il territorio italiano è un mosaico ecologico di rara complessità. Proprio per questo la sua tutela rappresenta una responsabilità scientifica ed etica, oltre che un’opportunità economica per settori come il turismo sostenibile, l’agroalimentare di qualità e la ricerca biotecnologica. ## Proteggere la biodiversità: una sfida globale La risposta internazionale si articola su più fronti. L’ISPRA monitora indicatori specifici di biodiversità e capitale naturale, fornendo ai decisori politici strumenti per valutare l’efficacia delle misure adottate a livello italiano, europeo e internazionale. Ma la protezione della natura non può essere delegata solo a trattati e istituzioni: richiede scelte quotidiane come consumi più consapevoli, alimentazione sostenibile, riduzione degli sprechi, sostegno all’agricoltura biologica e alle aree protette. Ogni gesto, per quanto piccolo, contribuisce a mantenere in vita quella rete invisibile che tiene insieme il tessuto del vivente. ## Un patrimonio da custodire La biodiversità non è un lusso ecologico né una questione riservata agli esperti: è la trama stessa della vita, il fondamento invisibile del nostro benessere economico, sanitario e culturale. Riconoscerne il valore significa smettere di considerarla un’eredità scontata e iniziare a trattarla come un capitale da amministrare con cura, per noi e per le generazioni che verranno. La scienza ci ha consegnato dati inequivocabili e la politica ha delineato gli strumenti; resta da compiere, come società, il passo decisivo: trasformare la consapevolezza in azione, prima che l’equilibrio sottile che regge il Pianeta si spezzi in modo irreversibile. ### Fonti [ISPRA – Biodiversità](https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita) [ISPRA – Minacce alla biodiversità](https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita/le-domande-piu-frequenti-sulla-biodiversita/quali-sono-le-principali-minacce-alla-biodiversita) [ISPRA – Biodiversità e capitale naturale](https://indicatoriambientali.isprambiente.it/it/framework/biodiversita-capitale-naturale) [IPBES – Global Assessment Report](https://files.ipbes.net/ipbes-web-prod-public-files/inline/files/ipbes_global_assessment_report_summary_for_policymakers.pdf) [GreenFacts – IPBES Biodiversity Assessment](https://www.greenfacts.org/en/biodiversity-ipbes-global-assessement/l-2/index.htm) [Parlamento Europeo – La biodiversità sta scomparendo](https://www.europarl.europa.eu/pdfs/news/expert/2020/1/story/20200109STO69929/20200109STO69929_it.pdf) [WWF – Living Planet Report 2024](https://italia-informa.com/wwf-declino-fauna-globale.aspx) [FederBio / NBFC – Rapporto Annuale Biodiversità Italia 2025](https://feder.bio/22-maggio-2025-giornata-mondiale-della-biodiversita-federbio-la-biodiversita-pericolo-biologico-la-chiave-investire-nel-biologico/) [Rete Clima – Global Risk Report 2025](https://www.reteclima.it/global-risk-report-2025-rischi-principali-legati-a-eventi-meteorologici-estremi-perdita-di-biodiversita-e-crollo-degli-ecosistemi/) [A2A – Biodiversità e Convenzione di Rio](https://www.a2a.it/magazine/sostenibilita/biodiversita-cose-perche-e-importante-e-come-proteggerla) [Nature-based Insights – Defining Biodiversity ](https://www.naturebasedinsights.com/article/defining-biodiversity/) **Categorie:** Enciclopedia --- ### [Earth Day 2026: il pianeta chiede la nostra voce ](https://eywadivulgazione.it/earth-day-2026-pianeta-chiede-nostra-voce/) **Published:** Aprile 20, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Ogni anno, il 22 aprile, un miliardo di persone in 193 Paesi si ferma per riflettere sulla Terra che abitano. Non è un giorno come gli altri: è l’Earth Day, la Giornata mondiale della Terra, l’evento ambientale più partecipato del pianeta. Quest’anno ricorre il 56° anniversario di una ricorrenza storica, e l’Italia è di nuovo in prima linea.* ## **Dalla California al mondo: la storia di una rivoluzione verde** Tutto comincia con un disastro. Nel gennaio 1969, al largo di Santa Barbara in California, una piattaforma petrolifera della Union Oil esplode e riversa in mare oltre 10 milioni di litri di greggio. **La fauna marina viene devastata, l’opinione pubblica americana scossa.** L’immagine di un oceano coperto di petrolio diventa il simbolo di un sistema produttivo fuori controllo. È in questo clima che il senatore democratico del Wisconsin Gaylord Nelson, da tempo convinto ambientalista, decide che è ora di agire. Prende ispirazione dalle grandi manifestazioni studentesche contro la guerra in Vietnam e lancia l’idea di una giornata nazionale dedicata alla difesa dell’ambiente. **Il 22 aprile 1970** quella visione diventa realtà: circa 20 milioni di cittadini americani, il 10% della popolazione dell’epoca, scendono in piazza in tutto il Paese. Chiedono leggi più severe contro l’inquinamento, la protezione degli ecosistemi, il rispetto della natura. Il discorso di Nelson in quell’occasione è rimasto nella storia: *«tutti quanti, a prescindere dall’etnia, dal sesso, dal reddito o dalla provenienza geografica, hanno diritto a un ambiente sano, equilibrato e sostenibile»*. Parole semplici, rivoluzionarie per l’epoca. I risultati arrivano in tempi record. Nel giro di pochi anni nascono negli Stati Uniti il [National Environmental Policy Act](https://en.wikipedia.org/wiki/National_Environmental_Policy_Act), il Clean Air Act e il Clean Water Act, le prime grandi leggi ambientali federali. L’Earth Day aveva dimostrato che la mobilitazione dei cittadini cambia le politiche, non solo le coscienze. Decenni dopo, il movimento non si è fermato. Oggi coinvolge ogni anno fino a un miliardo di persone in 193 Paesi ed è coordinato dall’organizzazione internazionale EARTHDAY.ORG, con sede a Washington. ## **Il tema del 2026: «Our Power, Our Planet»** Per questa 56ª edizione EARTHDAY.ORG ha scelto un tema tanto diretto quanto potente: **«Our Power, Our Planet»**, in italiano *«il nostro potere, il nostro pianeta»*. Il messaggio è netto: la salvezza dell’ecosistema globale non dipende solo dalla tecnologia o dai governi, ma dalla capacità di ogni cittadino di esercitare il proprio potere decisionale e politico. In un momento storico segnato da tensioni geopolitiche, crisi economiche e pressioni crescenti sulle politiche ambientali, l’**Earth Day 2026** vuole essere uno scudo contro i passi indietro normativi e un rilancio dell’impegno civico. Il tema sottolinea che le tutele ambientali conquistate nei decenni, sull’aria pulita, sull’acqua, sulla biodiversità, sono oggi sotto pressione in molte parti del mondo. E che solo una cittadinanza attiva può difenderle. Gli obiettivi concreti per il 2026 si articolano su più fronti. Accelerare la transizione energetica, promuovendo le rinnovabili non solo come scelta ecologica ma come strumento di indipendenza energetica e riduzione dei costi per le comunità. Difendere le tutele ambientali acquisite, proteggendo le normative vigenti su emissioni, biodiversità e protezione degli ecosistemi. Riportare al centro i tre pilastri fondamentali di ogni azione locale e globale: aria pulita, acqua pulita, energia pulita. Rilanciare riforestazione e restauro degli ecosistemi, con piantumazioni, pulizia di fiumi, parchi e spiagge, il coinvolgimento attivo di scuole e comunità. Mobilitare civicamente, attraverso registrazioni al voto, assemblee pubbliche con rappresentanti istituzionali, insegnamenti nelle scuole e nelle università. In questo contesto si inserisce anche la nuova [**Legge clima dell’Unione europea**](https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20260205IPR33620/legge-ue-sul-clima-obiettivo-di-riduzione-delle-emissioni-del-90-entro-il-2040), approvata definitivamente dal Parlamento europeo il 10 febbraio 2026 con 413 voti favorevoli. L’obiettivo è una riduzione del 90% delle emissioni nette di gas serra entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990, e il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050. Una cornice normativa ambiziosa, che dà forza e urgenza alle celebrazioni dell’Earth Day. ## **L’Italia protagonista: «Torniamo a sognare»** Se a livello internazionale il grido è «Our Power, Our Planet», in Italia la 56ª Giornata mondiale della Terra porta un messaggio altrettanto evocativo: **«Torniamo a sognare»**. L’iniziativa è organizzata dalla Fondazione Earth Day Italia, sede italiana ed europea di EARTHDAY.ORG, in collaborazione con il Movimento dei Focolari, e trasforma Roma nella capitale della sostenibilità per oltre dieci giorni di eventi. La risposta è straordinaria: oltre 600 eventi, 250 organizzazioni coinvolte, centinaia di migliaia di partecipanti attesi in tutta la penisola. Dal 2007, anno della prima celebrazione italiana, l’impatto delle iniziative è cresciuto fino a toccare picchi di oltre 200.000 presenze agli eventi live e più di 200 milioni di contatti media solo in ambito nazionale. ## **Il villaggio per la Terra a Villa Borghese** Il cuore delle celebrazioni italiane è il **Villaggio per la Terra**, allestito nel polmone verde della Capitale tra la Terrazza del Pincio e il Galoppatoio di Villa Borghese, dal 16 al 19 aprile 2026. **Per quattro giorni uno dei parchi più belli d’Italia** si trasforma in un palcoscenico per attività sportive, culturali e artistiche dedicate alla tutela dell’ambiente. Il programma prevede 17 piazze multimediali, ciascuna dedicata a uno dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU. Incontri, laboratori, mostre, spettacoli e un villaggio creativo per i più piccoli animano le giornate, con ingresso gratuito e senza prenotazione. Non mancano concerti, dj set e aperitivi al tramonto. Parallelamente, il **Festival dell’Educazione alla Sostenibilità**, dal 2017 punto di riferimento per la diffusione dell’Agenda 2030, riunisce scuole, imprese, istituzioni, università, ricercatori e media in un grande laboratorio di idee. Le scuole di ogni ordine e grado diventano protagoniste attraverso il contest **\#IOCITENGO**, dove gli studenti raccontano i propri progetti legati alla sostenibilità con opere artistiche, reportage e iniziative innovative. ## **I 150 giovani che scrivono il futuro** Tra i momenti più suggestivi delle celebrazioni 2026, il 16 e 17 aprile 150 giovani provenienti dai Paesi dell’Unione europea si riuniscono sulla Terrazza del Pincio per scrivere il **«Manifesto dei sogni dei giovani europei»**. L’iniziativa è promossa dall’Agenzia nazionale Erasmus+ INDIRE attraverso una metodologia innovativa chiamata DREAM, che consente ai ragazzi di esprimere liberamente la propria visione del futuro e di immaginare i percorsi per realizzarla. **Il 22 aprile, giorno dell’Earth Day**, le celebrazioni italiane si concludono con una serata evento alla Nuvola di Fuksas, l’auditorium di Roma firmato dall’architetto Massimiliano Fuksas, con la maratona multimediale **«One People One Planet»** e il **Concerto per la Terra**. ## **L’Italia e la sfida climatica: luci e ombre** L’entusiasmo delle celebrazioni non deve far dimenticare le sfide concrete che l’Italia deve affrontare sul fronte della sostenibilità. Il **Piano nazionale integrato energia e clima (PNIEC)**, principale strumento di pianificazione energetica e climatica del Paese, fissa obiettivi ambiziosi al 2030: il raggiungimento di 131 GW di energia rinnovabile installata (rispetto ai 61 GW del 2022) e una riduzione significativa delle emissioni di gas serra. Tuttavia i dati più recenti segnalano ritardi preoccupanti. Secondo il think tank indipendente ECCO, l’Italia accumula un divario di 100 milioni di tonnellate di CO₂ equivalenti rispetto ai propri obiettivi 2030, con i settori dei trasporti e del civile che anziché ridursi continuano a crescere. Il trasporto, che pesa per il 28% delle emissioni nazionali, è in crescita del 7% rispetto al 1990, con un parco di veicoli elettrici dieci volte inferiore agli obiettivi. Nel settore edilizio il quadro non è migliore. Il taglio dei bonus fiscali ha ridotto drasticamente i lavori di riqualificazione energetica: gli investimenti per l’efficienza sono crollati da 120 miliardi nel 2021 a 20 miliardi nel 2023. Una tendenza che preoccupa gli esperti in vista delle scadenze europee. Sul fronte positivo, la **Legge di bilancio 2026** ha reintrodotto misure di incentivazione per la trasformazione tecnologica e digitale delle imprese, con un iper-ammortamento per gli investimenti in beni strumentali dal 1° gennaio 2026 al 30 settembre 2028. Un segnale di attenzione, anche se gli ambientalisti chiedono misure più radicali e più urgenti. ## **Cosa puoi fare tu, il 22 aprile** L’Earth Day non è solo una giornata di grandi eventi: è soprattutto un invito all’azione individuale e collettiva. [**EARTHDAY.ORG**](https://www.earthday.org/) ed Earth Day Italia propongono una serie di azioni concrete che chiunque può compiere. Partecipare a una pulizia del territorio, per cominciare. Strade, parchi, fiumi, spiagge: ogni spazio verde vicino a casa può diventare il protagonista di un piccolo gesto con un grande impatto. **Piantare un albero è un altro gesto potente**, e la riforestazione urbana è una delle priorità dell’agenda ambientale italiana, con Roma che ha avviato campagne di forestazione proprio grazie alle celebrazioni dell’Earth Day. [Ridurre la plastica usa e getta](https://eywadivulgazione.it/inquinamento-plastica-microplastiche-riciclo-sup/) resta uno degli obiettivi globali più urgenti dell’agenda 2026. Informarsi e diffondere consapevolezza conta altrettanto: condividere contenuti, partecipare a teach-in nelle scuole e nelle università, coinvolgere la comunità. Scegliere fonti energetiche rinnovabili nella propria abitazione o impresa contribuisce direttamente alla transizione. Infine, seguire gli eventi del Villaggio per la Terra o le iniziative locali organizzate dalle 250 organizzazioni partner in tutta Italia. **Il messaggio di fondo rimane immutato** dal 1970: la Terra non ha bisogno di eroi solitari, ma di comunità consapevoli che agiscono insieme. Come recita il tema di quest’anno, il potere di cambiare le cose è nelle nostre mani. ***Our Power, Our Planet.*** Bibliografia [EARTHDAY.ORG](https://www.earthday.org), 2026. Our Power, Our Planet. Sito ufficiale dell’organizzazione internazionale con sede a Washington che coordina l’Earth Day in 193 Paesi, con il programma globale delle iniziative e i materiali di campagna della 56ª edizione. [Fondazione Earth Day Italia](https://www.earthdayitalia.org), 2026. 56ª Giornata mondiale della Terra – Torniamo a sognare. Programma completo del Villaggio per la Terra, del Festival dell’Educazione alla Sostenibilità, della serata One People One Planet alla Nuvola di Fuksas e delle oltre 600 iniziative diffuse in tutta Italia. [Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica](https://www.mase.gov.it), 2024. Piano nazionale integrato energia e clima (PNIEC). Testo aggiornato con obiettivi al 2030 su rinnovabili, efficienza energetica e riduzione delle emissioni di gas serra. [ECCO – Think tank italiano per il clima](https://eccoclimate.org), 2025. Italian Climate Report. Analisi indipendente del divario dell’Italia rispetto agli obiettivi 2030 su trasporti, edilizia, industria ed elettrificazione, con stime quantitative sulle 100 milioni di tonnellate di CO₂ equivalenti di scostamento. [Parlamento europeo](https://www.europarl.europa.eu), 2026. Risoluzione legislativa del 10 febbraio 2026 sulla nuova Legge clima UE. Obiettivo di riduzione del 90% delle emissioni nette entro il 2040 e neutralità climatica al 2050. [INDIRE – Agenzia nazionale Erasmus+](https://www.indire.it), 2026. Manifesto dei sogni dei giovani europei – Metodologia DREAM. Iniziativa con 150 giovani europei sulla Terrazza del Pincio per una visione partecipata del futuro. [Governo italiano](https://www.gazzettaufficiale.it), 2025. Legge di bilancio 2026. Reintroduzione dell’iper-ammortamento per investimenti in beni strumentali dal 2026 al 2028 a sostegno della trasformazione tecnologica e digitale. [National Park Service (USA)](https://www.nps.gov), 2020. The history of Earth Day. Dalla crisi petrolifera di Santa Barbara del 1969 alla prima Earth Day del 1970 e alle principali leggi ambientali statunitensi. **Categorie:** Articoli --- ### [Quando «sostituire le specie» significa abbattere alberi: cosa c'è dietro un'autorizzazione che pochi sanno leggere](https://eywadivulgazione.it/sostituzione-specie-boschi-autorizzazione-taglio-abusivo/) **Published:** Aprile 14, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Una mattina di tarda primavera, in un bosco a poca distanza da una città italiana, arrivano le motoseghe. Cadono alberi ad alto fusto. Querce, faggi, carpini. Decine, poi centinaia. Eppure non è un’azione abusiva. C’è un’autorizzazione regolare, firmata, protocollata, che chiunque può chiedere. La definisce «sostituzione di specie». Chi passa di lì e si ferma a guardare non capisce. L’atto esiste, eppure dopo qualche settimana di quel bosco resta un piazzale punteggiato di ceppi. Nessuno ha sostituito niente, almeno non nel modo in cui la parola fa pensare. Eppure tutto, sulla carta, è in regola. La sostituzione di specie nasce con uno scopo legittimo, e in molti casi necessario. Serve a togliere alberi mal piantati, fuori dal loro habitat naturale, e a metterne al loro posto altri più adatti al territorio. È uno strumento che, usato bene, ricostruisce funzioni ecosistemiche e accompagna i boschi verso una maggiore resilienza climatica. Il problema non è lo strumento. Il problema è che, in alcune situazioni, questo istituto diventa la copertura formale per un taglio massivo di alberi che con la sostituzione, in senso tecnico, ha poco a che vedere. Può diventare, nella prassi, una cornice autorizzativa meno esposta a scrutinio rispetto ad altre qualificazioni più gravose. È una porta secondaria, e qualcuno l’ha imparata a usare.## **Cos’è davvero la sostituzione di specie negli alberi di un bosco** Nella pratica forestale, sostituire una specie significa togliere alberi di un certo tipo e piantarne altri più coerenti con la stazione ecologica. Il caso da manuale sono le conifere impiantate fuori areale durante le grandi campagne di rimboschimento del dopoguerra: pini neri, douglasie, abeti collocati in contesti dove sarebbero cresciute naturalmente latifoglie autoctone. Quei popolamenti, oggi, mostrano segni di sofferenza. Sono fragili rispetto agli incendi, vulnerabili ai parassiti, poveri di biodiversità. Sostituirli con querce, faggi, carpini significa restituire al bosco la sua composizione potenziale. Quando è questo, è una buona pratica. C’è però un dato che va detto subito, perché cambia il quadro. Quella che nei progetti viene definita sostituzione di specie, con denominazioni che variano tra le normative regionali, non è una categoria giuridica autonoma definita in modo uniforme a livello nazionale. È una pratica tecnico-selvicolturale disciplinata attraverso normative e pianificazioni regionali, e ogni regione italiana la declina secondo le proprie norme di attuazione. Il quadro nazionale di riferimento è il[ Testo unico in materia di foreste e filiere forestali](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2018-04-03;34), il decreto legislativo 3 aprile 2018, n. 34, che definisce la gestione forestale sostenibile, le trasformazioni del bosco e il riparto di competenze. Il TUFF stabilisce i principi; le regioni stabiliscono le procedure. Questa frammentazione è il primo terreno su cui crescono le opacità. Sopra al TUFF opera un’ulteriore cornice quando il bosco si trova in un sito della rete Natura 2000. La[ direttiva europea 92/43/CEE](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:31992L0043), nota come direttiva Habitat, all’articolo 6 impone una valutazione preventiva di qualunque intervento che possa avere incidenze significative su quel tipo di sito. In Italia questa valutazione si chiama VINCA, valutazione di incidenza, ed è recepita dal[ decreto del Presidente della Repubblica 8 settembre 1997, n. 357](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:presidente.repubblica:decreto:1997-09-08;357). È il filtro che dovrebbe accendersi quando un progetto, anche legittimo, riguarda un Sito di importanza comunitaria, una Zona speciale di conservazione o una Zona di protezione speciale. Il vincolo paesaggistico, che è un’altra cosa, attiva il proprio iter autorizzativo separato ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio. Sono due regimi diversi, e non vanno confusi.## **Dove le carte si staccano dalla realtà degli alberi: le tre faglie del sistema** Il punto sta nel passaggio dalla teoria alla prassi. Si aprono tre faglie che, prese insieme, spiegano come un istituto utile diventi una porta girevole. La prima faglia è documentale. Il progetto di sostituzione di specie descrive un intervento che sulla carta è limitato e mirato. Le perizie tecniche allegate, però, possono sottostimare la superficie effettivamente interessata, omettere o approssimare il rilievo dendrometrico puntuale, presentare classificazioni della vegetazione esistente che giustificano un taglio più ampio del necessario. Il controllo dell’ente autorizzante tende a fermarsi alla coerenza interna del progetto. Una verifica sul campo, prima dell’apertura del cantiere, sulla corrispondenza fra ciò che le carte raccontano e la realtà degli alberi presenti, raramente viene svolta in modo sistematico. La seconda faglia è autorizzativa, ed è la più sottile. La qualificazione formale che si dà all’intervento conta, e conta moltissimo. Chiamarlo «sostituzione di specie» invece che «trasformazione del bosco» o «taglio raso» sposta il fascicolo in un binario procedurale meno oneroso e tende a ridurre gli obblighi di valutazione e la soglia di scrutinio. Per gli interventi di maggiore portata può rendersi necessaria anche la valutazione di impatto ambientale ai sensi del[ decreto legislativo 152/2006](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2006-04-03;152), secondo le qualificazioni e gli allegati pertinenti. Ma se l’intervento viene etichettato in un certo modo, queste valutazioni possono non scattare. È un’operazione di nomenclatura, non di sostanza, e le sue conseguenze si misurano in ettari di alberi abbattuti. È una logica simile a quella che, in contesti urbani,[ può piegare la tutela degli alberi nei cantieri](https://eywadivulgazione.it/alberi-cantieri-urbani-tutela-aggirata/) attraverso espedienti procedurali apparentemente regolari. La terza faglia è di controllo. Una volta concessa l’autorizzazione, la verifica in fase di esecuzione e in fase di collaudo è quasi sempre documentale. Le foto aeree storiche, il telerilevamento satellitare, il confronto fra ortofoto pre e post intervento, gli strumenti tecnici esistono. Sono pubblici, in molti casi gratuiti, perfettamente capaci di restituire la differenza fra ciò che è stato autorizzato e ciò che è stato realizzato. Il programma europeo[ Copernicus, attraverso il Land Monitoring Service](https://land.copernicus.eu/), fornisce da anni dati satellitari sull’uso del suolo e sulle coperture forestali a scala continentale. Eppure questi strumenti non vengono attivati di routine. Si attivano quando arriva una segnalazione, quando parte un’indagine, quando un giornalista o un comitato chiede conto. A quel punto, di solito, è tardi. ![Vista satellitare di bosco italiano con area di disboscamento visibile, confronto copertura forestale prima e dopo taglio](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/04/Immagine-satellitare-disboscamento-bosco-Italia-area-protetta-300x200.webp)Il telerilevamento satellitare permette di confrontare la copertura forestale prima e dopo un intervento. Strumenti pubblici come Copernicus esistono: raramente vengono usati di routine nei collaudi.## **I casi che mostrano lo schema: dalla Toscana alla Sila** Non tutti i casi finiti sotto la lente dei Carabinieri Forestali e delle procure riguardano la sostituzione di specie in senso stretto. Eppure raccontano la stessa logica: una qualificazione formale leggera usata per coprire un intervento sostanzialmente diverso. Vale la pena guardarli da vicino, perché aiutano a capire cosa cercare quando si sospetta qualcosa. A gennaio 2021 i Carabinieri Forestali di Empoli, intervenuti su segnalazione di cittadini, hanno verificato un cantiere di taglio nel Comune di Montaione, in provincia di Firenze. Il titolo dichiarato era una generica dichiarazione per «taglio di arboricoltura da legno (pioppeto)», presentata alla Città Metropolitana di Firenze. Sul posto, però, il conteggio degli anelli sulle ceppaie ha rivelato querce, aceri, carpini con oltre quindici anni di età, cresciuti per rinnovazione naturale. L’area, di fatto abbandonata da almeno quindici anni, doveva essere classificata come bosco a tutti gli effetti ai sensi della legge forestale toscana. Avrebbe richiesto un’autorizzazione di taglio fustaia con progetto, non una dichiarazione generica. Difformità sostanziale, denuncia all’autorità giudiziaria di esecutore e committente, sanzioni amministrative per ottomila euro.[ Il caso è stato comunicato dal Ministero dell’Ambiente](https://www.mase.gov.it/portale/-/ambiente-carabinieri-forestali-denunciano-taglio-non-autorizzato-di-un-pioppeto-nel-fiorentino-due-denunciati-e-sanzioni-amministrative-per-8.000-euro). Due anni dopo, gennaio 2023, ancora i Carabinieri Forestali di Empoli,[ in un cantiere a Gambassi Terme](https://www.lanazione.it/firenze/cronaca/taglio-abusivo-di-piante-denunce-e-sanzioni-f1002fd0), sempre nel fiorentino. La dichiarazione dichiarava un intervento di diradamento di fustaia, con prelievo massimo del trenta per cento delle piante in piedi. Le aree di saggio condotte dai militari hanno restituito numeri molto diversi: duecentoquarantacinque alberi abbattuti in più rispetto al consentito sulla particella autorizzata, e altri centoventicinque su una particella adiacente non compresa nel titolo. Oltre ventimila euro di sanzioni, segnalazione all’autorità giudiziaria sia per la ditta esecutrice che per la proprietaria. Stesso pattern: una qualificazione formale leggera (diradamento) usata per coprire un intervento molto più ampio. Montaione e Gambassi non riguardano la «sostituzione di specie» in senso letterale, ma mostrano la matrice comune. Etichette tecniche meno gravose piegate, oltre il loro perimetro, a coprire abbattimenti incompatibili con quanto autorizzato. Lo stesso meccanismo, applicato in modo più clamoroso, è quello con cui a Torino l’istituto della sostituzione di specie sembra essere stato usato come cornice formale per un intervento di portata enormemente maggiore. C’è poi un livello superiore, che porta lo stesso schema fuori dal singolo cantiere e dentro un sistema di filiera. Nel maggio 2024 il giudice per le indagini preliminari del tribunale distrettuale di Catanzaro, Gabriella Pede, ha emesso venti condanne con rito abbreviato nell’ambito del procedimento «Black Wood», istruito dalla Direzione distrettuale antimafia.[ Le motivazioni, depositate qualche mese dopo](https://www.quotidianodelsud.it/calabria/crotone/cronache/giudiziaria/2024/09/12/affare-biomasse-la-ndrangheta-disboscava-in-maniera-seriale-la-sila), descrivono un cartello di imprese boschive collegato alla cosca Ferrazzo di Mesoraca, attivo per anni nel disboscamento «in modalità seriali e standardizzate» di aree della Sila, con conferimenti di cippato alle centrali a biomasse calabresi di Cutro, Crotone e Strongoli, e con «sistematica falsificazione dei documenti di trasporto». Le centrali avrebbero presentato al Mipaaf dichiarazioni non veritiere per accedere agli incentivi pubblici sull’energia da biomasse.[ Nel febbraio 2026 la Corte d’appello di Catanzaro ha riformato in modo significativo il quadro](https://catanzaro.gazzettadelsud.it/articoli/cronaca/2026/02/11/mesoraca-pene-ridotte-contro-il-clan-ferrazzo-i-nomi-ef2997ea-71ea-45a9-b408-dafaed26329c/): tre condanne confermate, sette pene ridotte (alcune drasticamente), otto assoluzioni e un proscioglimento, con la caduta dell’ipotesi associativa legata al narcotraffico. Il filone biomasse-disboscamento Sila resta però uno degli elementi centrali descritti nelle motivazioni di primo grado, ed è il dato che ci interessa qui: quanto la pressione economica della filiera del cippato per le centrali a biomasse possa generare un mercato del taglio incompatibile con la legalità forestale e ambientale. C’è qui un nodo che richiede un approfondimento separato, e che Eywa affronterà in un dossier di prossima uscita: il rapporto fra incentivi pubblici alla biomassa, tracciabilità del cippato e meccanismi di certificazione della sostenibilità. Per il momento basti dire che il legame fra domanda energetica incentivata e taglio illegale di alberi non è una suggestione astratta. Il[ rapporto sullo stato delle foreste e del settore forestale in Italia](https://www.reterurale.it/raf) (RaF Italia), prodotto nell’ambito della Rete Rurale Nazionale, nelle sue ultime edizioni fotografa un sistema forestale frammentato, con una pianificazione disomogenea fra le regioni e con criticità di controllo che gli stessi documenti istituzionali non nascondono.## **Il caso di Torino: 4.000 tonnellate di legname e una sigla autorizzativa** A fine marzo 2026 il Nucleo investigativo di polizia ambientale, agroalimentare e forestale dei Carabinieri Forestali di Torino, coordinato dalla Procura, ha concluso le indagini preliminari su un’operazione di taglio condotta in un Sito di importanza comunitaria alle porte della città. La vicenda è stata[ raccontata dalla Voce del Canavese](https://www.giornalelavoce.it/news/cronaca/685580/maxi-scempio-ambientale-bosco-distrutto-e-4mila-tonnellate-di-legname-rubate-nel-parco-protetto.html) il 24 marzo. Secondo quanto riportato dalla testata locale che ha dato la notizia, l’intervento era stato autorizzato come operazione di sostituzione di specie in un’area tutelata a livello europeo, su una superficie di poco più di 26 ettari. I lavori si sarebbero estesi a ulteriori 7,5 ettari non assegnati, per una superficie complessiva paragonata a 37 campi da calcio, con l’asportazione di oltre 4.000 tonnellate di legname. Il procedimento è in fase di indagini preliminari e per tutti i soggetti coinvolti vale la presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva. Quello che interessa qui non è il merito penale, che spetta alla magistratura, ma il dato strutturale che il caso porta in superficie: la cornice autorizzativa formalmente dichiarata era proprio una sostituzione di specie in area Natura 2000. Le tre faglie descritte nei paragrafi precedenti, in questo caso si sono allineate al punto di richiedere l’intervento dei Carabinieri Forestali e della Procura. È un caso concreto in cui il meccanismo descritto si è tradotto in conseguenze misurabili in ettari, in tonnellate, in alberi che non torneranno per decenni. Una dinamica per molti versi simile a quella che Eywa ha già raccontato a proposito del[ bosco abbattuto fra Bressanone e Cortina](https://eywadivulgazione.it/bosco-invisibile-abbattimento-bressanone-cortina/), un altro caso in cui le opacità autorizzative in area protetta hanno permesso interventi di taglio molto più estesi del previsto.## **Cosa può fare un cittadino quando arrivano le motoseghe in un’area protetta** ![Mani che consultano documenti ufficiali su autorizzazione forestale, accesso civico generalizzato FOIA Italia](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/04/Accesso-agli-atti-forestali-autorizzazione-taglio-alberi-cittadino-300x200.webp)Autorizzazione al taglio, perizia tecnica forestale, valutazione di incidenza: sono atti pubblici, accessibili a chiunque tramite accesso civico generalizzato. C’è un livello in cui la difesa dei boschi protetti non passa dai tribunali, ma dall’attenzione dei cittadini, dei comitati locali, dei consiglieri comunali e regionali che vogliono esercitare le loro prerogative. Ed è un livello in cui gli strumenti, in Italia, esistono e sono accessibili a chiunque. Quando in un’area boscata, soprattutto se vincolata o ricadente in Rete Natura 2000, compaiono cantieri di taglio, ci sono[ atti pubblici che si possono chiedere](https://eywadivulgazione.it/abbattimento-alberi-comunali-atti-perizie-diritti/). L’autorizzazione regionale o provinciale al taglio. La perizia tecnica forestale a corredo del progetto. La valutazione di incidenza, se l’area è SIC, ZSC o ZPS. L’eventuale capitolato dell’appalto, se i lavori sono affidati da un ente pubblico. Il verbale di collaudo a fine lavori. Tutti questi atti rientrano nel perimetro dell’[accesso civico generalizzato](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/), introdotto nell’ordinamento italiano dal[ decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2013-03-14;33) e ampliato dal[ decreto legislativo 25 maggio 2016, n. 97](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2016-05-25;97). La richiesta non richiede motivazione, l’amministrazione ha trenta giorni per rispondere, il silenzio o il diniego ingiustificato si possono impugnare. Una volta ottenuti i documenti, ciò che vale la pena cercare è preciso. La qualificazione formale dell’intervento: è davvero una sostituzione di specie nel senso tecnico del termine, oppure è una trasformazione del bosco mascherata da qualcos’altro? La coerenza tra superficie autorizzata e superficie effettivamente trattata, verificabile a posteriori con strumenti pubblici come Google Earth Pro, le ortofoto AGEA, i dati Copernicus. La presenza, o l’assenza, della valutazione di incidenza nei casi in cui sarebbe obbligatoria. E quando emergono incongruenze gravi, una segnalazione circostanziata e ben documentata ai Carabinieri Forestali, attraverso il NIPAAF territorialmente competente, può attivare controlli e approfondimenti efficaci. In alcuni dei casi citati in questo articolo le segnalazioni di cittadini hanno avuto un ruolo decisivo, in altri i controlli sono partiti d’ufficio o nell’ambito di indagini più ampie. La porta civica, comunque, esiste.## **Non vietare la sostituzione di specie. Renderla verificabile.** La sostituzione di specie non è il nemico. Resta uno strumento utile, in molti casi necessario, per la rinaturalizzazione dei boschi italiani. Il punto non è abolirla. Il punto è renderla verificabile, trasparente, esposta allo sguardo pubblico in ogni sua fase. Significa pubblicazione obbligatoria delle perizie tecniche, attivazione sistematica del telerilevamento nei collaudi, standard nazionali di trasparenza che oggi non esistono perché le competenze sono regionali e ognuno fa per sé. La responsabilità è degli enti regionali, che rilasciano le autorizzazioni e che potrebbero alzare il livello dei controlli senza aspettare nessuno. Ed è del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, che potrebbe coordinare quegli standard e chiedere conto dei risultati. Finché questo non accade, ogni autorizzazione di sostituzione di specie in area protetta resta una scatola che bisogna aprire una per una. Si aprono con i documenti, con gli occhi che imparano a leggere le carte, con la pazienza di chi non si accontenta della firma sul protocollo. Gli alberi, di solito, non hanno voce. Quella voce gliela mettiamo noi.## **Approfondimenti Eywa** Eywa Divulgazione, 2026. Guida pratica all’accesso agli atti sulle autorizzazioni al taglio degli alberi, alle perizie tecniche e ai diritti dei cittadini. Eywa Divulgazione, 2025. Come usare l’accesso civico generalizzato per segnalare problemi all’amministrazione comunale. Eywa Divulgazione, 2026. L’inchiesta sul bosco abbattuto fra Bressanone e Cortina e le opacità delle autorizzazioni in area protetta. Eywa Divulgazione, 2026. Come la tutela degli alberi nei cantieri urbani viene aggirata attraverso espedienti procedurali apparentemente regolari.## **Bibliografia essenziale** Decreto legislativo 3 aprile 2018, n. 34. Testo unico in materia di foreste e filiere forestali. Definisce la gestione forestale sostenibile, le trasformazioni del bosco e il riparto di competenze fra Stato e Regioni. Unione Europea, 1992. Direttiva 92/43/CEE «Habitat». L’articolo 6 introduce la valutazione di incidenza per gli interventi che riguardano i siti della rete Natura 2000. DPR 8 settembre 1997, n. 357. Regolamento di attuazione italiana della direttiva Habitat. Disciplina la procedura di valutazione di incidenza (VINCA). Decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152. Norme in materia ambientale, inclusa la disciplina della valutazione di impatto ambientale. Decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33. Riordino della disciplina sulla trasparenza e sugli obblighi di pubblicità delle pubbliche amministrazioni. Decreto legislativo 25 maggio 2016, n. 97. Introduce nell’ordinamento italiano l’accesso civico generalizzato (FOIA italiano). RaF Italia, Rapporto sullo stato delle foreste e del settore forestale in Italia, prodotto nell’ambito della Rete Rurale Nazionale. Analisi ufficiale dello stato e della gestione del patrimonio forestale nazionale. ISPRA. Pagina istituzionale sulla rete Natura 2000 in Italia, con dati aggiornati su SIC, ZSC, ZPS e stato di conservazione degli habitat. Copernicus Land Monitoring Service. Programma europeo di osservazione della Terra utilizzato per il monitoraggio dell’uso del suolo e delle coperture forestali a scala continentale. Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, 15 gennaio 2021. Comunicato sull’operazione dei Carabinieri Forestali di Empoli a Montaione (Firenze) per taglio non autorizzato di un pioppeto qualificato come bosco. La Nazione, gennaio 2023. Cronaca dell’accertamento dei Carabinieri Forestali di Empoli su un taglio in difformità sostanziale a Gambassi Terme (Firenze). Il Quotidiano del Sud, 12 settembre 2024. Cronaca giornalistica delle motivazioni della sentenza di primo grado emessa dal GUP del tribunale di Catanzaro nel processo abbreviato dell’inchiesta «Black Wood», sul disboscamento seriale della Sila e il sistema delle centrali a biomasse calabresi. Gazzetta del Sud, 11 febbraio 2026. Cronaca giornalistica della sentenza d’appello della Corte di Catanzaro nel processo abbreviato «Black Wood», con riformulazione delle pene di primo grado, assoluzioni e proscioglimenti. Virginia Serpe, La Voce del Canavese, 24 marzo 2026. Cronaca della conclusione delle indagini preliminari del NIPAAF Carabinieri Forestali di Torino su un caso di taglio in area SIC. **Categorie:** Articoli --- ### [L’angolo cieco che uccide: tecnologia da 600 euro, decisioni politiche da zero](https://eywadivulgazione.it/angolo-cieco-camion-sensori-sicurezza-ciclisti-pedoni/) **Published:** Aprile 10, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Un uomo di 61 anni pedala in viale Brigate Partigiane, a Genova. È l’8 aprile 2026. Un autoarticolato lo segue, lo raggiunge, lo travolge. Il ciclista finisce sotto il paraurti anteriore. Il conducente del tir non si accorge di nulla. L’uomo striscia fuori da sotto il mezzo, dal lato passeggero, da solo. I medici parlano di ferite non gravi; i giornali parlano di miracolo. È il quinto «mirabile caso» in cinque anni a Genova, se consideriamo che gli altri quattro non sono finiti così bene: Federica Picasso, in monopattino a Marassi nel 2021; Valerio Parodi, in bicicletta a Bolzaneto nel 2022; Mercedes Maria Moran Huayamave, a piedi in via Cornigliano nel 2023; Elio Arlandi, trascinato per due chilometri sotto un tir a Sampierdarena nel 2025. E poi Maurizio Perrone, investito sulle strisce a Pontedecimo a gennaio 2026. Cinque persone. Stessa dinamica. Stesso fattore: il conducente non le ha viste, perché erano nella zona del veicolo che il conducente non può fisicamente vedere. Si chiama **angolo cieco**. Ed esiste la tecnologia per eliminarlo, testata, disponibile sul mercato, installabile in mezza giornata. Costo: da 600 a 1.000 euro per un kit base a sensori ultrasonici. Un autoarticolato nuovo ne costa fra 100.000 e 250.000. Vale la pena dirlo chiaramente: non si tratta di un problema tecnico. Si tratta di una scelta politica.## **Anatomia di una zona invisibile** L’angolo cieco di un mezzo pesante è l’area circostante il veicolo che il conducente non riesce a vedere dalla posizione di guida, nemmeno con l’ausilio degli specchietti retrovisori. Su un camion articolato, questa zona può estendersi fino a 2,5 metri sul lato sinistro (il più vicino al marciapiede, nei Paesi a guida destra) e a 1,4 metri nella parte anteriore del veicolo, secondo le misurazioni condotte dalla Loughborough University per conto di [Transport for London](https://tfl.gov.uk/info-for/deliveries-in-london/delivering-safely/direct-vision-in-heavy-goods-vehicles). Un pedone, un ciclista, un bambino che attraversa: chiunque si trovi in questa fascia è letteralmente invisibile. Non per distrazione, non per colpa dell’autista, ma per un vincolo fisico della geometria del mezzo. Un rapporto del TÜV SÜD pubblicato nel 2025 conferma che le collisioni tra mezzi pesanti e utenti vulnerabili hanno esiti **quasi sempre devastanti**, e che il fattore critico non è la velocità ma la visibilità limitata nelle manovre a bassa velocità, in particolare nelle svolte e nelle partenze da fermo. I camion rappresentano solo il 4% del traffico urbano, ma sono coinvolti in una quota sproporzionata di incidenti mortali con ciclisti e pedoni. Come ha sintetizzato Romolo Solari, presidente FIAB Genova: «Qui la velocità non c’entra. Il problema è la promiscuità tra mezzi pesanti, pedoni e biciclette».## **I numeri: una strage silenziosa e prevedibile** Nel 2024 sulle strade italiane sono morte 3.030 persone, con 233.853 feriti in 173.364 incidenti. L’Italia registra il tasso di mortalità ciclistica più alto tra i Paesi europei analizzati: 5,1 decessi per milione di chilometri percorsi in bicicletta, quasi il doppio della Francia (2,9) e oltre cinque volte il dato di Paesi Bassi, Danimarca e Norvegia (0,9 ciascuno), secondo il report *Make Way for Walking and Cycling* del consorzio PATH. Lo stesso rapporto certifica il primato negativo italiano anche per i pedoni. I dati dell’[Osservatorio Asaps-Sapidata](https://www.euromobility.org/sicurezza-stradale-in-italia-una-situazione-allarmante) del 2025 segnalano 192 ciclisti morti al 26 ottobre, dieci in più rispetto all’intero 2024: un incremento del 12%. La Lombardia guida con 43 vittime, seguita da Emilia-Romagna (32) e Veneto (26). Quasi la metà delle vittime ha più di 65 anni. In 18 casi l’investitore è fuggito senza prestare soccorso. Nei primi otto mesi dello stesso anno, i pedoni morti erano 248. Il mese di agosto 2025 ha registrato 30 ciclisti uccisi, il dato peggiore degli ultimi otto anni. Sul piano europeo, i dati della Commissione UE riferiti al 2022 indicano circa 20.600 vittime della strada, di cui il **70% nelle aree urbane era costituito da utenti vulnerabili**: pedoni, ciclisti e motociclisti. In Italia, tra il 2018 e il 2020, i morti in ambito urbano sono stati oltre 8.400, di cui il 36% pedoni e il 13,3% ciclisti. Secondo la valutazione d’impatto condotta dalla Loughborough University per la definizione del Direct Vision Standard e ripresa nell’impact assessment della Commissione Europea per il Regolamento 2019/2144, la sola applicazione dei nuovi requisiti di visibilità diretta per i mezzi pesanti potrebbe **salvare oltre 550 vite all’anno** nell’UE. La Commissione stima che l’intero pacchetto del General Safety Regulation potrà prevenire fino a 140.000 incidenti gravi e salvare oltre 25.000 vite entro il 2038.## **La tecnologia esiste, è matura e costa poco** La questione non è se sia possibile eliminare l’angolo cieco. La questione è perché non lo si faccia. Le soluzioni disponibili sul mercato coprono uno spettro tecnologico ampio e ben consolidato: **sensori a ultrasuoni** (i più economici, rilevano ostacoli entro 2,5 metri e attivano allarmi acustici e visivi), **radar laterali a 77 GHz** (più precisi, funzionano anche in condizioni meteo avverse), **telecamere con intelligenza artificiale** (riconoscono specificamente pedoni e ciclisti distinguendoli da arredi urbani), e sistemi integrati che combinano più tecnologie. I costi reali, rilevati da [Confcommercio/Imprese & Territorio](https://www.impreseterritorio.org/it/osservatorio-e-contenuti-speciali/autotrasporto/sensori-ad-angolo-cieco-quali-scegliere-quanto-costano-e-in-quali-tempi-installare-i-dispositivi.html) e verificati sui listini degli operatori di settore attivi nella fornitura per la conformità alla delibera milanese, sono i seguenti: un kit base a ultrasuoni (quattro sensori, buzzer, centralina) parte da circa 599 euro IVA esclusa; un sistema con telecamera e monitor si colloca fra 800 e 1.200 euro; i kit più avanzati con radar, telecamera AI e sirena esterna raggiungono i 3.000-6.000 euro per veicolo. L’installazione richiede in media mezza giornata. Stiamo parlando, per un kit base, dello **0,3-0,6% del valore di un autoarticolato nuovo**. Meno del costo di un treno di pneumatici. Meno di un tagliando. Meno di un pieno di gasolio.## **Cosa farebbe l’aviazione (e cosa non fa il trasporto su gomma)** Per capire quanto sia anomala l’inerzia del trasporto pesante su strada, basta guardare come funziona un altro settore in cui le persone si muovono dentro e intorno a macchine molto grandi: l’aviazione civile. In aviazione, ogni singolo impatto con un volatile, anche se non causa alcun danno all’aeromobile, deve essere segnalato alle autorità competenti. Lo impone l’ICAO (l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile) attraverso l’Annex 13, Capitolo 8, e il sistema IBIS ([ICAO Bird Strike Information System](https://skybrary.aero/articles/bird-strike-reporting)). In Europa, il [Regolamento (UE) n. 376/2014](https://skybrary.aero/articles/mandatory-occurrence-reporting) rende obbligatoria la segnalazione di qualsiasi evento che, se non corretto, potrebbe mettere in pericolo la sicurezza di un aeromobile o dei suoi occupanti. Ogni segnalazione attiva un ciclo correttivo formale: analisi delle cause, revisione delle procedure operative, aggiornamento degli standard tecnici, condivisione dei risultati con l’intera industria. Il principio su cui si regge il sistema si chiama **«just culture»**: l’obiettivo non è punire la persona coinvolta, ma correggere il sistema che ha permesso l’incidente. La FAA, la EASA, le autorità nazionali investono in programmi di reporting volontario (come l’Aviation Safety Reporting System, gestito dalla NASA dal 1976) che garantiscono la confidenzialità e l’immunità disciplinare per chi segnala, perché è stato dimostrato che solo così si intercettano le condizioni latenti che precedono gli incidenti gravi. C’è un modello statistico alla base di tutto questo: la piramide di Heinrich, secondo cui per ogni incidente grave esistono circa 600 quasi-incidenti e anomalie minori. Se intercetti e gestisci quelli, l’evento fatale si previene. Per i bird strike, questo approccio si traduce in monitoraggio continuo con radar aviari, cannoni acustici a GPL, gestione dell’habitat circostante gli aeroporti, report mensili obbligatori, audit periodici, e un database globale consultabile. Tutto questo per un rischio che, nell’aviazione, causa in media meno di due incidenti fatali all’anno a livello mondiale. Il confronto non è tra settori operativamente analoghi; è tra due modi opposti di trattare il rischio noto. In Italia, nel solo 2025, sono morti 192 ciclisti e 248 pedoni sulle strade. Una quota significativa in collisioni con mezzi pesanti, con la stessa identica dinamica ripetuta: il conducente non ha visto la persona perché era nell’angolo cieco. Non esiste un sistema nazionale di reporting strutturato per gli incidenti da angolo cieco. Non esiste un ciclo correttivo. Non esiste un database. Non esiste una revisione delle procedure dopo ogni evento. Quello che esiste è un articolo di cronaca locale, una frase sul «mirabile intervento dei soccorsi», e un’archiviazione silenziosa. L’aviazione tratta un’oca che colpisce un motore come un evento da cui l’intero sistema deve imparare. Il trasporto su gomma tratta un ciclista trascinato per due chilometri sotto un tir come una fatalità del destino. *In un settore si chiama gestione del rischio. Nell’altro, evidentemente, non si chiama nulla.* ![Angoli ciechi dei camion](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/04/angoli-ciechi-camion-completa.jpg)Ecco cosa vede un camionista alla guida del mezzo## **Il quadro europeo: la norma c’è, ma vale solo per i nuovi** Il [Regolamento UE 2019/2144](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32019R2144) (General Safety Regulation) ha introdotto l’obbligo di una serie di sistemi avanzati di assistenza alla guida (ADAS) per tutti i veicoli di nuova omologazione. Dal luglio 2024, ogni camion immesso sul mercato europeo deve essere dotato di almeno tre sistemi specifici contro l’angolo cieco: il Blind Spot Information System (BSIS, disciplinato dalla Regulation UNECE n. 151), il Moving Off Information System (MOIS, UNECE n. 159) e un sistema di rilevamento posteriore (UNECE n. 158). Questi regolamenti definiscono con precisione le soglie di rilevamento, le distanze di attivazione, le tipologie di allarme. C’è però un punto cieco anche nella normativa, ed è questo: l’obbligo riguarda i veicoli **di nuova immatricolazione**. Il parco circolante, cioè tutti i camion già in strada, e che in strada resteranno ancora per anni o decenni, non è interessato da alcun obbligo retroattivo a livello comunitario. L’età media di un mezzo pesante in Italia supera i 14 anni. Significa che ci vorrà più di un decennio prima che il ricambio naturale della flotta produca effetti significativi sulla sicurezza. Un decennio durante il quale continueremo a contare morti.## **Londra: come si fa quando si decide di farlo** Il caso di riferimento internazionale è Londra. Nel 2019, Transport for London ha introdotto il [Direct Vision Standard](https://tfl.gov.uk/info-for/deliveries-in-london/delivering-safely/direct-vision-in-heavy-goods-vehicles) (DVS), primo sistema al mondo basato su un punteggio a stelle (da 0 a 5) che misura quanta visibilità diretta ha il conducente dalla cabina. Ogni mezzo pesante oltre le 12 tonnellate che circola nella Greater London deve ottenere un permesso di sicurezza. Dal 2024 il requisito minimo è stato innalzato a 3 stelle: i veicoli che non raggiungono questa soglia devono installare un Progressive Safe System (PSS), cioè un pacchetto di dispositivi che include telecamere laterali, sensori di presenza per ciclisti e pedoni, avvisatori acustici per le svolte, e barre paraincastro laterali. Chi non si adegua riceve una sanzione di 550 sterline al giorno (ridotte a 275 se pagate entro 14 giorni). Il sistema è attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Il DVS è stato sviluppato sulla base di una ricerca decennale della Loughborough University, che ha analizzato 57 modelli di cabina, coprendo oltre il 98% dei camion circolanti nel Regno Unito. Il modello londinese è stato successivamente adottato come base tecnica dalla Commissione Europea per la revisione del Regolamento UNECE n. 46, e risulta adottato da oltre 29 Paesi, inclusi tutti gli Stati membri UE e il Giappone. In Germania il governo ha attivato incentivi economici per gli operatori che installano volontariamente pacchetti di sicurezza equivalenti al DVS. Nei Paesi Bassi, l’istituto di ricerca SWOV ha sviluppato politiche integrate che combinano tecnologia sui veicoli, design urbano e separazione fisica dei percorsi ciclabili dal traffico pesante.## **Italia: il vuoto normativo nazionale** E qui sta il punto. Il Codice della Strada italiano **non prevede alcun obbligo specifico** relativo ai sistemi di rilevamento dell’angolo cieco. Nessuna norma nazionale obbliga il retrofit dei mezzi già in circolazione. Non esiste un incentivo economico strutturale per l’installazione. Non esiste un piano nazionale per la sicurezza dei ciclisti che includa obblighi tecnologici sui mezzi pesanti. Il Ministero dei Trasporti, con un parere della Direzione generale per la Motorizzazione, ha chiarito che secondo la normativa europea vigente l’installazione di dispositivi anti-angolo cieco non era obbligatoria per i veicoli già in circolazione fino a luglio 2024, contribuendo a rafforzare l’inerzia. L’Osservatorio Asaps-Sapidata, nel presentare i dati 2025, ha chiesto esplicitamente l’avvio di un piano nazionale che includa **l’obbligo di sensori anti-angolo cieco sui mezzi pesanti**, limiti di velocità a 30 km/h nei centri abitati e la costruzione di una rete ciclabile separata dal traffico motorizzato. A oggi, nessuna di queste tre richieste è stata recepita a livello legislativo.## **Milano: il laboratorio, il ricorso e la conferma** L’unico caso italiano in cui un’amministrazione locale ha agito concretamente è Milano. L’11 luglio 2023 la Giunta comunale ha approvato la [Delibera n. 971/2023](https://www.comune.milano.it/area-b-divieto-di-accesso-e-circolazione-a-camion-e-autobus-privi-di-sistemi-di-segnalazione-dell-angolo-cieco), che vieta l’accesso e la circolazione nell’Area B (la ZTL che copre quasi tutto il territorio comunale, dalle 7:30 alle 19:30 nei giorni feriali) ai mezzi pesanti privi di sistemi di rilevamento pedoni e ciclisti nell’angolo cieco. Le scadenze sono progressive: camion e autobus oltre le 12 tonnellate (categorie N3 e M3) dal 1° ottobre 2023, con installazione effettiva entro il 31 dicembre 2024; furgoni e autobus più leggeri (N2 e M2) dall’ottobre 2024, con installazione entro fine 2025. Tutti i mezzi devono anche esporre adesivi di segnalazione dell’angolo cieco sulle fiancate e sul retro. La delibera ha avuto una storia giudiziaria significativa. Alcune imprese di autotrasporto l’hanno impugnata sostenendo che solo lo Stato, non un Comune, potesse imporre obblighi in materia di circolazione. Il TAR Lombardia ha dato ragione ai ricorrenti, annullando la delibera con la sentenza n. 1923 del novembre 2023. Ma il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 1884 del febbraio 2024, ha ribaltato la decisione, confermando la legittimità dell’azione comunale e **il diritto del Comune a imporre un divieto di circolazione limitato nel tempo, nello spazio e nel contenuto**. La delibera è tornata pienamente in vigore. Il caso Milano dimostra due cose. La prima: un Comune può agire, e quando agisce il diritto lo sostiene. La seconda: lo fa perché lo Stato non lo fa.## **Genova: cinque morti, zero provvedimenti** A Genova, in cinque anni, cinque persone sono morte investite da mezzi pesanti in dinamiche riconducibili all’angolo cieco. La FIAB Genova e Legambiente hanno presentato il 4 marzo 2026, presso il Genova Blue District, il dossier *«Sicurezza stradale e mezzi pesanti»*, all’interno del report più ampio *«Genova e il divario 2030»*. Il documento, basato su dati ISTAT, inventari emissivi regionali e report nazionali di settore, analizza il rischio strutturale della circolazione di mezzi pesanti sulla rete urbana genovese e propone misure concrete: introduzione nei capitolati comunali dell’obbligo di sensori anti-angolo cieco, radar e telecamere per il rilevamento di utenti vulnerabili; limitazioni degli accessi nelle aree urbane più sensibili; adozione degli standard già previsti dal Regolamento UE 2019/2144. Solo quattro giorni dopo la presentazione del dossier, l’8 aprile 2026, l’incidente in viale Brigate Partigiane ha confermato, punto per punto, le previsioni contenute nel rapporto. FIAB e Legambiente hanno rinnovato la richiesta al Comune di aprire un confronto operativo, con un comunicato che si chiude con una frase che non ha bisogno di commento: **«Non possiamo continuare ad affidarci alla fortuna»**. A Genova circolano 47 auto ogni 100 abitanti; l’obiettivo al 2030 è scendere sotto 35. Le [ciclabili](https://eywadivulgazione.it/bici-ciclabili-vernice-non-basta/) sono insufficienti, spesso ridotte a strisce di vernice senza separazione fisica. L’infrastruttura urbana è progettata per le auto. E i mezzi pesanti continuano ad attraversare quartieri residenziali senza alcun obbligo tecnologico supplementare.## **La scelta politica invisibile** Ogni anno in Italia muoiono circa 200 ciclisti e oltre 400 pedoni. Una quota rilevante di questi decessi avviene in ambito urbano, in collisioni con mezzi pesanti, in dinamiche legate all’angolo cieco. La tecnologia per prevenirle esiste ed è commercialmente disponibile; i costi di retrofit oscillano fra 600 e 6.000 euro per veicolo, una frazione marginale del valore del mezzo. Il quadro normativo europeo prevede già l’obbligo per i veicoli nuovi. A Londra, il sistema è operativo dal 2019 con risultati documentati. A Milano, un Comune ha dimostrato che è possibile agire sul parco circolante e che il diritto lo consente. Quello che manca, in Italia, non è la tecnologia e non sono i soldi. Manca la volontà politica di imporre un obbligo che salverebbe vite a fronte di un costo irrisorio per un settore che fattura miliardi. Il Codice della Strada non lo prevede. Il Ministero dei Trasporti non lo richiede. Le amministrazioni locali, con l’eccezione di Milano, non si attivano. Ogni giorno in cui questa decisione viene rinviata, qualcuno si trova nell’angolo cieco di un camion. A volte se ne esce strisciando sotto il paraurti. A volte no. *La sicurezza stradale non è un’emergenza: è una condizione strutturale che si sceglie di mantenere o di cambiare. E in questo momento, l’Italia ha scelto di non scegliere.*## **Bibliografia** ### **Approfondimenti Eywa** – Eywa Divulgazione, 2025. Ciclabili in Italia: perché una striscia di vernice non basta a proteggere chi pedala. – Eywa Divulgazione, 2025. Sicurezza in bici: le ciclabili non bastano, serve un cambio di paradigma infrastrutturale. – Eywa Divulgazione, 2025. Come segnalare un problema al Comune e ottenere informazioni tramite FOIA. – Eywa Divulgazione, 2025. Torino vs Londra: politiche di qualità dell’aria a confronto. – Eywa Divulgazione, 2025. Infrastruttura urbana e gestione del rischio nelle città italiane. – Eywa Divulgazione, 2025. Partecipazione civica e decisioni pubbliche: strumenti e diritti.### **Fonti** – EUR-Lex, 2019. Regolamento (UE) 2019/2144 del Parlamento europeo e del Consiglio, relativo ai requisiti di omologazione dei veicoli a motore e dei loro rimorchi. Base normativa per l’obbligo ADAS dal 2022-2024. – UNECE, 2020. Regulation No. 151: Blind Spot Information System (BSIS). Standard tecnico per sistemi di informazione angolo cieco. – UNECE, 2020. Regulation No. 159: Moving Off Information System (MOIS). Standard tecnico per il rilevamento pedoni in fase di partenza. – Transport for London, 2019-2024. Direct Vision Standard and HGV Safety Permit. Primo sistema al mondo di rating e obbligo di sicurezza per mezzi pesanti basato sulla visibilità diretta dalla cabina. – Loughborough University, 2015-2024. HGV Blind Spots Research. Ricerca decennale alla base del Direct Vision Standard, con analisi di 57 modelli di cabina. – Comune di Milano, 2023-2025. Delibera di Giunta n. 971/2023 e Determina dirigenziale n. 3869/2024. Obbligo sensori angolo cieco per mezzi pesanti in Area B. – Il Fatto Quotidiano, febbraio 2024. Ricostruzione della vicenda giudiziaria TAR-Consiglio di Stato sulla delibera milanese. – Imprese & Territorio / Confcommercio, 2023. Guida tecnica alla scelta, ai costi e ai tempi di installazione dei sensori angolo cieco. Conferma l’assenza di normativa specifica nel Codice della Strada italiano. [https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip\_22\_4312](https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_22_4312) – Commissione Europea, luglio 2022. Comunicato stampa sull’entrata in vigore del General Safety Regulation (2019/2144). Stima di 25.000 vite salvate e 140.000 incidenti gravi prevenuti entro il 2038 grazie all’intero pacchetto ADAS obbligatorio. – Euromobility / Osservatorio Asaps-Sapidata, 2024. Dati sulla mortalità ciclistica in Italia (197 morti nel 2023) e confronto europeo sui tassi di mortalità. – Eco dalle Città / Osservatorio Asaps-Sapidata, ottobre 2025. Dati aggiornati: 192 ciclisti morti al 26 ottobre 2025, +12% rispetto all’intero 2024. Richiesta di piano nazionale con obbligo sensori anti-angolo cieco. – Vita.it, settembre 2025. Dati 2024 ISTAT (3.030 morti, 173.364 incidenti) e interviste a Luigi Menna (FIAB) e Marco Scarponi (Fondazione Michele Scarponi). – SicurAUTO / TÜV SÜD, marzo 2025. Rapporto sui fattori di rischio nelle collisioni tra mezzi pesanti e utenti vulnerabili. – Europa Today / Commissione Europea, febbraio 2023. Dati preliminari sulla sicurezza stradale UE 2022: 20.600 vittime, 70% utenti vulnerabili nelle aree urbane. – Genova24, marzo 2026. Presentazione del dossier FIAB-Legambiente sui mezzi pesanti a Genova, con l’elenco delle cinque vittime dal 2021 al 2026. – GenovaToday, aprile 2026. Cronaca dell’incidente in viale Brigate Partigiane (ciclista 61enne travolto da tir e salvatosi strisciando sotto il mezzo). – Primocanale, marzo 2026. Proposta FIAB Genova al Comune: obbligo sensori per mezzi pesanti in città, con intervista a Romolo Solari. – Maurelli Group, 2024. Ricostruzione normativa completa della delibera Milano e del contenzioso TAR/Consiglio di Stato. – Ceriani Industrial / Uomini e Trasporti, luglio 2023. Analisi tecnica della delibera milanese e delle implicazioni per il settore aftermarket. – SWOV (Institute for Road Safety Research), Paesi Bassi. Centro di ricerca di riferimento europeo per la protezione degli utenti vulnerabili della strada. – SKYbrary / ICAO, 2021. Bird Strike Reporting. Protocolli ICAO di segnalazione obbligatoria degli impatti con volatili, con descrizione del sistema IBIS e dei requisiti dell’Annex 13. – SKYbrary / ICAO-EASA, 2025. Mandatory Occurrence Reporting. Quadro normativo internazionale ed europeo (Regolamento UE 376/2014) sulla segnalazione obbligatoria degli eventi aeronautici e il principio della «just culture». – Helmreich R.L., BMJ, 2000. On error management: lessons from aviation. Analisi del modello di gestione dell’errore aeronautico (piramide di Heinrich, just culture, reporting non punitivo) e della sua applicabilità ad altri settori. **Categorie:** Articoli --- ### [Manuale operativo Eywa. Protezione animali](https://eywadivulgazione.it/maltrattamento-animali-cosa-fare-denuncia-guida/) **Published:** Aprile 9, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **Il problema vero** Accade spesso: un cane tenuto senza acqua sotto il sole di agosto, una gabbia di uccelli in condizioni impresentabili, un gatto picchiato in strada. Sai che stai assistendo a qualcosa di sbagliato. E poi? La risposta più comune è chiamare i vigili urbani. Quello che succede, altrettanto spesso, è che non arriva nessuno o che chi arriva allarga le braccia. Non per malvagità: per limiti di competenza reale, che variano molto da Comune a Comune. ![Gatto grigio rannicchiato su asfalto bagnato in un contesto urbano, con postura contratta e occhi socchiusi](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/04/gatto-randagio-asfalto-bagnato-trascuratezza-300x200.webp)La trascuratezza cronica è la situazione più difficile da trattare: si dimostra con documentazione raccolta nel tempo e segnalazione all’ASL Veterinaria.C’è un punto di partenza che cambia tutto: il maltrattamento animale in Italia non è una questione di sensibilità o di buone maniere. È un reato penale. E come tale, ci sono canali precisi, con poteri precisi, che il cittadino può e deve attivare. Questo manuale serve a sapere quali. Se vuoi capire anche cosa succede quando le istituzioni ignorano sistematicamente la tutela degli animali in spazi pubblici, leggi anche il nostro approfondimento su [gli animali liberi del Lazio](https://eywadivulgazione.it/gli-animali-liberi-del-lazio-quando-la-liberta-diventa-una-colpa/). ## **La legge è cambiata: più forte di ieri** Fino a pochi anni fa, chi maltrattava un animale rischiava pene abbastanza blande, applicabili quasi sempre con sospensione condizionale. Poi le cose si sono mosse. Il 1° luglio 2025 è entrata in vigore la [**Legge 6 giugno 2025, n. 82**](https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2025/06/16/25G00089/sg), che ha riscritto buona parte del quadro normativo sui reati contro gli animali. Non è un ritocco: è un cambio di impostazione. Il Titolo IX-bis del Codice penale, che prima si chiamava «Dei delitti contro il sentimento per gli animali», ora si chiama «Dei delitti contro gli animali». Non è solo una questione di etichetta. Significa che l’oggetto della tutela penale è direttamente l’animale come essere senziente, non più il nostro sentimento nei suoi confronti. Il percorso risponde al terzo comma dell’articolo 9 della Costituzione, riformato nel 2022, che ha espressamente incluso la protezione degli animali tra i princìpi fondamentali dello Stato. Le pene sono aumentate in modo significativo. Il **maltrattamento (art. 544-ter c.p.)** prevede ora la reclusione da sei mesi a due anni più la multa da 5.000 a 30.000 euro: pena detentiva e pena pecuniaria in via cumulativa, non più alternativa. L’**uccisione di animali (art. 544-bis c.p.)** è punita con la reclusione da sei mesi a tre anni, e la riforma ha introdotto un’aggravante specifica per chi uccide adoperando sevizie o prolungando volutamente le sofferenze dell’animale, con pena che sale a uno-quattro anni di reclusione e multa da 10.000 a 60.000 euro. Sono previste aggravanti generali se il reato è commesso davanti a minori, su più animali contemporaneamente, o se le immagini vengono diffuse attraverso strumenti informatici o telematici. C’è anche un divieto nazionale di tenere i cani alla catena, con sanzione amministrativa da 500 a 5.000 euro. Vale la pena dirlo chiaramente: l’inasprimento è reale, ma l’effettiva durezza della risposta penale dipende ancora dalla valutazione del giudice, e la sospensione condizionale resta applicabile nei casi meno gravi. La svolta sta nel fatto che denunciare oggi vale molto di più di quanto valesse cinque anni fa. ![Codice penale aperto su un tavolo di legno accanto a un collare per cani e un taccuino — riferimento alla riforma della Legge 82/2025 sui reati contro gli animali](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/04/codice-penale-tutela-animali-legge-82-2025-300x200.webp)La Legge 6 giugno 2025, n. 82 ha riscritto il Titolo IX-bis del Codice penale: l’oggetto della tutela è ora direttamente l’animale come essere senziente.La riforma introduce anche un meccanismo di affido degli animali oggetto di sequestro o confisca, disciplinato dal nuovo **art. 260-bis c.p.p.**: l’autorità giudiziaria può affidare l’animale ad associazioni riconosciute anche durante il procedimento, alle condizioni previste dalla legge. Un cambiamento concreto, che riduce la possibilità che l’animale vittima del reato torni da chi lo ha maltrattato mentre il processo è ancora in corso. C’è poi un passaggio sistematico che merita attenzione: la Legge 82/2025 introduce nel decreto legislativo 231/2001 il nuovo **art. 25-undevicies**, che estende la responsabilità amministrativa degli enti ai delitti contro gli animali. Significa che un’impresa, un allevamento, una società che commetta o tolleri maltrattamenti nell’interesse della propria attività può rispondere direttamente, come ente, con sanzioni pecuniarie fino a cinquecento quote (le “quote” sono unità di misura della sanzione: il giudice ne stabilisce il numero e il valore in base alla gravità del fatto e alle dimensioni economiche dell’ente, per rendere la multa proporzionata) e possibili misure interdittive. Per un’analisi ragionata del percorso parlamentare e delle posizioni critiche sulla riforma è utile leggere la [ricostruzione di LAV](https://www.lav.it/news/proposta-legge-maltrattamento-animali). Per il quadro più ampio su come l’Europa sta costruendo una tutela giuridica degli esseri viventi, leggi anche il nostro articolo su [ecocidio e diritto internazionale](https://eywadivulgazione.it/ecocidio-il-crimine-contro-la-natura-che-litalia-e-leuropa-stanno-trasformando-in-legge/). ## **Prima di tutto: urgenza immediata o denuncia documentata?** E qui sta il punto. Prima di sapere «chi chiamo», bisogna capire in quale situazione ci si trova. Se c’è pericolo immediato, un reato in corso, un animale che rischia di morire entro ore: il canale principale è il [**112**](https://sdg.interno.gov.it/it/f5-numero-emergenza-unico-europeo-112), il Numero Unico per le Emergenze, che instrada la richiesta ai servizi competenti. Dove il NUE 112 opera con piena integrazione territoriale la chiamata viene gestita direttamente; dove la copertura è ancora in fase di consolidamento, il sistema di emergenza garantisce comunque il collegamento alle forze dell’ordine. In ogni caso, il 112 è il primo numero da comporre; in alternativa restano sempre validi i numeri diretti delle forze dell’ordine (Polizia di Stato: 113, Carabinieri: 112). Se invece la situazione è stabile ma grave, cioè un quadro di trascuratezza cronica, un cane denutrito da settimane, condizioni incompatibili con la sopravvivenza dell’animale ma senza un’emergenza in corso: allora il percorso è diverso. Denuncia documentata, segnalazione al Servizio Veterinario dell’ASL, coinvolgimento delle associazioni di tutela. Più lento, ma costruito per durare: una denuncia ben fatta ha più probabilità di aprire un procedimento reale di una chiamata in preda al panico. ### **Schema operativo rapido** Emergenza in corso, con animale in pericolo immediato: chiama il 112 (o 113, o i Carabinieri direttamente). Non intervenire fisicamente. Trascuratezza cronica, situazione stabile ma grave: documenta nel tempo, segnala al Servizio Veterinario dell’ASL, deposita denuncia alle forze dell’ordine o direttamente in Procura. Animale selvatico ferito o in difficoltà: contatta il CRAS regionale o i Carabinieri Forestali al numero di emergenza ambientale 1515. Non toccarlo senza indicazioni. Abbandono appena avvenuto: chiama le forze dell’ordine, documenta e segnala. Se l’animale è in strada, contatta anche il Comune. ## **Casi ad altissima urgenza: agire in tre secondi** Ci sono situazioni in cui non c’è spazio per valutazioni. Animale chiuso in auto sotto il sole: intervenire subito tramite il 112 e, ove possibile, segnalare alla polizia presente sul posto. Animale in combattimento forzato o in addestramento con metodi violenti: 112 senza indugi, documentare dall’esterno senza intervenire fisicamente. Avvelenamento sospetto: segnalazione immediata alle forze dell’ordine e, se l’animale è ancora vivo, contatto con il veterinario d’urgenza più vicino. Detenzione in condizioni di rischio imminente di morte, cioè temperatura estrema, ferite gravi, totale mancanza d’acqua per giorni: 112 e ASL Veterinaria in parallelo. In questi casi il manuale è uno solo: non perdere tempo e non tentare di risolvere da soli. Il primo passo è attivare chi ha i poteri per farlo. ![Cucciolo di cane con testa bassa e orecchie abbassate che guarda in camera con espressione malinconica, su sfondo scuro neutro](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/04/cucciolo-sguardo-sottomesso-tutela-animale-300x200.webp)Nei casi di emergenza il manuale è uno solo: non perdere tempo e non tentare di intervenire fisicamente. Il primo passo è attivare chi ha i poteri per farlo.## **Chi ha davvero il potere di intervenire** ### **Polizia di Stato e Carabinieri** **Polizia di Stato** e **Carabinieri** sono gli interlocutori principali per i reati penali. Hanno l’obbligo di ricevere la denuncia, possono intervenire direttamente sul posto, possono procedere ai sequestri. Sono il punto di riferimento quando si tratta di maltrattamento come reato. I **Carabinieri del NAS** (Nucleo Antisofisticazioni e Sanità) hanno competenze specifiche anche sulla tutela degli animali negli allevamenti e in contesti sanitari, e operano su segnalazione dei cittadini. Per i casi più complessi, o quando si vuole che la notizia di reato arrivi al vertice dell’attività inquirente, la denuncia può essere depositata direttamente presso la Procura della Repubblica territorialmente competente: è una strada meno usata del previsto, ma perfettamente legittima e in certi casi più efficace. ### **La polizia locale** La posizione della polizia locale, cioè i vigili urbani, è più articolata di quanto si creda, e vale la pena dirlo con precisione. Ai sensi dell’articolo 57 del codice di procedura penale, gli ufficiali e gli agenti di polizia municipale hanno qualità di polizia giudiziaria nei limiti del servizio cui sono destinati e nell’ambito territoriale dell’ente di appartenenza. La Legge 189/2004 prevede espressamente un coordinamento che coinvolge anche i corpi di polizia municipale, e in alcuni Comuni esistono nuclei specializzati che operano con efficacia reale. In molti altri, però, la capacità operativa concreta in materia di maltrattamenti è limitata: sia per dotazione di personale, sia per formazione specifica, sia per la struttura delle competenze attribuite localmente. Nei casi di possibile reato o di urgenza, conviene dunque indirizzarsi verso le forze di polizia a competenza generale, che hanno certezza di potere intervenire. ### **Il Servizio Veterinario dell’ASL** Il **Servizio Veterinario dell’ASL** è l’interlocutore per i casi di trascuratezza cronica, condizioni igieniche inadeguate, detenzione incompatibile con la natura dell’animale. Ha poteri di ispezione e può emettere diffide e prescrizioni. Per gli animali da reddito è il soggetto principale di controllo, affiancato dai NAS. Nei casi più gravi, il Servizio Veterinario può segnalare i fatti all’autorità giudiziaria. ### **Le guardie zoofile** Le **guardie zoofile** sono una risorsa reale, ma con limiti precisi che il cittadino deve conoscere per non affidarsi a un’aspettativa sbagliata. La [Legge 189/2004 (art. 6, comma 2)](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2004-07-20;189) attribuisce funzioni di polizia giudiziaria alle guardie particolari giurate delle associazioni protezionistiche e zoofile riconosciute, ma solo nei limiti stabiliti dal **decreto prefettizio individuale di nomina**, in prevalenza per la tutela degli animali d’affezione, salvo diverse attribuzioni specificamente previste nel decreto, e solo nell’ambito territoriale indicato. Non è il nome dell’associazione (ENPA, LAV, LNDC, OIPA) a conferire questi poteri: è la nomina prefettizia del singolo operatore. Una guardia zoofila che opera fuori dal proprio territorio, o su fauna selvatica in assenza di delega specifica, agisce come privato cittadino. Questo non significa che le associazioni non siano utili: lo sono moltissimo, per supporto, accompagnamento delle denunce e presa in carico degli animali. Significa che bisogna capire cosa possono fare concretamente in ogni caso specifico. ## **Come documentare prima di chiamare** La qualità della documentazione è spesso ciò che stabilisce se una denuncia porta da qualche parte o viene archiviata. Fotografie e video: attivare la geolocalizzazione sul telefono prima di scattare, ma non affidarsi solo a quella. Inquadrature larghe che includano elementi riconoscibili del luogo (insegne, edifici, targhe stradali) valgono quanto un indirizzo preciso. Se la situazione è cronica, più documentazione raccolta in giorni diversi, con data e ora ben visibili, costruisce una storia che i referti di polizia giudiziaria possono usare. Annotare subito: data, ora, indirizzo, dinamica di quanto osservato, eventuali dati identificativi del responsabile. Un dettaglio che fa la differenza: **non modificare i file originali** dopo aver ripreso. Nessun ritaglio, nessun filtro, nessuna compressione aggiuntiva. I metadata del file (data, ora, coordinate GPS) possono rafforzare l’attendibilità della documentazione in sede probatoria, e una qualsiasi modifica al file può indebolirla. Se si vuole condividere il materiale, farlo sempre a partire da una copia, tenendo gli originali intatti. ![Mano che tiene uno smartphone per documentare una situazione urbana — gesto simbolo della raccolta prove per una denuncia di maltrattamento animale](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/04/documentare-smartphone-denuncia-maltrattamento-animale-300x200.webp)Non modificare mai i file originali: i metadata (data, ora, coordinate GPS) possono rafforzare l’attendibilità della documentazione in sede probatoria.Sui testimoni: raccogliere un contatto, anche solo un nome e un numero di telefono, è un elemento che può fare la differenza tra un caso archiviato e un procedimento aperto. Un avvertimento importante: è meglio non diffondere le immagini sui social prima di aver depositato la denuncia, specialmente se ci sono persone identificabili. Non perché sia vietato in assoluto, ma perché può indebolire la gestione del caso o complicare la posizione di chi denuncia. Prima si denuncia, poi si decide se e come comunicare. Per capire come usare correttamente gli strumenti civici di segnalazione, leggi la nostra guida su [come segnalare un problema al Comune](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/). ![Cane adulto ripreso di profilo con sguardo lontano su uno sfondo urbano desaturato, postura calma ma distante](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/04/cane-adulto-profilo-sfondo-urbano-desaturato-300x200.webp)Il confine tra testimonianza civica e linciaggio mediatico è sottile. Prima si denuncia alle autorità competenti, poi si decide se e come comunicare pubblicamente.## **Errori da non fare: cosa evitare** Questa sezione non è un corollario: è una parte essenziale del manuale. Alcune delle reazioni più istintive davanti a un maltrattamento possono trasformare chi denuncia in chi viene denunciato. ### **Intervenire fisicamente** Tentare di sottrarre l’animale al maltrattatore, colpire chi sta commettendo il reato, frapporsi fisicamente: azioni comprensibili ma che possono configurare lesioni personali, violenza privata o altri reati. Chi interviene fisicamente espone sé stesso a conseguenze penali. Il compito del testimone è documentare, segnalare, attivare le autorità. ### **Entrare in proprietà privata** Accedere a un’abitazione, un cortile o un terreno privato senza autorizzazione configura violazione di domicilio (art. 614 c.p.), anche se lo scopo è soccorrere un animale. Le autorizzazioni necessarie le hanno le forze dell’ordine e il Servizio Veterinario dell’ASL. È a loro che bisogna rivolgersi. ![Veterinario in camice bianco che visita un cane su un lettino clinico in un ambiente professionale luminoso](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/04/veterinario-asl-visita-cane-benessere-animale-300x200.webp)Il Servizio Veterinario dell’ASL ha poteri di ispezione e può emettere diffide e prescrizioni. Nei casi più gravi può segnalare i fatti all’autorità giudiziaria.### **Sottrarre l’animale** Portare via l’animale senza un provvedimento di sequestro emesso dall’autorità competente può configurare furto o appropriazione indebita, a prescindere dalle condizioni in cui si trovava l’animale, salva la valutazione del caso concreto in presenza di un eventuale stato di necessità. Anche in situazioni di emergenza evidente, la strada corretta è attivare le forze dell’ordine e attendere che siano loro a procedere. ### **Diffamazione online** Pubblicare sui social nomi, indirizzi o immagini del presunto responsabile prima che sia intervenuta un’autorità può configurare diffamazione, e indebolisce la posizione di chi vuole denunciare in modo efficace. Il confine tra testimonianza civica e linciaggio mediatico è sottile, e spesso si attraversa senza rendersene conto. ## **Come fare una denuncia che funzioni** Denuncia, querela ed esposto non sono sinonimi, e la differenza è operativa. La **denuncia** è lo strumento per i reati perseguibili d’ufficio: il maltrattamento (art. 544-ter c.p.) e l’uccisione (art. 544-bis c.p.) lo sono, quindi chiunque può denunciarli senza essere la parte offesa. La **querela** è invece richiesta per i reati procedibili a querela di parte, che in questo ambito sono marginali. L’**esposto** è una segnalazione più generale all’autorità, non equiparabile alla denuncia: può essere utile per portare fatti a conoscenza in situazioni di incertezza, ma non sostituisce la denuncia quando il fatto integra già un reato perseguibile d’ufficio. In quei casi la denuncia è lo strumento corretto, e va depositata. Il [Ministero della Giustizia](https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_3_2_16.page) distingue con chiarezza i tre strumenti. Per depositare una denuncia: ci si reca alla [Polizia di Stato](https://www.poliziadistato.it), ai Carabinieri, o direttamente alla Procura della Repubblica. La denuncia può essere presentata in forma orale o scritta, e in entrambi i casi si ha diritto all’attestazione di ricezione con numero di protocollo. Conviene portarla scritta, con una descrizione precisa dei fatti: data, luogo, dinamica, elementi identificativi del responsabile se presenti, e tutta la documentazione raccolta. Chiedere sempre la ricevuta è un atto di tutela per chi denuncia. Le associazioni (ENPA, LAV, LNDC, OIPA) possono offrire supporto nella stesura della denuncia e nella comprensione del percorso procedurale. In molti casi hanno già avviato procedimenti analoghi e conoscono le sensibilità locali delle Procure competenti. ## **Casi particolari** ### **Abbandono** L’**abbandono** è una fattispecie distinta, prevista dall’art. 727 c.p., e dopo la riforma del 2025 è punita con l’arresto fino a un anno o l’ammenda da 5.000 a 10.000 euro (il minimo edittale è stato alzato dai precedenti 1.000 euro). Sono previste aggravanti specifiche quando l’abbandono avviene con l’uso di veicoli, con la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da sei mesi a un anno. Chi assiste a un abbandono deve documentarlo e segnalarlo immediatamente alle forze dell’ordine. ### **Trascuratezza cronica** La **trascuratezza cronica**, senza violenza fisica esplicita, è spesso la situazione più difficile da trattare. Detenzione in condizioni incompatibili con la natura dell’animale, mancanza sistematica di cibo, acqua o cure veterinarie: sono elementi che si dimostrano con documentazione raccolta nel tempo e con la segnalazione al Servizio Veterinario dell’ASL, che ha poteri di ispezione diretta. Per capire come stanno davvero gli animali domestici nella legislazione italiana, leggi anche il nostro articolo su [sostenibilità e benessere degli animali da compagnia](https://eywadivulgazione.it/sostenibilita-cani-gatti-guida-pratica/). ### **Animali selvatici in difficoltà** Gli **animali selvatici in difficoltà** seguono un percorso completamente diverso. I **CRAS** (Centri Recupero Animali Selvatici) si occupano di recupero, cura, riabilitazione e possibile reinserimento della fauna selvatica autoctona. Non vanno confusi con il maltrattamento di animali detenuti da privati: sono mondi giuridici separati. Il numero da cercare è il CRAS regionale di competenza, reperibile attraverso i siti delle Regioni o tramite i Carabinieri Forestali, che gestiscono il numero gratuito di emergenza ambientale 1515, attivo su tutto il territorio nazionale. ### **Animali da reddito** Gli **animali da reddito** negli allevamenti sono sotto la vigilanza del Servizio Veterinario dell’ASL, dei NAS e, in materia ambientale e faunistica, dei **Carabinieri Forestali**, competenti anche per reati connessi alla detenzione di fauna protetta e alle violazioni delle normative di benessere animale negli allevamenti. Il cittadino che assiste a situazioni sospette può segnalare all’ASL territorialmente competente o presentare denuncia alle forze dell’ordine. Qui assume particolare rilievo il nuovo regime di responsabilità degli enti introdotto dalla Legge 82/2025: un allevamento costituito in forma societaria può rispondere come ente dei reati contro gli animali commessi nell’interesse della propria attività. Per un approfondimento sul sistema degli allevamenti intensivi e i suoi meccanismi di controllo, leggi il nostro articolo su [allevamenti e benessere animale](https://eywadivulgazione.it/allevamenti-intensivi-perche-la-carne-di-domani-nascera-nei-pascoli-non-nelle-gabbie/). ## **Le associazioni: a cosa servono davvero** ENPA, LAV, LNDC, OIPA: nomi diversi, mandati diversi, radicamento territoriale variabile. La distinzione che conta è questa: alcune di esse hanno guardie zoofile con nomina prefettizia, che operano come agenti di polizia giudiziaria nei limiti già descritti; tutte possono offrire supporto legale, orientamento sul percorso di denuncia, presa in carico temporanea degli animali e pressione istituzionale sui casi più rilevanti. Trovare il referente locale è il primo passo: le sedi provinciali di queste associazioni hanno spesso reti operative che le strutture nazionali non possono garantire sul territorio. Vale la pena chiamare prima di denunciare, per capire se c’è già un caso aperto sullo stesso soggetto o sulla stessa situazione. Per capire com’è cambiata la tutela degli animali nel diritto europeo e italiano, incluso il confronto con il modello britannico, leggi il nostro articolo su [Animal Welfare e diritti degli animali in Italia](https://eywadivulgazione.it/animal-welfare-bill-regno-unito-italia-diritti-animali/). ## **Il protocollo in tre mosse** Resta una cosa da dire, e vale quanto tutto il resto: tutto questo può sembrare complicato, ma nella pratica si riduce a pochi passi chiari. Se si è davanti a un’emergenza: **112** (o 113, o Carabinieri). Se si ha una situazione stabile e documentabile: documentare, contattare un’associazione locale, depositare denuncia alle forze dell’ordine o in Procura con ricevuta. In parallelo, segnalare all’ASL Veterinaria se c’è trascuratezza cronica o condizioni incompatibili con la vita dell’animale. Questa non è una questione di amore per gli animali, anche se quello ci vuole. È una questione di sapere che la legge esiste, che ha i denti, e che il cittadino ha gli strumenti per usarla. ![Primo piano di una zampa di cane poggiata su una superficie chiara, con luce naturale calda dall'alto — immagine simbolo della tutela animale](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/04/Zampa-di-cane-su-superficie-neutra--protezione-animali-Eywa-300x200.webp)Questa non è una questione di amore per gli animali, anche se quello ci vuole. È una questione di sapere che la legge esiste, che ha i denti, e che il cittadino ha gli strumenti per usarla.## **Domande frequenti** ### **Cosa fare se vedo un animale maltrattato in strada?** Documenta la situazione con foto e video senza intervenire fisicamente. Se c’è pericolo immediato per l’animale chiama il 112 o il 113. Se la situazione è cronica ma senza emergenza acuta in corso, raccogli la documentazione e deposita una denuncia presso la Polizia di Stato, i Carabinieri o direttamente in Procura. In entrambi i casi, puoi contattare un’associazione zoofila locale per avere supporto nel percorso. ### **Il 112 gestisce anche le segnalazioni di maltrattamento animale?** Sì, il 112 può instradare la segnalazione alle forze dell’ordine competenti in caso di emergenza. Per situazioni non urgenti è preferibile contattare direttamente la Polizia di Stato (113) o i Carabinieri, che hanno l’obbligo di ricevere la denuncia. ### **Chi sono le guardie zoofile e cosa possono fare davvero?** Le guardie zoofile con nomina prefettizia, previste dall’art. 6 della Legge 189/2004, operano come agenti di polizia giudiziaria entro i limiti del loro decreto: in prevalenza per gli animali d’affezione, nel territorio indicato, e solo durante il servizio. Non tutti gli operatori di un’associazione zoofila hanno questa qualifica: conta la nomina individuale del Prefetto, non il logo sull’uniforme. ### **Cosa rischia chi maltratta un animale in Italia?** Con la Legge 82/2025 in vigore dal 1° luglio 2025, il maltrattamento (art. 544-ter c.p.) prevede la reclusione da sei mesi a due anni più la multa da 5.000 a 30.000 euro, in via cumulativa. L’uccisione (art. 544-bis c.p.) è punita con la reclusione da sei mesi a tre anni, che sale a uno-quattro anni, con multa da 10.000 a 60.000 euro, nei casi di sevizie o prolungamento volontario delle sofferenze. Sono previste aggravanti se il reato avviene davanti a minori, su più animali o con diffusione di immagini attraverso strumenti informatici o telematici. È vietato tenere i cani alla catena, con sanzione fino a 5.000 euro. Le imprese possono rispondere come enti, ai sensi del nuovo art. 25-undevicies del d.lgs. 231/2001. ### **È legale riprendere con il telefono chi maltratta un animale?** Occorre distinguere due piani. Raccogliere fotografie e video a fini di prova, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, è in linea generale lecito, e può essere determinante per una denuncia. Altra cosa è la diffusione pubblica di quel materiale, cioè pubblicarlo sui social o condividerlo in modo non controllato: qui si entra nel campo della privacy e della potenziale diffamazione, soprattutto se le persone sono identificabili. La regola operativa è semplice: prima si documenta, poi si denuncia, poi eventualmente si comunica. I file originali vanno conservati senza modifiche, perché i metadata possono rafforzare l’attendibilità della documentazione in sede probatoria. ### **Cosa fare se trovo un animale selvatico ferito?** Contatta il CRAS (Centro Recupero Animali Selvatici) della tua Regione oppure i Carabinieri Forestali al numero gratuito di emergenza ambientale 1515. Non tentare di soccorrere o trasportare l’animale senza indicazioni: potresti peggiorare la situazione o incorrere in divieti legati alla fauna protetta. ### **Cosa fare se vedo un cane chiuso in auto sotto il sole?** Chiama subito il 112 o il 113. Annota marca, modello e targa del veicolo. Se c’è un parcheggio con personale, segnala anche lì. Non rompere il finestrino autonomamente: potresti risponderne penalmente. Attendi l’intervento delle forze dell’ordine, che possono farlo nelle condizioni previste dalla legge. ### **Posso portare via un animale se lo vedo in pericolo?** No, o non senza conseguenze legali. Sottrarre un animale senza un provvedimento dell’autorità può configurare furto o appropriazione indebita, anche se l’intenzione era di salvarlo. La strada corretta è attivare le forze dell’ordine e attendere che siano loro a procedere con il sequestro. ## [Scarica il pdf con tutti i numeri utili da chiamare](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/04/Numeri_Utili_Maltrattamenti_Animali_Eywa.pdf) ## **Approfondimenti Eywa** Eywa Divulgazione, 2024. Come segnalare un problema al Comune e accedere agli atti: strumenti civici applicabili anche alle segnalazioni di maltrattamento. Eywa Divulgazione, 2024. Animal Welfare Bill e protezione animali: confronto tra il modello britannico e il quadro italiano. Eywa Divulgazione, 2024. Ecocidio: il crimine contro la natura che Italia ed Europa stanno trasformando in legge. Eywa Divulgazione, 2024. Sostenibilità e animali domestici: guida pratica tra benessere e responsabilità. Eywa Divulgazione, 2024. Allevamenti intensivi: il sistema di controllo pubblico e i vuoti normativi sul benessere animale. Eywa Divulgazione, 2024. Gli animali liberi del Lazio: il confine tra libertà, abbandono e responsabilità istituzionale. Eywa Divulgazione, 2025. Intelligenza artificiale e alternative alla sperimentazione animale. Eywa Divulgazione, 2024. Animali domestici e benessere: il legame tra salute umana e tutela degli animali da compagnia. ## **Bibliografia** Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, 2025. Legge 6 giugno 2025, n. 82: Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni per l’integrazione e l’armonizzazione della disciplina in materia di reati contro gli animali. In vigore dal 1° luglio 2025. Normattiva, 2004. Legge 20 luglio 2004, n. 189: Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali, nonché di impiego degli stessi in combattimenti clandestini. Base normativa fondamentale del sistema di tutela penale degli animali in Italia. Camera dei Deputati, 2025. Dossier parlamentare «Reati contro gli animali»: analisi della Legge 82/2025, modifiche al Codice penale e al Codice di procedura penale, responsabilità degli enti. [https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg\_3\_2\_16.page](https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_3_2_16.page) Ministero della Giustizia. Denuncia, querela, esposto: spiegazione ufficiale delle differenze tra i principali strumenti procedurali a disposizione del cittadino. Ministero dell’Interno. Numero Unico Europeo 112: funzionamento, copertura territoriale e attivazione delle forze di polizia competenti in situazioni di emergenza. Giurisprudenza Penale, 2025. Reati contro gli animali: pubblicata in Gazzetta Ufficiale la Legge 6 giugno 2025, n. 82. Analisi tecnica delle modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e al d.lgs. 231/2001. LAV, 2025. Percorso parlamentare e valutazioni sulla riforma dei reati contro gli animali: punti di forza, criticità e lacune del testo approvato. LAV. Normativa sul maltrattamento animale: testo della Legge 189/2004 con integrazioni, Titolo IX-bis del Codice penale e normativa secondaria correlata. ANMVI, 2025. Reati contro gli animali, riforma dal 1° luglio: analisi tecnico-veterinaria delle principali novità introdotte dalla Legge 82/2025. *Eywa Divulgazione. eywadivulgazione.it. «Il green si fa, non si dice»* **Categorie:** Manuali --- ### [Ricarica macchina elettrica quanto si spende nel 2026](https://eywadivulgazione.it/costo-ricarica-macchina-elettrica-2026-quanto-spende-davvero-casa-colonnine/) **Published:** Aprile 9, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Quanto costa ricaricare un’auto elettrica nel 2026? Dipende. Da dove ricarichi, da quando ricarichi, da chi ti fornisce l’energia. E dipende anche da un dettaglio che quasi nessuno mette nero su bianco: quanta energia si perde per strada tra il contatore e la batteria. I numeri aggiornati restituiscono comunque un quadro chiaro. Per chi ha una presa domestica resta favorevole rispetto al pieno di benzina. Per chi non ce l’ha, il discorso cambia. Vale la pena dirlo subito. Il riferimento regolatorio più solido è [ARERA](https://www.arera.it/consumatori/valori-della-materia-energia-per-il-servizio-di-maggior-tutela). Nel primo trimestre 2026 il prezzo di riferimento dell’energia elettrica per il cliente tipo vulnerabile servito in Maggior Tutela era [27,97 centesimi di euro per kilowattora](https://www.arera.it/comunicati-stampa/dettaglio/elettricita-maggior-tutela-27-i-trimestre-2026-clienti-vulnerabili-calo-principali-voci-bolletta) tasse incluse, in calo del 2,7 per cento rispetto al trimestre precedente. Dal 1° aprile 2026 è risalito a 30,24 centesimi tasse incluse, con un aumento dell’8,1 per cento legato al rincaro della materia energia. Due precisazioni necessarie. La prima: questi valori si riferiscono ai circa tre milioni di clienti vulnerabili rimasti in Maggior Tutela, non alla generalità degli utenti domestici. Dal luglio 2024 la maggioranza degli utenti si trova nel mercato libero o nelle Tutele Graduali, con prezzi che possono scostarsi sensibilmente verso l’alto o verso il basso a seconda del contratto. La seconda: ARERA resta comunque il riferimento pubblico più trasparente disponibile in Italia, e va bene come bussola per ragionare sugli ordini di grandezza. Con un consumo medio di 15-16 kWh ogni 100 km, ricaricare a casa significa spendere fra i 4 e i 6 euro per percorrere quella distanza. Un’auto a benzina di pari segmento ne spende fra 10 e 12, con il self service intorno a 1,74 €/litro secondo l’[Osservaprezzi carburanti del MIMIT](https://www.mimit.gov.it/it/mercato-e-consumatori/prezzi/mercati-dei-carburanti/osservatorio-carburanti) e un consumo reale di 6-7 litri ogni 100 km. È il primo numero da tenere a mente. Il vantaggio economico dell’elettrico, quando esiste, sta tutto qui.## **Quanto costa ricaricare l’auto elettrica a casa** La ricarica domestica è la modalità più economica. È anche la più pratica per chi ha un box o un posto auto attrezzato. Il calcolo è semplice: il costo finale si ottiene moltiplicando l’energia effettivamente prelevata dalla rete per il prezzo unitario del kWh previsto dal proprio contratto. Non è la capacità nominale della batteria a contare, ma l’energia che il contatore registra davvero. E il contatore registra anche le perdite. Le perdite. Sono il pezzo che gli articoli divulgativi tendono a saltare, e che invece incide in modo concreto sul costo reale. Nella ricarica in corrente alternata domestica l’efficienza del processo si aggira mediamente fra l’85 e il 90 per cento. Tradotto: per immettere 50 kWh utili nella batteria, il contatore può contarne 55-57. Chi vuole una stima precisa della spesa reale deve maggiorare il calcolo teorico del 10-15 per cento. Sembra un dettaglio. Su mille ricariche diventa una cifra.## **Ricarica dal contatore domestico e wallbox** Con un contatore standard da 3 kW si può ricaricare collegando l’auto alla presa di casa, ma i tempi si allungano molto. La soluzione efficiente è la wallbox: un dispositivo dedicato che permette di ricaricare a 7 o 11 kW in modo sicuro e controllato. Costa fra 1.000 e 3.000 euro. In molti casi viene inclusa in promozione con l’acquisto dell’auto. Per sfruttare appieno una wallbox da 11 kW serve aumentare la potenza del contatore. Dal 2017 questo passaggio non comporta più la perdita della tariffa residenti, ma ogni kW aggiuntivo pesa circa 25 euro all’anno in bolletta. Portare il contatore a 6 kW vuol dire 120 euro in più all’anno. Un costo da mettere nel conto in partenza, non da scoprire dopo.## **Calcolo del costo per una ricarica completa** A casa il prezzo al kWh non cambia in base alla potenza di ricarica. A 3, 7 o 11 kW si paga lo stesso al kilowattora: cambia il tempo, non la tariffa. Va detto che a potenze più alte le perdite tendono a essere leggermente inferiori in percentuale, perché l’elettronica di bordo lavora in condizioni più efficienti. Differenze piccole, ma reali. Un esempio concreto. Ricaricare una batteria da 50 kWh utili a 0,25 €/kWh in fascia notturna F23, considerando il 10 per cento di perdite, vuol dire prelevare dalla rete poco più di 55 kWh e spendere intorno a 13,80 euro. Alla tariffa ARERA del secondo trimestre 2026 di 0,3024 €/kWh la stessa ricarica costa circa 16,60 euro. La stessa identica energia, prelevata da una HPC autostradale a tariffa piena, può costare fra 45 e 55 euro. Tre volte tanto. È lì che si gioca davvero la convenienza dell’elettrico, e non in qualche dettaglio tecnico. Alcune offerte rendono la ricarica domestica ancora più vantaggiosa. [Enel](https://www.enel.it/it-it/mobilita-elettrica/tariffe-abbonamenti) propone il piano Drive Fix Luce: include l’energia notturna fra le 00:00 e le 07:00 fino a 140 kWh al mese dentro un canone di 27 euro, wallbox compresa. Attenzione alla formulazione commerciale che gira intorno a queste offerte. L’energia non è gratuita: è inclusa nel canone entro un tetto definito. Oltre quella soglia si torna alla tariffa ordinaria. Sembra una distinzione linguistica, è una distinzione sostanziale. Chi fa i conti per decidere se passare all’elettrico ha diritto a una rappresentazione pulita del prodotto, non a formule che promettono il gratis dove gratis non c’è.## **Quanto costa ricaricare alle colonnine pubbliche** Le colonnine pubbliche si dividono in tre categorie in base alla potenza erogata, e il prezzo cresce con la velocità. Le AC fino a 22 kW (con qualche raro caso a 43 kW in installazioni meno recenti) si attestano fra 0,50 e 0,69 €/kWh. Le DC Fast, fra 50 e 100 kW, oscillano fra 0,70 e 0,85 €/kWh. Le HPC Ultrafast oltre i 100 kW si collocano fra 0,79 e 1,00 €/kWh, con punte superiori in autostrada. Il costo effettivo dipende dal gestore e dalla formula. Pagare a consumo senza abbonamento è la modalità più cara. Sottoscrivere un piano mensile o annuale taglia la spesa per chi ricarica con regolarità. Le tariffe che seguono sono quelle pubblicate dagli operatori al momento della stesura: i listini cambiano spesso, e la verifica diretta nell’app dell’operatore resta la fonte più affidabile al momento della ricarica.## **Tariffe dei principali operatori in Italia** [Enel X Way](https://www.enel.it/it-it/mobilita-elettrica/tariffe-abbonamenti) applica tariffe differenziate per fascia oraria. Di giorno, fra le 7:00 e le 19:59, la ricarica AC costa 0,67 €/kWh e la DC fino a 99 kW 0,75 €/kWh. Di notte, dalle 20:00 alle 6:59, i prezzi scendono rispettivamente a 0,52 e 0,60 €/kWh. Le HPC costano 0,85 €/kWh a qualsiasi orario. Con il piano Plug&Go Super, a 4 euro al mese, si ottiene uno sconto fisso di 0,05 €/kWh su tutte le tariffe. [A2A E-Moving](https://www.a2a.it/mobilita-sostenibile/servizi-di-ricarica) offre sia tariffe a consumo (0,65 €/kWh in AC, 0,72 €/kWh in DC) sia abbonamenti mensili. Il pacchetto Medium da 100 kWh costa 57 euro al mese per i non clienti (0,57 €/kWh) e 49 euro per i clienti A2A Energia (0,49 €/kWh). [Electra](https://www.go-electra.com/it/electra-plus/) propone una tariffa base in app di 0,64 €/kWh. Scende a 0,54 €/kWh con l’abbonamento Start (1,99 euro al mese) e a 0,44 €/kWh con il Boost (9,99 euro al mese). Pagando con carta contactless senza app si sale a 0,79 €/kWh. La differenza fra app e contactless vale la pena di ricordarla: non è un dettaglio. [Ionity](https://www.ionity.eu/it/abbonamenti), specializzata nelle ricariche ultrafast autostradali, propone la tariffa a consumo Go a 0,79 €/kWh. Con l’abbonamento annuale Power 365 (119,99 euro l’anno) si scende a 0,47 €/kWh. Il Motion 365 (59,99 euro l’anno) offre 0,59 €/kWh. Plenitude On The Road applica tariffe a consumo differenziate: 0,65 €/kWh sulle Quick fino a 22 kW, 0,85 €/kWh sulle Fast, 0,90 €/kWh sulle UltraFast.## **Ricarica domestica o pubblica: il confronto dei costi** La differenza fra ricaricare a casa e ricaricare in pubblico è il fattore decisivo nella gestione quotidiana dei costi. Una ricarica domestica con wallbox, perdite del 10-15 per cento incluse e tariffa fra 0,25 e 0,30 €/kWh, comporta una spesa reale di circa 4-5 euro ogni 100 km. Una ricarica AC pubblica costa fra 8 e 11 euro per la stessa percorrenza. Le DC Fast salgono a 11-14 euro. Le HPC Ultrafast a 13-16. Il confronto con la benzina, fra 10 e 12 euro ogni 100 km per un’auto di pari segmento, dice tutto. Il vantaggio dell’elettrico è netto in casa, si assottiglia con le Fast, sparisce con le HPC senza abbonamento. Chi ha la possibilità di ricaricare nel proprio box spende meno della metà rispetto alla colonnina pubblica e molto meno rispetto alla benzina. Chi dipende solo dalle colonnine pubbliche, e in particolare dalle ultrafast, ha davanti un vantaggio molto più sottile. Quando non nullo. È una distinzione che gli articoli divulgativi tendono a evitare, e che invece tocca un problema reale: l’accesso alla ricarica domestica non è universale. In Italia una quota significativa di automobilisti vive in condominio senza box privato o senza posto auto assegnato. Per loro la convenienza dell’elettrico si misura su una scala diversa rispetto a chi ha un garage. Un’informazione corretta riconosce questa asimmetria, invece di appiattirla dietro una media nazionale rassicurante.## **Come risparmiare sulla ricarica dell’auto elettrica** Le strategie concrete per contenere il costo della ricarica sono quattro. La prima riguarda le fasce orarie. Ricaricare di notte, sia a casa sia alle colonnine pubbliche, dà accesso a tariffe sensibilmente più basse. Enel X Way pratica uno sconto che arriva a 0,15 €/kWh in meno nelle ore notturne. A casa, la fascia F23 (sera, notte, weekend, festivi) è la più conveniente. È la prima leva, ed è anche la più facile da usare: basta spostare l’abitudine. La seconda riguarda gli abbonamenti. Chi percorre molti chilometri al mese e ricarica spesso alle colonnine può risparmiare fra il 30 e il 40 per cento con un abbonamento rispetto alla tariffa a consumo, a seconda dell’intensità di utilizzo. Il piano Electra Boost porta il prezzo a 0,44 €/kWh, quasi la metà della tariffa base senza app di molti operatori. Una regola da tenere a mente: l’abbonamento conviene solo quando il volume di ricarica compensa il canone. Sotto quella soglia si paga di più, non di meno. La terza riguarda il metodo di pagamento. Pagare con carta contactless direttamente alla colonnina è comodo, ma sensibilmente più caro: la differenza arriva a 0,15-0,20 €/kWh in più rispetto al pagamento tramite app. Scaricare l’app e registrarsi è questione di minuti, e si traduce in un risparmio immediato su ogni sessione. Pochi clic, molti euro nel corso dell’anno. La quarta, la più importante per chi può permettersela, è privilegiare la ricarica domestica. L’investimento iniziale per la wallbox si ripaga nell’arco di pochi mesi grazie al differenziale di prezzo rispetto alle colonnine pubbliche. È la leva strutturale, quella che cambia davvero il bilancio sul lungo periodo.## **Costo ricarica auto elettrica: il bilancio finale** Il quadro complessivo per il 2026 dice che possedere un’auto elettrica conviene dal punto di vista dei costi di esercizio. Ma la convenienza non è distribuita in modo uniforme. Chi ricarica prevalentemente a casa spende circa un terzo rispetto a un automobilista tradizionale per percorrere gli stessi chilometri, perdite di ricarica incluse. Chi si affida solo alle colonnine pubbliche senza abbonamento vede il vantaggio ridursi parecchio. In alcuni scenari, soprattutto sulle HPC autostradali, il costo per chilometro si avvicina a quello del carburante tradizionale. La rete di ricarica italiana è in espansione, le tariffe diventano più competitive, le opzioni per risparmiare si moltiplicano. Ma raccontare l’elettrico come un passaggio indolore per tutti sarebbe scorretto: la convenienza dipende dalle condizioni abitative, dalle abitudini di guida, dall’accesso a una presa privata. Per chi quelle condizioni le ha, il costo della ricarica non è un ostacolo. Per chi non le ha, è un argomento che merita di essere discusso con onestà, non nascosto dietro una media nazionale rassicurante. La differenza fra l’una e l’altra cosa è il perimetro entro cui si decide se la transizione è una scelta libera o un privilegio.## **Approfondimenti Eywa** Eywa Divulgazione, 2026. Data center e AI: perché rischiano di far saltare la rete elettrica (e di finire in bolletta). Analisi del consumo energetico crescente e del suo impatto sulla rete elettrica e sulle bollette: utile per contestualizzare il costo dell’energia elettrica. Eywa Divulgazione, 2026. La transizione energetica è possibile. E qualcuno la sta già facendo. Approfondimento sulla transizione energetica e sui modelli di produzione e consumo: aiuta a leggere il contesto sistemico in cui si inserisce la mobilità elettrica. Eywa Divulgazione, 2025. Le rinnovabili hanno un costo nascosto: litio, cobalto e l’acqua che paghiamo davvero. Studio sui costi nascosti delle tecnologie energetiche: utile per evitare narrazioni semplificate sulla sostenibilità economica dell’elettrico. Eywa Divulgazione, 2025. Le batterie al sodio esistono già. E cambiano le regole del gioco. Panoramica sulle nuove tecnologie di accumulo: rilevante per comprendere l’evoluzione futura dei costi delle batterie e quindi della mobilità elettrica. Eywa Divulgazione, 2026. Manuale operativo: acqua del rubinetto. Esempio Eywa di lettura corretta dei dati tecnici e delle tariffe pubbliche: utile come riferimento metodologico per interpretare i costi reali dei servizi.## **Fonti** ARERA, 2025. Elettricità: Maggior Tutela -2,7% nel I trimestre 2026 per i clienti vulnerabili. Comunicato ufficiale dell’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente con il prezzo di riferimento di 27,97 c€/kWh per il cliente tipo vulnerabile in Maggior Tutela. ARERA, 2026. Valori della materia energia per il Servizio di maggior tutela. Pagina ufficiale con i valori aggiornati trimestralmente delle componenti di vendita per i clienti vulnerabili in Maggior Tutela, inclusi i valori del II trimestre 2026. Ministero delle Imprese e del Made in Italy, 2026. Osservatorio Prezzi Carburanti. Portale ufficiale per la consultazione in tempo reale dei prezzi di vendita dei carburanti praticati sul territorio nazionale. Fonte ufficiale per il confronto con benzina e gasolio. Enel, 2026. Mobilità elettrica: tariffe e abbonamenti. Pagina ufficiale con le tariffe di ricarica pubblica Enel X Way, i piani Plug&Go e le condizioni economiche aggiornate per AC, DC e HPC. A2A Energia, 2026. App A2A E-moving e servizi di ricarica. Pagina ufficiale con le tariffe a consumo e gli abbonamenti di ricarica pubblica A2A E-Moving. Fonte operatore per confronto prezzi. Electra, 2026. Abbonamento alla ricarica per auto elettriche: Electra+. Pagina ufficiale con i piani Start e Boost, le tariffe a consumo in app e con pagamento contactless. Utile per evidenziare il differenziale reale di costo. Ionity, 2026. Abbonamenti di ricarica flessibili a tariffe vantaggiose. Pagina ufficiale con le tariffe Ionity Go, Motion 365 e Power 365. Fonte primaria per la ricarica ultrafast in ambito autostradale. **Categorie:** Attualità, Enciclopedia --- ### [Sapone ecologico per il viso: guida alla skincare naturale e sostenibile](https://eywadivulgazione.it/sapone-ecologico-per-il-viso-guida-alla-skincare-naturale-e-sostenibile/) **Published:** Aprile 7, 2026 **Author:** Redazione Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Il mercato dei cosmetici naturali e biologici vale oggi, secondo stime di Global Industry Analysts, 31,4 miliardi di dollari. Entro il 2030 potrebbe raggiungerne 52,2. Non è un dato neutro: indica che milioni di persone hanno smesso di accettare etichette vaghe e vogliono sapere cosa mettono sulla pelle. La ricerca di un **sapone ecologico per il viso** fa parte di questo cambiamento. Non è una scelta estetica, è una scelta di metodo. Questa guida serve a orientarsi con concretezza: quali ingredienti cercare, quali evitare, cosa significano davvero le certificazioni e come capire se un prodotto è quello che dice di essere. Partire dal lavaggio del viso non è banale. È il gesto che si ripete ogni giorno, due volte. È il punto in cui la pelle è più esposta. Ed è il punto in cui è più semplice fare una scelta consapevole.# **Che cos’è un sapone ecologico per il viso** Un **detergente viso naturale** formulato a regola d’arte ha tre caratteristiche: ingredienti di origine vegetale in posizione dominante nell’INCI, assenza di tensioattivi aggressivi, petrolati e profumi artificiali, e un processo produttivo a basso impatto ambientale. Non è una questione di immagine: è una questione di formula. I detergenti industriali convenzionali spesso contengono sodio lauril solfato (SLS), parabeni, siliconi e coloranti sintetici. Questi ingredienti non sono stati inseriti per caso: costano meno, stabilizzano il prodotto più a lungo, producono schiuma abbondante. Ma non sono necessari per una detersione efficace. E per le pelli sensibili o reattive, possono essere la prima causa di irritazione.## **Oli vegetali, burri e saponificazione** La base di un buon **sapone biologico per il viso** è una materia grassa di qualità: olio di oliva, ricco di acidi grassi e vitamina E; olio di mandorle dolci, con azione emolliente; burro di karité o di cacao, per proteggere e nutrire la barriera cutanea. A questi si aggiungono estratti vegetali, oli essenziali puri, argille. Il processo è la saponificazione: una reazione tra la base grassa e una sostanza alcalina (la soda caustica), che nei metodi artigianali a freddo richiede settimane di maturazione. Il risultato è un prodotto chimicamente stabile, privo di residui alcalini liberi, con glicerina naturale che nel metodo artigianale tende a restare nel prodotto finito, invece di essere separata e rivenduta a parte come accade in parte della produzione industriale. Vale la pena dirlo chiaramente su un aspetto tecnico che spesso viene omesso: anche il miglior sapone artigianale naturale è un prodotto alcalino. Il pH del sapone saponificato si colloca normalmente tra 8,5 e 11; la pelle sana ha un pH cutaneo tra 4 e 5,9. Questo non lo rende inadatto alla detersione quotidiana per la maggior parte delle pelli, ma impone una valutazione attenta. Per le pelli con barriera cutanea molto compromessa o con patologie dermatologiche (dermatite atopica, rosacea), in alcuni casi uno *syndet* a pH neutro o leggermente acido può essere più indicato. Se si è in questa situazione, il confronto con un dermatologo è il passo giusto.## **Profumazioni naturali: un punto da non dare per scontato** Molte formulazioni integrano oli essenziali ed estratti botanici, come camomilla, calendula, lavanda, tea tree. Sono ingredienti con una lunga tradizione nelle formule lenitive e purificanti. Ma anche gli estratti botanici possono irritare le pelli più sensibili, soprattutto se presenti in concentrazioni elevate o in combinazione con profumazioni composite. «Naturale» non significa automaticamente tollerato da tutti. Su questo tema è utile leggere il nostro approfondimento su [profumi «puliti» e detergenti eco](https://eywadivulgazione.it/profumi-puliti-detergenti-eco-quando-odore-teatro-cosa-salute-domestica/): spiega quando «l’odore pulito» non corrisponde a delicatezza, e quando la profumazione, anche botanica, può diventare un problema per la salute domestica.# **Cosa fa davvero un sapone ecologico sulla pelle del viso** ## **Meno aggressione, non assenza di effetti** Il vantaggio più percepibile di una **skincare naturale** basata su un detergente ecologico è la riduzione della sensazione di «pelle che tira» dopo il lavaggio. Le formulazioni con oli vegetali e burri tendono a rimuovere le impurità senza privare completamente la pelle dei lipidi di superficie, a differenza dei tensioattivi aggressivi che sgrassano in modo indiscriminato. Il risultato è una detersione più confortevole, non per magia, ma perché gli ingredienti hanno un profilo chimico meno aggressivo. Gli acidi grassi essenziali e gli antiossidanti contenuti negli oli vegetali supportano il comfort cutaneo durante la detersione. L’olio di jojoba è apprezzato per la sua buona tollerabilità e il profilo lipidico; l’olio di argan è spesso impiegato in formule nutrienti con proprietà antiossidanti. Non sono sostituti di un trattamento specifico, ma ingredienti che fanno parte di una formula più gentile.## **Meno sostanze problematiche, meno rischi di reazione** L’assenza di parabeni, SLS, petrolati e profumi sintetici elimina alcune delle sostanze che più frequentemente contribuiscono a dermatiti da contatto, prurito e arrossamenti. Per chi ha una pelle soggetta a couperose o sensibilità di contatto, un **sapone ecologico per la pelle sensibile** certificato rappresenta un punto di partenza più sicuro. Ma attenzione: ogni pelle è diversa. La tollerabilità di un prodotto si verifica sulla propria pelle, non si deduce dall’etichetta. C’è un ultimo aspetto importante da considerare nel quadro più ampio della cura quotidiana: i prodotti che usiamo sulla pelle si inseriscono in un ambiente domestico dove l’esposizione a sostanze chimiche avviene su più fronti. L’approfondimento Eywa su [qualità dell’aria di casa e fonti di inquinamento indoor](https://eywadivulgazione.it/inquinamento-aria-casa-fonti-soluzioni/) aiuta a costruire una visione d’insieme.# **Come scegliere il sapone ecologico giusto per il tuo tipo di pelle** Non esiste un prodotto universale. La scelta dipende da cosa la propria pelle ha bisogno, e da come risponde nella pratica quotidiana.## **Pelle secca o sensibile** Le formulazioni più adatte sono quelle con ingredienti lenitivi e idratanti: malva, camomilla, calendula, burro di karité. Queste materie prime supportano il comfort cutaneo senza aggredire la superficie. Chi ha una pelle molto reattiva o con barriera compromessa può valutare in alternativa un syndet a pH fisiologico, come già detto.## **Pelle grassa o impura** Le formulazioni con tea tree oil, argilla verde o salvia sono tradizionalmente impiegate in formule purificanti e astringenti, indicate per le pelli a tendenza acneica. Aiutano a contenere le impurità senza essere eccessivamente sgrassanti. Come sempre, le prime settimane di utilizzo sono quelle decisive: la pelle dice chiaramente se qualcosa funziona o no.## **Pelle mista o normale** Le formulazioni riequilibranti a base di lavanda, rosmarino o avena sono in genere ben tollerate dalla pelle mista: mantengono un buon equilibrio senza aggredire le zone più delicate né alimentare la zona T.## **Pelle matura** Per la pelle matura sono indicati saponi arricchiti con ingredienti antiossidanti: olio di rosa mosqueta, olio di melograno, estratti di stella alpina. Non sono prodotti anti-età nel senso cosmetico del termine, ma ingredienti che supportano il comfort e il benessere cutaneo nel tempo.# **Come riconoscere un sapone ecologico autentico** Il mercato della cosmetica verde è in espansione rapida, e con lui il [greenwashing](https://eywadivulgazione.it/etichette-impatto-zero-riconoscere-greenwashing-nuove-leggi-ue/): l’uso di immagini, colori e claim ambientali privi di qualsiasi fondamento verificabile. Riconoscere un prodotto davvero ecologico richiede tre operazioni semplici ma sistematiche.## **Leggere l’INCI** L’INCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients) è l’elenco degli ingredienti riportato sulla confezione, in ordine decrescente di concentrazione. In un sapone davvero ecologico, gli ingredienti vegetali compaiono nelle prime posizioni, spesso indicati con il nome botanico latino della pianta. Se nelle prime tre voci compaiono petrolati, siliconi o SLS, il prodotto non è quello che si presenta. Leggere l’INCI è un atto di cittadinanza consapevole: la nostra [guida ai cosmetici biologici, certificazioni e INCI](https://eywadivulgazione.it/cosmetici-biologici-guida-certificazioni-inci-greenwashing/) spiega come farlo in pochi minuti, senza bisogno di essere chimici.## **Verificare le certificazioni** Standard come COSMOS e NATRUE, insieme a organismi come ICEA ed Ecocert, offrono criteri verificabili su composizione, origine degli ingredienti, percentuali biologiche, sostanze ammesse e processi produttivi. Non tutti i marchi coprono le stesse esclusioni: conta cosa garantisce concretamente lo specifico standard esposto sulla confezione, non la presenza del logo in sé. La differenza tra un claim e una certificazione è la differenza tra un’affermazione e una verifica esterna. Su questo confine si gioca tutto.## **Guardare il packaging** Un sapone ecologico coerente privilegia il packaging sostenibile: carta riciclata, assenza di plastica monouso, formati solidi che eliminano il flacone. Non è un criterio sufficiente da solo, ma insieme all’INCI pulito e a una certificazione riconosciuta forma un quadro affidabile.# **Come inserire il sapone ecologico nella routine quotidiana** Il metodo è semplice: acqua tiepida, saponetta tra le mani fino a ottenere una leggera schiuma, massaggio sul viso con movimenti circolari per circa trenta secondi, risciacquo accurato. Dopo la detersione, un tonico naturale e una crema idratante adatta al proprio tipo di pelle completano la routine e aiutano a sostenere la barriera cutanea. Il sapone solido è anche la scelta più pratica sul piano della sostenibilità: dura più a lungo di un detergente liquido, non richiede flaconi in plastica, produce meno scarti di imballaggio. Per chi costruisce una **beauty routine sostenibile** coerente, è il punto di partenza naturale.# **Perché scegliere un sapone ecologico per il viso oggi** Il 2026 non è l’anno del green di facciata. È l’anno in cui chi compra sa leggere un’etichetta, sa cos’è il greenwashing e sa fare domande. I consumatori non cercano più prodotti «eco» come categoria generica: cercano formule verificabili, coerenti con i propri valori, efficaci sulla propria pelle. Scegliere un **sapone ecologico per il viso** non è un gesto simbolico. È una riduzione dell’esposizione quotidiana a sostanze non necessarie, un contributo concreto alla riduzione degli imballaggi in plastica, e un segnale al mercato che la trasparenza premia. La pelle risponde ai prodotti che usa ogni giorno. Vale la pena che siano quelli giusti.# **Approfondimenti Eywa** Eywa Divulgazione, 2026. Guida completa per distinguere tra cosmetici biologici, naturali ed ecosostenibili, leggere l’INCI e orientarsi tra certificazioni come COSMOS, NATRUE, ICEA ed Ecocert. Eywa Divulgazione, 2025. Come distinguere tra claim ambientali vaghi e informazioni verificabili in etichetta, anche alla luce delle nuove norme europee sul greenwashing. Eywa Divulgazione, 2025. Profumazioni nei prodotti per la cura personale e per la casa: quando «odore pulito» non coincide con delicatezza o salubrità. Eywa Divulgazione, 2025. Le principali fonti di inquinamento indoor e le soluzioni pratiche per migliorare la qualità dell’aria domestica.# **Bibliografia** Global Industry Analysts / Research and Markets, 2024. Natural and Organic Cosmetics: Global Strategic Business Report. Stime di mercato sul settore della cosmetica naturale e biologica, 2024-2030. Mijaljica D., Spada F., Harrison I.P., 2022. Skin Cleansing without or with Compromise: Soaps and Syndets. Cosmetics, MDPI. Revisione scientifica su pH cutaneo, tollerabilità e differenze tra saponi e syndet. Cosmetics, MDPI, 2025. Evaluating Skin Acid-Base Balance after Application of Cold-Processed and Hot-Processed Natural Soaps. Studio sul pH cutaneo dopo uso di saponi artigianali naturali. COSMOS-standard AISBL. Standard COSMOS per la cosmetica naturale e biologica: criteri su ingredienti, processi produttivi e tracciabilità. NATRUE e.V. Standard NATRUE per la cosmetica naturale e organica: requisiti su composizione, sostanze ammesse e criteri di certificazione. **Categorie:** Attualità --- ### [Uova biologiche: come riconoscerle, cosa le rende diverse e perché sceglierle](https://eywadivulgazione.it/uova-biologiche-come-riconoscerle-cosa-rende-diverse-perche-sceglierle/) **Published:** Marzo 31, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Al supermercato trovi uova con diciture diverse, confezioni studiate per evocare campagna e natura, prezzi che vanno dal singolo euro a oltre tre. Eppure l’unico dato che conta davvero è stampato sul guscio, ed è un numero. Questa guida ti spiega come leggerlo, cosa distingue le uova biologiche dalle altre tipologie di allevamento, quali norme europee regolano il settore e cosa dicono davvero gli studi sul profilo nutrizionale. Il punto di partenza è lo stesso che vale per [l’olio extravergine](https://eywadivulgazione.it/olio-extravergine-oliva-contraffatto-come-difendersi/) o per [i cosmetici bio](https://eywadivulgazione.it/cosmetici-biologici-guida-certificazioni-inci-greenwashing/): se vuoi scegliere con criterio, devi sapere cosa stai guardando, non fidarti di ciò che la confezione vuole farti credere.## **Cosa sono le uova biologiche** Le uova biologiche sono uova prodotte da galline allevate secondo il metodo dell’agricoltura biologica, disciplinato a livello europeo dal [Regolamento (UE) 2018/848](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32018R0848). In pratica, questo significa che le galline devono avere accesso a spazi esterni (con una densità massima di 2.500 capi per ettaro, equivalente a 4 m² per gallina), essere alimentate con mangimi certificati biologici, privi di OGM e di pesticidi chimici di sintesi, e non ricevere trattamenti antibiotici a scopo preventivo. Le cure veterinarie sono ammesse solo quando strettamente necessarie. Vale la pena chiarire un punto che spesso si perde nella comunicazione: «accesso all’aperto» non vuol dire che le galline vivono in un prato 24 ore su 24. Vuol dire che il sistema di allevamento deve prevedere la possibilità di uscita verso aree esterne per un tempo significativo della giornata, nelle condizioni previste dalla normativa. In inverno, con maltempo o durante emergenze sanitarie (come i focolai di influenza aviaria), l’accesso può essere temporaneamente limitato senza perdere la qualifica biologica, purché il periodo di restrizione non superi le 16 settimane consecutive. In sintesi: il biologico non è un’etichetta estetica. È un sistema produttivo con vincoli verificabili e controllati da enti certificatori accreditati.## **Uova biologiche: come riconoscerle dal codice sul guscio** Il modo più diretto per sapere cosa stai comprando è leggere il codice alfanumerico stampato sul guscio di ogni uovo. L’obbligo di stampigliatura è previsto dal quadro normativo europeo sulla commercializzazione delle uova, che ha il suo pilastro nel [Regolamento (UE) n. 1308/2013](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32013R1308) (organizzazione comune dei mercati agricoli). Nel 2023, tre regolamenti hanno aggiornato il sistema: il [Reg. (UE) 2023/2464](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=OJ:L_202302464) ha imposto che la stampigliatura avvenga nel luogo di produzione (non più nel primo centro di imballaggio); il [Reg. delegato (UE) 2023/2465](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=OJ:L_202302465) ha ridefinito le norme di commercializzazione, classificazione ed etichettatura; il [Reg. di esecuzione (UE) 2023/2466](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=OJ:L_202302466) ne ha stabilito le modalità applicative.### **Come leggere il codice sulle uova** Il codice è composto da una sequenza di cifre e lettere che identifica il metodo di allevamento, il Paese di origine e il sito produttivo. Si legge così: **Posizione** **Significato** **Esempio** **1ª cifra** Tipo di allevamento 0 = Biologico **2ª–3ª lettera** Paese di origine IT = Italia **4ª–6ª cifra** Codice ISTAT del comune Es. 058 **7ª–8ª lettera** Sigla della provincia Es. RM **9ª–11ª cifra** Codice dell’allevamento Es. 001 Il primo numero è quello che conta di più. Ecco cosa indica: **0 – Allevamento biologico:** galline con accesso all’aperto, mangimi bio certificati, divieto di pesticidi chimici e antibiotici preventivi. **1 – Allevamento all’aperto:** le galline hanno accesso a spazi esterni, ma l’alimentazione non è necessariamente biologica e non valgono i vincoli del metodo bio. **2 – Allevamento a terra:** galline al chiuso, in capannoni, senza accesso all’esterno. **3 – Allevamento in gabbia:** il tipo più restrittivo, con galline in gabbie attrezzate. L’allevamento in gabbie non modificate (le cosiddette «in batteria») è vietato nell’UE dal 2012. **Consiglio pratico:** al supermercato, gira l’uovo e guarda il codice stampato. Se inizia con 0, è biologico. Se inizia con 0 IT, è biologico e italiano.## **Differenza tra uova biologiche, all’aperto, a terra e in gabbia** La confusione tra i diversi tipi di allevamento non è casuale: spesso le confezioni giocano su diciture ambigue. Le differenze sostanziali, ricavate dalla [normativa europea vigente](https://agriculture.ec.europa.eu/farming/animal-products/eggs_en), sono riassunte nella tabella che segue. Per un approfondimento sul sistema degli allevamenti e sulle alternative al modello intensivo, Eywa ha pubblicato [un dossier dedicato](https://eywadivulgazione.it/allevamenti-intensivi-perche-la-carne-di-domani-nascera-nei-pascoli-non-nelle-gabbie/).### **Tabella comparativa dei tipi di allevamento** **Caratteristica** **Cod. 0 Bio** **Cod. 1 Aperto** **Cod. 2 A terra** **Cod. 3 Gabbia** **Accesso esterno** Sì, previsto dalla normativa bio Sì, per alcune ore No No **Densità esterna** Max 2.500 capi/ha (4 m²/gallina) Max 2.500 capi/ha (4 m²/gallina) Non previsto (al chiuso) Non previsto (gabbie attrezzate) **Alimentazione** Mangimi bio certificati, no OGM Mangimi convenzionali Mangimi convenzionali Mangimi convenzionali **Antibiotici preventivi** Vietati Consentiti Consentiti Consentiti **Certificazione bio** Obbligatoria (ente accreditato) No No No **Prezzo indicativo (6 uova)** 2,50–3,50 € 1,80–2,50 € 1,20–1,80 € 0,80–1,20 € ### **Attenzione alla dicitura «allevate a terra»** La scritta «allevate a terra» sulle confezioni genera un equivoco diffuso. Molti consumatori la leggono come sinonimo di qualità o di un allevamento semi‑naturale. In realtà, il codice 2 indica semplicemente che le galline non sono in gabbia, ma vivono al chiuso in capannoni, senza accesso a spazi esterni. Le condizioni concrete variano da struttura a struttura: possono esserci situazioni di sovraffollamento e illuminazione prevalentemente artificiale, ma non si può generalizzare ogni allevamento a terra come identico. Quello che si può dire con certezza è che «A terra» non è «biologico» e non implica accesso all’esterno.## **Proprietà nutrizionali delle uova biologiche** ### **Cosa contiene un uovo** Le uova sono un alimento ad alta densità nutrizionale. Un uovo medio fornisce circa 70–80 calorie e contiene proteine ad alto valore biologico, grassi prevalentemente insaturi, vitamine e minerali essenziali. Ecco i valori medi per 100 g di uovo intero (fonte: banca dati CREA, [Humanitas](https://www.humanitas.it/enciclopedia/alimenti/carne-e-prodotti-di-origine-animale/uova-di-gallina/)). **Nutriente** **Valore per 100 g** Calorie 128 kcal Proteine 12,4 g (alto valore biologico) Grassi 8,7 g (prevalentemente insaturi) Vitamina A 225 µg Vitamina D Presente in quantità significative Vitamina B12 Essenziale per il metabolismo Ferro 1,5 mg Fosforo 210 mg Selenio 5,8 µg Zinco 1,2 mg ### **Cosa dicono gli studi sul profilo nutrizionale delle uova biologiche** La domanda è legittima: un uovo biologico è davvero diverso, dal punto di vista nutrizionale, da un uovo da allevamento intensivo? La risposta onesta è: dipende, e le differenze non sono così nette come spesso si racconta. Alcuni studi, come [quello pubblicato su Renewable Agriculture and Food Systems](https://www.cambridge.org/core/journals/renewable-agriculture-and-food-systems/article/vitamins-a-e-and-fatty-acid-composition-of-the-eggs-of-caged-hens-and-pastured-hens/552BA04E5A9E3CD7E49E405B339ECA32) (Karsten et al., Cambridge University Press), hanno riscontrato che le uova da galline allevate al pascolo presentano livelli più elevati di acidi grassi omega‑3 e di vitamina E rispetto a quelle da allevamento intensivo. Questo è plausibile: una gallina che mangia erba, insetti e ha un’alimentazione più varia tende a produrre uova con un profilo lipidico diverso. Tuttavia, è importante non trasformare questi dati in una regola universale. Il profilo nutrizionale di un uovo dipende da molti fattori: la razza della gallina, la composizione specifica del mangime, le condizioni ambientali, la stagione. Una [revisione sistematica pubblicata su Nutrients](https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7019963/) (PMC, 2020) ha confermato che le differenze esistono, ma variano in modo significativo tra gli studi e non autorizzano a definire le uova biologiche come «nutrizionalmente superiori» in senso assoluto. E qui sta il punto: dire che le uova bio «hanno un profilo più equilibrato» non è la stessa cosa di dire che «sono più nutrienti». La prima affermazione è supportata dalla letteratura in determinati confronti; la seconda è una semplificazione giornalistica che rischia di essere fuorviante. Allo stesso modo, l’idea che le uova biologiche contengano «meno colesterolo» rispetto a quelle convenzionali non è un dato consolidato: il contenuto di colesterolo varia per razza, mangime e condizioni produttive, e non esiste una fonte ufficiale che lo presenti come regola generale.## **Normativa europea sulle uova biologiche: cosa dice la legge** ### **I regolamenti principali** Il quadro normativo europeo sulle uova è articolato. Ecco i riferimenti che contano, in ordine di gerarchia. [Regolamento (UE) n. 1308/2013](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32013R1308) **(organizzazione comune dei mercati agricoli):** è il regolamento‑base che stabilisce le norme di commercializzazione per le uova, inclusi requisiti su classificazione, etichettatura, stampigliatura e tracciabilità. Tutti i regolamenti successivi si innestano su questo testo. [Regolamento (UE) 2018/848](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32018R0848) **(produzione biologica):** è il regolamento cardine del biologico europeo. Stabilisce i requisiti specifici per l’allevamento bio: accesso all’aperto, alimentazione biologica, divieto di OGM e di sostanze chimiche di sintesi, limiti di densità. [Regolamento delegato (UE) 2023/2465](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=OJ:L_202302465)**:** integra il Reg. 1308/2013 ridefinendo nel dettaglio le norme di commercializzazione delle uova, incluse le indicazioni su etichettatura, classificazione per categoria di qualità e peso, e i requisiti per i diversi metodi di allevamento. Abroga il precedente Reg. (CE) 589/2008. [Regolamento (UE) 2023/2464](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=OJ:L_202302464)**:** modifica il Reg. 1308/2013 su un punto specifico ma importante: la stampigliatura delle uova deve avvenire nel luogo di produzione, non più nel primo centro di imballaggio. L’obiettivo è rafforzare la tracciabilità, in linea con la strategia «Dal produttore al consumatore» (Farm to Fork). [Regolamento di esecuzione (UE) 2023/2466](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=OJ:L_202302466)**:** definisce le modalità applicative del Reg. 1308/2013 per le uova, inclusi requisiti per centri di imballaggio, registri di tracciabilità e controlli di conformità.## **Classificazione delle uova per categoria di qualità** Oltre al tipo di allevamento, le uova si classificano anche per qualità. **Categoria A (fresche):** destinate al consumo diretto. Devono avere guscio integro, non essere mai state lavate e presentare una camera d’aria non superiore a 6 mm. **Categoria A Extra (extra fresche):** come le categoria A, ma con camera d’aria inferiore a 4 mm e commercializzate entro 9 giorni dalla deposizione. **Categoria B:** destinate all’industria alimentare, non in vendita al dettaglio.## **Come scegliere le uova biologiche al supermercato: guida pratica** Ecco i passaggi concreti per fare una scelta informata al banco uova.1. **Controlla il primo numero del codice sul guscio.** Il numero 0 è l’unica garanzia di uovo biologico certificato. Non fidarti solo della confezione. 2. **Verifica l’origine: cerca «IT».** Dopo lo 0, le lettere IT indicano che l’uovo è stato prodotto in Italia. 3. **Cerca il logo biologico europeo.** Sulla confezione deve essere presente la foglia verde del logo biologico UE, accompagnata dal codice dell’ente certificatore. 4. **Controlla la data di deposizione.** Indicata con la sigla DEP, ti dice quando l’uovo è stato deposto. Le uova devono essere consumate entro 28 giorni dalla data di deposizione. 5. **Valuta la confezione.** Le confezioni in cartone riciclabile sono preferibili: riducono l’umidità sul guscio e offrono maggiore protezione. 6. **Non farti ingannare dal marketing.** Diciture come «uova di campagna», «uova del contadino» o «uova naturali» non hanno valore normativo. L’unica garanzia è il codice 0 e la certificazione bio. Su come funzionano le diciture vaghe e le formule pubblicitarie prive di base giuridica, Eywa ha pubblicato [una guida al riconoscimento del greenwashing in etichetta](https://eywadivulgazione.it/etichette-impatto-zero-riconoscere-greenwashing-nuove-leggi-ue/). ## **Come verificare la freschezza delle uova a casa** Un metodo classico e affidabile è il test dell’acqua. Immergi l’uovo in un bicchiere d’acqua fredda: se resta sul fondo in posizione orizzontale, è freschissimo; se si inclina verso l’alto, ha qualche giorno; se galleggia in superficie, è vecchio e va scartato. Il principio è semplice: con il tempo, l’uovo perde umidità attraverso i pori del guscio e la camera d’aria interna si allarga, facendolo salire a galla.## **Uova biologiche: domande frequenti (FAQ)** ### **Le uova biologiche costano molto di più?** Il prezzo è mediamente più alto (2,50–3,50 € per 6 uova contro 1,20–1,80 € per le uova a terra). La differenza riflette i costi di un sistema produttivo con vincoli più stringenti: spazi esterni, mangimi certificati, certificazione da ente accreditato, densità inferiori.### **Le uova biologiche hanno un sapore diverso?** Molti consumatori riportano un gusto più ricco e un tuorlo dal colore più intenso. È un dato soggettivo, ma coerente con il fatto che un’alimentazione più varia e l’accesso al pascolo influenzano la composizione dell’uovo, inclusi carotenoidi e acidi grassi.### **Il colore del guscio indica se l’uovo è biologico?** No. Il colore del guscio (bianco, marrone, rosa) dipende esclusivamente dalla razza della gallina e non ha alcuna relazione con il metodo di allevamento né con la qualità nutrizionale.### **Quante uova si possono mangiare a settimana?** Le [Linee guida per una sana alimentazione del CREA](https://www.crea.gov.it/web/alimenti-e-nutrizione/-/linee-guida-per-una-sana-alimentazione-2018) (revisione 2018) indicano un consumo di 2–4 uova a settimana nell’ambito di una dieta equilibrata. Si tratta di un’indicazione di frequenza, non di un tetto rigido: la porzione standard definita dalla [SINU (LARN)](https://sinu.it/larn/) è di 50 g, corrispondente a un uovo medio. Il numero adeguato dipende dal contesto complessivo della dieta e dallo stato di salute individuale.### **Le uova biologiche sono più sicure?** La filiera biologica prevede requisiti specifici: divieto di antibiotici preventivi, divieto di pesticidi chimici, obbligo di certificazione da parte di un ente accreditato, tracciabilità rafforzata dal [Reg. (UE) 2023/2464](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=OJ:L_202302464). Sono vincoli reali e verificabili. Però dire che le uova bio siano «più sicure» in senso assoluto richiederebbe prove comparative robuste su rischio microbiologico, residui e contaminanti. Quello che si può affermare con precisione è che sono soggette a un sistema di controlli e divieti più stringente rispetto alle uova convenzionali.### **Dove posso comprare uova biologiche?** Oltre ai supermercati, dove sono ormai ampiamente disponibili, le trovi nei mercati contadini, nelle botteghe del biologico, in aziende agricole con vendita diretta e su diversi e‑commerce specializzati in prodotti bio.## **Ricapitolando: perché scegliere le uova biologiche** **Criterio** **Cosa significa in concreto** **Benessere animale** Accesso all’aperto, densità controllata, comportamento più naturale **Alimentazione** Mangimi bio certificati, senza OGM né pesticidi chimici **Profilo nutrizionale** Studi indicano livelli più elevati di omega‑3 e vitamina E in alcuni confronti **Controlli** Certificazione obbligatoria da ente accreditato, tracciabilità rafforzata **Trasparenza** Codice 0 sul guscio = garanzia immediata e verificabile **Sostenibilità** Minore impatto ambientale rispetto all’allevamento intensivo Le uova biologiche non sono semplicemente «uova più costose». Sono il risultato di un sistema produttivo con vincoli precisi, controllati e documentabili. Leggere il codice sul guscio richiede pochi secondi, ma cambia la qualità della scelta. Perché scegliere il cibo in modo informato significa anche capire [come funziona davvero il sistema che lo produce e lo presenta](https://eywadivulgazione.it/perche-legale-vendere-cibo-spazzatura-paradosso-veleno-quotidiano/).## **Fonti e riferimenti normativi** – Regolamento (UE) 2018/848. Produzione biologica e etichettatura dei prodotti biologici. – Regolamento (UE) n. 1308/2013. Organizzazione comune dei mercati dei prodotti agricoli. [https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=OJ:L\_202302465](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=OJ:L_202302465) – Regolamento delegato (UE) 2023/2465. Norme di commercializzazione applicabili alle uova. [https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=OJ:L\_202302464](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=OJ:L_202302464) – Regolamento (UE) 2023/2464. Modifica del Reg. 1308/2013 per quanto riguarda la stampigliatura. [https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=OJ:L\_202302466](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=OJ:L_202302466) – Regolamento di esecuzione (UE) 2023/2466. Modalità applicative delle norme sulle uova. [https://agriculture.ec.europa.eu/farming/animal-products/eggs\_en](https://agriculture.ec.europa.eu/farming/animal-products/eggs_en) – Commissione Europea – Eggs. Pagina istituzionale sulle norme di commercializzazione delle uova. – Karsten et al. (Cambridge University Press). Studio su vitamine e acidi grassi nelle uova da pascolo vs gabbia. – Revisione sistematica (PMC, 2020). Confronto sistematico tra alimenti biologici e convenzionali. – Humanitas – Uova di gallina. Valori nutrizionali di riferimento. – CREA – Linee guida per una sana alimentazione (2018). Raccomandazioni su porzioni e frequenze di consumo. – SINU – LARN V revisione (2024). Porzioni standard e livelli di assunzione di riferimento. – Gruppo Maurizi – Nuove regole commercializzazione uova. Analisi dei regolamenti 2023.## **Approfondimenti Eywa** – Eywa Divulgazione, 2025. Guida completa a certificazioni, INCI e greenwashing nel settore dei cosmetici biologici: come distinguere ciò che è normato da ciò che è marketing. – Eywa Divulgazione, 2025. Approfondimento su etichette, origine, frodi e acquisti consapevoli nell’olio extravergine d’oliva: leggere i dati reali, non le parole evocative sulla confezione. – Eywa Divulgazione, 2025. Come riconoscere le diciture vaghe o ingannevoli in etichetta e distinguere un’informazione normata da una formula pubblicitaria. – Eywa Divulgazione, 2025. Dossier sul rapporto tra cibo, industria, percezione del consumatore e regole del mercato: scegliere in modo informato significa capire il sistema che produce e presenta il cibo. – Eywa Divulgazione, 2025. Approfondimento sui modelli di allevamento, benessere animale e limiti strutturali dell’intensivo: dal biologico al pascolo, cosa cambia e perché. **Categorie:** Enciclopedia --- ### [Quando la guerra colpisce il fossile, a bruciare siamo anche noi](https://eywadivulgazione.it/pioggia-nera-teheran-inquinamento-fossile-guerra/) **Published:** Marzo 27, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) A marzo 2026, [immagini satellitari e testimonianze dirette](https://www.reuters.com/graphics/IRAN-CRISIS/MAPS/znpnmelervl/2026-03-10/strikes-create-toxic-clouds-over-tehran/) hanno mostrato colonne di fumo nero alzarsi su Teheran dopo attacchi che hanno colpito le infrastrutture energetiche iraniane. Raffinerie, depositi di carburante, nodi del sistema petrolifero: bersagli strategici, certo. Ma anche sorgenti istantanee di inquinamento su scala urbana, con ricadute che non si vedono più quando il fumo si dirada, ma che restano. Nel suolo, nell’acqua, nell’aria che si respira nei giorni e nelle settimane successive. [L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)](https://www.reuters.com/sustainability/society-equity/who-warns-health-risks-black-rain-iran-2026-03-10/) ha parlato esplicitamente di rischi sanitari legati alla cosiddetta «black rain» (la «pioggia nera», cioè il ritorno a terra delle particelle di fuliggine e dei residui tossici trasportati dal fumo in quota) che ha colpito alcune zone di Teheran. [L’agenzia dell’ONU per l’ambiente (UNEP)](https://www.unep.org/news-and-stories/statements/unep-statement-environmental-damage-arising-conflict-middle-east) ha chiarito che il fumo prodotto dalla combustione di prodotti petroliferi contiene composti pericolosi per la salute e può contaminare suolo, acqua, falde e colture, anche a distanza dal punto di emissione. [Il CEOBS](https://ceobs.org/black-rain-the-health-and-environmental-risks-from-tehrans-oil-fires/) (Conflict and Environment Observatory, l’osservatorio indipendente sui danni ambientali dei conflitti armati) ha ricostruito nel dettaglio cosa succede quando un impianto energetico brucia o esplode in contesto urbano. Il racconto mediatico di questa guerra si è concentrato, comprensibilmente, sugli aspetti militari e diplomatici. Ma c’è un livello di danno che resta quasi sempre fuori dal frame: quello ambientale e sanitario civile. È quello di cui vogliamo parlare. ## **Cosa c’è dentro il fumo di una raffineria che brucia** Quando senti parlare di «nube tossica» in relazione a un incendio industriale, non si tratta di un’iperbole giornalistica. È una descrizione chimica precisa, anche se i dettagli variano a seconda di cosa brucia. Nel caso degli impianti petroliferi colpiti in Iran, le fonti tecniche convergono su un mix di sostanze ben identificabili. Il primo problema è il particolato fine: PM2.5 e PM10, le polveri così piccole da penetrare in profondità nei polmoni e nel sangue. Il PM2.5 ha un diametro inferiore a 2,5 millesimi di millimetro, abbastanza piccolo da attraversare le pareti alveolari e raggiungere il sistema circolatorio. [L’OMS non ha fissato una soglia di esposizione sicura per il PM2.5](https://www.who.int/publications/i/item/9789240034228): ogni aumento di concentrazione ha effetti sulla salute. A questo si aggiungono gli IPA, Idrocarburi Policiclici Aromatici (PAH in inglese): composti organici che si formano durante la combustione incompleta di materiale organico. Molti sono cancerogeni accertati o probabili. Si depositano sulle superfici, si accumulano nel suolo e possono contaminare le falde. Poi ci sono gli ossidi di zolfo (SOx) e gli ossidi di azoto (NOx), gas irritanti per le vie respiratorie, precursori delle piogge acide, che contribuiscono alla formazione di ozono troposferico, uno degli inquinanti secondari più dannosi per la salute. E il monossido di carbonio (CO): gas inodore e incolore, tossico già a basse concentrazioni, prodotto tipico della combustione incompleta. In certi scenari di combustione complessa, a tutto questo si aggiungono [diossine e furani](https://ceobs.org/operation-epic-fury-emerging-environmental-harm-and-risks-in-iran-and-the-region/): composti organici altamente tossici che il CEOBS cita esplicitamente per gli attacchi agli impianti industriali iraniani. Il CEOBS ha anche segnalato il [possibile rilascio di PFAS](https://ceobs.org/three-days-of-operation-epic-fury-rapid-overview-of-environmental-harm-in-iran-and-the-region/): le cosiddette «sostanze chimiche eterne», fluorurate, persistenti nell’ambiente per decenni e associate a una serie di patologie anche a bassissime concentrazioni, che possono essere liberate in atmosfera quando brucia certa schiuma antincendio o alcuni rivestimenti industriali. A tutto questo si aggiunge un fattore geografico specifico per Teheran. La città è circondata dai monti Alborz, e questo la rende già strutturalmente vulnerabile all’intrappolamento dello smog: la conformazione del territorio ostacola la dispersione degli inquinanti, che tendono a restare confinati a quote basse, esattamente dove respiriamo. ## **La nube se ne va. Gli inquinanti restano.** Il problema più sottovalutato non è il fumo visibile. È quello che succede dopo. Quando il fumo si dirada, gli inquinanti hanno già percorso il loro ciclo: parte è rimasta sospesa nell’aria nei giorni immediatamente successivi agli attacchi; parte è ricaduta al suolo con la «pioggia nera» o con la deposizione secca (cioè semplicemente posandosi sulle superfici senza bisogno della pioggia); parte ha raggiunto le superfici urbane: strade, tetti, orti, parchi giochi. Quello che si deposita al suolo non sparisce con il vento. Con le piogge successive, gli inquinanti vengono dilavati, cioè trasportati dall’acqua verso il basso, verso i suoli agricoli, verso i corpi idrici superficiali, con potenziale contaminazione delle falde acquifere sotterranee. [Il CEOBS parla esplicitamente di rischio di contaminazione dell’acqua potabile](https://ceobs.org/operation-epic-fury-emerging-environmental-harm-and-risks-in-iran-and-the-region/) nel contesto iraniano. [L’UNEP aggiunge un elemento](https://www.unep.org/news-and-stories/statements/unep-statement-environmental-damage-arising-conflict-middle-east) che raramente compare nelle notizie: in molti Paesi della regione del Golfo, l’acqua potabile viene prodotta attraverso impianti di desalinizzazione, cioè impianti che estraggono acqua dolce dall’acqua di mare. Questi impianti sono vulnerabili alla contaminazione marina. Se gli sversamenti da impianti petroliferi colpiti raggiungono il Golfo Persico (un bacino semi-chiuso, ecologicamente fragile, con un ricambio idrico molto lento), [le conseguenze per gli ecosistemi marini possono essere molto più ampie di quello che appare](https://eywadivulgazione.it/arctic-metagaz-deriva-mediterraneo-rischio-ambientale/). Non stiamo parlando solo di scenari ipotetici. Stiamo descrivendo la logica fisica del danno, documentata da enti internazionali e già verificata in contesti analoghi. ## **L’abbiamo già visto. Si chiamava Kuwait, 1991.** Nel febbraio 1991, durante la Guerra del Golfo, le truppe irachene in ritirata diedero fuoco a circa 700 pozzi petroliferi in Kuwait. Bruciarono per mesi. Le stime parlano di circa 6 milioni di barili di petrolio bruciati al giorno nei picchi più intensi; il fumo raggiunse altezze considerevoli e si diffuse su una vasta area geografica. Le valutazioni condotte dall’[IUCN](https://iucn.org/resources/publication/1991-gulf-war-environmental-assessments-iucn-and-collaborators) (l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura), dalla [NOAA](https://repository.library.noaa.gov/view/noaa/16277) (l’agenzia atmosferica e oceanica statunitense) e dall’[EPA](https://nepis.epa.gov/Exe/ZyPURL.cgi?Dockey=90050O00.TXT) (l’agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti) hanno documentato enormi emissioni di fuliggine e biossido di zolfo, effetti sugli ecosistemi terrestri e marini, e problemi di contaminazione durati anni. Non è utile fare un’equazione automatica tra Kuwait 1991 e Iran 2026: i contesti sono diversi, le dimensioni degli attacchi sono diverse, e le misure dirette sul campo in Iran sono al momento parziali (l’accesso agli strumenti di monitoraggio indipendente è limitato in una situazione di conflitto attivo). Ma il precedente serve a dire una cosa che [le istituzioni scientifiche internazionali hanno già documentato](https://www.nationalacademies.org/read/11180/chapter/7): quando il petrolio prende fuoco in guerra, gli impatti ambientali non evaporano con le fiamme. Possono essere profondi, diffusi e di lungo periodo. ## **Il punto che nessuno dice: il fossile è anche materiale di contaminazione di massa** Qui vogliamo fare il ragionamento che riteniamo più importante. Nell’ultimo decennio, il dibattito sull’energia fossile si è concentrato quasi esclusivamente sul clima: i combustibili fossili bruciano, producono CO₂ e altri gas climalteranti, scaldano il pianeta. È vero, è urgente, è documentato. Ma c’è un secondo livello di danno che il caso iraniano rende visibile in modo diretto: quando le infrastrutture fossili vengono colpite in un conflitto, non si distrugge solo un asset strategico. Si attiva una sorgente di contaminazione tossica immediata per la popolazione civile circostante. Una raffineria non è solo un bersaglio energetico. È un serbatoio di sostanze tossiche concentrate in un’unica struttura. Quando esplode o brucia (per un attacco, per un incidente, per un sabotaggio) rilascia quella concentrazione nell’ambiente in poche ore. Depositi di carburante, terminali portuali, gasdotti: ognuno di questi nodi, se colpito, diventa una fonte di inquinamento di scala civile. Questo non è un ragionamento anti-guerra di principio. È un ragionamento tecnico: [la dipendenza dal fossile non produce solo crisi climatica in tempo di pace](https://eywadivulgazione.it/falle-invisibili-pianeta-come-mega-perdite-metano-stanno-incendiando-clima-globale/); in tempo di guerra trasforma le infrastrutture civili in bersagli ad altissimo potenziale tossico. E qui c’è una conseguenza che raramente viene esplicitata: [la transizione ecologica è anche riduzione della vulnerabilità bellica dei territori](https://eywadivulgazione.it/cosa-succede-quando-i-combustibili-fossili-finiscono/). Un sistema energetico basato su rinnovabili distribuite (pannelli solari, eolico, batterie) non ha nodi concentrati ad alto contenuto tossico da colpire. La dispersione geografica e la natura stessa delle fonti rinnovabili riducono strutturalmente il potenziale di contaminazione di massa associato ai conflitti. Non è ideologia. È analisi del rischio. ## **Le domande che nessuno sta facendo** Quando finisce la fase acuta di un conflitto restano domande che raramente occupano lo spazio che meriterebbero. Chi monitora la qualità dell’aria nelle zone colpite? Con quali strumenti, con quali dati accessibili al pubblico? Chi valuta la contaminazione dei suoli e delle acque? Chi paga le bonifiche, che possono richiedere anni o decenni? Chi risarcisce la popolazione che ha respirato quella nube, che ha bevuto l’acqua che scorreva sotto quei suoli? I precedenti storici (dal Kuwait all’Iraq, dai Balcani all’Ucraina) mostrano che le risposte arrivano sempre tardi, sempre incomplete, e quasi sempre a carico delle popolazioni civili che hanno già pagato il prezzo più alto. Non monitorare non significa che il danno non ci sia. Significa solo che non lo vediamo: e che chi ne ha la responsabilità può far finta di non saperlo. ## **Quello che sappiamo (e quello che non possiamo sapere, ancora)** Bisogna essere onesti sui limiti di questo quadro. Le misure indipendenti sul campo in Iran sono parziali. L’accesso ai dati ambientali in una situazione di conflitto attivo è difficile. Molte delle stime sulle sostanze presenti nella nube restano inferenze basate sul tipo di impianti colpiti, sul comportamento dei pennacchi di fumo documentato via satellite, e sui dati storici su incendi analoghi. Questo non indebolisce la sostanza del ragionamento: le istituzioni scientifiche più autorevoli, [UNEP](https://www.unep.org/news-and-stories/statements/unep-statement-environmental-damage-arising-conflict-middle-east), [OMS](https://www.emro.who.int/images/stories/eha/ME-Sitrep-1-11-March-26.pdf) e [CEOBS](https://ceobs.org/operation-epic-fury-emerging-environmental-harm-and-risks-in-iran-and-the-region/), hanno già espresso posizioni chiare su tre punti. Primo: c’è stata un’esposizione acuta della popolazione civile a inquinanti atmosferici pericolosi. Secondo: esiste un rischio concreto di contaminazione di suoli, acque e filiere alimentari. Terzo: le popolazioni più vulnerabili (bambini, anziani, donne in gravidanza, persone con patologie respiratorie o cardiovascolari preesistenti) sono quelle che pagano di più, immediatamente e nel tempo. Quello che non sappiamo ancora (e che potremmo non sapere per anni) è la dimensione precisa del danno di lungo periodo. Quanti IPA si sono depositati in quali suoli. Quanto ha viaggiato la nube e dove è ricaduta. Se e quanto le falde sono state toccate. Quanto impiegheranno a depurarsi. Il non sapere non è una notizia tranquillizzante. È la parte più preoccupante di questa storia. ## **Bibliografia** ### **Approfondimenti Eywa correlati** Eywa Divulgazione, 2026. Arctic Metagaz: quando una nave di GNL si incaglia, cosa rischia il Mediterraneo. Eywa Divulgazione, 2026. Falle invisibili del pianeta: come le mega-perdite di metano stanno incendiando il clima globale. Eywa Divulgazione, 2026. Cosa succede quando i combustibili fossili finiscono. ### **Fonti primarie** UNEP, 2026. Statement on environmental damage arising from the conflict in the Middle East, marzo 2026. Reuters, 2026. WHO warns of health risks from ‘black rain’ in Iran, 10 marzo 2026. WHO EMRO, 2026. Situation Report n. 1, 11 marzo 2026. CEOBS, 2026. Black rain: the health and environmental risks from Tehran’s oil fires, 9 marzo 2026. CEOBS, 2026. Operation Epic Fury: emerging environmental harm and risks in Iran and the region, 10 marzo 2026. CEOBS, 2026. Three days of Operation Epic Fury: rapid overview of environmental harm in Iran and the region, 3 marzo 2026. Associated Press, 2026. Iran war, black rain, pollution, 14 marzo 2026. Reuters, 2026. Strikes create toxic clouds over Tehran, 10 marzo 2026. ### **Riferimenti tecnici e storici** WHO, 2021. Global Air Quality Guidelines: particulate matter (PM2.5 e PM10), ozone, nitrogen dioxide, sulfur dioxide and carbon monoxide. WHO. Fact sheet: Ambient (outdoor) air quality and health. IUCN, 1994. The 1991 Gulf War: environmental assessments of IUCN and collaborators. NOAA, 1992. Kuwait oil fires: air quality data and reports. EPA. Kuwait Oil Fires Interagency Interim Report. National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine, 2005. Gulf War and Health, Volume 3: Fuels, Combustion Products, and Propellants. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Zollatura degli alberi: cos'è davvero, quando serve e come riconoscere un trapianto fatto bene](https://eywadivulgazione.it/zollatura-alberi-trapianto-come-riconoscerlo/) **Published:** Marzo 25, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **Il punto cieco** Quando un albero viene ridotto a un palo, la giustificazione è sempre la stessa: «È una zollatura, serve per il trapianto». La frase suona tecnica, rassicurante, definitiva. Il problema è che quasi nessuno sa cosa significhi davvero. Ed è proprio in questo vuoto che si gioca tutto: tra una parola che sembra competenza e un intervento che spesso è **l’esatto contrario di una buona pratica**. Questo articolo non è un manuale per agronomi. È uno strumento per chiunque voglia guardare un cantiere, un viale potato a zero, un albero caricato su un camion, e capire se quello che sta vedendo è un trapianto oppure una rimozione camuffata da intervento tecnico. Perché la differenza, quando la conosci, si vede a occhio nudo. ## **Cos’è davvero la zollatura** La zollatura è l’operazione con cui un albero viene estratto dal terreno insieme al suo apparato radicale, avvolto in un blocco compatto di terra chiamato **zolla**. Non si tratta di sradicare una pianta e portarla via: si tratta di preservare il sistema che la tiene in vita. La zolla contiene le **radici fini**, quelle sottili come capelli, che sono le uniche capaci di assorbire acqua e nutrienti. Contiene il **microbioma del suolo**, cioè l’insieme di funghi, batteri e microrganismi che formano una rete biologica essenziale per la sopravvivenza dell’albero (ne abbiamo parlato in modo approfondito [nell’articolo sul microbioma del suolo](https://eywadivulgazione.it/tutto-e-connesso-il-microbioma-del-suolo-e-la-rete-segreta-che-sostiene-la-vita/)). Senza zolla, un albero adulto è praticamente condannato. Non è un’opinione: è fisiologia vegetale. Un albero non è un palo che si può infilare nel terreno e sperare che riparta. È un organismo che vive grazie a ciò che ha sotto terra almeno quanto a ciò che ha sopra. Per gli esemplari più piccoli esiste anche la tecnica a radice nuda (*bare root*), che può funzionare su alberi giovani con calibro inferiore a 5 centimetri, ma per qualsiasi esemplare adulto la zolla resta imprescindibile. ## **Come funziona un trapianto fatto bene** Un trapianto arboreo corretto è un’operazione complessa che richiede mesi di preparazione. Si parte con la **potatura radicale preventiva**, da eseguire con un anticipo che varia in genere da tre a dodici mesi, a seconda della specie e della dimensione dell’albero: si tagliano le radici lungo il perimetro della futura zolla per stimolare la crescita di nuove radici fini all’interno del volume che verrà estratto. È un passaggio fondamentale, documentato dalla [International Society of Arboriculture (ISA)](https://www.isa-arbor.com/Credentials/ISA-Certified-Arborist) e dalle [linee guida dell’Università della Florida](https://hort.ifas.ufl.edu/woody/transplanting.shtml): senza questa fase, la zolla conterrà solo radici grosse, incapaci di assorbire acqua. Dopo la preparazione radicale, si procede al dimensionamento della zolla (proporzionato al diametro del tronco, come vedremo tra poco), all’estrazione con mezzi meccanici adeguati, al trasporto rapido e al reimpianto nella nuova sede nel minor tempo possibile, con irrigazione costante e stabilizzazione della pianta. Esistono tecniche di conservazione temporanea della zolla, ma la regola resta: più si aspetta, più le radici fini si disidratano, più le probabilità di sopravvivenza calano. **E qui sta il punto:** non è un’operazione improvvisata. È chirurgia vegetale. ## **La misura che smonta le scuse: il rapporto zolla-tronco** Esiste uno standard tecnico internazionale, definito dall’**American Standard for Nursery Stock (ANSI Z60.1)** e recepito anche dagli [standard europei della Società Italiana di Arboricoltura](https://www.isaitalia.org/documentazione/standard-tecnici-europei.html), che fissa un criterio di riferimento: **la zolla dovrebbe avere, indicativamente e secondo gli standard vivaistici internazionali, un diametro nell’ordine di 20–30 centimetri per ogni centimetro di diametro del tronco**. In unità anglosassoni, più diffuse nella letteratura tecnica, il rapporto è di 10–12 pollici di zolla per ogni pollice di calibro del tronco. Il valore esatto varia in base alla specie (gli alberi con apparato radicale grossolano richiedono zolle più ampie), al tipo di suolo e alle condizioni di crescita. Ma l’ordine di grandezza è quello: un albero con un tronco di 20 centimetri di diametro necessita di una zolla indicativamente larga tra 1,5 e 2,5 metri. Anche la profondità conta. Le radici assorbenti si concentrano in genere nei primi 25–30 centimetri di suolo, ma la profondità effettiva della zolla dipende dalla specie, dal tipo di terreno e dalla distribuzione radicale dell’esemplare specifico. Una zolla troppo sottile, indipendentemente dal diametro, taglia fuori una parte significativa dell’apparato radicale funzionale. Questi numeri non sono opinioni. Sono parametri misurabili, verificabili sul campo, pubblicati da enti come la [Penn State Extension](https://extension.psu.edu/transplanting-or-moving-trees-and-shrubs-in-the-landscape), la [Royal Horticultural Society](https://www.rhs.org.uk/plants/types/trees/moving-trees-shrubs) e il [programma ISA TreesAreGood](https://www.treesaregood.org/portals/0/docs/treecare/Piantare%20un%20Nuovo%20Albero.pdf). Tradotto: **se la zolla è visibilmente sproporzionata rispetto al tronco, il trapianto è una messa in scena**. ## **Come capire se un trapianto è reale o finto** Non è necessaria una laurea in agronomia. Basta tenere gli occhi aperti e conoscere qualche criterio. Una zollatura fatta bene si riconosce perché la zolla è visibile, compatta, proporzionata al tronco; l’albero viene reimpiantato nel più breve tempo possibile dopo l’estrazione; dopo il reimpianto viene sorretto con tutori e irrigato regolarmente per settimane. Una zollatura finta, invece, si riconosce altrettanto facilmente. La zolla è minuscola o inesistente. L’albero resta per giorni su un camion o a bordo strada con le radici esposte all’aria. Nessuno lo irriga. Nessuno lo stabilizza. Dopo qualche mese, muore. E nessuno ne parla più. **Se vedi un albero adulto con il tronco tagliato e nessuna zolla, non è un trapianto. È una rimozione.** (L’unica eccezione riguarda i piccoli esemplari, per i quali è possibile il trapianto a radice nuda; ma per alberi maturi, quelli che più spesso sono oggetto di dichiarazioni rassicuranti da parte delle amministrazioni, la zolla proporzionata è imprescindibile.) ## **I numeri che nessuno cita: mortalità post-trapianto** C’è un dato che le amministrazioni non menzionano quasi mai. Anche quando un trapianto viene eseguito correttamente, con zolla adeguata e cure post-impianto, la percentuale di sopravvivenza è tutt’altro che garantita. La South Carolina Forestry Commission, in una nota tecnica sulla gestione degli alberi urbani, riporta che **in alcuni contesti urbani e per determinate specie, la mortalità post-trapianto può arrivare al 50% nei primi due anni**. Il dato varia in funzione della specie, della dimensione dell’esemplare, del tipo di suolo e soprattutto della qualità delle cure successive. Ma il motivo di fondo è strutturale: quando un albero viene scavato, si perde la grande maggioranza delle radici assorbenti, spesso oltre il 90% anche con le migliori tecniche disponibili. La letteratura scientifica pubblicata su *Arboriculture & Urban Forestry*, la rivista dell’ISA, documenta una variabilità enorme nei tassi di mortalità annuale: da meno dell’1% a oltre il 60%, a seconda delle condizioni. Uno studio sulle querce rosse di grande calibro (*Quercus rubra*) ha registrato una mortalità del 58% entro il secondo anno tra gli esemplari più grandi, mentre il 100% degli esemplari di piccolo calibro è sopravvissuto. Un’indagine del Servizio Forestale statunitense (USDA) condotta specificamente su alberi di grande dimensione trapiantati con tecnica «box» in contesto urbano californiano ha proiettato, per quegli esemplari e quelle condizioni, tassi di sopravvivenza a lungo termine compresi tra il 10% e il 40%. Nessuno di questi numeri va letto come una condanna universale: la sopravvivenza dipende da decine di variabili, e un trapianto ben eseguito su una specie adatta può avere esiti positivi. Ma il punto è un altro. **Un trapianto non è un’assicurazione sulla vita di un albero. È un’operazione ad alto rischio. E più l’albero è grande, più il rischio aumenta.** Per questo, quando un’amministrazione presenta il trapianto come soluzione equivalente alla conservazione in loco, sta raccontando una mezza verità. ## **La grande confusione: zollatura e capitozzatura non sono la stessa cosa** C’è un cortocircuito narrativo che si ripete in ogni cantiere urbano italiano. L’albero viene potato drasticamente, la chioma ridotta a monconi, e la giustificazione è: «Serve per la zollatura». Come se tagliare i rami fosse parte del trapianto. Non lo è. O meglio: una riduzione **moderata e mirata** della chioma può essere necessaria per ridurre la traspirazione durante il trapianto, ma deve essere proporzionata e condotta da un arboricoltore qualificato. Quello che si vede nelle città italiane, nella stragrande maggioranza dei casi, è tutt’altro: è [capitozzatura](https://eywadivulgazione.it/capitozzature-nidificazione-comuni-distruggono-nidi/), cioè il taglio indiscriminato dei rami principali fino al tronco. La capitozzatura non prepara l’albero al trapianto. Lo indebolisce. Lo priva della capacità fotosintetica, lo espone a infezioni fungine, ne compromette la struttura. Se l’unica operazione visibile è il taglio della chioma e non c’è traccia di una zolla adeguata, non siamo davanti a un trapianto: siamo davanti a un abbattimento mascherato. Ne abbiamo documentato la dinamica nei [cantieri urbani](https://eywadivulgazione.it/alberi-cantieri-urbani-tutela-aggirata/) e nell’analisi sulle [ragioni sistemiche per cui le città italiane tagliano gli alberi](https://eywadivulgazione.it/perche-nelle-citta-italiane-tagliano-gli-alberi/). Si usa una parola tecnica per coprire un errore evidente. E funziona, finché nessuno chiede di vedere la zolla. ## **Cosa succede quando la zollatura è fatta male** Le conseguenze di un trapianto mal eseguito non sono immediate. L’albero non muore il giorno dopo. Spesso sopravvive per qualche mese, mette qualche foglia, sembra essersi ripreso. Poi, lentamente, declina. Le foglie si riducono, i rami seccano dall’alto verso il basso, il tronco si indebolisce. Dopo un anno o due, l’albero è morto. E nel frattempo nessuno ha collegato quel decesso all’intervento «di trapianto» che avrebbe dovuto salvarlo. Il danno non è solo estetico. Ogni albero maturo che muore dopo un finto trapianto porta con sé decenni di servizi ecosistemici che non possono essere sostituiti rapidamente: ombra, assorbimento di CO₂, filtraggio delle polveri sottili, regolazione termica. Come abbiamo spiegato nell’articolo su [cosa succede quando il verde urbano perde le sue funzioni](https://eywadivulgazione.it/il-parco-che-non-raffredda-piu-quando-il-verde-urbano-perde-le-sue-funzioni/), piantare un nuovo alberello non compensa la perdita di un esemplare adulto. Non per anni, spesso non per decenni. E poi c’è il costo economico. Ogni trapianto fallito è denaro pubblico sprecato: mezzi meccanici, manodopera, manutenzione post-impianto (quando c’è). Soldi spesi per dare l’impressione di aver fatto qualcosa, senza che quel qualcosa abbia prodotto alcun risultato. ## **Cosa puoi fare tu** Se il tuo Comune annuncia un trapianto di alberi, hai il diritto di verificare. Puoi chiedere le dimensioni della zolla previste per ciascun esemplare. Puoi chiedere se esiste una perizia agronomica firmata da un arboricoltore certificato. Puoi chiedere il piano di gestione post-trapianto: chi irrigherà gli alberi, per quanto tempo, con quale frequenza. Se queste informazioni non esistono, il trapianto è una scommessa. Se l’amministrazione rifiuta di fornirle, puoi richiederle formalmente con un’istanza di accesso civico generalizzato (FOIA), lo stesso strumento che Eywa utilizza nelle proprie campagne di trasparenza. Non si tratta di bloccare i cantieri. Si tratta di pretendere che le operazioni dichiarate vengano davvero eseguite secondo gli standard tecnici che le giustificano. Se un’amministrazione dice «trapiantiamo», deve dimostrare che sta trapiantando. Con i numeri, con le perizie, con i fatti. ## **La tecnica smaschera tutto** La zollatura non è un argomento per specialisti. È la cartina al tornasole di come un’amministrazione tratta i propri alberi. Quando la conosci, distingui un intervento serio da una copertura. Quando la misuri, trasformi un’opinione in una verifica. Quando la pretendi, costringi chi decide a fare le cose per bene o a spiegare perché non le ha fatte. **Non è ideologia. È tecnica. E la tecnica, quando la conosci, smaschera tutto.** # **Fonti e approfondimenti** ## **Approfondimenti Eywa** Eywa Divulgazione, 2024. Capitozzature e nidificazione: quando i Comuni distruggono i nidi. Analisi sulle pratiche scorrette di gestione del verde urbano e uso improprio della potatura. Eywa Divulgazione, 2024. Alberi e cantieri urbani: la tutela aggirata. Come nei cantieri urbani le tutele degli alberi vengono sistematicamente aggirate. Eywa Divulgazione, 2024. Perché nelle città italiane tagliano gli alberi. Quadro sistemico delle scelte amministrative sul verde urbano. Eywa Divulgazione, 2024. Il parco che non raffredda più: quando il verde urbano perde le sue funzioni. Perché un albero maturo non è sostituibile rapidamente. Eywa Divulgazione, 2024. Tutto è connesso: il microbioma del suolo e la rete segreta che sostiene la vita. Il ruolo del microbioma nella sopravvivenza degli alberi. ## **Bibliografia** American Nursery & Landscape Association. American Standard for Nursery Stock (ANSI Z60.1). Standard tecnico di riferimento per la dimensione della zolla in funzione del calibro del tronco, adottato a livello internazionale come parametro vivaristico e arboristico. International Society of Arboriculture (ISA). ISA Certified Arborist. Standard globali per arboricoltura professionale, incluse pratiche di trapianto e gestione radici. Società Italiana di Arboricoltura / European Arboricultural Council. Standard tecnici europei. Base normativa e terminologica comune per l’arboricoltura europea. European Tree Planting Standard (ETPS). Standard europeo sulla piantagione degli alberi. Procedure corrette di impianto, gestione e progettazione del verde urbano. University of Florida IFAS Extension. Transplanting trees and shrubs. Linee guida su trapianto, gestione della zolla, stress idrico e sopravvivenza. Penn State Extension. Transplanting or moving trees and shrubs in the landscape. Rapporto zolla-tronco, tecniche di scavo e trapianto. Royal Horticultural Society (UK). Trees and Shrubs: moving plants. Standard pratici europei su trapianto, radici e attecchimento. ISA / TreesAreGood. Piantare un nuovo albero. Manuale tecnico sulla messa a dimora e gestione di alberi con zolla. South Carolina Forestry Commission. Newly planted trees survival guide. Guida tecnica su stress da trapianto, perdita radicale e sopravvivenza post-impianto in contesto urbano. Watson, G.W., 2005. Influence of Tree Size on Transplant Establishment and Growth. Arboriculture & Urban Forestry. Rapporto tra dimensione dell’albero, perdita radicale e tempi di attecchimento. Struve, D.K. et al., 2000. Survival and Growth of Transplanted Large- and Small-Caliper Red Oaks. Arboriculture & Urban Forestry. Studio sulla mortalità differenziale tra alberi di grande e piccolo calibro. [https://www.fs.usda.gov/psw/publications/documents/psw\_gtr160/psw\_gtr160\_04b\_dagit.pdf](https://www.fs.usda.gov/psw/publications/documents/psw_gtr160/psw_gtr160_04b_dagit.pdf) Dagit, R. et al., 1997. Large tree transplant success. USDA Forest Service Gen. Tech. Rep. PSW-GTR-160. Indagine sulla sopravvivenza a lungo termine di grandi alberi trapiantati con tecnica box in California. Roman, L.A. et al., 2019. Urban Tree Mortality: A Literature Review. Arboriculture & Urban Forestry. Rassegna sistematica sulla mortalità degli alberi urbani. FAO. Forestry and Urban Trees. Contesto globale su gestione sostenibile degli alberi e dei sistemi radicali. European Arboricultural Council. Standard europei e linee guida professionali. **Categorie:** Articoli, Attualità, Manuali --- ### [Cosmetici Biologici: guida completa a certificazioni](https://eywadivulgazione.it/cosmetici-biologici-guida-certificazioni-inci-greenwashing/) **Published:** Marzo 23, 2026 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) L’interesse per i **cosmetici biologici** è cresciuto in modo significativo negli ultimi anni, trainato da una maggiore consapevolezza sugli ingredienti che applichiamo ogni giorno sulla pelle e sulle conseguenze ambientali dei prodotti cosmetici convenzionali. Creme, detergenti, shampoo, fondotinta: ogni prodotto che entra nella routine quotidiana porta con sé una formula, e sempre più persone vogliono sapere che cosa contenga davvero. La risposta del mercato è stata rapida, ma non sempre limpida. Termini come «naturale», «green», «bio» e «senza chimica» compaiono su confezioni e pubblicità con una frequenza che può disorientare, perché non tutti hanno un significato normativo preciso. Per orientarsi serve qualcosa di più di un’etichetta accattivante: servono criteri, fonti verificabili e la capacità di leggere ciò che sta dietro una formula. In questa guida vediamo che cosa significa davvero «cosmetico biologico» secondo la normativa europea e gli standard internazionali, quali differenze lo separano da un prodotto naturale, ecosostenibile o vegano, come leggere l’INCI e riconoscere le certificazioni affidabili, quali vantaggi può offrire e dove si nasconde il greenwashing. L’obiettivo è darti strumenti concreti per scegliere in modo informato, senza semplificazioni e senza marketing. ## **Cos’è un cosmetico biologico?** Un **cosmetico biologico** è un prodotto formulato prevalentemente con ingredienti di origine vegetale provenienti da coltivazioni certificate in agricoltura biologica. Questo significa che le piante impiegate nella formula sono state coltivate senza l’uso di pesticidi di sintesi chimica, senza fertilizzanti chimici di sintesi e senza organismi geneticamente modificati, secondo disciplinari pensati per tutelare il suolo, le risorse idriche e la biodiversità. Il quadro normativo europeo di riferimento per tutti i prodotti cosmetici è il **Regolamento (CE) n. 1223/2009**, che stabilisce requisiti di sicurezza, etichettatura e responsabilità del fabbricante validi per qualsiasi cosmetico immesso sul mercato dell’Unione. Questo regolamento, tuttavia, non definisce una categoria specifica per i cosmetici biologici: la dicitura «bio», in ambito cosmetico, non è tutelata dalla legge europea allo stesso modo in cui lo è per gli alimenti. A colmare questa lacuna intervengono standard privati internazionali come **COSMOS** (Cosmetics Organic and Natural Standard), **Natrue** e i disciplinari degli enti certificatori nazionali, che fissano criteri rigorosi su percentuali minime di ingredienti biologici, sostanze ammesse e vietate, processi produttivi e imballaggio. Per ottenere una certificazione COSMOS Organic, ad esempio, almeno il 95% degli ingredienti agrotrasformabili deve provenire da agricoltura biologica, e almeno il 20% del totale della formula deve essere biologico (il 10% per i prodotti a risciacquo). Sul piano tecnico, lo standard internazionale **ISO 16128** (2016–2017) fornisce linee guida per la definizione e il calcolo degli ingredienti cosmetici naturali e biologici, con l’obiettivo di armonizzare i criteri a livello internazionale. A differenza di COSMOS o Natrue, ISO 16128 non prevede un logo di certificazione e non regola le dichiarazioni di marketing: si tratta di uno strumento tecnico per i formulatori, che stabilisce metodi di calcolo standardizzati ma non sostituisce la certificazione indipendente come garanzia per il consumatore. E qui sta il punto: senza una certificazione rilasciata da un organismo indipendente, la parola «bio» su un cosmetico non offre alcuna garanzia verificabile. È un’indicazione che può essere utilizzata liberamente nel marketing, e che il consumatore non ha modo di controllare se non attraverso i loghi degli enti certificatori. ## **Cosmetici biologici, naturali, ecosostenibili e vegani: le differenze** Categoria Criterio Principale Certificazione / Norma Punti Chiave Biologico Ingredienti da agricoltura bio certificata. COSMOS, Natrue, ICEA. Senza pesticidi o fertilizzanti di sintesi\[cite: 11\]. Minimo 95% ingredienti bio agrotrasformabili (COSMOS) Naturale Ingredienti di origine vegetale, minerale o animale. ISO 16128 (linee guida tecniche). Non obbligatoriamente biologico\[cite: 26\]. Definizione legale non armonizzata in UE Ecosostenibile Impatto ambientale del ciclo di vita Criteri interni brand o standard ambientali Focus su packaging riciclabile, filiera corta e risparmio energetico Vegano Assenza di derivati animali (miele, cera, etc.) Certificazioni Vegan specifiche Indipendente dal divieto UE di test animali, che è già legge per tutti Il mercato cosmetico utilizza una serie di termini che sembrano intercambiabili ma non lo sono. Confonderli significa esporsi al rischio di acquistare un prodotto diverso da quello che si cercava. Vale la pena dirlo chiaramente: biologico, naturale, ecosostenibile e vegano sono concetti distinti, che possono sovrapporsi ma che rispondono a criteri differenti. ### **Cosmetico naturale** Un **cosmetico naturale** contiene prevalentemente ingredienti di origine naturale (vegetale, minerale o, in alcuni casi, animale), ma non necessariamente provenienti da agricoltura biologica certificata. Un olio di mandorle dolci, ad esempio, può essere naturale senza essere biologico, se le mandorle da cui è estratto provengono da coltivazioni convenzionali. La categoria «naturale», inoltre, non ha una definizione legale armonizzata a livello europeo nel settore cosmetico, il che la rende particolarmente esposta a un uso improprio in comunicazione. ### **Cosmetico ecosostenibile** Il concetto di **cosmetico ecosostenibile** sposta l’attenzione dall’origine degli ingredienti all’impatto ambientale complessivo del prodotto: packaging ridotto o riciclabile, processi produttivi a basso consumo energetico, filiere corte, compensazione delle emissioni. Un cosmetico biologico non è automaticamente sostenibile nel suo complesso: può contenere ingredienti biologici e al tempo stesso essere confezionato in plastica vergine non riciclabile, oppure viaggiare per migliaia di chilometri con una filiera ad alto impatto logistico. Viceversa, un prodotto ecosostenibile nel packaging e nella filiera potrebbe non avere ingredienti certificati biologici. ### **Cosmetico vegano** Un **cosmetico vegano** è un prodotto che non contiene ingredienti di origine animale (come miele, cera d’api, lanolina, collagene animale, carminio o cheratina). La definizione riguarda la composizione della formula, non la questione dei test: la sperimentazione animale per i cosmetici è vietata nell’Unione Europea dal 2013 ai sensi del Regolamento (CE) n. 1223/2009 e si applica a tutti i prodotti cosmetici immessi sul mercato europeo, indipendentemente dal fatto che siano o meno certificati vegani. La distinzione rispetto al biologico è netta: un cosmetico può essere biologico ma non vegano (se contiene, ad esempio, cera d’api da apicoltura biologica), oppure vegano ma non biologico (se i suoi ingredienti vegetali provengono da agricoltura convenzionale). Solo alcuni prodotti uniscono entrambe le caratteristiche, e in quel caso riportano generalmente una doppia certificazione. Questa distinzione è particolarmente rilevante per chi sceglie in base a criteri etici legati al trattamento degli animali e non soltanto alla composizione chimica della formula. Le certificazioni vegane aggiungono verifiche specifiche sull’assenza di ingredienti di origine animale nell’intera filiera produttiva, che vanno oltre il divieto di sperimentazione animale già garantito per legge a tutti i cosmetici immessi sul mercato europeo. ## **Come riconoscere un cosmetico biologico: INCI, certificazioni e spirito critico** Riconoscere un vero cosmetico biologico richiede un po’ di attenzione in più rispetto alla lettura superficiale della confezione. Il primo strumento a disposizione del consumatore è l’**INCI** (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients), l’elenco obbligatorio di tutti gli ingredienti presenti nel prodotto, riportato in ordine decrescente di concentrazione. Nella lista INCI, gli ingredienti di origine vegetale sono generalmente indicati con il nome botanico latino della pianta (ad esempio *Prunus amygdalus dulcis oil* per l’olio di mandorle dolci), mentre le sostanze di sintesi compaiono con il nome INCI in inglese. In un cosmetico biologico certificato, gli ingredienti provenienti da agricoltura biologica sono solitamente contrassegnati da un asterisco o da una nota a piè di lista che specifica la dicitura «da agricoltura biologica» o «organic». La presenza massiccia di nomi latini nella prima parte dell’elenco è un primo indicatore positivo, ma non sufficiente da solo. Il secondo strumento, più affidabile, è la presenza di **certificazioni rilasciate da organismi terzi indipendenti**. Loghi come COSMOS Organic, COSMOS Natural, Natrue, ICEA Eco Bio Cosmesi o Ecocert attestano che il prodotto ha superato controlli specifici su formulazione, percentuali di ingredienti biologici, sostanze vietate, processi produttivi e imballaggio. Questi sigilli non sono obbligatori per legge, ma rappresentano ad oggi il criterio più concreto per distinguere un cosmetico realmente biologico da uno che si limita a evocare la natura nel marketing. ## **COSMOS (Cosmetics Organic and Natural Standard)** COSMOS è lo standard internazionale più diffuso, nato dalla convergenza di cinque enti certificatori europei (tra cui Ecocert e ICEA). Prevede due livelli: **COSMOS Organic** (con percentuali minime di ingredienti biologici) e **COSMOS Natural** (che richiede ingredienti di origine naturale ma senza soglia minima di biologico). Lo standard esclude OGM, irradiazione, nanomateriali non autorizzati, e vieta una lista definita di sostanze tra cui siliconi, derivati del petrolio e molte categorie di conservanti sintetici. COSMOS disciplina anche i processi produttivi e il packaging, richiedendo criteri di sostenibilità e di riduzione dell’impatto ambientale del packaging. ### **Natrue** Natrue è uno standard internazionale promosso dall’omonima associazione no-profit con sede a Bruxelles. Classifica i prodotti in tre livelli: cosmetici naturali, cosmetici naturali con componente biologica e cosmetici biologici, ciascuno con soglie progressivamente più restrittive. Una caratteristica distintiva di Natrue è la trasparenza della banca dati pubblica, consultabile online, che elenca tutti i prodotti certificati. ### **ICEA** ICEA (Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale) è l’ente italiano di riferimento, accreditato per rilasciare certificazioni COSMOS. Opera anche con un proprio disciplinare Eco Bio Cosmesi, che prevede requisiti su ingredienti, percentuali biologiche e processi produttivi. Per il consumatore italiano, il logo ICEA su un prodotto cosmetico indica un controllo effettuato da un organismo indipendente riconosciuto. ### **Ecocert** Ecocert, con sede in Francia, è stato tra i primi enti al mondo a definire uno standard per la cosmesi biologica. Oggi opera prevalentemente sotto lo schema COSMOS, di cui è stato co-fondatore. La sua presenza storica e la diffusione internazionale lo rendono uno dei loghi più riconoscibili sulle confezioni di cosmetici certificati. ## **Vantaggi dei cosmetici biologici: cosa dicono davvero le evidenze** Una delle ragioni principali per cui molte persone scelgono i cosmetici biologici è la ricerca di una maggiore tollerabilità cutanea. In queste formule si riduce o si esclude l’uso di alcune categorie di ingredienti che i disciplinari della cosmesi biologica limitano sulla base di un principio di precauzione o di una visione formulativa orientata all’origine naturale, come alcuni conservanti sintetici, siliconi, petrolati e profumi di sintesi, privilegiando oli vegetali, burri, estratti e attivi di origine naturale. C’è un aspetto importante che va chiarito senza ambiguità: **biologico non significa automaticamente più sicuro o meglio tollerato per qualsiasi tipo di pelle**. Molti ingredienti naturali, compresi alcuni oli essenziali e estratti vegetali, possono essere allergizzanti o irritanti per soggetti sensibili. Il fatto che un ingrediente provenga da agricoltura biologica ne certifica il metodo di coltivazione, non l’assenza di potenziale allergenico. Per le persone con pelle particolarmente reattiva, dermatiti o allergie note, il parere del dermatologo resta il primo riferimento, indipendentemente dal tipo di cosmetico. Detto questo, la riduzione di determinate categorie di sostanze sintetiche è un vantaggio concreto per molte tipologie di pelle, e l’uso di materie prime vegetali ottenute da spremitura a freddo o lavorazioni poco invasive può preservare meglio vitamine, acidi grassi essenziali e composti funzionali presenti nelle piante. ## **Impatto ambientale** Sul fronte ambientale, la scelta di materie prime da agricoltura biologica contribuisce a ridurre l’impiego di pesticidi di sintesi e fertilizzanti chimici nel settore agricolo, sostenendo pratiche più rispettose degli ecosistemi. Molti standard per la cosmesi biologica, inoltre, privilegiano ingredienti rinnovabili e spesso facilmente biodegradabili, anche se è bene precisare che la provenienza biologica di un ingrediente non ne garantisce automaticamente la biodegradabilità: si tratta di proprietà chimiche distinte. Anche il packaging rientra nella visione di sostenibilità di molti brand orientati al biologico, con scelte come imballaggi riciclabili, ricariche, materiali da riciclo o soluzioni che riducono il volume degli scarti. Tuttavia, non è una regola universale: esistono cosmetici biologici con packaging inadeguato, così come prodotti convenzionali con imballaggi eccellenti dal punto di vista ambientale. ## **Greenwashing nei cosmetici: come riconoscerlo e difendersi** Il greenwashing è l’uso di messaggi, immagini e claim ambientali che suggeriscono una sostenibilità superiore a quella effettiva del prodotto. Nel settore cosmetico, il fenomeno è particolarmente diffuso perché la normativa europea non definisce in modo vincolante termini come «naturale», «green», «clean beauty» o «senza chimica» applicati ai cosmetici. Queste espressioni possono essere utilizzate liberamente nel marketing senza che corrispondano a requisiti misurabili. La dicitura «senza chimica» merita un chiarimento specifico: ogni cosmetico è, per definizione, un insieme di sostanze chimiche. [L’acqua è una sostanza chimica](https://eywadivulgazione.it/pfas-acqua-rubinetto-come-leggere-dati-gestore/), l’olio di oliva è una miscela di sostanze chimiche. L’espressione, oltre a essere tecnicamente priva di senso, alimenta una percezione distorta secondo cui «chimico» equivale a «dannoso» e «naturale» equivale a «sicuro», il che è falso in entrambe le direzioni. La Commissione Europea ha affrontato il tema con la proposta di direttiva sui **green claims** (COM/2023/166), che mira a stabilire criteri comuni per la fondatezza e la comunicazione delle dichiarazioni ambientali. Quando sarà pienamente operativa, le aziende dovranno dimostrare con evidenze verificabili qualsiasi claim di sostenibilità riportato sui propri prodotti. Nel frattempo, i principali strumenti di difesa per il consumatore restano le certificazioni indipendenti, la lettura attenta dell’INCI e il confronto tra ciò che il packaging comunica e ciò che la formula contiene effettivamente. Esistono alcuni segnali concreti che aiutano a riconoscere il greenwashing nel settore cosmetico. Claim come «contiene ingredienti naturali», «formula green», «rispetta la natura» o «senza chimica aggressiva» non hanno alcun valore normativo e possono comparire su qualsiasi prodotto, indipendentemente dalla formula reale. L’assenza di una certificazione riconosciuta, la presenza di un lungo elenco di sostanze sintetiche nelle prime posizioni dell’INCI, e la sproporzione tra la comunicazione visiva (immagini di foglie, toni verdi, linguaggio naturalistico) e il contenuto effettivo del prodotto sono tutti indicatori da tenere presenti. Anche il claim «dermatologicamente testato» non riguarda la naturalità o la sostenibilità della formula: indica soltanto che è stato condotto un test di tollerabilità cutanea, che per legge può essere eseguito anche sui cosmetici più convenzionali. Le confezioni con foglie stilizzate, richiami alla natura, tonalità verdi e slogan vaghi non bastano. L’unica cosa che conta è ciò che sta scritto nella lista ingredienti e sulle certificazioni: il resto è comunicazione. ### **Parabeni, siliconi e conservanti: che cosa dice la normativa** Un punto su cui circola molta confusione riguarda lo status normativo di ingredienti come parabeni, siliconi e conservanti sintetici. Vale la pena dirlo chiaramente: i parabeni non sono vietati dalla legislazione europea. Il Regolamento 1223/2009 e i suoi aggiornamenti ne regolamentano l’uso fissando concentrazioni massime ammesse, e il Comitato Scientifico per la Sicurezza dei Consumatori (SCCS) ha più volte confermato la sicurezza di alcuni parabeni alle concentrazioni consentite. Ciò che fanno i disciplinari della cosmesi biologica come COSMOS o Natrue è diverso: escludono o limitano volontariamente categorie di ingredienti che la legge ammette, sulla base di un principio di precauzione più restrittivo o di una visione formulativa che privilegia alternative di origine naturale. Molti disciplinari limitano o escludono siliconi, petrolati, PEG, coloranti sintetici e determinate categorie di conservanti, andando oltre ciò che la normativa richiede. Questa distinzione è fondamentale per evitare sia la demonizzazione ingiustificata di ingredienti regolamentati e giudicati sicuri dalla comunità scientifica, sia l’illusione che un cosmetico biologico sia automaticamente privo di qualsiasi rischio. ### **Ingredienti più comuni nei cosmetici biologici** Conoscere gli ingredienti più utilizzati nella cosmesi biologica aiuta a leggere le etichette con maggiore consapevolezza e a scegliere i prodotti più adatti alle esigenze della propria pelle. Tra i **burri vegetali**, il burro di karité (*Butyrospermum parkii butter*) è tra i più diffusi per le sue proprietà nutrienti e protettive, particolarmente indicato per pelli secche e per zone esposte come mani, labbra e corpo. Il burro di cacao (*Theobroma cacao seed butter*) è presente in balsami labbra e creme corpo per la sua capacità di creare un film protettivo e migliorare la sensazione di morbidezza. L’**aloe vera** (*Aloe barbadensis leaf juice*) è tra gli ingredienti più diffusi nelle formulazioni lenitive e idratanti, apprezzata per l’azione rinfrescante e calmante, utile dopo l’esposizione solare o per pelli che tendono a irritarsi. Tra gli **oli vegetali**, l’olio di jojoba (*Simmondsia chinensis seed oil*) è particolarmente apprezzato perché ha una composizione lipidica affine al sebo umano, caratteristica che lo rende adatto a diverse tipologie di pelle. L’olio di mandorle dolci (*Prunus amygdalus dulcis oil*), l’olio di argan (*Argania spinosa kernel oil*), l’olio di rosa mosqueta (*Rosa canina seed oil*) e l’olio di oliva (*Olea europaea fruit oil*) completano la gamma degli oli più comuni, ciascuno con specifiche proprietà emollienti, elasticizzanti o rigeneranti. Non mancano gli **estratti vegetali** come camomilla, calendula, malva, tè verde e lavanda, impiegati per proprietà lenitive, antiossidanti o purificanti. La scelta tra questi ingredienti dipende dal tipo di pelle, dalle esigenze specifiche e, quando presente, dal consiglio dermatologico. ## **Come scegliere un cosmetico biologico** La scelta di un cosmetico biologico parte dalla conoscenza del proprio tipo di pelle e dei propri bisogni. Una pelle secca avrà bisogno di creme e oli più ricchi e nutrienti; una pelle mista o impura richiederà texture più leggere e ingredienti seboregolatrici o purificanti. L’età, la presenza di sensibilità particolari o di condizioni dermatologiche devono essere considerate, e nei casi dubbi il parere del medico o del dermatologo resta prioritario. Un approccio efficace è iniziare da pochi prodotti chiave (detergente viso, crema idratante, shampoo) per testare la compatibilità con la propria pelle e valutare nel tempo risultati e sensazioni. Si potrà poi ampliare gradualmente la routine con trattamenti specifici come sieri, maschere o prodotti corpo, sempre confrontando INCI, concentrazione degli attivi e presenza di certificazioni. Per quanto riguarda i canali di acquisto, oggi i cosmetici biologici sono disponibili in e-commerce specializzati, siti ufficiali dei brand, farmacie, parafarmacie, erboristerie, negozi di prodotti naturali e, sempre più spesso, nella grande distribuzione. La scelta del canale è meno importante della capacità di confrontare i prodotti sulla base dei criteri che contano: formula, certificazioni e coerenza tra ciò che il brand comunica e ciò che il prodotto contiene. ### **Il ruolo dei social media e delle nuove generazioni** I social media hanno contribuito in modo significativo a diffondere l’interesse per i cosmetici biologici, soprattutto tra i consumatori più giovani. Post, video, recensioni e tutorial di content creator e professionisti del settore hanno portato all’attenzione del pubblico temi come la lettura dell’INCI, la ricerca di formule più pulite e la riduzione dell’impatto ambientale degli acquisti cosmetici. Questi contenuti hanno informato, ma in molti casi anche confuso. La velocità dei social favorisce semplificazioni, allarmismi e tendenze prive di fondamento scientifico (la «clean beauty», nella sua versione più estrema, ne è un esempio). La capacità di filtrare le informazioni e verificare le fonti diventa quindi ancora più importante quando l’informazione arriva da un reel di 30 secondi anziché da un disciplinare di certificazione. Le nuove generazioni mostrano una sensibilità crescente verso sostenibilità e responsabilità sociale, e questo si riflette anche nelle scelte cosmetiche. Per molti giovani consumatori, acquistare un cosmetico biologico non è solo un gesto di cura personale ma un modo per esprimere valori e premiare i brand percepiti come coerenti. In questo scenario, la capacità delle aziende di coniugare qualità, trasparenza e comunicazione verificabile diventa un fattore competitivo decisivo. I cosmetici biologici rappresentano una delle risposte più strutturate alla crescente richiesta di prodotti per la cura del corpo che siano efficaci, formulati con attenzione e più rispettosi dell’ambiente. Ma la parola «bio» su una confezione non basta: ciò che fa la differenza è la certificazione, la trasparenza della formula e la coerenza dell’intera filiera produttiva. Imparare a distinguere tra naturale, biologico, ecosostenibile e vegano; leggere l’INCI con consapevolezza; riconoscere certificazioni affidabili; diffidare del greenwashing. Sono competenze che permettono di orientarsi in un mercato sempre più affollato e di fare scelte informate, al di là del marketing. Il green si fa, non si dice. E si fa partendo dall’etichetta. **Fonti** [Regolamento (CE) n. 1223/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32009R1223) – Normativa di riferimento per tutti i prodotti cosmetici immessi sul mercato dell’Unione Europea. Definisce requisiti di sicurezza, etichettatura, responsabilità del fabbricante e sostanze vietate o regolamentate. [COSMOS Standard](https://www.cosmos-standard.org/the-cosmos-standard/) – Standard internazionale per la cosmesi biologica e naturale, sviluppato da cinque enti certificatori europei. Fissa criteri su ingredienti, percentuali biologiche, processi produttivi e imballaggio. [Natrue – The International Natural and Organic Cosmetics Association](https://www.natrue.org/our-standard/) – Standard internazionale promosso dall’associazione no-profit Natrue, con tre livelli di certificazione progressivi e banca dati pubblica dei prodotti certificati. [ICEA – Cosmetici e detergenti ecobiologici](https://icea.bio/certificazioni/non-food/cosmetici-e-detergenti-ecobiologici/) – Ente certificatore italiano accreditato per lo schema COSMOS. Disciplinare Eco Bio Cosmesi con requisiti su ingredienti, percentuali e processi. [Ecocert – Natural and Organic Cosmetics Certification](https://www.ecocert.com/en/certification-detail/natural-and-organic-cosmetics) – Ente certificatore francese, co-fondatore dello standard COSMOS. Tra i primi al mondo a definire un disciplinare per la cosmesi biologica. [Commissione Europea – Cosmetics](https://ec.europa.eu/growth/sectors/cosmetics_en) – Sezione della Commissione Europea dedicata alla regolamentazione dei prodotti cosmetici, con riferimenti al SCCS e alla vigilanza di mercato. [Commissione Europea – Green Claims](https://environment.ec.europa.eu/topics/circular-economy/green-claims_en) – Proposta di direttiva COM/2023/166 per la fondatezza e la comunicazione delle dichiarazioni ambientali sui prodotti. [SCCS – Scientific Committee on Consumer Safety](https://health.ec.europa.eu/scientific-committees/scientific-committee-consumer-safety-sccs_en) – Comitato scientifico della Commissione Europea per la sicurezza dei consumatori. Valuta l’idoneità degli ingredienti cosmetici, inclusi parabeni e conservanti, sulla base di evidenze tossicologiche e cliniche. **Categorie:** Attualità, Enciclopedia --- ### [Una nave carica di gas e carburante è alla deriva nel Mediterraneo. Se perde il carico, chi interviene?](https://eywadivulgazione.it/arctic-metagaz-deriva-mediterraneo-rischio-ambientale/) **Published:** Marzo 23, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) C’è una nave, in questo momento, nel Mediterraneo, che nessuno controlla. È lunga 277 metri. Ha lo scafo squarciato, annerito dal fuoco, inclinato di circa 30 gradi. Trasporta circa 450 tonnellate di fuel oil, 250 tonnellate di diesel e due serbatoi di gas naturale liquefatto (il GNL, cioè metano raffreddato a meno 162 gradi e compresso in forma liquida). Non ha equipaggio a bordo. Le autorità maltesi avevano imposto un divieto di avvicinamento di cinque miglia nautiche nelle prime settimane. La nave non è considerata a rischio di affondamento immediato, ma la sua posizione e il suo carico restano una minaccia concreta. Non è un’esercitazione. È la situazione reale della **Arctic Metagaz**, metaniera russa colpita da una serie di esplosioni il 3 marzo 2026 mentre navigava tra la Libia e Malta. I trenta membri dell’equipaggio sono stati evacuati. Da allora la nave vaga alla deriva, sospinta da vento e correnti, attraversando le zone SAR (Search and Rescue, ovvero le aree di competenza per la ricerca e il soccorso in mare) di tre Paesi diversi: Libia, Malta, Italia. Al 23 marzo si trova nelle acque SAR libiche, a nord di Tripoli. E nessuno ha ancora assunto la piena responsabilità operativa. ## **Il fatto: cosa sta succedendo** Secondo le ricostruzioni delle autorità russe, in una versione non verificata in modo indipendente, la Arctic Metagaz è stata colpita da droni navali ucraini. Kiev non ha confermato né smentito. Le foto aeree mostrano una falla enorme, larga decine di metri, vicino alla linea di galleggiamento. I danni sono stati talmente gravi che le autorità libiche, il 4 marzo, l’avevano dichiarata un relitto, una definizione giuridica che non indica necessariamente una nave affondata. La Arctic Metagaz galleggia ancora. E si muove.Nei giorni successivi all’esplosione, la Arctic Metagaz si è avvicinata prima a Lampedusa, poi a Linosa, poi ha puntato verso Malta, per tornare infine verso le acque SAR libiche. Al 23 marzo si trova a nord di Tripoli, sospinta verso la costa libica da vento e correnti. Le stime elaborate intorno al 20 marzo indicavano un margine di quattro-sei giorni prima di un eventuale contatto con la costa: un dato che, allo stato attuale, rende la prossimità alle rive libiche concreta e non più ipotetica. Il percorso dipende interamente dalle condizioni meteorologiche: ogni cambio di vento cambia la rotta. Malta ha attivato un piano di emergenza. L’Italia ha dispiegato assetti navali di monitoraggio, inclusi un rimorchiatore e un mezzo antinquinamento, pronti a intervenire in caso di necessità. Sei Paesi dell’UE mediterranea (Italia, Francia, Spagna, Malta, Grecia e Cipro) hanno inviato una lettera congiunta alla Commissione europea segnalando un «pericolo immediato e grave» per la regione. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, intervistato da Radio 24, ha definito la situazione con una formula molto precisa: «una bomba ambientale». ## **Perché questa nave è diversa da un incidente qualsiasi** Il primo elemento è il carico. Non si tratta soltanto di carburante convenzionale: i due serbatoi di GNL ancora intatti rendono la Arctic Metagaz un caso raro e complesso nel Mediterraneo, per la combinazione di deriva, carico e contesto geopolitico. A bordo si trovano circa 450 tonnellate di fuel oil e 250 tonnellate di diesel, oltre al gas naturale liquefatto. Al 23 marzo nessuna perdita significativa è stata rilevata: il carburante è ancora a bordo. Ma questa circostanza non riduce il rischio, la sposta nel tempo. Un eventuale incaglio sulla costa libica, con rottura dello scafo già compromesso, potrebbe causare un rilascio su larga scala di idrocarburi e una potenziale dispersione di metano. Il rischio principale, oggi, non è più una deflagrazione improvvisa in mare aperto. È l’incaglio: la nave che raggiunge la costa libica senza un intervento di rimorchio, con le conseguenze di uno sversamento massiccio in una zona costiera. Il secondo elemento è la posizione. L’area tra Malta, Lampedusa e Linosa, attraversata dalla nave nelle prime settimane, ospita alcune delle zone marine più ricche di biodiversità del Mediterraneo: praterie di posidonia, aree di nursery per delfini e cetacei, rotte migratorie di tonno rosso e pesce spada. Il WWF ha avvertito che una contaminazione in quell’area potrebbe avere conseguenze che durano anni. Ora la nave è nelle acque libiche, ma la dinamica delle correnti e dei venti rende le coste nordafricane e le rotte del Mediterraneo centrale ugualmente vulnerabili. Il terzo elemento, quello forse più rivelatore, è il vuoto di responsabilità. **Chi dovrebbe intervenire (e perché nessuno lo fa)**La Arctic Metagaz è associata alla cosiddetta «flotta ombra» russa: navi utilizzate per esportare gas e petrolio aggirando le sanzioni occidentali. È registrata sotto una società russa legata a Novatek, il colosso statale del gas. Batte bandiera russa. Ed è sottoposta a sanzioni da parte dell’Unione europea, degli Stati Uniti e del Regno Unito. Questa combinazione crea un cortocircuito giuridico e operativo. La nave si trova in acque internazionali, poi libiche. Non esiste un obbligo operativo immediato e univoco di intervento in un caso come questo: le responsabilità sono frammentate tra Stato di bandiera, Stato costiero e quadro internazionale, e diventano ancora più complesse in presenza di sanzioni. Il regime sanzionatorio complica qualsiasi operazione di recupero o rimorchio, perché coinvolge un asset sotto restrizioni. La Russia ha denunciato l’attacco come «terrorismo», ma non ha inviato mezzi propri. Malta aveva chiesto aiuto all’Europa. L’Italia si è dichiarata «disponibile» ma subordina ogni intervento a una richiesta formale. Con la nave entrata nelle acque SAR libiche, la responsabilità formale è passata alla Libia. Ma ad oggi non risulta avviata alcuna operazione concreta di messa in sicurezza. L’Unione Europea non ha attivato un coordinamento operativo. E qui sta il punto. La nave continua a vagare. E il rischio resta concreto. ## **Cosa succede se il carburante finisce in mare** Vale la pena dirlo chiaramente, perché su questo tema l’immaginario collettivo è costruito su una narrazione falsa: l’idea che, in caso di sversamento, «arrivano i mezzi e si pulisce tutto». Non funziona così. Quando il petrolio (o il gasolio) entra in acqua, si espande rapidamente formando una pellicola superficiale che può allargarsi per chilometri quadrati in poche ore, spinta da vento e correnti. Nel Mediterraneo, che è un mare semi-chiuso, la dispersione è limitata ma la concentrazione degli impatti è maggiore: l’inquinante non si diluisce nell’oceano, resta nella zona. Le autorità tentano il contenimento con le barriere galleggianti, strutture che circondano la macchia per limitarne l’espansione, e il recupero meccanico con gli skimmer, macchinari che aspirano la miscela acqua-petrolio dalla superficie. Ma entrambe le tecniche funzionano solo con mare calmo, tempi rapidi e quantità contenute. Se il mare è mosso, o se lo sversamento è massiccio, l’efficacia crolla. In quei casi entra in gioco l’opzione più controversa: i dispersanti chimici. Sono sostanze che frammentano il petrolio in particelle più piccole, facendole affondare nella colonna d’acqua. Tradotto: il petrolio non viene rimosso. Viene spostato. Sparisce dalla superficie, dove è visibile, e si redistribuisce nell’ecosistema marino, dove non si vede. È una scelta tecnica, ma anche politica: significa decidere dove accettare il danno. ## **I tempi veri: anni, non settimane** La bonifica completa di uno sversamento petrolifero significativo non esiste. Esiste un contenimento parziale, un recupero parziale, una mitigazione degli effetti più gravi. Ma le tracce restano per anni; in alcuni casi, per decenni. L’Italia lo sa bene. Nel 1991, la petroliera Haven prese fuoco e affondò al largo di Genova, riversando in mare circa 144.000 tonnellate di greggio. È considerato il più grave disastro petrolifero della storia del Mediterraneo. I fondali dell’area, a più di trent’anni di distanza, portano ancora i segni della contaminazione. La pesca nella zona fu bloccata per lungo tempo. Gli effetti sulla catena alimentare marina sono stati documentati per anni. Per le comunità costiere, uno sversamento non è un’emergenza che dura una settimana. È un danno strutturale che colpisce pesca, turismo, risorse idriche, salute. Le isole Pelagie, che basano la propria economia su pesca e turismo, sarebbero tra le prime a subirne le conseguenze. La costa libica, con i suoi ecosistemi marini e le sue comunità di pescatori, non è meno esposta. ## **Cosa è cambiato (e cosa resta uguale)** Rispetto ai giorni immediatamente successivi all’incidente, la situazione della Arctic Metagaz si è trasformata. Non è più un’emergenza acuta e imprevedibile: è diventata una crisi lenta e sistemica. La nave non è affondata. Non ha ancora rilasciato il carico. Il rischio esplosivo immediato, che aveva dominato la narrativa delle prime ore, si è ridimensionato: non perché la situazione sia migliorata, ma perché la natura del pericolo si è spostata. Il problema non è più la deflagrazione in mare aperto, è l’incaglio controllato da nessuno su una costa che non ha né i mezzi né la struttura istituzionale per gestire un disastro di quella portata. Quello che non è cambiato è il vuoto decisionale. Le stesse domande che erano aperte il 3 marzo restano senza risposta il 23 marzo: chi ha la responsabilità operativa, chi copre i costi di intervento, chi si espone giuridicamente interagendo con un asset sanzionato. E la risposta, ancora oggi, è: nessuno formalmente. O meglio: la Libia, che è formalmente responsabile, ma che non ha avviato operazioni concrete. Questo è il punto che la vicenda della Arctic Metagaz rende visibile meglio di qualsiasi analisi astratta: il Mediterraneo non ha una governance marittima emergenziale in grado di gestire crisi di inquinamento marino di questa scala. Ha protocolli, dichiarazioni di disponibilità, lettere congiunte alla Commissione Europea. Ma quando arriva una crisi reale, la catena decisionale si inceppa esattamente dove dovrebbe funzionare. ## **A cosa serve raccontare tutto questo** La vicenda della Arctic Metagaz non è solo una notizia da seguire. È un caso che rende visibili, tutte insieme, le fragilità del sistema con cui gestiamo il mare. La fragilità normativa: nessuno è chiaramente responsabile. La fragilità operativa: i mezzi ci sono, ma la catena decisionale è lenta. La fragilità ambientale: un’area tra le più ricche di biodiversità del Mediterraneo è esposta a un rischio che potrebbe segnarne l’ecosistema per generazioni. C’è un ultimo aspetto importante, che riguarda il contesto più ampio. La Arctic Metagaz non è un caso isolato. È il secondo incidente grave che coinvolge la flotta ombra russa nel Mediterraneo, dopo l’affondamento del cargo Ursa Major nel dicembre 2024. Le navi di questa flotta sono spesso vecchie, poco manutenute, prive di assicurazioni adeguate, e navigano con bandiere e proprietà opache che rendono quasi impossibile attribuire responsabilità in caso di danno. Ogni volta che si verifica un incidente di questo tipo, la risposta pubblica segue lo stesso schema: allarme, monitoraggio, attesa, sollievo quando va bene. Ma il problema strutturale resta. E la prossima volta sarà uguale. Se quella nave perde il carico, non sarà un problema per qualche giorno. Sarà un problema per anni. E la prossima volta non sarà un’eccezione. Sarà la norma. **Nota metodologica** Questo articolo ricostruisce la vicenda della Arctic Metagaz sulla base delle informazioni disponibili al 23 marzo 2026, attingendo a fonti istituzionali (Palazzo Chigi, governo maltese, Protezione Civile), agenzie (ANSA, Adnkronos), testate giornalistiche italiane e internazionali (Il Sole 24 Ore, Euronews, CNN, gCaptain, Reuters) e al registro operativo della nave. I dati tecnici sulle bonifiche petrolifere provengono da ITOPF, NOAA e EMSA. La situazione è in evoluzione: le informazioni potrebbero cambiare nelle ore successive alla pubblicazione.## APPROFONDIMENTI EYWA Eywa Divulgazione, 2025. Le praterie di posidonia come infrastruttura ecologica del Mediterraneo: ruolo nella biodiversità, nella stabilizzazione dei fondali e nella resilienza agli impatti antropici. Eywa Divulgazione, 2025. Analisi dell’inquinamento delle acque e dei meccanismi con cui i rifiuti si accumulano nei sistemi fluviali e marini, con impatti sulla catena alimentare. Eywa Divulgazione, 2025. Dinamiche di dispersione degli inquinanti nei mari e limiti strutturali delle strategie di gestione dei rifiuti plastici. Eywa Divulgazione, 2025. Effetti delle microplastiche sugli ecosistemi e sulla salute umana, con riferimento al quadro normativo europeo. Eywa Divulgazione, 2025. Il ruolo del monitoraggio civico nella raccolta di dati ambientali marini e nella gestione delle emergenze ecologiche. Eywa Divulgazione, 2025. Strumenti pratici per leggere dati ambientali e comprendere la qualità delle risorse idriche: utile per interpretare contaminazioni e rischi. Eywa Divulgazione, 2025. Analisi delle inefficienze nei sistemi idrici e delle conseguenze strutturali della mancata gestione delle infrastrutture. Eywa Divulgazione, 2025. Come funziona la prevenzione del rischio ambientale in Italia e perché spesso interviene solo dopo l’emergenza. Eywa Divulgazione, 2025. Strumenti per verificare se i territori sono preparati a gestire eventi critici: utile per il parallelismo con la gestione delle emergenze in mare. Eywa Divulgazione, 2025. Il concetto di resilienza applicato ai sistemi ambientali e il fallimento delle risposte istituzionali alle crisi.## **Bibliografia** Reuters, 2026. La metaniera russa ha raggiunto le acque libiche, conferma l’Italia (18 marzo 2026). Reuters, 2026. La metaniera russa è a pochi giorni dalle coste libiche, secondo un funzionario italiano (20 marzo 2026). Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2026. Nota ufficiale sulla situazione della nave LNG Arctic Metagaz. Euronews, 2026. Ricostruzione della vicenda Arctic Metagaz con dichiarazioni istituzionali e ambientaliste. Il Sole 24 Ore, 2026. Le quattro ipotesi d’intervento sulla metaniera russa alla deriva. gCaptain, 2026. Aggiornamento operativo sulla deriva della Arctic Metagaz verso le acque SAR libiche, con dati tecnici sulla nave. ITOPF (International Tanker Owners Pollution Federation). Guide tecniche sulle bonifiche da sversamento petrolifero. NOAA Office of Response and Restoration. Risorse tecniche su dinamica e bonifica degli sversamenti. EMSA (European Maritime Safety Agency). Servizi europei di risposta all’inquinamento marino da idrocarburi. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Caditoie e tombini: la manutenzione che nessuno vede (finché non allaga)](https://eywadivulgazione.it/caditoie-tombini-manutenzione-allagamenti/) **Published:** Febbraio 5, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Quando una strada si allaga, la prima cosa che si guarda è il cielo. Quanta acqua è caduta, in quanto tempo, se era prevista. Raramente si guarda la griglia metallica sulla carreggiata, quella che dovrebbe far defluire l’acqua e invece resta lì, sommersa, inutile. Perché è piena di foglie, terra, sacchetti di plastica, sedimenti accumulati da mesi. La caditoia stradale non è un dettaglio: è l’ultimo anello del sistema di drenaggio urbano. Se funziona, l’acqua scorre via. Se è intasata, l’acqua resta in superficie. E allaga. La responsabilità della manutenzione di caditoie e tombini non è un tema vago. L’articolo 14 del Codice della Strada stabilisce che l’ente proprietario della strada deve provvedere alla manutenzione, gestione e pulizia della sede stradale e delle sue pertinenze, compresi i sistemi di smaltimento delle acque superficiali. Non è una raccomandazione: è un obbligo di legge. Il Codice della Protezione Civile inquadra la manutenzione ordinaria delle infrastrutture di gestione delle acque urbane come attività di prevenzione del rischio, non come riparazione post-evento. La giurisprudenza della Corte di Cassazione ha consolidato un orientamento chiaro: il Comune può essere ritenuto responsabile per danni da allagamenti se non dimostra che l’evento era imprevedibile e che aveva adottato misure adeguate di manutenzione. Eppure molti Comuni trattano la pulizia delle caditoie come intervento occasionale, reattivo, spesso innescato solo da segnalazioni o emergenze. Manca un approccio programmato, tracciabile, misurabile. Manca un inventario dei punti critici: sottopassi, scuole, aree depresse, nodi viari. Manca una logica stagionale: pulire prima dell’autunno, prima delle allerte meteo, dopo i cantieri stradali. Manca la tracciabilità degli interventi: se non è documentato con data, foto e registro, nei fatti non è mai successo. Quando la manutenzione è affidata ad appalti esterni, il problema si aggrava. Senza capitolati precisi, senza controlli di qualità, senza rendicontazione pubblica dei consuntivi, il servizio diventa invisibile. E ciò che è invisibile, nei fatti, non esiste. Serve invece metodo: mappare le caditoie per priorità, classificarle per rischio idraulico e impatto, programmare ispezioni e pulizie ordinarie, verificare che dopo ogni riasfaltatura le griglie siano libere. Servono criteri oggettivi per capire se la manutenzione viene davvero fatta, e se funziona. Senza misurazione, la prevenzione resta una parola buona per i documenti, non per le strade. Il cittadino può fare la sua parte, senza sostituirsi al Comune. Può segnalare i punti critici in modo documentato, chiedere trasparenza sugli interventi e pretendere che la manutenzione non resti invisibile. Può chiedere che il piano comunale di Protezione Civile includa procedure operative chiare sulla manutenzione preventiva delle infrastrutture di drenaggio. La manutenzione delle caditoie non è decoro urbano. È prevenzione. Quando salta, non è sfortuna: è una scelta organizzativa. O meglio, un’omissione. E le omissioni, in ambito pubblico, hanno conseguenze concrete, misurabili, spesso evitabili.## **Approfondimenti Eywa** [https://eywadivulgazione.it/perche-citta-italiane-allagano-piogge-normali/ ](https://eywadivulgazione.it/perche-citta-italiane-allagano-piogge-normali/)Analisi strutturale delle cause per cui molte città italiane vanno sott’acqua anche in assenza di eventi meteorologici eccezionali. L’articolo ricostruisce il legame tra urbanizzazione, impermeabilizzazione del suolo, reti infrastrutturali fragili e gestione del rischio, spostando il focus dalla “bomba d’acqua” alla prevenzione mancata. [https://eywadivulgazione.it/ghost-forests-italia-foreste-che-muoiono-in-silenzio/ ](https://eywadivulgazione.it/ghost-forests-italia-foreste-fantasma/)Approfondimento sul degrado invisibile degli ecosistemi urbani e periurbani, utile per comprendere come la cattiva gestione del verde, del suolo e dei cantieri contribuisca a ridurre la capacità del territorio di assorbire e gestire l’acqua piovana. [https://eywadivulgazione.it/pnrr-niscemi-frana-rischio-idrogeologico/ ](https://eywadivulgazione.it/frana-niscemi-mappa-pubblica-ignorata-19-anni/)Caso studio su fondi pubblici, prevenzione e dissesto idrogeologico: mostra come la mancata programmazione e l’uso distorto delle risorse incidano direttamente sulla vulnerabilità dei territori, anche in contesti noti e documentati.## **Bibliografia essenziale** **Codice della Strada – Articolo 14: Obblighi di manutenzione delle strade e delle pertinenze [ https://www.brocardi.it/codice-della-strada/titolo-ii/capo-i/art14.html ](https://www.brocardi.it/codice-della-strada/titolo-ii/capo-i/art14.html) Stabilisce che l’ente proprietario della strada deve provvedere alla manutenzione e alla gestione di tutto ciò che concorre alla sicurezza, comprese le pertinenze come i sistemi di raccolta delle acque superficiali. **Decreto Legislativo 2 gennaio 2018 n. 1 – Codice della Protezione Civile [ https://www.protezionecivile.gov.it/it/normativa/decreto-legislativo-n-1-del-2-gennaio-2018-codice-della-protezione-civile/ ](https://www.protezionecivile.gov.it/it/normativa/decreto-legislativo-n-1-del-2-gennaio-2018-codice-della-protezione-civile/) Inserisce le attività di prevenzione del rischio come parte integrante delle responsabilità istituzionali, inquadrando la manutenzione ordinaria delle infrastrutture di gestione delle acque urbane come attività di riduzione del rischio. **Orientamenti giurisprudenziali della Corte di Cassazione in tema di danni da pioggia intensa e allagamenti [ https://biblus.acca.it/sentenza-cassazione-danni-pioggia-intensa/ ](https://biblus.acca.it/sentenza-cassazione-danni-pioggia-intensa/) La giurisprudenza consolidata afferma che l’ente pubblico può essere ritenuto responsabile per danni da allagamenti se non dimostra che l’evento era imprevedibile e che aveva adottato misure adeguate di manutenzione. **Accertamenti di responsabilità per mancata manutenzione stradale [ https://www.assinews.it/09/2017/manutenzione-stradale-responsabilita-del-comune/660043847/ ](https://www.assinews.it/09/2017/manutenzione-stradale-responsabilita-del-comune/660043847/) Analisi tecnica e giuridica diffusa tra professionisti sulla responsabilità dei Comuni per l’omessa manutenzione di strade e pertinenze, con riferimento agli obblighi di sicurezza. **Categorie:** Articoli --- ### [Abbattimento di alberi comunali: normativa, perizie e diritti dei cittadini](https://eywadivulgazione.it/abbattimento-alberi-comunali-atti-perizie-diritti/) **Published:** Febbraio 18, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Un mattino scendi sotto casa e trovi i nastri rossi attorno al tronco. Niente tempesta. Nessun ramo spezzato. Solo un cartello: «Abbattimento alberi comunali per motivi di sicurezza». Se il Comune abbatte per sicurezza, da qualche parte esiste un documento tecnico che lo dimostra. Hai il diritto di vederlo. «Sano» non significa «sicuro». Ma questo non chiude il discorso. Un albero può essere verdissimo, con la chioma folta e la corteccia integra, e avere al suo interno una carie strutturale che ne compromette la tenuta. Vale anche il contrario: un albero capitozzato, sfigurato da anni di tagli sbagliati, può reggere perfettamente se radici e legno tengono. La valutazione è strutturata su parametri precisi: il metodo VTA, Visual Tree Assessment, integrato dove necessario da indagini strumentali. Nel contesto italiano il riferimento operativo più citato è il Protocollo SIA della Società Italiana di Arboricoltura sulla valutazione di stabilità, con attribuzione delle classi di propensione al cedimento e indicazioni sugli approfondimenti strumentali necessari. Non è una legge; è il metro tecnico con cui si misura se una decisione ha basi verificabili o no. Se quella valutazione manca, non stiamo parlando di sicurezza. Stiamo parlando di discrezionalità.## **La sicurezza è una procedura verificabile: il metodo VTA e il Protocollo SIA** La domanda giusta, davanti a quei nastri rossi, non è «quell’albero era pericoloso?». È «chi l’ha valutato, con quale metodo, e dove sono scritti i risultati?». Nel VTA si valutano difetti strutturali, probabilità di cedimento e conseguenze potenziali. Non è un’impressione visiva: è un protocollo operativo che in Italia viene spesso applicato secondo il Protocollo SIA, con fasi sequenziali di analisi. Prima l’esame visivo esterno, poi eventuali indagini strumentali quando motivate dal quadro di rischio (tomografia sonica, resistografo, prove di trazione controllata), infine l’attribuzione di una classe di propensione al cedimento. La classe attribuita incide direttamente sulla scelta gestionale: monitoraggio periodico, potatura di riduzione della chioma, consolidamento statico o abbattimento. Se la classe non è indicata nella perizia, manca un passaggio fondamentale della decisione. Se la perizia non riporta il metodo utilizzato, il tecnico che l’ha redatta e la data dell’ispezione, quella perizia non è verificabile. ![Tecnico arboricoltore che effettua valutazione VTA con Protocollo SIA su albero in contesto urbano](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/02/perizia-stabilita-alberi-vta-sopralluogo-300x200.png)Metodo VTA e Protocollo SIA: la stabilità si misura, non si dichiara. Il Comune può intervenire. Non in silenzio. Esistono tre situazioni, e ciascuna ha obblighi distinti. Il pericolo imminente, dopo un evento atmosferico o un’ispezione urgente, può giustificare un intervento con ordinanza contingibile e urgente: la tracciabilità deve comunque esistere, ma la forma dell’atto è diversa. L’intervento programmato, ordinario o straordinario che sia, richiede invece una motivazione tecnica che esista prima che arrivi la motosega, formalizzata in un provvedimento amministrativo. E se l’abbattimento è connesso a un progetto approvato (opera pubblica, cantiere, riqualificazione), la gestione degli alberi coinvolti deve risultare tracciata negli atti di progetto e nelle autorizzazioni o relazioni tecniche. In tutti e tre i casi la legittimità non dipende dalla buona fede di chi ha deciso. Dipende dall’esistenza di atti che la attestino. La giurisprudenza amministrativa richiede che l’abbattimento sia sorretto da un’istruttoria tecnica motivata e documentata; in difetto, possono emergere profili di illegittimità per carenza di istruttoria o motivazione.## **Cosa deve esserci prima di un abbattimento alberi comunali** Prima di procedere all’abbattimento di alberi comunali, il Comune deve produrre un provvedimento amministrativo formalizzato (di regola una determinazione dirigenziale o atto equivalente) motivato e protocollato, una relazione tecnica agronomica sottoscritta da tecnico competente e qualificato secondo i regolamenti o disciplinari dell’ente, una perizia di stabilità con metodologia applicata e classe di propensione al cedimento attribuita, e un piano di reimpianto quando previsto dalla normativa locale o dagli atti di pianificazione. Un abbattimento programmato deve essere sorretto da un provvedimento amministrativo formalizzato (di regola una determinazione dirigenziale o atto equivalente) che richiami la motivazione tecnica e gli allegati: documento specifico, numerato, protocollato, motivato. A cui devono essere reperibili, su richiesta, la relazione tecnica agronomica sottoscritta da tecnico competente con generalità e qualifica, la perizia di stabilità con metodologia applicata e classe attribuita, l’esito delle eventuali indagini strumentali, il piano di reimpianto con specie, quantità, tempi e localizzazione quando applicabile. Chiedi il numero e la data del provvedimento. Chiedi la perizia sottoscritta dal tecnico con data del sopralluogo, non una nota interna. Chiedi il metodo usato e la classe attribuita. Chiedi le indagini strumentali, se ci sono. Chiedi il piano di reimpianto, se previsto. Capita che la perizia esista ma sia di due righe senza metodologia. Capita che il provvedimento non abbia numero di protocollo. Capita che il piano di reimpianto sia una promessa verbale. Ognuna di queste cose è già una risposta. Un comunicato stampa non è un atto amministrativo. Un post istituzionale non è un atto amministrativo. Una dichiarazione dell’assessore ai giornali non è un atto amministrativo. Non è una risposta. La Legge 10/2013, articolo 3-bis, prevede che due mesi prima della scadenza naturale del mandato il sindaco renda noto il bilancio arboreo, che comprende le messe a dimora previste dalla legge stessa e la loro rendicontazione: quanti alberi all’inizio, quanti alla fine, con quali motivazioni. In molti Comuni questo obbligo è ignorato o ridotto a pura formalità, nonostante l’esistenza di indicazioni operative del Comitato per lo sviluppo del verde pubblico.## **Le alternative all’abbattimento che devono essere valutate** Prima di decidere per l’abbattimento, il Comune deve documentare di aver valutato le alternative ragionevolmente praticabili e proporzionate al rischio. Non è un passaggio facoltativo: è parte dell’istruttoria tecnica. Le alternative includono il consolidamento statico con tutori o tiranti quando il difetto è circoscritto, la potatura di riduzione della chioma per ridurre il carico aerodinamico, la decompattazione del suolo e l’aerazione dell’apparato radicale quando il problema è edafico (compattazione, drenaggio, ossigenazione, qualità del terreno), lo spostamento dei sottoservizi in conflitto con le radici, il monitoraggio periodico programmato quando la classe di propensione al cedimento è bassa e il danno potenziale limitato. Le Linee guida ISPRA per la gestione del verde urbano indicano chiaramente che l’abbattimento deve essere l’ultima opzione, applicabile solo quando nessun intervento conservativo è tecnicamente ed economicamente proporzionato al rischio. Se la perizia non documenta quali alternative sono state considerate e perché scartate, quella perizia non è completa.## **Responsabilità in caso di cedimento o crollo** La responsabilità civile per il crollo di un albero comunale può ricadere sul Comune come custode del bene pubblico, ai sensi dell’articolo 2051 del codice civile. L’amministrazione è tenuta a dimostrare di aver adottato tutte le misure di custodia e manutenzione necessarie: in assenza di un programma di monitoraggio documentato e di perizie aggiornate, la configurazione della responsabilità diventa più probabile. Sul piano penale, il dirigente che omette ispezioni o autorizza potature scorrette può rispondere di lesioni colpose o omicidio colposo se l’albero cede e causa danni a persone. Sul piano amministrativo-contabile, l’abbattimento ingiustificato di alberi sani può configurare danno erariale: la perdita dei servizi ecosistemici forniti dall’albero è quantificabile e può essere oggetto di accertamento da parte della Corte dei Conti, con valutazione caso per caso che richiede la dimostrazione dell’ingiustificatezza tecnica e la quantificazione del pregiudizio patrimoniale. La giurisprudenza ha riconosciuto in più casi responsabilità di amministratori locali per mancata vigilanza sulla manutenzione del patrimonio arboreo comunale quando il cedimento ha causato feriti o morti. Non è un’eventualità teorica.## **Come richiedere gli atti con accesso civico: PEC, tempi e rimedi per abbattimento alberi comunali** Il Decreto Legislativo 33/2013 garantisce l’accesso civico generalizzato: chiunque può richiedere documenti detenuti da una pubblica amministrazione, salvo i limiti previsti dalla legge (art. 5-bis D.Lgs. 33/2013) e con eventuale oscuramento dei dati personali non indispensabili, senza dimostrare un interesse personale. Non serve abitare in quella via. Non serve avere un albero davanti a casa. Basta una richiesta scritta, via PEC all’ufficio protocollo o attraverso i portali dedicati. L’amministrazione ha trenta giorni per rispondere. Il termine può subire sospensioni nei casi previsti, ad esempio per la comunicazione ai controinteressati o, nel riesame, per il parere del Garante privacy. Per controinteressati si intendono soggetti terzi che potrebbero subire un pregiudizio concreto dalla diffusione dei documenti richiesti: ad esempio un professionista che ha redatto la perizia, un’impresa affidataria dei lavori, o altri soggetti i cui dati personali compaiono negli atti. In questi casi l’amministrazione è tenuta a informarli e a valutare le eventuali opposizioni, con possibile sospensione dei termini nei limiti previsti dalla legge. La richiesta deve essere indirizzata all’ufficio protocollo del Comune, con oggetto chiaro: «Accesso civico generalizzato ex art. 5 D.Lgs. 33/2013 – richiesta atti relativi ad abbattimento alberi». Nel testo della PEC specifica esattamente cosa stai chiedendo: numero e data del provvedimento amministrativo, perizia tecnica di stabilità sottoscritta da tecnico qualificato con generalità e qualifica, eventuale piano di reimpianto, registro degli abbattimenti eseguiti negli ultimi dodici mesi. Se hai un interesse diretto, concreto e attuale legato a una posizione giuridica qualificata (sei residente della via, proprietario di un immobile confinante, parte di un comitato costituito), puoi usare anche l’accesso documentale ex Legge 241/1990: è un canale diverso dal FOIA, utile soprattutto per ottenere atti connessi alla tua posizione, nei limiti previsti dalla legge e dalla tutela dei controinteressati. Motiva l’istanza specificando l’interesse: «la decisione di abbattimento incide sulla vivibilità dell’area antistante la mia abitazione». Se l’amministrazione non risponde entro trenta giorni, non si tratta di silenzio-assenso: è silenzio-inadempimento. Il cittadino può presentare istanza al Responsabile della Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza (RPCT) del Comune, reperibile nell’organigramma pubblicato sul sito istituzionale nella sezione «Amministrazione trasparente». Il riesame è una seconda valutazione interna, indipendente dal procedimento originario: il RPCT verifica se il diniego o il silenzio dell’ufficio siano legittimi rispetto alle regole sulla trasparenza e sull’accesso civico. Non sostituisce il giudice, ma serve a correggere errori evidenti prima di arrivare al TAR. Il RPCT deve pronunciarsi entro venti giorni. Se anche questa via non produce risultati, è possibile rivolgersi al Difensore civico regionale, dove istituito e competente, figura prevista per la tutela dei diritti dei cittadini nei rapporti con le amministrazioni pubbliche. In casi di diniego ingiustificato o silenzio-inadempimento, il ricorso al TAR è percorribile entro trenta giorni dalla conoscenza del diniego o dalla formazione del silenzio, secondo il rito speciale previsto dall’articolo 116 del Codice del processo amministrativo. ANAC e la normativa sulla trasparenza prevedono rimedi e responsabilità in caso di ostacoli illegittimi; nei casi previsti possono attivarsi anche profili disciplinari. Se i documenti non esistono, o se l’amministrazione risponde con un diniego non motivato, non siamo di fronte a una valutazione discrezionale. È un’assenza di atti che dovrebbero esserci. Un’amministrazione sicura della propria decisione non ha alcun problema a mostrare gli atti. ![Schermata di PEC inviata a ufficio protocollo comunale per accesso civico generalizzato su abbattimento alberi](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/02/accesso-civico-pec-comune-abbattimento-alberi-300x200.webp)D.Lgs. 33/2013: chiunque può chiedere, per iscritto, risposta entro trenta giorni ## **Le motivazioni ricorrenti: quando sono tecniche e quando no** Esistono motivazioni ricorrenti negli abbattimenti comunali. Non tutte hanno la stessa dignità tecnica. Le radici che sollevano il marciapiede sono un dato di fatto, ma non automaticamente un motivo di abbattimento: prima si valuta se è possibile modificare il tracciato del marciapiede, sostituire la pavimentazione con materiali permeabili, o intervenire con potature radicali controllate. L’abbattimento diventa giustificabile solo se le radici hanno compromesso la stabilità strutturale dell’albero stesso o creato un rischio documentato per l’incolumità pubblica. Le allergie al polline non sono mai, da sole, motivazione tecnica per abbattere un albero comunale: le specie allergeniche devono essere gestite nella programmazione del Piano del Verde, non abbattute a posteriori su richiesta di singoli cittadini. La foglia che sporca, l’ombra eccessiva, la resina che cade sulle auto sono disagi percepiti, non pericoli strutturali. Un disagio non è automaticamente un pericolo documentabile con perizia tecnica. L’interferenza con linee elettriche o sottoservizi richiede prima un’analisi della possibilità di spostare il sottoservizio, non l’albero. Se l’errore di impianto storico è ormai irreversibile e nessuna alternativa è praticabile, l’abbattimento può essere legittimo: ma deve esistere una relazione tecnica che lo dimostri. Quando la motivazione tecnica non c’è, quello che resta è una decisione politica non dichiarata.## **Quando abbattere è corretto** Gli alberi si abbattono. Si abbattono quando la carie strutturale ha compromesso il legno oltre il recupero, quando radici recise da lavori pregressi non reggono più il peso della pianta, quando un errore di impianto storico ha creato un conflitto irrisolvibile con le infrastrutture. Si abbattono, a volte, perché anni di[ capitozzatura sistematica](https://eywadivulgazione.it/capitozzatura-alberi-citta/) hanno indebolito la struttura al punto da non lasciare alternative; e la responsabilità di quella deriva non è della pianta, ma di chi l’ha gestita. Ogni abbattimento è anche una perdita concreta: ombra, raffrescamento, qualità dell’aria. Servizi ecosistemici documentati e misurabili, non opinioni sentimentali.## **I servizi ecosistemici persi con ogni abbattimento** Un albero maturo in contesto urbano fornisce servizi quantificabili. Non è retorica ambientalista: è dato scientifico consolidato. La letteratura scientifica documenta che un albero adulto di medie dimensioni può ridurre la temperatura percepita nelle giornate estive da uno a diversi gradi Celsius nell’area circostante grazie all’evapotraspirazione, con variazioni in funzione di specie, età, contesto climatico e densità della chioma. L’assorbimento di CO₂ varia significativamente a seconda della specie, dell’età e delle condizioni di crescita, con ordini di grandezza che vanno da pochi chilogrammi a diverse decine di chilogrammi all’anno per esemplari adulti. Le superfici fogliari intercettano polveri sottili (PM10 e PM2,5), riducendo la concentrazione di inquinanti nell’aria respirata dai residenti. Gli apparati radicali rallentano il deflusso delle acque meteoriche riducendo il carico sulle reti fognarie durante eventi piovosi intensi, fenomeno sempre più frequente con il cambiamento climatico in atto. La World Health Organization ha documentato in modo sistematico il legame tra presenza di alberi in ambito urbano e riduzione di patologie respiratorie, cardiovascolari e disturbi psicologici. ISPRA ha pubblicato linee guida tecniche che quantificano economicamente il valore dei servizi ecosistemici forniti dal verde urbano: ogni albero abbattuto senza reimpianto equivalente è una perdita patrimoniale pubblica misurabile. Questo non significa che un albero pericoloso non vada abbattuto. Significa che quella perdita deve essere giustificata da atti tecnici proporzionati e compensata con reimpianti programmati e tracciabili. Ma questo non cambia il punto centrale: la decisione era documentata?## **Tracciabilità e Piano del Verde: le domande che i comunicati non fanno** Non tutti i Comuni hanno un[ Piano del Verde](https://eywadivulgazione.it/piano-verde-come-leggerlo/). Non tutti quelli che ce l’hanno lo aggiornano. Non tutti gli abbattimenti entrano in un registro consultabile. Il Piano del Verde comunale non è un ornamento burocratico: è lo strumento di programmazione con cui l’amministrazione dichiara quanti alberi ha, dove sono, in che stato di salute, e come intende gestirli nel tempo. Dovrebbe contenere un inventario arboreo digitalizzato con georeferenziazione di ogni esemplare, classe di propensione al cedimento attribuita, storico degli interventi manutentivi, programmazione pluriennale degli abbattimenti e dei reimpianti. Dovrebbe contenere anche indicatori di mortalità post-impianto: quanti degli alberi piantati negli ultimi cinque anni sono effettivamente attecchiti e sopravvissuti? Se un Comune pianta cento alberi all’anno ma ne perde settanta per mancata irrigazione o cure post-impianto inadeguate, il bilancio arboreo è negativo anche se formalmente ha rispettato gli obblighi di messa a dimora. La domanda non è ideologica. È amministrativa: esiste tracciabilità tecnica delle decisioni? Esiste qualcuno che risponde, nel tempo, di quello che viene tolto? Se il Comune non ha un Piano del Verde aggiornato, ogni abbattimento dovrebbe essere accompagnato da una relazione che specifichi come quell’intervento si inserisce nella gestione complessiva del patrimonio arboreo comunale. Se quella relazione non c’è, la programmazione non esiste.## **Domande frequenti sull’abbattimento di alberi comunali** **Il Comune può abbattere senza avvisare i residenti? Non esiste obbligo normativo di avviso preventivo ai residenti, ma molti regolamenti comunali lo prevedono. In ogni caso, l’assenza di avviso non rende illegittimo l’abbattimento se gli atti tecnici ci sono. Quello che non può mancare è la tracciabilità amministrativa: provvedimento e perizia devono esistere ed essere accessibili. **Posso fermare un abbattimento in corso? Se l’abbattimento è già iniziato, l’unica via immediata è la diffida scritta al responsabile del procedimento con richiesta di sospensione cautelare, seguita da eventuale ricorso d’urgenza al TAR. La tempistica è stretta: serve assistenza legale specializzata in diritto amministrativo. Se l’albero è già stato abbattuto, resta la possibilità di ricorso per accertare l’illegittimità dell’atto e ottenere risarcimento o obbligo di reimpianto. **Posso fare ricorso contro un abbattimento già eseguito? Sì, ma i termini e la legittimazione dipendono dal caso specifico. Per le controversie sull’accesso agli atti si applica il rito speciale ex articolo 116 del Codice del processo amministrativo, con termine di trenta giorni. Per contestare il provvedimento di abbattimento in quanto tale servono i presupposti di legittimazione e interesse, e di regola si applica il termine ordinario dalla piena conoscenza dell’atto. Il ricorso può chiedere l’annullamento del provvedimento se gli atti tecnici sono assenti o inadeguati, e può richiedere il risarcimento del danno ambientale o l’obbligo di reimpianto equivalente. La legittimazione è ampia: residenti, comitati, associazioni ambientaliste riconosciute. **Posso chiedere copia della perizia anche se non abito in quella via? Sì. L’accesso civico generalizzato (art. 5 D.Lgs. 33/2013) non richiede interesse diretto: chiunque può richiedere documenti detenuti da una pubblica amministrazione, salvo i limiti di legge. Non serve motivare la richiesta, non serve abitare nella zona interessata. Basta una PEC all’ufficio protocollo del Comune. **Il Comune può rispondere che la perizia non è disponibile? Se la perizia non esiste, il Comune deve dichiararlo esplicitamente. Se esiste ma viene negata senza motivazione legittima, è violazione dell’obbligo di trasparenza. In genere una perizia tecnica su un bene pubblico è accessibile; possono però essere oscurati i dati personali non necessari (recapiti, firme non indispensabili) secondo le regole FOIA e privacy. Le eccezioni legittime riguardano i casi di segreto previsto dalla legge o altre esclusioni tipizzate: eventualità normalmente non frequenti per questo tipo di documentazione.> Un albero può essere abbattuto. Un atto amministrativo deve esistere. La gestione del verde urbano non è un tema ornamentale. È gestione patrimoniale pubblica. Gli alberi comunali sono beni pubblici, e come ogni bene pubblico devono essere amministrati con atti, non con dichiarazioni. La tracciabilità tecnica delle decisioni non è un orpello burocratico: è il presidio democratico che impedisce l’arbitrio. Se non c’è, non discuterne online. Chiedilo per PEC. **Bibliografia essenziale** Normattiva — LEGGE 14 gennaio 2013, n. 10. Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani. Testo ufficiale pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Normattiva — Decreto Legislativo 14 marzo 2013, n. 33. Riordino delle disposizioni in materia di trasparenza e di semplificazione delle attività amministrative (accesso civico generalizzato). Normattiva — Legge 7 agosto 1990, n. 241. Nuove norme sul procedimento amministrativo e diritto di accesso ai documenti amministrativi. ANAC — Guida ufficiale dell’Autorità Nazionale Anticorruzione sull’esercizio del diritto di accesso civico e accesso civico generalizzato. Società Italiana di Arboricoltura — Protocollo SIA sulla valutazione di stabilità degli alberi. Procedure operative per valutazioni VTA e attribuzione classi di propensione al cedimento. Italia Nostra — Analisi della sentenza del Consiglio di Stato (sezione V) sulla carenza di istruttoria tecnica e presupposti per abbattimento alberi comunali. Per riferimenti diretti alle sentenze consultare il repertorio ufficiale della giustizia amministrativa. World Health Organization Regional Office for Europe (2016) — Urban green spaces and health: a review of evidence. Rapporto scientifico sulle evidenze dei benefici degli spazi verdi urbani per la salute fisica e mentale. [https://www.isprambiente.gov.it/it/servizi/Supporto\_ISPRA\_al\_Comitato\_per\_lo\_sviluppo\_del\_verde\_pubblico/Lineeguidagestioneverdeurbano.pdf](https://www.isprambiente.gov.it/it/servizi/Supporto_ISPRA_al_Comitato_per_lo_sviluppo_del_verde_pubblico/Lineeguidagestioneverdeurbano.pdf) ISPRA — Linee guida per la gestione del verde urbano. Documento tecnico di riferimento sulle migliori prassi per gestione e pianificazione del verde in contesti urbani. **Categorie:** Attualità, Manuali --- ### [La transizione energetica è possibile. E qualcuno la sta già facendo](https://eywadivulgazione.it/transizione-energetica-possibile-cina-esempio/) **Published:** Marzo 19, 2026 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Se pensi che la transizione energetica sia troppo lenta, troppo costosa o sostanzialmente impossibile alla scala necessaria, c’è un problema con quella narrazione: non regge ai dati. Perché nel frattempo, dall’altra parte del mondo, qualcuno l’ha già avviata su scala industriale. E lo ha fatto in modo così rapido e massiccio da ridisegnare la geografia dell’energia globale. **La Cina dimostra che una transizione energetica massiva è tecnicamente e industrialmente possibile. Non è un’ipotesi, non è una proiezione: è un fatto già accaduto.** E dimostra anche qualcosa di altrettanto importante: che chi realizza la transizione si prende un vantaggio enorme, e che quel vantaggio non è mai politicamente neutro. Vale la pena dirlo subito con chiarezza: la Cina non è un modello da copiare. È una dimostrazione empirica da leggere con attenzione. Qui dentro ci sono prove di scala, prove di velocità, contraddizioni strutturali e squilibri di potere che non si possono ignorare. Eywa non vende propaganda verde: smonta le narrazioni semplificate, in entrambe le direzioni.## **Dall’impero del carbone all’«elettro-Stato»** Per decenni la Cina è stata raccontata come il regno del carbone: fabbrica del mondo alimentata da centrali nere e cieli grigi. Negli ultimi cinque anni quella narrazione è diventata obsoleta. Pechino ha fatto quello che le economie occidentali non sono riuscite nemmeno a immaginare: ha trasformato l’elettricità, e sempre più elettricità rinnovabile, nel nuovo cuore della propria crescita. La definizione che circola in molte analisi è «elettro-Stato»: uno Stato in cui l’energia elettrica, non il petrolio, è la vera infrastruttura del potere. I numeri sono la prova concreta che la transizione su larga scala non è un’utopia. Alla fine del 2025, secondo [Ember](https://ember-energy.org/latest-insights/china-energy-transition-review-2025/), la capacità elettrica totale cinese ha toccato quasi 3,9 terawatt, con oltre 1.200 GW di solare e circa 640 GW di eolico installati. [Le fonti rinnovabili hanno superato il 60% della capacità totale](https://www.rinnovabili.it/energia/infrastrutture/rinnovabili-accumulo-cina/). La sola capacità solare è cresciuta di oltre il 40% su base annua, superando [i 1.000 GW installati](https://www.vaielettrico.it/rinnovabili-cina-fotovoltaico-record-installato/): un primato assoluto, mai raggiunto da nessun altro Paese. La Cina aggiunge ogni anno più rinnovabili di quante molti Paesi europei abbiano in totale. Eppure il carbone non è scomparso. Continua a garantire una quota importante della generazione elettrica, sostenuto da nuove centrali considerate «di supporto» alla stabilità di rete. È questa l’ambivalenza strutturale del modello cinese: costruire il nuovo senza uccidere troppo in fretta il vecchio. Non è una scelta virtuosa. È una scelta pragmatica, e capirla è necessario per non cadere in letture troppo ottimistiche.## **Il green che tiene in piedi il PIL** La rivoluzione energetica cinese non è un lusso ambientalista. È il nuovo pilastro della crescita economica. [Nel 2025 circa un terzo della crescita del PIL cinese è arrivato direttamente o indirettamente dai settori dell’energia pulita](https://www.carbonbrief.org/translations-analysis-clean-energy-drove-more-than-a-third-of-chinas-gdp-growth-in-2025/), mentre il loro peso complessivo ha raggiunto l’11,4% dell’economia nazionale. Senza il green, la Cina sarebbe un gigante in rallentamento molto più marcato. Con il green, mantiene tassi di crescita che molti in Europa guardano con una miscela di invidia e preoccupazione. Nel solo 2025 gli investimenti cinesi in energia pulita hanno toccato i 7.200 miliardi di yuan, quasi quattro volte quelli allocati per i combustibili fossili nello stesso periodo. [Già nel 2024 gli investimenti green avevano raggiunto circa 940 miliardi di dollari](https://www.carbonbrief.org/china-briefing-5-february-2026-clean-energys-share-of-economy-record-renewables/), un ammontare paragonabile all’intero volume globale degli investimenti nei combustibili fossili. Non è una transizione energetica nel senso astratto del termine: è un gigantesco programma di politica industriale che sta riconfigurando catene del valore, occupazione, infrastrutture. Al centro c’è la cosiddetta «nuova triade» industriale: fotovoltaico, batterie e veicoli elettrici. Nel 2025 questi tre settori hanno assorbito oltre metà degli investimenti in energia pulita e generato circa due terzi del valore aggiunto dell’economia verde cinese, trasformando il Paese nel principale esportatore mondiale di pannelli, sistemi di accumulo e auto a nuova energia. Per l’Europa, che importa una parte crescente delle tecnologie necessarie alla propria decarbonizzazione, questo si traduce in una [dipendenza strutturale da un competitor sistemico](https://eccoclimate.org/it/qual-e-il-ruolo-della-cina-nella-transizione-energetica-italiana-ed-europea/).## **Una scelta politica, non solo tecnica** E qui sta il punto. La Cina sta dimostrando che la transizione energetica è possibile. Ma sta anche dimostrando che non è mai neutra: chi la realizza a scala industriale si garantisce un vantaggio competitivo enorme, si prende il controllo delle filiere critiche e ridisegna le relazioni di dipendenza con il resto del mondo. In solare e batterie la Cina domina praticamente ogni anello della catena del valore, dal polisilicio all’assemblaggio di moduli, dalla produzione di celle agli impianti di accumulo di larga scala, [con quote di mercato che in alcuni segmenti superano il 70% mondiale](https://futuranetwork.eu/news/534-6183/la-cina-sara-ancora-a-lungo-lunica-superpotenza-dellenergia-pulita). Può decidere di spingere o frenare l’offerta globale di pannelli, batterie e vetture elettriche con effetti immediati sui prezzi e sulla sostenibilità industriale dei concorrenti. Non si tratta solo di commercio estero. Attraverso la Belt and Road Initiative e nuovi strumenti di cooperazione, la Cina esporta pacchetti chiavi in mano: centrali solari, eoliche, sistemi di accumulo e linee di trasmissione, spesso accompagnati da finanziamenti e condizioni favorevoli. Per molti Paesi del Sud globale, «fare la transizione energetica» significa in concreto entrare nell’orbita tecnologica e finanziaria di Pechino. Mentre tutto questo accade, [gli Stati Uniti hanno scelto la via protezionista](https://www.weforum.org/stories/2025/12/china-adding-more-renewables-to-grid/) e l’Europa tenta faticosamente di elaborare una propria politica industriale green. La Cina gioca con un vantaggio di anni nella costruzione delle filiere. La domanda non è tecnica. È: a chi appartiene la transizione?## **L’Italia: cliente o protagonista?** Qui la conversazione smette di essere globale e diventa concreta. L’Italia parte da una posizione strutturalmente fragile: [nel 2024 importava il 73,5% dell’energia che consuma](https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/13/rinnovabili-italia-opposizione-dipendenza-energetica-notizie/8321104/), ben al di sopra della media europea del 58%. È il Paese europeo con la dipendenza energetica storica più alta tra le grandi economie, e ogni crisi geopolitica, ogni shock sul mercato del gas, lo colpisce prima e più forte degli altri. Le bollette, per le famiglie e per le imprese, raccontano la stessa storia: paghiamo l’energia più cara della media europea anche perché siamo strutturalmente esposti a prezzi decisi altrove. Per uscire da quella dipendenza l’Italia, come tutta l’Europa, ha puntato sulle rinnovabili. Scelta corretta. Ma c’è una contraddizione che vale la pena di nominare: proprio mentre cerca di affrancarsi dai fossili, sta costruendo una nuova dipendenza. [Nel 2024 il 98% dei pannelli solari importati in Europa proveniva dalla Cina](https://quifinanza.it/green/europa-cina-pannelli-solari/932663/). Meno del 2% della domanda solare europea può essere soddisfatta da pannelli prodotti nel continente. In Italia, oggi, nessuna azienda produce pannelli solari su scala industriale. Il problema non è comprare pannelli cinesi. Il problema, come documenta [ECCO Climate nel suo policy paper del marzo 2026](https://eccoclimate.org/wp-content/uploads/2026/03/Dallambivalenza-alla-strategia_linterdipendenza-clean-tech-con-la-Cina_policy-paper.pdf), è non costruire nulla intorno a quella tecnologia: né capacità produttiva, né filiera, né valore industriale che resti sul territorio. Installare è diverso da produrre. E chi si limita a installare resta cliente, non protagonista. Per l’Italia questo si traduce in conseguenze molto concrete: prezzi energetici condizionati da filiere decise altrove, vulnerabilità geopolitica che cambia forma ma non sparisce (dal gas russo ai pannelli dello Xinjiang), opportunità industriali che continuano a crearsi fuori dai confini nazionali. I posti di lavoro della transizione rischiano di non essere posti di lavoro italiani. Il governo italiano ha risposto, almeno parzialmente, con il [decreto FerX Transitorio dell’agosto 2025](https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/30/pannelli-solari-cinesi-esclusi-incentivi-rinnovabili-news/8109173/): primo Paese europeo a escludere componenti cinesi dalle aste per gli incentivi alle rinnovabili. È un segnale. Non è ancora una strategia industriale. L’Italia accelera la transizione, con [83,5 GW di capacità rinnovabile installata a fine 2025](https://www.rinnovabili.it/energia/infrastrutture/rinnovabili-accumulo-cina/) su un obiettivo di 131 GW al 2030. Ma il punto non è solo la velocità. È capire se quella corsa si sta facendo da cliente che compra tecnologia o da Paese che costruisce capacità propria.## **L’Europa di fronte alla dimostrazione** In questo scenario più ampio, dove si collocano le economie europee? Da un lato ne hanno bisogno, dei prodotti cinesi: senza l’import massiccio di pannelli fotovoltaici a basso costo, la stessa espansione del solare in Europa degli ultimi anni sarebbe stata molto più lenta e cara. Lo stesso vale per le batterie destinate ai veicoli elettrici e ai sistemi di accumulo stazionari. Dall’altro lato, [la concorrenza cinese mette in crisi l’industria europea](https://eccoclimate.org/it/qual-e-il-ruolo-della-cina-nella-transizione-energetica-italiana-ed-europea/): prezzi bassissimi di moduli, celle e veicoli elettrici comprimono i margini e mettono fuori mercato diversi progetti di produzione interna. Dietro il linguaggio tecnico della Commissione europea, la posta in gioco è chiara: se la transizione ecologica sarà il motore industriale del XXI secolo, [chi controllerà le fabbriche, i brevetti, le materie prime critiche avrà un vantaggio decisivo](https://www.weforum.org/stories/2025/12/china-adding-more-renewables-to-grid/). Il linguaggio del «derisking» con cui Bruxelles descrive il problema non cambia la sostanza: l’Europa sta cercando di ridurre una dipendenza da un competitor sistemico usando ancora, in larga misura, la tecnologia di quello stesso competitor. L’uscita da questa contraddizione non è né rapida né indolore. Ma è necessaria, e non può essere solo difensiva.## **Le ombre che non si possono ignorare** Il modello cinese non è un «happy ending» della transizione energetica. La velocità con cui la capacità rinnovabile è cresciuta ha generato fenomeni di eccesso di capacità produttiva: nel fotovoltaico e nelle batterie, la corsa alla produzione ha portato a un surplus di offerta, margini industriali in caduta, con la prospettiva che una parte degli impianti debba essere riconvertita o chiusa. [Non è chiaro se il ritmo eccezionale del biennio 2024-2025 potrà essere mantenuto](https://sinolytics.de/global-business-news/blog/china-business/china-clean-energy-overcapacity-2026/) nel prossimo Piano Quinquennale. Sul fronte climatico il paradosso è evidente: la Cina investe più di chiunque altro nella transizione, ma continua a costruire centrali a carbone, seppur con un ruolo sempre più «di riserva» nel sistema elettrico. Questo compromesso risponde a esigenze interne di sicurezza energetica, ma rischia di rallentare il picco e il successivo declino delle emissioni, complicando il rispetto degli obiettivi di picco entro il 2030 e neutralità al 2060. Per l’Europa, che si presenta come «campione del clima» ma dipende dalle tecnologie cinesi, è una contraddizione difficile da gestire. C’è un ultimo aspetto importante. La transizione energetica cinese rende possibile una decarbonizzazione più rapida su scala globale, grazie alla riduzione dei costi e alla disponibilità di tecnologie mature. Allo stesso tempo [concentra in un solo Paese una quota crescente di capacità produttiva critica](https://futuranetwork.eu/news/534-6183/la-cina-sara-ancora-a-lungo-lunica-superpotenza-dellenergia-pulita), spostando baricentri di potere che erano stati, finora, prerogativa delle potenze fossili occidentali e mediorientali. Chi tiene in mano pannelli, batterie, cavi, convertitori, controlla i nervi del mondo che viene.## **La domanda vera** La transizione energetica non è un problema tecnico. La risposta tecnica esiste già, ed è sotto gli occhi di tutti: si può fare, si può fare in fretta, si può fare su scala industriale enorme. La domanda che resta aperta è un’altra. Non se la transizione sia possibile. Ma **chi la farà, e chi la subirà.** Chi costruirà le filiere, e chi resterà mercato di sbocco. Chi terrà in mano i brevetti, le fabbriche, i posti di lavoro, e chi comprerà il prodotto finito pagando il prezzo che qualcun altro ha deciso. Per l’Italia, che importa i tre quarti dell’energia che consuma e quasi tutti i pannelli che installa, quella domanda non è astratta. È concreta quanto una bolletta. Ed è esattamente il tipo di domanda che non conviene rimandare a dopo.## **Approfondimenti Eywa** Per approfondire i temi collegati a questo articolo: [**Il costo nascosto delle rinnovabili: litio, cobalto, acqua**](https://eywadivulgazione.it/rinnovabili-costo-nascosto-litio-cobalto-acqua/) Batterie e tecnologie pulite dipendono da risorse critiche concentrate in pochi Paesi: un approfondimento sui materiali che nessuno nomina quando parla di transizione. [**Cosa succede quando i combustibili fossili finiscono**](https://eywadivulgazione.it/cosa-succede-quando-i-combustibili-fossili-finiscono/) Quadro sistemico su cosa implica davvero uscire dai fossili: la transizione non è una scelta opzionale, ma una trasformazione strutturale inevitabile. [**Data center, AI e bolletta: la domanda elettrica esplode**](https://eywadivulgazione.it/data-center-ai-rete-elettrica-bolletta/) L’impatto crescente di intelligenza artificiale e data center sulla rete e sui costi energetici: più rinnovabili non bastano se la domanda non si governa. [**Quanto consuma davvero l’intelligenza artificiale**](https://eywadivulgazione.it/ai-consumo-energetico/) Il consumo energetico dell’AI cresce mentre si tenta la decarbonizzazione: una contraddizione che riguarda direttamente il futuro del sistema elettrico italiano ed europeo. [**Impianti rinnovabili e biodiversità: la checklist per capire se un progetto è davvero sostenibile**](https://eywadivulgazione.it/impianti-rinnovabili-la-checklist-per-capire-se-rispettano-davvero-la-biodiversita/) Guida operativa per valutare la qualità degli impianti rinnovabili: la transizione che non distrugge quello che dovrebbe proteggere. [**Rinnovabili senza distruggere la natura: le soluzioni che funzionano**](https://eywadivulgazione.it/rinnovabili-senza-distruggere-la-natura-le-soluzioni-che-funzionano/) Espandere le rinnovabili senza compromettere gli ecosistemi è possibile: analisi delle soluzioni già operative, perché più veloce non significa necessariamente peggio. ## **Fonti** [https://ember-energy.org/latest-insights/china-energy-transition-review-2025/ ](https://ember-energy.org/latest-insights/china-energy-transition-review-2025/)Ember, 2025. China Energy Transition Review 2025. Analisi complessiva sull’evoluzione del sistema energetico cinese con dati su capacità installata, generazione e investimenti. [https://www.weforum.org/stories/2025/12/china-adding-more-renewables-to-grid/ ](https://www.weforum.org/stories/2025/12/china-adding-more-renewables-to-grid/)World Economic Forum, 2025. How China adds more renewable energy than any other economy. Dati comparativi sulle installazioni rinnovabili cinesi rispetto agli altri grandi attori globali. [https://www.carbonbrief.org/china-briefing-5-february-2026-clean-energys-share-of-economy-record-renewables/ ](https://www.carbonbrief.org/china-briefing-5-february-2026-clean-energys-share-of-economy-record-renewables/)Carbon Brief, 2026. China Briefing 5 February 2026: Clean energy’s share of economy, record renewables. Aggiornamento su peso dell’energia pulita nell’economia cinese e nuovi record di installazioni. [https://www.carbonbrief.org/translations-analysis-clean-energy-drove-more-than-a-third-of-chinas-gdp-growth-in-2025/ ](https://www.carbonbrief.org/translations-analysis-clean-energy-drove-more-than-a-third-of-chinas-gdp-growth-in-2025/)Carbon Brief, 2026. Analysis: Clean energy drove more than a third of China’s GDP growth in 2025. Stima del contributo dell’energia pulita alla crescita economica cinese nel 2025. [https://sinolytics.de/global-business-news/blog/china-business/china-clean-energy-overcapacity-2026/ ](https://sinolytics.de/global-business-news/blog/china-business/china-clean-energy-overcapacity-2026/)Sinolytics, 2026. China’s clean-energy sprint: Overcapacity drives the pace. Analisi del fenomeno di sovraccapacità produttiva nel fotovoltaico e nelle batterie cinesi. [https://carboncredits.com/china-adds-power-7x-more-than-the-us-in-2025-with-500b-energy-build-out-in-a-single-year/ ](https://carboncredits.com/china-adds-power-7x-more-than-the-us-in-2025-with-500b-energy-build-out-in-a-single-year/)CarbonCredits.com, 2025. China Adds Power 8x More Than the US in 2025. Confronto sulle installazioni di nuova capacità elettrica tra Cina e Stati Uniti nel 2025. [https://futuranetwork.eu/news/534-6183/la-cina-sara-ancora-a-lungo-lunica-superpotenza-dellenergia-pulita ](https://futuranetwork.eu/news/534-6183/la-cina-sara-ancora-a-lungo-lunica-superpotenza-dellenergia-pulita)Futura Network, 2025. La Cina sarà ancora a lungo l’unica superpotenza dell’energia pulita. Analisi del dominio cinese nelle catene del valore delle tecnologie rinnovabili. [https://eccoclimate.org/it/qual-e-il-ruolo-della-cina-nella-transizione-energetica-italiana-ed-europea/ ](https://eccoclimate.org/it/qual-e-il-ruolo-della-cina-nella-transizione-energetica-italiana-ed-europea/)ECCO Climate, 2025. Qual è il ruolo della Cina nella transizione energetica italiana ed europea? Analisi della dipendenza europea e italiana dalle tecnologie e dalle filiere cinesi. [https://eccoclimate.org/wp-content/uploads/2026/03/Dallambivalenza-alla-strategia\_linterdipendenza-clean-tech-con-la-Cina\_policy-paper.pdf ](https://eccoclimate.org/wp-content/uploads/2026/03/Dallambivalenza-alla-strategia_linterdipendenza-clean-tech-con-la-Cina_policy-paper.pdf)ECCO Climate, 2026. Dall’ambivalenza alla strategia: l’interdipendenza clean tech con la Cina. Policy paper su come l’Europa, e l’Italia, dovrebbero riposizionarsi rispetto alla dipendenza tecnologica da Pechino. [https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/13/rinnovabili-italia-opposizione-dipendenza-energetica-notizie/8321104/ ](https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/13/rinnovabili-italia-opposizione-dipendenza-energetica-notizie/8321104/)Il Fatto Quotidiano, 2026. Italia ferma sulle rinnovabili, la Cina corre: perché paghiamo la dipendenza energetica. Analisi della dipendenza energetica italiana (74% circa) e confronto con la media europea. [https://quifinanza.it/green/europa-cina-pannelli-solari/932663/ ](https://quifinanza.it/green/europa-cina-pannelli-solari/932663/)Qui Finanza / Eurostat, 2025. L’Europa verde è dipendente dalla Cina, 98 pannelli solari su 100 sono importati. Dati Eurostat 2024 sulla quota cinese nelle importazioni europee di pannelli fotovoltaici. [https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/30/pannelli-solari-cinesi-esclusi-incentivi-rinnovabili-news/8109173/ ](https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/30/pannelli-solari-cinesi-esclusi-incentivi-rinnovabili-news/8109173/)Il Fatto Quotidiano, 2025. L’Italia esclude pannelli solari e componenti cinesi dai nuovi incentivi per le rinnovabili. Analisi del decreto FerX Transitorio (agosto 2025): prima misura europea di questo tipo. [https://www.rinnovabili.it/mercato/politiche-e-normativa/economia-cina-energia-pulita-pil-2025-bess/ ](https://www.rinnovabili.it/mercato/politiche-e-normativa/economia-cina-energia-pulita-pil-2025-bess/)Rinnovabili.it, 2025. Da energia pulita un terzo del PIL nel 2025. Sintesi dei dati economici sull’impatto dell’energia pulita sul PIL cinese. [https://www.vaielettrico.it/rinnovabili-cina-fotovoltaico-record-installato/ ](https://www.vaielettrico.it/rinnovabili-cina-fotovoltaico-record-installato/)Vaielettrico, 2025. Rinnovabili, nuovo record in Cina: oltre mille GW di solare installato. Dati sul superamento della soglia dei 1.000 GW fotovoltaici installati in Cina. [https://english.news.cn/20260128/dd0b7b6b9fa7481085f5c1fdf4921865/c.html ](https://english.news.cn/20260128/dd0b7b6b9fa7481085f5c1fdf4921865/c.html)Xinhua, 2026. Solar leads growth in China’s power generation capacity. Dati ufficiali cinesi sulla crescita della capacità solare nel sistema elettrico nazionale. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [PFAS nell'acqua: dal 12 gennaio 2026 nuovi limiti UE. Ecco come leggere i dati del tuo Comune](https://eywadivulgazione.it/pfas-acqua-rubinetto-come-leggere-dati-gestore/) **Published:** Gennaio 23, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ***Aggiornamento — marzo 2026.** Questo articolo è stato pubblicato il 23 gennaio 2026, subito dopo l’entrata in vigore dei nuovi parametri UE. Da allora il quadro normativo italiano si è modificato: il governo ha introdotto una proroga su parte dei nuovi parametri previsti dalla direttiva, con effetti concreti su come leggere i dati del tuo gestore. Trovi i dettagli nella sezione dedicata qui sotto.* **Non panico: metodo. In 5 minuti sai dove trovare i dati e come fare domande serie al gestore.** Non è l’ennesimo articolo “acqua = veleno”. La notizia, oggi, è un’altra: per la prima volta hai regole europee più chiare sui PFAS e strumenti migliori per leggere i numeri che ti riguardano. In 5 minuti puoi capire cosa guardare nei report, dove trovare i dati del tuo Comune, e come usarli per chiedere conto al gestore dell’acqua del tuo rubinetto. Non è un corso di chimica: è un mini-manuale di autodifesa civica. Se senti “PFAS” e ti blocchi, eccoti il minimo sindacale. È una famiglia enorme di migliaia di sostanze chimiche sintetiche usate per rendere i materiali resistenti ad acqua, grasso e calore. Padelle antiaderenti, tessuti impermeabili, imballaggi per cibo, schiume antincendio, processi industriali: per anni sono stati venduti come tecnologia “comoda” e invisibile. Il problema è il rovescio della medaglia: questi composti sono talmente stabili che nell’ambiente non si degradano quasi mai, si accumulano nei suoli, nelle falde, negli organismi, e viaggiano per chilometri attraverso l’acqua. Una volta entrati in falda o in un pozzo, non li togli con uno slogan o chiudendo gli occhi: servono controlli, trattamenti, e soprattutto dati leggibili dai cittadini, per monitorare e intervenire.## **Cosa cambia dal 12 gennaio 2026** La data da segnare è il 12 gennaio 2026: da quel giorno sono diventati operativi in tutta l’Unione Europea i nuovi parametri specifici per i PFAS nell’acqua potabile, previsti dalla direttiva UE sull’acqua potabile rifusa (cioè riscritta e aggiornata in un unico testo). Da quella data i valori parametrici sono obbligatori e i risultati devono essere resi noti. Non è un dettaglio tecnico: significa che i Paesi devono misurare quei composti in modo armonizzato e comunicare i risultati, compresi i superamenti e le eventuali deroghe autorizzate, ai cittadini, alle autorità e all’UE. I due parametri UE sono PFAS totali con limite a 0,5 µg/L e Somma di PFAS, cioè un gruppo di PFAS prioritari, con limite a 0,1 µg/L. Nei report potresti trovare uno o entrambi i parametri: l’importante è che siano indicati chiaramente il parametro, l’unità di misura e il metodo di analisi scelto.### **C’è però una cosa che devi sapere, se sei in Italia.** Mentre il quadro europeo è entrato in vigore, le modalità di applicazione possono variare tra Stati membri. Nel caso italiano, il governo ha introdotto una proroga su uno dei nuovi parametri PFAS, introducendo anche modifiche alle modalità di monitoraggio. Il differimento (confermato da atti normativi e da più fonti giornalistiche) sposta a giugno 2026 l’obbligo pieno per quel parametro. Il quadro europeo è quindi formalmente in vigore. Quello italiano è parzialmente in proroga. Non è un dettaglio di forma: significa che quando confronti i dati del tuo gestore con i limiti UE, devi sempre chiederti quale normativa di riferimento è stata usata per quel report. La risposta cambia il significato del numero che stai leggendo. Al di sopra di queste soglie scattano obblighi di azione e comunicazione, con valutazione del rischio, indagini, misure correttive, eventuale chiusura di pozzi o restrizioni d’uso temporanee. Non è una bonifica istantanea, certo, ma è una riscrittura delle regole comuni. Regole più chiare, dati più facili da confrontare, e, di conseguenza, più spazio per il controllo civico. ### **E c’è un’altra cosa che vale la pena dire chiaramente.** I limiti europei esistono, sono vincolanti, e sono un passo avanti reale rispetto al vuoto normativo precedente. Ma non coincidono con le soglie di sicurezza indicate dalla comunità scientifica. L’EFSA — l’Autorità europea per la sicurezza alimentare — ha definito una soglia di sicurezza basata sugli effetti sul sistema immunitario che è sensibilmente più bassa dei valori parametrici poi adottati nella direttiva. La distanza tra ciò che la ricerca scientifica indica come soglia di attenzione e ciò che la normativa impone di rispettare non è trascurabile, ed è utile che tu la conosca quando guardi i numeri del tuo gestore. Essere sotto il limite di legge è un dato. Non è, automaticamente, una garanzia assoluta per le fasce più vulnerabili della popolazione. Sono due cose diverse, e confonderle è esattamente quello che questo articolo vuole aiutarti a evitare. Qui entra in gioco l’alfabetizzazione minima per leggere i dati dell’acqua, che nessuno ti spiega quando arriva la bolletta. Un limite di legge nell’acqua potabile è un valore di parametro: una soglia fissata per far scattare azioni di controllo. Sotto soglia non vuol dire “nessun rischio per chiunque, per sempre” (le soglie servono per proteggere la salute pubblica, ma contano esposizione e durata); sopra soglia non vuol dire “tutti avvelenati domattina”. Quello che conta, quando guardi un numero, è il trend nel tempo: si tratta di un picco isolato o di un valore che sta crescendo? Poi chiediti da dove arriva: pozzo singolo o contaminazione diffusa di falda? E infine: da quanto dura e cosa sta facendo il gestore? chiude il pozzo, cambia la miscelazione, aggiunge dei trattamenti e soprattutto comunica? Un limite è una soglia operativa che serve a far muovere il sistema, tecnici, enti, gestori. Il resto conta molto meno di trend, fonte, durata e risposta. Se interiorizzi questo, smetti di cercare l’idea istintiva “sotto bene / sopra catastrofe” e inizi a farti la domanda giusta: “Che cosa stanno facendo su questo dato?”## **Come leggere un report del gestore** Primo passo: capire dove stanno i numeri. Il punto di partenza è il sito del tuo gestore idrico, dove di solito esiste una sezione “Qualità dell’acqua” con report periodici, spesso scaricabili per Comune o zona di fornitura. Se i PDF sono sepolti e incomprensibili, il risultato è lo stesso: per un cittadino è quasi impossibile controllare. Secondo livello: ARERA, l’autorità che regolamenta il servizio idrico, mette a disposizione portali che ti fanno confrontare le prestazioni dei vari gestori selezionando regione, Comune o gestione. ARERA non ti dà il valore PFAS del rubinetto: ti aiuta a capire quanto il gestore performa sul piano tecnico (dispersione, continuità del servizio) e come tratta gli utenti sul piano contrattuale (tempi di risposta, gestione reclami, standard di servizio).### **Che cosa deve esserci in un report leggibile** Quando hai il PDF sotto mano, non serve leggerlo tutto, basta sapere cosa andare a pescare. Devi cercare le voci ‘PFAS totali’, ‘Somma di PFAS’ o ‘Sum of PFAS’ e controllare quale unità di misura viene usata, se µg/L o ng/L (microgrammi o nanogrammi per litro). Promemoria: 1 µg/L = 1000 ng/L, quindi 0,1 µg/L = 100 ng/L. Poi ci sono tre dettagli apparentemente tecnici che invece sono essenziali anche per un non addetto ai lavori: la data del campionamento, il punto di prelievo (se il campione viene da un pozzo, da un serbatoio o dalla rete in un certo Comune) e il laboratorio o il metodo di analisi. Queste informazioni ti dicono se il numero è ancorato a un luogo e a un momento precisi o se è solo un “valore medio” buttato lì. I valori medi servono, ma devono essere accompagnati da punti e date di campionamento. Se manca tutto questo, stai guardando un dato poco verificabile. Per leggere il valore ti basta una regola base: numero, unità di misura e confronto con la soglia indicata nel report o nella normativa. Se, per esempio, trovi 0,08 µg/L con un parametro fissato a 0,1 µg/L, sei sotto soglia; se trovi 0,12 con limite 0,1, sei sopra. Il dato scritto è quello che conta.## **Cosa chiedere quando un valore stona** Da lì la domanda sensata non è “moriremo?”, ma “che interventi sono stati attivati e con quali tempi di attuazione e verifica?”. Non devi diventare un chimico, ma un cittadino con la lente in mano. Il tuo compito non sarà certo rifare le analisi in laboratorio, ma capire quando un numero stona e pretendere che sia gestito. In un sistema sano, il controllo della qualità non è solo roba da tecnici e da enti regolatori: è anche pressione dal basso. Dev’essere alla portata di tutti, accessibile e facile da leggere. Perché se il dato c’è, si governa. Se invece non c’è, si pretende. Chiedere i dati, segnalare i siti opachi, fare domande precise quando c’è un superamento rende più difficile essere vittime del “tanto non se ne accorge nessuno”. Se oggi abbiamo limiti europei per PFAS, obblighi di monitoraggio e regole comuni, è perché il problema è stato riconosciuto e messo nero su bianco. Il pezzo mancante, spesso, è la partecipazione informata. Nei prossimi giorni pubblichiamo il Manuale operativo: acqua del rubinetto; la guida completa per capire se l’acqua che bevi a casa tua è davvero quella che il gestore dichiara, tenendo insieme tutti i parametri e anche il tratto dopo il contatore. Nel frattempo, vai sul sito del gestore e cerca ‘PFAS’. E se non trovi ‘PFAS totali’ o ‘Somma di PFAS’, chiedili.## **Approfondimenti Eywa** [https://eywadivulgazione.it/acqua-rubinetto-piu-sicura-bottiglia-italia/ ](https://eywadivulgazione.it/acqua-rubinetto-piu-sicura-bottiglia-italia/)Eywa, s.d. *Acqua del rubinetto: perché in Italia è spesso più controllata della bottiglia.* Controlli, percezione del rischio e come leggere la “sicurezza” oltre il marketing. [https://eywadivulgazione.it/dispersione-idrica-quanta-acqua-si-perde-nel-tuo-comune/ ](https://eywadivulgazione.it/dispersione-idrica-quanta-acqua-si-perde-nel-tuo-comune/)Eywa, s.d. *Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo Comune.* Dove trovare il dato e come usarlo per fare domande verificabili al gestore.## **Bibliografia essenziale** [https://environment.ec.europa.eu/news/new-eu-rules-limit-pfas-drinking-water-2026-01-12\_en ](https://environment.ec.europa.eu/news/new-eu-rules-limit-pfas-drinking-water-2026-01-12_en?utm_source=chatgpt.com)Commissione Europea, 2026. *New EU rules to limit PFAS in drinking water.* Conferma entrata in applicazione dal 12 gennaio 2026 e obblighi di monitoraggio/informazione. [https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2020/2184/oj?locale=it ](https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2020/2184/oj?locale=it)Unione Europea, 2020. *Direttiva (UE) 2020/2184 sulla qualità delle acque destinate al consumo umano.* Quadro normativo dei parametri e degli obblighi verso il pubblico (inclusi PFAS). [https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2023/03/06/23G00028/sg ](https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2023/03/06/23G00028/sg)Repubblica Italiana – Gazzetta Ufficiale, 2023. *Decreto Legislativo 18/2023.* Recepimento italiano della Direttiva (UE) 2020/2184: controlli e obblighi di informazione. [https://www.iss.it/-/la-legge-e-i-controlli ](https://www.iss.it/-/la-legge-e-i-controlli)Istituto Superiore di Sanità, s.d. *La legge e i controlli.* Ruoli e responsabilità nella vigilanza sanitaria e diritti di informazione sull’acqua destinata al consumo umano. [https://www.arera.it/dati-e-statistiche/dettaglio/qtsii ](https://www.arera.it/dati-e-statistiche/dettaglio/qtsii?utm_source=chatgpt.com)ARERA, s.d. *QT-SII: qualità tecnica del servizio idrico integrato.* Indicatori comparativi sulle prestazioni del gestore (perdite, continuità, interventi). [https://www.arera.it/dati-e-statistiche/dettaglio/qualita-contrattuale-del-servizio-idrico-integrato ](https://www.arera.it/dati-e-statistiche/dettaglio/qualita-contrattuale-del-servizio-idrico-integrato?utm_source=chatgpt.com)ARERA, s.d. *Qualità contrattuale del servizio idrico integrato.* Standard verso gli utenti: tempi di risposta, gestione reclami, livelli di servizio. [https://italy.representation.ec.europa.eu/notizie-ed-eventi/notizie/entrano-vigore-ulteriori-protezioni-livello-dellue-contro-le-pfas-nellacqua-potabile-2026-01-13\_it](https://italy.representation.ec.europa.eu/notizie-ed-eventi/notizie/entrano-vigore-ulteriori-protezioni-livello-dellue-contro-le-pfas-nellacqua-potabile-2026-01-13_it) Rappresentanza della Commissione UE in Italia, 2026. *Entrano in vigore ulteriori protezioni a livello dell’UE contro le PFAS nell’acqua potabile.* Prima introduzione di un sistema armonizzato europeo di controllo PFAS nelle acque potabili. EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare), 2020. *Sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS).* Definizione della soglia di sicurezza settimanale tollerabile, basata sugli effetti sul sistema immunitario. Il Fatto Alimentare, 2026. *PFAS, il governo italiano rinvia di sei mesi uno dei nuovi limiti.* Dettaglio della proroga italiana e delle modifiche alle modalità di monitoraggio. Vez News, 2026. *Limiti PFAS nelle acque: in vigore la direttiva europea, ma il governo Meloni la proroga di sei mesi.* Conferma del differimento italiano con scadenza giugno 2026. Greenpeace Italia, 2026. *L’Italia rinvia i limiti più severi per i PFAS nell’acqua potabile.* Analisi critica dell’adeguatezza della proroga sul piano sanitario. **Categorie:** Attualità --- ### [Le falle invisibili del pianeta: come le mega perdite di metano stanno incendiando il clima globale ](https://eywadivulgazione.it/falle-invisibili-pianeta-come-mega-perdite-metano-stanno-incendiando-clima-globale/) **Published:** Marzo 17, 2026 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Analisi approfondita delle mega perdite di metano rivelate dai satelliti, dai giacimenti fossili alle discariche, e di perché fermarle è una delle mosse più rapide per rallentare il riscaldamento globale.* ## **Perdite di metano: la nuova frontiera della crisi climatica** Le nuove analisi satellitari rivelano che il mondo è attraversato da una costellazione di «mega perdite» di metano, capaci da sole di spostare l’ago della bilancia del riscaldamento globale molto più rapidamente di quanto si pensasse solo pochi anni fa. Questi rilasci concentrati — legati per lo più a infrastrutture fossilifere e discariche — equivalgono in alcuni casi alle emissioni annuali di intere centrali a carbone. Non stiamo parlando di stime teoriche: stiamo parlando di pennacchi fotografati, misurati, geolocalizzati. ## **Un gas invisibile, un impatto enorme** Il metano è circa 84–86 volte più potente dell’anidride carbonica nel breve periodo: su un orizzonte di vent’anni (GWP20, IPCC AR6) intrappola enormemente più calore nell’atmosfera rispetto alla CO₂, e circa 28–34 volte su cento anni. Contribuisce a circa il 30% del riscaldamento globale antropogenico registrato dall’era preindustriale (IPCC AR6). La sua concentrazione atmosferica è oggi circa due volte e mezzo superiore a quella preindustriale e continua a crescere. La caratteristica che rende il metano un bersaglio privilegiato per la politica climatica è la sua breve permanenza in atmosfera rispetto alla CO₂, dell’ordine di un decennio. Agire ora sulle emissioni più concentrate e più facilmente evitabili produce effetti tangibili sulla curva del riscaldamento già nei prossimi anni, rallentando l’avvicinamento alle soglie critiche di 1,5 e 2 gradi. Ridurre il metano significa guadagnare tempo. E di tempo, nel bilancio climatico globale, ne avanza sempre meno. ## **L’indagine: i peggiori «mega leak» del 2025** L’analisi citata dal [The Guardian](https://www.theguardian.com/environment/2026/mar/17/revealed-world-worst-methane-leaks-global-heating) si basa su dati satellitari ad alta risoluzione, tra cui quelli del progetto [Carbon Mapper](https://carbonmapper.org/data/) e dello Stop Methane Project della UCLA, che monitorano i pennacchi di metano prodotti da singoli siti industriali e discariche. Nel solo 2025 sono stati individuati numerosi rilasci superiori a 100 chilogrammi di metano all’ora, classificati come «super-emitting events» nelle analisi satellitari. I 25 peggiori eventi identificati hanno un impatto climatico paragonabile a quello di grandi centrali a carbone lasciate funzionare senza controllo. Lo studio evidenzia come una parte consistente di questi rilasci sia associata a infrastrutture energetiche con elevati tassi di perdita e sistemi di monitoraggio limitati, spesso in Paesi con normative deboli. Il Turkmenistan emerge ancora una volta come uno degli epicentri globali, già descritto in precedenti indagini come un «hotspot» di dimensioni straordinarie. ## **Turkmenistan, Texas, Iran, Venezuela: la geografia delle perdite** Il Turkmenistan figura da anni in cima alla lista dei super emettitori, con bacini come il South Caspian individuati da campagne satellitari indipendenti come tra le aree a maggiore intensità di metano al mondo. I rilasci provenienti da questa regione sono stati stimati come multipli dei livelli osservati in grandi aree petrolifere statunitensi. Il sistema energetico turkmeno è diventato un simbolo di quanto la mancanza di investimenti e trasparenza possa pesare sull’atmosfera globale. Negli Stati Uniti, le immagini satellitari mostrano pennacchi imponenti soprattutto in Texas, cuore del bacino del Permian, uno dei distretti petroliferi e gasiferi più prolifici del pianeta. Un singolo mega leak in Texas è stato stimato a diverse tonnellate di metano all’ora, con un impatto climatico misurabile in milioni di tonnellate di CO₂ equivalente su base annuale. Il Permian Basin è così diventato uno dei laboratori più osservati al mondo per capire quanto le politiche di contenimento riducano le emissioni reali rispetto alle stime ufficiali. Altri cluster significativi emergono in Iran e Venezuela, dove grandi complessi estrattivi statali continuano a rilasciare gas in atmosfera in assenza di sistemi efficaci di captazione e recupero. In questi contesti le crisi economiche e le sanzioni ostacolano la manutenzione e l’ammodernamento degli impianti, trasformando l’infrastruttura energetica in una fonte cronica di inquinamento invisibile. La geografia del metano non coincide con quella della produzione di petrolio e gas. Coincide con quella della fragilità regolatoria. ## **Discariche e rifiuti: il metano che nasce dai nostri scarti** L’indagine non si ferma al settore fossile. Una quota rilevante delle mega perdite proviene dalle discariche, dove la decomposizione della frazione organica dei rifiuti genera metano in grandi quantità se non viene assicurata la captazione. I dati analizzati mostrano discariche problematiche in Paesi molto diversi tra loro, dalla Turchia all’Algeria, dalla Malesia agli Stati Uniti, a riprova del fatto che la gestione dei rifiuti è un anello debole della politica climatica globale. Un’indagine su Madrid, per esempio, ha documentato più di quindici eventi maggiori di emissione di metano da discariche nell’arco di tre anni, con episodi di emissione molto elevata, anche di diverse tonnellate di metano all’ora. Le periferie urbane si trasformano in camini invisibili di gas serra, mentre l’opinione pubblica continua a percepire le discariche soprattutto come un problema di odori e degrado locale. Le tecnologie per intercettare questo gas e trasformarlo in energia, dal biogas alla generazione elettrica, sono consolidate e relativamente economiche. Richiedono però investimenti, governance e trasparenza che non sono affatto scontati. Ogni discarica che non viene dotata di sistemi di captazione è una doppia occasione mancata: riduzione del riscaldamento globale e produzione di energia. Trasformare le discariche in impianti di recupero energetico controllato è una delle frontiere più concrete della mitigazione. ## **La lente dei satelliti: una rivoluzione nel monitoraggio** Negli ultimi anni i satelliti sono diventati lo strumento chiave per scrutare il metano che prima sfuggiva a qualsiasi controllo, dalla costellazione [GHGSat](https://www.ghgsat.com/en/products/data/) agli strumenti di progetti come [Carbon Mapper](https://carbonmapper.org/data/) e MethaneSAT. Questi sistemi passano più volte al giorno sopra le principali regioni industriali del pianeta, individuando pennacchi di gas con una risoluzione sufficiente a risalire ai singoli impianti responsabili. Su come l’intelligenza artificiale stia potenziando questa capacità di sorveglianza ambientale, [ne abbiamo scritto qui](https://eywadivulgazione.it/intelligenza-artificiale-monitoraggio-ambientale-natura-vista-satellite-cuore/). Una stima basata sui dati GHGSat ha quantificato per il 2023 milioni di tonnellate di metano emesse da migliaia di siti puntuali nel solo settore energetico, con rilasci che risultano intermittenti ma ricorrenti nel tempo ([Cusworth et al., Science Advances](https://www.science.org/doi/10.1126/science.adv3183)). I siti di petrolio e gas e quelli legati al carbone emettono oltre la soglia di rilevabilità satellitare per una percentuale significativa del tempo, segno che le perdite non sono semplici incidenti isolati, ma una caratteristica strutturale del sistema. Anche MethaneSAT, nei suoi primi risultati, ha indicato che le emissioni del settore petrolifero e gasifero in alcune regioni statunitensi sono da tre a cinque volte superiori alle stime ufficiali, con bacini come il Permian e alcune aree dell’Utah che superano di molte volte i limiti fissati dall’industria stessa. La nuova generazione di satelliti rende sempre più difficile per governi e aziende nascondersi dietro inventari incompleti. La trasparenza imposta dallo spazio è diventata una leva politica oltre che scientifica. È la stessa logica che governa la [Carbon Brief](https://www.carbonbrief.org): i dati non si negano, si usano. ## **Il quadro globale: numeri che non scendono** Nonostante l’attenzione crescente, le emissioni globali di metano restano ostinatamente elevate. Le stime dell’[Agenzia Internazionale dell’Energia](https://www.iea.org/reports/global-methane-tracker-2024) indicano che nel 2024 il solo settore energetico ha rilasciato circa 145 milioni di tonnellate di metano, con oltre 80 milioni di tonnellate provenienti da petrolio e gas e più di 40 milioni dal carbone. Il settore energetico da solo pesa oltre un terzo delle emissioni antropiche di metano. Complessivamente, il metano di ogni origine — energia, agricoltura, rifiuti — ha raggiunto nel 2024 circa 610 milioni di tonnellate di CH₄, consolidando il gas come uno dei principali driver della crisi climatica. Gli Stati Uniti risultano il maggiore emettitore di metano dal settore petrolifero e gasifero, seguiti da Russia, Cina e altri grandi produttori, mentre sul fronte complessivo del metano fossile la Cina guida la classifica davanti agli USA, seguiti da Russia, Iran, Turkmenistan, India, Venezuela e Indonesia. Questa mappa intreccia potere energetico, responsabilità storiche e fragilità regolatorie. Nello scenario attuale, con tecnologie già disponibili, l’IEA stima che circa il 70% delle emissioni di metano legate ai combustibili fossili potrebbe essere evitato, fino al 75% nel comparto petrolio e gas, con costi netti spesso bassi o nulli: intervenendo su attrezzature obsolete, pozzi abbandonati e fughe lungo le reti di distribuzione. Vale la pena dirlo chiaramente: non siamo di fronte a un problema tecnologico. Siamo di fronte a un problema di volontà. Per approfondire il tema della decarbonizzazione e dei suoi limiti strutturali, [leggi qui](https://eywadivulgazione.it/net-zero-e-decarbonizzazione-avanzata-la-grande-illusione-verde/). ## **Super emettitori e «bombe di metano»** Dietro i numeri aggregati si nasconde il ruolo sproporzionato dei cosiddetti super emettitori: siti che rilasciano metano a livelli molto superiori alla media. Un’analisi precedente aveva individuato oltre mille siti di questo tipo in un solo anno, per lo più legati a impianti di petrolio e gas, con un singolo episodio che ha emesso metano a un ritmo equivalente alle emissioni di decine di milioni di automobili accese. Una piccola frazione di siti è dunque responsabile di una quota gigantesca del problema complessivo. A questo si aggiunge il concetto di grandi progetti di estrazione fossile definiti in alcune analisi come «bombe di metano»: se sviluppati interamente, potrebbero rilasciare volumi di metano tali da equivalere a decenni di emissioni totali di Paesi industrializzati. Secondo alcune stime, 55 di questi potenziali progetti potrebbero liberare quantità di metano paragonabili a trent’anni di emissioni climalteranti di tutti gli Stati Uniti. Il rischio è quello di fissare per decenni nuove traiettorie di emissioni incompatibili con gli Accordi di Parigi. Gli scienziati avvertono che la combinazione tra crescita delle emissioni e possibile rilascio di metano da ecosistemi destabilizzati — come le torbiere e il permafrost — potrebbe contribuire ad avvicinare il sistema climatico a soglie critiche difficilmente reversibili. Il metano, in questa prospettiva, non è solo un problema di gestione industriale. È una variabile che gli strumenti di contabilità del [carbonio fantasma](https://eywadivulgazione.it/carbonio-fantasma-la-faccia-nascosta-della-lotta-al-cambiamento-climatico/) hanno sistematicamente sottostimato. ## **Un’occasione mancata: riparare le perdite conviene** Una delle parti più sconcertanti del quadro tracciato dalle nuove analisi è la relativa semplicità tecnica e la convenienza economica di molte delle azioni necessarie. Gli esperti sottolineano che riparare i mega leak nelle infrastrutture di petrolio e gas equivale, in termini climatici, a chiudere una centrale a carbone, con la differenza che il gas recuperato può essere venduto, rendendo spesso l’intervento addirittura profittevole. Intervenire significa guadagnare su entrambi i fronti: climatico ed economico. Eppure molte aziende e governi continuano a rimandare, invocando costi, complessità tecnica o l’assenza di obblighi regolatori. Ogni giorno di ritardo lascia nell’aria un flusso di gas serra che si potrebbe fermare. Anche sul fronte delle discariche le soluzioni esistono, dalla captazione del biogas alla gestione separata della frazione organica, ma richiedono una pianificazione a lungo termine. Ogni mega perdita che continua indisturbata è la manifestazione di un fallimento politico, industriale e culturale. Non di un limite della tecnologia. ## **Politica, responsabilità e opinione pubblica** Il lavoro dei satelliti e dei centri di ricerca modifica profondamente il terreno della responsabilità politica. Non siamo più nel tempo in cui si poteva contestare la mancanza di dati: oggi i pennacchi vengono fotografati, quantificati, geolocalizzati, con nome e cognome degli impianti che ne sono all’origine. I dati ad alta risoluzione sono diventati un’arma nelle mani di cittadini, giornalisti e ONG. Lo stesso vale per le [rinnovabili](https://eywadivulgazione.it/rinnovabili-senza-distruggere-la-natura-le-soluzioni-che-funzionano/): la transizione energetica non è solo una questione di produzione pulita, ma di riduzione sistematica delle perdite lungo tutta la filiera fossile esistente. Organizzazioni internazionali e campagne giornalistiche chiedono da tempo standard più rigidi, obblighi di monitoraggio continuo, sanzioni per le fughe non riparate e trasparenza nella pubblicazione dei dati. Alcuni Paesi e blocchi regionali stanno iniziando a muoversi in questa direzione, ma la distanza tra le promesse e la realtà sul campo resta ampia, soprattutto nelle economie fortemente dipendenti dall’export di combustibili fossili. [Il peso energetico dell’intelligenza artificiale](https://eywadivulgazione.it/data-center-ai-rete-elettrica-bolletta/) — già enorme — non fa che rendere più urgente questa equazione: non basta produrre energia pulita se si continua a perdere gas fossile in atmosfera senza alcun controllo. La pubblica opinione, informata dalle inchieste e sempre più esposta alle conseguenze del cambiamento climatico, rappresenta un attore decisivo in questo passaggio. La capacità di trasformare le immagini invisibili dei satelliti in racconti comprensibili — milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, centrali a carbone «fantasma», periferie che diventano camini — può alimentare quella consapevolezza necessaria per rompere l’immobilismo. Le tecnologie per individuare e fermare le perdite di metano esistono e sono spesso economicamente vantaggiose. La vera partita si gioca sulla volontà politica e sul coraggio di imporre regole che tocchino interessi consolidati. Decidere di non intervenire significa accettare consapevolmente un’accelerazione del riscaldamento globale che colpirà soprattutto le comunità più vulnerabili. **Approfondimenti Eywa** Eywa Divulgazione, 2025. Come l’intelligenza artificiale e i satelliti stanno rivoluzionando il monitoraggio ambientale. Eywa Divulgazione, 2025. Carbonio fantasma: la faccia nascosta della lotta al cambiamento climatico. Eywa Divulgazione, 2025. Net zero e decarbonizzazione avanzata: la grande illusione verde. Eywa Divulgazione, 2025. Rinnovabili senza distruggere la natura: le soluzioni che funzionano. Eywa Divulgazione, 2025. Data center, AI e rete elettrica: quanto pesa davvero il digitale sulla bolletta energetica. Eywa Divulgazione, 2025. PFAS nelle padelle antiaderenti: cosa sono e quando migrano. **Fonti** International Energy Agency (IEA), 2024. Global Methane Tracker 2024. Fonte primaria per dati globali su emissioni per settore, percentuali evitabili e proiezioni. IPCC, 2021. Sixth Assessment Report – Working Group I. Fonte scientifica principale per GWP del metano, contributo al riscaldamento globale e dinamiche climatiche. UNEP, 2021. Global Methane Assessment. Quadro globale su fonti di emissione, impatti climatici e potenziale di riduzione. Cusworth et al., Science Advances. Global energy sector methane emissions estimated by using facility-scale measurements. Misurazioni a scala impianto delle emissioni del settore energetico globale. Carbon Mapper. Dati satellitari ad alta risoluzione su emissioni puntuali di metano da siti industriali e discariche. GHGSat. Monitoraggio satellitare commerciale delle emissioni industriali di gas serra, con risoluzione a scala di singolo impianto. The Guardian, 2026. Revealed: the world’s worst mega-leaks of methane driving global heating. Inchiesta di riferimento sui mega leak del 2025, da usare come narrazione giornalistica, non come fonte primaria dei dati numerici. Carbon Brief, 2026. IEA could release more oil | Methane leaks revealed – China’s hydrogen push. Analisi scientifica mediata, alta affidabilità editoriale. **Categorie:** Articoli --- ### [PFAS nelle padelle antiaderenti: cosa sono, quando finiscono nel cibo e come scegliere](https://eywadivulgazione.it/pfas-padelle-antiaderenti-cosa-sono-quando-migrano/) **Published:** Marzo 16, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **Il dubbio che molti hanno in cucina** Hai una padella antiaderente in casa. Probabilmente ne hai più di una. La usi ogni giorno, ci fai le uova la mattina, il soffritto la sera. Non ci pensi. È una padella. Poi leggi qualcosa sui PFAS nell’acqua del rubinetto, o sui «forever chemicals» trovati nel sangue di quasi tutti gli esseri umani del pianeta, e all’improvviso guardi la padella in modo diverso. È ancora lì, sul fornello. Ma adesso ti fa una certa impressione. Vale la pena fermarsi su questo dubbio, perché la risposta non è né sì né no: è più precisa, e conoscerla ti serve. Il settore delle padelle ha tutto l’interesse a tenerti nel vago. Un consumatore confuso compra più spesso, aggiorna più spesso, si fa rassicurare più spesso dall’etichetta giusta al momento giusto. La confusione è un modello di business. La domanda è una sola: le padelle antiaderenti rilasciano PFAS nel cibo? E se sì, quando? ## **PFAS: cosa sono davvero** PFAS è un acronimo per «sostanze per- e polifluoroalchiliche»: una famiglia di oltre 10.000 composti chimici di sintesi, tutti costruiti intorno a un legame tra carbonio e fluoro. Quel legame è uno dei più resistenti che esistano in chimica organica. Resiste al calore, all’acqua, ai grassi, agli acidi. Contemporaneamente. È esattamente per questo che l’industria li ha adottati con entusiasmo crescente a partire dagli anni Cinquanta: funzionano benissimo, costano poco, si adattano a quasi tutto. Li trovi nei rivestimenti antiaderenti, nei tessuti impermeabili, negli imballaggi alimentari, nelle schiume antincendio. Nel tuo cappotto invernale, probabilmente. Forse nella carta della pizza che hai ordinato ieri sera. E qui sta il punto. Quella stessa resistenza che li rende così utili li rende anche praticamente indistruttibili nell’ambiente. Non si degradano. Si accumulano nel suolo, nell’acqua, negli organismi viventi, nel tuo organismo. «Forever chemicals» non è una metafora giornalistica: è una descrizione chimica abbastanza accurata. Entrano nell’ecosistema con facilità. Non escono quasi mai. ## ![Schema grafico che rappresenta la persistenza ambientale dei PFAS nel suolo e nell'acqua](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/03/pfoa-struttura-chimica-forever-chemicals-300x200.webp) I PFAS non si degradano nell’ambiente. Vengono chiamati «forever chemicals» perché si accumulano nel suolo, nell’acqua e negli organismi viventi senza smaltimento naturale. **L’EFSA** (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) nel 2020 ha fissato un valore guida per i quattro PFAS considerati più rilevanti per la salute umana: PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS. Il limite è 4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo a settimana. Un nanogrammo è un miliardesimo di grammo. Stiamo parlando di quantità che non si vedono, non si sentono, non si misurano in cucina. Il punto non è la singola dose. È l’accumulo nel tempo. E l’EFSA ha concluso che parte della popolazione europea supera già questo limite attraverso la dieta ordinaria. I più esposti sono bambini e adolescenti, perché mangiano di più in proporzione al loro peso. L’effetto che ha preoccupato di più i ricercatori non è quello che probabilmente ti aspetti: non è il colesterolo, come si pensava in precedenza. È la riduzione della risposta immunitaria alle vaccinazioni. Il sistema immunitario dei bambini esposti a livelli elevati di PFAS reagisce meno efficacemente ai vaccini. Questo è il dato che cambia il senso della conversazione. ## **Il caso delle padelle antiaderenti: PTFE non è PFOA, ma la distinzione conta** Il rivestimento antiaderente più diffuso al mondo si chiama PTFE, politetrafluoroetilene. Lo conosci come Teflon, il nome commerciale brevettato da DuPont (il colosso chimico americano che ha dominato il mercato dei fluoropolimeri per decenni, e ha trascorso altrettanti anni a difenderne il modello nelle aule dei tribunali). È un fluoropolimero: una lunga catena molecolare con fluoro. Appartiene alla stessa famiglia chimica dei PFAS, ma si comporta in modo molto diverso dai composti mobili che contaminano falde acquifere e organismi viventi. In condizioni normali d’uso, non migra negli alimenti. Il problema storico non era il PTFE. Era un’altra sostanza usata durante la sua produzione: il **PFOA**, l’acido perfluoroottanoico. Non era un ingrediente del rivestimento finito. Era un coadiuvante industriale, una sostanza chimica che serviva a facilitare la lavorazione in fabbrica. Finita la produzione, restava. Nel rivestimento, nell’ambiente, nelle persone. Il PFOA è altamente mobile, si accumula nei tessuti viventi ed è tossico. Nel 2023 l’IARC, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, lo ha classificato nel Gruppo 1: cancerogeno certo per l’uomo. La Commissione europea lo aveva già vietato nel 2020. Le padelle prodotte dopo il 2013-2015 non dovrebbero contenere PFOA residuo. La domanda aperta, quella che nessuna etichetta risponde davvero, è: cosa hanno usato i produttori al suo posto? Molti hanno scelto altri composti della stessa famiglia PFAS, come il GenX e altri acidi fluorurati a catena più corta. Funzionano. Sul resto, la valutazione tossicologica completa non c’è ancora. «PFOA-free» è reale. Non è la stessa cosa di «PFAS-free». ## **Quando una padella diventa un problema: temperatura e stato del rivestimento** Una padella con rivestimento PTFE integro, usata a temperature moderate, è considerata sicura da EFSA, FDA e CNR italiano. Il polimero non migra nel cibo. Fin qui, buone notizie. Ci sono però due situazioni in cui il quadro cambia, ed entrambe sono più comuni di quanto si pensi. La prima è la temperatura. Sopra i 260 °C il PTFE inizia a degradarsi chimicamente. Oltre i 350 °C il rilascio di fumi tossici diventa un rischio concreto. Una padella dimenticata vuota sul fuoco vivo raggiunge queste temperature in pochi minuti. Non è uno scenario estremo. È una mattina di fretta. La seconda è il rivestimento danneggiato. Graffi profondi e scagliature liberano particelle solide del polimero. Il PTFE ingerito in quelle quantità non è considerato tossico in sé: sono frammenti inerti, non PFAS disciolti. Il problema è che una superficie compromessa espone il materiale sottostante, spesso alluminio, al contatto diretto con il cibo. E segnala che quella padella ha finito il suo lavoro. C’è poi la questione delle padelle vecchie. Prodotte prima del 2013, potrebbero avere tracce residue di PFOA nel rivestimento. Se ne hai ancora una in giro, è il momento giusto per salutarla. ## **Il problema reale: l’esposizione cumulativa** Il rischio principale dei PFAS non riguarda la frittata di ieri sera. Riguarda decenni di esposizione da fonti diverse che si sommano silenziosamente. I PFAS sono stati trovati nel sangue di oltre il 98% della popolazione statunitense, secondo il programma di sorveglianza NHANES. In Europa il programma HBM4EU ha rilevato valori preoccupanti in numerosi paesi, in diverse fasce d’età. Non è un problema americano. È un problema di chiunque sia nato dopo gli anni Cinquanta e abbia vissuto nel mondo industrializzato, cioè di quasi tutti. Questa esposizione non arriva da un’unica fonte. Arriva dall’acqua potabile, dagli imballaggi alimentari, dai tessuti trattati, dai prodotti industriali. E sì, anche dall’usura degli utensili da cucina. Non è il vettore principale. Ma è uno dei vettori, ed è quello su cui puoi agire direttamente. Nel febbraio 2023 le autorità di cinque paesi europei, Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia, hanno presentato all’ECHA la proposta di restrizione PFAS più ampia mai formulata in Europa: un possibile divieto per circa 10.000 sostanze della famiglia. Ad agosto 2025 la proposta è stata aggiornata dopo oltre 5.600 commenti scientifici. La decisione finale spetta alla Commissione europea. Questo è il contesto normativo in cui si inserisce anche il tuo set di padelle. Non è un dettaglio tecnico distante. È la cornice dentro cui ogni acquisto in cucina ha ormai un senso politico, oltre che pratico. ## **Come leggere un’etichetta senza farti fregare dal marketing** Il settore ha risposto alla crescente consapevolezza del pubblico con una serie di etichette che suonano rassicuranti. Alcune lo sono. Altre sono semplicemente obbligatorie per legge, vendute come se fossero un favore. «PFOA-free» significa che durante la produzione non è stato usato acido perfluoroottanoico. È un requisito legale in Europa dal 2020. Un produttore che lo scrive sull’etichetta non ti sta offrendo nulla in più rispetto all’obbligo minimo. È come scrivere «senza amianto» su un materiale edilizio: ovviamente, per forza. Se ti sembra una garanzia, è perché il marketing ha fatto il suo lavoro. ![Etichetta con scritta PFOA-free su imballaggio di padella antiaderente in vendita](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/03/etichetta-padella-pfoa-free-marketing-300x200.webp) «PFOA-free» è un obbligo di legge in Europa dal 2020, non un valore aggiunto. Non esclude altri PFAS. Leggere l’etichetta significa sapere cosa cercare davvero. «PTFE-free» significa che il rivestimento non contiene politetrafluoroetilene. Esclude i rivestimenti fluorurati classici, ma non garantisce l’assenza di altri PFAS: alcuni rivestimenti ceramici o minerali contengono composti la cui composizione chimica non è pubblica. Il produttore non è obbligato a dirtelo. E spesso non te lo dice. «PFAS-free» è la dicitura più ampia. Copre teoricamente tutta la famiglia. In pratica non esiste una certificazione europea standardizzata che la verifichi in modo indipendente: per essere credibile, richiede che il produttore pubblichi le schede tecniche dei componenti del rivestimento. Se non lo fa, quella scritta sulla confezione vale quanto la buona volontà di chi l’ha stampata. L’unica certificazione realmente vincolante per i materiali a contatto con gli alimenti è quella prevista dal Regolamento quadro CE 1935/2004: verifica che il materiale non ceda sostanze in quantità dannosa per la salute. Non è una certificazione specifica per i PFAS. È il requisito base che qualsiasi padella deve soddisfare per stare sugli scaffali europei. Non è un valore aggiunto: è il minimo sindacale. ## **Le alternative alle padelle antiaderenti fluorurate: cosa funziona davvero** Il mercato delle alternative è cresciuto molto negli ultimi anni, trascinato da una domanda crescente e da un marketing che ha capito prima dell’industria tradizionale quanto la parola «sicuro» valesse in etichetta. Vale la pena guardare i materiali uno per uno, senza entusiasmi e senza pregiudizi. ### **Ghisa e ferro** Sono le alternative più solide, su tutti i fronti. Nessun composto fluorurato, nessuna incertezza chimica, nessuna data di scadenza del rivestimento perché il rivestimento non c’è: la superficie si forma nel tempo attraverso la stagionatura, uno strato sottile di olio polimerizzato che migliora a ogni utilizzo. Una padella in ghisa trattata bene non si butta. Si eredita. Il rovescio è la gestione: stagionatura regolare con olio, asciugatura immediata dopo il lavaggio per evitare l’ossidazione, utensili non abrasivi. Non sono adatte a tutte le cotture, in particolare quelle più delicate che richiedono controllo preciso della temperatura. E pesano. Chi non è abituato le trova scomode. Ma chi ci prende la mano difficilmente torna indietro. ![Tre padelle a confronto su un piano cucina: ghisa, acciaio inossidabile e ceramica](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/03/alternative-padelle-ghisa-acciaio-ceramica-300x200.webp) Ghisa, acciaio inossidabile 18/10 e ceramica sono le alternative principali al PTFE. Differiscono per durata, tecnica di cottura richiesta e profilo chimico. Nessuna è universalmente superiore in tutti i contesti. ### **Acciaio inossidabile 18/10** Non è antiaderente per natura. Se lo usi come una padella antiaderente, il cibo si attacca e ti arrabbi. Se capisci come funziona, diventa uno degli strumenti più versatili che puoi avere in cucina. Il principio è semplice: preriscaldamento corretto, quantità adeguata di grasso, pazienza. L’acciaio inossidabile è chimicamente inerte, non rilascia nulla, si lava facilmente, dura praticamente all’infinito. Non ha rivestimento da proteggere, non ha scadenza, non ha istruzioni speciali. Ha solo una curva di apprendimento che l’antiaderente ti ha fatto dimenticare di dover fare. ### **Ceramica** È l’alternativa che il marketing ha adottato con più entusiasmo, e si capisce perché: «ceramica» evoca terracotta, tradizione, naturalezza. Priva di PTFE e PFOA, questo è un dato reale. Ma ha due limiti che le confezioni non mettono in primo piano. Il primo: si deteriora più rapidamente di qualsiasi altra alternativa. Le proprietà antiaderenti durano, nella migliore delle ipotesi, qualche anno con uso normale. Poi la padella diventa una padella normale, ma peggiore. Il secondo: alcuni produttori usano nei rivestimenti ceramici composti la cui composizione è proprietaria e non completamente divulgata. «Ceramica» descrive l’effetto estetico della superficie, non necessariamente la chimica di tutto ciò che c’è dentro. Considerala un’opzione intermedia, non definitiva. ### **Rivestimenti minerali: pietra, titanio, diamante** Sono rivestimenti compositi: particelle minerali combinate con materiali leganti. Alcuni contengono ancora PTFE in formulazione ridotta. La durabilità è variabile e dipende molto dal produttore. La dicitura commerciale è quasi sempre più evocativa che chimica. «Diamante» suona bene, comunica durezza e lusso, non dice nulla di preciso sulla composizione del rivestimento. Se un produttore non pubblica le schede tecniche, il nome sulla confezione è marketing, non informazione. ## **Quando è il momento di sostituire una padella antiaderente** Questa è la sezione che il marketing evita accuratamente. Perché una padella che dura vent’anni non alimenta un mercato da miliardi di euro, e una che dura tre sì. Una padella con rivestimento PTFE va sostituita quando la superficie mostra graffi profondi o incisioni visibili. Quando il rivestimento inizia a distaccarsi in scaglie. Quando la colorazione cambia in modo anomalo. Quando il fondo si deforma e perde il contatto uniforme con la piastra. O semplicemente quando ha più di cinque anni con uso quotidiano intenso. Non serve buttarla al primo graffio superficiale: la soglia è il deterioramento visibile, non la perfezione estetica. Ma quando ci sei, cambia senza rimpianti. Una padella decente in ghisa o in acciaio è un acquisto che non si ripete: si misura in decenni, non in stagioni. ## **Cosa fare adesso, concretamente** Non tutte le padelle antiaderenti sono pericolose. Questa è la premessa onesta, e vale la pena dirla chiaramente prima di tutto il resto. Il problema non è una padella PTFE usata correttamente. Le principali autorità regolatorie europee e americane concordano: non è questo l’anello critico dell’esposizione umana ai PFAS. Il problema è più grande, più diffuso e molto meno visibile: è la produzione industriale di decine di migliaia di prodotti con composti fluorurati che non si degradano. È l’accumulo che arriva dall’acqua, dagli imballaggi, dai tessuti, dall’aria. Le padelle sono uno dei vettori, non il principale. Detto questo, ci sono due cose che ha senso fare. La prima: usa le padelle antiaderenti come sono progettate per essere usate. Fiamma media, utensili in legno o silicone, niente preriscaldamento a vuoto, sostituzione quando il rivestimento è compromesso. Non richiede sforzo, riduce l’esposizione residua. La seconda: quando sostituisci una padella, considera le alternative. Non perché quella attuale sia necessariamente un problema, ma perché ghisa, ferro e acciaio inossidabile sono materiali senza incertezze chimiche, durano molto più a lungo e, nel corso di una vita, costano meno. È una scelta che si fa una volta sola. ***Il green si fa. Non si dice.*** ## FAQ ### Le padelle antiaderenti graffiate fanno male? Il PTFE in sé non è considerato tossico per ingestione nelle quantità che si staccano da graffi normali: si tratta di particelle solide inerti, non di sostanze chimiche che migrano nel cibo come farebbero i PFAS in forma disciolta. Il problema è che una superficie compromessa espone il materiale sottostante (spesso alluminio) al contatto diretto con il cibo, e segnala che il rivestimento ha esaurito la sua funzione protettiva. È il momento di sostituire la padella, non per un rischio immediato documentato, ma per precauzione e correttezza funzionale.### Le padelle PFOA-free sono sicure? «PFOA-free» è un requisito legale in Europa dal 2020, non una garanzia di sicurezza assoluta. Significa che quel composto specifico non è stato usato nella produzione. Non esclude altri PFAS, come il GenX o altri acidi fluorurati a catena corta, la cui valutazione tossicologica completa non è ancora disponibile. Per una garanzia più ampia, cerca la dicitura «PFAS-free» accompagnata da documentazione tecnica del produttore.### Le padelle in ceramica sono più sicure di quelle in Teflon? Non necessariamente. I rivestimenti ceramici sono privi di PTFE e PFOA, e questo è un vantaggio reale. Ma alcuni contengono composti la cui composizione non è sempre completamente divulgata, e si deteriorano più rapidamente. Una padella in ceramica di qualità, usata correttamente e sostituita quando perde le proprietà antiaderenti, è una scelta ragionevole. Non è automaticamente «sicura» solo perché non è Teflon.### Quando devo buttare una padella antiaderente? Quando il rivestimento mostra graffi profondi, distacchi visibili, scagliature o deformazione del fondo. Come riferimento temporale, una padella PTFE usata quotidianamente ha una vita utile di circa tre-cinque anni con uso normale. Le alternative in ghisa, ferro o acciaio inossidabile di qualità non hanno questo limite.### Qual è la padella più sicura dal punto di vista chimico? Dal punto di vista chimico, le opzioni con il minore profilo di incertezza sono ghisa, ferro e acciaio inossidabile 18/10. Non contengono composti fluorurati, sono inerti, durano decenni. Richiedono una tecnica di cottura leggermente diversa rispetto all’antiaderente, ma non è una curva di apprendimento impossibile.### I PFAS sono già nel mio sangue? Con alta probabilità sì, come per la maggior parte della popolazione adulta. L’esposizione ai PFAS è avvenuta negli ultimi decenni attraverso fonti multiple: acqua contaminata, imballaggi alimentari, prodotti industriali, abbigliamento impermeabile. L’EFSA ha concluso che parti della popolazione europea superano già la dose settimanale tollerabile fissata per i quattro PFAS principali. Ridurre le fonti di esposizione nella vita quotidiana ha senso in una logica cumulativa. ## Approfondimenti Eywa Eywa Divulgazione, 2025. Guida pratica per interpretare i dati PFAS pubblicati dai gestori idrici e capire se l’acqua del rubinetto nel proprio territorio presenta contaminazioni rilevanti. Eywa Divulgazione, 2025. Manuale civico per verificare qualità, controlli e parametri dell’acqua potabile in Italia, con indicazioni su come leggere i report dei gestori e i limiti normativi. Eywa Divulgazione, 2025. Analisi comparativa tra acqua del rubinetto e acqua in bottiglia, con focus sui controlli sanitari e sulle principali contaminazioni ambientali. Eywa Divulgazione, 2025. Stato delle conoscenze scientifiche su microplastiche e nanoplastiche, effetti sulla salute e iniziative regolatorie europee per ridurre l’esposizione. Eywa Divulgazione, 2025. Analisi delle principali fonti di inquinamento indoor e delle strategie pratiche per ridurre l’esposizione domestica a sostanze chimiche e particolato. ## Bibliografia essenziale EFSA CONTAM Panel, 2020. Opinione scientifica sulla presenza di PFAS negli alimenti e sulla dose settimanale tollerabile (TWI) fissata a 4,4 ng/kg di peso corporeo per PFOS, PFOA, PFNA e PFHxS. EFSA, 2025. Sezione tematica ufficiale dedicata ai PFAS con aggiornamenti scientifici, valutazioni del rischio e documenti tecnici sulle sostanze per- e polifluoroalchiliche. [https://food.ec.europa.eu/food-safety/chemical-safety/contaminants/catalogue/pfass\_en](https://food.ec.europa.eu/food-safety/chemical-safety/contaminants/catalogue/pfass_en) Commissione Europea, 2024. Scheda ufficiale sulla gestione dei PFAS nella sicurezza alimentare europea, con limiti nei prodotti alimentari e quadro regolatorio aggiornato. Parlamento Europeo e Consiglio, 2019. Regolamento (UE) 2019/1021 sugli inquinanti organici persistenti (POP), che include il divieto di produzione e utilizzo del PFOA nell’Unione Europea dal 2020. Parlamento Europeo e Consiglio, 2004. Regolamento quadro sui materiali e oggetti destinati a venire a contatto con gli alimenti, base normativa per utensili da cucina e imballaggi alimentari nell’UE. European Chemicals Agency (ECHA), 2024. Documentazione sulla proposta di restrizione europea per circa 10.000 sostanze PFAS nell’ambito del regolamento REACH e stato della valutazione scientifica. **Categorie:** Articoli, Scienza --- ### [Diritto alla riparazione: guida pratica alla direttiva UE 2024/1799 e come usarla in Italia](https://eywadivulgazione.it/diritto-alla-riparazione-italia-2026/) **Published:** Marzo 13, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **Il modello che si rompe (e non è il tuo smartphone)** Conosci già questa storia. Il telefono si crepa, la lavatrice perde acqua, il tablet smette di caricare. Chiedi quanto costa riparare. Il preventivo arriva: trecentocinquanta euro. Il modello nuovo costa quattrocentocinquanta. Compri quello nuovo. Il vecchio finisce in un cassetto, poi in un sacco, poi chissà dove. Non è un incidente: è un modello industriale. I produttori progettano i dispositivi per rendere la riparazione scomoda, lenta o antieconomica, perché ogni ciclo di sostituzione è una vendita in più. Il risultato si vede nei numeri. In Europa si producono circa 16 chilogrammi di rifiuti elettronici pro capite l’anno, e la tendenza cresce. Nel 2022, secondo il *Global E-Waste Monitor* delle Nazioni Unite, nel mondo si sono generate oltre 62 milioni di tonnellate di apparecchi elettronici a fine vita. Meno di un quarto è stato raccolto e smaltito correttamente. ![Cumulo di rifiuti elettronici con smartphone, computer e circuiti elettronici](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/03/rifiuti-elettronici-raee-smartphone-computer-discarica-300x200.webp)Ogni anno nel mondo vengono prodotti milioni di tonnellate di rifiuti elettronici.In Italia la situazione non è migliore. Nel 2025 il consorzio Erion WEEE ha gestito oltre 244.000 tonnellate di rifiuti elettronici domestici: un record assoluto, ma che ci porta a circa 6 chilogrammi pro capite, ancora molto sotto la media europea. Il problema non è che non produciamo abbastanza rifiuti elettronici: è che non li raccogliamo. Restano nei cassetti, negli scantinati, nell’indifferenziata. Rame, terre rare, alluminio, litio: materiali preziosi che l’Italia lascia marcire o vende all’estero perché non ha abbastanza impianti per recuperarli. Su Eywa abbiamo già raccontato il lato del pre-acquisto: nel [dossier sulla tecnologia ricondizionata](https://eywadivulgazione.it/la-via-sostenibile-della-tecnologia-ricondizionata/) e nell’articolo sull’[etichetta energetica obbligatoria per smartphone e tablet](https://eywadivulgazione.it/dal-20-giugno-2025-gli-smartphone-hanno-unetichetta-energetica-obbligatoria-come-i-frigoriferi-come-le-lavatrici-classe-a-g-dati-sulla-batteria-classe-di-riparabilita-tutto-scritto-tutto-conf/) (in vigore dal 20 giugno 2025), dove spieghiamo come leggere la classe di riparabilità, cosa significano i dati sulla batteria e perché una classe alta non garantisce da sola che riparare sia conveniente. Questo articolo fa il passo successivo: non come scegliere meglio prima di comprare, ma come difenderti dopo, quando il prodotto si guasta e qualcuno ti dice che conviene buttarlo. ## **La direttiva UE 2024/1799 sul diritto alla riparazione: cosa dice** Il 13 giugno 2024 il Parlamento europeo e il Consiglio hanno approvato la [direttiva (UE) 2024/1799](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32024L1799), pubblicata nella Gazzetta Ufficiale il 10 luglio 2024 ed entrata in vigore il 30 luglio dello stesso anno. Gli Stati membri, Italia compresa, devono recepirla entro il **31 luglio 2026**. Da quella data le nuove regole si applicano a tutti i contratti di vendita conclusi successivamente. Il principio di fondo è semplice: riparare deve costare meno che buttare e ricomprare. Per arrivarci, la direttiva agisce su tre punti concreti. **Primo: obbligo di riparazione fuori garanzia.** I produttori devono riparare i loro prodotti anche dopo che la garanzia legale di due anni è scaduta. Non possono rifiutarsi. Non possono fissare prezzi irragionevoli. Non possono impedire a un riparatore indipendente di usare ricambi originali, di seconda mano, compatibili o stampati in 3D, purché sicuri. **Secondo: trasparenza su costi e tempi.** Prima di dare il via alla riparazione, hai diritto a un documento scritto, il «modulo europeo di informazioni sulla riparazione», con: cos’ha il prodotto, cosa faranno, quanto costerà al massimo, quando te lo restituiranno. Il termine è trenta giorni. Se ci vuole di più, il produttore deve darti un prodotto sostitutivo nel frattempo. **Terzo: una piattaforma europea per trovare i riparatori.** Entro il 31 luglio 2027 dovrà essere attiva una piattaforma online, con sezioni per ogni paese, dove cercare riparatori nella tua zona, venditori di ricondizionato, repair café e chi compra apparecchi difettosi per rimetterli in uso. ## **Quali prodotti sono coperti dal diritto alla riparazione** Attenzione: il diritto alla riparazione non vale per qualsiasi prodotto. Vale solo per quelli che hanno già requisiti europei di riparabilità, fissati dai regolamenti Ecodesign dell’Unione europea. Al momento dell’entrata in vigore, la lista comprende: lavatrici e lavasciuga, lavastoviglie, frigoriferi e apparecchi di refrigerazione, televisori e display elettronici, smartphone, tablet, telefoni cellulari anche non smartphone, telefoni cordless, aspirapolvere, asciugatrici, attrezzature per saldatura, server e sistemi di archiviazione dati. L’elenco può crescere: quando l’Europa fissa requisiti Ecodesign per nuove categorie, anche quelle entrano nel perimetro. Non è una lista chiusa. Vale la pena capire la differenza con la garanzia ordinaria. La garanzia legale copre i difetti di fabbricazione, cioè i casi in cui il prodotto non funziona come dovrebbe, per due anni dalla consegna. Il diritto alla riparazione va oltre: copre anche i guasti successivi, quelli che arrivano dall’uso normale nel tempo, purché il prodotto sia tecnicamente riparabile secondo gli standard europei. ## **Il bonus garanzia: 12 mesi in più se scegli la riparazione** È uno dei punti più utili della direttiva sul diritto alla riparazione, e uno dei meno conosciuti. Se il tuo prodotto è ancora in garanzia e si rompe, hai due strade: chiedere la sostituzione oppure chiedere la riparazione. Se scegli la riparazione, la garanzia legale **si prolunga automaticamente di 12 mesi** dalla data in cui il prodotto ti viene restituito. La proroga vale una volta sola, ma è un vantaggio reale: esci dalla riparazione con più copertura di quanta ne avevi prima. Il venditore avrà l’obbligo di informarti di questa opzione. Se non lo fa, ora sai che il diritto esiste e puoi farlo valere tu. ## **Lo stato del recepimento in Italia** Il 22 luglio 2025 il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge per recepire la direttiva, inserendolo nella legge di delegazione europea. Il DDL deve passare in Parlamento, poi serviranno i decreti attuativi. La scadenza è il 31 luglio 2026. Ci sono però tre questioni aperte. La prima: cosa significa esattamente «prezzo ragionevole»? La direttiva lo richiede ma non lo definisce in cifre. Senza un parametro preciso, i produttori possono fissare prezzi formalmente accettabili ma nella pratica dissuasivi. La seconda: quali incentivi? Ogni Stato deve adottare almeno una misura per spingere le persone a riparare invece di buttare, ma la direttiva non dice quale. A Vienna esiste già un rimborso statale fino a 200 euro per la riparazione di dispositivi elettronici. In Italia, per ora, non c’è nulla di simile. La terza: come funzionerà per i riparatori indipendenti? In Italia ci sono circa 316.000 imprese e 904.000 occupati nel settore della riparazione, secondo Confartigianato; senza accesso garantito a manuali tecnici e ricambi a prezzi equi, questa rete resta tagliata fuori dal mercato del diritto alla riparazione. Vale la pena dirlo chiaramente: che l’iter sia partito è un buon segnale, ma non basta. La qualità del recepimento farà tutta la differenza tra una legge che funziona e una che rimane sulla carta. ## **Come far valere il diritto alla riparazione: la sequenza operativa** Questi passaggi valgono per i prodotti venduti dopo il 31 luglio 2026. **Verifica che il tuo prodotto rientri nell’elenco.** Lavatrici, smartphone, frigoriferi, tablet, aspirapolvere: se rientra in una di queste categorie, sei coperto dal diritto alla riparazione. Fotografa il difetto, scrivi una descrizione e tieni lo scontrino o la fattura. **Scrivi al produttore o al venditore.** Email o PEC: indica il prodotto, il difetto, la data di acquisto. Se il prodotto è ancora in garanzia, chiedi esplicitamente la riparazione e l’estensione di 12 mesi. Se la garanzia è scaduta, cita il diritto alla riparazione ai sensi della direttiva (UE) 2024/1799 come recepita nell’ordinamento italiano. **Chiedi il modulo europeo di informazioni.** Produttore o riparatore devono consegnarti un documento scritto con: cos’ha il prodotto, cosa intendono fare, quanto costerà al massimo, quando te lo restituiranno. Se non lo forniscono, hai già un elemento concreto da contestare. **Valuta il preventivo con occhio critico.** Il prezzo deve essere ragionevole. Se ti sembra sproporzionato, chiedi una motivazione scritta. Puoi confrontare con il preventivo di un riparatore indipendente: la direttiva garantisce esplicitamente il loro diritto a operare con ricambi originali, compatibili o di seconda mano. **Se ti oppongono un rifiuto, agisci.** Manda un reclamo scritto per raccomandata o PEC, descrivendo cosa è successo. Poi segnala il caso all’[Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM)](https://consumer.ec.europa.eu) o al Centro Europeo Consumatori Italia. Se il danno economico lo giustifica, rivolgiti a un’associazione dei consumatori. ## **Dove riparare: centri autorizzati, riparatori indipendenti, repair café** La direttiva sul diritto alla riparazione non ti obbliga ad andare solo dal centro assistenza ufficiale. Al contrario: uno degli obiettivi espliciti è aprire il mercato ai laboratori indipendenti, garantendo loro l’accesso a ricambi, strumenti e manuali tecnici. Il riparatore sotto casa, se qualificato, ha gli stessi diritti di un centro assistenza ufficiale. Esistono anche i repair café: spazi aperti al pubblico dove volontari aiutano a riparare oggetti, senza costi o con contributi minimi. La [Repair Café Foundation](https://repaircafe.org) coordina una rete con oltre 3.000 sedi attive nel mondo. In Italia le iniziative sono ancora poche, ma la piattaforma europea prevista dalla direttiva (operativa dal 2027) renderà più facile trovarle. Le opzioni già attive oggi: centri assistenza autorizzati, laboratori indipendenti di riparazione elettronica, piattaforme come [iFixit](https://www.ifixit.com) (ricambi e guide gratuite passo-passo) e mercati di pezzi di seconda mano certificati. ![Tecnico che ripara un laptop aperto in un laboratorio di riparazione elettronica](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/03/laboratorio-riparazione-elettronica-tecnico-laptop-300x200.webp)La direttiva europea tutela anche i riparatori indipendenti.## **Quando il prodotto non è più riparabile: cosa fare con i RAEE** Non tutto si ripara, e la direttiva non lo nega. Quando un dispositivo è davvero arrivato a fine vita, diventa un RAEE, cioè un Rifiuto di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche. Anche qui ci sono diritti che quasi nessuno conosce. **Il ritiro «uno contro uno».** Compri un elettrodomestico nuovo? Il negozio ha l’obbligo di ritirare quello vecchio gratuitamente. Vale per lavatrici, televisori, frigoriferi e tutti gli elettrodomestici. Non è una cortesia: è un obbligo di legge. Molti punti vendita non lo fanno o non lo dicono. Se ti rifiutano il ritiro, chiedi che mettano il rifiuto per iscritto. **Il ritiro «uno contro zero».** I negozi di elettronica con più di 400 metri quadrati di superficie devono ritirare gratuitamente i piccoli apparecchi (dimensione esterna inferiore a 25 centimetri) anche se non acquisti nulla di equivalente. Vecchio caricatore, phon rotto, cellulare dismesso: devono accettarli. Le alternative sono le isole ecologiche comunali, la cui localizzazione è disponibile sul sito del [Centro di Coordinamento RAEE](https://www.cdcraee.it), e i servizi di ritiro a domicilio organizzati da alcuni Comuni per quantità maggiori. ![Centro di raccolta RAEE con elettrodomestici e rifiuti elettronici destinati al riciclo](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/03/centro-raccolta-raee-elettrodomestici-riciclo-300x200.webp)I centri RAEE raccolgono elettrodomestici e dispositivi elettronici per il recupero dei materiali.Dai rifiuti elettronici correttamente trattati si recuperano materiali preziosi. Nel 2025, dalle 244.000 tonnellate gestite da Erion WEEE sono state ricavate oltre 215.000 tonnellate di materie prime: 130.000 di ferro, 5.600 di alluminio, 6.000 di rame, quasi 31.000 di plastica. Tasso di riciclo: 88%. Ogni apparecchio conferito correttamente non è solo un rifiuto in meno; è una miniera in più. ## **Perché molti produttori resistono ancora** Il motivo è strutturale: il modello di business dell’elettronica di consumo si basa sul ciclo di sostituzione. Ogni volta che butti e ricompri, il produttore incassa. Ogni riparazione riuscita è una vendita che non avviene. La resistenza si manifesta su tre fronti. Il design: dispositivi progettati con componenti incollati, batterie non sostituibili, sistemi che bloccano i ricambi non originali. I prezzi: ricambi venduti a cifre che rendono la sostituzione più conveniente. Secondo le associazioni di categoria europee, cambiare lo schermo di uno smartphone può costare fino all’80% del prezzo del dispositivo nuovo. L’accesso: manuali tecnici e strumenti diagnostici disponibili solo ai centri autorizzati, i riparatori indipendenti esclusi di fatto. Nell’[articolo Eywa sull’etichetta energetica](https://eywadivulgazione.it/dal-20-giugno-2025-gli-smartphone-hanno-unetichetta-energetica-obbligatoria-come-i-frigoriferi-come-le-lavatrici-classe-a-g-dati-sulla-batteria-classe-di-riparabilita-tutto-scritto-tutto-conf/) abbiamo già raccontato come questi tre meccanismi creino un divario tra la classe di riparabilità dichiarata e la riparazione realmente praticabile: la direttiva 2024/1799 interviene sullo stesso problema, ma dal lato del diritto post-acquisto. La direttiva non risolve tutto, e non lo farà domani. Ma cambia il quadro legale in modo strutturale: per la prima volta, il diritto alla riparazione è scritto in una norma vincolante europea, non in una dichiarazione di buone intenzioni. ## **Cosa puoi fare adesso** La direttiva si applica ai prodotti venduti dopo il 31 luglio 2026. Ma non devi aspettare: cambiare qualche abitudine oggi costa poco e vale molto. **Prima di comprare**, controlla la classe di riparabilità. Dal 20 giugno 2025, smartphone e tablet venduti in Europa hanno un’etichetta energetica obbligatoria con classe di riparabilità da A a E. Nell’[articolo Eywa dedicato all’etichetta](https://eywadivulgazione.it/dal-20-giugno-2025-gli-smartphone-hanno-unetichetta-energetica-obbligatoria-come-i-frigoriferi-come-le-lavatrici-classe-a-g-dati-sulla-batteria-classe-di-riparabilita-tutto-scritto-tutto-conf/) spieghiamo come leggerla e perché una classe alta sulla carta non garantisce che la riparazione sia poi accessibile nella pratica. Il punto di partenza: premia i produttori che rendono disponibili i ricambi e pubblica una classe alta. **Prima di buttare**, chiedi almeno due preventivi: uno da un centro autorizzato, uno da un laboratorio indipendente. Se il prodotto è ancora in garanzia, scegliere la riparazione ti dà 12 mesi di copertura in più. **Se butti**, fallo nel modo giusto. Non nell’indifferenziata: quel vecchio apparecchio contiene materiali recuperabili. Usa il ritiro uno contro uno, porta i piccoli apparecchi al negozio di elettronica più vicino con il ritiro uno contro zero, o cerca l’isola ecologica sul sito del [Centro di Coordinamento RAEE](https://www.cdcraee.it). Il ricondizionato resta una scelta intelligente. Nel [dossier dedicato su Eywa](https://eywadivulgazione.it/la-via-sostenibile-della-tecnologia-ricondizionata/) spieghiamo cosa distingue davvero un dispositivo ricondizionato da uno semplicemente usato riverniciato, quali certificazioni cercare e quali piattaforme sono affidabili. ## **Eywa dice** Il diritto alla riparazione non è una concessione. È la correzione di un sistema che per decenni ha scaricato su consumatori e ambiente i costi di un modello produttivo progettato per fare durare le cose il meno possibile. La direttiva (UE) 2024/1799 non risolve tutto: il recepimento italiano è ancora in corso, i nodi su prezzi e incentivi sono aperti, nessuno può garantire che il risultato sarà all’altezza delle premesse. Ma il quadro legale è cambiato. E quando cambia il quadro legale, cambia anche lo spazio d’azione di chi compra. Sapere che il produttore è obbligato a riparare, che il prezzo deve essere ragionevole, che i riparatori indipendenti hanno diritto di lavorare, che la garanzia si allunga se scegli la riparazione: non sono informazioni di contorno. Sono strumenti. Usali. ## **Domande frequenti sul diritto alla riparazione** **Dal 2026 i produttori sono obbligati a riparare qualsiasi prodotto?** No. L’obbligo di riparazione vale solo per i prodotti che hanno già requisiti europei di riparabilità definiti dai regolamenti Ecodesign: lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie, televisori, smartphone, tablet, aspirapolvere, asciugatrici e altri. L’elenco potrà ampliarsi nel tempo man mano che nuovi regolamenti Ecodesign entreranno in vigore. **Cosa succede se il produttore rifiuta di riparare o chiede un prezzo eccessivo?** Puoi inviare un reclamo scritto al produttore per raccomandata o PEC, descrivendo il rifiuto. Poi segnalare il caso all’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) o al Centro Europeo Consumatori Italia. Se il danno economico è rilevante, può valere l’assistenza di un’associazione dei consumatori. **Il diritto alla riparazione vale anche per prodotti già in mio possesso o solo per i nuovi acquisti?** La direttiva (UE) 2024/1799 si applica ai contratti di vendita conclusi dopo il 31 luglio 2026. Per i prodotti acquistati prima di quella data, le nuove regole non si applicano retroattivamente. Rimangono però in vigore i diritti già esistenti: garanzia legale di due anni, diritto a richiedere la riparazione in garanzia, obblighi di ritiro RAEE. **Posso fare riparare il mio smartphone o la lavatrice da un tecnico indipendente senza perdere i miei diritti?** Sì. La direttiva garantisce esplicitamente il diritto dei riparatori indipendenti a operare con ricambi originali, compatibili o di seconda mano, purché conformi ai requisiti di sicurezza. Rivolgersi a un laboratorio indipendente non fa perdere il diritto alla riparazione né il diritto di rivalersi sul produttore. **Se scelgo la riparazione durante la garanzia, quanto dura la garanzia dopo?** Se il prodotto è ancora in garanzia legale e scegli la riparazione invece della sostituzione, la garanzia si estende automaticamente di 12 mesi dalla data di restituzione del prodotto riparato. Questa proroga si applica una sola volta. ## **Approfondimenti Eywa** Eywa Divulgazione, 2026. La classe di riparabilità sull’etichetta energetica obbligatoria per smartphone e tablet (in vigore dal 20 giugno 2025): come leggerla, cosa significano le classi da A a E, e perché una classe alta non garantisce che la riparazione sia conveniente nella pratica. Complementare a questo articolo sul versante pre-acquisto. Eywa Divulgazione, 2025. La via sostenibile della tecnologia ricondizionata: cosa distingue un dispositivo davvero ricondizionato da uno semplicemente usato, quali certificazioni cercare, quali piattaforme sono affidabili. Rilevante per chi valuta il ricondizionato come alternativa alla sostituzione dopo un guasto. ## **Bibliografia essenziale** Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea, 2024. Direttiva (UE) 2024/1799 del 13 giugno 2024 relativa a norme comuni che promuovono la riparazione dei beni. Testo legislativo integrale su cui si fonda l’intero articolo: obblighi di riparazione fuori garanzia, modulo europeo di informazioni, estensione della garanzia, piattaforma dei riparatori. Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea, 2019. Direttiva (UE) 2019/771 relativa a determinati aspetti dei contratti di vendita di beni. Quadro normativo della garanzia legale di conformità (due anni dalla consegna) su cui si innesta il diritto alla riparazione della direttiva 2024/1799. [https://commission.europa.eu/law/law-topic/consumer-protection-law/consumer-contract-law/right-repair\_en](https://commission.europa.eu/law/law-topic/consumer-protection-law/consumer-contract-law/right-repair_en) Commissione europea, 2024. Right to repair: pagina istituzionale con documenti correlati, FAQ e stato di attuazione nei singoli Stati membri. Utile per monitorare l’avanzamento del recepimento italiano. Nazioni Unite (UNU/UNITAR), 2024. Global E-Waste Monitor: dati globali sulla produzione e gestione dei rifiuti elettronici. Fonte per il dato delle 62 milioni di tonnellate di RAEE prodotte nel 2022 e il tasso di raccolta inferiore al 25%. Erion WEEE, 2026. Risultati operativi 2025: fonte per i dati italiani sulle 244.000 tonnellate di RAEE gestite, il tasso di riciclo all’ 88% e il recupero di materie prime seconde (ferro, alluminio, rame, plastica). Right to Repair Europe, 2024. Coalizione europea per il diritto alla riparazione: dati sul costo dei ricambi (schermo smartphone fino all’ 80% del prezzo del nuovo), monitoraggio delle politiche nazionali e degli incentivi esistenti (incluso il modello viennese). **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Il bosco invisibile: Bressanone e Cortina, cosa sparisce davvero quando abbattono un bosco](https://eywadivulgazione.it/bosco-invisibile-abbattimento-bressanone-cortina/) **Published:** Marzo 11, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## L’alba del 6 marzo Nelle prime ore del mattino del 6 marzo 2026, le ruspe sono entrate nel bosco golenale lungo il fiume Isarco, sopra Bressanone (con «golenale» si intende la golena, cioè la fascia pianeggiante tra le sponde di un fiume soggetta a inondazioni periodiche: un terreno che si allaga, si deposita, si rinnova). In poche ore era finita. Alberi fino a quaranta metri di altezza, tronchi con circonferenza fino a quattro metri e mezzo, molti esemplari vicini al secolo di vita: abbattuti prima che la città si svegliasse. Era l’ultimo grande bosco ripariale rimasto nella Valle Isarco («ripariale» deriva dal latino *ripa*, riva: indica gli ecosistemi forestali che crescono lungo i corsi d’acqua; sono tra i più rari e frammentati d’Europa proprio perché insistono sulle stesse pianure alluvionali che l’uomo ha trasformato per prime, da sempre). Doveva fare posto a capannoni industriali e parcheggi per uno stabilimento di stampanti 3D per calcestruzzo. La Commissione provinciale di Bolzano, nel valutare il piano urbanistico, aveva riconosciuto esplicitamente il valore naturalistico dell’area. Poi aveva dato il via libera lo stesso. E qui sta il nodo. Non solo l’indignazione per gli alberi tagliati, che è comprensibile ma non basta. Il punto è capire cosa sparisce davvero quando un bosco viene rimosso, e perché la compensazione prevista nei progetti racconta quasi sempre solo metà della storia. ## Un bosco non è un insieme di alberi Il malinteso più diffuso è questo: pensare che un bosco sia una collezione di alberi e che, di conseguenza, piantarne nuovi equivalga a ricostituirlo. Non funziona così. Un ecosistema forestale maturo è una struttura stratificata che include la chioma, il sottobosco, il sistema radicale, le interazioni tra le radici e i funghi micorrizici, e soprattutto il suolo. Questi elementi non coesistono casualmente: si sostengono a vicenda attraverso relazioni biologiche che richiedono decenni, a volte secoli, per consolidarsi. Quando diciamo «bosco», intendiamo tutto questo insieme, non solo la parte visibile. Nel caso di Bressanone, il bosco ripariale lungo l’Isarco aveva caratteristiche particolari. I boschi golenali, che crescono nelle pianure alluvionali lungo i fiumi, sono tra gli ecosistemi più rari e frammentati d’Europa. Secondo il censimento faunistico citato dalla Federazione ambientalisti dell’Alto Adige, nell’area erano state documentate 64 specie di uccelli, di cui 29 nidificanti, tra cui colonie di airone cenerino e il picchio rosso minore, oltre a 7 specie di pipistrelli e 3 specie di rettili protette. Non era un bosco qualsiasi: era un sito riproduttivo stabile. Tra le specie documentate figurano passeriformi che avviano la nidificazione già a marzo, e il merlo che può iniziare le covate dalla prima metà di marzo in condizioni favorevoli. I dati sulla distribuzione dei boschi ripariali in Europa sono consultabili nel [programma Copernicus dell’EEA](https://www.eea.europa.eu/data-and-maps/data/copernicus-land-monitoring-service-riparian-zones). ## Il mondo sotto i nostri piedi Ciò che scompare per primo quando arriva la ruspa non è la chioma. È il suolo. ![Sezione trasversale di suolo forestale maturo con strati di humus, radici e substrato minerale: la biodiversità invisibile che scompare con il cantiere](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/03/suolo-forestale-microbioma-strati-humus-300x200.webp)Il suolo forestale non è terra: è un sistema stratificato con miliardi di organismi per grammo.Il suolo forestale è una rete vivente. In un metro cubo di terreno forestale maturo si trovano miliardi di batteri, centinaia di metri di ife fungine, migliaia di nematodi, artropodi del suolo e invertebrati di ogni tipo. Studi sulla biodiversità del suolo forestale documentano densità microbiche superiori al miliardo di batteri per grammo di suolo e reti micorriziche che si estendono per centinaia di metri per metro quadrato di terreno ([FAO, State of Knowledge of Soil Biodiversity, 2020](https://doi.org/10.4060/cb1928en)). Questa rete biologica non è un accessorio del bosco: è la sua infrastruttura portante. I funghi micorrizici formano connessioni simbiotiche con le radici degli alberi, trasportando acqua e nutrienti in cambio di carboidrati. Senza questa rete, un giovane albero piantato in un terreno degradato cresce molto più lentamente, o non cresce affatto. Eywa ha dedicato un dossier specifico a questo meccanismo: [«Tutto è connesso: il microbioma del suolo e la rete segreta che sostiene la vita»](https://eywadivulgazione.it/tutto-e-connesso-il-microbioma-del-suolo-e-la-rete-segreta-che-sostiene-la-vita/). La formazione del suolo forestale avviene a ritmi biologici: pochi millimetri di humus per decennio, in condizioni favorevoli. Uno strato di suolo forestale strutturato, con la sua biodiversità microbica intatta, richiede generazioni per formarsi. Non è una risorsa rinnovabile su scala umana. ## Quando arriva il cantiere Il passaggio delle macchine da cantiere compatta il suolo, distrugge la struttura dei pori attraverso cui circolano aria e acqua, seppellisce o rimuove gli orizzonti organici superficiali e interrompe le reti microbiche. Studi pedologici mostrano che il passaggio ripetuto di macchine pesanti può ridurre la porosità del suolo forestale fino al 50%, con effetti che persistono per decenni e che si estendono oltre i cinquanta centimetri di profondità. Non è un danno temporaneo: è una trasformazione strutturale che dura molto oltre il termine del cantiere stesso. In un bosco ripariale come quello di Bressanone, la situazione è ulteriormente aggravata dalla funzione idrogeologica che questi ecosistemi svolgono. I boschi golenali regolano il flusso idrico, filtrano l’acqua prima che raggiunga la falda, stabilizzano le sponde fluviali e attenuano le piene. Queste funzioni non dipendono solo dalla presenza degli alberi, ma dall’integrità del sistema suolo-radici-vegetazione nella sua interezza. ## La promessa della compensazione Torniamo a Bressanone. Cosa prevede il progetto in termini di compensazione? La risposta ufficiale è: la rinaturalizzazione di circa 17.000 metri quadrati di terreni agricoli in prossimità del biotopo Millander Au. Vale la pena dirlo chiaramente: terreno agricolo rinaturalizzato non equivale a bosco ripariale maturo. Non nei tempi, non nella struttura biologica, non nelle funzioni ecologiche. La rinaturalizzazione di un campo crea potenzialmente, nel corso di decenni, un’area naturalizzata. Non ricrea il suolo forestale che esisteva. Non ricrea la rete microbica. Non ricrea le relazioni tra le specie che si erano consolidate nel corso di un secolo. Il meccanismo amministrativo della compensazione forestale nasce da un’intenzione legittima: non lasciare che le trasformazioni del territorio avvengano senza un corrispettivo ecologico. Il [D.Lgs. 34/2018](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2018-04-03;34) (Testo Unico in materia di foreste) e la [Legge 10/2013](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2013-01-14;10) stabiliscono criteri per gli interventi compensativi conseguenti alla trasformazione del bosco. Ma nella pratica il meccanismo si è trasformato spesso in qualcosa di diverso. Il danno ambientale diventa una voce contabile: si distrugge un ecosistema maturo e si compensa con la promessa di un ecosistema futuro che forse esisterà tra cinquant’anni, in un sito diverso, con caratteristiche ecologiche diverse. In molti casi la compensazione non è progettata per ricostruire l’ecosistema perduto. È progettata per rendere autorizzabile la sua distruzione. ## Cortina, dieci mesi prima ![Area del Ronco a Cortina d'Ampezzo dopo l'abbattimento di 825 larici per la costruzione della pista da bob olimpica Eugenio Monti](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/03/cortina-ronco-pista-bob-alberi-abbattuti-larice-300x200.webp)L’area del Ronco sopra Cortina d’Ampezzo dopo l’abbattimento di 825 alberi, prevalentemente larici maturi, per la pista da bob olimpica.A febbraio 2024, nell’area del Ronco sopra Cortina d’Ampezzo, [venivano abbattuti 825 alberi](https://eywadivulgazione.it/abbattimento-alberi-cortina-olimpiadi-2026/), prevalentemente larici maturi, per fare posto alla pista da bob olimpica «Eugenio Monti». I documenti in possesso di Eywa mostrano una discrepanza rilevante tra i 2.200 metri cubi indicati nel contratto d’appalto e gli 830 metri cubi dichiarati pubblicamente. A inizio 2026, nessun rimboschimento compensativo risultava documentato. Nell’area abbattuta, come confermato dalla perizia tecnica del febbraio 2025, i danni strutturali superavano il milione di euro. Eywa ha ricostruito l’intera vicenda nel dossier dedicato: [«Abbattimento alberi a Cortina per le Olimpiadi 2026»](https://eywadivulgazione.it/abbattimento-alberi-cortina-olimpiadi-2026/). Il committente era pubblico: Fondazione Milano Cortina 2026, con SIMICO come soggetto attuatore. A Bressanone il committente è privato: Progress Holding AG. Ecosistemi diversi, alpino contro ripariale. Finalità diverse, infrastruttura sportiva contro insediamento industriale. Iter autorizzativi diversi. ## Stessa velocità di distruzione. Stessa compensazione che non compensa. Questo è il pattern che emerge quando si smette di guardare i casi uno per uno e si inizia a guardare il meccanismo che li produce. Non si tratta di valutare se ogni singolo progetto fosse necessario o meno. Si tratta di capire che il sistema autorizzativo attuale è strutturato in modo da rendere la compensazione ecologica uno strumento di legittimazione preventiva, più che uno strumento di tutela reale. Sul tema delle compensazioni forestali e di ciò che davvero serve per ricostruire un ecosistema, Eywa ha approfondito il caso della riforestazione in Giappone: [«Il Giappone e la riforestazione che funziona davvero»](https://eywadivulgazione.it/il-giappone-e-la-riforestazione-che-funziona-davvero-e-perche-piantare-alberi-a-caso-e-solo-marketing/). ## La domanda che non compare quasi mai nei progetti Nei documenti progettuali la domanda che si trova sempre è: «quanti alberi verranno piantati in compensazione?» La domanda che non si trova quasi mai è: «quanto tempo servirà per ricreare l’ecosistema perduto, e in quale sito, con quale biodiversità, con quale suolo?» E c’è un ultimo aspetto importante, nel caso di Bressanone, che merita di essere citato con la precisione che richiede. Secondo la Federazione ambientalisti dell’Alto Adige, il disboscamento sarebbe avvenuto mentre erano ancora aperti i termini di ricorso contro i provvedimenti autorizzativi e durante il periodo di protezione della nidificazione di diverse specie presenti nel sito. La circostanza non è stata finora accertata in sede amministrativa. Ma i dati biologici di base sono verificati: le 29 specie nidificanti documentate nel sito, e la data del 6 marzo che coincide con l’inizio della stagione riproduttiva per molte di esse, sono fatti. Le eventuali violazioni normative sono una questione aperta. Eywa ha dedicato una guida pratica su come segnalare correttamente i danni al verde e agli ecosistemi: [«Segnalare danni al verde urbano: guida pratica»](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-verde-urbano-guida-pratica/). ## Un bosco non si costruisce: si eredita L’ultimo grande bosco golenale della Valle Isarco non esiste più. Non è una questione di paesaggio. È una questione di infrastruttura ecologica: un sistema di regolazione idrica, di habitat riproduttivo, di reti biologiche del suolo che aveva impiegato decenni a costruirsi e che è stato rimosso in poche ore. La differenza tra Cortina e Bressanone non è nei committenti, né nelle finalità, né nella procedura. La differenza è che a Cortina il bosco abbattuto era un bosco alpino, a Bressanone era ripariale. Ecosistemi diversi, tempi di ricostruzione ugualmente incompatibili con qualsiasi orizzonte progettuale umano. Proteggere un bosco significa evitare l’abbattimento, non promettere di ricostruirlo altrove, in futuro, con parametri diversi. Quando il suolo viene rimosso, la promessa non riguarda più il bosco che c’era. Riguarda qualcosa di completamente diverso, che potrebbe esistere tra mezzo secolo. Sapere questa differenza è il primo strumento che abbiamo per leggere i prossimi progetti prima che le ruspe arrivino all’alba. Quando un progetto promette di «ricostruire la natura», la prima domanda da fare è sempre la stessa: quanto tempo servirà davvero per ricreare ciò che si sta distruggendo oggi? ## Domande frequenti ![Confronto tra il caso Bressanone 2026 e il caso Cortina 2024: due ecosistemi diversi, stesso meccanismo di compensazione ecologica insufficiente](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/03/infografica-confronto-bressanone-cortina-bosco-compensazione-300x200.webp)Due boschi, due cantieri, un meccanismo: il confronto tra il bosco ripariale di Bressanone lungo l’Isarco e il bosco alpino interessato dalla pista da bob olimpica di Cortina. Elaborazione Eywa Divulgazione.**Cos’è un bosco ripariale e perché è più raro di un bosco ordinario?** I boschi ripariali crescono nelle pianure alluvionali lungo i fiumi. Svolgono funzioni idrogeologiche che gli altri boschi non hanno: filtrano l’acqua, stabilizzano le sponde, regolano i deflussi in caso di piena. Sono tra gli ecosistemi più frammentati d’Europa proprio perché occupano le aree che storicamente l’uomo ha trasformato per prime. **Piantare nuovi alberi ricostituisce davvero un bosco abbattuto?** No. Piantare alberi ricrea potenzialmente la copertura arborea in un arco di decenni. Non ricrea il suolo forestale, le reti micorriziche, la fauna del terreno né le relazioni biologiche tra le specie. Il suolo forestale maturo richiede secoli per formarsi: non esiste una compensazione ecologica in tempi umani che lo ricostruisca pienamente. **Cosa prevede la legge italiana sulle compensazioni forestali?** Il D.Lgs. 34/2018 (Testo Unico Foreste) stabilisce che qualsiasi trasformazione del bosco richiede misure compensative. Le Regioni e le Province autonome applicano criteri propri. Nella pratica, la compensazione consiste spesso in rimboschimenti o rinaturalizzazioni in aree diverse, che non ricreano le funzioni dell’ecosistema originario. **Cosa è successo a Bressanone il 6 marzo 2026?** Nelle prime ore del mattino, un’impresa ha abbattuto circa 2 ettari di bosco ripariale golenale lungo il fiume Isarco per fare posto a un insediamento industriale (stabilimento per stampanti 3D per calcestruzzo). Era l’ultimo grande bosco golenale della Valle Isarco. La Commissione provinciale di Bolzano aveva riconosciuto il valore naturalistico dell’area prima di approvare il progetto. **Perché il caso di Cortina d’Ampezzo è simile a quello di Bressanone?** A Cortina, tra febbraio e marzo 2024, sono stati abbattuti 825 alberi maturi (prevalentemente larici) per la pista da bob olimpica «Eugenio Monti». Anche in quel caso la compensazione prevista non è stata documentata nei tempi dichiarati. I due casi hanno committenti, ecosistemi e finalità diverse, ma mostrano lo stesso meccanismo: autorizzazione con compensazione ecologica insufficiente, distruzione rapida dell’ecosistema, difficoltà di verifica pubblica. **Come può un cittadino verificare se un progetto di taglio forestale è corretto?** Attraverso lo strumento del FOIA (Freedom of Information Act, D.Lgs. 33/2013) è possibile richiedere agli enti autorizzatori i documenti relativi alla Valutazione di Impatto Ambientale, le autorizzazioni rilasciate, i piani di compensazione e i risultati del monitoraggio. I soggetti destinatari sono di norma il Comune, la Regione o la Provincia autonoma competente. ## **Approfondimenti Eywa** Eywa Divulgazione, 2025. Dossier sul caso Cortina: abbattimento di 825 alberi per la pista da bob olimpica «Eugenio Monti», discrepanze nei volumi dichiarati, assenza di rimboschimento compensativo documentato e danni strutturali accertati. Eywa Divulgazione, 2025. Dossier sul microbioma del suolo forestale, il ruolo delle reti micorriziche e il perché il suolo conta quanto gli alberi. Eywa Divulgazione, 2025. Analisi del caso giapponese e critica delle compensazioni forestali come strumento di marketing climatico. Eywa Divulgazione, 2026. Guida pratica per segnalare danni al verde pubblico attraverso i canali amministrativi corretti. Eywa Divulgazione, 2026. Approfondimento sulla capitozzatura: danni ecologici, quadro normativo e strumenti di contestazione. ## **Bibliografia essenziale** FAO, ITPS, GSBI, SCBD e Commissione Europea, 2020. State of Knowledge of Soil Biodiversity. Rapporto globale su status, sfide e potenzialità della biodiversità del suolo, con dati sulle densità microbiche e reti fungine nei suoli forestali. Muys B. et al., European Forest Institute, 2022. Forest Biodiversity in Europe. Stato della biodiversità forestale europea con riferimento al suolo, agli ecosistemi maturi e agli indicatori di gestione sostenibile. EEA (European Environment Agency) e programma Copernicus, 2021. Riparian Zones Land Cover/Land Use. Dati europei sulla distribuzione, lo stato e le funzioni ecosistemiche delle zone ripariali. D.Lgs. 3 aprile 2018, n. 34. Testo Unico in materia di foreste e filiere forestali (TUFF). Quadro normativo nazionale sulla gestione forestale sostenibile e sugli interventi compensativi conseguenti alla trasformazione del bosco. Legge 14 gennaio 2013, n. 10. Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani. Contiene disposizioni sulla tutela del patrimonio arboreo e sugli obblighi di bilancio arboreo per i comuni. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Capitozzature e nidificazione: quando il Comune distrugge i nidi tagliando i rami](https://eywadivulgazione.it/capitozzature-nidificazione-comuni-distruggono-nidi/) **Published:** Marzo 9, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) **Il 25 febbraio 2026 oltre 400.000 firme sono arrivate al Parlamento contro la riforma della** [Legge 157/1992](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1992-02-11;157)**, quella che tutela la fauna selvatica in Italia.** Il dibattito si è concentrato sulla caccia, sulla pesca e sulle specie protette. Giusto. Ma c’è un pezzo del problema che quasi sempre resta fuori dal dibattito pubblico, anche quando la legge viene difesa da mezzo milione di persone: ogni primavera, in tutta Italia, le squadre comunali di potatura eliminano nidi attivi di uccelli selvatici. Lo fanno spesso senza che nessuno lo sappia, senza che nessuno li fermi e, in molti casi, senza che nessuno si faccia nemmeno la domanda giusta. La domanda è questa: distruggere un nido attivo durante una potatura è solo cattiva gestione del verde urbano, oppure è una violazione della legge? La risposta è semplice: la legge italiana vieta esplicitamente di distruggere i nidi degli uccelli selvatici.## **Gli alberi urbani non sono arredo: sono habitat** Merli, passeri domestici, cince, fringuelli, tortore. Nelle città italiane nidificano decine di specie di passeriformi, e molte di loro hanno scelto proprio gli alberi delle strade, dei parchi e dei viali come sito riproduttivo. Non per mancanza di alternative: semplicemente perché quegli alberi offrono rami fitti, cavità nei tronchi, riparo dal vento e dai predatori. ![Passeri e merli su rami di un albero urbano in primavera, durante la stagione di nidificazione](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/03/passeriformi-albero-urbano-nidificazione-primavera-300x200.webp)Merli, passeri, cince: nelle città italiane decine di specie nidificano sugli alberi di strada. La stagione riproduttiva va da marzo a luglio. La stagione di nidificazione inizia tra marzo e aprile e può prolungarsi fino a luglio. I nidi vengono costruiti in pochi giorni, le covate si succedono, gli adulti li difendono. Dal cestello (la piattaforma elevatrice a braccio articolato usata dalle squadre di manutenzione per raggiungere le chiome in quota), se non si effettua una verifica specifica, i nidi possono passare inosservati: l’operatore vede la chioma, taglia, passa al prossimo albero. E qui sta il punto: **quando un albero viene capitozzato, cioè quando gli vengono asportati i rami principali fino alla struttura scheletrica, i rami esterni sono i primi a sparire.** Quelli esterni sono anche quelli dove i nidi si trovano. Non c’è modo di capitozzare un albero in primavera senza rischiare di distruggere covate attive. Fisicamente non è possibile. Abbiamo già spiegato cos’è la capitozzatura, perché è una pratica sbagliata dal punto di vista tecnico e perché i Comuni continuano a farla: lo trovi in [Alberi “decapitati” in città: come fermare la capitozzatura e tutelare il verde urbano](https://eywadivulgazione.it/capitozzatura-alberi-citta/). Quello che qui aggiungiamo è la dimensione faunistica: oltre al danno all’albero, c’è un danno agli animali che ci vivevano. E quel danno ha un nome preciso nella legge.## **La legge vieta di distruggere i nidi. Senza eccezioni per il verde pubblico** La **Legge 157 del 1992** tutela la fauna selvatica come «patrimonio indisponibile dello Stato». L’articolo 21 vieta esplicitamente di distruggere nidi e di raccogliere o detenere uova di uccelli selvatici. La fauna selvatica non appartiene a chi la trova: appartiene alla collettività, e lo Stato la protegge. Puoi leggere il testo integrale su [Normattiva](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1992-02-11;157). La [Direttiva Uccelli dell’Unione Europea (2009/147/CE)](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32009L0147) va nella stessa direzione: tutela tutte le specie di uccelli selvatici sul territorio europeo e vieta in modo esplicito la distruzione dei nidi e delle uova. L’Italia ha recepito questa direttiva, che è vincolante. Non esiste nel testo della legge, né nella direttiva, un’eccezione per le operazioni di manutenzione del verde pubblico. Non c’è scritto «salvo per i Comuni». Non c’è scritto «salvo durante le potature programmate». La protezione è generale. La distruzione di nidi attivi con uova o pulli può configurare una violazione della Legge 157/1992 e, nei casi più gravi o consapevoli, una contravvenzione penale. **Il fatto che una potatura sia prevista da un appalto comunale non la rende legalmente neutra rispetto alla fauna selvatica.** Questo è il punto che quasi nessuna amministrazione ha metabolizzato.## **Il paradosso italiano: gli appalti non aspettano gli uccelli** Come funziona concretamente la gestione del verde urbano? I Comuni affidano le potature tramite appalti annuali o pluriennali. I contratti stabiliscono i periodi di intervento, spesso senza alcun riferimento al calendario ornitologico. Le squadre operano secondo le finestre temporali concordate. Nessuno è tenuto per contratto a verificare la presenza di nidi prima di alzare il cestello. ![Operaio in tuta arancione su piattaforma elevatrice che pota drasticamente un albero urbano in un viale cittadino](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/03/potatura-capitozzatura-albero-urbano-cestello-comune-300x200.webp)Le potature comunali avvengono spesso tra marzo e maggio, in piena stagione riproduttiva. Nessun contratto di appalto impone la verifica preventiva dei nidi. Il risultato è che in tutta Italia le potature comunali durante la nidificazione sono la norma, non l’eccezione: le operazioni più invasive si concentrano tra marzo e maggio, esattamente il periodo in cui il ciclo riproduttivo degli uccelli è al suo picco. Non è malafede, nella maggior parte dei casi. È semplicemente che il calendario ecologico non è mai stato integrato nella pianificazione della manutenzione urbana. ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha pubblicato [linee guida sulla pianificazione del verde urbano](https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/quaderni/ambiente-e-societa/i-piani-comunali-del-verde-strumenti-per-riportare-la-natura-nella-nostra-vita) che considerano anche la componente faunistica. Non sono vincolanti. Non sono recepite sistematicamente. E quasi nessun Piano del Verde comunale contiene indicazioni operative sul rispetto della stagione di nidificazione. **La fauna selvatica è una competenza statale e regionale, non comunale.** Il Comune che pota non è l’autorità competente a vigilare su quella stessa potatura dal punto di vista faunistico. Chi vuole segnalare un problema deve rivolgersi altrove. Capire a chi, esattamente, è già metà del lavoro.## **Come verificare il calendario delle potature del tuo Comune** Prima che il problema si materializzi, prima che il cestello sia già sotto l’albero, il cittadino ha strumenti concreti per intervenire. Il primo passo è cercare il **Piano di gestione del verde urbano** del proprio Comune: molti lo pubblicano online, altri lo tengono negli uffici tecnici. Quel documento dovrebbe indicare i periodi previsti per le potature e i criteri adottati. Se non è accessibile, o se non contiene informazioni sui calendari operativi, si può richiedere tramite **accesso civico generalizzato (FOIA)** sia il piano stesso sia gli ordini di servizio delle squadre di manutenzione. È un diritto garantito dal [D.Lgs. 33/2013](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2013-03-14;33): non serve motivare la richiesta. Come fare questa richiesta è spiegato nel dettaglio in [Come segnalare un problema al Comune (anche quando il Comune ha sbagliato)](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/). Se il Comune stesse pianificando potature invasive in piena stagione riproduttiva, avere quella documentazione ti permette di segnalare la situazione prima che il danno avvenga. Il tempismo è tutto: una volta distrutto il nido, rimane solo la possibilità di un esposto.## **Come documentare la presenza di nidi prima del taglio** Osservare la chioma di un albero nel periodo primaverile non richiede strumenti specialistici. Gli adulti che portano materiale per la costruzione, quelli che entrano ed escono ripetutamente dallo stesso punto, i movimenti agitati in risposta a rumori o passanti: sono segnali riconoscibili anche per chi non è un esperto di ornitologia. Un nido in costruzione o già occupato può essere fotografato o filmato con un normale smartphone, anche da terra, facendo attenzione a non disturbare gli uccelli. Registra sempre la data, l’orario, l’indirizzo e il numero civico più vicino. ![Una persona fotografa con lo smartphone un nido su un albero urbano per documentarne la presenza prima di una potatura](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/03/cittadino-fotografa-nido-albero-smartphone-segnalazione-300x200.webp)Fotografare il nido con data e indirizzo è il primo passo per una segnalazione efficace ai Carabinieri Forestali o alla LIPU. **Una segnalazione documentata prima della potatura può portare alla sospensione dei lavori.** Non è un caso teorico. Le autorità competenti possono intervenire su richiesta motivata e documentata dei cittadini, anche solo per un sopralluogo preliminare. Agire prima che il cestello arrivi è l’unica finestra utile.## **A chi segnalare la distruzione dei nidi** I **Carabinieri Forestali** sono l’autorità di riferimento per i reati ambientali e la tutela della fauna selvatica sul territorio, con presenza capillare. La **Polizia provinciale** ha competenze analoghe in molte regioni. La [LIPU](https://www.lipu.it/cosa-facciamo/proteggiamo-uccelli/recupero-fauna) (Lega Italiana Protezione Uccelli) offre supporto tecnico e può raccogliere segnalazioni, indirizzando verso i canali giusti. Le **Guardie Ecologiche Volontarie** operano a livello locale e conoscono il territorio. Non è necessario essere certi che un reato sia stato commesso per fare una segnalazione. È sufficiente documentare la situazione e riferire quanto osservato alle autorità competenti, lasciando a loro la valutazione tecnica e giuridica. **Cosa fare se stanno potando un albero con nidi attivi** Primo: fotografa o filma il nido dalla strada, con data e indirizzo. Secondo: contatta immediatamente i Carabinieri Forestali o la Polizia provinciale, anche solo per via telefonica, descrivendo la situazione in corso. Terzo: chiedi per iscritto la sospensione temporanea dei lavori, allegando la documentazione raccolta. Quarto: segnala alla LIPU per supporto tecnico e follow-up. Agire prima che il taglio avvenga è decisivo. Dopo, rimane solo l’esposto.## **Proteggere i nidi significa applicare la legge, non fare birdwatching** La biodiversità urbana non è un tema da riviste di natura. È una questione di coerenza normativa. L’Italia ha firmato la Direttiva Uccelli, ha una legge sulla fauna selvatica, ha recepito impegni europei sulla protezione delle specie. E ogni primavera, in centinaia di Comuni, quei nidi vengono distrutti nel silenzio degli appalti di manutenzione. Non perché la legge non esista. Ma perché nessuno controlla se viene rispettata. Un albero urbano non è una struttura vegetale da sagomare secondo le necessità estetiche del momento. È un ecosistema. Quando viene capitozzato in aprile, non perde solo i rami: perde anche le famiglie di uccelli che ci vivevano, le covate che non si schiuderanno, i pulli che non diventeranno adulti. Non è una metafora naturalistica. È quello che la legge chiama «patrimonio indisponibile dello Stato». **Chiedi il calendario delle potature.** Documenta i nidi che vedi. Segnala. Non perché sei appassionato di uccelli, ma perché la legge esiste e qualcuno deve farla rispettare.## **Domande frequenti** **Distruggere un nido durante una potatura è sempre illegale?** Distruggere un nido attivo di uccelli selvatici è vietato dalla Legge 157/1992 e dalla Direttiva Uccelli UE, indipendentemente da chi lo fa. Un appalto comunale di manutenzione del verde non costituisce un’esimente. Se la potatura avviene durante la stagione riproduttiva e distrugge nidi con uova o pulli, si configura una violazione di legge, salvo deroghe specifiche autorizzate dalle autorità competenti (art. 9 Direttiva Uccelli), che nella pratica della manutenzione urbana ordinaria non si applicano. La valutazione specifica spetta alle autorità competenti (Carabinieri Forestali, Polizia provinciale). **In che periodo è vietato potare gli alberi per tutelare i nidi?** Non esiste un divieto temporale assoluto stabilito dalla legge, ma la stagione di nidificazione dei passeriformi va indicativamente da marzo a luglio. In questo arco di tempo il rischio di distruggere nidi attivi è massimo. Le buone pratiche arboristiche raccomandano di concentrare le potature più invasive nel periodo autunno-inverno, tra ottobre e febbraio, proprio per evitare interferenze con il ciclo riproduttivo degli uccelli. **Come posso sapere quando il mio Comune ha programmato le potature?** Puoi richiedere il Piano di gestione del verde urbano e il calendario operativo delle potature tramite accesso civico generalizzato (FOIA), ai sensi del D.Lgs. 33/2013. Non devi motivare la richiesta. Trovi le istruzioni pratiche in [Come segnalare un problema al Comune (anche quando il Comune ha sbagliato)](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/). **A chi devo segnalare la presenza di nidi prima di una potatura?** Puoi segnalare ai Carabinieri Forestali (la scelta più efficace per una sospensione rapida dei lavori), alla Polizia provinciale, oppure alla LIPU che può supportarti nel processo. Documenta sempre con foto e video datati prima di contattare le autorità. **Cosa succede se il Comune ha già distrutto i nidi?** Se la distruzione è già avvenuta, puoi presentare un esposto ai Carabinieri Forestali o alla Procura della Repubblica. Raccolta delle prove, testimonianze e documentazione fotografica aumentano la solidità della segnalazione. La LIPU può assisterti anche in questa fase. **La capitozzatura è vietata dalla legge?** La capitozzatura non è vietata in senso assoluto, ma viola spesso le norme tecniche di corretta gestione arboricola e, se eseguita durante la stagione di nidificazione, può violare la Legge 157/1992 sulla fauna selvatica. Molti Comuni la vietano o la limitano nei propri Regolamenti del verde. Approfondisci in [Alberi “decapitati” in città: come fermare la capitozzatura e tutelare il verde urbano](https://eywadivulgazione.it/capitozzatura-alberi-citta/). **Il cittadino può davvero fermare una potatura in corso con una segnalazione?** Sì, in alcuni casi. Se la segnalazione ai Carabinieri Forestali arriva mentre la potatura è ancora in corso e c’è evidenza di nidi attivi, le autorità possono intervenire per sospendere i lavori in via cautelare. Non è una certezza automatica, ma è accaduto. Per questo il tempismo è decisivo: bisogna agire prima del taglio, non dopo.## **Approfondimenti Eywa** Eywa Divulgazione, gennaio 2026. Alberi “decapitati” in città: come fermare la capitozzatura e tutelare il verde urbano. Il riferimento principale di Eywa sulla capitozzatura: cos’è tecnicamente, perché indebolisce l’albero, come riconoscerla e quali strumenti normativi e amministrativi ha il cittadino per contrastarla. Eywa Divulgazione, febbraio 2026. Abbattimento di alberi comunali: normativa, perizie e diritti dei cittadini. Utile per capire quali documenti tecnici deve produrre il Comune prima di qualsiasi intervento sugli alberi pubblici e come richiederli con accesso civico. Eywa Divulgazione, marzo 2026. Come segnalare un problema al Comune (anche quando il Comune ha sbagliato). Guida operativa per trasformare una segnalazione informale in atto amministrativo formale con effetti giuridici: indispensabile per chi vuole richiedere il calendario delle potature o segnalare la presenza di nidi. Eywa Divulgazione, febbraio 2026. Segnalare un problema al verde urbano: chi chiamare, quando e come farlo nel modo giusto. Mappa delle competenze istituzionali sul verde urbano: chi fa cosa, a chi rivolgersi per le diverse tipologie di problema e come documentare in modo efficace. Eywa Divulgazione, novembre 2025. Perché nelle città tagliano gli alberi (e come possiamo evitarlo davvero). Analisi delle ragioni strutturali per cui i Comuni abbattono e potano in modo drastico: appalti al ribasso, assenza di competenze ecologiche interne, pressioni politiche. Il contesto sistemico che spiega perché il problema della nidificazione non viene affrontato. Eywa Divulgazione, febbraio 2026. Alberi nei cantieri urbani: quando la tutela esiste ma viene sistematicamente aggirata. Mostra come le prescrizioni di tutela del verde vengano eluse nella pratica dei cantieri: un meccanismo analogo a quello che porta a ignorare la fauna durante le potature primaverili.## **Fonti esterne** Parlamento italiano, 1992. Legge 157/1992 – Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio. Fonte primaria: l’art. 21 comma 1 lettera o) vieta esplicitamente di distruggere o danneggiare deliberatamente nidi e uova e di disturbare gli uccelli durante il periodo riproduttivo. Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2013. D.Lgs. 33/2013 – Riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni. Base normativa dell’accesso civico generalizzato (FOIA): consente a chiunque di richiedere calendari di potatura, contratti di appalto e atti tecnici comunali senza dover motivare la richiesta. Parlamento europeo e Consiglio UE, 2009. Direttiva 2009/147/CE concernente la conservazione degli uccelli selvatici (Direttiva Uccelli). Fonte del diritto europeo vincolante: l’art. 5 vieta la distruzione deliberata dei nidi e delle uova per tutte le specie di uccelli selvatici sul territorio dell’Unione. L’art. 9 disciplina le rare deroghe autorizzate, non applicabili alla manutenzione ordinaria del verde urbano. [https://www.isprambiente.gov.it/it/temi/biodiversita/biodiversita-in-italia/biodiversita-urbana](https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita/fauna-ambiente-uomo) ISPRA, 2024. Biodiversità urbana: stato, pressioni e monitoraggio nelle città italiane. Dati sul ruolo degli alberi urbani come habitat per la fauna selvatica: documenta la presenza di specie nidificanti nelle aree urbane italiane e le pressioni a cui sono sottoposte, inclusa la gestione del verde. [https://www.isprambiente.gov.it/files/pubblicazioni/manuali-lineeguida/mlg-176-2017.pdf](https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/quaderni/ambiente-e-societa/i-piani-comunali-del-verde-strumenti-per-riportare-la-natura-nella-nostra-vita) ISPRA, 2024. I Piani comunali del verde: strumenti per riportare la natura nella nostra vita? Quaderno Ambiente e Società 33/2024. Analisi dei piani comunali del verde di dieci città italiane: documenta l’assenza sistematica di indicazioni operative sul calendario ecologico e sulla fauna selvatica negli strumenti di pianificazione arborea comunale, confermando il ritardo strutturale denunciato nell’articolo. LIPU – Lega Italiana Protezione Uccelli, 2024. Recupero della fauna selvatica: centri, segnalazioni e supporto ai cittadini. Punto di accesso per segnalare uccelli selvatici in difficoltà e richiedere supporto tecnico; la LIPU collabora con le autorità di vigilanza faunistica sul territorio. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Il Tevere dopo la piena: cosa rivelano davvero fango e detriti sulle banchine](https://eywadivulgazione.it/tevere-piena-detriti-banchine-rifiuti/) **Published:** Marzo 6, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **Il giorno dopo la piena: quando il fiume restituisce ciò che la città ha perso** Le banchine del Tevere riemergono dopo la piena coperte di fango e detriti. Tra i rifiuti nel Tevere depositati dalla corrente si riconosce di tutto: bottiglie, sacchi di plastica, legname trascinato dagli affluenti, oggetti di ogni tipo che l’acqua ha raccolto lungo il percorso. In mezzo a tutto questo, nelle cronache più recenti, anche mezzi di micromobilità (monopattini e biciclette elettriche) intrappolati tra i detriti come qualunque altro oggetto urbano restituito dal fiume. Vale la pena fermarsi su questa scena non per descrivere un degrado, ma per capire un meccanismo. Perché quello che si vede sulle banchine dopo ogni piena del Tevere non è un evento eccezionale, né una stranezza romana. È il funzionamento ordinario di un fiume urbano: un sistema idrico che attraversa una città di quasi tre milioni di persone, raccoglie ciò che in quella città viene disperso nell’ambiente, e lo deposita dove la corrente rallenta. Il Tevere non produce rifiuti. Li raccoglie, li trasporta e, quando la corrente rallenta, li restituisce. Ed è una distinzione che cambia tutto il modo in cui si interpreta quello che si vede. ## **Come i rifiuti arrivano nel fiume: la città come bacino di raccolta** Per capire le banchine bisogna partire dall’inizio, ovvero da come i rifiuti entrano nel sistema idrico urbano. I percorsi sono diversi e spesso invisibili nella quotidianità. Il primo canale è quello delle reti di drenaggio urbano: [tombini, caditoie stradali](https://eywadivulgazione.it/caditoie-tombini-manutenzione-allagamenti/) e sistemi di raccolta delle acque meteoriche. Durante le piogge intense queste reti convogliano verso il sistema idrico principale grandi quantità di acqua, e con essa tutto ciò che è accumulato sulle superfici impermeabili della città. Ogni mozzicone di sigaretta, ogni frammento di plastica abbandonato sul marciapiede, ogni contenitore lasciato per strada percorre in pochi minuti la distanza tra una caditoia e il fiume. Il secondo canale è quello degli affluenti minori, che attraversano zone periferiche e aree con minore sorveglianza, e che durante le precipitazioni si trasformano in vettori rapidi di trasporto verso il corso principale. Il terzo, più diretto, è l’abbandono lungo gli argini: una pratica illegale ma diffusa che rende il fiume stesso un sito di deposito informale. Il risultato è che i fiumi urbani, in condizioni di piena, diventano collettori di macroplastiche e detriti di ogni tipo. Non è una specificità italiana né tantomeno romana: è un fenomeno documentato in tutti i grandi corsi d’acqua che attraversano aree metropolitane dense. Vale anche la pena precisare subito una cosa che quasi nessun articolo chiarisce: la presenza di rifiuti galleggianti non coincide automaticamente con un peggioramento della qualità chimica dell’acqua. Si tratta di due problemi ambientali distinti, che richiedono strumenti di monitoraggio e gestione differenti. Un fiume può avere molti detriti visibili ma parametri chimici relativamente stabili, o viceversa. L’articolo si occupa dei rifiuti, non dell’inquinamento chimico, e tenere separati i due piani è una precondizione per ragionare con precisione. ## **Il caso del Tevere: un problema riconosciuto scientificamente** Il problema dei rifiuti nel Tevere non è solo percezione visiva, né materia di cronaca locale. È oggetto di monitoraggio scientifico sistematico, coordinato da istituzioni che producono dati verificabili. L’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale, l’ente che governa la gestione del bacino idrografico del Tevere (che si estende su oltre 17.000 km² tra Toscana, Umbria e Lazio), coordina il **progetto PLASTICENTRO**, un programma specifico di monitoraggio e contrasto alle plastiche nei corsi d’acqua del bacino, con focus su Tevere, Aniene e Tronto. Al progetto partecipano ARPA Lazio, ENEA e diverse università, con campagne di campionamento delle macroplastiche e microplastiche e lo sviluppo di sistemi di intercettazione dei rifiuti fluviali. Le campagne di monitoraggio condotte nell’ambito del progetto hanno catalogato migliaia di rifiuti nei tratti fluviali analizzati, con una composizione dominata dalla plastica, che in alcune rilevazioni supera il novanta per cento degli oggetti raccolti. Un elemento tecnico spesso trascurato nel dibattito pubblico: il problema operativo principale nei fiumi urbani non sono le microplastiche, ma le [**macroplastiche**](https://eywadivulgazione.it/inquinamento-plastica-microplastiche-riciclo-sup/), ovvero gli oggetti interi ancora riconoscibili. Non perché le microplastiche siano irrilevanti, ma perché ogni oggetto integro che rimane nel fiume è una fonte futura di [microplastiche](https://eywadivulgazione.it/microplastiche-salute-nanoplastiche-restrizioni-ue/). Quando una bottiglia o un imballaggio restano immersi, l’esposizione ai raggi ultravioletti, l’abrasione meccanica e le escursioni termiche li frammentano progressivamente in particelle sempre più piccole, fino a dimensioni impossibili da recuperare con qualsiasi operazione ordinaria. Rimuovere i rifiuti quando sono ancora interi è quindi la fase decisiva, e non sostituibile, della gestione. ARPA Lazio, che partecipa direttamente al progetto con campagne di campionamento nei corsi d’acqua del bacino, fornisce il quadro analitico sulla frammentazione. Questo spiega perché la finestra temporale post-piena non è intercambiabile con qualsiasi altro momento: è la fase in cui il materiale è ancora visibile, ancora rimovibile, ancora gestibile. ## **Perché le piene rendono visibile il problema** C’è un aspetto idrologico che quasi nessun articolo racconta, ed è uno dei più importanti per capire quello che vediamo sulle banchine. Il Tevere trasporta ogni anno verso il mare centinaia di migliaia di tonnellate di sedimenti naturali, con picchi molto più elevati in corrispondenza delle piene. I rifiuti urbani che entrano nel sistema si muovono all’interno di questa dinamica molto più grande, sfruttando gli stessi meccanismi di trasporto e deposito del materiale fluviale naturale. E non si spostano in modo continuo e lineare: si muovono in modo intermittente, con un meccanismo che i ricercatori ISPRA descrivono come «stop and go», lunghe soste in zone di deposito alternate a brevi fasi di trasporto durante le variazioni di portata. I ricercatori lo hanno documentato con tracciatori GPS inseriti in contenitori galleggianti rilasciati nel fiume. Questo significa che i detriti si accumulano in aree precise del corso d’acqua, ci restano per settimane o mesi, e vengono rimobilizzati dalle piene. Le piene fluviali hanno quindi tre effetti distinti e cumulativi. Il primo è la **mobilitazione**: l’aumento di portata e velocità rimette in circolazione materiali depositati da mesi sul fondo del letto o lungo le sponde. Il secondo è il **trasporto attivo** dalle reti di drenaggio: la piena del Tevere coincide spesso con precipitazioni intense che saturano le reti e convogliano verso il fiume quantità di materiale molto superiori alla norma. Il terzo effetto è il **deposito**: quando la corrente rallenta (nelle anse, sulle banchine, intorno agli ostacoli) il carico solido si deposita in strati sovrapposti, mescolando rifiuti di origini e tempi diversi. Quello che si vede sulle banchine dopo una piena è quindi una stratificazione: non solo i rifiuti trascinati dall’ultimo evento, ma anche quelli accumulati invisibilmente nelle settimane e nei mesi precedenti. Le piene non creano il problema dei rifiuti nel Tevere. Lo rendono visibile. ![Tevere con banchine piene di rifiuti dopo la piena](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/03/piena-tevere-rifiuti.jpg)## **Le zone di accumulo: perché i rifiuti non si fermano a caso** C’è un dettaglio che trasforma questo da problema visivo a problema risolvibile: i rifiuti nel Tevere non si distribuiscono in modo casuale lungo il corso. Tendono a concentrarsi sempre negli stessi punti, per ragioni idrodinamiche precise e prevedibili. Nel tratto urbano del Tevere questo avviene soprattutto in tre situazioni. La prima è lungo i **muraglioni**: le alte sponde murate costruite tra il 1876 e il 1926 (secondo il progetto dell’ingegner Raffaele Canevari, avviato dopo la devastante piena del 28 dicembre 1870 che raggiunse i 17,22 metri all’idrometro di Ripetta) creano una discontinuità idraulica tra il flusso principale e le zone laterali. Quando la piena rientra e la corrente rallenta, i materiali più leggeri si accumulano proprio lungo quei bordi. La seconda situazione è quella delle **anse**: nelle curve del fiume la corrente spinge i detriti verso l’esterno dell’ansa, dove la velocità cala e il materiale si deposita. La terza riguarda gli **ostacoli**: ponti, piloni, scale di accesso alle banchine, imbarcaderi. Ogni struttura crea vortici e zone di calma dove i rifiuti restano intrappolati. Questo dettaglio ha un’implicazione operativa diretta: se i punti di accumulo sono prevedibili, è possibile programmare interventi mirati di rimozione invece di operazioni diffuse e poco efficienti. Molti programmi europei di gestione dei rifiuti fluviali lavorano proprio così: mappano le zone di deposito preferenziale e intervengono sistematicamente negli stessi nodi. È qui che la conoscenza idrodinamica smette di essere accademica e diventa strumento di gestione. I muraglioni del Tevere, in questo senso, raccontano qualcosa di interessante: furono costruiti per difendere Roma dalle esondazioni, e ci riuscirono. Ma incanalando il fiume in un alveo rigido di cento metri, modificarono anche la dinamica di deposito dei detriti, concentrandola esattamente sulle banchine che oggi ripuliamo dopo ogni piena. L’infrastruttura che ha protetto la città per un secolo e mezzo è anche quella che ha ridisegnato il modo in cui il Tevere distribuisce ciò che trasporta. ## **Il nodo della gestione: rimozione rapida, barriere e prevenzione** ![Bici elettriche abbandonate nel Tevere](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/03/bici-tevere.jpg) Dopo ogni piena si apre una finestra operativa che ha un valore ambientale preciso e non è sostituibile con interventi in altri momenti. Se i detriti depositati sulle banchine del Tevere vengono rimossi rapidamente, si interrompe una catena di effetti negativi: i materiali non tornano in circolo con le piene successive, non si frammentano ulteriormente in microplastiche per effetto dell’esposizione solare e meccanica, e soprattutto non vengono trascinati verso il mare. Questo principio ha già trovato applicazione concreta sul Tevere. La Regione Lazio ha installato negli ultimi anni barriere galleggianti per la raccolta delle macroplastiche nel tratto finale del fiume, nei pressi della foce di Fiumicino. Il sistema adottato (denominato Pelikan System) intercetta i rifiuti prima che escano in mare. I dati resi noti nel 2025 indicano che nei soli primi sei mesi di operatività le barriere hanno fermato circa venti tonnellate di materiale. Non è la soluzione definitiva al problema, ma è la dimostrazione che intercettare i rifiuti prima del mare è tecnicamente possibile, se si sceglie di farlo. Il sistema più efficace resta quello a più livelli: riduzione della dispersione alla fonte, intercettazione nei sistemi di drenaggio, raccolta sistematica lungo il corso fluviale, pulizia rapida post-piena, barriere fisiche nel tratto terminale. Non bastano le campagne di sensibilizzazione. Non bastano le operazioni straordinarie occasionali. Servono protocolli ordinari, risorse stabili, manutenzione continua. ## **Gli oggetti metallici tra i detriti: una questione di gestione preventiva** Tra i materiali depositati sulle banchine dopo le piene compaiono, con frequenza crescente, anche oggetti di dimensioni maggiori: biciclette, carrelli, e sempre più spesso mezzi di micromobilità elettrica (monopattini e biciclette a pedalata assistita). La loro presenza nei detriti fluviali è documentata dalla cronaca, anche se non ancora sistematizzata in studi dedicati. È utile qui fare una distinzione che Eywa considera essenziale in qualsiasi ragionamento ambientale: quella tra **preoccupazione plausibile** e **danno dimostrato**. Non esistono al momento studi scientifici pubblicati che quantifichino l’impatto specifico delle batterie dei monopattini sul chimismo delle acque del Tevere. Sarebbe impreciso affermare il contrario. Tuttavia: le batterie al litio, in caso di danneggiamento e permanenza prolungata in ambiente acquatico, possono rilasciare nel tempo componenti chimici presenti nei sistemi elettrochimici interni. Per questo la loro presenza tra i detriti fluviali viene generalmente trattata con il principio di precauzione nelle operazioni di gestione ambientale. Non è la certezza di un danno già in corso a giustificare l’intervento, ma l’evidenza che lasciare questi oggetti in ambiente acquatico per settimane o mesi non è compatibile con una gestione responsabile del corso d’acqua. La preoccupazione plausibile è sufficiente per l’azione preventiva. Il danno dimostrato è un requisito per l’affermazione definitiva, non per la cautela operativa. ## **Dal fiume al mare: perché il problema non riguarda solo Roma** Il Tevere confluisce nel Tirreno alla foce di Ostia, o meglio si divide in due rami poco prima del mare (la Fiumara Grande e il Canale di Fiumicino). Questo fatto geografico ha implicazioni ambientali precise che collegano l’inquinamento fluviale a un problema di scala mediterranea. Uno studio condotto da ISPRA e Università Roma Tre, pubblicato nel 2025 su «Science of the Total Environment», ha monitorato per un anno intero i macro-rifiuti galleggianti in uscita da entrambe le foci, stimando che dalle due foci escano ogni anno verso il Tirreno centinaia di migliaia di oggetti galleggianti, con stime che si avvicinano al milione. Oltre il novanta per cento è plastica. Più del settanta per cento degli oggetti misura meno di dieci centimetri, il che significa che gran parte della frammentazione avviene già lungo il corso del fiume, prima che i materiali raggiungano il mare. I tracciatori GPS rilasciati da ISPRA nel fiume hanno mostrato che i rifiuti percorrono il tragitto in modo discontinuo, accumulandosi e ripartendo, ma che una volta raggiunto il mare aperto la dispersione diventa rapida e difficilmente controllabile: alcuni contenitori rilasciati nel Tevere sono stati ritrovati in Corsica e lungo la Costa Azzurra. L’Agenzia Europea dell’Ambiente conferma che i fiumi sono una delle principali vie di trasporto dei rifiuti terrestri verso il mare, e che circa l’ottanta per cento dei rifiuti marini ha origine terrestre. Il Tevere, con un bacino di oltre 17.000 km², un’area metropolitana di quasi tre milioni di abitanti e uno sbocco diretto nel Tirreno, è uno dei vettori principali di questo trasporto nel tratto centro-italiano del Mediterraneo. E questo collega direttamente quello che avviene sulle banchine romane dopo ogni piena a un problema che riguarda l’intero bacino del mare che ci circonda. ## **Il fiume come cartina di tornasole della città** Un fiume urbano è molte cose contemporaneamente: infrastruttura idraulica, corridoio ecologico, spazio pubblico, memoria geologica del territorio. È anche, ogni volta che esonda, un archivio involontario della città che lo circonda. Quello che le banchine del Tevere mostrano dopo una piena non è il risultato di qualche episodio di inciviltà straordinaria. È il risultato ordinario di come funziona il sistema urbano nella sua gestione dei rifiuti, delle acque meteoriche, degli spazi pubblici. Ogni oggetto depositato dal fiume è lì perché da qualche parte nel bacino (un marciapiede, una caditoia, un argine periferico, una sponda di affluente, un tratto a monte a centinaia di chilometri da Roma) il collegamento tra il sistema urbano e il sistema idrico non è stato interrotto. Il Tevere raccoglie da tutto il suo bacino, non solo dalla città che attraversa. C’è un ultimo aspetto importante. La risposta a questo problema non può essere solo operativa (rimuovere i detriti dopo ogni piena, installare barriere alla foce) senza affrontare simultaneamente la dimensione preventiva: ridurre la quantità di materiale che entra nel sistema. Le due cose non sono alternative. La pulizia post-piena è necessaria e urgente. Le barriere galleggianti sono uno strumento efficace. Ma senza interventi strutturali sulla dispersione dei rifiuti, sulla [manutenzione delle reti di drenaggio](https://eywadivulgazione.it/perche-citta-italiane-allagano-piogge-normali/) e sul presidio degli argini, si tratta di un lavoro che ricomincia ogni volta. Il punto in cui si incontrano la gestione urbana dei rifiuti, la manutenzione del sistema idraulico e la tutela degli ecosistemi fluviali non è un convegno tecnico. È una banchina coperta di fango dopo che il livello è sceso. Ed è lì che si misura la distanza tra una città che gestisce il proprio territorio e una che aspetta che il fiume glielo ricordi. **Approfondimenti Eywa** Eywa Divulgazione. Per capire come i detriti entrano nel sistema idrico urbano. Eywa Divulgazione. Per inquadrare il rapporto tra piogge intense, rischio urbano e gestione pubblica. Eywa Divulgazione. Per collegare i rifiuti fluviali al problema più ampio della plastica dispersa. Eywa Divulgazione. Per spiegare perché rimuovere i rifiuti quando sono ancora interi è decisivo. **Bibliografia essenziale** Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale. Ente responsabile della gestione del bacino del Tevere (17.375 km²) e coordinatore del progetto Plasticentro. ARPA Lazio. Monitoraggi ambientali e campionamento delle microplastiche nei corsi d’acqua regionali nell’ambito del progetto Plasticentro. ISPRA (2024). Macro-rifiuti galleggianti nei fiumi — monitoraggio Strategia Marina. Quaderno ISPRA Ricerca Marina n. 19/2024. Include dati sui tracciatori GPS e sul comportamento stop-and-go dei rifiuti nel Tevere. ISPRA / Università Roma Tre — Science of the Total Environment (2025). Studio sui rifiuti galleggianti trasportati dal Tevere verso il Mediterraneo: stima di circa 900.000 oggetti/anno, composizione, stagionalità e dinamiche di trasporto. European Environment Agency / EIONET. Report Marine Litter in Europe: i fiumi come principali vie di trasporto dei rifiuti terrestri verso il mare; circa l’80% dei rifiuti marini ha origine terrestre. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Come segnalare un problema al Comune (anche quando il Comune ha sbagliato)](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-comune-accesso-atti-foia/) **Published:** Marzo 4, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Se non lo segnali, per loro non è mai successo*## **La domanda che ci fate in tanti** «Ma se il problema lo ha causato il Comune, che senso ha segnalarlo al Comune?» È una delle domande che riceviamo più spesso dai lettori di Eywa. E la capisco. Quando vedi un [albero capitozzato](https://eywadivulgazione.it/capitozzatura-alberi-citta/) dall’impresa appaltatrice del verde pubblico, quando trovi un [tombino allagato da anni](https://eywadivulgazione.it/caditoie-tombini-manutenzione-allagamenti/) senza che nessuno intervenga, quando il [cantiere comunale ha distrutto le radici del tiglio](https://eywadivulgazione.it/alberi-cantieri-urbani-tutela-aggirata/) sotto casa tua, l’impulso naturale è pensare: inutile, tanto lo sanno già, tanto sono stati loro. Eppure questo ragionamento, per quanto comprensibile, è esattamente il motivo per cui i problemi restano irrisolti. Il problema non è che le segnalazioni non servano. Il problema è che spesso non vengono fatte. **La segnalazione non serve a informare il Comune di qualcosa che ancora non sa. Serve a creare un atto amministrativo tracciabile che li obbliga a rispondere.**## **Una segnalazione non è un messaggio: è un procedimento** ![mano inserisce documenti in una busta per invio formale](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/03/ChatGPT-Image-4-mar-2026-15_56_26-300x200.webp)Quando diventa invio formale, entra nel circuito amministrativo. Quando scrivi un’email informale, mandi un messaggio sul profilo Facebook del tuo Comune o telefoni all’ufficio tecnico, stai comunicando qualcosa a qualcuno. Può darsi che quella persona sia brava, volenterosa, che si segni la cosa su un foglio. Ma se non vuole farlo (o se va in pensione, cambia ufficio, si dimentica) non è successo niente di ufficiale. Non esiste traccia. Quando invece presenti una segnalazione formale (via PEC, tramite protocollo, come richiesta di accesso agli atti) attivi qualcosa di completamente diverso: un procedimento amministrativo. E i procedimenti amministrativi seguono regole precise e vincolanti. La [Legge 241/1990](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1990-08-07;241) stabilisce che la Pubblica Amministrazione è tenuta a gestire ogni procedimento nel rispetto dei principi di trasparenza, imparzialità e partecipazione dei cittadini. Non è una raccomandazione. È un obbligo di legge. Questo significa che la tua segnalazione entra nel sistema amministrativo, riceve un numero di protocollo, viene assegnata a un responsabile. E da quel momento, l’amministrazione ha obblighi precisi nei tuoi confronti. ## **Il primo effetto concreto: li obblighi a rispondere** Una volta protocollata una richiesta formale, l’amministrazione deve concludere il procedimento con una risposta. Nel caso specifico dell’accesso agli atti amministrativi, la legge prevede che il procedimento si concluda [entro 30 giorni](https://www.indire.it/accesso-atti/quanto-tempo-ci-vuole-per-levasione-della-richiesta-di-accesso/). Altri procedimenti possono avere termini diversi, ma resta comunque l’obbligo di risposta e di gestione formale della pratica. La risposta può essere di accoglimento, rigetto, richiesta di integrazione o differimento, ma deve arrivare. Se non arriva, si configura quello che nel diritto amministrativo si chiama [silenzio-inadempimento o silenzio-diniego](https://www.comune.roma.it/web/it/scheda-servizi.page?contentId=INF40300&pagina=4), che può essere impugnato davanti al giudice amministrativo. **Capisci la differenza? Se hai segnalato informalmente, il Comune può ignorarti senza conseguenze. Se hai protocollato, ignorarti ha conseguenze legali.**## **Il secondo effetto: esiste una prova amministrativa verificabile** ![scaffali con fascicoli d’archivio che rappresentano documentazione amministrativa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/03/ChatGPT-Image-4-mar-2026-16_01_42-300x200.webp)Se esiste una traccia, esiste anche una responsabilità. Molti problemi urbani hanno una caratteristica precisa: emergono lentamente, spesso dopo anni di incuria, e diventano visibili solo quando provocano un danno. Un albero che si sradica in una tempesta. Una strada che cede. Un [edificio scolastico che si allaga](https://eywadivulgazione.it/alluvioni-urbane-piani-comunali-verifica/) perché il piano di manutenzione non prevedeva certi interventi. In tutti questi casi, la prima difesa dell’amministrazione è sempre la stessa: «non ne eravamo a conoscenza». La segnalazione protocollata smonta questa difesa in modo definitivo. È per questo che molte amministrazioni preferiscono i commenti su Facebook alle segnalazioni protocollate: i primi fanno rumore, le seconde lasciano traccia. Creano una prova amministrativa verificabile: una data, un numero di protocollo, un documento ufficiale. Che dimostra che l’amministrazione era stata informata. In caso di danno, questa prova può essere decisiva per un ricorso, per una richiesta di risarcimento, per qualsiasi azione legale successiva. Non è una formalità burocratica. È la differenza tra avere uno strumento e non averlo. ## **Il terzo effetto: apri la porta all’accesso agli atti** E qui sta il punto. Una segnalazione formale non è solo una lamentela protocollata. È anche l’aggancio che ti permette di richiedere documenti che altrimenti resterebbero chiusi: perizie tecniche, progetti approvati, autorizzazioni rilasciate, contratti con le imprese appaltatrici. La [Legge 241/1990](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1990-08-07;241) riconosce ai cittadini il diritto di accedere ai documenti detenuti dalla Pubblica Amministrazione quando hanno un interesse diretto, concreto e attuale: e una segnalazione protocollata su quel problema ti dà esattamente quell’interesse diretto. Vuoi sapere chi ha autorizzato la [capitozzatura di quegli alberi](https://eywadivulgazione.it/capitozzatura-alberi-citta/)? Su quali basi tecniche è stato redatto il progetto? Quale impresa ha eseguito i lavori e con quale contratto? [Hai tutto il diritto di chiederlo](https://eywadivulgazione.it/abbattimento-alberi-comune-atti-perizie-diritti/). Ma devi prima aver creato il presupposto formale. Questo è uno degli strumenti più potenti che esistono per capire cosa è successo. Chi ha deciso. E con quali responsabilità. E per rendere pubblica quella catena di responsabilità. ## **Accesso agli atti e FOIA: due strumenti diversi** ![persona che analizza documenti per una richiesta di accesso agli atti o FOIA](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/03/ChatGPT-Image-4-mar-2026-15_58_32-300x200.webp)Accesso agli atti e FOIA: due vie diverse, stesso obiettivo — far uscire i documenti. A questo punto è importante chiarire una distinzione che spesso crea confusione: non esiste un solo modo per ottenere documenti dalla Pubblica Amministrazione. Il primo strumento è l’accesso agli atti amministrativi previsto dalla [Legge 241/1990](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1990-08-07;241). Puoi usarlo quando dimostri un interesse diretto, concreto e attuale rispetto ai documenti richiesti: in altre parole, devi poter spiegare perché quei documenti riguardano una situazione che ti coinvolge. Ed è esattamente qui che una segnalazione protocollata diventa utile: crea una traccia formale che dimostra il tuo interesse a conoscere gli atti relativi a quel problema. Ma esiste anche un secondo strumento, spesso ancora più potente: il FOIA, ovvero l’accesso civico generalizzato introdotto dal [Decreto legislativo 33/2013](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2013-03-14;33). Il FOIA funziona in modo diverso. Non richiede un interesse diretto. Qualunque cittadino può chiedere documenti, dati o informazioni detenuti dalla Pubblica Amministrazione, anche se non è coinvolto personalmente nella vicenda. Puoi chiedere, per esempio, le perizie sugli alberi abbattuti in una città, i contratti con le imprese che gestiscono il verde pubblico, i piani di manutenzione delle caditoie, i progetti di opere pubbliche. Vale la pena dirlo chiaramente: l’accesso agli atti ai sensi della Legge 241/1990 richiede di dimostrare un interesse diretto, mentre il FOIA non richiede alcuna motivazione specifica. Sono due strumenti diversi, ma possono essere usati insieme. In molte inchieste civiche il percorso funziona proprio così: una segnalazione apre il problema, l’accesso agli atti permette di ottenere i primi documenti, e il FOIA consente di allargare la richiesta ad altri atti e dati pubblici. Le [linee guida dell’Autorità Nazionale Anticorruzione](https://www.anticorruzione.it/-/l-accesso-civico-c.d.-generalizzato-artt.-5-co.-2-e-5-bis-d.lgs.-33/2013-) spiegano nel dettaglio come funziona questo secondo strumento e come presentare una richiesta. Ed è spesso a questo punto che le cose diventano davvero interessanti. Perché quando i documenti iniziano a uscire dagli archivi, la storia che raccontano non sempre coincide con quella raccontata nei comunicati stampa. ## **Il quarto effetto: attivi i controlli interni all’amministrazione** C’è una cosa che molti non sanno. Le segnalazioni protocollate non rimangono necessariamente in un cassetto dell’ufficio competente. In molte amministrazioni transitano per uffici diversi, possono arrivare al dirigente, al segretario comunale, al responsabile per la prevenzione della corruzione e della trasparenza, il cosiddetto RPCT, figura obbligatoria per legge in tutti gli enti locali. Puoi approfondire il funzionamento di questi meccanismi nel [Decreto legislativo 33/2013](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2013-03-14;33) sulla trasparenza della PA. In certi casi questa circolazione attiva verifiche interne, richieste di chiarimenti, revisioni di procedure. Non sempre accade. Non sempre funziona come dovrebbe. Ma senza segnalazione non accade mai. Il silenzio non attiva nulla. ## **Il quinto effetto: costruisci un dossier** Una segnalazione isolata può essere ignorata. Dieci segnalazioni protocollate sullo stesso problema diventano un dossier, un caso pubblico, una questione che non può più essere archiviata senza lasciare tracce. È così che nascono molte inchieste civiche e giornalistiche: non da una denuncia eclatante, ma dall’accumulo di atti formali che costruiscono nel tempo una documentazione impossibile da smentire. Se sei in un comitato di quartiere, se fai parte di un gruppo di cittadini preoccupati per il [verde pubblico](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-verde-urbano-guida-pratica/) o per la gestione delle strade, coordinatevi: protocollate le segnalazioni, conservatele, costruite una memoria documentale collettiva. È una delle forme più solide di [pressione civica](https://eywadivulgazione.it/cittadini-protagonisti-la-nuova-frontiera-della-partecipazione-nelle-decisioni-pubbliche/) che esistano. Molte delle inchieste civiche pubblicate da Eywa nascono proprio così: da cittadini che hanno protocollato segnalazioni, chiesto accesso agli atti e raccolto documenti pubblici che nessuno aveva mai guardato con attenzione. ## **Quando la segnalazione diventa tutela legale** C’è un ultimo aspetto, meno piacevole ma importante da conoscere. Se il Comune non interviene dopo una segnalazione formale e il problema provoca un danno (a una persona, a una proprietà privata, all’ambiente) la segnalazione protocollata dimostra in modo incontrovertibile che l’amministrazione era stata messa a conoscenza del problema e non ha agito. Questo è rilevante sia per un ricorso al TAR, sia per una richiesta di risarcimento danni, sia per un eventuale intervento del difensore civico. Contro il silenzio della Pubblica Amministrazione è possibile avviare un ricorso al giudice amministrativo per obbligare l’ente a rispondere: uno strumento previsto dall’ordinamento proprio per queste situazioni. ## **Cosa non è una segnalazione** Un commento sotto il post Facebook del sindaco non produce effetti amministrativi. Neanche una telefonata all’ufficio tecnico, un messaggio su Messenger al profilo istituzionale del Comune, una lamentela pubblica sui social. Questi gesti hanno un valore comunicativo e a volte anche politico, ma non creano obblighi giuridici a carico dell’amministrazione. La segnalazione efficace è quella protocollata, quella di cui rimane traccia documentale. Molti Comuni oggi mettono a disposizione anche piattaforme digitali per le segnalazioni dei cittadini: applicazioni per smartphone, moduli online sul sito istituzionale o portali dedicati alla manutenzione urbana. Sono strumenti utili perché permettono di allegare foto, indicare con precisione il punto sulla mappa e seguire lo stato della pratica. Tuttavia è importante sapere che non tutti questi sistemi hanno lo stesso valore amministrativo della segnalazione classica. Alcuni inviano automaticamente la segnalazione al protocollo dell’ente, altri funzionano più come sistemi interni di gestione delle manutenzioni. Prima di usarli conviene verificare se la segnalazione viene protocollata ufficialmente: in caso contrario, la PEC o la richiesta formale tramite protocollo restano le modalità più sicure per creare un atto amministrativo tracciabile. ![persona al computer invia una comunicazione digitale tracciabile senza testo leggibile](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/03/ChatGPT-Image-4-mar-2026-16_06_16-300x200.webp)Il canale conta: deve restare una prova di invio e ricezione.## **Come fare una segnalazione che funziona** Un’altra domanda molto frequente è: a chi va inviata la segnalazione? In realtà non è necessario individuare con precisione l’ufficio competente: basta inviarla al protocollo generale dell’ente, che ha il compito di registrare l’atto e smistarlo agli uffici responsabili. Questo è il punto di ingresso ufficiale di tutti i documenti amministrativi. Per trovare l’indirizzo giusto basta cercare su Google il nome del Comune seguito da «protocollo generale» oppure «PEC protocollo». Nella pagina dei contatti del sito istituzionale è quasi sempre indicata la PEC dell’ente. Se vuoi andare sul sicuro, puoi usare l’[Indice delle Pubbliche Amministrazioni (IPA)](https://www.indicepa.gov.it), il registro ufficiale degli indirizzi digitali della PA: basta inserire il nome del Comune per trovare la PEC ufficiale, che ha valore legale e garantisce la protocollazione della comunicazione. Non serve essere avvocati. Servono tre elementi: una descrizione chiara del problema, l’indicazione precisa del luogo (indirizzo, coordinate, riferimento catastale se disponibile) e la documentazione disponibile, anche solo fotografie con data e ora. Il canale più efficace è la PEC, che ha valore legale e garantisce la prova della consegna. In alternativa, l’invio tramite il protocollo generale del Comune (con posta ordinaria o via email istituzionale) con richiesta di ricevuta di protocollazione. Per i casi in cui si intende anche richiedere documenti, la procedura dell’accesso agli atti ai sensi della Legge 241/1990 è lo strumento specifico: il modulo è spesso disponibile direttamente sul sito del Comune. ## **Perché questo cambia tutto** Molti cittadini pensano che segnalare sia inutile. Che tanto non cambia niente. Che il Comune farà quello che vuole fare. È una convinzione comprensibile, ma è anche il motivo per cui molti problemi restano invisibili per anni. Ed è vero che la segnalazione da sola non risolve nulla, non sostituisce l’azione politica, non sopperisce a una cattiva governance. Ma costruisce le condizioni perché quella governance possa essere contestata, documentata, resa responsabile. Senza segnalazioni, i problemi restano invisibili. Gli errori restano senza responsabilità. I dati restano nascosti. La segnalazione è la prima forma di controllo civico su come vengono gestite le città, ed è l’atto fondativo di qualsiasi azione successiva, legale, politica, giornalistica, civica. Se vuoi che la tua segnalazione diventi un atto amministrativo efficace, su Eywa trovi anche le [guide pratiche su come segnalare problemi al verde urbano](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-verde-urbano-guida-pratica/), come [richiedere perizie e atti sugli alberi](https://eywadivulgazione.it/abbattimento-alberi-comune-atti-perizie-diritti/) e come [leggere il piano del verde comunale](https://eywadivulgazione.it/piano-verde-come-leggerlo/). ***Non è uno sfogo.*** ***È un atto amministrativo.*** ## **Domande frequenti** ### **Posso segnalare un problema al Comune anche se è stato causato dal Comune stesso?** Sì. La segnalazione non serve a «informare» l’amministrazione, ma a creare un atto amministrativo tracciabile. Una segnalazione protocollata obbliga il Comune a registrare la comunicazione, assegnarla a un responsabile e gestirla secondo le regole del procedimento amministrativo. ### **Come si trova l’indirizzo PEC del Comune?** Il modo più semplice è cercare su Google il nome del Comune seguito da «PEC protocollo» oppure «protocollo generale». In alternativa si può utilizzare l’[Indice delle Pubbliche Amministrazioni (IPA)](https://www.indicepa.gov.it), il registro ufficiale degli indirizzi digitali degli enti pubblici. ### **Una segnalazione sui social vale come segnalazione ufficiale?** No. Commenti su Facebook, messaggi su Messenger o telefonate informali non producono effetti amministrativi. Per creare un atto ufficiale la segnalazione deve essere protocollata tramite PEC, protocollo del Comune o richiesta formale. ### **Cosa deve contenere una segnalazione efficace?** Tre elementi fondamentali: la descrizione chiara del problema, l’indicazione precisa del luogo e la documentazione disponibile (foto, date, riferimenti). Queste informazioni permettono all’amministrazione di registrare e verificare correttamente la segnalazione. ### **Qual è la differenza tra accesso agli atti e FOIA?** L’accesso agli atti ai sensi della [Legge 241/1990](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1990-08-07;241) richiede di dimostrare un interesse diretto, concreto e attuale rispetto ai documenti richiesti. Il FOIA (accesso civico generalizzato, [D.lgs. 33/2013](https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2013-03-14;33)) non richiede alcuna motivazione: qualunque cittadino può richiedere documenti, dati o informazioni detenuti dalla PA, anche senza essere coinvolto direttamente nella vicenda. ## **Approfondimenti Eywa** [Come segnalare un problema al verde urbano: guida pratica](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-verde-urbano-guida-pratica/) La guida operativa Eywa per segnalare correttamente problemi legati ad alberi, parchi e verde pubblico: strumenti, canali e cosa scrivere. [Abbattimento alberi e accesso agli atti: perizie e diritti](https://eywadivulgazione.it/abbattimento-alberi-comune-atti-perizie-diritti/) Come richiedere gli atti amministrativi relativi all’abbattimento di alberi pubblici: autorizzazioni, perizie, contratti con le imprese appaltatrici. [Capitozzatura degli alberi in città: cos’è e come contrastarla](https://eywadivulgazione.it/capitozzatura-alberi-citta/) Approfondimento sulla pratica della capitozzatura, perché è dannosa e quali strumenti civici e normativi esistono per contrastarla. [Alluvioni urbane: piani comunali e come verificarli](https://eywadivulgazione.it/alluvioni-urbane-piani-comunali-verifica/) Responsabilità dei Comuni nella gestione delle acque urbane, quali piani dovrebbero avere e come il cittadino può verificare l’esistenza e l’applicazione di questi strumenti. [Caditoie e tombini: manutenzione e responsabilità negli allagamenti](https://eywadivulgazione.it/caditoie-tombini-manutenzione-allagamenti/) Il nesso tra manutenzione carente delle reti di drenaggio e allagamenti ricorrenti: responsabilità delle amministrazioni e strumenti di segnalazione. [Alberi e cantieri urbani: una tutela spesso aggirata](https://eywadivulgazione.it/alberi-cantieri-urbani-tutela-aggirata/) Come i cantieri in area urbana danneggiano gli alberi e quali norme di tutela esistono, e vengono troppo spesso ignorate. ## **Fonti** Legge 7 agosto 1990, n. 241. Norme sul procedimento amministrativo e diritto di accesso ai documenti amministrativi. Decreto legislativo 33/2013. Disciplina sulla trasparenza della Pubblica Amministrazione e accesso civico. Autorità Nazionale Anticorruzione. Linee guida sull’accesso civico generalizzato (FOIA). Indire. Spiegazione dei tempi di risposta della Pubblica Amministrazione nelle procedure di accesso agli atti. [https://www.comune.roma.it/web/it/scheda-servizi.page?contentId=INF40300&pagina=4](https://www.comune.roma.it/web/it/scheda-servizi.page?contentId=INF40300&pagina=4) Comune di Roma. Guida pratica all’accesso agli atti e al silenzio dell’amministrazione. Indice delle Pubbliche Amministrazioni (IPA). Registro ufficiale degli indirizzi digitali e PEC degli enti pubblici italiani. **Categorie:** Attualità --- ### [Olio extravergine d'oliva contraffatto: come riconoscerlo e difendersi](https://eywadivulgazione.it/olio-extravergine-oliva-contraffatto-come-difendersi/) **Published:** Marzo 3, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Uno scaffale del supermercato. Dieci bottiglie. La stessa parola stampata su tutte: «extravergine». Prezzi che vanno da 2,99 euro a 18 euro. Una domanda inevitabile: chi sta mentendo? La risposta è: qualcuno. E non è un’ipotesi. Ogni anno l’[ICQRF](https://www.masaf.gov.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/394) — l’ispettorato antifrodi del Ministero dell’Agricoltura — pubblica i dati sui controlli alimentari. Il settore oleario è stabilmente tra quelli con il maggior numero di irregolarità. Nel [report ICQRF 2024](https://www.masaf.gov.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/23066), l’**olio extravergine d’oliva contraffatto** e i prodotti spacciati per extravergine figurano tra le non conformità più ricorrenti dell’intero settore alimentare italiano. Perché quando paghi olio, stai pagando fiducia.## **Cosa significa davvero «extravergine»: non è una parola poetica** Extravergine non è un’etichetta di marketing. È una soglia chimica precisa, fissata dalla normativa europea, che distingue il vero olio di qualità da tutto il resto. Per ottenere legalmente la categoria «extravergine» un olio deve soddisfare tre condizioni insieme. Prima: l’acidità libera deve essere uguale o inferiore allo 0,8%. L’acidità non si percepisce al palato — misura quanto l’olio si è deteriorato dopo la raccolta: olive ammaccate, troppo mature o estratte in ritardo producono acidità alta. Seconda: il numero di perossidi, cioè i prodotti dell’ossidazione, deve restare sotto una soglia specifica. Terza: un panel test condotto da assaggiatori certificati deve escludere difetti organolettici come il rancido, il fermentato o il muffa. Il punto critico è che nessuno di questi parametri si verifica aprendo la bottiglia. Richiedono analisi di laboratorio. Il consumatore non può misurare l’acidità a casa. Quello che può fare è imparare a leggere i segnali che la bottiglia porta già con sé. La cornice normativa è il [Regolamento delegato (UE) 2022/2104](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32022R2104), che fissa i parametri chimici e le indicazioni obbligatorie in etichetta per tutte le categorie di olio d’oliva vendute nell’Unione Europea.## **Il tricolore in etichetta non significa che le olive siano italiane** Quando leggi «miscela di oli di oliva originari dell’Unione Europea» o semplicemente «blend UE», stai leggendo un’indicazione obbligatoria per legge: l’olio proviene da olive raccolte in più Paesi europei — Spagna, Grecia, Italia, Portogallo o altri. Fin qui nessun problema. Un blend fatto bene può avere ottime caratteristiche. Non è la miscela in sé il punto. Il punto è che questa dicitura legale è diventata lo strumento attraverso cui si vende olio spagnolo o greco a basso costo con packaging che evoca l’italianità: brand italiani, colori del tricolore, nomi che richiamano le colline toscane. Tutto perfettamente legale. Tutto progettato per far credere al consumatore di comprare qualcosa che non sta comprando. Quando l’etichetta mostra il Paese di confezionamento invece del Paese di produzione delle olive, il marketing sta usando la normativa come scudo. Il [Consiglio Oleicolo Internazionale (COI)](https://www.internationaloliveoil.org), con sede a Madrid, pubblica i parametri chimici e i metodi di analisi riconosciuti internazionalmente per classificare e autenticare l’olio d’oliva. È il riferimento tecnico di chi fa i controlli.## **Tre euro al litro: la matematica non torna** Esiste un modo semplice per smascherare molti oli «extravergini italiani» sullo scaffale: la matematica del costo di produzione. Un litro di extravergine italiano è raccolta, fatica, frantoio, analisi, energia, vetro, trasporto. Non è magia industriale. Fare un olio di origine italiana costa: raccogliere le olive spesso a mano o con macchine assistite, portarle al frantoio entro poche ore — perché ogni ora che passa aumenta l’acidità — pagare la molitura, le analisi, il laboratorio, il confezionamento, la distribuzione. Secondo i dati [ISMEA](https://www.ismea.it) sui costi di produzione del comparto olivicolo italiano, un extravergine di qualità difficilmente può essere venduto al consumo a meno di 6-8 euro al litro senza che qualcosa nella filiera non torni. Un olio a 3 euro per 750 millilitri non può essere extravergine italiano di qualità. Può essere un blend di oli europei a basso costo. Può essere un olio di oliva semplice venduto come extravergine. Può essere un prodotto adulterato. Le tre opzioni non si escludono. *Se il prezzo sembra impossibile, di solito lo è.* Non significa che ogni olio costoso sia buono. Significa che ogni olio troppo economico per essere quello che dichiara merita uno sguardo più attento.## **Come leggere l’etichetta dell’olio: quello che conta, quello che vale, quello che non dice nulla** Il [Regolamento delegato (UE) 2022/2104](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32022R2104) divide le informazioni in etichetta tra obbligatorie e facoltative. Ma per il consumatore la divisione utile è un’altra: quello che il produttore è costretto a dirti, quello che ha scelto di dirti, e quello che ti dice solo per sembrare qualcosa che non è. **Quello che deve esserci per legge:** la categoria merceologica (extravergine, vergine, lampante, raffinato), il Paese di origine delle olive, il termine minimo di conservazione, il numero di lotto. Se mancano, c’è già un problema. **Quello che vale la pena cercare:** la denominazione DOP o IGP con il numero dell’organismo di certificazione, la campagna di raccolta (l’anno della raccolta delle olive, non solo la data di confezionamento), la varietà delle olive. Queste informazioni non sono obbligatorie, ma la loro presenza è un segnale positivo: il produttore ha qualcosa da raccontare sulla sua filiera. **Quello che non dice nulla:** «artigianale», «tradizionale», «autentico», «naturale», «puro». Parole che non corrispondono a nessuno standard regolamentato. Chiunque può stamparle su qualsiasi bottiglia, indipendentemente da come è stato prodotto l’olio. Non hanno valore giuridico, non hanno valore informativo. Lo stesso meccanismo ingannevole opera nel [greenwashing alimentare](https://eywadivulgazione.it/etichette-impatto-zero-riconoscere-greenwashing-nuove-leggi-ue/): termini evocativi che non corrispondono a nessuna certificazione verificabile.## **DOP sull’olio d’oliva: cosa garantisce davvero (e cosa no)** Un olio DOP è automaticamente il migliore? Dipende. Le denominazioni DOP e IGP per l’olio d’oliva sono disciplinate dal [Regolamento (UE) 2024/1143](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32024R1143). Una DOP garantisce che la produzione avvenga secondo un disciplinare specifico approvato dalla Commissione Europea, con verifiche di un organismo di controllo accreditato. Non è una dicitura che il produttore si attribuisce da solo. Ma c’è un limite che pochi considerano: la certificazione DOP fotografa il processo di produzione, non lo stato dell’olio nel momento in cui lo versi nel piatto. Un DOP prodotto due anni fa, conservato male, tenuto in bottiglia trasparente esposta alla luce, può essere inferiore — sul piano organolettico — a un extravergine non certificato ma fresco, in vetro scuro, comprato direttamente dal frantoio. *DOP non significa immortale. Significa che qualcuno ha controllato come è stato fatto. Non quanto è fresco.* La freschezza dipende dalla campagna di raccolta dichiarata in etichetta. Se non c’è, non sai l’età dell’olio.## **I numeri delle frodi: cosa dicono i controlli** I dati sulle frodi sull’olio non sono segreti. Sono pubblici, aggiornati ogni anno, e chiunque può consultarli. [L’ICQRF](https://www.masaf.gov.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/23066) — Ispettorato Centrale per la Repressione delle Frodi del Ministero dell’Agricoltura — pubblica ogni anno una relazione sulle attività di controllo nel settore alimentare. Il settore oleario compare ogni anno tra quelli con la percentuale più alta di non conformità: adulterazioni, oli venduti in una categoria superiore a quella reale, etichettature irregolari. Nel 2024: 8.249 controlli sul solo comparto oleario, con irregolarità riscontrate nel 12,9% dei prodotti. Non è una tendenza episodica. È strutturale. Europol e Interpol conducono ogni anno l’[Operazione OPSON](https://www.europol.europa.eu/operations-services-and-innovation/operations/operation-opson), dedicata alle frodi alimentari a livello internazionale. Nell’edizione 2024 (OPSON XIII) — coordinata con 29 Paesi europei — sono stati sequestrati beni per oltre 91 milioni di euro. L’olio d’oliva è risultato tra i prodotti più colpiti dalle frodi. In Italia i Carabinieri NAS hanno sequestrato circa 42 tonnellate di olio adulterato spacciato come extravergine italiano, parte del quale era già entrato nel mercato. Non è un caso isolato: è la norma.## **Come riconoscere l’olio extravergine d’oliva contraffatto: cinque domande da fare alla bottiglia** Non esiste un test domestico per smascherare un olio adulterato. Il colore, il profumo, il sapore non sono indicatori affidabili senza addestramento specifico. Quello che si può fare è leggere la bottiglia come un documento. **Prima domanda — da dove vengono le olive?** Cerca la DOP o l’IGP con il numero dell’organismo di certificazione, oppure un’indicazione di origine chiara con il Paese produttore delle olive — non del Paese di confezionamento. «Confezionato in Italia» non è un’indicazione di origine. Se trovi solo «miscela di oli di oliva originari dell’Unione Europea» senza altri dettagli, stai guardando un prodotto anonimo. **Seconda domanda — c’è la campagna di raccolta?** Se l’etichetta non indica l’anno della raccolta delle olive, non sai l’età dell’olio. Un extravergine senza campagna di raccolta è un prodotto senza storia dichiarata. Il [Reg. UE 2022/2104](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32022R2104) prevede che l’indicazione sia facoltativa — ma la sua assenza dice già qualcosa. **Terza domanda — il prezzo regge la matematica?** Un olio extravergine italiano di qualità che costa meno di 6-7 euro al litro merita un’analisi più attenta, alla luce dei costi di produzione reali documentati da [ISMEA](https://www.ismea.it). **Quarta domanda — chi produce questo olio?** Un frantoio con indirizzo verificabile, un sito con informazioni sulla varietà di olive e sul metodo di raccolta è un segnale di trasparenza. I produttori che nascondono la filiera di solito hanno un motivo. **Quinta domanda — quando scade?** Se compri in febbraio un olio con scadenza a marzo, stai comprando un prodotto agli ultimi mesi della sua vita commerciale. Il prezzo di liquidazione non è un’offerta: è un modo per smaltire scorte vecchie. Un extravergine di qualità ha un termine minimo di conservazione di 18-24 mesi dall’imbottigliamento. Nessuna di queste verifiche sostituisce un’analisi di laboratorio. Ma tutte insieme riducono significativamente la probabilità di portare a casa una truffa.## **Hai comprato un olio sospetto? Segnalarlo conta davvero** Segnalare un olio sospetto all’ICQRF non è un gesto burocratico. È il modo in cui un singolo consumatore alimenta i controlli programmati su scala nazionale. Se acquisti un olio con odore di rancido, di fermentato o di muffa in un prodotto etichettato «extravergine», puoi presentare una segnalazione attraverso il portale [masaf.gov.it](https://www.masaf.gov.it) oppure al NAS (Nucleo Antisofisticazioni e Sanità) dei Carabinieri. Per la segnalazione conserva la bottiglia, lo scontrino e fotografie dell’etichetta fronte e retro. Le segnalazioni dei consumatori alimentano le campagne di controllo e contribuiscono a selezionare i prodotti da sottoporre ad analisi. Non è un’azione burocratica: è un contributo concreto a un sistema che funziona meglio se riceve informazioni dal territorio. *Non serve essere chimici. Basta non farsi prendere in giro.*## **Domande frequenti sull’olio extravergine d’oliva contraffatto** \[WORDPRESS: attivare FAQ Schema in RankMath su questa sezione\]### **Come si riconosce l’olio extravergine d’oliva contraffatto?** Non puoi riconoscerlo con certezza a occhio o al gusto — e questo è esattamente il problema. I difetti organolettici non sono sempre percepibili senza addestramento specifico. Le verifiche più affidabili riguardano l’etichetta: presenza della campagna di raccolta, indicazione di origine chiara, prezzo coerente con i costi di produzione reali, produttore identificabile. Nessuna verifica è definitiva da sola. Insieme, riducono significativamente il rischio.### **Cosa significa «blend di oli UE» sull’etichetta dell’olio?** Significa che l’olio proviene da olive raccolte in più Paesi dell’Unione Europea. È un’indicazione obbligatoria per legge, perfettamente legale, e non implica automaticamente qualità inferiore. Il problema è che questa dicitura viene spesso abbinata a packaging che evoca l’italianità — colori, nomi, immagini — senza che l’olio abbia alcun legame reale con le olive italiane. Legale sul piano formale; opaco sul piano della trasparenza.### **Qual è il prezzo minimo dell’olio extravergine italiano di qualità?** Secondo le rilevazioni [ISMEA](https://www.ismea.it) sui costi di produzione, un extravergine di origine italiana di qualità difficilmente può essere venduto al consumo a meno di 6-8 euro al litro. Sotto quella soglia, qualcosa nella filiera non torna: può essere un blend con oli europei a basso costo, un olio venduto in una categoria superiore a quella reale, o un prodotto adulterato.### **Cosa garantisce davvero la certificazione DOP sull’olio d’oliva?** La DOP garantisce che la produzione avvenga secondo un disciplinare approvato dalla Commissione Europea, con verifiche di un organismo accreditato. Garantisce il processo e la provenienza. Non garantisce la freschezza al momento dell’acquisto: un DOP invecchiato o mal conservato può avere caratteristiche inferiori a un extravergine non certificato ma recente. Per questo la campagna di raccolta in etichetta è importante anche sugli oli DOP. Il quadro giuridico è il [Reg. UE 2024/1143](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32024R1143).### **Come segnalare un olio extravergine d’oliva adulterato?** Puoi segnalarlo all’ICQRF attraverso il portale [masaf.gov.it](https://www.masaf.gov.it), oppure al NAS dei Carabinieri. Conserva la bottiglia integra, lo scontrino e fotografie dell’etichetta. Le segnalazioni vengono utilizzate per orientare le campagne di controllo programmate.## **Approfondimenti Eywa** [**Come riconoscere il greenwashing sulle etichette alimentari**](https://eywadivulgazione.it/etichette-impatto-zero-riconoscere-greenwashing-nuove-leggi-ue/) Eywa Divulgazione, 2025. Le nuove leggi UE contro le claims ambientali non verificabili e gli strumenti per smascherare il greenwashing sulle confezioni. [**Acqua del rubinetto: guida all’acqua potabile del tuo Comune**](https://eywadivulgazione.it/manuale-operativo-acqua-rubinetto/) Eywa Divulgazione, 2025. Manuale operativo per accedere e interpretare i dati di qualità dell’acqua potabile pubblica. [**PFAS nell’acqua del rubinetto: come leggere i dati del gestore idrico**](https://eywadivulgazione.it/pfas-acqua-rubinetto-come-leggere-dati-gestore/) Eywa Divulgazione, 2025. Come leggere i dati del gestore idrico sui PFAS e cosa fare se i valori superano i limiti. [**Bresaola della Valtellina IGP: il vero viaggio della carne che arriva sulle nostre tavole**](https://eywadivulgazione.it/bresaola-della-valtellina-igp-il-vero-viaggio-della-carne-che-arriva-sulle-nostre-tavole/) Eywa Divulgazione, 2025. Cosa garantisce davvero l’IGP sulla bresaola e come funziona la catena produttiva certificata.## **Bibliografia** Regolamento (UE) n. 1308/2013 del Parlamento Europeo e del Consiglio. Organizzazione comune dei mercati dei prodotti agricoli. Cornice normativa che include l’olio d’oliva tra le produzioni regolamentate. Regolamento delegato (UE) 2022/2104 della Commissione, del 29 luglio 2022. Norme di commercializzazione dell’olio d’oliva. Sostituisce il Reg. 29/2012 e il Reg. CEE 2568/91. Fissa i parametri chimici e le indicazioni obbligatorie in etichetta. ICQRF — Ispettorato Centrale per la Repressione delle Frodi, MASAF. Report 2024 delle attività di controllo. Olio d’oliva tra i comparti con più non conformità nel settore alimentare italiano. COI — Consiglio Oleicolo Internazionale (International Olive Council). Parametri chimici e metodi di analisi riconosciuti internazionalmente per la classificazione e l’autenticazione dell’olio d’oliva. ISMEA — Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare. Dati su prezzi all’origine, costi di produzione e volumi di importazione dell’olio d’oliva in Italia. Europol, Operazione OPSON. Report annuali sulle operazioni congiunte Europol-Interpol contro le frodi alimentari. Nell’edizione 2024 (OPSON XIII) sequestrati 91 milioni di euro di prodotti contraffatti. L’olio d’oliva figura tra i comparti più colpiti. Regolamento (UE) n. 432/2012 della Commissione. Indicazioni sulla salute autorizzate. Include il claim sui polifenoli dell’olio d’oliva: protezione dei lipidi ematici dall’ossidazione. Regolamento (UE) 2024/1143 del Parlamento Europeo e del Consiglio. Nuovo quadro giuridico sulle indicazioni geografiche (DOP, IGP, STG). Abroga e sostituisce il Reg. 1151/2012. **Categorie:** Articoli --- ### [Radon in casa: la mappa italiana del rischio e come misurarlo](https://eywadivulgazione.it/radon-casa-mappa-italiana-rischio-misurarlo/) **Published:** Febbraio 27, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Il radon non ha odore, non ha colore e non dà sintomi immediati. Ma è classificato dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) come cancerogeno di gruppo 1, cioè con evidenza certa di cancerogenicità per l’essere umano. È la seconda causa di tumore al polmone dopo il fumo di sigaretta, responsabile di circa il 10-15 percento dei casi totali di cancro polmonare. In Italia, l’Istituto Superiore di Sanità stima che il radon sia responsabile di circa 3.000 morti l’anno per tumore al polmone. Eppure la stragrande maggioranza dei cittadini non sa se la propria abitazione è in una zona a rischio, non sa come misurarlo e non sa cosa fare se i livelli sono elevati. Questo articolo spiega cosa è il radon, come verificare se la tua zona è a rischio, come effettuare una misurazione corretta e quali interventi esistono per ridurne la concentrazione. Tutte le informazioni si basano sulla normativa italiana vigente e sulle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. ## **Cos’è il radon e da dove viene** Il radon è un gas nobile radioattivo, prodotto dal decadimento naturale del radio, che a sua volta deriva dall’uranio presente nelle rocce e nel suolo. Non è un inquinante industriale: è un elemento naturale, presente ovunque, ma in concentrazioni molto variabili a seconda della geologia del territorio. Dove il suolo è ricco di rocce vulcaniche, graniti, tufi o pozzolane, la concentrazione di uranio è più alta e il radon prodotto è maggiore. Le aree a rischio più elevato in Italia includono Lazio (in particolare la zona dei Castelli Romani), Campania, Sardegna, Toscana, Friuli-Venezia Giulia e alcune zone di Piemonte e Lombardia, ma ogni Regione ha la propria mappa dettagliata pubblicata dall’ARPA di competenza. Il problema non è il radon nel suolo in sé, ma il radon negli ambienti chiusi. Quando il gas risale dal terreno attraverso le fondazioni, le crepe, i giunti e le tubature di un edificio, si accumula negli spazi confinati. Se l’edificio è poco ventilato, la concentrazione sale. Il piano terra e i locali interrati sono quelli più esposti, ma in edifici con problemi strutturali il radon può accumularsi a tutti i piani. Il radon che inaliamo decade in isotopi solidi dei suoi figli radioattivi che si depositano nel tessuto polmonare, dove continuano a emettere radiazioni ionizzanti e danneggiano il DNA delle cellule epiteliali. ## **La legge italiana: cosa prevede il D.Lgs. 101/2020** L’Italia ha recepito la Direttiva Euratom 2013/59 con il Decreto Legislativo 101/2020, che fissa i livelli di riferimento per la concentrazione di radon negli ambienti. Il livello di riferimento per le abitazioni è 300 becquerel per metro cubo (Bq/m³) come media annua. Questo non è un limite di sicurezza assoluto: l’OMS indica come valore obiettivo 100 Bq/m³, ma il D.Lgs. 101/2020 ha fissato il valore nazionale più elevato tenendo conto della fattibilità tecnica degli interventi. Sotto i 300 Bq/m³ non scatta nessun obbligo di legge per i privati, ma il rischio esiste già e aumenta progressivamente con la concentrazione. Il D.Lgs. 101/2020 prevede obblighi di misurazione e intervento per i luoghi di lavoro situati in zone «prioritarie», cioè le aree dove la probabilità di superamento del livello di riferimento è statisticamente più alta. Le Regioni sono tenute a identificare queste zone prioritarie sulla base delle mappe di rischio e a notificarle ai datori di lavoro. Per le abitazioni private non esistono obblighi di misurazione, ma la normativa incoraggia la verifica volontaria, specialmente nelle zone a maggior rischio. ## **Come leggere la mappa del rischio: la tua zona** Il punto di partenza per ogni cittadino è consultare la mappa di rischio radon del proprio territorio. Il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) pubblica dati aggregati a livello nazionale, mentre ogni ARPA regionale mantiene mappe più dettagliate. Non tutte le mappe sono aggiornate allo stesso modo e non tutte hanno la stessa risoluzione geografica: alcune mostrano il rischio a livello provinciale, altre a livello comunale, le più avanzate a livello sub-comunale. Per il Lazio, l’ARPA Lazio ha pubblicato una mappa dettagliata che evidenzia le concentrazioni elevate nei Colli Albani e nella zona tuscolana. Per la Sardegna e la Campania esistono mappature specifiche con dati su comuni singoli. Il Ministero della Salute, nella sezione dedicata al radon, pubblica una panoramica delle zone a maggior rischio e fornisce indicazioni per accedere alle mappe regionali. L’ISS, nella sua sezione radon, raccoglie i dati delle campagne di misurazione nazionali condotte negli anni. Una cosa importante da tenere presente è che la mappa di rischio indica una probabilità statistica, non una certezza. Due abitazioni nello stesso comune, o anche nello stesso edificio, possono avere concentrazioni di radon molto diverse a seconda delle caratteristiche costruttive, del tipo di fondazione, della ventilazione e dell’uso degli ambienti. La mappa di rischio è uno strumento di orientamento per decidere se misurare: la misurazione è l’unico modo per sapere il dato reale della tua abitazione. ## **Come misurare il radon in casa: la guida pratica** La misurazione del radon si effettua con dosimetri passivi, piccoli dispositivi di plastica che contengono un rivelatore alfa sensibile alle particelle emesse dal radon. Non richiedono alimentazione elettrica, non sono invasivi e non producono nessun disturbo. Si posizionano nell’ambiente da monitorare, ci rimangono per un periodo stabilito (tipicamente tra 90 giorni e un anno, per ottenere una media annua affidabile), e poi vengono inviati a un laboratorio accreditato per l’analisi. L’OMS, nel suo «Handbook on Indoor Radon» del 2009, raccomanda misurazioni di lungo periodo (almeno tre mesi, preferibilmente un anno) per ottenere un valore rappresentativo della concentrazione media, che è influenzata dalla stagione, dalle abitudini di ventilazione e dalle condizioni meteorologiche. Le misurazioni di breve durata con strumenti elettronici portatili possono dare indicazioni qualitative ma non sono sufficienti per una valutazione del rischio affidabile. I dosimetri passivi per uso domestico sono acquistabili da laboratori accreditati e da alcuni produttori specializzati. Il costo è generalmente contenuto, tra 30 e 80 euro per dosimetro inclusa l’analisi di laboratorio. La procedura corretta prevede il posizionamento del dosimetro al piano più basso dell’abitazione (piano terra o seminterrato), in una stanza abitata regolarmente, a circa 1,5 metri dal pavimento e lontano da fonti di calore e ventilazione diretta. Non va messo in cucina o in bagno, dove le correnti d’aria alterano la misura. Se l’abitazione si sviluppa su più piani, è utile posizionare un secondo dosimetro al piano superiore per confronto. I laboratori accreditati per l’analisi dei dosimetri radon in Italia sono certificati dall’ISS e dall’ISPRA. Prima di acquistare un dosimetro, verifica che il fornitore indichi esplicitamente l’accreditamento del laboratorio che effettua l’analisi e che il rapporto finale includa l’incertezza di misura: un risultato di 280 Bq/m³ ± 80 Bq/m³ è molto diverso dal punto di vista interpretativo rispetto a uno di 280 Bq/m³ ± 15 Bq/m³. ## **Se la concentrazione supera il livello di riferimento: cosa fare** Se la misurazione restituisce valori superiori ai 300 Bq/m³, il D.Lgs. 101/2020 non impone interventi obbligatori per le abitazioni private, ma esistono tecniche consolidate per ridurre la concentrazione. Il primo intervento da valutare è il miglioramento della ventilazione: aumentare il ricambio d’aria, specialmente nei locali al piano terra e nei seminterrati, riduce la concentrazione di radon diluendolo. Non è sempre sufficiente come unico intervento, ma è il meno costoso e spesso abbassa significativamente i valori. L’intervento più efficace per concentrazioni molto elevate è la «depressurizzazione del suolo»: consiste nel creare un percorso preferenziale per il radon che lo dirotta verso l’esterno attraverso un tubo di aspirazione installato sotto la soletta del piano terra, evitando che si accumuli nell’abitazione. È un intervento tecnico che richiede un professionista specializzato e può ridurre le concentrazioni dell’80-95 percento. Le aziende di bonifica radon certificate possono effettuare una valutazione preliminare e proporre la soluzione più adeguata. Un approccio integrato, raccomandato dall’OMS e dalle linee guida IARC, prevede la combinazione di più interventi: sigillatura delle vie di ingresso (crepe, giunti, passaggi di tubature), miglioramento della ventilazione e, se necessario, depressurizzazione. I costi variano in modo significativo a seconda dell’entità del problema e delle caratteristiche dell’abitazione. ## **L’azione civica: cosa puoi chiedere al tuo Comune** Se abiti in una zona identificata come prioritaria dalle mappe ARPA, hai il diritto di accedere ai dati di rischio del tuo territorio attraverso l’accesso civico generalizzato (ai sensi del D.Lgs. 33/2013). Puoi chiedere al tuo Comune o all’ARPA regionale di competenza i dati delle campagne di misurazione effettuate nelle abitazioni della tua zona, i risultati eventuali delle misurazioni nelle scuole e negli edifici pubblici, e le azioni previste o in corso per la riduzione dell’esposizione. Le scuole situate nelle zone prioritarie hanno obblighi specifici di misurazione previsti dal D.Lgs. 101/2020: se i tuoi figli frequentano una scuola in zona a rischio, puoi chiedere all’istituto la documentazione delle misurazioni effettuate e i valori rilevati. Se i dati non sono disponibili o non vengono forniti, puoi presentare un accesso agli atti formale indirizzato all’ente gestore dell’edificio scolastico. Il radon è un rischio invisibile ma misurabile. La mappa esiste, i dosimetri esistono, la normativa esiste. Non sapere il dato della tua abitazione è una scelta, non una necessità. **Approfondimenti Eywa** Eywa Divulgazione, 2025. Manuale per monitorare la qualità dell’aria in casa e nel quartiere. Eywa Divulgazione, 2025. Le fonti di inquinamento dell’aria indoor nelle abitazioni italiane. Eywa Divulgazione, 2025. PM2.5 in Italia: dati, cause e azioni concrete per ridurre l’esposizione. **Bibliografia** D.Lgs. 101/2020. Attuazione della direttiva 2013/59/Euratom in materia di sicurezza delle radiazioni ionizzanti. Livelli di riferimento per radon negli ambienti residenziali e lavorativi. Ministero della Salute, sezione Radon. Informazioni istituzionali sui livelli di rischio, campagne di misurazione e interventi di risanamento. Istituto Superiore di Sanità (ISS), sezione Radon. Dati tecnici, risultati delle campagne nazionali di misurazione, guide per la misurazione domestica. SNPA – Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente. Mappe nazionali del rischio radon e dati aggregati delle ARPA regionali. Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), 2009. WHO Handbook on Indoor Radon: A Public Health Perspective. Documento di riferimento internazionale per la misurazione e la riduzione dell’esposizione al radon negli ambienti residenziali. IARC – International Agency for Research on Cancer. Classificazione del radon come cancerogeno di gruppo 1 con evidenza certa nell’essere umano. Monografia IARC volume 100D. **Categorie:** Manuali --- ### [Umidità e muffe in casa: il problema strutturale che il deumidificatore non risolve ](https://eywadivulgazione.it/umidita-muffa-casa-problema-strutturale-deumidificatore-risolve/) **Published:** Febbraio 26, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Se hai macchie scure sugli angoli delle pareti, odore di chiuso che non passa e una sensazione di aria umida che si ripresenta ogni inverno, spesso hai un problema edilizio o di ventilazione, non solo di umidità ambientale che si risolve comprando un deumidificatore. La distinzione è importante, perché il mercato dei deumidificatori vale miliardi e quasi nessun venditore ha interesse a dirtelo. Ogni anno in Italia milioni di famiglie affrontano umidità e muffe in casa acquistando apparecchi che abbassano temporaneamente il tasso di umidità relativa dell’aria, senza toccare la causa che ha prodotto il problema. Il risultato è che dopo qualche settimana le macchie ritornano, l’odore persiste, e il ciclo ricomincia. Questo articolo spiega perché succede, quali sono le cause reali da diagnosticare e quali interventi risolvono il problema invece di rimandarlo. ## **Perché l’aria umida fa male: i dati che l’industria non cita** Le Linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla qualità dell’aria indoor («WHO Guidelines for Indoor Air Quality: Dampness and Mould», 2009) sono inequivocabili: la presenza di umidità e muffe negli ambienti residenziali è associata a un aumento statisticamente significativo di rinite, asma, bronchite cronica e infezioni delle vie respiratorie, con effetti maggiori nei bambini, negli anziani e nelle persone con patologie pregresse. Non si tratta di sensibilità soggettiva. Si tratta di esposizione documentata ad allergeni biologici, spore fungine e composti organici volatili prodotti dalle muffe stesse. L’Istituto Superiore di Sanità, nella sezione [dedicata all’ambiente indoor](https://www.epicentro.iss.it/ambiente/indoorOms09), stima che in Italia le condizioni di umidità anomala interessino una quota rilevante del patrimonio edilizio, in particolare gli edifici costruiti prima degli anni Ottanta senza adeguati sistemi di isolamento e ventilazione. Il Ministero della Salute ha pubblicato linee guida specifiche sulla qualità dell’aria indoor che trattano il problema in modo articolato. Nessuno di questi documenti indica il deumidificatore come soluzione primaria o definitiva. ## **Le tre cause reali dell’umidità: un problema di fisica, non di aria** Per capire perché il deumidificatore non basta, bisogna capire da dove viene l’umidità. Esistono tre meccanismi distinti, spesso compresenti nello stesso edificio, e ognuno richiede una risposta diversa. Il primo meccanismo è la condensa superficiale. Avviene quando l’aria umida presente nell’ambiente entra in contatto con una superficie la cui temperatura è inferiore al punto di rugiada. La parete diventa fredda, l’umidità dell’aria si deposita su di essa, e le muffe trovano le condizioni ideali per proliferare. Questo è il meccanismo tipico degli angoli, dei davanzali interni, delle pareti esterne nei punti di minore isolamento. La norma tecnica di riferimento è la UNI EN ISO 13788, che disciplina la prestazione igrotermica dei componenti e degli elementi edilizi, definendo i criteri per la valutazione del rischio di condensa superficiale e interstiziale. Un professionista che la applica può calcolare dove e quando si forma la condensa nella tua abitazione, senza bisogno di aspettare che la muffa lo dimostri. Il secondo meccanismo è la condensa interstiziale. È meno visibile ma più insidiosa: avviene all’interno della struttura muraria, nei punti di discontinuità termica chiamati «ponti termici». Un ponte termico è una zona dove la trasmittanza termica è significativamente più alta rispetto al resto della parete: un pilastro in calcestruzzo interrotto nell’isolamento, un solaio non trattato, un serramento mal sigillato. ENEA, nell’ambito delle linee guida per l’efficienza energetica, documenta come i ponti termici siano tra le prime cause di dispersione energetica e di accumulo di condensa nelle abitazioni italiane. Abbassare l’umidità dell’aria con un deumidificatore non elimina il ponte termico: la parete continuerà a raffreddarsi in quel punto e a condensare. Il terzo meccanismo è la risalita capillare, tipica degli edifici storici senza vespaio o con fondazioni a contatto diretto con il terreno. L’acqua del suolo risale attraverso la porosity dei materiali da costruzione. In questo caso non c’è nessun apparecchio elettrico che possa risolvere il problema: serve un intervento sulle fondazioni o sui muri perimetrali. Il deumidificatore, in questo contesto, è semplicemente irrilevante. ## **Il deumidificatore: quando serve e quando è solo un cerotto** Detto questo, il deumidificatore ha una sua utilità specifica e limitata. Serve in due situazioni precise: la prima è la gestione temporanea di un’umidità ambientale elevata in assenza di interventi strutturali in corso, per esempio durante una ristrutturazione o dopo un allagamento. La seconda è il controllo dell’umidità relativa in ambienti chiusi come cantine, box o locali non riscaldati, dove la ventilazione naturale è insufficiente e non ci sono residenti esposti continuativamente. In tutti gli altri casi, il deumidificatore non risolve il problema e non elimina la causa: può portare a livelli di umidità troppo bassi se usato in modo improprio. Un’aria molto secca è infatti irritante per le mucose respiratorie e favorisce la diffusione di virus. I valori ottimali di umidità relativa per la salute sono compresi tra il 40 e il 60 percento, come indicato dalla REHVA (Federation of European Heating, Ventilation and Air Conditioning Associations) e dagli standard ASHRAE sulla qualità dell’aria indoor. Asciugare l’aria al di sotto del 40 percento per «combattere le muffe» non è una soluzione: è un danno aggiuntivo. ## **La ventilazione meccanica controllata: la soluzione che i venditori non propongono** La soluzione strutturale più efficace nei casi di condensa superficiale da scarso ricambio d’aria è la ventilazione meccanica controllata, conosciuta con l’acronimo VMC. Si tratta di un sistema che garantisce il ricambio continuo dell’aria indoor estraendo l’aria viziata e introducendo aria esterna filtrata, in molti casi con recupero del calore per non disperdere energia termica. La REHVA pubblica linee guida tecniche specifiche sulla ventilazione e sulla qualità dell’aria che documentano l’efficacia dei sistemi VMC nella riduzione della condensa e delle muffe. Una VMC ben dimensionata può risolvere in modo definitivo i problemi di condensa legati al ricambio d’aria insufficiente: non abbassa l’umidità già presente ma impedisce che si accumuli il vapore acqueo prodotto dalle attività quotidiane (cucina, docce, respirazione, piante). Non risolve invece i problemi originati da ponti termici, infiltrazioni o risalita capillare, che richiedono interventi specifici sull’involucro edilizio. Per un approfondimento sul monitoraggio della qualità dell’aria domestica, vedi anche il nostro [manuale operativo per monitorare l’aria in casa e nel quartiere](https://eywadivulgazione.it/manuale-monitorare-aria-quartiere-da-casa/). La VMC è un intervento più costoso di un deumidificatore, ma permanente. Il costo di installazione varia in modo significativo a seconda del tipo di impianto (monocanale, a doppio flusso, centralizzato) e della superficie dell’abitazione, ma esistono incentivi fiscali applicabili come intervento di efficienza energetica. ## **Come diagnosticare il problema prima di spendere soldi** Prima di qualsiasi acquisto, la prima cosa da fare è una diagnosi. Tre domande fondamentali permettono di orientarsi senza essere tecnici. La prima: la muffa compare principalmente sulle pareti esterne o negli angoli? In questo caso il problema è quasi certamente un ponte termico o uno scarso isolamento, non l’umidità ambientale. La seconda: la muffa compare vicino ai serramenti o sotto i davanzali? Qui il problema è di tenuta dell’involucro: infiltrazioni d’acqua dall’esterno o condensa sul vetro. La terza: la muffa compare in bagno e cucina anche con buona ventilazione? Qui il problema è di ricambio d’aria insufficiente e una VMC può essere la risposta. Un termometro a infrarossi, acquistabile a basso costo, permette di rilevare le superfici più fredde delle pareti e identificare i ponti termici visibili. I professionisti usano termocamere con una precisione molto maggiore, ma anche una scansione manuale con strumento economico può dare indicazioni utili per formulare la richiesta giusta a un tecnico. ## **L’angolo anti-greenwashing: quello che i produttori non dicono** Il mercato dei deumidificatori in Italia vale centinaia di milioni di euro. Le campagne pubblicitarie del settore mostrano quasi invariabilmente famiglie felici in case asciutte, senza mai menzionare le cause strutturali dell’umidità. Il messaggio implicito è semplice: il tuo problema è l’aria, e noi vendiamo la soluzione per l’aria. Il problema è che il tuo problema non è l’aria. Il greenwashing in questo settore prende anche un’altra forma: alcuni produttori promuovono deumidificatori come «soluzioni per la salute» citando la riduzione delle muffe, senza dichiarare che la riduzione è temporanea e condizionata all’uso continuo dell’apparecchio. Un deumidificatore spento per qualche giorno permette all’umidità di tornare ai livelli precedenti. È un prodotto che richiede consumo energetico continuo per mantenere un risultato che non è mai definitivo. Per approfondire come valutare i prodotti per la casa su base ambientale, vedi anche il nostro articolo su [detergenti ecologici e salute domestica](https://eywadivulgazione.it/profumi-puliti-detergenti-eco-quando-odore-teatro-cosa-salute-domestica/). La soluzione definitiva richiede un tecnico abilitato (un geometra, un ingegnere civile o un termotecnico), una diagnosi igrotermale dell’edificio secondo i criteri della UNI EN ISO 13788 e un intervento mirato. Può essere un cappotto termico, una VMC, il ripristino dell’isolamento dei serramenti, o una combinazione di questi. In alcuni casi può essere relativamente economico (sigillatura di un serramento), in altri richiede un intervento più significativo. Ma è l’unica via che risolve il problema invece di asciugarlo in superficie. ## **Cosa fare adesso: le azioni concrete** Se hai muffe sulle pareti, il primo passo è documentare dove si trovano, scattare foto con data e annotare in quali condizioni compaiono (stagione, temperatura esterna, uso degli ambienti). Questa documentazione è utile sia per una diagnosi tecnica sia per eventuali richieste all’amministratore di condominio, se il problema riguarda parti strutturali comuni. Il secondo passo è richiedere una perizia igrotermale da parte di un professionista abilitato. In molti Comuni è possibile accedere allo sportello SUAP o ai servizi comunali per edilizia privata per orientarsi sulle procedure. Se il problema riguarda l’involucro dell’edificio e sei in un condominio, hai diritto di richiedere all’amministratore la documentazione tecnica sullo stato di manutenzione dei muri perimetrali e del tetto. Il terzo passo, se il problema è grave e documentato, è verificare se esistono agevolazioni fiscali applicabili. Gli interventi di riqualificazione energetica che includono isolamento termico o installazione di VMC rientrano generalmente nei bonus edilizi previsti dalla normativa vigente, con aliquote di detrazione variabili da verificare con un professionista. Il deumidificatore, nel frattempo, può essere usato per gestire i mesi più critici, ma con la piena consapevolezza che è una misura temporanea, non una soluzione. **Approfondimenti Eywa** Eywa Divulgazione, 2025. Le fonti di inquinamento dell’aria indoor nelle abitazioni italiane: cause e soluzioni verificate. Eywa Divulgazione, 2025. Manuale operativo per monitorare la qualità dell’aria in casa e nel quartiere con strumenti accessibili. Eywa Divulgazione, 2025. Detergenti ecologici e profumi per ambienti: quando l’odore di pulito è solo teatro e cosa invece conta per la salute domestica. Eywa Divulgazione, 2025. Tetti verdi in condominio: normativa, costi reali e prestazioni verificate. **Bibliografia** Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), 2009. WHO Guidelines for Indoor Air Quality: Dampness and Mould. Documento di riferimento internazionale sul legame documentato tra muffe indoor e patologie respiratorie. Istituto Superiore di Sanità (ISS) — Epicentro, sezione Ambiente indoor e salute. Dati e sintesi delle linee guida WHO sulla qualità dell’aria negli ambienti confinati, con sezione specifica su umidità e muffe. Ministero della Salute, sezione Qualità dell’aria indoor. Linee guida per la tutela e la promozione della salute negli ambienti confinati non industriali, con riferimento alle condizioni di umidità anomala. ENEA — Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, sezione efficienza energetica. Documentazione tecnica su ponti termici e riqualificazione dell’involucro edilizio. UNI EN ISO 13788:2013. Prestazione igrotermica dei componenti e degli elementi edilizi. Temperatura superficiale interna per evitare l’umidità superficiale critica e la condensazione interstiziale. Norma tecnica europea di riferimento per la valutazione del rischio di condensa. REHVA — Federation of European Heating, Ventilation and Air Conditioning Associations. Linee guida tecniche europee su ventilazione, qualità dell’aria indoor e sistemi VMC. ASHRAE — American Society of Heating, Refrigerating and Air-Conditioning Engineers. Standard 62.1 e 62.2 sulla ventilazione per la qualità dell’aria accettabile in edifici residenziali e commerciali. **Categorie:** Articoli --- ### [Rischio Alluvioni Urbane: Guida alla Verifica dei Piani Comunali e Diritti dei Cittadini](https://eywadivulgazione.it/alluvioni-urbane-piani-comunali-verifica/) **Published:** Febbraio 25, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **Il problema lo conosci già. Adesso viene la parte difficile** Le cause strutturali degli allagamenti urbani sono già state analizzate in dettaglio su questo sito: l’impermeabilizzazione crescente del suolo, le caditoie che nessuno pulisce con regolarità, le reti fognarie progettate per un clima che non esiste più. Se vuoi capire [perché tre ore di pioggia trasformano la tua strada in un fiume](https://eywadivulgazione.it/perche-citta-italiane-allagano-piogge-normali/), la risposta è già lì. Questo dossier parte da dove quella analisi si ferma. La domanda a cui rispondere adesso è più scomoda: come faccio a sapere se il mio Comune sta facendo qualcosa di concreto per ridurre il **rischio alluvioni urbane**, oppure sta aspettando il prossimo evento per ordinare qualche riparazione d’emergenza? La pianificazione del rischio idraulico urbano non nasce da una singola legge, ma dall’intreccio tra obblighi di protezione civile, tutela del territorio, prevenzione del dissesto e gestione delle acque, già pienamente integrati nell’ordinamento italiano ed europeo. A livello europeo, la cornice madre è la **Direttiva 2007/60/CE**, recepita in Italia con il **d.lgs. 49/2010**, che impone agli Stati membri di mappare le aree a rischio, pianificare le misure di prevenzione e aggiornare periodicamente gli strumenti di gestione. Ogni Comune italiano, **in coordinamento con il gestore del servizio idrico integrato e con gli enti sovraordinati competenti**, dovrebbe già avere strumenti operativi precisi. Spesso, però, non li ha. La risposta non è nei comunicati stampa dell’assessore, né nel post Instagram del sindaco dopo l’alluvione. La risposta è negli atti. Un’amministrazione che gestisce davvero il rischio idraulico produce documenti verificabili, adotta atti formali, pubblica dati. La loro assenza non è mai un dettaglio tecnico: è un indicatore preciso di come un’amministrazione lavora, o non lavora. ![caditoia stradale ostruita rischio allagamento urbano](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/02/ChatGPT-Image-25-feb-2026-11_15_22-300x200.webp) ## **Primo asse: i documenti che dovrebbero esistere (e come trovarli)** Un Comune che gestisce il rischio produce documenti. Tre in particolare sono indispensabili, verificabili da chiunque e, se assenti, richiedibili per legge. *Un Comune che gestisce il rischio idraulico deve avere: un cronoprogramma di manutenzione della rete di drenaggio con cadenze e vie specifiche, una mappa geolocalizzata degli allagamenti ricorrenti e un piano di protezione civile aggiornato negli ultimi tre anni. Tutti e tre sono documenti richiedibili tramite accesso civico generalizzato (d.lgs. 33/2013), senza bisogno di motivazione specifica e senza costi.*### **Il cronoprogramma di manutenzione della rete di drenaggio** Non un generico impegno a «monitorare la situazione», ma un atto amministrativo con vie specifiche, cadenze di intervento, ditte incaricate e date previste. Se questo documento esiste, è accessibile tramite richiesta di accesso agli atti rivolta all’ufficio tecnico. Se non esiste, la manutenzione avviene «a chiamata», cioè esclusivamente in risposta a emergenze o segnalazioni. In un sistema che non pianifica la prevenzione, ogni pioggia intensa è un test che il Comune affronta senza essersi preparato. Il cronoprogramma dovrebbe indicare: l’elenco delle strade e delle aree soggette a manutenzione, la cadenza degli interventi (**semestrale è il minimo accettabile nelle aree a criticità ricorrente**), i criteri di priorità adottati e i nominativi o le ditte responsabili dell’esecuzione. Dovrebbe essere pubblicato in formato open data nella sezione «Amministrazione trasparente» del sito comunale, nell’ambito degli obblighi previsti dal **d.lgs. 33/2013**. Spesso non lo è. In quel caso si può presentare una richiesta di accesso civico semplice, senza dover motivare nulla, citando l’art. 5, comma 1, del decreto. Non è un documento tecnico astratto: è la differenza tra un’amministrazione che sa cosa sta facendo e una che reagisce solo alle emergenze. La questione specifica della [manutenzione di caditoie e tombini](https://eywadivulgazione.it/caditoie-tombini-manutenzione-allagamenti/) è già stata analizzata in dettaglio: la manutenzione preventiva è sistematicamente trascurata, e le conseguenze sono documentate.### **La mappa pubblica delle criticità idrauliche** Ogni Comune con una storia di allagamenti ricorrenti dovrebbe avere una mappa geolocalizzata degli episodi documentati: la via che si allaga ogni autunno, la piazza dove l’acqua non defluisce da anni, il sottopasso che va sott’acqua con qualunque temporale estivo. Questa mappa dovrebbe essere pubblica, aggiornata annualmente e usata come strumento di prioritizzazione degli interventi. Nella maggior parte dei Comuni questa mappa non esiste in forma sistematica. Esistono segnalazioni sparse negli uffici tecnici, richieste di intervento archiviate, verbali della polizia locale dopo eventi gravi, ma nessuno le ha mai aggregate in uno strumento consultabile. Il risultato è che si ripara sempre lo stesso punto, ogni volta come se fosse la prima volta, senza risalire alle cause strutturali che lo rendono vulnerabile. Un esempio documentato di quanto tempo può passare tra il momento in cui un’amministrazione dovrebbe sapere e il momento in cui agisce è quello di [Niscemi, dove una mappa pubblica del rischio frana è rimasta ignorata per 19 anni](https://eywadivulgazione.it/frana-niscemi-mappa-pubblica-ignorata-19-anni/). Non è un’eccezione. È un pattern. L’assenza della mappa delle criticità idrauliche è, da sola, la prova che l’amministrazione non ha ancora impostato una strategia. Si può chiederne la redazione formalmente, tramite istanza all’ufficio tecnico, citando le ripetute emergenze documentate negli atti comunali. La risposta, qualunque essa sia, è già un’informazione.### **Il piano di protezione civile aggiornato e testato** Quasi tutti i Comuni lo hanno. Il problema è che spesso non è stato aggiornato da anni e non è mai stato testato con esercitazioni reali. Un piano redatto nel 2014 e mai revisionato non riflette né le trasformazioni urbanistiche degli ultimi anni né l’intensificazione degli eventi meteorologici estremi. La domanda da fare non è «esiste il piano?» ma «quando è stato aggiornato l’ultima volta?» e «è stato oggetto di almeno un’esercitazione negli ultimi tre anni?». Entrambe le informazioni sono pubbliche o richiedibili. Il piano stesso deve essere consultabile online nella sezione dedicata alla protezione civile del sito istituzionale. Se non c’è, una richiesta di accesso civico generalizzato ai sensi dell’art. 5, comma 2, del **d.lgs. 33/2013** obbliga l’amministrazione a rispondere entro 30 giorni. In caso di silenzio o diniego ingiustificato, è possibile presentare reclamo al Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza (RPCT) del Comune. [Una guida pratica su come presentare segnalazioni formali al Comune](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-verde-urbano-guida-pratica/) illustra la stessa procedura applicata a un contesto diverso, con modelli e riferimenti normativi. ![invarianza idraulica pavimentazione permeabile cantiere](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/02/ChatGPT-Image-25-feb-2026-11_18_21-300x200.webp) ## **Secondo asse: cosa ogni nuovo cantiere dovrebbe rispettare (e raramente rispetta)** Ogni cittadino che vede aprire un nuovo cantiere nel proprio quartiere ha strumenti normativi precisi per verificare se il **rischio idraulico** è stato correttamente gestito, anche se queste regole sono quasi sconosciute al di fuori degli uffici tecnici. **L’invarianza idraulica** è il principio secondo cui qualunque nuova costruzione o intervento urbanistico non deve aumentare il deflusso delle acque meteoriche rispetto alla situazione preesistente. In altre parole: se prima del cantiere quell’area assorbiva una certa quantità di pioggia, dopo il cantiere deve continuare a farlo. Se la nuova superficie diventa impermeabile, l’intervento deve compensare con sistemi alternativi: vasche di laminazione, superfici drenanti, tetti verdi, giardini della pioggia, pavimentazioni permeabili. In Italia l’invarianza idraulica è norma in molte regioni. La Lombardia l’ha resa obbligatoria dal 2017 con il **Regolamento Regionale n. 7** per quasi tutti gli interventi edilizi sopra una certa soglia di superficie. Il Veneto ha adottato disposizioni analoghe. Altre regioni la richiamano nelle norme tecniche di attuazione dei piani territoriali, con gradi diversi di obbligatorietà. Il problema non è la norma, quasi sempre esiste: è il controllo in fase istruttoria e, soprattutto, la verifica che i sistemi compensativi siano stati poi effettivamente realizzati e non solo promessi nel progetto approvato. Anche i tetti e le coperture degli edifici rientrano nel computo della superficie impermeabile. Un [tetto verde](https://eywadivulgazione.it/tetti-verdi-risparmia-e-salva-il-pianeta/) non è solo un accessorio estetico o un’aspirazione ecologica: in alcune regioni è già uno dei sistemi compensativi ammessi per soddisfare l’obbligo di invarianza idraulica. Chi costruisce o ristruttura in quei contesti ha uno strumento concreto a disposizione. Ogni pratica edilizia che aumenta la superficie impermeabile dovrebbe contenere, nel fascicolo depositato all’ufficio urbanistica del Comune, uno studio idrologico di compatibilità idraulica con il progetto dei sistemi compensativi. Questo fascicolo è accessibile tramite richiesta all’ufficio urbanistica. Se lo studio manca, o se il cantiere è già completato e i sistemi non sono stati realizzati, il Comune ha rilasciato o accettato un’autorizzazione incompleta, con conseguente aumento del rischio idraulico per il quartiere. Un esposto all’ufficio tecnico, con evidenza fotografica dell’assenza dei sistemi previsti, è lo strumento corretto.## **Terzo asse: le reti fognarie miste e il piano che quasi nessuno ha redatto** Questo è il nodo tecnico più sottovalutato nel dibattito pubblico sugli allagamenti urbani, e il più raramente affrontato con onestà dalle amministrazioni. La maggior parte delle città italiane, in particolare nei centri storici e nei quartieri costruiti prima degli anni Settanta, ha reti fognarie «miste»: lo stesso collettore che raccoglie le acque reflue domestiche e industriali raccoglie anche le acque meteoriche che cadono sulle strade. Quando piove intensamente, questa rete si satura in pochi minuti e l’acqua risale dai tombini invece di defluire. Non è un malfunzionamento: è il limite strutturale di un sistema progettato per una piovosità che nel frattempo è cambiata. La responsabilità operativa di questa rete è spesso in capo al gestore del servizio idrico integrato (SII), non direttamente al Comune. Ma la pianificazione e l’indirizzo strategico restano in capo agli enti pubblici: è il Comune, attraverso il contratto di servizio con il gestore, a dover richiedere e finanziare interventi strutturali. Questa distinzione è importante perché è il principale argomento con cui le amministrazioni scaricano la responsabilità sui gestori. L’argomento è tecnicamente fondato per la gestione operativa, ma non lo è per la pianificazione: decidere se e quando separare le reti è una scelta politica, non tecnica. La soluzione strutturale è la separazione delle reti: due sistemi distinti, uno per le acque nere e uno per le meteoriche. È un intervento di lungo periodo e di costo significativo, che richiede anni di lavori. Ma non richiede di aspettare per iniziare a pianificarlo. Richiede che esista, adesso, un piano pluriennale che definisca le zone prioritarie, i lotti di intervento, i tempi e le fonti di finanziamento. Nei Comuni dove separazioni parziali sono già state realizzate, i risultati sono documentati nelle relazioni tecniche annuali dei gestori e nelle valutazioni degli enti regolatori: riduzione significativa degli allagamenti nelle aree interessate, miglioramento della qualità delle acque nei corpi idrici ricettori, diminuzione dei costi di trattamento dei reflui. I dati esistono ed è possibile accedervi. Come verificare se il piano esiste: si richiede al gestore del servizio idrico integrato la relazione tecnica annuale e il piano industriale degli interventi infrastrutturali. In alternativa, si può richiedere al Comune copia di eventuali atti deliberativi relativi alla pianificazione della rete fognaria. L’assenza di qualunque atto in materia, in un Comune con storia documentata di allagamenti, è essa stessa una risposta che vale la pena avere per iscritto.## **Quarto asse: il bilancio come specchio delle priorità reali** Ogni dichiarazione di un’amministrazione sulla prevenzione degli allagamenti può essere verificata in un solo posto: il bilancio comunale. Non i comunicati, non le promesse, non le inaugurazioni. Il bilancio. Il bilancio preventivo e il rendiconto consuntivo di ogni Comune sono documenti pubblici, accessibili nella sezione «Amministrazione trasparente» del sito istituzionale, nella sottosezione «Bilanci». Il portale [OpenBilanci](https://openbilanci.it) (openbilanci.it) li aggrega in formato consultabile senza competenze tecniche, permettendo confronti tra anni e tra Comuni di dimensione analoga. Nelle classificazioni COFOG del bilancio comunale, la prevenzione idraulica urbana si trova principalmente nella **Missione 9** «Sviluppo sostenibile e tutela del territorio e dell’ambiente» e, in parte, nella **Missione 10** «Trasporti e diritto alla mobilità» per quanto riguarda la manutenzione della rete stradale e del suo sistema di drenaggio superficiale. Sono le voci che riguardano la manutenzione del verde pubblico, la gestione delle acque piovane e la protezione civile. Quello che il bilancio rivela è il rapporto tra spesa preventiva e spesa di ripristino. La spesa preventiva è strutturale: compare ogni anno con importi simili, è pianificata, è il segnale che l’amministrazione ha un programma. La spesa di ripristino appare come voce straordinaria dopo un evento, spesso finanziata con variazioni di bilancio d’urgenza: è il segnale che l’amministrazione non preveniva. In numerosi casi documentabili analizzati negli ultimi anni, la spesa straordinaria di ripristino post-alluvione ha superato di multipli la spesa annuale ordinaria di manutenzione preventiva. Il **Quarto Rapporto ISPRA “Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio — Edizione 2024”** (Rapporti n. 415/2025, presentato il 30 luglio 2025) certifica che il 94,5% dei Comuni italiani si trova in aree esposte a rischio di frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe. Dei quasi 26.000 interventi censiti dal Repertorio ReNDiS negli ultimi 25 anni per un finanziamento totale di 19,2 miliardi di euro, solo il 34% risulta concluso, un altro 34% è ancora da avviare o privo di dati aggiornati, con un tempo medio di realizzazione di un’opera pari a 4,7 anni. Questi numeri non descrivono un’emergenza sporadica: descrivono una condizione strutturale in cui l’investimento in prevenzione è sistematicamente insufficiente rispetto all’esposizione al rischio. I cittadini pagano questo squilibrio due volte: una con i danni alle proprietà, una con le imposte locali che finanziano le riparazioni d’emergenza. La **Corte dei Conti**, nella **deliberazione n. 17/2021/G del 18 ottobre 2021** (Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato), “Gli interventi delle amministrazioni dello Stato per la mitigazione del rischio idrogeologico”, ha evidenziato criticità significative nell’efficacia e nella governance degli interventi pubblici: la molteplicità di strutture di controllo e di coordinamento non ha favorito un’effettiva accelerazione e uniformità delle attività di prevenzione sul territorio nazionale. I [fondi per la prevenzione del dissesto idrogeologico](https://eywadivulgazione.it/dissesto-idrogeologico-fondi-prevenzione/) esistono, sono accessibili ai Comuni, ma vengono utilizzati in modo molto diseguale sul territorio nazionale. Un Comune che non ha un piano non riesce a spendere i fondi che esistono per finanziarlo.## **Quinto asse: il monitoraggio post-evento che quasi nessuno fa** Dopo ogni allagamento significativo, un’amministrazione che lavora con metodo redige una relazione tecnica pubblica. Non un comunicato stampa con le foto degli interventi, non una dichiarazione dell’assessore sulla «straordinarietà dell’evento»: una relazione che identifica le cause specifiche dell’episodio, individua i punti di cedimento della rete, e definisce un cronoprogramma correttivo con responsabili e scadenze. In Italia questo tipo di documento è rarissimo. La prassi prevalente è la gestione dell’emergenza seguita dal silenzio istituzionale, fino al prossimo evento. Il risultato è che ogni allagamento viene trattato come eccezionale, anche quando si ripete nello stesso punto ogni anno da un decennio, e che non viene mai costruito un patrimonio di conoscenza istituzionale che permetta di migliorare nel tempo. L’assenza sistematica di questo monitoraggio ha conseguenze concrete anche sul piano normativo. La **Direttiva Alluvioni 2007/60/CE** richiede agli Stati membri di riesaminare e aggiornare periodicamente i Piani di Gestione del Rischio Alluvioni. Se a livello locale non esiste un flusso documentale sugli eventi, l’aggiornamento dei piani sovraordinati avviene sulla base di dati incompleti, rendendo meno efficace l’intera pianificazione territoriale. Come richiederla: si può presentare una richiesta di accesso agli atti specificamente riferita agli eventi alluvionali degli ultimi cinque anni, chiedendo tutte le relazioni tecniche prodotte dall’ufficio tecnico o dalla protezione civile comunale in seguito a tali eventi. Se nessuna relazione è mai stata redatta, anche questa è un’informazione che vale la pena avere per iscritto, perché costituisce la base documentale per successive azioni formali. ![giardino della pioggia aiuola drenante città](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/02/ChatGPT-Image-25-feb-2026-11_21_17-300x200.webp)Un giardino della pioggia o aiuola drenante città ## **Sesto asse: cosa può fare il Comune adesso, senza aspettare grandi fondi** Esistono interventi concreti, a basso costo, che un Comune di medie dimensioni può avviare nel giro di settimane, non di anni. Sono anche i criteri con cui i cittadini possono valutare se l’amministrazione sta davvero lavorando o sta solo aspettando i prossimi fondi straordinari. **Il primo intervento**, il più immediato e il meno costoso, è la **desealing delle aiuole stradali esistenti**: rimuovere le pavimentazioni impermeabili che circondano gli alberi in strada e sostituirle con ghiaia drenante, terreno non compattato o pavimentazione permeabile. Il costo per singolo esemplare è dell’ordine di alcune centinaia di euro. Il beneficio è duplice: aumenta la capacità di infiltrazione delle acque meteoriche in loco e migliora la salute radicale delle alberature, [restituite alla loro funzione di infrastruttura idrica](https://eywadivulgazione.it/il-parco-che-non-raffredda-piu-quando-il-verde-urbano-perde-le-sue-funzioni/). Un filare di alberi ben radicati in suolo permeabile assorbe una quantità d’acqua non trascurabile per evento, riducendo il picco di deflusso superficiale che sovraccarica le caditoie. **Il secondo intervento** è la **conversione di parcheggi esistenti** da asfalto impermeabile a masselli autobloccanti drenanti o ghiaia compattata. È un intervento che si realizza in giornate, non in mesi, e che può riguardare prima le aree in prossimità delle zone storicamente più critiche per allagamenti. Il costo unitario al metro quadro è contenuto e rientra nella manutenzione ordinaria della viabilità. **Il terzo intervento**, più innovativo ma già adottato da diverse città europee, è la **creazione di piccoli giardini della pioggia** nelle aree verdi già esistenti: depressioni vegetate nel terreno che raccolgono temporaneamente le acque di ruscellamento superficiale e le infiltrano nel suolo in modo controllato. Non richiedono opere edili significative, si realizzano con lavori di movimento terra di piccola entità, e hanno il vantaggio di aumentare la biodiversità urbana. Città come Rotterdam, Copenaghen e, più vicino a noi, alcune municipalità di Milano e Bologna, hanno già documentato risultati positivi da questo tipo di intervento diffuso. Tutti e tre questi interventi micro sono compatibili con bilanci comunali ordinari, non richiedono procedure di gara straordinarie e producono effetti visibili nel ciclo idrologico stagionale successivo al loro completamento. La loro assenza in un Comune con storia documentata di allagamenti è, anche questa, una scelta politica riconoscibile come tale. La salute del [microbioma del suolo urbano](https://eywadivulgazione.it/tutto-e-connesso-il-microbioma-del-suolo-e-la-rete-segreta-che-sostiene-la-vita/) determina direttamente la capacità di infiltrazione idrica. Un suolo compattato e biologicamente impoverito non assorbe acqua: drena male, defluisce superficialmente, arriva alle caditoie. La prevenzione delle alluvioni urbane è anche, sotto questo profilo, una questione di qualità del suolo.## **Dalla verifica all’azione: gli strumenti disponibili** Ogni elemento che manca nel proprio Comune è un’omissione che si può documentare e formalmente richiedere. Il percorso è accessibile a chiunque. Il primo passo è cercare i documenti sul sito istituzionale del Comune, nella sezione «Amministrazione trasparente». Molti documenti che dovrebbero essere pubblicati d’ufficio in realtà non lo sono, ma l’obbligo esiste ugualmente. Se i documenti non sono presenti online, si invia una richiesta di accesso civico semplice — per i documenti soggetti a pubblicazione obbligatoria — oppure una richiesta di **accesso civico generalizzato (FOIA)** ai sensi del **d.lgs. 33/2013** per tutti gli altri. Entrambe le richieste non richiedono motivazione e non hanno costo. La risposta deve arrivare entro 30 giorni. Se la risposta è che il documento non esiste, si può chiedere formalmente quando verrà redatto, citando il rischio documentato per la propria area. Se la risposta non arriva nel termine previsto, si presenta reclamo al RPCT del Comune. Se i problemi idraulici persistono e sono documentati, nonostante le segnalazioni formali e in assenza di piani di intervento, è possibile presentare un esposto alla **Procura della Repubblica** per omissione di atti d’ufficio ai sensi dell’**art. 328 c.p.**, allegando la corrispondenza intercorsa e la documentazione degli eventi. Ciascuno dei sei assi descritti corrisponde a un obbligo o a una best practice normativa: il piano di protezione civile aggiornato, la mappa delle criticità, il cronoprogramma di manutenzione, il piano fognario, la relazione post-evento, gli interventi micro di riduzione dell’impermeabilizzazione. Ognuno di questi può essere oggetto di una richiesta specifica, di un’interrogazione consiliare, di un esposto formale.### **SCARICA QUI IL MODELLO:** [foia-accesso-civico-documenti-comunali](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/02/FOIA-alluvioni-urbane-Eywa-v2.docx) ## **Le città non si allagano per forza di natura** Le città italiane che si allagano con piogge normali non lo fanno perché il cambiamento climatico è imprevedibile. Lo fanno perché per decenni si è costruito senza compensare l’impermeabilizzazione, non si è manutenuta la rete di drenaggio, non si sono separate le fognature e non si è investito in prevenzione. Il problema è reale, ma non è insolubile: ogni uno degli interventi descritti in questo dossier è tecnicamente disponibile, normato e replicabile. Quello che manca, in molti Comuni, non sono i fondi e non sono le soluzioni tecniche. Mancano il cronoprogramma, la mappa delle criticità, il piano fognario, la relazione post-evento, il capitolo di bilancio dedicato. Manca il metodo. E il metodo non costa miliardi: richiede volontà amministrativa, atti formali e responsabilità pubblica. I cittadini che chiedono conto di questi atti non sono il problema dei Comuni. Sono la pressione necessaria perché il metodo si instauri. E questa pressione può iniziare adesso, con una ricerca sul sito del proprio Comune.## **Approfondimenti Eywa** **Eywa Divulgazione. Perché le città italiane si allagano con piogge normali.** Analisi delle cause strutturali degli allagamenti urbani: impermeabilizzazione, reti sottodimensionate, manutenzione assente. Articolo di riferimento per il dossier. **Eywa Divulgazione. Caditoie e tombini: manutenzione preventiva per evitare gli allagamenti.** Guida operativa alla manutenzione ordinaria delle reti di drenaggio superficiale, con riferimenti normativi e strumenti di verifica per i cittadini. **Eywa Divulgazione. Dissesto idrogeologico: dove sono i fondi per la prevenzione.** Analisi dei finanziamenti disponibili per i Comuni, con indicazioni su come verificare se il proprio Comune li sta utilizzando. **Eywa Divulgazione. Frana a Niscemi: la mappa pubblica del rischio ignorata per 19 anni.** Caso documentato di omissione amministrativa nella gestione del rischio idrogeologico: una mappa ufficiale disponibile da quasi due decenni non ha prodotto alcun piano di intervento. **Eywa Divulgazione. Segnalare un problema al verde urbano: guida pratica.** Procedura completa per presentare segnalazioni formali al Comune, con modelli e riferimenti normativi applicabili anche alle richieste in materia di prevenzione idraulica. **Eywa Divulgazione. Tetti verdi: risparmia e salva il pianeta.** Analisi tecnica ed economica dei tetti vegetati come strumento di invarianza idraulica e riduzione dell’effetto isola di calore nelle aree urbane. **Eywa Divulgazione. Il parco che non raffredda più: quando il verde urbano perde le sue funzioni.** Analisi delle alberature urbane come infrastrutture idriche e climatiche, con indicazioni sui fattori che ne compromettono l’efficacia. **Eywa Divulgazione. Tutto è connesso: il microbioma del suolo e la rete segreta che sostiene la vita.** Approfondimento sulla salute biologica del suolo urbano e sulla sua relazione diretta con la capacità di infiltrazione idrica.## **Bibliografia essenziale** **Parlamento Europeo e Consiglio dell’UE, 2007. Direttiva 2007/60/CE.** Quadro normativo europeo che impone agli Stati membri di mappare le aree a rischio alluvionale, redigere piani di gestione e aggiornarli ogni sei anni. Base giuridica sovranazionale di tutti gli obblighi nazionali e locali in materia citati nel dossier. **Governo italiano, 2010. Decreto legislativo 23 febbraio 2010, n. 49.** Recepimento della Direttiva 2007/60/CE nell’ordinamento italiano. Definisce mappe di pericolosità idraulica, mappe del rischio di alluvioni e Piani di Gestione del Rischio Alluvioni (PGRA) articolati per distretto idrografico. **Governo italiano, 2013. Decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33 (Decreto Trasparenza).** Disciplina l’accesso civico semplice (art. 5 co. 1) e l’accesso civico generalizzato o FOIA (art. 5 co. 2). Strumento giuridico che fonda tutte le richieste documentali descritte nel dossier. **Regione Lombardia, 2017. Regolamento Regionale n. 7 del 23 novembre 2017 — Invarianza idraulica e idrologica.** Prima normativa regionale italiana a rendere obbligatoria la compensazione idraulica per quasi tutti gli interventi edilizi. Modello di riferimento per il concetto di invarianza idraulica e per le verifiche sui cantieri descritte nel dossier. **ISPRA, 2025. Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio. Edizione 2024. Rapporti n. 415/2025.** Il 94,5% dei Comuni italiani è esposto a rischio di frane, alluvioni, erosione costiera e/o valanghe. Solo il 34% degli interventi censiti da ReNDiS risulta concluso, con un tempo medio di realizzazione di 4,7 anni. Fonte primaria per i dati quantitativi sul rapporto tra spesa preventiva e spesa di ripristino. **Fondazione Openpolis, aggiornamento continuo. OpenBilanci.** Portale di analisi comparata dei bilanci comunali italiani in formato open data. Strumento consigliato per verificare le voci di spesa sulla manutenzione del territorio (Missione 9) e confrontare le priorità di bilancio del proprio Comune. **Corte dei Conti, Sezione centrale di controllo. Deliberazione n. 17/2021/G, 18 ottobre 2021.** “Gli interventi delle amministrazioni dello Stato per la mitigazione del rischio idrogeologico.” Analisi dell’efficacia e della governance degli interventi pubblici: la molteplicità di strutture di coordinamento non ha favorito un’effettiva uniformità delle attività di prevenzione sul territorio nazionale. **Categorie:** Attualità --- ### [Abbattimento alberi a Cortina per le Olimpiadi 2026: quanti sono, compensazioni promesse e impatto ambientale reale](https://eywadivulgazione.it/abbattimento-alberi-cortina-olimpiadi-2026/) **Published:** Febbraio 20, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) L’abbattimento di 825 alberi per la pista da bob di Cortina può dirsi sostenibile solo se il danno ecosistemico risulta temporaneo e compensato da una riforestazione funzionale, monitorata e verificabile nel tempo. Senza indicatori pubblici, manutenzione quinquennale e trasparenza sui dati, la compensazione numerica non equivale a rigenerazione ecologica. La differenza non è semantica ma sostanziale: mettere a dimora diecimila alberelli non ricrea automaticamente le funzioni ecosistemiche di un bosco maturo che ha impiegato un secolo a strutturarsi. Eppure nei comunicati ufficiali di SIMICO (la Società Infrastrutture Milano Cortina che gestisce le opere olimpiche) questa equivalenza viene data per scontata. Il caso dell’abbattimento alberi Cortina per le Olimpiadi Milano Cortina 2026 solleva una questione che va ben oltre il dato numerico: quando un intervento infrastrutturale può considerarsi compatibile con gli obiettivi di tutela ambientale dichiarati dall’Agenda ONU 2030? La risposta non può fermarsi alla conta degli alberi. Serve un’analisi che distingua tra compensazione contabile e rigenerazione ecologica reale, tra dichiarazioni di principio e indicatori misurabili. Questo dossier ricostruisce i dati disponibili, confronta le posizioni istituzionali con le evidenze scientifiche e propone gli strumenti che ogni cittadino può utilizzare per verificare la trasparenza delle compensazioni ambientali.## **I numeri reali dell’abbattimento alberi a Cortina** Secondo i documenti ufficiali di SIMICO, l’intervento per la realizzazione della pista da bob *Cortina Sliding Centre* sulle pendici delle Tofane — nell’area del bosco di Ronco sopra Cortina d’Ampezzo — ha comportato l’abbattimento di 825 alberi, oltre a circa il 2% in più di piante abbattute successivamente perché ritenute pericolose per la sicurezza del cantiere. In un comunicato del 29 febbraio 2024, SIMICO ha specificato che dei circa 500 larici tagliati solo il 7% aveva un’età vicina ai cento anni, e che circa la metà delle piante era già malata o danneggiata. Le organizzazioni ambientaliste e diversi periti forestali contestano questa ricostruzione: il piano di gestione forestale del Comune indica che le piante principali del lariceto di Ronco avevano un’età media di circa 150 anni, e un forestale di Mountain Wilderness descrive quell’insieme come «un lariceto monospecifico in prevalenza coetaneo, con una vita lunga oltre 100 anni», probabilmente unico nell’arco alpino meridionale a quelle quote (tra i 1.200 e i 1.300 metri s.l.m.). L’età reale degli esemplari abbattuti rimane oggetto di contrasto documentale tra le parti. Emerge inoltre una contraddizione numerica mai del tutto chiarita. SIMICO ha ottenuto l’autorizzazione all’abbattimento di fino a 2.000 piante e arbusti, poi ridotta a 1.113 piante con diametro superiore a 10 centimetri. La determina di affidamento dei lavori di taglio quantificava il legname in 2.200 metri cubi, ma la stessa SIMICO ha poi dichiarato di aver abbattuto 825 alberi per un totale di 830 metri cubi: una discrepanza quasi del triplo che non ha mai ricevuto una spiegazione pubblica soddisfacente. La discrepanza non riguarda il numero di alberi abbattuti rispetto alla soglia massima autorizzata, ma la coerenza interna tra i documenti ufficiali: o la stima iniziale era costruita su dati diversi da quelli poi applicati, oppure il consuntivo finale è incompleto. ![Cantiere del Cortina Sliding Centre sulle Tofane durante i lavori di realizzazione della pista da bob per le Olimpiadi 2026](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/02/cortina-sliding-centre-cantiere-pista-bob-2024-300x200.webp)Il cantiere del Cortina Sliding Centre nel 2024. I documenti ufficiali SIMICO registrano 825 alberi abbattuti su un’autorizzazione massima di 1.113 piante con diametro superiore a 10 cm In nessun caso SIMICO ha chiarito pubblicamente l’origine di questa differenza. Inoltre, la consigliera regionale di Europa Verde Cristina Guarda ha depositato un esposto ai Carabinieri forestali segnalando che il taglio sembrava esteso ad aree — come la curva Cristallo e l’anfiteatro — che nel progetto esecutivo erano indicate come zone di mantenimento dell’alberatura. Il problema non è quindi che siano stati superati i limiti numerici massimi, ma che si sarebbe tagliato dove il progetto stesso vietava di farlo. Va ricordato, peraltro, che la Valutazione di Impatto Ambientale non è stata ritenuta obbligatoria perché la superficie boscata interferita dal progetto era stimata in circa due ettari, al di sotto della soglia di 2,5 ettari prevista dalla normativa italiana per l’obbligatorietà della procedura (D.Lgs. 152/2006, Allegato IV). Questa circostanza è rilevante: significa che il progetto si è mosso al di sotto della soglia che avrebbe imposto una valutazione sistematica e comparata. Sul piano della compensazione, SIMICO ha dichiarato nel comunicato del 29 febbraio 2024 che per ciascun albero tagliato ne sarebbero stati piantati 12, portando entro il 2026 alla messa a dimora di «oltre 10.000 nuove piante». Tuttavia, i numeri circolati in sede politica variano enormemente: il Fondo Forestale Italiano cita un piano da 6.000 esemplari, mentre dichiarazioni di esponenti politici regionali e nazionali hanno oscillato tra 8.000 e 13.000 piantine. Secondo una ricognizione pubblicata dal Fondo Forestale Italiano nel luglio 2025, le operazioni di messa a dimora non risultavano ancora avviate. Il dato è stato poi confermato, nei suoi elementi essenziali, da un’inchiesta de Il Fatto Quotidiano nel febbraio 2026: di alberelli non ne è stato messo a terra nessuno, con la messa a dimora rimandata alla primavera avanzata. L’ultimo cronoprogramma di SIMICO annuncia che i lavori di finitura si concluderanno il 5 luglio 2026, quando i Giochi saranno già conclusi da quasi cinque mesi. Quello che manca nei comunicati ufficiali è una valutazione ecosistemica comparata: quale sarebbe stato il costo ambientale di soluzioni progettuali alternative? L’adeguamento di impianti esistenti in altre località è stato valutato e scartato non solo per ragioni tecniche — la vecchia pista Eugenio Monti era chiusa dal 2008 perché il costo di gestione era diventato insostenibile, quella di Cesana torinese (costruita per le Olimpiadi di Torino 2006 al costo di circa 110 milioni di euro) era abbandonata dal 2011 — ma in un contesto decisionale che ha privilegiato la realizzazione di un nuovo impianto a Cortina rispetto all’utilizzo di strutture già operative, come emerge dalle dichiarazioni istituzionali e dalle ricostruzioni giornalistiche dell’epoca. Il CIO (il Comitato Olimpico Internazionale) aveva più volte raccomandato l’utilizzo di impianti già operativi, indicando come opzioni la pista di Innsbruck-Igls e quella di Sankt Moritz. La trasparenza sulle alternative scartate è parte integrante di una governance ambientale seria.## **Perché 10.000 alberi non equivalgono a un bosco maturo** La retorica della compensazione numerica si basa su un errore concettuale: trattare gli alberi come unità intercambiabili anziché come nodi di una rete ecologica complessa. Un bosco maturo non è la somma degli individui che lo compongono ma l’insieme delle relazioni che questi intrattengono tra loro, con il suolo, con la fauna, con il microclima locale. Abbattere centinaia di larici maturi e sostituirli con migliaia di piantine significa azzerare quella rete e sperare che si ricostituisca in tempi ragionevoli. La scienza forestale indica che questa speranza è difficilmente realizzabile. Le reti micorriziche connettono radici e funghi simbionti, facilitando scambi di risorse tra le piante. La letteratura scientifica ha documentato la presenza di queste connessioni e la loro potenziale rilevanza ecologica, a partire dalle ricerche pionieristiche di Suzanne Simard (Simard et al. 1997, *Nature*; Simard et al. 2012, *Fungal Biology Reviews*). Va tuttavia segnalato che la portata esatta di questi effetti è ancora oggetto di dibattito scientifico: un’analisi di Karst, Jones e Hoeksema pubblicata nel 2023 su *Nature Ecology & Evolution* ha evidenziato come molte affermazioni popolari sulle reti micorriziche nei boschi siano «scollegate dalle evidenze» e che i risultati degli studi sul campo varino troppo ampiamente per supportare generalizzazioni robuste. Ciò che rimane solido è il dato strutturale: un bosco maturo ospita connessioni fungine, microbiomi del suolo e architetture radicali che i boschi giovani non possiedono ancora, con tempi di recupero che si misurano in decenni. Ne parliamo in modo approfondito nell’articolo[ Tutto è connesso: il microbioma del suolo e la rete segreta che sostiene la vita](https://eywadivulgazione.it/tutto-e-connesso-il-microbioma-del-suolo-e-la-rete-segreta-che-sostiene-la-vita/). ![Foresta matura di larici alpini con lettiera e suolo forestale complesso: un ecosistema che impiega oltre un secolo a strutturarsi](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/02/bosco-larice-maturo-alpino-microbioma-suolo-300x200.webp)Un lariceto alpino maturo. La scienza forestale documenta che reti micorriziche, microbioma del suolo e architettura radicale richiedono decenni per ricostituirsi dopo un disboscamento Il microbioma del suolo forestale è di straordinaria complessità. Come documentato dalla FAO nel rapporto *State of the World’s Forests*, un grammo di suolo forestale maturo può contenere fino a un miliardo di cellule batteriche appartenenti a migliaia di specie diverse, oltre a funghi, nematodi, artropodi e altri organismi. Questo microbioma decompone la materia organica, fissa l’azoto atmosferico, mobilizza i nutrienti minerali e contrasta i patogeni vegetali. La sua struttura dipende dalle radici degli alberi che forniscono essudati zuccherini e dalla lettiera — lo strato di foglie e rami morti — che si accumula nel tempo. Mettere a dimora nuovi alberi su suolo disturbato non ricostituisce automaticamente questo microbioma; serve tempo perché si ristabilisca la complessità funzionale originaria. Dal punto di vista della regolazione del microclima, un bosco maturo alpino agisce come un sistema di condizionamento naturale. Gli alberi adulti intercettano le precipitazioni riducendo l’impatto erosivo della pioggia, rallentano il deflusso superficiale favorendo l’infiltrazione, mantengono temperature più stabili grazie all’ombreggiamento e all’evapotraspirazione. L’IPCC (il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico – Intergovernmental Panel on Climate Change) nel sesto rapporto di valutazione evidenzia che le foreste mature svolgono un ruolo chiave nella mitigazione degli eventi climatici estremi proprio per queste funzioni regolatrici. Un impianto forestale giovane impiega decenni prima di fornire livelli comparabili di servizi ecosistemici. Anche sul fronte del sequestro di carbonio la differenza è sostanziale. Un larice maturo ha accumulato carbonio per decenni nel proprio legno, nelle radici, nel suolo circostante. Abbatterlo e sostituirlo con piantine significa liberare parte di quel carbonio attraverso la decomposizione del legno residuo e la mineralizzazione del suolo disturbato, per poi attendere che le nuove piante ricostituiscano uno stock comparabile. Secondo la letteratura internazionale sui tempi medi di ricostituzione dello stock carbonico forestale, la perdita netta di carbonio nel breve-medio termine è inevitabile in questi interventi, anche quando la compensazione numerica è abbondante; il bilancio carbonico diventa positivo solo su scale temporali di diversi decenni, sempre che la manutenzione e la sopravvivenza delle piantine siano garantite. Su questo meccanismo si basa l’analisi che Eywa ha sviluppato nell’articolo[ Carbonio fantasma: la faccia nascosta della lotta al cambiamento climatico](https://eywadivulgazione.it/carbonio-fantasma-la-faccia-nascosta-della-lotta-al-cambiamento-climatico/). La stabilità idrogeologica offerta da un bosco maturo dipende dall’architettura radicale stratificata che si è sviluppata nel tempo. Le radici degli alberi secolari penetrano in profondità ancorandosi al substrato roccioso, mentre quelle degli arbusti e delle piante erbacee formano una rete superficiale che trattiene il suolo. Questa struttura tridimensionale richiede decenni per costituirsi. L’European Environment Agency sottolinea che la funzione di protezione idrogeologica è tra le più lente a ricostituirsi dopo un intervento di disboscamento, anche in presenza di interventi di ripristino ben pianificati. C’è infine la dimensione del tempo ecologico contrapposto al tempo politico. Un bosco alpino maturo di larice può impiegare tra cento e centocinquanta anni per strutturarsi pienamente, a seconda delle condizioni ambientali locali e delle dinamiche successionali. Le comunicazioni istituzionali parlano di compensazioni da realizzare entro il 2026, ma nella documentazione facilmente accessibile al pubblico non risultano pubblicati protocolli quinquennali o decennali di verifica con indicatori ecologici definiti. È come valutare la salute di una persona controllando solo i primi minuti dopo un intervento chirurgico: si può verificare la sopravvivenza immediata ma non la qualità della vita a lungo termine. Per capire cosa succede quando le foreste perdono queste funzioni senza che vengano ripristinate nel tempo, vale la pena leggere l’approfondimento di Eywa sulle[ ghost forests in Italia](https://eywadivulgazione.it/ghost-forests-italia-foreste-fantasma/).## **Compensazione ambientale: messa a dimora o rigenerazione ecosistemica?** La comunicazione istituzionale insiste sul numero: oltre diecimila nuove piante per compensare gli 825 esemplari abbattuti. Il rapporto numerico sembra generoso, ma la quantità non dice nulla sulla qualità ecologica dell’intervento. Esiste una differenza sostanziale tra messa a dimora semplice, riforestazione vera e propria, e rigenerazione naturale assistita: tre approcci che non sono affatto equivalenti dal punto di vista ecosistemico. La messa a dimora semplice consiste nell’inserimento di alberi senza un progetto ecosistemico complessivo: si scavano buche, si piantano alberelli, si fornisce irrigazione iniziale e poi si spera che attecchiscano. In molti progetti di questo tipo la mortalità iniziale può essere consistente e dipende soprattutto dalle caratteristiche del sito, la scelta delle specie, la qualità del materiale vivaistico e la manutenzione. Senza reporting pubblico e sostituzione delle fallanze (le piante che non attecchiscono), «messa a dimora» non equivale automaticamente a «bosco che cresce». La scelta delle specie è tutt’altro che secondaria: Eywa ha documentato in[ Alberi in città: quali piantare e perché i Comuni sbagliano tutto](https://eywadivulgazione.it/alberi-in-citta-quali-piantare-e-perche-i-comuni-sbagliano-tutto/) quanto spesso gli interventi di rimboschimento pubblico scelgano specie inadatte alla stazione. La riforestazione vera e propria implica invece un progetto di ripristino ecosistemico strutturato: si analizza il suolo, si scelgono specie autoctone compatibili con la stazione, si prepara il terreno favorendo la colonizzazione da parte del microbioma, si pianifica una successione vegetazionale. Il metodo Miyawaki, sviluppato in Giappone e analizzato su Eywa nell’articolo[ Il Giappone e la riforestazione che funziona davvero](https://eywadivulgazione.it/il-giappone-e-la-riforestazione-che-funziona-davvero-e-perche-piantare-alberi-a-caso-e-solo-marketing/), ne è un esempio: si mettono a dimora specie diverse a densità elevata imitando la struttura di un bosco maturo. Tuttavia anche questo metodo ha limiti: funziona bene per ricreare biomassa e copertura arborea, meno per ripristinare le funzioni ecosistemiche più complesse come la stabilità idrogeologica profonda. La rigenerazione naturale assistita è l’approccio più conservativo e spesso il più efficace: si protegge un’area dal disturbo antropico, si favorisce la colonizzazione spontanea da parte della vegetazione autoctona, si interviene solo per rimuovere specie invasive o per accelerare processi naturali rallentati. Il WWF nelle linee guida *Forest Restoration* raccomanda la rigenerazione naturale assistita come prima opzione ovunque sia possibile. Nel caso della pista da bob di Cortina non è chiaro quale approccio sia stato adottato, e la questione è resa più urgente dai dati più recenti: secondo il Fondo Forestale Italiano (luglio 2025) e Il Fatto Quotidiano (febbraio 2026), a quasi un anno dall’abbattimento il terreno è ancora nudo e le messe a dimora sono state rimandate alla primavera avanzata del 2026, dopo la chiusura del cantiere e a Olimpiadi già concluse. Nella documentazione accessibile al pubblico mancano dati su: quali specie saranno utilizzate e in che proporzioni; se la composizione floristica del bosco abbattuto sarà rispettata; se le aree di compensazione sono contigue agli ambiti disboscati o distribuite in siti diversi; quale sarà il protocollo di manutenzione nei primi cinque anni; quale percentuale di mortalità è considerata accettabile e se sono previste sostituzioni. La questione della mortalità nei primi anni è cruciale. In diversi contesti di rimboschimento sono documentati tassi di fallimento variabili, a seconda delle condizioni ambientali e della qualità della manutenzione. Senza un monitoraggio pubblico e trasparente su base annuale, l’incognita rimane irrisolta. Il UN Decade on Ecosystem Restoration sottolinea che un progetto di ripristino ambientale serio deve prevedere indicatori misurabili di successo: percentuale di copertura arborea dopo cinque e dieci anni, ricchezza specifica della vegetazione spontanea, presenza di specie animali indicatrici, stato di salute del suolo, capacità di ritenzione idrica del substrato. Nessuno di questi indicatori è attualmente disponibile nella documentazione accessibile.## **Rischio idrogeologico sulle Tofane** Le pendici delle Tofane dove è stata realizzata la pista da bob presentano caratteristiche geomorfologiche tipiche del contesto dolomitico: versanti ripidi, substrato calcareo-dolomitico soggetto a fratturazione, alternanza di strati permeabili e impermeabili che influenzano la circolazione idrica sotterranea. In questo contesto il ruolo stabilizzante della copertura forestale non è accessorio ma strutturale. Un bosco maturo riduce il rischio di erosione superficiale, regola il deflusso delle acque meteoriche, limita l’innesco di movimenti franosi nei periodi di piogge intense. L’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) nei rapporti periodici sul dissesto idrogeologico in Italia documenta che le aree montane del Veneto settentrionale presentano livelli di pericolosità variabili secondo le mappe ISPRA e PAI regionali, con rischi di instabilità dei versanti aggravati dall’aumento della frequenza di eventi meteorologici estremi. L’abbattimento di alberi su pendici ripide richiede una valutazione attenta delle conseguenze idrogeologiche nel breve e medio termine. Per il contesto più ampio di questo problema, si veda l’approfondimento di Eywa su[ dissesto idrogeologico e fondi di prevenzione](https://eywadivulgazione.it/dissesto-idrogeologico-fondi-prevenzione/). ![Versante dolomitico delle Tofane a Cortina d'Ampezzo: area montuosa con rischio idrogeologico documentato da ISPRA e PAI regionale](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/02/rischio-idrogeologico-tofane-dolomiti-veneto-300x200.webp)Le pendici delle Tofane presentano livelli di pericolosità per instabilità dei versanti secondo le mappe ISPRA. La copertura forestale matura svolgeva funzioni di protezione idrogeologica ora temporaneamente ridotte Nel caso specifico della pista da bob, l’intervento ha comportato non solo l’abbattimento di alberi ma anche movimenti di terra per la realizzazione delle infrastrutture, con conseguente alterazione della morfologia del versante e interruzione della continuità del manto forestale. Nella documentazione forestale relativa all’area, il bosco di Ronco è descritto come ambito con funzione di protezione; il cambio di destinazione d’uso ad area destinata a infrastruttura sportiva permanente comporta conseguenze idrogeologiche che vanno al di là del semplice numero di alberi rimossi. Quando il suolo viene disturbato da lavori e movimenti di terra, la sua capacità di trattenere acqua si riduce drasticamente per compattazione e perdita di sostanza organica, impiegando anni a ricostituirsi. Durante questa fase il rischio di erosione aumenta e l’efficacia della funzione idrogeologica del versante risulta compromessa. Nella documentazione facilmente accessibile al pubblico non risultano pubblicati studi che quantifichino l’aumento del rischio idrogeologico associato all’abbattimento. Sarebbe stato opportuno che la valutazione di impatto ambientale — peraltro non obbligatoria per la soglia di superficie coinvolta — includesse modellizzazioni idrauliche e geotecniche che stimassero la variazione del coefficiente di deflusso (la percentuale di pioggia che scorre in superficie anziché infiltrarsi) e del rischio franoso in scenari di precipitazioni estreme. L’assenza di questi dati nella documentazione consultabile è una lacuna significativa nella trasparenza del processo decisionale.## **Le alternative scartate per la pista da bob di Cortina** Il CIO aveva più volte raccomandato l’utilizzo di impianti già operativi, indicando come opzioni preferibili la pista di Innsbruck-Igls e quella di Sankt Moritz. Cortina disponeva inoltre di una pista da bob storica, l’Eugenio Monti, chiusa nel 2008 perché il costo di gestione era diventato insostenibile, e l’Italia aveva già una pista costruita per le Olimpiadi di Torino 2006 a Cesana Torinese, al costo di circa 110 milioni di euro, abbandonata nel 2011 per gli stessi motivi. L’adeguamento di queste strutture è stato valutato e scartato in un contesto decisionale che ha privilegiato la realizzazione di un nuovo impianto a Cortina rispetto all’utilizzo di strutture già operative, come emerge dalle dichiarazioni istituzionali e dalle ricostruzioni giornalistiche dell’epoca. Alternative tecnicamente percorribili risultavano disponibili: sono state scartate nel processo decisionale. La trasparenza sulle alternative valutate è parte integrante di una governance ambientale seria. In assenza di una VIA obbligatoria, non è stato prodotto — o reso accessibile — un documento che confronti sistematicamente l’impatto ambientale del nuovo impianto con quello delle soluzioni alternative. Questa lacuna è tanto più rilevante se si considera che la pista di Cesana Torinese è ancora lì, nella montagna piemontese, come esempio documentato di infrastruttura olimpica dismessa a pochi anni dalla realizzazione — un caso ricorrente nel dibattito internazionale sulla legacy degli eventi sportivi, che in questo caso specifico non ha impedito di replicare le stesse scelte progettuali. ![La pista da bob di Cesana Torinese costruita per le Olimpiadi di Torino 2006 e abbandonata nel 2011: esempio di infrastruttura olimpica dismessa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/02/pista-bob-cesana-torinese-abbandonata-olimpiadi-torino-2006-300x200.webp)La pista da bob di Cesana Torinese, costruita al costo di circa 110 milioni di euro per le Olimpiadi 2006, abbandonata nel 2011. Una delle alternative valutate e scartate per le Olimpiadi Milano Cortina 2026 ## **Greenwashing infrastrutturale?** Nei documenti ufficiali di SIMICO e nei comunicati delle istituzioni coinvolte si fa riferimento esplicito agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda ONU 2030, presentando le Olimpiadi Milano Cortina 2026 come modello di evento sportivo a basso impatto ambientale. L’abbattimento alberi Cortina viene inquadrato come un intervento necessario ma pienamente compensato e compatibile con gli obiettivi di tutela ambientale. Questa narrazione merita un esame critico. Il rischio, secondo diversi osservatori e ricercatori di comunicazione ambientale, è che la compensazione numerica venga percepita come una forma di[ greenwashing](https://eywadivulgazione.it/etichette-impatto-zero-riconoscere-greenwashing-nuove-leggi-ue/) infrastrutturale: una narrazione che assolve preventivamente l’opera senza fornire al pubblico gli elementi per verificarne l’effettiva compatibilità ambientale. La differenza tra sostenibilità dichiarativa e sostenibilità verificabile sta nel passaggio dalle affermazioni di principio agli indicatori misurabili, dai comunicati stampa alle banche dati pubbliche, dagli impegni generici ai protocolli di monitoraggio trasparenti. Un meccanismo analogo è quello che Eywa ha analizzato nell’articolo sul[ net zero e la grande illusione verde](https://eywadivulgazione.it/net-zero-e-decarbonizzazione-avanzata-la-grande-illusione-verde/). L’Agenda 2030 prevede che gli interventi infrastrutturali siano valutati sulla base di indicatori misurabili e verificabili, non su dichiarazioni di principio. Il framework di reporting degli SDGs (Obiettivi di sviluppo sostenibile – Sustainable Development Goals) specifica che ogni progetto che invoca la sostenibilità deve fornire dati quantitativi su emissioni di gas serra evitate o compensate, uso delle risorse naturali, impatto sulla biodiversità, coinvolgimento delle comunità locali, trasparenza nella governance. Nel caso di Cortina questi indicatori non sono stati resi pubblici in forma strutturata e facilmente accessibile. Una domanda chiave è: esiste una dashboard pubblica che permetta ai cittadini di verificare in tempo reale lo stato di avanzamento delle compensazioni ambientali? La risposta al momento è negativa. SIMICO ha attivato la piattaforma «Open Milano Cortina 2026» per la trasparenza sui dati di appalto e investimenti, ma non risulta disponibile una mappa georeferenziata delle aree di compensazione aggiornata, né report annuali sulla sopravvivenza delle piantine, né un sistema di monitoraggio aperto che documenti il bilancio carbonico dell’intervento. L’OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – Organisation for Economic Co-operation and Development) raccomanda che ogni grande opera infrastrutturale sia sottoposta a un audit ambientale indipendente condotto da enti terzi. Nel caso delle Olimpiadi Milano Cortina non è chiaro se un audit di questo tipo sia previsto, chi lo condurrà, con quale metodologia e se i risultati saranno pubblici. Un ulteriore strumento di valutazione sarebbe l’analisi del ciclo di vita (LCA — *Life Cycle Assessment*) dell’intera opera, che quantifica gli impatti ambientali dall’estrazione delle materie prime alla dismissione finale. Nella documentazione accessibile al pubblico non risulta che per la pista da bob di Cortina sia stata condotta e pubblicata un’LCA completa, strumento che avrebbe permesso di confrontare scenari progettuali alternativi su base scientifica.## **Cosa dovrebbe essere pubblico: strumenti di monitoraggio** Un progetto di compensazione ambientale serio richiede trasparenza radicale: i cittadini devono poter verificare se gli impegni presi vengono rispettati e se gli indicatori ecologici evolvono nella direzione attesa. Gli strumenti tecnici per garantire questa trasparenza esistono e sono già implementati in diversi progetti di ripristino ambientale in Europa. Le coordinate geografiche precise delle aree di compensazione dovrebbero essere pubblicate in formato aperto (shapefile o GeoJSON), in modo che chiunque possa visualizzarle su una mappa e verificare sul campo lo stato delle messe a dimora. L’elenco completo delle specie utilizzate deve essere accessibile, specificando per ciascuna specie il numero di individui messi a dimora, la provenienza delle piantine (vivai certificati, materiale locale), l’età al momento della messa a dimora. In ambito alpino la scelta delle specie è cruciale perché ogni fascia altitudinale ha una composizione vegetazionale specifica. La percentuale di sopravvivenza a uno, tre e cinque anni deve essere monitorata e pubblicata annualmente. Il budget di manutenzione quinquennale deve essere reso pubblico, specificando le risorse dedicate a irrigazione, protezione da ungulati, sostituzione delle fallanze, controllo delle infestanti, interventi fitosanitari. L’Unione Europea con il Regolamento sul Ripristino della Natura (Nature Restoration Law, Regolamento UE 2024/1991), entrato in vigore ad agosto 2024, ha introdotto obblighi stringenti di monitoraggio e reporting per tutti i progetti di ripristino ecosistemico finanziati con fondi pubblici. Sebbene le Olimpiadi abbiano avuto un regime autorizzativo speciale, sarebbe stato coerente applicare volontariamente gli stessi standard di trasparenza. La Strategia Europea per la Biodiversità 2030 sottolinea che il ripristino degli ecosistemi non può limitarsi alla messa a dimora di alberi ma deve puntare al recupero della funzionalità ecologica complessiva. Il coinvolgimento di università e centri di ricerca nel monitoraggio — ad esempio il Dipartimento Territorio e Sistemi Agro-Forestali dell’Università di Padova — sarebbe un elemento di garanzia scientifica indispensabile. ![Schema degli indicatori di monitoraggio ambientale assenti nella documentazione pubblica sul rimboschimento compensativo delle Olimpiadi Milano Cortina 2026](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/02/monitoraggio-compensazione-forestale-indicatori-mancanti-olimpiadi-300x200.webp)Dalla mappa georeferenziata delle aree di compensazione al bilancio carbonico: gli indicatori di trasparenza che mancano nella documentazione pubblica di SIMICO e Milano Cortina 2026 ## **È sostenibile l’abbattimento di centinaia di larici maturi?** Alla data di pubblicazione di questo dossier, non risultano disponibili pubblicamente i seguenti dati: la mappa georeferenziata delle aree di compensazione forestale, il cronoprogramma dettagliato delle messe a dimora con indicazione delle specie, il budget di manutenzione quinquennale, il protocollo di monitoraggio con indicatori ecologici misurabili, qualsiasi forma di LCA relativa all’opera. L’assenza di questi dati non è un dettaglio tecnico: è il cuore del problema. La domanda a cui questo dossier tenta di rispondere non ammette risposte semplici. L’abbattimento di alberi maturi per un’opera infrastrutturale può essere considerato sostenibile solo se vengono soddisfatte alcune condizioni necessarie: l’esclusione documentata di alternative progettuali meno impattanti, un bilancio carbonico positivo nel medio periodo verificato attraverso LCA trasparente, una compensazione ecosistemica realizzata nello stesso bacino idrografico e con caratteristiche ambientali analoghe, un monitoraggio pubblico quinquennale con indicatori ecologici misurabili. Il bilancio carbonico di lungo periodo dipende da variabili incerte: quanto carbonio è stato liberato con l’abbattimento e il disturbo del suolo? Quanto ne verrà sequestrato dalle nuove messe a dimora nei prossimi decenni? Senza un’LCA pubblica questi interrogativi rimangono aperti. La compensazione nello stesso bacino non è un dettaglio formale ma una necessità ecologica: l’area di Ronco è passata da ambito forestale a infrastruttura sportiva permanente. Mettere a dimora alberi a distanza dall’area disboscata non compensa la perdita di funzioni ecosistemiche locali — la regolazione del microclima, la stabilità idrogeologica, la continuità degli habitat per la fauna. Un bosco maturo sulle Tofane svolge funzioni specifiche per quel versante, per quel microclima, per quella comunità ecologica. Il monitoraggio quinquennale trasparente è la condizione che trasforma una promessa in un impegno verificabile. Senza dati pubblici annuali su sopravvivenza, crescita, stato di salute delle messe a dimora, la compensazione resta una dichiarazione di intenti. I cittadini devono poter controllare che gli impegni presi vengano rispettati e che le risorse pubbliche investite producano i risultati dichiarati. In assenza di queste condizioni, l’abbattimento degli alberi a Cortina per la pista da bob delle Olimpiadi 2026 non può essere definito sostenibile. Nella misura in cui le condizioni sopra indicate non risultano soddisfatte, la compensazione annunciata risulterebbe di natura prevalentemente dichiarativa: un intervento che mira a mitigare l’impatto ambientale attraverso misure più simboliche che ecologicamente efficaci. Questo segnala un problema strutturale che va oltre le intenzioni dei singoli: l’assenza di strumenti di governance che impongano trasparenza, verificabilità e rendicontazione sulle decisioni che riguardano beni comuni come le foreste.## **Le domande che chiunque può protocollare** Ogni cittadino ha il diritto di accedere ai documenti amministrativi relativi a opere pubbliche che incidono sull’ambiente. La Legge 241/1990, il D.Lgs. 195/2005 sull’accesso alle informazioni ambientali e il D.Lgs. 33/2013 (FOIA italiano) garantiscono questo diritto. Eywa ha pubblicato una guida pratica su come esercitarlo in[ Abbattimento alberi: come richiedere atti, perizie e accedere ai tuoi diritti](https://eywadivulgazione.it/abbattimento-alberi-comune-atti-perizie-diritti/). Per esercitarlo in modo efficace rispetto al caso Cortina, è utile formulare domande precise e circostanziate. Una prima serie di domande può riguardare le perizie ecosistemiche: quali analisi sono state condotte sul microbioma del suolo prima e dopo l’abbattimento? È stata effettuata una mappatura della rete micorrizica e del suo stato di conservazione? Quali indicatori di biodiversità sono stati utilizzati per caratterizzare il bosco originario? Le analisi micologiche e botaniche complete: quali specie fungine simbionti sono state identificate prima dell’intervento? Quali specie vegetali rare o protette erano presenti? È stata verificata la presenza di habitat prioritari ai sensi della Direttiva Habitat UE? La presenza di habitat prioritari avrebbe richiesto procedure autorizzative più stringenti. I report annuali sulle compensazioni forestali dovrebbero essere richiesti con la massima specificità: per ciascuna area di compensazione, quali sono le coordinate geografiche, la superficie, l’elenco delle specie messe a dimora, il numero di individui per specie, la data di messa a dimora? Qual è stato il tasso di attecchimento verificato? Quali interventi di manutenzione sono stati effettuati? Quale budget è stato effettivamente speso? I dati di monitoraggio sono disponibili in formato CSV o JSON? Quali istituzioni accademiche sono state coinvolte nelle valutazioni? Formulare queste domande attraverso istanze di accesso civico semplice (D.Lgs. 195/2005) o accesso civico generalizzato (D.Lgs. 33/2013) è un atto di cittadinanza attiva. Non serve essere tecnici specializzati: basta identificare con precisione il dato che si vuole ottenere, indicare la normativa di riferimento, inviare la richiesta via PEC a SIMICO, Regione Veneto o Comune di Cortina d’Ampezzo. L’ente ha trenta giorni per rispondere e deve motivare eventuali dinieghi. Per il verde urbano il meccanismo è lo stesso che Eywa ha documentato nella guida[ Segnalare un problema sul verde urbano](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-verde-urbano-guida-pratica/) e nel dossier[ Piano del Verde: come leggerlo](https://eywadivulgazione.it/piano-verde-come-leggerlo/). Collegando questa azione individuale a quella di altre persone interessate, si può costruire una rete di monitoraggio civico. I dati ottenuti possono essere condivisi su piattaforme collaborative, discussi in assemblee pubbliche, utilizzati per articoli divulgativi o report tecnici. La trasparenza ambientale non si ottiene per concessione: si costruisce attraverso l’esercizio consapevole dei diritti di accesso. *Il green si fa, non si dice.* ## **Domande frequenti sull’abbattimento di alberi a Cortina per le Olimpiadi 2026** **Quanti alberi sono stati abbattuti per la pista da bob di Cortina?** Secondo i documenti ufficiali di SIMICO, sono stati abbattuti 825 alberi, a cui si aggiunge circa il 2% di piante rimosse in un secondo momento per ragioni di sicurezza del cantiere. Il numero totale autorizzato era molto più alto (fino a 2.000 tra piante e arbusti), ma SIMICO dichiara di essersi fermata prima della soglia massima. Le organizzazioni ambientaliste contestano il dato e segnalano che il taglio sembra esteso ad aree indicate nel progetto esecutivo come zone di mantenimento dell’alberatura. **Dove verranno messi a dimora i 10.000 alberi promessi?** SIMICO ha annunciato nel febbraio 2024 la messa a dimora di «oltre 10.000 nuove piante» entro il 2026. Tuttavia, secondo il Fondo Forestale Italiano (luglio 2025) e Il Fatto Quotidiano (febbraio 2026), a quasi un anno dall’abbattimento nessuna piantina era stata messa a dimora. La piantumazione è stata rinviata alla primavera avanzata del 2026, dopo la chiusura del cantiere e la conclusione dei Giochi. Non risulta pubblica una mappa georeferenziata delle aree di compensazione. **È stata fatta una Valutazione di Impatto Ambientale per la pista da bob di Cortina?** La VIA non è stata ritenuta obbligatoria perché la superficie boscata interferita era stimata in circa due ettari, al di sotto della soglia di 2,5 ettari prevista dal D.Lgs. 152/2006 (Allegato IV). Questa circostanza è rilevante perché significa che il progetto si è mosso al limite inferiore della soglia che avrebbe imposto una valutazione sistematica degli impatti. **L’abbattimento aumenta il rischio idrogeologico nelle Dolomiti?** Le pendici delle Tofane presentano livelli di pericolosità variabili per instabilità dei versanti (dati ISPRA e PAI regionale). La foresta matura svolgeva funzioni di protezione idrogeologica: stabilizzazione del suolo, regolazione del deflusso, riduzione dell’erosione. I movimenti di terra del cantiere e la perdita della copertura forestale riducono temporaneamente queste funzioni. Nella documentazione pubblica non risultano studi specifici che quantifichino la variazione del rischio idrogeologico. **Perché la pista da bob di Cortina non è stata realizzata all’estero come suggerito dal CIO?** Il CIO aveva più volte indicato come opzioni preferibili gli impianti già operativi di Innsbruck-Igls e di Sankt Moritz. La scelta di costruire un nuovo impianto a Cortina è maturata in un contesto decisionale che ha privilegiato la realizzazione locale rispetto all’utilizzo di strutture già esistenti, come documentato dalle dichiarazioni istituzionali e dalle ricostruzioni giornalistiche dell’epoca. La stessa Italia disponeva di due piste già costruite (Eugenio Monti, a Cortina stessa, chiusa nel 2008, Cesana Torinese. Alta Val di Susa, abbandonata nel 2011) che non sono state riqualificate. **La compensazione di 10.000 alberi equivale davvero a ripristinare il bosco abbattuto?** Dal punto di vista ecologico, no. Un bosco maturo non è la somma dei suoi alberi ma un sistema di relazioni complesse tra alberi, suolo, funghi simbionti, fauna e microclima. Le piantine messe a dimora impiegheranno tra quaranta e cinquant’anni per raggiungere una capacità di sequestro del carbonio comparabile a quella degli alberi abbattuti, e decenni per ricostruire reti micorriziche, microbioma del suolo e funzione idrogeologica del versante. La compensazione numerica è un passo necessario ma non sufficiente. ## **Approfondimenti Eywa** Eywa Divulgazione, 2025. Analisi del ruolo del microbioma del suolo e delle reti micorriziche nella funzionalità ecosistemica dei boschi maturi. Eywa Divulgazione, 2025. Studio comparativo sui modelli di riforestazione, con focus sul metodo Miyawaki e sui limiti della semplice messa a dimora. Eywa Divulgazione, 2025. Approfondimento tecnico sulla scelta delle specie arboree e sugli errori più comuni nei progetti pubblici di rimboschimento. Eywa Divulgazione, 2025. Guida pratica all’accesso agli atti ambientali e agli strumenti di trasparenza previsti dalla normativa italiana. Eywa Divulgazione, 2025. Analisi delle foreste degradate e delle conseguenze della perdita delle funzioni ecosistemiche nel tempo. Eywa Divulgazione, 2025. Studio sul bilancio carbonico nei progetti di compensazione e sui limiti delle narrazioni “net zero”. Eywa Divulgazione, 2025. Analisi critica dei meccanismi di compensazione climatica e delle distorsioni comunicative legate alla sostenibilità dichiarativa. Eywa Divulgazione, 2025. Guida alla lettura dei piani del verde e degli strumenti urbanistici comunali. Eywa Divulgazione, 2025. Manuale operativo per l’attivazione civica su temi di verde urbano e tutela ambientale. Eywa Divulgazione, 2025. Approfondimento sul rischio idrogeologico e sulla gestione dei fondi pubblici di prevenzione. ## **Bibliografia essenziale** IPCC, 2021–2023. Sixth Assessment Report. Valutazione scientifica globale sul cambiamento climatico e ruolo delle foreste nella mitigazione e adattamento. IPBES, 2019. Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services. Analisi sul declino degli ecosistemi e necessità di ripristino ecologico. FAO, 2022–2024. State of the World’s Forests. Dati ufficiali su funzione ecosistemica, biodiversità e ruolo delle foreste mature. ISPRA, rapporti periodici. Mappatura della pericolosità dei versanti, indicatori di rischio e funzioni protettive del bosco in Italia. [https://environment.ec.europa.eu/topics/nature-and-biodiversity/nature-restoration-law\_en](https://environment.ec.europa.eu/topics/nature-and-biodiversity/nature-restoration-law_en) Unione Europea, 2024. Regolamento UE 2024/1991 — Nature Restoration Law. Obblighi di monitoraggio e ripristino ecosistemico. Repubblica Italiana. D.Lgs. 152/2006. Codice dell’Ambiente, Allegato IV. Soglie per l’obbligatorietà della Valutazione di Impatto Ambientale. Simard S.W. et al., 1997. Net transfer of carbon between ectomycorrhizal tree species, Nature. Studio pionieristico sulle reti micorriziche. Karst J., Jones M.D., Hoeksema J.D., 2023. Positive citation bias and overinterpreted results on common mycorrhizal networks, Nature Ecology & Evolution. Analisi critica sulla portata delle reti micorriziche. European Environment Agency. Forest ecosystem services. Documentazione sui servizi ecosistemici delle foreste europee. **Categorie:** Dossier --- ### [La Politica Agricola Comune: opportunità europea o trappola per l’agricoltura italiana?](https://eywadivulgazione.it/la-politica-agricola-comune-opportunita-europea-o-trappola-per-lagricoltura-italiana/) **Published:** Gennaio 15, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Excerpt:** Un politica per l’agricoltura europea, fatta su misura per le nazioni del nord, devastante per l’area mediterranea. **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *di Alice Salvatore* La Politica Agricola Comune (PAC) è nata per garantire cibo e sostenere gli agricoltori ed è da decenni il pilastro dell’agricoltura europea. Oggi, a più di 60 anni dalla sua creazione, bisogna però chiedersi: è ancora un’opportunità per l’agricoltura italiana o si sta trasformando in un freno? In un’Europa dove la parola d’ordine è “sostenibilità” è una domanda più che urgente: il rischio concreto di lasciare ai margini una parte importante del nostro settore agricolo. I numeri parlano chiaro. Nel 2021, l’Italia ha ricevuto circa 6 miliardi di euro dai fondi PAC, appena il 10,5% del totale. La Francia 9,8 miliardi (17,1%), la Spagna 7,2 miliardi (12,5%) e anche la Germania ci supera con 6,4 miliardi (11,2%). Perché questa disparità? I criteri di assegnazione premiano le grandi coltivazioni continentali rispetto alle eccellenze mediterranee italiane – olio d’oliva, vino, ortofrutta – e ignorano il loro valore economico e culturale. Così Francia e Germania galoppano, mentre l’Italia fatica a tenere il passo. ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2025/01/Pac5-1024x683.jpg)Ma non è solo una questione di numeri. Il vero problema è l’impatto di questa distribuzione iniqua. Le piccole e medie imprese agricole italiane, vero cuore pulsante del nostro settore, sono soffocate dalla burocrazia e dalle regole pensate per i giganti del Nord Europa. Mentre Francia e Germania sfruttano la PAC per finanziare innovazione e grandi imprese, l’Italia è frenata da vincoli che bloccano chi vuole innovare e competere. Così, quella che dovrebbe essere una leva di crescita si sta trasformando in un boomerang. Le riforme della PAC del 2023-2027, promettono sostenibilità e riduzione delle disuguaglianze regionali, ma rischiano di essere solo slogan, senza una vera politica inclusiva di aziende medio-piccole. Serve analizzare i dati, comprendere le esigenze di chi lavora sul campo e costruire una visione per il futuro. Solo così potremo capire se la PAC sarà finalmente il motore di sviluppo che l’Italia merita o se rimarrà in una grande occasione sprecata. ### **Le radici di una disparità** Olio d’oliva, vino, ortofrutta, legumi: le coltivazioni mediterranee sono la spina dorsale di una cultura millenaria e il simbolo del Made in Italy in tutto il mondo. Eppure, nella normativa della **Politica Agricola Comune**, queste eccellenze del Nostro Paese e più in generale del Mediterraneo sono state trattate come un dettaglio marginale. Le origini di questa disparità si annidano nei criteri storici, strutturali e politici che hanno modellato la PAC fin dagli anni ’60. All’epoca, l’Europa usciva dalla Seconda Guerra Mondiale con un’ossessione: garantire cibo a sufficienza per tutti. Da qui, un sistema pensato su misura per le grandi monocolture continentali – grano, carne, latticini – e tarato su vaste distese di terra coltivata intensivamente. Nessuno, allora, si preoccupava troppo degli oliveti e dei vigneti, ricchi di storia e di potenziale economico, ma considerati irrilevanti per l’autosufficienza alimentare. Questo modello ha prodotto un sistema di finanziamenti che ancora oggi relega le produzioni mediterranee ai margini, ignorandone il valore economico, culturale e ambientale. È una zavorra che il sistema agricolo italiano si porta dietro da decenni, e la PAC, invece di alleggerirla, sembra averla resa più pesante. Non parliamo soltanto di soldi, ma di una visione marginale. L’agricoltura italiana, con la sua storia, merita rispetto, e, finora, l’Italia non ha saputo combattere con abbastanza forza per questo. ##### **Superficie agricola utilizzata (SAU): un modello che penalizza l’eccellenza** La PAC assegna i fondi con un criterio tanto semplice quanto crudele: la superficie agricola utilizzata. La logica è semplice: più terra hai, più soldi prendi. Un sistema perfetto per i giganti dell’Europa continentale, con i loro campi sterminati di grano e mais, ma che penalizza senza pietà le produzioni mediterranee. ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2025/01/Pac2-1024x684.jpg)La realtà italiana è fatta di **piccoli appezzamenti di terreno frammentati,** coltivati con dedizione e cura secondo una tradizione tramandata da generazioni: oliveti e vigneti vanno misurati non solo in ettari ma soprattutto in qualità. Eppure, la norma europea non vede nulla di tutto questo. Ignora il valore unico di queste coltivazioni – la loro sostenibilità, la loro storia, la loro eccellenza – e premia unicamente chi punta sulla quantità. ##### **Produzioni mediterranee dimenticate: decenni ai margini della PAC** Le produzioni mediterranee sono dunque state a lungo le grandi escluse della PAC. Prendiamo l’olio d’oliva, simbolo del Mediterraneo: è entrato nei meccanismi di sostegno diretto solo negli anni ’90. Anche il vino, nonostante il suo peso economico e culturale, ha ricevuto pochi fondi rispetto a prodotti come cereali e latte. Questa ingiustizia è un divario che pesa ancora oggi. Senza investimenti e innovazione l’agricoltura mediterranea è rimasta indietro, costretta a rincorrere i colossi del Nord Europa, a cui le norme hanno dato un bell’aiuto. Così le eccellenze mediterranee faticano a competere nei mercati globali, mentre il loro potenziale resta, per molti versi, inespresso. ##### **Burocrazia e frammentazione: il freno all’agricoltura italiana** L’agricoltura italiana, fatta di piccole e medie imprese a conduzione familiare, è un mosaico di qualità e biodiversità. Ma è proprio questa frammentazione – che dovrebbe essere una forza – che si scontra con i criteri della PAC. Burocrazia asfissiante, moduli infiniti, competenze tecniche complesse: per le nostre piccole aziende agricole accedere ai fondi PAC è un’impresa titanica. La gestione dei fondi in Italia è affidata in parte alle Regioni, che hanno una notevole autonomia nella loro applicazione, soprattutto per quanto riguarda i Programmi di Sviluppo Rurale (PSR), che rappresentano circa il 30% delle risorse totali della PAC. Questa autonomia, però, **porta a risultati disomogenei:** le Regioni del Nord riescono spesso a massimizzare l’uso dei fondi per innovazione e sviluppo, per contro al Sud restano indietro, penalizzate da infrastrutture carenti, inefficienze amministrative e difficoltà nell’accesso ai fondi pubblici. ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2025/01/Pac8-1024x552.jpg)A peggiorare la situazione è la diffidenza degli istituti di credito, che percepiscono le aziende agricole del Sud come ad alto rischio di insolvibilità. Questa sfiducia deriva da problemi strutturali come la frammentazione aziendale, la scarsa innovazione tecnologica e l’incapacità di garantire una redditività stabile. Così si aumenta il divario fra Nord Italia e Sud. Più di un esperto del settore ha dichiarato che è necessario un cambio radicale: una piattaforma digitale unica, connessa ai Centri di Assistenza Agricola. Solo così si potrebbe abbattere la burocrazia e semplificare molte delle attività delle nostre aziende, compreso l’accesso ai fondi PAC. Bisogna investire, inoltre, nella formazione e nel supporto tecnico, per dare anche alle piccole aziende gli strumenti necessari per competere. ##### **Riconoscimento tardivo del valore ambientale e culturale** Le coltivazioni mediterranee sono un modello vincente, un mix perfetto di valore economico, cultura e rispetto per l’ambiente. La loro struttura frammentata e la naturale diversità sono la chiave per un’agricoltura più sostenibile. Secondo l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), queste aziende agricole emettono meno CO₂ e sfruttano le risorse naturali in modo molto più efficiente rispetto alle grandi monocolture del Nord Europa. Coltivare olivi, viti e ortaggi in Italia significa tagliare le emissioni di CO₂ del 30% per ettaro rispetto a colture intensive come grano e mais. Questo grazie a un uso ridotto di fertilizzanti chimici, alle pratiche tradizionali e alla biodiversità del suolo, che è un vero tesoro: gli uliveti, ad esempio, non sono solo belli da vedere, ma assorbono fino a 10 tonnellate di CO₂ per ettaro ogni anno (dati FAO, 2022). La rotazione delle colture e la lotta ai parassiti praticata in modo naturale e tradizionale, comporta l’immissione di meno pesticidi. Di conseguenza, meno inquinamento delle acque, meno degrado del suolo. Al contrario, le monocolture intensive del Nord Europa, con l’uso massiccio di sostanze chimiche, impoveriscono i terreni e aggravano i problemi ambientali. In più, queste coltivazioni sono **l’anima del Made in Italy**. Le certificazioni DOP e IGP sono il biglietto da visita del nostro agroalimentare nel mondo, con 316 prodotti certificati nel settore alimentare e 526 nel settore vitivinicolo (dati Ismea-Qualivita, 2023). Parliamo di un valore annuo di 19 miliardi di euro che porta l’Italia al vertice in Europa e alza il prestigio del nostro Paese nei mercati globali. Ma per far sì che queste eccellenze continuino a brillare, servono azioni concrete: la Politica Agricola Europea deve sostenere chi investe nella qualità e nell’eccellenza dei prodotti. ##### **Influenza politica limitata** ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2025/01/Pac3-1024x575.jpg)Il peso politico dei Paesi mediterranei è sempre stato il grande assente al tavolo delle negoziazioni europee. Francia e Germania, veri colossi della politica agricola, hanno saputo modellare la PAC a loro immagine e somiglianza, garantendo sostegno alle loro economie agricole. L’Italia, nonostante il ruolo di spicco nella produzione agroalimentare europea, ha spesso giocato in difesa, incapace di imporre la sua visione per proteggere le peculiarità delle coltivazioni mediterranee. I paesi mediterranei hanno spesso faticato a trovare una posizione unitaria, contro il fronte compatto dei paesi Nord Europei ##### **Una questione di equità e visione** Per troppo tempo, il modello agricolo europeo hanno penalizzato l’agricoltura Mediterranea. È ora di cambiare rotta. La PAC deve essere trasformata in uno strumento che premi il merito e la qualità, non solo per la sicurezza alimentare, ma per la biodiversità e l’identità culturale europea. Questo cambio di passo non rafforzerebbe solo l’agricoltura italiana, ma darebbe all’Europa un modello agricolo innovativo, capace di affrontare le sfide globali del cambiamento climatico, della coesione sociale, della sostenibilità. Un’agricoltura che non si accontenta di sopravvivere, ma che punta a eccellere, unendo tradizione e futuro. La riforma 2023-2027, sembra andare nella direzione sperata: punta su sostenibilità, innovazione e maggiore autonomia degli Stati membri. Questa nuova fase mira a rispondere alle sfide ambientali e sociali dell’agricoltura europea e introduce più flessibilità. Tra i principali cambiamenti, spicca l’introduzione dei **Piani Strategici Nazionali**. Ogni Stato può ora decidere come utilizzare i fondi PAC, seguendo obiettivi comuni europei ma adattandoli alle proprie esigenze agricole e territoriali. Questo approccio decentralizzato favorisce soluzioni mirate e un’ottimizzazione delle risorse. La sostenibilità è fondamentale: almeno il 25% dei pagamenti diretti è destinato agli **eco-schemi**, programmi che premiano gli agricoltori per la riduzione i pesticidi, la rotazione delle colture e la tutela della biodiversità. Sul fronte sociale, è stata introdotta una condizionalità per garantire che i finanziamenti rispettino i diritti dei lavoratori agricoli. Inoltre, viene incentivata la partecipazione dei giovani agricoltori con strumenti specifici per il ricambio generazionale. L’obiettivo dichiarato è garantire cibo di qualità per i cittadini europei, sostenendo al contempo gli agricoltori e l’ecosistema, per mettere al sicuro le aziende di fronte a eventi imprevedibili. La riforma introduce due concetti fondamentali: i **pagamenti diretti** e lo **sviluppo rurale.** ### **I pagamenti diretti: un aiuto concreto per chi coltiva** I **pagamenti diretti della PAC** sono un aiuto concreto che arriva direttamente sul conto degli agricoltori. In tal modo si sostiene il reddito degli agricoltori, permettendo loro di continuare a lavorare la terra anche quando i prezzi di mercato sono bassi o un evento avverso compromette il raccolto. Ma non è un assegno regalato senza regole. Ogni anno, gli agricoltori interessati devono presentare una domanda per accedere ai pagamenti diretti. Questo passaggio è essenziale: serve a dichiarare la superficie agricola che coltivano (la SAU) e a dimostrare che rispettano tutte le condizioni richieste. ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2025/01/Pac11-1024x683.jpg) Ma, contrariamente al passato, non basta avere terra, bisogna anche soddisfare dei requisiti: il rispetto di normative ambientali, il benessere degli animali e la sicurezza sul lavoro. Senza questa attestazione non si può accedere ai fondi. Con la nuova PAC, poi, almeno il 25% dei pagamenti è legato agli **eco-schemi**, programmi che premiano chi sceglie di fare di più per l’ambiente e per migliorare la qualità del terreno, come la riduzione dei pesticidi, il sostegno alla biodiversità, o la rotazione delle colture. Ad ogni pratica sostenibile corrisponde un beneficio aggiuntivo. Nelle intenzioni del legislatore, questo è un meccanismo pensato per spingere gli agricoltori verso un’agricoltura più verde, ma lasciando loro la libertà di scegliere in base alle proprie capacità e necessità. Una rateazione dei pagamenti durante tutto l’anno consente poi di avere un reddito costante durante l’anno, una sicurezza in più per affrontare le spese quotidiane. ### **Lo sviluppo rurale: dare vita alle campagne** Oltre ai pagamenti diretti, c’è un secondo pilastro fondamentale nella PAC: lo **sviluppo rurale**. Se i pagamenti diretti sono il motore che tiene in piedi gli agricoltori giorno per giorno, lo sviluppo rurale è il piano a lungo termine per rendere le campagne un luogo migliore dove vivere e lavorare. L’obiettivo è rendere appetibile la campagna, per esempio attraverso il miglioramento delle strade e della connessione internet e la costruzione di infrastrutture che rendano attrattivo il vivere in campagna. Inoltre il finanziamento dell’acquisto di macchinari rende più semplice il lavoro. Un aspetto cruciale dello sviluppo rurale è il sostegno ai giovani agricoltori, dato che meno del 10% degli agricoltori europei ha meno di 40 anni. Senza nuove generazioni, il settore agricolo rischia di scomparire. Per questo, la PAC offre contributi economici, agevolazioni per accedere al credito e corsi di formazione per chi vuole iniziare. In Italia, dove lo spopolamento delle campagne è un problema enorme, queste misure potrebbero invertire la tendenza. Ma non è tutto: lo sviluppo rurale ha anche un altro obiettivo, quello di affrontare le **disuguaglianze regionali**. In Italia, ad esempio, il Nord ha infrastrutture moderne e aziende agricole più efficienti, mentre il Sud soffre di problemi strutturali che rendono tutto più difficile. I fondi per lo sviluppo rurale cercano di colmare questo divario, attraverso il finanziamento di progetti per migliorare strade, porti e mercati nelle regioni svantaggiate. ##### **Sostenibilità al centro: il Green Deal entra nei campi** La riforma 2023-2027 ha un punto fermo: la sostenibilità. Il clima sta cambiando, e l’agricoltura è sia una vittima che una causa di questo cambiamento. Le emissioni di gas serra, l’uso di fertilizzanti chimici e il consumo di acqua sono problemi enormi. Con lo sviluppo rurale, gli agricoltori possono ottenere fondi per progetti ecologici: rotazione delle colture, gestione integrata dei parassiti, riduzione degli sprechi. In Italia, queste pratiche non solo aiutano l’ambiente, ma migliorano anche la qualità dei prodotti, rendendoli più competitivi sui mercati internazionali. ##### **Condizionalità sociale: giustizia nei campi** ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2025/01/Pac7-1024x700.jpg)Un’altra delle grandi novità della PAC è la **condizionalità sociale**. Uno dei requisiti per ottenere i fondi è il rispetto i diritti dei lavoratori. È una rivoluzione. In alcune regioni italiane, purtroppo, ci sono fenomeni come il caporalato o il lavoro nero che sfruttano chi lavora nei campi. Ora, con la condizionalità sociale, chi non rispetta la dignità e la sicurezza dei lavoratori rischia di perdere i fondi. È un potente messaggio politico: l’agricoltura deve essere non solo sostenibile per l’ambiente, ma anche giusta per le persone. In Italia, applicare bene questa regola potrebbe fare una grande differenza, migliorando la competitività del settore e mostrando che un’agricoltura etica è possibile. ##### **Semplificare per crescere: trasformare la burocrazia agricola in un’opportunità** La burocrazia è un problema che ogni agricoltore italiano conosce fin troppo bene. Rallenta il sistema e, a volte, blocca chi vorrebbe accedere ai fondi europei della PAC. Per le piccole e medie imprese agricole – il cuore pulsante dell’agricoltura italiana – queste complicazioni diventano spesso un muro invalicabile. Ciò è dovuto a una combinazione di frammentazione amministrativa, regole complesse, digitalizzazione lenta e una gestione dei fondi che a volte sembra tutto fuorché coordinata. La situazione è particolarmente pesante al Sud, dove infrastrutture carenti e difficoltà di accesso al credito rendono ancora più arduo sfruttare le opportunità offerte dalla PAC. Insomma, mentre gli agricoltori combattono contro il clima e i mercati, si trovano a dover affrontare anche un sistema amministrativo che somiglia a un labirinto. Ma se i problemi sono evidenti, lo sono anche le soluzioni. È ora di cambiare passo. ##### **Una piattaforma digitale: mettere ordine nel caos** ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2025/01/Pac6-1024x684.jpg)La prima azione concreta da fare è creare una **piattaforma digitale unica**, un sistema semplice, accessibile, che colleghi il Ministero dell’Agricoltura, le Regioni e i database europei. Invece di dover inseguire mille moduli e passare da un ufficio all’altro, gli agricoltori potrebbero avere tutte le informazioni, le richieste e i documenti a portata di clic. Questo non solo snellirebbe le procedure, ma renderebbe tutto più trasparente, eliminando discrepanze e ritardi. Un sistema del genere non è fantascienza. Molti settori hanno già fatto il salto verso la digitalizzazione, e non c’è motivo per cui l’agricoltura debba rimanere indietro. Con una piattaforma ben progettata, anche le piccole imprese agricole avrebbero le stesse opportunità dei grandi produttori di accedere ai fondi e gestire le richieste in modo rapido e sicuro. ##### **Centri di Assistenza Agricola: un ponte tra agricoltori e fondi** Ma la tecnologia, da sola, non basta. Anche il miglior sistema digitale non serve a nulla se non ci sono persone pronte ad aiutarti a usarlo. E qui entrano in gioco i **Centri di Assistenza Agricola** (CAA). Questi centri, già esistenti, devono diventare punti di riferimento capillari per gli agricoltori, specie quelli che si sentono persi tra normative e scartoffie. L’obiettivo è ampliare le competenze dei Centri di Assistenza, cosicché possano fornire supporto pratico per le richieste di finanziamento, aiutare gli agricoltori a capire come rispettare le nuove regole e offrire consulenze personalizzate. Con una rete di assistenza ben organizzata, si facilita il compito a chi non ha familiarità con le procedure digitali o le normative europee, mentre prima era abbandonato a se stesso. ##### **Formazione: dare agli agricoltori gli strumenti per vincere** Anche la **formazione** diventa importante. Non si può pretendere che gli agricoltori, già alle prese con un lavoro impegnativo, diventino esperti di bandi e burocrazia dall’oggi al domani. Servono programmi di formazione mirati per insegnare loro come sfruttare al massimo le opportunità offerte dalla PAC. ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2025/01/Pac4-1024x732.jpg) Questi corsi dovrebbero essere pratici e accessibili, con esempi concreti e supporto continuo. Non stiamo parlando di trasformare gli agricoltori in burocrati, ma di dare loro gli strumenti per navigare il sistema con sicurezza. La formazione non è un costo: è un investimento per rendere il settore agricolo più forte e indipendente. ##### **Burocrazia semplice, agricoltura competitiva** Rendere più snella e accessibile la burocrazia non è solo un vantaggio per gli agricoltori: è una strategia per rilanciare l’intero settore agricolo. Con procedure più semplici e un sistema più coordinato, potremmo finalmente ridurre le disparità territoriali e permettere all’Italia di competere ad armi pari con i giganti europei. Aziende più produttive, giovani che tornano nelle campagne, regioni svantaggiate che finalmente decollano, la burocrazia semplificata che diventa un’opportunità anziché un ostacolo. ##### **Una visione chiara per il futuro** Con la PAC 2023-2027, l’Europa ha tracciato un percorso ambizioso: un’agricoltura sostenibile, giusta e competitiva. Ma il vero successo dipenderà dalla capacità di affrontare una delle criticità più grandi, la gestione della burocrazia. Servono coordinamento tra i livelli amministrativi, infrastrutture digitali moderne e un forte sostegno agli agricoltori sul campo. Solo così sarà possibile integrare le priorità europee con le peculiarità dei territori locali, creando un sistema agricolo più inclusivo ed efficiente. E alla fine, questa non è solo una sfida amministrativa: è una questione di futuro. Un futuro in cui l’agricoltura italiana non sarà più schiacciata dalla carta bollata, ma libera di crescere, innovare e prosperare. ##### **Ricadute economiche della PAC: un’analisi quantitativa** Le riforme introdotte con la PAC 2023-2027, tra cui gli eco-schemi e il sostegno allo sviluppo rurale, offrono un’opportunità cruciale per il rilancio del settore. Tuttavia, il loro successo dipenderà dalla capacità di rendere l’accesso ai fondi più semplice, trasparente e inclusivo, promuovendo al contempo una gestione strategica orientata alle specificità territoriali dell’agricoltura italiana. Con circa 6 miliardi di euro erogati annualmente, i fondi PAC rappresentano il 30% del reddito medio degli agricoltori italiani, con punte che raggiungono il 50% nelle regioni meridionali. Nonostante ciò, il valore aggiunto per ettaro dell’agricoltura italiana si attesta su una media di 3.000 euro, significativamente inferiore rispetto ai 4.500 euro della Francia o ai 3.800 euro della Germania. Questo divario riflette le difficoltà delle piccole e medie imprese (PMI) – che costituiscono il 98% del settore agricolo nazionale – nell’ottenere e valorizzare i finanziamenti disponibili. Le differenze regionali amplificano ulteriormente queste criticità. Le regioni settentrionali, avvantaggiate da infrastrutture moderne e una gestione più efficiente dei fondi, riescono a crescere meglio di quelle del sud. Tali disparità evidenziano l’urgenza di interventi mirati per colmare il divario, puntando su formazione, innovazione e miglioramento delle infrastrutture nelle aree più svantaggiate. Le coltivazioni mediterranee – olio d’oliva, vino e ortofrutta – pur rappresentando il 70% delle esportazioni agroalimentari italiane (per un valore di 52 miliardi di euro nel 2022), ricevono una quota ridotta dei fondi PAC, nonostante la loro rilevanza strategica. Un uso più mirato delle risorse potrebbe aumentare il valore aggiunto agricolo del 10% entro il 2030, rafforzando il ruolo del settore nelle esportazioni e incrementando il contributo al PIL agricolo nazionale. ### **Perché Francia, Germania e Spagna riescono a far valere le proprie esigenze nella PAC?** La Politica Agricola Comune (PAC) non è solo un sistema di finanziamenti: è un campo di battaglia politico dove ogni Stato membro lotta per portare a casa il massimo. In questo gioco, Francia, Germania e Spagna si sono imposte come protagoniste, modellando la PAC in base alle loro priorità. Il loro successo non è frutto del caso, ma il risultato di una strategia ben orchestrata, capace di coniugare visione, organizzazione e un’**alta** capacità di negoziazione. ##### **Francia: pianificazione e coesione nazionale** La Francia non si limita a partecipare alla PAC, ma la dirige. Fin dalla nascita della politica agricola europea, Parigi ha giocato un ruolo decisivo nel definire regole e criteri, consolidando un sistema che risponde alle esigenze del suo settore agricolo. Il segreto del successo francese è l’approccio strategico e coordinato: il governo agisce come regista di un sistema in cui tutte le parti – dagli agricoltori ai rappresentanti politici – lavorano con un obiettivo comune. Il Piano Strategico Nazionale francese è un esempio di efficienza. Ogni misura è calibrata sulle specificità locali, garantendo che i fondi europei siano utilizzati al meglio. Dall’Alvernia alla Bretagna, la parola d’ordine è “fare sistema”: una visione unitaria che consente alla Francia di difendere con forza i propri interessi a Bruxelles. Per Parigi, la PAC non è solo un’opportunità finanziaria, ma uno strumento politico per sostenere i grandi colossi agricoli e promuovere una pianificazione a lungo termine. ##### **Germania: innovazione come strategia** Se la Francia domina con la pianificazione, la Germania punta tutto sull’innovazione. Berlino ha saputo integrare le priorità della PAC con gli obiettivi del Green Deal europeo, attraverso la trasformazione del settore agricolo in un laboratorio di sostenibilità e tecnologia. I tedeschi hanno fatto della digitalizzazione e dell’agricoltura di precisione i pilastri della loro strategia: droni, intelligenza artificiale e strumenti avanzati sono utilizzati per ottimizzare i raccolti e ridurre l’impatto ambientale. Ma non si tratta solo di tecnologia. La Germania è stata tra le prime a implementare gli eco-schemi, meccanismi che premiano gli agricoltori per pratiche ecologiche come la tutela della biodiversità e la gestione sostenibile delle risorse. Questo approccio, che coniuga produttività e sostenibilità, ha permesso alla Germania di posizionarsi come leader europeo nella transizione ecologica, rafforzando il suo peso politico all’interno della PAC. ##### **La Baviera e l’agricoltura biologica: un esempio di sostenibilità** La Germania è un leader europeo nell’implementazione di pratiche agricole sostenibili, come dimostra il caso dell’agricoltura biologica in Baviera. Grazie ai fondi PAC, questo importante Land tedesco ha potenziato l’uso di pratiche biologiche che rispettano la biodiversità, riducono l’uso di sostanze chimiche e incrementano il valore aggiunto delle produzioni. Il sostegno finanziario è stato utilizzato per promuovere la conversione al biologico, accompagnato da campagne di sensibilizzazione per consumatori e produttori. Questo modello evidenzia come un uso strategico dei fondi possa conciliare produttività e sostenibilità. La politica italiana dovrebbe prendere a modello questo sistema. ##### **Spagna: equilibrio fra tradizione e innovazione** La Spagna rappresenta un esempio di equilibrio. Madrid ha saputo valorizzare le sue produzioni tradizionali, come olio d’oliva e vino, integrandole con politiche innovative orientate alla modernizzazione e alla sostenibilità. Il governo spagnolo ha investito nella coesione territoriale, riuscendo così a connettere le diverse regioni in una **struttura**agricola nazionale unitaria. La Spagna, inoltre, si distingue per la sua capacità di negoziazione. Sempre in stretta collaborazione con altri Paesi mediterranei, Madrid ha costruito un fronte comune che ha permesso di difendere le peculiarità delle coltivazioni del Sud Europa. Grazie a questo approccio, la Spagna è riuscita a ottenere una posizione di rilievo nel sistema della PAC, beneficiando di fondi consistenti che sostengono le sue priorità agricole. ##### **L’Andalusia e il programma per l’olio d’oliva** In Spagna, l’Andalusia ha dimostrato come valorizzare le produzioni tradizionali, come l’olio d’oliva, attraverso strategie di promozione internazionale e innovazione. Utilizzando i fondi PAC, la regione ha migliorato l’efficienza produttiva e rafforzato la presenza dell’olio d’oliva andaluso sui mercati globali. Il progetto ha incluso attività di ricerca per ottimizzare le tecniche di estrazione e campagne di marketing mirate, incrementando il valore percepito del prodotto. Questo approccio rappresenta un modello per l’Italia, che con il giusto coordinamento potrebbe replicare successi simili per le proprie filiere mediterranee. ### **Cosa insegna il successo degli altri?** ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2025/01/Pac10-1024x683.jpg)La situazione di Francia, Germania e Spagna dimostra che il successo nella PAC non dipende solo dai fondi disponibili, ma dalla capacità di costruire una strategia. L’Italia ha tutte le carte in regola per eccellere: un’agricoltura diversificata, prodotti d’eccellenza e un patrimonio ambientale unico. Ma senza una visione unitaria e un approccio più incisivo, rischiamo di rimanere ai margini. Per competere con i giganti europei, dobbiamo imparare a fare sistema, superando divisioni interne e investendo in innovazione, pianificazione e negoziazione strategica. La Politica Agricola Comune è un’opportunità unica per l’Italia per trasformare le sue debolezze in punti di forza e diventare un modello di eccellenza agricola in Europa. Gli aspetti su cui puntare sono tre: sostenibilità, innovazione e inclusività. Solo così possiamo rendere il settore più competitivo e rispondere alle grandi sfide globali come il cambiamento climatico, la sicurezza alimentare e lo sviluppo dei territori. Le coltivazioni tradizionali mediterranee sono il nostro asso nella manica: basso impatto ambientale, alta qualità e perfetta sintonia con gli obiettivi del Green Deal europeo. Occorre investire in pratiche sostenibili come l’agricoltura conservativa e la rotazione delle colture, ma anche adottare tecnologie avanzate. Sensori, droni e software di gestione digitale possono fare la differenza, migliorando la produttività e riducendo l’impatto sull’ambiente. Il futuro dell’agricoltura non è solo nei campi, ma anche nei laboratori e nei centri di innovazione. Non dobbiamo dimenticarci del nostro fiore all’occhiello: i prodotti DOP e IGP, che costituiscono il biglietto da visita del Made in Italy nel mondo. Il settore è però vulnerabile, essendo messo in pericolo dalle imitazioni, ed occorre pertanto una promozione più incisiva nei mercati emergenti. Se sapremo sfruttare al meglio queste eccellenze, assieme al turismo enogastronomico, migliorando al tempo stesso le infrastrutture rurali, possiamo trasformare le campagne italiane in motori di sviluppo economico e culturale. ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2025/01/Pac1.jpg) Certo dobbiamo anche creare attrattive per i giovani con incentivi concreti: credito agevolato, formazione avanzata e supporto tecnologico. Solo così possiamo fermare lo spopolamento delle aree rurali e ridare vita a territori che sono la spina dorsale del nostro Paese. E infine, il grande nodo del divario Nord-Sud. Il Ministero dell’Agricoltura deve guidare il cambiamento con investimenti mirati in infrastrutture, formazione e sostegno tecnico per le regioni più svantaggiate. Ma è altrettanto importante ascoltare le esigenze specifiche dei territori e lasciare spazio ad azioni locali mirate. L’opportunità è enorme, ma il tempo stringe. Con un piano chiaro e coraggioso, l’Italia può rilanciare la sua agricoltura, trasformandola in un esempio europeo di innovazione e sostenibilità. Il nostro Paese ha tutte le carte in regola per diventare leader europeo in un’agricoltura sostenibile e innovativa. Un impegno concreto verso la sostenibilità ambientale, il ricambio generazionale, la valorizzazione del patrimonio agroalimentare e la coesione territoriale permetteranno al settore agricolo italiano di superare le sue debolezze storiche e di cogliere appieno le opportunità offerte dalla PAC. Il primo passo è superare la frammentazione cronica che caratterizza la gestione dell’agricoltura in Italia. Il **Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste** potrebbe guidare questo processo, elaborando un **Piano Strategico Nazionale,** che rifletta le priorità italiane e sia in linea con gli obiettivi europei. Il **Ministero**, in collaborazione con le regioni, può ascoltare le esigenze di tutti i territori, raccogliendo le istanze di piccoli e grandi produttori, e trasformarle in un progetto unico e ambizioso. Questo piano unitario, sottoposto e negoziato con la **Commissione Europea**, deve essere chiaro e in grado di garantire che ogni euro di fondi europei venga utilizzato al meglio per rispondere alle sfide italiane. ##### **Alleanze necessarie per cambiare i criteri europei** Certo non possiamo esser da soli ad affrontare un sistema che storicamente favorisce le grandi coltivazioni continentali. Il **Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste**, in stretta collaborazione con il **Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale**, dovrebbe costruire un’alleanza strategica con altri Paesi mediterranei, come Spagna, Grecia e Portogallo. Questo blocco mediterraneo può portare avanti richieste comuni nelle sedi europee, spingendo per una revisione dei criteri di distribuzione dei fondi. Il tavolo delle negoziazioni è rappresentato dalla **Commissione Europea**, in particolare dalla Direzione Generale per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale, e dal **Consiglio dell’Unione Europea**, dove l’Italia deve far valere le sue istanze. Attraverso un lavoro di diplomazia il nostro Paese può promuovere ulteriori innovazioni politiche che valorizzino la qualità delle produzioni mediterranee e riconoscano il loro ruolo nella sostenibilità ambientale e nella diversità culturale. ##### **Un modello virtuoso: la filiera del Parmigiano Reggiano** Un esempio concreto di come l’Italia possa sfruttare i fondi PAC per promuovere innovazione e valorizzare le eccellenze agroalimentari è rappresentato dalla **Filiera del Parmigiano Reggiano**. Questo progetto ha saputo combinare tradizione e innovazione, mostrando come un prodotto iconico possa rafforzare la propria competitività globale attraverso strategie innovative. Grazie ai finanziamenti europei, le aziende hanno investito in tecnologie avanzate per migliorare la tracciabilità del prodotto, garantendo ai consumatori una maggiore trasparenza sulla qualità e sull’origine delle materie prime. Inoltre, sono stati sviluppati metodi produttivi sostenibili, in modo da ridurre l’impatto ambientale della lavorazione e incrementare il valore aggiunto del prodotto. Il progetto ha permesso di consolidare il ruolo del Parmigiano Reggiano non solo come simbolo del Made in Italy, ma anche come esempio di gestione virtuosa dei fondi comunitari**: un esempio che vale come lezione per il futuro.** ##### **Un’Italia che reclama il suo posto in Europa** Come abbiamo visto l’Italia non può più accontentarsi di giocare un ruolo marginale in un sistema che non la valorizza pienamente. È tempo di affrontare con determinazione le debolezze strutturali e rilanciare la nostra agricoltura come modello di qualità, sostenibilità e innovazione. Per farlo, serve una visione unitaria e condivisa, che superi frammentazioni e inefficienze. Il Ministero dell’Agricoltura deve assumere una guida forte, trasformandosi in un punto di riferimento per una gestione più coesa ed efficace della PAC. Infrastrutture moderne, innovazione tecnologica e una burocrazia più snella sono strumenti imprescindibili per garantire competitività e coesione territoriale. Sul piano europeo, l’Italia deve abbandonare una posizione di sudditanza e lavorare con ambizione a una negoziazione che sappia tutelare le nostre peculiarità. Il nostro patrimonio agricolo – fatto di eccellenze mediterranee e di produzioni sostenibili che non temono confronti – deve diventare il cuore di un pianoche punti non solo a ottenere ciò che è giusto, ma anchea rafforzare il nostro ruolo come leader in Europa. La PAC può essere un’occasione per trasformare le sfide in opportunità, ma solo se affrontata con un’azione coraggiosa e decisa. Non si tratta solo di fondi o regolamenti: è in gioco il futuro dell’agricoltura italiana, un pilastro della nostra identità e della nostra economia. Sarebbe ora di agire, con una visione chiara e una volontà politica capace di fare davvero la differenza. FONTI 1. **Parlamento Europeo** - Documento: *Semplificazione della PAC: stato e sfide future* - URL: [https://www.europarl.europa.eu](https://www.europarl.europa.eu/) 2. **Commissione Europea – Direzione Generale per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale** - Documento: *Digitalizzazione e semplificazione nella PAC* - URL: [https://agriculture.ec.europa.eu](https://agriculture.ec.europa.eu/) 3. **FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura)** - Documento: *Good practices in agricultural policy implementation* - URL: [https://www.fao.org](https://www.fao.org/) 4. **ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale)** - Documenti: - *Rapporti sui benefici ambientali degli ecoschemi e sull’importanza della sostenibilità agricola* - *Analisi delle disuguaglianze nella gestione dei fondi agricoli* 5. **Agriregionieuropa** - Documento: *Burocrazia e competitività: un confronto tra gli Stati membri* - URL: [https://agriregionieuropa.univpm.it](https://agriregionieuropa.univpm.it/) 6. **Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (MIPAAF)** - Documento: *Documentazione sui Piani Strategici Nazionali e sull’applicazione della PAC in Italia* - URL: [https://www.politicheagricole.it](https://www.politicheagricole.it/) 7. **Pianeta PSR** - Documento: *Approfondimenti specifici sul ruolo dello sviluppo rurale in Italia e sulla distribuzione dei fondi* - URL: https://www.pianetapsr.it 8. **Rinnovabili.it** - Documento: *Politica agricola comune: successi e sfide* - URL: [https://www.rinnovabili.it](https://www.rinnovabili.it/) 9. **Associazione Terra** - URL: [https://www.associazioneterra.it](https://www.associazioneterra.it/) 10. **Ismea-Qualivita** - Documento: *Analisi e rapporti sul contributo economico delle produzioni certificate in Italia* **Categorie:** Dossier **Tag:** Ambiente & Sostenibilità, Politica & Società --- ### [Carne coltivata: promessa o illusione di un mondo affamato?](https://eywadivulgazione.it/carne-coltivata/) **Published:** Gennaio 20, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Excerpt:** Realtà di una tecnologia che giura di far chiudere i mattatoi. Ma che è ancora piena di limiti e perplessità. **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) La carne coltivata è un’**innovazione tecnologica** che mira a ricreare la struttura muscolare degli animali partendo da un piccolo campione di cellule. Tutto inizia con una biopsia prelevata da un animale vivo: da questo prelievo vengono estratte **cellule staminali**, ovvero cellule “speciali” in grado di moltiplicarsi rapidamente e trasformarsi in tessuti diversi, come quelli muscolari o grassi. Queste cellule vengono poi coltivate in laboratorio per crescere e formare tessuti che assomigliano sempre di più alla carne che conosciamo. Il processo si basa su un **“terreno di coltura”**, una sorta di miscela nutritiva che fornisce alle cellule tutto ciò di cui hanno bisogno per crescere: nutrienti, ormoni e sostanze chiamate **“fattori di crescita”**. Ad oggi, però, questa miscela si basa ancora sul **siero bovino fetale (FBS)**, un prodotto ricavato dal sangue di vitelli non nati. Questo rappresenta un problema etico, perché contraddice l’idea di eliminare la macellazione, ma anche pratico, dato che l’FBS è costoso e non adatto per chi segue diete vegane o vegetariane. Man mano che crescono, le cellule si aggregano naturalmente in minuscoli filamenti chiamati **miotubi**. Questi filamenti vengono poi posizionati su una struttura porosa che distribuisce i nutrienti in modo uniforme e stimola le cellule con leggere trazioni meccaniche, un po’ come un **allenamento per i muscoli**. Questo passaggio è essenziale per rendere la carne coltivata più simile, in consistenza e valore nutritivo, alla carne tradizionale. Uno dei vantaggi di questa tecnologia è che consente di produrre **grandi quantità di carne** con un impatto molto ridotto sugli animali. Basta un numero minimo di prelievi per generare enormi volumi di prodotto. Tuttavia, l’uso dei derivati da feti di vitelli rimane un ostacolo, oltre che dal punto di vista etico, anche da quello economico. Per questo la ricerca si sforza creare **modi di sviluppo alternativi**, derivati da ingredienti vegetali, che siano più accessibili, sostenibili e compatibili con chi segue una dieta vegetale. Un altro elemento cruciale è il controllo delle condizioni di coltura. Le cellule hanno bisogno di un ambiente che riproduca perfettamente quello del corpo di un animale, inclusa la temperatura e la disponibilità di ossigeno. Negli ultimi anni, sono stati fatti **grandi progressi** per migliorare questi aspetti: ad esempio non c’è più la necessità di **antibiotici e fungicidi**, il che rende il processo più sicuro e sostenibile. Superare la dipendenza dall’FBS potrebbe trasformare la carne coltivata in un’alternativa etica, sostenibile ed economicamente accessibile. In un mondo in cui la domanda di proteine è in costante aumento, questa tecnologia potrebbe non solo ridurre la macellazione, ma anche rispondere alle sfide ambientali e sociali di un sistema alimentare globale in continua evoluzione. **Carne coltivata: futuro o illusione?** Nonostante i progressi recenti, come la riduzione dei costi di produzione e lo sviluppo di sistemi di accrescimento alternativi al siero bovino fetale (FBS), questa tecnologia è però ancora in una fase di sviluppo. La priorità in questo momento è m**igliorare i processi di coltura cellulare**, oltre a riprodurre la varietà di carni presenti sul mercato, dunque specie di animali, razze, tagli. Un’altra difficoltà incontrata è quella di ottenere una struttura muscolare complessa paragonabile a quella della carne tradizionale. Gli effetti sulla salute umana della carne coltivata sono ancora oggetto di studio. Da un lato, essa potrebbe offrire **benefici, come ad esempio un maggiore controllo sulla composizione nutrizionale**; dall’altro, restano incognite legate ai processi di produzione, come l’uso di stimolanti per la crescita. Prima di tutto, la ricerca dovrà dunque confermare l’assenza di rischi sia a breve che a lungo termine. Ad esempio, la coltivazione delle cellule in ambienti controllati potrebbe ridurre il rischio di contaminazioni rispetto alla carne convenzionale. La rapida moltiplicazione cellulare necessaria per la produzione industriale solleva, però, preoccupazioni teoriche riguardo alla **potenziale disregolazione cellulare**, un fenomeno in cui le cellule perdono il controllo del loro ciclo di crescita e divisione, similmente a quanto accade nelle cellule tumorali. ![Carne coltivata siero fetale](https://www.eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/Carne2-1024x576.jpg) Sebbene questa sia una preoccupazione teorica e non ci siano attualmente evidenze scientifiche che ne confermino l’impatto, la possibilità della disregolazione cellulare continua a essere un aspetto monitorato e oggetto di studio ai fini di garantire la maggiore sicurezza possibile del prodotto. Dal punto di vista ambientale, la carne coltivata promette vantaggi rilevanti, come la **riduzione dell’uso del suolo** rispetto agli allevamenti tradizionali, in particolare quelli di ruminanti. È da valutare però l’impatto sulle emissioni di gas serra: la produzione richiede grandi quantità di energia, spesso derivata da fonti non rinnovabili, il che potrebbe ridimensionare i benefici rispetto alla carne convenzionale. A questo si può ovviare operando una **transizione verso fonti di energia rinnovabile**, cruciale, come confermano studi recenti, per massimizzare il potenziale ambientale di questo nuovo prodotto. La carne coltivata dovrà inoltre affrontare la competizione con alternative già consolidate, come i prodotti a base vegetale, ampiamente accettati dai consumatori. Un’altra prova da superare, non minore per importanza, sarà rappresentata dalla percezione del pubblico, che spesso associa i prodotti di laboratorio a qualcosa di “innaturale”, con conseguenti resistenze. Dal punto di vista etico, la carne coltivata rappresenta un passo avanti notevole, poiché riduce drasticamente il numero di animali coinvolti rispetto agli allevamenti tradizionali. Tuttavia, come vedremo, non elimina completamente la necessità di prelevare cellule da animali. Resta aperta, inoltre, la questione del **riconoscimento religioso** della carne coltivata. Le autorità religiose stanno ancora discutendo se essa possa essere considerata Kosher o Halal, cioè conforme alle leggi alimentari ebraiche e islamiche. Queste valutazioni dipendono dall’origine delle cellule, dai metodi di produzione e dalla loro aderenza ai principi religiosi. Sebbene non vi sia ancora un consenso definitivo, l’esito di tali discussioni potrebbe giocare un ruolo decisivo nell’accettazione della carne coltivata all’interno delle comunità che seguono regole alimentari specifiche. **Aumento della popolazione e della domanda cibo** La popolazione mondiale, attualmente pari a circa 8 miliardi di persone, è destinata a superare i 9 miliardi entro il 2050. Secondo le stime della FAO, entro quella data sarà necessario produrre il **70% in più di cibo** rispetto ai livelli attuali per soddisfare la crescente domanda. Questo rappresenta un grosso problema: le risorse naturali sono sempre più scarse; la cementificazione e l’inquinamento comportano diminuzione dei terreni coltivabili disponibili; infine c’è l’aspetto non trascurabile dei cambiamenti climatici. Nonostante una graduale diminuzione del consumo di carne nei paesi sviluppati, a livello globale la domanda è in costante crescita. Questo fenomeno si manifesta in modo particolare nelle economie emergenti, come Cina, India e Russia, dove l’espansione della classe media e il miglioramento delle condizioni economiche alimentano la richiesta di **prodotti percepiti come simboli di status**, tra cui carne e derivati animali. Questi cambiamenti riflettono un desiderio diffuso di migliorare il tenore di vita attraverso diete più ricche e variegate. Per affrontare queste sfide – che devono tener conto dell’aumento della popolazione, della sostenibilità ambientale e del benessere degli animali – la ricerca sta sviluppando metodi sempre più **efficienti e sostenibili** per la produzione di proteine. Tra le possibili soluzioni, la carne coltivata emerge come un’opzione innovativa e promettente. I suoi sostenitori la descrivono come una **scelta sostenibile**, capace di ridurre l’impatto ecologico e promuovere il rispetto per il benessere animale e di offrire, dunque, un’alternativa per quei consumatori che aspirano a uno stile di vita più responsabile ed etico. ### Sfide tecniche e scientifiche Gli animali da fattoria producono naturalmente **ormoni e fattori di crescita**, sostanze fondamentali che regolano lo sviluppo e la crescita dei loro tessuti. Per riprodurre questi processi in laboratorio e ottenere carne coltivata, è necessario aggiungere composti simili al **“terreno di coltura”**, una sorta di brodo ricco di nutrienti che nutre le cellule. Ma come si possono produrre questi ormoni e fattori di crescita su scala industriale, in modo **efficiente**, **sostenibile** e **sicuro per la salute umana**? Questa è una delle questioni più importanti per la ricerca. Creare questi composti non è solo una questione di efficienza produttiva: bisogna cercare di evitare ogni **effetto negativo sulla salute** a breve e lungo termine. L’uso di **biotecnologie avanzate** o alternative vegetali per produrre questi nutrienti in modo sostenibile sono strade considerate valide da percorrere in tal senso, ma ogni soluzione deve passare **test rigorosi** per garantire sicurezza e affidabilità. La carne tradizionale presenta poi **micronutrienti essenziali**, come la **vitamina B12** e il **ferro**, e, quindi, la carne coltivata deve essere “arricchita” in tal senso, per non perdere il valore nutrizionale del prodotto. La **biodisponibilità** di questi nutrienti nella carne coltivata potrebbe differire da quella naturale, e, oltretutto, ottenere un alimento davvero competitivo rispetto alla carne tradizionale, sarà necessario garantire che questi micronutrienti siano non solo presenti, ma anche **assimilabili dal corpo umano**. Il passo ulteriore da fare nella ricerca è forse ancora più complesso, e riguarda la creazione di pezzi di carne più simili alle **bistecche tradizionali**. Attualmente, produrre tessuti spessi e strutturati in laboratorio è estremamente difficile. Nei muscoli degli animali, l’ossigeno e i nutrienti arrivano a tutte le cellule grazie ai **vasi sanguigni**, ma replicare questo sistema naturale in laboratorio è un’impresa tecnologica a cui non si è trovato soluzione. Senza un’adeguata ossigenazione delle cellule più interne, ottenere pezzi di carne coltivata spessi e di alta qualità rimane un obiettivo lontano. ![Carne coltivata vegani](https://www.eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/Carne3-1024x683.jpg)Alcuni passi in avanti sono stati registrati negli ultimi tempi: tecniche di accrescimento non di origine animale e più economici sono in fase di sviluppo, e alcune aziende testano materiali innovativi per imitare i vasi sanguigni nei tessuti coltivati. Inoltre, nuove tecniche di **bioprinting** – che usano **stampanti 3D** per costruire strati di cellule – promettono di avvicinarsi sempre più alla consistenza e alla forma della carne tradizionale. Nel frattempo, la carne coltivata potrebbe trovare il suo spazio iniziale in prodotti più semplici, come **hamburger** o carne macinata, dove la **complessità strutturale** è meno importante. Con questi primi passi, il settore potrebbe guadagnare la fiducia dei consumatori e raccogliere fondi per superare le prove più ambiziose, come, banalmente, una bistecca coltivata identica a quella naturale. **Confronto dell’impatto ambientale con l’agricoltura convenzionale** La carne coltivata viene spesso descritta come una soluzione rivoluzionaria per ridurre l’impatto ambientale dell’allevamento tradizionale. **Produrre carne senza allevare animali**, con meno consumo di acqua, terra e risorse, suona come un sogno per molti. Ma è davvero così semplice? Non proprio. Un confronto tra carne coltivata e allevamento tradizionale rivela che entrambe hanno pro e contro. Partiamo dal **metano**, uno dei principali gas serra. I ruminanti, come mucche e pecore, lo producono durante la digestione. Il metano è un gas potente, ma ha un ciclo di vita breve: rimane nell’atmosfera per circa 10 anni. Eliminare gli allevamenti significherebbe ridurre questa emissione: un bel vantaggio per il pianeta. Ma ci sono altre emissioni legate agli allevamenti, come la **CO₂**, prodotta dall’uso di combustibili fossili, e il **protossido di azoto**, associato ai fertilizzanti. E queste non spariscono così velocemente: la CO₂, ad esempio, resta nell’atmosfera per secoli. La carne coltivata, invece, non produce metano, ma richiede **energia – tanta energia**. I bioreattori, che sono come incubatori per le cellule, hanno bisogno di essere alimentati e mantenuti a temperature costanti e controllate. Se questa energia proviene da fonti non rinnovabili, il bilancio ambientale potrebbe non essere così favorevole. Alcuni studi, come quello condotto da **John Lynch**, ricercatore dell’Università di Oxford ed esperto di impatti climatici nel settore alimentare, suggeriscono che nel breve termine la carne coltivata potrebbe ridurre il riscaldamento globale grazie all’eliminazione del metano. Ma, nel lungo periodo, se si continua a usare energia non sostenibile, il suo impatto ambientale potrebbe addirittura **superare quello degli allevamenti**. E poi c’è la questione dell’**acqua**. Avrai forse sentito dire che servono **15.000 litri di acqua per produrre un chilo di carne bovina**. Questo numero include tutto: dall’acqua per coltivare il cibo degli animali a quella per abbeverarli e pulire le stalle. Se guardiamo solo l’acqua direttamente usata per l’animale, parliamo di circa **550-700 litri per chilo**. La carne coltivata, invece, richiede al momento tra **1.500 e 2.000 litri per chilo**, principalmente per i processi industriali, come la preparazione della piattaforma da cui prenderà il via la coltivazione della carne. Ma questi numeri possono cambiare, soprattutto con nuove tecnologie. E cosa dire della terra? La carne coltivata non ha bisogno di pascoli o campi per il mangime, liberando potenzialmente enormi quantità di terreno. Ma il vero vantaggio dipende da come verrà utilizzata questa terra. **Immagina se fosse destinata alla riforestazione**: l’impatto positivo sarebbe enorme. Ma se questi spazi venissero sfruttati male, il beneficio si ridurrebbe notevolmente. In definitiva, sia la carne coltivata che l’allevamento tradizionale hanno punti di forza e debolezze. Tutto dipenderà da come saranno sviluppate e ottimizzate le tecnologie. Un futuro ideale potrebbe combinare il meglio di entrambi: carne coltivata prodotta con energia rinnovabile, terre liberate dagli allevamenti trasformate in foreste o usate per coltivare cibo per le persone. ![arne coltivata in laboratorio per la produzione di carne artificiale in vitro](https://www.eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/Carne4-1024x683.jpg) Ma per ora, la carne coltivata e quella tradizionale sembrano destinate a convivere ancora per molti anni. Se vogliamo un sistema alimentare davvero sostenibile, sarà necessario lavorare su entrambe le opzioni, senza dimenticare innovazione, efficienza e rispetto per l’ambiente. ### **Confronto tra benessere animale e agricoltura convenzionale** Il **benessere animale** è un tema sempre più al centro dell’attenzione, soprattutto nei paesi occidentali, dove cresce la sensibilità verso le implicazioni etiche e ambientali delle pratiche alimentari. **Mark Post**, farmacologo olandese e professore di fisiologia vascolare all’Università di Maastricht, ha aperto una strada rivoluzionaria nel 2013, presentando al mondo il primo hamburger realizzato con carne coltivata in laboratorio. Questa tecnologia è spesso definita **“carne senza vittime”**, perché riduce in modo drastico il numero di animali macellati. Tuttavia, è importante sottolineare che il processo non elimina del tutto l’uso degli animali: per coltivare la carne, è necessario prelevare **cellule staminali** da animali vivi, e quindi resta un legame, anche se ridotto, con l’allevamento tradizionale. Oggi le maggiori preoccupazioni per il benessere animale si concentrano sugli **allevamenti intensivi**, dove bovini, suini e pollame vengono allevati in condizioni di forte stress, con una densità elevata e spazi ridotti. Questi sistemi, oltre a sollevare gravi questioni etiche, rappresentano un pericolo per la salute globale. Gli allevamenti intensivi sono infatti **un terreno fertile per la diffusione di epidemie**: l’elevata concentrazione di animali e l’uso massiccio di antibiotici creano l’ambiente ideale per lo sviluppo e la trasmissione di patogeni, con il rischio di **spillover**, cioè il passaggio di malattie dagli animali agli esseri umani. Epidemie come l’influenza aviaria o la peste suina africana trovano spesso origine o diffusione in questi contesti. Dal punto di vista **economico**, gli allevamenti intensivi esercitano una forte pressione sui piccoli agricoltori, che faticano a competere con i prezzi bassi e la produzione di massa. Questo squilibrio ha portato al declino di molte aziende familiari, con il risultato che il tessuto sociale ed economico delle aree rurali risulta fortemente impoverito. Il passaggio dalla carne tradizionale a quella coltivata non è tuttavia privo di criticità. Il bestiame non fornisce solo carne: produce latte, uova, lana, cuoio e altre risorse che questa nuova tecnologia non può ancora sostituire. Inoltre, per molte comunità rurali, gli animali sono una risorsa essenziale per il reddito e la sopravvivenza: le economie locali e pratiche agricole radicate nella cultura e nella storia si basano molto sull’allevamento. L’allevamento è infatti molto più di una semplice attività economica: è parte integrante dell’identità culturale di molte regioni. Tradizioni come la **transumanza** o la produzione di formaggi tipici non sono solo processi produttivi, ma espressioni di un legame profondo con il territorio e gli animali. Una transizione esclusiva verso la carne coltivata potrebbe minacciare questi equilibri culturali ed economici, con conseguenze difficili da prevedere. La carne coltivata rappresenta una straordinaria opportunità per migliorare il benessere animale e ridurre gli impatti ambientali, ma non è una panacea. Un futuro più sostenibile richiede un **approccio integrato**, capace di unire i benefici della tecnologia con pratiche di allevamento sostenibili. Solo armonizzando progresso e tradizione possiamo garantire un sistema alimentare che sia etico, sicuro e rispettoso delle persone, degli animali e dell’ambiente. ### Il ruolo ambientale del bestiame: un equilibrio complesso Gli animali da allevamento possono giocare un ruolo importante nella **salute del suolo** e nei **cicli naturali**, ma tutto dipende da come vengono gestiti. Ad esempio, il **letame**, se utilizzato con criterio, è una risorsa preziosa: arricchisce il terreno con **materia organica** e aiuta a intrappolare il **carbonio nel suolo**, riducendo la quantità di **gas serra** nell’atmosfera. Questo processo funziona particolarmente bene in **sistemi agricoli rigenerativi**, dove il bestiame è parte di una strategia che punta a rendere i campi più fertili e sostenibili. Tuttavia, c’è un rovescio della medaglia. Se non viene gestito in modo corretto, il letame può trasformarsi in un problema ambientale. Invece di contribuire al benessere del terreno, può emettere **metano (CH₄)** e **protossido di azoto (N₂O)**, due gas serra molto inquinanti che peggiorano l’impatto ambientale degli allevamenti. Con una gestione etica e attenta, come il **compostaggio aerobico** o l’uso di **biodigestori**, è possibile ridurre fino al **95% delle emissioni di metano** e ottenere tagli abbastanza rilevanti anche per il protossido di azoto, con riduzioni che possono arrivare al **30-50%**. Quindi, il modo in cui trattiamo questi rifiuti naturali fa davvero la differenza tra un **allevamento sostenibile** e uno che danneggia il pianeta. Va detto che circa **1,3 miliardi di ettari di terra** destinati al bestiame corrispondono poi a **terreni non adatti all’agricoltura**. In queste aree, il bestiame svolge un ruolo fondamentale, poiché consente di ricavare alimenti da **appezzamenti altrimenti improduttivi.** Tuttavia, è opportuno considerare che una parte di questi pascoli potrebbe essere ripristinata come **ecosistemi naturali**, come **foreste** o **praterie**, con potenziali benefici ambientali superiori rispetto al loro uso zootecnico, in termini di **biodiversità** e **sequestro del carbonio**. Questa opportunità evidenzia la necessità di valutare attentamente il **miglior uso di tali territori**. La scelta tra conservare il bestiame su questi terreni o ripristinarli come habitat naturali rappresenta una delle tante decisioni complesse che influenzano l’impatto ambientale del bestiame. **La legislazione sulla carne coltivata nel mondo** La carne coltivata sta rivoluzionando il settore alimentare: per la prima volta abbiamo sviluppato un modo di produrre carne senza allevare animali interi e senza le enormi risorse richieste dagli allevamenti tradizionali. È una tecnologia che potrebbe cambiare il nostro rapporto con il cibo, ma c’è un grosso ostacolo da superare: **la regolamentazione**. In ogni angolo del mondo, le regole per la carne coltivata raccontano storie diverse, fatte di innovazione, resistenze e approcci unici. In **Europa**, la carne coltivata rientra nella categoria dei cosiddetti *“novel food”*, cioè alimenti che non venivano consumati in modo abituale, se non mai, prima del 1997. Per portarla sul mercato, i produttori devono sottoporre i loro prodotti a rigorosi controlli di sicurezza, affidati all’**Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA)**. Solo dopo il via libera scientifico, la Commissione Europea può autorizzarne la vendita. Al momento, però, **nessuna carne coltivata è disponibile nei supermercati europei**, dato che i processi di valutazione sono ancora in corso. In **Italia**, la situazione è particolare. Nel novembre 2023, il governo ha approvato una legge che **vieta la produzione e la vendita di carne coltivata**. Questa decisione ha suscitato un acceso dibattito. Da un lato, i sostenitori del divieto ritengono che sia una protezione per le filiere tradizionali; dall’altro, chi crede nell’innovazione parla di **un’occasione sprecata** per un settore in crescita. La Commissione Europea, pur archiviando un’indagine sulla norma italiana, resta attenta a come questa scelta si integra con le regole comuni dell’Unione. ![Carne coltivata in vendita ](https://www.eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/Carne5-1024x600.jpg) Negli **Stati Uniti**, invece, si respira un’aria diversa. Nel 2023 è stata approvata la vendita di **carne di pollo coltivata**, un passo storico per due aziende pioniere del settore, **Upside Foods** e **Good Meat**. Ma non tutti gli stati federali americani sono entusiasti. La Florida e l’Alabama hanno già **messo al bando questi prodotti**, mentre altri stati, come il Texas, stanno valutando normative restrittive. La situazione statunitense, per la sua natura federale, è un misto di **opportunità per l’innovazione** e **protezionismo per le industrie tradizionali**. Nonostante ciò, gli USA restano uno dei mercati più dinamici, e si prevede che presto altre carni coltivate entreranno in commercio. Un altro punto caldo è **Israele**, che nel gennaio 2024 ha dato l’autorizzazione alla vendita di carne bovina coltivata prodotta da **Aleph Farms**. Questo traguardo posiziona Israele come uno dei leader globali nel settore, un paese che continua a investire massicciamente in tecnologia alimentare. **Singapore** già dal 2020 ha aperto le porte alla carne coltivata ed è così diventato il **primo paese al mondo** a regolamentare e vendere questi prodotti. Il piccolo stato asiatico è **un modello di come innovazione e legislazione possano andare di pari passo**. In **Cina**, il governo ha incluso la carne coltivata tra le tecnologie strategiche del suo **Piano Agricolo Quinquennale del 2022**. Questo dimostra l’interesse del gigante asiatico per una produzione alimentare più sicura e sostenibile. Tuttavia, mancano ancora norme chiare per permettere la commercializzazione, e i consumatori cinesi dovranno aspettare. In **Russia**, il panorama normativo è ancora più incerto. Non esistono regole specifiche per la carne coltivata, e la legislazione alimentare attuale si concentra su prodotti convenzionali. Questo vuoto normativo rallenta lo sviluppo del settore. Questi esempi mostrano quanto siano diverse le strade intraprese dai vari paesi. In **Europa**, tutto procede lentamente, con un focus su sicurezza e regolamentazioni dettagliate. Negli **USA**, si oscilla tra stati progressisti e conservatori. **Singapore** e **Israele** guidano l’innovazione, mentre la **Cina** osserva con attenzione per non rimanere indietro. In tutto questo, il futuro della carne coltivata dipenderà dalla capacità di bilanciare **innovazione, sicurezza alimentare e valori culturali**. **La percezione dei consumatori** La carne coltivata è un’idea che suscita curiosità ma anche qualche perplessità. Il modo in cui viene percepita dipende molto da come la si presenta. Chiamarla **“carne coltivata”** suona già meglio rispetto a espressioni più tecniche come “carne in vitro” o “carne sintetica”, che evocano laboratori e artificiosità. Termini come **“carne pulita”**, invece, sembrano funzionare meglio, perché mettono in luce i vantaggi etici e ambientali e abbattono gli scetticismi per quella sensazione di qualcosa di innaturale. Eppure, il solo nome non basta per conquistare il pubblico. La **trasparenza** gioca un ruolo cruciale, ma a volte può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Raccontare in dettaglio come funziona il processo tecnologico dietro la carne coltivata – con bioreattori, piattaforme di accrescimento e cellule staminali – può suscitare dubbi o preoccupazioni sulla “naturalità” del prodotto. Paradossalmente, spiegare troppo può rafforzare l’impressione di artificialità che porterebbe alcuni consumatori a preferire ancora la carne tradizionale. Questo dimostra quanto sia fondamentale non solo cosa si comunica, ma anche come. Molti consumatori reagiscono inizialmente con una certa **diffidenza**. Disgusto e paura dell’ignoto sono reazioni comuni, spesso alimentate da incertezze sulla sicurezza o dalla percezione di un prodotto “innaturale”. Tuttavia, quando si riflette sui vantaggi globali, come la **riduzione dell’impatto ambientale** e il rispetto per gli animali, cresce la disponibilità a considerare la carne coltivata come un’alternativa valida. Tuttavia, regole chiare e **rigorosi controlli** sono essenziali per rafforzare la fiducia. L’approccio verso la carne coltivata varia notevolmente da paese a paese, con differenze marcate tra governi e istituzioni. **Negli Stati Uniti**, come già detto, il governo ha già autorizzato la vendita di alcuni prodotti di carne coltivata, indice di una posizione più favorevole e di un’apertura verso l’innovazione. **In Cina**, la carne coltivata è stata inclusa nei piani strategici governativi come tecnologia agricola di punta. **L’India**, con il suo rapido sviluppo nel settore alimentare sostenibile, sta dimostrando un interesse crescente per questa alternativa. In questi paesi, la spinta istituzionale si traduce in un ambiente più propizio per la diffusione della carne coltivata. **In Europa**, invece, le istituzioni legislative adottano un approccio più prudente. La rigorosa normativa europea richiede valutazioni dettagliate e lunghe procedure di approvazione per i nuovi alimenti. Questo atteggiamento può influenzare la velocità di diffusione della carne coltivata, ma non riflette necessariamente una resistenza intrinseca da parte dei consumatori, che mostrano un crescente interesse per alternative sostenibili. Per conquistare davvero il pubblico, è necessario costruire **fiducia** con una comunicazione chiara e onesta. Enfatizzare i benefici, come l’aspetto **etico e sostenibile**, è più efficace che concentrarsi sui dettagli tecnici. Un marketing ben studiato, che rispetti le differenze culturali e parli il linguaggio dei consumatori, può fare la differenza. La carne coltivata ha il potenziale per rivoluzionare il nostro sistema alimentare, ma **il futuro dipenderà molto da come verrà presentata**. Se si riuscirà a rispondere alle preoccupazioni dei consumatori e a comunicare con efficacia i vantaggi – dalla **sostenibilità** all’**innovazione** – la carne coltivata potrebbe diventare un pilastro fondamentale del nostro futuro alimentare. **Prospettive future** Nonostante le difficoltà tecnologiche ancora da superare, infatti, la carne coltivata si presenta come una **prospettiva rivoluzionaria**. I suoi sostenitori la considerano un’alternativa sostenibile, con basso **impatto ambientale** e maggiore attenzione al **benessere degli animali**, senza sacrificare la qualità della carne tradizionale. Per rendere questa tecnologia disponibile su larga scala, sarà cruciale affrontare e superare alcuni **problemi fondamentali**: la riduzione dei costi di produzione, lo sviluppo di sistemi di accrescimento più accessibili ed etici e la replicazione fedele delle caratteristiche sensoriali e nutrizionali della carne convenzionale. Su questi punti il settore continua a investire intensamente in **ricerca e innovazione**, per rendere concreto quello che oggi appare come un progetto pioneristico e per dare maggiore disponibilità alimentare, con un occhio all’etica e all’ambiente, a un’umanità in costante crescita. **Fonti:** 1. **FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura)**. (n.d.). *FAO – Livestock’s long shadow: Environmental issues and options*. [https://www.fao.org](https://www.fao.org/) 2. **OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità)**. (n.d.). *Food Safety and Quality: Emerging Risks and Global Solutions*. World Health Organization. [https://www.who.int](https://www.who.int/) 3. **Alimentando.info**. (2023, February 9). *Carne cellulare: FAO e OMS individuano 53 potenziali rischi*. Alimentando.info. Retrieved from [https://www.alimentando.info](https://www.alimentando.info/carne-cellulare-fao-e-oms-individuano-53-potenziali-rischi/?utm_source=chatgpt.com) 4. **ScienceDirect**. (2023). *Emerging challenges in cellular agriculture and meat production*. ScienceDirect. [https://www.sciencedirect.com](https://www.sciencedirect.com/) 5. **Journal of Food Science**. (2022). *Safety and regulatory concerns of lab-grown meat: a review*. Journal of Food Science, 87(1), 35-44. [https://www.foodscience.org](https://www.foodscience.org/) **Categorie:** Dossier **Tag:** Ambiente & Sostenibilità, Scienza & Tecnologia --- ### [Il parco che non raffredda più: quando il verde urbano perde le sue funzioni](https://eywadivulgazione.it/il-parco-che-non-raffredda-piu-quando-il-verde-urbano-perde-le-sue-funzioni/) **Published:** Febbraio 16, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **Il parco che non raffresca più** C’è un parco nel vostro quartiere che sulla mappa comunale appare verde. Nei report di sostenibilità è conteggiato. Nei piani di adattamento climatico è citato come infrastruttura verde. Ma quando ci passate in un pomeriggio di luglio, il caldo è lo stesso della strada asfaltata. Le chiome sono rade, ridotte a monconi da potature invasive. Molti alberi sono secchi, ma ancora in piedi. Altri sono stati messi a dimora due anni fa e non hanno mai attecchito. Le radici, dove ancora ci sono, affogano sotto asfalto compattato. Secondo il catasto arboreo, quel parco esiste. Secondo il vostro corpo che suda, no. Quando un albero è vivo anagraficamente ma morto funzionalmente, è ancora verde urbano? Questa domanda non è retorica. È il cuore di un fenomeno invisibile che sta svuotando le nostre città dall’interno: le foreste fantasma urbane. ## **Cosa sono davvero le “ghost forests” (e cosa non sono)** Il termine “ghost forest” nasce dalla scienza ecologica per descrivere un fenomeno preciso: foreste costiere uccise dalla salinizzazione marina. Alberi ancora in piedi, ma morti. Ecosistemi collassati che restano visibili come scheletri verticali. In ambito urbano, questo termine non è scientificamente codificato. Ma possiamo usarlo come categoria analitica per descrivere qualcosa di molto concreto: un sistema di alberi formalmente conteggiato ma incapace di garantire le funzioni ecosistemiche previste. Non è solo metafora: è il disallineamento tra ciò che i dataset comunali dichiarano e ciò che si osserva realmente sul territorio — la definizione operativa di “foresta fantasma urbana” proposta anche da Eywa Divulgazione. ## **Come nasce una foresta fantasma in città** ### **Mortalità post-impianto: il verde che scompare in silenzio** Grandi campagne di messa a dimora di alberature. Inaugurazioni. Comunicati stampa con numeri imponenti: 5.000 alberi, 10.000 alberi. Ma cosa succede dopo? Una meta-analisi sui tassi di sopravvivenza degli alberi stradali mostra che la mortalità nei primi anni dopo l’impianto può essere drammaticamente alta. In diversi contesti urbani analizzati in Nord America, la mortalità può superare il 40–50% nei primi anni. Leslie A. Roman, nel suo studio sistematico pubblicato su Urban Forestry & Urban Greening, parla esplicitamente di “half-life” delle alberature stradali: il tempo in cui metà della popolazione piantata è morta. Uno studio del 2021 pubblicato su Urban Forestry & Urban Greening analizza i fattori che causano la morte precoce degli alberi giovani in città: stress idrico, qualità del materiale vivaistico, contesto di impianto inadeguato, mancanza di cure post-trapianto. Il risultato? Alberi che “risultano” nei report comunali per anni, anche quando sono già morti o irrimediabilmente compromessi. Una recente ricerca ISA (International Society of Arboriculture) del 2025 si concentra sulla cosiddetta “establishment phase”, i primi 1-5 anni dopo l’impianto, e dimostra quanto questa fase sia vulnerabile. È qui che si decide se un albero diventerà davvero parte del patrimonio urbano o resterà solo un numero su un foglio Excel. Il punto è semplice: mettere a dimora non significa forestare. ### **Alberi biologicamente compromessi: vivi ma disfunzionali** Un albero può essere vivo e allo stesso tempo funzionalmente compromesso. La capitozzatura, il taglio drastico della chioma, è esclusa dalle tecniche raccomandate negli standard internazionali di arboricoltura (come gli European Tree Pruning Standard) e da molte linee guida comunali, perché non rientra tra le pratiche corrette di potatura. Nei regolamenti comunali e nei Criteri Ambientali Minimi (CAM) è considerata pratica non conforme alla corretta gestione. Eppure resta una pratica diffusa. Perché? Perché è veloce, costa poco, e raramente viene oggetto di sanzioni o contestazioni formali. Ma cosa succede a un albero capitozzato? L’ISA lo spiega chiaramente nel documento divulgativo “Why Topping Hurts Trees”: perde capacità fotosintetica, sviluppa ferite che favoriscono malattie, emette ricacci deboli e strutturalmente instabili. È formalmente vivo, ma biologicamente indebolito, con ridotta capacità di raffreddamento, sequestro del carbonio e filtraggio dell’aria. Poi c’è il suolo. Una ricerca pubblicata su Urban Forestry & Urban Greening nel 2016 ha dimostrato quantitativamente quanto la compattazione e la qualità del suolo influenzino crescita e dimensione della chioma. Alberi messi a dimora in suolo compattato, circondati da asfalto fino al colletto, con volumi radicali ridotti al minimo: non cresceranno mai abbastanza per fornire i servizi ecosistemici che ci aspettiamo. Un albero urbano sano può ridurre la temperatura superficiale circostante con riduzioni misurate in più gradi Celsius in condizioni di adeguata copertura arborea, come dimostra uno studio pubblicato su Nature Communications nel 2021. Ma questa capacità dipende dalla dimensione e salute della chioma, dall’accesso all’acqua, dalla qualità del suolo. Quando questi fattori vengono compromessi, l’albero resta in piedi ma la funzione di raffrescamento si riduce drasticamente. ## **Verde pianificato contro verde effettivo** Piani regolatori che prevedono percentuali minime di copertura arborea. Progetti compensativi che promettono nuovi impianti. Inventari che contano alberi mai sostituiti dopo la morte. Uno studio tedesco del 2025 su quasi un milione di alberi catastali ha messo in luce proprio questo: i dataset arborei urbani hanno frequenze di aggiornamento molto variabili, spesso inadeguate. Alberi che “risultano” ma non esistono più fisicamente. Alberi previsti in progetto ma mai realizzati. Verde promesso e mai consegnato. Le linee guida italiane per la gestione del verde urbano del Comitato per lo sviluppo del verde pubblico (pubblicate dal MASE nel 2017) riconoscono esplicitamente il problema: servono inventari aggiornati, monitoraggio continuo, indicatori di qualità. Ma tra la teoria e la pratica c’è spesso un abisso. Questa distinzione tra registro e realtà sul campo è esattamente ciò che Eywa Divulgazione definisce come “foresta fantasma urbana”: alberi formalmente presenti nei database comunali ma ecologicamente compromessi o assenti nella realtà territoriale. ## **Disuguaglianze climatiche: il verde fantasma non è neutro** Le foreste fantasma non sono distribuite in modo casuale. Uno studio pubblicato su Nature NPJ Urban Sustainability nel 2025 ha mostrato un risultato inquietante: nelle città statunitensi analizzate, le aree più calde tendono a perdere più verde nel tempo. Un rapporto USDA del 2021 documenta le disparità tra copertura arborea e temperatura legate al reddito: i quartieri a basso reddito hanno meno alberi, alberi più giovani, alberi meno curati. Quando il verde c’è, è spesso compromesso. Un altro studio pubblicato su Nature NPJ Urban Sustainability nel 2024 ha quantificato i benefici degli alberi urbani in termini di riduzione della mortalità e morbilità legate al calore. E ha mostrato come questi benefici siano distribuiti in modo profondamente diseguale. Il messaggio è chiaro: la foresta fantasma è anche una questione di giustizia climatica. ## **La perdita invisibile: funzioni ecosistemiche compromesse** Qui entra la parte che i comunicati stampa non raccontano mai. Un albero urbano sano, secondo i dati della metodologia i-Tree Eco sviluppata dal USDA Forest Service, fornisce servizi ecosistemici quantificabili: riduce la temperatura superficiale, intercetta polveri sottili e altri inquinanti atmosferici, rallenta il deflusso dell’acqua piovana riducendo il rischio di allagamenti, sequestra carbonio, migliora il benessere psicologico. Un albero compromesso (stressato, capitozzato, messo a dimora in suolo inadeguato) non svolge più pienamente queste funzioni. Ma in inventari non aggiornati può continuare a risultare come albero presente e funzionale. Uno studio pubblicato su AGU Advances nel 2024 ha usato la temperatura della chioma come proxy della salute e funzionalità degli alberi urbani, mostrando enormi differenze intra-urbane nei benefici effettivamente forniti. Non basta che l’albero ci sia: deve essere sano, idratato, con una chioma adeguata. Il punto politico è questo: i comuni misurano il numero di alberi. Dovrebbero misurare la qualità funzionale del patrimonio arboreo. Altrimenti stiamo solo contando fantasmi. ## **Il grande equivoco: mettere a dimora non è forestare** Ecco il problema culturale di fondo. Una campagna di messa a dimora è comunicazione. Una foresta urbana è manutenzione pluridecennale. Per trasformare un impianto arboreo in un patrimonio funzionale serve un ecosistema di cura: monitoraggio della sopravvivenza nei primi cinque anni, suolo decompattato e adeguato volume radicale, irrigazione di attecchimento per almeno due o tre anni, sostituzioni garantite degli alberi morti, inventari pubblici aggiornati con frequenza regolare, potature rispettose degli standard scientifici, protezione durante i cantieri. Senza questo, è marketing verde. Letteralmente: alberi che valgono solo come numero in un report di sostenibilità. Le linee guida MASE lo dicono chiaramente. La Strategia nazionale del verde urbano lo ribadisce. Gli standard europei di potatura lo specificano tecnicamente. Eppure il gap tra teoria e pratica resta enorme. ## **Indicatori per riconoscere una foresta fantasma urbana** Come facciamo a sapere se la nostra città ha foreste fantasma? Alcuni segnali sono evidenti. Una percentuale di alberi giovani altissima ma pochi alberi maturi. Chiome drasticamente ridotte o capitozzate. Alberi segnati negli inventari comunali ma assenti sul campo. Assenza di dati pubblici sul tasso di sopravvivenza di impianti arborei. Nessun monitoraggio pubblicato sulla salute del patrimonio arboreo. Come verificare? Secondo Eywa Divulgazione, gli strumenti concreti a disposizione dei cittadini sono: accesso civico agli inventari arborei (documenti pubblici), confronto tra dati GIS comunali e sopralluoghi reali sul territorio, richiesta esplicita dei tassi di sopravvivenza post-impianto. Si può chiedere: quanti degli alberi messi a dimora tre anni fa sono ancora vivi? Con quale chioma? In quali quartieri? Uno studio del 2019 pubblicato sul Journal of Arboriculture analizzando i tassi di mortalità urbana attraverso inventari ripetuti ha mostrato proprio questo: quando si torna a misurare, i numeri cambiano. A volte drasticamente. ## **Responsabilità amministrative** Chi deve aggiornare gli inventari? Chi deve sostituire gli alberi morti? Chi deve monitorare l’attecchimento? Chi deve pubblicare i dati? Le amministrazioni comunali. Il verde urbano è ormai integrato nei piani climatici locali, nelle strategie di adattamento finanziate dal PNRR, nelle promesse di sostenibilità. Se viene usato per raggiungere obiettivi climatici (e lo è) deve essere reale, misurabile, funzionale. Un rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente del 2024 sulle disuguaglianze nell’accesso al verde urbano in Europa sottolinea proprio questo: non basta dire “abbiamo verde”. Serve garantire qualità, accessibilità, equità. ## **Il rischio climatico: città sempre più calde** Le isole di calore urbane uccidono. Le ondate di calore aumentano la mortalità, soprattutto tra anziani, bambini, persone fragili. Il documento WHO Europa “Urban green spaces and health” del 2016 lo documenta in modo esteso: il verde urbano è infrastruttura sanitaria. Riduce lo stress da calore, migliora la salute mentale, favorisce l’attività fisica. Ma solo se funziona davvero. Una città con foreste fantasma è una città più vulnerabile. Non sulla carta. Nei corpi delle persone che ci vivono. ## **Cosa fare: dal numero alla qualità** Serve un cambio di paradigma comunicativo e politico. Passare da “abbiamo messo a dimora 10.000 alberi” a “abbiamo una copertura arborea funzionale del 30%, distribuita equamente, monitorata annualmente”. Gli indicatori concreti esistono già: tasso di sopravvivenza a cinque anni pubblicato per ogni campagna di impianto, percentuale di chioma attiva per quartiere, distribuzione per fasce di reddito, accessibilità reale all’ombra (non solo numero di alberi), stato fitosanitario verificato. Questo non è radicalismo ambientalista. È amministrazione seria. ## **Non servono più alberi simbolici. Servono alberi vivi.** Una foresta fantasma urbana non è un problema estetico. È un problema climatico, sanitario e politico. Significa promesse non mantenute. Investimenti pubblici bruciati. Vulnerabilità climatica nascosta. Disuguaglianze mascherate da dati verdi. Significa che quando guardiamo le mappe del verde urbano, stiamo guardando in parte una finzione. E le finzioni, quando si tratta di calore urbano e salute pubblica, possono uccidere. Il verde urbano funziona solo se è vivo, sano, curato, monitorato. Altrimenti è solo un fantasma su una mappa. E i fantasmi non fanno ombra. ## **Approfondimenti Eywa** Eywa Divulgazione Responsabile, 2025. “Capitozzatura degli alberi in città: cosa dice davvero la normativa”. Analisi tecnica su standard arboricoli, CAM e responsabilità amministrative nella gestione del verde urbano. Eywa Divulgazione Responsabile, 2025. “Ghost forests: le foreste fantasma esistono già anche in Italia”. Definizione operativa di foresta fantasma urbana e distinzione tra verde registrato e verde funzionale. ## **Bibliografia essenziale** International Society of Arboriculture (ISA), documento divulgativo tecnico. Spiega gli effetti fisiologici e strutturali della capitozzatura (“topping”) sugli alberi urbani. USDA Forest Service. i-Tree Eco: metodologia internazionale per la quantificazione dei servizi ecosistemici forniti dagli alberi urbani (raffrescamento, qualità dell’aria, carbonio, gestione acque meteoriche). Ayda Kianmehr, Beau MacDonald, Esther Margulies, Amber Birdwell, John P. Wilson (2024), A new approach to monitor the life cycle of urban street tree canopies, Urban Forestry & Urban Greening, Volume 101, articolo 128518: propone un nuovo metodo per monitorare la crescita, l’età e la mortalità delle chiome degli alberi stradali a livello individuale in sei quartieri di Los Angeles, evidenziando come sotto scenari tipici di mortalità gran parte del capitale arboreo urbano potrebbe scomparire entro il 2050 e fornendo uno strumento per pianificare piantumazioni più resilienti nel contesto del riscaldamento urbano. World Health Organization – Regional Office for Europe (2016), “Urban green spaces and health: a review of evidence” revisione delle evidenze sugli effetti del verde urbano sulla salute umana e sul rischio da calore nelle aree urbane. European Environment Agency (2022), “Who benefits from nature in cities?” rapporto che indaga le disuguaglianze nell’accesso al verde urbano, le differenze di esposizione alla natura all’interno delle città e le implicazioni per l’equità climatica e la salute pubblica. **Categorie:** Dossier --- ### [Il Piano del Verde del tuo Comune esiste davvero? Guida tecnica per leggerlo (e capire se è serio o solo comunicazione)](https://eywadivulgazione.it/piano-verde-come-leggerlo/) **Published:** Febbraio 13, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Il tuo Comune parla di “rigenerazione verde”, di “città resiliente”, di “foreste urbane”. Magari ha inaugurato un’aiuola con tanto di rendering e comunicato stampa. Ma il Piano del Verde — quello vero, quello tecnico — esiste davvero? Questa non è una domanda retorica. Quasi tutti i Comuni medio-grandi dichiarano di averlo, lo promettono nel DUP, lo citano nelle domande di finanziamento PNRR, lo inseriscono nei comunicati istituzionali. Ma pochissimi cittadini sanno cosa dovrebbe contenere un piano urbanistico di questo tipo. E ancora meno sanno come verificare se quello che il Comune chiama “piano” sia davvero uno strumento tecnico o solo un dépliant di comunicazione. Qui ti spiego come smontarlo.## **Cosa dovrebbe essere (secondo le fonti tecniche)** Un Piano del Verde non è un’idea vaga. È uno strumento di pianificazione settoriale del verde urbano con basi normative precise. La Legge 10/2013 (“Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”) introduce obblighi strutturali come il bilancio arboreo e il monitoraggio del patrimonio verde, che costituiscono la base tecnica su cui molti Comuni hanno costruito i propri Piani del Verde. Per i Comuni sopra i 15.000 abitanti, la legge prevede la messa a dimora di un albero per ogni neonato e il bilancio arboreo di fine mandato del sindaco, cioè un rendiconto pubblico di quanti alberi sono stati abbattuti e quanti piantati. ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, fornisce supporto tecnico al Comitato per lo sviluppo del verde pubblico e ha prodotto linee guida metodologiche per il monitoraggio delle alberature urbane. Non teoria astratta: indicatori misurabili, mappature georeferenziate, criteri di valutazione fitosanitaria. A livello europeo, la Strategia UE per la biodiversità 2030 incoraggia l’adozione di Urban Greening Plans e il rafforzamento delle infrastrutture verdi urbane, ponendo un obiettivo ambizioso: piantare 3 miliardi di alberi entro il 2030. La FAO ha pubblicato linee guida specifiche sull’urban forestry, riconoscendo le foreste urbane come infrastrutture critiche per la resilienza climatica. Quindi un Piano del Verde serio dovrebbe essere integrato nel Piano Urbanistico Generale (PUC/PGT), basato su mappatura georeferenziata (GIS), dotato di indicatori misurabili e verificabili, con programmazione pluriennale e con budget allocato. Se è solo un PDF narrativo con foto d’archivio e paragrafi generici sulla “valorizzazione del patrimonio arboreo”, non è un piano. È un documento di comunicazione istituzionale.## **Gli indicatori minimi che devono esserci** Entriamo nel tecnico. Un Piano del Verde che si rispetti non può limitarsi a dire “pianteremo più alberi”. Deve quantificare, programmare, misurare. Ecco cosa cercare. La **canopy cover**, cioè la copertura arborea, è la percentuale di superficie urbana coperta dalle chiome degli alberi. Non è un dato decorativo: la copertura arborea mitiga le isole di calore urbane, assorbe CO₂, riduce il runoff delle acque piovane. Simulazioni epidemiologiche pubblicate su The Lancet Planetary Health suggeriscono che una copertura arborea intorno al 30% può produrre benefici sanitari significativi nelle aree urbane, riducendo mortalità da calore e migliorando la qualità dell’aria. Se il tuo Piano del Verde non indica la percentuale attuale di canopy cover, l’obiettivo target e il metodo di misurazione, hai già una red flag. Il **bilancio arboreo**, previsto per legge dal 2013, deve essere pubblico e redatto almeno a fine mandato del sindaco, anche se molti Comuni lo producono con cadenza annuale. Deve indicare alberi esistenti nel patrimonio comunale, alberi abbattuti nell’anno con motivazione, alberi piantati e — fondamentale — tasso di sopravvivenza a tre-cinque anni. Perché se trovi solo “piantati 5.000 alberi” senza alcun dato sul tasso di mortalità o sulle sostituzioni fallite, quello è marketing verde. Le “foreste fantasma”, alberi piantati che non attecchiscono per mancanza di irrigazione, terreno inadeguato o scelta sbagliata della specie, sono un fenomeno documentato e diffuso. Un piano serio prevede **sostituzioni programmate** con specie adatte al clima locale (non mode estetiche) e diversificazione per evitare vulnerabilità fitosanitarie. La FAO raccomanda la “regola 10-20-30”: non più del 10% di una singola specie, non più del 20% di un singolo genere, non più del 30% di una singola famiglia botanica. Serve a prevenire epidemie come quella che ha decimato gli olmi urbani in mezza Europa. Se il tuo Piano parla solo di “nuove piantumazioni” senza strategia di sostituzione, significa gestione improvvisata. Il **monitoraggio fitosanitario** dovrebbe indicare la frequenza dei controlli, la metodologia utilizzata (VTA, tomografia, carotaggio), l’esistenza di un registro digitale aggiornato delle alberature. Se tutto è delegato a “interventi straordinari” o “segnalazioni dei cittadini”, significa che il Comune lavora in modalità reattiva, non preventiva. Nel 2025 il **bilancio idrico** è un tema ineludibile. Un piano che prevede piantumazioni massicce deve integrare consumo d’acqua previsto, sistemi di irrigazione sostenibili (subirrigazione, raccolta acque meteoriche), piano di manutenzione nei primi anni critici. Piantare alberi senza un piano idrico è il modo più veloce per creare cimiteri arborei.## **Come capire se è un documento cosmetico** Un Piano del Verde è probabilmente fumo se non contiene indicatori numerici verificabili, se non ha un cronoprogramma pluriennale con scadenze, se non indica il capitolo di bilancio dedicato (€ stanziati, non “risorse da reperire”), se è scollegato dal piano urbanistico generale, se parla solo di messe a dimora e mai di sostituzione o manutenzione, se contiene rendering suggestivi ma nessuna mappa GIS, se non prevede monitoraggio o valutazione ex post. Se il documento che hai davanti spunta più di tre di questi elementi, probabilmente stai leggendo un pezzo di comunicazione istituzionale spacciato per strumento di pianificazione.## **Come chiederlo formalmente** Il Piano del Verde, se esiste, è un documento pubblico. Hai diritto di leggerlo. Il Decreto Legislativo 33/2013, come modificato nel 2016 (FOIA italiano), prevede l’accesso civico generalizzato per qualsiasi documento della Pubblica Amministrazione, salvo eccezioni tassative (privacy, sicurezza, segreto industriale). Puoi chiedere formalmente il Piano del Verde vigente in versione integrale tecnica (non sintesi divulgativa), gli allegati cartografici GIS e mappature, il bilancio arboreo aggiornato, il capitolo di bilancio dedicato alla manutenzione del verde. La richiesta va fatta via PEC o tramite portale dell’URP comunale. Il Comune ha 30 giorni per rispondere. Se il Piano non esiste, chiedi se è previsto e in quale documento programmatorio, con quale scadenza temporale, chi è il responsabile tecnico del procedimento. La trasparenza non è gentilezza. È obbligo di legge.## **Perché ti serve saperlo** Perché se prima imparavi a segnalare un’alberatura pericolosa o a documentare una capitozzatura illegale, ora stai imparando a capire se il tuo Comune pianifica o improvvisa. A distinguere la competenza tecnica dalla narrazione istituzionale. Un cittadino che sa leggere un piano urbanistico non si ferma al comunicato stampa. Non si accontenta del rendering. Chiede i dati, verifica gli indicatori, controlla il budget. E quando qualcosa non torna, sa dove guardare e cosa chiedere. Questo è il salto che Eywa ti aiuta a fare. Da osservatore a controllore. Da segnalazione a prevenzione. Da cittadino informato a cittadino competente.## **Approfondimenti Eywa** Eywa, 2026. Guida operativa su responsabilità, procedure e strumenti amministrativi per il verde urbano. Collegamento naturale alla sezione su accesso civico e trasparenza. [https://eywadivulgazione.it/alberi-in-citta-quali-piantare-e-perche-i-comuni-sbagliano-tutto/ ](https://eywadivulgazione.it/alberi-in-citta-quali-piantare-e-perche-i-comuni-sbagliano-tutto/)Eywa, 2026. Studio sulle scelte arboree nei contesti urbani italiani, con criteri climatici, fitosanitari e di adattamento locale. Supporta la parte sulla diversificazione e sulla regola 10-20-30.## **Bibliografia essenziale** Legge 14 gennaio 2013, n. 10. Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani. Base normativa per bilancio arboreo, messa a dimora di alberi nei Comuni sopra i 15.000 abitanti, censimento e classificazione del patrimonio verde. [https://www.isprambiente.gov.it/it/servizi/Supporto\_ISPRA\_al\_Comitato\_per\_lo\_sviluppo\_del\_verde\_pubblico](https://www.isprambiente.gov.it/it/servizi/Supporto_ISPRA_al_Comitato_per_lo_sviluppo_del_verde_pubblico) ISPRA. Supporto tecnico al Comitato per lo sviluppo del verde pubblico. Documentazione su metodologie, indicatori e monitoraggio del verde urbano. [https://environment.ec.europa.eu/strategy/biodiversity-strategy-2030\_en ](https://environment.ec.europa.eu/strategy/biodiversity-strategy-2030_en?utm_source=chatgpt.com)Commissione Europea, 2020. EU Biodiversity Strategy for 2030. Introduce gli Urban Greening Plans e l’obiettivo di piantare 3 miliardi di alberi entro il 2030. [https://openknowledge.fao.org/server/api/core/bitstreams/9c27d98b-8071-4ee7-8fc4-e0b430f8a8dc/content ](https://openknowledge.fao.org/server/api/core/bitstreams/9c27d98b-8071-4ee7-8fc4-e0b430f8a8dc/content)FAO. Guidelines on Urban and Peri-Urban Forestry. Linee guida tecniche su pianificazione, diversificazione, resilienza e gestione sostenibile delle foreste urbane. [https://www.eea.europa.eu/en/topics/in-depth/urban-sustainability ](https://www.eea.europa.eu/en/topics/in-depth/urban-sustainability)European Environment Agency. Urban environment and green infrastructure. Quadro europeo sulle infrastrutture verdi urbane, indicatori ambientali e metriche di valutazione. [https://www.thelancet.com/journals/lanplh/home ](https://www.thelancet.com/journals/lanplh/home)The Lancet Planetary Health. Studi epidemiologici su verde urbano, copertura arborea e riduzione della mortalità da calore nelle aree urbane. **Categorie:** Articoli, Manuali --- ### [Segnalare un problema al verde urbano: chi chiamare, quando e come farlo nel modo giusto](https://eywadivulgazione.it/segnalare-problema-verde-urbano-guida-pratica/) **Published:** Febbraio 11, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Vedere un albero massacrato da una potatura selvaggia, un parco pubblico abbandonato al degrado o un’alberatura storica abbattuta senza apparente motivo provoca rabbia. Quella rabbia è legittima, ma da sola non serve a niente. Serve trasformarla in azione amministrativa corretta, perché il verde urbano non è solo questione estetica o sentimentale: è patrimonio pubblico tutelato per legge, con responsabilità precise e conseguenze chiare quando viene danneggiato. Questo articolo non vi dirà «fate qualcosa», ma vi spiegherà **cosa fare, con chi e come**, per ottenere risultati concreti. Perché l’indignazione senza procedura rimane sterile; la procedura corretta, invece, può inchiodare responsabilità e impedire danni futuri.## **Perché segnalare correttamente fa la differenza** Il verde urbano in Italia è gestito principalmente dai Comuni, che secondo il **Testo Unico degli Enti Locali** (D.Lgs. 267/2000, artt. 3 e 13) hanno competenza diretta sulla gestione del territorio e sui servizi pubblici locali, nell’ambito delle funzioni amministrative proprie in materia di governo del territorio e gestione dei servizi pubblici locali, tra cui rientra la manutenzione del patrimonio verde comunale. Questo significa che ogni intervento – dalla potatura ordinaria all’abbattimento – deve seguire procedure specifiche, essere autorizzato, documentato e giustificato. Quando questi passaggi vengono saltati, non siamo di fronte a una semplice «cattiva gestione»: siamo potenzialmente di fronte a **illeciti amministrativi o, in alcuni casi, a reati ambientali**. La differenza è sostanziale. Un illecito amministrativo può portare a sanzioni economiche e responsabilità dirigenziali; un reato ambientale, regolato dalla **Legge 68/2015 sui delitti contro l’ambiente**, può portare a conseguenze penali. Ma per far valere questa distinzione serve sapere a chi rivolgersi, con quale tempistica e attraverso quali canali. Segnalare al soggetto sbagliato significa perdere tempo; segnalare male significa non essere presi sul serio; segnalare tardi può rendere irrilevante l’intervento. Per questo servono strumenti precisi.## **Chi ha competenza su cosa (e perché non potete sbagliarvi)** Non tutte le situazioni sul verde urbano competono alla stessa autorità. Rivolgersi all’ente sbagliato non è solo inefficace: rischia di far finire la vostra segnalazione in un limbo burocratico da cui non uscirà mai. Ecco la mappa operativa. **Il Comune** ha competenza sulla gestione ordinaria del verde urbano. Secondo la **Legge 10/2013** sullo sviluppo degli spazi verdi urbani, i Comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti devono rendere pubblico il bilancio arboreo di fine mandato, indicando il rapporto fra alberi piantati e abbattuti, mentre il censimento degli alberi monumentali è obbligatorio per tutti i Comuni. Questo significa che manutenzione, potature programmate, sicurezza delle alberature e interventi ordinari ricadono sotto la loro responsabilità diretta. Se vedete una potatura scorretta, un albero pericolante o un parco in stato di abbandono, **il primo destinatario della segnalazione è sempre l’ufficio verde pubblico del vostro Comune**. **I Carabinieri Forestali** intervengono quando si configurano reati ambientali o violazioni di vincoli paesaggistici. Non sono competenti per la gestione ordinaria, ma lo diventano se c’è un sospetto di illecito penale: abbattimento illegale di alberi protetti, violazione di vincoli su aree tutelate, danneggiamento del patrimonio naturale. L’Arma dei Carabinieri, attraverso il **Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari**, ha poteri di polizia giudiziaria e può aprire indagini su condotte che violano il Codice Penale, in particolare l’**art. 733-bis**, che punisce la distruzione o il deterioramento di habitat all’interno di siti protetti. **La Soprintendenza** entra in gioco quando l’area in questione è sottoposta a vincolo paesaggistico. Il **Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio** (D.Lgs. 42/2004) stabilisce che qualsiasi intervento su aree vincolate richiede autorizzazione paesaggistica nell’ambito del procedimento che coinvolge la Soprintendenza competente territorialmente. Se un albero viene abbattuto o pesantemente potato in un contesto paesaggistico tutelato senza questa autorizzazione, non si tratta solo di cattiva gestione: si tratta di violazione di legge con conseguenze amministrative e, in alcuni casi, penali. Capire quale sia l’autorità competente non è un dettaglio burocratico: è la condizione necessaria affinché la vostra segnalazione abbia senso e produca effetti.## **Quando è emergenza (e quando non lo è)** Non tutte le situazioni richiedono la stessa urgenza. Un albero pericolante, con rami spezzati che sovrastano un marciapiede trafficato o segni evidenti di instabilità strutturale, configura un **pericolo immediato** per la pubblica incolumità. In questi casi la segnalazione deve essere immediata e rivolta sia alla Polizia Locale sia all’ufficio verde del Comune, possibilmente tramite canali diretti come numeri verdi comunali o emergenze tecniche. Le **linee guida per la gestione del verde urbano elaborate dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA/ISPRA)** definiscono criteri oggettivi per valutare la stabilità di un albero e identificare situazioni di rischio reale. Questi criteri includono presenza di funghi lignicoli (che degradano il legno), lesioni strutturali evidenti, inclinazione anomala del fusto, radici sollevate o danneggiate. Se riconoscete uno di questi segnali, non aspettate: la segnalazione va fatta subito. Diverso è il caso di una potatura scorretta già eseguita, di un parco in condizioni di abbandono o di un intervento discutibile ma non pericoloso. In questi casi non c’è emergenza, ma resta l’opportunità – e spesso il dovere civico – di segnalare formalmente l’irregolarità. Qui conta la qualità della segnalazione, non la velocità.## **Come fare una segnalazione che funzioni** Una segnalazione efficace non è uno sfogo emotivo inviato via email generica. È un atto amministrativo che, se costruito bene, costringe l’ente destinatario a rispondere formalmente e, se necessario, a intervenire. Le **Linee guida ANCI sulla gestione del verde urbano** e le **linee guida SNPA/ISPRA sul verde urbano** forniscono indicazioni operative su come strutturare una comunicazione istituzionale corretta. **Documentazione fotografica georeferenziata**: ogni foto deve contenere metadati GPS che permettano di localizzare con precisione il punto segnalato. Se il vostro smartphone non li include automaticamente, usate app gratuite che lo fanno. Le foto devono mostrare chiaramente il problema: inquadrature generali per contestualizzare, dettagli per evidenziare danni specifici. **Indicazione precisa dell’area**: non basta scrivere «via Garibaldi». Serve il numero civico più vicino, riferimenti visibili (panchine, segnaletica, edifici adiacenti), eventualmente coordinate geografiche. Un tecnico comunale che riceve decine di segnalazioni al giorno non può permettersi di cercare dove sia «quell’albero vicino al parco». **Descrizione tecnica del problema**: se avete competenze botaniche o agronomiche, usatele. Se non le avete, limitatevi a descrivere oggettivamente ciò che vedete senza interpretazioni inutili. «Capitozzatura totale di tiglio con tagli oltre 10 cm di diametro» è utile; «hanno massacrato un povero albero» non lo è. **Canale formale**: la segnalazione va inviata preferibilmente tramite **PEC** (posta elettronica certificata) all’ufficio competente, oppure attraverso i portali comunali dedicati alle segnalazioni, o ancora tramite raccomandata A/R o protocollazione diretta presso l’ufficio protocollo del Comune. Evitate email generiche, messaggi privati sui social o telefonate informali. Un canale ufficiale (PEC o protocollazione formale) garantisce tracciabilità e assegnazione a un ufficio competente. Se formulate la segnalazione come istanza di intervento o richiesta di verifica, l’amministrazione è tenuta a trattarla come procedimento e a rispondere nei termini applicabili.## **Quando si configura un reato ambientale** Ci sono situazioni in cui la cattiva gestione del verde urbano sconfina nel penale. Non sempre è facile riconoscerle, ma sapere dov’è l confine è importante per capire se la vostra segnalazione debba coinvolgere anche i Carabinieri Forestali o la Procura. **Abbattimento senza autorizzazione**: se un albero viene abbattuto in area pubblica o privata vincolata senza la necessaria autorizzazione comunale o paesaggistica, si configura un illecito amministrativo che può trasformarsi in reato se l’albero era soggetto a tutela specifica (ad esempio alberi monumentali censiti ai sensi della Legge 10/2013). **Violazione di vincolo paesaggistico**: qualsiasi intervento su aree sottoposte a vincolo paesaggistico richiede l’autorizzazione della Soprintendenza. L’assenza di questa autorizzazione è sanzionata dal Codice dei Beni Culturali con multe salate e, nei casi più gravi, con responsabilità penali a carico di chi ha disposto o eseguito l’intervento. **Distruzione di habitat**: accanto ai delitti ambientali introdotti dalla Legge 68/2015, il Codice Penale prevede anche il reato di distruzione o deterioramento di habitat in siti protetti (art. 733-bis c.p.). Se l’intervento sul verde urbano ha danneggiato o distrutto habitat di specie protette in siti Natura 2000 o aree tutelate similari, non siamo più nell’ambito amministrativo: siamo in quello penale. In questi casi la segnalazione va indirizzata anche ai Carabinieri Forestali tramite PEC alla stazione territorialmente competente, allegando tutta la documentazione raccolta. Se necessario, si può presentare un esposto formale alla Procura della Repubblica.## **Strumenti civici avanzati: accesso agli atti e FOIA** Segnalare è il primo passo. Ma se la risposta dell’amministrazione è generica, evasiva o inesistente, avete altri strumenti legali per ottenere informazioni e responsabilità. **Accesso agli atti** (Legge 241/1990): chiunque vi abbia un interesse diretto, concreto e attuale può richiedere copia degli atti amministrativi relativi a un procedimento, come autorizzazioni per potature o abbattimenti, perizie agronomiche, delibere comunali. La richiesta va presentata per iscritto indicando con precisione quali documenti si vogliono visionare. L’amministrazione ha trenta giorni per rispondere. **FOIA italiano** (D.Lgs. 33/2013): il Freedom of Information Act italiano permette l’accesso generalizzato a dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, anche senza dover dimostrare un interesse diretto. Potete chiedere bilanci arborei comunali, piani di gestione del verde urbano, relazioni tecniche su interventi specifici. Anche qui: richiesta scritta formale via PEC o portale dedicato. Questi strumenti non sono favori concessi dall’amministrazione: sono diritti garantiti per legge. Usarli significa mettere le istituzioni di fronte alle proprie responsabilità documentali ed eventualmente far emergere incoerenze o irregolarità che una semplice segnalazione non avrebbe portato alla luce.## **Eywa dice…** Il verde urbano è un bene comune tutelato per legge. Difenderlo non significa solo indignarsi davanti a un albero capitozzato: significa conoscere procedure, competenze e diritti per agire efficacemente. Il cittadino informato non è quello che protesta genericamente; è quello che sa esattamente dove colpire per ottenere risultati. E questo articolo vi ha appena dato la mappa.## **Bibliografia essenziale** Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267 – Testo Unico degli Enti Locali. Definisce competenze e funzioni amministrative dei Comuni in materia di governo del territorio e gestione dei servizi locali. Legge 14 gennaio 2013, n. 10 – Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani. Introduce il bilancio arboreo di fine mandato e disciplina la tutela degli alberi monumentali. Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 – Codice dei beni culturali e del paesaggio. Regola i vincoli paesaggistici e le autorizzazioni necessarie per interventi in aree tutelate. Legge 22 maggio 2015, n. 68 – Disposizioni in materia di delitti contro l’ambiente. Introduce nel Codice Penale i principali reati ambientali. Legge 7 agosto 1990, n. 241 – Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e diritto di accesso ai documenti amministrativi. Stabilisce l’obbligo di conclusione del procedimento e disciplina l’accesso agli atti. Decreto Legislativo 14 marzo 2013, n. 33 – Riordino della disciplina riguardante il diritto di accesso civico e gli obblighi di pubblicità e trasparenza delle pubbliche amministrazioni. Costituisce il riferimento normativo del FOIA italiano **Categorie:** Articoli --- ### [Roma, la città più verde d'Europa che non riesce a farsi ombra](https://eywadivulgazione.it/roma-citta-verde-europa-riesce-farsi-ombra/) **Published:** Febbraio 10, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Roma è una contraddizione che si misura in metri quadri. Il suo territorio comunale, 1.287 chilometri quadrati, è coperto per circa il **67% da aree verdi**: parchi regionali, riserve naturali, ville storiche, aziende agricole, boschi. In valore assoluto, il patrimonio naturale della Capitale non ha paragoni tra le grandi città europee. Eppure chi vive nei quartieri dentro il Grande Raccordo Anulare spesso fatica a trovare un albero sotto cui fermarsi d’estate. Il paradosso è tutto qui. Roma appare verdissima dall’alto, nelle immagini satellitari e nelle classifiche internazionali. Ma a livello stradale, nel tessuto urbano dove le persone abitano, lavorano, aspettano l’autobus, il verde di prossimità risulta spesso insufficiente. Non è un’impressione. È un dato tecnico, documentato da fonti istituzionali.## Una questione di numeri, letti male La narrazione ufficiale ha sempre enfatizzato la quantità complessiva. Roma è il comune agricolo più grande d’Europa, con 565 chilometri quadrati di terreni coltivati, pari al 44% dell’intero territorio cittadino. Possiede 18 aree protette tra riserve e parchi regionali. L’ultimo censimento del Dipartimento Tutela Ambientale ha registrato oltre 462 milioni di metri quadri di aree verdi complessive, di cui 47 milioni di verde urbano e 415 milioni tra aree naturali e parchi agricoli. Numeri imponenti. Ma il problema emerge quando si passa dalla scala comunale a quella di quartiere. Secondo i dati ISTAT più recenti, riferiti al 2023, la disponibilità di verde urbano accessibile nei capoluoghi metropolitani italiani è in media di 15,9 metri quadri per abitante, ben inferiore ai 18,9 della media nazionale e ai 22,2 degli altri capoluoghi di provincia. Roma si colloca in questa fascia metropolitana, penalizzata dalla propria dimensione demografica e dalla concentrazione del verde nelle aree periferiche.\[^4\] Il dato storico parla chiaro. Con circa 16 metri quadri di verde per abitante, Roma si posiziona appena sopra la media delle grandi città italiane, ma resta nettamente inferiore a **Bologna** (29,5 metri quadri) e **Torino** (21,8), risultando simile a Milano con i suoi 17. Tra i capoluoghi metropolitani, il primato spetta a Venezia con 35,5 metri quadri di verde accessibile per abitante, seguita da Torino e Firenze.## Il metro che conta: 300 metri da casa La ricerca urbanistica internazionale ha spostato da tempo il fuoco della questione. Non conta solo quanto verde esiste. Conta dove si trova rispetto a chi lo dovrebbe usare. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda che ogni cittadino abbia accesso a uno spazio verde pubblico di almeno 0,5 ettari entro 300 metri dalla propria abitazione. Non si tratta di un auspicio generico. È un parametro elaborato sulla base di evidenze scientifiche che collegano la prossimità del verde ai benefici misurabili sulla salute fisica e mentale. L’Agenzia Europea dell’Ambiente ha ripreso questa soglia nel rapporto “Who benefits from nature in cities?”, sottolineando come la regola dei 300 metri determini concretamente l’utilizzo reale degli spazi verdi. Chi ha un parco vicino ci va. Chi deve prendere l’auto o attraversare mezza città, semplicemente rinuncia. A questo standard si aggiunge la cosiddetta **regola del 3-30-300**, proposta nel 2021 dall’ecologo olandese Cecil Konijnendijk del Nature Based Solutions Institute e pubblicata in un articolo scientifico su Journal of Forestry Research. La formula è semplice: ogni persona dovrebbe poter vedere almeno 3 alberi dalla propria finestra, vivere in un quartiere con almeno il 30% di copertura arborea e trovarsi a non più di 300 metri da un parco pubblico. Per confronto, la copertura arborea media nelle città europee si ferma al 14,9%. Oslo, prima nella classifica delle capitali europee più verdi stilata dall’Agenzia Europea dell’Ambiente, garantisce al 95% dei propri abitanti uno spazio verde entro 300 metri da casa. Roma, nella stessa classifica, si colloca all’ottavo posto con una copertura arborea del 24%, dietro a Berlino (44%), Madrid (39%) e Vienna (34%).## Il verde c’è, ma non dove serve Documenti della Relazione Annuale 2024 dell’Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali di Roma Capitale (ACoS) fotografano una situazione in cui la distribuzione del verde tra i quindici municipi è marcatamente **disomogenea**. I dati sulla gestione del verde urbano manutenuto mostrano una contrazione costante: dai 42,8 milioni di metri quadri del 2019 si è scesi a 37,9 milioni nel 2023. Il verde attrezzato, quello direttamente fruibile dai cittadini con panchine, giochi e percorsi, è calato ancora più drasticamente: da 12 milioni di metri quadri a 9,3 milioni nello stesso periodo. Quasi tre milioni di metri quadri di spazi utilizzabili persi in cinque anni. Le differenze tra municipi sono enormi. Il X municipio, che comprende Ostia e il litorale, ha investito da solo oltre 6,6 milioni di euro nel 2023 per la gestione del proprio verde, una cifra che supera quella di molti altri municipi messi insieme. La superficie gestita dai singoli municipi varia da poche decine di migliaia di metri quadri nei territori centrali a oltre un milione nel X e nel IX. A livello europeo, l’Agenzia Europea dell’Ambiente ha documentato come questa distribuzione irregolare produca vere e proprie **disuguaglianze ambientali**: il verde è meno disponibile nei quartieri abitati da famiglie a basso reddito. Il concetto non è politico. È tecnico. Significa che i benefici ambientali di una città non raggiungono tutti i residenti allo stesso modo.## L’estate che uccide in silenzio La questione del verde urbano non è solo una faccenda di estetica o vivibilità. È una questione di sopravvivenza, nel senso più letterale del termine. L’estate 2025 ha lasciato dietro di sé un bilancio drammatico. Secondo le stime dei ricercatori dell’Imperial College di Londra e della London School of Hygiene and Tropical Medicine, a Roma si sono registrati **835 decessi attribuibili al caldo** tra giugno e agosto. In Italia il totale ha raggiunto 4.597 morti, in Europa oltre 16.500. Roma è risultata tra le capitali europee più colpite, insieme ad Atene e Bucarest. L’85% delle vittime aveva più di 65 anni. Questi numeri non sono il frutto di un’estate eccezionale. Sono la manifestazione di una tendenza strutturale. L’Istituto Superiore di Sanità ha da tempo riconosciuto che le persone che vivono in aree urbane dense hanno un rischio di mortalità significativamente maggiore durante le ondate di calore rispetto a chi risiede in contesti suburbani o rurali: è il cosiddetto “effetto isola di calore urbana”. A Roma, questo effetto è stato mappato con precisione. Uno studio condotto dal professor Francesco Asdrubali e dalla dottoranda Marta Roncone dell’Università Roma Tre, basato sui dati di 35 centraline microclimatiche, ha disegnato la geografia termica della città. Il **Centro Storico** è il quartiere più caldo in assoluto, con temperature superiori di oltre 4 gradi rispetto alla media. Seguono Aurelio, Prati, Trastevere, Trieste ed Esquilino, tutti sopra i 3,5 gradi di scarto. Ma nel 2025 il rapporto di Legambiente “Che caldo che fa!” ha rivelato che le temperature più estreme si registrano nelle periferie sud-orientali, a ridosso del Raccordo: Ciampino, Casetta della Mistica, Torre Spaccata, Lucrezia Romana, Tor Sapienza, con temperature al suolo superiori ai 46 gradi. Lontananza dal Tevere, bassa densità di verde, elevata urbanizzazione: i fattori sono sempre gli stessi.## Più alberi, meno bare Lo studio che ha cambiato la percezione del problema a livello europeo è stato pubblicato su **The Lancet** nel 2023 dal team di Mark Nieuwenhuijsen dell’ISGlobal di Barcellona. La ricerca ha analizzato dati relativi a 93 città europee (57 milioni di abitanti) e ha stimato che oltre il 4% delle morti estive nelle aree urbane è attribuibile alle isole di calore. Il dato più significativo riguarda la soluzione. Lo studio ha calcolato che aumentando la copertura arborea al 30%, le temperature urbane si ridurrebbero in media di 0,4 gradi. Può sembrare poco. Non lo è. Dei 6.700 decessi prematuri attribuiti alle temperature elevate nell’estate 2015, un terzo (2.644) avrebbe potuto essere evitato con quella percentuale di alberi. Le città del sud e dell’est Europa, Roma inclusa, sarebbero le maggiori beneficiarie di questo intervento. La ricercatrice Tamara Iungman, prima autrice dello studio, ha spiegato che “le previsioni basate sulle emissioni attuali indicano che le malattie e i decessi legati al caldo diventeranno un peso crescente per i servizi sanitari nei prossimi decenni”. Non è una proiezione a lungo termine. È una traiettoria in corso.## Il bilancio arboreo in rosso A Roma, il patrimonio arboreo sta andando nella direzione opposta a quella indicata dalla scienza. L’ultimo censimento disponibile, risalente al 2016, ha contato oltre 312.000 esemplari tra alberature stradali (119.000), alberi in parchi e ville (180.000) e giardini scolastici (15.000). Ma il bilancio arboreo della città è rimasto in territorio negativo per anni: meno 6.879 alberi nel 2022, meno 3.665 nel 2023. Le cause sono note: mancanza storica di manutenzione programmata, periodi di siccità sempre più lunghi, eventi meteorologici estremi, incendi, attacchi parassitari. La **cocciniglia del pino** da sola ha devastato migliaia di esemplari. Le campagne di piantumazione, comprese quelle previste dal Regolamento del Verde, non riescono ancora a colmare il deficit. La spesa per il personale addetto al verde è in calo (da 23,4 milioni di euro nel 2019 a 19,6 nel 2023), mentre crescono i costi per gli affidamenti esterni, passati da 8,1 a 47,9 milioni nello stesso periodo. Una traiettoria che racconta la progressiva esternalizzazione della cura del verde, con tutti i problemi di continuità e coordinamento che ne derivano.## Il Piano del Verde che arriva tardi Qualcosa, in realtà, si muove. Il 28 agosto 2025 la Giunta Capitolina ha approvato una memoria che dà mandato al Dipartimento Tutela Ambientale di coordinare la redazione del **Piano del Verde e della Natura** di Roma Capitale. È il documento strategico che la città non ha mai avuto: uno strumento di pianificazione al medio-lungo termine con obiettivi sui servizi ecosistemici, interventi di sviluppo del verde urbano e periurbano, indicazione delle risorse economiche e modalità di monitoraggio. A febbraio 2026 i lavori sono entrati nella fase operativa, con incontri tra i municipi e il gruppo di lavoro. L’obiettivo dichiarato è individuare aree disponibili per nuove piantumazioni contro le isole di calore e definire piani di sfalcio a livello di quartiere. In parallelo, la piattaforma digitale Greenspaces, sviluppata da R3GIS in collaborazione con l’ISPRA, sta mappando l’intero patrimonio verde con telerilevazioni satellitari eseguite da E-Geos. Sono passi nella giusta direzione. Ma il contesto europeo corre più veloce. La Nature Restoration Law, approvata dall’Unione Europea, impone agli Stati membri di garantire entro il 2030 nessuna perdita netta di spazi verdi urbani e il loro incremento rispetto ai livelli del 2021. Roma parte da una base di verde attrezzato in contrazione e da un bilancio arboreo in rosso.## Il modello che non funziona più Alla luce dei dati disponibili, il modello romano presenta limiti strutturali precisi. La città possiede enormi polmoni verdi periferici: la Riserva di Castel Fusano, l’Insugherata, la Marcigliana, il Parco di Vejo, la Tenuta dei Massimi. Sono patrimoni straordinari, fondamentali per la biodiversità e il paesaggio. Ma non risolvono il problema di chi vive a Torpignattara, San Lorenzo, Portonaccio o Primavalle. L’ISPRA, nell’ambito del progetto USAGE, ha analizzato l’accessibilità pedonale al verde nelle 14 principali città metropolitane italiane utilizzando la regola dei 300 metri come riferimento. Il metodo prevede la mappatura con celle esagonali di 125 metri per lato e il calcolo del percorso pedonale più breve verso l’area verde più vicina. I risultati confermano che la distanza tra disponibilità statistica e accessibilità reale è il nodo cruciale della pianificazione urbana italiana. Il verde di Roma non è poco. È **mal distribuito**. Le classifiche europee che premiano la città per la percentuale complessiva di aree verdi fotografano un dato reale ma fuorviante. Perché l’estensione del verde, avverte l’Agenzia Europea dell’Ambiente, “non significa sempre che sia disponibile a tutti: lo spazio verde a disposizione degli abitanti è molto inferiore al totale del verde delle città e rappresenta in media soltanto il 3%”.## Una capitale che si scalda aspettando L’assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei rifiuti Sabrina Alfonsi ha descritto il patrimonio verde come un elemento “che si distingue per le ville a vocazione storico-artistica, per l’eterogeneità delle specie arboree e per la presenza di numerosi parchi e giardini”. È vero. Ma la scienza del clima urbano dice anche altro. Dice che un grande parco a sei chilometri di distanza non abbassa la temperatura del marciapiede sotto casa. Dice che la copertura arborea deve stare dentro il tessuto edificato, non ai suoi margini. Roma ha bisogno di una redistribuzione capillare del proprio verde. Micro-parchi di quartiere, filari alberati continui, depermeabilizzazione di piazze e cortili, tetti verdi. Servono interventi diffusi, minuti, sistematici. Non la retorica del “comune più green d’Europa”, ma una strategia operativa che porti un albero in più dove oggi c’è solo asfalto. Il cambiamento climatico non aspetta i piani regolatori. L’estate prossima arriverà prima del Piano del Verde. E i quartieri che oggi superano i 46 gradi al suolo resteranno, per un altro anno ancora, senza l’ombra di cui hanno bisogno per sopravvivere.## Bibliografia 1. [\[PDF\] LINEE STRATEGICHE sul verde urbano dI ROMA](https://www.comune.roma.it/web-resources/cms/documents/ULTIMAVERSIONEPATRIMONIO.pdf) – La dotazione di alberi per abitante è mediamente di 0,12 alberi, valore che si innalza a 0,35 nel II… 2. [Relazione Annuale 2024](https://www.agenzia.roma.it/documenti/schede/ra_2024_03_verde_pubblico.pdf) 3. [\[PDF\] 55,3% 18,9 27 – Istat](https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/07/Ambiente-urbano_Anno-2023.pdf) – Nei Comuni capoluogo (in cui risiedono 17,5 mln di abitanti) l’estensione complessiva delle aree ver… 4. [La dotazione di verde per abitante – 4](http://pubblicazioni.agenzia.roma.it/schede-622-la_dotazione_di_verde_per_abitante) – Secondo i dati annualmente raccolti dall’Istat per la sua pubblicazione “Dati ambientali nelle città… 5. [What are the WHO guidelines on green space?](https://isglobalranking.org/faq-items/what-are-the-who-guidelines-on-green-space/) – WHO recommends that green spaces of at least 0.5 hectares \[…\] 6. [Who benefits from nature in cities? Social inequalities in access to …](https://www.eea.europa.eu/en/analysis/publications/who-benefits-from-nature-in-cities-social-inequalities-in-access-to-urban-green-and-blue-spaces-across-europe) – The World Health Organization (WHO) recommends that urban residents have access to at least 0.5-1ha … 7. [Evidence-based guidelines for greener, healthier, more resilient …](https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9415244/) – For example, everyone in England should have access to a ‘natural green space’ of at 2 ha within 300… 8. [THE LANCET: Planting more trees could decrease deaths from …](https://www.eurekalert.org/news-releases/978104) – One third of premature deaths attributable to higher temperatures in European cities during summer 2… 9. [3-30-300, i benefici della regola di forestazione urbana – eHabitat.it](https://www.ehabitat.it/2024/06/24/3-30-300-i-benefici-della-regola-di-forestazione-urbana/) – 3-30-300 è la semplice regola ideata dall’ecologo olandese Cecil Konijnendijk per città più sane, vi… 10. [La regola 3-30-300 per città più verdi – ELLE Decor](https://www.elledecor.com/it/architettura/a65418757/regola-per-ripensare-le-citta/) – 3 alberi da vedere dalla finestra, il 30% di chiome nel quartiere, un parco a 300 metri da casa: la … 11. [Ecco le 11 capitali europee più green, c’è Roma e non solo…](https://www.esquire.com/it/lifestyle/viaggi/a46144887/capitali-europee-piu-green-roma/) – Ecco le 11 capitali europee più green, c’è Roma e non solo… · Oslo – Norvegia (72%) · Berna – Svizze… 12. [Quanto è verde la mia città? Il “censimento” dell’AEA](https://www.fondazionesvilupposostenibile.org/infrastrutture-verdi-nelle-citta-europee/) – Le infrastrutture verdi nelle città europee, come parchi, alberature stradali e specchi d’acqua cost… 13. [Roma e caldo estremo: 835 morti quest’estate. In Europa oltre …](https://www.lacapitale.it/articolo/roma-e-caldo-estremo-835-morti-questestate-in-europa-oltre-16mila-vittime-legate-alle-temperature-record) – In Europa il caldo ha provocato la morte di oltre 16.500 persone, più di 4.500 soltanto in Italia. A… 14. [Caldo estremo, oltre 16500 decessi in eccesso nell’estate 2025. ISDE](https://www.vocedellasanita.it/caldo-estremo-oltre-16500-vittime-nellestate-2025-isde-crisi-climatica-killer-silenzioso/) – Nelle capitali, i cambiamenti climatici hanno causato 835 morti per il caldo a Roma, 630 ad Atene, 4… 15. [Indagine epidemiologica sulla mortalità estiva in Italia: i dati](https://www.epicentro.iss.it/mortalita/CALDO-MORTI) – Inoltre, i vari studi condotti in seguito alle “ondate di calore” hanno mostrato un incremento di mo… 16. [Isole di calore, la mappa dei quartieri di Roma dove è più …](https://www.livingdmore.com/isole-di-calore-la-mappa-dei-quartieri-di-roma-dove-e-piu-difficile-abitare/) – Le città sono sempre più calde. Le cosiddette isole di calore urbano sono un fenomeno in continuo au… 17. [Quali sono le zone più calde di Roma | La Capitale](https://www.lacapitale.it/articolo/quali-sono-le-zone-pi%C3%B9-calde-di-roma) – Non tutte le zone hanno le stesse temperature. Effetto delle “isole di calore”, fenomeno sempre più … 18. [I quartieri più caldi di Roma negli ultimi 10 anni, il rapporto di …](https://www.carteinregola.it/i-quartieri-piu-caldi-di-roma-negli-ultimi-10-anni-il-rapporto-di-legambiente/) – Nei giorni scorsi Legambiente ha diffuso Il rapporto “Che caldo che fa!” 2025 , che a Roma rivela un… 19. [Over 4% of Summer Mortality in European Cities is …](https://www.isglobal.org/en/-/4-of-summer-mortality-is-attributable-to-urban-heat-islands) – One third of deaths attributable to heat islands could be avoided if trees covered 30% of urban spac… 20. [Planting more trees could decrease deaths from higher summer temperatures in](https://www.lshtm.ac.uk/research/centres/centre-climate-change-and-planetary-health/news/374831/planting-more-trees-could-decrease-deaths-higher-summer-temperatures-cities-3) – Planting more trees could decrease deaths from higher summer temperatures in cities by a third | LSH… 21. [Piano del verde e della natura: approvata memoria di Giunta](https://www.comune.roma.it/web/it/notizia/piano-del-verde-e-della-natura-approvata-memoria-di-giunta.page) – La redazione dello strumento di pianificazione coordinata dal Dipartimento Tutela Ambientale. 22. [Mappatura e gestione verde urbano, arriva “Greenspaces”](https://www.comune.roma.it/web/it/notizia/mappatura-gestione-verde-urbano-greenspaces.page) – “Questo strumento straordinario, con l’ausilio delle tecnologie e dei satelliti ci aiuta a fare la m… 23. [Proseguono i lavori per il Piano del Verde – Roma Capitale](https://www.comune.roma.it/web/it/notizia/proseguono-i-lavori-per-il-piano-del-verde-febbraio2026.page) – “Dopo l’avvio dei lavori a dicembre scorso, sono partiti gli incontri tra i territori e il gruppo di… 24. [Report ISPRA 2024: Città e spazi verdi pubblici accessibili](https://www.dedanext.it/aree-verdi-pubbliche-urbane/) – Gli spazi verdi nelle città non si limitano però ai parchi pubblici, possono includere anche giardin… **Categorie:** Attualità, Dossier --- ### [Cittadini del mare: dalla crisi oceanica alla scienza condivisa](https://eywadivulgazione.it/citizen-science-marina/) **Published:** Novembre 12, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Guardi il mare pensando di trovare un paesaggio poetico, immutabile. Ma se osservi meglio scoprirai bottiglie che galleggiano dove dovrebbero nuotare i pesci. Spiagge che si ritirano e spariscono, inghiottite dall’erosione e dal cemento. Meduse che affollano acque ormai troppo calde per i tonni. Alghe che coprono tutto, soffocando la luce dei fondali e quindi la vita. Il mare ci parla ogni giorno attraverso questi segnali. Ci parla, ma dobbiamo imparare ad ascoltarlo. ## Il mare non è una cartolina Dimentichiamoci l’immagine romantica della distesa blu che ci aspetta in vacanza. Il mare è un’infrastruttura vitale del pianeta, un sistema complesso che regola il clima, genera oltre il 50% dell’ossigeno che respiriamo, assorbe il 30% della CO₂ che produciamo e immagazzina più del 90% del calore in eccesso causato dai gas serra. Non è poesia: è biochimica, fisica, sopravvivenza. Eppure secondo i [dati di Copernicus Marine Service](https://marine.copernicus.eu/) la temperatura delle acque superficiali continua a segnare record storici anno dopo anno. Il livello del mare cresce in modo costante, con un incremento medio di 3,4 mm all’anno secondo l’Ocean State Report 2024. L’acidità delle acque è aumentata di circa il 30% negli ultimi due secoli. Non sono numeri da convegno: sono sintomi di un sistema al collasso. Quando il mare si indebolisce, l’intero equilibrio climatico ne risente. Correnti che cambiano rotta, ecosistemi che implodono, cicli nutrizionali spezzati. Le conseguenze? Eventi atmosferici violenti, perdita di biodiversità, comunità costiere a rischio. Proteggere il mare non è un gesto simbolico: è un atto di sicurezza globale. ## Quando la scienza non basta Esistono reti scientifiche d’eccellenza che si occupano di oceani: [NOAA](https://www.noaa.gov/), [Copernicus Marine Service](https://marine.copernicus.eu/), [CNR-ISMAR](https://www.ismar.cnr.it/), [ISPRA](https://www.isprambiente.gov.it/). Fanno un lavoro straordinario, forniscono dati vitali, coordinano campagne globali. Ma non possono essere ovunque. Non possono monitorare ogni baia, ogni spiaggia, ogni tratto costiero. La vastità degli oceani supera qualsiasi capacità di sorveglianza istituzionale. Le anomalie locali — una fioritura algale anomala, una moria di pesci, l’arrivo di una specie aliena — vengono scoperte prima dai cittadini che dagli strumenti satellitari. Perché è impossibile coprire tutto, sempre, in tempo reale. Ma se la vastità del mare sfugge persino ai satelliti, resta un solo modo per colmare il vuoto: ascoltarlo insieme. Servono milioni di occhi, sparsi lungo le coste, sulle barche, nelle scuole. È qui che entriamo in gioco noi: famiglie, studenti, insegnanti, sub, camminatori. Si chiama **Citizen Science marina**, la scienza partecipata del mare. Non dilettantismo, ma una collaborazione diretta tra ricercatori e popolazione per raccogliere osservazioni ambientali validate scientificamente. {*Per capire come la scienza partecipata può cambiare le politiche ambientali, leggi anche* **[“Specie invasive in Italia: come riconoscerle e fermarle”](https://eywadivulgazione.it/gli-alieni-sono-gia-qui-e-noi-li-abbiamo-invitati-come-riconoscere-e-fermare-le-specie-invasive-prima-che-sia-troppo-tardi/)**.} ## Dalla teoria alla pratica: come funziona La Citizen Science marina ha trasformato cittadini comuni, sub, pescatori, studenti e turisti in osservatori qualificati. Ogni segnalazione corretta — una foto, un campione, un avvistamento — viene verificata da esperti e i dati validati confluiscono in database e osservatori marini europei come [Copernicus](https://marine.copernicus.eu/), [EMODnet](https://emodnet.ec.europa.eu/), oltre che in progetti internazionali coordinati da [NOAA](https://www.noaa.gov/). Nel 2024 la piattaforma [EU-Citizen.Science](https://eu-citizen.science/) censisce oltre 1.200 progetti attivi in 70 Paesi. E i risultati sono tangibili: anticipazione di fioriture algali e morie di pesci grazie a segnalazioni tempestive, tracciamento della diffusione di specie aliene spesso dannose per l’ecosistema locale, mappe globali dei rifiuti marini integrate nei sistemi europei di monitoraggio. Non è assistenzialismo ecologico: è ricerca vera, con protocolli validati e impatto misurabile. E crea qualcosa di altrettanto importante: connessione e senso di comunità tra persone che condividono la stessa urgenza, lo stesso sguardo attento sul mare. ## Mediterraneo: il laboratorio del cambiamento Il Mediterraneo rappresenta meno dell’1% degli oceani mondiali, ma secondo [ISPRA](https://www.isprambiente.gov.it/) ospita circa il 10% della biodiversità marina globale. È anche il bacino che si riscalda più rapidamente: negli ultimi quarant’anni la temperatura è aumentata significativamente. Essendo un mare chiuso, ogni litro d’acqua impiega fino a 80 anni per rinnovarsi. Inquinanti e calore restano intrappolati a lungo. Gli ultimi anni raccontano una storia drammatica: le ondate di calore marine si moltiplicano, le concentrazioni di microplastiche raggiungono livelli allarmanti. Con 8.000 km di coste, l’Italia è diventata un banco di prova strategico per la scienza condivisa. Non per scelta, ma per necessità. {*Scopri anche come la Citizen Science aiuta a proteggere la biodiversità urbana in* **“Tetti verdi: il giardino che ti salva dalla bolletta (e dal riscaldamento globale)”**.} ## Cosa puoi fare tu, oggi Diventare parte della ricerca marina è semplice e accessibile a tutti. Puoi osservare le variazioni della spiaggia dopo una mareggiata, fotografare animali o alghe insolite, segnalare reti abbandonate o frammenti di plastica. In pochi minuti puoi documentare un fenomeno, diventando parte concreta della rete scientifica che studia e preserva i nostri mari. Il punto di partenza è **[EU-Citizen.Science](https://eu-citizen.science/)**, la piattaforma europea che ospita centinaia di progetti ambientali provenienti da tutto il mondo. Dopo una rapida registrazione tramite email o accesso Google, puoi personalizzare il profilo selezionando “Paese: Italy” e “Interessi: Marine/Coastal”. Nella sezione Projects trovi i progetti italiani: ogni scheda mostra istruzioni operative, team scientifico di riferimento e modalità di invio dati. In parallelo, **[CitizenScience.gov](https://www.citizenscience.gov/)** riunisce progetti internazionali di NOAA e NASA dedicati agli oceani. Dal Catalog, sezione Oceans & Coasts, puoi accedere ai programmi di monitoraggio marino con link di registrazione, protocolli di osservazione e piattaforme per inviare i dati. Per chi preferisce restare in ambito nazionale, l’**[ISPRA Citizen Science Hub](https://www.isprambiente.gov.it/)** è il punto di riferimento ufficiale italiano: sul sito basta cercare “Citizen Science Hub”, filtrare per tematica mare e aprire la scheda di progetto per leggere obiettivi, partner scientifici e modulo di adesione. Tra i progetti italiani più attivi c’è **[Cittadini per il Mare – WWF Italia](https://www.wwf.it/)**, che trasforma volontari, pescatori e turisti in “sentinelle blu”. Partecipare è immediato: si accede al sito, si clicca su Partecipa o Segnala, si carica una fotografia con posizione GPS e breve descrizione. Le segnalazioni vengono verificate dai biologi del WWF e inviate all’ISPRA, che le integra nei rapporti annuali sulla salute dei mari italiani. Poi c’è **[SeaWatcher Italia](https://www.isprambiente.gov.it/)**, coordinato da ISPRA e UNEP Info-RAC, che localizza le “reti fantasma”, quelle attrezzature da pesca abbandonate che intrappolano pesci e danneggiano i fondali. Le segnalazioni dei cittadini, corredate da foto e coordinate GPS, creano mappe interattive delle aree critiche e pianificano interventi di recupero. Altri progetti tessono la rete della sorveglianza condivisa: **Occhio al Mare** di ARPAT Toscana raccoglie segnalazioni di meduse, cetacei e sversamenti, mentre **Meteomarino Citizen** del [CNR-ISMAR](https://www.ismar.cnr.it/) coinvolge diportisti e subacquei nel rilevamento di parametri meteo-marini. **SeaCleaner**, progetto congiunto di CNR-ISMAR e INGV, mappa i rifiuti galleggianti, e **Beach Litter** di [Legambiente](https://www.legambiente.it/) censisce e classifica i rifiuti sulle spiagge, contribuendo al portale europeo [Marine Litter Watch](https://www.eea.europa.eu/themes/water/europes-seas-and-coasts/assessments/marine-literwatch). Ogni progetto ha il suo focus, ma tutti condividono lo stesso principio: trasformare gli occhi dei cittadini in strumenti scientifici. ## App e strumenti digitali: la scienza in tasca Oggi la scienza del mare entra nelle nostre mani, letteralmente. Le applicazioni mobile hanno reso le segnalazioni immediate e tempestive. Con **[iNaturalist](https://www.inaturalist.org/)** chiunque può fotografare una specie marina, attivare il GPS e caricare l’immagine sulla piattaforma, dove un algoritmo la confronta con milioni di altre e gli esperti ne confermano l’identità. È mappatura della biodiversità costiera in tempo reale, accessibile a tutti. **[Marine Debris Tracker](https://www.marinedebris.engr.uga.edu/)**, sviluppata da NOAA, permette invece di segnalare rifiuti lungo spiagge o in mare aperto. Ogni invio, con categoria, posizione e foto, aiuta a comprendere l’origine dei materiali e a elaborare strategie di prevenzione. **[Eye on Water](https://www.eyeonwater.org/)**, realizzata dall’Agenzia Spaziale Europea, valuta colore e trasparenza dell’acqua: il telefono analizza la foto, i dati vengono confrontati con quelli satellitari, migliorando la precisione delle analisi sulla qualità delle acque. App come Marine Debris Tracker, Occhio al Mare, Plastic Watch, iNaturalist — o progetti di raccolta come SeaCleaner e Clean Swell (Ocean Conservancy) — trasformano questi gesti in dati scientifici utili a ISPRA, CNR e università. Dati che servono anche a orientare le campagne di pulizia e i progetti locali: ogni gesto individuale diventa parte di una risposta collettiva. ## Come prepararsi: le regole d’oro della segnalazione Perché le osservazioni siano utili, serve rispettare alcuni criteri. Serve precisione GPS inferiore a 20 metri, due foto con una d’insieme e una di dettaglio, indicazione di data, ora e condizioni meteo. Mai includere volti riconoscibili o dati personali nelle immagini. In caso di emergenze ambientali estreme, meglio contattare direttamente la Capitaneria di Porto al 1530 prima di procedere con la segnalazione standard. Chi vuole fare la prima segnalazione può allenarsi a casa testando app e GPS. Sul campo bastano pochi minuti: scatta le due foto, inserisci una breve nota descrittiva, invia. Ogni foto non è solo un dato: è un atto di cura condivisa. I ricercatori rispondono con feedback. Molti progetti invitano a condividere l’esperienza sui canali ufficiali per incoraggiare altri cittadini. E poi c’è un altro gesto concreto che puoi fare, da quando esiste la [Legge SalvaMare](https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2022/06/10/22G00069/sg) entrata in vigore il 25 giugno 2022: anche chi non è scienziato può raccogliere i rifiuti galleggianti, portarli a terra e chiudere il cerchio della plastica. Puoi conferirli nei punti di raccolta comunali o nei porti che aderiscono. Prima di farlo, verifica però sempre dove consegnarli: agire bene significa anche agire nel modo giusto. Per approfondire tecniche, protocolli e buone pratiche esistono risorse gratuite. **[EU-Citizen.Science](https://eu-citizen.science/)** offre corsi e manuali, **[CitizenScience.gov](https://www.citizenscience.gov/)** mette a disposizione i toolkit di NOAA e NASA, l’**[ISPRA Hub](https://www.isprambiente.gov.it/)** fornisce guide sui progetti italiani certificati. **[Copernicus Marine Service](https://marine.copernicus.eu/)** pubblica bollettini oceanografici accessibili anche ai non addetti ai lavori, e il Museo del Mare di Trieste organizza laboratori di formazione periodici. La conoscenza è distribuita, accessibile, pronta per essere usata. ## Non è più tempo di delegare Il Mediterraneo si scalda mentre parliamo. Le microplastiche si accumulano, le specie migrano, gli ecosistemi si frantumano. La scienza ufficiale ha gli strumenti ma non ha gli occhi ovunque. E gli occhi servono. Servono quelli di chi passeggia in spiaggia la mattina presto, di chi si immerge il weekend, di chi pesca per lavoro, di chi semplicemente vive vicino al mare e lo osserva. La Citizen Science marina non è un hobby per idealisti: è un’infrastruttura necessaria. È il modo in cui la comunità scientifica ha scelto di moltiplicare il proprio raggio d’azione, coinvolgendo migliaia di persone nella raccolta di dati che altrimenti andrebbero persi. Ogni foto geolocalizzata, ogni segnalazione tempestiva, ogni avvistamento verificato diventa un tassello di un mosaico più grande. Un mosaico che ci racconta come sta davvero il mare, qui e ora. Non serve essere biologi marini. Non serve avere competenze tecniche avanzate. Serve attenzione, costanza, voglia di fare la propria parte. Perché il mare non aspetta. Non aspetta che qualcun altro faccia qualcosa, non aspetta che la politica si svegli, non aspetta che la tecnologia risolva tutto. Il mare sta cambiando adesso. E chi lo osserva, chi lo documenta, chi lo segnala sta facendo scienza. Scienza vera, necessaria, urgente. Ogni segnalazione diventa un frammento di conoscenza reale, parte di un mosaico globale. Metti insieme quel frammento con gli altri: organizza una giornata di osservazione in famiglia, con gli amici o con la scuola, raccogli e segnala ciò che vedi. Così il mare può parlare attraverso di noi. Quindi la prossima volta che esci, porta con te il telefono. Scarica un’app. Fai una foto. Segnala. Diventa un occhio in più sulla salute del pianeta. Il mare ci ha dato la vita. Ora è il nostro turno di restituire il favore. Impariamo insieme a fare il Green. Con Eywa. --- NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration): \[Progetti internazionali di monitoraggio marino\] Copernicus Marine Service: \[Bollettini oceanografici e dati satellitari\] ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale): \[Hub di Citizen Science italiano e dati biodiversità Mediterraneo\] CNR-ISMAR (Consiglio Nazionale delle Ricerche – Istituto di Scienze Marine): \[Ricerca e monitoraggio mari italiani\] EMODnet (European Marine Observation and Data Network): \[Database e mappe dati marini europei\] EU-Citizen.Science: \[Piattaforma europea con oltre 1.200 progetti\] CitizenScience.gov: \[Catalogo progetti internazionali NOAA e NASA\] WWF Italia – Cittadini per il Mare: \[Programma segnalazioni specie marine e inquinamenti\] iNaturalist: \[App per riconoscimento e mappatura specie marine\] Marine Debris Tracker: \[Segnalazioni rifiuti marini\] Eye on Water: \[Valutazione qualità dell’acqua via satellite\] Legambiente – Beach Litter: \[Censimento rifiuti sulle spiagge\] Legge 17 maggio 2022, n. 60 “SalvaMare”: \[Normativa su recupero rifiuti marini\] ARPAT Toscana – Biodiversità marina: \[Dati biodiversità Mediterraneo\] **Categorie:** Attualità --- ### [Singapore oggi, Milano domani: viaggio nelle città che respirano](https://eywadivulgazione.it/singapore-oggi-milano-domani-viaggio-nelle-citta-che-respirano/) **Published:** Maggio 7, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ***Dalle serre verticali all’agricoltura urbana, ecco come natura e tecnologia cambieranno il volto delle città sostenibili*** Due scenari e due città, in due momenti diversi nel tempo. La prima immagine è di una **Singapore** ai giorni nostri, un po’ idealizzata ma del tutto plausibile. La seconda ci proietta in una **Milano del 2040**, una visione ideale di una metropoli completamente integrata con la natura. Attraverso i due racconti immaginari capiremo come gli *orti verticali*, le *serre urbane* e un *design biofilico* possano trasformare la vita in città. Ma prima di iniziare, chiariamo il contesto: lo scenario iniziale di Singapore è un presente immaginato ma già possibile oggi, grazie alle tecnologie e le strutture esistenti in città; il racconto ambientato a Milano è invece uno scenario futuristico e ipotetico. Preparati dunque a camminare tra giardini pensili, respirare aria profumata e scoprire un futuro sostenibile, e un po’ poetico, per le nostre città.## **Singapore sostenibile: un presente verde che ispira il futuro** Nell’alba di una Singapore insolitamente quieta, Mei-Lin apre gli occhi. Dalla finestra aperta entra il *canto di uccelli* nascosti tra le fronde dei giardini verticali sulle facciate dei grattacieli, non il rumore del traffico. Esce di casa e, camminando verso la metropolitana, passa accanto a un rigoglioso **orto verticale** di quartiere – un piccolo giardino coltivato *in altezza* su una parete condominiale. Da queste cassette e pannelli verticali sporgono basilico, fragole e menta, bagnati dalla rugiada del mattino e accessibili ai residenti. Far crescere un *orto verticale* significa proprio questo: sfruttare le pareti degli edifici per far crescere piante e ortaggi in verticale, spesso usando sistemi di irrigazione goccia a goccia e **colture idroponiche** (tecniche in cui le piante crescono senza terra, con radici immerse in acqua ricca di nutrienti). Il risultato è che anche in pieno centro urbano ci sono **muri verdi** e piccole oasi commestibili alla portata di tutti. L’aria ha un profumo diverso dal classico contesto cittadino: si avverte l’odore rinfrescante delle foglie bagnate e il morbido olezzo di fiori tropicali. Merito dell’uso diffuso del **design biofilico** nell’architettura all’intorno. Il *biophilic design* (la progettazione biofilica, cioè orientata a coltivare il legame profondo tra esseri umani e natura) è quell’approccio che integra la natura negli edifici – facciate ricoperte di piante, atri con giardini interni, tetti verdi – per riconnettere le persone con l’ambiente naturale. Questa scelta non è solo estetica: vivere quotidianamente a contatto con il verde urbano *riduce i livelli di stress e regola la pressione sanguigna* secondo numerosi studi. Singapore, già nota come la “città giardino”, da anni investe su queste soluzioni. Mei-Lin attraversa un ponte pedonale ombreggiato da rampicanti e alberi nani potati con cura – un corridoio verde sospeso che collega il suo quartiere alla stazione. Attorno a lei, architetture avveniristiche e natura convivono in armonia, facendole dimenticare di trovarsi in una metropoli di milioni di abitanti. *Strutture iconiche come i* ***Supertree Grove*** *nei giardini di Singapore (immortalati nella foto incarnano alla perfezione la fusione tra città e natura. Questi giganteschi alberi artificiali, alti decine di metri, ospitano sulle loro armature di acciaio migliaia di piante tropicali. Di giorno offrono ombra e verde, di notte si illuminano come lanterne futuristiche. I Supertree e i tanti giardini pensili della città creano un ecosistema urbano verticale, dando ai cittadini spazi di bellezza e aria pulita anche nel cuore dell’abitato.* ![Supetree Groove](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/05/alberi-green.jpg) Mei-Lin prende la metropolitana automatica diretta al lavoro. La stazione, anziché sbucare su strade caotiche, è immersa in un parco sopra il tetto di un centro commerciale: attorno alle uscite si estendono prati e pergolati in fiore. Questa Singapore immaginata – ma assai vicina alla realtà – è il risultato di alcune scelte visionarie: dai **boschi verticali** di hotel e condomini lussureggianti, alle **serre urbane** sperimentali dove si coltiva cibo a chilometro zero sopra i tetti. Prima di entrare in ufficio, Mei-Lin si ferma ad un chiosco che serve smoothie fatti espressi con la frutta coltivata in città: papaie e fragole maturate non in campagna, ma in una serra high-tech a pochi isolati di distanza. In questa metropoli verde, tecnologia e natura si intrecciano in ogni gesto quotidiano, rendendo la vita più dolce e sostenibile.## **Milano 2040: la città che respira con il verde urbano** Facciamo un salto in avanti di quindici anni e spostiamoci in Italia. È una mattina di primavera del **2040** e Milano si è trasformata in una città che assomiglia molto alla Singapore sognata di Mei-Lin. Marta, svegliata di buon’ora, apre la porta di casa in un quartiere che un tempo era soffocato dallo smog e dal traffico. Ora la via è pedonale e alberata: filari di alberi da frutto e aiuole aromatiche seguono il tracciato di un ex viale congestionato. Marta richiama a sé i bambini – Elisa, Giulia e Antonio, i suoi figli – devono prepararsi per andare a scuola. Attraversano insieme un piccolo *bosco urbano* che ha preso il posto di un vecchio parcheggio: il cinguettio degli uccellini copre rumori ovattati e lontani di auto (ormai comunque elettriche e molto silenziose) e l’aria del mattino profuma di muschio e resina, come dopo una pioggia in montagna. Lungo il percorso passano accanto ad una **serra verticale** di quartiere, una struttura di più piani completamente dedicata a coltivare ortaggi e verdure per la comunità locale. Giulia indica entusiasta l’ultimo piano dell’edificio, dove intravede file di piante verdi dietro ampie vetrate: è lì che crescono le lattughe, i pomodori e il basilico per la mensa della scuola. Marta approfitta di una breve sosta al mercato vicino alla serra verticale per acquistare qualche alimento: uova fresche deposte sul tetto (dove c’è un piccolo pollaio urbano) e pomodori rossi appena colti in serra. Mentre paga tramite un’app, riceve una notifica: il sistema centrale di **gestione predittiva con AI** della città segnala che nel pomeriggio potrebbe piovere e consiglia ai cittadini di approfittare delle ultime ore di tempo asciutto per muoversi a piedi o in bici, prima che arrivi la pioggia – piccoli suggerimenti quotidiani che ottimizzano la vita urbana. L’**intelligenza artificiale** monitora costantemente variabili come meteo, qualità dell’aria e flusso delle persone, *prevedendo* i bisogni: ad esempio ha già regolato l’irrigazione automatica dei parchi per adattarsi alla pioggia in arrivo, evitando sprechi d’acqua. In questo 2040, la tecnologia lavora dietro le quinte per garantire comfort e sostenibilità, quasi senza che ce ne accorgiamo. *Uno sguardo all’interno di una moderna* ***serra verticale urbana****: come si vede in questa immagine \[allego immagine\], le colture si sviluppano su più livelli sovrapposti, in scaffalature verticali che massimizzano lo spazio disponibile. Qui le piante non crescono nel terreno, ma secondo la tecnica dell’****idroponica****: le radici sono immerse in una soluzione acquosa arricchita con elementi nutritivi come* ***azoto, fosforo, potassio, calcio e magnesio****, cioè gli stessi nutrienti fondamentali che le piante assorbirebbero normalmente dal suolo, ma in forma direttamente disponibile. Può sembrare paradossale, ma questo sistema consente di risparmiare* ***fino al 95% di acqua*** *rispetto all’agricoltura convenzionale: infatti, l’acqua che non viene assorbita è* ***recuperata e riutilizzata*** *in un circuito chiuso, senza dispersione nel terreno né evaporazione eccessiva. Inoltre, l’irrigazione è calibrata al millilitro grazie a sensori e centraline digitali, che regolano* ***luce, temperatura, umidità e composizione dei nutrienti*** *in base al ciclo vitale di ciascuna pianta. Il risultato? Raccolti abbondanti, tutto l’anno, senza l’uso di pesticidi chimici e senza dipendere dal clima esterno..* Arrivati a scuola, i bambini corrono verso un ingresso avvolto nel verde: pareti vive coperte di edera e felci li accolgono come un giardino segreto. Nell’atrio, un piccolo parco interno con una fontana purifica e rinfresca l’aria. Marta saluta Elisa, Giulia e Antonio sapendo che passeranno la giornata in ambienti sani: aule luminose piene di piante, orti didattici sul tetto dove imparano a coltivare l’insalata, e persino un sistema di ventilazione naturale progettato per far circolare costantemente aria pulita dall’esterno. Sulla via del ritorno, Marta riflette su quanto sia cambiata la città rispetto alla sua infanzia: le estati afose, trascorse tra calura stagnante e distese di asfalto bollente, hanno lasciato spazio a **giardini verticali** ovunque che mitigano il clima urbano, attenuando il calore e trasformando il paesaggio. I muri ciechi dei palazzi ora brulicano di vita vegetale; ogni quartiere ha il suo parco o boschetto, e tetti un tempo inutilizzati producono cibo, frescura d’estate e isolamento termico d’inverno, per tutta la comunità. Milano è diventata una “città foresta” dove il confine tra costruito e naturale si fa sempre più sottile. Questa visione del 2040 è di una cosiddetta metropoli *bio-integrata*: la città diventa un organismo vivente in simbiosi con piante, alberi e persino animali (dalle api impollinatrici nei parchi ai pesci negli specchi d’acqua filtranti delle piazze).## **Le città di oggi tra asfalto, smog e pochi alberi: perché le nostre città non respirano ancora?** ![Idroponico](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/05/idroponico.jpg) Le immagini bio-integrate di Singapore e Milano mettono in luce un forte contrasto con la realtà attuale delle nostre grandi città. Oggi, nella Milano reale del 2025, il verde urbano rimane un privilegio di pochi. Solo alcuni quartieri godono di parchi centrali curati, alberi che ombreggiano viali residenziali benestanti o progetti simbolici come il Bosco Verticale di Porta Nuova. Altrove, la città resta dominata da cemento e asfalto, con spazi verdi ancora troppo rari. Per la maggior parte dei cittadini, soprattutto in periferia, il panorama quotidiano è fatto di palazzi grigi, strade congestionate e pochissimo verde. L’aria raramente è “fresca e profumata” come nelle scene sopra descritte: più spesso l’odore opprimente di smog, di carburante e polveri sottili. A Milano, ad esempio, ogni abitante dispone in media di appena **17,8 m² di verde urbano**, ben al di sotto della media nazionale (circa 32,8 m²). Non sorprende che ogni inverno si ripresentino allarmi per l’inquinamento atmosferico: senza vento né pioggia, una cappa di smog ristagna tra gli edifici, costringendo a limitazioni del traffico e tenendo i cittadini lontani dall’aria aperta. Il rumore è un altro compagno costante: clacson, motori, sirene – un sottofondo quotidiano di caos sonoro che contrasta nettamente col silenzio verde immaginato nei nostri scenari. Le nostre città assomigliano ancora poco a quei paradisi biofilici sognati: il verde pubblico è scarso e spesso mal distribuito, e vivere in città significa ancora accettare aria insalubre e stress da traffico.## **Dalle parole ai progetti: costruire davvero città che respirano** Come passare, dunque, dal caos odierno alle città giardino del futuro? La visione presentata nel racconto di Milano 2040 non è una fantasia irrealizzabile, ma un *obiettivo ispirazionale* verso cui tendere con le giuste politiche e tecnologie. Le soluzioni tecniche esistono già in nuce: l’**agricoltura verticale** sta facendo passi da gigante, dimostrando di poter produrre cibo con *98% di suolo in meno e 95% di acqua in meno* rispetto all’agricoltura tradizionale, e senza ricorrere a pesticidi. Il **design biofilico** viene applicato in architettura per migliorare il benessere degli abitanti e l’efficienza energetica degli edifici (pareti verdi e tetti vegetati isolano dal caldo e dal freddo in modo naturale). Le **intelligenze artificiali** e i sistemi di **IoT urbano** – la rete di sensori intelligenti che monitora e ottimizza in tempo reale il funzionamento della città – già oggi permettono di monitorare traffico, qualità dell’aria, consumi idrici ed elettrici, aprendo la strada a una *gestione predittiva* sempre più puntuale della città: pensiamo a semafori intelligenti che regolano il traffico riducendo lo smog, o a reti di irrigazione che si attivano solo quando e dove serve davvero. E poi, una maggiore sensibilità pubblica verso la sostenibilità sta spingendo le amministrazioni a piantare alberi, creare parchi e incentivare la mobilità dolce. Immaginare città bio-integrate serve a tracciare la rotta. Come nei casi di Mei-Lin e Marta, possiamo guardare a un futuro in cui passeggiare in centro sarà simile ad attraversare un giardino; in cui le scuole avranno serre e orti; i tetti produrranno cibo e l’aria cittadina sarà respirabile e ricca di profumi naturali. Quel futuro potrebbe diventare realtà nel 2040, se investiamo già da oggi in questa direzione. Singapore insegna che trasformare una città non significa stravolgerla, ma ripensarla pezzo per pezzo: un tetto coltivato, una parete verde, un progetto che diventa sistema. Le città bio-integrate saranno forse il risultato più bello di tecnologia e natura che lavorano insieme – luoghi in cui la vita urbana e la vita vegetale si sostengono a vicenda, regalando a chi le abita un’esperienza quotidiana più sana, armoniosa e anche poetica. ``` FONTI AGRITECTURE, “Vertical farming should be about much more than just yield”, in Agritecture.com, 15 maggio 2018, https://www.agritecture.com/blog/2018/5/15/vertical-farming-should-be-about-much-more-than-just-yield STELLAR Market Research, “Vertical Farming Market”, in stellarmr.com, https://www.stellarmr.com/report/Vertical-Farming-Market/130 URBANFILE, “Milano. Verde in città: solo 17m² di verde urbano a persona”, in urbanfile.org, 8 gennaio 2020, https://blog.urbanfile.org/2020/01/08/milano-verde-in-citta-solo-17m%C2%B2-di-verde-urbano-a-persona/ OECD, “Cities for 2030: Without nature, no sustainable future”, in oecd.org, 13 ottobre 2022, https://www.oecd.org/environment/cities-for-2030-without-nature-no-sustainable-future.htm  FAO, “Urban and peri-urban agriculture”, in fao.org, EUROPEAN ENVIRONMENT AGENCY (EEA), “Urban green infrastructure in Europe: key challenges and opportunities”, in eea.europa.eu, marzo 2021, https://www.eea.europa.eu/publications/urban-green-infrastructure-in-europe ``` **Categorie:** Articoli **Tag:** Ambiente & Sostenibilità --- ### [Il Machine Learning: quando le macchine imparano](https://eywadivulgazione.it/il-machine-learning-quando-le-macchine-imparano/) **Published:** Giugno 10, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ### [ **ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI EYWA DIVULGAZIONE** ](https://eywadivulgazione.it/newsletter) Il machine learning è una di quelle rivoluzioni silenziose che, senza far troppo rumore, ha già cominciato a riscrivere il nostro rapporto con la tecnologia. Siamo abituati a pensare ai computer come strumenti che seguono istruzioni dettagliate: ma cosa accade quando iniziano a imparare da soli, osservando, sperimentando, migliorando? In queste pagine ti accompagneremo alla scoperta del cuore pulsante di questa trasformazione. Capiremo insieme cos’è davvero il machine learning, come funziona, quali logiche lo guidano e perché sta diventando sempre più centrale in ambiti che vanno dalla medicina alla finanza, dal linguaggio alle immagini. La sua forza sta proprio qui: non chiede più alla macchina di eseguire, ma di apprendere. Ed è in questo scarto che si apre un mondo nuovo. L’espressione “machine learning” compare per la prima volta nel 1959, per mano di Arthur Samuel, pioniere dell’intelligenza artificiale ai laboratori IBM. Fu lui a definirlo come il campo di studio che offre ai computer la capacità di imparare, senza che ogni azione venga programmata a mano. All’epoca si parlava anche di “computer autodidatti”: una formula che, a ben vedere, anticipava l’orizzonte attuale con sorprendente lucidità. ![Machine Learning](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/06/MachineL3.jpg) Il primo modello pratico di apprendimento automatico risale proprio a quegli anni, quando Samuel sviluppò un programma capace di calcolare le probabilità di vittoria nel gioco della dama, adattando le mosse in base all’esperienza. Ma le radici teoriche di questa tecnologia vanno ancora più a fondo: bisogna risalire agli studi sui meccanismi dell’intelligenza umana. Già nel 1949, lo psicologo canadese Donald Hebb proponeva una teoria affascinante nel suo libro *The Organization of Behavior*: le cellule nervose, interagendo tra loro, rafforzano i legami con l’uso. Un’intuizione che ha ispirato la struttura degli algoritmi moderni, basati su nodi artificiali che si scambiano informazioni in modo simile a quanto avviene nel nostro cervello. Una definizione più formale — oggi spesso citata — è quella del ricercatore Tom Mitchell. Nel 1997 scriveva: “Un programma informatico apprende dall’esperienza E rispetto a una classe di compiti T e una misura di prestazione P, se le sue prestazioni nei compiti in T, misurate da P, migliorano con l’esperienza E”. È un modo chiaro e concreto per capire di cosa si tratta: non tanto un processo mentale, quanto una capacità di migliorare nel fare, attraverso l’esperienza. Una prospettiva in linea con quanto suggeriva Alan Turing, che preferiva porsi una domanda diversa da quella classica: “Le macchine possono pensare?”. Meglio chiedersi, piuttosto: “Le macchine possono fare ciò che facciamo noi, in quanto esseri pensanti?”. Il machine learning è una parte specifica dell’intelligenza artificiale, e ne condivide gli obiettivi più ambiziosi. Come si dice spesso nel settore, “tutto il machine learning è intelligenza artificiale, ma non tutta l’intelligenza artificiale è machine learning”. Il cuore della questione è che, anziché scrivere ogni istruzione necessaria, si offre alla macchina l’opportunità di imparare da sola, grazie all’analisi dei dati. È proprio qui che il machine learning si distingue dai sistemi informatici tradizionali. Invece di seguire sequenze di comandi preimpostati, questi algoritmi sono progettati per individuare pattern nei dati e sfruttarli per fare previsioni o prendere decisioni. Nessun bisogno di intervento umano diretto, né di infinite righe di codice: bastano i dati, e un sistema capace di adattarsi. Un approccio potente, soprattutto di fronte a problemi complessi o variabili, dove le regole fisse non sono più sufficienti. ## Come funziona il Machine Learning fondamentali: i dati, i software e l’hardware. È dalla loro combinazione che nascono i modelli predittivi capaci di interpretare la realtà, anticipare scenari o prendere decisioni autonome. Gli algoritmi di machine learning non si limitano a replicare formule o seguire regole preimpostate: imparano direttamente dai dati, usando strumenti matematici e computazionali per costruire una propria “conoscenza del mondo”, senza bisogno di equazioni fisse o modelli già scritti. Un punto importante — spesso fonte di confusione — è la distinzione tra **algoritmo** e **modello**. L’algoritmo è come una ricetta: un insieme di istruzioni su come apprendere dai dati. Il modello, invece, è il piatto finito. In pratica, quando applichiamo un algoritmo a un set di dati, ciò che otteniamo alla fine del processo di apprendimento è un modello, cioè qualcosa che può essere usato per fare previsioni o prendere decisioni su nuovi dati mai visti prima. Prima dell’addestramento c’è un metodo; dopo, c’è un sapere applicabile. ## Il Processo di apprendimento Il modo in cui apprende un sistema di machine learning non è poi così distante da come apprendiamo noi esseri umani. Pensiamo, per esempio, a un bambino che sta imparando a riconoscere i cani. La prima volta che ne incontra uno — magari un cucciolo dal muso buffo e le orecchie morbide — associa quell’animale a un insieme di caratteristiche: la coda che scodinzola, il naso umido, il suono del latrato. Se quell’esperienza è piacevole, lascia un segno nella memoria. E così, la volta successiva, anche se il cane che ha davanti è diverso per razza, taglia o colore, il bambino riesce comunque a riconoscerlo come un cane, grazie a quelle somiglianze. ![Machine Learning ](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/06/MachineL2.jpg) Il machine learning funziona più o meno allo stesso modo. L’algoritmo osserva una serie di esempi — i dati di addestramento — e impara a cogliere schemi, somiglianze, relazioni. Una volta “allenato”, è in grado di affrontare dati mai visti prima, applicando ciò che ha appreso per formulare previsioni o prendere decisioni. In altre parole: impara dall’esperienza, e usa quell’esperienza per orientarsi nel nuovo. ## Addestramento e test Per costruire un buon modello di machine learning, serve un processo ben collaudato, che inizia quasi sempre con una semplice divisione: i dati a disposizione vengono separati in due gruppi. Uno servirà per l’**addestramento** (training set), l’altro per il **test** (testing set). È come insegnare qualcosa a un allievo e poi verificare se ha davvero capito. Nella prima fase, il modello analizza il training set per individuare relazioni tra le informazioni in ingresso e i risultati attesi. Nella seconda fase, si testa ciò che ha imparato, usando dati che non ha mai visto prima, per capire se riesce a generalizzare, cioè a comportarsi bene anche fuori dal “copione”. Un esempio concreto può rendere tutto più chiaro. Supponiamo di voler creare un modello capace di prevedere il prezzo delle case in una città. Raccogliamo allora un insieme di dati reali: la superficie dell’immobile, il numero di stanze, la presenza o meno di un giardino, eventuali servizi aggiuntivi e, naturalmente, il prezzo di vendita. A questo punto dividiamo il dataset: una parte (diciamo l’80%) andrà nel training set, il resto nel testing set. Durante l’addestramento, il modello impara a riconoscere le connessioni tra le caratteristiche delle case e il loro prezzo. Una volta terminata questa fase, lo mettiamo alla prova con il testing set. Gli forniamo solo le informazioni sulle case, senza i prezzi, e gli chiediamo di prevederli. Poi confrontiamo le sue previsioni con i prezzi reali. Se si avvicina molto, significa che ha imparato bene; se sbaglia spesso, vuol dire che c’è ancora da lavorare. È così che si misura la sua affidabilità. ## Apprendimento supervisionato L’apprendimento supervisionato funziona un po’ come in una classe di scuola. Immaginiamo un insegnante che mostra ai bambini come si scrive la lettera “A”: la disegna alla lavagna, lentamente, con cura. I bambini osservano, provano a imitarla. All’inizio commettono errori, ma con il tempo imparano. Finché, un giorno, riescono a scriverla da soli, senza più bisogno della guida dell’insegnante. Allo stesso modo, un sistema di machine learning supervisionato viene addestrato su **dati etichettati**, cioè su informazioni che includono già la risposta corretta per ogni esempio. La macchina osserva questi esempi, apprende le relazioni tra i dati e costruisce un modello che, una volta addestrato, può essere applicato a nuovi casi mai visti prima. All’interno dell’apprendimento supervisionato esistono due grandi categorie operative. La prima è la **classificazione**, che consiste nell’insegnare alla macchina a distinguere tra categorie diverse. È come riempire un cesto di frutta: se il sistema ha imparato a riconoscere mele, pere e fragole grazie a immagini etichettate, potrà poi classificare correttamente nuovi frutti, anche se non li ha mai visti esattamente così. ![Machine Learning](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/06/MachineL4.jpg) La seconda categoria è la **regressione**, che serve a fare previsioni numeriche basate su dati noti. Torniamo all’esempio immobiliare: se forniamo al modello dati su posizione, metratura e numero di stanze, può imparare a stimare il prezzo di una casa, anche se non ne ha mai visto una identica. Tra gli strumenti più utilizzati in questo tipo di apprendimento troviamo algoritmi come la **regressione lineare e logistica**, usati per stimare valori numerici o probabilità — ad esempio, quanto è probabile che una persona clicchi su un annuncio pubblicitario. Ci sono poi le **macchine a vettori di supporto (SVM)**, che disegnano confini netti tra categorie, un po’ come se tracciassero linee immaginarie per distinguere mele da pere. Gli **alberi decisionali**, invece, somigliano a un gioco di domande a risposta multipla: “Ha il pelo? Fa miao? Allora è un gatto”. Le **foreste casuali** sono gruppi di tanti alberi decisionali che lavorano insieme, come una squadra che vota a maggioranza. E infine ci sono le **reti neurali**, ispirate al funzionamento del cervello umano, capaci di apprendere in modo flessibile e di adattarsi anche a dati complessi come immagini o suoni. Ognuno di questi strumenti ha le sue particolarità, ma tutti condividono lo stesso principio: imparare dai dati già etichettati per saper riconoscere, prevedere e decidere in situazioni nuove. ## Apprendimento non supervisionato L’apprendimento non supervisionato è come esplorare una città sconosciuta senza una mappa, ma con un buon senso dell’orientamento. Gli algoritmi, in questo caso, non ricevono indicazioni su quale sia la “risposta giusta”: non ci sono etichette, né istruzioni precise. L’obiettivo è osservare i dati grezzi e scoprire da sé strutture, somiglianze, connessioni nascoste. È un tipo di apprendimento che imita l’intuito naturale con cui anche noi riconosciamo degli schemi nel mondo. Pensiamo a un bambino che conosce solo il cane di casa. Quando ne vede un altro per la prima volta — magari il barboncino di un visitatore — sorride riconoscendo qualcosa di familiare: le orecchie, la coda, l’abbaiare. Nessuno gli ha spiegato che quello è un cane diverso dal suo, ma il bambino riesce a fare un collegamento spontaneo. È lo stesso principio su cui si basa l’apprendimento non supervisionato. Una delle tecniche principali in questo ambito è il **clustering**, ovvero la capacità di raggruppare dati simili tra loro anche se non hanno un’etichetta. È quello che avviene nel marketing quando si suddividono i clienti in gruppi sulla base dei comportamenti d’acquisto: chi compra regolarmente, chi acquista solo in saldo, chi preferisce certi prodotti. Nessuno ha detto all’algoritmo quali sono i gruppi da cercare — li scopre da solo, mettendo insieme i pezzi. Un’altra tecnica importante è la **riduzione della dimensionalità**, che consiste nel semplificare i dati eliminando variabili ridondanti, per cogliere l’essenza delle informazioni disponibili. È come guardare una mappa in scala: perdi qualche dettaglio, ma capisci meglio il paesaggio generale. Questo tipo di apprendimento è particolarmente utile quando si ha a disposizione una grande quantità di dati non etichettati — e si vogliono far emergere strutture invisibili, intuizioni nuove, o nuove domande a cui non si era ancora pensato di rispondere. ## Apprendimento per rinforzo L’apprendimento per rinforzo — in inglese *Reinforcement Learning*, o più semplicemente RL — è forse il più “istintivo” dei metodi di machine learning. Si basa sull’idea che per imparare a prendere decisioni efficaci servano tanti tentativi, qualche errore e un sistema di premi e punizioni. È un approccio che assomiglia sorprendentemente a come apprendiamo noi esseri umani fin da piccoli: facciamo una cosa, osserviamo le conseguenze, e la ripetiamo solo se ci ha portato a qualcosa di buono. In questa modalità, un algoritmo non riceve istruzioni dettagliate. Gli si assegna un compito e si lascia che esplori da solo le possibili azioni. Quando fa qualcosa che lo avvicina all’obiettivo, riceve una ricompensa. Quando si allontana, non ottiene nulla — o, in alcuni casi, riceve un segnale negativo. È questo meccanismo di feedback continuo a guidarlo nel tempo verso le decisioni migliori. Una caratteristica interessante degli algoritmi di reinforcement learning è la capacità di tollerare la **gratificazione ritardata**. Non sempre la scelta giusta è quella che dà un premio immediato: a volte bisogna “perdere una battaglia per vincere la guerra”. L’algoritmo impara a valutare anche percorsi più lunghi e complessi, che magari includono ostacoli iniziali ma conducono al miglior risultato possibile. Un esempio concreto? Pensiamo a un robot, o a un veicolo a guida autonoma. Non c’è un manuale che spieghi come affrontare ogni incrocio, ostacolo o deviazione. Ma il sistema, interagendo con l’ambiente, capisce che evitare un muro è meglio che andarci contro, che rallentare in curva è più utile che accelerare. Col tempo, queste decisioni si perfezionano, fino a diventare strategie sofisticate. ## Reti Neurali e Deep Learning Immagina un algoritmo che impara osservando il mondo un po’ come facciamo noi: analizza segnali, coglie schemi, fa previsioni sempre più accurate. È questo il principio alla base delle **reti neurali**, sistemi informatici ispirati al funzionamento del cervello umano. Quando queste reti vengono costruite in modo particolarmente profondo e stratificato, si parla di **deep learning** — un’area avanzata del machine learning che sfrutta l’enorme potenza di calcolo moderna per analizzare quantità di dati davvero gigantesche. Oggi le tecniche di deep learning sono tra le più sofisticate nel riconoscere oggetti in una fotografia o parole in una registrazione audio. Ma il loro potenziale si estende ben oltre: si stanno già applicando alla **traduzione automatica**, alla **diagnosi precoce di malattie** e ad altri compiti dove la precisione è vitale. Una tecnica chiave in questo campo, specialmente quando si lavora con immagini, è quella della **convoluzione**. Si tratta di un’operazione matematica che “condensa” l’immagine, estraendo le caratteristiche più significative. Nelle **reti neurali convoluzionali** (o CNN), ogni strato della rete applica dei filtri, come una lente che mette in risalto dettagli diversi. Gli strati iniziali individuano elementi semplici — come contorni, curve, texture — mentre quelli successivi riconoscono strutture sempre più complesse: una testa, un occhio, una coda. Alla fine, la rete costruisce una comprensione profonda dell’immagine. Ma le reti neurali non sono l’unico strumento. Alcuni algoritmi — come le **macchine a vettori di supporto (SVM)**, gli **alberi decisionali** e le **foreste casuali** — sono molto efficaci nel classificare dati. Pensiamo, ad esempio, ai filtri antispam: grazie a questi algoritmi, è possibile riconoscere automaticamente le email indesiderate, sulla base di fattori come mittente, parole chiave o struttura del messaggio. Un’altra famiglia di strumenti, quelli della **regressione**, viene invece impiegata per **prevedere valori numerici continui**. La **regressione lineare**, per esempio, serve a identificare la relazione tra variabili: come cambia il prezzo di una casa al variare della sua metratura o della zona in cui si trova. Questi modelli vengono usati ogni giorno in ambiti come il mercato immobiliare, l’analisi delle vendite o la previsione del rischio finanziario. ## Applicazioni pratiche del Machine Learning Il machine learning è ormai ovunque. Dai laboratori di ricerca è passato silenziosamente nelle corsie d’ospedale, nei mercati finanziari, nei centri di elaborazione dati e persino tra le righe di documenti scritti a mano. Sta trasformando il modo in cui viviamo, lavoriamo e ci relazioniamo al mondo. Vediamo insieme alcune delle sue applicazioni più significative. ### **Sanità** Nel campo medico, il machine learning si è rivelato uno strumento potente e prezioso. I sistemi di intelligenza artificiale sono in grado di analizzare con estrema precisione immagini mediche — come risonanze magnetiche, radiografie e TAC — individuando segnali nascosti che potrebbero sfuggire anche all’occhio più esperto, o che un medico affaticato potrebbe trascurare. Oltre all’*imaging* (per “imaging” si intende la produzione e l’analisi di immagini mediche, come radiografie, risonanze magnetiche o TAC, utilizzate per osservare l’interno del corpo umano senza interventi invasivi), questi modelli possono mettere insieme una mole impressionante di dati: sintomi, informazioni genetiche, fattori ambientali e stili di vita. Così facendo, suggeriscono diagnosi precoci, come nel caso di patologie complesse quali cancro, diabete o malattie cardiovascolari. Le tecniche di regressione, poi, permettono di stimare il rischio individuale di sviluppare una determinata condizione, offrendo agli operatori sanitari strumenti predittivi per un’assistenza sempre più personalizzata. Non solo numeri e cartelle cliniche. Con l’analisi del linguaggio naturale e del sentiment, le organizzazioni sanitarie possono anche leggere tra le righe delle conversazioni con i pazienti, cogliendo emozioni, bisogni e malesseri latenti. Un piccolo aiuto tecnologico per costruire un dialogo più umano. ### **Riconoscimento della scrittura a mano** Un’applicazione affascinante — e per certi versi poetica — è il riconoscimento della scrittura a mano. Si tratta di addestrare i modelli a leggere testi scritti manualmente, un po’ come facciamo noi davanti a un vecchio quaderno. Questa tecnologia è già usata per digitalizzare archivi storici, decifrare ricette mediche o modulistica compilata a penna. I vantaggi sono enormi: risparmio di tempo, migliore accessibilità, e soprattutto la possibilità di preservare documenti preziosi — lettere, registri, appunti — che altrimenti rischierebbero di perdersi nel tempo. ### **Previsioni finanziarie** Nel mondo della finanza, dove anche pochi secondi fanno la differenza, il machine learning è diventato uno degli alleati più affidabili. Analizzando dati storici, notizie, indicatori di mercato e comportamenti degli investitori, questi sistemi riescono a prevedere fluttuazioni nei prezzi delle azioni, variazioni nei tassi di cambio e tendenze nei consumi. Tuttavia, non tutto è semplice come sembra. L’efficacia di questi modelli dipende dalla qualità dei dati: se i dati sono distorti, incompleti o riflettono pregiudizi preesistenti, anche le previsioni saranno inquinate. Inoltre, molti dei modelli più sofisticati — come le reti neurali profonde — sono delle vere e proprie “scatole nere”: funzionano bene, ma non sempre è chiaro *perché*. E questo solleva domande delicate, specialmente in un settore dove la trasparenza è cruciale. ### **Etica e Privacy** Ed è qui che il discorso tecnico incontra un nodo morale. L’uso crescente del machine learning ci impone di farci alcune domande fondamentali. Chi ha accesso ai nostri dati? Come vengono usati? Gli algoritmi sono davvero imparziali o rischiano di riprodurre e amplificare le disuguaglianze sociali già esistenti? La posta in gioco è alta: sorveglianza di massa, violazioni della privacy, discriminazioni automatizzate. Per questo motivo, è essenziale che lo sviluppo e l’implementazione di queste tecnologie avvengano nel rispetto dei diritti umani e dei principi di giustizia ed equità. Il progresso non può essere cieco. ### **Uno sguardo al futuro** Il machine learning è una delle frontiere più dinamiche e promettenti della tecnologia contemporanea. E siamo solo all’inizio. Stanno già emergendo nuove direzioni, come l’**apprendimento federato**, che consente di addestrare modelli su dispositivi diversi senza mai centralizzare i dati. Oppure l’**apprendimento continuo**, che permette ai sistemi di aggiornarsi man mano che ricevono nuove informazioni, senza dimenticare quanto appreso in precedenza. L’integrazione con altre tecnologie, come la blockchain o l’Internet delle Cose, sta aprendo scenari che fino a pochi anni fa sembravano fantascienza. Ma come ogni grande potere, anche questo comporta grandi responsabilità. Il vero futuro del machine learning dipenderà da come sapremo governarlo, orientarlo, guidarlo verso usi che mettano al centro la dignità delle persone, l’ambiente, il bene collettivo. Perché i dati parlano, ma sta a noi ascoltare con coscienza. ``` FONTI ``` 1. ``` Cloud.it, Introduzione al machine learning, Cloud.it. Disponibile su: https://www.cloud.it/tutorial/introduzione-al-machine-learning.aspx ``` 2. ``` SAP, Che cos’è il machine learning?, SAP Italia. Disponibile su: https://www.sap.com/italy/products/artificial-intelligence/what-is-machine-learning.html ``` 3. ``` Hewlett Packard Enterprise, Che cos’è il machine learning?, HPE. Disponibile su: https://www.hpe.com/it/it/what-is/machine-learning.html ``` 4. ``` Mitchell, T. M. (1997), Machine Learning, Cambridge University Press. Disponibile su: https://www.cambridge.org/core_title/gb/564257 ``` 5. ``` IBM, Supervised Learning, IBM Think. Disponibile su: https://www.ibm.com/think/topics/supervised-learning ``` 6. ``` Oracle, Apprendimento non supervisionato, Oracle Italia. Disponibile su: https://www.oracle.com/it/artificial-intelligence/machine-learning/unsupervised-learning/ ``` 7. ``` Amazon Web Services (AWS), What is Reinforcement Learning?, AWS. Disponibile su: https://aws.amazon.com/what-is/reinforcement-learning/ ``` 8. ``` Oracle, Che cos’è il machine learning?, Oracle Italia. Disponibile su: https://www.oracle.com/it/artificial-intelligence/machine-learning/what-is-machine-learning/ ``` 9. ``` Mitchell, T. M., Machine Learning, Carnegie Mellon University. Disponibile su: http://www.cs.cmu.edu/~tom/mlbook.html ``` **Categorie:** Attualità, Dossier **Tag:** Scienza & Tecnologia --- ### [Perché la noia fa bene al cervello?](https://eywadivulgazione.it/perche-la-noia-fa-bene-al-cervello/) **Published:** Maggio 6, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Ti è mai capitato di fermarti davvero? Niente telefono in mano, nessuna lista di cose da fare, solo tu e il tempo che scorre lento. All’inizio è scomodo. Sembra di non sapere più stare da soli, senza un’app da aprire, un messaggio da leggere, un pensiero da rincorrere. Eppure, è proprio lì, in quel vuoto strano e silenzioso, che succede qualcosa. La mente comincia a respirare, a vagare, a tessere fili invisibili tra idee dimenticate e sogni che non avevano ancora un nome. La noia — quella vera — non è una trappola. È una soglia. Un passaggio segreto che abbiamo dimenticato… e che ora possiamo riscoprire. Per pensare meglio. Per creare davvero. Per vivere più profondamente. ## **Quando la mente si annoia, accade qualcosa di straordinario** Quando smettiamo di rincorrere stimoli e notifiche, il cervello si riaccende in un modo diverso. Non si spegne, come potremmo pensare. Anzi: attiva la sua parte più profonda e creativa. In quei momenti nasce quello che i neuroscienziati chiamano **rete di default** (“Default Mode Network”), scoperta nei primi anni Duemila da **Marcus Raichle**. È una rete invisibile di pensieri che si intrecciano senza uno scopo immediato, mentre il cervello è libero da compiti esterni. È il laboratorio segreto della nostra mente. Qui prendono forma le intuizioni, le connessioni inattese, le idee che non avremmo mai trovato restando sempre sotto pressione. La noia mette in pausa il mondo esterno per accendere il mondo interno. Abbassa il rumore delle urgenze, spegne la frenesia, e lascia spazio alla libertà di esplorare, immaginare, inventare. Senza la noia, il nostro cervello resta intrappolato nel conosciuto. È come navigare sempre nello stesso fiume, senza mai osare l’oceano. È nella noia che impariamo a costruire nuove rotte.### **Smartphone e connessione continua: il grande furto della noia** Oggi, basta un gesto. Un clic, uno swipe, una notifica. E ogni momento vuoto si riempie all’istante. Non appena la noia si affaccia, abbiamo mille modi per cacciarla via: un video da vedere, un messaggio a cui rispondere, un social da scorrere senza pensare. È diventata un riflesso automatico. Non lasciamo mai che il vuoto si apra davvero. Ma ogni volta che spegniamo quel leggero disagio, stiamo spegnendo anche una possibilità: quella di lasciare che il nostro cervello vaghi, sogni, crei. Ogni notifica, ogni scroll, ogni distrazione rubata alla noia è una scintilla creativa che non nascerà mai. Senza accorgercene, ci stiamo disabituando a stare con noi stessi. E stiamo perdendo l’arte di inventare, di immaginare, di pensare con la nostra testa.### **Cosa perdiamo quando perdiamo la noia** Quando scacciamo la noia dalla nostra vita, non perdiamo soltanto un momento di pausa. Perdiamo qualcosa di molto più profondo: la possibilità di allenare la mente a pensare in modo libero e creativo. È nella noia che il cervello impara a cercare nuove strade, ad affrontare l’incertezza senza paura, a tollerare l’attesa senza correre subito verso il primo stimolo disponibile. È lì che nascono l’immaginazione autentica, la resilienza silenziosa, la capacità di trasformare il disagio in scoperta. Quando non ci concediamo più quei tempi vuoti, la mente smette di vagare, di divagare, di collegare idee lontane. Si irrigidisce, si adagia su soluzioni preconfezionate, si rassegna all’abitudine. La creatività si spegne sotto il peso della velocità. La pazienza si consuma. La curiosità si assottiglia. E senza creatività, senza pazienza, senza curiosità, anche il nostro modo di vivere si fa più piccolo. Più chiuso. Più fragile. C’è chi ha cominciato a chiamarlo *brain rot* ‘marciume del cervello’: una mente iperstimolata ma impoverita, che non sa più sostare nel vuoto né coltivare connessioni profonde. Un cervello pieno, ma disabituato a pensare.### **I bambini e la noia negata: un rischio che non vediamo** Se per gli adulti perdere la noia è un danno silenzioso, per i bambini è qualcosa di ancora più grave. La loro mente è un territorio in formazione, una rete di connessioni che ha bisogno di tempo vuoto per crescere, per sperimentare, per costruire l’immaginazione. È nella noia che imparano a inventare giochi, a trasformare un bastone in una spada, una macchia di luce in un’avventura. Quando ogni attesa viene riempita da uno schermo, quando ogni silenzio viene interrotto da una notifica, i bambini non imparano più a esplorare dentro di sé. Non sviluppano la pazienza di ascoltare i propri pensieri, né la capacità di affrontare la frustrazione, né quella forza invisibile che si chiama resilienza. Li priviamo della possibilità di annoiarsi e, con essa, della possibilità di scoprire chi sono davvero. Senza la noia, rischiamo di crescere generazioni più veloci a rispondere, ma più lente a pensare. Più abili a reagire, ma meno capaci di creare.### **Riconquistare la noia: un atto semplice, ma rivoluzionario** Recuperare la noia non significa rifiutare la tecnologia, né rimpiangere un passato senza schermi. Significa restituire alla mente uno spazio che le appartiene. Basta poco. Un pomeriggio senza notifiche. Un tempo di attesa vissuto senza aprire il telefono. Una passeggiata senza meta, senza playlist nelle orecchie, solo per ascoltare i pensieri che affiorano. All’inizio non è facile. Il vuoto sembra pesare. La voglia di riempirlo si fa urgente, quasi fastidiosa. Ma se resistiamo a quella prima ondata di disagio, accade qualcosa di sorprendente: la mente comincia a distendersi. Si apre. Ricomincia a connettere, a immaginare, a sognare. La noia buona non è perdita di tempo. È tempo che torna a essere nostro.### **Ricordarsi di respirare** A volte basta un gesto minuscolo per cambiare il ritmo di una giornata. Un respiro profondo. Un momento in cui chiudere gli occhi, sentire l’aria entrare ed uscire, senza fretta, senza peso. Respirare davvero significa tornare presenti. È il primo passo per sciogliere l’ansia che il vuoto ci fa temere. È il modo più semplice e potente per rischiarare la mente, allentare la tensione, ritrovare quella calma quieta che serve per lasciar emergere pensieri nuovi. Prima ancora di riempire il tempo, possiamo imparare a riempire il respiro. A lasciare che l’aria, che da sempre ci tiene vivi, ci tenga anche svegli, aperti, pronti a lasciarci attraversare dal silenzio fertile della noia. E nel ritmo lento del nostro corpo, possiamo riscoprire la libertà di non doverci afferrare subito a qualcosa. Di restare sospesi, per qualche istante, e vedere cosa nasce.### **La noia come atto di libertà** In un mondo che ci vuole sempre occupati, sempre raggiungibili, sempre produttivi, scegliere di fermarsi è un atto di coraggio. Scegliere di restare in silenzio quando tutto spinge a riempire ogni vuoto, è un atto di libertà. La noia non è una malattia da curare. È un terreno da coltivare. È lì, nei momenti che sembrano sospesi, che il pensiero si allarga, che la creatività trova spazio per germogliare, che l’anima ritrova il suo respiro. Abbiamo dimenticato questo segreto, ma non è perduto. È ancora dentro di noi, in attesa di essere risvegliato. Basta poco: un momento di silenzio. Un respiro vero. Uno spazio vuoto protetto dal rumore del mondo. Per tornare a pensare. Per creare. **Per essere presenti a se stessi.** **Fonti** ``` Raichle, M.E. (2001). A default mode of brain function. Proceedings of the National Academy of Sciences, 98(2), 676–682. Studio che introduce la "Default Mode Network" Danckert, J., & Eastwood, J.D. (2020). Out of My Skull: The Psychology of Boredom. Harvard University Press. Un testo chiave sulla noia e i suoi effetti sulla mente e sulla creatività American Psychological Association – The hidden benefits of boredom https://raleighoaksbh.com/the-hidden-benefits-of-boredom-how-downtime-supports-mental-clarity/ Articolo divulgativo con base scientifica sul valore evolutivo e creativo della noia Fondazione Patrizio Paoletti – Glossario della noia https://fondazionepatriziopaoletti.org/glossario/noia/ Focus sulla funzione adattiva della noia nei processi cognitivi e motivazionali Adolescienza.it – La noia stimola la creatività e fa bene al cervello di bambini e ragazzi https://www.adolescienza.it/sos/sos-genitori-adolescenti/la-noia-stimola-la-creativita-e-fa-bene-al-cervello-di-bambini-e-ragazzi/ Approfondimento su come la noia sia un’opportunità educativa per l’infanzia Psiche – Centro Medico Santagostino – Noia e salute mentale https://psiche.santagostino.it/noia/ Articolo clinico-divulgativo sui benefici psicologici della noia Immedya.com – Come trasformare la noia in creatività https://immedya.com/come-trasformare-la-noia-in-creativita/ Spunti pratici per usare la noia come stimolo al pensiero creativo Learning and the Brain Conference – Why Boredom is Good for Your Brain https://news.uchicago.edu/story/why-boredom-good-your-brain Focus neuroscientifico e pedagogico sui benefici cognitivi della noia ``` **Categorie:** Articoli **Tag:** Salute & Benessere --- ### [Il grande inganno del carbonio: cosa si nasconde dietro l’etichetta “a impatto zero”](https://eywadivulgazione.it/carbonio-fantasma-la-faccia-nascosta-della-lotta-al-cambiamento-climatico/) **Published:** Gennaio 30, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Excerpt:** Quel sigillo verde promette che le emissioni di CO₂ legate alla produzione di un prodotto, al suo trasporto e uso siano state compensate, azzerandone gli effetti. Ma come? **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **“Il sigillo verde sulla confezione”** Sei al supermercato. Cammini lentamente tra gli scaffali, circondato da moltitudini di confezioni colorate. Ogni prodotto sembra fissarti e attrarti con scritte sgargianti e parole così “giuste” e divertenti! Sei colto dalla solita vertigine, quel lieve malessere che ti prende – quasi una nausea – ogni volta che vieni esposto all’eccesso di scelte, all’eccesso di stimoli, a così tante possibilità… è così ogni volta che vai al supermercato, o navighi in rete. Eppure, ultimamente c’è qualcosa che ti ritempra, c’è un criterio di scelta che ti dà reale soddisfazione, che ti fa sentire bene: cercare quel piccolo simbolo verde, quel sigillo che parla di rispetto, di impegno, di cambiamento, per un mondo che verrà. E che speri venga al più presto. Ed eccolo lì. Lo vedi su una confezione di biscotti. La scritta **a impatto zero (carbon neutral)** si staglia, come una promessa silenziosa. Ti fermi, e all’improvviso il tuo gesto quotidiano e ordinario si carica di significato. Per un attimo, i pensieri ti portano lontano. Sei parte di qualcosa di più grande, di una rete silenziosa di persone che con piccoli gesti come questo si prende cura del pianeta, combatte l’inquinamento e affronta una realtà immensa e complessa, densa di sofferenza. *Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla,* risuona nella tua testa. Non è proprio un pensiero chiaro, più un sentimento. Ti soffermi, e la sensazione che provi non è solo compiacimento: è pace. Pace con te stesso, con il mondo, con l’idea che anche tu stai facendo la tua parte. Non puoi risolvere tutto, lo sai, ma è confortante sapere che, mentre scegli i tuoi biscotti preferiti, stai anche scegliendo di dare il tuo contributo per qualcosa di più grande. Pensi agli animali innocenti, ai bambini che un giorno cresceranno in un mondo migliore, ai fiumi e alle foreste che potranno respirare più liberamente. Metti la confezione nel carrello, e quel piccolo gesto ti fa sentire speciale. Un eroe moderno. È una soddisfazione semplice ma profonda: non stai solo facendo la spesa, stai partecipando a una battaglia per il futuro. Il tuo è un atto politico, e quel sigillo verde è la tua medaglia. Ma cosa significa per davvero **a impatto zero**? Una domanda che per molti rimane senza risposta. Negli ultimi anni, tuttavia, vari scandali hanno gettato ombra su quelle promesse carbon neutral stampate sulle confezioni. Il più clamoroso, nel 2023, ha coinvolto **Verra** – il principale ente certificatore di crediti di carbonio – svelando che molti dei crediti venduti erano in realtà “fantasma”, privi di reale valore ambientale. Di fronte a queste rivelazioni, le autorità sono intervenute: l’Unione Europea ha varato la **Green Claims Directive** e normative più rigide per vietare le etichette ambientali vaghe e infondate. Termini come “sostenibile” o “a impatto zero” non possono più campeggiare sulle confezioni alla leggera: oltre la metà delle dichiarazioni green analizzate a livello europeo si è rivelata fuorviante o priva di prove concrete. Questo giro di vite sta cambiando il panorama: quel rassicurante simbolo verde, per continuare a brillare, dovrà ora rappresentare un impegno autentico e trasparente, sostenuto da dati verificabili e controlli indipendenti. Dietro alla promessa della **neutralità carbonica**, infatti, si nasconde un sistema complesso e a volte contraddittorio. Per comprenderlo, dobbiamo esplorare come funziona il mercato dei crediti di carbonio, le sue opportunità e le sue insidie. È questo il viaggio che stiamo per iniziare. Sembra tutto perfetto, troppo bello per essere vero, quasi magico! ![Carbon neutral e biscotti](https://www.eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/Carbon-neutral-e-biscotti.png)## **Eppure…** Eppure, dietro questa promessa luminosa si cela un’industria tanto complessa quanto opaca: quella dei **mercati di crediti di carbonio volontari**. “Volontari” perché la partecipazione è libera, cioè non imposta da normative statali o internazionali. Le aziende, le organizzazioni e persino i singoli individui scelgono se acquistare o vendere **crediti di carbonio** in base a criteri soggettivi, che possono essere etici, propagandistici o strategici — spesso i crediti vengono acquistati per migliorare la propria immagine — senza essere appunto obbligati a farlo. Tuttavia, il confine tra volontarietà e regolazione si fa sempre più sottile. Gli standard indipendenti, come i **Core Carbon Principles** dell’**Integrity Council**, stanno diventando di fatto dei requisiti minimi, mentre l’**Unione Europea** ha iniziato a mettere sotto osservazione anche questo mercato, con l’obiettivo di garantire maggiore trasparenza e prevenire l’**uso ingannevole delle compensazioni** nei confronti dei consumatori e degli investitori. È proprio in questa zona grigia — dove la libertà d’azione non è ancora regolata, ma nemmeno del tutto neutra — che sorgono dubbi e criticità. > --- > > **“****Un credito di carbonio rappresenta una tonnellata di anidride carbonica (CO₂) — o di un gas serra equivalente — che è stata evitata, ridotta o rimossa dall’atmosfera grazie a un progetto certificato. Questi crediti sono generati da iniziative che contribuiscono a ridurre le emissioni climalteranti, come piantare alberi, proteggere foreste esistenti, promuovere l’energia rinnovabile, migliorare l’efficienza energetica o utilizzare tecnologie per la cattura del carbonio. Affinché un credito sia valido, però, deve rispettare criteri sempre più riconosciuti a livello internazionale, come l’addizionalità, la permanenza, la quantificazione verificabile e l’assenza di doppio conteggio.”**--- Come viene garantito che i progetti compensino realmente la quantità di carbonio dichiarata, nello specifico, una tonnellata di anidride carbonica per ogni credito di carbonio? Davvero i progetti finanziati con i **crediti di carbonio** riescono sempre a mantenere le loro promesse? E se non ci riescono, perché non ci riescono? Quanto possiamo fidarci di un sistema che, pur mirato ad affrontare la crisi climatica, sembra favorire operazioni di facciata più che risultati concreti? Esistono anche **mercati di crediti di carbonio obbligatori**, regolamentati da norme rigorose; mentre per i **mercati volontari** le regole sono rimaste a lungo frammentarie e poco precise. Questo ha favorito una crescita accelerata, con un valore di 2,4 miliardi di dollari già nel 2023, trainata dal desiderio delle aziende di mostrare il proprio impegno per la sostenibilità. Ma la mancanza di controlli stringenti ha aperto la strada a fenomeni fraudolenti, come i **crediti di carbonio “fantasma”**: certificati che non rappresentano reali riduzioni di emissioni, o che finanziano progetti inefficaci o già esistenti. Immaginiamo, ad esempio, un’azienda che compra crediti legati a un progetto di conservazione forestale in una zona già protetta da leggi locali, dove la foresta non corre alcun pericolo. Quel progetto non aggiunge nulla alla protezione dell’ambiente, eppure permette all’azienda di dichiarare che il proprio prodotto è **a impatto zero (carbon neutral)**. Il risultato? Un’illusione di sostenibilità, mentre il problema rimane irrisolto, perché le tonnellate di carbonio prodotte dall’azienda non sono realmente compensate. Eppure, non tutto è da buttare. I **crediti di carbonio**, se regolamentati e usati nel modo giusto, possono fare la differenza. Possono sostenere progetti cruciali per il clima e aiutare le aziende a ridurre concretamente la loro impronta ecologica. Ma affinché il sistema funzioni, oggi non basta più la buona fede: servono **regole chiare**, **trasparenza** e un **monitoraggio indipendente**, in grado di garantire che i progetti rispettino i criteri riconosciuti a livello internazionale. *Addizionalità*, cioè la prova che la riduzione di CO₂ non si sarebbe verificata senza quel finanziamento. Permanenza, ovvero la capacità di mantenere lo stoccaggio del carbonio nel tempo. *Misurabilità* e *verificabilità* delle emissioni evitate o rimosse. E soprattutto *assenza di doppio conteggio*: ogni credito deve essere tracciabile, unico e inequivocabile. È in questa direzione che si stanno muovendo sia gli standard internazionali — come i **Core Carbon Principles** definiti dall’**Integrity Council for the Voluntary Carbon Market** — sia le politiche europee, con l’introduzione del **Carbon Removal Certification Framework (CRCF)**. Solo così i **crediti di carbonio** possono diventare uno strumento utile e credibile nella lotta alla crisi climatica. ## **“Il caso Verra e i crediti fantasma”** Immaginiamo di seguire sull’argomento le indagini di una giovane giornalista d’inchiesta, di nome **Lucia De Salvio**, seduta alla sua scrivania sommersa da documenti e report. La luce fioca della lampada da tavolo illumina le carte che testimoniano uno scandalo di proporzioni enormi: i **crediti di carbonio fantasma** certificati da **Verra**. > --- > > ***Verra, un’organizzazione no-profit con sede a Washington, era considerata la più importante tra le organizzazioni certificatrici di crediti di carbonio nel mercato volontario (altri due enti noti sono Gold Standard e Plan Vivo Foundation). Tuttavia, un’inchiesta durata nove mesi, condotta da The Guardian, Die Zeit e SourceMaterial, aveva svelato che solo il 6% dei progetti di Verra portava effettivamente a una riduzione significativa della deforestazione****.***Verra ha contestato pubblicamente le accuse**, sostenendo che l’inchiesta avrebbe utilizzato modelli di riferimento inadeguati e criteri troppo severi rispetto alla complessità dei contesti monitorati. > > Al momento dello scandalo, il valore del mercato dei crediti certificati da Verra era stimato in circa **un miliardo di dollari**, ma ha subito un brusco ridimensionamento nel biennio successivo. > > --- De Salvio analizzava i progetti incriminati: conservazioni di foreste pluviali presentate a rischio abbattimento, ma che in realtà non correvano alcun pericolo del genere. I crediti generati da questi progetti erano quindi inutili e l’entità delle sovrastime era impressionante: **Verra aveva emesso crediti di carbonio con valori gonfiati fino al 400%**, mentre il **94% dei crediti** per i progetti di conservazione forestale (pari a circa il 40% di quelli che emetteva a livello globale) **non rappresentava reali riduzioni delle emissioni** di CO₂. Questo significava che numerose aziende, tra cui giganti come **Disney**, **Shell** e **Gucci**, avevano acquistato crediti privi di valore reale, proclamando una **neutralità carbonica** in realtà inesistente. Mentre sfogliava le pagine, la giornalista si interrogava sull’effetto di queste rivelazioni. *Quanti prodotti dichiarati “a impatto zero” (carbon neutral) erano in realtà legati a quei crediti fantasma?* Le multinazionali coinvolte avrebbero dovuto rispondere a gravi interrogativi sulla **trasparenza** e sull’**integrità** dei loro sforzi per la sostenibilità. Determinata a portare alla luce la verità, immersa nella sua indagine, **De Salvio** riceve una soffiata anonima: un ex collaboratore di Verra, disposto a parlare sotto condizione di anonimato, accetta di incontrarla. La scena si svolge in una caffetteria semideserta, dove l’atmosfera è densa di tensione. L’informatore, con un volto segnato dalla preoccupazione e lo sguardo sfuggente, inizia a raccontare: “*Lavoravo nei progetti di revisione dei crediti. Sai cosa ci chiedevano? Di chiudere un occhio. A volte due. Se il progetto aveva grandi nomi dietro, veniva approvato. Non importava se i dati non tornavano. Non importava se non c’era rischio reale per la foresta. Serviva certificare per mantenere l’immagine, e il nostro compito era far funzionare il sistema, non metterlo in discussione*.” Mentre lei prende appunti febbrilmente, l’uomo prosegue, svelando dettagli su *documenti falsificati* e *pressioni dall’alto* per “accelerare le verifiche” su progetti economicamente rilevanti, ignorando le discrepanze. Le sue parole gettano un’ombra sinistra sull’intero sistema. ![Certificato attendibili](https://www.eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/Certificati-attendibili.png)Decisa a verificare sul campo una delle situazioni denunciate, la giornalista **Lucia De Salvio** si reca in una foresta amazzonica legata a un progetto di compensazione contestato. All’arrivo, ciò che vede è sconvolgente: la foresta che avrebbe dovuto essere protetta è stata parzialmente disboscata. Gli abitanti del luogo, riuniti in un villaggio vicino, la accolgono con un misto di diffidenza e speranza. Tra loro, un uomo le mostra un contratto mai rispettato: *“Ci hanno promesso che questa terra sarebbe stata preservata. Invece, hanno preso i fondi dei crediti e li hanno usati per altri scopi. E noi? Non abbiamo più la nostra terra. Non abbiamo niente.”* Nel sito del progetto si scorgono macchinari abbandonati e tronchi tagliati che testimoniano l’inganno. L’aria calda e umida sembra pesare ancora di più mentre lei fotografa i resti di una promessa infranta. Quel luogo, che avrebbe dovuto essere un simbolo di speranza, è ora un monito delle conseguenze di un sistema corrotto. Tuttavia, tra le fitte foreste, in una zona attigua, incontra anche **Maria**, una leader locale che le spiega come i fondi generati dai crediti possano però diventare una risorsa preziosa *quando il sistema funziona davvero*. Attraverso la voce di Maria, comprende i **potenziali benefici** derivanti dai **crediti di carbonio**, se usati in modo corretto: scuole, infrastrutture, reale conservazione delle foreste. Ma senza **regole rigorose** e **controlli indipendenti**, quelle promesse restano fragili illusioni. *“Non siamo noi il problema”, denunciava appassionatamente Maria: “ma chi usa questi crediti per coprire la propria inazione. Ogni albero salvato qui è un albero che resta in piedi, ma altrove le emissioni continuano senza controllo.”* De Salvio preparò il suo articolo, sempre più incredula e agguerrita. Sapeva che una maggiore **regolamentazione** e **trasparenza** erano ormai indispensabili per restituire credibilità al mercato dei crediti di carbonio. Solo così si potevano evitare frodi come quella che aveva documentato, e restituire fiducia a uno strumento che, usato bene, potrebbe davvero contribuire all’equilibrio climatico globale. Le ripercussioni non si fecero attendere. **David Antonioli**, CEO di **Verra**, si dimise nel 2023, travolto dalle polemiche legate allo scandalo. L’intero settore fu costretto a interrogarsi sulla propria integrità. Lo scandalo mise in luce le **vulnerabilità strutturali** del sistema e la necessità di riforme urgenti. Si cominciò a parlare concretamente della necessità di fissare **soglie minime obbligatorie per la riduzione diretta delle emissioni** da parte delle aziende, prima di ricorrere alla compensazione. Un rapporto 60/40 — con almeno il **60% di riduzione diretta** e solo il restante 40% compensato tramite crediti — iniziò a essere considerato un obiettivo realistico, in linea con i nuovi standard europei. Ma emerse anche un altro nodo cruciale: l’opportunità di **affidare la certificazione dei crediti** non più a enti privati o autoregolati, bensì a **organismi pubblici** o multilaterali sotto controllo democratico, come prevede il nuovo **Carbon Removal Certification Framework (CRCF)** varato dall’**Unione Europea**. Un sistema pubblico, trasparente e indipendente, potrebbe finalmente spezzare le dinamiche speculative che avevano minato la fiducia nel mercato volontario: un mercato che, pur formalmente no-profit, nel 2023 aveva superato i **due miliardi di dollari**, con enti certificatori pronti a gonfiare numeri per mantenere clienti e reputazione. Rendere questo sistema credibile e giusto non è solo una questione tecnica: è una condizione essenziale per dare alle parole “**a impatto zero**” un significato vero, e non un’illusione di marketing. > --- > > Le tecnologie per il **sequestro del carbonio**, come la **cattura diretta dall’aria (DAC)** e la **bioenergia con cattura e stoccaggio (BECCS)**, promettono di contribuire alla riduzione delle emissioni. Tuttavia, restano evidenti criticità: **costi elevati**, **enorme fabbisogno energetico**, e **difficoltà di applicazione su larga scala** ne ostacolano la diffusione reale. > > Soluzioni come la **mineralizzazione** o la **cattura industriale** sono in fase di sperimentazione avanzata, ma richiedono ulteriori innovazioni tecnologiche e valutazioni di impatto ambientale locale. > > Nel 2024, l’Unione Europea ha avviato un primo riconoscimento normativo di queste tecnologie attraverso il **Carbon Removal Certification Framework (CRCF)** e la **Carbon Management Strategy**, che definiscono criteri di qualità e tracciabilità per le rimozioni tecnologiche. > > Ma anche secondo il **Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC)**, queste soluzioni non devono essere considerate un’alternativa alla riduzione delle emissioni alla fonte. Per avere un vero impatto, sarà necessario combinare queste tecnologie con **investimenti pubblici mirati**, **politiche incentivanti**, e una **strategia di decarbonizzazione integrata**, che mantenga sempre l’obiettivo di una **riduzione diretta delle emissioni** prima di ogni forma di compensazione. > > --- ## Il boomerang del greenwashing La denuncia contro **Verra** arrivò in un momento critico per il settore della sostenibilità. Il “**greenwashing**” — cioè l’uso ingannevole di etichette e slogan pro-ambiente per migliorare l’immagine di aziende e prodotti — era già sotto accusa, ma lo scandalo Verra ne rappresentò l’apice. La fiducia nel mercato dei **crediti di carbonio**, una delle strategie più pubblicizzate nella lotta al cambiamento climatico, subì un colpo durissimo da cui ancora oggi fatica a riprendersi. Con il passare delle settimane, la notizia scatenò un effetto domino. Aziende come **Nestlé**, **Gucci** e **Shell**, che per anni avevano costruito la propria reputazione con slogan come *“carbon neutral”* e *“a impatto zero”*, iniziarono a ridurre o sospendere l’acquisto di **crediti di carbonio volontari**. Il rischio reputazionale era troppo alto: essere associati a certificazioni dubbie poteva significare perdere la fiducia di consumatori sempre più informati e critici. Il mercato crollò: tra il 2023 e il 2024 il valore dei crediti diminuì del **61%**, e in pochi mesi i prezzi si dimezzarono. L’instabilità travolse anche molte aziende coinvolte nella gestione dei progetti di compensazione. **Lucia De Salvio** osservava una gamma di reazioni molto ampia. Alcuni difendevano il sistema, sostenendo che il problema non fosse la compensazione in sé, ma la **mancanza di regole chiare e verifiche rigorose**. Altri, più radicali, chiedevano di chiudere definitivamente il mercato volontario dei crediti, giudicato un meccanismo utile solo a fornire **alibi “verdi”** alle aziende inquinanti. C’era anche chi proponeva di **abbandonare del tutto le compensazioni**, puntando unicamente sulla **riduzione diretta delle emissioni**. Nel tentativo di correre ai ripari, l’**Unione Europea** ha approvato nel 2024 la **Green Claims Directive**, una direttiva che vieta l’uso di etichette ambientali vaghe, auto-dichiarate o prive di prove. Da ora in avanti, ogni affermazione ecologica dovrà essere supportata da **dati verificabili e certificazioni indipendenti**. Di conseguenza, nel corso del 2024 si sono osservati **segnali di ripresa selettiva**: non tutti i progetti, ma solo quelli più solidi e trasparenti, hanno riconquistato la fiducia delle aziende. Si è registrato un lieve aumento dei volumi di crediti **ritirati** — ovvero crediti annullati nei registri ufficiali perché effettivamente utilizzati per compensare emissioni — con numeri che si avvicinano ai livelli del 2021. Le imprese hanno ricominciato a investire, ma con maggiore cautela. Ad esempio, **Stellantis**, **Toyota**, **Ford**, **Mazda** e **Subaru** hanno collaborato con **Tesla** per mettere in comune le loro emissioni di CO₂ e utilizzare i **crediti generati dai veicoli elettrici** di Tesla per rispettare le soglie imposte dalle normative UE per il 2025. Nonostante le sfide, il mercato dei crediti di carbonio si sta gradualmente riorientando: sostenuto da una crescente domanda di soluzioni realmente sostenibili, e da politiche pubbliche sempre più attente a garantire **integrità e responsabilità climatica**. --- > Nel mercato dei **crediti di carbonio**, il termine **“ritirati”** non è sinonimo di *“acquistati”*. Quando un’azienda o un individuo acquista un credito, questo resta attivo nel registro finché non viene **ritirato formalmente**. Il **ritiro** è l’atto di **annullamento irreversibile** del credito all’interno del registro, e rappresenta il momento in cui quel certificato viene associato alla **compensazione di una quantità precisa di emissioni**. > > Solo quando il credito è ritirato — e dichiarato come parte di una strategia climatica verificabile — può essere considerato valido ai fini della **neutralità** o della **riduzione netta**. Questo processo è essenziale per **evitare il doppio conteggio**, impedendo che lo stesso credito venga rivenduto o riutilizzato da altri attori. > > I nuovi standard europei, come il **Carbon Removal Certification Framework (CRCF)**, richiedono che ogni credito ritirato sia tracciabile, pubblicamente consultabile e collegato a un utilizzo trasparente e dichiarato. Solo così si può garantire l’**unicità della compensazione** e l’integrità del sistema. --- Lo scandalo **Verra** non ha sollevato solo questioni ideologiche ed economiche, ma ha portato alla luce anche gravi implicazioni **umane e sociali**. In **Perù**, ad esempio, sono emerse denunce documentate di **violazioni dei diritti umani** legate a progetti di conservazione certificati da Verra: sgomberi forzati, demolizioni di abitazioni, intimidazioni da parte delle autorità locali. Approfondendo l’indagine, **De Salvio** raccolse le testimonianze di famiglie costrette ad abbandonare le proprie terre ancestrali per fare spazio a progetti di “protezione ambientale” che, oltre a risultare inefficaci nella riduzione delle emissioni, **infliggevano nuove forme di ingiustizia** alle comunità locali. Mentre scriveva il suo articolo, la giornalista rifletteva sull’effetto boomerang del **greenwashing**: non solo le pratiche ingannevoli non aiutavano a raggiungere gli obiettivi dichiarati, ma rischiavano di danneggiare anche gli sforzi autentici per la giustizia climatica. Le aziende, spaventate dalla crisi di reputazione, si ritiravano in massa dal mercato dei crediti. Il pubblico, disilluso e tradito, cominciava a dubitare di ogni etichetta verde, di ogni promessa ambientale. *Lei stessa non poteva più guardare un prodotto etichettato come “a impatto zero” (carbon neutral) senza chiedersi se fosse davvero tale.* E tu, con quel pacco di biscotti *a impatto zero* tra le mani, inizi a domandarti **quali altre bugie verdi hai acquistato**. Perché la fiducia, una volta tradita, è difficile da riconquistare. Ma è proprio da questo dubbio, da questo sguardo critico, che può iniziare un cambiamento vero. ## Un esempio virtuoso: il progetto E-Power System (EPX) Proseguendo nelle sue ricerche, **Lucia De Salvio** si imbatté in due realtà agli antipodi all’interno del mondo dei **crediti di carbonio**. Da un lato, il progetto **E-Power System (EPX)**, sviluppato da **Energia Europa S.p.A.**, un’azienda italiana con sede a Zané, in provincia di Vicenza: un caso virtuoso in un panorama spesso opaco. Il sistema brevettato **EPX** è un dispositivo innovativo progettato per ridurre le **perdite e i disturbi nelle linee elettriche**, migliorando l’efficienza energetica degli impianti. Solo nel biennio 2021–2022, questo sistema ha permesso di **evitare l’emissione di 23.346 tonnellate di CO₂**, generando un equivalente numero di **crediti di carbonio certificati**. Il progetto si distingueva non solo per la solidità tecnica, ma soprattutto per il livello di **trasparenza**, la tracciabilità dei dati e l’utilizzo di tecnologie avanzate per la **verifica dell’impatto ambientale**. Un modello che anticipava molti dei criteri oggi richiesti a livello europeo dal nuovo **Carbon Removal Certification Framework (CRCF)**: misurabilità, addizionalità, assenza di doppio conteggio. In un settore ancora scosso da scandali e accuse di **greenwashing**, l’esempio di **EPX** dimostrava che una **compensazione credibile e utile è possibile**, quando si parte da basi scientifiche rigorose e da una reale volontà di cambiamento. ![Riduzione Co2](https://www.eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/La-riduzione-di-CO.png)Dall’altro lato, restavano le **ombre dei progetti di riforestazione certificati da Verra**, spesso al centro di scandali e inchieste giornalistiche. Questo confronto metteva in luce, in modo inequivocabile, che la **credibilità del mercato dei crediti di carbonio** dipende da un solo fattore decisivo: la **verifica rigorosa** e **trasparente** dei progetti. Iniziative come **EPX** dimostravano che una **compensazione efficace e credibile è possibile**, quando i progetti sono tracciabili, misurabili e sviluppati secondo criteri chiari. I **crediti “fantasma”**, al contrario, mettevano in guardia contro approcci superficiali, non verificati, o costruiti su modelli predittivi gonfiati e poco attendibili. Oggi, grazie all’introduzione di standard come i **Core Carbon Principles**, le linee guida europee del **CRCF** e la crescente attenzione dei consumatori, è sempre più evidente che non basta dichiarare l’impatto ambientale: bisogna **dimostrarlo, misurarlo e certificarlo in modo indipendente**. E anche chi acquista i crediti ha una responsabilità. Scegliere progetti affidabili, chiedere trasparenza, rifiutare etichette vuote. Perché ogni credito, come ogni promessa, deve valere davvero una tonnellata in meno di CO₂ — e non un alibi in più. ## A impatto zero o greenwashing? Ecco come capirlo Quanto conosci davvero il percorso del prodotto che scegli al supermercato? Vuoi sapere se un prodotto etichettato come **a impatto zero** (carbon neutral) è davvero affidabile? Allora non fermarti alla prima impressione e vai a fondo: ciò che conta è la **certificazione**. Solo alcune garantiscono davvero **trasparenza, verificabilità e impegno concreto**. Tra queste: **PAS 2060**, **CarbonNeutral Certification** e **Gold Standard**. Queste etichette si distinguono perché richiedono **azioni misurabili** e **piani di riduzione delle emissioni**, non si limitano a compensazioni astratte o poco trasparenti. **PAS 2060** è uno standard internazionale che va oltre il semplice bilancio di emissioni. Chiede all’azienda di definire un **piano credibile di riduzione**, con **verifiche periodiche da parte di enti indipendenti**. Non basta compensare: bisogna dimostrare progressi concreti verso la **decarbonizzazione**. La **CarbonNeutral Certification**, invece, si concentra sull’accuratezza del calcolo delle emissioni e sulla qualità dei crediti utilizzati. Per ottenerla, un’azienda deve rispettare protocolli rigorosi come il **Greenhouse Gas Protocol**, fornire **dati trasparenti** e usare **progetti di compensazione certificati e tracciabili**. Non sono ammessi progetti di dubbia efficacia o di qualità incerta. Il **Gold Standard**, infine, rappresenta una delle certificazioni più complete: non si limita ad assorbire CO₂, ma pretende che i progetti generino anche **benefici reali per le comunità locali** e **per l’ambiente**. Una riforestazione certificata Gold Standard, ad esempio, deve migliorare la vita delle popolazioni coinvolte, proteggere la biodiversità e contribuire al benessere collettivo. È un approccio **integrato e trasformativo**. Rispetto a certificazioni come il **Verified Carbon Standard (VCS)** di Verra — che si focalizzano principalmente sulla correttezza tecnica delle metriche — queste certificazioni offrono una **garanzia in più**: un approccio olistico e **verificabile** che mette al centro non solo il clima, ma anche le persone e il pianeta. In un mercato segnato da scandali e sfiducia, queste certificazioni diventano essenziali. **Premiare chi agisce con coerenza** e non si limita a slogan è un modo per ricostruire fiducia e guidare il cambiamento. ## Verra e il mercato del carbonio: una redenzione possibile? Dopo lo scandalo **Verra**, il panorama globale dei **crediti di carbonio volontari** si è frammentato. Alcuni governi hanno intensificato gli sforzi per regolamentare il mercato, mentre sempre più **organizzazioni ambientaliste** ribadiscono la priorità della **riduzione diretta delle emissioni**, rispetto al semplice ricorso alle compensazioni. In risposta alle crescenti preoccupazioni sull’**integrità del mercato**, l’**Integrity Council for the Voluntary Carbon Market (ICVCM)** ha avviato un processo di riconoscimento per i programmi di certificazione che rispettano i suoi **Core Carbon Principles (CCPs)**. Il programma **Verified Carbon Standard (VCS)** di Verra, al centro dello scandalo, non risulta ancora pienamente conforme, ma potrà esserlo solo a seguito di **modifiche sostanziali** alle sue procedure operative. Nel frattempo, **Verra** ha lanciato una consultazione pubblica per lo sviluppo della **versione 5 del VCS**, volta a rafforzare la **trasparenza**, l’**impatto climatico verificabile** e l’**usabilità del programma**. Tra le novità introdotte: la possibilità per i progetti registrati di aggiornare retroattivamente le metodologie utilizzate per la stima delle riduzioni, e una maggiore flessibilità per riquantificare i benefici climatici. Queste misure, nelle intenzioni di Verra, dovrebbero **riqualificare i propri standard** e ricostruire la fiducia nel sistema. Sotto la guida della nuova CEO, **Mandy Rambharos**, Verra ha inoltre introdotto un **approccio “risk-based”** alla verifica: i progetti vengono classificati per livello di rischio (in base a dimensione, complessità, localizzazione). Quelli ad alto rischio sono sottoposti a controlli più approfonditi; quelli a basso rischio, invece, seguono iter più snelli. L’obiettivo dichiarato è **razionalizzare le risorse**, garantendo tempi più brevi di approvazione. Tuttavia, **diversi esperti del settore** hanno espresso **preoccupazioni**: una verifica più veloce, unita alla riduzione del personale, potrebbe compromettere proprio quella **credibilità tecnica** che il VCS sta cercando di riconquistare. Il dibattito resta aperto. La domanda che emerge è più attuale che mai: *come possiamo assicurarci che le etichette “a impatto zero” (carbon neutral) riflettano una reale riduzione delle emissioni e non solo un’illusione ben confezionata?* ## Il futuro dietro il sigillo verde Siamo arrivati alla fine di questo viaggio, ma forse è proprio qui che tutto comincia. La storia che abbiamo esplorato non è solo un intreccio di **scandali, promesse tradite e meccanismi imperfetti**. È il riflesso di un mondo che cerca di affrontare la **crisi climatica**, spesso inciampando lungo il cammino. Un mondo in cui le **etichette verdi** possono rappresentare sia una **speranza concreta**, sia una **pericolosa illusione**. **Lucia De Salvio** ci ha portato dietro le quinte, svelando un sistema che troppo spesso sceglie la scorciatoia della **compensazione opaca**, anziché la strada più impegnativa della **riduzione diretta delle emissioni**. Ci ha mostrato quanto sia fragile la fiducia riposta in un mercato che, se non regolato con precisione e trasparenza, rischia di diventare un’operazione di marketing più che una leva reale per il cambiamento climatico. Ma questo non è solo un atto di denuncia: è un invito all’azione. Un’esortazione a **guardare oltre il simbolo verde**, a **pretendere verifiche, dati, standard**. A chiedere che quel sigillo non sia solo grafica accattivante, ma la prova di un impegno tangibile. Ed eccoti lì, di nuovo al supermercato. Il pacco di biscotti con l’etichetta “**a impatto zero** (carbon neutral)” tra le mani. Ti fermi a pensare: cosa significa davvero? Può bastare quel gesto per contribuire a un cambiamento reale? O forse, dietro quella promessa patinata, si cela il rischio di alimentare un sistema che perpetua il problema invece di risolverlo? La risposta non è semplice. Non lo è mai. Ma non possiamo fermarci qui. Ogni **scelta consapevole**, ogni **domanda posta alle aziende**, ogni **richiesta di trasparenza** è un passo avanti. Non dobbiamo cedere al cinismo, ma nemmeno accontentarci di mezze verità. La **sostenibilità** non è uno slogan: è un **percorso esigente**, fatto di **regole chiare**, **riduzioni concrete** e **verifiche rigorose**. È un **patto collettivo**, tra cittadini, imprese e governi. E richiede lucidità, coraggio, e determinazione. Quindi, cosa farai? Metterai quel pacco di biscotti nel carrello? Forse sì — ma con una **consapevolezza nuova**. Ora sai che puoi andare sul sito dell’azienda, verificare **quale standard di certificazione è stato utilizzato**, se si tratta di **Gold Standard, PAS 2060**, o di una semplice etichetta autoreferenziale. Ora puoi decidere con più strumenti. E questo non è un dettaglio: è l’inizio del cambiamento. Ogni acquisto è un messaggio. Ogni scelta, un segnale. Il futuro non si costruisce da solo: è fatto di gesti quotidiani, di persone che rifiutano compromessi inutili, di consumatori che trasformano il proprio potere d’acquisto in una **leva per il cambiamento reale**. È in questo sforzo collettivo, consapevole e quotidiano, che troviamo la speranza. Non sarà facile. Non sarà immediato. Ma è indispensabile. E mentre esci dal supermercato, stringendo quel pacco di biscotti, ricordati: il cambiamento non è un logo, né una parola a effetto. È un **impegno**, una **promessa da mantenere giorno dopo giorno**. Perché il futuro che desideriamo non si compra: si costruisce. Con ogni singola scelta. È una sfida dura, ma è una battaglia che vale la pena di combattere. ### **Fonti e approfondimenti** - Patrick Greenfield, *Revealed: more than 90% of rainforest carbon offsets by biggest certifier are worthless*, The Guardian, 18 gennaio 2023 () - SourceMaterial, Die Zeit, The Guardian, *The Carbon Con*, inchiesta congiunta, gennaio 2023 (https://www.source-material.org/verra-carbon-offsets) - European Commission, *Green Claims Directive – Proposal for a Directive on Substantiation and Communication of Explicit Environmental Claims*, 22 marzo 2023 ([https://environment.ec.europa.eu/publications/green-claims-proposal\_en](https://environment.ec.europa.eu/publications/green-claims-proposal_en)) - Integrity Council for the Voluntary Carbon Market (ICVCM), *Core Carbon Principles and Assessment Framework*, aprile 2023 (https://icvcm.org/wp-content/uploads/2023/03/ICVCM-Core-Carbon-Principles-v1.0.pdf) - Verra, *VCS Version 5 Public Consultation*, ottobre 2023 (https://verra.org/consultation/vcs-program-rules-version-5-public-consultation/) - European Commission, *Carbon Removal Certification Framework (CRCF)* – Proposta approvata dal Parlamento Europeo, aprile 2024 (https://climate.ec.europa.eu/eu-action/carbon-removals/carbon-removal-certification\_en) - Carbon Market Watch, *10 red flags in carbon offsetting projects*, maggio 2023 (https://carbonmarketwatch.org/publications/10-red-flags-in-carbon-offsetting-projects/) - CarbonPlan, *Evaluating forest carbon offsets*, settembre 2021 (https://carbonplan.org/research/forest-offsets-explainer) - Corporate Accountability, *The Big Con: How Big Polluters are advancing a “net zero” climate agenda to delay, deceive, and deny*, giugno 2021 (https://www.corporateaccountability.org/resources/the-big-con/) - Institute for Energy Research, *Problems with Carbon Offsets*, dicembre 2022 (https://www.instituteforenergyresearch.org/climate-change/problems-with-carbon-offsets/) - The Guardian, *The net-zero smokescreen: How carbon offsets are being used to avoid real climate action*, 2023 (https://www.theguardian.com/environment/ng-interactive/2023/jan/18/carbon-offsetting-how-the-biggest-provider-is-accused-of-selling-worthless-credits) **Categorie:** Dossier **Tag:** Ambiente & Sostenibilità, Politica & Società --- ### [Alberi nei cantieri urbani: quando la tutela esiste ma viene sistematicamente aggirata](https://eywadivulgazione.it/alberi-cantieri-urbani-tutela-aggirata/) **Published:** Febbraio 9, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Un cantiere si apre in una strada qualunque. Recinzioni arancioni, cartelli, ruspe. Al centro dell’area di lavoro, un albero. Nessuno lo abbatte. Nessuno protesta. L’albero resta lì, apparentemente salvo, mentre intorno si scava, si compatta, si passa con i mezzi pesanti. Qualche mese dopo, le foglie ingialliscono. Un anno dopo, i rami si seccano. Due anni dopo, l’albero è morto. Nessuno è colpevole: il cantiere è finito da tempo, la ditta è andata via, l’albero “era già vecchio”. Questa è la morte più silenziosa del verde urbano. Non quella che fa notizia, con le motoseghe e le proteste. È la morte che avviene mentre si costruisce, mentre si ignora, mentre si aggira una tutela che sulla carta esiste. Ed è una pratica molto più diffusa di quanto immaginiamo.## **Le regole ci sono (quasi sempre)** I regolamenti comunali del verde prevedono prescrizioni precise per i cantieri: area di rispetto radicale, recinzioni a distanza dal colletto, divieto di scavo in prossimità delle radici, responsabilità del direttore lavori. Non è folklore ambientalista: è normativa tecnica. La Strategia Nazionale del Verde Urbano lo dice chiaramente, ISPRA ha pubblicato linee guida dettagliate sul governo sostenibile del verde urbano, la norma UNI 11726:2018 definisce le competenze professionali dell’operatore arboricoltore, figura che dovrebbe essere coinvolta nelle attività a rischio per gli alberi. Il problema non è il vuoto normativo. Il problema è che queste tutele vengono sistematicamente eluse, e il meccanismo è semplice: basta che l’albero non venga formalmente abbattuto. Tutto il resto è “danno collaterale”.## **Come si aggira una tutela senza violarla** Le recinzioni arrivano “a posteriori”, dopo che i lavori sono già iniziati. I cantieri dichiarano “assenza di interferenze” con il verde, perché sulla carta nessuno tocca gli alberi. Ma intanto si scava a mezzo metro dal tronco, si compatta il terreno con i macchinari, si accumulano materiali edili sul sistema radicale. Il CNR ha documentato come il suolo compattato rappresenti una minaccia grave per la sopravvivenza degli alberi urbani: riduce l’ossigenazione, impedisce l’assorbimento idrico, blocca la crescita radicale. Non serve tagliare un albero per ucciderlo. Basta ignorarlo mentre si costruisce. Le radici sono considerate un ostacolo tecnico, non un organismo vivente da tutelare. Se interferiscono con le tubature, si tagliano. Se impediscono il passaggio dei mezzi, si schiacciano. Nessuna valutazione preventiva, nessun agronomo coinvolto, nessuna verifica post-intervento. L’albero resta in piedi, quindi formalmente la tutela è rispettata. Se poi muore sei mesi dopo è “sfortuna”. La Società Italiana di Arboricoltura tratta il danno da cantiere come tipologia tecnica specifica, con criteri di valutazione riconosciuti in ambito professionale. In ambito europeo, l’European Arboricultural Council ha prodotto linee guida dettagliate sui danni da costruzione. Non è questione di sensibilità: è scienza arboricola consolidata. Ma nei cantieri italiani, questa competenza è quasi sempre assente.## **Il vuoto dei controlli** Le norme esistono, ma chi le verifica? I controlli in corso d’opera sono rari, le competenze arboricolturali nei cantieri praticamente inesistenti. Il direttore lavori ha responsabilità formale sulla tutela del verde, ma spesso non ha gli strumenti tecnici per valutare un danno radicale. Le sanzioni sono previste, ma difficilmente applicate: come si dimostra che un albero è morto “a causa” del cantiere, se il deperimento avviene mesi dopo? Il risultato è un sistema di tutela apparente: c’è il regolamento, c’è la prescrizione, c’è l’obbligo. Ma tra il documento e la pratica c’è uno spazio enorme, dove le responsabilità evaporano. (A Genova esiste un protocollo del verde pubblico basato su dati e censimenti scientifici, eppure anche lì il divario tra teoria e pratica resta ampio). Non è un problema di cattiva volontà, è un problema di sistema: quando le competenze tecniche non sono richieste, quando i controlli non ci sono, quando le sanzioni non arrivano, la tutela diventa retorica.## **Dall’aggiramento alla foresta fantasma** Gli alberi danneggiati nei cantieri non muoiono subito. Resistono. La chioma regge ancora qualche stagione, l’apparato radicale compromesso continua a fare il suo lavoro, finché può. Poi arriva un’estate particolarmente secca, un vento forte, uno stress in più. E l’albero cede. Nessuno collega quel crollo al cantiere di due anni prima. Nessuno ricorda le ruspe, il suolo compattato, le radici recise. L’albero diventa una statistica: “esemplare vecchio”, “condizioni meteo avverse”, “fenomeno fisiologico”. Nascono così le foreste fantasma: alberi formalmente vivi, biologicamente morti, che occupano spazio urbano senza più svolgere funzioni ecosistemiche. Il cantiere, in questo processo, è il punto cieco. È lì che si consuma il danno, ma è anche il momento in cui nessuno guarda. Quando l’albero muore, il cantiere è un ricordo lontano, la ditta è andata via, le responsabilità si sono dissolte.## **La morte silenziosa** Il verde urbano non muore solo quando viene tagliato. Muore soprattutto quando viene ignorato mentre si costruisce. Quando le tutele esistono ma non vengono applicate. Quando le competenze tecniche non sono richieste. Quando i controlli sono assenti e le sanzioni improbabili. Non servono nuove norme. Servono verifiche reali, competenze presenti, responsabilità chiare. Servono cantieri dove un albero non sia un dettaglio secondario, ma un vincolo progettuale da rispettare. Servono controlli in corso d’opera, non solo dichiarazioni preventive. Serve che chi progetta un’infrastruttura urbana sappia che il verde non è un optional, ma parte del sistema. Nel prossimo dossier entreremo dentro i cantieri: strumenti legali, procedure di verifica, azioni concrete per cittadini e comitati. Perché il green si fa, non si dice. E si fa anche quando si costruisce.## **Approfondimenti Eywa** [https://eywadivulgazione.it/capitozzatura-alberi-citta/ ](https://eywadivulgazione.it/capitozzatura-alberi-citta/)Eywa, 2024 – Perché la capitozzatura è una pratica dannosa, antiscientifica e ancora diffusa nei contesti urbani italiani. [https://eywadivulgazione.it/perche-nelle-citta-italiane-tagliano-gli-alberi/ ](https://eywadivulgazione.it/perche-nelle-citta-italiane-tagliano-gli-alberi/)Eywa, 2024 – Analisi delle dinamiche politiche, amministrative e narrative che portano al taglio degli alberi in città.## **Bibliografia essenziale** **Strategia nazionale del verde urbano (Ministero dell’Ambiente) [https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/linee\_guida\_finale\_25\_maggio\_17-pdf ](https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/linee_guida_finale_25_maggio_17-pdf?utm_source=chatgpt.com)Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica – Linee guida e documenti ministeriali per la gestione sostenibile del verde urbano, strumenti per le amministrazioni e contenuti tecnici di riferimento nazionali. **Linee guida ISPRA per la forestazione urbana sostenibile [https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/manuali-e-linee-guida/linee-guida-di-forestazione-urbana-sostenibile-per-roma-capitale ](https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/manuali-e-linee-guida/linee-guida-di-forestazione-urbana-sostenibile-per-roma-capitale?utm_source=chatgpt.com)ISPRA – Manuale di linee guida sulla forestazione urbana sostenibile, con indicazioni tecniche sulla gestione degli alberi nei contesti urbani e periurbani. **ISPRA – Quaderno “I Piani comunali del verde” [https://www.isprambiente.gov.it/files2024/pubblicazioni/quaderni/quad\_as\_33\_24\_piani-verde\_def\_rev1.pdf ](https://www.isprambiente.gov.it/files2024/pubblicazioni/quaderni/quad_as_33_24_piani-verde_def_rev1.pdf?utm_source=chatgpt.com)ISPRA – Quaderno tecnico che analizza esempi di Piani comunali del verde, strumenti di pianificazione urbana per la gestione integrata del verde pubblico. **Legge 14 gennaio 2013, n. 10 – Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani [https://it.wikipedia.org/wiki/Legge\_14\_gennaio\_2013%2C\_n.\_10 ](https://it.wikipedia.org/wiki/Legge_14_gennaio_2013%2C_n._10?utm_source=chatgpt.com)Norma nazionale che disciplina aspetti quali censimento, bilancio arboreo e obblighi di piantumazione nei centri urbani (fonte enciclopedica per orientarsi nella normativa di riferimento). **European Arboricultural Council (EAC) – organizzazione professionale europea [https://en.wikipedia.org/wiki/European\_Arboricultural\_Council ](https://en.wikipedia.org/wiki/European_Arboricultural_Council?utm_source=chatgpt.com)European Arboricultural Council – organismo che collega associazioni nazionali di arboricoltura e diffonde standard e buone pratiche professionali nel campo dell’albero urbano. **Società Italiana di Arboricoltura (SIA) [https://federica-alatri.it/?p=8842 ](https://federica-alatri.it/?p=8842&utm_source=chatgpt.com)Articolo informativo sulla Società Italiana di Arboricoltura e materiali tecnici/volantini di arboricoltura urbana utili per comprendere principi e competenze tecniche della disciplina (indicativo della professionalizzazione). **UNI 11726:2018 – Qualificazione professionale operatore arboricoltore UNI – Norma tecnica che definisce le **competenze professionali dell’operatore arboricoltore**, utile per parlare di competenze e profili tecnici nei cantieri. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Tetti verdi: risparmia e salva il pianeta](https://eywadivulgazione.it/tetti-verdi-risparmia-e-salva-il-pianeta/) **Published:** Dicembre 13, 2024 **Author:** Alice Salvatore **Excerpt:** Trasformare i tetti degli edifici in giardini pensili per ottenere acqua pulita e combattere lo smog. **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *di Alice Salvatore* I tetti verdi non sono una trovata moderna, ma una soluzione antica che fonde bellezza e praticità. Gli iconici **giardini pensili di Babilonia**, attribuiti al re Nabucodonosor II intorno al 590 a.C., sono probabilmente l’esempio più affascinante di coperture vegetali dell’antichità. Pur rimanendo avvolti nel mistero e nel dibattito storico, queste meraviglie sono celebrate nei testi di autori come Strabone e Quinto Curzio Rufo, che li descrivono come vere oasi sopraelevate, adornate da alberi e piante alimentati da un ingegnoso sistema di irrigazione. Non a caso, i giardini figuravano tra le **sette meraviglie del mondo antico**, incarnando il potere, l’estro e la genialità dell’ingegneria babilonese. Il sistema idraulico che rendeva possibile tale prodigio potrebbe aver utilizzato le **viti di Archimede** o reti di canali multipli per sollevare l’acqua dal fiume Eufrate, garantendo terrazze lussureggianti anche nel clima torrido della Mesopotamia. Un trionfo della tecnica, che non solo alimentava la vegetazione ma gettava le basi per una relazione visionaria tra natura e architettura. Nonostante la loro funzione principalmente celebrativa, i giardini pensili sono oggi considerati una sorta di precursore simbolico dei tetti verdi moderni. ##### **I tetti erbosi: la risposta nordica ai rigori dell**’**inverno** ![Tetti verdi in una città](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2024/12/Tetti_Verdi1-2-1.jpg)Avanzando nei secoli, i tetti erbosi fecero la loro comparsa nelle fredde regioni del nord Europa, come Norvegia e Islanda, e in altre aree montane e rurali come le Alpi. Tra l’VIII e l’XI secolo, le popolazioni nordiche perfezionarono la tecnica di costruzione per affrontare i rigidi inverni: uno strato di corteccia di betulla sormontato da zolle di terra e vegetazione garantiva isolamento termico e acustico. Durante l’inverno, il calore si disperdeva meno, mentre in estate gli interni rimanevano freschi grazie alla capacità della vegetazione di riflettere il calore e rinfrescare attraverso l’evapotraspirazione, ovvero il processo con cui piante e terreno rilasciano acqua nell’atmosfera sotto forma di vapore. Non era solo una questione di comfort: la copertura erbosa proteggeva anche le strutture in legno dall’umidità, allungandone la vita. Le tipiche **“turf houses”** islandesi, ad esempio, combinavano fondamenta in pietra e strutture in legno ricoperte da blocchi di torba che creavano un manto erboso spesso e isolante. Oltre a resistere alle intemperie, queste case si armonizzavano con il paesaggio naturale, utilizzando materiali locali come pietre, legno e torba. Anche nelle Alpi svizzere e austriache i tetti erbosi erano una scelta comune. Qui, oltre a garantire protezione termica, contribuivano alla **stabilità del terreno** in zone collinari, prevenendo frane e smottamenti. Un esempio straordinario di adattamento dell’architettura alle esigenze del territorio. ##### **Isolamento naturale e sostenibilità: un**’**eredità riscoperta** La combinazione di terra, erba e neve era un isolamento naturale eccezionale, un’intuizione che anticipava di secoli le moderne tecnologie di risparmio energetico. La vegetazione non solo schermava dal calore estivo, ma, attraverso il processo di evapotraspirazione, contribuiva al raffreddamento naturale degli ambienti. Questi tetti erano quindi una soluzione straordinaria, semplice e perfetta per rispondere alle sfide climatiche dell’epoca. Con l’avvento del XIX secolo, i tetti erbosi lasciarono progressivamente il posto a materiali industriali, ma nel XX secolo sono stati riscoperti sia per il loro valore storico sia per il loro ruolo principe nella sostenibilità. Non si tratta solo di un omaggio al passato, ma di una scelta consapevole per affrontare le esigenze climatiche ed energetiche del presente. Da simbolo di ingegno millenario a emblema di sostenibilità, i tetti verdi continuano a ispirare, dimostrando che la natura è un’alleata preziosa dell’architettura. ### **Dai tetti erbosi alla moderna efficienza energetica** Già nel XX secolo, il celeberrimo **Le Corbusier** nericonobbe il potenziale, inserendo tetti-giardino nelle sue visionarie **“unità di abitazione”**. Non si trattava di semplici dettagli estetici, ma di un passo deciso verso edifici più efficienti e vivibili. Per Le Corbusier, lo strato di terreno dei tetti verdi offriva isolamento termico e acustico, anticipando la moderna idea di resilienza e sostenibilità. Ma oggi sappiamo che i benefici vanno ben oltre il comfort abitativo, impattando positivamente sull’intero ambiente urbano. ##### Il cuore dei tetti verdi: tecnologia al servizio della natura ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2024/12/Tetti_Verdi2-2-1.jpg)I tetti verdi contemporanei sono autentiche opere di ingegneria ambientale. La loro **struttura stratificata** integra diversi elementi per ottenere un mix di vantaggi termici, idrici e ambientali. Lo strato superficiale, composto da piante selezionate in base al tipo di tetto, si sviluppa su un substrato di terreno progettato per sostenere la vegetazione e migliorare l’isolamento. Al di sotto, un sistema drenante gestisce il deflusso delle acque piovane, mentre una membrana impermeabile protegge l’edificio da infiltrazioni. Il risultato? Un tetto che non solo isola, ma diventa una soluzione attiva per il risparmio energetico e la sostenibilità. Durante l’inverno, la combinazione di terra e piante riduce la dispersione di calore, diminuendo i consumi per il riscaldamento. Nei mesi estivi, il processo di **evapotraspirazione** — il rilascio di vapore acqueo da parte delle piante e del terreno — contribuisce a raffreddare l’aria circostante, rendendo gli interni più freschi. La vegetazione gioca un altro ruolo cruciale: migliora l’**albedo**, ovvero la capacità di una superficie di riflettere la luce e il calore. Rispetto ai tetti tradizionali, spesso scuri e altamente assorbenti, i tetti verdi riflettono una parte significativa della radiazione solare, mantenendo temperature superficiali più basse. Secondo studi dell’**ENEA** (“l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), un tetto verde può ridurre la trasmittanza termica — ovvero il passaggio di calore attraverso una superficie — di oltre il **47%** rispetto a una copertura tradizionale. ##### Comfort urbano e risparmio energetico Un tetto verde può risultare fino a **20-40°C più fresco** rispetto a una copertura tradizionale, trasformandosi in un alleato prezioso per migliorare il comfort degli ambienti interni. Tuttavia, i vantaggi non si fermano ai singoli edifici: la diffusione dei tetti verdi nelle aree urbane è in grado di abbassare la temperatura dell’aria circostante di **1-3°C**, estendendo i benefici alle zone limitrofe per decine di metri. Questo effetto è particolarmente significativo nei centri densamente popolati, dove il cosiddetto fenomeno dell’**isola di calore** amplifica il disagio estivo, rendendo il clima soffocante e poco sostenibile. L’isola di calore urbano è generata dalle superfici scure e impermeabili – come **cemento**, **asfalto** e **coperture tradizionali** – che accumulano calore durante il giorno per rilasciarlo lentamente, soprattutto nelle ore notturne. La scarsa presenza di vegetazione e la riduzione delle superfici permeabili, tipiche degli ambienti cittadini, impediscono il naturale raffrescamento fornito dall’evapotraspirazione. Il risultato è un circolo vizioso: città più calde, meno vivibili e caratterizzate da un elevato consumo di energia per il raffrescamento. I tetti verdi interrompono questa dinamica, offrendo una soluzione naturale ed efficace per riportare freschezza e vivibilità agli spazi urbani. ##### Tetti estensivi e tetti intensivi, le due principali categorie di tetti verdi Le diverse tipologie di tetti verdi rispondono a esigenze specifiche, offrendo soluzioni versatili e innovative. I **tetti estensivi**, caratterizzati da substrati leggeri e piante robuste come il *sedum*, rappresentano un’opzione perfetta per edifici con limitazioni strutturali o budget contenuti, senza rinunciare ai benefici ambientali. I **tetti intensivi**, invece, trasformano le coperture in veri e propri giardini pensili, arricchiti da arbusti e piccoli alberi. Questa vegetazione più rigogliosa non solo aggiunge valore estetico, ma garantisce anche una maggiore capacità di raffrescamento, grazie al volume vegetale più consistente che amplifica il potere di regolazione termica. ##### Gestione idrica: quando il tetto fa da serbatoio Un altro punto di forza dei tetti verdi è la loro capacità di **gestire le acque piovane**. Trattenendo una parte significativa delle precipitazioni, riducono il deflusso di superficie, alleggerendo le infrastrutture fognarie e prevenendo allagamenti. Questo aspetto è cruciale soprattutto in un’epoca in cui gli eventi meteorologici estremi, come le piogge torrenziali, sono sempre più frequenti. Le varianti più evolute, come i **tetti blu-verdi**, portano questa funzione a un livello superiore: integrano sistemi tecnologici per accumulare l’acqua piovana e riutilizzarla. Con una capacità di trattenere fino al **90% delle precipitazioni** durante gli eventi moderati, i tetti blu-verdi permettono di rilasciare l’acqua in modo controllato e graduale, prevenendo sovraccarichi e allagamenti. Inoltre, l’acqua immagazzinata può essere destinata a diversi usi come l’irrigazione o sistemi di raffrescamento evaporativo, migliorando ulteriormente la sostenibilità dell’edificio e della città. ##### Un’alternativa possibile: i tetti freddi, o riflettenti ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2024/12/Tetti_Verdi5-2-1.jpg)I **tetti riflettenti**, noti anche come *cool roofs*, sono soluzioni innovative che sfidano il sole: progettati per riflettere la maggior parte della radiazione solare e dissipare il calore, si rivelano anch’essi un’arma vincente contro il caldo. In climi torridi, riducono il consumo energetico per il raffrescamento e contribuiscono a mitigare l’effetto “isola di calore” che soffoca le città. Inoltre, richiedono normalmente un budget inferiore per l’installazione e poca manutenzione. Ma non è tutto oro quel che luccica. In climi più freschi o temperati, i tetti freddi possono giocare a sfavore: riflettendo il calore anche in inverno, aumentano i costi di riscaldamento e non offrono l’isolamento naturale che solo un tetto verde può garantire. I tetti verdi, infatti, grazie alla vegetazione, mantengono gli ambienti più freschi d’estate e più caldi d’inverno, creando un microclima ideale tutto l’anno. La scelta dipende dunque dal clima e dalle necessità dell’edificio. ### Tetti verdi e fotovoltaico: una sinergia che sorprende L’integrazione fra tetti verdi e pannelli fotovoltaici offre un’interessante sinergia capace di valorizzare entrambi i sistemi in modo inatteso. I tetti verdi, grazie alla loro capacità di ridurre le temperature superficiali creano un microclima più fresco che migliora il rendimento dei pannelli fotovoltaici. Questi ultimi, pur essendo progettati per catturare la luce solare, vedono spesso ridursi la propria efficienza a causa del surriscaldamento: un effetto paradossale legato alla loro stessa funzione. La presenza del tetto verde, non solo incrementa la produzione energetica rendendo i pannelli efficienti in maniera costante, ma contribuisce anche a preservarne i materiali, riducendone il degrado termico e prolungandone la durata. Parallelamente, i pannelli fotovoltaici forniscono ombreggiamento alla vegetazione sottostante, favorendone la crescita e aumentando la resilienza del tetto verde. ##### Una soluzione versatile per le città del futuro I tetti verdi offrono un’ampia gamma di **servizi ecosistemici** che arricchiscono la qualità della vita urbana, coniugando efficienza, sostenibilità e benessere. Creano habitat sicuri per piante, insetti impollinatori come api e farfalle, e persino uccelli, favorendo il ripristino di ecosistemi frammentati e rafforzando la biodiversità in contesti urbani spesso privi di spazi verdi. Allo stesso tempo, purificano l’aria, catturando anidride carbonica e polveri sottili, contribuendo così a un ambiente più sano e respirabile. La loro struttura, inoltre, funge da barriera naturale contro l’inquinamento acustico, riducendo significativamente il rumore nelle aree ad alta densità abitativa. Con questa straordinaria capacità di integrare natura e tecnologia, i tetti verdi si affermano come strumenti fondamentali per trasformare le città in spazi più vivibili, dove la sostenibilità non è solo un obiettivo, ma una realtà tangibile. ##### Potenti alleati contro il caro bollette: i benefici economici Immaginiamo un tetto che oltre a ripararci dalle intemperie, a raffrescare e purificare l’aria intorno a noi, ad essere un valore aggiunto di bellezza nella nostra città, ci aiuta anche a ridurre le bollette e a vivere meglio. I tetti verdi sono alleati perfetti contro il caro energia. Pensiamo a quanto sarebbe piacevole avere una casa fresca d’estate e accogliente d’inverno, senza che la bolletta ci faccia sobbalzare. E i vantaggi economici non finiscono qui, perché i tetti verdi non solo riducono i costi, ma aggiungono valore immobiliare agli edifici, migliorandone l’efficienza energetica e, con un po’ di pazienza, restituiscono l’investimento iniziale profondendo ulteriori benefici economici negli anni a venire. È un’unione perfetta tra comfort, sostenibilità e risparmio, capace di trasformare uno spazio abitativo in una risorsa strategica per affrontare le sfide quotidiane e costruire un futuro più solido. Ma vediamo i numeri. In una tipica abitazione di **100 metri quadrati** situata in un clima temperato, il risparmio energetico estivo può raggiungere il **30%**, con una riduzione del carico termico fino al **26%**, grazie alla combinazione di ombreggiamento naturale ed evapotraspirazione. Che si traduce in temperature estive interne più fresche di **2-3 gradi**. Anche in inverno i tetti verdi giocano un ruolo cruciale, poiché limitano la dispersione di calore, i costi di riscaldamento si riducono tra il **10% e il 25%**, con risultati più marcati nei sistemi di tetti verdi intensivi, dotati di substrati spessi e vegetazione rigogliosa. ##### Una scelta versatile e sostenibile I tetti verdi si adattano a un’ampia gamma di contesti e necessità. In edifici con isolamento termico carente, rappresentano una soluzione efficace per ridurre le dispersioni, mentre in costruzioni già efficienti offrono un valore aggiunto in termini di sostenibilità. La loro versatilità li rende particolarmente utili sia in climi temperati che freddi, dove massimizzano il comfort interno. Oltre a vantaggi energetici, integrano eleganza architettonica e innovazione tecnologica, promuovendo un equilibrio armonioso tra efficienza e rispetto ambientale. ##### **Risparmio e ritorno sull**’**investimento** In uno scenario ipotetico di un’abitazione che sorge in una fascia climatica temperata, come l’Italia, l’analisi comparativa tra un edificio con tetto verde e uno con copertura tradizionale evidenzia vantaggi significativi per il primo. Con un tetto verde estensivo, il tetto verde “base” (con un substrato da **5-10 cm**), il risparmio sul riscaldamento invernale può oscillare tra il **10% e il 25%**, mentre il fabbisogno energetico estivo si riduce di circa **26%**. Il **ROI (Return on Investment)** è altrettanto interessante: l’investimento iniziale può essere ammortizzato infatti in **10-15 anni**, tenendo conto di variabili come il contesto climatico, la tipologia del tetto e gli incentivi fiscali. Il tasto dolente sono i costi di installazione, che per un tetto verde si aggirano tra i **50 e 100 €/mq** per i sistemi **estensivi**, e tra i **120 e 200 €/mq** per i sistemi **intensivi**, con un investimento complessivo di **5.000-10.000 €** o **12.000-20.000 €** per una superficie di 100 mq. Sebbene i tetti tradizionali abbiano costi iniziali decisamente inferiori (**30-80 €/mq**), la maggiore durata dei tetti verdi (**40-50 anni**, contro i **20-30 anni** delle coperture tradizionali) e il risparmio energetico li rendono una scelta vantaggiosa nel lungo termine. Inoltre, i costi di manutenzione, pur variabili, rimangono contenuti per i sistemi estensivi, circa **1-5 €/mq/anno** contro i **5-20 €/mq** annui per i sistemi intensivi. ##### Valorizzazione economica degli immobili: un tetto verde che fa crescere il valore I tetti verdi non si limitano a offrire risparmi energetici e benefici ambientali: sono anche un investimento strategico per aumentare il valore degli immobili. Lo studio di Arluno parla chiaro: le coperture verdi possono far lievitare il valore di mercato degli edifici fino a **734 euro al metro quadrato**, superando di gran lunga i costi di installazione, stimati nel caso di Arluno intorno a **157 euro/mq**, e quelli di manutenzione, pari a circa **5 euro/mq all**’**anno**. Un così alto incremento di valore non è casuale. Gli edifici dotati di tetti verdi sono giustamente percepiti come moderni, sostenibili e innovativi: caratteristiche sempre più apprezzate sia dai singoli acquirenti che dagli investitori immobiliari. L’edificio con tetto verde dimostra di essere più competitivo sul mercato rispetto a una struttura equivalente con una copertura tradizionale. Oltre a migliorare le prestazioni energetiche, il tetto verde ha portato a un aumento diretto del valore di mercato, rendendolo una scelta vincente anche dal punto di vista finanziario. In un mercato immobiliare sempre più attento alla sostenibilità e all’efficienza, i tetti verdi offrono un vantaggio che va ben oltre il risparmio energetico: sono un vero e proprio asset che trasforma gli edifici in opportunità di valore, per oggi e per il futuro. ### Esempi in contesti geografici e climatici diversi I tetti verdi non conoscono confini geografici o climatici: che si tratti di un clima temperato, continentale o persino arido, questa tecnologia dimostra ovunque la sua efficacia economica e ambientale. Gli esempi internazionali lo confermano, mostrando come tali interventi possano adattarsi e portare benefici concreti anche nelle situazioni più diverse. ##### New York: efficienza urbana in una metropoli densamente popolata ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2024/12/Tetti_Verdi6-2-1.jpg)Nel cuore di Manhattan, l’enorme edificio Morgan Processing and Distribution Center delle Poste ha trasformato un tetto di **un ettaro** in uno spazio verde, con risultati sorprendenti. L’intervento ha ridotto le infiltrazioni d’acqua del **75% in estate** e del **40% in inverno**, oltre a garantire un risparmio energetico annuale di **30.000 dollari**, principalmente legato all’aria condizionata estiva. Ma non è tutto: il tetto verde ha anche contribuito a migliorare la qualità dell’aria e a ridurre le emissioni di CO₂, dimostrando che anche in una città caotica e affollata come New York, queste soluzioni possono fare la differenza, migliorando sia l’efficienza energetica sia la sostenibilità complessiva. ##### Atene: temperature sotto controllo e consumi dimezzati Nella calda capitale greca, l’edificio del Ministero dell’Economia e delle Finanze è un altro esempio virtuoso. Dal **2008**, una porzione di tetto di **650 mq** è stata trasformata in giardino pensile, riducendo i consumi di energia elettrica per il raffrescamento estivo di **3.600 € all**’**anno** e quelli di combustibile per il riscaldamento invernale di **2.030 €**, per un risparmio complessivo di **5.630 € all**’**anno**. L’impatto termico è impressionante: la temperatura estiva sotto il tetto verde è di **37°C**, ben **18°C** in meno rispetto ai locali coperti da una struttura tradizionale. L’ultimo piano dell’edificio, più esposto al calore esterno, ha registrato un **dimezzamento dei consumi energetici**. Questo progetto è nato con un chiaro obiettivo: incoraggiare sia edifici pubblici sia privati ad adottare soluzioni simili. ##### Salt Lake City: una scelta vincente anche nei climi aridi Negli Stati Uniti, il tetto verde dello Skaggs Pharmacy Building dell’Università dello Utah ha dimostrato che questa tecnologia funziona anche nei climi più secchi. Comparando tre tipi di coperture (verde, riflettente e tradizionale) su un ciclo di **40 anni**, il tetto verde si è rivelato il più conveniente nel lungo periodo. Nonostante un costo iniziale maggiore, ha garantito risparmi energetici significativi e una maggiore protezione della membrana impermeabilizzante, prolungandone la durata. Il ritorno sull’investimento (ROI) è stato raggiunto in **27 anni**, un tempo certamente più lungo rispetto al contesto temperato italiano (stimato in un range tra i 10 e i 15 anni), ma comunque vantaggioso. In un clima arido, l’ombreggiatura naturale e il raffreddamento evapotraspirativo offerti dal tetto verde si sono rivelati fondamentali per ridurre i costi di raffrescamento. ##### Basilea: un modello europeo all’**avanguardia** In Europa, **Basilea** si distingue come capitale dei tetti verdi, con una **superficie verde di** **5,71 m² per abitante**, la più alta al mondo. Grazie a regolamenti edilizi lungimiranti introdotti dagli anni ’90 e rafforzati nel **2010**, con l’obbligo di installare tetti verdi su tutte le coperture piane, la città ha rivoluzionato la gestione urbana. I vantaggi includono una riduzione dei costi energetici degli edifici e una migliore gestione delle acque piovane. Gli incentivi locali hanno ulteriormente favorito l’adozione di questa tecnologia, abbattendo i costi iniziali per i proprietari e accelerando la diffusione su larga scala. Basilea è oggi un esempio di come la pianificazione strategica e il sostegno pubblico possano fare la differenza nel promuovere soluzioni sostenibili. Questi esempi, da New York ad Atene, da Salt Lake City a Basilea, dimostrano che i tetti verdi sono una soluzione versatile e vincente nei contesti climatici e geografici più disparati. Che si tratti di migliorare l’efficienza energetica, abbattere i costi o rendere le città più sicure e sostenibili, gli interventi continuano a dimostrare il loro potenziale trasformativo. ### Incentivi e benefici complementari Gli incentivi fiscali rendono i tetti verdi ancora più attraenti. L’**Ecobonus** consente una detrazione fino al **65%** per interventi di efficientamento energetico, mentre il **Bonus Verde** offre un’ulteriore detrazione del **36%** per la sistemazione a verde. A ciò si aggiungono benefici come l’isolamento acustico, la resistenza agli eventi atmosferici e la protezione della guaina impermeabilizzante, che può durare fino a **tre volte di più** rispetto a un tetto tradizionale. Tuttavia, guardando agli esempi virtuosi di altre realtà internazionali, sarebbe auspicabile un ulteriore rafforzamento delle politiche di sostegno pubblico. Incrementare gli incentivi economici e promuovere normative più ambiziose, come l’obbligo di installare coperture verdi su edifici nuovi o ristrutturati, potrebbe ampliare significativamente l’adozione di questa tecnologia, con ricadute positive su sostenibilità ambientale, risparmio energetico e qualità della vita urbana. Investire in politiche innovative e lungimiranti consentirebbe all’Italia di consolidare il proprio impegno verso un futuro più verde e resiliente. ##### Risparmi collettivi diretti L’adozione dei tetti verdi offre una serie di benefici significativi anche per la collettività. Vediamo come queste strutture possano rappresentare un investimento vantaggioso per cittadini e amministrazioni. Secondo uno studio condotto a **Bologna**, i tetti verdi estensivi possono **trattenere in media fino al 54% delle precipitazioni** durante i mesi invernali. Questo significa che oltre la metà dell’acqua piovana viene assorbita direttamente dalla struttura del tetto, riducendo significativamente il volume d’acqua che altrimenti sovraccaricherebbe la rete fognaria. In contesti urbani, la gestione delle acque meteoriche comporta costi stimati intorno ai 15 euro per metro quadrato. Pertanto, l’adozione di tetti verdi estensivi può generare un **risparmio medio di circa 8,10 euro per metro quadrato**, diminuendo la quantità d’acqua che necessita di smaltimento attraverso le infrastrutture fognarie. Anche se questi valori sono specifici per l’area geografica e il clima di Bologna, e per il tipo di tetto verde analizzato, forniscono un’indicazione generale dell’impatto economico positivo che i tetti verdi possono avere sulla gestione idrica urbana, suggerendo potenziali benefici anche in altre regioni con condizioni climatiche e infrastrutturali diverse. Per non parlare del fatto che utilizzando tetti verdi di tecnologia più avanzata, come i tetti blu-verdi, il risultato sarebbe ancora più sorprendente. Le amministrazioni pubbliche, risparmiando sui costi legati alla costruzione e alla manutenzione della rete fognaria, possono reindirizzare risorse verso altri servizi essenziali per la comunità. È un esempio concreto di come soluzioni naturali e sostenibili possano portare benefici tangibili e misurabili a tutta la società. Oltre all’impatto economico diretto, va considerato naturalmente l’effetto sulla qualità della vita. Ridurre il carico della rete fognaria significa meno rischi di allagamenti urbani, una gestione più sicura delle emergenze meteorologiche e, in definitiva, una città più resiliente. Un tetto verde diventa così un simbolo di un futuro sostenibile, dove l’innovazione sposa l’efficienza economica per il bene comune. ##### Risparmio idrico e gestione delle acque piovane Un aspetto economico cruciale dei tetti verdi è la loro capacità di trattenere l’acqua piovana, riducendo il deflusso superficiale fino all’80% (90% per i tetti blu-verdi). Questa funzione non solo riduce il rischio di allagamenti, ma permette anche di riutilizzare l’acqua accumulata per scopi come l’irrigazione o la pulizia degli spazi comuni. Questo vantaggio diventa particolarmente rilevante in contesti urbani, dove le infrastrutture di drenaggio spesso non riescono a gestire precipitazioni intense. I tetti verdi alleviano il carico sui sistemi fognari, contribuendo a ridurre i costi associati alla gestione delle emergenze idriche. ### Le città spugna, le città del futuro Nel quartiere di **Buiksloterham ad Amsterdam**, il progetto **RESILIO** ha implementato tetti blu-verdi per affrontare le sempre più frequenti piogge torrenziali. Grazie a questi sistemi avanzati, i tetti sono stati in grado di trattenere fino al 90% delle precipitazioni, riducendo il rischio di allagamenti e alleggerendo il carico sulle fognature. L’acqua accumulata viene poi riutilizzata per scopi pratici, come l’irrigazione e la pulizia degli spazi urbani, dimostrando l’efficacia di questa tecnologia nella gestione sostenibile delle risorse idriche. Secondo l’**ENEA**, i tetti verdi e le pareti verdi possono contribuire in modo significativo a ridurre l’effetto isola di calore urbano e migliorare l’efficienza energetica degli edifici. Questo approccio è particolarmente utile nelle aree densamente urbanizzate, dove le superfici vegetate scarseggiano e l’energia termica tende a intrappolarsi nell’ambiente costruito. ##### Contrastare il clima estremo: il caso del calore urbano Un altro effetto straordinario dei tetti verdi è la loro capacità di abbassare le temperature urbane. Nelle città densamente popolate, il fenomeno dell’**isola di calore urbano** fa salire le temperature anche di 5-7°C rispetto alle zone rurali circostanti, amplificando gli effetti delle ondate di calore. Progetti sperimentali, come quelli condotti nel quartiere **Battery Park City a New York**, hanno dimostrato che i tetti verdi possono ridurre le temperature superficiali dei tetti di oltre 30°C, con un impatto positivo non solo sul comfort degli edifici, ma anche sul raffreddamento generale dell’aria circostante. Questa riduzione delle temperature urbane può contribuire a mitigare l’intensità dei fenomeni atmosferici violenti, che spesso si alimentano dell’energia termica accumulata. Stoccolma, ad esempio, ha introdotto tetti verdi sugli edifici pubblici e privati per contrastare le ondate di calore e migliorare la resilienza della città alle variazioni climatiche estreme. I benefici di questa strategia sono visibili anche nella riduzione dei danni provocati dai temporali, sempre più frequenti e intensi. ##### Un antidoto al cambiamento climatico e un rifugio per la natura Oltre a gestire l’acqua e ridurre le temperature, i tetti verdi offrono una soluzione straordinaria per mitigare gli impatti a lungo termine del cambiamento climatico. La città di **Toronto**, ad esempio, ha introdotto l’obbligo di installare tetti verdi su tutti gli edifici pubblici di nuova costruzione, con risultati tangibili in termini di riduzione del consumo energetico e miglioramento della qualità della vita urbana. Durante una delle estati più calde mai registrate, molti edifici dotati di tetti verdi hanno ridotto sensibilmente il ricorso ai sistemi di condizionamento, contribuendo così al risparmio energetico. Anche secondo studi riportati da esperti in sostenibilità, i tetti verdi offrono numerosi vantaggi ambientali. Oltre a migliorare l’estetica urbana, aiutano a purificare l’aria e favoriscono la biodiversità, creando microhabitat per insetti impollinatori come api e farfalle. È il caso di **Basilea**, dove i tetti verdi sono stati progettati con specie vegetali mirate a sostenere la fauna urbana e a contrastare la perdita di biodiversità, una priorità crescente nelle città moderne. I tetti verdi e blu-verdi rappresentano una pietra angolare nella transizione verso città più resilienti e sostenibili. La loro integrazione nell’urbanistica moderna non solo contribuisce a mitigare gli effetti del cambiamento climatico ma arricchisce la qualità della vita, trasformando gli spazi urbani in luoghi più verdi, accoglienti e umani, garantendo al contempo cospicui risparmi e un investimento più duraturo. In un’epoca in cui gli eventi climatici estremi sono destinati a diventare sempre più frequenti, soluzioni come i tetti verdi si impongono come strumenti strategici per progettare quartieri capaci di resistere alle sfide ambientali e prosperare in armonia con la natura. Con un sapiente mix di politiche lungimiranti, innovazione tecnologica e sensibilizzazione collettiva, possiamo immaginare un futuro dove le tempeste perdono la loro forza distruttiva, l’aria diventa più pura e le città si trasformano in rifugi freschi e accoglienti. È tempo di reinventare il paesaggio urbano, spezzando il dominio dell’asfalto e del cemento per fare spazio a veri ecosistemi pulsanti, in cui natura e progresso trovano un nuovo e armonioso equilibrio. ***Fonti:*** 1. **Adilkhanova, I.**, & **Santamouris, M.** (2024). Resilient cities: The role of green infrastructure. *Nature Cities*, 1(4), 278–292. Disponibile all’indirizzo: . 2. **Adilkhanova, I.**, **Santamouris, M.**, & **Yun, G. Y.** (2024). Global assessment of the cooling potential of green roofs. *Nature Cities*, 1(3), 238–249. Disponibile all’indirizzo: . 3. **Brenneisen, S.**, & **Baumann, N.** (2017). Green roofs in Basel, Switzerland: Combining mitigation and adaptation measures. *Climate-ADAPT*. European Environment Agency. Disponibile all’indirizzo: . 4. **Campiotti, C. A.**, **Azzolini, G.**, **Consorti, L.**, **Giagnacovo, G.**, & **Scoccianti, M.** (2021). Tetti verdi negli edifici: una soluzione sostenibile. *ENEA*. Disponibile all’indirizzo: . 5. **Dunnett, N.** (2013). Green roofs: Their design and benefits. *Italus Hortus*, 20(3), 45–52. Disponibile all’indirizzo: [http://www.italushortus.it/phocadownload/review/review\_13/06.dunnet.pdf](http://www.italushortus.it/phocadownload/review/review_13/06.dunnet.pdf). 6. **Fantozzi, F.**, **Bibbiani, C.**, & **Gargari, C.** (2014). Analisi del comportamento energetico di un fabbricato-tipo in assenza/presenza di tetto/parete verde per ottimizzare l’efficienza energetica degli edifici in area urbana. *Report RdS/PAR2013/136*. ENEA. Disponibile all’indirizzo: [https://www2.enea.it/it/Ricerca\_sviluppo/documenti/ricerca-di-sistema-elettrico/edifici-pa/2013/rds-par2013-136.pdf](https://www2.enea.it/it/Ricerca_sviluppo/documenti/ricerca-di-sistema-elettrico/edifici-pa/2013/rds-par2013-136.pdf). 7. **Jamei, E.**, **Chau, H.W.**, **Seyedmahmoudian, M.**, **Saad Mekhilef, S.**, & **Alzahraa Sami, F.** (2023). Green roof and energy – role of climate and design elements in hot and temperate climates. *Heliyon*, 9(5), e15917. Disponibile all’indirizzo: . 8. **Musacchio, A.**, & **Zinzi, M.** (2015). Tetti verdi in città: Vantaggi e soluzioni. *Legnoarchitettura*, 4, 54–55. Disponibile all’indirizzo: [https://www.researchgate.net/publication/277140584\_Tetti\_verdi\_in\_citta\_Vantaggi\_e\_soluzioni](https://www.researchgate.net/publication/277140584_Tetti_verdi_in_citta_Vantaggi_e_soluzioni). 9. **Nurmi, V.**, **Votsis, A.**, **Perrels, A.**, & **Lehvävirta, S.** (2013). Cost-benefit analysis of green roofs in urban areas: case study in Helsinki. *Finnish Meteorological Institute Reports*, 2013(2). Disponibile all’indirizzo: . 10. **Pignatta, C. A.**, & **Santamouris, M.** (2018). Monitoraggio e simulazione dinamica di un edificio pilota dotato di tetto verde. *AiCARR Journal*, 58(6), 34–45. Disponibile all’indirizzo: . 11. **Pumo, D.**, **Francipane, A.**, **Alongi, F.**, & **Noto, L.** (2020). Tetti verdi multistrato per lo sviluppo sostenibile di città resilienti: quattro casi studio italiani. *IRIS – Università degli Studi di Palermo*. Disponibile all’indirizzo: . 12. **Rowe, P.**, & **Miller, J.** (2011). Evaluating the benefits of green roofs for urban sustainability. *WIT Press Journal*, 6(2), 46–51. Disponibile all’indirizzo: [https://www.witpress.com/Secure/ejournals/papers/D&NE060204f.pdf](https://www.witpress.com/Secure/ejournals/papers/D&NE060204f.pdf). 13. **Salvo, F.**, **Piro, P.**, **Nigro, G.**, & **De Ruggiero, M.** (2017). Modello economico di stima dei tetti verdi negli edifici residenziali. *Valori e Valutazioni*, 18, 81–92. Disponibile all’indirizzo: [https://siev.org/wp-content/uploads/2020/02/10\_Salvo-et-al.pdf](https://siev.org/wp-content/uploads/2020/02/10_Salvo-et-al.pdf). 14. **Santamouris, M.** (2017). Isolamento termico dei tetti verdi. Disponibile all’indirizzo: [https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/eu-st01.ext.exlibrisgroup.com/39UBZ\_INST/storage/alma/6C/9C/D7/60/DB/55/37/E8/13/E4/10/BC/61/52/01/F2/Isoledicaloreetettiverdi\_2021-11-11.pdf](https://s3.eu-central-1.amazonaws.com/eu-st01.ext.exlibrisgroup.com/39UBZ_INST/storage/alma/6C/9C/D7/60/DB/55/37/E8/13/E4/10/BC/61/52/01/F2/Isoledicaloreetettiverdi_2021-11-11.pdf). 15. **Simon, M.** (2024, 22 aprile). Blue-green roofs: Amsterdam’s sponge city project. *WIRED*. Disponibile all’indirizzo: . 16. **Simonato, A.** (2015). Green roofs: Thermal and hydrological analysis. Tesi di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Padova. Disponibile all’indirizzo: [https://thesis.unipd.it/bitstream/20.500.12608/19498/1/Simonato%2C\_Alessandro.pdf](https://thesis.unipd.it/bitstream/20.500.12608/19498/1/Simonato,_Alessandro.pdf). 17. **Stefanizzi, P.** (2015). Tetto verde e tetto freddo per il risparmio energetico ed il comfort. “I Quaderni dell’Ambiente e dell’Energia”, 4, 15–20. Disponibile all’indirizzo: [https://www.researchgate.net/publication/304737451\_Tetto\_verde\_e\_tetto\_freddo\_per\_il\_risparmio\_energetico\_ed\_il\_comfort](https://www.researchgate.net/publication/304737451_Tetto_verde_e_tetto_freddo_per_il_risparmio_energetico_ed_il_comfort). 18. **Wu, T.**, & **Smith, R. E.** (2011). Green roofs: Sustainability and efficiency. *International Journal of Design & Nature and Ecodynamics*, 6(2), 122–138. Disponibile all’indirizzo: [https://d1wqtxts1xzle7.cloudfront.net/30449103/ATI1201110V2\_STAMPATO\_IN\_ATTI-libre.pdf](https://d1wqtxts1xzle7.cloudfront.net/30449103/ATI1201110V2_STAMPATO_IN_ATTI-libre.pdf). *Questo articolo è finanziato con capitali privati del Gruppo Trizio. Nessun conflitto di interessi da segnalare.* **Categorie:** Dossier **Tag:** Ambiente & Sostenibilità, Scienza & Tecnologia --- ### [Dissesto idrogeologico: perché i fondi ci sono ma la prevenzione non parte](https://eywadivulgazione.it/dissesto-idrogeologico-fondi-prevenzione/) **Published:** Febbraio 6, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Piove forte, non fortissimo. Le strade si allagano, i fiumi esondano, le frane partono. Qualcuno dichiara lo stato di emergenza, qualcun altro chiede fondi straordinari, un terzo rilascia interviste sul cambiamento climatico. Tutto vero, tutto già visto. E tutto, sistematicamente, inutile a evitare che la stessa scena si ripeta sei mesi dopo, un anno dopo, sempre uguale. Il dissesto idrogeologico in Italia non è un problema imprevisto: è un rischio noto, mappato, studiato e finanziato. Eppure continua a fare danni come se fosse la prima volta. La domanda non è «perché piove troppo», ma «perché il sistema non funziona mai». Non si tratta di singoli casi sfortunati o di territori “più fragili di altri”: è lo stesso schema che si ripete ovunque, con nomi e geografie diverse. ## **Le mappe esistono, i dati pure** Le mappe esistono da decenni. I piani di assetto idrogeologico hanno delimitato con precisione millimetrica le aree a rischio frana e alluvione. ISPRA pubblica rapporti dettagliati su quanto territorio italiano sia esposto al dissesto: percentuali altissime, dati pubblici, accessibili a chiunque voglia consultarli. Le autorità di bacino distrettuali hanno classificato le zone P3, P4, R3, R4 con rigore tecnico. Non siamo davanti a un problema di ignoranza: sappiamo esattamente dove il rischio è maggiore, quali versanti sono instabili, quali corsi d’acqua esondano per primi. Il problema è che questa conoscenza non diventa mai decisione. Le mappe restano nei cassetti, anche se paradossalmente sono pubbliche, i piani nei portali istituzionali, i rapporti nelle biblioteche tecniche. E quando arriva la pioggia, ci comportiamo come se nessuno avesse mai visto quei dati. ## **La prevenzione invisibile che non fa notizia** La prevenzione vera non è l’opera spettacolare che inaugura il ministro: è il lavoro continuo, invisibile, quotidiano. È la manutenzione dei tombini, la pulizia dei fossi, il controllo dei corsi d’acqua minori, la gestione dei versanti instabili. È il collegamento tra manutenzione ordinaria e programmazione straordinaria, tra intervento urbano e gestione del territorio. Quando salta la manutenzione, salta tutto il resto. Le caditoie intasate diventano allagamenti, i fossi non ripuliti diventano torrenti improvvisati, le frane mappate ma non presidiate diventano emergenze. La prevenzione strutturale parte dalla cura costante del territorio, non dal cantiere milionario che arriva dopo il disastro. Ma la cura costante è politicamente invisibile, non produce inaugurazioni, non fa notizia. E quindi non viene fatta. ## **I fondi ci sono, il metodo no** I fondi ci sono. Negli ultimi anni le risorse destinate al dissesto idrogeologico sono aumentate: PNRR, fondi europei, programmazione nazionale, bandi regionali. Il problema non è la mancanza di soldi, ma la loro mancata trasformazione in prevenzione reale. I tempi di progettazione sono lunghissimi, le competenze frammentate tra enti diversi, le procedure burocratiche così complesse da paralizzare anche i progetti finanziati. Le risorse arrivano, ma non diventano cantieri utili. O diventano interventi scollegati, progettati senza una visione d’insieme, che risolvono un problema locale creandone uno più a valle. La Corte dei Conti ha documentato ritardi sistematici nell’attuazione degli interventi PNRR, criticità procedurali, incapacità di spesa. Non è un problema di budget: è un problema di metodo. ## **L’assenza di regia come problema politico** Il vero collo di bottiglia è l’assenza di regia. Manca una programmazione coerente, una continuità amministrativa, una responsabilità politica misurabile nel tempo. Gli interventi sono scollegati, i bandi cambiano a ogni governo, le priorità si ridefiniscono ogni volta che cambia la maggioranza. Il risultato è un paradosso: i fondi arrivano, ma non costruiscono un sistema. Ogni intervento resta un episodio isolato, senza connessione con gli altri, senza una logica complessiva. La responsabilità non è meteorologica: è politica e amministrativa. E finché manca una regia stabile, capace di trasformare le risorse in una strategia di lungo periodo, il dissesto continuerà a essere gestito come una sequenza infinita di emergenze separate. ## **L’emergenza come modello di governo** L’emergenza, in Italia, è diventata un modello di governo. L’emergenza consente deroghe, commissariamenti, interventi rapidi. L’emergenza giustifica tutto, assolve tutti, sposta l’attenzione dal fallimento della prevenzione alla necessità della ricostruzione. Ma l’emergenza non previene il disastro successivo. Anzi, lo alimenta: ogni volta che si ricostruisce senza prevenire, si prepara il terreno per la prossima alluvione, la prossima frana, il prossimo stato di emergenza. Finché l’emergenza resta il modello, la prevenzione resterà un’eccezione. E il dissesto continuerà a fare danni, prevedibili e prevenibili, come se fossero calamità naturali inevitabili. ## **Prevenire è una scelta politica** Prevenire non è impossibile: è scomodo. Richiede metodo, continuità, manutenzione costante, responsabilità politica misurabile nel tempo. Richiede di investire in interventi invisibili che non faranno mai notizia, di mantenere una regia amministrativa coerente attraverso i cambi di governo, di costruire un sistema invece di moltiplicare gli episodi. Il dissesto idrogeologico non è una calamità naturale inevitabile: è una cartina di tornasole della qualità della governance. E finché continueremo a gestirlo come una sequenza di emergenze, invece che come un problema strutturale da prevenire, continueremo a contare i danni dopo ogni pioggia, a dichiarare stati di emergenza, a chiedere fondi straordinari. Sapendo già che tra sei mesi ricomincia tutto da capo. ## **Approfondimenti Eywa** [https://eywadivulgazione.it/caditoie-tombini-manutenzione-allagamenti/](https://eywadivulgazione.it/caditoie-tombini-manutenzione-allagamenti/?utm_source=chatgpt.com) Eywa, *Caditoie e tombini: la manutenzione che nessuno vede*. Analisi del ruolo della manutenzione ordinaria nella prevenzione degli allagamenti urbani e del suo sistematico abbandono politico. [https://eywadivulgazione.it/perche-citta-italiane-allagano-piogge-normali/](https://eywadivulgazione.it/perche-citta-italiane-allagano-piogge-normali/?utm_source=chatgpt.com) Eywa, *Perché le città italiane continuano ad allagarsi (anche quando piove “normalmente”)*. Lettura strutturale del dissesto urbano oltre la narrazione emergenziale e meteorologica. [https://eywadivulgazione.it/pnrr-dissesto-sicilia-niscemi-esclusa-rischio-p4-r4/](https://eywadivulgazione.it/pnrr-dissesto-sicilia-niscemi-esclusa-rischio-p4-r4/?utm_source=chatgpt.com) Eywa, *PNRR e dissesto idrogeologico: quando i fondi non seguono il rischio*. Caso studio sull’allocazione delle risorse e sulle distorsioni della programmazione. ## **Bibliografia essenziale** ISPRA, Rapporti sul dissesto idrogeologico in Italia. Dati ufficiali su frane, alluvioni e percentuale di territorio esposto al rischio. https://www.isprambiente.gov.it/it/progetti/suolo-e-territorio/piani-di-assetto-idrogeologico ISPRA e Autorità di Bacino Distrettuali, *Piani di Assetto Idrogeologico (PAI)*. Mappatura delle aree a rischio P3–P4 e R3–R4 utilizzata come base tecnica per la pianificazione. Corte dei Conti, Relazioni sullo stato di attuazione del PNRR. Analisi dei ritardi, delle criticità procedurali e della capacità di spesa degli enti attuatori. https://www.mase.gov.it/pagina/dissesto-idrogeologico Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Documentazione istituzionale su fondi, programmi e strategie nazionali per la prevenzione del dissesto idrogeologico. European Environment Agency, *Climate adaptation and flood risk*. Inquadramento europeo sul rischio idrogeologico e sulle politiche di adattamento. **Categorie:** Attualità --- ### [Perché le città italiane continuano ad allagarsi (anche quando piove “normalmente”)](https://eywadivulgazione.it/perche-citta-italiane-allagano-piogge-normali/) **Published:** Febbraio 4, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Una pioggia intensa, nemmeno eccezionale. Cinquanta, sessanta millimetri in un paio d’ore. Eppure le strade si trasformano in fiumi, gli scantinati si allagano, il traffico si blocca, le scuole chiudono. Poi arriva il bollettino: «Eventi estremi sempre più frequenti», «Il clima è impazzito», «Non eravamo preparati a questo». E in parte è vero: il clima sta cambiando, le piogge intense aumentano, gli eventi meteorologici estremi sono più probabili. Ma questa spiegazione da sola non basta. Perché se fosse solo una questione di millimetri d’acqua in più, tutte le città dovrebbero allagarsi allo stesso modo. E invece no. Alcune vanno sott’acqua sistematicamente, anche con piogge normali per la stagione. Altre reggono meglio, pur ricevendo precipitazioni più abbondanti. La differenza non sta solo nel cielo. Sta in quello che l’acqua trova ad aspettarla quando tocca terra: infrastrutture vecchie, reti sottodimensionate, manutenzione rimandata. Quando l’acqua fa danni, quasi sempre trova infrastrutture già fragili ad aspettarla.## **Un rischio mappato, conosciuto, spesso ignorato** I dati dell’ISPRA parlano chiaro: il 94,5% dei Comuni italiani è a rischio per frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe. Non stiamo parlando di percentuali marginali o di eventi imprevedibili. Stiamo parlando di criticità conosciute, mappate, aggiornate periodicamente attraverso i Piani di Gestione del Rischio di Alluvioni previsti dalla direttiva europea 2007/60/CE e recepiti in Italia con il decreto legislativo 49/2010. Esistono mappe di pericolosità, mappe di rischio, analisi dettagliate su dove l’acqua può arrivare e quali danni può provocare. Il MASE le rende consultabili e le Autorità di Bacino Distrettuali le aggiornano ogni sei anni; i Comuni dovrebbero usarle per pianificare interventi e priorità. Se il rischio è mappato, allora non è una sorpresa. È una responsabilità. Eppure il racconto pubblico continua a trattare ogni alluvione urbana come se fosse un fulmine a ciel sereno. Come se nessuno potesse prevederlo. Come se bastasse dire «ha piovuto troppo» per chiudere la questione. Non funziona così. O meglio, funziona così solo se si sceglie di non guardare i numeri, i piani, gli strumenti che esistono già. Perché il problema non è l’assenza di conoscenza. È cosa se ne fa, o non se ne fa, di quella conoscenza.## **Quando lo spazio per l’acqua scompare** Per capire perché alcune città si allagano anche con piogge «normali», bisogna spostare lo sguardo dal cielo al suolo. Le città italiane si sono trasformate radicalmente negli ultimi cinquant’anni. Superfici permeabili sostituite da asfalto, parcheggi, marciapiedi. Giardini privati cementificati. Aree verdi residuali compattate dal passaggio continuo. Il suolo urbano, quando non è impermeabilizzato del tutto, è così compresso da non riuscire più ad assorbire acqua in modo efficace. Risultato: ogni goccia che cade deve andare da qualche parte, e quel «qualche parte» sono le reti di drenaggio e fognarie. Reti che spesso hanno cinquant’anni, sessant’anni, a volte di più. Reti progettate per gestire volumi di pioggia calcolati su climi che non esistono più, e soprattutto su città molto meno dense e impermeabili di quelle attuali. Non è l’acqua ad essere aumentata all’improvviso. È lo spazio per gestirla che è stato ridotto. E quando lo spazio finisce, l’acqua resta in superficie. Nelle strade, nelle piazze, nei sottopassi, negli scantinati. Non per caso, ma per fisica elementare: se togli capacità di assorbimento e non aumenti capacità di drenaggio, il sistema collassa. Il rapporto dello European State of the Climate 2024 di Copernicus mostra che le precipitazioni intense in Europa sono aumentate, ma sottolinea anche un altro elemento cruciale: l’impatto di questi eventi dipende in larga parte dalla vulnerabilità delle infrastrutture. Due città colpite dalla stessa quantità di pioggia possono avere esiti completamente diversi. Una si allaga, l’altra no. La differenza sta nella capacità del sistema urbano di gestire quella pioggia. E questa capacità non è un dato naturale. È il risultato di scelte tecniche e politiche.## **La parola che manca sempre: manutenzione** C’è una parola che nei comunicati post-alluvione non compare quasi mai: manutenzione. Eppure è lì che si gioca gran parte della partita. Prevenire costa meno che riparare, molto meno. Ma la prevenzione è invisibile. Non inauguri una caditoia pulita. Non tagli un nastro su una rete fognaria ispezionata. Non fai conferenze stampa per dire «abbiamo fatto manutenzione ordinaria». Quindi quella manutenzione viene rimandata, tagliata, ridotta al minimo indispensabile. Fino a quando non piove, e tutto salta. Le caditoie, i tombini, le reti minori di drenaggio urbano non sono dettagli. Sono l’ultimo anello di un sistema che, se funziona, fa defluire l’acqua. Se non funziona, la lascia in strada. E spesso non funzionano non perché siano inadeguate per principio, ma perché sono intasate, sporche, danneggiate, mai controllate. Una caditoia ostruita da foglie, terra, rifiuti diventa inutile. Una rete mai ispezionata accumula sedimenti, radici, detriti. Quando arriva la pioggia intensa, quel sistema già compromesso non regge. Quando si parla di allagamenti, quasi nessuno parte dalle cose più semplici. Eppure spesso è lì che il sistema cede. Non per mancanza di tecnologia, non per assenza di conoscenze ingegneristiche. Ma per mancanza di gestione ordinaria, costante, non spettacolare. Quella che non fa notizia, ma che fa la differenza tra una strada allagata e una strada che drena.## **I Comuni non navigano a vista: piani e mappe esistono** Un altro alibi ricorrente dopo ogni alluvione è: «Non potevamo saperlo», «È stato improvviso», «Nessuno se lo aspettava». Eppure i Comuni italiani hanno a disposizione strumenti precisi. Hanno le mappe di pericolosità e rischio alluvionale prodotte dalle Autorità di Bacino. Hanno i Piani di Gestione del Rischio di Alluvioni, aggiornati ogni sei anni, che indicano misure strutturali e non strutturali da adottare. Hanno i Piani Comunali di Protezione Civile, obbligatori, che dovrebbero identificare scenari di rischio, procedure operative, responsabilità. Hanno le raccomandazioni del Dipartimento di Protezione Civile su come prevedere, prevenire e fronteggiare situazioni di emergenza legate a frane e alluvioni. Il problema non è l’assenza di strumenti. È il loro utilizzo reale. Quanti Comuni aggiornano davvero i propri piani di protezione civile? Quanti investono risorse nella prevenzione anziché aspettare l’emergenza per chiedere fondi straordinari? Quanti traducono le indicazioni dei PGRA in interventi concreti sul territorio? Se un rischio è scritto nero su bianco in un piano ufficiale, ignorarlo non è fatalità. È una scelta. Una scelta che ha conseguenze misurabili: strade allagate, danni economici, disagi per i cittadini, rischi per la sicurezza. L’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) ha introdotto indicatori sulla qualità tecnica del servizio idrico integrato, inclusa l’adeguatezza delle reti fognarie. Standard, parametri, obblighi: il sistema normativo c’è. Quello che manca, spesso, è la decisione di usarlo fino in fondo.## **Parlare solo di emergenza è un errore** Il racconto pubblico degli allagamenti segue sempre lo stesso schema. Si accende durante l’evento: dirette, aggiornamenti, polemiche. Si spegne subito dopo: qualche promessa, qualche stanziamento annunciato, poi silenzio. Non si segue mai la fase decisiva: quella della prevenzione, della programmazione, della manutenzione ordinaria. Quella in cui si decide davvero se la prossima pioggia intensa provocherà danni o no. Concentrarsi solo sull’emergenza è comodo. Permette di evitare domande difficili: perché quella rete non è stata manutenuta? Perché quei fondi stanziati tre anni fa non sono stati spesi? Perché il piano di gestione del rischio è rimasto sulla carta? L’emergenza giustifica tutto, assolve tutti. La prevenzione no. La prevenzione chiede conto delle scelte fatte nei mesi, negli anni precedenti. Chiede di guardare cosa è stato fatto quando non pioveva. Le città non falliscono quando piove. Falliscono nei mesi in cui non piove. Quando si decide di non pulire le caditoie, di non ispezionare le reti, di non aggiornare i piani, di non investire in drenaggio urbano sostenibile. Quando si sceglie di rimandare, tanto «magari non succede niente». Poi succede. E si dà la colpa al meteo.## **Il problema è strutturale. E quindi risolvibile.** Il cambiamento climatico amplifica i problemi delle città, questo è certo. Le piogge intense aumentano in frequenza e intensità, lo confermano tutti i rapporti dell’IPCC. Ma il clima non crea problemi dal nulla. Li rende più evidenti, più acuti, più urgenti. Se una città ha reti inadeguate, superfici troppo impermeabili, manutenzione insufficiente, il cambiamento climatico trasforma quelle fragilità in allagamenti. Ma quelle fragilità c’erano già. E molte di esse sono risolvibili. Esistono soluzioni tecniche consolidate: sistemi di drenaggio urbano sostenibile (SuDS), superfici permeabili, giardini della pioggia, vasche di laminazione, tetti verdi. Esistono pratiche di manutenzione efficaci: pulizia periodica delle caditoie, ispezione programmata delle reti, mappatura dei punti critici. Esistono strumenti normativi: piani di gestione del rischio, standard di qualità del servizio, obblighi di adeguamento. Non mancano le conoscenze. Non mancano le tecnologie. Manca, troppo spesso, la volontà politica di applicarle in modo sistematico, prima che arrivi l’emergenza. Nei prossimi giorni entreremo nel merito di una di queste soluzioni, spesso sottovalutata ma decisiva. Non per raccontare un’emergenza, ma per capire come si previene davvero. Perché le città italiane possono smettere di allagarsi a ogni temporale. Ma per farlo devono smetterla di dare sempre la colpa al cielo.## **Approfondimenti Eywa** ISPRA – Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio (Ed. 2024) Rapporto ufficiale con dati aggiornati su rischio idraulico, frane, erosione costiera per tutti i Comuni italiani. Direttiva 2007/60/CE – Valutazione e gestione dei rischi di alluvioni Normativa europea che istituisce l’obbligo di mappare il rischio alluvionale e predisporre piani di gestione. MASE – Geoportale Direttiva Alluvioni Portale ministeriale con mappe di pericolosità e rischio alluvionale consultabili per distretto e territorio. Protezione Civile – Pianificazione di protezione civile Guida istituzionale su cosa sono i piani comunali di protezione civile e come devono essere strutturati. Copernicus – European State of the Climate 2024 Rapporto annuale sul clima europeo, con focus su precipitazioni intense e vulnerabilità delle infrastrutture. IPCC AR6 – Working Group I, Chapter 11: Weather and Climate Extreme Events Capitolo di riferimento scientifico sull’aumento di frequenza e intensità degli eventi estremi di precipitazione. Linee guida per il drenaggio urbano sostenibile (SuDS) [https://air.iuav.it/retrieve/de164c2b-acdb-60ee-e053-3a05fe0a7787/Linee%20guida%20per%20il%20drenaggio%20urbano%20sostenibile\_web.pdf](https://air.iuav.it/retrieve/de164c2b-acdb-60ee-e053-3a05fe0a7787/Linee%20guida%20per%20il%20drenaggio%20urbano%20sostenibile_web.pdf) Documento tecnico sulle soluzioni di drenaggio sostenibile applicabili in ambito urbano. ARERA – Qualità tecnica del servizio idrico integrato Portale con indicatori di qualità del servizio idrico, inclusa l’adeguatezza delle reti fognarie.## **Bibliografia essenziale** ISPRA (2024) Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio – Edizione 2024, Rapporti 413/2024, ISPRA, Roma. [https://www.isprambiente.gov.it/files2025/pubblicazioni/rapporti/rapporto\_ispra\_dissesto\_idrogeologico\_ed2024\_web.pdf](https://www.isprambiente.gov.it/files2025/pubblicazioni/rapporti/rapporto_ispra_dissesto_idrogeologico_ed2024_web.pdf) Unione Europea (2007) Direttiva 2007/60/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 ottobre 2007, relativa alla valutazione e alla gestione dei rischi di alluvioni, Gazzetta ufficiale dell’Unione europea. Dipartimento della Protezione Civile (2021) Raccomandazioni operative per prevedere, prevenire e fronteggiare eventuali situazioni di emergenza connesse a fenomeni di frana e alluvione durante la pandemia. Copernicus Climate Change Service (2024) European State of the Climate 2024, Copernicus/ECMWF. IPCC (2021) Climate Change 2021: The Physical Science Basis. Contribution of Working Group I to the Sixth Assessment Report, Cambridge University Press. Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po (2021) Piano di Gestione del Rischio di Alluvioni 2021-2027, AdBPo. ARERA (2024) Deliberazione 39/2024/R/IDR – Qualità tecnica del servizio idrico integrato, Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente. AA.VV. (2018) Linee guida per il drenaggio urbano sostenibile, Università IUAV di Venezia. [https://air.iuav.it/retrieve/de164c2b-acdb-60ee-e053-3a05fe0a7787/Linee%20guida%20per%20il%20drenaggio%20urbano%20sostenibile\_web.pdf​​​​​​​​​​​​​​​​](https://air.iuav.it/retrieve/de164c2b-acdb-60ee-e053-3a05fe0a7787/Linee%20guida%20per%20il%20drenaggio%20urbano%20sostenibile_web.pdf%E2%80%8B%E2%80%8B%E2%80%8B%E2%80%8B%E2%80%8B%E2%80%8B%E2%80%8B%E2%80%8B%E2%80%8B%E2%80%8B%E2%80%8B%E2%80%8B%E2%80%8B%E2%80%8B%E2%80%8B%E2%80%8B) **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Alberi "decapitati" in città: come fermare la capitozzatura e tutelare il verde urbano](https://eywadivulgazione.it/capitozzatura-alberi-citta/) **Published:** Gennaio 4, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## Cos’è la capitozzatura e perché è un problema La capitozzatura è il taglio netto e drastico della cima e delle branche principali di un albero, lasciando solo monconi spogli. È una tecnica altamente invasiva e vietata in molti regolamenti comunali. A differenza della potatura corretta, che richiede competenze e tempi adeguati, la capitozzatura si fa in fretta, spesso senza personale formato. Si risparmia oggi, ma si pagano danni enormi domani. Gli alberi “decapitati” perdono gran parte della chioma, subiscono stress fisiologico, diventano vulnerabili a malattie e marcescenze. Nel tempo, questa potatura brutale compromette la stabilità dell’albero, costringendo ad abbattimenti prematuri per motivi di sicurezza. La capitozzatura accorcia la vita degli alberi urbani, privando la comunità di ombra, ossigeno e bellezza, trasformando un patrimonio verde in potenziale pericolo. Dal punto di vista ecologico ed estetico, i danni sono pesanti. Un albero capitozzato impiega anni per ricostruire una chioma accettabile, se sopravvive, e spesso sviluppa ricacci deboli e disordinati (rami nuovi che spuntano in fretta dai tagli). Questi rami nuovi, attaccati in modo precario, si spezzano facilmente, aumentando il rischio di crolli con vento o intemperie. È un circolo vizioso: l’albero indebolito dal taglio estremo richiede interventi continui e potrebbe dover essere abbattuto proprio perché reso instabile dalla capitozzatura. Si tratta, dunque, di una falsa scorciatoia, perché il risparmio apparente di tempo o denaro si traduce in costi maggiori dopo, economici e ambientali. ## Cosa prevedono le norme in Italia In Italia la capitozzatura non è vietata da una singola legge penale generale, ma è ampiamente considerata illegittima perché incompatibile con i regolamenti comunali, con i CAM (cioè i “Criteri Ambientali Minimi”) negli appalti pubblici, e con i principi di una corretta gestione arboricolturale; e può assumere rilievo paesaggistico, contabile o penale a seconda del contesto. Tradotto: non esiste un articolo unico che dice ‘vietato’, però spesso è vietata lo stesso perché contraria a regole specifiche. E in certi casi può avere conseguenze serie. Molti comuni italiani hanno adottato regolamenti del verde urbano che vietano la capitozzatura, salvo in casi eccezionali come la messa in sicurezza di esemplari pericolanti, prima di un abbattimento. Ad esempio Genova, dal 2012, ha un regolamento che teoricamente proibisce la capitozzatura e prescrive buone pratiche di manutenzione. Però queste norme locali spesso restano valide solo sulla carta: la distanza tra un regolamento scritto e l’applicazione pratica rimane ampia. Succede perché i controlli sono deboli e perché spesso si usa la parola ‘sicurezza’ come passepartout. Il problema, dunque, non è solo avere buone regole, ma farle rispettare con rigore dalle ditte incaricate e dagli enti pubblici. Nei lavori sul verde pubblico esistono delle regole precise che i Comuni devono rispettare: sono i Criteri Ambientali Minimi (CAM). Dal 2020 sono obbligatori in tutti i bandi di gara per la gestione del verde e dicono una cosa molto semplice: capitozzature e potature drastiche vanno evitate, salvo casi davvero eccezionali, che devono essere motivati e documentati. Nota pratica: nei CAM esistono alcune eccezioni e casi particolari (specie e potature tradizionali, motivazioni tecniche). Quindi non basta dire ‘mancano i CAM’: bisogna vedere cosa hanno scritto e come lo motivano. Ad ogni modo, i CAM non sono consigli o buone pratiche facoltative: sono regole vincolanti che devono comparire nei capitolati di gara e guidare concretamente come vengono fatti i lavori. Ed è qui che i cittadini possono incidere davvero: accesso agli atti, segnalazioni e pressione affinché il Comune faccia rispettare il contratto e corregga gli atti. Il ricorso al TAR contro bandi e atti di gara è uno strumento tecnico che, nella pratica, viene usato soprattutto da operatori economici (ditte concorrenti) o da chi ha un interesse giuridico ‘diretto e attuale’. In alcuni casi possono muoversi anche associazioni legittimate, ma non è automatico. Prima di parlare di TAR, va verificata la legittimazione con un legale: l’interesse civico, da solo, spesso non basta. Se ti muovi in fase preventiva, il TAR può sospendere l’efficacia degli atti impugnati e, quando le ragioni sono solide, arrivare anche all’annullamento. Nella pratica, però, l’impatto sul cantiere non è automatico: dipende dai tempi, dalle notifiche e da quanto i lavori siano già avanzati. Tradotto: può costringere il Comune a rimettere mano agli atti e, se l’intervento è ancora “appeso” a quegli atti, può anche rallentare o fermare la macchina operativa. Ma funziona solo se arrivi in tempo e con documenti e violazioni ben dimostrati. Se arrivi quando i tagli sono già fatti, l’albero non te lo ricuce nessuno. Se invece i termini sono scaduti o i tagli sono già stati fatti, il ricorso non fa tornare indietro l’albero: quello che è stato capitozzato, purtroppo, resta capitozzato. Però non significa che sia inutile. Serve comunque a mettere nero su bianco che l’ente ha operato male, a far emergere eventuali responsabilità e a evitare che la stessa storia si ripeta negli appalti successivi. Quando si parla di responsabilità economiche, non si intende una “multa al Comune”: la Corte dei Conti non sanziona l’ente, ma può chiamare a rispondere personalmente dirigenti o amministratori se accerta che una cattiva gestione del verde ha causato un danno alle casse pubbliche, chiedendo loro di risarcirlo di tasca propria. In pratica: usare bene i CAM è una leva concreta. Non solo per “punire dopo”, ma anche per prevenire prima, e dare a cittadini e associazioni uno strumento concreto per pretendere una gestione del verde fatta seriamente. Non tutti i lavori sul verde pubblico passano da un appalto. A volte è lo stesso Comune a intervenire direttamente, con il proprio personale o con incarichi interni. In questi casi i CAM non funzionano automaticamente come negli appalti, ma questo non vuol dire che il Comune possa fare quello che vuole. Restano comunque valide altre regole fondamentali: il regolamento comunale del verde, le valutazioni tecniche che giustificano gli interventi, gli eventuali vincoli paesaggistici e la responsabilità di chi firma le decisioni. Anche senza un appalto, quindi, un intervento può essere sbagliato e contestabile se fatto senza basi tecniche serie o in violazione delle regole locali. Gli alberi sono tutelati, indirettamente, anche attraverso le leggi che proteggono gli animali selvatici. Tra primavera ed estate molti uccelli nidificano sugli alberi: è il periodo in cui depongono le uova e crescono i piccoli. Tagliare pesantemente in questi mesi può significare distruggere nidi attivi, uova o pulcini. Per questo la legge vieta di danneggiare o distruggere nidi, uova e pulli, soprattutto durante la stagione riproduttiva. In pratica: se durante i lavori emergono nidi attivi o segnali chiari di nidificazione, è prudente sospendere l’intervento e chiedere una verifica, perché proseguire può esporre a violazioni e responsabilità. Potare o abbattere alberi quando ci sono nidi attivi non è una semplice leggerezza: può essere un illecito, e nei casi più seri anche un reato, soprattutto se vengono distrutti nidi con uova o pulcini. In aree protette il problema è ancora più serio, perché entra in gioco anche la tutela degli habitat naturali. Proprio per questo la Lipu ha più volte richiamato i Comuni a rispettare questi divieti, segnalando potature effettuate nei periodi sbagliati. La regola di fondo è chiara: la manutenzione del verde non deve disturbare la fauna, e anche i CAM lo ribadiscono espressamente. C’è poi un altro punto molto concreto: chi esegue i lavori. La legge prevede che la manutenzione del verde sia svolta sotto la responsabilità di una persona qualificata, cioè con una formazione riconosciuta, e dal 2018 sono stati fissati gli standard. Non serve che ogni operaio sia specializzato, ma deve esserci almeno un responsabile competente che dirige e controlla i lavori. Senza una figura responsabile/qualificata, l’intervento può risultare non conforme alle regole di qualificazione e, in caso di contestazioni, diventa molto più difficile da difendere. I Comuni dovrebbero quindi affidare i lavori solo a ditte qualificate e vigilare anche sugli interventi dei privati quando riguardano alberi vincolati. Nella pratica, però, continuano a verificarsi potature fatte da persone non formate, soprattutto nei piccoli centri, con danni spesso irreversibili agli alberi. Far rispettare queste regole e intervenire quando vengono ignorate fa parte a pieno titolo della tutela del verde urbano. ## Esempi virtuosi: quando potare bene conviene a tutti Non mancano, in Italia, casi virtuosi di gestione del verde urbano. Alcuni comuni hanno dimostrato che curare gli alberi in modo scientifico conviene sia all’ambiente che alle casse pubbliche. Un esempio emblematico è il piccolo Comune di Torre d’Isola (PV), che ha rivoluzionato le pratiche di potatura introducendo tecniche corrette come il tree climbing con tagli di correzione mirati al posto dei tagli drastici. Risultato: alberi esistenti più sani e sicuri, e una gestione più efficiente delle risorse pubbliche. Potare bene e meno spesso è possibile: l’albero, non indebolito da capitozzature, mantiene una forma armoniosa e stabile più a lungo, riducendo la necessità di interventi continui. Nel caso di Torre d’Isola, dove alcuni alberi erano già compromessi da vecchie capitozzature, il Comune ha impostato il cambio di metodo come scelta più efficiente nel medio periodo: meno emergenze, meno ripetizioni, più interventi mirati. Tradotto: spendi meglio, non ‘tagli a caso’. Altri comuni hanno intrapreso percorsi simili. In diverse città, da Milano a Verona, da Catania a Forlì, progetti di forestazione urbana e corretta manutenzione del verde sono stati riconosciuti da Legambiente con premi, riconoscimenti e rassegne di buone pratiche. Milano con Forestami punta ad aumentare il patrimonio arboreo urbano e valorizzare il capitale naturale, anche se questo non la mette automaticamente al riparo da critiche sulla gestione delle potature. Realtà medio-piccole come Pontboset in Valle d’Aosta, premiata come comune virtuoso, investono nella tutela del verde trattandolo come una vera infrastruttura pubblica, non come arredo secondario. Sono esperienze che dimostrano che “più verde” non significa solo piantare nuovi alberi, ma anche preservare quelli che abbiamo con cure adeguate. Anche in Liguria ci sono spunti interessanti: alcuni comuni della Riviera hanno aggiornato i propri regolamenti per vietare esplicitamente le potature errate. Il Comune di Bergeggi (SV) proibisce per regolamento la capitozzatura sia su suolo pubblico sia privato, consentendo solo potature ordinarie e abbattimenti motivati da comprovate necessità come danno fitosanitario o pericolo imminente. In caso di tagli drastici autorizzati per necessità, impone la compensazione ambientale: ogni albero abbattuto o capitozzato pesantemente va sostituito con uno nuovo di adeguata dimensione. Questo approccio “zero capitozzature” di Bergeggi è un esempio di buona amministrazione locale: stabilisce regole chiare, prevede sanzioni e compensazioni, e riconosce l’albero come patrimonio da tutelare. La differenza la fa sempre l’applicazione concreta, con controlli e volontà politica, ma avere norme avanzate è il primo passo per cambiare mentalità. Genova e altre città liguri non brillano altrettanto nella pratica. Genova, pur dotata di un buon regolamento dal 2012, ha visto negli ultimi anni numerosi interventi contestati dai cittadini: alberi storici drasticamente ridotti o abbattuti per “motivi di sicurezza” poco chiari, segnalazioni di capitozzature mascherate da potature ordinarie, proteste di comitati di quartiere preoccupati per la perdita di verde urbano. Questi episodi indicano che all’ottima teoria non è seguita un’altrettanta ottima pratica. In diverse città italiane la stampa locale ha riportato casi in cui appalti di gestione del verde sono stati contestati per carenze tecniche o rispetto dei criteri ambientali, segnale che cittadini e tecnici possono ottenere verifiche più attente quando si muovono con metodo. ## Un piano d’azione in più fasi per fermare le potature selvagge Di fronte a potature scellerate e tagli indiscriminati, i cittadini non sono impotenti. Esiste un percorso di azione articolato in fasi successive che cittadini e comitati possono intraprendere per tutelare concretamente il verde urbano. Ecco un possibile piano d’azione, fase per fase, basato su strumenti legali solidi e sull’esperienza di battaglie già condotte in Italia. Fase 1: Monitoraggio e segnalazione. Primo passo: tenere gli occhi aperti. Le capitozzature avvengono spesso quasi di nascosto, durante periodi di scarsa attenzione come in piena estate o alle prime luci dell’alba. Organizzarsi in gruppi locali, anche tramite i social, per monitorare le operazioni di potatura nel proprio quartiere. Appena si nota un intervento invasivo, è importante documentarlo con foto e video, annotando luogo, data e, se possibile, la ditta esecutrice. La segnalazione può essere inviata all’ufficio del verde pubblico comunale, all’assessore competente, oppure resa pubblica tramite la stampa locale per attirare attenzione. L’importante è chiedere sempre le motivazioni formali dell’intervento. Se, per regolamento, la capitozzatura è vietata salvo deroghe per motivi di sicurezza documentati, chi l’ha eseguita deve giustificarla per iscritto. Pretendere queste spiegazioni è un diritto del cittadino e mette pressione sulle autorità, spingendole ad agire in modo più responsabile. Fase 2: Accesso agli atti e raccolta di prove. Parallelamente alle segnalazioni pubbliche, avviare una richiesta di accesso civico generalizzato (FOIA). Attraverso il FOIA (D.Lgs. 33/2013) si possono ottenere copie degli atti amministrativi relativi all’intervento: l’ordine di servizio della potatura, il capitolato di appalto, le relazioni tecniche pre-intervento e post-intervento, eventuali perizie di agronomi che giustificano il taglio. Questi documenti spesso rivelano informazioni cruciali: se l’intervento era pianificato o straordinario, se è stato motivato da urgenza per esempio per un ramo pericolante o se fa parte di un appalto di manutenzione periodica, e soprattutto se erano previste modalità operative rispettose degli alberi. Può emergere che nel capitolato non era menzionato alcun divieto di capitozzatura o che la ditta non aveva personale certificato: elementi che rafforzano poi eventuali azioni legali. Un punto spesso ignorato riguarda i vincoli paesaggistici. Con il FOIA si può richiedere la copia delle autorizzazioni o nulla osta eventualmente necessari. In presenza di vincolo paesaggistico, la necessità di autorizzazione dipende dal tipo di intervento e dalla sua incidenza, come disciplinato dal DPR 13 febbraio 2017, n. 31 (Allegati A e B del DPR 31/2017), che distingue tra interventi esenti, soggetti a procedura semplificata o a autorizzazione ordinaria, a seconda dell’impatto sull’assetto paesaggistico. Nella richiesta di accesso agli atti è essenziale verificare se e come l’ente abbia inquadrato l’intervento all’interno di questo quadro normativo. Questa fase di raccolta prove è essenziale per “blindare” ogni accusa con dati oggettivi, evitando di basarsi solo sull’indignazione. Fase 3: Azioni di tutela immediata della fauna. Se le potature invasive avvengono nel periodo di nidificazione, entra in gioco anche la legge 157/92 sulla tutela dell’avifauna. In questi casi i cittadini possono presentare un esposto urgente alle forze dell’ordine ambientali (Carabinieri Forestali, Polizia Provinciale o Municipale), segnalando il rischio di disturbo o distruzione dei nidi. È utile allegare foto di nidi caduti o della presenza di uccelli che stanno nidificando nell’area. Se accertano i fatti, le forze dell’ordine possono avviare verifiche e, in presenza di violazioni, attivare i provvedimenti del caso, compresa la segnalazione alla Procura della Repubblica. Alcune ipotesi di reato (come danneggiamento o distruzione di bellezze naturali) non sono automatiche e devono essere valutate caso per caso, sulla base del contesto, dell’entità del danno e della presenza di vincoli specifici. La via penale non sostituisce l’azione amministrativa, ma può affiancarla solo quando esistono elementi oggettivi solidi e documentabili. Anche se l’iter penale può essere complesso, l’obiettivo qui è fermare subito il danno prima che sia irreparabile. In diverse occasioni associazioni ambientaliste come la Lipu o il WWF locale hanno affiancato i cittadini proprio in interventi lampo di questo genere, ottenendo lo stop di potature in piena stagione riproduttiva. Far leva su queste norme sensibilizza anche l’opinione pubblica, perché collega la cura degli alberi alla tutela degli uccelli e della biodiversità urbana. Fase 4: Azione amministrativa (ricorso al TAR). Sul piano giuridico-amministrativo, uno degli strumenti più efficaci è il ricorso al TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) contro gli atti che hanno autorizzato o disposto le capitozzature. Il ricorso al TAR è particolarmente efficace quando riguarda bandi, affidamenti o capitolati di appalto che violano i CAM o altre norme di settore. Attenzione: nel contenzioso appalti i termini sono spesso molto brevi (a volte intorno a 30 giorni), ma cambiano in base all’atto e a quando se ne ha conoscenza completa: per questo serve muoversi subito e con un supporto legale. Per questo è fondamentale monitorare gli atti prima dell’intervento sul campo, non quando le motoseghe sono già in azione. Se in una gara mancano i CAM (o sono scritti in modo vago), questo può essere un vizio serio e può aprire la strada a impugnazioni e/o autotutela, con effetti che possono arrivare fino all’annullamento, a seconda del caso. Attenzione: se i cittadini se ne accorgono solo quando arrivano le motoseghe, spesso i termini contro il bando sono già passati e il problema diventa soprattutto ‘esecuzione del contratto’ (cioè: il Comune deve far rispettare le regole alla ditta). Con un ricorso si può chiedere al TAR di annullare gli atti e, se ci sono i presupposti, di sospenderli: e quando gli atti vengono sospesi, può bloccarsi o rallentare anche la macchina operativa. Ma decide il giudice, caso per caso. In parallelo, si possono contestare le singole autorizzazioni o determine dirigenziali che hanno dato il via libera ai tagli, soprattutto se emesse in violazione dei regolamenti comunali o senza le necessarie valutazioni tecniche. Se un dirigente comunale ha autorizzato delle “potature” che in realtà erano capitozzature vietate dal regolamento locale, il suo atto può essere impugnato perché viziato da eccesso di potere per contraddittorietà rispetto alle norme comunali. Il ricorso al TAR richiede competenze legali specifiche e ha dei costi (contributo unificato, parcelle legali), ma qui entrano spesso in gioco associazioni ambientaliste o comitati che si fanno carico collettivo dell’azione. Il ricorso deve essere solido e realistico: bisogna basarsi su violazioni chiare e documentate, senza avventurarsi in accuse generiche. Se ben costruita, l’azione amministrativa può avere ottime chance di successo (a seconda della chiarezza delle violazioni e dei tempi) e creare un precedente virtuoso. Un Comune condannato dal TAR dovrà adeguarsi e fare marcia indietro sulle pratiche scorrette, mandando un segnale forte anche alle altre amministrazioni. Fase 5: Azione contabile (Corte dei Conti). Un ulteriore livello, spesso trascurato, è quello della responsabilità per danno alle casse pubbliche. Dietro una capitozzatura di massa può esserci non solo un errore tecnico, ma anche un danno erariale per la collettività. Pensiamo a quando un Comune, per risparmiare, affida la potatura a personale non qualificato o omette la manutenzione finché gli alberi non diventano pericolosi. Il risultato di queste scelte può essere la morte prematura di molti alberi e la necessità di abbatterli e rimpiazzarli: un costo enorme a carico dell’ente, evitabile con una gestione oculata. In presenza di spese ripetute, inefficaci o tecnicamente sbagliate, può configurarsi il danno erariale. Spetta alla Corte dei Conti valutare se esistono colpa grave e un legame diretto tra le scelte fatte e il danno economico. La segnalazione non garantisce l’apertura di un procedimento, ma costringe l’amministrazione a motivare e documentare le proprie scelte. Un precedente importante si è verificato in Lombardia, quando l’Associazione Florovivaisti Bresciani e la Società Italiana di Arboricoltura hanno presentato un esposto alla Corte dei Conti contro il Comune di Bagnolo Mella (BS) dopo che il comune aveva fatto capitozzare gli alberi da volontari inesperti, per “risparmiare” sui costi di una ditta qualificata. Il risparmio dichiarato era di 55.000 euro, ma tre perizie agronomiche dimostrarono che l’imperizia aveva causato danni agli alberi. Nelle perizie tecniche allegate all’esposto il danno è stato stimato in circa 1.400 euro a pianta, per un totale di circa 240.000 euro, come costo potenziale a carico della collettività. Un vero disastro economico oltre che ambientale. Nei resoconti pubblici disponibili non risulta una condanna penale legata a quella vicenda; la questione è stata trattata soprattutto sul piano contabile (danno erariale) e nel dibattito tecnico, e ha acceso un dibattito nazionale sul danno erariale da cattiva gestione del verde urbano. La Corte dei Conti è competente nel giudicare questo genere di sprechi: se accerta che amministratori o tecnici comunali, con la loro condotta negligente, hanno arrecato un danno patrimoniale all’ente (per esempio dovendo spendere soldi pubblici per rimuovere e sostituire alberi rovinati dalla capitozzatura) può condannarli singolarmente a risarcire di tasca propria. Strumento potente perché colpisce chi sbaglia nel portafoglio, creando un efficace effetto deterrente. Va usato con estrema serietà: servono dati certi sul danno e sul nesso di causa, da qui l’importanza di raccogliere evidenze chiare nella fase 2. Il messaggio da trasmettere è che devastare il patrimonio verde può costare caro anche legalmente. Sapere che cittadini e professionisti sono pronti a rivolgersi alla Corte dei Conti può convincere più di un sindaco, o dirigente, a pensarci due volte prima di tagliare alberi senza criterio. Fase 6: Sensibilizzazione e riforme a lungo termine. Parallelamente alle azioni immediate e reattive, si può lavorare sul lungo periodo per cambiare la cultura della gestione del verde urbano. Promuovere campagne di sensibilizzazione rivolte sia alla cittadinanza sia agli amministratori. Ogni successo ottenuto – una gara annullata, un cantiere bloccato in nidificazione, una sanzione erariale – dovrebbe essere divulgato come esempio. L’obiettivo è far capire che esistono alternative valide alla capitozzatura: dall’affidare le alberature ad arboricoltori certificati, alla pianificazione di potature leggere distribuite negli anni, fino all’adozione di Piani del Verde che integrino il verde urbano nelle strategie anti-cambiamento climatico. Alberi più sani significano meno isole di calore e meno allagamenti. Insistere affinché le Linee guida per la gestione del verde urbano, pubblicate dal Comitato per lo sviluppo del verde pubblico, siano adottate in ogni Comune e aggiornino i regolamenti locali. Sul fronte nazionale, sarebbe utile promuovere una riforma di legge che renda esplicitamente illegale la capitozzatura ovunque, con sanzioni uniformi, così da eliminare le zone grigie. Oggi il divieto deriva soprattutto da norme tecniche (come i CAM) e dai regolamenti comunali: formalizzarlo in una legge statale, inserendolo nel Codice dell’Ambiente o nel Regolamento di polizia forestale urbana, darebbe ancora più forza. E poi bisognerebbe investire di più nella formazione dei giardinieri e dei tecnici comunali, magari istituendo un albo professionale degli arboricoltori, per garantire standard elevati dappertutto. Chiaramente, ogni fase di questo piano va calibrata sul contesto. Non sempre sarà necessario o possibile arrivare fino al TAR o alla Corte dei Conti: in molti casi una buona campagna di pressione locale – firme, media, coinvolgimento di esperti – può convincere un’amministrazione a correggere il tiro prima dello scontro legale. Ma è fondamentale che i cittadini sappiano di avere diritti e strumenti per opporsi a chi devasta il verde pubblico. La chiave è combinare la passione civica con l’accuratezza tecnica e giuridica. Solo così le battaglie in difesa degli alberi potranno tradursi in vittorie concrete e durature. ## Eywa pensa… La gestione delle città deve evolvere verso la sostenibilità e il rispetto per la vita, anche degli alberi. Gli alberi urbani forniscono servizi ecosistemici insostituibili, dal mitigare il clima urbano al filtrare gli inquinanti, e hanno anche un valore culturale e affettivo per le comunità, oltre al valore estetico, di decoro e di benessere urbano. Oggi esistono strumenti normativi e una maggiore consapevolezza per cambiare rotta. L’esperienza italiana raccontata in questo manuale mostra che, anche in un contesto spesso segnato da cattive pratiche, esistono strumenti reali per difendere il verde urbano: le buone pratiche esistono e producono benefici tangibili, mentre le cattive pratiche possono essere contrastate con successo facendo leva su leggi e tribunali. Tutto ciò richiede impegno: occorre studiare, fare rete, talvolta scontrarsi con burocrazie miopi e ottuse. Ogni albero salvato, ogni potatura ben fatta al posto di un troncone morto, rappresenta una vittoria per la qualità della vita di tutti. Fermare la capitozzatura significa affermare che il decoro urbano non si ottiene con scorciatoie distruttive, ma con cura competente e pianificazione; significa riconoscere che gli alberi non sono arredi sacrificabili, ma esseri viventi e alleati per la salute urbana, nella lotta ai cambiamenti climatici. Adottare questo approccio in ogni comune, grande o piccolo: denunciare gli scempi, sostenere i funzionari virtuosi, pretendere professionalità. La strada migliore è quella già tracciata dai più virtuosi: meno motosega, più competenza. In altre parole: quando un’amministrazione parla genericamente di “sicurezza” senza perizia, senza documenti e senza rispetto delle norme, non sta prevenendo un rischio. Lo sta creando. ## ALLEGATO 1 — Scheda rapida “Come riconoscere una capitozzatura” Caratteristiche da osservare: □ 1. Riduzione drastica della chioma (in genere superiore a una normale potatura di contenimento e tale da alterare visibilmente la struttura dell’albero). □ 2. Tagli netti su branche principali (spesso trasversali), senza rispetto del collare. □ 3. Monconi di grande diametro (indicativamente superiori a 10 cm), lasciati esposti. □ 4. Chioma assente o quasi: l’albero appare come un “tronco con pali”. □ 5. Ricacci verticali (polloni) già visibili: frequente conseguenza di vecchie capitozzature o tagli troppo aggressivi. In caso di dubbio: Fotografare l’albero da più angoli, annotare data e ubicazione, contattare un agronomo o tecnico del verde per una valutazione professionale. Se l’intervento è recente e in corso, può essere utile segnalare immediatamente agli enti competenti. ## ALLEGATO 2 — Glossario tecnico essenziale Capitozzatura: Taglio drastico e indiscriminato della cima e delle branche principali di un albero, riducendone la chioma a monconi. Pratica dannosa, contraria ai principi di corretta gestione arboricolturale. Potatura selettiva: Intervento mirato su singoli rami, eseguito nel rispetto della struttura dell’albero e del collare della branca, che limita lo stress fisiologico. Collare della branca: Rigonfiamento alla base del ramo in cui si concentrano cellule protettive. Il taglio corretto deve rispettarlo per favorire la cicatrizzazione. CAM (Criteri Ambientali Minimi): Standard ambientali obbligatori negli appalti pubblici, inclusi quelli per la gestione del verde, che vietano capitozzature e potature drastiche salvo motivazioni tecniche eccezionali. Vincolo paesaggistico: Regime di tutela imposto dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio che può richiedere autorizzazione per interventi su alberi, a seconda dell’impatto. Tree climbing: Tecnica di arrampicata sull’albero che consente potature mirate e rispettose della struttura arborea, riducendo l’invasività dell’intervento. ## ALLEGATO 3 — Schema operativo per cittadini e comitati Prima dell’intervento o durante: 1. Documentare fotograficamente (data, ora, luogo) 2. Verificare se esistono autorizzazioni o comunicazioni pubbliche 3. Se l’intervento avviene in stagione riproduttiva e se vedi nidi o comportamenti di nidificazione, segnala subito. Dopo l’intervento: 1. Presentare richiesta FOIA per ottenere atti amministrativi 2. Verificare rispetto CAM, regolamento comunale, qualifiche operatori 3. Valutare segnalazioni a uffici competenti, stampa locale, associazioni ambientaliste In caso di violazioni accertate: 1. Esposto a forze dell’ordine ambientali (se fauna coinvolta) 2. Ricorso al TAR (se appalti irregolari o atti illegittimi) 3. Segnalazione a Corte dei Conti (se danno erariale) Tempi: Nel contenzioso amministrativo i termini per impugnare sono brevi (frequentemente 30 giorni). Agire rapidamente. ## ALLEGATO 4 — Modello di segnalazione PEC/mail formale Oggetto: Segnalazione intervento di potatura drastica su alberi urbani – richiesta chiarimenti e accesso atti (FOIA) Spett.le \[Comune/Ufficio Verde Pubblico/Assessorato competente\], Con la presente si segnala un intervento di potatura eseguito in data \[DATA\] in \[VIA/PIAZZA\], che ha comportato una riduzione rilevante della chioma e un’alterazione visibile della struttura dell’albero. Si chiede di conoscere: - motivazioni tecniche dell’intervento; - eventuale autorizzazione o perizia agronomica; - rispetto dei Criteri Ambientali Minimi (D.M. Ambiente 10 marzo 2020); - qualifiche professionali del personale impiegato. Ai sensi del D.Lgs. 33/2013 (FOIA), si richiede accesso agli atti amministrativi relativi. Distinti saluti, \[Nome, Cognome, eventuale Associazione\] ## ALLEGATO 5 — Checklist per richiesta FOIA sul verde pubblico □ Copia dell’ordine di servizio o determina dirigenziale che ha autorizzato l’intervento □ Capitolato d’appalto o contratto di affidamento del servizio di gestione del verde □ Relazioni tecniche pre-intervento (perizie agronomiche, VTA, analisi fitosanitarie) □ Relazioni post-intervento o verbali di verifica □ Documentazione sulle qualifiche professionali richieste e impiegate, inclusa l’eventuale figura di responsabile o preposto qualificato ai sensi della normativa vigente. □ Eventuali autorizzazioni paesaggistiche o nulla osta (in presenza di vincoli) □ Documentazione fotografica pre/post intervento, se disponibile presso l’ente □ Corrispondenza con la ditta esecutrice o con enti di controllo Riferimento normativo: D.Lgs. 33/2013, art. 5 (accesso civico generalizzato). ## Articoli correlati: > [Alberi in città: quali piantare e perché i Comuni sbagliano tutto](https://eywadivulgazione.it/alberi-in-citta-quali-piantare-e-perche-i-comuni-sbagliano-tutto/) Alberi in città: quali piantare e perché i comuni sbagliano tutto — analisi critica sulle scelte di specie arboree nelle aree urbane e sugli errori più comuni nella piantumazione. > [Il Giappone e la riforestazione che funziona davvero (e perché piantare alberi a caso è solo marketing)](https://eywadivulgazione.it/il-giappone-e-la-riforestazione-che-funziona-davvero-e-perche-piantare-alberi-a-caso-e-solo-marketing/) Il Giappone e la riforestazione che funziona davvero — e perché piantare alberi a caso è solo marketing — riflessioni su pratiche efficaci di riforestazione rispetto alle campagne superficiali di piantumazione. > [Perché nelle città tagliano gli alberi (e come possiamo evitarlo davvero)](https://eywadivulgazione.it/perche-nelle-citta-italiane-tagliano-gli-alberi/) Perché nelle città italiane tagliano gli alberi — indagine sulle motivazioni reali e spesso distorte dietro gli interventi di taglio urbano. ## Bibliografia essenziale Decreto del Ministero dell’Ambiente 10 marzo 2020 – Criteri Ambientali Minimi per il servizio di gestione del verde pubblico Fonte normativa centrale: rende obbligatori negli appalti pubblici criteri che vietano capitozzature, cimature e potature drastiche salvo casi eccezionali motivati. Pilastro giuridico per contestare interventi scorretti su verde pubblico. D.Lgs. 36/2023 – Codice dei contratti pubblici Conferma l’obbligo di applicazione dei CAM negli affidamenti pubblici (art. 57). Fondamentale per l’azione amministrativa e i ricorsi contro appalti di gestione del verde non conformi. Linee guida per la gestione del verde urbano – Comitato per lo sviluppo del verde pubblico Documento tecnico-istituzionale che definisce le buone pratiche di arboricoltura urbana e condanna esplicitamente la capitozzatura come pratica dannosa. Direttiva 2009/147/CE del Parlamento europeo e del Consiglio (“Direttiva Uccelli”) Norma europea sulla tutela dell’avifauna selvatica: vieta la distruzione di nidi e la compromissione della riproduzione, con effetti diretti sulle potature in periodo riproduttivo. Legge 11 febbraio 1992, n. 157 – Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma Recepisce in Italia la tutela dell’avifauna: riferimento chiave per esposti e segnalazioni in caso di potature con distruzione o disturbo di nidi attivi. Accordo Stato-Regioni 22 febbraio 2018 – Qualificazione professionale per manutentori del verde Definisce i requisiti professionali obbligatori per l’attività di manutenzione del verde. Base normativa per contestare interventi eseguiti da personale non qualificato. D.P.R. 13 febbraio 2017, n. 31 – Interventi esclusi o semplificati in materia di autorizzazione paesaggistica Definisce quando gli interventi sugli alberi sono esenti, soggetti a procedura semplificata o a autorizzazione paesaggistica ordinaria. Fondamentale per verificare la legittimità delle potature in aree vincolate. Codice dei beni culturali e del paesaggio – D.Lgs. 42/2004 Quadro normativo generale sulla tutela paesaggistica. Rilevante quando alberi e filari concorrono al valore paesaggistico di un’area, anche fuori dai centri storici. Società Italiana di Arboricoltura (SIA) – Linee guida e documenti tecnici sulla potatura Riferimento tecnico-scientifico nazionale sull’arboricoltura moderna. I documenti SIA condannano la capitozzatura come pratica dannosa e antiscientifica, distinguendola nettamente dalla potatura corretta. International Society of Arboriculture (ISA) – Tree Pruning Guidelines [International Society of Arboriculture ](https://wwv.isa-arbor.com/store/product/58/?utm_source=chatgpt.com)Standard internazionali sulla potatura degli alberi. Utili per dimostrare che la condanna della capitozzatura non è una “opinione ambientalista”, ma un principio arboricolturale condiviso a livello globale. Corte dei Conti – Responsabilità erariale per danno da cattiva gestione del patrimonio pubblico [https://www.corteconti.it ](https://www.corteconti.it/)Quadro istituzionale di riferimento per la responsabilità contabile degli amministratori e dirigenti pubblici. Base giuridica per le segnalazioni di danno erariale legato a capitozzature e abbattimenti evitabili. LIPU – Appelli e materiali informativi su potature e tutela della nidificazione [https://www.lipu.it ](https://www.lipu.it/)Fonte autorevole per la tutela dell’avifauna urbana. I richiami della LIPU sono spesso utilizzati da enti e forze dell’ordine come riferimento operativo per fermare potature in periodo riproduttivo. **Categorie:** Attualità, Dossier, Manuali --- ### [Acqua del rubinetto: il sistema invisibile che funziona meglio di quanto ci raccontino](https://eywadivulgazione.it/acqua-rubinetto-piu-sicura-bottiglia-italia/) **Published:** Gennaio 10, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) L’acqua del rubinetto è l’unico alimento che arriva in casa nostra senza etichetta, senza marca e senza una storia da raccontare. Non vediamo da dove viene, non sappiamo chi la controlla, non abbiamo appigli visibili a cui aggrapparci per valutarla. Eppure la beviamo, o dovremmo berla. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità (ISS, l’ente pubblico che vigila sulla salute in Italia), quasi un italiano su tre diffida dell’acqua che esce dal rubinetto. La stessa acqua che risulta conforme al 99% dei controlli microbiologici e chimici. La stessa acqua che attraversa più verifiche di qualsiasi prodotto confezionato sugli scaffali del supermercato. È un paradosso che racconta molto più di noi che dell’acqua: ci fidiamo di una bottiglia di plastica che ha macinato centinaia di chilometri su un camion, ferma settimane in un magazzino, esposta al sole e alle intemperie. Ma sospettiamo di un’infrastruttura pubblica controllata ogni singolo giorno, analizzata in decine di punti diversi, monitorata fino al momento in cui apriamo il rubinetto. I problemi esistono, eccome. E sono anche seri. Ma non stanno dove ci hanno abituato a cercarli. Non sono nel bicchiere che riempiamo, ma nei chilometri di tubi che lo precedono. Non sono nel cloro che sentiamo, ma negli investimenti che non vediamo. Non sono nella qualità dell’acqua, ma nella disuguaglianza di chi la riceve. ## Perché l’acqua è l’unico alimento che non vediamo In Italia, l’acqua potabile arriva per il 48% da falde sotterranee, per il 39% da sorgenti naturali e per il resto da fiumi e laghi. Passa attraverso impianti di trattamento, percorre reti lunghe migliaia di chilometri, viene controllata in decine di punti prima di raggiungere il tuo bicchiere. Ma tutto questo resta invisibile. E ciò che non vediamo, non lo capiamo. E non ci fidiamo di ciò che non capiamo. La diffidenza verso l’acqua del rubinetto non nasce da prove scientifiche o da analisi di laboratorio. Nasce dall’assenza di narrazione. L’industria dell’acqua in bottiglia ha costruito in decenni una storia fatta di purezza, montagne incontaminate, controlli meticolosi. L’acqua pubblica non ha raccontato nulla, perché era data per scontata. Il risultato è che oggi l’Italia consuma oltre 200 litri di acqua in bottiglia per abitante all’anno, il secondo consumo mondiale dopo il Messico, mentre l’acqua del rubinetto viene bevuta con sospetto anche dove è eccellente. ## Chi controlla davvero l’acqua (e quante volte) Se c’è una cosa che distingue l’acqua del rubinetto da qualsiasi altro alimento, è la quantità di controlli cui è sottoposta. In Italia vengono effettuate oltre 2 milioni di analisi all’anno, distribuite fra controlli interni dei gestori, controlli esterni delle ASL (le Aziende Sanitarie Locali) e verifiche dell’ISS. I parametri monitorati superano le 50 voci e includono batteri, metalli pesanti, nitrati, pesticidi, sottoprodotti della disinfezione e molto altro. Ma chi decide se quell’acqua è davvero potabile? Il sistema dei controlli è complesso e articolato su più livelli. I gestori del servizio idrico (le società pubbliche, miste o private che gestiscono acquedotti e reti) effettuano analisi quotidiane nei propri laboratori. Le ASL eseguono controlli indipendenti e possono emettere ordinanze di non potabilità in caso di anomalie. L’ARERA (l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, l’ente pubblico che vigila sui servizi idrici) stabilisce standard di qualità e penalizza i gestori che non li rispettano. L’ISS coordina la sorveglianza sanitaria a livello nazionale e pubblica rapporti annuali sulla qualità dell’acqua potabile. Questo intreccio di controlli rende l’acqua del rubinetto uno degli alimenti più monitorati in assoluto. Molto più di qualsiasi prodotto confezionato. Eppure questa rete di garanzie resta invisibile al cittadino, che non sa nemmeno che esiste. Nel 2011, il referendum sull’acqua pubblica ha raccolto il 92% dei voti favorevoli all’abrogazione della norma che imponeva la remunerazione del capitale investito nei servizi idrici. Quella vittoria è stata presentata come una battaglia contro la privatizzazione, ma in realtà ha segnato un punto più sottile: il riconoscimento che l’acqua non è una merce come le altre e che il suo governo non può rispondere solo a logiche di profitto. Dodici anni dopo, il modello italiano è diventato un ibrido: gestori pubblici, misti o privati sottoposti a una regolazione indipendente e stringente da parte di ARERA, che impone obiettivi di qualità, riduzione delle perdite e investimenti obbligatori su cicli di sei anni. Non è il sistema che immaginavamo dopo il referendum, ma è un sistema che, almeno sul piano dei controlli e della sorveglianza sanitaria, funziona meglio di quanto si racconti. E questo, paradossalmente, è parte del problema: funziona talmente bene che non se ne parla. ## Il cloro come caso studio di paura costruita Parliamoci chiaro: il cloro nell’acqua del rubinetto fa paura. È la prima cosa che senti quando apri il rubinetto in alcune città, è il primo argomento che usano i venditori di depuratori domestici, è la ragione più citata da chi preferisce l’acqua in bottiglia. Eppure il cloro non è un problema. È la soluzione a un problema. Il cloro viene aggiunto all’acqua potabile per impedire la proliferazione di batteri lungo le reti idriche. Senza cloro, l’acqua che esce dal tuo rubinetto potrebbe essere contaminata da microrganismi patogeni cresciuti nei tubi. La concentrazione utilizzata in Italia varia tra 0,2 e 0,5 milligrammi per litro, molto al di sotto del valore guida fissato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) a 5 milligrammi per litro. Questo significa che dovresti bere decine di litri d’acqua al giorno per avvicinarti anche lontanamente a una soglia considerata problematica. Il Decreto Legislativo 18/2023, che recepisce la Direttiva europea 2020/2184, stabilisce che il cloro residuo nelle reti idriche deve mantenersi tra 0,2 e 0,5 mg/L. Sotto lo 0,2 c’è rischio di inefficacia disinfettante. Sopra lo 0,5 può emergere un’alterazione organolettica, cioè di odore e sapore, ma non un rischio sanitario. Il cloro, in pratica, non è regolato come parametro tossicologico ma come parametro di trattamento: serve a garantire che l’acqua resti sicura fino al tuo bicchiere. Eppure la percezione collettiva è opposta. Il cloro viene visto come un «agente chimico aggressivo», qualcosa da evitare, da filtrare, da eliminare. Questa percezione non nasce da dati scientifici ma da un’associazione mentale con la candeggina e le piscine. È un classico caso di paura costruita su basi emotive, non razionali. Il paradosso è che le persone più preoccupate per il cloro nell’acqua del rubinetto sono spesso le stesse che bevono acqua in bottiglia conservata per mesi in magazzini sotto il sole, con possibile migrazione di microplastiche dal contenitore. Non c’è coerenza logica, c’è solo una narrazione più forte dall’altra parte. Il cloro è un caso studio perfetto per capire come funziona la diffidenza verso l’acqua pubblica: non si basa su rischi reali ma su percezioni amplificate dall’assenza di comunicazione istituzionale efficace. E nel vuoto narrativo, vince chi racconta la storia migliore, anche se è falsa. Anche qui il primo paragrafo va tolto, è retorico e appesantisce il discorso, senza aggiungere niente. Non so se mi convince al 100% l’ultima frase dell’ultimo paragrafo. Dev’essere memorabile ma migliorata. ## Le vere criticità: reti, perdite, investimenti Le reti idriche italiane perdono in media il 42% dell’acqua immessa. Significa che su 100 litri prelevati dalla fonte, 42 si disperdono lungo il tragitto prima di arrivare a destinazione. In Sicilia le perdite superano il 56%, in Abruzzo il 55%, in Molise il 51%. Al Nord la situazione è migliore ma non ottimale: Emilia-Romagna 29%, Lombardia 31%, Veneto 32%. Non stiamo parlando di sfumature: stiamo parlando di metà dell’acqua che va persa per strada. Secondo ISTAT (l’Istituto nazionale di statistica), nel 2022 sono andati dispersi 3,4 miliardi di metri cubi d’acqua potabile, l’equivalente del fabbisogno idrico annuo di circa 44 milioni di persone. Queste perdite non sono solo uno spreco ambientale ed economico: sono il sintomo di un’infrastruttura obsoleta, sottoinvestita per decenni. Utilitalia (la Federazione delle imprese italiane operanti nei servizi pubblici dell’acqua, dell’ambiente, dell’energia elettrica e del gas) stima nel Blue Book 2022 che gli investimenti nel settore idrico siano cresciuti negli ultimi anni ma restino sotto la media europea: 49 euro pro capite in Italia contro i 100 euro della media UE. La maggior parte degli investimenti si concentra sulla sostituzione delle condotte (32% del totale), ma servirebbero almeno 4,4 miliardi di euro aggiuntivi per recuperare il ritardo accumulato. Qui sta la vera disuguaglianza dell’acqua in Italia: non è tra chi beve dal rubinetto e chi compra bottiglie, ma tra chi vive in territori con reti efficienti e chi vive in territori con reti colabrodo. Chi abita in Emilia-Romagna o in Trentino-Alto Adige riceve un servizio di qualità, con bassissime perdite e alta continuità. Chi vive in Calabria, Sicilia o Campania subisce disservizi, interruzioni, perdite insostenibili. ARERA ha introdotto nel 2020 un indicatore chiamato M0, che misura la resilienza del sistema idrico e impone ai gestori macro-obiettivi di riduzione delle perdite su cicli di sei anni. È un tentativo di trasformare i gestori idrici in «player ambientali ed energetici a tutto campo», come li definisce lo stesso regolatore. Ma il percorso è lungo e la strada accidentata. L’acqua funziona, la rete no. Ed è lì che sta il vero problema. ## Perché l’Italia beve bottiglie anche quando l’acqua è buona L’abbiamo già visto: l’Italia consuma oltre 200 litri di acqua in bottiglia per persona all’anno, seconda al mondo solo al Messico. Produciamo e smaltiamo tra 7 e 8 miliardi di bottiglie di plastica ogni anno, nonostante l’acqua del rubinetto sia conforme al 99% dei controlli. È un’anomalia europea che non si spiega con la qualità dell’acqua ma con la cultura, il marketing e la sfiducia. Legambiente ha più volte sottolineato il paradosso: l’Italia è uno dei paesi con la migliore qualità media dell’acqua potabile in Europa, eppure è anche quello che ne beve meno dal rubinetto. Questo non dipende da rischi sanitari ma da una percezione costruita in decenni di pubblicità che hanno associato l’acqua in bottiglia a purezza, leggerezza, benessere. L’acqua del rubinetto non ha mai avuto una narrazione alternativa altrettanto forte. C’è anche un fattore culturale profondo: in Italia l’acqua è cibo, è gusto, è identità territoriale. Bere un’acqua con un certo residuo fisso, una certa mineralizzazione, un certo sapore è parte della propria abitudine alimentare. E le acque in bottiglia offrono una varietà che il rubinetto, per definizione, non può garantire. Ma questa varietà ha un costo ambientale enorme. Parliamo di circa 7–8 miliardi di bottiglie di plastica l’anno e di centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti in PET, con un’impronta climatica già pesante solo nella fase di produzione: nel 2019 la sola produzione delle bottiglie in PET immesse al consumo in Italia è stata stimata in circa 1,4 milioni di tonnellate di CO₂eq (senza contare trasporti e gestione a fine vita). A questo costo ambientale si affianca un modello economico estremamente redditizio, che spiega perché il sistema delle bottiglie resista così bene a qualsiasi alternativa. Secondo le stime di Legambiente, il business dell’acqua in bottiglia vale in Italia circa 2,5 miliardi di euro all’anno. Le concessioni per l’estrazione di acqua da sorgenti pubbliche sono spesso irrisorie: pochi centesimi al metro cubo per acque che vengono rivendute a oltre mille volte quel prezzo. È un sistema che privatizza il profitto e socializza i costi ambientali. L’insoddisfazione per l’acqua del rubinetto, misurata da ISTAT, riguarda soprattutto odore e sapore (23,8% delle famiglie italiane) ed è concentrata al Sud. Ma questo non è un problema di sicurezza: è un problema di gestione della rete, di vetustà degli impianti, di presenza di cloro aggiunto in dosi più elevate per compensare la maggiore distanza tra fonte e utente. Anche qui, il problema non è l’acqua ma l’infrastruttura. Bere acqua in bottiglia viene presentato come una scelta individuale, una preferenza personale. Ma è una scelta che ha conseguenze collettive: inquinamento da plastica, emissioni da trasporto, consumo di risorse per produrre contenitori usa e getta. La Direttiva europea 2020/2184 spinge gli Stati membri a promuovere il consumo di acqua del rubinetto proprio per ridurre questi impatti. Ma in Italia la resistenza culturale resta altissima. ## La bugia della «scelta individuale» Dunque, bere acqua in bottiglia non è solo una scelta di gusto o di abitudine. È una scelta che è stata costruita, incentivata, resa naturale da decenni di marketing e dall’assenza di alternative narrative. Presentarla come una semplice «preferenza individuale» è una mistificazione che nasconde strutture di potere economico e ritardi infrastrutturali. Quando un cittadino calabrese beve acqua in bottiglia perché quella del rubinetto ha un sapore sgradevole, non sta facendo una scelta libera: sta subendo le conseguenze di reti obsolete e investimenti insufficienti. Quando una famiglia romana compra casse di bottiglie perché «non si fida» del cloro, non sta esprimendo un’opinione personale: sta reagendo a una comunicazione istituzionale assente e a una narrazione commerciale martellante. La retorica della responsabilità individuale serve a spostare l’attenzione dalle responsabilità collettive. Se il problema è «sei tu che non ti fidi», allora la soluzione è convincerti, educarti, informarti. Se il problema è un sistema di gestione diseguale, reti colabrodo e concessioni regalate, allora la soluzione è politica, non pedagogica. Il referendum del 2011 ha provato a spostare il discorso proprio su questo piano. Ha affermato che l’acqua non è una merce come le altre, che il suo governo non può rispondere solo a logiche di profitto, che il sistema idrico deve essere orientato al bene comune. Quel referendum ha vinto con il 92% dei voti, ma, come sappiamo, nei dodici anni successivi il sistema si è evoluto in una direzione ibrida: gestori pubblici, misti e privati sottoposti a una regolazione pubblica stringente. Non è la vittoria piena che si sperava, ma non è nemmeno una totale sconfitta. È un modello che, sul piano dei controlli sulla qualità, funziona meglio di quanto si racconti, ma che resta fragile e opaco sul piano della governance economica. Perché oggi l’acqua è formalmente un bene comune, ma il suo costo, le tariffe e la distribuzione degli oneri continuano a rispondere a logiche che con il bene comune hanno poco a che fare. Ed è lì che il discorso politico, quello vero, resta ancora aperto. ## Bere acqua di rubinetto come scelta quotidiana Ogni gesto quotidiano ha una dimensione politica, anche quando sembra banale. Bere acqua del rubinetto non fa eccezione. Significa sottrarsi a un mercato che fattura miliardi sfruttando risorse pubbliche con concessioni irrisorie. Significa ridurre l’impatto ambientale legato alla produzione di plastica e al trasporto su gomma. Ma soprattutto significa riconoscere che esiste un’infrastruttura pubblica che funziona, pur con tutti i suoi limiti, e che il modo per migliorarla non è la fuga individuale verso soluzioni private, ma l’investimento collettivo, la manutenzione, il controllo democratico. Affinché questo gesto abbia senso, però, non basta la buona volontà. Serve comprensione. Serve sapere come funziona il sistema idrico, chi lo controlla, quali parametri sono monitorati, dove sono le criticità reali e dove invece si concentrano paure costruite. Serve distinguere tra i problemi di qualità dell’acqua e quelli di rete, tra i rischi sanitari e le disfunzioni infrastrutturali. Serve, cioè, smontare la narrazione della diffidenza e sostituirla con una rinnovata narrazione della consapevolezza. Non si tratta di fiducia cieca, né di adesione per principio. Si tratta di fiducia informata. Una fiducia che nasce dalla possibilità di capire, non dall’invito a credere. La trasparenza diventa allora una condizione di democrazia: dati accessibili, controlli leggibili, criticità dichiarate senza edulcorazioni. Non per convincere i cittadini a bere l’acqua del rubinetto, ma per metterli davvero nelle condizioni di poter scegliere, senza paure indotte o scorciatoie private. Bere l’acqua del rubinetto non è un sacrificio ecologico, e nemmeno un atto di virtù individuale. È una scelta di cittadinanza attiva che riconosce l’acqua come bene comune e pretende che sia governata come tale. È un modo per dire: questo sistema ci riguarda, lo usiamo, lo sosteniamo e ne chiediamo il miglioramento, invece di rinunciarvi. È un atto politico quotidiano che non risolve certo tutto, ma contribuisce a spostare gli equilibri, le priorità e le risorse. Se non è “la” soluzione, è certamente parte della soluzione. E, come spesso accade, una parte consapevole vale più di una rinuncia silenziosa; e la somma delle parti genera un intero. ## Letture correlate Approfondimento Eywa su microplastiche e nanoplastiche: evidenze scientifiche sugli effetti sulla salute, quadro normativo europeo e stato delle restrizioni UE. ## Bibliografia essenziale Istituto Superiore di Sanità – Qualità delle acque destinate al consumo umano Rapporti annuali sulla qualità dell’acqua potabile in Italia, dati su conformità microbiologica e chimica, sistema dei controlli. ISTAT – Le statistiche sull’acqua Dati su perdite di rete, consumo di acqua in bottiglia, insoddisfazione delle famiglie, disuguaglianze territoriali. ARERA – Qualità tecnica del servizio idrico integrato Documentazione ufficiale su perdite di rete, indicatori di qualità (M0), regolazione dei gestori e investimenti obbligatori. Utilitalia – Blue Book 2022/2023 Analisi su investimenti nel settore idrico, confronto europeo, stato delle infrastrutture. Legambiente – Acqua: tra sprechi, bottiglie e disuguaglianze Dati su consumo di acqua in bottiglia, impatto ambientale della plastica, valore economico del settore. Organizzazione Mondiale della Sanità – Guidelines for drinking-water quality Valori guida per il cloro nell’acqua potabile e principi di disinfezione sicura. **Categorie:** Dossier, Manuali --- ### [Manuale operativo: acqua del rubinetto](https://eywadivulgazione.it/manuale-operativo-acqua-rubinetto/) **Published:** Gennaio 29, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **Recuperare i dati della rete** I dati sulla qualità dell’acqua del rubinetto esistono, sono pubblici per legge, e sono più aggiornati di quelli su quasi qualsiasi etichetta di bottiglia. Il problema è che spesso sono nascosti in PDF sepolti, siti istituzionali mal progettati, o semplicemente non vengono comunicati con l’idea che qualcuno li legga davvero. Ogni gestore idrico ha l’obbligo di rendere disponibili i dati di qualità dell’acqua destinata al consumo umano, con modalità che variano (PDF, tabelle online, report annuali). Cerca su Google il nome del tuo comune seguito da “gestore idrico” oppure “acquedotto”. In molte città il gestore è unico per tutto il territorio: il Gruppo CAP, ad esempio, copre l’area milanese, Hera gestisce l’Emilia-Romagna e parte delle Marche, aziende come EIVA Vie operano su comuni sparsi. In Liguria, il quadro cambia addirittura anche all’interno della stessa provincia. Nell’area della Città Metropolitana di Genova trovi gestori diversi a seconda del territorio: non si può dare per scontato che “Genova” significhi un unico soggetto per tutto. Un modo rapido per orientarsi è usare le pagine istituzionali della Città Metropolitana dedicate al servizio idrico, che spesso riportano indicazioni comune per comune su chi gestisce acquedotto, fognatura e depurazione. Se sei nel genovesato e nel Tigullio, può capitare di trovare gestioni legate al gruppo Iren, ad esempio Iren Acqua Tigullio in alcuni comuni del Levante genovese. Ma basta spostarsi di provincia perché lo schema cambi completamente: alla Spezia, ad esempio, la gestione è affidata ad Acam Acque, mentre nell’imperiese opera Rivieracqua, con organizzazioni, siti e modalità di pubblicazione dei dati diverse. Questo significa una cosa sola: non esiste “la” gestione ligure dell’acqua. Ogni territorio ha il suo gestore, le sue pagine informative e il suo livello di trasparenza. Per questo partire dal nome del tuo comune, e non dalla regione o dalla città capoluogo, è il primo passo corretto. Questi gestori hanno sezioni dedicate sui loro siti, spesso chiamate “Qualità dell’acqua” o “Controlla l’acqua di casa tua”. Alcuni permettono di cercare le analisi per comune tramite una pagina con accesso diretto ai dati, non solo PDF. Se sei in un’area servita da gestori del gruppo Iren, spesso trovi proprio questo tipo di accesso con riferimento ai controlli di laboratorio. In Liguria vale anche fuori Genova: nella provincia della Spezia, ad esempio, Acam Acque ha un’area dedicata alla qualità dell’acqua e alle analisi per i comuni serviti. Se il sito del gestore non è chiaro o non trovi nulla di recente, cerca “relazione qualità acqua \[nome del tuo comune\] \[anno\]”. Aggregatori come eivavie.com raccolgono i dati di diversi gestori e permettono di scaricare i report per comune. Se anche così non trovi niente, o se i dati sono vecchi di anni, contatta direttamente il gestore idrico col numero verde o l’email istituzionale, oppure puoi fare una richiesta formale alla ASL locale o al Comune. Devono rendere disponibili i dati e, se fai una richiesta formale, hanno obblighi di risposta secondo le regole di accesso agli atti e trasparenza (tempi e modalità possono variare). Se non lo fanno, il problema non è tecnico, è politico, e va segnalato pubblicamente. Questi dati descrivono l’acqua in rete. Ma non descrivono necessariamente cosa esce dal tuo rubinetto.## **Ok. Ma l’acqua che ESCE dal tuo rubinetto?** Fin qui abbiamo parlato dell’acqua prima del rubinetto. Ora parliamo dell’unico punto da cui bevi davvero. I dati del gestore idrico ti dicono cosa c’è nella rete pubblica, cosa circola negli acquedotti fino al contatore, cioè la “scatoletta” con i numeri che misura quanta acqua consumi e su cui ti viene fatta la bolletta. Ma tra il contatore e il bicchiere c’è un tratto che il gestore non controlla: l’impianto interno del tuo edificio. Tubature, autoclavi, serbatoi, raccordi. Se hai tubi in piombo, se l’autoclave non viene pulita, se il serbatoio condominiale è fermo da giorni, l’acqua che esce dal rubinetto può essere diversa da quella che entra in casa. E questo non compare nelle analisi del gestore.## **Quando ha senso verificare l’acqua in uscita dal rubinetto** Non sempre. Non per tutti. Ma ci sono situazioni precise in cui verificare cosa esce dal tuo rubinetto diventa necessario, non paranoia. Se vivi in un edificio vecchio (costruito prima degli anni ’80), se hai tubature in piombo o rame visibili, se c’è un’autoclave o un serbatoio condominiale, se l’acqua ha sapore metallico o colorazione anomala, se ci sono stati lavori recenti sull’impianto idrico, oppure se sei in una zona con contaminazioni note (PFAS, arsenico, nitrati alti), allora verificare ha senso. Non perché il gestore sia inaffidabile: perché il problema può nascere dopo il contatore. Le analisi domestiche – cioè le analisi dell’acqua domestica svolte da laboratori qualificati – servono a questo: verificare contaminazioni da impianto interno, non a rifare il lavoro del gestore. Servono quando sospetti che tra la rete pubblica e il tuo bicchiere qualcosa si sia aggiunto o modificato.## **Cosa puoi analizzare (e cosa serve davvero)** Le analisi si dividono in tre categorie: chimiche, microbiologiche, contaminanti emergenti. Le analisi chimiche mirate controllano metalli pesanti: piombo (limite 10 µg/L), rame, nichel, cadmio (5 µg/L), arsenico (10 µg/L). Sono i parametri che si alterano più facilmente negli impianti interni vecchi. Se hai tubi in piombo o rame, sono questi i valori da verificare. Il piombo è il più insidioso: si rilascia nell’acqua soprattutto dopo ore di ristagno, come al mattino. Per questo, quando fai analizzare l’acqua di casa, il modo in cui prelevi il campione cambia completamente il risultato. ![Test e analisi acqua](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/01/acqua-test-2-1100.jpg) **Campione senza flussaggio (acqua ferma)** Apri il rubinetto e prelevi subito, senza far scorrere nulla. Il flussaggio è semplicemente l’atto di far scorrere l’acqua, così da sostituire quella stagnante nelle tubature con acqua “fresca” di rete. Questo campione misura cosa bevi davvero quando apri il rubinetto al mattino o dopo ore di assenza: è l’esposizione reale da ristagno. Serve per capire quanto piombo si è accumulato nelle tubature mentre l’acqua restava ferma, a contatto con materiali che possono rilasciarlo. **Campione dopo flussaggio (acqua in movimento)** Fai scorrere l’acqua per 30–60 secondi, poi prelevi. Questo campione elimina l’acqua stagnante e misura quella che arriva direttamente dalla rete, passando attraverso tubature già “risciacquate”. Serve per capire se il problema è solo il ristagno o se il piombo si rilascia anche quando l’acqua scorre normalmente. **Come interpretare i due risultati** Se il campione senza flussaggio ha piombo alto, ma dopo il flussaggio i valori scendono sotto i limiti, il problema è legato al ristagno dell’acqua nelle tubature interne dell’edificio, soprattutto nei tratti in piombo o in materiali che lo contengono, quando l’acqua resta ferma per molte ore. Soluzione temporanea: far scorrere l’acqua per alcune decine di secondi prima di berla, soprattutto al mattino. Soluzione definitiva: sostituire le tubature. Se anche dopo il flussaggio i valori restano alti, il rilascio di piombo è continuo: significa che il contatto con l’impianto rilascia piombo anche con acqua in movimento. Il problema è strutturale: l’acqua non è sicura così com’è, scorrere non basta. Serve la sostituzione delle tubature o, se non è possibile subito, smettere di bere quell’acqua. Le analisi microbiologiche cercano batteri: Escherichia coli, coliformi totali, enterococchi, Legionella. Questi contaminanti indicano problemi di igiene nell’impianto interno, non nella rete pubblica. Se l’autoclave non viene pulita, se il serbatoio è fermo, se ci sono biofilm nelle tubature, i batteri proliferano. La Legionella è il caso più grave: si sviluppa in serbatoi e boiler tra 25 e 45 gradi, e si inala attraverso vapori (doccia, rubinetto). Non la bevi, la respiri. Se hai un’autoclave o un boiler vecchio in un condominio, può essere indicato prevedere controlli periodici secondo valutazione del rischio e protocolli condominiali o gestionali. I contaminanti emergenti sono principalmente i PFAS, ma tra gli “emergenti” rientrano anche pesticidi e loro metaboliti, microcistine, bisfenoli o residui farmaceutici: la priorità pratica oggi, dove documentata, è spesso PFAS. I PFAS non derivano dall’impianto interno, salvo casi particolari di componenti o materiali specifici (rari): in generale il problema è a monte, nelle fonti e nella rete. Quindi se il gestore li monitora già e pubblica dati aggiornati, non serve ripetere l’analisi a casa. Il problema è che fino a oggi il monitoraggio PFAS non è stato uniforme. La normativa europea, recepita in Italia, ha introdotto due nuovi parametri obbligatori, che entrano pienamente in vigore dal 12 gennaio 2026: PFAS totale (limite 0,50 µg/L) e somma di PFAS (limite 0,10 µg/L). Da quella data i gestori devono monitorarli e rispettarli per legge. Prima, molti lo facevano su base volontaria o parziale. Per questo, se vivi in una zona a rischio (come il Veneto o delle aree industriali) e il gestore non pubblica dati PFAS aggiornati, oppure se vuoi verificare l’efficacia di un filtro installato, l’analisi domestica può avere senso. Le analisi PFAS sono più complesse e costose: parliamo di circa 100–300 euro per un panel completo, contro i 20–50 euro di un’analisi base su metalli o batteri.## **Chi fa le analisi (e quanto costa)** Ci sono due strade: controlli pubblici gratuiti attivabili dalle ASL, oppure analisi volontarie a pagamento, che puoi richiedere come utente. I controlli pubblici gratuiti entrano in gioco quando c’è un possibile rischio per la sanità pubblica: non potabilità accertata, segnalazioni motivate, edifici molto vecchi, presenza di serbatoi o autoclavi, lavori recenti sull’impianto idrico, situazioni di degrado funzionale. In questi casi è la ASL a ricevere la segnalazione, valutarla e decidere se attivare il controllo. Quando il controllo viene attivato, i campionamenti e le analisi vengono svolti da ARPA, che supporta le ASL dal punto di vista tecnico-scientifico con i propri laboratori e protocolli ufficiali. Se sei a Genova, ad esempio, puoi verificare cosa fa ASL 3 Liguria sul territorio: le ASL pubblicano spesso pagine dedicate ai controlli sulle acque destinate al consumo umano, spiegano come vengono fatti i campionamenti e distinguono chiaramente tra prelievi gratuiti motivati e analisi su richiesta privata. Se hai un motivo serio e documentabile – sapore metallico persistente, lavori che hanno smosso sedimenti, edificio molto vecchio con tubature sospette – puoi chiedere un controllo pubblico. Non è automatico, ma se la segnalazione è fondata, la ASL interviene. C’è però un punto fondamentale da sapere: ARPA non lavora solo per ASL e Comuni. In molte regioni, compresa la Liguria, le ARPA regionali prevedono anche servizi di analisi a pagamento su richiesta diretta, secondo modalità e tariffari regionali. Questo significa che, se vuoi verificare l’acqua che esce dal tuo rubinetto senza aspettare l’attivazione di un controllo pubblico, puoi rivolgerti direttamente ad ARPA, consultare il tariffario ufficiale e richiedere un’analisi volontaria. In questi casi ARPA applica gli stessi protocolli usati nei controlli istituzionali: stessi metodi, stessi laboratori, stessi standard di qualità. I risultati sono ufficiali, validi e confrontabili con i limiti di legge. Le analisi volontarie a pagamento possono essere svolte dalle ARPA, con tariffari pubblici regionali, oppure da laboratori accreditati ACCREDIA, che operano secondo la norma ISO 17025. I costi realistici sono indicativamente questi (ordini di grandezza che variano per area, laboratorio, numero di parametri e modalità di campionamento): analisi microbiologiche di base (E. coli, coliformi) tra 15 e 30 euro, analisi chimiche di base sui metalli pesanti tra 20 e 50 euro, analisi complete sui PFAS o panel estesi tra 100 e 500 euro, a seconda del numero di sostanze ricercate. Il prelievo del campione non è un dettaglio secondario: segue protocolli precisi, perché il modo in cui l’acqua viene prelevata può cambiare completamente il risultato. Per le analisi microbiologiche, il campione va raccolto in contenitori sterili, refrigerato e analizzato entro 24 ore, altrimenti il risultato è falsato. Per le analisi chimiche sui metalli, il protocollo distingue tra campioni senza flussaggio (acqua prelevata subito, che misura l’esposizione reale da ristagno) e campioni dopo breve flussaggio (acqua fatta scorrere per il tempo sufficiente a rinnovare l’acqua stagnante prima del prelievo), che servono a capire se il rilascio di metalli è legato solo al ristagno nelle tubature interne o se è strutturale. In Liguria, ARPAL gestisce centinaia di migliaia di analisi l’anno sulle acque destinate al consumo umano (secondo report ARPAL), supportando le ASL nei controlli ufficiali sugli acquedotti e offrendo anche analisi su richiesta. Se vivi nell’area genovese o nello spezzino, consultare le pagine ARPAL ti permette di capire con quali metodi vengono fatte le analisi, con quale frequenza e con quali costi, e di orientarti in modo informato.## **Cosa fare con i risultati** Hai fatto l’analisi, arrivano i risultati. Ora cosa fai? Se i parametri sono entro i limiti di legge cogenti (quelli dell’Allegato I del D.Lgs. 18/2023), l’acqua è potabile. Fine. Non serve fare altro. Se hai fatto l’analisi per toglierti un dubbio, il dubbio è tolto. Se i parametri sono invece sopra i limiti, non bere quell’acqua fino a che non capisci da dove arriva il problema. Se il problema è piombo o rame in concentrazione elevata, l’origine è quasi sempre nel tratto interno dopo il contatore (tubazioni dell’edificio e/o dell’appartamento): far scorrere l’acqua per qualche decina di secondi prima di berla può ridurre il rilascio, ma la soluzione definitiva è sostituire le tubazioni. Se il problema è microbiologico (E. coli, coliformi), l’origine è ancora nel tratto interno, ma spesso non dipende solo dalle tubazioni: autoclave sporca, serbatoio contaminato, biofilm. In questo caso serve una sanificazione dell’impianto, non un filtro domestico. Se il problema sono invece PFAS alti, la causa è nella rete a monte, non nell’impianto interno: qui il filtro può avere senso (carboni attivi o osmosi inversa), ma solo se certificato per la rimozione di PFAS e solo se custodito con una manutenzione rigorosa. Se i risultati mostrano valori vicini ai limiti ma non oltre, sei in una zona grigia. Non è illegale, ma non è rassicurante. Qui entrano in gioco i valori guida OMS: raccomandazioni più prudenziali che aiutano a capire se c’è un segnale di pressione anche quando tutto è formalmente a norma. Ad esempio, i nitrati hanno un limite cogente a 50 mg/L, ma dei valori sopra i 25 mg/L possono indicare un segnale di pressione o un “territorio sotto carico” di fertilizzanti (cioè un’agricoltura intensiva che scarica azoto nelle falde): indicazione utile, non automaticamente un rischio sanitario. In questi casi, senza panico, la cosa migliore è svolgere un monitoraggio costante: ripeti l’analisi dopo qualche mese, verifica se il valore sale o scende, e soprattutto confrontalo con i dati del gestore. Se il gestore dichiara 20 mg/L in rete e tu trovi 45 mg/L al rubinetto, il problema è nel mezzo: tubature, serbatoio, autoclave.## **Quando NON serve analizzare** Se i dati del gestore sono aggiornati, l’edificio è nuovo o ristrutturato di recente con impianti a norma, se l’acqua non ha sapore o odore anomali, se non ci sono segnali di contaminazione locale, non serve analizzare. I controlli pubblici del gestore sono capillari: oltre 2,5 milioni di analisi all’anno in Italia tra 2020 e 2022, con livelli di conformità superiori al 99% nei report nazionali. Le regole sono nelle norme europee e italiane, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) fornisce supporto tecnico-scientifico e sorveglianza (CeNSiA), mentre le ASL e ARPA regionali fanno i controlli e i monitoraggi sul territorio, insieme ai gestori idrici che verificano costantemente le proprie reti. Analizzare l’acqua di casa ha senso solo quando c’è un motivo concreto per sospettare che l’impianto interno stia modificando ciò che arriva dalla rete. Altrimenti stai pagando per rifare un controllo che è già stato fatto, e meglio.## **Leggere le analisi (del gestore o di casa)** Quando hai davanti il PDF del gestore, o i risultati di un’analisi fatta a casa, il rischio è perdersi tra numeri e sigle. In realtà servono pochi parametri chiave e, soprattutto, il contesto giusto per interpretarli. ![Controlli acqua](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/01/controlli-acqua.jpg) I parametri davvero fondamentali sono quattro: nitrati, metalli pesanti, cloro residuo e PFAS. Per ciascuno esistono limiti di legge cogenti: se vengono superati, l’acqua non è potabile. Ma accanto ai limiti “netti” esistono anche valori guida, più prudenti, che aiutano a capire se c’è una pressione ambientale o industriale in corso anche quando tutto risulta formalmente a norma. Questi parametri contano, perché alcune sostanze sono problematiche anche a basse esposizioni e nel lungo periodo. Il piombo, ad esempio, è un neurotossico: nei bambini può interferire con lo sviluppo neurologico e cognitivo. I PFAS sono sostanze persistenti che si accumulano nel corpo nel tempo e sono associate a diversi effetti sulla salute. I nitrati, a livelli elevati, sono un segnale di pressione agricola sulle falde e sono particolarmente critici per i lattanti. Partiamo dai nitrati. Il limite di legge è 50 mg/L, ma valori sopra i 25 mg/L sono già un segnale di pressione: indicano una pressione agricola, cioè un eccesso di azoto che arriva alle falde. I nitrati derivano soprattutto dai fertilizzanti azotati, che si infiltrano nel terreno e finiscono nell’acqua sotterranea. Se vedi nitrati alti, quindi, non è un problema “del tuo rubinetto”: è un messaggio che arriva dal territorio in cui vivi, e dice che quella falda sta ricevendo più azoto di quanto riesca a smaltire. Poi ci sono i metalli pesanti: cadmio (limite 5 µg/L), piombo (10 µg/L), arsenico (10 µg/L). Qui la lettura cambia a seconda di dove compaiono i valori alti. Se li trovi già nel report del gestore, il problema è nella rete o nella fonte di approvvigionamento. Se invece emergono solo nell’analisi fatta in casa, mentre il gestore dichiara valori bassi, il problema è quasi sempre nell’impianto interno dell’edificio. In questi casi la risposta non è comprare acqua in bottiglia per sempre, ma capire l’origine: spesso basta un breve flussaggio prima di berla, soprattutto al mattino dopo ore di ristagno. Se però i valori restano alti nel tempo, la soluzione vera è la sostituzione delle tubature. Il cloro residuo gioca un ruolo diverso. Serve a mantenere l’acqua sicura fino al rubinetto, ed è una presenza voluta. Sotto 0,5 mg/L non comporta rischi per la salute, ma può dare odore o sapore sgradevoli. Non è un problema tossicologico, è una questione di comfort. Se ti infastidisce, spesso basta lasciare l’acqua in una caraffa aperta per un po’: il cloro si riduce naturalmente. I PFAS riportano il discorso su un altro piano. Sono sostanze persistenti, che non si degradano e si accumulano nell’ambiente e nel corpo umano. Il problema è sistemico. Con i nuovi parametri obbligatori in vigore da gennaio 2026 (PFAS totale a 0,50 µg/L e somma di PFAS a 0,10 µg/L), se nel report del gestore trovi valori vicini o superiori a questi limiti, è un segnale che richiede attenzione e soprattutto pressione a monte: più controlli, dati pubblici, interventi sugli impianti e bonifiche dei siti che rilasciano PFAS. Il filtro domestico può ridurre la tua esposizione individuale, ma non risolve la contaminazione del territorio. A questo punto vale la pena chiarire anche il tema del residuo fisso, spesso trasformato dal marketing delle acque oligominerali in un feticcio. Il residuo fisso indica semplicemente la quantità di sali minerali disciolti nell’acqua. Non dice se un’acqua è “buona” o “cattiva”. L’acqua non deve essere leggera a tutti i costi: deve essere equilibrata. Un residuo fisso più alto non è automaticamente un problema, salvo casi specifici di patologie renali – e in quel caso è il medico a dirlo, non l’etichetta. Rispetto a nitrati, metalli o PFAS, è spesso una distrazione più che una priorità.## **Filtrazione: solo dopo aver misurato** Prima di filtrare, si verifica. È una regola semplice, ma fondamentale. Filtrare senza aver misurato è un salto nel buio: rischi di intervenire su un problema che non esiste, o di usare lo strumento sbagliato per quello reale. Se dalle analisi – quelle del gestore o quelle fatte a casa – emerge che l’acqua è conforme ai parametri di legge e non presenta problemi particolari di gusto o odore, non c’è nulla da “correggere”. In questi casi filtrare non aggiunge qualità: al contrario, può alterare un equilibrio che già funziona. La filtrazione può invece avere senso quando hai davanti un dato concreto: valori di PFAS vicini ai limiti normativi, rilascio di metalli pesanti da tubature interne vecchie, oppure un sapore di cloro così marcato da rendere l’acqua sgradevole. Ma il punto resta uno: il sistema va scelto in proporzione al problema reale che hai misurato, non alla paura indotta dal marketing. Le caraffe filtranti, ad esempio, sono utili soprattutto per migliorare il gusto: riducono il cloro e, in alcuni modelli, una parte dei metalli pesanti. Funzionano solo se il filtro viene cambiato regolarmente, di solito ogni mese. Se non lo fai, la caraffa smette di filtrare e può aumentare il rischio di proliferazione microbica se non gestita correttamente. Sono una soluzione di comfort, non una risposta a contaminazioni serie. I sistemi di microfiltrazione sotto lavello, basati su filtri a carboni attivi, fanno un passo in più: rimuovono sedimenti, cloro, alcuni metalli, batteri e riducono parzialmente anche i PFAS. Ma anche qui la manutenzione è decisiva: i filtri vanno sostituiti ogni sei mesi o un anno, a seconda del modello e dell’uso. Hanno senso solo quando c’è un problema documentato che giustifica l’intervento. L’osmosi inversa è il sistema più drastico. Utilizza una membrana semipermeabile che separa l’acqua da quasi tutto: sali minerali, metalli pesanti, PFAS, batteri, virus. Proprio per questo non è una soluzione “neutra”. L’acqua che produce ha bassa mineralizzazione e bassa alcalinità, quindi può risultare più “aggressiva” per alcune componenti se l’impianto non è progettato o gestito bene. Inoltre spreca molta acqua: per ottenere un litro di acqua trattata ne scarichi da due a quattro. Senza cloro residuo, l’acqua osmotizzata può anche sviluppare batteri se ristagna nel serbatoio. Serve una manutenzione rigorosa, continua, che nella pratica pochissime persone fanno davvero. In zone con PFAS elevati e documentati, l’osmosi può avere senso, ma va gestita come un dispositivo quasi “clinico”, non come un elettrodomestico da installare e dimenticare. C’è un punto che vale per tutti i sistemi: la manutenzione non è un dettaglio. Filtri intasati, membrane vecchie, serbatoi sporchi o lampade UV non sostituite non solo smettono di funzionare, ma possono peggiorare la qualità dell’acqua. In quei casi, l’acqua filtrata può diventare peggiore di quella che usciva dal rubinetto.## **Greenwashing: come non farsi fregare quando cerchi soluzioni** Il settore della purificazione dell’acqua domestica vive in larga parte di paura indotta e claim pseudoscientifici. In Italia vale centinaia di milioni di euro all’anno, e cresce soprattutto dove cresce l’ansia ambientale, senza crescere allo stesso ritmo la possibilità di orientarsi tra fonti affidabili e informazioni corrette. Il primo segnale d’allarme sono le parole vaghe. “Acqua pura”, “acqua viva”, “acqua informata”, “energizzata”, “strutturata”: formule suggestive, ma prive di significato scientifico. L’acqua non è viva né morta, non si informa, non si energizza. È H₂O con sali minerali disciolti. Quando un prodotto usa questo linguaggio, non sta parlando di chimica: sta facendo marketing. Il secondo segnale è l’uso della paura come leva commerciale. “L’acqua del rubinetto è piena di veleni”, “il cloro causa il cancro”: affermazioni che, se isolate dal contesto e dai dati reali, non reggono. Spesso il venditore mostra un presunto “test” che rende l’acqua scura o torbida, usa numeri senza spiegazione, crea allarme e poi propone subito la soluzione. Quel test non misura la qualità dell’acqua: misura quanto sei stato messo in difficoltà nel leggere i parametri corretti. Non è un problema teorico. Esistono interventi concreti dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) contro pubblicità ingannevoli. San Benedetto, ad esempio, ha dovuto rimuovere il claim “impatto zero” dalle etichette dopo un intervento dell’Autorità. Anche diverse aziende di depuratori sono state sanzionate per aver millantato certificazioni inesistenti o dati non verificabili. La regola pratica è semplice: se qualcuno ti spaventa senza mostrarti analisi ufficiali, se ti parla di frequenze vibrazionali, se ti propone un sistema senza dati tecnici chiari e certificazioni reali, non sta tutelando la tua salute. Sta cercando di venderti qualcosa. ![Acqua Greenwashing ](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/01/acqua-greenwashing.jpg)## **PFAS: caso particolare ad alta complessità** Non tutti devono misurarli. Non tutti possono misurarli. Se lo fai, è dentro la logica della verifica domestica. Il problema è a monte, non nel bicchiere. I PFAS entrano nell’acqua da scarichi industriali, discariche, siti contaminati. Filtrare l’acqua a casa tua riduce la tua esposizione personale, ma non risolve il problema ambientale. La contaminazione resta. Anche l’acqua in bottiglia può contenere PFAS. Non è una via d’uscita, è uno spostamento del problema. Se vivi in una zona con valori di PFAS che richiedono attenzione (Veneto, zone industriali del nord), verifica i dati del tuo gestore. Se il gestore non pubblica dati PFAS aggiornati, o se vuoi verificare dopo aver installato un filtro certificato, l’analisi domestica può servire. Ma costa: 100-300 euro per un panel completo. Se i valori sono vicini o sopra i limiti normativi in vigore da gennaio 2026, ha senso usare un filtro a carboni attivi o osmosi inversa per ridurre l’esposizione. Ma fallo con cognizione, non per paura. Verifica che il sistema sia certificato per la rimozione di PFAS, non fidarti di claim generici. E soprattutto mantienilo: un filtro non cambiato è peggio di nessun filtro. **Qui il discorso esce dal rubinetto ed entra nella politica.** La soluzione vera è a monte: bonifica dei siti inquinati, stop all’uso di PFAS in processi industriali, investimenti per filtrare l’acqua alle fonti prima che entri nelle reti. Questo si ottiene con pressione politica, con norme stringenti come quelle europee in vigore da gennaio 2026, con controlli sui produttori. La battaglia individuale non basta. Serve mobilitazione collettiva.## **Pressione politica: tutto quello che hai fatto ha senso solo se diventa collettivo** **Fin qui: cosa puoi fare tu. Ora: cosa deve fare il sistema, perché la qualità dell’acqua non può dipendere dal portafoglio.** Se il tuo gestore idrico non pubblica analisi aggiornate, segnalalo. Non basta lamentarsi in privato: serve richiesta formale via email o PEC, e se non rispondono entro i termini di legge, serve esposto all’ARERA o al Comune. I dati sulla qualità dell’acqua non sono un favore, sono un diritto. Se scopri criticità nelle analisi della tua acqua, confrontati con i vicini, con comitati locali, con associazioni ambientaliste. La pressione collettiva funziona meglio della richiesta individuale. Se un gestore sa che cento persone hanno visto gli stessi dati e stanno chiedendo conto, è costretto a rispondere. Se un politico locale promette acqua sicura ma non investe nelle reti, chiedigli conto pubblicamente. Le perdite delle reti idriche italiane sono al 42% in media nazionale: quasi metà dell’acqua se ne va in tubi vecchi e giunture che cedono. Decenni di manutenzione rimandata. L’ARERA certifica questo dato ogni anno, ma gli investimenti restano insufficienti. Il PNRR ha stanziato fondi per le reti idriche, ma siamo anni indietro. Senza questi investimenti, verificare la tua acqua è utile ma non basta. Il sistema tiene finché tiene, poi crolla. Nel 2011 oltre 26 milioni di persone hanno votato per dire che l’acqua è un bene comune, che il servizio idrico deve essere pubblico, che non si possono fare profitti sull’acqua. Hanno vinto. Le norme sono rimaste largamente inapplicate perché non c’è stata pressione costante per farle rispettare. Serve pretendere che i gestori pubblichino dati, che i Comuni investano, che i profitti non vadano a soci privati ma tornino nel servizio. Puoi essere il consumatore più informato del mondo, ma se la rete idrica perde il 42% dell’acqua, se le falde sono contaminate da PFAS industriali, se i controlli non vengono fatti perché mancano fondi, il tuo bicchiere d’acqua resta dentro un sistema rotto. La scelta vera non è solo tra rubinetto e bottiglia. È tra accettare il sistema così com’è o pretendere che cambi.## **Riepilogo operativo (da salvare)** **Dati della rete**: recupera le analisi ufficiali dal gestore idrico o tramite ASL e Comune. Se non sono pubblici o aggiornati, segnalalo. Questi dati descrivono l’acqua in rete, non necessariamente cosa esce dal tuo rubinetto. **Verifica domestica**: ha senso in edifici vecchi con tubature sospette, presenza di autoclave o serbatoio, acqua con sapore o colore anomalo, zone con contaminazioni note. Controlli pubblici gratuiti da ASL per rischi sanità pubblica. Analisi volontarie: 20-50 euro parametri base, 100-300 euro PFAS completi. **Lettura analisi**: verifica nitrati, metalli pesanti, cloro residuo, PFAS. Parametri dentro i limiti = acqua potabile. Sopra i limiti: identifica la fonte (impianto interno per piombo, rame, batteri; rete a monte per PFAS, nitrati). Vicini ai limiti: monitora nel tempo. **Filtrazione**: senza un dato misurato, la filtrazione è cieca. Parametri dentro i limiti e nessun problema di gusto = non serve filtrare. Sistema proporzionato al problema documentato, manutenzione costante. Filtri non cambiati peggiorano la situazione. **Greenwashing**: niente claim pseudoscientifici (acqua viva, energizzata, informata, strutturata). Diffidarsi di chi spaventa senza analisi ufficiali o propone test improvvisati. **PFAS**: non tutti devono misurarli. Zone con PFAS documentati: filtri certificati per la rimozione, ma il problema vero è a monte e richiede bonifica industriale e pressione politica. L’acqua in bottiglia può contenere PFAS. **Bottiglie**: acqua in bottiglia non più sicura del rubinetto, meno controllata, costa decine o centinaia di volte di più, genera milioni di tonnellate di rifiuti plastici e CO₂. Canoni di concessione bassi: profitti privati su bene pubblico. **Pressione collettiva**: pretendi dati aggiornati e accessibili. Segnala chi non lo fa. Pressione su istituzioni per investimenti nelle reti e applicazione del principio referendario che l’acqua è bene comune. 42% perdite reti idriche = fallimento politico scaricato su cittadini e ambiente. Il green si fa, non si dice. E sull’acqua questo significa: dati pubblici, reti efficienti, investimenti trasparenti, controllo collettivo. Non slogan, non claim, non promesse. Fatti.### **Approfondimenti Eywa** [https://eywadivulgazione.it/acqua-rubinetto-piu-sicura-bottiglia-italia ](https://eywadivulgazione.it/acqua-rubinetto-piu-sicura-bottiglia-italia) Team Eywa, 10 gennaio 2026 – Acqua del rubinetto: perché in Italia è spesso più controllata della bottiglia. Analisi comparativa tra acqua di rete e acqua in bottiglia: controlli, frequenza delle analisi, costi reali, impatti ambientali e falsi miti sulla “sicurezza” dell’acqua confezionata. Team Eywa, 23 gennaio 2026 – PFAS nell’acqua: dal 12 gennaio 2026 nuovi limiti UE. Come leggere i dati del tuo Comune. Guida pratica per individuare i dati PFAS nei report dei gestori idrici, capire cosa significano i nuovi limiti europei e distinguere tra problema di rete e soluzioni domestiche. Team Eywa – Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo Comune. Approfondimento su perdite di rete, dati ARERA, responsabilità politiche e strumenti civici per chiedere conto ai gestori e alle amministrazioni.### **Bibliografia essenziale** Unione Europea, 2020 – Direttiva (UE) 2020/2184 sulla qualità delle acque destinate al consumo umano. Norma quadro europea che definisce parametri di qualità, obblighi di monitoraggio, trasparenza verso i cittadini e introduce il controllo obbligatorio dei PFAS. Repubblica Italiana, 2023 – Decreto Legislativo 18/2023. Recepimento italiano della Direttiva (UE) 2020/2184: limiti cogenti, ruoli di gestori, ASL e ARPA, obblighi di informazione pubblica. Istituto Superiore di Sanità – Acque destinate al consumo umano. Supporto tecnico-scientifico nazionale, sorveglianza sanitaria (CeNSiA) e interpretazione dei parametri di qualità dell’acqua potabile. ARERA – Dati e indicatori sul servizio idrico integrato. Fonte ufficiale sui livelli di dispersione idrica, qualità tecnica del servizio, investimenti e criticità strutturali delle reti idriche italiane. Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA). Rete nazionale ARPA/APPA: controlli ambientali, metodologie analitiche ufficiali e monitoraggi sulle acque destinate al consumo umano. World Health Organization, 2017 – Guidelines for Drinking-water Quality. Valori guida sanitari internazionali per nitrati, metalli pesanti, contaminanti emergenti e criteri prudenziali di interpretazione dei dati. **Categorie:** Dossier, Manuali **Tag:** Ambiente & Sostenibilità --- ### [Fido e Micio possono salvare il pianeta? Guida pratica alla sostenibilità con cani e gatti](https://eywadivulgazione.it/sostenibilita-cani-gatti-guida-pratica/) **Published:** Febbraio 3, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) **Manuale pratico per una vita pet-friendly ed eco-friendly** Storia di come Fido e Micio possono salvare il pianeta (un pasto e una passeggiata alla volta) **Nota narrativa:** Questo manuale affronta ogni aspetto della convivenza quotidiana con cani e gatti dal punto di vista della sostenibilità ambientale. L’obiettivo è fornire strumenti concreti per ridurre l’impatto ecologico dei nostri animali domestici senza compromettere il loro benessere. Il metodo è quello di Eywa: la narrativa tiene insieme le parti, i dati sono verificabili e tracciabili, le soluzioni praticabili subito. Zero promesse a vuoto: qui ogni affermazione importante è tracciabile, ogni soluzione è praticabile.## **La zampa invisibile** ### **Impronta ecologica di cani e gatti: dove si nasconde l’impatto vero** Se ami Fido e Micio, questa parte può darti fastidio. Perché qui non parliamo di buone intenzioni: parliamo di impatto reale, misurabile, quotidiano. La buona notizia è che non serve diventare monaci: basta scegliere le leve giuste. Nel mondo ci sono centinaia di milioni di cani e gatti domestici, e in molti paesi il loro numero è cresciuto sensibilmente dopo la pandemia. Tutti questi animali lasciano un’impronta ecologica non trascurabile. La produzione di carne per il pet food è collegata all’industria zootecnica, responsabile di una quota rilevante delle emissioni globali di gas serra. La FAO stima che l’intera filiera della zootecnia (supply chain completa) contribuisca per il 14,5% alle emissioni globali di gas serra di origine antropica, anche se le metodologie di calcolo variano e i margini di incertezza rimangono ampi. Il settore del pet food contribuisce indirettamente a questo carico attraverso la domanda di proteine animali. Una parte del pet food usa co-prodotti; una parte invece impiega ingredienti che possono competere con usi alimentari e quindi esercita pressione di filiera. L’impatto dipende dalle ricette e dai criteri di allocazione usati negli studi. Stime sul pet food indicano un uso di suolo **associato** nell’ordine di **41–58 milioni di ettari** (con ipotesi e confini di analisi dichiarati dagli autori), cioè un’area circa doppia del Regno Unito. Non significa che esistano “campi per Fido”: significa che la domanda complessiva di ingredienti per pet food si traduce in pressione reale su suolo, filiere ed emissioni. Questo non significa rinunciare alla gioia di avere un pet. Significa fare scelte migliori per nutrirli, accudirli e curarli, riducendo drasticamente il loro impatto senza togliergli un briciolo di benessere. Da qui parte la rivoluzione green a quattro zampe. Questo manuale esplora ogni aspetto della vita quotidiana di cani e gatti, dal cibo alla lettiera, dai giochi ai prodotti antipulci, per renderla sana, sostenibile e sicura. L’alimentazione di un cane può essere ripensata in chiave ecologica: un cane di taglia media nutrito con sola carne per tutta la vita richiede un uso del suolo enormemente superiore rispetto a diete a prevalenza vegetale, con differenze **molto marcate** in termini di uso di suolo e impronta climatica, soprattutto quando aumentano le quote di carne ad alta impronta (es. manzo). Anche la semplice scelta della lettiera per il gatto o dei sacchetti igienici per le deiezioni del cane può fare la differenza. Esistono giocattoli e accessori a basso impatto altrettanto sicuri di quelli convenzionali. E ci sono modi per affrontare il tema delicato degli antiparassitari, bilanciando la necessità di proteggere la salute dei pet con quella di proteggere l’ambiente. La rivoluzione green comincia dalla ciotola e dalla cuccia di casa. E tu, da proprietario consapevole, ne sei il protagonista insieme ai tuoi animali.## **SEZIONE 1 – Le cose che cambiano subito** ### **Polvere, rifiuti, odori: la lettiera senza bugie green** La lettiera è il posto dove finiscono, ogni giorno, due cose: il bisogno del gatto e le nostre abitudini automatiche. Qui facciamo una rivoluzione silenziosa: meno polvere, meno chimica, meno rifiuti inutili. E sì, esistono alternative che non sono “green di facciata”, ma semplicemente migliori. Chi convive con un gatto lo sa: la lettiera è affare serio. Micio può essere critico sulla pulizia e sul tipo di sabbietta, noi possiamo esserlo sull’odore. Raramente pensiamo all’impatto ambientale nascosto in quel box in un angolo di casa. Eppure, considerato quanti milioni di gatti usano lettiere ogni giorno, il materiale che scegliamo fa una bella differenza.#### **Il problema delle lettiere tradizionali** Tradizionalmente, le lettiere per gatti sono state fatte di minerali assorbenti: argilla bentonite agglomerante, oppure cristalli di silicio (gel di silice), efficaci nel controllare gli odori. Funzionano, ma a che prezzo? La bentonite e gli altri minerali devono essere estratti in cava, spesso tramite scavi che deturpano il paesaggio. L’estrazione e il trasporto delle lettiere minerali comportano un impatto ambientale significativo, legato all’attività estrattiva, al consumo energetico e alle emissioni dovute alla logistica su lunga distanza. Inoltre, durante l’uso, queste lettiere rilasciano polveri sottili che il gatto, scavando e coprendo i suoi bisogni, inevitabilmente respira. Quelle stesse polveri le respiriamo anche noi in casa.#### **La soluzione: lettiere vegetali e biodegradabili** Fortunatamente oggi abbiamo opzioni più sostenibili e anche migliori per la salute. La parola d’ordine è: lettiere vegetali e biodegradabili. Si tratta di sabbiette fatte con materiali di origine naturale, tipicamente scarti vegetali, che offrono buon potere assorbente e agglomerante. Le possibilità sono diverse: trucioli di legno, segatura pressata, carta di giornale riciclata, fibre di mais o di soia, perfino tofu derivato dalla soia. **Rinnovabili e a basso impatto** Derivano spesso da materiali di scarto: segatura da lavorazione del legno, residui agricoli di mais, bucce di soia, carta già usata. Invece di essere buttati, vengono trasformati. Esistono lettiere in pura cellulosa da carta riciclata, oppure in pellet di legno proveniente da scarti di segheria. Alcuni produttori realizzano lettiera dagli scarti della lavorazione dei cereali: in molti casi, quando derivano da sottoprodotti (segatura, residui agricoli, carta riciclata), non richiedono coltivazioni dedicate. In questo modo non si abbatte un albero né si coltiva un campo apposta per la lettiera del gatto; si usano risorse già disponibili. Spesso riducono anche la massa trasportata a parità d’uso; e se scegli filiere UE/Italia, tagli pure le distanze. **Biodegradabili e compostabili** Al contrario della bentonite, che una volta usata rimane rifiuto indifferenziato da discarica, queste lettiere vegetali possono biodegradarsi. Molte dichiarano di essere compostabili in condizioni di compostaggio industriale. Ma attenzione: lo smaltimento finale è deciso dal regolamento comunale e dalle capacità dell’impianto di gestione rifiuti. Spesso anche le lettiere vegetali vanno conferite nel secco per ragioni igieniche, quindi informati presso il tuo comune prima di buttarle nell’organico. Alcune dichiarano la possibilità di smaltirle nel WC, ma regola pratica: consideralo un NO, salvo indicazioni esplicite del gestore del servizio idrico o del regolamento locale. Il rischio di intasare le tubature esiste, e i depuratori non sono progettati per trattare grandi quantità di materiali solidi organici. Se il tuo comune consente espressamente di conferire la lettiera biodegradabile con gli scarti organici, e se hai un giardino, puoi predisporre un compost dedicato per i bisogni di Micio, tenendolo separato dal compostaggio di rifiuti alimentari. Per i gatti, attenzione extra: alcune forme di patogeni (es. Toxoplasma) possono sopravvivere a compostaggi domestici non gestiti a temperatura controllata; se non hai impianto/istruzioni chiare, meglio evitare l’uso agronomico e limitarsi a ornamentali, o rinunciare al compost. Anche quando finisce nell’indifferenziato, la lettiera vegetale di solito riduce estrazione mineraria, polveri in casa e spesso la massa trasportata. Il salto vero arriva quando la filiera di smaltimento è coerente con le regole locali. **Sicurezza per il gatto** Le lettiere ecologiche di solito non contengono additivi chimici né profumi sintetici. Alcune argille “profumate” aggiungono fragranze che possono dare fastidio al sensibile olfatto felino e, nei gatti più delicati, causare irritazioni. Le lettiere vegetali invece spesso sono inodori, o al massimo profumano lievemente di legno o fieno, cose naturali. Generano poca polvere, quindi Micio ne respira meno rispetto alla sabbia tradizionale. E se per sbaglio il gatto le lecca o ingerisce (succede ai cuccioli curiosi), sono in genere meno problematiche rispetto ai minerali, anche se l’ingestione va comunque evitata e monitorata. Gran parte sono atossiche e si dissolvono nei fluidi più facilmente delle argille compatte. **Prestazioni efficaci** C’è chi teme che passando alla lettiera vegetale la casa inizierà a puzzare o sarà difficile ripulire. In realtà, i prodotti di nuova generazione sono performanti. Molti sono agglomeranti, quindi permettono di rimuovere facilmente le palline di urina come con la bentonite. Materiali come il tutolo di mais e i pellet di legno assorbono gli odori bene. La resa sugli odori dipende soprattutto da pulizia, ventilazione e capacità assorbente del materiale. Prova diverse opzioni: magari acquista piccoli sacchetti di prova di materiali diversi (legno, mais, carta) per capire quale piace di più al tuo gatto, perché ogni micio ha le sue preferenze. In genere, le lettiere vegetali agglomeranti con grana fine sono ben accette anche dai gatti adulti abituati all’argilla, perché la consistenza è simile sotto le zampe.#### **Pulizia del contenitore senza veleni** Per la pulizia del contenitore evita detergenti aggressivi: oltre all’odore sgradito al gatto, i residui finiscono nello scarico. Meglio detergenti delicati e risciacquo accurato. L’aceto può **aiutare** a sciogliere residui e ridurre l’odore, ma non sostituisce un disinfettante quando serve una sanificazione vera. Il bicarbonato può aiutare sulle incrostazioni: poi risciacqua bene. Passare a una lettiera vegetale è uno dei gesti più semplici e ad alto impatto nella routine quotidiana: taglia estrazione mineraria, riduce massa trasportata e spesso abbatte polveri e profumi in casa. Significa meno polveri e sostanze artificiali in casa, quindi un ambiente più sano per te e il tuo micio. E se milioni di persone lo facessero, quante emissioni risparmiate. Il tuo gatto ringrazia e anche il pianeta.### **Biodegradabile non basta: la verità sui sacchetti** C’è un gesto minuscolo che dice tutto: raccogliere la cacca e farlo nel modo giusto. Perché l’igiene urbana non è un dettaglio, e “biodegradabile” non significa sempre “va bene”. In questo capitolo trasformiamo una noia quotidiana in un’abitudine pulita, civile, sostenibile davvero. Passiamo ora al rovescio della medaglia di ogni passeggiata col cane: i suoi bisognini. Un proprietario responsabile raccoglie sempre le deiezioni del proprio cane, su questo non si discute. Ma come lo fa può avere un impatto molto diverso. Pensa a quanti sacchettini per la cacca usi in una settimana, in un anno. Ogni sacchetto è potenzialmente un rifiuto plastico in più che resta nell’ambiente per decenni, se non secoli. La buona notizia è che esistono soluzioni per raccogliere gli escrementi in modo igienico ed ecologico.#### **Il sacchetto giusto: compostabile, non solo biodegradabile** Oggi sul mercato trovi facilmente sacchetti igienici biodegradabili e compostabili. Cosa significa esattamente? Un sacchetto biodegradabile è fatto di materiali che i microorganismi possono decomporre, ma non è specificato in quanto tempo né in quali condizioni. Un sacchetto compostabile, invece, rispetta standard molto precisi, in Europa la norma EN 13432: disintegrazione entro 12 settimane e biodegradazione ≥90% entro 6 mesi, in compostaggio industriale, senza lasciare residui tossici. In pratica, tutti i compostabili sono biodegradabili, ma non tutti i biodegradabili sono davvero compostabili in tempi brevi. Molti sacchetti venduti come “biodegradable” in realtà sono prodotti in plastica oxo-degradabile, additivata con sostanze che la frammentano più velocemente in microplastiche, non certo l’ideale. I prodotti in plastica oxo-degradabile sono stati messi al bando nell’UE con la Direttiva SUP (Single-Use Plastics): non sono una soluzione, sono microplastiche accelerate. Quindi cerca esplicitamente la dicitura “compostabile” e magari il logo di certificazione come OK Compost. Questi sacchetti sono in genere fatti di bioplastiche derivate dall’amido di mais o di patata, e spesso hanno il rotolino di cartone al centro invece del solito tubetto di plastica. Sono robusti e pratici come quelli di plastica tradizionale, ma più sostenibili: in molti casi la filiera da fonti rinnovabili può ridurre la dipendenza da petrolio e migliorare il profilo emissivo. Il vantaggio reale lo fai soprattutto quando finisce nel circuito giusto, ma anche quando finisce nell’indifferenziato rimane spesso preferibile alla plastica tradizionale, dipende dal contesto.#### **Dove lo butti fa la differenza** Quando usi un sacchetto compostabile, dove lo butti cambia tutto. L’ideale, se ne hai la possibilità, è smaltirlo nell’umido/organico assieme al suo contenuto. Solo se il tuo gestore lo prevede esplicitamente: qui comanda **il regolamento locale e l’impianto**. Se non è scritto nero su bianco, la regola pratica è secco/indifferenziato. Se non hai questa possibilità, perché il tuo comune non lo consente, informati su soluzioni alternative. Esistono sistemi domestici dedicati, ma richiedono spazio, gestione corretta e non sono adatti a tutti i contesti. Se li valuti, considera sempre rischi igienici e uso del compost solo su ornamentali. Nella realtà urbana, spesso dobbiamo accontentarci di buttare il sacchetto nel primo cestino disponibile. In molte città ci sono cestini appositi per le deiezioni canine, talvolta con sacchetti forniti gratuitamente dal comune; se ci sono, usali. Altrimenti, getta nel secco indifferenziato. Se un sacchetto compostabile finisce nell’indifferenziato, non compie il ciclo virtuoso per cui è stato progettato, ma può comunque restare preferibile alla plastica tradizionale in termini di filiera e degradabilità, anche se dipende dal contesto. Non tutti i sacchetti compostabili si equivalgono. Alcuni sono più resistenti (nessuno vuole “sorprese” raccogliendo), altri più convenienti in termini di quantità/prezzo. Fai qualche prova per trovare quelli che preferisci. Tienine sempre una scorta in tasca o attaccata al guinzaglio; e se vedi un proprietario distratto che non raccoglie, offrigliene uno con gentilezza, diffondendo così anche la cultura di usare quelli ecologici.#### **Smaltire in modo intelligente (e igienico)** Dopo la raccolta, lo smaltimento varia a seconda del contesto. **A casa con giardino:** meglio creare un sistema dedicato se lo spazio e la gestione lo permettono, così eviti qualsiasi rifiuto extra. Le soluzioni disponibili richiedono però attenzione costante e non sono adatte a tutti i contesti. **A casa in appartamento senza giardino:** se la raccolta dell’organico locale non permette di includere le deiezioni, l’unica è gettare il sacchetto compostabile nel secco. Non buttarle mai giù per il WC, a meno che tu non stia usando direttamente palette idrosolubili (alcune città forniscono palette di cartone usa-e-getta per raccogliere e gettare il tutto nel WC; sono un’alternativa più sostenibile, ma non sempre praticabile con feci molli e di certo non comune). Il rischio di intasare le tubature con i sacchetti c’è, e comunque i depuratori non sono progettati per trattare molti rifiuti canini solidi. **Fuori casa durante le passeggiate:** se sei in città e trovi un cestino, usa quello indifferenziato, a meno che tu sappia di uno dedicato in zona. Se sei in mezzo alla natura, qui occorre un discorso a parte: in teoria le feci del cane sono naturali e biodegradabili, ma lasciare quelle del proprio cane nei boschi o nei prati non è buona pratica. Possono contenere batteri o parassiti che non fanno bene alla fauna selvatica, e nessuno vuole calpestare una mina di Fido nemmeno su un sentiero. Dunque, raccogli sempre anche in escursione. Puoi adottare un sistema “porta a casa”: esistono contenitori portatili richiudibili dove stivare temporaneamente il sacchetto usato se non trovi subito un cestino, utile in montagna. E non pensare di “nascondere” il sacchettino sotto un cespuglio: quello sì che è un rifiuto innaturale che deturpa l’ambiente. Meglio tenerselo, anche se non è piacevole, fino al bidone più vicino.#### **Perché raccogliere è anche un atto ecologico** Le feci canine possono impiegare molto tempo a degradarsi in natura (da settimane a mesi, e più a lungo in climi freddi o aridi), e nel frattempo rilasciano batteri coliformi, nutrienti in eccesso che possono inquinare suolo e acque, e cattivo odore. Non trattarle come concime: possono caricare il suolo di nutrienti in modo squilibrato e veicolare patogeni. Ecco perché raccoglierle non è solo educazione civica, ma anche un atto ecologico: evita inquinamento locale. Farlo con prodotti compostabili e smaltirle correttamente è l’evoluzione naturale di questo dovere. Sacchetti giusti, raccolta sempre, smaltimento eco-friendly quando possibile. Il risultato: marciapiedi puliti, discariche meno intasate di plastica, e quando il circuito funziona, compost invece che immondizia.## **SEZIONE 2 – Le cose che proteggono** ### **Proteggere senza avvelenare: antiparassitari con criterio** Le pulci non fanno filosofia. Le zecche nemmeno. Ma noi possiamo: possiamo proteggere l’animale senza spargere molecole ovunque, a caso, per mesi, solo “per sicurezza”. In questo capitolo mettiamo ordine: quando serve davvero, cosa scegliere, cosa evitare, e come ridurre l’impatto senza fare gli apprendisti stregoni. Chi ama cani e gatti sa quanto sia importante tenerli al riparo da pulci, zecche, zanzare e altri parassiti. Le classiche gocce antipulci o i collari medicati sono efficaci, ma contengono sostanze chimiche potenti (insetticidi come fipronil, imidacloprid, permetrina) che, se da un lato uccidono i parassiti, dall’altro possono avere impatti negativi. Negli ultimi anni ci si è resi conto che questi prodotti, usati su larga scala, stanno contaminando l’ambiente: nel Regno Unito sono state trovate tracce significative di fipronil e imidacloprid nelle acque dei fiumi in aree urbane, in concentrazioni sufficienti a danneggiare gli insetti acquatici. Sostanze vietate in agricoltura perché nocive per api e altri insetti utili continuano a entrare negli ecosistemi attraverso cani e gatti trattati, ad esempio quando un cane con spot-on antipulci fa il bagno in un ruscello o quando lavi la sua coperta trattata e scarichi l’acqua. Le principali associazioni veterinarie britanniche (British Veterinary Association, British Small Animal Veterinary Association, British Veterinary Zoological Society) hanno aggiornato la loro policy position congiunta il 31 ottobre 2025, raccomandando un approccio risk-based all’uso degli antiparassitari: valutare caso per caso il rischio reale per l’animale, evitare trattamenti di routine non necessari, e considerare gli impatti ambientali nella scelta del prodotto. La prevenzione è fondamentale, ma non dobbiamo esagerare o avvelenare il mondo per una zecca. Come fare allora? La risposta sta nell’equilibrio e nelle alternative naturali. Esistono infatti antiparassitari naturali per cani e gatti, basati su ingredienti di origine vegetale, che possono offrire un supporto blando nel tenere lontane pulci e zecche, senza effetti collaterali gravi e senza inquinare.#### **Olio di Neem** È l’estratto dai semi dell’albero di Neem (*Azadirachta indica*), usato da secoli in India come antiparassitario naturale. L’olio di neem non uccide istantaneamente pulci e zecche come farebbe un insetticida sintetico, ma può allontanarle grazie al suo odore e a composti come l’azadiractina che interferiscono con gli ormoni degli insetti. Alcuni prodotti naturali lo contengono: spray, lozioni. Se vuoi usare neem, usa solo **formulazioni veterinarie** e segui dosi/indicazioni del veterinario, soprattutto per i gatti, perché esistono segnalazioni di reazioni avverse nei felini compatibili con tossicità neurologica. Funziona come repellente blando, va però riapplicato spesso, ogni pochi giorni, perché l’effetto svanisce. Occhio: l’olio di neem puro ha un colore scuro che può macchiare tessuti e ha un odore persistente.#### **Aceto di mele** Un rimedio tradizionale, utile soprattutto come repellente blando. Diluisci aceto di mele biologico in acqua (1 parte aceto, 3 parti acqua) e spruzza o distribuisci con un panno sul mantello dell’animale. L’odore acido può respingere le pulci, ma non le uccide se già presenti in gran numero. Può essere usato molto diluito come risciacquo leggero dopo il bagno, ma sospendi se irrita la cute o se l’animale tende a leccarsi.#### **Limone e agrumi** Gli agrumi sono spesso mal tollerati, soprattutto dai gatti. Meglio evitare fai-da-te: se vuoi repellenti delicati, scegli prodotti formulati e indicati per specie, e chiedi al veterinario.#### **Terra di diatomee (diatomite)** È una polvere finissima ottenuta da alghe fossili microscopiche. Al tatto sembra talco, ma per gli insetti è letale: le microscopiche particelle abrasive graffiano l’esoscheletro di pulci, zecche e acari, facendoli disidratare. Si trova come “terra di diatomee per uso alimentare” (deve essere quella “food grade”, pura, non trattata chimicamente). È più sensato usarla soprattutto nell’ambiente (cucce, fessure, tappeti), evitando l’applicazione diretta sull’animale se non su indicazione veterinaria, per il rischio di inalazione. Attenzione: va maneggiata con cautela perché se inalata è irritante per le vie respiratorie sia nostre che del pet. Applicala all’aperto, usando magari una mascherina tu stesso. Se in casa ci sono soggetti sensibili (asma/bronchiti), meglio evitarla. È ottima per trattare l’ambiente: spargila negli angoli della cuccia e sul pavimento, lasciala agire per un’oretta e poi aspira tutto. È un metodo ecologico per ridurre i parassiti domestici.#### **Piretro naturale** Il piretro è un estratto di fiori di alcune specie di crisantemo (*Chrysanthemum cinerariifolium*), che sono un insetticida naturale. Diversi prodotti contengono piretro, a volte indicato come estratto di piretro o piretrine, combinato magari col neem. È efficace nell’uccidere pulci e zecche a contatto, pur essendo di origine vegetale. Tuttavia, attenzione: naturale non significa innocuo, infatti il piretro in concentrazioni alte può essere tossico per i gatti. I gatti non hanno certi enzimi per detossificare le piretrine. Su gatti: evita il piretro a meno di formulazioni specifiche e prescrizione veterinaria. Mai usare prodotti per cani sul micio (stessa avvertenza vale per la permetrina, sintetica derivata dal piretro, gravemente tossica per i gatti). Per i cani il piretro è un’opzione valida come spray spot-on naturale con breve persistenza.#### **Oli essenziali (massima cautela)** Molti oli essenziali di piante aromatiche respingono gli insetti. Citronella, geranio, lavanda, eucalipto, tea tree, menta piperita: l’elenco è lungo. Ci sono collari e fialette naturali che ne contengono vari mix. Vanno usati con massima cautela. **Per i gatti: niente fai-da-te con oli o estratti; solo prodotti veterinari formulati appositamente per felini, perché il loro fegato non metabolizza bene questi composti e il rischio di tossicità è reale.** Per i cani: solo prodotti formulati, no fai-da-te improvvisato. Su cani adulti, prodotti formulati con citronella o geraniolo possono essere usati come deterrente per zanzare e pappataci, responsabili della leishmaniosi. Sempre meglio consultare un veterinario o esperto in aromaterapia per essere sicuri di dosi e sicurezza.#### **Il limite dei rimedi naturali** Va detto con onestà: i rimedi naturali offrono un supporto blando rispetto ai prodotti chimici. Se il tuo gatto prende zecche ogni giorno o se vivi in una zona infestata dalla leishmaniosi, sarà necessario ricorrere ai presidi veterinari classici durante i mesi a rischio. Gli antiparassitari naturali possono non essere sufficienti, perciò monitorare sempre l’animale e, in caso di infestazioni o rischio sanitario elevato, valutare con il veterinario il da farsi. **IMPORTANTE:** I rimedi naturali non sostituiscono i presidi veterinari in aree ad alto rischio sanitario o in presenza di patologie trasmesse da vettori. La sostenibilità non può mai andare a scapito della salute dell’animale. La strategia migliore è spesso combinare gli approcci: usare i naturali come prevenzione di base e barriera, e riservare gli antiparassitari farmacologici solo ai periodi o casi di reale necessità, riducendone quindi la frequenza d’uso. Questo riduce sia il carico chimico sul pet (alcuni cani e gatti hanno reazioni avverse ai prodotti spot-on, come irritazioni o tremori), sia la dispersione nell’ambiente.#### **Pulizia dell’ambiente: il pilastro dimenticato** Un ultimo pilastro della lotta agli antiparassitari è la pulizia dell’ambiente: pare banale ma è essenziale. Anche usando i migliori repellenti, se in casa tua sono annidate uova di pulci nelle fessure del pavimento, avrai pulci a ciclo continuo. Quindi: lava spesso le coperte, i tappetini e i cuscini dove dormono Fido o Micio, magari con detersivi ecologici e a 60°C per uccidere eventuali uova; passa l’aspirapolvere con cura soprattutto negli angolini e lungo i battiscopa, le larve di pulce odiano la luce e stanno nascoste. Puoi aspirare un po’ di talco antipulci o di terra di diatomee, così mentre passi l’aspirapolvere diffondi quella polvere antiparassitaria nel sacco/cestello e uccidi eventuali pulci raccolte. All’aperto, tieni il prato basso e pulito da foglie secche, le zecche si arrampicano sull’erba alta. Rendi l’ambiente poco accogliente per gli ospiti indesiderati.#### **Uso responsabile dei prodotti convenzionali** Una protezione antiparassitaria sostenibile significa: prevenire con metodi dolci, usare la chimica solo quando serve, e comunque con criterio. Se decidi di applicare un antipulci spot-on convenzionale, fallo solo dopo aver consultato il veterinario per il principio attivo meno impattante e la dose giusta. E magari evita di far fare il bagno al cane in fiumi o laghi nei giorni successivi al trattamento, così non rilascia la sostanza in acqua (ad esempio l’imidacloprid dei collarini può contaminare l’acqua anche solo con il risciacquo). Negli ultimi anni si stanno sviluppando farmaci orali antiparassitari, compresse che il cane/gatto ingerisce e rendono il sangue letale per pulci/zecche per un certo periodo. Questi possono **ridurre** il rilascio per contatto (pelo/acqua di lavaggio/bagni), ma restano farmaci: vanno valutati e prescritti dal veterinario caso per caso. Un piccolo arsenale possibile: collare al neem e citronella per l’estate, pipetta naturale post-bagnetto, spazzolate quotidiane con pettine fine, rimuovere manualmente eventuali piccole intruse prima che prolifichino, e un buon controllo visivo ogni sera. Non si sconfiggono tutte le zecche del mondo, ma si riesce a tenere gli animali puliti e soprattutto sereni, senza caricarli di pesticidi di sintesi ogni mese. E quando ogni tanto bisogna ricorrere al prodotto convenzionale perché siamo in campeggio tra zecche affamate, si fa a cuor più leggero sapendo che si sono evitati molti trattamenti inutili durante l’anno.## **SEZIONE 3 – Le cose che spostano davvero l’ago** **Prima scegli bene. Poi, se vuoi, cucini bene.** Ok: ora che hai tolto di mezzo due “inquinamenti quotidiani” e hai messo in sicurezza la salute, arriva la leva più potente. Perché la differenza tra greenwashing e sostenibilità, spesso, sta tutta lì: nella ciotola, ogni santo giorno.### **Il cibo che fa bene davvero: salute dell’animale, impatto del pianeta** Il pet food è pieno di parole che suonano bene e significano poco: naturale, premium, ancestrale, “come in natura”. Qui facciamo una cosa diversa: impariamo a leggere etichette e promesse come si leggono i contratti, cercando prove, non poesia. Non per diventare paranoici: per spendere meglio e inquinare meno, senza togliere salute all’animale. L’ora della pappa è il momento chiave in cui fare scelte sostenibili. L’alimentazione incide enormemente sull’impronta ecologica di cani e gatti, oltre che sulla loro salute. Ecco come scegliere cibo sano per loro e rispettoso del pianeta.#### **Davanti agli scaffali: guardare oltre la pubblicità** Davanti agli scaffali pieni di confezioni colorate, mangimi “premium”, “biologici”, “grain-free”, come orientarsi? Il trucco è guardare oltre la pubblicità e concentrarsi su ingredienti e certificazioni. Un prodotto davvero sostenibile e di qualità si riconosce da parametri precisi. **La fonte delle proteine conta** La carne resta spesso l’ingrediente principale, ma non tutte le carni sono uguali in termini di impatto ambientale. Le carni rosse come manzo e agnello hanno un’impronta decisamente più alta delle bianche come pollo e tacchino. Sul pesce l’impatto varia molto per specie e metodo di pesca/allevamento: meglio trattarlo caso per caso. In generale, puntare su alimenti con meno manzo e più fonti proteiche alternative riduce l’impatto. Esistono ormai mangimi formulati con proteine innovative, come quelle derivate dagli insetti, che garantiscono elevato valore nutrizionale con un impatto ambientale in genere inferiore, anche se dipende dalla filiera di produzione. Le proteine da insetti (ad esempio larve di mosca soldato nera) possono contribuire a formule nutrizionalmente complete e ben digeribili, se il mangime è formulato secondo standard come FEDIAF, risultando altamente tollerabili e spesso ipoallergeniche. Anche i mangimi a base vegetale stanno prendendo piede per i cani: una dieta 100% vegetale può essere nutrizionalmente completa se formulata correttamente e conforme alle linee guida nutrizionali europee FEDIAF, ma va scelta con attenzione e con supporto veterinario. L’evidenza sugli esiti di lungo periodo non è ancora definitiva. I cani, da buoni onnivori, possono prosperare anche con diete vegetariane o miste, ma i gatti no, di questo parliamo tra poco. **Il benessere degli animali da allevamento è fondamentale** Quando si sceglie cibo contenente carne o pesce, bisogna verificare che provenga da allevamenti e pesca sostenibili. Cerca diciture come “carne biologica” (da agricoltura biologica certificata), dove l’uso di antibiotici è più restrittivo e soggetto a regole specifiche; gli ormoni della crescita non sono ammessi nella zootecnia UE in generale. È un indicatore migliore, non una garanzia assoluta: conta sempre la filiera. Per il pesce, cerca prodotti con certificazione MSC (Marine Stewardship Council) o simili, che attestano la pesca sostenibile. Evita alimenti contenenti genericamente “derivati animali” non specificati: la trasparenza significa qualità. Un prezzo eccessivamente basso del pet food spesso segnala filiere opache e ingredienti di qualità inferiore; non è una regola matematica, ma è un campanello. E quando le materie prime sono scarse, il rischio è ritrovarsi con prodotti meno tollerati da animali sensibili. Orientati verso marchi che garantiscono ingredienti allevati all’aperto, senza crudeltà, e che usano tagli secondari o by-product dell’industria alimentare umana. **Utilizzare gli scarti di macellazione non è un male** Utilizzare gli scarti di macellazione (organi, parti meno pregiate) non è affatto un male. Anzi, evita sprechi e fornisce nutrienti preziosi ai pet. Molte crocchette di qualità contengono fegato, cuore o trippa, ingredienti che noi umani consumiamo di rado ma ricchi di vitamine e minerali utili per Fido e Micio. In pratica: il pet food usa molti co-prodotti, ma non solo. Una parte degli ingredienti può competere con usi alimentari e la domanda del settore contribuisce alle pressioni di filiera. Questo significa che, se scegliamo prodotti di qualità, nutrire i pet può utilizzare al meglio ciò che già esiste. Naturalmente, meno carne complessiva si usa, meglio è, e qui tornano utili insetti e proteine vegetali. **Ingredienti biologici e locali fanno la differenza** Oltre alla carne, considera tutto l’insieme degli ingredienti. Meglio cereali e verdure da coltivazioni biologiche, prive di pesticidi e diserbanti chimici. Alcuni mangimi bio in commercio vantano materie prime coltivate senza impatti pesanti. Se possibile, preferisci aziende che producono in Italia o in Europa, per ridurre l’impronta del trasporto e supportare filiere controllate. Anche il packaging conta. Se esiste, privilegia formati grandi e ricariche: riducono rifiuti a parità di alimento. **Trasparenza e certificazioni sono indicatori chiave** Controlla se l’azienda pubblica report di sostenibilità o aderisce a iniziative ambientali. Un produttore attento magari compensa le emissioni, usa energie rinnovabili negli stabilimenti, o devolve parte dei profitti a cause animaliste/ambientaliste. Sul sito del marchio trovi queste info. E ovviamente, leggi bene l’etichetta: un cibo davvero naturale non conterrà coloranti o conservanti artificiali, ma solo antiossidanti naturali come tocoferoli ed estratti vegetali.#### **Sul dilemma dei gatti vegetariani: no** Per i gatti una dieta vegana è, nella pratica, una scelta ad alto rischio: è un carnivoro obbligato e richiede integrazioni e monitoraggi specialistici costanti. Per la stragrande maggioranza delle famiglie, è fortemente sconsigliata. Questo però non significa che non possiamo rendere più sostenibile anche la dieta del gatto: si possono scegliere alimenti per gatti a base di carni bianche o pesce, meno impattanti delle rosse, o che utilizzino proteine alternative come gli insetti. Esistono già crocchette con larve di insetti per gatti, bilanciate con tutti gli amminoacidi necessari. Insetti e pesce da acquacoltura sostenibile possono ridurre molto l’impatto senza privare il gatto di ciò che gli serve. Per Micio l’obiettivo è scegliere carni sostenibili più che eliminarle. Scegliendo con cura il pet food possiamo assicurare lunga vita sana ai nostri animali e al contempo alleggerire la pressione sul pianeta. I cani possono godere di diete innovative e più vegetali, i gatti di fonti proteiche alternative e di allevamenti etici. Anche integrare cibi freschi, come vedremo nel prossimo capitolo, permette di ridurre la quantità di prodotti industriali consumati. Ogni ciotola può diventare così un atto d’amore non solo verso il nostro pet, ma verso tutti gli esseri viventi.### **Cibo casalingo fatto bene: il metodo, non l’improvvisazione** Questa è la parte per chi vuole fare sul serio. Non perché “il casalingo è puro” e il resto è male, ma perché cucinare bene per un animale è una responsabilità, non un hobby. Se ti va, qui trovi un metodo pratico per farlo in modo sano, sostenibile e verificabile, senza improvvisare e senza mettere a rischio nulla. Cucinare in casa per il proprio animale è come cucinare per un membro della famiglia. Oltre ad essere un gesto d’amore, la dieta casalinga offre due vantaggi: controllo totale su ogni ingrediente, quindi massima qualità e salubrità, e riduzione di sprechi e imballaggi. Niente lattine o bustine da buttare. Ma attenzione: servono le giuste competenze. Non ci si improvvisa nutrizionisti, perché cani e gatti hanno fabbisogni molto specifici. Con le dovute linee guida, anche la cucina pet può essere salutare e sostenibile.#### **Il pet food industriale non è insostituibile** Esistono alimenti industriali completi di buona qualità, formulati per coprire i fabbisogni. Il punto non è demonizzarli, ma scegliere formule trasparenti e adatte al singolo animale, e sapere che il casalingo funziona solo se bilanciato con un veterinario nutrizionista. Anche quelli di alta gamma, biologici, subiscono processi industriali che degradano parte dei nutrienti. Sono alimenti fortemente trasformati, nei quali parte dei nutrienti naturali viene persa e compensata tramite integrazioni sintetiche, senza che questo renda automaticamente il prodotto nocivo, ma nemmeno ideale in ogni contesto. Questo fa intuire perché molti proprietari attenti usano le crocchette solo come backup. Tenerle per le emergenze o i viaggi, mentre si preferisce preparare pappe fresche ogni giorno, è una scelta sempre più diffusa. In caso, meglio riciclare avanzi adatti dalla nostra cucina per arricchire la dieta dei pet. È importante chiarirlo: **una dieta casalinga improvvisata o mal bilanciata può essere più rischiosa per la salute dell’animale di un buon alimento industriale completo.** Il cibo fresco è una scelta virtuosa solo se costruita con competenza e supporto veterinario.#### **Come comporre un pasto casalingo completo e bilanciato** In casalingo non esistono percentuali universali: cambiano per specie, età, salute e attività. Se vuoi farlo bene, la regola è una: schema costruito con veterinario nutrizionista, e ricette “standard” online trattate come rischio. Qui ti do criteri, non grammi. Sostenibile non vuol dire “zero animale” a prescindere: vuol dire scegliere specie/quote/filiera che tengano insieme salute e impatto. **Prevalenza di proteine animali** I gatti richiedono nutrienti tipicamente di origine animale (es. taurina, specifici aminoacidi) e sono carnivori obbligati; i cani sono più flessibili e possono anche seguire diete complete con quote molto ridotte o assenti di ingredienti animali, se formulate correttamente. Le proporzioni variano molto, ma in generale i gatti (carnivori stretti) ne richiedono più dei cani (onnivori). Scegli tagli magri e variali: ottime le carni bianche come pollo, tacchino, coniglio, alcune rosse magre come manzo o cavallo, e il pesce, soprattutto pesce azzurro ricco di Omega-3 come sardine, alici, sgombri. Alterna queste fonti per coprire diversi profili di aminoacidi. Le uova bio, crude o cotte, vanno benissimo per cani e gatti: ricche di proteine di altissima qualità. Puoi persino aggiungere il guscio finemente tritato come integratore di calcio naturale, dopo averlo bollito per sicurezza sanitaria. Non dimenticare le interiora, frattaglie come fegato, cuore, reni, milza: superfood per carnivori, carichi di vitamine e minerali. Molti le sottovalutano o le scartano perché “meno nobili”, ma sono sostenibili (scarti della filiera umana) e nutrienti. Usale spesso nelle ricette, ovviamente senza esagerare: il fegato, ad esempio, va dato in quantità moderate per non eccedere in vitamina A. **Verdure e frutta per i cani** I vegetali non solo forniscono fibre, vitamine e antiossidanti, ma abbassano anche il carico proteico del pasto rendendolo più leggero per reni e fegato. I cani (onnivori opportunisti) possono tollerare una quota di verdure cotte o frullate; i gatti, essendo carnivori, molto meno e spesso occorre tritarle finemente. Usa verdure di stagione, più sostenibili e nutrienti. Verdure a foglia verde come bietola, spinaci, zucchine, cicoria sono ricche di folati e minerali. Carote per il beta-carotene, magari cotte al vapore. Zucca per fibre e vitamina A. Broccoli e cavolfiori (le crucifere), dal profumo curiosamente gradito a molti cani. Evita invece cipolle, aglio, porri (tossici per cani e gatti), e niente funghi o avocado. La frutta va data con parsimonia per via degli zuccheri: un pezzetto di mela o pera come snack va bene, ai gatti di solito non interessa, i cani gradiscono di più. Bene anche mirtilli o cocomero a piccoli pezzi, mentre sono vietati uva e uvetta (nefrotossici), e attenzione alle dosi di frutti molto zuccherini. **Cereali e carboidrati in piccole dosi** Su questo punto c’è dibattito. In natura i carnivori assumerebbero pochissimi carboidrati, ma in una dieta casalinga piccole quantità di carboidrati complessi possono fornire energia e fibra. Le proporzioni variano: più basse per i gatti, un po’ più alte per i cani. Se li usi, preferisci cereali senza glutine e a basso indice glicemico: riso integrale ben cotto, quinoa, miglio, oppure tuberi come patate dolci. Evita invece pane, pasta tradizionale e farine raffinate che danno solo picchi glicemici. Alcuni veterinari consigliano di eliminare del tutto i cereali per cani e gatti, puntando solo su proteine e verdure. Gli animali stanno benissimo e digeriscono meglio. Questa scelta riduce anche l’impatto ambientale: meno terra coltivata per cereali destinati al pet, più spazio per verdure magari di scarto. **Supplementi e accortezze necessarie** Una dieta casalinga, per quanto varia, spesso necessita di qualche integrazione mirata. I più importanti sono il calcio (fondamentale per ossa, denti, cuore): in natura i carnivori lo prendono masticando ossa, in casa possiamo aggiungere un integratore oppure far essiccare e polverizzare ossa sotto controllo veterinario, o usare l’accorgimento dei gusci d’uovo tritati. La taurina per i gatti è essenziale (amminoacido per cuore e vista del gatto), si trova in carni e frattaglie ma per sicurezza a volte si integra a parte, specie se il gatto mangia anche molto pesce che ne è povero. Un bilanciamento di Omega-3 può essere garantito aggiungendo un po’ di olio di pesce per assicurare acidi grassi benefici. È importante lavorare con un veterinario nutrizionista per calibrare queste integrazioni in base agli ingredienti che usi. Diffida delle ricette fai-da-te trovate online senza basi scientifiche: ogni animale è un caso a sé e merita una dieta tagliata su misura, soprattutto se ha patologie, allergie, o se è cucciolo o anziano.#### **Alimenti pericolosi da evitare** Ricorda la black list dei cibi vietati: niente cioccolato, caffè, uva, uvette, cipolle, aglio, alcolici, dolcificanti come lo xilitolo (presenti anche in alcuni cibi industriali; controlla che biscotti o snack per cani non lo contengano). Niente ossa cotte di pollo o coniglio (schegge pericolose). Niente insaccati salati o grassi. Molti di questi sono tossici per i pet anche in piccole dosi. Attenzione anche ai latticini: cani e gatti adulti digeriscono male il lattosio. Via libera giusto a un cucchiaino di yogurt senza zucchero ogni tanto, o un pezzetto di formaggio stagionato come parmigiano o grana che ha poco lattosio (per alcuni gatti è una leccornia), ma se noti che li disturba, meglio evitare.#### **Perché cucinare in casa è una scelta potente** Cucinare per Fido e Micio richiede studio, ma i benefici sono evidenti. È la scelta migliore per una dieta sana e sostenibile. Sana perché elimini additivi e controlli la qualità di ogni boccone; sostenibile perché puoi scegliere ingredienti a basso impatto (verdure locali, carni bio, tagli meno richiesti) e riduci i rifiuti comprando sfuso dal macellaio o al mercato, o utilizzando gli avanzi della tua cucina che altrimenti finirebbero nella spazzatura. Cucinando in casa eviti il consumo energetico legato alla produzione industriale e al trasporto di cibo confezionato da mezzo mondo. Un suggerimento pratico: dedica qualche ora del weekend a preparare in anticipo le razioni settimanali, magari cucinando in grandi quantità (lessare un misto di carni e verdure) e poi congela porzioni giornaliere pronte all’uso. Così eviti di dover cucinare ogni giorno e riduci anche gli sprechi di energia in cucina. Altra idea: se segui diete particolari in famiglia, ricevi cassette di verdura bio a km0, o allevi galline ovaiole per le uova, coinvolgi i pet in questo circolo virtuoso integrando questi prodotti genuini nella loro dieta. Loro ne trarranno giovamento e tu azzererai praticamente l’impatto dei loro pasti.#### **Il passaggio al casalingo va fatto con metodo** Passare al casalingo richiede un’introduzione graduale se il pet è abituato da sempre ai mangimi, e va fatto con cognizione di causa. Consulta un veterinario esperto in nutrizione per formulare la dieta iniziale. Una volta impostata, vedrai risultati spesso sorprendenti: pelo lucido, niente più feci maleodoranti (già questo fa piacere anche a livello ecologico quando dovrai raccoglierle), animale più attivo e felice. La soddisfazione di vederlo mangiare un cibo fresco preparato con le tue mani non ha prezzo.## **SEZIONE 4 – La vita lunga degli oggetti** ### **Comprare meno, comprare meglio: giochi e accessori che durano** Qui c’è la trappola più subdola: comprare “green” per sentirsi a posto, e intanto riempire casa di plastica nuova e roba che dura tre giorni. Noi facciamo l’opposto: meno oggetti, migliori, più durevoli, più riparabili. E soprattutto: più intelligenti per l’animale, non per il carrello. Quanti accessori per il tuo pet riesci a contare? Ciotole, cucce, cuscini, collari, pettorine, guinzagli, giochi di ogni foggia. Tutti oggetti che compriamo, magari cambiandoli di tanto in tanto, e che quindi hanno una loro impronta ambientale nella produzione e poi come rifiuti a fine vita. La buona notizia è che il mondo del pet sta abbracciando la sostenibilità anche in questo campo, con materiali innovativi e design pensato per durare. Vediamo come scegliere o addirittura autoprodurre gli accessori di Fido e Micio in modo sostenibile.#### **Collari e guinzagli: materiali che durano** Il collare, o la pettorina, e il guinzaglio sono il vestito quotidiano del cane, e per i gatti alcuni usano collarini con targhetta identificativa o anti-fuga. Tradizionalmente erano di pelle, o di nylon sintetico. Oggi possiamo fare scelte migliori, orientandoci su materiali durevoli ma a basso impatto. **Canapa:** È una fibra molto resistente e, in molte coltivazioni, richiede meno input chimici rispetto ad altre fibre, è morbida e anallergica sulla pelle. La canapa cresce veloce e arricchisce il suolo. Un collare in canapa 100% naturale è quindi una scelta ottima: robusto, confortevole per l’animale e a basso impatto ambientale. **Sughero:** Essendo impermeabile e leggero, alcuni produttori lo usano come rivestimento di collari e guinzagli, dandogli l’aspetto del cuoio ma completamente cruelty-free (il sughero si ricava dalla corteccia, senza abbattere l’albero). È anche ipoallergenico e elegante, con quella texture unica. **PET riciclato:** Se preferisci i materiali tecnici, esistono versioni sostenibili anche del nylon: ad esempio collari in PET riciclato, ottenuto da vecchie bottiglie di plastica trasformate in un tessuto resistente e lavabile. Alcune aziende fabbricano guinzagli e pettorine riciclando corde da arrampicata e cinture di sicurezza, che altrimenti sarebbero rifiuti. Idea efficace per dare nuova vita a materiali robusti. **Bioplastiche:** Bioplastiche e resine vegetali vengono usate per fibbie ed anelli: invece di plastica tradizionale, trovi fibbie in bioplastica da amido di mais o canna da zucchero, altrettanto solide. E la pelle? C’è chi sostiene che un buon collare di cuoio duri tutta la vita del cane, quindi in un certo senso sia sostenibile perché non ne compri molti. Questo è vero se la qualità è alta. Ma c’è l’aspetto etico da considerare: la concia della pelle può essere altamente inquinante (salvo quella vegetale) e dipende comunque dall’allevamento bovino. Se però già possiedi un collare di pelle, usalo il più a lungo possibile, così onori l’oggetto ed eviti sprechi. E quando sarà da buttare, cerca un modo per riciclarlo (alcuni artigiani ricavano portachiavi o altri oggetti da vecchi collari di cuoio). Ad ogni modo, con tutte le alternative oggi disponibili, la pelle non è più l’unica scelta per la qualità.#### **Durabilità versus moda** Un approccio sostenibile agli accessori è anche quello di non cambiarli di continuo per capriccio. Sì, quel collare con motivo scozzese è adorabile, ma se il tuo cane ne ha già tre funzionanti, forse non serve un quarto solo perché è carino. Gli accessori più sostenibili sono quelli che già possediamo: sfruttiamoli fino in fondo, ripariamoli se possibile, cambiando una fibbia rotta anziché comprando un guinzaglio nuovo. Se poi proprio ne vuoi uno nuovo, magari per un’occasione speciale, considera di donare il vecchio in buono stato a un canile o a un altro proprietario invece di cestinarlo.#### **Giocattoli: naturali, riciclati, fai-da-te** Chi ha un cane giocherellone o un gatto curioso sa quanti giocattoli si accumulano: palline, topolini di stoffa, corde da mordere, pupazzetti sonori. Purtroppo molti giochi economici sono fatti di plastiche scadenti, che si rompono in fretta e finiscono nella spazzatura, talvolta dopo pochi giorni di uso intenso da parte di Fido. E alcuni possono persino contenere sostanze nocive (ftalati, coloranti tossici) che il pet può ingerire masticando. La soluzione: preferire giochi realizzati con materiali naturali o riciclati, privi di sostanze chimiche pericolose. **Gomma naturale:** Le classiche palline per cani ora le trovi in gomma naturale al 100%, derivata dal lattice degli alberi della gomma. Sono elastiche, rimbalzanti e resistenti. La gomma naturale evita polimeri petrolchimici e, a fine vita, ha un destino ambientale in genere migliore della plastica tradizionale; resta comunque un oggetto da usare finché dura e smaltire correttamente. Ci sono anche giochi da masticare (tipo ossi o forme da rosicchiare) in gomma naturale: divertono l’animale, puliscono i denti. **Tessuti riciclati:** Per i gatti, che amano oggetti leggeri da cacciare, via libera ai topolini di stoffa e palline fatte di corde di sisal o di cotone. I migliori oggi utilizzano tessuti riciclati: ad esempio ritagli di lana rigenerata o imbottiture fatte con filato ottenuto da bottiglie di plastica riciclate. Alcuni giochi per gatti sono piccoli cuscinetti imbottiti di erba gatta secca (catnip), avvolti in stoffa biologica: ai mici piacciono da impazzire e sono del tutto sostenibili. Quando l’odore svanisce, puoi ricaricarli con nuova erba gatta. **Legno certificato FSC:** Molti cani apprezzano i giochi in legno: pensa a quei prodotti di attivazione mentale, tipo i puzzle in cui nascondere premietti. Ebbene, ne esistono in legno certificato FSC (cioè proveniente da foreste gestite in modo sostenibile), anziché in plastica. Sono robusti e se il cane li rosicchia un po’, non sta ingerendo polimeri sconosciuti. Perfino i tiragraffi per gatti stanno evolvendo: invece dei soliti tubi di cartone rivestiti in tessuto sintetico, se ne vedono in cartone riciclato modulare (quando è troppo rovinato si ricicla di nuovo) o in legno con inserti di sisal naturale. **Elettronica:** Solo se è ricaricabile, riparabile e dura anni. Altrimenti è rifiuto travestito da innovazione.#### **Fai-da-te: il gioco a impatto zero** Perché comprare un altro giocattolo quando potresti crearlo tu con ciò che hai in casa? **Trecce o cordoni con vecchie magliette:** Taglia una T-shirt di cotone usurata in strisce, intrecciale ben strette a formare una corda con nodi alle estremità. Otterrai un gioco da tiro alla fune per il cane, riciclabile (quando sarà distrutto, buttalo nell’indifferenziato o compost se è cotone 100%). Idem per calzini spaiati: riempine uno con altri pezzi di stoffa, fai un nodo e avrai un salsicciotto da mordere. **Pallina di corda:** Con spago spesso di cotone/canapa fai avvolgimenti stretti fino a creare una palla solida. Ecco una pallina masticabile e biodegradabile. Oppure prendi quella treccia di magliette e chiudila su se stessa a cerchio: diventa una corona che il cane può masticare. **Giochi di attivazione con rotoli e scatole:** Un rotolo di carta igienica vuoto può trasformarsi in un dispenser di crocchette puzzle. Basta inserire qualche crocchetta dentro il rotolo e poi schiacciarne le estremità o infilarlo dentro altri anelli di cartone per creare una piccola sfida intellettiva per il pet, che dovrà ingegnarsi a tirare fuori il cibo. I gatti adorano giocare con scatole di cartone: fai qualche buco in una scatola pulita e infila dentro un giochino, li terrai occupati per ore. Una idea carina è costruire un tappetino da fiuto con ritagli di pile (tessuto vecchio) attaccati a un supporto, così da nascondere bocconcini tra le frange e stimolare l’olfatto del cane. Tutto utilizzando materiali di recupero che già hai. **Giochi naturali dalla natura:** A volte basta una pigna o un grosso ramo (non tossico; attenzione a evitare legni come oleandro, che sono velenosi) raccolto in montagna per fare la felicità di un cane, senza spendere nulla né comprare plastica. Controlla solo che non abbia schegge pericolose. Quando crei giochi fai-da-te, assicurati sempre che siano sicuri: niente parti facilmente ingeribili, niente spigoli taglienti, materiali puliti (lavare i tessuti prima), togliere graffette o nastri che possano staccarsi. Osserva Fido o Micio mentre ci giocano, per valutare se resistono o se c’è il rischio che si rompano e mangino qualcosa. In quest’ultimo caso, meglio toglierli subito.#### **La filosofia del “meno è meglio”** Un approccio sostenibile al gioco: **meno è meglio**. I nostri animali spesso si divertono con poco (un gatto può passare mezz’ora con un filo di lana, un cane può impazzire di gioia per una pallina usata). Non serve riempirli di oggetti nuovi continuamente. Offri loro rotazione e varietà: tira fuori un gioco che non vedevano da mesi, e sarà come nuovo. E soprattutto dedica tempo tu a giocare con loro all’aria aperta: quello sì che è gioco sostenibile, a impatto zero e ad alto tasso di felicità.## **Eywa dice… amici fedeli, scelte consapevoli: il futuro è green (anche a quattro zampe)** Siamo arrivati alla fine di questo viaggio tra ciotole, lettiere, collari e pulci, con un filo conduttore unico: la sostenibilità come atto d’amore. Prendersi cura di un animale domestico non significa solo sfamarlo e coccolarlo, ma anche pensare al mondo in cui vivrà insieme a noi. Ogni scelta ecologica che facciamo (dal comprare crocchette a base di insetti invece che di manzo, al riempire la ciotola dell’acqua con quella del rubinetto invece che con bottigliette di plastica, al raccogliere la pupù con un sacchetto compostabile) è un piccolo gesto che, moltiplicato per milioni di proprietari, può cambiare le cose in grande. All’inizio può sembrare impegnativo: studiare gli ingredienti delle scatolette, sperimentare una lettiera nuova col rischio che il gatto la sparga in giro. Ma l’esperienza di tanti proprietari attenti insegna che ci si prende gusto. Diventa quasi un gioco di squadra con il tuo animale: tu trovi per lui l’opzione migliore sul mercato e lui ti dice se gli piace. E quando trovi il giusto equilibrio (le pappe sostenibili che divora di gusto, la lettiera vegetale che usa volentieri, il giochino di canapa che preferisce alla vecchia pallina di plastica), c’è una soddisfazione enorme nel sapere che stai facendo bene a lui e al contempo al pianeta. Abbiamo visto in questo manuale tanti aspetti, tutti interconnessi da un principio: esiste quasi sempre un’alternativa a basso impatto ad ogni prodotto convenzionale per pet. E spesso è anche un’alternativa di qualità superiore: più salutare, più etica, più innovativa. Non stiamo parlando di fare sacrifici o di accontentarsi: il cane continuerà a leccarsi i baffi col suo cibo, il gatto avrà la sua toilette pulita e inodore, anzi forse staranno tutti meglio di prima. È un’evoluzione, non una rinuncia. Certamente, ci sono sfide. Il tema dell’impronta ecologica dei nostri animali ci mette davanti a domande importanti. Ad esempio: come bilanciare il fatto che cani e gatti, in quanto carnivori o onnivori con forte componente carnivora, abbiano bisogno di proteine animali, con la necessità globale di ridurre la produzione di carne? Ci siamo dati delle risposte con soluzioni come l’uso di scarti, gli insetti, l’ottimizzazione delle diete. E chissà, in futuro potrebbe arrivare il pet food coltivato in laboratorio (già si parla di carne coltivata appositamente per animali, senza allevamento né macellazione). Oppure, come conciliare la lotta ai parassiti con la tutela degli insetti buoni e delle acque? Qui la risposta sta nell’innovazione farmaceutica, ma anche in una diversa mentalità: non bombardare preventivamente, bensì monitorare e intervenire solo al bisogno. È un cambio di paradigma che coinvolge medici veterinari, industrie e noi proprietari. O ancora, la questione dei rifiuti: se ogni proprietario di cane usasse sacchetti compostabili e ogni proprietario di gatto lettiera vegetale, probabilmente risparmieremmo tonnellate di plastica e minerali non rinnovabili all’anno. Queste non sono utopie, ma obiettivi raggiungibili con la diffusione della consapevolezza. La missione di Eywa in questo contesto è fornire dati verificati, soluzioni concrete e strumenti per agire subito. La sostenibilità non deve restare una bella parola astratta, ma diventare parte della routine quotidiana, anche e soprattutto nelle piccole cose come preparare la pappa o fare una passeggiata con Fido. In fondo, i nostri animali dipendono completamente da noi per le loro scelte di consumo: siamo noi la loro voce e la loro mano. Dunque abbiamo la responsabilità, ma anche l’onore, di poter fare la differenza per loro e per l’ambiente insieme. I cani amano correre nei prati puliti, i gatti adorano cacciare tra gli alberi sani. Un mondo meno inquinato è un beneficio anche per loro. Ogni volta che riempi la loro ciotola con un prodotto a basso impatto o scegli un accessorio sostenibile, stai facendo squadra per un futuro migliore. La rivoluzione green a quattro zampe è appena cominciata. Spargi la voce con altri proprietari: consigliando la lettiera vegetale che ti ha risolto i problemi, regalando un collare in canapa all’amico che ha preso un cucciolo, condividendo magari questo manuale. Più saremo a prendere coscienza, più spingeremo anche le aziende a innovare e offrire prodotti sempre più sostenibili e accessibili. La prossima volta che uscirai col tuo cane all’alba, magari con un sacchetto compostabile in tasca e un guinzaglio di corda riciclata in mano, guardati intorno. L’aria fresca, il cielo che si illumina. Sapere di fare la propria piccola parte per preservare questa bellezza darà ancora più gusto nel camminare fianco a fianco con il tuo fedele amico. E se hai un gatto, osserva come controlla soddisfatto la sua lettiera pulita e come gioca con quel topolino di stoffa biologica: dietro quelle piccole azioni quotidiane c’è un grande cambiamento in atto. Ogni scelta conta: dal tipo di crocchette alla lettiera, dagli antiparassitari ai sacchetti per le deiezioni. L’industria del pet vale miliardi e sta iniziando a capire che la sostenibilità non è una nicchia. Più chiediamo prodotti verificabili e a basso impatto, più il mercato si adegua. **Il green si fa. Anche a quattro zampe.**## **Approfondimenti Eywa** Redazione, 2025. Contesto culturale e responsabilità della convivenza con animali domestici (utile per introdurre il “patto” affettivo e la parte etica). Team Eywa, 2026. Detergenti “eco”, VOC e salute indoor: base perfetta per la parte su pulizia cucce, lavaggi tessili, prodotti antipulci e “teatro dell’odore”. Team Eywa, (data sul sito). Microplastiche e filiere: ponte utile per sacchetti, accessori in plastica, tessuti sintetici e dispersione quotidiana. Team Eywa, 2026. Metodo operativo su dati, analisi e scelte pratiche: aggancio perfetto per “ciotola = acqua del rubinetto”, riduzione bottiglie e approccio “strumenti, non slogan”. ## **Bibliografia essenziale** FAO (2013). Tackling climate change through livestock. Quadro metodologico e stima (supply chain) della quota emissiva della zootecnia. Alexander P. et al. (2020). The global environmental paw print of pet food (Global Environmental Change). Stime globali su uso di suolo (41–58 Mha), emissioni e impatti associati al dry pet food. Okin G.S. (2017). Environmental impacts of food consumption by dogs and cats (PLOS ONE). Analisi dell’impatto ambientale della dieta di cani e gatti e implicazioni di filiera. FEDIAF. Nutritional Guidelines for Complete and Complementary Pet Food for Cats and Dogs. Standard nutrizionali di riferimento in Europa per alimenti “completi” (edizione più recente disponibile sul sito). European Bioplastics – Standards. Riferimenti sullo standard EN 13432 e requisiti di compostabilità e biodegradazione degli imballaggi. BVA, BSAVA, BVZS (31 ottobre 2025). Aggiornamento della policy su “Responsible use of parasiticides” con approccio risk-based e attenzione agli impatti ambientali. **Categorie:** Dossier, Manuali --- ### [Le ghost forests non sono un problema americano: l'Italia le ha già, ma non le vede](https://eywadivulgazione.it/ghost-forests-italia-foreste-fantasma/) **Published:** Febbraio 2, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Ci sono foreste che non bruciano, non vengono abbattute, non crollano sotto il peso della neve o del vento. Restano lì. Secche. Silenziose. Scheletri di legno che emergono da paludi salate dove un tempo c’erano boschi rigogliosi. Le chiamano *ghost forests*, foreste fantasma, e non è una metafora poetica per impressionare i lettori di riviste ambientaliste. È un fenomeno fisico, misurabile, osservabile. E soprattutto: non è un problema “americano” che guardiamo da lontano con la distanza rassicurante di chi pensa che certe cose accadano sempre altrove. È un problema costiero. E l’Italia è un paese costiero.## **Cosa sono davvero le ghost forests** Il meccanismo è semplice, quasi banale nella sua linearità. Il mare si alza, anche di pochi centimetri all’anno. L’acqua salata entra nelle falde, risale i fiumi, si infiltra nel suolo. L’acqua dolce arretra. Gli alberi, che dipendono da quell’equilibrio fragile tra terra e acqua, subiscono uno stress radicale progressivo. Le radici non tollerano il sale, i tessuti si deteriorano, la linfa non circola più. E gli alberi muoiono. Lentamente, in piedi, senza dare spettacolo. Questo è il punto che sfugge a chi cerca sempre l’evento estremo, il disastro improvviso, l’immagine che fa notizia: le ghost forests non sono emergenze. Sono processi. Lenti, prevedibili, inesorabili. Non sono disastri naturali, sono processi ignorati. E l’ignoranza, qui, non è mancanza di informazione: è la scelta politica di non guardare dove il cambiamento è già in atto.## **Perché se ne parla adesso** Nelle ultime settimane il Washington Post ha dato notizia di nuove mappe satellitari sulle ghost forests lungo le coste americane. Il risultato ha sorpreso anche i ricercatori: il fenomeno è molto più esteso di quanto si pensasse. Non si tratta di casi isolati o anomalie locali, ma di un processo diffuso che sta trasformando migliaia di chilometri di coste in tutto il mondo. Negli ultimi anni il telerilevamento satellitare ha reso visibile ciò che prima era frammentato in mille osservazioni locali. Tecnologie come il LiDAR e l’analisi multispettrale hanno permesso di mappare il fenomeno su scala continentale, confermando che le ghost forests sono molto più estese del previsto. Non sono anomalie locali, sono la norma delle zone di transizione fra terra e mare in tutto il mondo. Le foreste costiere stanno diventando un indicatore, anticipatore del cambiamento climatico, più sensibile e precoce rispetto a città, infrastrutture, persino zone agricole. Gli alberi muoiono prima delle città. Sono un segnale precoce. Ma noi continuiamo a guardare solo le città, ad aspettare che l’acqua arrivi fino alle strade, le case, le piazze. Quando succederà, sarà ormai tardi per adattarsi. Gli alberi ce lo stanno già dicendo.## **In Italia ci sono già, ma le chiamiamo in altri modi** Qui sta il problema italiano per eccellenza: non usiamo il termine *ghost forests*, quindi pensiamo di non avere il fenomeno. Lo chiamiamo “deperimento delle pinete litoranee”, “stress salino”, “moria inspiegabile”, “alberi che non attecchiscono più”. Frammentiamo il problema in mille casi locali, in mille competenze separate, in mille interventi d’emergenza che non si parlano tra loro. Un comune segnala alberi secchi lungo la costa, un altro lamenta che le nuove messe a dimora non sopravvivono, un terzo attribuisce il problema a parassiti o malattie. Il nome cambia, la dinamica no. La subsidenza del Delta del Po (l’abbassamento graduale del suolo che, nelle aree costiere, favorisce l’ingresso dell’acqua salata), la salinizzazione delle pinete di Ravenna, il deperimento progressivo delle foreste dunali in Toscana, la fragilità crescente delle zone umide costiere in Puglia: sono tutti pezzi dello stesso puzzle. Ma siccome non li chiamiamo con lo stesso nome, non li trattiamo come lo stesso problema. E siccome non li trattiamo come lo stesso problema, non abbiamo una strategia nazionale. Abbiamo solo reazioni locali, spesso tardive, quasi sempre inefficaci.## **Dove il rischio è più alto** I delta fluviali sono in prima linea: dove i fiumi incontrano il mare, l’equilibrio tra acqua dolce e salata è già precario. La subsidenza naturale e quella indotta da decenni di emungimento delle falde accelera l’abbassamento del suolo. Le pianure costiere, soprattutto quelle bonificate, sono territori costruiti sottraendo terra al mare: quando il mare risale, quella terra torna indietro. Le pinete litoranee, piantate per fissare le dune e proteggere le coste, si trovano oggi schiacciate tra un mare che avanza e falde che si salinizzano. Le lagune e le zone di transizione, che per loro natura sono spazi di confine, stanno perdendo quella capacità di mediazione che le rendeva resilienti. Il problema di fondo è sempre lo stesso: abbiamo costruito territori rigidi in un clima che non è più rigido. Abbiamo ingessato le coste con infrastrutture, argini, muri, difese che bloccano l’adattamento naturale. E quando il mare si alza, queste difese non proteggono: intrappolano. Gli alberi non possono arretrare, le foreste non possono migrare verso l’interno. Restano lì, strette tra il cemento e il sale, e muoiono.## **Perché non le vediamo ancora** Le ghost forests in Italia non fanno notizia perché il processo è lento. Non c’è un momento preciso, un «prima e dopo» spettacolare da fotografare. Un albero morto su una costa può essere un incidente, dieci alberi possono essere un problema locale, cento alberi possono essere una coincidenza stagionale. Ma quando sono migliaia, distribuiti su centinaia di chilometri di costa, non è più cronaca: è geografia. E a quanto pare la geografia non fa notizia. Manca una mappatura nazionale integrata. I dati esistono: Ispra monitora le coste, le Regioni gestiscono le foreste, i Comuni segnalano i problemi. Ma questi dati non vengono usati tutti insieme. Non esiste una piattaforma che incroci subsidenza, intrusione salina, stato di salute delle foreste costiere e proiezioni di innalzamento del mare. Esistono competenze separate che producono informazioni separate, incapaci di dialogare tra loro. Perché le conoscenze separate non generano politiche integrate.## **Si può mitigare il fenomeno? Sì, ma non come pensiamo** La risposta istintiva davanti a una foresta che muore è sempre la stessa: piantiamo nuovi alberi. Ma piantare alberi dove le condizioni ambientali stanno cambiando non è mitigazione, è accanimento terapeutico. Gli alberi nuovi moriranno come quelli vecchi, forse più in fretta perché più fragili. Mitigare le ghost forests significa accettare il fatto che alcune foreste non reggeranno, alcuni territori non possono più sostenere le specie che vi crescevano da secoli. Significa accompagnare la transizione ecologica: dove la foresta muore, può nascere una zona umida salmastra, un canneto, una prateria alofila (cioè adatta a vivere in suoli salini e influenzati dall’acqua di mare). Significa creare spazio tra mare e terra, permettere al territorio di arretrare in modo controllato invece di aspettare che ceda in modo caotico. Significa usare le specie giuste nei posti giusti: non pini dove il sale è già arrivato, ma specie tolleranti, vegetazione di transizione, ecosistemi capaci di convivere con l’instabilità. Mitigare non è salvare tutto. È scegliere cosa far vivere. E questa scelta richiede una lucidità politica che al momento non c’è.## **Adattamento vs emergenza: la scelta politica** Qui il discorso si allarga, inevitabilmente. Le ghost forests sono un caso particolare di un problema generale: la differenza tra adattamento ed emergenza. La difesa rigida delle coste costa miliardi e fallisce progressivamente. Gli interventi dopo il danno costano sempre di più degli interventi prima del danno. L’emergenza è rumorosa, spettacolare, mediatica; la prevenzione è silenziosa, invisibile, politicamente ingrata. È lo stesso schema che vediamo nel dissesto idrogeologico, nella gestione degli alberi urbani, nella pianificazione delle città. Aspettiamo che il problema diventi insostenibile, poi interveniamo in fretta, spendiamo molto, risolviamo poco. E nel frattempo i segnali precoci vengono ignorati. Gli alberi che muoiono in silenzio lungo le coste sono uno di questi segnali.## **Le ghost forests come avvertimento** Gli alberi non sono vittime passive del cambiamento climatico. Sono sentinelle. Muoiono dove il territorio ha già perso elasticità, dove l’equilibrio si è già rotto, dove l’adattamento è già impossibile. E se guardiamo le ghost forests con questa consapevolezza, la domanda diventa inevitabile: se non sappiamo adattare una foresta, come pensiamo di riuscire ad adattare le nostre città? Le città costiere italiane si trovano esattamente nella stessa condizione delle foreste costiere: schiacciate tra un mare che sale e infrastrutture che non permettono l’arretramento. La differenza è che le foreste stanno già morendo, le città ancora no. Ma il processo è lo stesso, solo più lento. Per ora. E quando toccherà alle città, sarà troppo tardi per imparare. Se vogliamo parlare di adattamento climatico sul serio, dobbiamo iniziare da qui. Dai territori che cambiano prima di noi. Dalle foreste fantasma che ci mostrano il futuro, se continuiamo a guardare altrove.## **Approfondimenti Eywa** [https://eywadivulgazione.it/alberi-in-citta-quali-piantare-e-perche-i-comuni-sbagliano-tutto/ ](https://eywadivulgazione.it/alberi-in-citta-quali-piantare-e-perche-i-comuni-sbagliano-tutto/)*Eywa – Dossier di approfondimento sulle specie arboree da piantare in contesto urbano e sugli errori tipici delle amministrazioni comunali nella gestione del verde pubblico.* *Eywa – Testo che spiega i problemi legati alla capitozzatura degli alberi in città e perché questa pratica, oltre a essere dannosa, riflette una gestione superficiale del verde urbano.* [https://eywadivulgazione.it/il-giappone-e-la-riforestazione-che-funziona-davvero-e-perche-piantare-alberi-a-caso-e-solo-marketing/ ](https://eywadivulgazione.it/il-giappone-e-la-riforestazione-che-funziona-davvero-e-perche-piantare-alberi-a-caso-e-solo-marketing/?utm_source=chatgpt.com)*Eywa – Dossier critico sulla riforestazione “da record” e sul fatto che piantare alberi a caso non basta: serve capire il suolo, il sistema ecologico e il contesto climatico per far funzionare davvero le foreste.* *Eywa – Articolo su come il verde urbano a Genova sia diventato tema politico e amministrativo, e sulla necessità di dati e strategie solide per tutelare gli alberi e la resilienza urbana.*## **Bibliografia essenziale** *Kirwan et al., 2020 – Science Advances. Studio fondamentale sul fenomeno delle ghost forests lungo le coste atlantiche, collegato a innalzamento del livello del mare e intrusione salina come processi lenti e prevedibili.* *IPCC Special Report on the Ocean and Cryosphere, 2019 – Capitolo su innalzamento del livello del mare, ecosistemi costieri e perdita di resilienza delle zone di transizione terra-mare.* *US Geological Survey – Scheda di sintesi scientifica sul fenomeno delle ghost forests, con spiegazione dei meccanismi fisici (salinizzazione, stress radicale, mortalità arborea).* *ISPRA – Rapporto sul dissesto idrogeologico in Italia. Dati su subsidenza costiera, intrusione salina e fragilità delle pianure e dei delta fluviali.* *European Environment Agency – Analisi sugli impatti dell’innalzamento del livello del mare in Europa, con focus su ecosistemi costieri, pianure alluvionali e strategie di adattamento.* [https://www.mdpi.com/2073-4441/13/9/1175 ](https://www.mdpi.com/2073-4441/13/9/1175)*Costantini et al., 2021 – Water. Studio sulla salinizzazione delle falde costiere in Italia e nel Mediterraneo, con implicazioni dirette su foreste litoranee e zone umide.* **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [PNRR e dissesto in Sicilia: finanziati interventi meno urgenti di Niscemi](https://eywadivulgazione.it/pnrr-dissesto-sicilia-niscemi-esclusa-rischio-p4-r4/) **Published:** Gennaio 30, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Dopo [l’articolo pubblicato ieri](https://eywadivulgazione.it/frana-niscemi-mappa-pubblica-ignorata-19-anni/) sulla frana di Niscemi e su una mappa pubblica ignorata per diciannove anni, emerge un dato che rende la vicenda ancora più grave. La Regione Siciliana ha finanziato, nell’ambito della programmazione PNRR, 37 progetti per il dissesto idrogeologico in Sicilia. Niscemi non è tra questi. Eppure Niscemi è classificata da anni come area a rischio massimo secondo il PAI (Piano di Assetto Idrogeologico): pericolosità P4, rischio R4, il livello più alto previsto dalle mappe ufficiali. Una condizione nota, documentata, consultabile da chiunque. Il punto non è solo che Niscemi sia rimasta fuori. Il punto è che alcuni di quei fondi sono stati spesi in Comuni con situazioni di rischio inferiore. In alcuni casi, significativamente inferiore secondo la classificazione PAI.## **Stesso PAI, criteri diversi** Analizzando i progetti PNRR finanziati in Sicilia e incrociandoli con i dati ufficiali del Piano di Assetto Idrogeologico regionale emerge un quadro che va detto con chiarezza: tra i 37 interventi, alcuni insistono su territori con livelli di rischio pari a quello di Niscemi, altri riguardano Comuni con rischio PAI significativamente inferiore. Non è un dettaglio tecnico: è il cuore del problema. Perché se il criterio dichiarato del PNRR è la mitigazione del rischio idrogeologico, allora la priorità dovrebbe andare dove il rischio è massimo, soprattutto quando coinvolge centri abitati, case, strade, servizi essenziali. Le scelte che hanno determinato quali progetti finanziare risalgono principalmente alla fase di approvazione tra autunno 2022 e inizio 2023, quando il Dipartimento della Protezione Civile ha formalizzato gli elenchi per ciascuna Regione. Da allora la Regione Siciliana ha attivato bandi e procedure operative nel 2023-2024, con pagamenti effettivi avviati soprattutto nel 2025-2026. Non si tratta quindi di decisioni prese ieri, ma di priorità fissate anni fa, quando i dati PAI erano già disponibili e Niscemi era già classificata P4/R4. Qui è importante chiarire il metodo. Non abbiamo confrontato studi locali, PRG comunali o documenti eterogenei. Abbiamo usato i dati ufficiali PNRR (CUP, OpenCUP), i layer PAI regionali ufficiali (geomorfologico e idraulico), i confini comunali ISTAT non generalizzati. Una base tecnica unica, valida per tutta la Sicilia. È su questa base che Niscemi risulta P4/R4. Ed è sulla stessa base che alcuni Comuni finanziati risultano P2/P3 o R1/R2. Questo rende il confronto legittimo e politicamente rilevante.## **Rischio ed esposizione: Niscemi non era una criticità come le altre** Il rischio non è solo una sigla su una mappa, conta dove quel rischio insiste. Nel caso di Niscemi il dissesto interessa il centro abitato, coinvolge edifici, famiglie, attività, ha già prodotto evacuazioni e perdita di case. È difficile sostenere, senza forzare la realtà, che in Sicilia esistessero situazioni più prioritarie di Niscemi, a parità o addirittura a minor livello di rischio PAI. Eppure i fondi sono andati altrove. Tra i progetti finanziati emergono interventi in Comuni con rischio inferiore a quello di Niscemi, sulla base dei dati PAI, per importi tutt’altro che marginali: Scordia oltre 5 milioni di euro, Ramacca circa 2,5 milioni, Palagonia 1 milione, Francofonte circa 270 mila euro. Interventi legittimi, sia chiaro, ma meno urgenti se il criterio è la riduzione del rischio massimo per la popolazione. Ed è qui che cade ogni alibi.## **Quei 5-10 milioni per Niscemi: una stima plausibile, non un’invenzione** Nel pezzo di ieri abbiamo parlato di 5-10 milioni di euro come ordine di grandezza per interventi di prevenzione a Niscemi. Vale la pena chiarirlo: non si trattava di una cifra buttata lì. Si parlava di interventi strutturali di mitigazione preventiva come consolidamento dei versanti, drenaggi e regimazione delle acque, opere di contenimento, sistemazioni idraulico-forestali, micro-delocalizzazioni mirate. È una forchetta coerente con i costi di interventi analoghi già finanziati in Sicilia, anche recentemente, con fondi PNRR. Non è un computo metrico, ma una stima realistica dell’ordine di grandezza. E qui sta il punto politico centrale: importi uguali o superiori a quelli ipotizzati per mettere in sicurezza Niscemi sono stati spesi per interventi in aree meno critiche. Dunque no, non mancavano i soldi. Mancava la priorità.## **Nessuna scusa tecnica regge più** Le giustificazioni standard non tengono: non è vero che il rischio non fosse noto, non è vero che mancassero i dati, non è credibile che in diciannove anni non si potesse costruire un progetto di mitigazione. La mappa c’era, il PAI parlava chiaro, i fondi PNRR sono stati usati. Ma non per Niscemi. Questo non è un errore tecnico: è una scelta di priorità. E le priorità raccontano sempre una visione del territorio: chi viene prima, chi può aspettare, chi diventa «emergenza» solo quando crolla tutto. Se la prevenzione costa meno dell’emergenza, come dimostrano i numeri, allora ignorarla non è solo miope, è politicamente irresponsabile.## **Eywa dice…** Questa storia non riguarda solo Niscemi, riguarda come si decide dove investire prima e dove arrivare dopo, quando è troppo tardi. Serve una pianificazione trasparente, basata su rischio ed esposizione reali, che non lasci nessun Comune P4/R4 senza interventi, che renda pubblici criteri e graduatorie. Perché le mappe non servono a riempire archivi, servono a salvare territori prima che diventino macerie.## **Nota metodologica: come è stata condotta l’analisi** L’analisi sui finanziamenti PNRR per il dissesto idrogeologico in Sicilia è stata condotta usando esclusivamente fonti istituzionali ufficiali e applicando criteri di confronto omogenei e replicabili.### Fonti dei dati Sono stati usati i dati ufficiali PNRR relativi ai progetti per la riduzione del rischio idrogeologico, ricavati da OpenCUP e dai dataset pubblici collegati al PNRR; i layer ufficiali del Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) della Regione Siciliana, nelle componenti geomorfologica e idraulica; i confini amministrativi comunali ISTAT, nella versione non generalizzata e aggiornata. Tutte le fonti utilizzate sono pubbliche e verificabili.### Perimetro dell’analisi L’analisi è stata limitata ai progetti PNRR che insistono effettivamente sul territorio della Regione Siciliana. Sono stati pertanto esclusi progetti che, pur citando Comuni siciliani nel titolo o nella descrizione, risultano localizzati fuori dal territorio regionale; interventi con ambito territoriale non chiaramente attribuibile a uno o più Comuni siciliani; voci non confrontabili su base comunale ai fini dell’analisi del rischio PAI. Dopo questa verifica, il perimetro corretto dell’analisi risulta composto da 37 progetti PNRR per il dissesto idrogeologico in Sicilia. Il numero più alto (46) che circola sulla stampa deriva da elenchi aggregati e non ripuliti, che includono anche progetti non effettivamente localizzati in Sicilia o non confrontabili su base territoriale omogenea.### Metodo di confronto Per ciascun progetto incluso nel perimetro è stata verificata la localizzazione territoriale; il territorio comunale interessato è stato incrociato con i dati PAI; è stato considerato il livello massimo di pericolosità e rischio presente nel territorio comunale, secondo la classificazione ufficiale PAI (P1-P4; R1-R4). Il confronto è stato effettuato usando la stessa base tecnica per tutti i Comuni, senza ricorrere a studi locali eterogenei o a valutazioni discrezionali.### Limiti dichiarati dell’analisi L’analisi non sostituisce studi geologici di dettaglio o perizie puntuali su singoli interventi; non attribuisce il rischio a singoli edifici o opere; non esprime giudizi sulla legittimità tecnica dei singoli progetti finanziati. L’obiettivo è esclusivamente confrontare le priorità territoriali alla luce della classificazione ufficiale del rischio idrogeologico.### Obiettivo La finalità dell’analisi è valutare se, nell’ambito della programmazione PNRR, le risorse destinate alla mitigazione del dissesto idrogeologico siano state prioritariamente indirizzate verso i territori a rischio massimo, in particolare quelli classificati P4/R4 e caratterizzati da elevata esposizione di popolazione ed edifici.​​​​​​​​​​​​​​​​## **Bibliografia essenziale** Piattaforma ufficiale del Dipartimento per la Programmazione e il Coordinamento della Politica Economica (DIPE). Fonte primaria per l’identificazione dei progetti PNRR tramite CUP, localizzazione territoriale, importi finanziati e stato di avanzamento. Regione Siciliana – Piano di Assetto Idrogeologico. Documentazione ufficiale e accesso ai layer PAI geomorfologici e idraulici, con classificazione di pericolosità (P1–P4) e rischio (R1–R4). Geoportale della Regione Siciliana. Accesso ai dati geospaziali ufficiali regionali, inclusi i layer PAI utilizzati per l’analisi territoriale comparativa. ISTAT – Confini amministrativi. Dataset ufficiali dei confini comunali italiani, utilizzati nella versione non generalizzata per l’incrocio territoriale con i dati PAI. Dipartimento della Protezione Civile. Inquadramento istituzionale del ruolo della Protezione Civile nella programmazione e attuazione degli interventi PNRR per la riduzione del rischio idrogeologico. Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Comunicazioni ufficiali sugli interventi PNRR per il dissesto idrogeologico, criteri di finanziamento e tipologie di opere ammissibili. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [La mappa del crimine: Niscemi sapeva tutto da diciannove anni](https://eywadivulgazione.it/frana-niscemi-mappa-pubblica-ignorata-19-anni/) **Published:** Gennaio 29, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Esiste una mappa pubblica che dice esattamente dove crollerà il prossimo pezzo d’Italia. Si chiama Piano di Assetto Idrogeologico, PAI. Niscemi era lì da diciannove anni. Codice dissesto 077-2NI-079, come classificato nel PAI siciliano e richiamato dalla Società Geologica Italiana, classe di pericolosità P4, la più alta. Rischio R4, molto elevato. Il 29 gennaio 2026 il capo della Protezione Civile ha detto che chi viveva in quella zona «non rientrerà più». Millecinquecento persone hanno perso le proprie case. La frana ha coinvolto un fronte di circa quattro chilometri, interessando vaste porzioni di abitato, interrotto nella pratica tre strade su quattro, chiuso le scuole, isolato l’ospedale. La frana non era imprevedibile. Era prevista, mappata, codificata. Poi ignorata. Il governo ha stanziato cento milioni di euro come prima tranche emergenziale. Le famiglie sfollate riceveranno fino a novecento euro al mese di contributo per l’autonoma sistemazione. Arriveranno progetti, perizie, commissari straordinari. Come sempre. Nel frattempo la prossima Niscemi è già mappata. Sta aspettando che nessuno faccia nulla. Sta aspettando l’evento eccezionale. ## La mappa ignorata Il Piano di Assetto Idrogeologico della Sicilia è operativo dalla metà degli anni Duemila. Niscemi era già lì, nel settore del torrente Benefizio, versante occidentale. La classificazione tecnica diceva tutto: pericolosità geomorfologica P4, la più alta possibile. Rischio R3-R4 per le abitazioni sul coronamento della frana. Il meccanismo geologico era noto: argille che, imbibite d’acqua, perdono resistenza e scivolano, scalzando il “piastrone” sabbioso-arenaceo sopra. Risultato: arretramento progressivo della corona, edifici che crollano. Non era nemmeno la prima volta. Il 12 ottobre 1997 c’era stata una frana importante negli stessi quartieri, Sante Croci. Ventinove anni dopo, tra il 26 e il 29 gennaio 2026, il dissesto si è riattivato ed esteso. Le strade provinciali SP10 e SP12 sono state chiuse. È rimasta percorribile solo la SP11 verso Gela e Vittoria, con percorsi più lunghi e capacità ridotta. La mappa non è un documento tecnico incomprensibile. È un elenco pubblico di dove il suolo sta cedendo. Puoi consultarla qui: sul portale del Sistema Informativo Territoriale Regionale della Sicilia, alla voce PAI. O su IdroGEO, la piattaforma nazionale dell’ISPRA che raccoglie tutte le mappe di pericolosità frane e alluvioni d’Italia. Niscemi era lì. Da diciannove anni. Non servivano studi costosi. La conoscenza c’era già. Il problema è cosa viene fatto con quella conoscenza. ## Il sistema che preferisce l’emergenza La prevenzione non dà consenso. Un versante consolidato non fa notizia. Un fosso pulito non produce foto. Un sistema di drenaggio funzionante non genera inaugurazioni. L’emergenza invece è visibile: arrivano i fondi, arrivano le telecamere, arriva la narrazione del «fare». Un sindaco che ottiene dieci milioni dopo un disastro viene visto come efficace. Un sindaco che spende cinquecentomila euro l’anno per monitorare e prevenire viene visto come uno che spreca soldi in «cose che non servono». Finché non crolla tutto. Dal 1998 al 2024 sono stati finanziati 25.921 interventi di mitigazione del rischio idrogeologico per oltre venti miliardi di euro. I dati sono pubblici, consultabili su ReNDiS, il Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo gestito dall’ISPRA. La grande maggioranza di quei fondi è arrivata dopo eventi emergenziali, non prima. Si paga l’ambulanza, non il controllo medico. Poi si torna ai numeri. I Comuni piccoli e medi spesso non hanno capacità progettuale per intercettare fondi preventivi. Non hanno tecnici, non hanno progetti esecutivi pronti, non hanno strumenti per partecipare ai bandi. Quando arrivano i fondi straordinari post-emergenza, almeno quelli sono più semplici da ottenere. Ma tardivi. E insufficienti. Secondo inchieste giornalistiche recenti, dalla consultazione dei dati pubblici disponibili su ReNDiS, su Niscemi non risulterebbero progetti PNRR presentati per il consolidamento del versante, nonostante novantanove milioni stanziati in Sicilia per quarantasei interventi di mitigazione del rischio idrogeologico. Non è un problema di soldi. È un problema di quando e come vengono spesi. ## Il costo dell’invisibilità Quanto costa non fare manutenzione? Facciamo i conti. La manutenzione preventiva annua per un versante R4 di quelle dimensioni è stimabile in centinaia di migliaia di euro all’anno: monitoraggio continuo, drenaggi, consolidamenti progressivi, controllo della vegetazione, verifica delle reti idriche minori. Su quindici-diciannove anni parliamo di un ordine di grandezza tra i cinque e i dieci milioni di euro totali. Non è una stima puntuale, è un ordine di grandezza coerente con interventi analoghi finanziati e documentati in ReNDiS. Il costo post-emergenza, invece, è questo: cento milioni di stanziamento immediato, prima tranche multiregionale. Millecinquecento sfollati per novecento euro al mese di contributo, per mesi. Ricostruzione infrastrutture: strade, reti, edifici pubblici. Perdita economica del territorio: attività commerciali chiuse, servizi interrotti, deprezzamento degli immobili. E poi il costo umano, che non si quantifica: millecinquecento persone che hanno perso la casa. Non è che non ci sono i soldi. È che li spendiamo dopo, peggio, e pagando anche il dolore umano. ## Cosa può fare un cittadino Se vivi in un Comune a rischio idrogeologico, e statisticamente è probabile che sia così, puoi fare tre cose concrete. **Primo**, verifica se sei sulla mappa. Consulta IdroGEO, la piattaforma dell’ISPRA che raccoglie tutte le mappe di pericolosità frane e alluvioni d’Italia. Consulta il Piano di Assetto Idrogeologico della tua Regione. Per la Sicilia è disponibile sul portale del Sistema Informativo Territoriale Regionale. Chiedi al tuo Comune se ha pubblicato il PAI aggiornato e se lo sta applicando. Non è un documento tecnico riservato a geologi: è una mappa che ti dice dove il rischio c’è. **Secondo**, chiedi cronoprogrammi di manutenzione ordinaria. Non «interventi in programma». Interventi già fatti, con date, con costi, con verifiche. Se non esistono, chiedi perché. Fallo per iscritto, con una PEC. Le risposte scritte restano. Queste non sono domande tecniche riservate a esperti. Sono domande politiche, sul bilancio comunale, sulla trasparenza amministrativa, sulla gestione del territorio. **Terzo**, domanda il rapporto tra interventi preventivi e interventi post-emergenza. Quanti interventi di manutenzione ordinaria sono stati realizzati nell’ultimo triennio rispetto a quanti interventi dopo un evento franoso o alluvionale? Se il rapporto è tutto sbilanciato verso l’emergenza, sai che il tuo Comune sta aspettando che qualcosa crolli. E magari quella cosa sei tu. In Italia sono state censite oltre 636.000 frane. Interessano più di 25.100 chilometri quadrati di territorio, l’8,3% del totale nazionale. Quasi un milione e trecentomila abitanti vive in aree classificate a pericolosità alta o molto alta. Considerando tutte le classi di pericolosità, parliamo di oltre cinque milioni e settecentomila persone. I dati sono pubblici, aggiornati, consultabili. La mappa c’è. Il problema è che la guardiamo e non facciamo niente. ## La prossima Niscemi è già mappata Il dissesto idrogeologico in Italia non è un’emergenza climatica. È una scelta amministrativa reiterata. Niscemi lo sapeva da diciannove anni. Aveva un codice, una classe di pericolosità, un vincolo. Aveva una storia: la frana del 1997, il dissesto già noto. Aveva gli strumenti per intervenire: il PAI, i fondi disponibili, i progetti finanziabili. Non è successo niente. Poi è crollato tutto. La frana non è la notizia. La notizia è che sapevamo esattamente dove sarebbe successo. E abbiamo aspettato che succedesse. --- ## 🔍 Approfondimenti Eywa [Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo Comune](https://eywadivulgazione.it/dispersione-idrica-quanta-acqua-si-perde-nel-tuo-comune/) Analisi Eywa su come individuare e verificare i dati pubblici sulle perdite di rete idrica nel proprio Comune, e su come usarli per valutare la qualità della gestione territoriale. [Abolizione Province: report Eywa](https://eywadivulgazione.it/abolizione-province-report/) Report Eywa sulle conseguenze dello svuotamento delle Province nella gestione di strade, manutenzione ordinaria e sicurezza del territorio, con ricadute dirette sul dissesto idrogeologico. [Tetti verdi: risparmia e salva il pianeta](https://eywadivulgazione.it/tetti-verdi-risparmia-e-salva-il-pianeta/) Approfondimento Eywa sulle infrastrutture verdi e sulla gestione delle acque meteoriche, utile per distinguere tra prevenzione strutturale reale e soluzioni cosmetiche post-emergenza. --- ## 📊 Bibliografia essenziale [ISPRA – IdroGEO](https://idrogeo.isprambiente.it/app/) Piattaforma nazionale ufficiale per la consultazione delle mappe di pericolosità e rischio da frane e alluvioni, con dati su aree classificate e popolazione esposta. [ISPRA – Rapporto sul dissesto idrogeologico in Italia 2024](https://www.isprambiente.gov.it/files2024/pubblicazioni/rapporti/Rapporto_Dissesto_Idrogeologico_2024.pdf) Fonte dei dati su numero di frane censite, superficie interessata e abitanti che vivono in aree a pericolosità elevata e molto elevata. [ISPRA – ReNDiS](https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/suolo-e-territorio/rendis/repertorio-nazionale-degli-interventi) Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo, con informazioni su numero di interventi finanziati, importi complessivi e prevalenza della spesa post-emergenziale. [Regione Siciliana – Sistema Informativo Territoriale Regionale](https://www.sitr.regione.sicilia.it/geoportale/) Accesso ai layer cartografici regionali, inclusi Piano di Assetto Idrogeologico e aree a pericolosità geomorfologica. [Società Geologica Italiana – Comunicato frana Niscemi](https://www.socgeol.it/news/2026/01/frana-niscemi-comunicato/) Comunicato tecnico sulla frana di Niscemi, con richiamo alla classificazione PAI dell’area e al codice di dissesto 077-2NI-079. [RaiNews – Cronaca frana Niscemi](https://www.rainews.it/articoli/2026/01/frana-niscemi-alto-rischio-case-ciglio-societa-geologica-italiana.html) Cronaca tecnica sulla frana di Niscemi: estensione del fronte di frana, numero di sfollati, contributi di autonoma sistemazione e dichiarazioni della Protezione Civile. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Dal 20 giugno 2025 gli smartphone hanno un'etichetta energetica obbligatoria. Come i frigoriferi, come le lavatrici.](https://eywadivulgazione.it/dal-20-giugno-2025-gli-smartphone-hanno-unetichetta-energetica-obbligatoria-come-i-frigoriferi-come-le-lavatrici-classe-a-g-dati-sulla-batteria-classe-di-riparabilita-tutto-scritto-tutto-conf/) **Published:** Gennaio 27, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## Cosa è cambiato davvero (e perché questa volta non è marketing) L’Unione Europea ha deciso di mettere fine all’usa-e-getta tecnologico mascherato da innovazione. Due regolamenti che si applicano dal 20 giugno 2025 impongono etichette obbligate e requisiti minimi di progettazione per smartphone e tablet venduti in Europa. Non sono linee guida, non sono raccomandazioni: sono obblighi di legge con sanzioni per chi non li rispetta. La vera novità non è che i produttori debbano rendere i telefoni più riparabili o più efficienti, cosa che tra l’altro stanno già aggirando in mille modi. La vera novità è che ora devono dichiararlo. Prima potevano progettare un telefono per durare due anni esatti e non dirlo a nessuno. Ora devono scriverlo nero su bianco: come gestisce l’energia e l’autonomia nel tempo, se il dispositivo è progettato per essere riparato, quanto dura la batteria in cicli di ricarica. Se vendi in Europa, devi dichiarare quanto il tuo prodotto è stato pensato per resistere nel tempo. Questo cambia tutto, anche se non risolve tutto. Perché finalmente usciamo dalla giungla normativa in cui i produttori potevano fare qualsiasi cosa senza dover rendere conto a nessuno. Obsolescenze programmate che erano del tutto evitabili diventavano la norma, e noi non avevamo nemmeno modo di saperlo. Ora sappiamo. Ora possiamo confrontare. Ora possiamo scegliere consapevolmente, e non abbiamo più la scusa dell’ignoranza. ## L’etichetta: cosa guardare, dove trovarla, come leggerla La classe energetica da A a G è la prima cosa che vediamo sull’etichetta, sia fisica che digitale. Serve eccome: ci dice se il telefono gestisce l’energia come un elettrodomestico moderno o come uno del 2005. Non è un dettaglio marginale quando parliamo di consumi che si accumulano per anni. I dati sulla batteria sono standardizzati e misurati secondo protocolli europei uniformi. Non sono più le promesse del produttore scritte in piccolo sul sito, sono valori confrontabili tra modelli diversi: autonomia per ciclo di utilizzo, resistenza ai cicli di carica, efficienza della batteria. Possiamo finalmente capire quale telefono regge davvero una giornata di uso intenso e quale ci costringerà a portarci dietro il caricatore ovunque andiamo. Poi c’è la classe di riparabilità, e questo è il punto cruciale. Non dice semplicemente «si può riparare», dice «è stato progettato pensando che qualcuno lo ripari». È un indicatore sintetico costruito su criteri ponderati: facilità di smontaggio verificata secondo standard misurabili, accessibilità delle informazioni tecniche per tecnici indipendenti, disponibilità garantita dei pezzi di ricambio, necessità o meno di strumenti speciali. Viene espressa in classi che vanno dalla A alla E: più la classe è alta, meno il produttore ci sta vendendo un oggetto usa-e-getta con il logo giusto stampato sopra. Dove si trova questa etichetta? Deve essere esposta fisicamente nel punto vendita accanto al prodotto, deve essere presente sulla confezione, e deve essere disponibile online sul sito del produttore e dei rivenditori. Se non c’è, il prodotto è fuori conformità e deve essere segnalato alle autorità di controllo. ## La fregatura che rimane: riparabile sulla carta non significa riparabile nella pratica Qui casca l’asino, ed è importante capirlo bene per non farsi illusioni eccessive. I regolamenti europei impongono obblighi formali che i produttori possono rispettare tecnicamente continuando però a rendere la riparazione poco conveniente o impossibile nella realtà quotidiana. Un telefono può avere una classe di riparabilità alta perché è smontabile con attrezzi comuni e i pezzi di ricambio sono disponibili, ma poi quello schermo di ricambio costa 300 euro e conviene comprare un telefono ricondizionato intero. Può rispettare tutti i requisiti europei sulla documentazione tecnica ma avere una rete di centri assistenza autorizzati inesistente fuori dalle grandi città, costringendoci a spedizioni costose e tempi lunghi. Può garantire la disponibilità dei ricambi per un numero minimo di anni stabilito dalla norma, che varia in base al componente e decorre dalla fine dell’immissione sul mercato del modello, ma venderli a prezzi talmente alti da rendere più economico buttare tutto e ricomprare. La normativa ha messo paletti chiari: quali informazioni devono essere accessibili, quali parti devono essere sostituibili senza attrezzi speciali, per quanto tempo devono rimanere disponibili i diversi componenti. Ma non può controllare i prezzi, non può imporre una rete capillare di riparatori indipendenti, non può garantire che la riparazione sia davvero alla portata di tutti. Il mercato fa il resto, e molti produttori lo sanno benissimo. La classe di riparabilità ci dice se il produttore ha progettato il telefono pensando che potessimo tenerlo più di due anni. Non ci garantisce che ripararlo sarà comodo, rapido o economico. Quello dipende da quanto quel produttore ci tiene davvero a non venderci un telefono nuovo ogni volta che qualcosa si rompe. E poi c’è il software, che è forse l’ostacolo più insidioso. Le regole UE impongono aggiornamenti di sicurezza per un numero minimo di anni dopo la fine dell’immissione sul mercato del modello, ma questo dato spesso non è immediatamente leggibile sull’etichetta fisica. Bisogna cercarlo online, sul sito del produttore, nelle specifiche tecniche estese. Se gli aggiornamenti finiscono dopo tre anni, il telefono continua a funzionare perfettamente dal punto di vista hardware, ma diventa una porta aperta per vulnerabilità di sicurezza. Non è rotto, è solo superato dal punto di vista della protezione dati. E a quel punto lo cambiamo lo stesso, anche se la batteria regge ancora benissimo e lo schermo è intatto. ## Il greenwashing che non muore mai: «nuovo uguale sostenibile» Questo è il racconto più subdolo che ci vendono, ed è importante smontarlo pezzo per pezzo. Ci dicono che il nuovo modello è più efficiente energeticamente. Vero. Ci dicono che consuma meno in standby e in uso attivo. Vero. Ci dicono che comprarlo è una scelta green. Falso. L’impatto ambientale di uno smartphone non sta nel suo consumo quotidiano di energia elettrica, che è minimale anche nei modelli meno efficienti. Sta nella produzione: estrazione delle terre rare in condizioni spesso devastanti per ecosistemi e comunità locali, lavorazione industriale che richiede energia e acqua, trasporto intercontinentale, assemblaggio, imballaggio, distribuzione, smaltimento del vecchio telefono che quasi mai viene riciclato correttamente. Il ciclo di vita completo di uno smartphone nuovo genera emissioni che richiederebbero anni di utilizzo per essere compensate dal minor consumo energetico rispetto a un modello più vecchio. Cambiare telefono ogni due anni inquina enormemente di più che usare lo stesso telefono per cinque o sei anni, anche se quel modello consuma qualche watt in più ogni giorno. Ma questa informazione non compare nelle campagne pubblicitarie che celebrano l’efficienza energetica dei nuovi modelli. Non compare perché se la conoscessimo davvero, se la interiorizzassimo, compreremmo molto meno. E i produttori lo sanno perfettamente. ## Come scegliere senza farsi fregare: cosa guardare e cosa chiedere Dal 20 giugno 2025 l’etichetta deve esserci per legge. Se non c’è esposta, se il venditore non sa mostrarla, se online non si trova, quel prodotto è fuori conformità e va segnalato alle autorità competenti. È un nostro diritto avere quelle informazioni, e far rispettare la norma dipende anche dalla nostra vigilanza. Guardiamo la classe energetica e confrontiamola tra modelli simili. Guardiamo i dati misurati sulla batteria, non le dichiarazioni generiche del produttore. Guardiamo soprattutto la classe di riparabilità e diamo peso a quell’indicatore: un telefono in classe A è stato progettato diversamente da uno in classe D, anche se costano uguale e hanno specifiche tecniche simili. Poi facciamo una cosa che nessuna etichetta può fare al posto nostro: cerchiamo attivamente le politiche di aggiornamento software del produttore. Alcuni marchi lo dichiarano chiaramente sul sito: «questo modello riceverà aggiornamenti di sicurezza per almeno cinque anni dall’ultima unità venduta». Altri sono vaghi, parlano di «supporto continuo» senza specificare tempi. Non è un dettaglio secondario, è un dato fondamentale che incide sulla durata reale del telefono. Un dispositivo con hardware eccellente ma supporto software di tre anni è progettato per essere sostituito, punto. E prima di tutto questo, chiediamoci sinceramente: il telefono che abbiamo ora funziona? Se la risposta è sì, cambiare solo la batteria costa un decimo di un telefono nuovo e inquina un ventesimo. Se lo schermo è rotto ma tutto il resto va bene, ripararlo ha senso ambientale ed economico, anche se costa qualcosa. Se è lento, forse basta disinstallare applicazioni inutili, liberare spazio, fare un ripristino delle impostazioni. Non è romanticismo anti-tecnologico, è semplicemente matematica applicata all’impatto ambientale reale. ## Trasparenza imposta, non concessa per gentilezza La norma europea ha messo i dati sul tavolo non per farci un favore, ma per costringere i produttori a smettere di nasconderli. Questo va capito bene: non stiamo assistendo a un’improvvisa conversione ecologica dell’industria tecnologica, stiamo vedendo gli effetti di regolamenti che impongono trasparenza sotto minaccia di sanzioni. Se un marchio continua a essere vago sulla riparabilità, non è perché non ha avuto tempo di raccogliere i dati o di scriverli chiaramente. È perché sa benissimo che se li comunicasse in modo trasparente, molti consumatori sceglierebbero altrimenti. Se un produttore insiste ossessivamente sul «nuovo è sempre meglio» senza mai parlare della durabilità progettata dei suoi dispositivi, non sta facendo innovazione: sta confondendo deliberatamente l’entusiasmo per le novità con l’utilità reale. L’etichetta non ci dice cosa comprare, non prende decisioni al posto nostro. Ci dice se un prodotto è stato progettato per durare, quanto è stato pensato per essere riparato, come gestisce l’energia, quanto è efficiente. Sta a noi decidere se premiare economicamente chi ci vende anni di utilizzo possibile o chi ci vende hype e obsolescenza programmata mascherata da progresso tecnologico. È un piccolo passo avanti, non la soluzione definitiva. Usciamo finalmente da una giungla normativa in cui i produttori potevano fare praticamente qualsiasi cosa senza dover rendere conto a nessuno delle scelte progettuali che condizionano la vita utile dei loro prodotti. Ora devono dichiarare, ora possiamo verificare, ora possiamo confrontare. Tra teoria e pratica ci sono ancora ostacoli enormi: costi di riparazione esosi, scarsa disponibilità effettiva di pezzi di ricambio nonostante gli obblighi formali, poche officine competenti e autorizzate fuori dai grandi centri urbani, supporto software che termina troppo presto. Ma almeno ora lo sappiamo. Ora possiamo scegliere sapendo. E la prossima volta che scegliamo uno smartphone, non stiamo semplicemente scegliendo un modello o un marchio: stiamo scegliendo quale sistema produttivo finanziare con i nostri soldi. Premiamo chi ci vende tempo e durabilità, non chi ci vende solo novità programmate per durare il meno possibile. ## **Approfondimenti Eywa** Eywa, 2025, tecnologia ricondizionata come scelta sistemica: riduzione e-waste, impatto della produzione, valore della durata rispetto alla novità. Eywa, dossier su etichette “a impatto zero” e greenwashing: come leggere claim “verdi”, cosa cercare (standard, verifiche, trasparenza) e cosa smontare.## **Bibliografia essenziale (Eywa – Metodo 2)** [https://energy-efficient-products.ec.europa.eu/product-list/smartphones-and-tablets\_en](https://energy-efficient-products.ec.europa.eu/product-list/smartphones-and-tablets_en) Commissione europea, pagina ufficiale su etichetta energetica e requisiti ecodesign per smartphone e slate tablets; spiega cosa contiene l’etichetta e da quando si applica. Commissione europea, 2023, Regolamento (UE) 2023/1670 (ecodesign): requisiti minimi su durabilità, riparabilità, disponibilità ricambi e aspetti legati al supporto/aggiornamenti. [https://eur-lex.europa.eu/eli/reg\_del/2023/1669/oj](https://eur-lex.europa.eu/eli/reg_del/2023/1669/oj) Commissione europea, 2023, Regolamento delegato (UE) 2023/1669 (etichettatura energetica): introduce l’etichetta UE per smartphone e slate tablets, scala A–G e indicatore di riparabilità. [https://joint-research-centre.ec.europa.eu/jrc-news-and-updates/new-eu-labels-help-consumers-choose-more-repairable-electronics-2025-06-20\_en](https://joint-research-centre.ec.europa.eu/jrc-news-and-updates/new-eu-labels-help-consumers-choose-more-repairable-electronics-2025-06-20_en) Joint Research Centre (Commissione europea), 2025, nota divulgativa: razionale e criteri dietro i nuovi label UE e l’indicatore di riparabilità. EPREL, registro ufficiale UE: database dove produttori e schede tecniche rendono consultabili i dati associati alle etichette energetiche. [https://www.eea.europa.eu/en/topics/in-depth/electronics-and-e-waste ](https://www.eea.europa.eu/en/topics/in-depth/electronics-and-e-waste) Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), pagina di sintesi su elettronica ed e-waste in Europa; contesto su impatti e importanza dell’estensione della vita utile. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Profumi “puliti” e detergenti “eco”: quando l’odore è teatro (e cosa c’entra la salute domestica)](https://eywadivulgazione.it/profumi-puliti-detergenti-eco-quando-odore-teatro-cosa-salute-domestica/) **Published:** Gennaio 25, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) «Se sa di pulito non vuol dire che pulisce. Vuol dire che ti convince». Gennaio, finestre chiuse, riscaldamento acceso. Passi lo straccio profumato, spruzzi il detergente che promette freschezza alpina o agrumi mediterranei, e per qualche ora la casa «sa di pulito». Il cervello riceve la conferma che cercava: missione compiuta. Peccato che l’odore non abbia nulla a che fare con la pulizia vera, quella che rimuove sporco e batteri. È solo teatro sensoriale, un feedback immediato che sfrutta il fatto che l’olfatto è collegato in modo privilegiato a circuiti di memoria ed emozioni, che includono amigdala e ippocampo: per questo “sa di pulito” può sembrare una prova anche quando è solo una sensazione.## L’odore come teatro I profumi forti nei detergenti funzionano perché il cervello umano ama le scorciatoie: un odore intenso vale come prova istantanea di efficacia, anche quando non c’è correlazione reale. Pulire significa rimuovere lo sporco, profumare significa coprire gli odori, disinfettare significa uccidere i batteri. Tre operazioni distinte, spesso confuse in un’unica bottiglia che promette tutto e consegna soprattutto fragranza. Il risultato? Prodotti che emettono decine o anche centinaia di composti organici volatili (VOC) creando l’illusione di freschezza mentre inquinano l’aria che respiri in casa.## “Eco” come parola elastica: dove nasce la fuffa Scaffali pieni di claim rassicuranti: «naturale», «green», «eco-friendly», «pulito e sostenibile». Il problema è che senza standard verificati queste parole non significano nulla. «Eco» può riferirsi al packaging riciclato, a un singolo ingrediente vegetale, alla filiera certificata, oppure a niente di concreto, solo marketing. L’Ecolabel UE richiede criteri precisi su ingredienti, impatto ambientale e tracciabilità, con verifica da parte terza indipendente. L’Unione europea sta stringendo le regole contro i claim ambientali vaghi: i claim devono essere dimostrabili e verificabili, quelli generici sono nel mirino di norme e controlli. Tutto il resto è teatro, stavolta sulla confezione.## Cosa c’entra la salute domestica (senza demonizzare) Non si tratta di allarmare, ma di gestire l’esposizione con intelligenza. I VOC emessi da detergenti e profumi possono causare irritazioni agli occhi, mal di testa, problemi respiratori, peggioramento dell’asma, soprattutto in ambienti chiusi con scarsa ventilazione. In inverno, con le finestre sigillate, la concentrazione di inquinanti indoor può superare quella esterna di più volte, con picchi dopo certe attività e in assenza di ricambio d’aria. L’esposizione ripetuta può contribuire a irritazioni e sintomi respiratori; per alcune sostanze e livelli di esposizione si discutono anche effetti a carico del sistema nervoso. Non è panico: è consapevolezza. Chi è sensibile, chi ha bambini piccoli o problemi respiratori sa già che certi odori «danno fastidio». Il punto è capire che quel fastidio ha basi concrete e si può ridurre senza rinunciare all’igiene.## Principi di buon senso (pratici, zero ricette) Ventilazione: arieggiare casa cinque-dieci minuti più volte al giorno, soprattutto dopo aver pulito o fatto la doccia, diluisce VOC e inquinanti. Anche in inverno, pochi minuti bastano per ricambiare l’aria senza disperdere troppo calore. Dose moderata: eccedere con i detergenti non pulisce di più, lascia solo residui e odori persistenti. Spesso basta la metà di quanto suggerito sull’etichetta. Mai mix improvvisati: combinare candeggina e ammoniaca, o prodotti acidi con cloro, genera gas tossici che provocano tosse, nausea, irritazioni gravi. Se vuoi sentire che casa è pulita davvero, meglio una routine semplice e aria buona che fragranze da effetto speciale. **Meno prodotti, aria migliore, meno spesa** Scegliere pochi prodotti a basso contenuto di VOC o certificati Ecolabel riduce l’esposizione, la spesa e l’ingombro sotto il lavello. La salute domestica non si misura in fragranze persistenti ma in aria respirabile e superfici davvero pulite. Il green si fa, non si profuma. **Scegli cosa funziona, usalo bene, smetti di pagare per il teatro.​​​​​​​​​​​​​​​​** **Categorie:** Articoli **Tag:** Scienza & Tecnologia --- ### [Bonus bollette 2026: come funziona il bonus sociale e perché spesso chi ne ha diritto lo perde](https://eywadivulgazione.it/bonus-bollette-2026-bonus-sociale-isee-errori/) **Published:** Gennaio 24, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) **Il risparmio più grande a volte è un foglio compilato bene.** In casa si spengono i termosifoni prima di cena, si allungano i tempi tra una doccia e l’altra, si taglia sulla spesa «non essenziale». Intanto, sulla stessa tavola dove fai i conti, resta lì un bonus bollette che esiste già, è previsto per legge, e avrebbe dovuto comparire automaticamente in bolletta. Non è un premio per i più veloci, non è un favore del gestore: è uno sconto a cui hai diritto se rientri in certe soglie ISEE e se la tua burocrazia è in ordine. Il punto è che, se manca un pezzo — una DSU non aggiornata, un’utenza intestata alla persona sbagliata, un cambio di residenza non comunicato — quel diritto salta. E tu continui a pagare per intero, mentre altri con la tua stessa situazione economica risparmiano. ## Cos’è davvero il bonus sociale (in 60 secondi) Sconto in bolletta automatico per luce, gas e acqua se hai ISEE sotto soglia e requisiti corretti. Valido 12 mesi, applicato su una fornitura per servizio; lo sconto è «spalmato» sulle bollette del periodo. Per il 2026 ARERA ha aggiornato la soglia ISEE minima per ottenere automaticamente i bonus dagli attuali 9.530 euro a 9.796 euro, mentre resta invariata a 20.000 euro quella per i nuclei familiari con almeno 4 figli a carico. Il sistema incrocia i dati tra INPS, Sistema Informativo Integrato e gestori: se tutto torna, lo sconto arriva da solo. Se qualcosa non combacia, il sistema ti lascia fuori anche se ne avresti diritto pieno. E quando succede, spesso non te ne accorgi nemmeno finché non arriva la bolletta piena. ## Chi può averne diritto (senza impantanarsi) Conta il nucleo ISEE e la soglia. Le soglie 2026 sono 9.796 euro per famiglie con massimo 3 figli a carico e 20.000 euro per nuclei con almeno 4 figli. Oltre alla soglia ISEE, serve che uno dei componenti del nucleo sia intestatario di una fornitura domestica attiva (luce, gas o acqua) utilizzata in locali abitativi. Il bonus viene concesso per 12 mesi su una sola fornitura per tipologia di servizio. Se le utenze sono intestate al proprietario (o a terzi), di norma il sistema non aggancia il nucleo: spesso serve voltura a un componente del nucleo ISEE. Per quanto riguarda gli importi 2026, per l’energia elettrica le famiglie con uno o due componenti ricevono uno sconto annuo pari a 146 euro, per i nuclei di tre o quattro persone il contributo sale a 186,15 euro l’anno, mentre per le famiglie con più di quattro membri arriva a 204,40 euro. Per il gas il valore non è fisso: cambia ogni trimestre ed è più alto in inverno; dipende anche da uso, zona climatica e numerosità. Nelle aree più miti (zone climatiche A e B) lo sconto varia da poco più di 39 euro per le famiglie fino a quattro persone che usano il gas solo per acqua calda o cucina, fino a oltre 106 euro per i nuclei più numerosi che lo impiegano anche per il riscaldamento. Salendo verso le aree più fredde (zone D, E e F), l’importo per i nuclei più grandi che usano il gas anche per scaldare l’abitazione aumenta ulteriormente, arrivando a circa 156 euro. ## Perché lo perdi anche se ne hai diritto: gli errori ricorrenti ### ISEE non fatto, DSU in ritardo Senza DSU aggiornata, il sistema non ti vede. L’ISEE ha validità fino al 31 dicembre: dal 1° gennaio va rinnovato per continuare a ricevere automaticamente i bonus. Il bonus viene riconosciuto in bolletta dopo 3-4 mesi circa dalla data di attestazione ISEE per luce e gas, e dopo 6-7 mesi circa per il servizio idrico. Questi tempi sono determinati dalle varie fasi del processo che servono a verificare il diritto all’agevolazione e alla successiva erogazione del bonus. Se presenti l’ISEE in ritardo, di norma il bonus parte quando i dati si allineano; spesso lo sconto viene riconosciuto nelle bollette dei mesi successivi. ### Dati non coerenti tra nucleo e utenza Intestazione della fornitura che non «parla» con il nucleo: esempio tipico, utenza intestata a ex, parenti o vecchio contratto. Se il contratto di fornitura non è intestato a uno dei componenti il nucleo familiare (esempio: è intestato al proprietario di casa in caso di abitazione in affitto) il sistema non trova la corrispondenza tra il codice fiscale ricevuto da INPS e quello inserito nella bolletta e il bonus non viene erogato. In questo caso per ottenere il bonus è necessario effettuare la voltura del contratto, intestando la fornitura a uno dei componenti del nucleo ISEE. ### Cambio casa, fornitore e aggiornamenti lenti Se cambi contratto o residenza, devi aspettarti tempi tecnici di allineamento. Il cambio fornitore in sé non interrompe il bonus: l’agevolazione continua ad essere erogata senza interruzioni dal nuovo fornitore. In caso di disattivazione (contatore sigillato o rimosso) o voltura della fornitura prima del termine del periodo di agevolazione, la quota residua del bonus viene riconosciuta nella bolletta di chiusura e chiude il periodo di agevolazione in corso. Per lo stesso anno di competenza, di norma non si attiva un secondo bonus sulla stessa tipologia di fornitura. ### Una sola fornitura per servizio Se in famiglia c’è confusione su quale POD/PDR sia «quello giusto», si crea caos. Ogni nucleo familiare ha diritto a un solo bonus per tipologia — elettrico, gas, idrico — per anno di competenza della DSU. Il codice POD (Point of Delivery) è l’identificativo alfanumerico unico di 14 caratteri che inizia sempre con «IT» e identifica il punto fisico di consegna dell’energia elettrica. Il codice PDR (Punto di Riconsegna) è formato da 14 numeri e identifica l’utenza gas in maniera univoca. Entrambi i codici non dipendono né dal fornitore né dal cliente e non cambiano quando cambi fornitore. ### Condominio Il bonus può valere anche in condominio, ma con procedure diverse. In caso di fornitura condominiale centralizzata di gas, se il sistema non trova una fornitura diretta intestata a uno dei componenti del nucleo ISEE, viene inviata al cittadino che ha compilato la DSU una lettera con la quale si chiede di comunicare il PDR del condominio in cui si abita. Per il servizio idrico in condominio, il bonus viene erogato direttamente dal gestore con assegno o altra modalità extra-bolletta entro 60 giorni da quando il gestore ha ricevuto i dati dal Sistema Informativo Integrato. Per ottenere il bonus in caso di fornitura condominiale, il nucleo deve comunque essere intestatario di una fornitura elettrica attiva e domestica. ## Come ottenere davvero il bonus (checklist operativa) **Verifica ISEE/DSU 2026 presente e valido.** Per continuare ad accedere ai bonus 2026 è necessario rinnovare l’ISEE dal 1° gennaio 2026, preferibilmente entro fine gennaio. Puoi presentare la DSU all’INPS rivolgendoti a un CAF o compilando in autonomia la Dichiarazione Sostitutiva Unica sull’area dedicata del sito INPS. **Verifica a chi è intestata l’utenza e se coincide con chi sta nel nucleo.** Il contratto elettrico, gas o idrico deve essere intestato a uno dei componenti il nucleo ISEE. Se non è così, considera di effettuare una voltura per intestare la fornitura a uno dei componenti del nucleo familiare. **Verifica canali ufficiali per controllare lo stato.** Puoi contattare il numero verde gratuito 800.166.654 dello Sportello per il Consumatore Energia e Ambiente di ARERA, attivo dal lunedì al venerdì dalle ore 08:00 alle ore 18:00. Fornendo il codice fiscale della persona intestataria della fornitura, puoi sapere lo stato della pratica e quando si potrà ricevere il bonus in bolletta. In alternativa puoi inviare una email a info.sportello@acquirenteunico.it o consultare direttamente il portale www.sportelloperilconsumatore.it. Puoi anche rivolgerti al tuo gestore, al Comune di residenza o a un CAF abilitato. Per verificare se il bonus è stato applicato in bolletta, di solito compare nella sezione «Dettaglio fiscale» o «Bonus sociale» con l’importo dello sconto, anche se l’indicazione varia a seconda del fornitore. ## Eywa dice… Prima di tagliare comfort, taglia la dispersione burocratica. Non serve essere esperti: basta che i pezzi combacino. E quando combaciano, lo sconto arriva. Se invece non arriva, il problema non è il clima o la sfortuna: è un sistema che presuppone che tu sappia come funziona, quali caselle compilare, quali carte tenere in ordine. La differenza tra chi riceve il bonus e chi lo perde pur avendone diritto sta quasi sempre in un pezzo di burocrazia non allineato. Quel pezzo si chiama DSU aggiornata, intestazione corretta, verifica attiva. Venti minuti al CAF, una chiamata al numero verde ARERA, un controllo sull’utenza. Questo è il risparmio vero: non quello che ottieni spegnendo il riscaldamento, ma quello che non lasci sul tavolo per mancanza di informazione. ## Approfondimenti Eywa [Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo comune](https://eywadivulgazione.it/dispersione-idrica-quanta-acqua-si-perde-nel-tuo-comune/) Eywa, guida per leggere i numeri «di sistema» (perdite, responsabilità, trasparenza): supporta la chiusura sulla «dispersione» come problema strutturale. [Acqua del rubinetto: più sicura della bottiglia in Italia](https://eywadivulgazione.it/acqua-rubinetto-piu-sicura-bottiglia-italia/) Eywa, contesto su controlli e gestione dell’acqua: utile per il passaggio su bonus idrico e per tenere il tono «non panico, metodo». ## Bibliografia essenziale [ARERA, Bonus sociale per disagio economico](https://www.arera.it/consumatori/bonus-sociale/bonus-sociale-per-disagio-economico) ARERA, pagina quadro sul bonus sociale: definizione, perimetro (luce/gas/acqua/rifiuti) e logica generale. [ARERA, Quali sono i requisiti](https://www.arera.it/consumatori/bonus-sociale/bonus-sociale-per-disagio-economico/quali-sono-i-requisiti) ARERA, requisiti e condizioni: soglie ISEE e requisiti minimi legati alle forniture domestiche. [ARERA, Come e quando si ricevono](https://www.arera.it/consumatori/bonus-sociale/bonus-sociale-per-disagio-economico/come-e-quando-si-ricevono) ARERA, modalità e tempistiche di riconoscimento: utile per i 3–4 mesi luce/gas e 6–7 mesi idrico. [ARERA, Come si ottengono i bonus](https://www.arera.it/consumatori/bonus-sociale/bonus-sociale-per-disagio-economico/come-si-ottengono-i-bonus-1) ARERA, descrizione del procedimento e casi particolari (es. condominio), inclusa l’erogazione idrica extra-bolletta. [ARERA, Delibera 2/2026/R/com](https://www.arera.it/fileadmin/allegati/docs/26/2-2026-R-com.pdf) ARERA, delibera 2/2026/R/com: aggiornamento del valore soglia ISEE per accesso ai bonus sociali dal 1° gennaio 2026. [ARERA, A quanto ammontano](https://www.arera.it/consumatori/bonus-sociale/bonus-sociale-per-disagio-economico/a-quanto-ammontano) ARERA, «A quanto ammontano»: criteri di calcolo e spiegazioni su come viene ripartito lo sconto; utile anche per la variabilità del bonus gas per trimestre/stagione. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Alberi in città: Genova, verde pubblico. Il protocollo c’è, i dati devono seguirlo](https://eywadivulgazione.it/alberi-citta-genova-verde-pubblico-il-protocollo-dati-devono-seguirlo/) **Published:** Gennaio 21, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) A Genova il verde urbano non è più un argomento da bar. Dopo i crolli e le tragedie, dopo la paura collettiva, ogni abbattimento diventa un processo in piazza e ogni piantumazione una foto da commentare. **La verità è più semplice**, e scomoda: non siamo arrivati dove siamo per fatalità. Per anni la gestione del patrimonio arboreo è stata spesso sottodimensionata, frammentata, senza una regia riconoscibile. E quando manca la regia, arriva l’emergenza. E se arriva l’emergenza, arrivano pure delle scelte frettolose. Così la fiducia crolla, insieme agli alberi. In queste settimane **Comune** e **Aster** dicono di voler cambiare passo: circa **3.000 piante sotto osservazione, priorità** dichiarate su **scuole** e **aree di percorrenza continua,** una mappa di vulnerabilità per programmare controlli e interventi, e un protocollo condiviso per gestire il rischio arboreo. Sulla carta è un buon segnale. Ma le parole, da sole, non cambiano la città: la cambierebbe, invece, un metodo verificabile. Allora la domanda non è se “*esiste o non esiste*” il protocollo. La domanda è: **che cosa misura quel protocollo, con quali parametri, con quale frequenza e con quali competenze?** **chi firma le valutazioni? quali standard sono usati?** Perché finché il metodo resta opaco, anche la scelta più sensata sarà percepita come arbitraria. Senza un metodo leggibile non avremo mai ciò che serve davvero: fiducia basata sui fatti. C’è poi il nodo che decide tutto e che viene spesso trattato come una cornice: **il clima.** Dodici anni fa, secondo quanto dichiarato dall’amministrazione, il regolamento del verde fu riscritto per l’ultima volta. Oggi, però, Genova vive stress diversi: caldo più severo, periodi secchi, vento e salsedine che pesano di più sulle alberature urbane. Quindi **le specie non si scelgono per abitudine o per estetica**. Si scelgono affinché reggano quel mix di fattori e la città sia in grado di tenerle in vita. Ed è qui che entriamo nel vivo, con l’elenco di specie che Aster sta testando: *Brachychiton, Robinia* pseudoacacia *“Bessoniana”,* Albero di *Giuda, Photinia, Lagunaria, Koelreuteria.* **L’Albero di Giuda** è un segnale interessante, **coerente** con un contesto mediterraneo urbano: dimensioni gestibili, buona adattabilità e una funzione urbana chiara. Ma se vogliamo davvero ragionare da “*alberi giusti*”, dobbiamo guardare anche il resto dell’elenco, perché ogni specie porta con sé un compromesso. Prendiamo **Brachychiton.** È spesso scelto perché percepito come *“robusto”* e adatto allo stress urbano, ma nel suo caso il problema non è se sia scenografico o se possa tollerare l’estate genovese sulla carta: bensì **dove lo metti a dimora e con quanto spazio**. La specie può raggiungere dimensioni notevoli (alcuni Brachychiton, in condizioni favorevoli, diventano giganti), allora in strade strette e suoli costretti la resilienza può diventare un rischio futuro, perché la pianta si adatta come può, e spesso lo fa **litigando con lo spazio.** Qui servono criteri dichiarati: **larghezze minime, volumi di suolo idonei, distanze da edifici e sottoservizi**, e soprattutto un **piano di attecchimento** nei primi anni. Senza tutto questo, *“resistente”* è solo una parola comoda. Poi c’è **Koelreuteria** (l’albero delle lanterne). È considerato da molte linee guida un albero “*city tolerant*”: regge **caldo, siccità** e **inquinamento,** e si adatta a tanti suoli. Ma anche qui: tolleranza non significa assenza di problemi. Per esempio, alcune schede tecniche segnalano una **fragilità** del legno e una maggiore propensione alle **rotture col vento forte.** In una città come Genova, dove il vento non è una variabile secondaria, è un dettaglio che cambia tutto: non è una bocciatura su tutta la linea, ma è necessario avere un metodo ben preciso per permettersi questa scelta. **Se lo scegli, devi anche dire dove lo escludi e come lo gestisci.** E arriviamo alla specie più delicata da mettere in una lista *“strategica”* senza spiegazioni: Robinia pseudoacacia *“Bessoniana”.* Che sia un cultivar (cioè una varietà coltivata selezionata dall’uomo, con caratteristiche più “controllate”) più “compatto” e adatto all’uso urbano rispetto alla Robinia semplice è plausibile, ma anche se più compatto resta un genere che si porta dietro una questione grossa: la tendenza a **ricacciare** e **colonizzare,** e una capacità di **modificare gli equilibri ecologici** (anche del suolo) nei contesti in cui si espande. Tradotto in logica cittadina: può richiedere una **manutenzione continua** se non è gestita con competenza e se viene messa nei posti sbagliati. Qui Eywa non dice *“mai Robinia”,* chiediamo però una cosa più semplice: se la inserisci, devi spiegare **perché quel cultivar, quali accorgimenti adotterai per evitare ricacci e problemi, e quali criteri usi per scegliere le aree compatibili**. Senza queste informazioni, la parola *“resistente”* diventa un modo elegante per **rimandare il problema a domani**. E poi c’è **Photinia.** Ottima per siepi e aiuole, perfetta come elemento ornamentale. Ma non è un’infrastruttura climatica. Se entra nello stesso elenco degli alberi *“idonei”* senza alcuna distinzione, allora serve chiarezza: **stiamo parlando di arredo o di alberature che fanno ombra, raffrescano e mitigano?** Perché le siepi non fanno ombra. E un tema serio come il verde urbano non può essere raccontato con parole scivolose. Poi c’è la trappola che torna sempre: i numeri compensativi. Nel 2025 Aster parla di 208 abbattimenti e 226 reimpianti. Bene il saldo, ma non facciamoci prendere in giro: un albero maturo raffresca e mitiga oggi. **Un alberello nuovo serve per fare notizia e foto**. Non sono equivalenti, e chi li tratta come tali o non sa, oppure sta vendendo fumo. Proprio per questo il dato serio non è quanti ne piantiamo, ma quanti ne restano vivi dopo tre o cinque anni, con una quantità di suolo adeguato, il giusto spazio radicale, un’irrigazione e manutenzione garantita. Senza questo, non è verde: è turnover. Infine: **trasparenza.** Qui Genova si gioca tutto. Perché “*oggettivo e tracciabile”* non può significare “*fidatevi, lo abbiamo misurato noi*”. Deve significare che una persona normale, senza laurea in agronomia e senza competenze in appalti pubblici, possa capire almeno tre cose: quali criteri si usano per valutare il rischio, quali priorità sono state definite e quali risultati stanno arrivando. Ora come ora quel livello di chiarezza non è pubblicato in modo consultabile e comprensibile. E finché non lo è, **qualunque intervento** (anche quello giusto) sarà percepito come **arbitrario.** D’accordo, sul *Portale Trasparenza* di Aster esistono atti e affidamenti consultabili (per esempio potature in via Ruffini, con importi previsti e somme liquidate riportate). È utile, certo. Ma non basta. **Perché il tema vero non è solo** “*chi ha tagliato e quanto è costato*”, ma “*perché si è deciso di intervenire lì, con quale perizia, con quali standard, e con quale controllo”*. Se il protocollo non è consultabile e gli esiti non sono leggibili, la trasparenza resta formale. E la trasparenza formale, in una città che ha paura, non ricostruisce fiducia. I cittadini non devono chiedere il permesso di controllare. **Il verde pubblico si paga con soldi pubblici: non basta sapere** *“cosa”* **si fa,** bisogna poter capire *“perché”.* Il protocollo c’è, la direzione sembra buona. Ora viene la **parte difficile**: farlo funzionare davvero. Non con la fiducia. Con i dati. ## **Approfondisci su Eywa** [https://eywadivulgazione.it/perche-nelle-citta-italiane-tagliano-gli-alberi/ ](https://eywadivulgazione.it/perche-nelle-citta-italiane-tagliano-gli-alberi/?utm_source=chatgpt.com)Eywa, “Perché nelle città italiane tagliano gli alberi”. Contesto: dinamiche ricorrenti dietro abbattimenti, gestione del rischio, manutenzione e scelte amministrative. [https://eywadivulgazione.it/alberi-in-citta-quali-piantare-e-perche-i-comuni-sbagliano-tutto/ ](https://eywadivulgazione.it/alberi-in-citta-quali-piantare-e-perche-i-comuni-sbagliano-tutto/?utm_source=chatgpt.com)Eywa, “Alberi in città: quali piantare e perché i Comuni sbagliano tutto”. Metodo Eywa sugli “alberi giusti”: criteri (spazio, suolo, stress urbano, gestione) e errori tipici nelle scelte di specie. [https://eywadivulgazione.it/capitozzatura-alberi-citta/ ](https://eywadivulgazione.it/capitozzatura-alberi-citta/?utm_source=chatgpt.com)Eywa, “Capitozzatura: perché è un danno (anche quando sembra manutenzione)”. Focus su potature scorrette, effetti sulla stabilità, costi futuri e rischio.## **Bibliografia essenziale** [https://www.aster.genova.it/task-force-verde-prima-riunione-operativa/ ](https://www.aster.genova.it/task-force-verde-prima-riunione-operativa/?utm_source=chatgpt.com)A.S.Ter. S.p.A., 2026. Task force verde: prima riunione operativa con Comune di Genova. Supporta: protocollo condiviso per rischio arboreo e mappa di vulnerabilità come strumenti per programmare interventi in modo “oggettivo e tracciabile”. [https://smart.comune.genova.it/comunicati-stampa-articoli/verde-riunione-comune-aster-sindaca-salis-%C2%ABpotenziare-il-monitoraggio ](https://smart.comune.genova.it/comunicati-stampa-articoli/verde-riunione-comune-aster-sindaca-salis-%C2%ABpotenziare-il-monitoraggio?utm_source=chatgpt.com)Comune di Genova (Smart Comune), 2026. Comunicazione istituzionale sulla riunione Comune–Aster. Supporta: intenzione di definire protocollo rischio + mappa vulnerabilità; quadro politico-amministrativo della “svolta” sul monitoraggio. [https://www.primocanale.it/attualit%C3%A0/62539-genova-verde-urbano-aster-piante-alberi-progetto-piantumazione.html ](https://www.primocanale.it/attualit%C3%A0/62539-genova-verde-urbano-aster-piante-alberi-progetto-piantumazione.html?utm_source=chatgpt.com)Primocanale, 2026. Verde a Genova: specie ritenute idonee/testate da Aster e dati di abbattimenti/reimpianti riportati nell’articolo. Supporta: elenco specie (Brachychiton, Robinia ‘Bessoniana’, Albero di Giuda, Photinia, Lagunaria, Koelreuteria) e cornice quantitativa citata nel testo. [https://www.rainews.it/tgr/liguria/articoli/2026/01/verde-pubblico-task-force-comune-genova-aster-entro-la-settimana-abbattimento-per-16-palme–ff5d8a34-396f-4436-98ed-e692cd4aa040.html ](https://www.rainews.it/tgr/liguria/articoli/2026/01/verde-pubblico-task-force-comune-genova-aster-entro-la-settimana-abbattimento-per-16-palme--ff5d8a34-396f-4436-98ed-e692cd4aa040.html?utm_source=chatgpt.com)RaiNews TGR Liguria, 2026. Servizio sulla task force Comune–Aster e sugli interventi urgenti (palme) con riferimento a pianificazione e cambiamento climatico. Supporta: contesto “sicurezza + programmazione + clima” nella narrazione pubblica locale. [https://astergenova.portaletrasparenza.net/ ](https://astergenova.portaletrasparenza.net/?utm_source=chatgpt.com)A.S.Ter. S.p.A., Portale “Amministrazione trasparente”. Supporta: esistenza e accessibilità degli atti di gara/affidamenti (quadro formale di trasparenza citato nel pezzo). [https://astergenova.portaletrasparenza.net/dettagli/attodigara/250/ve-servizio-di-potatura-alberature-in-via-ruffini.html ](https://astergenova.portaletrasparenza.net/dettagli/attodigara/250/ve-servizio-di-potatura-alberature-in-via-ruffini.html)A.S.Ter. S.p.A., Portale trasparenza, dettaglio atto/affidamento. Supporta: esempio concreto di consultabilità degli affidamenti (chi, cosa, importi/procedura), utile per argomentare “trasparenza formale vs motivazioni tecniche delle scelte”. **Categorie:** Articoli **Tag:** Ambiente & Sostenibilità --- ### [Vuoi tornare nel 2016? Perfetto. Smetti di comprare.](https://eywadivulgazione.it/vuoi-tornare-nel-2016-perfetto-smetti-di-comprare/) **Published:** Gennaio 20, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Nel 2026, improvvisamente, siamo tornati tutti nel 2016. Apri Instagram e sembra di essere tornati lì. Filtri sgranati in stile “vecchia Instagram”, playlist che suonano come un Nokia emotivo, “ricordi” confezionati come fossero spontanei. E tutti lì a dire: “Che bello, che semplice, che vero”. Sì. Solo che non è (solo) nostalgia. È stanchezza. È un sintomo. Perché se milioni di persone rimpiangono il web “pre-algoritmo” (cioè prima che le piattaforme decidessero cosa farti vedere per tenertici incollato), non stanno dicendo “mi manca il sepia”. Stanno dicendo: mi manca un posto dove non mi sentivo un prodotto. Mi manca un luogo dove non dovevo performare (cioè mettermi in vetrina), ottimizzare, monetizzare, dimostrare qualcosa. Mi manca un tempo in cui non avevo la sensazione che ogni secondo della mia attenzione fosse una miniera da scavare. La crisi ambientale non nasce in un bosco. Nasce in un sistema che ti allena al consumo impulsivo e compulsivo, ti sfinisce e poi ti propone lo shopping come carezza. È il loop perfetto: ti stanca, ti svuota, ti vende qualcosa per riempirti. La nostalgia, oggi, è uno dei grillettoni più efficaci. Vuoi la prova? Appena una vibe (un’atmosfera, un “mood”) diventa trend (una moda virale), arriva il mercato che la trasforma in carrello. E quindi ecco i contenuti “2016 core” (l’estetica “tipo 2016”) che diventano “2016 haul” (video di “bottino” di acquisti): comprati questa maglietta “throwback” (richiamo al passato), questo accessorio “iconico”, questo make-up “come ai vecchi tempi”, questa cover “vintage” (di plastica nuova di fabbrica). La nostalgia è usata come scusa patinata per comprare roba che non ti serve, ma ti fa sentire “a casa”. E il punto è proprio questo: la nostalgia è una potente scorciatoia emotiva. Ti promette di riportarti in un luogo in cui ti sentivi più leggero, più libero, più intero. Solo che la leggerezza non te la dà una felpa “tumblr style” (stile Tumblr, la vecchia estetica social) spedita in 48 ore. Te la dà lo spazio mentale. Che, guarda caso, è una risorsa che la macchina dell’attenzione (algoritmi + pubblicità + scroll infinito) non ha nessun interesse a lasciarti. La sostenibilità non è un’estetica. È una scelta che richiede energia mentale. E se sei sempre in modalità scroll (scorrimento continuo), sempre stimolato, sempre in allarme, sempre “un contenuto tra contenuti”, quella scelta diventa più difficile. Perché quando sei stanco, non aggiusti nulla: però compri. Quando sei sovraccarico, non pianifichi: improvvisi. Quando sei scarico, non distingui tra desiderio e bisogno: clicchi. E infatti la cosa più interessante del ritorno al 2016 è che in realtà molti non stanno chiedendo davvero il 2016. Stanno chiedendo una vita con meno rumore. Quindi proviamo a fare una cosa rivoluzionaria: usiamo il trend come porta d’uscita. Esempio 1: vuoi essere “2016 style”? Fallo davvero, non come marketing. Apri l’armadio e riscopri quello che già hai. Hai presente quel vestito che non hai più messo perché “non era più in mood” (non aveva più l’atmosfera giusta)? Spoiler: è ancora un vestito. E tu sei ancora una persona. Esempio 2: vuoi la “vecchia Internet”? Allora recupera l’abitudine più sovversiva: non comprare. Se ti viene l’impulso di prendere “la cosa giusta per la vibe” (per l’effetto “wow”), fai una pausa di 24 ore. Il 90% delle volte, domani, quella vibe ti sembrerà improvvisamente meno urgente. Perché l’urgenza non era tua: era dell’algoritmo. Esempio 3: vuoi autenticità? Fai un gesto da antologia: pulisci il feed (togliendo i profili e i ‘consigliati’ che ti accendono il desiderio a comando). Non per moralismo, per sopravvivenza. Se segui dieci account che non ti fanno mai sentire “abbastanza”, ti stanno vendendo qualcosa. Anche quando giurano di no. Soprattutto quando giurano di no. Esempio 4: vuoi rallentare? Spegni un pezzo di macchina. Notifiche shopping: off. Auto-play: spento. I “suggeriti” non li elimini, ma li addestri: “non mi interessa”, silenzia, unfollow. Non è ascetismo. È manutenzione. Il 2016 non è tornato perché era migliore. È tornato perché oggi siamo più stanchi, più compressi, più facili da manipolare. E quando un trend diventa nostalgia collettiva, chiediti sempre: chi ci guadagna? Se la risposta è “qualcuno che vende”, allora hai già capito tutto. La sostenibilità si fa con le scelte, non con la vibe. E la scelta più ecologica, spesso, è quella che nessuno ti sponsorizza: recuperare, riparare, e resistere al click. Sì, anche quando hai voglia di tornare nel 2016. Perché il futuro non si salva con un filtro. Si salva smettendo di bersi le storie che ti vendono. Tutte. Anche quelle nostalgia-core. **Categorie:** Attualità --- ### [Mercosur: quando il junk food entra dalla porta del commercio](https://eywadivulgazione.it/mercosur-ue-junk-food/) **Published:** Gennaio 19, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Sei al supermercato, carrello già mezzo pieno, e ti trovi davanti al solito scaffale: bibite gassate in offerta due per uno, merendine formato famiglia scontate del 40%, biscotti industriali che capita di vedere a prezzi inferiori alla frutta fresca. Ti chiedi come sia possibile, poi pensi che in fondo è solo una promozione e vai avanti. Ma le promozioni non nascono dal nulla: hanno una filiera, esattamente come i prodotti che vendono. E quando quella filiera cambia, cambia anche quello che trovi in offerta permanente. L’accordo commerciale tra Unione Europea e Mercosur, negoziato per anni e firmato il 17 gennaio 2026 (con ratifica però ancora aperta), parla di quote tariffarie su zucchero grezzo, di riduzione dei dazi sulla soia, di accesso preferenziale ai mercati. Eppure, quando quegli ingredienti diventano più convenienti per l’industria, il risultato finale lo vedi sullo scaffale: più cibi ultra-processati, promozioni più aggressive, più calorie per euro. Il junk food non ha bisogno del passaporto. Gli basta un ingrediente industriale più competitivo.### **Il meccanismo: logica di mercato** Partiamo dai fatti. L’accordo Mercosur rende duty-free 180.000 tonnellate di zucchero grezzo da raffinazione dentro una quota già prevista, più 10.000 tonnellate per il Paraguay. Non stiamo parlando dello zucchero che metti nel caffè: ma dello zucchero che viene usato nelle ricette industriali, quelle di bibite gassate, prodotti da forno confezionati, snack dolci, salse pronte, cereali per la colazione. Alcune valutazioni d’impatto stimano un aumento nelle importazioni di zucchero da Brasile e Argentina una volta operativo l’accordo. La catena è semplice: input agricoli più competitivi significano margini più ampi per l’industria. Margini più ampi significano maggiore leva sul prezzo. E la leva sul prezzo si traduce in quello che chiamiamo “promo economy”: offerte ripetute, formati maxi, sconti permanenti che rendono gli ultra-processati sempre super convenienti rispetto agli alimenti freschi o poco processati. È logica di mercato: se l’ingrediente costa meno, il sistema può venderti più calorie per ogni euro e poi parlare di “scelta del consumatore”.### **Lo zucchero industriale: perché conta per la salute pubblica** L’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) è stata chiara: l’assunzione di zuccheri aggiunti e zuccheri liberi dovrebbe essere “il più bassa possibile”. Le bevande zuccherate rappresentano uno dei principali driver di assunzione eccessiva di zuccheri in Europa, come documentato nei rapporti EFSA che indicano le bevande zuccherate tra i principali contributori al consumo totale di zuccheri aggiunti nell’UE. Quando lo zucchero diventa più accessibile come materia prima, l’industria può fare due cose: mantenere i prezzi e aumentare i margini, oppure abbassare i prezzi e spingere i volumi. Storicamente, fa entrambe le cose: usa i margini per finanziare promozioni aggressive e riformulazioni che rendono i prodotti ancora più “convenienti”. Le proiezioni OECD-FAO documentano che lo zucchero proveniente da Mercosur in molti scenari risulta più competitivo rispetto alla media europea. Le evidenze sul legame tra gli ultra-processati e l’obesità si moltiplicano. Uno studio pubblicato su BMJ nel 2023 (con aggiornamento 2025) mostra che la disponibilità e la convenienza economica degli alimenti ultra-processati sono associate a un aumento nei tassi di obesità. Quando gli input diventano più competitivi, aumenta anche la leva su prezzo e volumi; BMJ documenta come questi meccanismi siano associati agli esiti negativi per la salute correlati agli ultra-processati.### **La “promo economy”: convenienza permanente o trappola strutturale?** Qui arriviamo al punto Eywa. Il problema non è il singolo prodotto o la singola offerta. Il problema è quando la convenienza diventa strutturale: quando gli scaffali sono progettati per farti comprare più ultra-processati perché “costano meno”, quando le promo ripetute creano l’aspettativa che il prezzo normale sia quello scontato, quando il formato famiglia ti spinge a comprare quantità che nessuna famiglia di tre persone dovrebbe consumare in una settimana. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO Europe, rapporto 2025) documenta che le promozioni aggressive sugli alimenti ultra-processati sono collegate a maggior consumo e rischio di obesità infantile. Le politiche raccomandate includono limiti al marketing rivolto ai minori, tassazione sulle bevande zuccherate e restrizioni sulle promozioni. Strumenti già proposti, già valutati, già applicati in alcuni Stati membri come Francia e Regno Unito; in Italia la sugar tax resta una misura discussa e oggetto di rinvii. La domanda è: se l’Unione Europea sa che questi meccanismi funzionano, perché firma accordi commerciali che amplificano invece la tendenza opposta? E soprattutto, se aumentano i flussi degli ingredienti a basso costo, dove sono i paletti su come quei flussi sono trasformati in prodotti e venduti ai cittadini europei?### **Il gateway invisibile: soia, mangimi e la pressione al ribasso** Lo zucchero non è l’unico ingrediente che entra più facilmente. L’accordo Mercosur riduce i dazi sulla soia a zero, favorendo le importazioni di semi e derivati utilizzati soprattutto per i mangimi. Secondo i dati Eurostat 2025, la quota principale della soia importata dall’UE da Brasile e Argentina è destinata ai mangimi per allevamenti. Questo può ridurre i costi dei mangimi e aumentare la pressione competitiva su tutta la filiera delle proteine animali. Anche qui, la catena è lineare: mangimi più convenienti significano costi di produzione più bassi per carne, latticini e derivati. E costi più bassi significano più spazio per prodotti trasformati economicamente accessibili: dai salumi ultra-processati ai formaggi fusi, dalle salse pronte ai piatti pronti surgelati. Non è solo una questione di zucchero: è una questione di sistema.### **Deforestazione: claim o filiera verificabile?** Poi c’è la questione ambientale, che torna dritta sul piatto. Il Regolamento UE sulla deforestazione (EUDR) è in vigore e prevede obblighi che entrano pienamente a regime con i tempi di applicazione; impone *due diligence* per garantire che i prodotti consumati in Europa non contribuiscano alla deforestazione o degradazione forestale. In teoria, ogni importazione di soia o zucchero dovrebbe essere tracciabile fino alla parcella di origine. In pratica? La Corte dei Conti europea (rapporto 2025) ha documentato che una quota rilevante delle importazioni di soia risulta esposta a rischi di non conformità, e i controlli sui green claims come “deforestation-free” spesso non sono verificati come si pensa. Il WWF segnala criticità del Soy Moratorium in Brasile e trend di deforestazione collegati al commercio di commodity. Aumentare i flussi di commodity a rischio senza rafforzare i sistemi di controllo e la disponibilità di dati pubblici significa scommettere sul fatto che “andrà tutto bene”. Ma “deforestation-free” sono solo parole. La sostenibilità è una filiera verificabile, con dati accessibili, controlli indipendenti e sanzioni reali per chi bara.### **Coerenza europea: salute e clima dopo il commercio** L’Unione Europea ha un piano contro il cancro (Europe’s Beating Cancer Plan, aggiornamento 2024) che include misure sull’alimentazione, la prevenzione e la riduzione dell’esposizione a fattori di rischio evitabili. Ha obiettivi climatici vincolanti. Ha politiche dichiarate contro gli ambienti obesogenici e il marketing aggressivo rivolto ai minori. E poi firma accordi commerciali che spingono nella direzione opposta. Nel dibattito al Parlamento europeo del gennaio 2026, diversi emendamenti hanno sollevato proprio questa tensione: come si concilia l’impegno su Nutri-Score, sugar tax e limiti alle promo con un accordo che rende strutturalmente più convenienti gli ingredienti degli ultra-processati? La risposta, per ora, è che non si concilia. Si fa finta che siano binari separati: il commercio da una parte, la salute pubblica dall’altra. Ma i binari si incrociano sullo scaffale del supermercato, dove i cittadini europei fanno la spesa e prendono decisioni che dipendono anche da quanto costa un litro di bibita rispetto a un litro di latte.### **Tre cose che puoi fare (senza aspettare Bruxelles)** **Prima mossa**: quando vedi una promo ripetuta sullo stesso prodotto ultra-processato, chiediti perché è strutturalmente così conveniente. Non è la magia del marketing, è la catena del valore. Più sai riconoscere il meccanismo, meno ti farai influenzare dall’illusione della convenienza. **Seconda mossa**: quando leggi un claim ambientale su un prodotto (tipo “sostenibile”, “carbon neutral”, “deforestation-free”), cerca i dati pubblici che lo supportano. Se non ci sono, o se l’azienda non li fornisce su richiesta, quel claim è aria fritta. E puoi segnalarlo all’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato), che ha competenza sul greenwashing. **Terza mossa**: sostieni le politiche che funzionano. Se il tuo Comune, la tua Regione o il tuo governo nazionale propone limiti al marketing del junk food nelle scuole, tassazione sulle bevande zuccherate o etichettatura nutrizionale chiara, quella non è “ideologia salutista”. È prevenzione basata su evidenze scientifiche WHO, EFSA e su decine di studi internazionali. Fai sentire la tua voce, perché le lobby industriali fanno sentire la loro.### **Le domande che restano sul tavolo** Se aumentano le importazioni di ingredienti a rischio di deforestazione, chi garantisce i controlli EUDR e con quali dati pubblici accessibili? Se lo zucchero diventa più conveniente per l’industria, l’Unione Europea metterà paletti su promozioni e marketing o farà finta di niente? E perché la salute pubblica entra sempre dopo, quando i danni sono già diventati statistiche e i costi sanitari sono già esplosi? Mercosur non è ancora operativo. Le ratifiche sono in corso, con resistenze significative da Francia e Italia. C’è ancora spazio per chiedere coerenza: non per bloccare l’accordo in nome di principi astratti, ma per condizionarlo con strumenti concreti. Tracciabilità reale, dati pubblici, politiche di contenimento su promo e marketing. Non è chiedere troppo. È chiedere il minimo.## **Approfondisci su Eywa** [https://eywadivulgazione.it/perche-legale-vendere-cibo-spazzatura-paradosso-veleno-quotidiano/ ](https://eywadivulgazione.it/perche-legale-vendere-cibo-spazzatura-paradosso-veleno-quotidiano/)Dossier: perché il junk food resta legale, quali incentivi lo proteggono, cosa significa deregolamentazione. [https://eywadivulgazione.it/carbonio-fantasma-la-faccia-nascosta-della-lotta-al-cambiamento-climatico/ ](https://eywadivulgazione.it/carbonio-fantasma-la-faccia-nascosta-della-lotta-al-cambiamento-climatico/)Come funzionano le narrazioni sul carbonio quando diventano contabilità creativa e marketing politico. [https://eywadivulgazione.it/net-zero-e-decarbonizzazione-avanzata-la-grande-illusione-verde/ ](https://eywadivulgazione.it/net-zero-e-decarbonizzazione-avanzata-la-grande-illusione-verde/)Net zero e “decarbonizzazione avanzata”: quando la promessa verde diventa scorciatoia narrativa.## **Bibliografia essenziale** **Testo ufficiale Accordo UE-Mercosur (2024) [https://policy.trade.ec.europa.eu/eu-trade-relationships-country-and-region/countries-and-regions/mercosur/eu-mercosur-agreement/text-agreement\_en](https://policy.trade.ec.europa.eu/eu-trade-relationships-country-and-region/countries-and-regions/mercosur/eu-mercosur-agreement/text-agreement_en) Dettagli sulle quote tariffarie zucchero grezzo (180.000 t duty-free) e riduzione dazi soia. **EFSA – Zuccheri e salute (2024) Raccomandazioni su assunzione zuccheri aggiunti e ruolo bevande zuccherate nei consumi europei. **OECD-FAO Agricultural Outlook 2025-2034 [https://www.oecd-ilibrary.org/agriculture-and-food/oecd-fao-agricultural-outlook-2025\_19428846](https://www.oecd-ilibrary.org/agriculture-and-food/oecd-fao-agricultural-outlook-2025_19428846) Analisi differenziale prezzi zucchero Mercosur e impatti su margini industriali. **BMJ – Ultra-Processed Foods and Obesity (2023, aggiornamento 2025) Evidenze su correlazione tra disponibilità/convenienza ultra-processati e obesità. **Regolamento UE Deforestazione (EUDR 2023/1115) Obblighi di due diligence per prodotti a rischio deforestazione; entrata in vigore 2025. **WHO Europe – Ultra-Processed Foods Policy Brief (2025) Raccomandazioni su limiti marketing, fiscalità bevande zuccherate e promo aggressive. **Categorie:** Attualità --- ### [Data center e AI: perché rischiano di far saltare la rete elettrica (e di finire in bolletta)](https://eywadivulgazione.it/data-center-ai-rete-elettrica-bolletta/) **Published:** Gennaio 15, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Sta succedendo una cosa semplice e gigantesca allo stesso tempo: l’infrastruttura elettrica sta incontrando, di colpo, l’infrastruttura digitale. E il punto d’impatto sono i data center per AI e cloud.## Che cosa sta succedendo Negli ultimi anni i data center legati a intelligenza artificiale e cloud sono cresciuti non solo di numero, ma soprattutto di dimensione e continuità di consumo: non sono più “capannoni IT”, ma impianti che valgono, da soli, quanto intere città in termini di domanda elettrica. Non parliamo di carichi episodici, ma di assorbimenti enormi, 24 ore su 24, con picchi che sono la nuova normalità operativa. Qui nasce il primo cortocircuito: la velocità con cui puoi costruire un data center (o annunciarlo) è molto più alta della velocità con cui puoi rinforzare una rete, autorizzare e realizzare nuove centrali o potenziare le linee di trasmissione. La conseguenza è un disallineamento strutturale: i progetti digitali corrono, l’infrastruttura elettrica arranca.## Perché non è un tema “tech” ma infrastrutturale Quando senti “cloud”, pensa a una fabbrica, non a una nuvola. Dietro ogni istanza AI che lanci ci sono server fisici, sistemi di raffreddamento energivori, gruppi di continuità, ridondanze: è un impianto industriale a tutti gli effetti, solo più pulito alla vista. Il “sempre disponibile” del digitale si traduce, fisicamente, in “sempre connesso alla rete e sempre alimentato”. Qui è cruciale distinguere tra produzione di energia e capacità di rete. Puoi anche avere abbastanza centrali sulla carta, ma se non hai cabine primarie e secondarie, trasformatori, linee in alta e media tensione adeguate, il collo di bottiglia si sposta sul trasporto e sulla connessione. Ed è proprio in questi punti critici – cabine elettriche sature, linee di trasmissione congestionate, interconnessioni troppo deboli – che la teoria del “basta aggiungere rinnovabili” si schianta contro la realtà dei fatti: puoi anche produrre tutta l’energia che vuoi, ma se l’infrastruttura fisica che deve trasportarla e distribuirla non regge, quella energia non arriva a destinazione. È il classico problema del rubinetto aperto con tubature troppo strette o danneggiate.## Come reagisce un sistema quando arriva al limite Una rete “al limite” non è una metafora, è una condizione operativa: nei picchi estivi, quando condizionatori e carichi industriali sono tutti accesi, l’operatore di rete arriva a chiedere a ogni centrale disponibile di funzionare a pieno regime pur di mantenere la frequenza nel corridoio di sicurezza. Ogni deviazione, ogni guasto, ogni imprevisto diventa potenzialmente critico. In questo contesto scatta la demand response, oggi in gran parte volontaria o contrattualizzata: si pagano grandi consumatori perché riducano o azzerino temporaneamente i propri consumi nei momenti di stress, trasformando la riduzione del carico in un “servizio” al sistema. È un paradosso solo apparente: ti pago per non consumare, perché il costo di un blackout diffuso, economico, sociale, sanitario, sarebbe immensamente più alto. Da qui la discussione più spinosa: fino a che punto anche i data center devono entrare in questo gioco di priorità e limitazioni? Se tutto è “critico” e nessuno accetta di spegnersi nei momenti di emergenza, l’unica via rimasta è il razionamento per rotazione: l’esatto opposto della promessa di un’economia sempre connessa.## La portata: ordini di grandezza che cambiano il sistema Quando cominci a parlare di richieste di connessione nell’ordine delle decine di gigawatt per i soli data center in alcune aree, stai cambiando scala al sistema. Un operatore di rete che si trova richieste che valgono da sole il doppio della capacità disponibile in uno stato deve ripensare interamente il parco impianti, non “aggiustare” qualche linea. Decine di gigawatt non si assorbono con qualche trucchetto di efficienza: richiedono nuove centrali, nuovi elettrodotti, nuove cabine, nuovi sistemi di controllo. E soprattutto, la loro concentrazione spaziale conta più della media nazionale: un cluster di data center in un’unica valle o cintura urbana può mettere in crisi la rete locale anche in un paese che, nel complesso, non è in “carenza” di potenza installata.## Il nodo politico: chi paga gli upgrade Qui entri nel cuore politico della storia: chi paga la trasformazione della rete necessaria ad accogliere questi enormi carichi? La rete elettrica è un’infrastruttura regolata: i costi di investimento finiscono, prima o poi, nelle tariffe che paghi in bolletta. Se servono nuove linee, nuove cabine, nuovi rinforzi per collegare e alimentare i poli digitali, qualcuno deve finanziare quei lavori. Il conflitto è triplo: tra i grandi carichi (data center e simili), le utility che investono e recuperano i costi nel tempo, e i regolatori/politici che devono decidere come ripartire l’onere sui diversi soggetti. I modelli possibili, in astratto, sono tre: socializzazione totale (pagano tutti gli utenti, come “costo di sistema”), cost causation puro (paga chi causa la necessità degli investimenti, quindi i grandi carichi), o un modello misto in cui una parte viene socializzata e una parte viene scaricata specificamente su chi si connette, magari con condizioni su efficienza, flessibilità, autosufficienza parziale. Dietro formule come “attrattività per gli investimenti” o “competitività del territorio” c’è sempre la stessa domanda: quanta parte del costo della trasformazione infrastrutturale digitale deve essere messa sulle spalle della collettività, e quanta sui bilanci dei giganti che quella trasformazione la rendono necessaria?## Italia: perché riguarda già noi Se pensi che sia un problema “americano”, stai guardando nel posto sbagliato: in Italia la pressione delle richieste di connessione per grandi carichi elettrici, inclusi data center, è già concreta, e sta accelerando. Le cronache nazionali parlano di mega-progetti sparsi, ma raramente li inquadrano come un fenomeno sistemico che impatta Terna, le distribuzioni locali, la pianificazione energetica. Terna lo sta già dicendo, con parole sue: i data center non sono “un tema digitale”, sono un tema di rete. Perché quando arrivano carichi continui e concentrati, non basta guardare la potenza nazionale “media”: conta dove si attaccano, quanto chiedono, e quante opere servono per farli entrare senza saturare i nodi. I poli tendono a concentrarsi dove convergono fattori favorevoli: vicinanza a dorsali di rete robuste, accesso a grandi città e snodi logistici, disponibilità di aree industriali riconvertibili, talvolta clima relativamente favorevole per il raffreddamento. Questo genera criticità locali: reti di distribuzione a rischio saturazione, conflitti d’uso del territorio, domande su consumo d’acqua, rumore, paesaggio, che raramente entrano nel dibattito pubblico con numeri chiari. Il punto è proprio questo: in Italia non esiste ancora un racconto pubblico ordinato sui data center come grande tema infrastrutturale. I numeri sono dispersi tra piani di sviluppo, atti autorizzativi, comunicati aziendali, e il dibattito è minimo rispetto alla portata potenziale di questi carichi.## Trasparenza minima: le domande che devono diventare standard Se vuoi che la discussione sia seria, devi pretendere una trasparenza minima, standardizzata. Per ogni grande progetto andrebbero rese pubbliche, in modo comprensibile, almeno tre categorie di informazioni. C’è poi un livello che in Italia rischia di passare sotto traccia: spesso il collo di bottiglia non è la grande dorsale in alta tensione, ma la rete locale che porta davvero energia sul territorio. Cabine e trasformatori, media tensione, punti di connessione: è lì che un cluster di nuovi carichi può rendere “stretta” una rete che, sulla carta, sembrava sufficiente. Primo: la potenza richiesta, in megawatt o gigawatt, e il profilo di consumo, cioè se il carico è continuo, se ha picchi prevedibili, se può modulare in risposta a segnali di prezzo o a ordini del gestore di rete. Secondo: quali opere di connessione e di rinforzo di rete sono necessarie (linee, cabine, trasformatori) e chi ne sostiene il costo iniziale e quello a carico degli utenti finali. Terzo: le regole nei momenti di picco: quali obblighi di flessibilità ha il data center, quali penali scattano se non riduce il carico quando richiesto, quali priorità ha rispetto ad altri consumi essenziali. Senza queste informazioni standard, ogni progetto resta un caso opaco, valutato più sulla base di narrazioni («porta innovazione e lavoro») che su bilanci energetici, economici e territoriali verificabili.## Cosa chiedere a istituzioni e autorità Per uscire dalla nebbia servono richieste puntuali alle diverse istituzioni. A chi gestisce la rete di trasmissione nazionale, come Terna, va chiesto di mappare in modo pubblico i grandi carichi in arrivo, di produrre scenari sull’impatto di questi poli sui picchi di domanda e sulle criticità locali, e di esplicitare come la pianificazione di rete tiene conto dell’ondata di data center, non solo di rinnovabili e mobilità elettrica. Alle autorità nazionali competenti su energia e regolazione tariffaria – oggi ARERA e MASE – spetta chiarire le regole su chi paga gli upgrade, con criteri trasparenti che tutelino gli utenti finali domestici e le PMI, evitando che si ritrovino a finanziare in silenzio infrastrutture dedicate a soggetti con margini enormemente superiori. A Regioni e Comuni, infine, va chiesto di usare il potere autorizzativo per imporre condizioni precise: requisiti su efficienza energetica, approvvigionamento e uso di acqua, mitigazioni ambientali, piani di emergenza, impegni di flessibilità nei momenti di stress di rete. Un’agenda investigativa, insomma, che sposti il baricentro del discorso dai comunicati stampa ai dati di sistema.## Eywa dice… La posizione è netta: innovazione sì, ma dentro un perimetro di regole chiare e numeri pubblici. Un’infrastruttura digitale che cambia gli equilibri del sistema elettrico deve essere trattata come tale, non come un investimento neutro che «fa bene al territorio» per definizione. In Europa, intanto, la direzione è chiara: più trasparenza su prestazioni energetiche e sostenibilità dei data center, meno storytelling. Non è la soluzione di tutto, ma è un segnale politico: se un’infrastruttura cambia gli equilibri del sistema elettrico, deve stare dentro regole verificabili, non dentro comunicati stampa. Di una cosa puoi diffidare a priori: dello scarico opaco di costi e rischi sulla collettività, in nome di un generico «progresso tecnologico» che nasconde conti molto concreti in bolletta e sulla rete. La domanda guida, allora, deve diventare la tua bussola fissa ogni volta che senti parlare di nuovi poli digitali: chi paga, e con quali vincoli?## Bibliografia essenziale Approfondimento Eywa: quadro divulgativo su consumi energetici dell’AI e implicazioni sistemiche (domanda elettrica, data center, costi e ricadute). Pagina del report IEA “Energy and AI” con numeri e scenari sulla crescita dei consumi elettrici dei data center (AI + cloud). Comunicato IEA (10 aprile 2025) che sintetizza i principali risultati e l’ordine di grandezza dell’aumento atteso della domanda elettrica. Approfondimento Terna sul rapporto tra data center e rete di trasmissione nazionale (contesto e criticità infrastrutturali). Piano di Sviluppo della rete di trasmissione (quadro ufficiale su pianificazione e investimenti di rete). [https://energy.ec.europa.eu/topics/energy-efficiency/energy-efficiency-targets-directive-and-rules/energy-efficiency-directive\_en](https://energy.ec.europa.eu/topics/energy-efficiency/energy-efficiency-targets-directive-and-rules/energy-efficiency-directive_en) Energy Efficiency Directive UE: obblighi di monitoraggio e reporting su performance energetica e impronta idrica dei data center (trasparenza come leva regolatoria). [https://energy.ec.europa.eu/news/commission-adopts-eu-wide-scheme-rating-sustainability-data-centres-2024-03-15\_en](https://energy.ec.europa.eu/news/commission-adopts-eu-wide-scheme-rating-sustainability-data-centres-2024-03-15_en) Commissione UE: schema europeo e scadenze di reporting (KPI verso database europeo). **Categorie:** Attualità --- ### [Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo Comune e dove trovare il dato](https://eywadivulgazione.it/dispersione-idrica-quanta-acqua-si-perde-nel-tuo-comune/) **Published:** Gennaio 13, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **Perché la dispersione idrica non è “clima”** Piove. Eppure l’acqua manca. O costa sempre di più. E mentre ci ripetono che è colpa del clima, c’è una cosa molto più semplice da guardare: quanta acqua si perde prima ancora che arrivi ai rubinetti. Si chiama dispersione idrica: acqua già captata, già resa potabile, già messa in rete (e quindi già pagata in bolletta), che finisce nel terreno perché le tubature sono vecchie o mal tenute. Non è un destino inevitabile scritto nelle stelle: è il risultato di scelte politiche, investimenti rimandati, manutenzioni mai fatte. Ed è misurabile. La domanda allora diventa semplice: se è misurabile, dov’è il dato? E se il dato non è facilmente reperibile, perché? ## **Il punto: serve un numero, non un’opinione** Per scoprire i numeri della dispersione idrica sul nostro territorio non è necessario essere degli esperti. Basta saper recuperare un semplice dato, e un dato è un appiglio per chiedere conto, quando un sistema ha delle falle. ## **Dove trovare il dato della dispersione idrica** ### **Il gestore del servizio idrico** Primo passaggio: chi è il gestore del servizio idrico. È l’azienda o ente che gestisce l’acquedotto, la fognatura e la depurazione. Il nome è sulla bolletta dell’acqua, oppure si trova cercando “gestore servizio idrico integrato” e il nome del proprio Comune. Una volta trovato quello, si va sul sito e si cercano delle parole chiave molto pratiche: “perdite idriche”, “dispersione”, “stato della rete”, “qualità del servizio”, “investimenti”. Se il sito è fatto bene, quel dato compare in una relazione annuale o in una sezione trasparenza. Se è fatto male, il dato è sepolto in un PDF oscuro. Se non c’è proprio, è già un’informazione: il dato non è reso accessibile in modo chiaro, o non è considerato una priorità comunicarlo. ### **L’Autorità d’Ambito (ATO / Ente di Governo d’Ambito)** Secondo passaggio: l’Autorità d’Ambito In Italia il servizio idrico è organizzato per Ambiti Territoriali Ottimali (ATO), che sono gestiti da enti chiamati “Autorità d’Ambito” o “Enti di Governo d’Ambito”. Sono questi gli enti che programmano gli interventi e approvano i piani del gestore. Sul sito dell’ATO si cercano due cose: il Piano d’Ambito e il Programma degli Interventi. Non serve leggerli per intero: basta verificare se sono indicati i numeri sulla dispersione, le scadenze sugli investimenti per le reti, tutti indicatori concreti. Se invece ci sono solo dichiarazioni generiche senza cifre né date, anche questo è un elemento di cui tenere conto. ### **ARERA** Terzo passaggio: ARERA L’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente raccoglie i dati nazionali sul servizio idrico e pubblica report e indicatori di confronto. Senza stare a perdersi nei documenti, basta tenere presente che esiste un livello dove i dati dovrebbero essere tracciati, confrontati e resi pubblici. Se il gestore e l’ATO sono opachi, ARERA diventa il riferimento per capire se il proprio territorio è fuori standard o sta solo tenendo tutto lontano dagli occhi. ## **Cosa fare oggi, concretamente** Venti minuti. Recupera questo numero. Se lo trovi, lo salvi. Se non lo trovi subito, prendi nota di cosa manca e dove. Perché quel numero è una leva. Se la dispersione è alta e gli investimenti non ci sono, non siamo in presenza di una fatalità climatica, ma di una gestione inadeguata. Se la dispersione non è nemmeno dichiarata in modo chiaro, non è una dimenticanza: è mancanza di trasparenza su un bene comune. E quando un servizio pubblico non si fa leggere, la cittadinanza ha un compito ben preciso: pretendere i dati, verificare gli impegni, per ottenere risposte. ## **Il passo successivo** Su Eywa trovi un dossier che mette in fila il quadro completo (leggi [qui](https://eywadivulgazione.it/acqua-rubinetto-piu-sicura-bottiglia-italia/)): reti colabrodo, investimenti rimandati, agricoltura intensiva che prosciuga e contamina, falde compromesse. Il passo successivo riguarda la vita reale: cosa esce dal rubinetto, quando la qualità tiene e quando no, come decidere con criterio se filtrare. Nei prossimi giorni pubblichiamo uno strumento pratico per fare questa verifica. ## **Da qui si parte** Da qui si parte: trovare il numero delle perdite idriche. Se non lo trovi, è già una notizia. Da lì si comincia a costruire pressione, con i documenti alla mano. Perché l’acqua pubblica si difende, non si dichiara. ## **Bibliografia essenziale Eywa (con dossier Eywa come 1° voce)** **1) Eywa — “Acqua di rubinetto in Italia: più sicura dell’acqua in bottiglia (e perché non ci crediamo)”** [https://eywadivulgazione.it/acqua-rubinetto-piu-sicura-bottiglia-italia/](https://eywadivulgazione.it/acqua-rubinetto-piu-sicura-bottiglia-italia/?utm_source=chatgpt.com) Collegamento al quadro generale Eywa: controlli, percezione vs realtà, perché “rubinetto vs bottiglia” non è solo gusto ma sistema (e dove si annida il vero problema delle reti). **2) ARERA — Qualità tecnica del servizio idrico integrato (QTSII): indicatori, documenti collegati** [https://www.arera.it/dati-e-statistiche/dettaglio/qtsii](https://www.arera.it/dati-e-statistiche/dettaglio/qtsii?utm_source=chatgpt.com) Pagina ufficiale ARERA da cui partire per capire che i dati esistono e quali sono gli indicatori (macro-indicatore M1 “Perdite idriche”). **3) ARERA — Deliberazione 917/2017/R/idr (RQTI: regolazione della qualità tecnica del SII)** [https://www.arera.it/fileadmin/allegati/docs/17/917-17.pdf](https://www.arera.it/fileadmin/allegati/docs/17/917-17.pdf?utm_source=chatgpt.com) Atto regolatorio che istituisce la RQTI e la cornice “misurabile” della qualità tecnica (non narrativa: standard, obiettivi, meccanismi). **4) ARERA — Scheda tecnica RQTI (spiega macro-indicatori, incluso M1 “Perdite idriche”)** [https://www.arera.it/schede-tecniche/dettaglio/it/schedetecniche/17/917-17st](https://www.arera.it/schede-tecniche/dettaglio/it/schedetecniche/17/917-17st?utm_source=chatgpt.com) Sintesi chiara e citabile: a cosa serve la regolazione e quali macro-indicatori vengono monitorati (utile per orientare il lettore senza farlo sprofondare nei PDF). **5) ISTAT — Comunicato “Le statistiche dell’Istat sull’acqua – Anni 2020–2023” (perdite in rete, contesto nazionale)** [https://www.istat.it/comunicato-stampa/le-statistiche-dellistat-sullacqua-anni-2020-2023/](https://www.istat.it/comunicato-stampa/le-statistiche-dellistat-sullacqua-anni-2020-2023/?utm_source=chatgpt.com) Fonte ufficiale per dare contesto: perdite ancora elevate e cosa significa in termini di volumi/servizio. **6) ISTAT — Report PDF “Le statistiche sull’acqua – Anni 2020–2024”** [https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/03/Report-Statistiche-sullacqua\_Anni-2020-2024.pdf](https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/03/Report-Statistiche-sullacqua_Anni-2020-2024.pdf?utm_source=chatgpt.com) Documento completo per dati, definizioni e serie: utile se nel testo vuoi mettere numeri “inattaccabili” e note metodologiche. **Categorie:** Articoli --- ### [Il 2026 che vogliamo: semi liberi, animali rigenerativi e AI utile](https://eywadivulgazione.it/2026-vogliamo-semi-liberi-animali-rigenerativi-e-intelligenza-artificiale-utile/) **Published:** Dicembre 30, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Il 2025 ci ha lasciato un bilancio chiaro: mentre l’Europa avviava la deregolamentazione delle nuove tecniche genomiche (NGT, *New Genomic Techniques*), aprendo un quadro che rischia di aumentare la pressione brevettuale sulle sementi, mentre gli allevamenti intensivi continuavano a contribuire a un fenomeno di antibiotico-resistenza che provoca circa dodicimila decessi annui in Italia, mentre algoritmi proprietari entravano nei campi senza regole comuni, dal basso emergevano alternative concrete. Non manifesti ma pratiche: banche semi comunitarie, pascoli rigenerativi, piattaforme dati aperte. **Il green non si dichiara, si coordina.** E questo articolo non è una visione futuribile ma un manuale operativo per il 2026, costruito su ciò che già funziona e può essere moltiplicato. Tre fronti, un unico obiettivo: riprendersi l’autonomia su cibo, terre e decisioni. ## Semi: dalla dipendenza brevettuale agli scambi locali In Italia migliaia di varietà locali stanno sparendo dai cataloghi ufficiali. Pomodori che per generazioni hanno resistito alla siccità pugliese, fagiolini che reggevano i quaranta gradi delle estati emiliane, grani adattati ai microclimi appenninici. Spariti. Non perché inutili, ma perché non commercialmente scalabili per i colossi sementieri che controllano varietà brevettate. Varietà che promettono resilienza climatica ma vincolano gli agricoltori a licenze annuali; varietà che falliscono proprio in quei territori marginali che poi sono la maggioranza del paese. Il paradosso è netto: mentre gli ibridi industriali collassano al primo stress idrico, i semi tramandati per decenni dimostrano adattamenti che nessun laboratorio può replicare in tempi brevi. La soluzione esiste già, e funziona. Il progetto LIFE SEEDFORCE lavora con una rete di banche del germoplasma e partner europei per la conservazione *ex situ* (cioè fuori dal loro ambiente naturale, in strutture dedicate) e per azioni di ripristino di specie vegetali. La banca semi CNR-IBBR (Consiglio Nazionale delle Ricerche – Istituto di Bioscienze e Biorisorse) di Bari custodisce cinquantaseimila accessioni mediterranee, un patrimonio genetico che potrebbe salvare interi sistemi agricoli. La normativa europea sulle varietà da conservazione consente lo scambio non commerciale e, in alcuni casi, la vendita locale delle sementi tradizionali senza una registrazione nei cataloghi industriali. E poi ci sono le pratiche dal basso. Nell’area mantovana, consorzi agrituristici e reti rurali organizzano scambi stagionali tra i custodi di varietà antiche e giovani agricoltori. A Roma, reti di ortisti urbani scambiano pomodori adattati a stress idrico e fagiolini che reggono i trentacinque gradi. Non è nostalgia: è costruire resilienza varietale mentre i cataloghi industriali si impoveriscono. **Cosa fare nel 2026.** Organizza un *plant crossing* nella tua provincia: contatta consorzi agrituristici, orti urbani, associazioni ambientaliste. Serve solo uno spazio pubblico, un calendario condiviso, volontari che documentino varietà scambiate con foto e schede agronomiche. Non è folklore: è infrastruttura di autonomia alimentare. Se hai un orto, urbano o rurale, inizia a conservare semi di varietà che performano bene nel tuo microclima invece di ricomprarle ogni anno. Impara le tecniche base della selezione: scegli piante più vigorose, con frutti più numerosi o resistenti agli stress locali, conserva quei semi. In tre-quattro generazioni otterrai adattamenti specifici che nessun ibrido commerciale può davvero replicare. Cerca banche i semi territoriali della tua regione. Se non esistono, proponi alla biblioteca comunale o alla casa di quartiere di ospitarne una: servono solo cassetti etichettati, protocollo di scambio basato su reciprocità, e qualche volontario formato sulla conservazione e la legislazione. Il CNR-IBBR offre consulenze gratuite per caratterizzare varietà locali. Usa mercati contadini per comprare semi di varietà da conservazione dai piccoli produttori: la normativa europea, in alcuni casi e entro limiti stabiliti, consente la vendita locale di sementi tradizionali senza previa registrazione nei cataloghi ufficiali. Ogni acquisto sostiene economie circolari basate sulla biodiversità invece che sulle royalties dei brevetti. ## Natura digitale: citizen science e algoritmi aperti L’intelligenza artificiale nei campi potrebbe essere una vera e propria rivoluzione: per ottimizzare le rese, ridurre i pesticidi, prevedere gli stress idrici. Potrebbe. Invece sta replicando le stesse logiche estrattive che hanno concentrato il controllo sulle sementi. Piattaforme private raccolgono dati agronomici che diventano asset proprietari, algoritmi opachi suggeriscono decisioni senza spiegare quali siano le logiche, i piccoli produttori diventano esecutori di sistemi che non controllano, né conoscono. **Il green si fa, non si vende come servizio proprietario.** Eppure le alternative sono già operative. Studi e sperimentazioni europee indicano che strumenti decisionali basati su dati aperti possono migliorare le rese e ridurre i consumi idrici in contesti sperimentali. Iniziative di *open agrifood data* e tracciabilità digitale pubblica stanno sperimentando modelli alternativi alla filiera proprietaria, anche attraverso registri distribuiti (blockchain pubbliche che permettono di tracciare informazioni in modo trasparente e non modificabile). A Roma, il progetto ReATTIVI permette ai cittadini di monitorare: aria, suolo, acqua, generando dataset che possono sollecitare verifiche e interventi di ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale) e delle amministrazioni pubbliche. Progetti del CNR sui laghi coinvolgono le scuole in monitoraggi che integrano campionamenti istituzionali sporadici. È la *Citizen science*: i cittadini che fanno scienza raccogliendo dati ambientali secondo protocolli scientifici robusti, contribuendo alla ricerca pubblica. **Cosa fare nel 2026.** Scarica ReATTIVI o app di *citizen science* simili nella tua città. Dedica venti minuti alla settimana al rilevamento della qualità dell’aria nel tuo quartiere, dei parametri di suolo nei parchi pubblici, dello stato dei corsi d’acqua locali. Condividi i dati su piattaforme aperte, *open-source*: quando centinaia di cittadini documentano la stessa criticità, le amministrazioni non possono più ignorarla. Se sei un agricoltore, cerca cooperative o consorzi che sviluppano piattaforme dati collettive invece di affidarti a servizi proprietari gratuiti che monetizzano le tue informazioni. Condividi i dati agronomici anonimizzati con ricercatori pubblici: contribuisci ad addestrare algoritmi *open-source* invece di arricchire database privati. Proponi alle scuole del territorio progetti di monitoraggio ambientale continuativo: gli studenti formati su protocolli scientifici solidi generano dati utilizzabili dai ricercatori, imparano il metodo scientifico applicato alle urgenze locali, costruiscono consapevolezza ecologica basata su evidenze anziché slogan. Pretendi che le amministrazioni comunali rendano pubblici i dati ambientali georeferenziati: la qualità aria in tempo reale, le analisi del suolo in aree verdi, lo stato delle falde acquifere. Questi dati esistono già ma restano chiusi in report tecnici talvolta inaccessibili. La trasparenza obbliga a intervenire e permette ai cittadini di verificare l’efficacia delle politiche intraprese. ## Animali: da unità produttive a rigeneratori territoriali Allevamenti intensivi: capannoni dove migliaia di animali sono considerati unità produttive, non più esseri viventi. Il bilancio è documentato e devastante. Aumento del rischio di zoonosi (malattie che passano dagli animali all’uomo), contributo a dinamiche di antibiotico-resistenza associate in Italia a circa dodicimila decessi annui, inquinamento da reflui, emissioni climalteranti, negazione totale del benessere animale. Le normative migliorano sulla carta ma le applicazioni slittano, come dimostrano i continui rinvii e le applicazioni solo parziali del Sistema di Qualità Nazionale per il Benessere Animale (SQNBA). Ma esiste un’altra strada, già percorsa e funzionante. La zootecnia rigenerativa che integra gli animali in sistemi misti estensivi, dove ruminanti al pascolo gestito rigenerano i suoli degradati attraverso una concimazione localizzata, il calpestio controllato, la selezione vegetale. Non è teoria: studi su aziende convertite documentano il recupero della fertilità del suolo in tre-cinque anni, una riduzione drastica degli input chimici, e l’aumento del sequestro carbonico. Un pascolo rotazionale funziona così: mucche che pascolano una porzione di terreno per pochi giorni, poi vengono spostate. Il suolo si riprende, l’erba ricresce più fitta, le radici vanno più in profondità sequestrando carbonio. Gli animali fertilizzano naturalmente, selezionano le specie vegetali più nutrienti, compattano leggermente il terreno favorendo l’infiltrazione dell’acqua. Dopo tre anni, un campo degradato diventamecosistema funzionante. **Il green si fa rigenerando, non intensificando.** La PAC (Politica Agricola Comune) 2023-2027 incentiva questi modelli tramite degli eco-schemi, riconoscendo che estensivo non significa inefficiente se correttamente gestito. **Cosa fare nel 2026.** Se compri carne, latte e uova, cerca i produttori locali che praticano la zootecnia estensiva. Non fidarti di claim generici: chiedi di visitare l’azienda, verifica la presenza di pascoli effettivi, le rotazioni programmate, l’integrazione con coltivazioni. Molti piccoli allevatori estensivi non hanno certificazioni costose ma adottano pratiche trasparenti facilmente verificabili sul posto. Crea o aderisci a gruppi di acquisto solidale (GAS) che si impegnano a comprare prodotti da allevamenti rigenerativi a prezzi equi concordati annualmente. Questa stabilità commerciale permette ai produttori di investire in conversioni che richiedono anni per consolidarsi. Non è beneficenza, è reciprocità: tu ottieni qualità e trasparenza, loro più certezza economica per cambiare rotta. Se hai accesso a terre incolte o sottoutilizzate, proponi ai comuni o agli enti gestori accordi per il pascolo controllato con gli allevatori locali. Molte aree marginali degradate potrebbero essere rigenerate da ruminanti gestiti con rotazioni programmate, riducendo il rischio di incendi e recuperando fertilità per usi futuri. Supporta ACLI (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani) o cooperative sociali che coordinano reti di mutuo aiuto per transizioni zootecniche: condivisione di attrezzature, formazione su gestione rigenerativa, accesso a pascoli collettivi. Questi supporti riducono barriere economiche che impediscono conversioni. Pretendi che le ASL locali pubblichino i dati su antibiotico-resistenza rilevata in allevamenti del territorio, l’incidenza di patologie correlate a sistemi intensivi, verifiche sul benessere animale. La trasparenza obbliga il settore a migliorare e permette ai consumatori di scegliere informati. ## Il green si fa collegando buone pratiche Ogni azione proposta ha un ritorno immediato misurabile: un’autonomia acquisita da oligopoli, dipendenza ridotta da input industriali, conoscenza democratizzata anziché “estratta”. Non serve aspettare delle politiche dall’alto o rivoluzioni tecnologiche. Il 2026 inizia quando organizzi il primo *plant crossing* nella tua provincia, quando scarichi ReATTIVI per documentare l’inquinamento nel tuo quartiere, quando cerchi l’allevatore estensivo più vicino invece di comprare al supermercato. Inizia quando convinci la biblioteca comunale a ospitare una banca dei semi, quando proponi alla scuola di tuo figlio il monitoraggio del fiume locale, quando crei un gruppo di acquisto per sostenere chi converte la sua attività verso la zootecnia rigenerativa. Le evidenze scientifiche validano tutte queste pratiche. La domanda non è se funzionano ma se riusciamo a coordinarle prima che le concentrazioni brevettuali, le piattaforme proprietarie e le logiche estrattive consolidino irreversibilmente il loro controllo sui sistemi alimentari. **Il manuale operativo del 2026 è questo: semi liberi, dati aperti, animali rigenerati e rigenerativi.** Scegli un’azione, inizia domani. Il green si fa, non si dice. ### Bibliografia essenziale [Eywa Divulgazione – Alice Salvatore, *Chi controlla i semi, controlla il cibo*, 16 aprile 2025](https://eywadivulgazione.it/chi-controlla-i-semi-controlla-il-cibo/) Analisi critica sulla concentrazione del controllo sementiero, brevetti e biodiversità agricola. [Accordo politico UE (dicembre 2025) sul nuovo quadro normativo per le New Genomic Techniques (NGT)](https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2025/12/06/new-genomic-techniques-council-and-parliament-reach-provisional-agreement/) Inclusi i nodi su tracciabilità, brevetti e accesso alle sementi. [Dati ufficiali AIFA sull’antibiotico-resistenza in Italia](https://www.aifa.gov.it/antimicrobico-resistenza) Basati su stime ECDC: circa 12.000 decessi annui associati al fenomeno. [Pagina istituzionale del CNR–IBBR sulle banche del germoplasma](https://www.ibbr.cnr.it/en/biodiversity/germplasm-banks) Oltre 56.000 accessioni vegetali conservate, con focus su biodiversità agricola mediterranea. [Scheda ufficiale del progetto LIFE SEEDFORCE](https://cinea.ec.europa.eu/life/projects/life-seedforce_en) Conservazione *ex situ*, ripristino di specie vegetali e rete europea di banche del germoplasma. [Ricerche Fraunhofer su agricoltura digitale](https://www.fraunhofer.de/en/research/fields-of-research/green-economy.html) Sistemi decisionali basati su dati aperti e sperimentazioni per riduzione input idrici e chimici. [Quadro ufficiale della Politica Agricola Comune 2023–2027](https://agriculture.ec.europa.eu/common-agricultural-policy/cap-overview/cap-2023-27_en) Con riferimento agli ecoschemi per pascolo, estensivizzazione e pratiche agro-ecologiche.​​​​​​​​​​​​​​​​ **Categorie:** Attualità **Tag:** Ambiente & Sostenibilità --- ### [CBD in Italia 2025: La legge che ha creato il caos](https://eywadivulgazione.it/cbd-italia-2025-legge-creato-caos/) **Published:** Novembre 12, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Excerpt:** CBD in Italia: Storia di un Pasticcio Normativo
DISCLAIMER Questo dossier ha scopo puramente informativo e divulgativo. Non costituisce consiglio medico, legale o invito all'acquisto. In Italia, le composizioni orali di CBD sono soggette a prescrizione medica. Per qualsiasi utilizzo terapeutico, consultare un medico. Per questioni legali, rivolgersi a un avvocato specializzato.
Nota narrativa: Questo dossier è scritto in prima persona attraverso la voce di "Luca", un personaggio narrativo fittizio che rappresenta il punto di vista di un osservatore informato del settore farmaceutico europeo. Questa scelta stilistica serve a rendere più accessibile e coinvolgente la trattazione di un tema complesso, pur mantenendo rigore scientifico e accuratezza nei contenuti.
PARTE 1: FACCIAMO CHIAREZZA

1. Il quiz che cambia tutto

Iniziamo con un quiz. Domanda 1: Il CBD ti fa sballare? Risposta: No. Domanda 2: Il CBD crea dipendenza? Risposta OMS: No.1 Domanda 3: Il CBD è pericoloso per la salute? Risposta OMS: No, profilo di sicurezza favorevole.1 Domanda 4: Allora il CBD è la stessa cosa della marijuana? Risposta: No. Ed è qui che inizia la confusione. Domanda 5: In Italia il CBD è vietato? Risposta: Dipende. E questa è la storia di quel "dipende". Se hai risposto correttamente a tutte le domande, complimenti: fai parte di una minoranza informata. Se pensavi che CBD e marijuana fossero la stessa cosa, non preoccuparti: sei in ottima compagnia. Insieme a buona parte dei legislatori italiani. E se ti stai chiedendo come sia possibile che una sostanza che l'Organizzazione Mondiale della Sanità considera sicura e non stupefacente sia finita al centro di un pasticcio normativo senza precedenti... beh, quella è esattamente la domanda giusta. E non è solo l'OMS: le Nazioni Unite, fin dagli anni Sessanta, non classificano il CBD come sostanza stupefacente. Attraverso la voce di un osservatore del settore farmaceutico europeo, questa è la storia di come l'Italia ha trasformato una molecola innocua in un caso nazionale. Non è una storia di divieti che funzionano. È una storia di confusione, zone grigie, e leggi che esistono solo sulla carta. Ma prima di entrare nel caos normativo, dobbiamo fare una cosa fondamentale: capire di cosa stiamo parlando. Perché senza capire la differenza tra CBD e THC, non si potrà mai capire perché questa storia è così assurda.

2. CBD vs THC: la differenza che cambia tutto

Facciamo un esperimento mentale. Immaginate due cugini. Stessa famiglia, stesso cognome, ma caratteri completamente diversi. Uno è tranquillo, ti aiuta a rilassarti, non crea problemi. L'altro è... diciamo "intenso". Ti altera la percezione, ti fa vedere il mondo diversamente, e se esageri ti manda in paranoia. Il primo è il CBD. Il secondo è il THC. Stessa pianta. Due molecole. Due mondi diversi.

THC - Quello che tutti conoscono

Il THC (tetraidrocannabinolo) è il principio attivo della marijuana "classica". Quello che ti sballa. Come funziona? Si attacca ai recettori del tuo cervello, i famosi CB1, e li attiva a manetta. È come premere l'acceleratore: tutto va più forte, più veloce, più intenso. Il risultato? Euforia, alterazioni sensoriali, fame chimica. A volte ansia o paranoia. In alcuni casi, specie nei giovani o nei soggetti predisposti, anche rischi psichiatrici documentati.2 Il THC è psicoattivo. Ed è per questo che è classificato come stupefacente in tutto il mondo.

CBD - Quello che nessuno conosce

Il CBD (cannabidiolo) è l'altro componente principale della cannabis. Ma fa tutt'altro. Non ti sballa. Non altera la percezione. Non ti viene fame alle 3 di notte. Cosa fa allora? Vedilo come un regolatore di volume del tuo corpo. Hai presente quando la musica è troppo alta e abbassi il volume? Ecco, il CBD fa quello, ma con gli stimoli del tuo organismo. Nel nostro corpo esiste un sistema chiamato endocannabinoide3 (sì, lo abbiamo tutti, anche se non avete mai toccato la cannabis). È una rete di "interruttori" che regola dolore, infiammazione, umore, sonno. Quando qualcosa va storto, troppo stress, troppo dolore, troppa ansia, questi interruttori si accendono troppo forte. Il CBD interviene e abbassa il volume. Non spegne. Non accende. Regola.

Il confronto diretto

CBD THC
Ti sballa? No
Altera la percezione? No
Crea dipendenza? No4 In alcuni casi5
Effetto sul cervello Regolazione, equilibrio Attivazione, euforia
Status OMS/ONU "Non controllato", sicuro (OMS: profilo di sicurezza favorevole; ONU: non classificato come stupefacente)4 "Controllato" (=sostanza stupefacente), psicotropo
Applicazioni Terapeutiche (epilessia, ansia, dolore) Ricreative + terapeutiche

Il paradosso della stessa pianta

**Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Aggiornamento – **dicembre 2025** Il Consiglio di Stato ha sospeso in via cautelare gli effetti della sentenza del TAR Lazio che aveva reso operativo il decreto sul CBD, congelando temporaneamente l’applicazione della stretta normativa che equiparava il cannabidiolo a sostanza stupefacente. La decisione non è definitiva, ma arresta gli effetti di un provvedimento che stava già producendo danni economici e occupazionali significativi, in attesa del giudizio di merito fissato per il 7 maggio 2026. Questo aggiornamento modifica il quadro giuridico attuale, ma non cancella il caos e i danni già prodotti, che restano il cuore di questo dossier.* CBD in Italia: Storia di un Pasticcio Normativo > **DISCLAIMER** Questo dossier ha scopo puramente informativo e divulgativo. Non costituisce consiglio medico, legale o invito all’acquisto. In Italia, le composizioni orali di **CBD** sono soggette a prescrizione medica. Per qualsiasi utilizzo terapeutico, consultare un medico. Per questioni legali, rivolgersi a un avvocato specializzato. > > **Nota narrativa:** Questo dossier è scritto in prima persona attraverso la voce di “Luca”, un personaggio narrativo fittizio che rappresenta il punto di vista di un osservatore informato del settore farmaceutico europeo. Questa scelta stilistica serve a rendere più accessibile e coinvolgente la trattazione di un tema complesso, pur mantenendo rigore scientifico e accuratezza nei contenuti. PARTE 1: FACCIAMO CHIAREZZA ## 1. Il quiz che cambia tutto Iniziamo con un quiz. **Domanda 1:** Il CBD ti fa sballare? **Risposta:** No. **Domanda 2:** Il CBD crea dipendenza? **Risposta OMS:** No.1 **Domanda 3:** Il CBD è pericoloso per la salute? **Risposta OMS:** No, profilo di sicurezza favorevole.1 **Domanda 4:** Allora il CBD è la stessa cosa della marijuana? **Risposta:** No. Ed è qui che inizia la confusione. **Domanda 5:** In Italia il CBD è vietato? **Risposta:** Dipende. E questa è la storia di quel “dipende”. Se hai risposto correttamente a tutte le domande, complimenti: fai parte di una minoranza informata. Se pensavi che **CBD** e *marijuana* fossero la stessa cosa, non preoccuparti: sei in ottima compagnia. Insieme a buona parte dei legislatori italiani. E se ti stai chiedendo come sia possibile che una sostanza che l’**Organizzazione Mondiale della Sanità** considera sicura e non stupefacente sia finita al centro di un pasticcio normativo senza precedenti… beh, quella è esattamente la domanda giusta. E non è solo l’OMS: le **Nazioni Unite**, fin dagli anni Sessanta, non classificano il CBD come sostanza stupefacente. Attraverso la voce di un osservatore del settore farmaceutico europeo, questa è la storia di come l’Italia ha trasformato una molecola innocua in un caso nazionale. Non è una storia di divieti che funzionano. È una storia di confusione, zone grigie, e leggi che esistono solo sulla carta. Ma prima di entrare nel caos normativo, dobbiamo fare una cosa fondamentale: capire di cosa stiamo parlando. Perché senza capire la differenza tra **CBD** e **THC**, non si potrà mai capire perché questa storia è così assurda. ## 2. CBD vs THC: la differenza che cambia tutto Facciamo un esperimento mentale. Immaginate due cugini. Stessa famiglia, stesso cognome, ma caratteri completamente diversi. Uno è tranquillo, ti aiuta a rilassarti, non crea problemi. L’altro è… diciamo “intenso”. Ti altera la percezione, ti fa vedere il mondo diversamente, e se esageri ti manda in paranoia. Il primo è il **CBD**. Il secondo è il **THC**. Stessa pianta. Due molecole. Due mondi diversi. ### THC – Quello che tutti conoscono Il **THC** (tetraidrocannabinolo) è il principio attivo della marijuana “classica”. Quello che ti sballa. Come funziona? Si attacca ai recettori del tuo cervello, i famosi CB1, e li attiva a manetta. È come premere l’acceleratore: tutto va più forte, più veloce, più intenso. Il risultato? Euforia, alterazioni sensoriali, fame chimica. A volte ansia o paranoia. In alcuni casi, specie nei giovani o nei soggetti predisposti, anche rischi psichiatrici documentati.2 Il THC è *psicoattivo*. Ed è per questo che è classificato come stupefacente in tutto il mondo. ### CBD – Quello che nessuno conosce Il **CBD** (cannabidiolo) è l’altro componente principale della cannabis. Ma fa tutt’altro. Non ti sballa. Non altera la percezione. Non ti viene fame alle 3 di notte. Cosa fa allora? Vedilo come un *regolatore di volume* del tuo corpo. Hai presente quando la musica è troppo alta e abbassi il volume? Ecco, il CBD fa quello, ma con gli stimoli del tuo organismo. Nel nostro corpo esiste un sistema chiamato **endocannabinoide**3 (sì, lo abbiamo tutti, anche se non avete mai toccato la cannabis). È una rete di “interruttori” che regola dolore, infiammazione, umore, sonno. Quando qualcosa va storto, troppo stress, troppo dolore, troppa ansia, questi interruttori si accendono troppo forte. Il CBD interviene e abbassa il volume. Non spegne. Non accende. Regola. ### Il confronto diretto CBD THC **Ti sballa?** No Sì **Altera la percezione?** No Sì **Crea dipendenza?** No4 In alcuni casi5 **Effetto sul cervello** Regolazione, equilibrio Attivazione, euforia **Status OMS/ONU** “Non controllato”, sicuro (OMS: profilo di sicurezza favorevole; ONU: non classificato come stupefacente)4 “Controllato” (=sostanza stupefacente), psicotropo **Applicazioni** Terapeutiche (epilessia, ansia, dolore) Ricreative + terapeutiche ### Il paradosso della stessa pianta Ecco il punto cruciale che molti non capiscono: **CBD** e **THC** vengono dalla stessa pianta, ma non sono la stessa cosa. È come dire che alcol e aceto vengono entrambi dalla fermentazione, ma nessuno si ubriaca con l’insalata. La cannabis può essere coltivata per avere tanto THC e poco CBD, ed è la marijuana “classica”, quella che sballa. Oppure tanto CBD e poco THC, ed è la **canapa light**, quella che non sballa. Oppure ancora entrambi bilanciati, come nelle varietà mediche specifiche. La “*cannabis light*” che era legale in Italia fino al 2024? Quella con meno dello zero virgola due per cento di THC, una traccia così minima da non poter alterare nemmeno l’umore. Ma piena di CBD, la molecola che rilassa senza sballare. ### Perché questa confusione è importante Questa distinzione non è un dettaglio tecnico da nerd. È il cuore di tutto. Perché quando un legislatore sente “cannabis”, pensa automaticamente “droga”. E quando pensa “droga”, pensa “vietare”. Senza capire che sta vietando una sostanza che non sballa, non crea dipendenza, è considerata sicura dall’**OMS**4 e non stupefacente dalle Nazioni Unite, ed è stata approvata come farmaco da **FDA** ed **EMA**6. È come vietare il pomodoro perché appartiene alla stessa famiglia della belladonna, pianta velenosa. Tecnicamente sono parenti, ma uno lo metti nella pasta, l’altro ti ammazza. Quindi, CBD e THC: stessa pianta, effetti opposti. Ricordatevi questa frase. Perché tutto quello che succede dopo, tutto il caos normativo italiano, parte da qui. Dal non aver capito, o voluto capire, questa differenza fondamentale. ## 3. Perché il CBD interessa Ok, il CBD non sballa. Ma allora perché tutta questa attenzione? Semplice: perché funziona. Per davvero. ### Il caso che ha cambiato tutto C’era una bambina americana, Charlotte Figi, con una forma devastante di *epilessia* chiamata **sindrome di Dravet**. Centinaia di crisi al giorno. Nessun farmaco funzionava. I genitori, disperati, provarono un olio ricco di CBD. Le crisi passarono da 300 al mese a 2-3.7 Quella storia fece il giro del mondo. E spinse la scienza a guardare il CBD con occhi nuovi. ### La svolta scientifica Nel 2017, uno studio pubblicato sul *New England Journal of Medicine*8, una delle riviste mediche più prestigiose al mondo, testò il CBD su bambini con **epilessia farmaco-resistente**, quella che non risponde ai farmaci tradizionali. Risultato: riduzione delle crisi del trentanove per cento rispetto al placebo. Non aneddoti. Non testimonianze su Facebook. Scienza vera. Studi clinici randomizzati controllati, il gold standard della ricerca medica. Nel 2018 la **FDA** americana approva **Epidiolex**.9 Nel 2019 l’**EMA** europea approva **Epidyolex**.9 Un farmaco a base di CBD purificato al novantanove per cento, per l’epilessia infantile. Prima volta nella storia che un derivato della cannabis viene approvato come medicinale dopo studi clinici rigorosi. Un momento storico. ### Oltre l’epilessia Ma il CBD non si ferma lì. Studi in corso, con livelli di evidenza diversi, stanno esplorando altre potenziali applicazioni. Per quanto riguarda l’**ansia**, studi preliminari mostrano effetti ansiolitici senza la sedazione pesante delle benzodiazepine. Il CBD interagisce con i recettori della serotonina, gli stessi su cui agiscono molti antidepressivi, producendo un effetto calmante senza ottundimento.10 Nel campo del **dolore cronico**, le proprietà antinfiammatorie sono state documentate in studi su modelli animali. Applicazioni topiche di CBD hanno ridotto dolore e infiammazione da artrite in test di laboratorio.11 Per l’**insonnia**, alcuni ricercatori stanno studiando una possibile regolazione del ciclo sonno-veglia attraverso l’interazione con il sistema endocannabinoide. Studi osservazionali su pazienti con disturbi del sonno hanno mostrato miglioramenti soggettivi.12 Nei **disturbi neurodegenerativi**, la ricerca è ancora più preliminare ma promettente. Studi su Parkinson, Alzheimer e sclerosi multipla stanno esplorando potenziali effetti neuroprotettivi.13 Attenzione: non tutte queste applicazioni sono approvate ufficialmente. Molte sono ancora in fase di ricerca. L’unica indicazione terapeutica pienamente autorizzata in Europa e USA è l’*epilessia farmaco-resistente*. Non è una bacchetta magica. Non cura il cancro. Non fa miracoli. Ma è una molecola promettente, con un profilo di sicurezza eccellente, che merita di essere studiata e utilizzata dove appropriato. ### Il punto chiave Ricapitoliamo. Il CBD non sballa. Non crea dipendenza. È sicuro secondo l’OMS. È approvato come farmaco da FDA ed EMA. Ha applicazioni terapeutiche documentate. Tenete a mente questi punti. Perché ora vi racconto cosa ne ha fatto l’Italia. PARTE 2: IL PASTICCIO ITALIANO ## 4. C’era una volta la canapa legale (2016-2024) 2 dicembre 2016. Il Parlamento italiano approva la **Legge 242**.14 Oggetto: “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa”. In parole semplici: la **canapa** torna legale in Italia. Non la marijuana. La canapa industriale: quella con THC inferiore allo zero virgola due per cento, con tolleranza fino allo zero virgola sei per cento. Quella che non ti sballa, ma che ha mille usi: fibra tessile, carta, biocarburanti, materiali da costruzione, alimenti come semi e olio, cosmetici. E, naturalmente, CBD. La legge non menzionava esplicitamente il cannabidiolo, ma di fatto lo rendeva disponibile: se potevi coltivare canapa con THC minimo, potevi estrarre CBD dalle infiorescenze e venderlo. ### Il boom Quello che successe dopo fu sorprendente. In pochi anni il settore esplode. Si coltivano oltre quattromila ettari di canapa.15 Migliaia di aziende agricole riconvertono terreni. Centinaia di negozi specializzati aprono in tutta Italia. La filiera arriva a coinvolgere circa trentamila addetti e a generare un valore economico stimato intorno ai due miliardi di euro.16 Non stiamo parlando di un fenomeno marginale. Era un *settore economico* vero e proprio. Gli agricoltori scoprono che la canapa è una coltura ideale. Richiede poca acqua. Non ha bisogno di pesticidi. Migliora il terreno bonificandolo da metalli pesanti. E soprattutto rende più del grano. Un’occasione concreta per la *green economy* italiana. I consumatori scoprono il CBD. Oli per gestire l’ansia, creme per dolori articolari, tisane per l’insonnia, prodotti di benessere naturali. Farmacie, erboristerie, negozi specializzati: il CBD è ovunque. Legalmente. ### La zona grigia (che c’era già) Non era tutto rose e fiori. Già allora c’erano ambiguità. La Legge 242/2016 parlava di canapa industriale, non diceva esplicitamente che potevi vendere le infiorescenze. Molti le vendevano come “prodotto tecnico” o “da collezione”, con disclaimer tipo “non per uso umano”. Diciamo che ci siamo capiti. Nel 2019 la Cassazione a Sezioni Unite17 aveva messo un primo paletto: i derivati della canapa sono leciti solo se “privi di efficacia drogante”. Traduzione: se non sballano, non sono reato. Era una **zona grigia**, certo. Ma funzionava. Il mercato c’era, era fiorente, e tutto sommato regolamentato: controlli sul THC, etichette, canali di distribuzione ufficiali. Un equilibrio precario, ma un equilibrio. Quel periodo vedeva negozi di canapa light a Milano, Roma, Firenze: atmosfera tranquilla, clientela variegata (anziani con artrosi, professionisti stressati, mamme con insonnia), personale competente che consigliava il prodotto giusto. Sembrava normalità. Poi è arrivata l’estate 2024. E tutto è cambiato. ## 5. Estate 2024: la stretta che non stringe Questa è la parte dove la storia diventa surreale. ### ATTO 1 – Il decreto arriva 27 giugno 2024. Il Ministero della Salute pubblica un decreto.18 Poche righe nella Gazzetta Ufficiale. Linguaggio burocratico. Nessun clamore mediatico iniziale. Ma il contenuto è una bomba. Il decreto inserisce “le composizioni per somministrazione ad uso orale di **cannabidiolo** ottenuto da estratti di cannabis” nella Sezione B della Tabella dei medicinali del DPR 309/1990. Traduzione: il **CBD orale** diventa *medicinale stupefacente*. Stesso regime di morfina, metadone, fentanyl: ricetta non ripetibile, tracciabilità, canali autorizzati, controlli serrati. Efficacia del decreto: 5 agosto 2024. Dall’oggi al domani, quella bottiglia di olio al CBD che si comprava in farmacia o in erboristeria diventa illegale senza prescrizione medica. La motivazione ufficiale citava “assenza di studi tossicologici approfonditi sugli estratti vegetali di CBD” e “presunto rischio di abuso”. Analizzando il decreto emerge una difficoltà. Presunto rischio di abuso? Ma l’**Organizzazione Mondiale della Sanità** aveva passato anni a esaminare il CBD. Aveva pubblicato un rapporto dettagliato nel 2018.1 La conclusione era inequivocabile: nessun rischio di abuso, nessuna dipendenza, profilo di sicurezza favorevole. La stessa sostanza che l’**EMA** aveva approvato come farmaco per l’epilessia infantile nel 2019.9 La stessa che la **FDA** americana aveva autorizzato già nel 2018.9 Ma in Italia, improvvisamente, nel 2024, diventava troppo pericolosa per essere venduta senza ricetta. ### ATTO 2 – Il secondo colpo Il settore era ancora sotto shock quando arriva il secondo colpo. 11 aprile 2025. **Decreto-legge n. 48**, articolo 18.19 Questo vieta esplicitamente “l’importazione, la cessione, la lavorazione, la distribuzione, il commercio, il trasporto, l’invio, la spedizione e la consegna delle **infiorescenze** \[…\] nonché dei prodotti contenenti o costituiti da tali infiorescenze, compresi gli estratti, le resine e gli oli da esse derivati”. In pratica: anche le infiorescenze di **canapa legale**, quelle con THC sotto lo zero virgola due per cento, non possono più essere vendute per usi diversi da quelli farmaceutici. La motivazione dichiarata? “Somiglianza morfologica”. Aspetta, cosa? Somiglianza morfologica con la cannabis illegale. Traduzione: sembrano marijuana, quindi le vietiamo. Anche se non lo sono. Anche se non sballano. Anche se sono perfettamente legali per legge. Il Ministro della Giustizia, presentando il decreto, aveva spiegato20: l’obiettivo era “evitare qualsiasi ambiguità sulla liceità dei fiori di cannabis” ed “eliminare l’area grigia per le forze dell’ordine”. Problema risolto, quindi? ### ATTO 3 – Ma poi… Settembre 2024. Il TAR Lazio sospende in via cautelare il decreto del 27 giugno.21 Un momento di speranza. Forse c’è stato un errore. Forse tornerà tutto come prima. 16 aprile 2025. Il TAR rigetta i ricorsi.22 Il decreto ministeriale torna pienamente efficace. Questo passaggio è cruciale: la sentenza del TAR non crea un nuovo divieto, ma rende pienamente operativi gli effetti del decreto ministeriale. È su questa decisione che, a dicembre 2025, interviene il Consiglio di Stato, sospendendo in via cautelare l’efficacia della sentenza del TAR e congelando temporaneamente l’applicazione del decreto, in attesa del giudizio di merito. 9 giugno 2025. Il DL 48/2025 viene convertito in legge (Legge 80/2025).19 Adesso è ufficiale. Definitivo. Il CBD orale va in Tabella B stupefacenti. Le infiorescenze sono vietate. I derivati dalle infiorescenze sono vietati. Il settore della canapa light è stato spazzato via nei fatti, anche se una parte degli effetti normativi risulta oggi temporaneamente sospesa. O almeno, questa era la teoria. Perché poi basta fare una cosa semplice. Aprire il browser. Cercare “olio CBD Italia”. E trovi decine di siti. Italiani. Che vendono oli al CBD. Capsule al CBD. Cristalli al CBD. Aggiungi al carrello. Procedi al checkout. Nessun problema. Nessuna richiesta di ricetta. Pagamento con carta. Spedizione in 24-48 ore. Aspetta. Ma non era vietato? ### ATTO 4 – Il trucco Ecco dove la storia diventa davvero italiana. La legge esiste. Il divieto c’è. Sulla carta, tutto il CBD orale da estratti di cannabis è Tabella B. Le infiorescenze sono vietate. Ma nella pratica? Nella pratica il mercato non è scomparso. Si è semplicemente spostato in una **zona grigia della legalità**. Come funziona il trucco? **Trucco numero uno:** l’etichetta magica. I prodotti vengono venduti come “olio tecnico”, “per uso esterno”, “prodotto da collezione”, “non destinato al consumo umano”. Sulla confezione c’è sempre un disclaimer. Tutti sanno che la gente lo consuma. Ma finché l’etichetta dice di no… **Trucco numero due:** la fonte misteriosa. Il decreto vieta CBD “da estratti di cannabis” e derivati “dalle infiorescenze”. Ma se non dichiari esplicitamente da dove viene il tuo CBD? Se scrivi genericamente “estratto di canapa” senza specificare la parte della pianta? Chi può dimostrare che proviene dai fiori e non dai semi o dagli steli, che tecnicamente non sono vietati? **Trucco numero tre:** l’import europeo. Molti operatori spediscono da altri paesi UE dove il CBD è perfettamente legale, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Spagna. Sfruttano la **sentenza Kanavape** della Corte di Giustizia Europea del 202023: un prodotto legale in uno Stato membro non può essere vietato in un altro senza motivazioni scientifiche proporzionate. La libera circolazione delle merci, dicono. **Trucco numero quattro:** nessuno controlla. Questa è la parte più assurda. L’Italia non ha avviato controlli sistematici. NAS, AIFA, Ministero della Salute: nessun coordinamento. I sequestri sono sporadici, localizzati, imprevedibili. Un negozio viene controllato, un altro no. Un pacco viene fermato in dogana, cento passano. È una lotteria. Risultato? Il mercato del CBD in Italia esiste *de facto*, ma senza riconoscimento giuridico. Gli operatori agiscono a proprio rischio, confidando nella scarsa applicazione delle norme. I consumatori comprano, spesso senza sapere che tecnicamente stanno violando la legge. E lo Stato? Lo Stato ha una legge che non applica, un mercato che non controlla, e zero entrate fiscali da un settore che prima ne generava. ### La verità scomoda: Hanno fatto una legge. Hanno distrutto un settore legale. Ma il mercato? Il mercato è ancora lì. Solo che ora vive in una **zona grigia**: non tracciato, non tassato, non controllato. Missione compiuta? ## 6. Le tre zone grigie (il caos spiegato) Ok, fermiamoci un attimo. Cerchiamo di capire questo casino. Perché se la legge dice una cosa e la realtà ne fa un’altra, evidentemente c’è qualcosa che non torna. E quel qualcosa ha un nome: **zone grigie normative**. Sono tre. Tre scappatoie, tre buchi nella rete, tre modi in cui il sistema può essere aggirato. Non perché gli operatori siano criminali, ma perché la legge è stata scritta male. Con ambiguità così evidenti che lasciano spazio a interpretazioni creative. Vediamole una per una. ### Prima zona grigia: la fonte misteriosa Ricordate la distinzione che abbiamo fatto all’inizio? CBD e THC, stessa pianta ma molecole diverse? Bene, c’è un’altra distinzione che in Italia è diventata cruciale: da quale parte della pianta viene il CBD. Il decreto ministeriale del 27 giugno 2024 non dice genericamente “composizioni orali di cannabidiolo”. Dice: “composizioni per somministrazione ad uso orale di cannabidiolo *ottenuto da estratti di cannabis*“.24 E il decreto-legge 48/2025 vieta espressamente le infiorescenze e i derivati dalle infiorescenze, compresi “gli estratti, le resine e gli oli da esse derivati”.25 Quindi, tecnicamente, la situazione è questa. Il CBD estratto dai **fiori di canapa** è vietato. Il CBD estratto da **semi o steli** non è esplicitamente vietato dal decreto-legge 48. Il **CBD sintetico**, quello prodotto in laboratorio, viene escluso espressamente dal perimetro stupefacenti dalla Circolare del Ministero del 7 agosto 2024.26 Questa distinzione non nasce dal nulla. Ha radici storiche che risalgono alla **Convenzione ONU sugli Stupefacenti del 1961**.27 Quella convenzione definiva come sostanza controllata, cioè stupefacente, solo le “sommità fiorite o fruttifere” della cannabis, escludendo espressamente semi e steli. Perché? Semplice: semi e steli non contengono THC, o ne contengono tracce impercettibili, e servono per usi industriali legittimi come fibra tessile, olio alimentare, biocarburanti. Se l’Italia avesse vietato anche semi e steli, avrebbe distrutto tutta la filiera agroindustriale della canapa prevista dalla Legge 242/2016. Quindi il legislatore ha dovuto lasciarli fuori. Ora, il problema è questo: come fai a sapere da dove viene il CBD in quella bottiglia? Se l’etichetta dice solo “estratto di canapa” senza specificare “da infiorescenze”, chi può dimostrarne la provenienza? Servirebbero analisi genetiche, tracciabilità della filiera, controlli incrociati. Cose che in Italia, al momento, non esistono in modo sistematico. Ed ecco la prima **zona grigia**. Il prodotto c’è, si vende, ma la sua origine resta volutamente nebulosa. C’è poi un paradosso ancora più assurdo. Semi e steli sono legali come fonte di CBD, ma contengono quantità minime di cannabidiolo. Il CBD si concentra nei fiori. Estrarre CBD commercialmente utile da semi e steli è economicamente poco conveniente e qualitativamente inferiore. Quindi quella finestra normativa è tecnicamente aperta, ma praticamente inutilizzabile. E il CBD sintetico? Costa molto di più da produrre. Nessuno lo produce su scala industriale per il mercato italiano. Quindi anche lì: legale sulla carta, invisibile nella realtà. Ecco la tabella della situazione: Fonte del CBD Contenuto THC Efficacia estrattiva Costo produzione Status Italia 2025 Fiori Tracce (<0,2%) Alta Basso Vietato Semi/Steli Trascurabile Bassa Alto Non vietato ma impraticabile Sintetico Zero Alta Molto alto Non stupefacente ma non autorizzato come integratore Il risultato? Il CBD più naturale, economico ed efficace è vietato. Gli altri due sono tecnicamente permessi ma economicamente insensati. E il mercato? Il mercato continua a vendere quello vietato, semplicemente non dichiarando la fonte. ### Seconda zona grigia: l’etichetta magica Passiamo alla seconda scappatoia. Quella più sfacciata. Entri in un sito di e-commerce italiano. Vedi una bottiglia con scritto “Olio di canapa 10% CBD”. La descrizione parla di “estratto naturale”, “alta concentrazione”, “qualità premium”. Tutto molto professionale. Poi, in fondo alla pagina o sul retro dell’etichetta, trovi un disclaimer. Di solito scritto piccolo, a volte quasi nascosto: “Prodotto tecnico, non destinato al consumo umano”. Oppure “Solo per uso esterno”. Oppure ancora “Prodotto da collezione”. Il trucco è semplice e vecchio come il mondo. Se l’etichetta dice che il prodotto non è per consumo umano, formalmente non ricade nel divieto delle “composizioni per somministrazione ad uso orale”. Perché tecnicamente non viene somministrato oralmente. O almeno, non dovrebbe. Ovviamente tutti sanno che la gente lo compra per consumarlo. Il venditore lo sa. Il compratore lo sa. Perfino chi controlla lo sa. Ma finché l’etichetta dice di no, c’è una patina di legalità formale. È la vecchia tattica dell’etichetta salvavita: basta scrivere “non per uso umano” e il problema sparisce. O almeno così sembra. Questa pratica non è nuova. Era comune già nel periodo della canapa light tra il 2016 e il 2024. All’epoca molte infiorescenze venivano vendute come “prodotto da collezione” o “materiale botanico”, anche se chiaramente erano destinate al consumo. Era un gioco delle parti: il venditore si copriva legalmente, il consumatore comprava sapendo cosa fare. Con la stretta del 2024-2025, questo meccanismo si è semplicemente intensificato. Gli operatori hanno adattato le etichette, reso i disclaimer più evidenti, e continuato a vendere. Funziona? Dipende. In caso di controllo, un NAS o la Guardia di Finanza potrebbero sequestrare il prodotto sostenendo che l’uso finale è chiaramente quello orale, quindi il disclaimer è una foglia di fico. Ma servirebbero controlli sistematici. E quelli, come vedremo, non ci sono. ### Terza zona grigia: l’import europeo E qui arriviamo alla **zona grigia** più raffinata. Quella che sfrutta non un buco nella legge italiana, ma un conflitto tra legge italiana e normativa europea. Molti operatori hanno spostato la sede legale, o almeno il magazzino, in altri paesi dell’Unione Europea dove il CBD è perfettamente legale. Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Spagna, persino Germania e Francia. Da lì spediscono i prodotti in Italia. E quando qualcuno li ferma in dogana, tirano fuori la **sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea** del 19 novembre 2020, conosciuta come “**sentenza Kanavape**“.28 Quella sentenza è un pilastro. La Corte ha stabilito che il CBD legalmente prodotto in uno Stato membro non può essere vietato in un altro senza motivazioni scientifiche proporzionate. Ha ricordato che, allo stato attuale delle conoscenze, il cannabidiolo estratto dalla pianta nella sua interezza non presenta effetti psicotropi né rischi per la salute: come già riconosciuto dalle Nazioni Unite fin dagli anni Sessanta (!). In pratica: se un prodotto al CBD è legale in Olanda, l’Italia non può bloccarlo senza dimostrare con evidenze scientifiche concrete che è pericoloso. E visto che l’OMS dice il contrario, diventa difficile. Questa sentenza è vincolante per tutti gli Stati membri. Quindi, teoricamente, un operatore che importa CBD legale dall’Olanda in Italia dovrebbe poter invocare la libera circolazione delle merci. Teoricamente. Nella pratica? È una lotteria. Alcuni pacchi passano senza problemi. Altri vengono fermati dalla dogana italiana, che cita il DM del 27 giugno e sequestra tutto. L’operatore può fare ricorso, citare Kanavape, portare la questione in tribunale. Ma intanto la merce è bloccata, i costi legali salgono, e molti semplicemente rinunciano. Non c’è coerenza. Non c’è prevedibilità. Dipende dall’ufficio doganale, dal funzionario di turno, dal momento. Alcuni operatori stimano che circa il settanta per cento degli ordini passi, il resto venga fermato. Ma sono stime aneddotiche, perché non ci sono dati ufficiali. Risultato? Anche qui, un mercato in **zona grigia**. Esiste, funziona a tratti, ma è un rischio continuo. ### Il mercato in zona grigia in numeri Quanto vale questo mercato che non dovrebbe esistere ma esiste? Difficile dirlo con precisione, perché per definizione un mercato in **zona grigia** non è tracciato. Ma possiamo fare delle stime. Prima della stretta, il settore della canapa light e del CBD valeva circa due miliardi di euro.29 Coinvolgeva trentamila addetti. Migliaia di aziende agricole, centinaia di trasformatori, negozi fisici e online. Con i decreti del 2024-2025, il settore legale è stato decimato. La successiva sospensione cautelare decisa dal Consiglio di Stato non ha invertito questo processo: le chiusure, le perdite e l’abbandono delle coltivazioni si sono già prodotti quando i decreti erano pienamente operativi. Le stime associative parlano di ventiduemila posti di lavoro persi e un calo dei ricavi superiore a un miliardo e quattrocento milioni di euro, circa il settantadue per cento del totale.29 Ma dove sono finiti quei consumi? Non sono spariti. La gente che usava CBD per gestire ansia, dolore, insonnia non ha smesso di cercarlo. Si è semplicemente spostata. Una parte è confluita nel mercato in **zona grigia** italiano: quegli operatori che continuano a vendere con le etichette “tecniche” o senza dichiarare la fonte. Una parte ordina dall’estero, sfruttando i siti europei e sperando che il pacco non venga fermato. Una parte, inevitabilmente, è finita nel mercato nero. Quello vero, quello senza controlli di qualità, senza etichette, senza garanzie. Secondo analisi di settore non ufficiali, si stima che il mercato del CBD in **zona grigia** in Italia valga ancora tra i trecento e i cinquecento milioni di euro all’anno. Centinaia di operatori online attivi. Decine di migliaia di consumatori che comprano regolarmente. Zero controlli sistematici. Zero entrate fiscali per lo Stato. Zero tracciabilità sulla qualità dei prodotti. Hanno vietato per proteggere la salute pubblica, e il risultato è che ora la salute pubblica è meno protetta di prima. ## 7. Chi ha pagato il conto (e chi no) Ogni legge ha delle conseguenze. E quando una legge è scritta male, a pagare le conseguenze sono quasi sempre i soggetti sbagliati. In questo caso, il conto lo hanno pagato tre categorie di persone che hanno giocato secondo le regole, hanno creduto nella legalità, e si sono trovate con il tappeto tirato via da sotto i piedi. ### Gli agricoltori (quelli fregati per primi) Partiamo da loro. I coltivatori di canapa. La Legge 242 del 2016 aveva dato loro una speranza. Dopo decenni di abbandono delle campagne, di terreni lasciati a maggese, di margini sempre più risicati su grano e mais, la canapa sembrava una via d’uscita. Era una coltura perfetta per l’*agricoltura sostenibile*. Richiedeva poca acqua, non aveva bisogno di pesticidi (la canapa è naturalmente resistente ai parassiti), migliorava il terreno bonificandolo da metalli pesanti. E rendeva. Molto più del grano. Migliaia di agricoltori ci hanno creduto. Hanno convertito terreni. Hanno comprato semi, attrezzature, macchinari per l’essiccazione. Hanno fatto corsi di formazione. Hanno stipulato contratti pluriennali con aziende di trasformazione. Hanno investito. Tempo, soldi, fatica. Il cuore del business erano le **infiorescenze**. Quelle che venivano vendute come canapa light o trasformate in oli ed estratti ricchi di CBD. I semi e gli steli valevano poco. La fibra aveva un mercato limitato in Italia. Ma i fiori? Quelli valevano oro. Poi è arrivato l’11 aprile 2025. E il decreto-legge 48 ha vietato le infiorescenze. Dall’oggi al domani, il novanta per cento del valore economico della pianta è svanito. Immaginate un viticoltore a cui dicono: puoi coltivare l’uva, ma non puoi vendere i grappoli. Solo i tralci e le foglie. Quanto varrebbe la sua vigna? Prendiamo Giovanni. Nome di fantasia, storia vera. Agricoltore toscano, cinquant’anni, generazione cresciuta vedendo i campi di famiglia svuotarsi. Nel 2018 decide di provarci con la canapa. Tre ettari. Investe cinquantamila euro fra attrezzature e impianto. I primi due anni vanno bene. Vende le infiorescenze a un’azienda di trasformazione, recupera l’investimento, inizia a guadagnare. Nel 2024 programma l’espansione. Altri due ettari. Nuovo mutuo. Agosto 2024: primo decreto. Aprile 2025: secondo decreto. Ora quei cinque ettari di canapa sono lì, crescono, ma non può venderli. O meglio, può vendere semi e steli a prezzi ridicoli che non coprono nemmeno i costi di coltivazione. Il mutuo? Quello resta. Da pagare. Giovanni non è l’unico. Secondo Coldiretti, in Italia c’erano circa quattromila ettari coltivati a canapa nel 2023.30 La maggior parte sono stati abbandonati o riconvertiti ad altre colture nel 2025. Con perdite enormi. Il controsenso? Mentre l’Europa spinge per l’**agricoltura sostenibile** e la **Green Deal** europea promuove colture a basso impatto ambientale, l’Italia ha vietato una delle piante più sostenibili che esistano. Per tornare a monoculture intensive, irrigue, piene di pesticidi. ### I negozianti (quelli che hanno chiuso rispettando la legge) Poi ci sono loro. I titolari dei negozi di canapa light, erboristerie, farmacie che vendevano CBD. Nel 2023 in Italia c’erano centinaia di negozi specializzati. Non si parla di spacciatori o mercato nero. Si parla di attività regolari, con partita IVA, contratti di affitto, dipendenti, SCIA, controlli ASL. Molti erano giovani imprenditori. Avevano visto un’opportunità in un settore legittimo e in crescita. Avevano investito risparmi, chiesto prestiti, aperto negozi in centro città o online. Sofia. Ventotto anni, Bologna. Nel 2021 apre un negozietto di prodotti naturali in zona universitaria. Vende tisane, integratori, cosmetici bio. E CBD. Oli, capsule, creme. Tutto regolare, tutto certificato, tutto con analisi di laboratorio che attestavano il THC sotto lo zero virgola due per cento. Il quaranta per cento del suo fatturato veniva dal CBD. Non perché fosse un “cannabis shop”, il negozio aveva anche mille altri prodotti, ma perché i clienti lo cercavano. Studenti stressati per gli esami. Lavoratori con insonnia. Anziani con dolori articolari. Agosto 2024: primo decreto. Sofia chiama il suo commercialista. “Posso continuare a vendere?” “Tecnicamente no, serve prescrizione medica.” “E se metto un disclaimer?” “Rischi comunque.” Sofia decide di rispettare la legge. Ritira tutti i prodotti al CBD dagli scaffali. Perde il quaranta per cento del fatturato. Prova a compensare con altri prodotti, ma non basta. Gli affitti a Bologna sono alti. I costi fissi pure. Gennaio 2025: chiude. Mentre chiude, sa che online ci sono decine di siti che continuano a vendere CBD. Con disclaimer, con etichette “uso tecnico”, con mille stratagemmi. Alcuni prosperano. Lei ha seguito le regole. E ha pagato. ### I consumatori (quelli senza alternative) E poi ci sono loro. Quelli di cui si parla meno, ma che forse hanno pagato il conto più alto in termini di qualità della vita. Elena. Trentadue anni, Firenze. **Epilessia farmacoresistente** diagnosticata a diciotto anni. Ha provato quattro farmaci antiepilettici diversi. Tutti con effetti collaterali pesanti: sonnolenza, vertigini, aumento di peso, difficoltà cognitive. Nel 2022 il neurologo le suggerisce di provare un olio al CBD, legale, acquistabile in farmacia. Lei è scettica, ma prova. Dopo due mesi, le crisi diminuiscono. Non spariscono, ma passano da otto-dieci al mese a tre-quattro. E soprattutto: niente effetti collaterali pesanti. Per la prima volta in anni, riesce a lavorare stabilmente. A fare progetti. Agosto 2024: il suo olio diventa illegale senza prescrizione. Esiste un farmaco a base di CBD, l’**Epidyolex**, ma in Italia è prescrivibile solo per tre rare sindromi epilettiche pediatriche. Per casi come il suo, l’unica opzione efficace e tollerata era l’olio di CBD venduto liberamente in farmacia. Torna dal neurologo. Lui è imbarazzato. “Tecnicamente dovrei prescrivertelo come medicinale stupefacente. Ma diventa costosissimo, e non tutti i farmacisti preparano galenici al CBD. Inoltre devo giustificare la prescrizione, compilare moduli, registri…” Alcuni medici si rifiutano. Non vogliono grane burocratiche. Non vogliono rischiare controlli. Elena prova a ordinare online da un sito che ancora vende. Paga, aspetta. Il pacco arriva, ma non sa cosa c’è dentro davvero. Niente analisi di laboratorio. Niente garanzie. La concentrazione di CBD dichiarata corrisponde a quella reale? Ci sono contaminanti? THC oltre i limiti? Non lo sa. Ma non ha alternative. E come lei, migliaia. Persone che usavano il CBD per gestire ansia cronica, dolori da artrite, insonnia. Non perché fosse una moda, ma perché funzionava e aveva meno effetti collaterali di benzodiazepine, oppioidi, o altri farmaci pesanti. Ora sono senza opzioni legali. O tornano ai farmaci che volevano evitare. O si affidano al mercato in **zona grigia**. Oppure semplicemente soffrono. ### I “vincitori” (tra virgolette pesanti) E chi ci ha guadagnato da tutto questo? Il mercato in **zona grigia**, ovviamente. Quegli operatori senza scrupoli, o semplicemente pragmatici dipende dai punti di vista, che hanno continuato a vendere sfruttando le zone grigie normative. L’import estero. I siti olandesi, cechi, spagnoli che vedono aumentare le spedizioni verso l’Italia. Soldi che escono dal paese. Il mercato nero. Quello vero. Perché una parte dei consumatori, disperati, si rivolge lì. Con tutti i rischi del caso. E lo Stato italiano? Lo Stato ha perso. Ha perso il controllo del settore. Ha perso entrate fiscali (un mercato da due miliardi genera IVA, imposte, contributi). Ha perso posti di lavoro. Ha perso tracciabilità sui prodotti. Ha perso credibilità come legislatore. Ha vinto qualcuno? Difficile dirlo. ## 8. Guida pratica al caos: cosa possiamo fare oggi? Arriviamo alla domanda che probabilmente vi state facendo dall’inizio: ok, ho capito il pasticcio. Ma io, nel concreto, nel 2025, se volessi del CBD, cosa posso fare? La risposta onesta? Dipende da quanto sei disposto a rischiare. Perché legalmente, in Italia, le opzioni sono quasi zero. Praticamente, invece, le possibilità ci sono. Solo che navigano tutte in acque più o meno ambigue sul piano legale. Facciamo ordine. ### Scenario uno: voglio CBD legalmente Partiamo dall’opzione più sicura dal punto di vista legale. **Prima possibilità:** prescrizione medica. In teoria, potreste andare dal vostro medico e chiedere una prescrizione. Il CBD è autorizzato in Italia come farmaco per l’**epilessia farmacoresistente** sotto forma di **Epidyolex**, la specialità registrata dall’EMA. È prescrivibile per crisi epilettiche associate a sindrome di Lennox-Gastaut, sindrome di Dravet e sclerosi tuberosa in pazienti dai due anni in su. Tuttavia, si tratta di forme rare di epilessia, diagnosticate quasi sempre in età infantile: per chi soffre di altre forme di epilessia farmacoresistente, il farmaco non è indicato né accessibile tramite prescrizione ordinaria. Se invece rientrate in queste patologie e il vostro neurologo lo ritiene appropriato, potete ottenere Epidyolex su ricetta. In questo caso siete completamente nel perimetro della legalità. Ma se non avete epilessia? Se cercate CBD per ansia, dolore cronico, insonnia o altri usi non autorizzati? Tecnicamente un medico potrebbe prescrivervi una **preparazione galenica**. Il farmacista potrebbe prepararvi un olio al CBD seguendo il canale dei medicinali in Tabella B (ricetta non ripetibile, tracciabilità, autorizzazioni). Ma è complicato. Molto complicato. Prima di tutto, il medico deve giustificare clinicamente la prescrizione. Deve essere in grado di motivare perché vi serve il CBD, basandosi su letteratura scientifica e condizioni cliniche documentate. Molti medici, per paura di controlli o semplicemente per ignoranza sulla sostanza, si rifiutano. Poi c’è il costo. Una preparazione galenica al CBD, passando per il canale stupefacenti, può costare dieci volte tanto rispetto a quello che si pagava prima. Stiamo parlando di centinaia di euro al mese, non sempre rimborsabili dal Servizio Sanitario Nazionale. E infine c’è la disponibilità. Non tutte le farmacie preparano galenici. Non tutte hanno le autorizzazioni per maneggiare sostanze in Tabella B. Trovare un farmacista disposto e attrezzato può essere un’odissea. Risultato? Sulla carta è possibile. Nella pratica, per la stragrande maggioranza delle persone, è un percorso impraticabile e oneroso. **Seconda possibilità:** prodotti per uso esterno. Se non vi interessa l’uso orale ma cercate creme, balsami, oli per massaggio, qui la situazione è leggermente migliore. I cosmetici contenenti CBD sono ammessi in Italia, purché rispettino il Regolamento europeo sui cosmetici (Regolamento CE 1223/2009) e i limiti stringenti su THC e origine dell’ingrediente.32 Il CBD deve figurare nel database CosIng come ingrediente cosmetico autorizzato, e il prodotto finito deve essere privo di effetti psicotropi. Trovate creme al CBD in farmacie, erboristerie, negozi di cosmetica naturale. Legalmente. Per dolori articolari, infiammazioni cutanee, dermatiti. Ovviamente non risolvono ansia o insonnia. Ma per applicazioni topiche localizzate, sono un’opzione. **Terza possibilità:** rassegnarsi. L’ultima opzione legale è semplicemente non usare CBD. Tornare alle alternative farmaceutiche tradizionali. Benzodiazepine per l’ansia. Oppioidi per il dolore. Ipnotici per l’insonnia. Con tutti i loro effetti collaterali e rischi di dipendenza. Non è una soluzione, è un passo indietro. Ma è l’unica completamente dentro la legge per la maggior parte degli usi. ### Scenario due: voglio comprare lo stesso il CBD E qui entriamo nella **zona grigia**. Perché se l’opzione legale è sostanzialmente chiusa, le opzioni pratiche ci sono. Basta essere consapevoli dei rischi. **Prima opzione:** mercato in **zona grigia** italiano. Aprite un browser. Cercate “olio CBD Italia”. Vi usciranno decine di risultati. Siti italiani, con sede in Italia, che vendono oli, capsule, cristalli al CBD. Come fanno? Usano le zone grigie che abbiamo visto. Etichettano i prodotti come “uso tecnico” o “da collezione”. Non dichiarano esplicitamente la fonte del CBD. Sperano che nessuno controlli. È un rischio? Sì. Sia per chi vende che per chi compra. Per il venditore: in caso di controllo, rischia sequestro della merce e sanzioni amministrative o penali se viene dimostrato che il CBD proviene da infiorescenze o è destinato all’uso orale.33 Per il compratore: in teoria potreste essere fermati con una bottiglia di CBD non prescritta. Nella pratica, i controlli sui consumatori finali sono rarissimi. Ma il rischio legale esiste. E poi c’è il rischio qualitativo. Senza controlli ufficiali, come fate a sapere cosa c’è davvero in quella bottiglia? La concentrazione di CBD dichiarata è vera? Ci sono contaminanti? Il THC è davvero sotto i limiti? Non lo sapete. Vi fidate del venditore. Fine. **Seconda opzione:** import da altri paesi UE. Molti siti olandesi, cechi, spagnoli vendono CBD e spediscono in Italia. Lì il CBD è legale come novel food o integratore. Prodotti certificati, analizzati, con garanzie di qualità. Ordinate, pagate, aspettate. In teoria la **sentenza Kanavape** vi protegge: un prodotto legale in uno Stato membro dovrebbe poter circolare liberamente.34 Nella vita reale? È una lotteria. Alcuni pacchi passano la dogana senza problemi. Altri vengono fermati. La dogana italiana può citare il decreto del 27 giugno e sequestrare tutto. Voi perdete i soldi (raramente i venditori rimborsano se il problema è doganale). Potete fare ricorso, ma chi ha voglia e soldi da buttare di fare una battaglia legale per una bottiglia di olio? Rischio legale personale? Basso, a meno che non ordiniate quantità enormi che facciano pensare a una rivendita. Rischio di perdere il pacco? Medio-alto, forse un trenta per cento di probabilità. **Terza opzione:** mercato nero. E poi c’è lui. Il vero mercato nero. Quello senza siti, senza etichette, senza garanzie. Qualcuno che conosce qualcuno che ha un “contatto”. Prodotti senza analisi, senza tracciabilità, senza certezze. Potrebbe essere olio al CBD vero. Potrebbe essere olio di semi con zero CBD. Potrebbe essere olio con troppo THC. Non lo sapete. È l’opzione più rischiosa sotto tutti i punti di vista: legale, sanitario, economico. La sconsiglierei senza appello. Ma va detto che esiste, e che una parte dei consumatori, disperati, ci finisce. Ironia della sorte: il divieto pensato per proteggere la salute pubblica spinge la gente esattamente dove la salute pubblica è meno protetta. ### Decision tree: il percorso pratico Per chiarezza, facciamo un riepilogo del percorso decisionale reale nel 2025. Volete del CBD? Iniziate chiedendovi: per cosa vi serve? Se la risposta è **epilessia farmacoresistente**, e più precisamente sindromi di Dravet, Lennox-Gastaut o sclerosi tuberosa, allora la strada è relativamente pulita. Andate dal neurologo. Epidyolex è prescrivibile, è legale, è rimborsabile in molti casi. Questa è l’unica indicazione terapeutica pienamente autorizzata. Se la risposta è **applicazione topica**, quindi dolori articolari, dermatiti, infiammazioni cutanee, allora cercate cosmetici al CBD in farmacia o erboristeria. Sono legali, disponibili, nessun problema. Se la risposta è **tutto il resto**, quindi ansia, insonnia, dolore cronico non topico, benessere generale, allora le cose si complicano. Potete tentare la strada della prescrizione medica per preparazione galenica. Ma preparatevi a un percorso lungo, costoso, e probabilmente frustrante. Molti medici diranno no. Quelli che diranno sì dovranno giustificare clinicamente la prescrizione, seguire procedure burocratiche complesse, e voi vi ritroverete con costi che possono essere dieci volte superiori a quanto si pagava prima. Inoltre non tutte le farmacie preparano galenici con sostanze in Tabella B. Trovarne una disponibile può essere un’odissea. Oppure entrate nella **zona grigia**. E qui dovete chiedervi: quanto rischio siete disposti a correre? Se volete un rischio basso, potete provare il mercato in **zona grigia** italiano. Comprate da siti che sembrano professionali, leggete recensioni, incrociate le dita. Il rischio legale per voi consumatori è minimo, il rischio qualitativo è medio perché non avete garanzie reali su cosa contenga davvero quel prodotto. Se accettate un rischio medio, potete tentare l’import dall’Unione Europea. I prodotti sono probabilmente migliori, con maggiori garanzie di qualità perché provengono da paesi dove il CBD è regolamentato. Ma c’è il rischio concreto di sequestro in dogana. Perdete i soldi, non la libertà, ma resta un rischio economico significativo. Se siete disposti a un rischio alto, esiste il mercato nero. Ma non lo consiglio. Zero garanzie, zero controlli, rischi legali e sanitari elevati. Oppure, ultima opzione, rinunciate. Tornate a benzodiazepine, oppioidi, o semplicemente convivete con il problema che volevate gestire. ### I rischi concreti (tabella riassuntiva) Per trasparenza, ecco una sintesi dei rischi per ogni opzione: Opzione Rischio legale Rischio sanitario Rischio economico Disponibilità Prescrizione medica (Epidyolex) Nessuno Nessuno Medio (costo) Bassa (solo epilessia) Preparazione galenica su ricetta Nessuno Nessuno Alto (costo) Molto bassa Cosmetici uso esterno Nessuno Basso Basso Buona Mercato in zona grigia italiano Basso (consumatore) Medio (qualità incerta) Medio (no garanzie) Alta Import UE Basso Basso Medio (sequestri) Media Mercato nero Alto Alto Alto Variabile La verità è che l’Italia, nel 2025, vi lascia con una scelta impossibile: o rinunciate, o rischiate. Non è giusto. Non è razionale. Ma è la realtà. PARTE 3: ALTROVE È CHIARO ## 9. Il giro del mondo in sette modelli Mentre l’Italia creava un labirinto normativo, altri paesi facevano scelte. Giuste o sbagliate, ma scelte chiare. Non tutti hanno legalizzato. Non tutti hanno adottato approcci libertari. Ma tutti hanno fatto una cosa che l’Italia non è riuscita a fare: hanno tracciato una linea netta tra lecito e illecito. E l’hanno rispettata. Facciamo il giro del mondo. Sette paesi, sette modelli. Non per dire “copiateli”, ma per mostrare che un altro approccio esiste. ### Svizzera: la pragmatica In Svizzera il CBD è legale dal 2011. Ma non è un far west. È semplicemente regolamentato con chiarezza. La legge federale sugli stupefacenti svizzera (LStup) stabilisce che la cannabis con meno dell’**uno per cento di THC** non è considerata stupefacente.35 Punto. Quella con più dell’uno per cento lo è. Il CBD, essendo non psicoattivo, non è classificato come sostanza controllata. Quindi prodotti ricchi di CBD con THC sotto l’uno per cento sono legali. Venduti liberamente. In tabaccherie, negozi specializzati, perfino distributori automatici. Ma attenzione: “liberamente” non significa “senza regole”. I prodotti devono rispettare standard di qualità. Devono essere etichettati correttamente. Devono pagare tasse (la cannabis light è tassata come il tabacco). Ci sono controlli, analisi, tracciabilità. Il risultato? Un mercato legale, trasparente, che genera entrate fiscali. Nessuno spaccia CBD per strada perché lo trovi al supermercato. Nessuno si avvelena con prodotti contaminati perché ci sono controlli ufficiali. Funziona? Sì. La Svizzera non è collassata. Non c’è un’epidemia di consumo giovanile. Non ci sono morti per overdose di CBD (perché, ricordiamolo, di CBD non si muore). C’è solo un mercato che funziona: come ha funzionato perfettamente anche in Italia per i suoi 9 anni di liceità. La filosofia svizzera è semplice: distinguere ciò che è pericoloso da ciò che non lo è. Il THC ad alta concentrazione è controllato. Il CBD no. Pragmatismo elvetico. ### Regno Unito: il regolatore Attraversiamo la Manica. Il Regno Unito ha scelto un approccio diverso: regolamentare il CBD come “**novel food**“. Cos’è un novel food? Un ingrediente alimentare che non era significativamente consumato nell’UE prima del 1997. Richiede un’autorizzazione specifica per essere venduto come alimento o integratore.36 La Food Standards Agency (FSA) britannica ha classificato il CBD in questa categoria. Quindi per vendere CBD come integratore alimentare nel Regno Unito serve un’autorizzazione. Le aziende devono presentare dossier scientifici, dimostrare la sicurezza, rispettare i limiti. Nel 2023 la FSA ha anche pubblicato una raccomandazione: gli adulti sani non dovrebbero superare dieci milligrammi di CBD al giorno da integratori.37 Non è un limite legale vincolante, è una linea guida precauzionale. Uno può consumarne di più, ma l’agenzia consiglia prudenza. Per il THC nei prodotti finiti, il Regno Unito applica regole stringenti: massimo un milligrammo di THC per confezione, e solo in prodotti che soddisfano requisiti tecnici specifici (concetto di “exempt product”).38 Il risultato è un mercato controllato. Non tutti possono vendere CBD. Solo chi ottiene l’autorizzazione. Ma chi ce l’ha può vendere liberamente, con regole chiare. Funziona? Sì. Il mercato britannico del CBD vale centinaia di milioni di sterline. I consumatori sanno cosa comprano. Le aziende rispettano standard. Nessuno parla di “emergenza CBD”. La filosofia britannica è la regolamentazione sanitaria. Il CBD non è una droga, è un ingrediente alimentare che va regolato come tutti gli altri. ### Canada: il coraggioso Salto Atlantico. Canada, 2018. Il governo federale approva il **Cannabis Act**.39 Legalizza completamente la cannabis. Non solo il CBD. Tutta la cannabis, THC incluso. Perché? Il primo ministro Justin Trudeau aveva spiegato la filosofia: togliere il mercato dalle mani della criminalità organizzata e proteggere la salute pubblica attraverso regolamentazione, educazione e controllo di qualità. Non un esperimento hippie. Una politica di salute pubblica. Il Cannabis Act prevede vendita legale di cannabis, incluso il CBD, in negozi autorizzati. Stabilisce limiti di età rigorosi, solo maggiorenni. Impone controlli stringenti su coltivazione, produzione e distribuzione. Richiede etichettatura obbligatoria con contenuto di THC e CBD chiaramente indicato. Vieta la pubblicità rivolta ai minori. Finanzia programmi di educazione pubblica sui rischi. Cosa è successo? Il mercato nero è crollato. Secondo dati governativi, nel 2022 circa il settanta per cento dei consumatori canadesi comprava cannabis da fonti legali, rispetto al venti per cento pre-legalizzazione.40 Le entrate fiscali? Miliardi di dollari canadesi all’anno. Investiti in educazione, prevenzione, sanità. I consumi giovanili? Non sono aumentati. Alcuni studi mostrano addirittura una leggera diminuzione, probabilmente perché i controlli sull’età nei negozi legali sono più severi di quelli degli spacciatori.41 Il CBD in Canada è semplicemente una parte del quadro. Lo trovi nei negozi autorizzati, etichettato, analizzato, sicuro. Senza zone grigie. Funziona? Sì. Il Canada non è diventato un paese di drogati. È diventato un paese che gestisce razionalmente una sostanza. La filosofia canadese è la **legalizzazione controllata**. Meglio regolare che proibire inutilmente. ### Stati Uniti: il federale complesso Gli Stati Uniti sono un caso particolare perché hanno un sistema federale: una legge nazionale e cinquanta leggi statali che possono divergere. A livello federale, la svolta è arrivata con il **Farm Bill del 2018**.42 Quella legge ha rimosso la canapa industriale (cannabis con meno dello zero virgola tre per cento di THC) dalla definizione di marijuana nel Controlled Substances Act. Traduzione: a livello federale, il CBD estratto da canapa con THC sotto lo zero virgola tre per cento è legale. È stato un terremoto. Nel giro di pochi anni il mercato del CBD è esploso. Oli, capsule, creme, bevande, perfino cibo per cani. Lo trovi nei negozi specializzati, nelle farmacie, nei supermercati, online. Ogni stato poi ha le sue regole. Alcuni stati hanno legalizzato anche la cannabis ad alto THC (California, Colorado, Washington). Altri mantengono il proibizionismo sulla marijuana ma permettono il CBD. Altri ancora hanno leggi più restrittive. È un mosaico. Ma il quadro federale dà certezza: il CBD da canapa è ok. Ci sono problemi? Sì. La FDA non ha ancora completato la regolamentazione del CBD come integratore alimentare, quindi esistono prodotti con etichettature imprecise o contenuti non corrispondenti a quanto dichiarato. Ma il trend è verso un maggiore controllo, non verso il divieto. Funziona? Sì. Il mercato vale miliardi di dollari. Milioni di americani usano CBD per vari scopi. Non c’è allarme sociale. C’è solo un settore economico in crescita che lentamente viene regolamentato. La filosofia americana è il **federalismo pragmatico**. Una base legale federale, poi ogni stato decide. ### Israele: il pioniere Cambiamo continente. Israele è forse il paese più avanzato al mondo nella ricerca e uso medico della cannabis, CBD incluso. Perché Israele? Perché lì è nato **Raphael Mechoulam**, il “padre della ricerca sui cannabinoidi”. Quello che negli anni Sessanta ha isolato il THC e il CBD, che ha scoperto il sistema endocannabinoide. Un gigante della scienza.43 Il governo israeliano, saggiamente, ha investito su quella eredità. Dal 1990 esiste un programma nazionale di **cannabis medica**. Oggi oltre centoventimila pazienti israeliani hanno accesso legale a cannabis e CBD per uso terapeutico.44 Non è libera vendita. È un programma medico strutturato. Serve la prescrizione di un medico autorizzato. Ma le indicazioni sono ampie: dolore cronico, PTSD, epilessia, sclerosi multipla, Parkinson, cancro (per nausea e dolore), e altre. I prodotti sono forniti da aziende farmaceutiche autorizzate, con controlli di qualità rigorosi. Ci sono formulazioni con alto CBD e basso THC, con rapporti bilanciati, con alto THC. Il medico prescrive in base alla condizione del paziente. Il risultato? Un sistema che funziona. I pazienti hanno accesso controllato a una terapia che molti trovano efficace. Lo Stato mantiene tracciabilità e controllo. Le aziende investono in ricerca. Israele ha anche finanziato ricerca clinica avanzata sul CBD: studi su autismo, PTSD, malattie infiammatorie intestinali, fibromialgia. Contributi scientifici che beneficiano il mondo intero. Funziona? Sì. Israele è diventato un modello globale per l’uso medico della cannabis. In Israele, dunque, il CBD non si compra per rilassarsi: si prescrive per curare. La libertà è nella scienza, non nel fai-da-te. La filosofia israeliana è la **medicina evidence-based**. Se una sostanza ha potenziale terapeutico, va studiata e resa disponibile ai pazienti. Con metodo scientifico, non ideologia. ### Australia: il farmaceutico Salto in Oceania. L’Australia ha scelto un approccio intermedio. Nel 2021 ha classificato il CBD a basso dosaggio come **Schedule 3** del Therapeutic Goods Act.45 Cosa significa? Che può essere venduto in farmacia senza ricetta medica (come farmaco da banco), ma solo per prodotti autorizzati dall’agenzia regolatoria TGA e con limiti: massimo centocinquanta milligrammi di CBD al giorno. È un OTC (over-the-counter) regolato. Il farmacista può consigliare, ma è sua responsabilità verificare che il paziente sia idoneo. Nella realtà dei fatti l’offerta è ancora limitata perché pochi prodotti hanno ottenuto la registrazione TGA (il processo è lungo e costoso). Ma il quadro normativo è chiaro: se un’azienda vuole vendere CBD da banco, può farlo. Basta seguire le regole. Funziona? Sì, anche se con volumi ancora bassi. Ma il modello è solido: accesso controllato ma non eccessivamente restrittivo. La filosofia australiana è il **compromesso farmaceutico**. Il CBD non è libero, ma non è nemmeno stupefacente. È un farmaco da banco, come l’ibuprofene. ### Uruguay: il visionario Torniamo nel continente americano. Uruguay, 2013. Primo paese al mondo a legalizzare completamente la cannabis. Con produzione e distribuzione controllate dallo Stato.46 I cittadini uruguaiani possono coltivare fino a sei piante a casa. Possono unirsi a club della cannabis, che sono cooperative di coltivatori registrate. Possono comprare cannabis in farmacia, dove viene distribuita con il marchio statale. Il CBD è parte integrante di questo sistema. Le farmacie distribuiscono anche estratti ad alto contenuto di CBD per uso medico. È il modello più “liberale”, ma anche il più controllato. Tutto passa per canali statali. Niente pubblicità. Niente marketing. Registro nazionale degli utenti. Funziona? Sì e no. Il mercato legale copre circa il quaranta per cento dei consumi. Il mercato nero non è sparito, ma si è ridotto. Succede perché il modello uruguaiano è fortemente regolato. Per comprare serve iscriversi a un registro statale, i quantitativi sono limitati, le varietà ufficiali poche e a basso contenuto di THC. Molti preferiscono restare nell’ombra, altri cercano prodotti diversi. Ma la criminalità legata al traffico si è sgonfiata, e lo Stato ha conquistato ciò che conta davvero: trasparenza, sicurezza, controllo.47 E soprattutto: nessun disastro sociale. L’Uruguay non è collassato. È semplicemente un paese che ha fatto una scelta radicale e la sta gestendo. La filosofia uruguaiana è la **legalizzazione totale controllata**. Lo Stato gestisce tutto, dalla coltivazione alla vendita. ### Il filo conduttore Sette paesi. Sette modelli diversi. Alcuni più restrittivi (Israele, Australia), altri più permissivi (Canada, Uruguay), altri pragmatici (Svizzera, UK). Ma tutti hanno una cosa in comune: **chiarezza**. In Svizzera sai che il CBD con THC sotto l’uno per cento è legale. In Canada sai che puoi comprarlo nei negozi autorizzati. Nel Regno Unito sai che serve l’autorizzazione novel food. In Israele sai che serve la prescrizione medica. In Australia sai che è OTC (cioè farmaci da banco, acquistabili senza ricetta) in farmacia. Negli USA sai che il federale lo permette. Possono piacere o non piacere questi modelli. Ma funzionano. Nessuno di questi paesi ha un mercato in **zona grigia** incontrollato. Nessuno ha migliaia di aziende legali distrutte da un decreto. Nessuno ha consumatori costretti a navigare nell’illegalità per comprare una sostanza sicura. E in Italia? In Italia non sai. Non sai se è legale. Non sai dove comprarlo legalmente. Non sai chi controlla. Non sai quali rischi corri. Questa è la differenza tra il fare una scelta e creare un pasticcio. ## 10. Il filo conduttore: hanno fatto una scelta Ricapitoliamo. Sette paesi, sette approcci diversi. Ma non casuali. Dietro ognuno c’è una filosofia precisa. Possiamo raggrupparli in tre modelli principali. ### Modello uno: legalizzazione totale controllata Canada e Uruguay rappresentano questo approccio. Legalizzano tutta la cannabis, THC incluso, ma con controlli statali ferrei. Non è anarchia. È il contrario: massimo controllo attraverso la regolamentazione anziché attraverso il divieto. Lo Stato decide chi può produrre, come deve produrre, dove si può vendere, a chi, con quali etichette, con quali limiti. Il principio sottostante è semplice: se una sostanza è richiesta da milioni di persone, proibirla crea solo un mercato nero incontrollato. Meglio legalizzarla e gestirla. I risultati parlano: mercato nero crollato, entrate fiscali miliardarie, nessun aumento patologico dei consumi, controllo qualità garantito. Il CBD in questi paesi è semplicemente una parte del quadro. Non serve distinguerlo particolarmente dal resto perché tutto è già regolamentato. ### Modello due: programma medico avanzato Israele incarna questo approccio. La cannabis (incluso il CBD) è vista come una risorsa terapeutica da studiare, comprendere, e rendere disponibile ai pazienti attraverso canali medici strutturati. Non è libera vendita. Serve prescrizione medica. Ma le indicazioni sono ampie, i medici sono formati, i pazienti hanno accesso reale. Il principio sottostante è **evidence-based medicine**: se gli studi mostrano efficacia, la sostanza va integrata nella pratica clinica. Con metodo scientifico, non pregiudizi. I risultati: oltre centoventimila pazienti trattati, ricerca clinica all’avanguardia, sistema sanitario che funziona. Il CBD qui ha pari dignità di qualsiasi altro farmaco. Viene prescritto, monitorato, ottimizzato caso per caso. ### Modello tre: regolamentazione come integratore Svizzera, Regno Unito, Australia e Stati Uniti (a livello federale) rappresentano questo approccio: lo stesso che aveva adottato anche l’Italia fino al 2024. Il CBD viene trattato non come droga né come farmaco da prescrizione, ma come ingrediente alimentare o prodotto da banco che richiede controlli specifici. Nel Regno Unito è novel food. In Svizzera è prodotto di consumo con limiti sul THC. In Australia è OTC farmaceutico. Negli USA è estratto di canapa legale. Le forme sono diverse, ma il principio è lo stesso: distinguere nettamente il CBD dal THC. Il primo è sicuro e va regolamentato come altri prodotti di consumo. Il secondo è psicoattivo e richiede controlli più stringenti. I risultati: mercati legali fiorenti, consumatori protetti da standard di qualità, industria innovativa, zero allarmi sociali. Il CBD qui è un prodotto come tanti altri. Controllato, sì. Ma disponibile. ### Il denominatore comune Al di là delle diverse scelte, tutti questi paesi condividono alcuni elementi chiave. **Primo:** basano le loro scelte su **evidenze scientifiche**. Tutti hanno guardato i dati dell’OMS, della ricerca internazionale, degli studi clinici. E hanno concluso che il CBD non è una minaccia per la salute pubblica. **Secondo:** distinguono CBD da THC. Nessuno di questi paesi confonde una sostanza non psicoattiva con una psicoattiva. La distinzione è chiara, normata, rispettata. **Terzo:** creano regole chiare. Che siano più o meno restrittive, le regole sono univoche. Un operatore economico sa cosa può e non può fare. Un consumatore sa cosa può e non può comprare. Un controllore sa cosa deve verificare. **Quarto:** controllano davvero. Non basta fare una legge. Serve applicarla. Questi paesi hanno investito in sistemi di controllo qualità, tracciabilità, vigilanza del mercato. Le regole sono rispettate perché c’è chi verifica. **Quinto:** evitano le zone grigie. Non c’è spazio per interpretazioni creative, etichette ambigue, mercati paralleli tollerati. O una cosa è legale, o non lo è. E se non lo è, viene fermata. Tutto ciò che l’Italia non ha fatto. ### Il contrasto con l’Italia Proviamo a confrontare. In Svizzera compri CBD con THC sotto l’uno per cento. Sai che è legale. Sai dove comprarlo. Sai che è controllato. Fine. In Italia? Compri CBD (forse) con THC sotto lo zero virgola due per cento. Non sai se è legale (dipende da dove viene). Non sai dove comprarlo legalmente (teoricamente da nessuna parte senza ricetta). Non sai se è controllato (probabilmente no). E intanto decine di siti lo vendono comunque, in una **zona grigia** che nessuno gestisce. In Canada compri cannabis in un negozio autorizzato. L’etichetta ti dice esattamente quanto THC e quanto CBD c’è. Il personale è formato. La qualità è garantita dallo Stato. Fine. In Italia? Prima la compravi legalmente. Poi improvvisamente no. Poi continui a trovarla online ma non sai se chi te la vende rischia sanzioni, se tu rischi sanzioni, se il prodotto è quello dichiarato, se domani verrà sequestrato tutto. E nessuno ti spiega niente. Nel Regno Unito il CBD è novel food. Serve l’autorizzazione. Chi ha l’autorizzazione può vendere, chi non ce l’ha no. La FSA pubblica una lista delle aziende conformi. Fine. In Italia? Il CBD è in Tabella B come stupefacente. Ma solo quello “ottenuto da estratti di cannabis”. E solo quello orale. E solo quello da infiorescenze. Ma se non dichiari la fonte? O dici che proviene da semi e steli (tanto nessuno controlla)? Oppure che è per uso tecnico? E se importi dall’UE? Nessuno lo sa davvero. La differenza non è tra “paesi che hanno legalizzato” e “paesi che hanno vietato”. La differenza è tra paesi che hanno scelto una strada chiara e paesi che hanno creato un labirinto normativo, confuso e incompleto. PARTE 4: PERCHÉ E ADESSO? ## 11. Le ragioni (dichiarate e probabili) del caos italiano Arriviamo alla domanda centrale. Quella che probabilmente vi state facendo da un po’: ma perché? Perché l’Italia ha fatto questo casino? Cerchiamo di capirlo. Senza complottismi, senza demonizzare nessuno. Con onestà intellettuale. ### Le ragioni ufficiali Partiamo da quello che hanno detto le istituzioni. Il Ministero della Salute, presentando il decreto del 27 giugno 2024, ha citato due motivazioni principali per inserire il CBD orale in Tabella B: “assenza di studi tossicologici approfonditi sugli estratti vegetali di CBD” e “presunto rischio di abuso”.48 Il Ministro della Giustizia, presentando il decreto-legge 48/2025 sulle infiorescenze, ha parlato di “somiglianza morfologica” con la cannabis illegale e della necessità di “evitare ambiguità per le forze dell’ordine”.49 Queste sono le ragioni dichiarate. Analizziamole. **Assenza di studi tossicologici approfonditi?** Questo è difficile da sostenere. Già nel 1961 le **Nazioni Unite**, nella Convenzione Unica sugli Stupefacenti, non avevano incluso il CBD tra le sostanze controllate, perché privo di effetti psicotropi o tossici rilevanti. Decenni dopo, l’**Organizzazione Mondiale della Sanità** ha pubblicato nel 2018 un rapporto dettagliato sul CBD, esaminando tutta la letteratura scientifica disponibile. Conclusione: profilo di sicurezza favorevole, nessun potenziale di abuso, nessuna tossicità rilevante.50 L’**EMA** ha autorizzato Epidyolex nel 2019 dopo studi clinici rigorosi che hanno valutato anche la sicurezza.51 La **FDA** aveva fatto lo stesso nel 2018.52 Studi su migliaia di pazienti, monitorati per anni. Dire che mancano studi tossicologici è semplicemente falso. Gli studi ci sono. Sono pubblici. Sono stati condotti secondo gli standard più elevati della ricerca farmacologica. **Presunto rischio di abuso?** Ancora più difficile. L’OMS è stata chiara: “In humans, CBD exhibits no effects indicative of any abuse or dependence potential”.50 Nessun effetto indicativo di potenziale d’abuso o dipendenza negli esseri umani. Non è un’opinione. È il risultato di analisi sistematiche della letteratura scientifica. Il CBD non attiva i circuiti cerebrali della ricompensa. Non crea dipendenza fisica o psicologica. Non ha potenziale d’abuso. Il THC sì. Il CBD no. È proprio questa la differenza fondamentale. **Somiglianza morfologica?** Qui il discorso diventa surreale. Le infiorescenze di canapa light (THC sotto lo zero virgola due per cento) assomigliano a quelle di marijuana ad alto THC. Vero. Come una mela Golden assomiglia a una Granny Smith. Stesso frutto, varietà diverse. Ma vietare una sostanza perché “somiglia” a un’altra sostanza illegale è un principio giuridico pericoloso. I papaveri da giardino somigliano ai papaveri da oppio. Dovremmo vietarli? L’acqua somiglia alla vodka (!). Il paracetamolo somiglia all’aspirina, che può avere effetti collaterali ben più gravi se abusata. La somiglianza non è un criterio di pericolosità. La chimica lo è. E chimicamente, canapa light e marijuana ad alto THC sono sostanze diverse. **Ambiguità per le forze dell’ordine?** Questo è forse l’unico argomento con un minimo di razionalità pratica. È vero che un agente sul campo non può distinguere a occhio una cima di canapa light da una di marijuana. Servono test. E i test richiedono tempo. Ma questo è un problema di dotazioni tecniche, non di pericolosità della sostanza. Se il problema è “non riusciamo a distinguerle”, la soluzione è dotare le forze dell’ordine di test rapidi, non vietare tutto. Molti paesi usano test salivari o reagenti chimici rapidi che danno un risultato in pochi minuti. La tecnologia esiste. Basterebbe investirci. Vietare una sostanza sicura solo perché somiglia a una illegale è come vietare certe caramelle perché ricordano le pastiglie di ecstasy (che vengono prodotte appositamente per imitarne l’aspetto, ma non per questo si mette al bando il dolcetto originale e innocente…). L’aspetto non è la sostanza. ### Le ragioni probabili (non dichiarate) Ok, le motivazioni ufficiali non reggono. Quindi quali sono le ragioni vere? Qui entriamo nel territorio delle ipotesi. Ma le scelte politiche raramente si spiegano con la logica scientifica. Per capire davvero perché l’Italia abbia deciso di imboccare la strada opposta a quella europea, bisogna guardare un po’ più in profondità. #### Cultura e propaganda: la paura funziona sempre Non è solo ignoranza. È anche convenienza politica. Da decenni la parola “cannabis” in Italia evoca allarme, devianza, pericolo. È un riflesso culturale radicato negli anni Ottanta, quando l’eroina devastava famiglie intere e le droghe erano viste come il nemico pubblico numero uno. In quell’immaginario, cannabis uguale droga uguale male assoluto. Oggi quella generazione non è più giovane, ma spesso ancora vota, e chi fa politica lo sa. Così, ogni volta che serve una bandiera identitaria, qualcuno rispolvera il vecchio lessico della paura. Non importa che il CBD non abbia alcun effetto psicoattivo: dire “droga” basta a spostare consensi. E in tempi in cui la politica vive di slogan più che di analisi, la paura resta un’arma semplice, economica e redditizia. Non si tratta quindi di ministri ignoranti, ma di ministri che sanno esattamente come toccare le corde dell’elettorato più conservatore. In un Paese dove la sicurezza è percepita come valore morale prima ancora che come diritto, è facile ottenere applausi dicendo “tolleranza zero”, anche se si tratta di una pianta che non sballa nessuno. Quella generazione che ha vissuto gli anni dell’eroina è ora al governo. Molti decisori politici hanno sessanta, settanta anni. Cresciuti in un’epoca in cui cannabis significava solo problemi. Per loro è tutto “marijuana”. È un pregiudizio culturale, non scientifico. Ma è potente. E politicamente spendibile. #### La confusione tra CBD e THC (quando l’ignoranza fa legge) Molti legislatori semplicemente non capiscono la differenza. Osservando i resoconti stenografici delle sedute parlamentari (atti ufficiali della Camera e del Senato), si vedono deputati parlare di “cannabis” senza mai distinguere tra cannabinoidi diversi.55 Per loro, se viene dalla pianta di cannabis, è droga. Fine. Il fatto che una molecola sballa e l’altra no non è un concetto che trova facilmente spazio nel dibattito politico. È ignoranza scientifica. Ma quando l’ignoranza scrive le leggi, nascono pasticci. In più di un intervento parlamentare, durante la discussione sul DL 48/2025, è stato necessario ribadire esplicitamente che il CBD non è psicotropo e che la “canapa light” non è “droga”.56 Anche il testo normativo di riferimento, che vieta in blocco infiorescenze ed estratti, non distingue tra CBD e THC sul piano degli effetti: un’impostazione che non solo alimenta la confusione regolatoria, ma ostacola qualsiasi approccio scientificamente fondato. #### Le forze dell’ordine e la scorciatoia del divieto C’è poi un fattore pratico, di cui si parla poco ma che pesa molto: la gestione operativa. Le forze dell’ordine, negli anni della cannabis light, hanno segnalato difficoltà obiettive. Un agente trova un sacchetto di infiorescenze: è legale o no? Per saperlo servono test di laboratorio, settimane di attesa, burocrazia, costi. Comprensibilmente, molti sindacati hanno chiesto chiarezza e strumenti rapidi. Il problema, però, è come lo Stato ha scelto di risolverlo. Invece di fornire test portatili, formazione e protocolli adeguati, come avviene in altri paesi, ha preferito tagliare corto. Vietare tutto. Una soluzione comoda per chi deve controllare, disastrosa per chi produce legalmente. È un modo di fare leggi al contrario: adattare la norma alla comodità del controllo, invece che alla realtà della sostanza. Così si elimina l’ambiguità, certo. Ma insieme all’ambiguità si eliminano anche la logica e ventimila posti di lavoro. #### Paura, inerzia e scarico di responsabilità Qui sì, è mancato il coraggio. Ma non quello di osare, bensì di proteggere ciò che stava nascendo. Difendere un settore sostenibile, innovativo e in crescita avrebbe richiesto visione, e, appunto, coraggio. Avrebbe significato riconoscere il valore della canapa come risorsa, non come minaccia. Ma serviva la forza di resistere alla pressione dei comparti più grandi, più radicati, più potenti. Il **principio di precauzione** è stato usato come travestimento, una maschera dietro cui si è nascosta una scelta che sembrava già scritta: quella di affossare un settore che funzionava troppo bene per restare innocuo. Il governo non ha “evitato un rischio”, ne ha creato uno enorme, economico, sociale e giuridico, pur di mostrarsi inflessibile su un tema che spaventa una parte dell’elettorato e rassicura interessi consolidati. Non c’era bisogno di vietare: bastava vigilare, migliorare i controlli, investire nei test rapidi, garantire tracciabilità. Si è preferito invece inscenare la pantomima della “tutela della salute pubblica”, come se il CBD fosse un pericolo da cui difendere il Paese. Ma stavolta dietro la prudenza non c’è cautela: c’è propaganda. E quando la propaganda detta legge, la realtà si piega. Si perdono aziende sane, posti di lavoro, investimenti, credibilità. Un intero comparto agricolo è stato sacrificato non per errore, ma per calcolo politico. #### Gli interessi economici: quando la canapa disturba Poi c’è il capitolo più scomodo, ma inevitabile: gli interessi economici. Non serve credere ai complotti per riconoscere che alcune scelte politiche hanno effetti molto comodi per certi settori. La canapa è una pianta straordinaria. Bonifica i terreni dai metalli pesanti, cresce senza pesticidi, assorbe CO₂ più di molti alberi, fornisce fibra tessile, bioplastica, biocarburante, alimenti e materiali da costruzione.57 Un singolo ettaro di canapa può rendere inutili un intero ciclo di bonifica chimica o un’intera filiera plastica. Capite il problema? Chi vive di bonifiche milionarie finanziate con fondi pubblici, o chi produce materiali fossili, non ha nessun interesse a veder crescere una coltura che bonifica gratis e produce alternative ecologiche. Le inchieste di Legambiente e dell’ISPRA mostrano da anni che le ecomafie sono fortemente presenti nel settore delle bonifiche ambientali.58 Un’espansione della canapa industriale significherebbe togliergli terreno, letteralmente. E poi c’è il comparto tessile. Il “canapone” emiliano o la fibra di canapa toscana erano eccellenze italiane fino agli anni Cinquanta.59 Oggi un loro ritorno su larga scala farebbe concorrenza diretta a cotone, viscosa e poliestere. In gioco c’è un equilibrio economico che non ha nessuna voglia di cambiare. E quando un settore sostenibile mette in discussione i profitti consolidati di altri, difficilmente riceve protezione politica. ### Il risultato: un disastro perfettamente spiegabile Mettete insieme questi pezzi: il conservatorismo culturale che porta voti, la presunta confusione scientifica di chi legifera, la pressione delle forze dell’ordine che chiedono semplicità, la paura di assumersi responsabilità, gli interessi economici che preferiscono lo status quo. Non serve nessun grande complotto. Basta un Paese che si muove, come spesso accade, per paura, inerzia e convenienza. Il risultato è una legge che non risolve nessun problema e ne crea dieci nuovi: un settore legale distrutto, un mercato nero rinvigorito, cittadini confusi e uno Stato che perde credibilità. Non è malafede. È, come sempre, la somma di mediocrità perfettamente allineate. ## 12. Il conflitto con l’Europa: la legge italiana fuori rotta E come se non bastasse il caos interno, ora si apre anche il fronte europeo. Perché all’interno dell’Unione le regole non finiscono ai confini: un divieto nazionale che contraddice una normativa comune prima o poi genera un conflitto. E l’Italia, con questa legge, è già sulla traiettoria d’impatto. ### La sentenza Kanavape Torniamo alla **sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea** del 19 novembre 2020, causa C-663/18.53 I fatti: due imprenditori francesi vendevano sigarette elettroniche con liquido al CBD importato dalla Repubblica Ceca. Le autorità francesi le sequestrano, sostenendo che il CBD è illegale in Francia. Gli imprenditori fanno ricorso. Il caso arriva fino alla Corte di Giustizia UE. La Corte stabilisce alcuni principi fondamentali. **Primo:** il CBD estratto dalla pianta di cannabis non ha, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, effetti psicotropi né effetti nocivi per la salute umana. **Secondo:** il CBD non è classificato come stupefacente dalla Convenzione Unica ONU del 1961 (che copre solo le sommità fiorite con THC, non il CBD puro). **Terzo:** un prodotto contenente CBD legalmente prodotto in uno Stato membro (in quel caso, Repubblica Ceca) non può essere vietato in un altro Stato membro a meno che tale divieto sia necessario per proteggere la salute pubblica e sia proporzionato a tale obiettivo. **Quarto:** eventuali restrizioni devono basarsi su valutazioni scientifiche aggiornate e non possono essere giustificate da mere ipotesi di pericolo. Questa sentenza è vincolante per tutti gli Stati membri dell’UE. ### Il problema italiano Ora applichiamo questi principi all’Italia. L’Italia ha vietato il CBD orale classificandolo come stupefacente. Le motivazioni ufficiali parlano di “assenza di studi” e “presunto rischio di abuso”. Ma la Corte UE ha detto che il CBD non ha effetti psicotropi o nocivi noti. L’ONU lo aveva già escluso nel 1961 dalle sostanze stupefacenti, proprio per l’assenza di effetti psicotropi. L’OMS lo conferma, e anche tutta la ricerca scientifica lo conferma. L’Italia può vietare una sostanza che il resto dell’Unione Europea considera sicura? Solo se dimostra, con evidenze scientifiche concrete e aggiornate, che esiste un rischio reale e proporzionato per la salute pubblica. Quelle evidenze ci sono? No. Questo pone l’Italia in una posizione giuridicamente fragile. ### La libera circolazione delle merci C’è poi il principio della **libera circolazione delle merci** all’interno del mercato unico europeo, sancito dall’articolo 34 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea.54 Se un prodotto al CBD è legalmente prodotto e venduto nei Paesi Bassi, in Germania o in Spagna (dove è considerato novel food o integratore), un cittadino italiano dovrebbe poterlo importare per uso personale senza ostacoli. Invece, cosa succede? La dogana italiana sequestra pacchi contenenti CBD proveniente da altri Stati membri, citando il decreto italiano. È una restrizione alla libera circolazione. Ed è ammissibile solo se giustificata da motivi imperativi di interesse generale (salute pubblica) e proporzionata. Ma se la Corte UE ha già stabilito che il CBD non è pericoloso, su quali basi l’Italia giustifica questi sequestri? ### Nessuna procedura di infrazione (ancora) Sorprendentemente, la Commissione Europea non ha ancora avviato una procedura di infrazione contro l’Italia per questa vicenda. Perché? Le ragioni sono più politiche che giuridiche. Prima di aprire un’infrazione formale, Bruxelles tenta sempre la via diplomatica: chiede chiarimenti ai ministeri competenti, valuta le risposte, prova a risolvere in silenzio. È la logica del “cooperare prima, procedere dopo”. C’è poi un altro fattore: sul CBD l’Europa cammina con il freno tirato. L’EFSA non ha ancora concluso la valutazione sul suo impiego come ingrediente alimentare, segnalando la necessità di dati più completi su esposizione e interazioni. Non si parla di pericolosità né, tantomeno, di sostanza stupefacente, ma di parametri tecnici di consumo, come accade per qualsiasi nuovo alimento o integratore. Infine, molti ricorsi sono ancora pendenti nei tribunali italiani. La Commissione preferisce vedere come si assesta la giurisprudenza nazionale prima di passare alle maniere forti. Ma la tensione c’è, eccome. Diversi operatori stanno valutando ricorsi diretti a Bruxelles, e nei contenziosi con le dogane italiane la sentenza Kanavape viene già citata come precedente. Prima o poi, la questione arriverà sul tavolo europeo. ### Il paradosso: dentro l’UE, fuori dalle regole L’Italia è nell’Unione Europea. Beneficia del mercato unico, della libera circolazione, delle politiche comunitarie. Ma su questo tema fa finta di non farne parte. Ignora le sentenze della Corte UE. Ignora le linee guida dell’OMS (che pure non sono vincolanti, ma sono il punto di riferimento scientifico globale). Crea barriere alla libera circolazione. È un paradosso insostenibile. O l’Italia modifica la normativa allineandosi al resto d’Europa, o prima o poi verrà sanzionata. ## 13. Una legge che non regge Siamo arrivati al punto cruciale di questa storia: capire perché il sistema, così com’è, non regge più. ### Cosa abbiamo imparato Ripercorriamo la storia. Il CBD è una molecola sicura, non psicoattiva, con potenziale terapeutico documentato. L’OMS lo dice. La FDA e l’EMA lo confermano approvandolo come farmaco. La ricerca scientifica lo supporta. In Italia, tra il 2016 e il 2024, il CBD era disponibile legalmente. Si era creato un settore economico fiorente: trentamila addetti, due miliardi di valore, migliaia di aziende agricole. Un esempio di green economy, di agricoltura sostenibile, di innovazione. Nell’estate del 2024 e nella primavera del 2025, due decreti hanno cambiato tutto. Il CBD orale è stato inserito in Tabella B come stupefacente. Le infiorescenze sono state vietate. Le motivazioni ufficiali non reggono al confronto con le evidenze scientifiche. Le ragioni probabili sono un mix di pregiudizio culturale, ignoranza, pressioni operative, inerzia burocratica. Il risultato? Un settore legale decimato. Ventiduemila posti di lavoro persi. Un miliardo e quattrocento milioni di euro di economia svaniti. Migliaia di consumatori senza alternative legali. Il mercato non è scomparso: si è solo spostato in una **zona grigia**, dove lo Stato non incassa e non controlla. Operatori che vendono con etichette ambigue, import dall’estero, mercato nero rinvigorito. Lo Stato ha perso: controllo, entrate fiscali, tracciabilità, credibilità legislativa. Nel frattempo, il resto d’Europa e del mondo va avanti. Svizzera, Canada, Regno Unito, Israele, Stati Uniti, Australia: tutti hanno fatto scelte chiare. Alcuni più permissivi, altri più restrittivi, ma tutti chiari. L’Italia ha fatto un pasticcio. ### Le contraddizioni insostenibili Ricapitoliamo le contraddizioni di questa normativa. **Contraddizione scientifica:** l’Organizzazione Mondiale della Sanità dice che il CBD è sicuro, l’Italia lo classifica come stupefacente. **Contraddizione economica:** l’Italia distrugge un settore agricolo sostenibile nazionale e favorisce l’import estero o il mercato nero. **Contraddizione sociale:** la legge doveva proteggere la salute pubblica, invece spinge i consumatori verso prodotti non controllati, meno sicuri. **Contraddizione giuridica:** l’Italia è in tensione con la giurisprudenza europea e con i principi del mercato unico. **Contraddizione pratica:** la legge vieta sulla carta, ma nella realtà il mercato continua a esistere, semplicemente senza controllo. Queste contraddizioni non sono sostenibili nel lungo periodo. Una legge che non riflette la realtà, che non viene applicata coerentemente, che crea più problemi di quanti ne risolva, è una cattiva legge. E prima o poi deve cambiare. ### Il punto di non ritorno L’Italia si trova ora a un bivio. L’intervento del Consiglio di Stato ha solo rimandato la scelta, non l’ha risolta: ha sospeso gli effetti più immediati, ma ha lasciato intatto il nodo politico e normativo che ha prodotto il disastro. **Prima opzione:** applicare davvero la legge. Bloccare tutto. Sequestri massicci, controlli sistematici, chiusura di tutti i siti che vendono CBD in **zona grigia**, stop all’import dall’UE anche a costo di conflitto con Bruxelles. Conseguenze? Mercato completamente sotterraneo, zero controllo qualità, maggiori rischi per i consumatori, conflitto con l’Europa, immagine internazionale disastrosa. **Seconda opzione:** lasciare tutto com’è. Legge esistente ma non applicata. Mercato in **zona grigia** tollerato. Status quo. Conseguenze? Incertezza permanente per operatori e consumatori, nessuna entrata fiscale, nessun controllo, delegittimazione dello Stato e delle sue leggi. **Terza opzione:** cambiare la legge. Tornare alla ragione. Riconoscere che il CBD non è il nemico. Regolamentarlo come fanno altri paesi civili. Conseguenze? Settore che può ripartire, consumatori protetti, controlli reali, entrate fiscali, allineamento con l’Europa, credibilità recuperata. Quale sceglierà l’Italia? Al momento, sembra bloccata nell’opzione due: legge fantasma, mercato in **zona grigia**, paralisi decisionale. Ma non può durare per sempre. ## 14. Conclusione – Dal pasticcio alla chiarezza All’inizio di questo dossier vi ho fatto un quiz. Vi ho chiesto se il CBD fosse sicuro, se creasse dipendenza, se fosse pericoloso. Le risposte scientifiche erano tutte no. Poi vi ho chiesto: in Italia è vietato? E la risposta era: dipende. Ora, dopo questo viaggio, capite perché quella risposta è così assurda. Il CBD non è vietato perché pericoloso. È vietato perché qualcuno ha confuso pericolosità con somiglianza, scienza con precauzione ideologica, regolamentazione con proibizione. E il risultato non è una società più sicura. È una società più confusa, con un mercato meno controllato, con consumatori meno protetti, con operatori economici onesti penalizzati e disonesti favoriti. ### I tre errori fondamentali L’Italia ha fatto tre errori fondamentali. **Primo errore:** vietare senza distinguere. CBD e THC sono molecole diverse, con effetti diversi, con profili di sicurezza diversi. Confonderle è un errore scientifico. Trattarle allo stesso modo è un errore legislativo. Non si fa una buona legge mettendo nello stesso calderone cose diverse solo perché provengono dalla stessa pianta. **Secondo errore:** vietare senza controllare. Una legge senza applicazione è peggio di nessuna legge. Crea illusione di ordine mentre regna il caos. Se vieti qualcosa, poi devi controllare. Servono risorse, personale, sistemi di tracciabilità, laboratori, coordinamento tra enti. L’Italia ha fatto il decreto ma non ha costruito il sistema di controllo. Risultato? Legge che esiste solo sulla carta mentre il mercato fa quello che vuole. **Terzo errore:** vietare senza alternative. Se togli a migliaia di persone l’accesso a una sostanza che usavano per gestire ansia, dolore, insonnia, devi dare loro un’alternativa legale e accessibile. Dire “tornate alle benzodiazepine” non è un’alternativa. Dire “prendete appuntamento per una prescrizione che probabilmente non otterrete” non è un’alternativa. Senza alternative, hai solo creato domanda insoddisfatta. E la domanda insoddisfatta trova sempre un’offerta. Illegale, ma la trova. ### Cosa si poteva fare (e si può ancora fare) Non serviva inventare nulla di nuovo. Bastava guardarsi intorno. Dal Regno Unito alla Svizzera, dall’Australia a Israele: ovunque il CBD è stato inquadrato con buon senso. Farmaco da banco, integratore regolato, limite di THC, programma medico controllato: forme diverse, stessa logica. Chiarezza. Proporzionalità. Responsabilità. Nessuno di quei Paesi ha scelto la strada del caos, nessuno ha scambiato la prudenza per proibizionismo. Noi sì. E il risultato lo vediamo: un settore legale spazzato via, un mercato in **zona grigia** che prospera indisturbato, uno Stato che perde soldi, fiducia e credibilità. Non serve copiare. Serve solo imparare e ammettere che, questa volta, abbiamo sbagliato strada. ### L’auspicio finale Non serve legalizzare tutto. Serve riconoscere la realtà. Chiedo che le leggi tornino a basarsi sui fatti, non sulle paure. Che si distingua tra una sostanza sicura e una pericolosa. Tra CBD e THC. Tra scienza e propaganda. L’OMS lo dice da anni. L’ONU lo conferma. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea l’ha scritto nero su bianco. E tutta la ricerca scientifica internazionale lo ribadisce: il CBD non è stupefacente, non crea dipendenza, non fa male. A ignorarlo non è la scienza. È la politica. E quando la politica chiude gli occhi, la realtà non scompare: si deforma. Si piega alle convenienze, agli interessi, alle paure. Mettere mano a questo pasticcio non sarebbe un atto di coraggio. Sarebbe un atto di onestà. Perché ogni legge che punisce la ragione, prima o poi, presenta il conto. ### Il messaggio finale Il CBD non è il problema. Il problema è come abbiamo deciso di non gestirlo. Abbiamo preso una molecola sicura, studiata, utile. E l’abbiamo trasformata in un caso nazionale. Abbiamo distrutto un settore pulito, creato zone grigie immense, confuso cittadini, operatori e forze dell’ordine. Per cosa? Per “proteggere la salute pubblica”? No. Oggi la salute pubblica è meno protetta di prima. Per “combattere la criminalità”? No. L’abbiamo solo spinta a prosperare nel mercato nero. Per “seguire la scienza”? No. L’abbiamo ignorata. La verità è più semplice e più scomoda: è stata una scelta politica. Fatta di paura, di inerzia, di calcolo. Non per errore, ma per convenienza. Eppure, nulla è irreversibile. Le leggi si possono correggere. Le scelte si possono cambiare. I pasticci si possono rimettere a posto. Altrove hanno deciso: giustamente o sbagliando, non importa, ma con chiarezza. Qui abbiamo scelto la nebbia. E quando la nebbia si diraderà, resterà solo l’evidenza che avevamo tutto: le prove, la tecnologia, la ricerca, la possibilità di fare bene. E abbiamo scelto di non usarle. Questa non è una questione di cannabis. È una questione di serietà politica. E finché non lo capiremo, continueremo a fare leggi che puniscono la realtà invece di governarla. ### NOTE 1. WHO Expert Committee on Drug Dependence (ECDD), Cannabidiol Critical Review Report, 2018 2. Rischi psichiatrici da uso di THC, specie in adolescenti: aumento rischio psicosi, disturbi cognitivi, dipendenza psicologica. National Institute on Drug Abuse (NIDA), dati epidemiologici 3. Sistema endocannabinoide: scoperto negli anni ’90 studiando gli effetti della cannabis. Comprende recettori CB1 e CB2, endocannabinoidi endogeni (anandamide, 2-AG), enzimi di sintesi/degradazione 4. WHO ECDD 2018: “In humans, CBD exhibits no effects indicative of any abuse or dependence potential” 5. Circa 9% utilizzatori di cannabis sviluppa dipendenza; percentuale sale al 17% per chi inizia in adolescenza (NIDA) 6. FDA 2018 approva Epidiolex (USA); EMA 2019 approva Epidyolex (UE) per epilessie farmaco-resistenti 7. Storia di Charlotte Figi, sindrome di Dravet, documentata da CNN 2013 e successive pubblicazioni mediche 8. Devinsky et al., “Cannabidiol in patients with treatment-resistant epilepsy: an open-label interventional trial”, The Lancet Neurology, 2016; seguito da trial controllato randomizzato, New England Journal of Medicine, 2017 9. FDA (US) approva Epidiolex nel 2018; EMA (EU) approva Epidyolex nel 2019 per crisi epilettiche associate a sindrome di Lennox-Gastaut, Dravet, sclerosi tuberosa in pazienti ≥2 anni 10. Blessing et al., “Cannabidiol as a potential treatment for anxiety disorders”, Neurotherapeutics, 2015; studi preliminari su interazione con recettori 5-HT1A (serotonina) 11. Hammell et al., “Transdermal cannabidiol reduces inflammation and pain-related behaviours in a rat model of arthritis”, European Journal of Pain, 2016 12. Studi osservazionali preliminari su CBD e sonno; evidenze ancora insufficienti per raccomandazioni cliniche definitive 13. Ricerca preclinica su potenziali effetti neuroprotettivi del CBD in modelli di malattie neurodegenerative; fase molto preliminare 14. Legge 2 dicembre 2016, n. 242, pubblicata in G.U. n. 304 del 30/12/2016: “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa” 15. Dati Coldiretti: circa 4.000 ettari coltivati a canapa in Italia nel 2018 16. Stime associative del settore canapa/cannabis light in Italia (2023-2024): circa 30.000 addetti, valore economico complessivo stimato €1,9-2 miliardi. Fonti: Coldiretti, Confagricoltura, associazioni di categoria 17. Corte di Cassazione, Sezioni Unite Penali, sentenza n. 30475 del 30 maggio 2019: vendita derivati canapa lecita se prodotti “privi di efficacia drogante” 18. Decreto Ministeriale Salute 27 giugno 2024, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 157 del 6 luglio 2024, efficace dal 5 agosto 2024 19. Decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48, art. 18 (G.U. n. 85 del 11/04/2025), convertito con modifiche nella Legge 9 giugno 2025, n. 80 20. Dichiarazioni Ministro Giustizia Carlo Nordio in conferenza stampa presentazione DL Sicurezza, aprile 2025 21. TAR Lazio, sospensiva cautelare DM 27/06/2024, settembre 2024 22. TAR Lazio, sentenza n. 7509 del 16 aprile 2025: rigetta ricorsi, DM 27/06/2024 torna pienamente efficace 23. Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE), causa C-663/18 (Kanavape), sentenza 19 novembre 2020: CBD legalmente prodotto in uno Stato membro non può essere vietato in altro Stato senza motivazioni scientifiche proporzionate 24. DM Salute 27 giugno 2024 (G.U. 6 luglio 2024), testo integrale 25. DL 11 aprile 2025 n. 48, art. 18, convertito in Legge 9 giugno 2025 n. 80 26. Circolare Ministero Salute 7 agosto 2024: chiarisce che il DM 27/06/2024 non si applica al CBD sintetico 27. Convenzione Unica ONU sugli Stupefacenti, 1961, ratificata dall’Italia 28. CGUE, sentenza C-663/18 (Kanavape), 19 novembre 2020 29. Stime associative settore canapa/cannabis light Italia (fonti: Coldiretti, Confagricoltura, associazioni categoria) 30. Dati Coldiretti 2023 su ettari coltivati a canapa in Italia 31. EMA, European Public Assessment Report (EPAR) – Epidyolex, 2019 32. Regolamento (CE) n. 1223/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio relativo ai prodotti cosmetici 33. DPR 309/1990, art. 73: sanzioni per produzione/commercio sostanze stupefacenti 34. CGUE, sentenza C-663/18 (Kanavape), 19 novembre 2020 35. Legge federale svizzera sugli stupefacenti e sulle sostanze psicotrope (LStup); Federal Office of Public Health (FOPH), admin.ch 36. Regolamento (UE) 2015/2283 relativo ai nuovi alimenti (novel food) 37. Food Standards Agency (FSA), guidance ottobre 2023: raccomandazione 10 mg CBD/die per adulti sani 38. UK Misuse of Drugs Regulations 2001: exempt product con max 1 mg THC per confezione e requisiti tecnici specifici 39. Cannabis Act (S.C. 2018, c. 16), Government of Canada 40. Dati Statistics Canada e Health Canada, rapporti annuali 2020-2022 su consumo cannabis post-legalizzazione 41. Canadian Cannabis Survey, varie edizioni 2019-2023 42. Agriculture Improvement Act of 2018 (Farm Bill 2018), 7 U.S.C. § 1639o 43. Mechoulam R, contributi pionieristici: isolamento THC (1964), CBD (1963), scoperta sistema endocannabinoide (anni ’90) 44. Dati Israeli Medical Cannabis Agency (IMCA), Ministry of Health, 2024 45. Therapeutic Goods Administration (TGA), Australia: CBD Schedule 3 (Pharmacist Only Medicine) dal 2021, max 150 mg/die 46. Ley n° 19.172 (Uruguay, dicembre 2013): legalizzazione e regolamentazione statale produzione/vendita cannabis 47. Dati Junta Nacional de Drogas (JND), Uruguay, rapporti 2020-2023 48. Relazione illustrativa DM Salute 27 giugno 2024 49. Dichiarazioni Ministro Carlo Nordio, conferenza stampa aprile 2025 50. WHO ECDD, Cannabidiol Critical Review Report, 2018 51. EMA EPAR Epidyolex, 2019 52. FDA, Epidiolex prescribing information, 2018 53. CGUE, causa C-663/18 (Kanavape), sentenza 19 novembre 2020 54. Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), art. 34: libera circolazione merci 55. Resoconti stenografici delle sedute parlamentari, Camera dei Deputati e Senato della Repubblica, discussione DL 48/2025 (marzo-aprile 2025). Disponibili su camera.it e senato.it 56. Interventi parlamentari durante la discussione del DL 48/2025, in particolare le sedute della Commissione Giustizia del Senato (aprile 2025) in cui sono emersi chiarimenti sulla distinzione tra CBD e THC 57. Proprietà fitorimedianti della canapa documentate in: Linger P. et al., “Industrial hemp (Cannabis sativa L.) growing on heavy metal contaminated soil: fibre quality and phytoremediation potential”, Industrial Crops and Products, 2002. Capacità di assorbimento CO₂: Bouché M.B. et al., “Carbon storage in hemp field”, Biotechnology, Agronomy and Society and Environment, 2018 58. Legambiente, “Ecomafia 2024. Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia”, rapporto annuale. ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), vari rapporti su bonifiche e criminalità ambientale 59. Storia della canapicultura italiana: Ranalli P., “Current status and future scenarios of hemp breeding”, Euphytica, 2004. La produzione di canapa in Italia passò da oltre 100.000 ettari negli anni ’40 a poche centinaia negli anni ’70, con crollo delle varietà tradizionali come il Carmagnola e il Bolognese --- ## 💡 DOMANDE FREQUENTI SUL CBD Le risposte alle domande che tutti si fanno **1. Se il CBD è vietato, perché ci sono negozi che lo vendono?** **Perché il divieto non è totale.** Il decreto del 2024 ha inserito il CBD “ottenuto da estratti di cannabis” in forma orale nella **Tabella B degli stupefacenti**, rendendolo vendibile solo dietro prescrizione medica. Ma non sono vietati tutti i prodotti: creme, cosmetici o oli “per uso tecnico” rientrano in una *zona grigia*. Sono legali solo perché etichettati come “non destinato al consumo umano”: un escamotage che consente di restare nel limbo della legalità. **2. Se il CBD è estratto solo da foglie o stelo, non va bene già così?** **Sulla carta sì.** La legge vieta solo gli estratti ricavati dalle **infiorescenze**, non quelli da foglie o stelo. Ecco perché molte aziende dichiarano che il loro olio viene “solo dalle foglie”: per restare fuori dalla Tabella B. Il problema è che nessuno verifica davvero la provenienza. È un’area grigia di fatto: oggi accettata, domani magari interpretata come reato. Non si tratta di vera chiarezza normativa, ma di una scappatoia tollerata. **3. La canapa sativa è legale: perché gli agricoltori non la usano per fare tessuti o bioplastiche?** **Perché farlo è quasi impossibile in Italia.** La **canapa industriale** (THC sotto lo 0,2%) è legale dal 2016, ma tra burocrazia, mancanza di impianti di trasformazione e assenza di acquirenti per la fibra, il sistema non regge. Finché le infiorescenze di canapa light erano legali, gli agricoltori riuscivano a compensare. Ma con il divieto del 2024, la parte redditizia è sparita. Lo Stato ha tagliato l’unica fonte di sostentamento di un settore agricolo che stava finalmente rinascendo. **4. Che differenza c’è tra CBD e THC?** **Sono due molecole diverse dalla stessa pianta, con effetti opposti.** Il **THC** (tetraidrocannabinolo) è psicoattivo: altera la percezione, provoca “sballo”, ed è considerato stupefacente. Il **CBD** (cannabidiolo) invece non altera la mente: ha effetti rilassanti, antinfiammatori e neuroprotettivi, riconosciuti anche da ONU, OMS e UE, e non crea dipendenza. *In breve: il THC “sballa”, il CBD “riequilibra”.* **5. Il CBD si può usare per dormire meglio o calmare l’ansia?** Molte persone lo usano con questi scopi, e diversi studi clinici ne confermano l’efficacia su **ansia, dolore e disturbi del sonno**. Ma in Italia, dopo il 2024, non si può più vendere come integratore o olio per uso umano, quindi chi lo assume lo fa a proprio rischio o si rivolge a canali medici (farmaci su prescrizione). **6. Se uso prodotti al CBD, posso risultare positivo a un test antidroga?** **Dipende dal prodotto.** Il CBD puro non dà mai positività, ma alcuni estratti contengono tracce di THC (entro lo 0,2%), che potrebbero far emergere un risultato dubbio in test molto sensibili. Serve quindi scegliere solo prodotti certificati e con analisi di laboratorio, anche se oggi non esiste più un vero sistema pubblico di controllo in Italia. **7. È legale guidare dopo aver assunto CBD?** **Sì, se il prodotto è realmente privo di THC.** Il CBD non altera i riflessi né la percezione. Il problema è che molti oli “light” venduti online possono contenere residui minimi di THC. E se un test su strada li rileva, la distinzione diventa complessa. Quindi, in teoria sì, ma in pratica è meglio evitare di guidare subito dopo l’assunzione. **8. Il CBD è naturale o sintetico?** **Entrambi esistono.** Il **CBD naturale** è estratto dalla pianta di canapa; il **CBD sintetico** è prodotto in laboratorio, chimicamente identico ma più costoso. Il decreto italiano del 2024 esclude il CBD sintetico dal divieto, ma vieta quello vegetale: una contraddizione che ha fatto discutere giuristi e aziende. **9. Ma se l’ONU e l’OMS dicono che il CBD non è stupefacente, perché l’Italia lo tratta come tale?** **Perché l’Italia ha scelto un approccio più prudente che scientifico.** Il CBD non è mai stato considerato stupefacente dalle **Nazioni Unite**, ma i decreti italiani lo trattano come tale “per precauzione”. Secondo l’ONU, il CBD non è sostanza controllata perché privo di effetti psicotropi. Ma i decreti italiani del 2024–2025 lo hanno inserito tra gli stupefacenti. *Una precauzione che, di fatto, contraddice la scienza e le linee internazionali.* **10. E adesso che succede?** **Adesso il settore è sospeso** anche sul piano giuridico, ma già profondamente compromesso sul piano economico**:** migliaia di aziende hanno perso reddito, e il mercato è diventato in zona grigia. Chi può, dichiara che il CBD viene da foglie o stelo. Chi non può, chiude o sposta tutto all’estero. Le associazioni stanno preparando ricorsi alla Commissione Europea, perché la norma italiana sembra in conflitto con la **sentenza europea Kanavape**. *Il rischio è che un’intera filiera agricola sostenibile venga cancellata non per pericolosità, ma per caos legislativo.* ## 📚 Bibliografia essenziale *(ordine per aree: Scienza → Regolatori → Norme italiane → UE → Confronti internazionali → Interni Eywa)* ### Scienza & sicurezza - WHO ECDD (2018), *Cannabidiol (CBD) – Critical Review Report*. *\[profilo di sicurezza: nessun potenziale di abuso/dipendenza; base OMS del dossier\]* - Devinsky O. et al. (2017), *Trial of Cannabidiol for Drug-Resistant Seizures in the Dravet Syndrome*, New England Journal of Medicine. https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa1611618 *\[evidenza clinica: approvazione farmaco al CBD\]* - NIDA (DrugFacts: Marijuana / THC). *\[rischi psichiatrici associati al THC per distinguere CBD/THC\]* ### Farmaci a base di CBD - EMA — EPAR **Epidyolex**. [https://www.ema.europa.eu/en/medicines/human/EPAR/epidyolex](https://www.ema.europa.eu/en/medicines/human/EPAR/epidyolex?utm_source=chatgpt.com) *\[CBD approvato in UE per epilessie gravi\]* - FDA — Press release **Epidiolex** (2018). https://www.fda.gov/news-events/press-announcements/fda-approves-first-drug-comprised-active-ingredient-derived-marijuana-treat-rare-severe-forms *\[prima approvazione mondiale: status terapeutico riconosciuto\]* ### Normativa italiana - **Legge 2 dicembre 2016, n. 242** [https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2016/12/30/16G00258/sg](https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2016/12/30/16G00258/sg?utm_source=chatgpt.com) *\[legalizzazione filiera canapa industriale; base per canapa light\]* - **DM Salute 27 giugno 2024** https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2024/07/06/24A03606/sg *\[classifica CBD orale tra stupefacenti; origine del “pasticcio”\]* - **DL 11 aprile 2025, n. 48 — art. 18** https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2025/04/11/25G00060/sg *\[divieto su infiorescenze e derivati: colpo al settore\]* - **Legge 9 giugno 2025, n. 80** (conversione DL 48/2025) https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2025/06/11/25G00085/sg *\[divieto reso definitivo nel 2025\]* - **TAR Lazio, sent. 7509/2025** https://www.giustizia-amministrativa.it/portale/pages/istituzionale/visualizza/decisione?id=7509-2025-TARLAZIO *\[rigetta ricorsi: il decreto resta efficace\]* ### Quadro UE & libera circolazione - CGUE — **C-663/18 (Kanavape)**, sent. 19/11/2020 https://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf?docid=233925&doclang=EN *\[CBD non stupefacente; import UE non può essere vietato senza basi scientifiche\]* - Reg. (UE) 2015/2283 — Novel Food https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32015R2283 *\[CBD come ingrediente alimentare regolamentato nell’UE\]* ### Modelli internazionali (confronto, soluzioni alternative) - Svizzera — FOPH/UFSP: Cannabis & CBD https://www.bag.admin.ch/bag/en/home/gesund-leben/sucht/cannabis.html *\[soglia THC 1%: modello pragmatico “chiaro”\]* - UK — Food Standards Agency: *CBD Guidance* [https://www.food.gov.uk/safety-hygiene/cannabidiol-cbd](https://www.food.gov.uk/safety-hygiene/cannabidiol-cbd?utm_source=chatgpt.com) *\[dose raccomandata; esempio di regolazione sanitaria\]* - Canada — *Cannabis Act* (2018) *\[legalizzazione regolata: controllo qualità + crollo mercato nero\]* - Australia — **TGA**: CBD Schedule 3 https://www.tga.gov.au/news/media-releases/down-scheduling-of-low-dose-cannabidiol-to-schedule-3 *\[CBD da banco in farmacia fino a 150 mg/die\]* ### Interni Eywa (solo quelli davvero utili alla navigazione del lettore) - Eywa — *Chi siamo* (mission: tutela consumatore, evidenze) https://eywadivulgazione.it/chi-siamo/ *\[colloca il dossier nella nostra linea editoriale\]* - Eywa — Newsletter (iscrizione) https://eywadivulgazione.it/newsletter *\[call to action informativa su aggiornamenti: continuità editoriale\]* **Categorie:** Attualità, Dossier --- ### [Il ritorno silenzioso del giaguaro](https://eywadivulgazione.it/il-ritorno-silenzioso-del-giaguaro/) **Published:** Dicembre 29, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Un giaguaro solitario è tornato a muoversi tra le colline dell’Arizona meridionale. Le immagini notturne di una fototrappola lo hanno immortalato nella **San Rafael Valley**, uno degli ultimi corridoi naturali che collegano gli ecosistemi del Messico settentrionale con quelli degli Stati Uniti. Non si tratta solo di una presenza rara. **È un segnale biologico preciso**, che racconta la resilienza di un paesaggio ancora capace di sostenere grandi predatori, ma anche la sua crescente fragilità di fronte alle trasformazioni imposte dall’uomo. Quando un predatore apicale torna in un territorio, sta “testando” se quel sistema è ancora in grado di funzionare. **Il felino, identificato dai ricercatori come Jaguar Number Four**, si muove in un territorio di praterie, canyon e boschi che collega le montagne dell’Arizona alla Sierra Madre messicana. È uno degli ultimissimi giaguari noti a nord del confine. Una popolazione che ha il suo nucleo vitale più a sud, nello stato di Sonora, e che solo occasionalmente riesce a superare una frontiera che, negli ultimi decenni, è diventata sempre più concreta e invasiva.## **Un confine che non è più una linea** Per il giaguaro, come per molte altre specie, il confine non è mai stato una linea politica. È sempre stato uno spazio di passaggio. **Oggi, però, quella linea si è trasformata** in un’infrastruttura continua fatta di barriere d’acciaio alte fino a nove metri, piste di pattugliamento, illuminazione artificiale e sistemi di sorveglianza. Un insieme di elementi che spezzano la continuità ecologica di un’area conosciuta come Sky Islands, dove si incontrano specie temperate e tropicali e dove la mobilità è una condizione essenziale per la sopravvivenza. Qui il confine smette di essere una soglia e diventa un ostacolo fisico permanente per gli ecosistemi. In questo mosaico ambientale, il giaguaro non è solo un predatore apicale. È un indicatore di integrità ecosistemica. La sua presenza segnala che il territorio funziona ancora come sistema complesso, in grado di **sostenere catene alimentari complete**. Interrompere questa continuità significa alterare equilibri che vanno ben oltre il destino di un singolo animale. E quando un giaguaro scompare, di solito significa che il sistema era già in difficoltà.## **La San Rafael Valley come ultimo varco** La San Rafael Valley rappresenta uno degli ultimi passaggi relativamente aperti lungo il confine tra Arizona e Sonora. Finora, le barriere presenti sono state limitate a recinzioni basse, strutture anti-veicolo e tratti di filo spinato, che hanno comunque permesso il passaggio notturno di cervi, puma, antilopi e, occasionalmente, giaguari. È attraverso questo **varco biologico che Jaguar Number Four** avrebbe seguito rotte antichissime, tracciate molto prima della nascita degli Stati nazionali. Rotte che esistono perché la natura, per sopravvivere, ha bisogno di continuità. Il progetto attualmente in discussione prevede però la costruzione di circa 27 miglia di nuovo muro proprio in quest’area. I segmenti previsti, in stile bollard, sono noti per bloccare oltre l’85 per cento dei movimenti faunistici e per impedire del tutto il passaggio dei grandi mammiferi. Per specie che dipendono dalla mobilità per trovare prede, territori e partner riproduttivi, la trasformazione di un corridoio in una barriera equivale a una condanna lenta ma certa. Non è un’ipotesi teorica: è un effetto già osservato in molti altri tratti di confine.## **Isolamento genetico e scomparsa invisibile** La sopravvivenza del giaguaro in Arizona dipende interamente dal collegamento con le popolazioni messicane. Nel territorio statunitense non si registra la presenza di una femmina da circa sessant’anni. **Gli esemplari osservati negli ultimi decenni sono tutti maschi solitari**, esploratori di un habitat ancora potenzialmente idoneo ma incapace di sostenere una popolazione autonoma. Se la San Rafael Valley venisse chiusa, questa connessione verrebbe meno. Jaguar Number Four rischierebbe di restare intrappolato in una enclave ecologica, destinato a una vita isolata senza possibilità di contribuire al recupero della specie negli Stati Uniti. Sarebbe un’estinzione locale silenziosa, priva di eventi drammatici, ma definitiva nei suoi effetti sulla biodiversità. Le estinzioni più comuni non avvengono all’improvviso: avvengono per isolamento.## **Sicurezza e costi ecologici** **L’espansione del muro viene giustificata in nome della sicurezza** dei confini, in continuità con politiche avviate durante la precedente amministrazione Trump e rilanciate negli ultimi anni. Eppure, la San Rafael Valley è considerata dagli stessi analisti una delle aree meno attraversate dalla migrazione irregolare, sia per la distanza dalle principali vie di accesso, sia per la difficoltà del terreno. Qui il muro non risponde a un’emergenza concreta, ma a una scelta politica. Questa sproporzione tra benefici attesi e costi certi per gli ecosistemi rende la valle un caso emblematico del conflitto tra politiche di frontiera e conservazione ambientale. Le recenti esplosioni documentate nei pressi del **Coronado National Memorial**, utilizzate per preparare il terreno ai cantieri, mostrano come la logica della barriera fisica finisca per compromettere non solo corridoi faunistici, ma anche habitat protetti e luoghi di valore culturale e spirituale. In nome della sicurezza, si stanno danneggiando aree che non rappresentano alcuna minaccia.## **Una frontiera che unisce o che spezza** Scienziati, organizzazioni ambientaliste e comunità tribali del Sudovest ricordano da anni che la frontiera non è una linea ecologica, ma un sistema di connessioni. Connessioni genetiche, idrologiche, culturali. **Le catene montuose, le foreste e le valli di confine** formano un continuum che permette agli animali di adattarsi al cambiamento climatico, spostandosi verso nuove altitudini e latitudini in risposta a siccità e ondate di calore sempre più frequenti. Interrompere questo continuum significa ridurre la capacità del paesaggio di reagire agli stress ambientali. Il destino del singolo giaguaro diventa così una misura indiretta della salute di un intero ecosistema frammentato. Spezzare le connessioni oggi significa rendere questi territori più fragili domani. **Sul piano simbolico, la sua storia solleva una domanda più ampia**. Che tipo di confine vuole rappresentare una società che affronta insieme crisi migratorie e crisi ecologica. Un confine pensato solo come chiusura, o uno spazio capace di riconoscere che, almeno per la natura, una certa permeabilità non è un rischio, ma una condizione di sopravvivenza. Per ora, le immagini notturne del felino che attraversa le praterie dell’Arizona raccontano ancora un paesaggio vivo, in cui la natura riesce a trovare varchi. Se quei varchi dovessero chiudersi definitivamente, **Jaguar Number Four** rischierebbe di diventare non solo l’ultimo giaguaro, ma il simbolo di una scelta irreversibile. Una scelta che non riguarda la natura, ma chi decide di ignorare come funzionano i sistemi viventi. **Categorie:** Articoli **Tag:** natura, Scienza & Tecnologia --- ### [Perché tutto è diventato beige (e perché ai brand conviene)](https://eywadivulgazione.it/perche-tutto-e-diventato-beige-e-perche-ai-brand-conviene/) **Published:** Dicembre 22, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Beige ovunque. Non è un caso, non è solo moda. È un fenomeno reale, misurabile, e il mercato l’ha trasformato in un meccanismo di vendita estremamente efficace. ## Da dove nasce la stanchezza estetica ***Aesthetic fatigue***. Stanchezza estetica collettiva. Per capire come ci siamo arrivati, serve tornare a dieci anni fa. Tra il 2010 e il 2020 siamo stati bombardati da stimoli visivi ad altissima intensità: feed Instagram saturi di colori, grafiche aggressive, trend che cambiavano ogni tre mesi. Soprattutto dopo il 2015, con l’estetica iper-satura di Instagram, il cervello ha chiesto tregua. La psicologia ambientale documenta questo effetto da decenni: gli ambienti visivi influenzano il nostro stato mentale. Già negli anni Ottanta Roger Ulrich mostrava che il contatto visivo con elementi naturali accelera il recupero psicologico. Oggi si traduce così: se il mondo ti sovraccarica, cerchi segnali visivi di tregua. I colori desaturati hanno un effetto documentato: abbassano l’attivazione emotiva, calmano. È un bisogno reale, spontaneo. Dopo anni di sovrastimolazione, abbiamo cercato spazi visivi che ci permettessero di respirare. ## Il mercato osserva, poi standardizza E qui il sistema della moda, del design, del tech ha capito l’opportunità. WGSN e Pantone non inventano i trend: li osservano, li misurano, li trasformano in prodotti vendibili su scala globale. Pantone non lo ha previsto: lo ha dichiarato. Il Color of the Year 2026 è PANTONE 11-4201 Cloud Dancer. Bianco, neutro, calmo. La risposta ufficiale a un bisogno collettivo di tregua. WGSN ha fatto lo stesso per la primavera-estate 2027: palette coordinate, linguaggio di stabilità e continuità. Traduzione? Il mercato vende ordine in contesti incerti. Report di settore post-2020 confermano tutti lo stesso shift: stabilità, sobrietà, “quiet aesthetics” dominano moda, design, interior. Le palette neutre sono diventate lo standard non perché qualcuno abbia deciso che il beige è bello, ma perché funzionano perfettamente in un sistema economico basato su cicli di consumo rapidi. Non è estetica. È industrializzazione di un bisogno psicologico. ## Neutri che calmano ma non appagano Il punto è questo. I colori neutri riducono lo stress, è vero. Ma non ci soddisfano completamente. Creano uno stato emotivo tranquillo, sì, ma anche leggermente vuoto. E questa sensazione di incompletezza è esattamente ciò che il marketing ha imparato a monetizzare. La ***behavioral economics*** ha studiato a fondo il legame tra emozioni e consumi. La linea di ricerca “misery is not miserly” mostra che una tristezza anche lieve può aumentare quanto siamo disposti a cedere economicamente per ottenere un bene, con meccanismi legati a self-focus e ricerca di riparazione emotiva. Studi successivi hanno confermato che stati emotivi di lieve insoddisfazione si traducono in costi finanziari concreti: si spende di più, si valutano meno attentamente le alternative, si cerca compensazione attraverso l’acquisto. Il risultato? Se vivi in un ambiente visivamente neutro, ti senti calmo ma non completamente appagato. E in quello spazio di insoddisfazione latente, il marketing inserisce la proposta di novità. “Hai bisogno di qualcosa di fresco.” Funziona perché è sottile, perché non è aggressivo, perché sembra una scelta tua. ## L’obsolescenza percepita più efficace della storia In un mondo cromaticamente piatto, qualsiasi minima variazione risalta in modo sproporzionato. È qui che il sistema diventa perfetto. Se tutto è beige, una nuova texture, una sfumatura leggermente diversa, un materiale alternativo sembrano un upgrade significativo. Non lo sono. Ma lo sembrano. Il minimalismo estetico, con le sue palette neutre e il suo design essenziale, facilita i cicli di refresh stagionali. Le collezioni cambiano ogni tre-sei mesi, ma i cambiamenti sono minimi: stessa base cromatica, piccole variazioni formali. Risultato? Percepisci novità senza che ci sia stata una vera trasformazione. E compri, perché hai la sensazione che quella piccola differenza sia importante. Questo meccanismo ha un nome tecnico: obsolescenza percepita. Non è che il vecchio prodotto sia rotto o inutilizzabile. È che il nuovo sembra migliore, anche quando le differenze sono marginali. E in un contesto neutro, le differenze marginali sono tutto ciò che serve. ## I cicli storici si ripetono Non è la prima volta che succede. In molte fasi storiche, le crisi economiche hanno prodotto virate estetiche verso palette sobrie. Lo shock petrolifero degli anni Settanta, la stagflazione 1974-1982, la recessione del 2008: spesso il mercato ha reagito promuovendo minimalismo rassicurante. Colori neutri, forme essenziali, comunicazione che promette stabilità. È un pattern ricorrente. La differenza, oggi, è che il sistema è molto più consapevole di come funziona. Le aziende non si limitano più a seguire il trend: lo strutturano, lo amplificano, lo trasformano in modello di business. Non è un complotto. È un sistema che ha imparato a leggere i bisogni psicologici collettivi e a costruirci sopra strategie di vendita estremamente efficaci. ## Cosa resta a noi I colori neutri rispondono a un bisogno reale di calma. Ma quella risposta è stata standardizzata, industrializzata, trasformata in un meccanismo che alimenta consumi ripetuti. Non è male in sé. È che funziona troppo bene per chi vende. Non è che il beige sia strategico in sé: è che un contesto beige rende strategica qualsiasi novità, per quanto minima. Sapere come funziona non significa necessariamente rifiutare il trend. Significa smettere di credere che le nostre scelte estetiche siano completamente spontanee, completamente nostre. Sono influenzate da dinamiche più grandi: psicologiche, economiche, industriali. E riconoscerlo è il primo passo per decidere davvero cosa vogliamo, non solo seguire quello che il mercato ci propone come inevitabile. # **Fonti** Ulrich, R. S. (1984). *View through a window may influence recovery from surgery*. Science, 224(4647), 420–421. Utilizzata per spiegare il ruolo degli stimoli visivi “calmi” nella riduzione dello stress e nel recupero psicologico. https://doi.org/10.1111/j.1467-9280.2008.02122.x Cryder, C. E., Lerner, J. S., Gross, J. J., & Dahl, R. E. (2008). *Misery is not miserly: Sad and self-focused individuals spend more*. Psychological Science, 19(6), 525–530. Supporta il passaggio sul legame tra tristezza lieve e maggiore disponibilità a spendere. https://doi.org/10.1177/0956797612457384 Lerner, J. S., Li, Y., & Weber, E. U. (2013). *The financial costs of sadness*. Psychological Science, 24(1), 72–79. Fonte per la parte sulla spesa impulsiva e sulla ridotta capacità di valutare alternative in stati emotivi negativi. https://www.pantone.com/color-of-the-year-2026 Pantone (2025). *PANTONE 11-4201 Cloud Dancer — Color of the Year 2026*. Pantone LLC. Base del riferimento alla scelta cromatica 2026 e alla narrativa ufficiale di “calma” e “semplicità”. https://www.wgsn.com/en/blogs/key-colours-s-s-2027 WGSN & Coloro (2024). *Key Colours S/S 2027 e narrative di interconnessione per il design stagionale*. Utilizzata per supportare la sezione sull’industrializzazione delle palette neutre e sul concetto di “quiet aesthetics”. Eywa – *La via sostenibile della tecnologia ricondizionata*. Per approfondire come il mercato costruisce percezioni di “novità” e come riconoscere alternative realmente sostenibili nel settore tech. Eywa – *Alberi in città: quali piantare e perché i Comuni sbagliano tutto*. Esempio di come scelte estetiche e narrative standardizzate influenzano decisioni pubbliche e consumi ambientali. Eywa – *Perché è legale vendere cibo spazzatura? Il paradosso del veleno quotidiano*. Ulteriore analisi sull’impatto delle scelte industriali e di marketing su comportamenti collettivi e consumi apparentemente “naturali”. **Categorie:** Attualità --- ### [Alberi in città: quali piantare e perché i Comuni sbagliano tutto](https://eywadivulgazione.it/alberi-in-citta-quali-piantare-e-perche-i-comuni-sbagliano-tutto/) **Published:** Dicembre 15, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ***NdA – Aggiornamento (18 dicembre 2025): su richiesta dei lettori abbiamo integrato il dossier con nuove schede “quali alberi piantare” per Firenze, Lecce, Bari, Reggio Calabria, Pisa, Como, Bologna, Alessandria, La Spezia, Ravenna, Verona e Parma.***## **Perché servono più alberi nelle città italiane** Ogni estate la stessa storia: 40 gradi, città invivibili, ospedali pieni. Gli assessori promettono più verde. Poi non succede nulla. La verità è semplice e i dati sono chiari. Gli alberi *giusti* nei posti *giusti* abbassano la temperatura percepita anche di 8-10°C sotto chioma e quella dell’aria di alcuni gradi. Assorbono lo smog, costano poco e valgono una fortuna in servizi. Modelli come i-Tree e CAVAT stimano che un albero urbano maturo possa valere **decine di migliaia di euro**, perché fa gratuitamente ciò che altrimenti richiederebbe opere e costi pubblici: raffresca le strade, filtra l’aria, gestisce l’acqua piovana. Nei contesti urbani più densi, i valori possono superare i 50.000 euro. Parliamo di infrastrutture che si ripagano da sole. Ma nessuno fa i conti fino in fondo, e i Comuni hanno paura di spazzare le foglie. Intanto la gente finisce al pronto soccorso. Le informazioni ci sono tutte, i modelli funzionano, le esperienze internazionali sono sotto gli occhi di chiunque voglia guardarle. Servirebbe solo smettere di parlare e cominciare a piantare. Ma non le prime specie che passano al vivaio, e non quelle esotiche scelte solo perché appariscenti. Quelle ***giuste***.## **Come scegliere gli alberi *giusti* per la città** I Comuni sbagliano sempre allo stesso modo: piantano la stessa specie ovunque perché “è bella”. Tre anni dopo arriva un fungo e gli alberi muoiono tutti d’un colpo. Oppure scelgono piante esotiche che costano migliaia di euro in irrigazione, o specie con radici che sollevano i marciapiedi dopo dieci anni. In realtà basterebbe osservare sempre quattro criteri. Nulla di complesso o rivoluzionario: scelte ragionate che si applicano da decenni nelle città che già funzionano. **Primo: l’ombra vera.** Servono alberi grandi con chiome folte, capaci di creare un’ombra consistente. I platani, i tigli, le querce fanno un’ombra che rinfresca interi viali. Invece i Comuni italiani continuano a piantare alberelli ornamentali che ombreggiano solo mezzo metro quadrato. **Secondo: la cattura di CO₂ e smog.** Un bagolaro può fissare oltre 1 tonnellata di CO₂ in 20 anni. Un acero campestre da 1 a 2 tonnellate di CO₂ nei primi 30 anni. Le foglie rugose di olmi e ontani fermano PM10 e PM2.5. I sempreverdi lavorano anche d’inverno, quando l’inquinamento è peggiore. **Terzo: bellezza e biodiversità.** I ciliegi in fiore ad aprile, gli aceri rossi in autunno, la geometria dei pini romani, trasformano le strade in paesaggio. Attirano gli uccelli e gli insetti. La gente esce più volentieri, il quartiere vale di più. **Quarto: costi bassi.** Un leccio o un olivo crescono senza irrigazione. Un tiglio in Sicilia muore di sete e richiederebbe un’irrigazione esosa. Le specie sbagliate costano una fortuna in manutenzione, quelle giuste quasi nulla. Ogni anno la stessa storia: appena scende la temperatura, il dibattito pubblico dimentica tutto. D’inverno il caldo non è più un problema. Lo smog sì, eccome. Nei mesi freddi i livelli di PM10 e PM2.5 salgono: traffico, riscaldamento domestico, aria ferma. Ed è proprio qui che il verde urbano continua a lavorare, se qualcuno l’ha progettato bene. I sempreverdi non perdono le foglie quando l’inquinamento aumenta. Le specie con chiome dense e foglie coriacee intercettano il particolato anche d’inverno, quando l’aria è più sporca e la città più fragile. Pensare agli alberi solo come soluzione estiva vuol dire dimenticare metà del problema. La regola aurea è semplice: mai piantare una sola specie. Le monocolture sono bombe a orologeria. Con un solo parassita si perde tutto, come gli olmi morti negli anni ’70 o i platani malati oggi. La storia ci ha già ampiamente insegnato cosa succede quando si pianta “tutto uguale”, e a pagarne il prezzo sono sempre le città e i cittadini, mai i decisori smemorati.## **I migliori alberi per l’ombra in città** **Platano (*Platanus × hispanica*).** Il re dei viali. Cresce 20-30 metri, chioma enorme, resiste allo smog. A Torino ce ne sono oltre 13.000 nei viali storici, all’interno di un patrimonio complessivo che supera i 15.000 esemplari. Il problema è il cancro colorato che li sta ammazzando, ma dove vivono bene sono imbattibili per l’ombra. **Tiglio (*Tilia cordata*).** Chioma folta, profumo incredibile a primavera. Torino ne ha 10.000, tutti amati dalla gente. Soffrono la siccità estiva e vanno irrigati. Gli afidi producono melata che sporca le auto, ma ne vale la pena. **Querce (*Quercus robur, cerris, pubescens*).** Una quercia adulta può assorbire 100-200 kg di CO₂ l’anno. Servono spazi grandi e tempo per crescere. Vivono secoli. **Bagolaro (*Celtis australis*).** Cresce in fretta, 15-20 metri. Resiste a tutto: caldo, freddo, suoli poveri, smog. Usato ovunque nel ‘900 proprio perché non disturba mai. Ombra densa. **Ippocastano (*Aesculus hippocastanum*).** Foglie enormi, fiori bianchi a candela in primavera. Ombra perfetta. Soffre lo smog intenso e i parassiti: meglio nei parchi che su strada.## **I migliori alberi anti-smog per città inquinate** **Bagolaro.** Compare di nuovo perché è il campione assoluto. Autoctono, sopporta l’aria pesante senza morirne. Le foglie ruvide catturano le polveri. **Acero campestre (*Acer campestre*).** Autoctono padano. Ottima capacità di sequestro del carbonio. Cresce anche in suoli poveri, sopporta le potature. **Tiglio.** Oltre all’ombra, le foglie larghe catturano le polveri. A Milano e Torino prosperano nonostante il traffico pesante. **Leccio (*Quercus ilex*).** Sempreverde mediterraneo. Assorbe i gas tossici dal traffico. Foglie coriacee fermano il particolato. Vive secoli. **Ginkgo biloba.** Esotico ma indistruttibile. Resiste a tutto: smog, caldo, freddo, suoli poveri. Un ginkgo maturo può arrivare a fissare oltre 2 tonnellate di CO₂ in 20 anni. Non dà allergie. Foglie gialle spettacolari in autunno. Unica regola: piantare solo maschi, perché le femmine fanno frutti puzzolenti. **Ontano nero (*Alnus glutinosa*).** Padano, ama le zone umide. Le foglie vischiose catturano il particolato. Cresce veloce. Migliora il suolo fissando l’azoto.## **I migliori alberi per bellezza e biodiversità urbana** **Cercis siliquastrum (*albero di Giuda*).** Piccolo, 8-10 metri. In primavera si ricopre di fiori rosa-viola direttamente sul tronco. Resiste a caldo e siccità. Attira api e farfalle. **Ciliegi da fiore (*Prunus*).** Esplosioni di fiori bianchi e rosa ad aprile. Frutti per gli uccelli. Taglia media, 4-8 metri. Soffrono lo smog intenso, meglio nei parchi. **Liquidambar.** Foglie che in autunno diventano rosse, arancioni, viola. Spettacolo totale. Tollera il clima padano. **Magnolia sempreverde.** Verde tutto l’anno, fiori bianchi enormi profumati in estate. Crescita lenta, 15 metri. Serve terreno profondo. **Melograno, agrumi, olivo.** Nel Mediterraneo uniscono estetica e utilità. Fiori profumati, frutti decorativi. L’olivo è sempreverde e longevo. Richiedono poca acqua.## **I migliori alberi che costano poco in manutenzione** **Leccio.** Sempreverde che resiste a siccità, vento, inquinamento. Cresce senza irrigazione da adulto. Potature rare. Vive secoli. Genova negli ultimi anni sta aumentando molto la piantumazione di lecci (sono più resistenti a siccità e salsedine) riducendo platani e tigli nelle zone critiche. **Olivo.** Longevo, 6-8 metri. Quasi zero acqua. Le radici sono meno invasive di altre specie e raramente sollevano l’asfalto se piantato correttamente. Sempreverde. Potatura leggera ogni 2-3 anni. **Gleditsia (*spino di Giuda senza spine*).** Rustico totale: sopporta +40°C e -20°C, suoli compatti, smog, potature drastiche. Foglie che quasi non vanno raccolte. Radici poco aggressive. **Sophora japonica (albero dei pagodi).** Resiste siccità e smog. A Milano e Torino funziona da decenni. Fiori bianchi profumati in estate. Cresce equilibrata, poche potature. **Carrubo.** Perfetto per il Sud Italia. Radici profonde, non disturba le strade. Sempreverde, ombra densa. Cresce lento ma vive secoli senza irrigazione. Produce carrube commestibili. **Albizia julibrissin.** 5-8 metri, sopporta suoli poveri e caldo torrido. Radici non invasive. Fiori rosa estivi ottimi per le farfalle. Cresce veloce senza cure. **Pino domestico.** Il simbolo di Roma. Resiste in terreni aridi e clima costiero. Sempreverde. Ha bisogno di spazio per le radici superficiali. Oggi soffre la cocciniglia tartaruga, va monitorato.## **Specie autoctone vs esotiche: cosa scegliere** Non è una questione di purezza botanica o di identità culturale, ma di adattamento e di bilancio. La regola base è chiara: piantare soprattutto specie autoctone. Si adattano al clima locale, supportano la fauna locale, costano meno in manutenzione. Se vuoi ombra a Milano, meglio il tiglio o l’acero (nativi) invece di palme tropicali. A Roma, il leccio o il cerro anziché l’eucalipto. Gli alberi locali resistono anche con qualche grado in più, se piantati bene. Non serve riempire le città di cactus. Meglio investire in querce, pini, bagolari del nostro patrimonio. Alcune specie esotiche però funzionano bene: ginkgo (indistruttibile anti-smog), jacaranda (fiori viola al Sud), lagerstroemia (fiori estivi), cedro del Libano (parchi storici). Le palme delle Canarie sono decorative, ma fanno poca ombra e catturano poco CO₂: vanno bene solo per contesti specifici. Da evitare assolutamente: ailanto (invasivo totale, perché cresce rapidamente, si riproduce in modo aggressivo e rilascia sostanze nel suolo che impediscono alle altre piante di crescere per circa 1-3 metri intorno), le conifere nordiche (muoiono di caldo). I criteri generali servono, ma il verde urbano non vive nei manuali: vive nelle città reali, con il loro clima, il loro suolo, il loro traffico, la loro storia amministrativa. Le condizioni cambiano radicalmente da un territorio all’altro. Temperature, acqua disponibile, inquinamento, vento, salsedine, densità edilizia. E cambiano, di conseguenza, anche le specie che riescono a crescere, a resistere e a fornire davvero benefici nel tempo. Per questo serve guardare da vicino alcune delle città più note e più inquinate del Paese. Non per stilare classifiche, ma per capire, caso per caso, quali alberi funzionano davvero e quali invece sono stati piantati contro ogni logica climatica e urbana. Teoria e principi aiutano a orientarsi. Ma è nei territori concreti, città per città, che emerge se dietro le politiche del verde c’è una visione o solo una messa in scena. Da Genova a Milano, da Roma a Taranto: città diverse per clima e struttura, dove le decisioni locali mostrano la distanza tra politiche del verde dichiarate e politiche del verde davvero pensate.## **Quali alberi piantare a Genova** **Clima**: mite d’inverno, caldo-umido d’estate, vento, salsedine, siccità estiva crescente. Tradizionalmente: platani, ippocastani, tigli. Oggi però soffrono troppo il secco. **Da piantare**: il leccio resiste a siccità e salsedine, l’albero di Giuda è ottimo in collina, il pino domestico è storico sulla costa, la tamerice funziona nelle zone ventose, il carrubo nelle scarpate aride, l’olivo è longevo. Genova deve passare da alberi esigenti d’acqua a sempreverdi mediterranei. L’Orto Botanico lo conferma: le specie continentali sono al limite, mentre quelle mediterranee prosperano.## **Quali alberi piantare a Roma** **Clima**: mediterraneo, estati caldissime e secche, inverni miti. **Da piantare**: il pino domestico è il simbolo da proteggere: storicamente copre attorno al 12% del patrimonio arboreo stradale, ora in calo per la cocciniglia tartaruga. Leccio e querce (roverella, cerro) sono la flora naturale del Lazio. Il platano rappresenta il 12,5% degli alberi, ma il cancro colorato li sta uccidendo, bisogna conservare i sani. Il ligustro sempreverde arriva a quasi il 10%, resiste alla siccità. Lo schinus molle richiede zero manutenzione in aiuole aride. La melia offre fiori lilla ed è rustica. La sughera è sempreverde, con tronco rugoso. Non servono palme tropicali. Le querce e i pini romani gestiti bene affrontano anche qualche grado in più.## **Quali alberi piantare a Milano** **Clima**: padano continentale, inverni freddi con gelo, estati afose, smog pesante. **Da piantare**: il platano sopporta -10°C e le isole di calore. Il tiglio: meglio usare il tiglio argentato, più resistente alla siccità. Acero riccio e di monte reggono il freddo, regalano belle tinte autunnali. Il bagolaro è robusto, adatto ai suoli compatti. Il ginkgo regge gelo e caldo, ed è anti-smog. Il frassino funziona nei parchi. Il carpino bianco richiede potature facili, ha radici poco invasive. L’orniello è piccolo, con fiori profumati. Mai piantare l’ailanto, anche se cresce ovunque spontaneo: è invasivo e fragile, e soprattutto impedisce agli altri alberi di crescere nei dintorni. ForestaMi sta piantando milioni di alberi. Nel territorio metropolitano sono censite 315 specie diverse: una ricchezza rara in Europa.## **Quali alberi piantare a Torino** **Clima**: simile a Milano ma leggermente meno umido. Tradizione urbanistica con viali alberati. 134.000 alberi censiti. **Da piantare**: il platano conta 15.000 esemplari (13.000 lungo i viali, come abbiamo visto sopra), è il numero uno, resistente allo smog. Il tiglio arriva a 10.000, sono profumati, ma soffrono la siccità estiva. Il bagolaro ne conta 5.000, perfetto nelle periferie costruite negli anni ’60-’70 dove ha dimostrato di resistere a suoli compatti e condizioni urbane difficili. Gli aceri sono 5.000 tra parchi e viali, regalano foliage autunnale. L’ippocastano conta 4.000 esemplari in parchi storici, ma soffre il caldo e i parassiti. Torino sta introducendo una specie di olmo più resistente per sostituire vecchi olmi morti, il liriodendro per diversificare. Obiettivo: mai più una sola specie ovunque. Il Piano del Verde punta a collegare viali urbani e parchi fluviali (Po, Dora) in una rete ecologica unica.## **Quali alberi piantare a Palermo** **Clima**: mediterraneo caldissimo, siccità estiva estrema, venti, inverni miti, piogge concentrate in pochi giorni autunnali. **Da piantare**: il ficus microcarpa, i giganti di Piazza Marina sono leggenda, ombra densa tutto l’anno, ma hanno radici invasive quindi vanno bene solo in spazi grandi. La jacaranda colora di viola interi viali a maggio-giugno, spettacolo mozzafiato. Il carrubo è sempreverde, richiede zero acqua, dà l’ombra perfetta. L’olivo è longevo, iconico, con radici profonde. L’albizia offre fiori rosa estivi, è rustica. La melia regala fiori lilla in primavera, bacche gialle d’inverno. Lo schinus molle (falso pepe, sempreverde che sembra salice piangente) richiede zero manutenzione. La tamerice funziona sui lungomare ventosi. Il pino d’Aleppo è adatto alle zone costiere. Gli aranci amari già presenti in alcuni viali vanno conservati: frutti decorativi d’inverno, fiori profumati. Le palme storiche sono identità locale, ma servono alberi davvero ombrosi nelle vie interne.## **Quali alberi piantare a Napoli** **Clima**: mediterraneo umido, collina, densità urbana altissima, inquinamento pesante, temperature estive più moderate che in Sicilia ma afa forte. **Da piantare**: il platano resiste allo smog e al traffico napoletano, chioma enorme adatta alle vie larghe. Il leccio è sempreverde, sopporta l’inquinamento, ha radici profonde per i pendii. Il bagolaro è molto robusto, usato ovunque nel ‘900. Pino domestico e pino marittimo funzionano nelle zone collinari come Posillipo. Il tiglio va bene nelle vie interne più fresche. L’albero di Giuda (piccolo, con fiori spettacolari) è perfetto per i quartieri stretti in collina. Il liquidambar regala colori autunnali per i parchi, richiede irrigazione nei primi anni. Le magnolie sono storiche nei giardini nobiliari, vanno conservate. Napoli ha poco spazio ma una densità altissima di persone: ogni albero conta doppio. Puntare su specie anti-smog e ombra massima. Evitare monocolture di pini marittimi sulle colline: diversificare con lecci e querce.## **Quali alberi piantare a Taranto** **Clima**: mediterraneo arido, venti fortissimi dal mare, salsedine, siccità estiva brutale, zona industriale con inquinamento pesante da acciaio. **Da piantare**: la tamerice è campione assoluto per vento e salsedine, fiori rosa d’estate. Il carrubo resiste alla siccità estrema e all’aria pesante. L’olivo ha radici profonde, è sempreverde, sopporta tutto. Il pino d’Aleppo funziona sulla costa ventosa. Il leccio è anti-smog, sempreverde, longevo. Lo schinus molle è rustico totale per aiuole impossibili. L’albizia offre fiori rosa, radici non invasive. Il melograno, piccolo, fiori rosso-arancio, resiste al secco. Taranto ha la sfida doppia: inquinamento industriale pesante più clima arido ventoso. Servono alberi coriacei anti-smog con foglie che catturino il particolato. Tamerici e lecci sono i campioni. Molte specie ornamentali dal clima continentale non superano la prima estate. ## **Quali alberi piantare a Firenze** **Clima**: interno di valle, estati che ti cuociono con isole di calore ovunque, inverni miti ma umidi, episodi di vento forte. Il Piano del verde e gli interventi recenti stanno già spingendo su specie più resilienti come frassini, bagolari, platani, lecci e ciliegi, con centinaia di nuovi esemplari piantati nei quartieri periferici. **Da piantare**: platano e bagolaro sui grandi viali per ombra e anti-smog; tiglio argentato solo dove c’è disponibilità d’acqua nei primi anni; leccio e cerro nei quartieri più caldi e nei nuovi parchi; frassino meridionale e acero campestre per diversificare; ciliegi dove c’è minima irrigazione nei primi anni o suoli non troppo aridi e cercis per la parte scenografica in piazze e giardini; olivo e melograno in aiuole soleggiate che oggi cuociono al sole. Firenze deve smettere di contare sui soli pini storici e costruire un mosaico di querce, bagolari e lecci che regga le estati future senza irrigazioni folli. ## **Quali alberi piantare a Lecce** **Clima**: Salento interno, estati che ti ammazzano, vento e salsedine che arrivano dal mare, piogge concentrate in pochi episodi, ondate di calore sempre più lunghe. Il bilancio arboreo e il Piano comunale del verde mettono già al centro resilienza climatica e connessioni ecologiche, ma il patrimonio esistente include ancora molte specie assetate. **Da piantare**: leccio, carrubo e olivo come ossatura dura sempreverde per strade e parcheggi; pino d’Aleppo nelle aree esposte al vento; tamerice lungo gli assi più vicini alla costa; jacaranda, albizia e melia nei viali interni non troppo esposti alla salsedine diretta, per dare scenografia senza chiedere troppa acqua; schinus molle dove oggi non cresce nulla; agrumi amari e melograni nei quartieri residenziali. Vietato insistere con tigli e conifere nordiche che chiedono acqua e soffrono le estati salentine. ## **Quali alberi piantare a Bari** **Clima**: adriatico meridionale, estati afose e ventose, inverni miti, forte pressione del traffico e inquinamento da porto e grandi assi stradali. Il nuovo Piano urbano del verde è stato costruito proprio per aumentare superficie arborea e servizi ecosistemici in un contesto di cambiamento climatico. **Da piantare**: leccio e roverella nelle grandi rotatorie e nei viali esposti al caldo; bagolaro e acero campestre nelle strade più interne per ombra e anti-smog; pino d’Aleppo e pino domestico nei quartieri collinari e lungo la costa dove c’è vento; tamerice nelle zone più marine; jacaranda e lagerstroemia per dare colore senza chiedere troppa acqua; olivo e carrubo come spine dorsali di parcheggi e margini urbani. Bari deve smettere di sostituire un pino malato con un altro pino e usare ogni reimpianto per diversificare davvero. ## **Quali alberi piantare a Reggio Calabria** **Clima**: tra i più caldi d’Italia, estati lunghissime, siccità estrema, venti di scirocco e salsedine, inverni particolarmente miti. Le linee guida regionali sul verde urbano insistono su specie mediterranee resistenti alla carenza idrica e all’inquinamento, ma molte alberate storiche non sono state scelte con questa logica. **Da piantare**: ficus microcarpa solo nei parchi e nei grandi slarghi dove c’è spazio enorme per le radici, mai in strade strette o aiuole ridotte; carrubo, leccio e sughera come sempreverdi di struttura; pino d’Aleppo e pino domestico nelle fasce collinari e costiere; jacaranda, albizia e melia per i viali urbani; schinus molle, tamerice e olivo nelle aiuole più aride e ventose; agrumi amari nei quartieri storici. Qui più che altrove l’errore è inseguire specie “esotiche” che chiedono acqua: la città deve puntare su alberi che sopravvivono a tre mesi di caldo continuo senza irrigazione intensiva. ## **Quali alberi piantare a Pisa** **Clima**: costa toscana, estati calde e ventilate, inverni miti e umidi, suoli spesso sabbiosi con falda alta. Negli ultimi anni molti pini inclinati sono stati rimossi e sostituiti con tigli, con un piano di reimpianti in scuole, parchi e viali che sta ridisegnando il paesaggio arboreo urbano. **Da piantare**: tiglio argentato e tiglio selvatico lungo gli assi interni meno esposti alla salsedine; platano e bagolaro sugli assi principali verso l’entroterra; pino domestico e pino marittimo solo dove c’è spazio e gestione tecnica adeguata, lontano dai tratti più esposti alla salsedine e ai venti forti; leccio e olmo resistente nei quartieri più caldi; aceri (campestre e di monte) per diversificare nei parchi; ciliegi e cercis per i giardini scolastici. Pisa deve imparare dalla crisi dei viali di pini: mai più una sola specie, sempre combinazioni di tigli, querce, bagolari e sempreverdi mediterranei. ## **Quali alberi piantare a Como** **Clima**: prealpino, inverni freddi e umidi con nebbie e possibili nevicate, estati sempre più calde ma mitigate dal lago, suoli spesso limitati lungo i viali storici. Il bilancio arboreo parla di oltre 9.000 alberi d’alto fusto e centinaia di migliaia di giovani piante e arbusti, con più di 3.200 alberi solo nei filari stradali. **Da piantare**: tiglio, acero riccio e acero di monte lungo i viali interni; bagolaro e carpino bianco nelle strade strette con suoli compatti; platano dove c’è spazio e possibilità di monitorare le patologie; ginkgo nei punti più inquinati perché tollera benissimo lo smog; ippocastano solo nei parchi, lontano dall’asfalto; farnia e altre querce nelle nuove aree verdi periurbane. Il lago regala un microclima più mite: va usato per portare in città un mosaico di latifoglie nobili, invece di riempire le sponde con conifere ornamentali poco utili. ## **Quali alberi piantare a Bologna** **Clima**: pianura padana, inverni freddi con nebbia e inquinamento alto, estati sempre più torride, poche piogge estive e isole di calore fortissime. Il comune conta decine di migliaia di alberi pubblici e ha avviato programmi come “Bologna verde” e la riforestazione lungo le nuove linee del tram, piantando centinaia di nuovi esemplari. **Da piantare**: platano e tiglio argentato sui grandi viali, con irrigazione nei primi anni; bagolaro e acero campestre nelle vie con suolo molto compattato; sofora japonica dove serve resistenza estrema a caldo e siccità; carpino bianco e orniello per i viali secondari e i parcheggi; ginkgo e leccio nei punti più inquinati; querce (farnia, roverella) nelle nuove aree di forestazione urbana. Bologna deve usare ogni cantiere – a partire dalle linee tram – per costruire corridoi d’ombra continui, non filari monocolturali destinati a crollare al primo parassita. ## **Quali alberi piantare ad Alessandria** **Clima**: pianura padana interna, estati roventi e secche, inverni freddi, smog da traffico e logistica, episodi di alluvione. Le iniziative recenti di riforestazione urbana e partecipazione (“Alberiamo Alessandria”, boschi della memoria e nuovi filari cofinanziati dalla Regione) mostrano la volontà di usare gli alberi come infrastruttura climatica. **Da piantare**: platano e bagolaro sui viali di scorrimento; tiglio argentato nelle strade interne più fresche; acero campestre e frassino nelle nuove aree verdi; leccio e ginkgo nei punti ad alto inquinamento; carpino e orniello lungo piste ciclabili e parcheggi; querce nelle zone di espansione urbana e nei parchi periurbani. In una città piatta e caldissima come Alessandria, la regola è semplice: grandi chiome decidue per ombra estiva, sempreverdi selezionati per lo smog e zero spazio all’ailanto che già colonizza molte aree degradate. ## **Quali alberi piantare alla Spezia** **Clima**: golfo ligure, inverni miti, estati calde ma ventilate, piogge concentrate, salsedine, vento e spazi stretti tra mare e collina. Il regolamento del verde tutela filari e alberature esistenti e impone criteri di rispetto per le radici in caso di cantieri, ma la scelta delle specie resta spesso episodica. **Da piantare**: leccio, sughera e pino domestico solo nelle aree panoramiche interne o con adeguata protezione dal vento diretto di mare; tamerice sulle zone più esposte al vento di mare; carrubo e olivo nelle scarpate e nei parcheggi assolati; bagolaro e acero campestre nelle vie interne più riparate; albizia e cercis per viali di quartiere che oggi hanno poca ombra; magnolia sempreverde nei parchi storici. La Spezia deve sfruttare la combinazione tra clima mite e piogge abbondanti per creare una cintura di sempreverdi mediterranei che reggano sia le mareggiate sia le ondate di calore. ## **Quali alberi piantare a Ravenna** **Clima**: costa adriatica, estati calde e umide, inverni miti, ma con eventi meteo estremi sempre più frequenti, tempeste di vento e piogge intense. La città è storicamente legata ai pini costieri, ma negli ultimi anni molti esemplari sono stati abbattuti per problemi di stabilità e sostituiti con lecci in alcuni viali urbani. **Da piantare**: leccio come nuovo albero di struttura lungo i viali più esposti al vento; pino domestico e pino marittimo solo dove c’è spazio e possibilità di gestione specialistica; tamerice e pino d’Aleppo nelle aree più vicine al mare; platano e tiglio nelle zone interne meno esposte alla salsedine; bagolaro e acero campestre come specie robuste per vie di quartiere; pioppi ibridi e salici solo nei parchi fluviali e nelle aree umide. La transizione da “città dei pini” a città di lecci, querce e bagolari va governata con una logica di rete ecologica, non con abbattimenti a spot. ## **Quali alberi piantare a Verona** **Clima**: pianura veneta, estati calde e secche, inverni freddi e nebbiosi, forte pressione del traffico, ma anche un sistema di parchi fluviali attorno all’Adige. I piani recenti di forestazione urbana prevedono migliaia di nuove piante e reimpianti di tigli, querce, platani, aceri in decine di punti della città. **Da piantare**: tiglio e acero campestre lungo i viali residenziali; platano sulle grandi direttrici di scorrimento e in prossimità dei parcheggi; querce (farnia, roverella) nei parchi e nelle aree di nuova urbanizzazione; bagolaro nelle strade con suoli molto compatti; ginkgo nei punti più inquinati perché tollera bene lo smog; carpino bianco per i viali ciclabili e i percorsi scolastici. Verona ha già iniziato a piantare le specie giuste: il passo successivo è vietare di fatto le monocolture, distribuendo platani, tigli, querce e aceri in combinazioni miste. ## **Quali alberi piantare a Parma** **Clima**: pianura padana occidentale, estati soffocanti e secche, inverni freddi e nebbiosi, inquinamento da traffico e tangenziali. Il Piano del verde misura un patrimonio di oltre 47.000 alberi urbani e progetti come “Parma Città Verde” e KilometroVerdeParma stanno aggiungendo migliaia di nuove piante lungo strade e infrastrutture. **Da piantare**: platano e tiglio argentato sui viali storici, con gestione attenta delle potature; bagolaro e acero campestre per le strade di quartiere e le nuove ciclabili; ginkgo e leccio nei punti con traffico intenso; frassino e carpino bianco nei parchi e nelle scuole; querce nelle aree di riforestazione periurbana e lungo le tangenziali, in continuità con i progetti di boschi lineari. Parma è il laboratorio perfetto per dimostrare che i numeri del piano del verde non sono solo comunicazione: ogni nuovo albero va scelto per massimizzare ombra, anti-smog e biodiversità, non per riempire una casella di rendicontazione. ## **Errori da non fare quando si piantano alberi in città** **Monocolture.** Basta un parassita e perdi tutto. Sempre diversificare. **Specie sbagliate per il clima.** I tigli in Sicilia muoiono, le palme a Torino soffrono il gelo. **Radici non considerate.** Alcuni alberi sollevano i marciapiedi dopo 10 anni. **Niente irrigazione i primi anni.** Anche le specie resistenti vanno aiutate all’inizio. **Potature sbagliate.** Capitozzare gli alberi li uccide lentamente. **Solo estetica.** Piantare alberi “belli” ma inutili per ombra e smog.## **Piantare adesso o morire di caldo** Le città che oggi soffrono il caldo non sono vittime di un destino inevitabile. Sono il risultato di decenni di scelte che hanno privilegiato la velocità, il cemento e l’impatto immediato, rimandando tutto ciò che richiede tempo. Gli alberi fanno l’opposto: crescono lentamente, lavorano in silenzio, restituiscono benefici nel lungo periodo. Non sono un ornamento e nemmeno una compensazione simbolica. Sono infrastrutture che richiedono visione, continuità amministrativa e una manutenzione pensata nel tempo, non nel ciclo elettorale. La domanda vera non è se gli alberi funzionano – questo è già noto. La domanda è se continuare a progettare città come se il clima fosse quello di trent’anni fa, o accettare che il caldo, l’aria e l’acqua siano ormai questioni strutturali di salute pubblica. Si può scegliere di investire in ombra, aria più pulita e spazi vivibili. Piantare querce, pini, bagolari, specie che già fanno parte del nostro paesaggio. Curarli professionalmente i primi anni. Lasciarli lavorare per noi. Oppure continuare con aiuole di cemento e rendering rassicuranti che funzionano solo nei depliant. Le conoscenze ci sono, le risorse ci sono, le competenze tecniche non mancano, **e una parte consistente delle risorse è già stata messa nero su bianco anche attraverso il PNRR e i programmi collegati**. Il miglior momento per piantare un albero era 20 anni fa. Il secondo miglior momento è adesso. La scelta è politica.## **Bibliografia essenziale** **Eywa – Il Giappone e la riforestazione che funziona davvero (e perché piantare alberi a caso è solo marketing)**[ https://eywadivulgazione.it/il-giappone-e-la-riforestazione-che-funziona-davvero-e-perche-piantare-alberi-a-caso-e-solo-marketing/ ](https://eywadivulgazione.it/il-giappone-e-la-riforestazione-che-funziona-davvero-e-perche-piantare-alberi-a-caso-e-solo-marketing/)Analisi comparativa dei modelli di riforestazione che funzionano davvero, con particolare attenzione alla pianificazione, alla scelta delle specie e alla gestione nel tempo, in contrapposizione alle operazioni di piantumazione simbolica. **Eywa – Perché nelle città italiane tagliano gli alberi [https://eywadivulgazione.it/perche-nelle-citta-italiane-tagliano-gli-alberi/ ](https://eywadivulgazione.it/perche-nelle-citta-italiane-tagliano-gli-alberi/)Approfondimento sulle cause strutturali degli abbattimenti urbani in Italia, tra cattiva gestione, monocolture, potature scorrette e mancanza di visione a lungo termine. **USDA Forest Service – i-Tree Tools [https://www.itreetools.org ](https://www.itreetools.org)Strumento scientifico di riferimento internazionale per la stima dei servizi ecosistemici degli alberi urbani: raffrescamento, sequestro di CO₂, qualità dell’aria, benefici economici. **UK Government / London Tree Officers Association – CAVAT [https://www.ltoa.org.uk/resources/cavat ](https://www.ltoa.org.uk/resources/cavat)Metodo ufficiale britannico per la valutazione economica degli alberi urbani come infrastruttura pubblica, utilizzato da enti locali e tribunali. **European Environment Agency – Urban heat islands and climate adaptation Analisi europea sugli effetti delle isole di calore urbane e sul ruolo del verde urbano nel raffrescamento delle città e nella salute pubblica. **WHO – Urban green spaces and health Rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sui benefici del verde urbano per la salute fisica e mentale della popolazione. **ISPRA – Servizi ecosistemici e verde urbano Quadro scientifico italiano sui servizi ecosistemici forniti da alberi e verde urbano, inclusi benefici climatici, ambientali e sanitari. **ForestaMi – Programma di forestazione urbana e metropolitana Progetto di riferimento in Italia per la forestazione urbana su larga scala, con dati su biodiversità, specie, adattamento climatico e benefici ambientali nel contesto metropolitano milanese. **Categorie:** Dossier, Manuali --- ### [Guida rapida ai regali tech ricondizionati (senza ingenuità!)](https://eywadivulgazione.it/guida-rapida-ai-regali-tech-ricondizionati-senza-ingenuita/) **Published:** Dicembre 17, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Ogni anno arriva dicembre e con dicembre arriva il momento di scegliere cosa regalare. Tra le opzioni più gettonate: tecnologia. Smartphone, tablet, laptop, smartwatch. Il problema è che continuare a comprare tech nuovo come se niente fosse non è più un gesto neutrale. Non lo è mai stato, a dirla tutta, ma oggi abbiamo abbastanza dati per sapere esattamente perché. La produzione di uno smartphone genera decine di chili di CO₂ concentrati quasi interamente nella fase di estrazione delle materie prime e assemblaggio. La maggior parte dell’impatto ambientale si consuma prima ancora che il dispositivo venga acceso la prima volta. A questo si aggiunge il fatto che ogni anno produciamo oltre cinquanta milioni di tonnellate di RAEE, rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, di cui solo una parte minima viene recuperata correttamente. Il resto finisce in discarica, viene esportato illegalmente o smontato in condizioni pericolose. E tutto questo mentre la durata reale dei dispositivi si accorcia non perché siano inutilizzabili, ma perché vengono sostituiti troppo presto. Software, marketing, obsolescenza percepita. Comprare sempre nuovo, insomma, non è neutro. È una scelta. Esiste un’alternativa concreta: il tech ricondizionato fatto bene. Non è una questione di compromesso o di accontentarsi. È una questione di usare la testa.### **Ricondizionato vero o usato riverniciato** Partiamo da qui: non tutto ciò che viene venduto come ricondizionato lo è davvero. Un dispositivo ricondizionato non è semplicemente “usato e rimesso in vendita”. È un prodotto che ha attraversato un processo strutturato di controllo, test e ripristino. Federconsumatori lo dice chiaramente: conta il soggetto che ricondiziona, non solo il marketplace che vende. Un ricondizionatore serio testa le funzionalità hardware, verifica la batteria, controlla schermo e componenti interni, ripristina il software e dichiara in modo trasparente il grado estetico del prodotto. Soprattutto, offre una garanzia vera. Un primo discrimine utile è osservare come l’operatore racconta questo processo. Chi lavora seriamente nel ricondizionato non si limita a mostrare il prezzo finale, ma rende visibili le fasi: dove avvengono i test, quali componenti vengono sostituiti, quali criteri determinano il grado estetico. Quando tutto si riduce a una vetrina di “occasioni” senza informazioni tecniche verificabili, il problema non è il costo. È la mancanza di trasparenza. Qui serve fare attenzione anche sul piano dei diritti. In Europa, quando compriamo da un venditore professionale, il ricondizionato è coperto da garanzia legale di conformità di ventiquattro mesi, riducibile a dodici solo se dichiarato esplicitamente al momento dell’acquisto. Valgono anche diritto di recesso e tutte le tutele standard. Se queste informazioni non sono chiaramente accessibili, e vengono sostituite da formule generiche come “garanzia del venditore”, è un segnale da leggere con cautela. E poi c’è il nodo batteria, che è l’elemento più critico in assoluto. Un venditore serio dichiara la capacità residua in percentuale o sostituisce la batteria se scende sotto una certa soglia, in genere l’80%. Formule vaghe come “batteria testata” o “batteria funzionante” senza criteri dichiarati non dicono nulla. La batteria è ciò che più di tutto determina se un dispositivo ricondizionato durerà nel tempo o vi lascerà a piedi dopo pochi mesi. Se queste informazioni mancano, il prodotto che state guardando non è ricondizionato. È un prodotto usato con una bella descrizione.### **I numeri che contano** Le analisi condotte da ADEME, l’agenzia francese per la transizione ecologica, mostrano che acquistare uno smartphone ricondizionato può ridurre l’impronta climatica del dispositivo di oltre il 70% rispetto all’acquisto di uno nuovo. Il risparmio riguarda anche l’uso di acqua e la produzione di rifiuti, perché si evita l’estrazione di nuove materie prime e l’immissione di un nuovo oggetto nel ciclo dei consumi. Non sono sensazioni. Sono dati di ciclo di vita. Scegliere ricondizionato riduce davvero l’impatto.### **Perché oggi funziona meglio di dieci anni fa** Dieci anni fa il ricondizionato aveva una reputazione incerta, spesso meritata. Oggi le cose sono cambiate. L’introduzione di sistemi di test automatizzati e di diagnosi assistita da intelligenza artificiale ha reso i controlli molto più affidabili. Le piattaforme strutturate utilizzano software in grado di analizzare decine di parametri in pochi minuti, individuare difetti latenti, valutare lo stato reale delle batterie e scartare i dispositivi non idonei. Tradotto: meno sorprese, meno difetti nascosti, selezione più rigorosa. Il ricondizionato di oggi non è una scommessa, è un processo industriale controllato. Questo non significa che l’AI renda automaticamente un prodotto “green”. Serve a ridurre errori e asimmetrie informative, non è una scorciatoia etica. È uno strumento, niente di più.### **Chi fa ricondizionato sul serio** Negli ultimi anni, in Europa, alcuni operatori hanno contribuito a rendere il ricondizionato un settore strutturato, basato su standard industriali e tracciabilità dei processi. Piattaforme come Back Market, spesso citata anche in analisi istituzionali francesi, o realtà europee come refurbed, hanno costruito il proprio modello attorno a reti di ricondizionatori professionali, test standardizzati e comunicazione esplicita delle garanzie. Un caso a parte è Apple Certified Refurbished, che rappresenta l’unico esempio di ricondizionato gestito direttamente dal produttore. Non sono modelli perfetti né automaticamente sostenibili. Ma mostrano una differenza sostanziale rispetto alla semplice rivendita dell’usato: il ricondizionato come processo, non come occasione.### **Cosa si presta meglio** Smartphone, tablet e laptop sono le categorie più solide perché hanno filiere di ricondizionamento mature e standardizzate. Anche smartwatch e alcuni accessori funzionano bene, se provengono da operatori strutturati. Più un dispositivo è complesso, più è importante che il processo di controllo sia serio. Per questo diffidare delle “occasioni imperdibili” resta una buona prassi. Il prezzo giusto esiste. Il prezzo miracoloso no.### **Dove si annida il greenwashing** Il greenwashing esiste anche qui. Espressioni come “come nuovo” senza spiegazioni, garanzie indefinite o totale assenza di informazioni sul processo di ricondizionamento dovrebbero fermare la lettura. Lo stesso vale per prezzi troppo bassi per essere realistici. Un venditore serio non ha paura di spiegare cosa fa, come lo fa e cosa garantisce. Se queste informazioni non ci sono, il problema non è che fate troppe domande. È il prodotto che non regge.### **Tecnologia sì, spreco no** Scegliere ricondizionato non significa rifiutare la tecnologia. Significa usarla meglio. Un regalo tech può avere packaging ridotto, accessori già esistenti, cavi riutilizzati. Può essere l’estensione della vita di un oggetto che già funziona. Ma c’è un passaggio ulteriore da fare: a volte il regalo migliore è non cambiare dispositivo. Riparare quello che c’è, aggiornare il software, sostituire solo il componente che non funziona più. Il ricondizionato non è solo un’alternativa di consumo più sostenibile, è parte di una riduzione complessiva degli acquisti. E quella riduzione, non solo la sostituzione, è il vero punto. La tecnologia non è il problema. Il problema è trattarla come fosse usa e getta. Regalare ricondizionato significa scegliere con più informazioni, senza rinunciare. A vantaggio del pianeta, del portafoglio e del senso stesso del regalo. Il green si fa, non si dice. Anche quando accendiamo uno schermo.## **Bibliografia essenziale** **Eywa, la divulgazione responsabile – La via sostenibile della tecnologia ricondizionata [https://eywadivulgazione.it/la-via-sostenibile-della-tecnologia-ricondizionata/ ](https://eywadivulgazione.it/la-via-sostenibile-della-tecnologia-ricondizionata/?utm_source=chatgpt.com)Articolo di approfondimento su rifiuti elettronici, obsolescenza programmata, ciclo di vita dei dispositivi e ruolo sistemico del ricondizionato nella riduzione dell’impatto ambientale. **ADEME – Agence de la transition écologique (Francia) [https://www.ademe.fr ](https://www.ademe.fr)Ente pubblico francese per la transizione ecologica. Studi e analisi sul ciclo di vita dei dispositivi elettronici e sugli impatti ambientali della produzione tecnologica. **ADEME – Produits reconditionnés [ https://www.ademe.fr/particuliers-eco-citoyens/consommer/autrement/produits-reconditionnes ](https://www.ademe.fr/particuliers-eco-citoyens/consommer/autrement/produits-reconditionnes)Pagina di approfondimento sui prodotti ricondizionati: criteri di qualità, differenza tra ricondizionato e usato, benefici ambientali e riduzione delle emissioni. **Federconsumatori – Ricondizionato: cos’è e quali garanzie [https://www.federconsumatori.it/ricondizionato-cose-e-quali-garanzie ](https://www.federconsumatori.it/ricondizionato-cose-e-quali-garanzie)Guida sui diritti del consumatore: definizione di prodotto ricondizionato, garanzia legale di conformità, diritto di recesso e tutele negli acquisti da venditori professionali. **Commissione Europea – Waste Electrical and Electronic Equipment (WEEE) [ https://environment.ec.europa.eu/topics/waste-and-recycling/waste-electrical-and-electronic-equipment-weee\_en ](https://environment.ec.europa.eu/topics/waste-and-recycling/waste-electrical-and-electronic-equipment-weee_en)Quadro informativo ufficiale sui rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE): contesto normativo, criticità ambientali e dati di riferimento. **Direttiva (UE) 2019/771 – Vendita di beni di consumo [https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32019L0771 ](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32019L0771)Normativa europea sulla vendita di beni di consumo e sulla garanzia legale di conformità, applicabile anche ai prodotti ricondizionati venduti da operatori professionali. **Categorie:** Attualità, Dossier --- ### [La via sostenibile della tecnologia ricondizionata](https://eywadivulgazione.it/la-via-sostenibile-della-tecnologia-ricondizionata/) **Published:** Dicembre 17, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Ogni Natale ci raccontiamo la stessa storia: tecnologia nuova, scatola sigillata, nastro brillante. Lo chiamiamo regalo. In realtà spesso stiamo regalando un problema mascherato da status symbol. Un modello che nasce qui, ma scarica i suoi costi altrove. Ogni anno nel mondo vengono generati oltre cinquanta milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, e meno di un quarto viene raccolto e trattato correttamente. Perché quel telefono “nuovo” è già vecchio prima ancora di essere scartato. Vecchio perché progettato in cicli di sostituzione sempre più brevi, indipendenti dal suo reale funzionamento. Vecchio perché ha già devastato una miniera da qualche parte del mondo. Vecchio perché tra due anni sarà considerato obsoleto e finirà in un cassetto. In media, uno smartphone viene sostituito dopo due o tre anni, non perché sia rotto, ma per obsolescenza software o semplicemente percepita. Questo dossier nasce per smontare un’idea radicata: che la tecnologia debba essere nuova per avere valore. Il ricondizionato non è un ripiego. È una scelta sistemica. E l’intelligenza artificiale, se usata dove serve davvero, può allungare la vita degli oggetti invece di accorciarla. Non ci interessano le storytelling da brochure. Solo i fatti.## **Il paradosso del regalo tecnologico** Lo smartphone nuovo è il regalo perfetto, ci dicono. Comunica affetto, importanza, attenzione. Comunica “ti do il meglio”. In realtà comunica anche altro: partecipazione a un sistema di spreco programmato. L’obsolescenza non è un incidente. È una strategia industriale. E oggi raramente passa dalla “rottura” in senso fisico. Passa dall’ecosistema: software, compatibilità, aggiornamenti che spostano artificialmente il confine tra “funziona” e “non è più adeguato”. Spesso giustificati con motivi di sicurezza, questi aggiornamenti finiscono per rendere inutilizzabili hardware ancora pienamente funzionante. Sistemi operativi che smettono di supportare dispositivi integri. Componenti sigillati che rendono la riparazione impossibile o antieconomica. Il risultato è evidente: il regalo tecnologico è diventato uno dei principali motori dell’e-waste globale. E, come sappiamo, non perché i dispositivi si rompano. Ma perché smettono di essere desiderabili. Vengono sostituiti quando funzionano ancora perfettamente. Molti di questi dispositivi potrebbero continuare a funzionare per cinque anni o più, se il supporto software e la possibilità di riparazione fossero garantiti. È un meccanismo culturale prima ancora che tecnologico. E ogni anno lo alimentiamo senza farci troppe domande.## **La vera impronta ambientale che non vedi** Uno smartphone pesa poco più di cento grammi. La sua impronta ambientale molto di più. Dentro ci sono litio, cobalto, nichel, rame, terre rare. Materiali estratti in contesti ad altissimo impatto ambientale e sociale, con consumo massiccio di acqua, energia e suolo. Il punto chiave è questo: le analisi del ciclo di vita mostrano che circa il settanta-ottanta per cento delle emissioni di CO₂ di uno smartphone si concentrano nella fase di estrazione e produzione, non nell’uso quotidiano del dispositivo. La produzione è il vero disastro. L’uso conta molto meno di quanto ci raccontano. Allungare la vita di un dispositivo anche solo di uno o due anni riduce in modo significativo il suo impatto ambientale complessivo. Per questo concentrarsi solo sull’efficienza energetica è insufficiente. La leva ambientale più potente è allungare la vita di ciò che esiste già. Ogni anno in più di utilizzo significa evitare nuove estrazioni, nuove emissioni, nuovi danni. Scegliere un dispositivo ricondizionato consente di ridurre fino al settanta-ottanta per cento delle emissioni rispetto all’acquisto di un prodotto nuovo equivalente. Non è una sfumatura. È un cambio netto di scala.## **Ricondizionato non significa usato** “Ricondizionato” non è un sinonimo elegante di “vecchio”. È una parola che descrive un processo industriale ben preciso. Un dispositivo ricondizionato certificato viene sottoposto a test completi, riparazioni mirate, aggiornamenti software, pulizia professionale e verifiche secondo standard di qualità definiti. Viene rimesso sul mercato solo se rispetta criteri chiari e garanzie comparabili a quelle del nuovo. Nei processi seri di ricondizionamento vengono spesso sostituite le batterie degradate, riparati i connettori e verificati i componenti più critici per l’uso quotidiano. Non è un oggetto passato di mano in mano. È un prodotto che attraversa una seconda vita controllata. Anche Federconsumatori lo chiarisce: usato e ricondizionato non sono la stessa cosa. Le certificazioni, le garanzie e la trasparenza fanno la differenza. E qui sta il punto: la differenza non è estetica, ma documentale. Certificazioni chiare, gradi di qualità dichiarati, garanzia scritta. Quando mancano, non è ricondizionato. È solo usato rivenduto meglio. E quando tutto viene messo nello stesso calderone, il rischio non è la sostenibilità, ma il greenwashing.## **L’AI che serve davvero** Quando si parla di intelligenza artificiale, il confine tra ingegneria e marketing è sottile. Nel ricondizionamento, però, l’AI svolge un ruolo concreto e misurabile. È utilizzata per individuare guasti potenziali prima che si manifestino, per ottimizzare i test di qualità riducendo errori e tempi, e per selezionare con maggiore precisione i componenti realmente riutilizzabili. Questo significa meno dispositivi scartati inutilmente, meno sprechi di materiali, maggiore affidabilità dei prodotti finali. Ogni errore evitato in fase di test equivale a un dispositivo recuperato invece che scartato. È una delle rare applicazioni dell’intelligenza artificiale in cui l’efficienza tecnologica coincide davvero con la riduzione dell’impatto ambientale. L’AI che rende più efficace una scelta già sostenibile.## **Il fattore economico e sociale** Il ricondizionato costa meno. E questo non è un problema, è un vantaggio collettivo. In media, un dispositivo ricondizionato costa dal trenta al cinquanta per cento in meno rispetto al nuovo equivalente. Ma c’è anche altro: il nuovo costa poco perché il prezzo non include i danni ambientali e sociali che produce. Il ricondizionato, paradossalmente, è più onesto. Rende visibili costi che il sistema produttivo tradizionale esternalizza sistematicamente. In un contesto in cui l’accesso alla tecnologia determina l’accesso a lavoro, istruzione e servizi pubblici, poter contare su dispositivi affidabili a prezzi più accessibili è una questione sociale non marginale. Allo stesso tempo, il ricondizionamento crea filiere diverse rispetto alla produzione tradizionale: riparazione, testing, controllo qualità, logistica specializzata. Lavoro qualificato, spesso localizzato, meno esposto alla delocalizzazione estrema. Per le imprese, allungare la vita dei prodotti significa anche ridurre la dipendenza da materie prime sempre più costose e geopoliticamente instabili. Non è solo una scelta etica. È una strategia di resilienza.## **Regali che insegnano qualcosa** Regalare tecnologia ricondizionata è anche un gesto culturale. Trasmette un messaggio chiaro: il valore non sta nella novità, ma nella funzionalità e nella durata. È un messaggio educativo, soprattutto per chi cresce oggi in un mondo iper-consumistico. Insegna che le cose non si buttano solo perché esiste una versione più recente. Che la cura conta più dello status. Che il consumo è una scelta, non un obbligo. Non è un regalo “minore”. È un regalo che racconta una storia diversa.## **Non è di moda. È una transizione.** Il mercato del ricondizionato cresce perché funziona. Perché conviene. E perché l’Europa sta spingendo in questa direzione con normative sempre più chiare sul diritto alla riparazione, la durabilità e la trasparenza. Il diritto alla riparazione significa, in pratica, batterie sostituibili, pezzi di ricambio disponibili, manuali accessibili. Non teoria. In molti casi l’impossibilità di riparare un dispositivo non dipende da limiti tecnici reali, ma dall’assenza di supporto ufficiale e componenti disponibili. Questo non significa che tutto ciò che si presenta come “green tech” lo sia davvero. Anche nel ricondizionato serve vigilanza. La differenza tra standard seri ed etichette vuote resta cruciale. Ma la direzione è ormai evidente. Produrre come se le risorse fossero infinite non è più un modello sostenibile. Allungare la vita degli oggetti è l’unica opzione realistica.## **Eywa dice…** La tecnologia non ha bisogno di essere nuova. Deve funzionare. Stop. Un regalo che respira è un oggetto che continua a vivere senza devastare territori, senza moltiplicare rifiuti elettronici, senza sottrarre futuro. Sembra una scelta piccola. Moltiplicata, cambia il sistema. Ed è così che funzionano le transizioni vere: non con i proclami, ma con gli oggetti che decidiamo di far durare. E forse è proprio questo il punto: smettere di regalare oggetti che tolgono futuro, e iniziare a regalare scelte che lo proteggono.## **Bibliografia essenziale** **Global E-waste Monitor 2024 – United Nations University (UNU), ITU, ISWA [https://ewastemonitor.info ](https://ewastemonitor.info)Dati ufficiali sulla quantità globale di rifiuti elettronici generati ogni anno, sui tassi di raccolta e sul trattamento corretto degli e-waste. **ADEME – Environmental Footprint of Smartphones [https://www.ademe.fr ](https://www.ademe.fr)Analisi del ciclo di vita degli smartphone: distribuzione delle emissioni di CO₂ tra estrazione delle materie prime, produzione, utilizzo e fine vita. **Back Market & ADEME – The Environmental Impact of Refurbished Electronics Studio comparativo sull’impatto ambientale dei dispositivi ricondizionati rispetto ai nuovi, con stime di riduzione delle emissioni e del consumo di risorse. **Eurostat – Consumer electronics use and replacement patterns [https://ec.europa.eu/eurostat ](https://ec.europa.eu/eurostat)Dati sulla durata media dei dispositivi elettronici, sui cicli di sostituzione e sui comportamenti di consumo tecnologico in Europa. **European Commission – Right to Repair and Ecodesign rules [https://commission.europa.eu ](https://commission.europa.eu)Quadro normativo europeo sul diritto alla riparazione, durabilità dei prodotti, disponibilità dei pezzi di ricambio e trasparenza per i consumatori. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Plastica e inquinamento: perché i divieti non funzionano e la produzione continua a crescere](https://eywadivulgazione.it/inquinamento-plastica-microplastiche-riciclo-sup/) **Published:** Dicembre 17, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **Perché i divieti non fermano l’inquinamento da plastica** Vietare un prodotto inquinante dovrebbe ridurre l’inquinamento. È una logica semplice, intuitiva, rassicurante. Eppure, dopo anni di divieti, campagne globali e normative sempre più articolate, la plastica nell’ambiente continua ad aumentare. Non rallenta. Non si stabilizza. Cresce. Questo è il paradosso da cui partire. Le misure pensate per ridurre l’impatto della plastica non stanno cambiando né la traiettoria della produzione né quella dei rifiuti. Se i divieti si moltiplicano ma il problema resta, allora la domanda non è se funzionino bene o male. È un’altra: **stanno davvero agendo sul punto giusto del sistema?** ## **Perché la produzione cresce anche quando i consumi diminuiscono** La maggior parte delle politiche contro la plastica parte da un presupposto implicito: che la produzione risponda alla domanda dei consumatori. Oggi questo presupposto non regge più. Nel mercato globale della plastica accade l’opposto: è l’offerta a governare il sistema. Secondo UNEP e OCSE, la produzione mondiale si avvicina ai 450 milioni di tonnellate all’anno e continua a crescere per inerzia industriale, non perché i cittadini chiedano più plastica. La filiera petrolchimica utilizza la plastica come sbocco commerciale in una fase in cui la transizione energetica riduce la domanda di combustibili fossili. La plastica assorbe il petrolio che altrimenti resterebbe inutilizzato. In questo contesto, i divieti su singoli prodotti smettono di incidere. Non parlano al livello in cui vengono prese le decisioni strategiche. Intervengono a valle, mentre il sistema continua a spingere a monte. ## **Perché il riciclo non compensa l’aumento della plastica** Il riciclo viene spesso presentato come la soluzione in grado di assorbire l’impatto della plastica. Ma i numeri raccontano un’altra storia. Solo una quota intorno al **9% della plastica prodotta viene effettivamente riciclata**. Tutto il resto segue altre traiettorie: discariche, inceneritori, dispersione ambientale. Ogni anno circa undici milioni di tonnellate di plastica raggiungono mari e oceani, dopo essere sfuggite ai sistemi di raccolta e gestione. La complessità dei polimeri, la presenza di additivi chimici e il degrado del materiale rendono il riciclo incapace di diventare una risposta sistemica. Non è un limite tecnologico temporaneo. È un limite strutturale. Continuare ad aumentare la produzione di plastica vergine significa aumentare automaticamente anche ciò che il riciclo non riuscirà mai a intercettare. ## **Perché i negoziati globali non riescono a imporre limiti reali** Nel 2025, a Ginevra, 185 Paesi hanno provato a colmare il vuoto lasciato dai divieti nazionali, discutendo un trattato globale contro l’inquinamento da plastica. L’obiettivo era intervenire sull’intero ciclo di vita del materiale, includendo limiti alla produzione di plastica vergine. Il negoziato si è arenato proprio su questo punto. Stati Uniti, Arabia Saudita e altri Paesi con economie fortemente legate a petrolio e petrolchimica hanno rifiutato qualsiasi riferimento a riduzioni vincolanti della produzione, spingendo per un approccio centrato esclusivamente sulla gestione dei rifiuti. Qui sta il nodo. Non è una disputa tecnica. È una scelta politica. Finché i trattati internazionali evitano la riduzione a monte, nessun accordo potrà invertire la curva dell’inquinamento. ## **Perché le norme nazionali non riescono a incidere sulla dinamica globale** Anche quando le norme esistono, il loro impatto resta limitato. Ciò che è vietato in un Paese può essere prodotto altrove e reimmesso sul mercato attraverso canali più permissivi. I dati del World Resources Institute mostrano che, su 127 Paesi che regolano i sacchetti monouso, solo 55 controllano davvero produzione, importazioni e distribuzione. Il risultato è una geografia frammentata: divieti locali e disponibilità globale invariata. Le imprese si adattano, spostano i flussi, aggirano le restrizioni. L’effetto finale è una contraddizione sempre più evidente: più norme, ma risultati sempre più deboli sul piano sistemico. ## **Perché l’Italia avanza ma resta dentro lo stesso limite** L’Italia ha recepito la direttiva SUP, rafforzato i Criteri Ambientali Minimi e promosso pratiche di economia circolare più avanzate rispetto alla media europea. Esistono comuni virtuosi, progetti regionali e strumenti di acquisto pubblico più selettivi. Eppure anche qui il limite è lo stesso. Finché la produzione globale resta elevata, ogni miglioramento nella gestione dei rifiuti rischia di essere compensato dall’aumento dei volumi immessi sul mercato. Le contestazioni della Commissione Europea su alcune deroghe mostrano quanto sia difficile mantenere coerenza anche nei sistemi normativi più strutturati. ## **Perché senza riduzione della plastica vergine la curva non scende** Le proiezioni di Pew sono chiare: senza limiti alla plastica vergine, la produzione globale è destinata ad aumentare di oltre il cinquanta per cento entro il 2040. Il riciclo non potrà tenere il passo. Le alternative non scaleranno abbastanza velocemente. Le emissioni associate alla plastica continueranno a crescere. Il **problema** non è l’assenza di soluzioni. È la loro subordinazione a un **sistema che rende la plastica vergine economicamente più conveniente di qualunque alternativa**. ## **Il punto finale: perché ciò che facciamo oggi non basta** I divieti non sono inutili. Ma da soli non bastano. Agiscono sui sintomi, non sulla causa. Non regolano la produzione, non modificano la convenienza economica, non intervengono sulla struttura che continua a immettere nuova plastica in un sistema già saturo. Il passaggio decisivo è questo: **l’inquinamento da plastica non si riduce sommando divieti**, ma riducendo la produzione di plastica vergine a livello globale. Senza questo salto, ogni misura resterà un freno leggero applicato a un sistema che continua a correre nella direzione opposta. ## **Bibliografia essenziale** **Eywa — Microplastiche e salute: cosa sappiamo davvero e le nuove restrizioni UE** Approfondimento su rischi sanitari, presenza di micro e nanoplastiche nel corpo umano e quadro regolatorio europeo. **Eywa — La plastica diventa benzina? Come funziona la pirolisi dei rifiuti plastici** Analisi tecnica delle tecnologie di pirolisi, dei limiti ambientali e delle narrazioni fuorvianti sul riciclo chimico. **Eywa — Fiumi di plastica: quando l’acqua diventa discarica** Reportage sulle principali rotte di dispersione della plastica dai fiumi agli oceani, con dati e casi studio. **Eywa — Microplastiche: il nemico invisibile che invade il pianeta (e come fermarlo)** Panoramica sulle fonti di microplastiche, sugli impatti ambientali e sulle soluzioni realmente efficaci. **UNEP — An Opportunity to End Plastic Pollution** https://www.unep.org/resources/report/opportunity-end-plastic-pollution Analisi globale su produzione, dispersione, scenari di riduzione e fallimenti dei meccanismi attuali. **OECD — Plastic pollution is growing relentlessly** Dati ufficiali su riciclo, gestione rifiuti e limiti strutturali delle politiche attuali. **The Pew Charitable Trusts — Breaking the Plastic Wave (2025)** Proiezioni sulla crescita della plastica vergine, analisi dei modelli economici e percorsi possibili di riduzione. **World Resources Institute — 127 Countries Now Regulate Plastic Bags** Studio fondamentale su efficacia dei divieti nazionali, scappatoie normative e impatto reale sulle emissioni di plastica. **Energy Tracker Asia — Why Global Plastics Treaty Talks Failed** Approfondimento sulle dinamiche geopolitiche che hanno bloccato il trattato globale sulla plastica. **National Geographic — Tutto quello che c’è da sapere sull’inquinamento da plastica** Sintesi divulgativa autorevole sugli impatti ecologici, le specie colpite e la dinamica delle microplastiche. **Categorie:** Articoli --- ### [Microplastiche: cosa sappiamo davvero nel 2025 secondo la scienza](https://eywadivulgazione.it/microplastiche-salute-nanoplastiche-restrizioni-ue/) **Published:** Dicembre 16, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) # Microplastiche: cosa sono, dove si trovano e perché se ne parla tanto Negli ultimi settant’anni la produzione mondiale di plastica è cresciuta in modo esponenziale, portando le microplastiche a infiltrarsi ovunque: nei mari, nell’aria e persino negli alimenti. ## Cosa sono le microplastiche Ogni anno tra 9 e 14 milioni di tonnellate di rifiuti plastici finiscono negli oceani. Le microplastiche sono frammenti fino a 5 millimetri derivanti dalla decomposizione di imballaggi, oggetti monouso e materiali plastici abbandonati, ma possono essere rilasciate anche direttamente dalle industrie che le producono. Quando le particelle diventano ancora più piccole, si parla di nanoplastiche, con dimensioni inferiori a 1.000 nanometri e una capacità potenzialmente maggiore di attraversare (e danneggiare) le barriere biologiche. La plastica è presente negli imballaggi degli alimenti, nelle bustine di tè sintetiche, nei tessuti tecnici e anche negli pneumatici. Tutte queste fonti si degradano lentamente, generando particelle microscopiche che non sono visibili a occhio nudo ma che possono entrare nel nostro corpo. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, nel 2020 almeno 2,7 milioni di tonnellate di microplastiche sono finite nell’ambiente e, senza interventi, questa quantità potrebbe raddoppiare entro il 2040. Le microplastiche si spostano attraverso l’atmosfera, sono trasportate dal vento e raggiungono anche zone remote e incontaminate. Oggi sono state identificate in oltre duecento specie di animali destinati al consumo umano, nell’acqua potabile, in diversi alimenti e persino nel sale. Consumiamo queste particelle in modo inconsapevole. Anche l’azione quotidiana di aprire una bottiglia può rilasciare frammenti microscopici nel liquido. Negli Stati Uniti, una stima media indica che ogni persona potrebbe ingerire tra le 74.000 e le 121.000 particelle ogni anno, anche se il dato varia significativamente in base a dieta, area geografica e stili di vita individuali. Eppure, secondo l’ultimo Eurobarometro dell’EFSA, solo due europei su cinque si interessano attivamente alla qualità e alla sicurezza dei cibi che acquistano, segno che la consapevolezza del fenomeno è ancora limitata rispetto alla sua diffusione. ## Microplastiche: tipologie e fonti Gli scienziati distinguono le microplastiche in due grandi categorie. Le microplastiche primarie sono quelle prodotte intenzionalmente e introdotte nei prodotti finiti. Sono rilasciate direttamente nell’ambiente durante l’uso, come avviene per le fibre che si staccano dai capi d’abbigliamento, per l’abrasione degli pneumatici o per i residui di alcuni prodotti cosmetici, dentifrici e creme. Secondo le stime globali costituiscono dal 15 al 30% delle microplastiche presenti negli oceani, con variazioni significative tra diverse aree geografiche. Le microplastiche secondarie rappresentano invece, sempre secondo le stime globali disponibili, il 70–80% di quelle ritrovate nei mari. Si formano dalla degradazione di oggetti in plastica dispersi nell’ambiente, come bottiglie, attrezzature da pesca abbandonate, imballaggi, scarti industriali e capi sintetici del fast fashion. In molti casi, queste particelle si generano anche durante il lavaggio domestico dei tessuti. La plastica non scompare, si frammenta. Ogni frammento diventa un inquinante potenziale, capace di viaggiare per chilometri e finire in ecosistemi sensibili. ## Dove si accumulano davvero: oceani, aria, cibo Per molto tempo le ricerche scientifiche si sono concentrate sulle acque superficiali, limitandosi a campionare i primi centimetri degli oceani. Uno studio recente della Florida Atlantic University ha realizzato la prima mappatura globale della distribuzione delle microplastiche lungo la colonna d’acqua oceanica, considerando non solo la superficie ma anche gli strati intermedi e profondi. I ricercatori hanno analizzato oltre 1.800 stazioni di campionamento tra il 2014 e il 2024, includendo dati sulle dimensioni delle particelle e sulla loro composizione. Le analisi mostrano che le microplastiche più piccole tendono a distribuirsi in modo stabile nell’acqua degli oceani e a rimanervi a lungo. Una parte di queste particelle si accumula nei grandi vortici oceanici, i cosiddetti gyres, che funzionano come enormi “trappole” naturali in cui i detriti restano intrappolati e continuano a circolare per anni. Gli oceani non sono solo una massa d’acqua: sono uno dei principali regolatori del clima del pianeta. Assorbono anidride carbonica, producono circa metà dell’ossigeno che respiriamo e sostengono equilibri biologici fondamentali. Lo studio indica che, man mano che si scende in profondità, la presenza relativa di microplastiche aumenta rispetto ad altre particelle naturali. Questo suggerisce che le microplastiche stanno entrando nei processi naturali con cui la materia organica si deposita verso il fondo, con possibili effetti sul funzionamento degli ecosistemi marini. Le zone costiere presentano concentrazioni fino a trenta volte maggiori rispetto al mare aperto. In acque profonde, invece, le particelle più piccole si distribuiscono in modo uniforme, mentre quelle più grandi vengono intrappolate negli strati di brusca variazione di densità prima di affondare. Il lavoro dei ricercatori ha identificato 56 polimeri diversi. Le plastiche più dense, come nylon e poliestere, risultano più frequenti al largo, soprattutto per l’usura di materiali legati alla pesca. Essendo più fragili, si frammentano nel tempo, contribuendo all’accumulo di particelle nelle profondità. La presenza massiccia di microplastiche modifica processi fondamentali dell’ecosistema marino. Legandosi alle particelle di carbonio organico, possono alterare la velocità con cui queste affondano e influenzare le dinamiche di decomposizione sul fondo oceanico. Interferiscono anche con l’attività dei microrganismi responsabili del ciclo del carbonio. Le microplastiche stanno diventando parte misurabile del ciclo biogeochimico dell’oceano, con potenziali ripercussioni sul clima e sulla catena alimentare. ## Le microplastiche fanno male alla salute? Gli effetti delle microplastiche sulla salute umana sono ancora oggetto di ricerca e non è ancora possibile trarre conclusioni definitive. Uno studio pubblicato su Nature Medicine ha analizzato campioni di tessuto cerebrale post-mortem, rilevando la presenza di microplastiche. I ricercatori hanno stimato la quantità presente convertendola in termini volumetrici equivalenti al contenuto di circa un cucchiaino, basandosi su analisi quantitative specifiche. I livelli misurati risultavano fino a cinque volte più alti negli individui con diagnosi di demenza rispetto ai controlli. Questa osservazione indica una correlazione, ma non dimostra un nesso causale: sono necessari ulteriori studi per comprendere il significato clinico di questa associazione. Le particelle sono state trovate anche nei polmoni, nella placenta, nello sperma e persino nel sangue, suggerendo la possibilità che possano viaggiare nel corpo. Le concentrazioni più elevate sembrano trovarsi nel cervello, con valori da sette a trenta volte superiori rispetto a quelli rilevati in fegato e reni. Le particelle più piccole, in particolare le nanoplastiche, possono attraversare alcune membrane cellulari e depositarsi nei tessuti, generando stress ossidativo e potenziali processi infiammatori cronici. Va precisato che non tutte le microplastiche si comportano allo stesso modo e le evidenze su questi meccanismi sono ancora in fase di consolidamento. Poiché contengono polimeri e additivi chimici, possono anche rilasciare sostanze che interagiscono con le cellule. Gli effetti a lungo termine, cumulativi e intergenerazionali restano in larga parte sconosciuti. ## Cosa sta facendo l’Europa L’Unione Europea ha iniziato a intervenire con misure mirate. A settembre 2023 è entrata in vigore una restrizione graduale che limita la vendita di microparticelle di polimeri sintetici e di prodotti che le contengono. I glitter e le microsfere sfuse sono già vietati. Nel Piano d’Azione “Zero Pollution”, la Commissione ha posto l’obiettivo di ridurre del 30% il rilascio di microplastiche entro il 2030 rispetto ai livelli del 2016. Parallelamente sono stati finanziati diversi progetti di ricerca, come PLASTICHEAL, IMPTOX, PlasticFatE, POLYRISK e AURORA, per indagare il percorso delle microplastiche nell’organismo, la loro capacità di attraversare barriere biologiche e i potenziali effetti a lungo termine. Proteggersi è possibile, anche se nessuna soluzione è definitiva. Ridurre la produzione complessiva di plastica rimane la strategia principale. Diverse raccomandazioni promuovono l’uso di fibre naturali, l’installazione di filtri per trattenere le microfibre nelle lavatrici, la scelta di cosmetici privi di polimeri, l’uso di acqua filtrata e preferibilmente contenuta in vetro, e un consumo alimentare che privilegi prodotti freschi con meno imballaggi. Scegliere fonti ittiche sostenibili e smaltire correttamente i rifiuti plastici sono ulteriori gesti che contribuiscono a ridurre l’esposizione. ## Cosa sappiamo oggi, in breve Le microplastiche sono ormai parte della nostra quotidianità. Si formano dalla frammentazione di oggetti plastici o sono rilasciate direttamente da prodotti di uso comune. Le troviamo negli oceani, nell’aria che respiriamo, negli alimenti che consumiamo e nel nostro organismo. La scienza del 2025 ha documentato la loro diffusione globale e sta iniziando a comprendere i meccanismi attraverso cui interagiscono con i sistemi biologici. Sappiamo che alterano i cicli biogeochimici degli oceani e che sono presenti nei tessuti umani, ma non sappiamo ancora con certezza quali siano gli effetti a lungo termine sulla salute. L’Europa ha avviato le prime restrizioni normative e finanziato progetti di ricerca per colmare le lacune conoscitive. Nel frattempo, possiamo ridurre l’esposizione attraverso scelte quotidiane consapevoli e sostenere politiche che limitino la produzione e la dispersione di plastica nell’ambiente. Le ricerche scientifiche continuano a evolversi, con nuove tecnologie di filtraggio, sistemi di monitoraggio e strumenti di analisi sempre più raffinati. Nel frattempo, anche la consapevolezza pubblica cresce, segno che il tema sta entrando nel dibattito comune. Occorre ridurre l’uso della plastica, monitorarne la dispersione, sostenere la ricerca e adottare nella vita quotidiana piccoli gesti capaci di fare la differenza nel lungo periodo. Informarsi, condividere ciò che sappiamo: un insieme di precauzioni che nel tempo possono contribuire a contenere un fenomeno destinato a crescere senza interventi strutturali. ## Bibliografia essenziale ### Eywa – la divulgazione responsabile **Microplastiche: il nemico invisibile che invade il pianeta e come fermarlo** Approfondimento divulgativo Eywa sulla diffusione globale delle microplastiche, le principali fonti, gli impatti ambientali e le possibili strategie di riduzione, con attenzione alle responsabilità sistemiche e alle politiche pubbliche. ## Fonti scientifiche e istituzionali **Nature – The global distribution of microplastics throughout the ocean water column** Studio peer-reviewed che presenta la prima mappatura globale delle microplastiche lungo l’intera colonna d’acqua oceanica, dalla superficie alle profondità, evidenziando il loro ruolo nei cicli biogeochimici e nel trasporto del carbonio. **Nature Medicine – Bioaccumulation of microplastics in human brains** Studio post-mortem che documenta la presenza di microplastiche nel tessuto cerebrale umano e analizza le differenze quantitative osservate tra gruppi di popolazione, chiarendo i limiti interpretativi e l’assenza di nessi causali dimostrati. **UN Environment Programme – Microplastics in the environment** Rapporto di riferimento delle Nazioni Unite sulla diffusione globale delle microplastiche, le principali fonti di rilascio e le dinamiche di trasporto negli ecosistemi terrestri e marini. **European Environment Agency – Impacts of microplastics on health** Quadro europeo aggiornato sugli impatti potenziali delle microplastiche sulla salute umana, con focus sulle evidenze disponibili, le incertezze scientifiche e l’approccio precauzionale. **European Commission – Protecting environment and health: measures to restrict intentionally added microplastics** [https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip\_23\_4581](https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_23_4581) Comunicazione ufficiale della Commissione europea sulle restrizioni alle microplastiche aggiunte intenzionalmente e sulle misure adottate per ridurne la dispersione nell’ambiente. **Science of the Total Environment – Environmental exposure to microplastics and possible human health effects** Review scientifica che sintetizza le conoscenze sugli effetti potenziali delle microplastiche sulla salute umana e sulle principali lacune ancora presenti nella letteratura. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Il Giappone e la riforestazione che funziona davvero (e perché piantare alberi a caso è solo marketing)](https://eywadivulgazione.it/il-giappone-e-la-riforestazione-che-funziona-davvero-e-perche-piantare-alberi-a-caso-e-solo-marketing/) **Published:** Dicembre 12, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Negli ultimi mesi gira una notizia che sembra quasi controcorrente: mentre in Europa i **sink forestali** – cioè la capacità delle foreste di assorbire CO₂ dall’atmosfera e stoccarla nella biomassa – sono in calo evidente (dati alla mano, gli ultimi anni confermano), il Giappone viene citato come modello virtuoso di riforestazione e gestione forestale. La tentazione è forte: prenderla come buona notizia, condividerla, archiviarla come “ecco la prova che funziona”. La realtà è più scomoda. Ma anche più utile. Il Giappone non è una favola verde da Instagram. È un caso di studio che funziona solo se lo guardiamo per quello che è davvero: un sistema complesso, pieno di contraddizioni, che però dimostra una cosa fondamentale. **Le foreste funzionano quando smettiamo di usarle come alibi per non ridurre le emissioni.**## **Un paese molto boscoso, ma non per caso** Il Giappone ha circa il 67% del territorio coperto da foreste. Uno dei tassi più alti tra i paesi industrializzati. Questo dato viene citato come prova di grande attenzione ambientale. Sbagliato. Una parte consistente di queste foreste è frutto di **rimboschimenti intensivi** avvenuti nel secondo dopoguerra, spesso realizzati con **monoculture di conifere a crescita rapida** – principalmente cedri giapponesi (*Cryptomeria japonica*) e cipressi hinoki (*Chamaecyparis obtusa*). Impianti uniformi, densi, poco resilienti. Non biodiversità incontaminata. Non foresta “sana” in senso ecologico. Eppure negli ultimi anni qualcosa è cambiato. In parte della gestione forestale più recente, alcuni progetti stanno spostando il focus dalla quantità alla qualità. Meno ettari da piantare per fare numero, più attenzione a come un ecosistema cresce, matura, resiste agli stress ambientali. ## **Il metodo Miyawaki: ecosistemi, non filari** Uno dei contributi più interessanti dal Giappone è il **metodo Miyawaki**, sviluppato dal botanico Akira Miyawaki negli anni ’70. Ormai è diventato quasi una buzzword, usata a sproposito ovunque. Ma il principio alla base è semplice e potente. Non si piantano alberi isolati o filari ordinati. Si ricostruisce un ecosistema forestale completo, stratificato. Il metodo funziona così: prima si identificano le **specie vegetali potenziali naturali** (PNV, Potential Natural Vegetation), cioè le specie autoctone che esisterebbero in quella specifica area senza intervento umano. Poi si pianta ad **alta densità** – parliamo di 3-5 piantine per metro quadrato – mescolando specie arboree, arbustive ed erbacee nello stesso impianto. Il suolo viene preparato per favorire la **microbiologia del suolo** e la simbiosi micorrizica, fondamentale per la salute dell’ecosistema. Dopodiché si lascia che la **successione ecologica** faccia il resto: competizione naturale, selezione, stratificazione verticale. Tutto quello che in una foresta naturale avverrebbe in decenni, qui viene accelerato attraverso le condizioni iniziali ottimali. Il risultato sono **micro-foreste urbane e periurbane** che crescono molto più rapidamente rapidamente, diventano autosufficienti in 2-3 anni e ospitano biodiversità sorprendente anche in spazi ridotti. Queste esperienze non risolvono il cambiamento climatico globale. Nessuno lo fa. Ma mostrano una direzione: la riforestazione funziona quando smette di essere un gesto simbolico e diventa un **processo ecologico basato su dinamiche naturali**. ## **La differenza cruciale: sequestro vs stoccaggio** Qui sta il punto che manca quasi sempre nel dibattito pubblico. **Sequestrare CO₂** (carbon sequestration) non è la stessa cosa che **stoccarla stabilmente** (carbon storage) nel lungo periodo. Una foresta giovane cresce velocemente, ha un alto tasso di **incremento annuo di biomassa**, assorbe carbonio rapidamente. Ma è anche fragile. Un incendio, una siccità estrema, un’infestazione parassitaria (come quella del bostrico in Europa) e quel carbonio torna in atmosfera in giorni o settimane. Le **foreste mature** invece crescono più lentamente, hanno un incremento annuo minore, ma accumulano carbonio stabile nei tronchi, nel **legno morto** (necromassa), nel suolo organico, nella **lettiera forestale**. Sono meno spettacolari nei report annuali, ma infinitamente più affidabili come stock di carbonio a lungo termine. Il Giappone, in alcune politiche forestali più recenti, sta andando in questa direzione: meno enfasi sulla performance immediata nei report climatici, più attenzione alla **resilienza ecologica** delle foreste. È esattamente il contrario di molte strategie europee, ancora basate su stime ottimistiche dei sink naturali che poi regolarmente vengono smentite dai dati. Certo, anche il Giappone ha le sue contraddizioni: molte **foreste** impiantate decenni fa restano sottoutilizzate, poco gestite, con accumuli eccessivi di biomassa secca che aumentano il rischio di incendi. Non esistono modelli perfetti. Esistono scelte di gestione migliori o peggiori. ## **La lezione scomoda per l’Europa** Guardare al Giappone non dovrebbe portarci a dire “vedete, basta riforestare e tutto si risolve”. Dovrebbe portarci a porci una domanda più scomoda. **Perché stiamo chiedendo alle foreste di compensare ciò che non vogliamo smettere di emettere?** In Europa continuiamo a consumare suolo fertile a ritmi insostenibili, a intensificare l’agricoltura con pratiche che degradano il suolo, a tagliare e potare in modo aggressivo (gestione forestale estrattiva), a contare sui **carbon offset** forestali per tenere in piedi modelli produttivi invariati. Poi ci stupiamo se i sink forestali crollano. Il Giappone, con tutte le sue contraddizioni, mostra che quando la gestione forestale cambia approccio, i risultati arrivano. Ma mostra anche un’altra cosa: la riforestazione funziona solo se è parte di una **strategia sistemica di mitigazione climatica**, non se viene usata come toppa per evitare di ridurre le emissioni. ## **Riforestare sì, ma senza illusioni** La vera notizia positiva non è che “il Giappone sta riforestando come non mai”. La vera notizia è questa: è possibile progettare interventi forestali che rispettano le dinamiche ecologiche, aumentano la biodiversità funzionale e migliorano la capacità di stoccaggio stabile del carbonio nel tempo. Ma questo richiede **competenze ecologiche**, pazienza e soprattutto onestà politica. Piantare alberi a caso non basta. Contare gli alberi piantati non serve. Usare le foreste come scusa per rimandare le riduzioni reali delle emissioni è un errore clamoroso, con conseguenze che stiamo già vedendo. Se c’è una lezione da portare a casa è questa: **la natura funziona quando smettiamo di trattarla come una tecnologia di compensazione e iniziamo a riconoscerla per ciò che è.** Un sistema vivo, complesso, che ha bisogno di spazio, tempo e rispetto per le sue dinamiche. Il resto è marketing climatico. E di quello ne abbiamo fin troppo. ## **Bibliografia essenziale** **Tutto è connesso: il microbioma del suolo e la rete segreta che sostiene la vita** [https://eywadivulgazione.it/tutto-e-connesso-il-microbioma-del-suolo-e-la-rete-segreta-che-sostiene-la-vita/](https://eywadivulgazione.it/tutto-e-connesso-il-microbioma-del-suolo-e-la-rete-segreta-che-sostiene-la-vita/?utm_source=chatgpt.com) Dossier Eywa che spiega il ruolo fondamentale del suolo e dei microbi nella stabilità degli ecosistemi e nel ciclo del carbonio, concetto utile per comprendere perché il suolo conta quanto gli alberi (se non di più). **Forest and Forestry in Japan – Annual Report 2022** [https://www.maff.go.jp/e/data/publish/attach/pdf/AnnualReportonForestandForestryinJapan\_FY2023\_web.pdf](https://www.maff.go.jp/e/data/publish/attach/pdf/AnnualReportonForestandForestryinJapan_FY2023_web.pdf?utm_source=chatgpt.com) Rapporto ufficiale sulla copertura forestale giapponese, con dati su estensione, funzioni multiple e struttura delle foreste, utile per confermare il fatto che circa due terzi del territorio sono boschivi e che gran parte è gestita attivamente. **Global Forest Watch – Japan Deforestation Rates & Statistics** [https://www.globalforestwatch.org/dashboards/country/JPN/](https://www.globalforestwatch.org/dashboards/country/JPN/?utm_source=chatgpt.com) Dashboard aggiornata che mostra perdita netta di foresta naturale e dati di copertura, utile per evidenziare dinamiche recenti di cambiamento forestale in Giappone. **Akira Miyawaki – Wikipedia** [https://en.wikipedia.org/wiki/Akira\_Miyawaki](https://en.wikipedia.org/wiki/Akira_Miyawaki?utm_source=chatgpt.com) Pagina bio su Akira Miyawaki e descrizione del suo metodo di riforestazione, che spiega il principio della vegetazione naturale potenziale e l’approccio ecologico di ricostruzione. **Seeing the forest for the trees? An exploration of the Miyawaki forest method in the UK** [https://eprints.whiterose.ac.uk/id/eprint/218777/1/Seeing%20the%20forest%20for%20the%20trees%20%20An%20exploration%20of%20the%20Miyawaki%20forest%20method%20in%20the%20UK.pdf](https://eprints.whiterose.ac.uk/id/eprint/218777/1/Seeing%20the%20forest%20for%20the%20trees%20%20An%20exploration%20of%20the%20Miyawaki%20forest%20method%20in%20the%20UK.pdf?utm_source=chatgpt.com) Studio recente che esplora il metodo Miyawaki, la sua applicazione e i risultati osservati, utile per dare una base scientifica alla descrizione del metodo. **Potential Natural Vegetation – Wikipedia** [https://en.wikipedia.org/wiki/Potential\_natural\_vegetation](https://en.wikipedia.org/wiki/Potential_natural_vegetation?utm_source=chatgpt.com) Definizione di vegetazione naturale potenziale (PNV), concetto usato nel testo per spiegare la scelta delle specie nelle foreste Miyawaki. **Categorie:** Attualità --- ### [200.000 litri di petrolio nel suolo del Brandeburgo: cosa è successo e come si prova a rimediare](https://eywadivulgazione.it/incidente-brandeburgo-petrolio/) **Published:** Dicembre 11, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) La sera del 10 dicembre 2025, vicino al villaggio di Zehnebeck, nel comune di Gramzow, nel Land del Brandeburgo, in Germania, una pipeline che collega il porto di Rostock alla raffineria PCK Schwedt ha avuto una grave avaria. Da una stazione di pompaggio è partita una **fontana di petrolio alta fino a dodici metri**, che per circa due ore e mezza ha spruzzato greggio su un campo agricolo già zuppo di pioggia. Le stime parlano di almeno 200.000 litri di petrolio fuoriusciti; la quantità reale potrebbe essere più alta. La causa, secondo la società che gestisce l’oleodotto, è legata a un incidente avvenuto durante i preparativi per un test di sicurezza. Le autorità escludono, al momento, un atto di sabotaggio. Sul posto sono arrivati circa cento vigili del fuoco, venticinque dipendenti della PCK (la società che gestisce l’oleodotto) e tecnici specializzati con mezzi di aspirazione. Il foro è stato chiuso in nottata, il grosso del petrolio libero è stato “risucchiato” con veicoli dotati di pompe, e la prima buona notizia è arrivata subito: il campo era **talmente bagnato che una parte importante del greggio si è fermata in superficie**, formando uno strato spesso su acqua e fango. Per questo motivo, le autorità regionali hanno definito al momento “improbabile” una contaminazione grave e immediata del livello più profondo delle falde acquifere. Questo non significa che il danno sia piccolo. Significa soltanto che, in questo caso, la “corsa verso il basso” del petrolio è stata rallentata dall’acqua già presente nel terreno. Il problema adesso è capire **quanta parte del greggio resterà nel suolo**, quanto riuscirà a migrare con il tempo e quanto costerà (in termini di anni e risorse) riportare quell’area a condizioni accettabili.## **Cosa fa il petrolio quando entra nel terreno** Per capire perché uno sversamento da pipeline è così pericoloso, bisogna seguire il percorso del petrolio una volta uscito dal tubo. Il greggio è una miscela di centinaia di sostanze. Alcune sono più leggere e volatili, come il benzene e altri solventi affini, altre sono più pesanti e persistenti, come certi idrocarburi ad anelli multipli che tendono a rimanere nel suolo per anni. Se il terreno è asciutto o solo moderatamente umido, l’olio **penetra tra i granelli di terra,** occupa gli spazi d’aria e inizia a farsi strada verso il basso trascinato dalla gravità. Quando incontra la falda acquifera (cioè lo strato sotterraneo in cui il suolo è completamente saturo d’acqua) il petrolio, che è più leggero, tende a galleggiare sopra l’acqua. Si forma una specie di patina, o “lente” di idrocarburi che può **spostarsi lentamente seguendo i movimenti dell’acqua sotterranea.** Nel frattempo, una parte dei composti più solubili, come il benzene, si scioglie a piccole quantità nell’acqua. Bastano concentrazioni molto basse per rendere l’acqua non più potabile, ed è per questo che ogni sversamento vicino a falde destinate all’uso umano è considerato ad alto rischio. Nel caso del Brandeburgo, le autorità insistono sul fatto che la pioggia abbondante e il fango superficiale hanno trattenuto gran parte del petrolio negli strati più superficiali, dove è più facile da rimuovere fisicamente. Ma la regola generale resta la stessa: se una parte del greggio dovesse superare la “barriera” fangosa, la falda potrebbe essere coinvolta e a quel punto i tempi si allungherebbero moltissimo.## **Il terreno smette di respirare** Il suolo,**[ come sappiamo](https://eywadivulgazione.it/tutto-e-connesso-il-microbioma-del-suolo-e-la-rete-segreta-che-sostiene-la-vita/)**, non è un semplice “substrato” inerte. È un organismo collettivo fatto di radici, funghi, batteri, piccoli invertebrati, aria e acqua. Quando una grande quantità di petrolio si deposita su un campo succede questo: si crea una **pellicola oleosa che blocca gli scambi di aria tra suolo e atmosfera**, si soffocano i funghi micorrizici (quelli che vivono in simbiosi con le radici degli alberi e li aiutano ad assorbire nutrienti), si ostacola la crescita delle radici che si ritrovano in un ambiente povero di ossigeno e ricco di sostanze tossiche. Gli strati più colpiti possono diventare quasi sterili per anni. Per farli tornare vivi serve tempo, e serve attivare tutti quei processi che permettono ai microrganismi “giusti” di trasformare gradualmente gli idrocarburi in sostanze meno pericolose.## **Cosa si fa nelle prime ore: chiudere la ferita e impedire che si allarghi** Nel Brandeburgo le prime ore sono state occupate da due obiettivi immediati: chiudere il foro e impedire che il petrolio arrivasse oltre il campo colpito. La sequenza tipica, e in gran parte confermata anche dai resoconti ufficiali, è questa. Si arresta il pompaggio nell’oleodotto, si **chiudono le valvole di intercettazione a monte** e a valle del tratto danneggiato, si riduce la pressione interna. Intorno all’area contaminata si allestiscono cordoli di terra e barriere assorbenti, per evitare che il petrolio scivoli nei fossi, nei canali di scolo o verso corsi d’acqua vicini. Arrivano i mezzi di aspirazione (veri e propri “aspirapolvere” industriali montati su camion) che cominciano a risucchiare il petrolio libero dalla superficie del terreno. È quello il momento in cui si può fare la differenza tra un danno comunque grave e una catastrofe ambientale: ogni litro recuperato subito è un litro in meno che tenta di infiltrarsi. Nel caso tedesco, le fonti riportano che una “gran parte” dell’olio in superficie **è stata recuperata già nella notte fra il 10 e l’11 dicembre.** In parallelo si delimitano le aree più colpite, si effettuano i primi campionamenti del terreno e si identificano i punti dove, se necessario, installare in futuro i pozzi di monitoraggio della falda. Questa fase si misura in ore e giorni.## **Cosa si fa nelle prime settimane: capire fin dove è arrivato il danno** Una volta messa in sicurezza la situazione di emergenza, si passa alla **caratterizzazione del sito.** È meno spettacolare delle autopompe in azione, ma è la parte che decide il futuro di quell’area. Tecnici e geologi scavano piccoli saggi per vedere quanto in profondità è arrivato il petrolio, installano piezometri (cioè tubi che permettono di prelevare acqua sotterranea) per capire se la falda è stata toccata, mappano la distribuzione della contaminazione su una griglia regolare per avere un quadro tridimensionale del problema. Su questa base si **costruisce il piano di bonifica**, che deve essere approvato dalle autorità competenti. In Germania, come nel resto dell’Unione europea, esistono linee guida e limiti di concentrazione oltre i quali il suolo non è considerato compatibile con l’uso previsto. Questa fase richiede in genere alcune settimane o pochi mesi, a seconda dell’estensione e della complessità del sito.## **Come si bonifica il suolo: tra scavo, lavaggio e batteri che “mangiano” il petrolio** Una volta capito quanto profondo è il danno, si sceglie la combinazione di interventi più adatta. Le opzioni principali sono tre. Tutte e tre includono l’uso di batteri speciali che divorano e quindi smaltiscono gli idrocarburi. La prima è lo scavo del terreno contaminato. Si rimuove lo strato di suolo che contiene la maggior parte del petrolio, spesso nell’ordine di decine di centimetri, a volte di metri. La terra così rimossa può essere portata in impianti specializzati, dove viene trattata con tecniche fisiche e chimiche, oppure viene disposta in “biopile”: grandi cumuli ventilati e periodicamente rivoltati, in cui batteri selezionati degradano gli idrocarburi nell’arco di mesi. Studi su casi reali mostrano che, in condizioni favorevoli, si può riportare il contenuto di idrocarburi entro limiti accettabili in quattro–nove mesi circa; in altre situazioni si arriva a un anno o più. La seconda è l’intervento in situ, **cioè senza rimuovere il terreno**. Si insuffla aria nel sottosuolo per fornire ossigeno ai batteri, si aggiungono nutrienti per stimolarli, si può anche riscaldare leggermente il terreno per accelerare le reazioni. Questo approccio, chiamato in termini tecnici bioventing o bioremediation, è più discreto ma richiede tempi più lunghi, in genere da diversi mesi a qualche anno. La terza è una combinazione delle due: si scava **dove il carico di inquinante è più elevato,** e si lascia ai batteri il compito di “rifinire” la bonifica sugli strati più profondi o difficili da raggiungere. Le revisioni dei casi studio reali indicano che proprio le soluzioni miste sono spesso quelle che offrono il miglior equilibrio fra efficacia, tempi e costi. Per un sito come quello del Brandeburgo, è plausibile aspettarsi mesi di lavori sul suolo, seguiti da un monitoraggio prolungato per verificare che i valori restino stabili nel tempo.## **Come si bonifica la falda acquifera, se è stata contaminata** Se la falda acquifera sotto il sito è coinvolta, entra in gioco un **altro livello di complessità.** La tecnica più classica è il “pump and treat”: si installano pozzi che estraggono l’acqua contaminata, la si porta in superficie, la si fa passare attraverso filtri e sistemi di trattamento che rimuovono gli idrocarburi, poi la si reimmette nel terreno o in un corpo idrico superficiale, se pulita a sufficienza. In altri casi si usano sistemi di estrazione multifase, che **aspirano insieme vapori e liquidi dal sottosuolo,** o si iniettano reagenti che accelerano la trasformazione chimica degli inquinanti. Sono procedure costose e che richiedono impianti in funzione per lungo tempo. I dati disponibili su bonifiche reali parlano di tempi nell’ordine di uno o tre anni per riduzioni significative dei contaminanti in acqua in situazioni relativamente semplici, e di oltre dieci anni nei casi complessi o con sostanze particolarmente persistenti. Nel caso del Brandeburgo, le autorità insistono sul fatto che, per ora, la contaminazione grave del livello più profondo della falda è ritenuta poco probabile, proprio perché il petrolio si è accumulato su un campo già impregnato d’acqua e fango. Resta comunque indispensabile un monitoraggio pluriennale dei pozzi nell’area, per verificare che non compaiano aloni di contaminazione a distanza di tempo.## **Perché “incidente localizzato” non significa danno limitato** Guardata dall’alto, l’area colpita è relativamente piccola. Non stiamo parlando di una marea nera che si estende in mare aperto per chilometri. Ma definire questo evento “localizzato” rischia di essere fuorviante. È localizzato il punto da cui esce il petrolio. **Non è affatto detto che sia limitata nel tempo la sua influenza.** Una parte del danno è visibile subito: il campo impregnato, l’odore, i mezzi di soccorso. Un’altra parte è silenziosa e lenta: riguarda il modo in cui il petrolio interagisce con il terreno, risale nelle piante, si muove nel sottosuolo, può comparire anni dopo nei campioni d’acqua di un pozzo distante. Per questo incidenti come quello del Brandeburgo non sono solo un fatto di cronaca, ma un promemoria molto concreto: **gli oleodotti invecchiano, si usurano, possono rompersi**, e ogni rottura ha un costo che non si misura solo in Eeuro, ma in anni di bonifica e in interi ecosistemi messi alla prova. La prevenzione (manutenzione, controlli rigorosi, riduzione della dipendenza complessiva dai combustibili fossili) costa. Ma, ancora una volta, costa meno di una bonifica che può durare decenni. **Categorie:** Attualità --- ### [Rinnovabili senza distruggere la natura: le soluzioni che funzionano](https://eywadivulgazione.it/rinnovabili-senza-distruggere-la-natura-le-soluzioni-che-funzionano/) **Published:** Dicembre 10, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## Rinnovabile non significa innocuo C’è un parco eolico sulle colline marchigiane. Le turbine bianche girano lente contro il cielo azzurro, promessa di energia pulita e futuro sostenibile. Sotto, nell’erba alta, tre rondoni che non torneranno mai al nido. Poi un grillaio. Poi un nibbio. Uccelli rapaci che hanno incontrato pale rotanti a 300 chilometri orari mentre cercavano di raggiungere i loro territori di caccia. “*Le energie rinnovabili sono pulite*”. **Vero, ma incompleto.** **Sul ciclo di vita, l’eolico onshore emette in media 10–15 g CO₂e/kWh, il fotovoltaico circa 40–50 g CO₂e/kWh. Il gas naturale produce tipicamente 400–500 g CO₂e/kWh e il carbone circa 800–1000 g CO₂e/kWh**. Ma uccidono uccelli, frammentano habitat, eliminano corridoi ecologici, sterminano colonie di pipistrelli, cancellano popolazioni di insetti. Non sempre, non ovunque, ma abbastanza spesso da rendere il problema strutturale anziché aneddotico. L’Italia sta installando parchi eolici e fotovoltaici senza mappare dove volano i rapaci protetti, dove nidificano le specie in declino, dove si muovono i mammiferi selvatici. **Le valutazioni d’impatto ambientale sono in realtà insufficienti: i monitoraggi durano settimane anziché anni, le mitigazioni restano un optional**. Risultato: energia rinnovabile che distrugge la biodiversità invece di proteggerla. Non è colpa delle tecnologie. È colpa di come le installiamo. Pale eoliche posizionate su rotte migratorie quando basterebbe spostarle di qualche chilometro. Fotovoltaico a terra sui prati quando ci sono ettari di tetti industriali inutilizzati. Recinzioni invalicabili dove servirebbero passaggi faunistici. **La differenza tra una progettazione intelligente e una progettazione distruttiva è netta, ma in Italia la seconda vince quasi sempre.**## Il problema non è tecnico ma culturale Abbiamo costruito un sistema autorizzativo che tratta le rinnovabili come infrastrutture “*pulite per definizione*”, quindi meritevoli di corsie preferenziali e valutazioni ambientali molto *“alleggerite”.* **L’urgenza climatica è reale, ma non giustifica la cecità ecologica.** Il quadro normativo italiano c’è, e sulla carta è anche rigoroso. ***L’ISPRA,*** l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha pubblicato **linee guida dettagliate per gli Studi di Impatto Ambientale relativi agli impianti fotovoltaici ed eolici**. Protocolli precisi, metodologie rigorose, indicazioni chiare su come valutare gli effetti sulla biodiversità e sugli habitat sensibili. ***Terna,*** la società che gestisce la rete elettrica nazionale, ha elaborato **piani di monitoraggio ambientale che descrivono esattamente come rilevare la presenza della fauna protetta**, come mappare i corridoi ecologici, come verificare nel tempo gli impatti reali degli impianti energetici. Tutto perfetto sulla carta. Tra il dire e il fare, però, il problema è tutto nell’applicazione. Questi protocolli sono spesso disattesi. Applicati con la stessa convinzione con cui si rispettano i limiti di velocità in autostrada: quando c’è l’autovelox, forse. **Le valutazioni d’impatto ambientale sono diventate documenti standardizzati, copiati pari pari da progetti simili, redatti con tempistiche incompatibili con dei monitoraggi faunistici seri.** Manca cronicamente la conoscenza di base del territorio: **l’Italia ha una biodiversità straordinaria, ma la cartografia è frammentaria**. Non si sa dove quella biodiversità effettivamente si muova, nidifichi, cacci, migri. Le banche dati regionali sono incomplete e obsolete. In molti casi Province e Regioni autorizzano gli impianti senza conoscere davvero cosa c’è sul territorio. Non per malafede necessariamente, ma per assenza strutturale di informazioni. ## Gli animali invisibili della transizione energetica **Ogni tecnologia energetica ha un impatto. Anche le rinnovabili**. Gli animali che non vediamo sono quelli che pagano il prezzo di ogni megawatt prodotto male. ### Eolico e rapaci: quando il cielo diventa una trappola Un grillaio che plana a venti metri dal suolo non la “vede” una pala che ruota a velocità tali da renderla quasi invisibile. **Le pale delle turbine eoliche moderne raggiungono velocità di punta dell’ordine dei 250–300 km/h**. I rapaci sono particolarmente vulnerabili perché volano proprio nelle fasce altimetriche dove le turbine operano, e perché le loro rotte migratorie seguono creste, crinali, conche di vento: proprio dove conviene installare gli impianti eolici per massimizzarne la produzione. In Europa la mortalità avifaunistica varia moltissimo da sito a sito: da valori molto bassi fino a diverse decine di uccelli per turbina all’anno nelle aree più sensibili. Numerosi studi riportano mortalità dell’ordine di 20–30 individui/anno nelle zone di maggiore vulnerabilità, in particolare per i rapaci. Non sono stime teoriche: in Spagna, diversi studi condotti su centinaia di turbine hanno rilevato mortalità annuali significative, concentrate soprattutto sui rapaci. Le analisi mostrano inoltre che fino al 70–80% dei cadaveri può scomparire entro 48 ore per predazione, rendendo la mortalità reale molto più alta dei ritrovamenti. Quello che troviamo è solo la punta dell’iceberg. L’associazione ***Altura*** ha documentato casi di “*massacri eolizzati*”: decine di uccelli e pipistrelli morti sotto turbine posizionate lungo corridoi migratori noti. Cicogne, rapaci diurni e notturni, rondoni che nidificano in colonie numerose e che durante i voli di caccia finiscono travolti dalle pale. Purtroppo non si parla di “*incidenti occasionali*”. **È un problema sistemico causato dall’assenza di pianificazione faunistica seria.** In Europa i dati sono chiari: le turbine mal posizionate rappresentano una minaccia significativa per le specie già in declino. **Eppure in Italia continuiamo a installare impianti senza mappare preventivamente dove volano gli uccelli protetti, senza verificare se quel crinale è una rotta migratoria, senza calcolare il rischio reale prima di gettare le fondamenta.**### Pipistrelli: non muoiono perché vengono colpiti. Esplodono I pipistrelli sono ancora più vulnerabili degli uccelli. Non vengono solo colpiti dalle pale: molti muoiono per barotrauma, l’improvviso cambiamento di pressione che si crea vicino alle turbine in movimento. I loro polmoni esplodono letteralmente. **Diversi studi autoptici mostrano che una parte significativa della mortalità dei pipistrelli presso le turbine è dovuta al barotrauma, cioè lesioni interne causate dal brusco calo di pressione vicino alle pale, anche senza impatto diretto.** Volano vicini alle turbine per cacciare gli insetti che si concentrano attorno alle strutture illuminate, e muoiono senza nemmeno essere colpiti. In Italia tutte le specie di pipistrelli sono tutelate come fauna “*particolarmente protetta*” dalla **Legge 157/1992 e sono elencate come specie di interesse comunitario nella Direttiva Habitat (92/43/CEE).** I chirotteri italiani sono tutti protetti, molte specie sono in drammatico declino, eppure i monitoraggi su di loro sono ancora rari e incompleti. È difficile trovare cadaveri, perché sono piccoli, vengono portati via rapidamente dai predatori o si decompongono in pochi giorni. Quindi ufficialmente “non ci sono dati”, il che nella retorica italiana significherebbe che *“il problema non esiste*”. La mortalità osservata nei monitoraggi europei è tipicamente dell’ordine di 10–20 pipistrelli l’anno per turbina in condizioni standard. Ma questo è solo ciò che viene trovato: le stime cumulative a scala nazionale o continentale tengono conto della mortalità corretta per i cadaveri non rilevati (spesso solo il 10–30% viene effettivamente ritrovato), delle turbine situate lungo rotte migratorie e del numero totale di impianti. Per questo motivo, le review europee indicano mortalità complessive dell’ordine delle decine o centinaia di migliaia di pipistrelli all’anno. Esistono, però, eccome, tecnologie di mitigazione: sistemi che fermano le turbine nelle notti con condizioni ottimali per i pipistrelli, radar bioacustici che rilevano l’attività chiropterologica e modulano il funzionamento degli impianti. **Le misure di “fermo intelligente” delle turbine (curtailment), applicate nelle notti in cui i pipistrelli sono più attivi, possono ridurre la mortalità del 40–80%, con perdite di produzione elettrica spesso inferiori all’1% annuo.** Funzionano riducendo drasticamente la mortalità. ### Fotovoltaico a terra: il deserto nero che cancella gli impollinatori Il fotovoltaico a terra sembra innocuo. Pannelli silenziosi che catturano luce solare, cosa potrebbe andare storto? Parecchio, quando l’impianto è progettato male. Distese nere che coprono ettari di terreno agricolo o seminaturale generano microclimi alterati: ombra costante sotto i moduli, cambiamenti nella temperatura e umidità del suolo, un effetto barriera che interrompe corridoi ecologici fondamentali per mammiferi e insetti. Gli impollinatori sono particolarmente sensibili. Api, bombi, farfalle dipendono da habitat aperti con fioriture diversificate. Un campo fotovoltaico che elimina tutta la vegetazione spontanea e crea un deserto nero tra le file di pannelli è una condanna a morte per le popolazioni locali di insetti. E senza insetti, niente impollinazione. Senza impollinazione, niente agricoltura. Ma questo tipo di connessioni ecologiche sembrano troppo complesse per chi autorizza gli impianti guardando solo a planimetrie e rendimenti energetici. **Secondo le analisi ISPRA, il fotovoltaico a terra in Italia occupa oggi circa 17.000–18.000 ettari di suolo, in larga parte agricolo. Solo nel 2023 sono stati convertiti altri 400 ettari di suolo agricolo, il 9,5% del consumo di suolo complessivo dell’anno**. La grande maggioranza delle nuove installazioni su suolo libero al Centro-Nord avviene su seminativi produttivi. Terreni che producevano cibo e biodiversità, trasformati in distese nere. Per fortuna esistono anche casi opposti: impianti fotovoltaici che invece aumentano la biodiversità. Succede quando vengono installati su aree già degradate, discariche dismesse, siti industriali abbandonati, cave esaurite. Casi studio documentati, come quelli pubblicati da ***Lightsource BP,*** **mostrano che su aree già degradate il fotovoltaico può portare a un aumento misurabile della biodiversità, grazie a prati fioriti, semine di specie autoctone e gestione ecologica dell’area**. Uno studio americano durato 5 anni su impianti agrivoltaici in Minnesota ha dimostrato risultati straordinari: l’abbondanza totale degli insetti è triplicata, il numero di api autoctone è aumentato di 20 volte. In quei contesti i pannelli creano ombra in zone aride, permettono la ricrescita della vegetazione sotto di loro, offrono rifugio alla piccola fauna. Ma la condizione è che si parta da superfici già compromesse, non da prati stabili o terreni agricoli vitali. ### Corridoi spezzati: i mammiferi che nessuno conta Volpi, lepri, tassi, piccoli carnivori come faine e donnole si muovono sul territorio seguendo reti complesse di corridoi ecologici: fasce boscate, siepi, margini di campo, corsi d’acqua. Spezzare questi corridoi significa isolare intere popolazioni, ridurre la variabilità genetica, condannare gli animali a territori troppo piccoli per il loro sostentamento. Gli impianti energetici mal progettati fanno questo. Recinzioni spesso invalicabili attorno ai parchi fotovoltaici, sbancamenti per le strade di accesso alle turbine che tagliano habitat in due, eliminazione della vegetazione di connessione. Nessuno li conta perché sono piccoli, comuni, “non protetti”. Ma il loro declino silenzioso è un sintomo preoccupante di ecosistemi che smettono di funzionare. Le mitigazioni esisterebbero: passaggi faunistici sotto le recinzioni, il mantenimento di fasce verdi di connessione; con una progettazione che rispetti la permeabilità ecologica del territorio. Ma richiedono che qualcuno, prima di piazzare i pannelli, si sia preso la briga di capire cosa vive lì e come si muove. ## Dove l’Italia sbaglia Valutare seriamente l’impatto faunistico richiede almeno un anno di monitoraggi, coprendo tutte le stagioni, con metodologie standardizzate. Ma, come abbiamo già anticipato, molti progetti sono autorizzati con rilievi di poche settimane, fatti nella stagione sbagliata, con campionamenti insufficienti. Il risultato è che gli impianti vengono costruiti in aree critiche per specie protette, senza che nessuno se ne sia accorto prima. Un esempio concreto: nelle Marche, un parco eolico è stato installato su un crinale appenninico senza valutare che quella zona era una rotta migratoria. Risultato: mortalità significativa di uccelli protetti, documentata solo dopo dai volontari. Nessuna sanzione, nessuna modifica all’impianto. **A Bitonto, in Puglia, un progetto fotovoltaico ha comportato l’espianto di circa 2.000 ulivi produttivi: un caso emblematico di autorizzazione rilasciata senza adeguata valutazione del valore agronomico ed ecologico dell’area.** La Rivista di Agraria documenta casi in cui gli impianti energetici hanno avuto conseguenze negative su habitat di alto valore naturalistico proprio per l’insufficienza delle valutazioni preliminari. ## L’equivoco concettuale alla base di tutto L’errore è chiaro: abbiamo deciso che “energia rinnovabile” significhi automaticamente “energia senza impatti negativi”. È un salto logico comodo ma falso. Rinnovabile significa che la fonte si rigenera, non che raccoglierla sia privo di conseguenze. **La letteratura sui fiumi europei documenta che dighe e sbarramenti idroelettrici sono una delle principali cause di frammentazione degli ecosistemi fluviali, ostacolando la migrazione dei pesci e riducendo la biodiversità d’acqua dolce**. Un impianto idroelettrico produce energia rinnovabile ma può devastare interi ecosistemi fluviali. **Casi studio documentati mostrano che, in presenza di estrazione non bilanciata da reiniezione, la geotermia può causare subsidenza del suolo e problemi di contaminazione delle acque**. Una centrale geotermica è rinnovabile ma può causare subsidenza (cioè l’abbassamento del terreno dovuto al prelievo eccessivo delle falde, che si compattano e fanno sprofondare il suolo) e contaminazione delle falde. L’eolico e il fotovoltaico sono rinnovabili ma possono frammentare habitat, uccidere fauna, consumare suolo naturale. Questo non significa che le rinnovabili siano peggio dei fossili. Sarebbe una conclusione ridicola. Significa che ogni tecnologia energetica ha degli impatti ambientali che vanno valutati caso per caso, territorio per territorio, con competenze ecologiche serie e non con slogan pubblicitari. Il rischio politico e culturale è concreto: se continuiamo a vendere le rinnovabili come “perfette” e poi le persone scoprono che sotto i pannelli muoiono lucertole e attorno alle turbine cadono gli uccelli, la reazione sarà di sfiducia totale. E la sfiducia è terreno fertile per chi vuole bloccare la transizione energetica per proteggere gli interessi fossili. La trasparenza è più efficace della propaganda. Dire “le rinnovabili hanno impatti ma molto inferiori ai fossili e possiamo renderle ancora più sostenibili” è più convincente di “le rinnovabili sono pulite punto”. La prima è vera, la seconda è marketing. ## Quello che funziona in Europa (e che noi ignoriamo) Quindi è impossibile conciliare rinnovabili e natura? No. È difficile solo se scegliamo di farlo male. L’Unione Europea sta moltiplicando gli appelli per procedure più rigorose, per monitoraggi ambientali obbligatori e continuativi, per l’adozione di tecnologie avanzate. Germania, Danimarca, Paesi Bassi hanno integrato nelle loro politiche energetiche vincoli ambientali stringenti che non rallentano la transizione ma la rendono compatibile con la conservazione della biodiversità. Esistono radar anti-collisione che rilevano stormi in avvicinamento e fermano automaticamente le turbine quando necessario. Esistono sistemi di fermo-turbina intelligenteche modulano il funzionamento in base all’attività faunistica rilevata da sensori bioacustici. Esistono droni e tecnologie lidar che mappano con precisione gli spostamenti della fauna selvatica nelle aree dove si pianificano impianti. Queste tecnologie funzionano, sono disponibili, hanno costi ormai accessibili. **Il sistema IdentiFlight, che usa intelligenza artificiale e telecamere per rilevare uccelli in arrivo, riduce la mortalità dell’82%**. ***DTBird,*** un altro sistema che **combina telecamere, sensori acustici e fermo automatico, è già installato su oltre 450 turbine in 90 parchi eolici di 15 Paesi**. Non vengono utilizzate in Italia non per limiti tecnici ma per assenza di obblighi normativi. Se non sei costretto a monitorare, non monitori. Se non devi installare mitigazioni, non le installi. Razionale economico perfettamente comprensibile, pessimo per la natura. Confagricoltura ha recentemente sottolineato che abbiamo gli strumenti per affrontare contemporaneamente transizione energetica e conservazione della biodiversità. Non mancano le conoscenze, come al solito manca la volontà politica di renderle obbligatorie. ## Le soluzioni esistono già Fin qui abbiamo visto cosa fa l’Europa. Ora vediamo cosa potremmo fare noi, concretamente, sul territorio italiano. ***Rete Clima*** propone da tempo un approccio diverso, quello “*nature positive”*: progettare **impianti che non solo minimizzino i danni ma che attivamente migliorino la biodiversità locale**. Non è utopia, è ingegneria ambientale seria. Che richiede competenze, investimenti, tempi di progettazione più lunghi. Cose che il mercato delle rinnovabili italiano, preso dalla fretta di raggiungere obiettivi europei e intercettare incentivi, considera spesso un optional. Posizionare correttamente le turbine eoliche riduce drasticamente le mortalità aviare. Evitare crinali che coincidono con rotte migratorie, installare impianti lontano da zone di nidificazione di rapaci, creare buffer di sicurezza attorno alle colonie di uccelli protetti. Banale, eppure ancora purtroppo raro in Italia. Progettare fotovoltaico che aumenti la biodiversità è possibile. Creare fasce fiorite tra le file di pannelli per favorire gli impollinatori. Mantenere corridoi ecologici permeabili con passaggi faunistici nelle recinzioni. Integrare pascolo ovino e fotovoltaico, creando sistemi agrivoltaici dove l’energia convive con l’agricoltura e con la fauna che vive negli spazi agricoli. Esistono esempi di impianti fotovoltaici progettati seguendo principi nature-positive: seminare sotto i pannelli specie vegetali autoctone che forniscono habitat per insetti e piccoli mammiferi, progettare la disposizione dei moduli per massimizzare la ricrescita vegetale nelle aree ombreggiate, creare microhabitat diversificati al posto di deserti artificiali. Monitorare costantemente è tecnicamente fattibile. Sensori di vario tipo possono rilevare la presenza e i movimenti della fauna, i sistemi di intelligenza artificiale possono analizzare i dati in tempo reale, i droni possono ispezionare aree vaste rapidamente. La bioacustica permette di monitorare pipistrelli e uccelli notturni senza dover cercare i piccoli cadaveri. Le telecamere termiche rilevano mammiferi e possono guidare strategie di mitigazione. Tutte queste soluzioni esistono, funzionano, in alcuni casi costano poco più del business-as-usual. Manca solo la scelta di renderle la norma, non l’eccezione. ## Transizione energetica vera o caricatura? La crisi climatica richiede accelerazione. La crisi ecologica richiede attenzione. Non sono in contraddizione, sono facce della stessa medaglia: salvare il pianeta significa salvarlo davvero, non sostituire una forma di distruzione con un’altra. Le rinnovabili servono, rapidamente e su larga scala. **Ma devono essere progettate con intelligenza, non piazzate a caso sul territorio sperando che nessuno noti i danni collaterali.** La transizione energetica può essere alleata della natura, ma solo se mettiamo la natura al centro della progettazione fin dall’inizio. Non come vincolo burocratico da aggirare, o come adempimento formale da sbrigare. **Deve diventare un criterio guida reale**. Un impianto rinnovabile ben progettato può convivere con ecosistemi vitali. Un impianto mal progettato è solo un altro modo di rovinare territori già fragili. **Serve trasparenza. Servono dati pubblici e accessibili su dove vengono installati gli impianti e con quali impatti. Servono valutazioni indipendenti, non firmate da consulenti pagati dai proponenti**. È necessario che i cittadini possano verificare se le promesse di sostenibilità corrispondono alla realtà o sono solo parole stampate su brochure. Serve pretendere che “rinnovabile” significhi davvero sostenibile, non solo nel senso della fonte energetica ma nel senso più ampio di compatibilità con la vita che già esiste in quei territori. Gli animali che muoiono sotto turbine mal posizionate non sono “danni collaterali accettabili”. Sono sintomi di una progettazione inadeguata e di controlli insufficienti. **Il green si fa, non si dice**. E si fa guardandolo cosa succede davvero sul campo, non limitandosi a contare i megawatt prodotti. **Altrimenti non è transizione ecologica, è solo un altro modo di trattare la natura come se non contasse.** **Bibliografia e fonti:**1. ISPRA – Linee guida per Studi di Impatto Ambientale su impianti fotovoltaici e agrivoltaici 2. [Impianti rinnovabili: la checklist per capire se rispettano davvero la biodiversità](https://eywadivulgazione.it/impianti-rinnovabili-la-checklist-per-capire-se-rispettano-davvero-la-biodiversita/) 3. Terna – Piani di monitoraggio ambientale per impianti energetici 4. Rete Clima – Approccio nature-positive per transizione energetica e biodiversità 5. Associazione Tutela Pipistrelli – Impatti dell’eolico sui chirotteri 6. Altura – Documentazione mortalità aviare e chiropterologica da impianti eolici 7. VPSolar – Appello UE per regole più stringenti su fotovoltaico e biodiversità 8. Lightsource BP – Casi di impianti solari con effetti positivi su ecosistemi locali 9. Rivista di Agraria – Analisi sostenibilità e impatti ambientali in contesto agricolo italiano 10. Confagricoltura – Dichiarazioni su strumenti disponibili per conciliare transizione energetica e biodiversità 11. Rinnovabili.it – Impatti climatici su specie aviarie e habitat **Categorie:** Dossier --- ### [Impianti rinnovabili: la checklist per capire se rispettano davvero la biodiversità](https://eywadivulgazione.it/impianti-rinnovabili-la-checklist-per-capire-se-rispettano-davvero-la-biodiversita/) **Published:** Dicembre 10, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Questo articolo nasce per dare ai cittadini uno strumento concreto: una checklist per valutare se un progetto rinnovabile è davvero sostenibile o se rischia di danneggiare la biodiversità. Non serve essere biologi o ingegneri ambientali. Basta sapere cosa guardare, quali domande farsi, dove cercare i segnali d’allarme. Questo è il lato pratico, quotidiano, di un discorso più ampio che abbiamo approfondito nel dossier completo sulle rinnovabili e la biodiversità. ## Dove viene costruito l’impianto? È la domanda che decide tutto **La prima cosa da chiedersi è sempre la stessa: dove stanno mettendo questo impianto?** Non è una domanda banale. **È la domanda madre, quella che spesso dice già tutto.** Esistono superfici già impermeabilizzate: tetti di capannoni, parcheggi, coperture industriali, aree dismesse. **Luoghi dove la natura non c’è più da decenni, dove un pannello solare non toglie niente a nessuno.** Anzi. Poi esistono habitat sensibili: **zone umide, prati aridi ricchi di specie, aree agricole tradizionali con siepi e boschetti, crinali montani attraversati da rotte migratorie.** Il criterio dovrebbe essere chiaro: **prima si sfruttano le superfici già antropizzate, solo dopo si valuta il suolo naturale**. Invece spesso succede il contrario. Succede perché è più semplice, più economico, meno complicato dal punto di vista burocratico. Ma semplice non significa giusto. I **segnali d’allarme** sono evidenti: **impianti a terra in aree ricche di specie, habitat protetti, prossimità a** *Siti Natura 2000.* Se un progetto prevede di installare pale eoliche su un crinale montano frequentato da rapaci migratori, o pannelli fotovoltaici su un prato stabile (cioè quei prati antichi mai arati né riseminati, che si mantengono da soli grazie allo sfalcio o al pascolo leggero e che per questo ospitano una biodiversità altissima e un suolo ricchissimo) che ospita insetti impollinatori rari, qualcosa non quadra. E bisogna dirlo. ## L’impianto interrompe un corridoio ecologico? Un **corridoio ecologico è una zona di passaggio che collega habitat frammentati, essenziale per la migrazione sicura di specie selvatiche e la conservazione della biodiversità**. In pratica, sono quei luoghi che permettono agli animali di spostarsi tra un bosco e l’altro, tra una zona umida e un’altra, senza attraversare strade, città, campi coltivati in modo intensivo. Non servono strumenti sofisticati per riconoscerli. **Basta guardare: rogge, boschetti, siepi, prati stabili, zone agricole diversificate dove ancora si alternano campi, alberi, piccoli specchi d’acqua**. Se un territorio mantiene questa varietà, è probabile che funzioni come corridoio ecologico. La domanda da porsi è semplice: **l’impianto chiude un passaggio naturale?** **Modifica il mosaico paesaggistico in modo da frammentare ulteriormente l’habitat?** Perché un parco eolico che si estende per chilometri può diventare una barriera invalicabile per molte specie. E un campo fotovoltaico che occupa l’unica fascia verde tra un’area urbana e un bosco può spezzare un collegamento vitale. ## Qualcuno ha studiato la fauna locale? Qui inizia il lavoro serio. O meglio, qui dovrebbe iniziare. **Perché valutare l’impatto sulla fauna significa fare analisi preliminari approfondite, in stagioni diverse, con competenze specifiche**. Non una visita spot a marzo per dire che va tutto bene. Le valutazioni ambientali devono includere **analisi faunistiche in diverse stagioni per comprendere l’effettivo impatto sugli uccelli, piccoli mammiferi, anfibi e insetti impollinatori.** Significa capire se un’area è attraversata da rotte migratorie, se ospita zone di nidificazione, se è frequentata da specie protette. Significa verificare la presenza di piccola fauna, di anfibi negli stagni temporanei, di rettili nei muretti a secco, di impollinatori nei prati fioriti. **Le domande da farsi sono precise: esiste un’analisi faunistica preliminare? È stata condotta da esperti indipendenti?** **Ha coperto tutte le stagioni dell’anno o si è limitata a una singola campagna di rilievi?** Perché se l’analisi è stata fatta a gennaio, difficilmente avrà rilevato gli uccelli migratori che passano a maggio. E se è stata fatta solo di giorno, si sarà persa tutta la fauna notturna. ## Ci sono tecnologie di mitigazione o è un progetto nudo? Un progetto serio prevede mitigazioni. Sempre. Non sono optional, non sono lussi per fare bella figura. **Sono strumenti concreti per ridurre l’impatto reale sugli ecosistemi.** **Sensori anticollisione, sistemi** di **arresto automatico** delle turbine e **pannelli solari fauna-friendly** sono esempi documentati di mitigazione per ridurre l’impatto sugli animali. Esistono **sistemi che rilevano l’avvicinamento di uccelli e fermano le pale in tempo reale**. Esistono pannelli solari progettati per non **creare effetti specchio che confondono gli insetti**. Esistono **fasce vegetate** mantenute attorno agli impianti per **garantire continuità ecologica.** Esiste **illuminazione intelligente** per non disturbare gli insetti notturni. Se un impianto nasce senza nessuna di queste tecnologie, è un progetto incompleto. Punto. Non importa quanto sia grande, quanto sia finanziato, quanto sia strategico per la transizione energetica. Se non prevede mitigazioni, sta ignorando il problema. ## La valutazione di impatto ambientale è seria o solo formale? **Tutte le opere sopra una certa soglia devono passare per una Valutazione di Impatto Ambientale. Il problema è che non tutte le VIA sono uguali**. Alcune sono documenti solidi, basati su dati specifici, condotti con rigore. Altre sono esercizi burocratici, copia-incolla di modelli generici, compilazioni minime per superare l’ostacolo normativo. Come capire la differenza senza essere tecnici? **Una valutazione seria si riconosce dall’uso di dati specifici sul sito, analisi indipendenti e valutazione delle alternative**. Il numero di pagine non conta niente. Conta la presenza di dati reali raccolti sul campo, la citazione di fonti ufficiali come *ISPRA* (l’ente pubblico che monitora ufficialmente ambiente, suolo, aria e biodiversità in Italia) o *IUCN* (l’organizzazione internazionale che valuta lo stato di conservazione delle specie in tutto il mondo), l’analisi cumulativa che considera gli altri impianti già presenti nell’area. Un segnale di qualità importante è la valutazione delle alternative. **Perché se un documento si limita a dire** “*questo è il progetto, prendetelo o lasciatelo*“, **sta omettendo una parte fondamentale del ragionamento.** Esistevano alternative? Sono state valutate seriamente? Perché a volte spostare un impianto di pochi chilometri può fare la differenza tra danneggiare un habitat sensibile e utilizzare un’area già compromessa. ## È previsto un monitoraggio continuo o finisce tutto con l’installazione? Gli impatti reali emergono con il tempo. Non si capisce tutto subito. Servono monitoraggi ante operam, durante i lavori, e dopo l’installazione. E servono per anni, non per qualche mese. Il monitoraggio continuo è fondamentale per valutare l’effettivo impatto ambientale durante e dopo i lavori. **Significa verificare se gli uccelli continuano a frequentare l’area, se le rotte migratorie vengono deviate, se la fauna terrestre riesce ad adattarsi o se scompare**. Significa contare le collisioni reali, non quelle stimate sulla carta. Nei documenti o nelle comunicazioni pubbliche bisogna cercare traccia di questi monitoraggi. **Sono previsti? Chi li farà? Con quale frequenza? E soprattutto: i dati saranno pubblici? Perché la trasparenza non è un dettaglio**. Report accessibili a cittadini e associazioni permettono un controllo reale, impediscono che i problemi vengano nascosti sotto il tappeto. ## La comunità locale è stata coinvolta o solo informata a cose fatte? Questo è un indicatore potente. **I progetti sani coinvolgono le comunità fin dall’inizio.** Organizzano assemblee pubbliche, aprono consultazioni, rispondono in modo documentato alle osservazioni ricevute. **I progetti deboli evitano il confronto, comunicano solo quando è obbligatorio farlo, trattano i cittadini come ostacoli da aggirare.** Il **coinvolgimento** deve essere **precoce, accessibile** e **continuativo** per garantire una **transizione energetica giusta e partecipata**. Non basta mandare una raccomandata o pubblicare un avviso incomprensibile su un sito istituzionale. Serve dialogo vero, accessibile, in cui le persone possano capire cosa sta succedendo e dire la loro. Come capire se il coinvolgimento è autentico o fittizio? Dalle tracce che lascia. Ci sono stati incontri pubblici? Quanti? Le domande dei cittadini hanno ricevuto risposta? Le osservazioni presentate sono state considerate o ignorate? **Perché la transizione energetica o è partecipata o non è transizione. È solo imposizione dall’alto.**## I sette criteri per valutare un impianto Ricapitoliamo. Quando vi trovate davanti a un progetto di impianto rinnovabile, queste sono le domande da farsi. Dove viene costruito: su superfici già impermeabilizzate o su habitat naturali? Interrompe corridoi ecologici che permettono il passaggio della fauna? È stata studiata la fauna locale in modo serio, in tutte le stagioni? Sono previste tecnologie di mitigazione concrete? La valutazione di impatto ambientale è solida o solo formale? Esiste un piano di monitoraggio continuo con dati accessibili? La comunità locale è stata coinvolta davvero? Non servono tutte le risposte perfette. **Ma se un progetto fallisce su tutti i fronti, se ignora sistematicamente la biodiversità, se non prevede mitigazioni, se esclude i cittadini, allora è lecito dubitare. E dire no.**## Rinnovabili sì, ecosistemi intatti anche Le rinnovabili sono necessarie. Urgenti. Ma la fretta non giustifica la superficialità. Possiamo avere energia pulita senza distruggere prati ricchi di orchidee, senza frammentare ulteriormente il territorio, senza trasformare ogni crinale montano in un ostacolo per gli uccelli migratori. Questa checklist è uno strumento quotidiano, pratico, per capire se un progetto va nella direzione giusta. Il dossier completo sulle rinnovabili e la biodiversità approfondisce il quadro più ampio: le normative europee, le buone pratiche internazionali, i casi virtuosi e quelli disastrosi. **Perché coniugare energia pulita, paesaggio e biodiversità non solo è possibile. È l’unica strada che ha senso percorrere**. **Bibliografia essenziale:** [Rinnovabili senza distruggere la natura: le soluzioni che funzionano](https://eywadivulgazione.it/rinnovabili-senza-distruggere-la-natura-le-soluzioni-che-funzionano/) ISPRA – Consumo di Suolo in Italia 2024 ISPRA – Linee guida per la valutazione ambientale degli impianti FER IUCN – Red List of Threatened Species European Commission – Guidance on Wind Energy and Nature Protection [https://environment.ec.europa.eu/publications/guidance-wind-energy-and-nature-protection\_en](https://environment.ec.europa.eu/publications/guidance-wind-energy-and-nature-protection_en) NREL / University of Minnesota – Pollinators and Solar Energy Research Lightsource BP – Biodiversity Enhancement in Solar Farms https://lightsourcebp.com/biodiversity IdentiFlight – Wind Turbine Detection System DTBird – Bird and Bat Protection System > [Inicio](https://www.dtbird.com/) Rivista di Agraria – Impatti del fotovoltaico su oliveti e suolo agricolo > [Rivista online di agricoltura, zootecnia, ambiente](https://www.rivistadiagraria.org/) European Environment Agency – Ecological impacts of hydropower **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Le batterie al sodio esistono già. E cambiano le regole del gioco](https://eywadivulgazione.it/batterie-ioni-sodio-rivoluzione-europea/) **Published:** Dicembre 5, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Mentre tutti si accapigliano sul litio, c’è una tecnologia che sta già funzionando e che può costare meno, inquinare meno e ridurre la dipendenza da filiere controllate da pochi paesi. Si chiama sodio ed è, letteralmente, nel sale dell’acqua di mare.## **Un metallo che non scarseggia** Il sodio costituisce circa il 2,8% della crosta terrestre. Si trova nel sale marino, nei minerali comuni, praticamente ovunque. Non bisogna andare a caccia di poche miniere in zone remote o prosciugare falde acquifere in aree già fragili per ottenerlo. È un “parente stretto” del litio nella tavola periodica, ma la sua abbondanza cambia completamente il rapporto di forza: non è una risorsa scarsa che ti mette alla mercé di pochi fornitori. Le batterie sodio-ione (**Na-ion**, *sodium-ion batteries*) funzionano, semplificando, come quelle al litio: particelle cariche che si spostano tra due poli generano energia. La differenza è nei materiali interni. Le Na-ion possono evitare metalli problematici come nichel e cobalto e, in molti casi, sostituire il rame con l’alluminio, che è più comune ed economico. Questo può far scendere i costi del 20–40% quando la produzione sarà su larga scala e, se l’intera filiera viene progettata bene, ridurre anche l’impatto ambientale.## **Dove funzionano meglio** A parità di energia accumulata, le batterie al sodio sono un po’ più pesanti e ingombranti rispetto a quelle al litio. Per questo oggi non sono ideali per auto di lusso ad altissima autonomia o per dispositivi super compatti dove ogni grammo conta. Dove invece iniziano a dare il meglio è nell’accumulo stazionario: grandi batterie collegate a impianti solari o eolici, che immagazzinano energia quando ce n’è troppa e la rilasciano quando serve. Qui il peso è meno importante; contano affidabilità, durata, costo e sicurezza. Ed è in questi ambiti che il sodio sta iniziando a emergere, prima nei progetti pilota e ora nelle prime installazioni reali. In Cina, per esempio, aziende come BYD stanno usando batterie al sodio su piccole auto elettriche da città: modelli compatti, con autonomia moderata e prezzi molto più accessibili. Il colosso CATL ha portato sul mercato le prime batterie sodio-ione nel 2023. Oggi, con le sue generazioni più recenti, queste batterie funzionano fino a –40°C, mantengono oltre il 90% della capacità a –30°C e supportano ricariche molto rapide. Non sono più prototipi da laboratorio: sono prodotti pronti all’uso.## **Quello che sta succedendo adesso** Secondo le stime dell’Unione Europea, la domanda di litio crescerà di 12 volte entro il 2030 e fino a 21 volte entro il 2050. Se continuiamo a puntare solo sul litio, rischiamo di passare da una dipendenza dal petrolio a una dipendenza da poche miniere e da pochi paesi che controllano i metalli critici. Per evitare questo scenario, nel 2024 l’UE ha approvato il **Critical Raw Materials Act (CRMA)**, cioè la legge sulle materie prime critiche. Serve a ridurre la dipendenza dell’Europa da pochi fornitori esteri e a sviluppare tecnologie che usano materiali più comuni, come il sodio. Un’altra normativa fondamentale è il **Net-Zero Industry Act (NZIA)**: la legge europea che accelera autorizzazioni, finanziamenti e costruzione di impianti industriali per le tecnologie “a zero emissioni”. Dentro questa categoria rientrano anche le batterie di nuova generazione, quindi il NZIA crea condizioni favorevoli anche per la filiera del sodio. Sul fronte della ricerca c’è la **Strategic Research & Innovation Agenda (SRIA)**, il grande piano europeo che decide dove investire soldi e risorse scientifiche. Nella sezione dedicata alle batterie, SRIA (insieme alla partnership pubblica-privata **BATT4EU**) indica esplicitamente il sodio come una delle chimiche su cui l’Europa deve puntare. Anche le aziende europee si stanno muovendo. Northvolt ha sviluppato una cella sodio-ione con densità energetica paragonabile alle batterie **LFP** (*Lithium Iron Phosphate*, litio-ferro-fosfato), l’attuale standard per le auto elettriche economiche. Faradion, oggi parte del gruppo indiano Reliance, lavora su batterie al sodio pensate per accumuli e mobilità leggera. E l’Italia? Centri come **RSE** (*Ricerca sul Sistema Energetico*), **CNR** (*Consiglio Nazionale delle Ricerche*) ed **ENEA** (*Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile*) stanno sviluppando materiali e celle al sodio e studiando come integrarle in pannelli fotovoltaici, sistemi domestici di accumulo e micro-reti locali. Nel frattempo la Cina corre più veloce di tutti: ha già portato sul mercato le prime auto elettriche con batterie al sodio e grandi impianti di accumulo. Punta a controllare la quasi totalità della capacità produttiva mondiale entro il 2030. Per l’Europa è un bivio: costruire una filiera autonoma oppure ritrovarsi, ancora una volta, a importare tutto.## **Il rischio è chiaro** Cambiare metallo non basta. Se il mercato resta in mano a pochissimi, la dipendenza rimane, solo con un’etichetta diversa. Il sodio può diventare una tecnologia distribuita, economica e accessibile a tutti, oppure trasformarsi nel prossimo collo di bottiglia geopolitico. La transizione energetica non si misura solo da quale metallo metti nella batteria, ma da chi controlla quella filiera, da come viene prodotta l’energia e da chi può permettersi di usarla. Il sodio è abbondante, economico e tecnicamente già funzionante: il resto dipende dalle scelte industriali e politiche dei prossimi anni. Il green si fa, non si dice. E le batterie al sodio si stanno già facendo. Ora bisogna decidere dove e per chi.## **Bibliografia** **Eywa — Rinnovabili: il costo nascosto di litio, cobalto e acqua.** Articolo interno che approfondisce l’impatto ambientale dell’estrazione del litio e i suoi limiti strutturali. Utile per comprendere il contesto in cui nasce l’interesse per le batterie al sodio. **IRENA — Sodium-ion batteries: A technology brief (2025).** Panoramica aggiornata sullo stato tecnologico delle batterie al sodio, sul potenziale di mercato e sulle applicazioni in mobilità e accumulo. **IDTechEx — Sodium-Ion Batteries 2025-2035: Technology, Players, Markets and Forecasts.** Analisi internazionale su trend, attori principali, scenari di crescita e competitività rispetto alle batterie al litio. **Voß, Gruber et al. — Benchmarking state-of-the-art sodium-ion battery cells (2025).** Studio comparativo su densità energetica, prestazioni e impatto ambientale di celle Na-ion prodotte su scala gigafactory. [https://www.researchgate.net/publication/393564775\_Benchmarking\_state-of-the-art\_sodium-ion\_battery\_cells\_-\_Modeling\_energy\_density\_and\_carbon\_footprint\_at\_gigafactory-scale](https://www.researchgate.net/publication/393564775_Benchmarking_state-of-the-art_sodium-ion_battery_cells_-_Modeling_energy_density_and_carbon_footprint_at_gigafactory-scale) **Progetto europeo NAIMA — Safe sodium-ion batteries (2023).** Caso concreto di applicazione industriale: le Na-ion superano i test di sicurezza e vengono integrate in sistemi rinnovabili e industriali. **PV Magazine — Il costo delle celle Na-ion può scendere a 40 $/kWh (2025).** Analisi tecnica sulla riduzione dei costi grazie all’uso di materiali più comuni e non critici, come il sodio. **Categorie:** Attualità --- ### [PM2.5 in Italia: le cose da fare (ora)](https://eywadivulgazione.it/pm2-5-in-italia-le-cose-da-fare-ora/) **Published:** Dicembre 3, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) L’Italia ha un problema con il particolato fine. Mentre il resto d’Europa registra cali costanti nelle concentrazioni di PM2.5, noi continuiamo a peggiorare. Le stime dell’Agenzia Europea per l’Ambiente parlano chiaro: ogni inverno la Pianura Padana diventa una camera a gas a cielo aperto, e molte città del Centro-Sud non se la passano meglio. Non è solo colpa del meteo o della conformazione geografica: sono fattori amplificanti, e in Pianura Padana amplificano parecchio. Ma la causa principale restano le emissioni. È colpa di infrastrutture obsolete, scelte politiche inesistenti e abitudini domestiche che nessuno ci ha mai spiegato davvero. Il green non si dice, si fa. Ecco cosa possiamo fare noi, adesso, senza aspettare che qualcuno decida al posto nostro. ## Muoversi meno in auto (e farlo meglio) Lo smog invernale è fatto soprattutto di traffico. Non serve abolire l’auto, serve smettere di usarla per andare al supermercato a trecento metri da casa o per accompagnare i figli a scuola quando si potrebbe andare a piedi. Ridurre anche solo una corsa al giorno, accorpare gli spostamenti in un unico giro, scegliere mezzi pubblici o bici quando possibile spezza il picco di emissioni nelle ore critiche. Se ogni famiglia italiana risparmiasse una corsa al giorno, il PM2.5 si ridurrebbe sensibilmente. I dati ARPA lo dimostrano ogni volta che c’è uno sciopero o una domenica ecologica. Il problema è che nessuno ci crede finché non lo vede coi propri occhi. ## Cucinare senza friggere l’aria Fritture, grigliate domestiche, padelle roventi a fuoco massimo: contribuiscono moltissimo all’inquinamento indoor e finiscono inevitabilmente all’esterno. Cucinare ad alte temperature genera particolato fine che resta sospeso in casa e poi esce dalle finestre. Tenere le finestre aperte mentre si cucina, abbassare le temperature, usare pentole con coperchio e preferire cotture più delicate riduce emissioni invisibili ma pesantissime. Nessuno te lo dice perché fa meno scena parlare di padelle che di camini, ma i numeri parlano chiaro: le emissioni da cucina domestica sono una quota significativa dell’inquinamento indoor, e contribuiscono anche a quello outdoor. ## Riscaldamento: meno e meglio Non tenere i termosifoni a fondo. Evitare stufette obsolete. Dimenticarsi di avere un camino a legna. I camini domestici sono una delle fonti più pesanti di PM2.5 in inverno, ma continuiamo a trattarli come un comfort innocente. Non lo sono. Una casa a 19-20 gradi è più che sufficiente per salute e comfort, e abbassa drasticamente le emissioni. Se hai un impianto a biomassa, accertati che sia certificato e ben mantenuto. Se hai un camino aperto, smetti di usarlo. Non è romantico, è tossico. ## Arieggiare nei momenti giusti Controintuitivo ma vero: nelle città italiane in inverno l’aria peggiore è nelle ore del mattino e della sera, quando traffico e inversione termica sono al massimo. Aprire le finestre nei momenti centrali della giornata, quando l’aria è relativamente più pulita, abbatte sia CO₂ sia polveri sottili. Arieggiare quando l’aria fuori è peggio di quella dentro non ha senso. Usa i dati ARPA della tua regione, impara a riconoscere i picchi e organizzati di conseguenza. Non è difficile, è solo questione di cambiare abitudine. ## Alberi giusti, non alberi a caso Gli alberi sbagliati non risolvono il problema. Quelli giusti (pioppi, tigli, bagolari, querce, frassini) abbassano la temperatura, deviano i flussi d’aria e trattengono parte del particolato sulle foglie. Ma non assorbono PM2.5 in quantità tali da cambiare la qualità dell’aria urbana da soli: servono come parte di un sistema più ampio. Molti Comuni sbagliano specie, potature o collocazioni, riempiendo le città di piante ornamentali inutili o addirittura dannose per la qualità dell’aria. Qui il ruolo del cittadino è attivo: chiedere linee guida ISPRA, pretendere interventi corretti, partecipare ai tavoli di progettazione. Gli alberi urbani non sono decorazione, sono infrastruttura sanitaria. Vanno scelti e gestiti come tale, e vanno inseriti in una strategia complessiva di riduzione delle emissioni. ## Infrastrutture che funzionano: zone 30, ciclabili vere, isole pedonali Sono le uniche cose che riducono significativamente il PM2.5 in città. Nessun purificatore d’aria domestico e nessuna tecnologia casalinga può eguagliare l’effetto di una strada pedonalizzata o di una zona 30 ben progettata. Il problema è che in Italia facciamo finta di farle: dipingiamo il 30 sull’asfalto ma lasciamo tutto come prima, tracciamo una linea bianca e la chiamiamo pista ciclabile, chiudiamo una piazza al traffico ma lasciamo parcheggi e dehors ovunque. Le infrastrutture funzionano solo se sono fatte bene, e vanno pretese con costanza. Non basta appoggiarle, vanno difese quando qualcuno prova a smontarle. ## Prodotti di pulizia: meno profumo, più risultati Gli spray domestici generano composti organici volatili (VOC) che diventano PM2.5. Passare a detersivi semplici (acido citrico, sapone di Marsiglia, prodotti senza profumazioni aggressive) riduce la quota di inquinanti indoor e quindi anche quella che fuoriesce dalle finestre. I deodoranti ambientali, gli incensi e le candele profumate sono una delle prime fonti di particolato fine domestico. Non servono a pulire, servono a coprire. Smetti di usarli e vedrai che l’aria dentro casa migliora da sola. ## Non bruciare niente Legna, carte, residui in giardino: in molte regioni è addirittura vietato nei mesi invernali, ma nessuno controlla e nessuno sanziona. Le micro-combustioni equivalgono alle emissioni di molte auto in coda. Se hai un giardino, compost e raccolta differenziata sono le uniche opzioni accettabili. Il resto è inquinamento puro. ## Monitorare e adeguarsi Sapere quando la qualità dell’aria peggiora permette di evitare attività all’aperto nelle ore peggiori e di uscire invece nei momenti più puliti. Con i dati ARPA e un misuratore domestico si possono cambiare abitudini in modo intelligente. Non si tratta di vivere in paranoia, si tratta di sapere cosa respiri e agire di conseguenza. I dati esistono, sono pubblici e sono aggiornati in tempo reale. Usarli è una scelta. ## Pressare la politica locale Scrivere ai Comuni, partecipare ai tavoli pubblici, chiedere. Potature corrette. Stop ai camini a legna nei mesi critici. Più isole pedonali. Trasporto pubblico potenziato e affidabile. Zone 30 reali, non finte. Divieti temporanei alle auto diesel vecchie nei giorni peggiori. Il PM2.5 si risolve solo così: struttura urbana più abitudini personali. Le une senza le altre non bastano. Le abitudini personali senza pressione politica sono solo un palliativo. La pressione politica senza modifiche strutturali è aria fritta. Servono entrambe, serve coerenza e serve costanza. L’Italia ha le conoscenze tecniche per risolvere il problema della PM2.5. Ha le normative europee, ha i dati scientifici, ha i fondi disponibili. Quello che manca è la volontà politica di implementare soluzioni scomode e la consapevolezza diffusa che ogni scelta domestica conta. Il particolato fine non si abbatte con i buoni propositi, si abbatte con le azioni. Quelle vere. ## **Bibliografia** https://www.eea.europa.eu/publications/air-quality-in-europe-2023 Rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente: dati aggiornati su PM2.5 e PM10 in Europa, con focus sui superamenti italiani e sulla criticità della Pianura Padana. https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/statistiche/annuario-dei-dati-ambientali-2023 Annuario dei dati ambientali ISPRA: analisi delle principali fonti emissive italiane, contributo di traffico, biomasse e riscaldamento domestico. https://www.isprambiente.gov.it/it/archivio-faq/qualita-dellaria/pm10-pm2-5 Schede tecniche ISPRA su PM10 e PM2.5: natura, origine delle particelle, dinamiche invernali e dispersione limitata in condizioni di inversione termica. https://www.arpae.it/it/temi-ambientali/aria/qualita-aria ARPA Emilia-Romagna: dati real time su qualità dell’aria, spiegazione dei picchi invernali e ruolo delle biomasse nella formazione di PM2.5. https://www.arpalombardia.it/Pages/Aria/Rapporti-annuali-sulla-Qualita-dellAria.aspx ARPA Lombardia: rapporti annuali sulla qualità dell’aria, andamento del particolato nelle città del bacino padano e contributo del traffico. https://www.arpal.liguria.it/temi/atmosfera/qualita-aria.html ARPA Liguria: spiegazione dei fenomeni di inversione termica, trend stagionali del particolato e impatto del traffico urbano. EPA – Environmental Protection Agency: introduzione all’inquinamento indoor e alle principali fonti domestiche di particolato e VOC. https://www.epa.gov/indoor-air-quality-iaq/research-indoor-air-quality-and-cooking EPA – ricerca sulle emissioni da cucina: effetti delle cotture ad alta temperatura su PM2.5 e qualità dell’aria domestica. Il Fatto Alimentare: linee guida pratiche per ridurre l’inquinamento indoor derivante dalla cucina domestica. Metrabuilding – guida divulgativa sull’inquinamento indoor: ruolo di prodotti chimici, ventilazione e comportamenti domestici. Wise Society – consigli pratici per ridurre l’inquinamento da riscaldamento, combustioni, camini e stufe. Osservatorio Nazionale Amianto – panoramica su polveri sottili, rischi sanitari e principali fonti emissive. [https://www.clasp.ngo/wp-content/uploads/2023/01/Final-EU-Gas-Report-Phase-I\_ITA\_.pdf](https://www.clasp.ngo/wp-content/uploads/2023/01/Final-EU-Gas-Report-Phase-I_ITA_.pdf) CLASP – studio europeo sugli inquinanti prodotti dai fornelli a gas e sulle emissioni di PM2.5 e NO2 in cucina. NWG Energia – comportamenti e soluzioni energetiche domestiche per ridurre emissioni invernali. ASviS e Legambiente – dieci proposte strutturali per ridurre PM2.5 in ambito urbano attraverso politiche locali efficaci. **Categorie:** Attualità --- ### [Intelligenza Artificiale e sperimentazione animale: come l’AI sta salvando milioni di vite](https://eywadivulgazione.it/ai-sperimentazione-animale-alternative/) **Published:** Agosto 3, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *L’Europa guida una trasformazione epocale che promette di eliminare la sperimentazione animale grazie alle tecnologie più avanzate di intelligenza artificiale e biotecnologie* Una rivoluzione silenziosa sta attraversando i laboratori di ricerca europei. Mentre l’opinione pubblica rimane spesso ignara dei dettagli tecnici, **milioni di animali stanno per essere liberati dalla sperimentazione grazie a una convergenza senza precedenti tra intelligenza artificiale e biotecnologie avanzate**. L’Unione Europea, storicamente all’avanguardia nella protezione degli animali da laboratorio, sta ora guidando una trasformazione che potrebbe ridefinire completamente il modo in cui conduciamo la ricerca scientifica e lo sviluppo di nuovi farmaci. La portata di questo cambiamento è monumentale. **Solo nell’Unione Europea, ogni anno vengono utilizzati oltre 1,9 milioni di animali per test condotti per soddisfare i requisiti normativi**, una cifra che rappresenta solo una frazione dell’uso globale di animali nella ricerca scientifica. Tuttavia, i segnali di cambiamento sono inequivocabili e stanno accelerando rapidamente. La Commissione Europea ha annunciato nel 2025 l’intenzione di finalizzare una roadmap per eliminare i test sugli animali nelle valutazioni di sicurezza chimica entro il primo trimestre del 2026, mentre tecnologie innovative come l’intelligenza artificiale e gli organoidi stanno dimostrando capacità predittive superiori ai tradizionali modelli animali.## **Dalle direttive alle roadmap del futuro** L’Europa ha costruito negli ultimi decenni il sistema normativo più avanzato al mondo per la protezione degli animali da laboratorio. **La Direttiva 2010/63/UE rappresenta la pietra angolare di questo sistema, stabilendo per la prima volta l’obiettivo esplicito di “sostituzione completa delle procedure su animali vivi per scopi scientifici ed educativi non appena sia scientificamente possibile”**. Questa direttiva, che ha sostituito la precedente 86/609/CEE, non si limita a regolamentare l’uso degli animali, ma pone come obiettivo finale la loro completa eliminazione dalla ricerca scientifica. Il principio fondamentale su cui si basa tutta la legislazione europea è quello delle “3R”: sostituzione, riduzione e raffinamento dell’uso degli animali. Questo approccio, formulato negli anni ’50 da Russell e Burch, ha trovato nella normativa europea la sua massima espressione normativa. **La sostituzione prevede lo sviluppo e l’implementazione di metodi che evitino completamente l’uso di animali, la riduzione mira a minimizzare il numero di animali utilizzati, mentre il raffinamento cerca di minimizzare la sofferenza e migliorare il benessere degli animali ancora utilizzati**. Il settore cosmetico ha rappresentato il primo banco di prova per queste politiche. **Il Regolamento Cosmetico UE No 1223/2009 ha introdotto il divieto più avanzato al mondo per i test cosmetici sugli animali, vietando dal marzo 2013 la commercializzazione di cosmetici testati su animali, inclusi sia prodotti finiti che ingredienti**. Questo divieto ha creato un precedente importante, dimostrando che interi settori industriali possono funzionare efficacemente senza ricorrere alla sperimentazione animale, aprendo la strada a estensioni simili in altri campi.### **L’eccezione del regolamento REACH** ![](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/03/parlamento-europeo.jpg) Tuttavia, la situazione è più complessa di quanto sembri. Esiste un’importante eccezione legata al **regolamento REACH** (Registrazione, Valutazione, Autorizzazione e Restrizione delle sostanze chimiche). Questo regolamento, che disciplina l’uso delle sostanze chimiche in generale, può richiedere la sperimentazione animale per valutare la sicurezza di una sostanza per la salute umana (in particolare dei lavoratori che la maneggiano) e per l’ambiente. Questo crea un conflitto normativo: un ingrediente utilizzato in un cosmetico potrebbe dover essere testato su animali secondo il REACH per valutarne la sicurezza in un contesto non prettamente cosmetico. Di conseguenza, anche se un’azienda cosmetica non testa i propri prodotti o ingredienti sugli animali per scopi cosmetici, potrebbe utilizzare materie prime che sono state testate su animali da parte dei loro fornitori per conformarsi al regolamento REACH. Una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel caso Symrise AG ha confermato che gli obblighi previsti dal regolamento REACH possono prevalere sul divieto di sperimentazione animale previsto dal regolamento sui cosmetici.### **Iniziative per un’Europa senza test su animali** La Commissione Europea è consapevole di questa problematica e, in risposta anche a iniziative dei cittadini europei come “Save Cruelty-Free Cosmetics”, sta lavorando a una **tabella di marcia per la graduale eliminazione della sperimentazione animale** anche per le valutazioni di sicurezza delle sostanze chimiche. L’obiettivo è quello di promuovere e validare metodi di test alternativi che non prevedano l’uso di animali.## **L’Intelligenza Artificiale: Il game-changer della ricerca biomedica** L’integrazione dell’intelligenza artificiale nella ricerca biomedica sta rivoluzionando completamente il panorama delle alternative alla sperimentazione animale. **I sistemi di IA possono ora analizzare vasti dataset per predire con precisione sorprendente come il corpo umano reagirà a nuovi farmaci o sostanze chimiche, identificando potenziali rischi ed effetti collaterali prima di passare ai test clinici**. Questa capacità predittiva rappresenta un salto quantico rispetto ai metodi tradizionali, che spesso richiedevano anni di sperimentazione animale prima di ottenere informazioni similari. Uno dei progetti più innovativi in questo campo è AnimalGAN, sviluppato dalla Food and Drug Administration statunitense. **Questo sistema di intelligenza artificiale generativa è progettato per sostituire completamente i futuri test sugli animali, utilizzando algoritmi avanzati per generare dati sintetici che simulano risposte biologiche senza richiedere sperimentazione su animali vivi**. La tecnologia si basa su reti neurali generative che hanno appreso dai dati storici di milioni di esperimenti, permettendo di predire con accuratezza crescente gli effetti di nuove sostanze. I sistemi “Digital Twin” rappresentano un’altra frontiera rivoluzionaria. **Questi gemelli digitali permettono di creare modelli computazionali complessi che replicano sistemi biologici interi, simulando l’efficacia e la tossicità dei farmaci con un’accuratezza spesso superiore ai modelli animali tradizionali**. La potenza di questi sistemi risiede nella loro capacità di integrare dati provenienti da multiple fonti: genomica, proteomica, metabolomica e dati clinici storici vengono combinati per creare rappresentazioni digitali incredibilmente dettagliate del corpo umano. **L’IA sta trasformando la tossicologia da scienza principalmente osservazionale a disciplina ricca di dati e predittiva**. I modelli di machine learning possono ora identificare pattern sottili in dataset enormi, rivelando relazioni tra struttura chimica e tossicità che sfuggirebbero all’analisi umana. Questi sistemi possono processare in pochi minuti informazioni che richiederebbero mesi o anni di sperimentazione animale, accelerando drasticamente i tempi di sviluppo di nuovi farmaci. Nel campo della neurologia, **le tecnologie di IA stanno fornendo nuove opportunità per sostituire i test sugli animali attraverso organoidi cerebrali, modelli computazionali di circuiti neurali e algoritmi di machine learning che possono simulare funzioni cerebrali complesse**. Questi sistemi sono particolarmente importanti considerando che i modelli animali hanno spesso mostrato limitazioni significative nella traduzione dei risultati alle condizioni neurologiche umane.## **Organoidi e Organ-on-Chip: la medicina rigenerativa al servizio dell’etica** ![Chip laboratorio](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/08/chip-laboratorio.jpg) Parallelamente all’evoluzione dell’intelligenza artificiale, le biotecnologie stanno sviluppando alternative fisiche sempre più sofisticate ai modelli animali. **Gli organoidi rappresentano una delle frontiere più promettenti, essendo sistemi di coltura cellulare 3D che possono riprodurre la struttura e funzione di organi umani specifici, fornendo modelli più accurati per lo studio di malattie e test farmacologici**. Questi mini-organi coltivati in laboratorio possono replicare aspetti cruciali della biologia umana che i modelli animali spesso non riescono a catturare adeguatamente. La tecnologia degli organ-on-chip ha raggiunto livelli di sofisticazione impressionanti. **Questi dispositivi microfluidici rivestiti di cellule umane replicano la funzione di organi specifici, e studi recenti hanno dimostrato che i chip epatici hanno raggiunto una sensibilità dell’87% e una specificità del 100% nel rilevare tossicità farmacologica**. Questi risultati sono particolarmente significativi quando confrontati con i modelli animali tradizionali, che spesso mostrano tassi di traduzione clinica molto più bassi. **Gli organoidi possono essere personalizzati utilizzando cellule del paziente specifico, aprendo la strada alla medicina di precisione e permettendo di testare trattamenti su modelli che riflettono la genetica individuale**. Questa personalizzazione rappresenta un vantaggio fondamentale rispetto ai modelli animali, che per definizione non possono replicare la diversità genetica umana. I ricercatori possono ora creare organoidi da pazienti con malattie specifiche, permettendo lo studio di condizioni rare che sarebbero difficili o impossibili da replicare in modelli animali. La combinazione di organoidi e intelligenza artificiale sta creando sinergie particolarmente potenti. **I sistemi di IA possono analizzare le risposte degli organoidi a migliaia di composti simultaneamente, identificando pattern e predizioni che accelerano il processo di scoperta di nuovi farmaci**. Questa integrazione permette di sfruttare la rilevanza biologica degli organoidi umani con la capacità di analisi massiva dell’intelligenza artificiale.## **Le NAMs raccolgono tutte le innovazioni** Le New Approach Methodologies (NAMs) rappresentano l’ombrello concettuale sotto cui si raccolgono tutte queste innovazioni. **Le NAMs includono qualsiasi tecnologia, metodologia o approccio che possa fornire informazioni sulla valutazione di rischi e pericoli chimici evitando l’uso di test sugli animali**. Questo concetto va oltre le singole tecnologie per abbracciare un approccio sistemico completamente nuovo alla ricerca scientifica. **L’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) sta attivamente promuovendo l’adozione delle NAMs attraverso la sua Innovation Task Force, fornendo supporto gratuito agli sviluppatori di metodologie conformi ai principi delle 3R**. Questo supporto istituzionale è cruciale per accelerare la transizione, riducendo le barriere normative e fornendo guidance scientifica per lo sviluppo di nuovi metodi. Le NAMs includono una gamma straordinariamente ampia di approcci innovativi. **La modellazione computazionale e le simulazioni in silico permettono di predire effetti biologici utilizzando solo algoritmi e dati esistenti. I saggi in vitro basati su cellule e tessuti forniscono informazioni biologicamente rilevanti senza utilizzare animali vivi. Gli approcci in chemico utilizzano proprietà chimiche per predire effetti biologici**. Questa diversità di approcci permette di costruire strategie integrate che combinano multiple metodologie per ottenere informazioni più complete e affidabili.## **Gli Usa: FDA Modernization Act 2.0 e l’accelerazione globale** Gli sviluppi europei non avvengono in isolamento, ma fanno parte di una trasformazione globale accelerata da iniziative legislative pionieristiche. **Il FDA Modernization Act 2.0, approvato negli Stati Uniti nel dicembre 2022, ha autorizzato per la prima volta l’uso di alternative non-animali nelle applicazioni per nuovi farmaci sperimentali**. Questa legislazione rappresenta un cambiamento paradigmatico nella regolamentazione farmaceutica americana, storicamente molto conservatrice. **La nuova legislazione americana permette esplicitamente l’uso di saggi basati su cellule, sistemi organ-on-chip, modellazione computazionale e metodologie avanzate di intelligenza artificiale come alternative ai test sugli animali**. Questo riconoscimento normativo fornisce alle aziende farmaceutiche la certezza legale necessaria per investire massicciamente in queste tecnologie, accelerando il loro sviluppo e implementazione. Nel 2025, la FDA ha fatto un passo ancora più audace, **annunciando un piano per eliminare gradualmente i requisiti di test sugli animali per gli anticorpi monoclonali e altri farmaci biologici, utilizzando invece modelli computazionali basati su IA, test di tossicità su linee cellulari e organoidi**. Questo annuncio ha mandato onde d’urto attraverso l’industria farmaceutica globale, segnalando che anche le agenzie regolatorie più conservative stanno abbracciando rapidamente le alternative innovative.## **L’impatto settoriale: dalla cosmetica alla neurologia** La transizione verso metodi alternativi sta avvenendo a velocità diverse attraverso diversi settori industriali. **Il settore cosmetico ha dimostrato che è possibile eliminare completamente la sperimentazione animale mantenendo alti standard di sicurezza, con il divieto UE che ha creato un mercato globale di alternative innovative**. Questo successo ha fornito un modello replicabile per altri settori, dimostrando che le preoccupazioni economiche spesso citate come barriere all’adozione possono essere superate. Nel settore farmaceutico, **la tossicologia predittiva sta emergendo come campo dominante, con l’IA che permette di identificare potenziali problemi di sicurezza molto prima nel processo di sviluppo**. Questo cambiamento non solo riduce l’uso di animali, ma migliora anche l’efficienza economica dello sviluppo farmaceutico, riducendo i tassi di fallimento nelle fasi cliniche avanzate. **La ricerca neurologica sta beneficiando particolarmente degli organoidi cerebrali e dei modelli computazionali, che possono replicare aspetti della neurobiologia umana che i modelli animali tradizionali non riescono a catturare**. Questo è particolarmente importante considerando che molte condizioni neurologiche umane, come l’Alzheimer o il Parkinson, non hanno controparti accurate nel regno animale. La tecnologia CRISPR sta rivoluzionando anche questo campo in modo inaspettato. **Invece di creare più modelli animali, CRISPR sta permettendo di sviluppare modelli cellulari umani più accurati e sistemi in vitro che replicano malattie specifiche senza richiedere animali vivi**. Questa inversione di tendenza rappresenta un esempio perfetto di come le tecnologie possano essere reindirizzate verso obiettivi più etici senza sacrificare l’efficacia scientifica. Nonostante i progressi impressionanti, la transizione completa verso metodi alternativi affronta ancora sfide significative che richiedono attenzione strategica. **La validazione normativa rimane uno dei colli di bottiglia principali, poiché i metodi alternativi devono attraversare processi di validazione rigorosi prima dell’accettazione normativa**. Tuttavia, le agenzie regolatorie stanno sviluppando pathways accelerati specificamente per le metodologie innovative, riconoscendo l’urgenza di questa transizione. **La complessità biologica rappresenta un’altra sfida, poiché alcuni sistemi biologici complessi non possono ancora essere completamente replicati senza modelli animali**. Tuttavia, l’approccio emergente non cerca di replicare questa complessità in un singolo sistema, ma di combinare multiple metodologie per ottenere informazioni più complete. **I ricercatori stanno sviluppando “integrated testing strategies” che combinano organoidi, modellazione IA e altri metodi per creare un quadro più completo di quanto possibile con qualsiasi singolo approccio**. I finanziamenti e le infrastrutture richiedono investimenti significativi, ma **il supporto istituzionale sta crescendo rapidamente, con l’UE che ha allocato fondi sostanziali per la ricerca in metodologie alternative attraverso i programmi Horizon**. Questi investimenti stanno creando un circolo virtuoso, dove il supporto finanziario accelera lo sviluppo tecnologico, che a sua volta attrae più investimenti privati.## **L’economia della transizione** La transizione verso metodi alternativi sta rivelando dinamiche economiche sorprendenti che accelerano ulteriormente l’adozione. **I metodi basati su IA e organoidi spesso risultano più economici dei test sugli animali tradizionali quando si considerano tutti i costi diretti e indiretti**. I test sugli animali richiedono strutture costose, personale specializzato, lunghi tempi di preparazione e approvazioni etiche complesse, mentre molte alternative possono essere implementate più rapidamente e a costi inferiori. **La velocità rappresenta un vantaggio competitivo cruciale: mentre i test sugli animali possono richiedere mesi o anni, i sistemi di IA possono processare migliaia di composti in giorni o settimane**. Questa accelerazione si traduce direttamente in vantaggi economici per le aziende farmaceutiche, che possono portare prodotti sul mercato più rapidamente e con costi di sviluppo ridotti. L’industria sta anche scoprendo che **i metodi alternativi spesso forniscono informazioni più rilevanti per la biologia umana rispetto ai modelli animali, riducendo i tassi di fallimento negli studi clinici**. Considerando che il fallimento di un farmaco nelle fasi cliniche avanzate può costare centinaia di milioni di euro, anche piccoli miglioramenti nei tassi di successo possono giustificare investimenti significativi in metodologie alternative.## **Il fattore sociale** ![Cosmetici acquisto](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/08/cosmetici-acquisto.jpg) La pressione dell’opinione pubblica sta giocando un ruolo catalizzatore fondamentale in questa transizione. Questa pressione sociale si traduce in pressione reputazionale per le aziende, che vedono sempre più nella transizione verso metodi alternativi un’opportunità di migliorare la loro immagine pubblica. Le nuove generazioni di consumatori mostrano una sensibilità particolare verso questi temi, **creando un mercato crescente per prodotti sviluppati senza sperimentazione animale che va ben oltre il settore cosmetico**. Questa tendenza sta influenzando le strategie aziendali a lungo termine, con molte multinazionali che annunciano pubblicamente impegni per eliminare la sperimentazione animale dalle loro operazioni. **Le università e gli istituti di ricerca stanno affrontando crescenti pressioni da parte di studenti e personale per ridurre l’uso di animali nei loro programmi di ricerca**. Questa pressione interna al mondo accademico sta accelerando l’adozione di metodologie alternative nell’istruzione e nella ricerca di base, creando una nuova generazione di ricercatori formati primariamente su metodi alternativi.## **Prospettiva: verso un mondo senza sperimentazione animale** I segnali convergenti indicano che stiamo assistendo a un punto di svolta storico nella ricerca scientifica. **La combinazione di pressioni etiche, avanzamenti tecnologici, supporto normativo e vantaggi economici sta creando un momentum che sembra irreversibile verso l’eliminazione della sperimentazione animale**. Le timeline per questa transizione si stanno accorciando rapidamente, con molti esperti che ora prevedono cambiamenti significativi entro il prossimo decennio piuttosto che nei prossimi decenni. **L’integrazione crescente tra intelligenza artificiale, biotecnologie e metodologie in vitro sta creando sinergie che accelerano esponenzialmente lo sviluppo di alternative sempre più sofisticate**. Queste sinergie suggeriscono che stiamo entrando in una fase di crescita accelerata dove ogni innovazione facilita e amplifica le successive. Le implicazioni di questa transizione vanno ben oltre la questione della protezione animale. **Stiamo assistendo all’emergere di un nuovo paradigma scientifico che privilegia metodi più accurati, più rapidi e più rilevanti per la biologia umana**. Questo paradigma potrebbe accelerare significativamente lo sviluppo di nuovi trattamenti medici, migliorare la sicurezza dei prodotti di consumo e ridurre i costi della ricerca scientifica. La rivoluzione che sta attraversando i laboratori europei rappresenta molto più di un semplice cambiamento tecnologico. È la manifestazione di un’evoluzione profonda nella nostra comprensione di cosa significhi fare scienza in modo etico ed efficace. **Mentre milioni di animali si preparano a lasciare i laboratori per sempre, stiamo entrando in un’era in cui l’innovazione tecnologica e la responsabilità etica convergono per creare possibilità che sembravano impensabili solo pochi anni fa**. Il futuro della ricerca scientifica non sarà solo più umano, ma probabilmente anche più efficace nel servire i bisogni dell’umanità. Leggi anche [Regno Unito approva l’Animal Welfare Bill: diritti storici per gli animali. E l’Italia?](https://eywadivulgazione.it/animal-welfare-bill-regno-unito-italia-diritti-animali/) **Categorie:** Dossier, Scienza **Tag:** Scienza & Tecnologia --- ### [Regno Unito approva l’Animal Welfare Bill: diritti storici per gli animali. E l’Italia?](https://eywadivulgazione.it/animal-welfare-bill-regno-unito-italia-diritti-animali/) **Published:** Ottobre 9, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Nel Regno Unito hanno deciso che un animale non è un pacco. Non si spedisce, non si trascina, non si sfrutta “perché si è sempre fatto così”. Con l’Animal Welfare Bill hanno detto basta: stop ai cuccioli venduti piccolissimi, alle madri gravide spedite come merce, agli animali mutilati per moda (coda, orecchie nei cani, estrazione delle unghie nei gatti ecc). Il testo vieta anche di importare animali con tagli alle orecchie o alla coda, e altre mutilazioni; limita il numero di esemplari trasportabili per veicolo e impone che il proprietario viaggi con loro. Una legge semplice, chiara, che non lascia spazio ai “ma”. Riconosce finalmente l’animale come essere senziente, non come bene di consumo. E chi traffica, maltratta o vende illegalmente, oggi in UK rischia fino a cinque anni di carcere. Mentre oltremanica le regole diventano realtà, da noi invece restano chiacchiere istituzionali. I cani possono ancora essere tenuti alla catena “per motivi sanitari o di sicurezza”. Negli allevamenti italiani le gabbie non hanno misure minime: basta che l’animale “possa muoversi agevolmente”. Tradotto: basta che respiri. Bovini e ovini possono viaggiare per ventotto ore di fila sotto il sole dentro camion chiusi. Nel Regno Unito hanno deciso che la sofferenza ha un limite. In Italia, basta chiamarla “tradizione”. La differenza si vede anche nelle leggi. Londra approva una legge quadro che cambia davvero le cose, rafforzando i controlli sugli allevamenti, i trasporti e le importazioni. A Roma, purtroppo, si aggiustano solo le virgole. La legge Brambilla, approvata a giugno, aveva promesso un divieto di legare i cani alla catena, ma ha lasciato aperte le solite eccezioni: “motivi sanitari” o “temporanee esigenze di sicurezza”. L’ultima proposta per vietarla del tutto, firmata da Susanna Cherchi (M5S), prova ora a correggere quella falla, rendendo il divieto finalmente assoluto. Un piccolo passo avanti, che è però solo ritocco, non una rivoluzione come nel Regno Unito. Da noi ogni divieto nasce già col freno a mano. Ogni legge, ha la sua scappatoia già scritta. Negli allevamenti, la storia resta sempre la stessa. Il decreto legislativo 122/2011 permette di tenere le scrofe chiuse per un mese dopo la fecondazione. Un mese in gabbie tanto strette che “potersi muovere” significa letteralmente solo poter respirare. Ed è sufficiente, per essere in regola. L’anno scorso ad Ancona, trenta cani provenienti dalla Turchia viaggiavano stipati in un furgone, senza acqua e senza documenti. Un sequestro che vale più di mille convegni: quando la legge è vaga, la crudeltà diventa routine. Nel campo dei diritti degli animali, l’Unione Europea fissa solo standard minimi. La Svezia li ha superati vietando del tutto le gabbie di gestazione. Il Regno Unito ha scelto di alzare gli standard, considerando il benessere animale parte della salute pubblica, non una questione di sensibilità individuale. L’Italia, come sempre, si ferma dove comincia il coraggio. Ci piace dire che “amiamo gli animali”. Poi li lasciamo legati, chiusi, trasportati per giorni, maltrattati. Non serve amarli se poi li lasciamo soffrire “secondo norma”. Servono leggi vere, senza scuse, senza deroga, senza “si è sempre fatto così”. Perché gli animali non chiedono privilegi. Ma meritano dignità. E la dignità, quando non viene protetta, svanisce. E con la loro dignità, perdiamo anche un pezzo della nostra. Altrove si può. Perché qui no? Leggi anche [Intelligenza Artificiale e sperimentazione animale: come l’AI sta salvando milioni di vite](https://eywadivulgazione.it/ai-sperimentazione-animale-alternative/) **Categorie:** News --- ### [L'aria di casa non è più pulita di quella fuori: le 10 fonti di inquinamento che non vedi (e come liberartene davvero)](https://eywadivulgazione.it/inquinamento-aria-casa-fonti-soluzioni/) **Published:** Novembre 28, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) In casa la senti pulita. In realtà respiri in una camera a gas in miniatura. **Ma tu puoi cambiare tutto in 24 ore.** Ti hanno raccontato che l’inquinamento sta fuori: fabbriche, traffico, smog. E intanto tu passi il 90% del tempo tra quattro mura convinto che almeno lì, nel tuo salotto, l’aria sia diversa. Più sicura. Pulita. La notizia scomoda: l’aria indoor può essere da 2 a 5 volte più inquinata di quella esterna, anche quando apri le finestre ogni tanto, anche se vivi in collina. Lo dice l’OMS, lo conferma l’EPA statunitense. Metà dello schifo lo produci tu: fornelli accesi, fritture, candele profumate, detergenti “al fresco di montagna”, quel fornelletto a gas che usi da vent’anni. **La notizia buona: sei tu la fonte, quindi sei tu la soluzione.** E le soluzioni sono più semplici di quanto pensi.## **Perché l’indoor è peggio dell’[outdoor](https://eywadivulgazione.it/manuale-monitorare-aria-quartiere-da-casa/) (ma puoi invertire la rotta)** Gli spazi chiusi concentrano emissioni continue senza dispersione naturale. Fuori, il vento disperde e diluisce le sostanze. Dentro, tutto resta in sospensione: particolato, composti organici volatili, fumi, spore. Il problema non è che la tua casa sia “tossica”. Il problema è che molte sorgenti non sembrano pericolose: candele profumate, deodoranti per ambienti, la padella che frigge, quel mobile IKEA montato ieri. **Una volta che le riconosci, gestirle è questione di piccoli gesti quotidiani.** Niente rivoluzioni, solo consapevolezza.## **Le 9 fonti di inquinamento indoor (e cosa fare subito)** ### **1. Fritture e cotture ad alte temperature** Ogni volta che friggi qualcosa o cuoci a fiamma alta, produci livelli elevatissimi di PM2.5 e particolato ultrafine, più acroleina e aldeidi varie. Le concentrazioni di particolato durante la cottura possono raggiungere picchi comparabili a quelli di una strada trafficata. **La soluzione è banale:** cappa al massimo, finestra aperta almeno 10 minuti dopo, mai superare il punto di fumo dell’olio. Non è fanatismo, è fisica. E funziona immediatamente.### **2. Gas in cucina** Il gas è la principale fonte domestica di biossido di azoto, un inquinante che aggrava l’asma e le malattie respiratorie. Produce anche monossido di carbonio in piccole quantità, soprattutto nei forni a gas e nelle combustioni incomplete. **Cosa cambia tutto:** cappa sempre accesa quando usi il gas, ventilazione incrociata. Se puoi permettertelo, passa all’induzione. Se non puoi, la cappa fa già il 90% del lavoro.### **3. Olio esausto (bonus: salvi anche l’acqua)** Un litro di olio esausto può contaminare fino a un milione di litri d’acqua. Mai nello scarico. Mai. **Cosa fare (in 2 minuti):** conservalo in una bottiglia e portalo ai centri di raccolta comunali. A Genova ci sono isole ecologiche dedicate, gli Ecovan, ogni Comune ha le sue soluzioni. Fatto questo, hai eliminato un problema ambientale serio.### **4. Detergenti, deodoranti e profumi di pulito** Molti prodotti per la pulizia e deodoranti per ambienti rilasciano composti organici volatili come limonene, benzene e toluene, oltre a formaldeide. Più profuma, più inquina. **Il trucco:** prodotti non profumati, no spray, aerare sempre dopo le pulizie. E mai, mai mischiare detergenti diversi. Risparmi anche soldi: i prodotti base funzionano meglio.### **5. Candele, incensi, diffusori** Le candele di paraffina possono rilasciare particolato fine e idrocarburi policiclici aromatici. Gli incensi non sono da meno. Anche i diffusori di oli essenziali aerosolizzano composti che possono irritare le vie respiratorie. **Alternativa pratica:** uso limitato, preferire cera naturale non profumata, mai in stanze piccole, sempre con finestra aperta. L’atmosfera la fai con la luce, non con il fumo.### **6. Stampanti laser, plastica calda, elettronica** Le stampanti laser emettono nanoparticelle durante la stampa. I modelli più vecchi possono produrre anche ozono. Anche dispositivi elettronici che si surriscaldano possono rilasciare composti volatili dalla plastica. **Basta poco:** mai stampare in stanze chiuse, ventila durante e dopo, sposta la stampante in un locale areato. Problema risolto.### **7. Polvere, muffe, umidità alta** Bioaerosol da polvere e spore aggravano patologie respiratorie. L’umidità sopra il 60% favorisce la proliferazione di muffe invisibili ma nocive. **La routine che funziona:** ventilazione breve ma intensa ogni giorno, deumidificatore se necessario, filtri HEPA per aspirapolvere e purificatori. Meno umidità = meno problemi.### **8. Fumo di sigaretta, sigarette elettroniche e svapo** **Sigarette tradizionali:** producono PM2.5 densissimo, IPA cancerogeni, monossido di carbonio. Il fumo passivo indoor causa esposizione prolungata anche dopo ore. Un balcone aperto non basta: parte del fumo rientra. **Sigarette elettroniche e svapo:** emettono particelle ultrafini, glicole propilenico e glicerolo aerosolizzati, metalli, residui carbonilici e aldeidi quando il liquido si surriscalda. Non è “vapore acqueo innocuo”. Le particelle restano sospese per 20-30 minuti. **L’unica via:** mai fumare o svapare in ambienti chiusi, mai vicino ai bambini, ventilazione immediata e prolungata. È inquinamento, ma si gestisce con comportamenti chiari.### **9. Elettrosmog indoor (Wi-Fi, router, baby monitor, telefoni)** Non è inquinamento chimico, ma esposizione fisica a radiazioni elettromagnetiche. Fonti comuni: router, smartphone sempre in carica, baby monitor, smart TV, piani a induzione. Le normative europee sono molto restrittive, le intensità domestiche sono ampiamente entro i limiti di sicurezza. Non ci sono prove di danni documentati alle esposizioni domestiche tipiche. Tuttavia, per principio di precauzione, è prudente evitare l’esposizione ravvicinata e continuativa alle sorgenti più potenti. **Gesti semplici:** router a 1,5-2 metri dalla zona dove stai più tempo, considera di spegnere il Wi-Fi di notte, baby monitor ad almeno 1 metro dalla culla (come raccomandato dai produttori), no telefoni in carica sul comodino. Senza demonizzare, piccole azioni per una gestione prudente dell’esposizione.## **10. Formaldeide dai mobili nuovi** Hai appena montato un mobile nuovo e la stanza “puzza di chimico”? Non è solo l’odore: è formaldeide che si libera dai pannelli di truciolare e MDF, incollati con resine ureiche. La formaldeide è un composto organico volatile irritante per occhi, naso e gola, e classificato come cancerogeno dall’IARC. Il problema peggiora con: – **caldo** (sopra i 23-24°C) – **umidità alta** (sopra il 60%) – **scarsa ventilazione** In queste condizioni, l’emissione può raddoppiare. ### **Le soluzioni più efficaci (dal più al meno impattante):** #### **1. Ventilazione shock nei primi 30 giorni** Apri finestre completamente per 10-15 minuti, 2-3 volte al giorno. Nei primi giorni dopo il montaggio, fai ricambi d’aria intensi: la formaldeide è volatile e se ne va rapidamente. Crea correnti d’aria incrociate quando possibile. **2. Scegli mobili certificati a basse emissioni** Quando compri mobili nuovi, cerca queste etichette: – CARB Phase 2 (California Air Resources Board) – EPA TSCA Title VI – E1 / E0 (Europa – basse emissioni) – Greenguard Gold, Blue Angel, Nordic Swan #### **3. Preferisci legno massiccio o mobili usati** Il legno massiccio non trattato, cerato o il bambù naturale non emettono formaldeide. I mobili vintage o usati hanno già finito di emettere: spesso sono più sicuri del nuovo. #### **4. “Stagiona” i mobili nuovi** Lascia il mobile in una stanza con finestre sempre aperte per 2-3 giorni prima di usarlo. Se non puoi, mettilo in una stanza non usata e ventilala costantemente. #### **5. Controlla temperatura e umidità** Tieni la casa sotto i 23°C e l’umidità tra 40 e 55%. Una stanza calda e umida può raddoppiare le emissioni dai pannelli. #### **6. Purificatori con filtro VOC** Non tutti i purificatori funzionano per la formaldeide. Servono filtri con: – carbone attivo in grande quantità – catalizzatori specifici per aldeidi – certificazione “formaldehyde remover” Modelli efficaci: Coway Airmega AP-1512, Winix Zero S, Philips AC series con filtro VOC, IKEA Starkvind con filtro gas (economico). #### **7. Vernici sigillanti (soluzione avanzata)** Esistono primer e vernici che bloccano l’emissione dai pannelli. Funzionano su truciolare e MDF quando un mobile “puzza” e non puoi restituirlo. Cerca vernici epossidiche a basso VOC o sigillanti anti-formaldeide. **Il mobile usato è spesso più sicuro del mobile nuovo.** E ventilare costa zero. ## **Misurare l’aria di casa: il primo passo per migliorarla** Collegare un sensore di qualità dell’aria indoor è illuminante. Vedi il picco di PM2.5 dopo una frittura. Vedi il NO₂ salire dopo 20 minuti di gas. Vedi cosa succede se svapi vicino al sensore, e i VOC schizzare dopo aver montato un mobile nuovo. Capisci perché il sensore “impazzisce” con l’umidità alta. {Se vuoi misurare la qualità dell’aria davvero bene, Eywa ha pubblicato un manuale chiaro e pratico su come monitorare l’aria del tuo quartiere e di casa: lo trovi [qui](https://eywadivulgazione.it/manuale-monitorare-aria-quartiere-da-casa/).} **E poi agisci.** Sapere cosa sta succedendo ti dà il controllo. Non sei più passivo, sei consapevole. E la consapevolezza è già metà della soluzione.## **Le 12 azioni Eywa per respirare meglio in casa** **In cucina:**1. Cappa sempre accesa quando cucini 2. Mai superare il punto di fumo dell’olio 3. Ventila 10 minuti reali dopo la cottura **In salotto e camera:** 4. Riduci candele e incensi al minimo 5. No sigarette o svapo indoor 6. Considera di spegnere il router la notte (risparmio energetico e precauzione) **In studio:** 7. Stampa con finestra aperta 8. Tieni dispositivi elettrici lontani dal corpo **Durante le pulizie:** 9. Prodotti senza profumi 10. Mai mischiare detergenti **Manutenzione:** 11. Pulisci i filtri della cappa ogni 2 mesi 12. Deumidifica e ventila rapidamente ogni giorno## **Respirare meglio comincia domani mattina** Apri la finestra. Usa la cappa. Non buttare l’olio nello scarico. Spegni quella candela profumata. Allontana il router dal letto. Ventila la stanza con quel mobile nuovo per una settimana. **Non serve rivoluzionare la casa. Servono 12 gesti quotidiani.** L’aria indoor è un problema serio, ma le soluzioni sono alla portata di tutti: ventilare, ridurre le fonti, gestire l’esposizione. Il green si fa, non si dice. E si fa aprendo una finestra, accendendo una cappa, portando via una bottiglia d’olio usato, scegliendo un mobile certificato E1. Tutto il resto è conseguenza. **La tua casa può essere il posto con l’aria più pulita che respiri tutto il giorno.** Dipende solo da te.## **FAQ** **1. Perché l’aria di casa può essere più inquinata di quella esterna?** Perché negli spazi chiusi si accumulano PM2.5, NO₂, COV e spore senza dispersione naturale. **2. Quali sono le principali fonti di inquinamento indoor?** Fritture, gas cucina, candele, detergenti, elettronica, polvere, muffe, fumo, vaporizzatori e mobili nuovi in truciolare/MDF. **3. Come posso migliorare l’aria di casa velocemente?** Ventilazione breve e intensa, uso corretto della cappa, riduzione delle sorgenti, umidità sotto il 60%, ventilazione shock per mobili nuovi. **4. A cosa serve un sensore di qualità dell’aria domestica?** A misurare PM2.5, NO₂, COV e umidità, per capire quali azioni fanno davvero la differenza. **5. Come riconosco un mobile a basse emissioni?** Cerca certificazioni: CARB Phase 2, EPA TSCA Title VI, E1/E0, Greenguard Gold, Blue Angel, Nordic Swan. ## **📚 Bibliografia essenziale** **Manuale Eywa – Aria nei quartieri: come monitorarla davvero **OMS – Indoor Air Quality: Household Air Pollution and Health [ https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/household-air-pollution-and-health ](https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/household-air-pollution-and-health) \[Quadro generale sui rischi dell’inquinamento indoor e sugli effetti sanitari.\] **WHO – Ambient (Outdoor) Air Pollution \[Conferma che gli inquinanti indoor possono essere 2–5 volte superiori rispetto all’aria esterna.\] **EPA – Introduction to Indoor Air Quality (IAQ) [ https://www.epa.gov/indoor-air-quality-iaq/introduction-indoor-air-quality ](https://www.epa.gov/indoor-air-quality-iaq/introduction-indoor-air-quality) \[Classificazione delle principali sorgenti indoor e relative emissioni (COV, particolato, NO₂).\] **EPA – Research on Cooking Emissions \[Dati su PM2.5 e particolato ultrafine generati da fritture e cotture ad alta temperatura.\] **ARPA Emilia-Romagna – Linee guida sull’inquinamento domestico \[Approfondimento tecnico italiano sul contributo di candele, incensi, stampanti, gas domestico.\] **Ministero dell’Ambiente – Smaltimento oli vegetali esausti \[Dati sull’impatto ambientale dell’olio esausto e sulle corrette modalità di raccolta.\] **ISS – Fumo di sigaretta, fumo passivo e salute \[Effetti documentati del fumo indoor, permanenza delle particelle e rischi sanitari.\] **Istituto Superiore di Sanità – Sigarette elettroniche \[Emissioni di particelle ultrafini, residui carbonilici, metalli e tempi di permanenza nell’aria.\] **ICNIRP – Guidelines for Limiting Exposure to Electromagnetic Fields \[Limiti europei di esposizione ai campi elettromagnetici e margini di sicurezza domestica.\] **EPA – Formaldehyde in Your Home** \[Fonti di formaldeide indoor, rischi sanitari e strategie di riduzione.\] **California Air Resources Board (CARB) – Composite Wood Products** \[Standard sulle emissioni di formaldeide dai pannelli compositi e certificazioni.\] **Categorie:** Attualità --- ### [Aria nei quartieri: come monitorarla da casa](https://eywadivulgazione.it/manuale-monitorare-aria-quartiere-da-casa/) **Published:** Novembre 27, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## 0. La domanda che nessuno fa (ma che tutti viviamo) Perché non sappiamo cosa respiriamo sotto casa nostra? Ogni mattina accompagni tuo figlio a scuola attraversando quella strada che puzza di diesel. Aspetti l’autobus all’incrocio dove senti il bruciore in gola. Torni a casa la sera e noti quella foschia che resta sospesa tra i palazzi. Eppure quando cerchi informazioni sull’aria del tuo quartiere trovi solo un bollino verde o arancione, una media generica che dovrebbe raccontarti “tutto ok” oppure “oggi meglio di no”. Il punto è semplice: l’aria può cambiare molto già in poche decine di metri, soprattutto vicino al traffico e alle sorgenti, ma i dati che troviamo no. Tra il parco e la strada trafficata possono esserci differenze enormi. Tra il primo piano e il terzo piano di un palazzo, anche. Tra le otto del mattino e le tre del pomeriggio, sempre. Ma nessuno te lo racconta con precisione. Questo manuale esiste per colmare quel vuoto. Per trasformare il disagio quotidiano — quello dei fumi, dei canyon urbani, delle scuole soffocate dal traffico — in conoscenza concreta. E quella conoscenza in strumento per chiedere città più respirabili. ## 1. Dove comincia davvero il monitoraggio: i luoghi che viviamo, non i numeri online Prima ancora di parlare di sensori, centraline e inquinanti, serve capire una cosa fondamentale: **l’aria non è uguale dappertutto**. {Anche in casa puoi regolarla, leggi qui: [Inquinamento in casa, fonti e soluzioni }](https://eywadivulgazione.it/inquinamento-aria-casa-fonti-soluzioni/) A Genova l’aria di via XX Settembre non è la stessa di Castelletto. A Milano quella di corso Buenos Aires non somiglia a quella dei Navigli. A Torino la differenza tra Corso Francia e i parchi lungo il Po si sente, si respira, si misura. Il dato che conta davvero non è quello “della città”, è quello **del tuo percorso quotidiano**. Quello della strada che attraversi ogni mattina, del cortile dove giocano i tuoi figli, del parco dove vai a correre. Perché l’esposizione vera, quella che entra nei polmoni e resta nel corpo, non è fatta di medie cittadine. È fatta di micro-esposizioni ripetute, concentrate, localizzate. Per questo il monitoraggio deve partire dai luoghi che viviamo. Dal basso. Dalle strade, non dalle statistiche. **Cosa significa in pratica:**- L’aria può cambiare molto già in poche decine di metri, in base al traffico, alla morfologia urbana, alla ventilazione. - Le centraline ufficiali misurano bene la qualità media di un’area, ma non raccontano cosa succede nel raggio di 50 metri da casa tua. - Il primo passo non è comprare uno strumento: è guardare il proprio quartiere con occhi nuovi e chiedersi *dove* l’aria potrebbe essere peggiore o migliore. Strade strette tra palazzi alti (i “canyon urbani”)? Lì l’inquinamento ristagna. Incroci trafficati con semafori? Lì si concentrano le emissioni. Cortili chiusi senza ventilazione? Lì il particolato resta sospeso. Parchi aperti e ventilati? Lì l’aria circola meglio, ma d’estate può arrivare l’ozono. Il monitoraggio civico non sostituisce quello istituzionale: lo completa. Aggiunge dettaglio dove serve, racconta storie locali che le reti ufficiali non vedono. E parte sempre dalla domanda più semplice: **cosa respiro io, qui, adesso?**## 2. Prima ancora dei sensori: il quadro ufficiale (ARPA/SNPA) tradotto in 2 concetti semplici Prima di misurare qualsiasi cosa per conto tuo, devi sapere cosa misurano le istituzioni. Non per copiare, ma per partire da basi solide. ### Le ARPA misurano gli inquinanti che fanno male (e sono obbligate per legge a farlo) Le Agenzie Regionali per la Protezione Ambientale gestiscono reti di centraline distribuite sul territorio. Misurano **PM10 e PM2.5** (le polveri sottili), **biossido di azoto (NO₂)**, **ozono (O₃)**, monossido di carbonio e biossido di zolfo. Usano strumenti certificati, costosi, precisi. Pubblicano dati in tempo reale sui loro siti web, accessibili a chiunque. Oltre a questi, in alcune stazioni misurano anche altri inquinanti normati (come benzene e benzo(a)pirene), ma per il monitoraggio civico quotidiano ti bastano PM2.5, NO₂ e ozono. **Perché ci servono:**- Sono il punto di riferimento affidabile per confrontare i nostri dati. - Ci dicono quali inquinanti nella nostra città superano più spesso i limiti. - Ci danno il quadro generale: se la nostra zona è critica o respirabile. ### Perché non bastano Una centralina ARPA può trovarsi a un chilometro dalla scuola dei tuoi figli. E quel chilometro può fare una differenza enorme. Può essere posizionata in un parco mentre tu attraversi ogni giorno una strada trafficata. Misura bene la qualità dell’aria media di un’area vasta, ma non racconta nulla dell’incrocio sotto casa nelle ore di punta. **In pratica:**1. Vai sul sito della tua ARPA regionale. 2. Guarda i dati in tempo reale e i report annuali. 3. Individua quali inquinanti nella tua città sono critici (PM2.5? NO₂? Ozono?). 4. Scopri se il tuo quartiere è in un’area problematica o no. 5. Usa queste informazioni come base per decidere cosa misurare tu. Le ARPA non sono il nemico: sono il tuo alleato tecnico. Il tuo sensore low-cost non deve competere con loro, deve aggiungere dettaglio locale a quello che loro già misurano bene su scala più ampia. ## 3. Cosa conta davvero per la salute: la checklist OMS dei rischi reali Non tutti gli inquinanti sono uguali. Alcuni fanno più male, altri meno. Alcuni li respiriamo vicino al traffico, altri nei parchi d’estate. Alcuni entrano nei polmoni e si fermano lì, altri attraversano le barriere e arrivano nel sangue. Ecco cosa devi sapere sui tre inquinanti che contano di più per la salute quotidiana: ### PM2.5 — Le polveri che entrano ovunque Particelle finissime, invisibili a occhio nudo, con diametro inferiore a 2,5 micrometri (millesimi di millimetro). Vengono da motori diesel, combustioni domestiche (caminetti, stufe a legna), usura di freni e pneumatici. **Perché fanno male:** Sono così piccole che attraversano i polmoni ed entrano nel circolo sanguigno. Causano infiammazioni, aumentano il rischio cardiovascolare, colpiscono soprattutto bambini e anziani. **Dove le trovi:**- Strade trafficate nelle ore di punta. - Quartieri con molti caminetti accesi la sera. - Zone industriali o vicino a cantieri. **Quando monitorarle:** Sempre, ma soprattutto nei mesi invernali (quando combustioni domestiche e condizioni atmosferiche peggiorano). ### NO₂ — L’inquinante del traffico Il biossido di azoto viene quasi tutto dai motori a combustione, soprattutto diesel. Si forma ad alta temperatura durante la combustione. **Perché fa male:** Irrita le vie respiratorie, riduce la funzione polmonare, peggiora asma e bronchiti croniche. Nei bambini può compromettere lo sviluppo respiratorio. **Dove lo trovi:**- Strade con traffico intenso e code. - Incroci con semafori (dove i motori stanno accesi ma fermi). - Canyon urbani dove l’inquinamento ristagna. **Quando monitorarlo:** Ore di punta mattutine e serali. Nei tragitti casa-scuola. ### Ozono (O₃) — L’inquinante invisibile dell’estate L’ozono non viene emesso direttamente: si forma in atmosfera quando altri inquinanti reagiscono con la luce solare. È un inquinante “secondario”, ma non per questo meno pericoloso. **Perché fa male:** Irrita le mucose, provoca infiammazioni respiratorie, riduce la capacità polmonare. Nelle giornate calde può raggiungere concentrazioni pericolose anche lontano dal traffico. **Dove lo trovi:**- Parchi e aree verdi nelle ore centrali delle giornate estive. - Zone collinari o periferiche dove arriva trasportato dal vento. - Ovunque ci sia sole forte e temperature alte. **Quando monitorarlo:** Pomeriggi estivi, giornate soleggiate e calde. ### E le particelle ultrafini (UFP)? Sono ancora più piccole del PM2.5 (diametro inferiore a 0,1 micrometri). Finora non sono state incluse tra gli inquinanti con limiti di legge e, salvo progetti pilota, non vengono ancora misurate in modo capillare dalle reti ufficiali. La nuova direttiva europea sulla qualità dell’aria ha però introdotto l’obbligo di monitorare anche le particelle ultrafini: significa che nei prossimi anni avremo più dati ufficiali su queste particelle, ma al momento i limiti normativi restano concentrati su PM10, PM2.5, NO₂ e ozono. Le particelle ultrafini sono importantissime perché arrivano ancora più in profondità nel corpo. Vengono soprattutto dal traffico veicolare e sono concentrate vicino alle strade. **La verità scomoda:** I sensori low-cost non le misurano in modo affidabile. Ma sapere che esistono e che sono concentrate vicino al traffico ci aiuta a capire perché tenere i bambini lontani dalle strade trafficate fa davvero la differenza. **In sintesi, la tua mappa mentale:**- **Vicino al traffico** → PM2.5 e NO₂ - **Serate invernali con caminetti accesi** → PM2.5 - **Pomeriggi estivi assolati** → Ozono - **Tragitti quotidiani ripetuti** → tutto quanto sopra Ora sai cosa cercare. E soprattutto sai *perché*. ## 4. Strumenti: quale scegliere, in base al quartiere Non esiste “il sensore giusto”. Esiste il sensore giusto **per quello che vuoi capire**. Prima di guardare modelli, prezzi e specifiche tecniche, rispondi a queste quattro domande: ### 1. Cosa vuoi capire? - L’aria che respiri quando accompagni i bambini a scuola? - La qualità dell’aria nel cortile dove giocano? - I picchi di inquinamento nelle ore di punta? - L’ozono estivo nel parco sotto casa? ### 2. Dove vivi? - Strada trafficata con palazzi alti (canyon urbano)? - Zona residenziale tranquilla? - Periferia vicino a grandi arterie? - Quartiere con molti caminetti accesi d’inverno? ### 3. Che problemi ha la tua zona? Vai sul sito ARPA e guarda i report: qual è l’inquinante critico nel tuo quartiere? PM2.5? NO₂? Ozono? Quello è il parametro su cui concentrarti. ### 4. Solo dopo → quale sensore usare **Per PM2.5 e PM10:** Sensori ottici a basso costo (30-150€). Misurano il particolato in tempo reale. Non sono precisi come le centraline ARPA, ma usati bene raccontano andamenti affidabili. *Esempi di riferimento:* PurpleAir, AirGradient, sensori compatibili con piattaforme open come Sensor.Community. **Per NO₂:** Servono sensori elettrochimici (più costosi, 100-300€). Meno diffusi tra quelli low-cost, ma esistono. Se vuoi misurare il biossido di azoto vicino al traffico, vale la pena investire. **Per Ozono:** Anche qui servono sensori elettrochimici specifici. Meno comuni nei kit low-cost, ma fondamentali se vivi in zone dove l’ozono estivo è critico. **Sensori multi-parametro:** Alcune piattaforme integrano più sensori nello stesso dispositivo. Costano di più (200-400€) ma danno un quadro completo. Utili se vuoi monitorare contemporaneamente traffico (NO₂ + PM) e ozono estivo. ### Quando ti serve un livello in più (e quando no) **Ti basta un sensore semplice se:**- Vuoi capire se nel tuo cortile l’aria è meglio o peggio della media. - Vuoi vedere i picchi mattutini di inquinamento. - Vuoi confrontare il tuo tragitto quotidiano con i dati ARPA. **Ti serve qualcosa di più complesso se:**- Vuoi costruire una rete di monitoraggio con altri cittadini. - Vuoi misurare più inquinanti contemporaneamente. - Vuoi dati da presentare al Comune per chiedere interventi. ### Il sensore non basta: serve il metodo Ricorda: **un sensore costa poco, ma usato male non serve a niente**. Usato bene, diventa uno strumento potentissimo per capire l’aria del tuo quartiere e chiedere cambiamenti concreti. Il sensore è solo l’inizio. Quello che conta davvero è dove lo metti, come lo calibri, come leggi i dati. E soprattutto: cosa ci fai con quello che scopri. ## 5. Dove posizionarlo (la parte più importante del manuale) Puoi avere il miglior sensore del mondo: se lo metti nel posto sbagliato, i dati che ottieni non raccontano niente di utile. Il posizionamento non è un dettaglio tecnico. È **la** scelta fondamentale. Perché l’aria cambia radicalmente in base a dove ti trovi: altezza, distanza dalla strada, ventilazione, presenza di ostacoli. Tutto conta. Ecco le regole pratiche, situazione per situazione: ### Se vuoi capire l’aria della strada → quota persona **Dove:** 1,5-2 metri dal suolo. Altezza petto-viso di un adulto che cammina. **Perché:** È l’aria che respiri davvero quando ti muovi a piedi. Appeso al balcone del terzo piano misuri l’aria del terzo piano, non quella della strada. **Come:** Cortile al piano terra, giardino condominiale, terrazzo del primo piano affacciato sulla strada. Mai troppo vicino a pareti che creano ristagni. ### Se vuoi capire il cortile dove giocano i bambini → primo piano, aperto **Dove:** Primo o secondo piano, in un punto ventilato ma non troppo esposto. **Perché:** I cortili interni possono avere micro-ristagni. Il primo piano è abbastanza basso da rappresentare l’aria che respirano i bambini, ma abbastanza alto da evitare interferenze immediate (es. caminetti del piano terra). **Come:** Balcone o finestra del primo piano, orientata verso il cortile. Evita punti troppo riparati (angoli chiusi) o troppo esposti (correnti d’aria continue che diluiscono troppo). ### Se vuoi capire l’impatto del traffico → 10 metri dalla strada **Dove:** Massimo 10-15 metri dal bordo della carreggiata. **Perché:** Già entro i primi 50-100 metri dalla strada le concentrazioni di molti inquinanti da traffico possono ridursi sensibilmente. Se vuoi capire l’esposizione vicino al traffico, devi stare vicino. **Come:** Giardino sul fronte strada, balcone del primo piano, cortile antistante. Non sulla strada stessa (troppo pericoloso e troppo vicino alle emissioni dirette), ma abbastanza vicino da misurare l’esposizione reale. ### Se vuoi capire il parco → zona interna, non all’ombra fissa **Dove:** Area centrale del parco, non sotto alberi fitti o in angoli ombreggiati tutto il giorno. **Perché:** Nei parchi urbani l’ozono estivo può raggiungere concentrazioni alte nelle ore centrali. L’ombra fissa altera la temperatura e quindi le reazioni fotochimiche. Serve un punto rappresentativo dell’area verde aperta. **Come:** Zona centrale del parco, vicino alle aree gioco o ai percorsi pedonali. Altezza 1,5-2 metri. ### Se vuoi capire la scuola → cortile, ingresso, percorso **Dove:** Tre punti strategici. 1. **Cortile interno:** dove i bambini stanno durante la ricreazione. 2. **Ingresso principale:** dove si concentrano auto e scuolabus all’entrata e all’uscita. 3. **Percorso più frequentato:** la strada che la maggior parte delle famiglie attraversa per arrivare a scuola. **Perché:** L’esposizione dei bambini non è “la scuola”, è un insieme di micro-esposizioni ripetute ogni giorno: il tragitto, l’attesa fuori dal cancello, la ricreazione in cortile. **Come:** Se puoi, coordina con altri genitori o con la scuola stessa. Un solo sensore racconta una storia parziale. Tre sensori ben posizionati raccontano l’esposizione reale. ### Gli errori da evitare ❌ **Balcone del terzo piano affacciato sulla strada:** Misuri l’aria del terzo piano, non quella che respiri a piedi. ❌ **Troppo vicino a una finestra o a un camino:** Misuri le emissioni di quella singola fonte, non la qualità dell’aria del quartiere. ❌ **Troppo riparato (angolo chiuso, sotto una tettoia):** Crei micro-ristagni che non rappresentano la situazione generale. ❌ **Troppo esposto (tetto, terrazzo ventilato):** Diluisci troppo, non rappresenti l’esposizione reale delle persone. ### La regola d’oro **Il sensore deve misurare l’aria che respiri tu, non l’aria che esiste in astratto.** Se vuoi capire il tragitto casa-scuola, mettilo lungo quel tragitto. Se vuoi capire il cortile, mettilo nel cortile. Se vuoi capire la strada trafficata, mettilo vicino alla strada trafficata. Semplice, concreto, efficace. ## 6. Calibrare in modo semplice: la tua mini-procedura in 7 giorni Un sensore appena tirato fuori dalla scatola non è affidabile. Non perché sia difettoso, ma perché ha bisogno di essere “tarato” rispetto ai dati ufficiali. La calibrazione non è complicata, è solo un confronto sistematico. Ecco la procedura pratica, passo dopo passo: ### Giorno 0 — Prima di accendere il sensore **1. Guarda i dati ARPA** Vai sul sito della tua ARPA regionale. Individua la centralina ufficiale più vicina al punto dove posizionerai il tuo sensore (idealmente entro 1-2 km, meglio se meno). Annota: - Che inquinanti misura. - Se ha dati in tempo reale disponibili online. - Se pubblica grafici orari o medie giornaliere. **2. Posiziona il tuo sensore** Usa le regole del capitolo precedente. Scegli un punto rappresentativo, a quota persona se vuoi capire l’aria che respiri quando cammini. **3. Avvia la misurazione** Accendi il sensore e lascialo lavorare. La maggior parte dei sensori low-cost ha bisogno di 24-48 ore per “stabilizzarsi” dopo l’accensione. Non prendere sul serio i primissimi dati. ### Giorni 1-7 — Confronta le curve Ogni giorno, per una settimana: **1. Scarica i dati del tuo sensore** La maggior parte dei sensori low-cost ha un’app o una piattaforma web dove vedere i dati in tempo reale e scaricare i grafici giornalieri. **2. Scarica i dati della centralina ARPA** Vai sul sito ARPA e scarica i dati della centralina più vicina, per lo stesso periodo. Molti siti ARPA permettono di scaricare CSV o di visualizzare grafici orari. **3. Confronta gli andamenti** Non guardare i numeri assoluti. Guarda le **curve**. - Il tuo sensore e la centralina ARPA salgono e scendono negli stessi momenti? - I picchi mattutini e serali coincidono? - Quando ARPA registra aria pulita, anche il tuo sensore scende? Se le curve si muovono insieme, il tuo sensore funziona. Non sarà preciso al microgrammo, ma ti sta raccontando la stessa storia. ### Giorno 7 — Calcola lo scostamento Dopo una settimana di confronto, calcola lo scostamento medio tra il tuo sensore e la centralina ARPA. **Esempio pratico:** Giorno ARPA (PM2.5 media giornaliera) Tuo sensore (PM2.5 media giornaliera) Scostamento 1 18 μg/m³ 22 μg/m³ +22% 2 25 μg/m³ 30 μg/m³ +20% 3 12 μg/m³ 14 μg/m³ +17% … … … … **Media scostamento: +20%** Annota questo numero. D’ora in poi, quando leggi i dati del tuo sensore, tieni conto dello scostamento. ### Da questo momento in poi — Leggi tutto con quel filtro Se il tuo sensore misura sistematicamente valori più alti del 20% rispetto ad ARPA, non significa che sia rotto. Significa che: - Sei più vicino a una fonte emissiva (strada trafficata, cantiere). - Sei in una micro-zona con peggiore ventilazione. - Il tuo sensore tende a sovrastimare leggermente. Quello che conta è **l’andamento**, non il numero assoluto. Se il tuo sensore mostra un picco improvviso e ARPA no, hai trovato qualcosa di locale. Se entrambi mostrano lo stesso picco, è un fenomeno che riguarda tutta la città. Ricorda anche che molte centraline ARPA sono posizionate in siti di “fondo urbano” (parchi, cortili), quindi è normale che un sensore vicino a una strada dia valori più alti pur avendo andamenti ben correlati. ### Se sballa troppo — Riposiziona Se lo scostamento è sistematicamente superiore al 50%, o se le curve non coincidono mai, c’è un problema: - Il sensore è troppo vicino a una fonte emissiva diretta (camino, tubo di scarico). - Il sensore è in un punto troppo riparato o troppo ventilato. - Il sensore potrebbe avere un malfunzionamento. In questi casi: riposiziona e ricomincia la calibrazione da capo. ### Ricapitolando: la tua routine pratica in 7 giorni 1. **Giorno 0:** Guarda ARPA, posiziona il sensore, avvialo. 2. **Giorni 1-7:** Confronta le curve quotidianamente. 3. **Giorno 7:** Calcola lo scostamento medio. 4. **Da quel momento:** Leggi tutto con quel filtro. 5. **Se sballa troppo:** Riposiziona. Non serve laurea in ingegneria. Serve solo un minimo di metodo e la voglia di capire davvero cosa stai misurando. ## 7. Leggere i dati come una storia (e non come un numero) Un valore alto non significa automaticamente emergenza. Un valore basso non significa che tutto va bene. L’aria è fatta di oscillazioni, micro-picchi, meteorologia e comportamenti quotidiani. Imparare a leggere i dati significa smettere di guardare numeri isolati e iniziare a vedere **storie**. Ogni grafico racconta qualcosa: traffico, combustioni domestiche, ozono estivo, inquinamento trasportato da lontano, sorgenti locali. ### Il picco delle 8 del mattino racconta il traffico **Cosa vedi:** PM2.5 e NO₂ salgono bruscamente tra le 7 e le 9 del mattino, poi calano. **Cosa significa:** Traffico intenso nelle ore di punta. Auto ferme agli incroci con motori accesi, code, emissioni concentrate. Le condizioni atmosferiche mattutine (aria fredda, poca ventilazione) peggiorano la situazione. **Cosa fare:** Se questo picco coincide con il tragitto casa-scuola, valuta percorsi alternativi meno trafficati. Chiedi al Comune interventi di fluidificazione del traffico o ZTL nelle ore scolastiche. ### Il plateau serale racconta le combustioni domestiche **Cosa vedi:** PM2.5 che sale lentamente dal tardo pomeriggio e resta alto fino a notte fonda, soprattutto nei mesi invernali. **Cosa significa:** Caminetti e stufe a legna che si accendono quando le temperature scendono. Le emissioni si accumulano perché la ventilazione notturna è debole. **Cosa fare:** Se vivi in una zona con molte combustioni domestiche, chiedi al Comune di incentivare la sostituzione di stufe vecchie con modelli certificati a basse emissioni. Molte regioni hanno già fondi per questo. ### Il picco estivo pomeridiano racconta l’ozono **Cosa vedi:** Ozono che esplode tra le 14 e le 17, nelle giornate soleggiate e calde. Raggiunge il massimo nel primo pomeriggio, poi cala la sera. **Cosa significa:** Reazione fotochimica: altri inquinanti (NO₂, VOC) reagiscono con la luce solare e formano ozono. È un inquinante “secondario”, ma non per questo meno pericoloso. **Cosa fare:** Evita attività fisica intensa nelle ore centrali delle giornate estive calde. Preferisci mattina presto o sera per corse, passeggiate, giochi all’aperto. ### I picchi irregolari raccontano sorgenti locali **Cosa vedi:** Picchi improvvisi, brevi, che non coincidono con quelli della centralina ARPA. Salgono e scendono nel giro di un’ora o due. **Cosa significa:** Sorgente emissiva molto vicina al tuo sensore: cantiere edile, camion fermo con motore acceso, falò nel giardino del vicino, attività industriale locale. **Cosa fare:** Annota quando succedono questi picchi. Se sono ricorrenti (es. ogni giorno alla stessa ora), prova a identificare la fonte. Se è un cantiere, verifica che rispetti le normative. Se è un’attività industriale, segnala ad ARPA. ### Valori piatti = sensore bloccato **Cosa vedi:** Il grafico è una linea piatta per ore o giorni. **Cosa significa:** Il sensore si è bloccato. Non sta misurando niente, sta solo ripetendo l’ultimo valore registrato. **Cosa fare:** Riavvia il sensore. Se il problema persiste, potrebbe essere difettoso. ### Curve divergenti = problema di posizione o fonte molto vicina **Cosa vedi:** Il tuo sensore e la centralina ARPA mostrano andamenti completamente diversi, senza correlazione. **Cosa significa:** Due possibilità: 1. Sei troppo vicino a una fonte emissiva diretta che “domina” le tue misurazioni. 2. Sei in una micro-zona con dinamiche completamente diverse (es. cortile interno chiuso vs. strada aperta). **Cosa fare:** Riposiziona il sensore in un punto più rappresentativo. Se anche dopo il riposizionamento le curve divergono, significa che stai effettivamente misurando qualcosa di molto locale che ARPA non vede: documentalo e usalo come evidenza di un problema specifico del tuo quartiere. ### Leggere i dati come un cittadino, non come un tecnico Non ti serve una laurea per capire queste storie. Ti serve solo: - Guardare i grafici, non i numeri. - Confrontare il tuo sensore con ARPA. - Chiederti: *perché in questo momento il valore sale? Cosa sta succedendo fuori?* L’aria non è un numero. È il risultato di traffico, combustioni, meteorologia, comportamenti collettivi. E ogni curva sul grafico ti sta raccontando una di queste storie. Impara a leggerle. ## 8. Dalla misura all’azione: la strategia Eywa per incidere sul tuo Comune Misurare l’aria non è un hobby. È uno strumento per cambiare le cose. Un quartiere che misura non è un quartiere che si lamenta: è un quartiere che **negozia**. Con dati alla mano, diventi un interlocutore credibile per il Comune, per ARPA, per le associazioni locali. Non stai più dicendo “mi sembra che l’aria sia brutta”. Stai dicendo: “Ho misurato per tre mesi, ecco i grafici, ecco i picchi, ecco il problema. Cosa facciamo?” Questo è potere civico. E funziona, se lo usi bene. ### Cosa chiedere al Comune con dati alla mano **1. Monitoraggio ufficiale prolungato** Se i tuoi dati mostrano concentrazioni sistematicamente alte in un punto specifico (es. davanti alla scuola), puoi chiedere che ARPA posizioni una centralina mobile per un periodo di misura ufficiale. **Come chiederlo:** “Abbiamo misurato PM2.5 per tre mesi davanti alla scuola \[nome\]. I dati mostrano picchi mattutini costanti sopra i 25 μg/m³, significativamente più alti della centralina ARPA di \[luogo\]. Chiediamo un monitoraggio ufficiale per valutare l’esposizione reale dei bambini.” **2. Interventi sulla viabilità** Se misuri picchi di NO₂ in corrispondenza di un incrocio trafficato, puoi chiedere interventi concreti: semafori intelligenti, rotatorie, corsie preferenziali per bus, attraversamenti pedonali protetti. **Come chiederlo:** “I dati raccolti in \[indirizzo\] mostrano concentrazioni di NO₂ sistematicamente elevate tra le 7:30 e le 9:00, in coincidenza con il traffico scolastico. Chiediamo interventi di fluidificazione per ridurre tempi di sosta e code.” **3. ZTL o limitazioni orarie** Se i picchi coincidono con le ore scolastiche, puoi chiedere zone a traffico limitato negli orari di ingresso e uscita. **Come chiederlo:** “Proponiamo l’istituzione di una ZTL temporanea in \[via/piazza\] dalle 7:30 alle 8:30 e dalle 16:00 alle 17:00, per ridurre l’esposizione dei bambini durante il tragitto casa-scuola.” **4. Barriere verdi e interventi urbanistici** Alberi, siepi e barriere vegetali possono ridurre la dispersione del particolato nelle zone più esposte. Non risolvono il problema, ma lo mitigano. **Come chiederlo:** “Chiediamo la piantumazione di una fascia di alberi tra \[strada trafficata\] e \[cortile scolastico\] per ridurre la dispersione di PM2.5.” ### Come fare un report credibile Un report ben fatto non è un lamentela. È un documento tecnico, sintetico, chiaro. **Struttura efficace:** **1. Introduzione (3 righe):** “Abbiamo monitorato la qualità dell’aria in \[luogo\] dal \[data\] al \[data\] con sensori low-cost calibrati rispetto alla centralina ARPA di \[luogo\].” **2. Metodo (5 righe):** “Sensore: \[modello\]. Posizione: \[descrizione\]. Calibrazione: confronto con dati ARPA per 7 giorni, scostamento medio del X%. Periodo di misura: X settimane.” **3. Risultati (grafici + 10 righe):** Inserisci grafici chiari. Evidenzia i picchi, gli orari critici, le correlazioni con il traffico o altre sorgenti. **4. Richiesta (3 righe):** “Chiediamo \[azione concreta: monitoraggio ufficiale / intervento viabilità / ZTL / altro\].” **5. Allegati:** Dati grezzi in CSV, grafici confronto con ARPA, foto del punto di misura. **Non esagerare:** meno di due pagine + grafici. Se è troppo lungo, non lo leggono. ### Come evitare conflitti inutili ❌ **Non accusare:** “Il Comune non fa niente, l’aria è irrespirabile!” ✅ **Proponi:** “Abbiamo dati che mostrano un problema specifico. Ecco una possibile soluzione.” ❌ **Non sfiduciare le istituzioni:** “ARPA non misura niente, i dati ufficiali sono falsi!” ✅ **Integra:** “I dati ARPA sono affidabili, ma non coprono questa micro-zona. Ecco cosa abbiamo misurato noi.” ❌ **Non presentarti come esperto:** “I miei dati dimostrano che avete sbagliato tutto!” ✅ **Presentati come cittadino informato:** “Abbiamo fatto un monitoraggio locale con metodo. Vorremmo discuterne.” ### Cosa monitorare “prima e dopo” un intervento urbano Se il Comune realizza un intervento (nuova pista ciclabile, ZTL, riqualificazione strada), puoi misurare se ha davvero funzionato. **Prima dell’intervento:** Misura per almeno 4 settimane. Annota i picchi, le ore critiche, i pattern ricorrenti. **Dopo l’intervento:** Misura nelle stesse condizioni (stessa stagione, stesso punto, stesso orario) per altre 4 settimane. **Confronta:** I picchi si sono ridotti? Di quanto? Le curve sono cambiate? Puoi documentare l’efficacia (o l’inefficacia) dell’intervento. Questo è potere civico puro. Non stai solo chiedendo. Stai **verificando**. ### In sintesi: dalla misura all’azione 1. **Misura con metodo** (calibrazione, posizionamento corretto). 2. **Confronta con ARPA** (non sei solo, sei parte di una rete più ampia). 3. **Documenta** (report breve, grafici chiari, richieste concrete). 4. **Proponi soluzioni** (non solo problemi). 5. **Verifica l’efficacia** (monitoraggio prima e dopo). Il monitoraggio civico non è contro le istituzioni. È **con** le istituzioni, ma dal basso, con il dettaglio locale che loro non possono coprire. Usalo bene. Funziona. ## 9. La rete: creare un micro-osservatorio di quartiere Un singolo sensore racconta una storia interessante. Una rete di sensori racconta il quartiere intero. E non servono decine di famiglie. Bastano poche persone coordinate per costruire qualcosa che ha **peso politico reale**. ### 3 famiglie → coprono tutto il tragitto scuola **Scenario:** Tre genitori della stessa scuola decidono di misurare l’aria lungo il tragitto casa-scuola. **Strategia:**- **Famiglia 1:** Sensore vicino all’ingresso della scuola. - **Famiglia 2:** Sensore a metà del percorso più frequentato. - **Famiglia 3:** Sensore nella zona residenziale di partenza. **Cosa ottieni:** Una mappa completa dell’esposizione dei bambini: non solo “davanti alla scuola”, ma **tutto il tragitto**. Puoi identificare i punti critici, gli incroci peggiori, le zone più respirabili. Puoi proporre percorsi alternativi sicuri. ### 5 famiglie → mappa del quartiere **Scenario:** Cinque famiglie o cittadini si coordinano per monitorare punti diversi dello stesso quartiere. **Strategia:**- Un sensore vicino alla strada trafficata. - Uno nel cortile interno di un condominio. - Uno nel parco. - Uno vicino alla fermata dell’autobus. - Uno nella zona residenziale tranquilla. **Cosa ottieni:** Una mappa dettagliata delle differenze micro-locali. Puoi dimostrare che l’aria cambia drasticamente ogni pochi metri. Puoi identificare le zone più critiche e quelle più respirabili. ### 10 famiglie → micro-osservatorio civico (con potere politico reale) **Scenario:** Dieci famiglie o cittadini costruiscono una rete coordinata di monitoraggio, con incontri regolari e report condivisi. **Strategia:**- Riunione iniziale: decidete insieme i punti di misura strategici. - Calibrazione coordinata: tutti confrontano i propri dati con ARPA nello stesso periodo. - Condivisione dati: piattaforma condivisa (Google Drive, Notion, Telegram) dove tutti caricano i grafici settimanali. - Report collettivo: ogni mese, uno dei membri sintetizza i dati in un report unico. - Incontro con il Comune: presentate i dati insieme, non uno alla volta. **Cosa ottieni:** Diventi un **interlocutore credibile**. Non sei più “il cittadino che si lamenta”. Sei una rete organizzata, con dati solidi, che documenta un problema reale. Il Comune ti prende sul serio. ARPA ti prende sul serio. I giornali locali ti prendono sul serio. ### Gli ingredienti fondamentali per una rete che funziona ✅ **Coordinamento leggero:** Non serve burocrazia. Bastano incontri mensili o una chat di gruppo dove condividere dati e domande. ✅ **Metodo condiviso:** Tutti usano le stesse regole di posizionamento e calibrazione. Altrimenti i dati non sono confrontabili. ✅ **Report collettivo:** Non dieci report individuali. Uno solo, firmato da tutti, con i dati aggregati. ✅ **Richieste concrete:** Non “l’aria fa schifo”. Ma: “Chiediamo monitoraggio ufficiale in via X” o “Proponiamo ZTL dalle 7:30 alle 8:30”. ✅ **Continuità:** Una misura di una settimana non basta. Serve costanza: almeno 3 mesi, meglio 6. ### Strumenti pratici per organizzare la rete **Per condividere i dati:**- Google Drive condiviso (cartella con i CSV di ciascun sensore). - Piattaforme open come Sensor.Community (alcuni sensori caricano automaticamente). - Notion o fogli Google per report settimanali. **Per comunicare:**- Gruppo Telegram o WhatsApp per aggiornamenti rapidi. - Incontri mensili dal vivo (o su Zoom) per discutere i dati. **Per visualizzare:**- Grafici su Google Sheets o Excel. - Mappe su Google My Maps (inserisci i punti di misura e collega i dati). ### Dalla rete locale alla rete cittadina Se il vostro micro-osservatorio funziona, potete allargarvi: - Coinvolgete altri quartieri. - Collaborate con associazioni ambientaliste locali. - Chiedete supporto tecnico ad ARPA: alcune ARPA offrono formazione e supporto a gruppi di cittadini per progetti di monitoraggio civico. - Entrate in reti nazionali o europee di citizen science. Ma si parte sempre piccoli: tre famiglie, un tragitto, un quartiere. ### Il potere della rete **Un sensore racconta:** “Io respiro questa aria.” **Tre sensori raccontano:** “I nostri figli respirano questa aria.” **Dieci sensori raccontano:** “Tutto il quartiere respira questa aria. E vogliamo che cambi.” Non sottovalutare questo potere. Le istituzioni rispondono quando vedono **organizzazione, dati e continuità**. Costruisci la rete. Funziona. ## 10. Cosa fare domani mattina — Guida rapida (1 pagina) Hai letto tutto il manuale. Ora serve solo una cosa: **iniziare**. Ecco la tua checklist operativa. Stampala, appendila, usala. ### ✅ PASSO 1 — Apri il sito ARPA Vai sul sito della tua ARPA regionale (cerca “\[nome regione\] ARPA qualità aria”). **Cosa guardare:**- Dati in tempo reale della centralina più vicina a casa tua. - Report annuale: quali inquinanti sono critici nella tua città? - Mappe di concentrazione: la tua zona è critica o respirabile? **Tempo:** 15 minuti. ### ✅ PASSO 2 — Decidi cosa vuoi capire **Domandati:**- Vuoi sapere l’aria che respiri nel tragitto casa-scuola? - Vuoi capire se il cortile dove giocano i bambini è respirabile? - Vuoi monitorare i picchi di traffico nelle ore di punta? - Vuoi misurare l’ozono estivo nel parco? **Scegli una cosa.** Una sola. Per iniziare basta. **Tempo:** 5 minuti. ### ✅ PASSO 3 — Scegli cosa misurare In base alla tua risposta al Passo 2: - **Tragitto casa-scuola / strada trafficata** → PM2.5 e NO₂ - **Cortile / zona residenziale** → PM2.5 - **Parco / estate** → Ozono - **Zona con molti caminetti** → PM2.5 (ore serali) **Compra un sensore** che misuri quello che ti serve. **Tempo:** 1 giorno (per decidere e ordinare). ### ✅ PASSO 4 — Posiziona il sensore Usa le regole del capitolo 5: - **Quota persona:** 1,5-2 metri dal suolo. - **Vicino alla strada (non sopra):** massimo 10-15 metri. - **Punto rappresentativo:** non troppo riparato, non troppo esposto. - **Mai troppo vicino a fonti dirette:** camini, finestre, tubature. **Tempo:** 30 minuti. ### ✅ PASSO 5 — Avvia la calibrazione **Giorni 1-7:**- Confronta ogni giorno i grafici del tuo sensore con quelli della centralina ARPA. - Le curve salgono e scendono insieme? Bene. - Calcola lo scostamento medio (quanto sei sopra o sotto ARPA in percentuale). **Annota lo scostamento.** D’ora in poi leggi tutto con quel filtro. **Tempo:** 10 minuti al giorno per 7 giorni. ### ✅ PASSO 6 — Leggi la storia del tuo quartiere Dopo 7 giorni di calibrazione, inizia a leggere i dati come raccontato nel capitolo 7: - Picchi mattutini? Traffico. - Plateau serali? Combustioni domestiche. - Picchi pomeridiani estivi? Ozono. - Picchi irregolari? Sorgente locale. **Osserva i pattern per almeno 4 settimane.** **Tempo:** 5 minuti al giorno, 1 volta a settimana per fare un report. ### ✅ PASSO 7 — Decidi cosa farne **Opzione 1 — Uso personale:** Usa i dati per scegliere percorsi alternativi, orari migliori per uscire, strategie per ridurre l’esposizione. **Opzione 2 — Azione civica:** Scrivi un report (capitolo 8) e mandalo al Comune, ad ARPA, alla scuola. **Opzione 3 — Rete di quartiere:** Coinvolgi altri genitori, vicini, amici. Costruisci un micro-osservatorio (capitolo 9). ### Ricapitolando: i 7 passi 1. Apri il sito ARPA → 15 minuti 2. Decidi cosa vuoi capire → 5 minuti 3. Scegli cosa misurare → 1 giorno 4. Posiziona il sensore → 30 minuti 5. Calibra per 7 giorni → 10 minuti/giorno 6. Leggi i dati per 4 settimane → 5 minuti/giorno 7. Decidi cosa farne → dipende da te **Totale tempo effettivo per iniziare:** meno di 2 ore + 7 giorni di calibrazione + 4 settimane di osservazione. ### Domani mattina, davvero Apri il sito ARPA. Tutto il resto viene dopo. Ma **domani mattina, apri il sito ARPA.**## Conclusione Capire l’aria del proprio quartiere non è un privilegio di tecnici e ricercatori. È un diritto. E sempre di più, è anche una necessità. Questo manuale non ti ha insegnato a sostituire ARPA o a diventare un esperto di inquinamento atmosferico. Ti ha insegnato a **integrare** il lavoro istituzionale con una conoscenza locale più precisa, più utile, più vicina alla tua vita quotidiana. Hai imparato che l’aria può cambiare molto già in poche decine di metri, soprattutto vicino al traffico. Che i dati ufficiali sono affidabili ma non sufficienti. Che un sensore low-cost, usato con metodo, può raccontare storie che le reti ufficiali non vedono. Che misurare non basta: serve organizzazione, confronto, azione collettiva. Ora tocca a te. Puoi lasciare questo manuale in un cassetto. Oppure puoi aprire domani mattina il sito della tua ARPA, guardare i dati del tuo quartiere, e chiederti: **cosa respiro io, qui, adesso?** Da quella domanda parte tutto. **Eywa** è un progetto di divulgazione scientifica indipendente che lavora per rendere accessibile la conoscenza ambientale. Questo manuale nasce dalla convinzione che capire l’aria della propria città non sia un privilegio, ma un diritto. E che con metodo, rigore e voglia di fare, ogni cittadino possa trasformare la curiosità in strumento civico. Per domande, suggerimenti, per raccontarci la tua esperienza: **eywadivulgazione.it**# 📚 **Bibliografia essenziale** **[https://www.who.int/publications/i/item/9789240034228](https://www.who.int/publications/i/item/9789240034228?utm_source=chatgpt.com)** \[Linee guida OMS 2021 sulla qualità dell’aria: limiti raccomandati per PM2.5, NO2, ozono e altri inquinanti; evidenze su salute e rischio sanitario.\] **https://www.eea.europa.eu/publications/air-quality-in-europe-2023** \[Rapporto annuale EEA sulla qualità dell’aria in Europa: dati, trend e rischio sanitario.\] **https://www.snpambiente.it/2023/07/20/rapporto-qualita-dellaria-2023/** \[Rapporto SNPA sulla qualità dell’aria in Italia: quadro normativo, reti ARPA, indicatori.\] **https://www.arpae.it/it/temi-ambientali/aria/monitoraggio-della-qualita-dellaria** \[Guida ARPA ai monitoraggi ufficiali: stazioni certificate, strumenti, inquinanti normati.\] **https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/aria-e-clima/qualita-dellaria** \[Sezione ISPRA dedicata alla qualità dell’aria: normativa, metodi e indicatori nazionali.\] **** \[Documentazione tecnica su sensori low-cost, calibrazione e confronto con reti ufficiali.\] **** \[Database globale della qualità dell’aria: dati real-time, modelli e confronti.\] **https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:02008L0050-20150918** \[Direttiva europea 2008/50/CE sulla qualità dell’aria e i metodi di misurazione.\] **https://www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6\_2\_2\_1.jsp?lingua=italiano&id=3034** \[Ministero della Salute – sintesi ufficiale sugli effetti degli inquinanti atmosferici.\] **** \[Dossier Eywa sul microbioma del suolo e le reti ecologiche invisibili: utile per collegare il monitoraggio dell’aria al funzionamento dei microecosistemi che sostengono la vita.\] **Categorie:** Dossier --- ### [L'acquaponica risparmia il 90% d'acqua. Perché non è ovunque?](https://eywadivulgazione.it/acquaponica-italia-non-e-una-favola/) **Published:** Novembre 22, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) In Italia c’è un settore che cresce in silenzio, fa risparmiare milioni di litri d’acqua e però nei talk show non lo cita nessuno. Non è l’ennesima app “green” da vetrina, ma qualcosa di molto più concreto: **l’acquaponica**. Pesci, piante, batteri, sensori, serre. Un ecosistema in miniatura che, se lo guardi bene, ti fa una domanda molto semplice: vogliamo davvero continuare a sprecare acqua nei campi, nel 2025, quando esistono sistemi che ne fanno risparmiare fino al 90%? ## **Roma ha l’impianto che nessuno racconta** Il caso più clamoroso, oggi, è romano. **The Circle**, azienda agricola alle porte di Roma, ha superato l’ettaro di impianto acquaponico, arrivando a circa 12.500 metri quadri di serre fuori suolo: è tra i più grandi impianti di acquaponica d’Europa. Da lì escono insalate ed erbe aromatiche che, per ogni chilo prodotto, risparmiano circa 180 litri di acqua rispetto all’agricoltura tradizionale. Fermati un secondo su questo numero: **180 litri per chilo**. Vuol dire che un’insalatina da busta implica, da qualche parte, o un campo che beve come un cammello, o una serra che ha imparato a fare economia. E, sorpresa, la serra è più sobria del campo. Nel 2024 l’impianto è cresciuto, ha quadruplicato la capacità produttiva e ha iniziato a ragionare non più solo in termini di “startup simpatica” ma di filiera vera, con l’obiettivo di arrivare a oltre 150 mila piante e circa 21 mila chili di insalata l’anno, destinati a ristorazione e grande distribuzione. Dentro quel modello ci sono tre ingredienti che, per Eywa, sono la combinazione perfetta: drastico risparmio idrico, niente pesticidi, riduzione delle emissioni lungo la filiera secondo le stime interne dell’azienda. Non è la bacchetta magica che risolve tutto, ma è una prova pratica che “si può fare diversamente” non è più uno slogan, è un bilancio. ## **L’Italia che sperimenta (senza fare rumore)** Roma però non è sola. Nel 2025 la parola “acquaponica” ha iniziato a comparire sempre più spesso dove si parla di innovazione e futuro del cibo. Alla **Maker Faire Rome** (10-12 ottobre 2025), l’evento della tecnologia e dell’open innovation al Gazometro Ostiense, l’ENEA ha presentato il progetto **DEMETRA**: un sistema hi-tech per produrre cibo di qualità in ambienti chiusi, basato proprio su una piattaforma acquaponica alimentata da energia fotovoltaica e pensata per riusare gli scarti, ridurre gli sprechi e chiudere i cicli. Nel mare di gadget tecnologici, robot calciatori e AI “inclusive”, l’impianto acquaponico è passato quasi in sordina. Eppure, se domani dovessimo davvero coltivare cibo in città iper-calde, basi lunari o semplicemente capannoni abbandonati, sarebbe questo il tipo di sistema a darci da mangiare. Nel frattempo, lungo la penisola, si moltiplicano le esperienze locali. In Campania, il progetto **Novacoltura** ha messo in piedi il primo impianto di acquaponica della regione, in provincia di Napoli, raccontato come risposta concreta alla crisi climatica e alla scarsità d’acqua. In Sicilia, **Mangrovia** sperimenta da tempo l’allevamento di pesci e piante fuori suolo con la stessa acqua, tra vantaggi e limiti di un sistema che funziona benissimo sulla carta ma deve fare i conti con costi energetici, gestione dei nutrienti, mercato e burocrazia. ## **Startup, università e algoritmi** Se allarghiamo lo sguardo alle startup e alle tecnologie collegate, scopriamo che l’acquaponica italiana non è più solo un “impianto fighetto per ristoranti stellati”. C’è chi progetta impianti su misura per aziende, privati e scuole, come **Aquaponic Design**, spin-off dell’Università di Bologna che porta il fuori suolo nei contesti urbani e nelle serre ad alta tecnologia. Ci sono realtà come **Agri Island**, che lavorano su smart farm modulari acquaponiche, facendo ricerca per migliorare efficienza e resilienza dei sistemi. Sul fronte della ricerca, l’onda lunga arriva anche dall’intelligenza artificiale: sensori, algoritmi e piattaforme AI vengono già sperimentati per ottimizzare ossigenazione, qualità dell’acqua, nutrimento delle piante, consumi energetici, con test che partono proprio dagli impianti acquaponici italiani. Il messaggio, sotto sotto, è sempre lo stesso: se trattiamo ogni goccia d’acqua come risorsa preziosa, il digitale serve a non sprecarne nemmeno una. ## **Ora arrivano le domande scomode** Fin qui sembra tutto perfetto, quasi un depliant pubblicitario. Ma la realtà è un filo più scomoda. L’acquaponica italiana oggi vive in una terra di mezzo: abbastanza matura da produrre cibo e fatturato, troppo poco conosciuta perché una persona media possa entrare al supermercato e trovare chiaramente scritto “insalata da acquaponica, 180 litri d’acqua risparmiati”. Gli impianti crescono, i visitatori si stupiscono, i giornali applaudono all’innovazione, però nel carrello la rivoluzione ancora non si vede. E non si vede perché nessuno ha il coraggio di metterla a scaffale. Le grandi catene vogliono volumi enormi, disponibilità costante, logistica perfetta e prezzi bassi. Se non hai tutto questo, non entri. La maggior parte delle aziende acquaponiche italiane è ancora troppo piccola per quei volumi. Quindi restano fuori: canale Horeca, negozi locali, vendite dirette. E poi c’è il problema vero: costa di più. Per quanto efficiente in acqua, l’acquaponica ha costi energetici e di avvio più alti. Pompe, ossigenatori, controllo della temperatura, illuminazione in serra, sensori, manutenzione del ciclo chiuso. Tutto questo incide sul prezzo finale. E il supermercato, se il prezzo non è competitivo, non ti mette a scaffale. Molti impianti sono competitivi a livello premium (2–4 euro/100 g), ma non possono eguagliare le lattughe da 0,99€. Ma il problema più grande è invisibile: **comunicazione zero**. Manca un’etichettatura riconoscibile. Nessun bollino. Nessun claim obbligatorio. Nessun racconto chiaro. Quando il consumatore non sa cosa sta comprando, il supermercato non rischia. E quando la GDO non chiede, le aziende non spingono. Gli impianti acquaponici italiani sono nati vicini alle città, relativamente piccoli, pensati per freschezza estrema con consegna a 24-48 ore. Sono un’alternativa agli ortaggi trasportati da centinaia di chilometri, non un sostituto diretto dell’agricoltura convenzionale che riempie gli scaffali. La loro forza è la qualità e la sostenibilità, non la quantità. Nel frattempo l’Italia non sa nemmeno come chiamarla: non è acquacoltura, non è idroponica, non è agricoltura tradizionale. È un ibrido burocratico, e questo blocca tutto. Certificazioni, espansioni, fondi pubblici, contratti con la grande distribuzione: ogni passaggio si inceppa perché manca un inquadramento normativo chiaro. E poi manca la cosa che conta davvero: il trend. La GDO mette a scaffale ciò che è di moda, ha storytelling, ha un movimento social, spinge i consumatori a provarlo. L’acquaponica, oggi, non ce l’ha. Nonostante tutto il suo potenziale, non è ancora diventata un simbolo del futuro del cibo come lo è stato il biologico o il km zero. C’è poi il tema del **benessere animale**: dietro ogni serra acquaponica ci sono vasche piene di pesci. Gli impianti italiani usano principalmente tilapie, trote o carpe (fonte: ENEA, Acquaponica in Italia, 2023), ma su quali densità, con quali standard di benessere, le informazioni sono ancora pochissime. La narrazione mainstream ti racconta solo le piante bellissime e le radici immerse nell’acqua pulita; sui pesci, silenzio. Le densità nelle vasche variano da 20 a 60 kg/m³ a seconda della specie, ma i dati italiani sono poco pubblicati. Una transizione ecologica degna di questo nome non può limitarsi a dire “usiamo meno acqua” se poi si dimentica che, dall’altra parte, ci sono esseri viventi rinchiusi nelle vasche. Infine resta l’elefante nella stanza: **l’energia**. Per mantenere in equilibrio un impianto chiuso servono pompe, illuminazione, a volte climatizzazione. ENEA, con DEMETRA, sta già pensando a sistemi integrati con fotovoltaico e accumulo, ma non tutti gli impianti commerciali hanno oggi questo livello di autonomia energetica. La domanda cruciale, quindi, non è solo “quanto acqua risparmiamo?”, ma “quanto emettiamo per tenere accesa questa macchina?”. È lì che si gioca la credibilità climatica dell’acquaponica. Un impianto medio consuma dai 20 ai 50 kWh/giorno ogni 1000 m², molto dipende dal design della serra e dall’illuminazione. ## **Eywa dice…** L’acquaponica non è la favola perfetta che ti raccontano nelle fiere, ma è uno dei pochi esperimenti concreti in cui l’Italia si sta muovendo davvero verso un uso razionale dell’acqua, del suolo e degli scarti. Sta a noi, come comunità, spingere nella direzione giusta: chiedere trasparenza sulle filiere, pretendere energia rinnovabile a monte, fare domande scomode sul benessere animale e, soprattutto, supportare chi ha il coraggio di piantare serre acquaponiche al posto di parcheggi e capannoni vuoti. Perché il punto non è innamorarsi della parola “acquaponica”. Il punto è capire che **ogni litro d’acqua risparmiato oggi è qualcuno che domani avrà da bere**. E se per arrivarci dobbiamo passare da un ecosistema di pesci, lattughe e batteri che lavorano insieme ventiquattr’ore al giorno… be’, forse vale la pena iniziare a domandarci perché questo modello non sia già ovunque. ## **Bibliografia** Le città biointegrate: come trasformare edifici e spazi urbani in ecosistemi produttivi https://eywadivulgazione.it/citta-biointegrate/ The Circle inaugura a Roma uno dei più grandi impianti di acquaponica d’Europa [https://esgnews.it/environmental/the-circle-inaugura-a-roma-limpianto-piu-grande-deuropa-di-acquaponica/?utm\_source=chatgpt.com](https://esgnews.it/environmental/the-circle-inaugura-a-roma-limpianto-piu-grande-deuropa-di-acquaponica/?utm_source=chatgpt.com) The Circle – Scheda tecnica e dati di risparmio idrico [https://www.thecircle.global/acquaponica/?utm\_source=chatgpt.com](https://www.thecircle.global/acquaponica/?utm_source=chatgpt.com)The Circle cresce: 180 litri d’acqua risparmiati per ogni kg di insalata [https://esgnews.it/food/the-circle-cresce-lazienda-acquaponica-180-litri-di-acqua-risparmiati-per-ogni-kg-di-insalata/?utm\_source=chatgpt.com](https://esgnews.it/food/the-circle-cresce-lazienda-acquaponica-180-litri-di-acqua-risparmiati-per-ogni-kg-di-insalata/?utm_source=chatgpt.com) ENEA – Sistema hi-tech DEMETRA per produrre cibo in ambienti chiusi [https://www.media.enea.it/comunicati-e-news/archivio-anni/anno-2025/agroindustria-enea-sistema-hi-tech-per-produrre-cibo-di-qualita-in-ambienti-chiusi.html?utm\_source=chatgpt.com](https://www.media.enea.it/comunicati-e-news/archivio-anni/anno-2025/agroindustria-enea-sistema-hi-tech-per-produrre-cibo-di-qualita-in-ambienti-chiusi.html?utm_source=chatgpt.com) Novacoltura – Il primo impianto di acquaponica della Campania [https://www.italiachecambia.org/2025/02/novacoltura-acquaponica-campania/?utm\_source=chatgpt.com](https://www.italiachecambia.org/2025/02/novacoltura-acquaponica-campania/?utm_source=chatgpt.com) Mangrovia – Fare acquaponica in Sicilia tra vantaggi e limiti [https://agronotizie.imagelinenetwork.com/agronomia/2024/09/27/fare-acquaponica-in-sicilia-tra-vantaggi-e-limiti/85751?utm\_source=chatgpt.com](https://agronotizie.imagelinenetwork.com/agronomia/2024/09/27/fare-acquaponica-in-sicilia-tra-vantaggi-e-limiti/85751?utm_source=chatgpt.com) Aquaponic Design – Progetti e applicazioni universitarie per impianti su misura [https://myplantgarden.com/myplantech-aziende-2024/?utm\_source=chatgpt.com](https://myplantgarden.com/myplantech-aziende-2024/?utm_source=chatgpt.com) Agri Island – Smart farm modulari acquaponiche in Italia [https://www.acquaponica.blog/category/acquaponica/aziende-acquaponica/?utm\_source=chatgpt.com](https://www.acquaponica.blog/category/acquaponica/aziende-acquaponica/?utm_source=chatgpt.com) Italiafruit – Intelligenza artificiale applicata agli impianti di acquaponica [https://www.italiafruit.net/lintelligenza-artificiale-entra-negli-impianti-di-acquaponica?utm\_source=chatgpt.com](https://www.italiafruit.net/lintelligenza-artificiale-entra-negli-impianti-di-acquaponica?utm_source=chatgpt.com) **Categorie:** Attualità --- ### [Quando serve davvero separare le ciclabili: cosa dicono gli standard internazionali e perché in Italia continuiamo a ignorarli](https://eywadivulgazione.it/bici-ciclabili-vernice-non-basta/) **Published:** Novembre 21, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Immagina la scena: sei in sella alla tua bici, con tuo figlio nel seggiolino dietro. Stai percorrendo quella che il Comune ha definito “pista ciclabile”: una striscia bianca dipinta sull’asfalto, larga poco più di un metro, schiacciata tra il traffico e le auto in sosta. I veicoli ti sfrecciano accanto a cinquanta all’ora, a pochi centimetri dalla tua gamba. Il bambino ride, ignaro, mentre tu stringi il manubrio e conti i minuti che ti separano dalla fine di questo corridoio d’ansia. Quella riga di vernice dovrebbe proteggerti, almeno sulla carta. Nella realtà, è poco più di una promessa cosmetica, un’illusione di sicurezza che si sgretola a ogni passaggio ravvicinato. Questa non è un’iperbole. È l’esperienza quotidiana di migliaia di persone che provano ad andare al lavoro, a scuola o semplicemente a spostarsi in bici nelle nostre città. E mentre molte amministrazioni si affrettano a dipingere strisce e a inaugurare chilometri di “nuove ciclabili”, la domanda che dovremmo farci è più semplice e più urgente: queste infrastrutture sono davvero sicure? O sono solo il modo più economico per dire di aver fatto qualcosa? ## **Quando la bici convive e quando deve essere protetta** La bicicletta convive benissimo con il traffico motorizzato quando le condizioni lo permettono. In una strada residenziale con limite a 30 km/h, volumi di traffico bassi e automobilisti consapevoli, non serve separare nulla: ciclisti e auto condividono lo spazio senza rischi significativi. Il problema nasce quando questa convivenza diventa squilibrata. Quando le velocità aumentano, quando i volumi di traffico crescono, quando la differenza di massa e velocità tra una bici e un’auto diventa un fattore letale. Sopra i 40 km/h, la sicurezza crolla. Sopra i 50 km/h, parlare di convivenza è semplicemente una follia. Non è un’opinione ideologica, non è il capriccio di qualche attivista ciclabile. È ingegneria. È statistica. È la fisica dei corpi in movimento e l’energia cinetica in gioco quando qualcosa va storto. ## **Cosa dicono NACTO e CROW, i riferimenti più autorevoli al mondo** Quando si parla di progettazione di infrastrutture ciclabili, due nomi fanno testo a livello internazionale: NACTO e CROW. Il primo è il manuale della National Association of City Transportation Officials, il riferimento tecnico più autorevole negli Stati Uniti. Il secondo arriva dai Paesi Bassi, le nazioni con la più alta sicurezza ciclistica al mondo e decenni di dati reali su cui fondare le proprie linee guida. Entrambi convergono su un punto fondamentale: con volumi di traffico elevati o velocità superiori ai 40 km/h, la separazione fisica è essenziale per garantire la sicurezza dei ciclisti. Oltre i 50 km/h, diventa uno standard obbligato. Questi limiti non sono arbitrari: sono il frutto di analisi approfondite sulle traiettorie, le capacità di frenata, i tempi di reazione e l’energia che si libera in caso di impatto. Quando un ciclista e un’auto entrano in collisione a velocità elevate, la differenza di massa trasforma l’incidente in un trauma che può essere fatale. La separazione fisica non è un dettaglio estetico: è ciò che fa la differenza tra tornare a casa e finire in ospedale. ## **Le soluzioni esistono già: basta applicarle** Le soluzioni non sono misteriose, né devono essere inventate da zero. Esistono già, sono state testate per decenni e funzionano. La pista ciclabile rialzata, allo stesso livello del marciapiede, stacca naturalmente la bici dal traffico senza bisogno di muri o barriere aggressive: è una soluzione elegante, percepita come sicura da chi pedala e rispettosa dello spazio urbano. C’è poi il cycle track, protetto da cordoli continui, con larghezze standard tra 1,8 e 2,2 metri per le monodirezionali e tra 3 e 4 metri per le bidirezionali. Infine, la protezione tramite la fila di sosta, dove le auto parcheggiate diventano un cuscinetto tra bici e veicoli in movimento, ma solo se esiste uno spartitraffico adeguato (0,6–1 metro) e una progettazione conforme alle linee guida. Un aspetto cruciale, sottolineato dal manuale CROW, è la continuità dell’infrastruttura: non bastano tratti separati se poi la pista si interrompe, costringe a slalom improvvisi o obbliga il ciclista a tornare nel traffico senza preavviso. La sicurezza percepita e reale si costruisce con percorsi coerenti, senza buchi, che accompagnano chi pedala dall’inizio alla fine del tragitto. ## **I numeri della sicurezza: perché separare funziona davvero** La separazione fisica riduce drammaticamente l’incidentalità perché riduce i conflitti: meno veicoli in svolta che tagliano la strada ai ciclisti, maggiore prevedibilità dei movimenti, più distanza reale tra corpi vulnerabili e masse in movimento, meno sorpassi stretti, meno stress. E meno stress significa più persone disposte a usare la bici, perché si sentono finalmente al sicuro. Il ritorno economico è altrettanto evidente. Meno incidenti significano meno costi sanitari, meno giornate lavorative perse, meno vite spezzate e famiglie distrutte. Gli studi mostrano che dove si separa bene, cresce l’uso della bici e cala il traffico automobilistico complessivo. È un investimento che si ripaga, non solo in termini economici, ma in qualità della vita urbana. ## **Il problema italiano: perché ancora non lo facciamo?** Eppure, in molte città italiane ci si accontenta ancora della riga di vernice. Perché? Perché è economica, immediata, visibile politicamente. Crea “la foto” per l’inaugurazione, ma non crea sicurezza. È il paradosso delle nostre amministrazioni: spendiamo soldi per infrastrutture che non proteggono, e poi spendiamo ancora di più per gli incidenti che non abbiamo evitato. Diverse analisi sottolineano che in Italia spesso si adottano soluzioni di basso impatto economico e visivo, come strisce di vernice, che non garantiscono una reale protezione, con conseguenti elevati rischi di incidenti. Il ritardo culturale rispetto alle città europee che hanno già adottato standard seri è lampante. E continua a costare vite. ## **La protezione non è un lusso, è un diritto** L’infrastruttura ciclabile è un’infrastruttura sociale, che restituisce tempo, salute e aria pulita. Scegliere standard seri significa scegliere la vita delle persone. Significa permettere a un genitore di accompagnare il figlio a scuola senza ansia, a una persona anziana di andare al mercato senza rischiare, a chiunque di spostarsi con dignità e sicurezza. La separazione fisica non è un capriccio dei ciclisti. È ciò che permette alle persone di tornare a casa. ## **Bibliografia** **Eywa – Dossier “Sicurezza in bici: quando le ciclabili non bastano”** Approfondimento completo sui limiti delle ciclabili dipinte, standard internazionali e soluzioni di sicurezza. **NACTO – Urban Bikeway Design Guide** Linee guida statunitensi su separazione fisica, larghezze delle piste e progettazione delle infrastrutture ciclabili urbane. **CROW – Design Manual for Bicycle Traffic** Gold standard olandese per progettazione ciclabile: dimensioni, continuità, livelli di protezione e soglie di velocità. **OECD/ITF – Cycling, Health and Safety** Analisi internazionale su sicurezza ciclistica, dinamiche degli incidenti e correlazioni tra velocità e rischio. **ECF – The Benefits of Cycling** Dati su benefici economici, sanitari e sociali delle infrastrutture ciclabili protette. **Legambiente – Città2030 (Rapporto Mobilità)** Analisi italiana su qualità delle infrastrutture urbane, criticità delle ciclabili dipinte e ritardi nelle soluzioni protette. **ISTAT – Report Incidenti Stradali** Statistiche ufficiali su incidentalità stradale, vulnerabilità dei ciclisti e dinamiche dei sinistri in ambito urbano. **ISFORT – Audimob, Rapporto sulla Mobilità** Indagini nazionali sui comportamenti di mobilità, uso della bici e carenze infrastrutturali nelle città italiane. **Categorie:** Articoli, Attualità --- ### [Sicurezza in bici: le ciclabili non bastano](https://eywadivulgazione.it/sicurezza-bici-ciclabili-non-bastano/) **Published:** Novembre 19, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **Il problema non è la bici: è come progettiamo le strade** In Italia non è la bici a essere “pericolosa”, lo diventano le strade progettate al risparmio e per il taglio del nastro. Dal 2014 al 2023 si contano oltre 164.000 sinistri che hanno coinvolto ciclisti e circa tremila morti (Atlante Politecnico di Milano su dati ISTAT). Il punto è la scelta di dipingere corsie anziché costruire protezioni, inaugurare chilometri senza prevedere manutenzione, sacrificare incroci sicuri per mostrare “la pista” in conferenza stampa. La buona notizia: sappiamo già cosa funziona. Standard chiari, budget vincolati e decisioni amministrative coerenti trasformano la sicurezza in pratica quotidiana, non in slogan.## **Dov’è davvero il rischio: guardare il rapporto, non il totale** ![Bicicletta incroci](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/11/bicicleta-incroci.jpg) L’Indice di Rischio Urbano (IRU), usato nella letteratura internazionale, mette in rapporto gli incidenti gravi con gli spostamenti in bici. È il modo corretto di leggere i dati: Milano registra molti incidenti ma anche milioni di viaggi, quindi un IRU contenuto; città con meno ciclisti possono avere un IRU più alto e quindi un rischio individuale maggiore. Ferrara, Ravenna, Bolzano mostrano quote elevate di incidenti “perché la bici esiste davvero nel traffico”: senza infrastrutture adeguate, l’esposizione aumenta. Dove l’IRU è alto, la priorità è: protezioni fisiche sulle arterie veloci, incroci progettati e limite 30 dove non si separano i flussi.## **Tre errori ricorrenti (tutti correggibili)** **Corsie a vernice su strade a 50 km/h.** Oltre i 40 km/h la convivenza bici-auto diventa intrinsecamente rischiosa: servono piste rialzate, cordoli continui, buffer di parcheggi. **Incroci lasciati “alla buona”.** Senza geometrie che costringano a rallentare, attraversamenti arretrati, isole d’angolo e fasi dedicate, è qui che si concentra la gravità dei sinistri. **Manutenzione assente.** Buche, tombini sfalsati, radici e segnaletica scolorita cancellano la sicurezza. La manutenzione delle piste ciclabili non è un extra: è parte dell’opera.## **Separazione fisica: quando è necessaria e come si realizza** Le linee guida NACTO e CROW (NACTO è il manuale statunitense più autorevole sulla progettazione delle infrastrutture ciclabili urbane; le linee guida CROW dei Paesi Bassi sono il “gold standard” mondiale per la mobilità ciclistica, basato su decenni di dati reali in uno dei sistemi più sicuri ed efficaci al mondo) convergono: con volumi elevati o velocità oltre ~40 km/h la separazione è raccomandata; sopra i 50 km/h diventa standard. Le soluzioni sono note: piste rialzate a livello marciapiede; cycle track (una pista ciclabile totalmente separata dal traffico, protetta da cordoli o rialzi e distinta fisicamente dalla carreggiata) con cordolo continuo; protezione tramite fila di sosta, con larghezze conformi agli standard (1,8–2,2 m mono; 3–4 m bi-direzionali). Non è un’opinione: questi interventi riducono in modo sostanziale l’incidentalità e hanno ritorni economici positivi in spesa sanitaria e costi sociali evitati.## **L’incrocio protetto: quattro pezzi che fanno sistema** Gli incroci sono il punto critico. Il modello “protetto” funziona perché integra: isole d’angolo (raggio di curvatura ridotto → auto più lente), attraversamento ciclabile arretrato (visibilità anticipata), linea d’arresto avanzata per le bici (visibilità al verde), fasi semaforiche dedicate (qualche secondo di vantaggio per pedoni e ciclisti). È ingegneria semplice, ma determinante.## **Città 30: progettare strade che “perdonano”** Bologna, nel primo anno di standard 30 km/h, registra −13,1% di incidenti totali, −31% di incidenti gravi e +10% spostamenti in bici (Comune di Bologna). Ridurre la velocità non assolve la negligenza, ma consente al sistema di assorbire gli errori umani senza trasformarli in tragedie. Dove non riesci a separare, rallenti: è la misura più rapida ed economica per salvare vite.## **Regole ed enforcement (per tutti, anche per chi pedala)** ![Bicicletta casco](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/11/bicicletta-casco.jpg) Il Codice della Strada richiede luci, catadiottri, freni su entrambe le ruote e campanello (art. 182; v. FAQ Polizia di Stato). Se esiste corsia/pista istituita, è obbligatorio usarla; altrimenti si sta in carreggiata rispettando le norme generali. Il casco non è obbligatorio per i ciclisti, ma andrebbe reso tale almeno per i minori e fortemente raccomandato per tutti, in particolare su e-bike e cargo. Per i monopattini elettrici il casco è già obbligatorio per tutti. Regole di convivenza: 20 km/h dove lo spazio è promiscuo, 30 km/h dove non c’è separazione, marciapiedi vietati salvo quelli con tratti ciclopedonali. Sulle sole strisce pedonali chi resta in sella non ha precedenza: l’indicazione diffusa è scendere e spingere a mano la bici; varrebbe la pena renderlo esplicito in legge. E-bike manomesse (che raggiungono fino a 40-50 km/h) e monopattini senza luci richiedono controlli costanti, sequestri quando serve e soluzioni tecnologiche (es. geofencing, sistema che limita automaticamente la velocità dei mezzi elettrici quando entrano in aree sensibili come scuole, parchi o zone pedonali e piazze).## **Formazione: patentino urbano ed educazione continua** Le infrastrutture funzionano al meglio se chi le usa sa come farlo. Proposta in due livelli: un **patentino bici urbano** (città >100.000 abitanti e aree metropolitane) valido 5 anni, con prova pratica su manovre, incroci, segnali ed e-micromobilità; ed **educazione stradale obbligatoria** a scuola (6–14 anni) con uscite reali, istruttori e mini-esame pratico. Infrastrutture + formazione = cambiamento culturale assicurato.## **Logistica pesante: tecnologia e orari intelligenti** I mezzi pesanti pesano poco nei numeri assoluti ma molto nella gravità. L’angolo cieco in svolta a destra è un rischio noto. Milano ha introdotto in Area B l’obbligo di dispositivi anti-angolo cieco (radar/telecamere, in alcuni casi con inibizione della partenza). Questa deve diventare norma metropolitana diffusa. In parallelo: fasce orarie di accesso lontane dai picchi di mobilità attiva e hub periferici per il travaso delle consegne urbane su cargo-bike e furgoni compatti a basso impatto.## **Pedoni e convivenza tra vulnerabili** ![Bicicletta pedoni](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/11/bicicletta-pedoni.jpg) Nel 2024 le stime ASAPS su base ISTAT indicano circa **470–475 pedoni morti** sulle strade italiane. E un punto va chiarito con forza: **non muoiono perché li investono le bici, ma perché li investono le auto**. Oltre la metà delle vittime cade **sulle strisce pedonali**, il luogo che per definizione dovrebbe essere il più sicuro. Vision Zero applicato ai pedoni significa ridisegnare gli attraversamenti in modo che gli errori non diventino tragedie: **attraversamenti rialzati** che costringono le auto a rallentare, **illuminazione mirata** che rende visibili le persone anche di notte, **isole salvagente** per chi ha tempi di attraversamento più lenti, **verde pedonale anticipato** per dare qualche secondo di vantaggio, **eliminazione dei parcheggi** che oggi ostruiscono la visuale reciproca. E quando pedoni e ciclisti condividono lo spazio? Serve coesistenza regolata, non conflitto. **Limiti a 20 km/h**, differenze visive di pavimentazione, **percorsi podotattili** per chi si orienta con il bastone. E soprattutto serve chiarezza: **dove manca l’attraversamento ciclabile dedicato, chi è in bici scende e spinge**. La priorità, sempre, va a chi è più fragile. ## **Manutenzione: la condizione senza la quale tutto il resto non regge** Ogni nuova ciclabile deve nascere con un piano di manutenzione finanziato per almeno dieci anni. Senza, la qualità decade in fretta: buche, tombini sfalsati, radici, fogliame, segnaletica scolorita. La manutenzione preventiva costa meno degli incidenti: ogni euro investito evita multipli in spesa sanitaria, giorni di lavoro persi e contenziosi.## **Politica dello spazio: ottimizzare una risorsa finita** Lo spazio urbano è limitato: ogni metro destinato a una funzione lo sottrae a un’altra. Un posto auto serve un veicolo fermo per il 95% del tempo; una corsia ciclabile da 1,5 m può muovere nell’ordine di 1.000–2.000 persone/ora in buone condizioni. Numeri alla mano, la priorità deve andare alle soluzioni che spostano più persone, riducono i rischi e tutelano chi è esposto: pedoni, ciclisti, bambini, anziani, persone con disabilità. L’auto non è un nemico, ma non può assorbire tutto lo spazio per default. Gestione sosta, park&ride, sharing e tariffe intelligenti permettono transizioni graduali e senza traumi.## **Zero non è un sogno: è amministrazione responsabile** Gli strumenti ci sono: protezioni dove servono, incroci progettati, Città 30, regole chiare ed enforcement equo, casco almeno per i minori, attraversamenti a piedi sulle strisce, formazione continua, sensori sui mezzi pesanti, manutenzione con budget vincolato. Non è un problema di conoscenza, ma di volontà. Oslo nel 2019 ha registrato zero pedoni e zero ciclisti uccisi; Helsinki pure. Bologna ha tagliato del 31% i sinistri gravi in un anno con il 30 generalizzato. Non sono eccezioni irraggiungibili: sono scelte replicabili. Zero non è un numero astratto: è una promessa concreta che mette al centro i corpi, la vita e il diritto di muoversi senza paura. Mantenere quella promessa dipende da decisioni amministrative coerenti e continue. ``` Bibliografia: ISTAT — “Incidenti stradali in Italia. Anno 2023” (2024) https://www.istat.it/it/archivio/297448 Politecnico di Milano (DAStU) — Atlante dell’incidentalità ciclistica in Italia (2025) https://www.polimi.it/it/comunicazione/news/atlante-dellincidentalita-ciclistica-in-italia NACTO — Urban Bikeway Design Guide (edizione online aggiornata) https://nacto.org/publication/urban-bikeway-design-guide/ CROW (Paesi Bassi) — Design Manual for Bicycle Traffic (2016, ultima ed.) https://www.crow.nl/publicaties/design-manual-for-bicycle-traffic ERSO (Commissione Europea) — “Cyclists” Thematic Report https://road-safety.transport.ec.europa.eu/statistics-and-analysis/erso/cyclists_en WHO & World Bank — “Speed Management: a road safety manual” (2017) https://apps.who.int/iris/handle/10665/277071 ITF–OECD — “Monitoring Progress in Urban Road Safety” (2020) https://www.oecd-ilibrary.org/transport/monitoring-progress-in-urban-road-safety_5bb23c28-en Comune di Bologna — “Città 30 – Rapporto primo anno” https://bolognacitta30.it/ INU — “Bologna Città 30, pronti i dati diffusi dal Comune” (2025) https://www.inu.it/news/bologna-citta-30-pronti-i-dati-diffusi-dal-comune/ ASAPS — Osservatorio Pedoni e Ciclisti (aggiornamenti 2024-2025) https://www.asaps.it/626-Pedoni_e_ciclisti.html Codice della Strada — Art. 68 (Caratteristiche dei velocipedi) https://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/1992_0285.htm#art68 Codice della Strada — Art. 182 (Circolazione dei velocipedi) https://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/1992_0285.htm#art182 Codice della Strada — Art. 191 (Comportamento verso i pedoni) https://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/1992_0285.htm#art191 Comune di Milano — Area B (dispositivi anti-angolo cieco) https://www.comune.milano.it/aree-tematiche/mobilita/area-b Città di Oslo — “Zero traffic fatalities in 2019” https://www.visitoslo.com/en/oslo-now/green-oslo/zero-traffic-fatalities/   ``` **Categorie:** Articoli, Attualità **Tag:** Ambiente & Sostenibilità --- ### [Non è una tassa sui robot, ma un modo per rendere la tecnologia parte del patto sociale](https://eywadivulgazione.it/non-e-una-tassa-sui-robot-ma-un-modo-per-rendere-la-tecnologia-parte-del-patto-sociale/) **Published:** Novembre 11, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **Introduzione** Parliamoci chiaro: mentre il dibattito sulla *robot tax* si impantana tra slogan da talk show e provocazioni da social, c’è un sistema pensionistico che fa acqua da tutte le parti. E no, non è colpa dei giovani che “non vogliono lavorare” o degli anziani che “rubano il futuro”. È che il mondo è cambiato, e noi continuiamo a tassare come se fossimo ancora nell’era delle fabbriche fordiste. Oggi la ricchezza la producono anche – e sempre più – **macchine e algoritmi**. Ma il fisco? Continua a guardare solo le buste paga. Risultato: ogni volta che un’azienda sostituisce dieci persone con un software, lo Stato perde contributori. **Meno lavoratori significa meno contributi, meno risorse per pensioni e welfare.** Un cortocircuito che secondo alcuni studiosi, ci ostiniamo a ignorare. Il **Contributo Automazione** – proposta elaborata da **Stefano Bacchiocchi** – prova a uscire da questo vicolo cieco. Non tassa i robot (qualunque cosa significhi), ma **intercetta il vantaggio economico** che nasce quando l’automazione rimpiazza esseri umani. L’idea di fondo è semplice quanto dirompente: se le macchine generano profitti al posto delle persone, almeno una parte di quei profitti dovrebbe contribuire al sistema che quelle persone dovrebbero sostenere. Ma c’è anche l’altro lato della medaglia: quello delle **imprese, soprattutto piccole e medie**, già schiacciate da un carico fiscale e burocratico tra i più alti d’Europa. Per molte di loro, investire in automazione non è una scorciatoia per licenziare, ma **l’unico modo per reggere la concorrenza**, mantenere i livelli occupazionali residui e continuare a produrre in Italia. In questo contesto, un nuovo contributo, per quanto equo sul piano teorico, rischia di essere percepito come l’ennesimo freno a chi crea valore reale. Gli abbiamo chiesto di spiegarci come funzionerebbe nella pratica, chi pagherebbe davvero, e soprattutto: **è una proposta realizzabile o l’ennesima utopia da convegno?**## **Intervista a Stefano Bacchiocchi** - ***La sua proposta parte da un presupposto forte: oggi la ricchezza non è più prodotta solo dal lavoro umano. È questa la frattura che vuole sanare?*** Questo è il nodo centrale. La ricchezza, oggi, è sempre più generata da sistemi automatici. Eppure il nostro impianto pensionistico e fiscale resta ancorato a un presupposto ormai superato: che il lavoro umano costituisca la fonte primaria della capacità contributiva. Da questa frattura nasce un evidente squilibrio, che si traduce in iniquità e in uno scollamento tra i principi su cui si fonda l’attuale sistema e la realtà produttiva contemporanea, caratterizzata da processi digitali e automatizzati. Nella mia visione, quando una macchina o un algoritmo sostituisce l’attività di una persona, **il valore così generato deve concorrere al finanziamento dei costi sociali** che, fino a ieri, gravavano esclusivamente sul lavoro umano. Il Contributo Automazione rappresenta la risposta normativa e fiscale capace di riallineare la logica della contribuzione con la struttura economica del presente e del futuro. - ***In molti temono che tassare l’automazione significhi ostacolare il progresso. Lei invece dice che serve per accompagnarlo: come?*** Il timore che un intervento fiscale possa frenare il progresso tecnologico è, dati alla mano, privo di fondamento. L’automazione non avanza perché poco tassata, ma perché **intrinsecamente più efficiente**: non conosce interruzioni per ferie o malattia, riduce drasticamente il fabbisogno di manodopera e garantisce livelli di produttività che il lavoro umano, da solo, non può eguagliare. È una tendenza irreversibile, radicata nella logica economica e competitiva delle imprese, e non un fenomeno contingente che possa essere condizionato da un’imposta. Le grandi rivoluzioni tecnologiche della storia – dalla meccanizzazione industriale all’informatizzazione – non sono mai state arrestate da vincoli normativi o fiscali. **L’obiettivo, dunque, non è ostacolare l’innovazione, ma governarla.** Ciò significa riconoscere che l’automazione genera una nuova forma di capacità contributiva, oggi del tutto ignorata, e che questa deve essere valorizzata per sostenere la coesione sociale. Non si tratta di punire la tecnologia, bensì di **integrare i suoi benefici in un sistema di equità collettiva.** - ***Ci spiega in parole semplici come si calcola questo contributo?* Il principio è chiaro e lineare: **non si tassa la macchina in quanto tale**, ma soltanto il reddito che l’impresa realizza quando sostituisce il lavoro umano con l’automazione. In altre parole, l’imposta non colpisce la tecnologia, bensì **il guadagno che deriva direttamente dal rimpiazzo delle persone. Il meccanismo di calcolo si basa sui dati già comunicati dalle imprese – ricavi, costi del personale, indicatori di settore – senza introdurre nuovi adempimenti. Lo Stato definisce un “Costo del Personale Atteso” per ogni settore: se un’impresa spende meno della media per personale a parità di ricavi, la differenza è considerata vantaggio economico attribuibile all’automazione. Solo su questa quota si applica l’imposta, secondo **aliquote progressive. In assenza di sostituzione del lavoro umano, non vi è alcun prelievo. - ***Perché ha scelto di non tassare le macchine, ma il vantaggio economico che producono?* La scelta non è casuale, ma di principio. Tassare direttamente la macchina significherebbe entrare in un terreno scivoloso: cos’è esattamente un robot? Quali tecnologie rientrano nella definizione e quali no? Il Contributo Automazione adotta una logica diversa: **non guarda allo strumento, ma al risultato economico** che esso genera. L’imposta colpisce solo il reddito aggiuntivo derivante dall’automazione quando questa sostituisce il lavoro umano. In questo modo si supera ogni ambiguità tecnica e si concentra l’attenzione sull’effetto concreto e verificabile. Finché la tecnologia affianca e supporta l’attività umana, non vi è imposizione. Diventa invece rilevante solo quando svolge attività produttive che rimpiazzano la prestazione delle persone. **In sintesi: il Contributo Automazione non è una tassa contro le macchine, ma uno strumento per riallineare il patto fiscale con la realtà produttiva contemporanea, trasformando uno squilibrio in un’occasione di giustizia redistributiva.** - ***Chi controllerebbe che le aziende dichiarino correttamente i dati?*** La verifica è affidata a professionisti iscritti ad albi, con assicurazione obbligatoria e vigilanza ministeriale. I controlli si basano su dati già presenti nei bilanci e nelle dichiarazioni fiscali, garantendo trasparenza, efficienza e responsabilità giuridica. - ***È già possibile stimare un gettito annuo potenziale?*** Non esiste ancora una cifra definitiva, ma una stima di massima – a regime – parla di **circa 8 miliardi di euro annui. Una fase pilota, applicata ai settori più automatizzati, servirà a calibrare gli indicatori e verificare l’efficacia del sistema. - ***Le risorse andrebbero a un fondo vincolato: come garantirne la trasparenza?*** Il contributo è concepito come **tributo di scopo. Le risorse confluiscono in un fondo autonomo, separato e tracciabile, gestito da una **governance multilaterale** composta da istituzioni pubbliche, parti sociali, esperti indipendenti e imprese. Lo scopo è chiaro: reinvestire i proventi dell’automazione in **formazione, riqualificazione, politiche attive per il lavoro e previdenza sociale**, così che l’automazione diventi una leva di progresso condiviso e non un fattore di esclusione. - ***E concretamente, che tipo di interventi potrebbero essere finanziati?*** Programmi di formazione e riqualificazione professionale, integrazione del reddito, rafforzamento previdenziale e politiche attive per l’impiego. Un meccanismo di **equità dinamica**: le imprese che beneficiano della produttività tecnologica contribuiscono a sostenere i lavoratori che ne sono stati sostituiti. - ***Cosa direbbe a un imprenditore che teme un nuovo onere fiscale?*** Direi che questa proposta **non è una nuova tassa generalizzata**, ma un meccanismo mirato alle imprese di maggiori dimensioni e ad alta automazione. Si basa su dati già disponibili, non introduce burocrazia aggiuntiva, e prevede **esenzioni per microimprese, start-up, settori in crisi e ambiti sensibili come la sanità.** Il messaggio è chiaro: il Contributo Automazione non frena l’innovazione, ma la accompagna, garantendo che i benefici della tecnologia siano redistribuiti in modo equo. - ***Molti dicono che il lavoro umano è destinato a scomparire. Lei crede che l’automazione lo stia sostituendo o trasformando?*** Non credo che il lavoro umano scomparirà, ma si sta trasformando. La differenza è che questa volta **la velocità del cambiamento è senza precedenti. Settori come logistica, contabilità e sportelli saranno profondamente automatizzati, ma anche professioni “intoccabili” – come avvocati, giornalisti, attori o notai – stanno cambiando radicalmente. Il rischio per l’Italia è non riuscire a contenere le **tensioni sociali** che derivano da questa trasformazione. - ***In fondo la domanda è: se le macchine lavorano al posto nostro, chi pagherà le pensioni?*** Il nodo è strutturale: meno lavoro umano significa meno contributi e meno imposte. Il Contributo Automazione nasce per rispondere a questo paradosso, garantendo risorse stabili per la **sostenibilità del welfare. Non è una tassa contro la tecnologia, ma un meccanismo di riequilibrio: trasforma la sfida dell’automazione in un **fattore di coesione sociale e giustizia redistributiva.** - ***“Non è una tassa sui robot, ma un modo per rendere la tecnologia parte del patto sociale.” Le piace questa definizione?*** È una definizione efficace. Sia dal punto di vista tecnico, che da quello pratico. ## **Chiusa editoriale** Il **Contributo Automazione** non è una tassa sul futuro, ma **un tentativo di renderlo abitabile**. Rimettere in equilibrio un sistema che continua a chiedere tutto al lavoro umano mentre la produttività si sposta verso le macchine significa riconoscere una verità scomoda: **la tecnologia non è neutra**, e senza regole redistributive può amplificare le disuguaglianze invece di ridurle. La proposta di Bacchiocchi riporta l’attenzione sul nodo essenziale: **la giustizia fiscale nell’era dell’automazione.** E lo fa con un linguaggio tecnico ma politicamente carico. Perché la vera domanda, oggi, non è se l’innovazione andrà avanti – lo farà comunque – ma **chi ne raccoglierà i frutti e chi ne pagherà il prezzo sociale.** Ma una proposta del genere non può reggere se ignora la realtà produttiva italiana: un tessuto fatto di **piccole e medie imprese già schiacciate da una pressione fiscale tra le più alte d’Europa**, dove automatizzare non è un lusso ma spesso l’unica via di sopravvivenza. Il rischio è che un meccanismo nato per riequilibrare il sistema finisca per essere percepito come **l’ennesimo onere da chi tiene in piedi il sistema stesso.** La sfida vera, allora, è **trovare un punto di equilibrio**: garantire che l’automazione contribuisca al welfare senza soffocare chi produce, **trasformare un potenziale conflitto in un patto condiviso.** Se il Contributo Automazione riuscisse a diventare uno strumento di riequilibrio e non un nuovo balzello, potrebbe davvero essere la risposta che cerchiamo. Quando il legislatore troverà il coraggio di affrontare questo nodo? Quanto dovremo attendere prima che la produttività automatizzata contribuisca, almeno in parte, al **benessere collettivo** invece di concentrarsi interamente nei margini di profitto? L’idea è sul tavolo, insieme alle nostre scelte. I numeri ci sono, gli strumenti anche. **Manca solo la volontà politica** di riconoscere che un sistema previdenziale nato nell’Ottocento non può reggere il peso del XXI secolo. Se l’automazione diventa **parte del patto sociale**, il progresso smette di essere un privilegio per pochi e torna a essere **un bene comune.** Ma se continueremo a fingere che il problema non esista, sarà la realtà, non la politica, a presentarci il conto.## **Chi è Stefano Bacchiocchi** [**Stefano Bacchiocchi**](http://www.bacchiocchistudio.it/) è un dottore commercialista iscritto all’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Brescia, con studio a Gottolengo (via Garibaldi 31, 25023 – BS). Da anni affianca imprese ed enti nella consulenza aziendale: contabilità e bilancio, pianificazione finanziaria, controllo e gestione del rischio. In ambito pubblico e privato ricopre anche incarichi di **Data Protection Officer (DPO)**. Accanto alla professione svolge attività accademica come **professore a contratto all’Università degli Studi di Brescia**, presso la Facoltà di Ingegneria, dove tiene il corso di Economia e Gestione Aziendale. È l’ideatore del **“Contributo Automazione”**, proposta fiscale presentata al **Senato della Repubblica il 25 settembre 2025**, pensata per **riallineare il finanziamento di welfare e previdenza** in un’economia sempre più automatizzata.## **Approfondimenti su Eywa** Per chi desidera approfondire il contesto tecnologico e ambientale dell’automazione, Eywa ha dedicato due analisi complementari: una sul funzionamento dei sistemi di machine learning, che rendono possibile la nuova economia automatizzata, e un’altra sui costi energetici e ambientali dell’intelligenza artificiale. **EYWA DIVULGAZIONE** – *Machine learning: come funziona davvero (e perché ci riguarda tutti)* https://eywadivulgazione.it/machine-learning-come-funziona-davvero **EYWA DIVULGAZIONE** – *Quanta energia divora l’intelligenza artificiale?* https://eywadivulgazione.it/quanta-energia-divora-lintelligenza-artificiale **Categorie:** Attualità, Interviste --- ### [Perché nelle città tagliano gli alberi (e come possiamo evitarlo davvero)](https://eywadivulgazione.it/perche-nelle-citta-italiane-tagliano-gli-alberi/) **Published:** Novembre 8, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Quarantanove alberi. In via del Serafico, a Roma, nella prima settimana di novembre 2025, quarantanove ciliegi da fiore sono stati abbattuti. Quando la notizia è circolata, molti residenti hanno sentito un nodo allo stomaco. Non è solo lo spreco, non è solo il controsenso di abbattere alberi in una città che annega nell’afa e nel traffico. È la sensazione di assistere a qualcosa di irreversibile, un pezzo di futuro che viene segato via senza che nessuno abbia davvero il tempo di capire cosa sta accadendo. Succede ovunque: a Cosenza, a Treviso, a Genova, a Reggio Emilia, a Milano. Le pagine social si riempiono di immagini di marciapiedi vuoti dove fino a ieri sorgevano chiome rigogliose, di tronchi recisi e lasciati a terra come rottami. I cittadini si mobilitano, nascono comitati spontanei con nomi disperati e poetici come “Comitato Alberi Verdi” o “Comitato degli Alberi Urlanti”. Eppure, le motoseghe continuano a rombare. Perché?## **Sicurezza, dicono. Ma non è tutta la verità** La risposta delle amministrazioni è quasi sempre la stessa: ragioni di sicurezza. Alberi che rischiano di cadere, che potrebbero danneggiare persone o cose, che occupano spazio, che sporcano. A volte è vero: eventi meteorologici estremi hanno reso alcuni esemplari instabili, malattie come la cocciniglia tartaruga devastano intere pinete. Ma troppo spesso dietro questa narrazione c’è altro. C’è un’assenza clamorosa di pianificazione, una gestione improvvisata, la mancanza di personale qualificato capace di valutare davvero lo stato di salute di un albero. A Roma, tra novembre 2021 e febbraio 2025, sono stati autorizzati abbattimenti per oltre tredicimila alberi, secondo i dati comunicati dall’assessorato all’ambiente. Le nuove piantumazioni nello stesso periodo? Quasi trentamila, un numero che però include anche arbusti e piante di piccole dimensioni, non sempre paragonabili agli alberi adulti abbattuti. Uno scarto qualitativo che parla da solo, perché sostituire un albero di decenni con una giovane pianta non equivale a mantenere lo stesso livello di servizi ecosistemici come ombreggiamento, assorbimento di CO₂ e mitigazione del calore. Roma dispone oggi di circa diciassette metri quadrati di verde per abitante, sopra il minimo raccomandato dall’OMS (9 m²) ma sotto la soglia ottimale di 20 m² indicata da ISPRA per garantire benessere e qualità dell’aria. La logica dell’abbattimento senza un’adeguata compensazione qualitativa non è solo miope: è autolesionista. Nel frattempo, le pinete storiche della capitale agonizzano. La cocciniglia tartaruga, parassita alieno apparso a Roma nel 2018, si è diffusa in modo esponenziale a causa della mancanza di trattamenti fitoterapici tempestivi e capillari. Migliaia di pini domestici sono già stati compromessi, e molti sono stati abbattuti. Alberi che avrebbero potuto essere salvati con interventi adeguati sono invece diventati scheletri condannati alla sega. La prevenzione costa, l’emergenza giustifica. E così il ciclo si ripete.## **Non è questione di alberi, è questione di città** C’è una domanda che dovremmo farci più spesso: chi decide quali alberi vivono e quali muoiono? Piani comunali redatti da figure prive di competenze specifiche, incarichi affidati senza trasparenza, interventi spesso sommari e giustificati con perizie ambigue. Troppo frequentemente si assiste a capitozzature brutali: quella pratica barbara che consiste nel tagliare il tronco lasciando solo un moncone, condannando l’albero a una vita stentata o alla morte lenta. In molte città italiane, comitati di cittadini si sono dovuti sostituire alle istituzioni per denunciare queste pratiche e chiedere maggiore attenzione alla gestione del verde urbano. Ma la questione non è solo italiana. Studi internazionali pubblicati su riviste come The Lancet dimostrano che aumentare significativamente la copertura arborea nelle città europee (portandola intorno al trenta per cento) potrebbe ridurre di circa un terzo le morti attribuibili all’effetto “isola di calore urbana”, quel fenomeno per cui le aree urbane risultano molto più calde rispetto alle zone circostanti. Non sono numeri astratti: sono vite. Gli alberi filtrano l’aria, catturano il particolato fine, raffreddano l’ambiente, mitigano il rumore, offrono rifugio alla biodiversità. Tagliare alberi nelle città equivale a smontare infrastrutture vitali senza sostituirle. Eppure si continua. E non si tratta solo di incuria o ignoranza. C’è anche un problema culturale: l’albero viene visto come ostacolo, ingombro, un elemento che “sporca” con le foglie o danneggia i marciapiedi. Come se le radici fossero il problema e non la cattiva pianificazione urbana che non ha previsto spazio sufficiente per ospitare esseri viventi che crescono, si espandono, respirano.## **Le buone pratiche esistono (e funzionano)** Non tutto però è perso. Esistono città, progetti, esperienze che dimostrano come sia possibile gestire il verde urbano in modo intelligente, partecipato, lungimirante. Milano, ad esempio, con il progetto Forestami si è impegnata a piantare tre milioni di alberi entro il 2030, coinvolgendo enti pubblici, privati e cittadini in un piano di forestazione urbana che guarda davvero al futuro. L’obiettivo non è solo numerico: è costruire corridoi ecologici, migliorare la qualità dell’aria, rafforzare la resilienza della città ai cambiamenti climatici. Allo stesso modo, il progetto RiforestAzione, promosso dal Ministero dell’Ambiente attraverso il PNRR, prevede la piantumazione di quattro milioni e mezzo di alberi e arbusti in tredici città metropolitane italiane, con un investimento di oltre duecentodieci milioni di euro. Non si tratta solo di piantare, ma di creare ecosistemi resilienti, monitorare l’evoluzione del verde, coinvolgere le scuole e i cittadini in percorsi di sensibilizzazione. Poi ci sono le piattaforme di citizen science, quegli strumenti che permettono a chiunque di contribuire alla conoscenza e alla tutela del patrimonio arboreo. Con app come iNaturalist puoi fotografare un albero, identificarlo, segnalare problemi. TreeZilla raccoglie dati georeferenziati sugli alberi urbani, consentendo a istituzioni e cittadini di avere una mappa condivisa del verde pubblico. Regioni come la Toscana hanno aperto database open data sugli alberi urbani, rendendo accessibili informazioni su specie, posizione, stato di salute. Questi strumenti non sono gadget per appassionati: sono infrastrutture democratiche che ridistribuiscono potere e conoscenza. Se ogni cittadino può sapere quali alberi ci sono nel proprio quartiere, segnalarne lo stato, partecipare alle decisioni, allora la gestione del verde smette di essere una questione tecnica chiusa negli uffici comunali e diventa materia viva, condivisa, politica nel senso più nobile del termine.## **Come fare il Green** Ecco cosa puoi fare concretamente, oggi, per contribuire a proteggere e far crescere il verde urbano della tua città. **Segnala.** Se vedi un albero in difficoltà, un abbattimento sospetto, una potatura selvaggia, documentalo e segnalalo alle autorità competenti. Usa le piattaforme di citizen science per registrare l’informazione e renderla pubblica. La trasparenza è il primo strumento di controllo democratico. **Partecipa.** Cerca se nella tua città esistono comitati per la difesa del verde, gruppi locali di ambientalisti, progetti di forestazione urbana. Unisciti a loro. Le associazioni che si battono per il verde hanno bisogno di numeri, visibilità, voci. **Pianta.** Molte città e organizzazioni promuovono iniziative di piantumazione collettiva. Forestami, RiforestAzione e altri progetti permettono a cittadini e aziende di adottare alberi o di partecipare attivamente alla riforestazione urbana. Informati e aderisci. **Sostieni.** Economicamente, se puoi, ma anche con la tua presenza. Partecipa alle assemblee pubbliche quando si discute del piano del verde, firma petizioni, scrivi ai tuoi rappresentanti politici locali per chiedere trasparenza e competenza nella gestione arborea. **Informati.** Leggi i regolamenti comunali sul verde, cerca di capire quali sono le norme che regolano gli abbattimenti nella tua zona, familiarizza con i progetti in corso. La conoscenza è potere. E la politica del verde urbano si fa anche sui marciapiedi, guardando in alto, verso le chiome che ci proteggono. Non c’è più tempo per assistere passivamente allo smantellamento del nostro patrimonio verde. Gli alberi non sono arredamento urbano: sono infrastrutture vitali, alleati nella lotta contro il cambiamento climatico, custodi di biodiversità, guardiani della nostra salute. Ogni albero abbattuto senza necessità è un pezzo di futuro che non potremo riavere indietro. Ma ogni albero che riusciamo a salvare, ogni nuovo albero che piantiamo insieme, è un respiro in più per tutti noi.## **Bibliografia essenziale** RomaToday – *In via del Serafico abbattuti 49 alberi, il municipio: “Erano secchi, ne arriveranno molti di più” \[Dato verificato sui 49 ciliegi da fiore abbattuti nella prima settimana di novembre 2025 in via del Serafico, Roma\] RomaToday – *Alberi: i dati del comune su tagli, potature e piantumazioni. “Abbiamo solo due agronomi” \[Dati ufficiali dell’assessorato all’ambiente di Roma: 13.261 alberi abbattuti tra novembre 2021 e febbraio 2025, circa 30.000 nuove piantumazioni nello stesso periodo, carenza di personale qualificato\] Il Giornale dell’Ambiente – *Taglio di alberi: minaccia per l’uomo e per l’ambiente \[Panoramica nazionale sul fenomeno degli abbattimenti indiscriminati nelle città italiane, con riferimenti ai comitati cittadini e alle infiltrazioni malavitose nel business delle biomasse\] Canale Dieci – *Alberi abbattuti e non ripiantati, pinete malate: il patrimonio verde di Roma sta scomparendo* \[Emergenza cocciniglia tartaruga a Roma, impatto sulle pinete storiche e raccomandazioni per una gestione preventiva del patrimonio arboreo\] The Lancet – *Cooling cities through urban green infrastructure: a health impact study \[Studio su 93 città europee che dimostra come aumentare la copertura arborea al 30% potrebbe ridurre di circa un terzo le morti legate all’effetto isola di calore urbana\] Archiformazione – *Progettare il verde urbano: teoria, strumenti e visioni per la città ecosistemica \[Linee guida sulla progettazione integrata del verde urbano e gestione ecosistemica delle città\] Regione Toscana – *Dataset open data sugli alberi urbani \[Esempio virtuoso di trasparenza e accessibilità dei dati sul patrimonio arboreo pubblico\] Fondazione Comunità Milano – *Nasce Forestami, obiettivo 3 milioni di alberi entro il 2030 \[Presentazione del progetto di forestazione urbana della Città Metropolitana di Milano e del Fondo per la raccolta di donazioni cittadine\] Corriere dell’Economia – *Ambiente, il MASE avvia il progetto “RiforestAzione” per il verde urbano ed extraurbano \[Dettagli sul progetto nazionale RiforestAzione finanziato dal PNRR per la piantumazione di 4,5 milioni di alberi e arbusti in 13 città metropolitane con investimento di 210 milioni di euro\] Fondo Forestale Italiano – *Gli abbattimenti degli alberi nelle città: cosa dice la legge \[Quadro normativo italiano sulle autorizzazioni agli abbattimenti e regolamentazione comunale del verde urbano\] Gestire il Verde – *No panico ma gestione consapevole degli alberi urbani \[Approccio scientifico alla valutazione della stabilità degli alberi, tecniche VTA e necessità di evitare abbattimenti precipitosi post-eventi meteorologici\] LIPU – *Alberi caduti: dossier \[Analisi dettagliata del fenomeno degli alberi caduti a seguito di eventi climatici estremi e raccomandazioni per una gestione preventiva e non emergenziale\] Sostenibilità Equità Solidarietà – *Sul taglio indiscriminato degli alberi in Italia \[Riflessione critica sul fenomeno nazionale degli abbattimenti indiscriminati e sulle responsabilità politiche e amministrative\] Eywa Divulgazione – *Tutto è connesso: il microbioma del suolo e la rete segreta che sostiene la vita*, 24 settembre 2025, disponibile su [https://eywadivulgazione.it/tutto-e-connesso-il-microbioma-del-suolo-e-la-rete-segreta-che-sostiene-la-vita/](https://eywadivulgazione.it/tutto-e-connesso-il-microbioma-del-suolo-e-la-rete-segreta-che-sostiene-la-vita/?utm_source=chatgpt.com) **Categorie:** Attualità --- ### [Gli alieni sono già qui (e noi li abbiamo invitati): come riconoscere e fermare le specie invasive prima che sia troppo tardi](https://eywadivulgazione.it/gli-alieni-sono-gia-qui-e-noi-li-abbiamo-invitati-come-riconoscere-e-fermare-le-specie-invasive-prima-che-sia-troppo-tardi/) **Published:** Ottobre 31, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) **Ho percorso le lagune venete e visto reti da pesca distrutte da chele blu, filari di ailanti che soffocano i margini delle ferrovie, stormi di pappagalli verdi sopra i viali di Milano. Ecco cosa significa invasione biologica: non fantascienza, ma realtà quotidiana che racconta cosa sono davvero le specie invasive in Italia, un fenomeno che costa milioni di euro e cancella biodiversità.** Le specie aliene non arrivano con dischi volanti o segnali nel cielo. Arrivano in valigia, nelle stive delle navi, nei carichi vivi, nei giardini ornamentali, nei porti turistici. E quando ci accorgiamo di loro è già tardi. Il granchio blu che ha trasformato l’Adriatico e le lagune in un campo di battaglia, con un conto stimato intorno ai 100 milioni di euro di danni e piani straordinari di indennizzo per le imprese di pesca, non è piombato dal nulla: da anni gli ecologi spiegano che il Mediterraneo è una porta spalancata, e che ogni varco non controllato si traduce in una pressione in più sugli ecosistemi locali. {Per capire come l’intelligenza artificiale può aiutare a prevenire questi impatti, leggi anche [Il Machine Learning: quando le macchine imparano](https://eywadivulgazione.it/il-machine-learning-quando-le-macchine-imparano/?utm_source=chatgpt.com), l’articolo in cui Eywa spiega come le reti neurali imparano a leggere il mondo naturale.} **I numeri dell’invasione silenziosa** In Italia sono state identificate oltre 3.300 specie aliene, molte entrate tramite merci, trasporti, acquari domestici e commercio ornamentale. Non è un fenomeno marginale: ogni anno nuove specie si stabiliscono nei nostri ecosistemi, e con loro arrivano impatti ecologici, sanitari ed economici che spesso scopriamo solo quando il danno è fatto. Tu puoi essere il primo guardiano del tuo quartiere, basta sapere cosa osservare. Oggi lo vediamo perché tocca la vongola, la cozza, il reddito della pesca artigianale, le casse delle Regioni. Ma la biodiversità italiana era già in guerra da prima. Il nostro paesaggio urbano lo conferma: stormi di parrocchetti dal collare (*Psittacula krameri*) sopra i viali di Roma e Milano, procioni (*Procyon lotor*) che compaiono dove non dovrebbero, zanzare tigre (*Aedes albopictus*) ormai stabilizzate nelle città del Nord e riconosciute come vettore sanitario, non solo fauna curiosa. Sono gli “alieni che non vengono dallo spazio”: li abbiamo invitati noi, direttamente o indirettamente. E ora dobbiamo imparare a riconoscerli e a segnalarli. **Perché succede? La responsabilità è (anche) nostra** Molte invasioni biologiche avvengono per colpa nostra. Compriamo piante ornamentali esotiche per i giardini condominiali, importiamo animali da compagnia che poi fuggono o vengono liberati, riempiamo acquari con specie tropicali che finiscono nei fiumi. Normalizzare queste presenze è facile: un pappagallo colorato sembra simpatico, una pianta che cresce veloce risolve un angolo vuoto. Ma quando una specie aliena trova le condizioni giuste, smette di essere un dettaglio pittoresco e diventa un problema sistemico. È questa familiarità ingannevole che ci impedisce di vedere l’invasione mentre accade. Il punto è che non è una storia curiosa da rubrica estiva. È un problema ecologico, sanitario ed economico. Quando arriva una specie esotica invasiva, in genere fa due cose: compete meglio di chi già viveva lì e altera l’habitat. Una pianta come l’ailanto si diffonde in modo aggressivo e scalza le specie autoctone, rilasciando nel terreno l’*ailantone*, una sostanza che impedisce ad altre piante di crescere; una specie animale predatrice come il granchio blu colpisce direttamente risorse di valore commerciale, dalle vongole alle cozze, devastando attrezzi e filiere. A questo si aggiunge la parte sanitaria: nuove zecche, zanzare e parassiti sono vettori di malattie, allergie, virus; più la temperatura media aumenta, più questi ospiti trovano le condizioni per restare. {Un’analisi più ampia del rapporto tra tecnologia e ambiente è raccontata in [Agricoltura Intelligente: la rivoluzione tecnologica nei campi](https://eywadivulgazione.it/agricoltura-intelligente-la-rivoluzione-tecnologica-nei-campi/?utm_source=chatgpt.com), dove Eywa mostra come l’innovazione può diventare alleata della biodiversità.} Non è vero quindi che lo Stato non abbia strumenti: esiste un quadro europeo preciso, il Regolamento (UE) 1143/2014, aggiornato negli anni con nuove specie di “rilevanza unionale”, che l’Italia ha recepito; esiste un database ISPRA con le specie già presenti e con quelle da tenere d’occhio; il MASE pubblica gli aggiornamenti e indica i vettori d’ingresso. Quello che manca, spesso, è la traduzione in azioni operative: le liste ci sono, ma le strategie di attuazione sono spesso lente o non coordinate, e non arrivano ai cittadini e ai Comuni con la stessa velocità con cui arriva l’animale o la pianta invasiva. **Riconoscerle per fermarle: guida visiva alle specie invasive in Italia** Per rendere questo tema concreto bisogna riconoscere le specie, non solo nominarle. **🔍 RICONOSCI LE SPECIE INVASIVE INTORNO A TE** **Parrocchetto dal collare** (*Psittacula krameri*) → Dove: periferie urbane, parchi cittadini → Come riconoscerlo: pappagallo verde brillante con becco rosso, collare nero sul collo (nei maschi), si muove in stormi rumorosi → Cosa fa: compete per i nidi con picchi, passeri e altre specie autoctone **Granchio blu** (*Callinectes sapidus*) → Dove: coste adriatiche, lagune venete e toscane → Come riconoscerlo: carapace blu-azzurro, chele robuste e appuntite, comportamento aggressivo → Cosa fa: predatore vorace di vongole, cozze e altri molluschi; danneggia reti e attrezzi da pesca **Ailanto** (*Ailanthus altissima*) → Dove: margini stradali, ferrovie, aree urbane degradate → Come riconoscerlo: albero a crescita rapidissima, foglie grandi composte, odore acre se spezzate → Cosa fa: colonizza rapidamente spazi vuoti, scalza specie autoctone, altera la composizione del suolo **Zanzara tigre** (*Aedes albopictus*) → Dove: città del Centro-Nord, aree urbane con ristagni d’acqua → Come riconoscerla: corpo nero con striature bianche, attiva anche di giorno → Cosa fa: vettore di malattie tropicali (dengue, chikungunya, Zika); punture aggressive **Procione** (*Procyon lotor*) → Dove: aree periurbane, parchi, zone umide → Come riconoscerlo: pelliccia grigia, caratteristica “mascherina” nera sul muso, coda ad anelli → Cosa fa: predatore opportunista, danneggia colture, può trasmettere malattie Se in periferia senti gridare forte e vedi un pappagallo verde con becco rosso che si muove in gruppo, non stai assistendo alla fuga di un animale da compagnia: stai guardando una colonia urbana stabilizzata di parrocchetti dal collare, come quelle che si sono espanse a Roma e Milano negli ultimi vent’anni, e che competono per nidi e risorse con gli uccelli autoctoni che vivevano lì da secoli. Se al mare ti capita in mano un granchio azzurro, con chele robuste e un comportamento tutt’altro che timido, non è un souvenir tropicale: è il *Callinectes sapidus*, oggi fra i principali predatori opportunisti dei nostri litorali e delle lagune venete e toscane. Se in città o lungo le ferrovie vedi una pianta in fretta, con fusto dritto, foglie lunghe e composte da tante piccole foglioline ovali, e senti un odore acre e resinoso quando la spezzi, potresti avere davanti un ailanto; se in un’area umida trovi tappeti vegetali che soffocano tutto, potrebbe essere una specie acquatica alloctona, una di quelle che ISPRA e la lista europea indicano come prioritarie da eradicare. E poi ci sono gli ospiti meno visibili: alghe introdotte nei porti tramite le acque di zavorra e che si attaccano alle infrastrutture, robinia che colonizza margini e sponde e cambia la composizione del suolo. Visti uno per uno sembrano episodi; visti insieme raccontano una pressione costante, che in un Paese stretto e densamente abitato come l’Italia produce effetti molto più rapidi che altrove. ***Citizen science*: quando i cittadini diventano sentinelle** A questo punto entra in gioco la cittadinanza. Non quella generica del “facciamo attenzione”, ma una cittadinanza operativa. In Italia abbiamo già strumenti che permettono a chiunque di segnalare la presenza di specie aliene, di caricare una foto, di farla geolocalizzare e mandarla a una banca dati nazionale: CSMON-Life lo fa da anni, con campagne di citizen science su biodiversità, cambiamenti climatici e specie invasive; iNaturalist è usato da una comunità internazionale che poi i ricercatori possono interrogare; esistono app dedicate ai singoli progetti, anche per specie molto specifiche come gli scoiattoli alloctoni. Funzionano tutte allo stesso modo: scatti, invii, lasci attivato il GPS, non catturi l’animale, non lo sposti, non tenti un’eradicazione fai-da-te che potrebbe essere illegale o addirittura favorire la dispersione. Quando queste segnalazioni arrivano numerose e dalla stessa area, i tecnici possono mappare con precisione un’invasione e intervenire prima che diventi ingestibile. Un esempio tipico è quello delle scuole e delle reti locali che partecipano a campagne di monitoraggio: in pochi mesi producono decine di osservazioni valide, che da sole un ente pubblico non riuscirebbe mai a raccogliere con la stessa capillarità. Lo Stato arriva tardi perché è lento per natura; i cittadini arrivano presto perché vivono sul campo. Se li metti in condizione di agire (con app accessibili, istruzioni chiare e feedback rapidi) la loro velocità diventa il vero argine all’invasione. {È lo stesso principio alla base di [La rivoluzione silenziosa: come l’Intelligenza Artificiale sta liberando milioni di animali dai laboratori](https://eywadivulgazione.it/la-rivoluzione-silenziosa-come-lintelligenza-artificiale-sta-liberando-milioni-di-animali-dai-laboratori/?utm_source=chatgpt.com), dove l’IA diventa strumento di liberazione e tutela della vita.} **L’intelligenza artificiale che stiamo sprecando** E poi c’è l’intelligenza artificiale, il capitolo che oggi stiamo sprecando. I modelli di IA riconoscono già piante e animali da una foto scattata con lo smartphone e li classificano incrociando database pubblici. In diversi Paesi, dalla Spagna al Regno Unito, questi strumenti vengono usati per monitorare specie invasive in tempo quasi reale, incrociando le segnalazioni dei cittadini con i dati ambientali e producendo mappe di rischio che dicono dove intervenire prima. In Italia ci sono esperimenti avanzati, come il progetto piemontese che usa l’IA per controllare specie non indigene nei parchi, e ci sono lavori di ricerca che sfruttano machine learning e dati FAIR per seguire l’ingresso di specie marine lungo le nostre coste. Ma sono isole, non sistema. Abbiamo app, dati, comunità digitali disponibili, ricercatori che progettano soluzioni, perfino fondi europei appena attivati su questo tema; quello che non abbiamo è il ponte tra questi mondi, cioè una regia nazionale che dica: “questo è il flusso dati standard, così li validiamo, così interveniamo, così finanziamo gli enti locali per le rimozioni”. È qui che la domanda retorica è inevitabile: se tutto esiste già, perché non lo usiamo? {Una riflessione etica simile è al centro di Quando l’intelligenza artificiale imita i nostri difetti, che mostra come anche le macchine finiscano per riprodurre la nostra stessa inerzia morale.} **Cosa puoi fare tu, subito** La conclusione, per Eywa, è la stessa che ritorna su tanti fronti: altrove si può, perché qui no? Non basta indignarsi quando un’invasione tocca le tasche o le vacanze al mare. La gestione delle specie aliene è un pezzo della cura del territorio, e la cura del territorio è una scelta politica, non un hobby verde. Significa pretendere che i Comuni pubblichino i canali di segnalazione, che le Regioni comunichino per tempo i piani di contenimento, che il governo nazionale coordini ISPRA, MASE, parchi, porti, autorità sanitarie. {Per capire come la responsabilità ambientale passa anche attraverso la trasparenza dei comportamenti collettivi, leggi Etichette “a impatto zero”: come riconoscere il greenwashing (anche dopo le nuove leggi UE).}Significa anche accettare che non tutte le specie arrivate potranno essere eliminate e che con alcune dovremo convivere riducendo l’impatto. Ma la differenza fra subire e governare sta lì: nella capacità di vedere per tempo ciò che sta arrivando. **Tre cose che puoi fare da subito:**1. **Scarica un’app di segnalazione** (CSMON-Life, iNaturalist) e attivala quando esci: bastano pochi secondi per fotografare e geolocalizzare una specie sospetta 2. **Scatta una foto se vedi qualcosa di insolito:** un animale, una pianta; e condividila con le autorità locali o tramite le piattaforme di *citizen science* 3. **Parla con il tuo Comune**: chiedi se esistono piani di monitoraggio locali, se ci sono elenchi di specie da segnalare, se il Comune ha attivato protocolli con ISPRA o enti regionali Tutto è connesso davvero, non come slogan. Dalle stive che scaricano specie nei porti ai giardini condominiali con piante esotiche, fino all’algoritmo che potrebbe avvertirci in anticipo e che invece rimane spento. E questo è il punto di caduta più forte: abbiamo a portata di mano gli strumenti per proteggere la biodiversità italiana, ma ci manca ancora la decisione di usarli con continuità. --- ## 📚 Bibliografia essenziale **ISPRA** – Specie esotiche invasive di rilevanza unionale. Elenco aggiornato delle specie invasive prioritarie in Europa e banca dati nazionale italiana. \[Contiene le liste ufficiali e gli aggiornamenti recepiti dal Regolamento (UE) 1143/2014 citati nell’articolo.\] [specieinvasive.isprambiente.it](https://www.specieinvasive.isprambiente.it/specie-di-rilevanza-unionale/specie-di-rilevanza-unionale-2) **Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE)** – Sezione “Specie esotiche invasive”. Quadro normativo italiano e linee guida di recepimento del Regolamento (UE) 1143/2014. \[Riferimento istituzionale alle politiche di prevenzione, controllo e segnalazione sul territorio nazionale.\] [mase.gov.it](https://www.mase.gov.it/portale/specie-esotiche-invasive) **Unione Europea** – Regolamento (UE) n. 1143/2014 e successive integrazioni. Testo normativo europeo sulle misure di prevenzione e gestione delle specie esotiche invasive. \[Fonte primaria che stabilisce gli obblighi di monitoraggio e contenimento citati nel dossier.\] [specieinvasive.isprambiente.it](https://www.specieinvasive.isprambiente.it/specie-di-rilevanza-unionale/specie-di-rilevanza-unionale-2) **Renewable Matter** – “L’invasione del granchio blu mette a rischio biodiversità e pesca nel Mediterraneo.” Dati aggiornati sui danni economici e sull’impatto ecologico del *Callinectes sapidus* nel bacino mediterraneo. [renewablematter.eu](https://www.renewablematter.eu/granchio-blu-rischio-biodiversita-pesca-mediterraneo) **Coldiretti / Regione Emilia-Romagna** – “Granchio blu, liquidati oltre 3,1 milioni di euro di indennizzi per i danni subiti nel 2023.” Stime ufficiali dei danni economici e delle misure di compensazione attivate per la pesca adriatica. [agricoltura.regione.emilia-romagna.it](https://agricoltura.regione.emilia-romagna.it/novita/notizie/2025/settembre/granchio-blu-liquidati-oltre-3-1-milioni-per-danni-subiti-per-mancata-produzione-2023) **Indicatori ambientali ISPRA** – “Specie aliene in Italia.” Statistiche 2024 sul numero complessivo di specie aliene registrate (oltre 3.300) e sui principali vettori di introduzione. [indicatoriambientali.isprambiente.it](https://indicatoriambientali.isprambiente.it/) **CSMON-LIFE** – App di citizen science per segnalazioni di specie aliene. Applicazione italiana ufficiale per segnalare specie esotiche invasive con foto e geolocalizzazione, integrata con la Rete Nazionale Biodiversità. [Google Play](https://play.google.com/store/apps/details?hl=it&id=com.divulgando.csmonsegnalazioni) **iNaturalist** – Piattaforma internazionale di osservazione naturalistica. App collaborativa per riconoscere e condividere osservazioni di piante e animali con comunità scientifiche e cittadini. [inaturalist.org](https://www.inaturalist.org/) **Piemonte Parchi** – “Progetto AUTOMA: l’intelligenza artificiale a difesa della biodiversità.” Esempio italiano di applicazione di machine learning per il monitoraggio di specie non indigene nei parchi regionali. [piemonteparchi.it](https://www.piemonteparchi.it/cms/index.php/ambiente/divulgazione/item/6708-progetto-automa-l-intelligenza-artificiale-a-difesa-della-biodiversita) **30Science / Horizon Europe** – “Europa, lanciati due progetti contro le specie invasive.” Panoramica dei progetti europei 2025 sull’uso dell’IA per il monitoraggio e la prevenzione delle invasioni biologiche. [30science.com](https://30science.com/2025/01/news/sostenibilita-europa-lanciati-due-progetti-contro-le-specie-invasive/) **Categorie:** Attualità --- ### [Sostenibilità e sviluppo ambientale come rigenerazione: l’economia “Nature Positive”](https://eywadivulgazione.it/economia-nature-positive-rigenerazione-sostenibilita/) **Published:** Novembre 4, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## Il senso profondo dello sviluppo sostenibile Il nostro tempo sta riscoprendo **valori profondi**, nel tentativo di **ricucire relazioni** che per troppo tempo sono state trascurate. A partire dagli anni ’80, sulla scena internazionale ha preso forma un nuovo modo di intendere il benessere: lo **sviluppo sostenibile**, un concetto che si fonda su tre principi essenziali. Il primo è il **dovere verso le generazioni future**, che impone di consegnare loro un pianeta vivibile. Il secondo è il **senso di appartenenza a un sistema più grande**, che sostituisce l’idea di possesso con quella di **responsabilità condivisa**. Il terzo, infine, è la necessità di un **approccio unitario alle politiche ambientali**, che non possono più essere separate dallo sviluppo economico e sociale. ## La crisi ambientale e la necessità di uno sguardo costruttivo La **coscienza ambientale** è cresciuta, così come l’emergenza che abbiamo davanti. È quindi legittimo domandarsi se sia stato fatto davvero abbastanza e, allo stesso tempo, è necessario affrontare questa crisi con **uno sguardo costruttivo**, trasformando la consapevolezza in forza e determinazione. Per decenni abbiamo parlato di **riduzione della CO₂** come se tutto potesse risolversi limitando il fumo dai camini e piantando alberi; eppure, nonostante le compensazioni e la corsa verso la cosiddetta **neutralità carbonica**, la **crisi ecologica** continua ad avanzare. Il modello di sviluppo sostenibile è stato interpretato in modo parziale e questa impostazione rivela una domanda inevasa: **cosa non è stato compreso fino in fondo?**## Dallo sviluppo sostenibile all’economia rigenerativa Forse è arrivato il momento di dirlo chiaramente: **non basta smettere di togliere, bisogna iniziare a restituire**. Il Report dell’**Agenda 2030**, firmata da 193 Paesi delle Nazioni Unite, parla senza equivoci: i risultati sono insufficienti. E quando si osservano le **“5 P” – Pianeta, Pace, Persone, Prosperità, Partnership –** emerge con forza l’interdipendenza tra **Pianeta, Pace e Persone**. Una relazione che richiama a una **responsabilità più autentica e umana**. ## Rimettere l’ecosistema al centro Una speranza c’è, e per comprenderla è necessario **rivedere la nostra idea di ecosistema**, ricomporne i principi e – con **rispetto e umiltà** – rimetterlo al centro quale **sistema fondante** di ogni forma di vita. Perché **rigenerare è infinitamente più complesso che riqualificare**. È questa la logica dell’**economia Nature Positive**, il nuovo paradigma sostenuto da **ONU, Unione Europea e World Economic Forum**, secondo cui metà del **PIL mondiale – circa 44 mila miliardi di dollari –** dipende da **ecosistemi sani**. Ogni euro investito in **rigenerazione ambientale** ne genera da 4 a 38 in valore aggiunto: la **natura non è un costo**, ma **il capitale più redditizio che abbiamo**. ## L’agenda globale per la rigenerazione Il **Global Biodiversity Framework** approvato dalla **Cop15 ONU** segna la rotta: entro il 2030 fermare o invertire la **perdita di biodiversità**, proteggendo almeno il **30% delle aree terrestri e marine**. L’**Unione Europea** ha già inserito questo obiettivo nelle proprie **strategie 2030**, con un piano per un’economia Nature Positive basato su **agricoltura rigenerativa**, **rinaturalizzazione urbana** e **crediti di natura**. ## La trasmissione fiduciaria della natura Per diventare realtà, tale paradigma deve superare sia il vecchio modello **carbon-centrico** sia l’idea di **risorsa come strumento** e riconoscere il **principio ecosistemico** come fondamento della vita. Herman Daly, considerato il **padre della teoria dello sviluppo sostenibile**, ha introdotto un concetto fondamentale: la **“trasmissione fiduciaria di una natura intatta”**. Il pianeta non ci appartiene: ci è **affidato** con l’impegno di consegnarlo alle **generazioni future** nelle stesse condizioni in cui lo abbiamo ricevuto. ## Capitale naturale e rigenerazione Da questa idea derivano due principi chiave. Il primo riguarda la **velocità di prelievo**, che deve corrispondere alla **capacità della natura di rigenerarsi**. Il secondo riguarda la **produzione dei rifiuti**, che non deve mai superare la **capacità di assorbimento degli ecosistemi**. La chiave è riconoscere il **capitale naturale** come bene primario: quando viene intaccato e non mantenuto, si passa dallo **sviluppo** al **consumo del capitale stesso**, cioè alla **non sostenibilità**. ## Dalla consapevolezza alla coerenza Il modello originario della sostenibilità includeva già il **principio della rigenerazione**, cioè la necessità di **equilibrare i consumi** al ritmo naturale delle risorse. Oggi, di fronte a una **crisi ambientale globale**, siamo chiamati a una **coerenza assoluta** e a una comprensione più profonda di cosa significhi **essere davvero sostenibili**. Solo una **conoscenza consapevole** può trasformarsi in **azione responsabile**. ## Oltre la CO₂: una visione sistemica La **contabilità della CO₂** è necessaria ma non sufficiente: un **ecosistema** non è solo un **serbatoio di carbonio**, ma un **organismo complesso** fatto di acqua, microbi, radici e relazioni. Molte aziende si definiscono **carbon neutral**, ma prosciugano falde, cementificano o deforestano. Ridurre tutto a una cifra è come **valutare una sinfonia contando le note**. ## Esempi di rigenerazione reale In **Costa Rica**, progetti di riforestazione e turismo ecologico hanno **rigenerato oltre un terzo delle foreste pluviali** in 30 anni. Nei **Paesi Bassi**, il ripristino delle **zone umide** ha ridotto i rischi di alluvione e migliorato la qualità dell’acqua. In **Emilia-Romagna** stanno nascendo esperienze di **agricoltura rigenerativa** che riportano fertilità ai suoli e biodiversità agli ecosistemi agricoli: dimostrazione che **produttività e rispetto per la terra** possono convivere. ## Il caso Rimini e la rigenerazione urbana Anche le **città possono rigenerare**. A **Rimini**, il nuovo **Parco del Mare** ha restituito **permeabilità a 50mila metri quadrati di suolo** e rimosso ampie aree cementificate. Il progetto, riconosciuto come **best practice** dal **Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC)**, mostra che la sostenibilità si traduce in risultati **tangibili** quando **visione e azione** procedono insieme. Le tecniche adottate – dette **“desealing”** – prevedono la sostituzione di **superfici impermeabili con aree verdi e drenanti**, capaci di trattenere l’acqua piovana e migliorare la **resilienza urbana**. ## La trasformazione più difficile: quella culturale La trasformazione più difficile non è tecnologica, ma **culturale**. Come ricordava **Lynton K. Caldwell (1995)**: > “La crisi ambientale è una manifestazione esteriore di una crisi della mente e dello spirito… la crisi riguarda il tipo di creature che vogliamo diventare e che cosa dobbiamo fare per poter sopravvivere.” ## Generare impatto positivo L’**economia Nature Positive** non è una nuova etichetta da aggiungere nei bilanci, ma un **invito a cambiare prospettiva**. Significa passare dalla **logica della colpa** a quella della **corresponsabilità**, spostando il focus dal “**ridurre l’impatto**” al “**generare impatto positivo**”. Non basta contenere l’impronta ecologica: serve **lasciare un’impronta che rigenera**. Ridurre la CO₂ può rallentare la crisi, ma solo una società capace di **restituire vita e riparare ciò che ha consumato** potrà salvarsi. ## Bibliografia essenziale **Pusceddu, A., Sarà, G., Viaroli, P. (2020).** *Ecologia.* UTET Università. ISBN 978-8860085856. Disponibile su: **Barbiero, G., Berto, R. (2016).** *Introduzione alla Biofilia – la relazione con la Natura tra genetica e psicologia.* Carocci. ISBN 978-8829025459. Disponibile su: [https://www.carocci.it/prodotto/introduzione-alla-biofilia-2?srsltid=AfmBOorZqIy78j9KkAKsj7lZ\_KOBSsFtR6JAnMi-FvqHUCZMTseyUtEp](https://www.carocci.it/prodotto/introduzione-alla-biofilia-2?srsltid=AfmBOorZqIy78j9KkAKsj7lZ_KOBSsFtR6JAnMi-FvqHUCZMTseyUtEp) **Sadava, D., Heller, H. C., Hillis, D. M., Hacker, S. (2020).** *La nuova Biologia Blu.* Zanichelli. ISBN 978-8808964304. Disponibile su: **Santolini, R. (2023?).** *Etica Ambientale, il pensiero di un ecologo.* Seminario, Dipartimento di Studi Umanistici, Università Carlo Bò – Urbino (PU). **Carbonio fantasma. La faccia nascosta della lotta al cambiamento climatico (2024).** **Biodiversità e finanza naturale: il nuovo mercato della vita (2024).** **Regolamento sugli imballaggi: riciclabilità entro il 2030 o ennesima illusione circolare? (2025).** **Resilienza climatica e adattamento: l’arte di sopravvivere alle nostre stesse scelte (2025).** **Categorie:** Attualità --- ### [Manuale d’uso per un balcone che respira: istruzioni per non esperti](https://eywadivulgazione.it/manuale-uso-balcone-respira-istruzioni-non-esperti/) **Published:** Ottobre 24, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Quando parliamo di “balcone amico di api e farfalle”, non intendiamo un progetto per giardinieri esperti: ma un invito per chi ha voglia di trasformare un piccolo spazio urbano in un luogo ricco di vita e biodiversità. Un salvifico pit-stop per i nostri piccoli amici impollinatori. Questo manuale ti prende per mano come farebbe un amico affettuoso che ti mostra come si fa. Non servono conoscenze pregresse: solo l’intenzione, un po’ di tempo e amore per la vita.## **Visualizza il tuo balcone o il tuo davanzale** Prima di comprare vasi o piante, fermati un attimo. Guarda il balcone, o il davanzale. Quanto sole riceve? Nelle ore centrali? Al mattino o al pomeriggio? Oppure rimane spesso all’ombra? Quanto spazio hai a disposizione: larghezza, profondità, altezza dei parapetti? Dove puoi posizionare i vasi affinché non diano fastidio (alla porta, alla finestra, ai passanti)? E attenzione: esistono vasi certificati con ganci e sistemi di fissaggio sicuri che non si staccano neanche con un colpo di vento, così non rischi di accoppare il passante di sotto. Le tue risposte a queste domande ti guideranno in tutte le scelte pratiche: vasi, tipo di pianta, esposizione. Quando il balcone è molto ombroso, bisognerà usare specie che gradiscano poca luce. Puoi valutare la luminosità semplicemente sovrapponendo la tua mano (tenendola per aria) sopra una superficie chiara, se il tuo balcone è scuro puoi metterci un foglio bianco: se l’ombra sarà netta, allora è pieno sole; se è sfumata, sei in mezz’ombra; se non la vedi quasi, il tuo balcone è ombreggiato. Esistono anche piccole app gratuite che misurano i lux, ma fidati: il test della mano è imbattibile. Se invece è decisamente esposto al sole, sarà meglio scegliere piante che sopportino il caldo. Meglio partire subito consapevoli che affannarsi dopo, a correggere errori.## **Procurarsi i materiali (senza pretese di “top brand”)** Non serve attrezzatura da giardino costosa: basta l’essenziale, scelto con criterio. Ti serviranno vasi (o contenitori), terriccio, un buon ammendante, cioè un materiale organico come il compost o l’humus che migliorano la struttura del terreno e lo rendono più fertile e “vivo”; qualche strumento semplice, l’acqua e prestare molta attenzione al **drenaggio**. ![Accessori balcone](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/10/accessori-balcone.jpg) Quando scegli i vasi, meglio prenderli già con i fori sul fondo: servono a far scorrere via l’acqua ed evitare ristagni che fanno marcire le radici. Se hai un vaso di plastica senza fori puoi farli facilmente con un punteruolo robusto. Con quelli di terracotta invece conviene comprarli già forati, perché forarli dopo rischia solo di romperli. Sotto al vaso metti sempre un sottovaso per raccogliere l’acqua in eccesso, ma non lasciare che ci resti dentro a lungo, appena puoi svuotalo da qualche parte, magari riusa quell’acqua per bagnare altri vasi. Dentro al vaso, sul fondo, metti uno strato di materiale drenante (di 2-5 cm, a seconda se il vaso è piccolo, con diametro di 20 cm, o molto più grande): può essere ghiaia, qualche coccio rotto o argilla espansa. Fa da cuscino e lascia passare l’acqua in eccesso verso il sottovaso. Sopra ci va il terriccio: scegline uno universale, leggero e ben aerato, senza torba, e mescolalo con un po’ di compost o humus (circa il 20-30%) per dare vita al terreno. Il terriccio universale lo trovi facilmente nei vivai, nei supermercati, nei negozi di bricolage o di giardinaggio, e naturalmente anche online. Anche compost e humus di lombrico si acquistano comodamente online o nei negozi di giardinaggio, ma puoi anche produrre il compost in casa con una compostiera, utilizzando i tuoi scarti di cibo idonei. [**Un’attenzione in più: evita i terricci a base di torba**](https://www.instagram.com/reel/DP1jmaMjOCg/?utm_source=ig_web_copy_link&igsh=MzRlODBiNWFlZA==). La torba viene estratta da ecosistemi preziosi, le torbiere, che sono naturali serbatoi di carbonio: quando viene rimossa, il carbonio si libera in atmosfera e contribuisce a peggiorare la crisi climatica. Oggi esistono ottime alternative senza torba, che rispettano l’ambiente e funzionano altrettanto bene: i terricci a base di fibra di cocco sono tra i più facili da trovare in Italia, sia nei negozi di giardinaggio che online; anche i terricci arricchiti con compost vegetale sono ormai comuni e spesso venduti come “terriccio universale senza torba”; le miscele con corteccia compostata o legno compostato si trovano soprattutto nei negozi di giardinaggio e nei vivai ben forniti; i substrati a base di fibra di legno invece sono più diffusi online o nei negozi specializzati. Prima di riempire il vaso mescola bene questi componenti, e ricordati di non arrivare fino al bordo: lascia un paio di centimetri liberi, così quando annaffi l’acqua non straripa. Ti serviranno anche pochi strumenti semplici: una paletta da vaso per lavorare la terra, un paio di guanti da giardinaggio per proteggere le mani e un annaffiatoio con beccuccio lungo, che ti aiuterà a dosare l’acqua con più precisione. {Se vuoi scoprire quanto può essere devastante l’uso della torba e cosa contiene davvero un sacco di “terra universale”, leggi anche *Dentro i tuoi vasi, c’è un pezzo di pianeta che si sta disintegrando*.}## **La scelta delle piante: un giardino fiorito tutto l’anno** Prima di tutto: **quando si pianta? Il momento migliore per allestire il tuo balcone vivo è la **primavera**, tra marzo e maggio. Le giornate si allungano, il gelo non minaccia più le radici e le piante hanno tutto il tempo di ambientarsi con facilità. È anche la stagione perfetta per seminare le varietà più lente, come borragine o malva, e per mettere a dimora le piante perenni, che così avranno il tempo di radicarsi bene prima del caldo estivo. Puoi piantare anche in autunno, soprattutto se vivi in una zona dal clima mite. È il momento giusto per aggiungere piante invernali come erica, cavoli ornamentali o ciclamino rustico, che porteranno colore e vitalità proprio quando tutto il resto sembra addormentarsi. ![Seminare](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/10/seminare.jpg)### E ora la grande domanda: semi o piante già pronte? Se sei alle prime armi, la scelta più semplice è partire con piantine già pronte, cresciute in piccoli vasetti: ne riconosci subito l’aspetto, sai in che stato di salute sono e cominci da una base solida, con meno rischi che non attecchiscano. I semi invece richiedono più pazienza (il terreno deve restare sempre umido, vanno protetti dal vento e hanno bisogno della luce giusta), ma la soddisfazione di veder spuntare le prime foglioline è enorme. L’ideale è una combinazione di semi e piantine: piantine pronte per dare subito colore e presenza sul balcone, e qualche semina leggera per seguire la magia di vederle nascere da zero. Se vuoi iniziare con i semi, punta su quelli più facili e veloci, come l’insalata, la rucola, il basilico, il nasturzio o la calendula: perfetti per i principianti e ripagheranno in fretta le tue fatiche. E poi, una cosa importante da sapere: **non dovrai ripiantare tutto a ogni stagione. Il balcone vivo si costruisce nel tempo. La maggior parte delle piante che sceglierai rimane, rifiorendo nei mesi giusti. Si chiamano **perenni**: come lavanda, salvia, rosmarino, echinacea, sedum, aster, caprifoglio, edera, erica o ciclamino rustico. Le pianti una volta e, con poche cure, tornano ogni anno. Accanto a queste puoi aggiungere alcune piante **stagionali** o **auto-seminanti** (come la calendula, la malva o la borragine), che spuntano da sole o che puoi rinnovare facilmente, riseminandole, per dare un tocco nuovo di colore. Il balcone ideale è un piccolo **ecosistema misto**: con una base stabile di piante perenni che restano tutto l’anno, con qualche specie che si rigenera da sola, e due o tre piante “ospiti” stagionali, da cambiare se vuoi rinfrescare l’aspetto o sperimentare nuovi profumi. {Trasformare un balcone in un ecosistema urbano non è solo una questione estetica: è un modo per ridare spazio alla vita nelle città. Un concetto che approfondiamo anche in *Tetti verdi: il giardino che ti salva dalla bolletta (e dal riscaldamento globale)*.} Così il tuo balcone non viene mai “smontato” e rifatto da capo: cambierà semplicemente volto seguendo le stagioni, restando sempre vivo e in evoluzione. Ma come abbiamo già detto, non basta un balcone fiorito a luglio. Serve avere fioriture per tutte le stagioni, affinché api e farfalle trovino sempre sostentamento, per tutto l’anno. E non vanno scelte solo le piante classificate come “belle”: meglio le piante **utili**, preferibilmente **autoctone** o **adatte al tuo clima**. In **primavera**, per esempio, lascia spazio al trifoglio, al tarassaco, alla malva o alla borragine: fiori “poveri” che offriranno i primi pasti alle api che si risvegliano dal letargo (e un profumo paradisiaco a te). Quando arriva l’**estate**, il balcone potrà diventare un tripudio di lavanda, salvia, rosmarino, echinacea e mini girasoli, che attireranno insetti dagli abiti variopinti. In **autunno** non dimenticare il sedum, l’aster, la calendula, il caprifoglio, e anche l’edera in fioritura: aiutano gli impollinatori ad accumulare energia prima del freddo. E in **inverno**, proprio quando pensiamo che sia tutto “spento”, l’erica, il ciclamino rustico e i cavoli ornamentali possono offrire nutrimento e resistenza a chi resta. Ma attenzione: scegliere bene. Non basta che una pianta fiorisca. Deve essere **adatta al microclima del tuo balcone** (soleggiato, ventilato, magari esposto a pioggia o vento). Non scegliere piante “esotiche” che prosperano solo in serre lussureggianti se il tuo balcone è esposto al freddo. Meglio puntare su **specie robuste**, resistenti, che sappiano superare anche qualche difficoltà: solo così il balcone resterà bello nel tempo. Quando scegli, non esagerare con la quantità: inizia con cinque o sei specie differenti. Ti daranno varietà senza complicarti la vita e ti aiuteranno a fare pratica con più tranquillità.## **Piantare davvero: dal vuoto al vaso vivo** Quando hai i vasi pronti, il terriccio miscelato e le piantine scalpitanti, arriva il momento della messa a dimora. Che può spaventare, ma con calma si fa bene. ![Vasetti](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/10/vasetti.jpg) Per prima cosa, scava nel terriccio un buco con la paletta: deve essere largo circa il doppio della **zolla**, cioè il pane di terra compatto che avvolge le radici della pianta e che trovi nel vasetto quando la estrai. Per facilitare l’operazione, assicurati che la terra del vasetto sia asciutta: se è bagnata tende a incollarsi alle pareti e rende più difficile l’estrazione. Inclina leggermente il vasetto e dai qualche colpetto ai lati o al fondo per staccare la terra; se è di plastica, puoi anche stringerlo delicatamente per allentare la presa. Poi capovolgi il vasetto tenendo con la mano il pane di terra e lascia che scivoli fuori: tienilo sempre per intero, senza tirare mai la pianta per lo stelo o per le foglie (per non danneggiarla). Una volta liberata la pianta, se la zolla è molto compatta, puoi scioglierla delicatamente con le dita prima di metterla a dimora. Inserisci la pianta, con tutta la sua zolla, nel buco che hai preparato. Regola l’altezza in modo che il **colletto** (cioè il punto in cui il fusto incontra le radici) resti allo stesso livello della terra. Non interrarla troppo in profondità e non lasciarla sporgere troppo in alto. Quando è nella posizione giusta, aggiungi un po’ di terriccio attorno e premi leggermente con la mano: serve a far aderire bene la terra alla zolla e a tenere la pianta ferma. Non compattare troppo la terra, però, cioè non schiacciare altrimenti le radici non avranno spazio per allargarsi. Appena piazzata, annaffia dolcemente: versa poca acqua alla volta finché non vedi uscire qualche goccia dai fori di drenaggio. Non esagerare subito: meglio tante piccole annaffiature leggere che un unico bagno abbondante. E ricorda sempre di svuotare il sottovaso: l’acqua stagnante lì sotto è il nemico numero uno delle radici.## **Cura quotidiana e attenzione gentile** Una volta “impiantato”, il balcone comincia a respirare: ma avrà bisogno, ogni giorno, di cure leggere. Non serve dedicarsi a un progetto intensivo: basta consapevolezza, piccoli gesti, delicatezza. Durante la stagione calda controlla spesso il terreno: se il primo centimetro è secco al tatto, è il momento di annaffiare. Fallo al mattino presto o alla sera, quando il sole non picchia, così eviti sbalzi di temperatura per le radici (e ricorda sempre di svuotare il sottovaso). Nelle stagioni più fresche le annaffiature possono essere meno frequenti: l’importante è controllare sempre l’umidità della terra. Non lasciare che il terriccio diventi una pappa melmosa o troppo duro: se capita, puoi smuoverlo con una forchetta da vaso, infilando appena le punte per renderlo più soffice e arieggiato. Non spaventarti se una pianta smette di avere fiori **prima che finisca la sua stagione di fioritura**: non significa che è morta o che la stagione sia già finita. Vuol dire solo che ha concluso quella fioritura, magari è un po’ “stanca”: i petali cadono, i fiori appassiscono e la pianta sembra un po’ spenta. In realtà è viva e in piena forma, sta solo cambiando fase. In questo momento puoi darle una mano con una potatura leggera, tagliando i fiori secchi e i rami deboli: se la specie è ancora nel periodo giusto, spesso ricomincerà a produrre nuovi boccioli; se invece ha bisogno di riposo, lasciala tranquilla e tornerà a fiorire nella stagione successiva. Un esempio classico sono i **gerani**: se togli i fiori appassiti, continueranno a rifiorire per tutta l’estate. Il ciclamino invece segue un ciclo stagionale diverso: fiorisce in inverno e, una volta spompato, si ritira in riposo fino alla stagione successiva. Ogni tanto dai una spolverata alle foglie: molte piante respirano meglio se le foglie sono pulite dalla polvere. Puoi usare un panno morbido leggermente umido oppure, per quelle più delicate, uno spruzzo leggero d’acqua e poi tamponare con cura. Controlla anche se ci sono foglie secche o parti malate e toglile. Ma non cercare l’ordine perfetto: lascia pure a terra una piccola parte delle foglie cadute, diciamo un 20-30%. Non è trascuratezza, anzi: quelle foglie diventano rifugio per piccoli insetti utili e aiutano a mantenere un microambiente vivo nel vaso. Nel progetto del balcone vivo, il “disordine creativo” è parte del disegno: è proprio necessario alla vita. Per nutrire il suolo non servono eccessi: ogni due o tre mesi aggiungi un po’ di compost maturo o di humus e mescolalo solo con la parte superficiale della terra, senza andare in profondità. Non serve inondare di fertilizzanti chimici: qui seguiamo la via opposta, togliamo l’artificio invece di aggiungerlo. L’obiettivo non è drogare le piante, ma aiutare il terreno a restare vivo, fertile e in equilibrio. Dai ogni tanto un’occhiata attenta alle tue piante: controlla se compaiono afidi (quei minuscoli insetti tondi verdi, neri o giallastri che succhiano la linfa e lasciano le foglie appiccicose) oppure bruchi o il ragnetto rosso, che punge le foglie facendole ingiallire e seccare. Se li trovi, affrontali con metodi gentili: una spruzzata di acqua saponata diluita, l’aiuto degli insetti utili come le coccinelle, o le pacciamature naturali, cioè uno strato di materiale organico (foglie secche, corteccia, paglia o fibre vegetali) posato sulla superficie del terriccio per mantenere l’umidità e rendere l’ambiente meno ospitale per i parassiti. La chimica non serve: rovinerebbe l’equilibrio che stai creando e andrebbe contro lo spirito del balcone amico.## **Arricchire l’ambiente: oltre le piante** Un balcone vivo non è solo vasi con fiori. È un piccolo ecosistema pensato per accogliere api, farfalle e altri insetti. Dettagli semplici possono fare la differenza. Una ciotola poco profonda con acqua e sassi, per esempio, diventa il bar delle api assetate: le pietruzze che emergono permettono loro di bere senza rischiare di affogare. Disporre i vasi su più livelli, con piccoli supporti, gradini o mensole, crea paesaggi verticali e microclimi, rendendo l’ambiente più accogliente per tanti tipi diversi di insetti. Puoi anche offrire un piccolo rifugio: un vaso capovolto, un ramo secco, un intreccio di canne dove possano trovare riparo. E, se possibile, spegni le luci del balcone di notte: molte falene e altri insetti notturni vengono disorientati dall’illuminazione artificiale. Infine, se hai scarti vegetali come foglie o piccole potature, reinseriscili in piccola quantità nei vasi o compostali. Sono materia organica che torna al suolo, lo arricchisce e alimenta nuova vita. {Anche questi piccoli gesti sono parte della grande sfida della resilienza urbana. Approfondisci il tema in *Resilienza climatica e adattamento: l’arte di sopravvivere alle nostre stesse scelte*.}## **I tempi naturali: il calendario del vivere** Non serve diventare schiavi del calendario, ma avere in mente il ritmo delle stagioni aiuta a prendersi cura del balcone. Nei mesi freddi riduci l’acqua e proteggi i vasi dal gelo, coprendoli o spostandoli vicino a un muro. In primavera preparati: rinnova parte del terriccio, semina le piantine precoci e riorganizza l’allestimento. In estate tieni d’occhio il caldo: irriga con regolarità e proteggi le specie più delicate. In autunno fai le ultime semine, lascia fiorire le piante tardive e prepara le riserve per l’inverno. Non serve un calendario rigido: ascolta il balcone, osserva le fioriture, segui le stagioni. Il balcone vivo non si misura con le date, ma nella relazione che costruisci con le piante e con gli insetti che lo abitano.## **Sbagli che insegnano (e come evitarli)** Chi parte da zero sbaglierà: è normale ed è parte del percorso. L’importante è riconoscere gli errori e trasformarli in esperienza. Può capitare che il terriccio resti troppo bagnato: le radici marciscono e la pianta deperisce. Spesso il problema è nel drenaggio: controlla che i fori siano liberi, aggiungi materiale drenante, non lasciare mai acqua stagnante nel sottovaso. Oppure può capitare di scegliere una pianta che non tolleri il freddo e che muore al primo gelo: significa che quella specie non era adatta al tuo clima o all’esposizione del balcone. Meglio privilegiare piante robuste e resistenti. A volte potresti notare pochi insetti: forse stai usando concimi chimici o piante poco attrattive. Torna al progetto iniziale: elimina le sostanze chimiche, lascia spazi più naturali e aggiungi le piante nettarifere più amate da api e farfalle (quelle di cui abbiamo parlato sopra!). Un altro rischio è la tentazione dell’ordine perfetto: spazzare via ogni foglia secca, ogni rametto, ogni seme caduto. Non farlo. Quel materiale spontaneo è parte viva del balcone, nutrimento e rifugio per la biodiversità. Il “disordine creativo” è un atto di fiducia nella rete della vita. E la sua bellezza, prima o poi, ti sorprenderà. {Ogni piccolo ecosistema, anche un vaso, partecipa alla costruzione di un’economia della natura: fatta di scambi, equilibrio e reciprocità. È la stessa logica di cui parliamo in *L’economia della natura: quando la biodiversità diventa valore*.} {Se ti incuriosisce l’idea di città che respirano insieme alla natura, scopri il dossier *Singapore oggi, Milano domani: viaggio nelle città che respirano*.} ## **Fonti e approfondimenti** **ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale** (2024), *Rapporto sul consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici in Italia*. Roma: ISPRA. \[Analisi sul ruolo dei piccoli ecosistemi urbani, come terrazzi e balconi, nella conservazione dei servizi ecosistemici.\] https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/rapporto-consumo-di-suolo-2024 **FAO – Food and Agriculture Organization of the United Nations** (2023), *Peatlands and Climate Change: Restoring the Earth’s Carbon Sinks*. Roma: FAO. \[Approfondimento sull’impatto climatico della torba e sull’importanza di scegliere terricci alternativi sostenibili.\] **LIPU – Lega Italiana Protezione Uccelli** (2022), *Piante amiche di api, farfalle e biodiversità urbana*. Milano: LIPU. \[Indicazioni pratiche per favorire gli impollinatori con specie autoctone e fioriture distribuite durante l’anno.\] https://www.lipu.it/pdf/piante-amiche-di-api-e-farfalle.pdf **ARPA Lombardia – Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale** (2023), *Linee guida per il verde urbano e la biodiversità nelle città*. Milano: ARPA Lombardia. \[Linee guida sull’importanza del “disordine naturale” e dei microhabitat per favorire la biodiversità anche in spazi ristretti.\] https://www.arpalombardia.it/Pages/Pubblicazioni/Linee-guida-verde-urbano-biodiversita.aspx **UNEP – United Nations Environment Programme** (2023), *Nature-based Solutions for Urban Resilience*. Nairobi: UNEP. \[Analisi del ruolo delle soluzioni basate sulla natura nella resilienza climatica urbana, concetto richiamato nell’articolo.\] https://wedocs.unep.org/handle/20.500.11822/41988 **WWF Italia** (2024), *Api e impollinatori: come salvarli anche in città*. Roma: WWF. \[Consigli pratici per creare punti d’acqua e rifugi sicuri per api e farfalle in contesti domestici.\] https://www.wwf.it/cosa-facciamo/api-e-impollinatori **EYWA – Eywa, la divulgazione responsabile** (2025), *Dentro i tuoi vasi, c’è un pezzo di pianeta che si sta disintegrando*. \[Approfondimento sullo sfruttamento delle torbiere e sulla necessità di eliminare la torba dai terricci comuni.\] https://eywadivulgazione.it/dentro-i-tuoi-vasi-ce-un-pezzo-di-pianeta-che-si-sta-disintegrando **EYWA – Eywa, la divulgazione responsabile** (2025), *Tetti verdi: il giardino che ti salva dalla bolletta (e dal riscaldamento globale)*. \[Confronto con altre pratiche di rinaturalizzazione urbana, come i tetti verdi e le infrastrutture vegetali.\] https://eywadivulgazione.it/tetti-verdi-il-giardino-che-ti-salva-dalla-bolletta-e-dal-riscaldamento-globale **EYWA – Eywa, la divulgazione responsabile** (2025), *Resilienza climatica e adattamento: l’arte di sopravvivere alle nostre stesse scelte*. \[Riflessione più ampia sull’adattamento climatico e sul ruolo dei cittadini nel costruire città più resilienti.\] https://eywadivulgazione.it/resilienza-climatica-e-adattamento **Categorie:** Articoli, Attualità **Tag:** Ambiente & Sostenibilità --- ### [Resilienza climatica e adattamento: l’arte di sopravvivere alle nostre stesse scelte](https://eywadivulgazione.it/resilienza-climatica-e-adattamento-larte-di-sopravvivere-alle-nostre-stesse-scelte/) **Published:** Ottobre 20, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) La chiamano **resilienza climatica**, e suona bene. Solida, moderna, quasi eroica. È la parola con cui governi e aziende si autoincoronano “pronte per il futuro”, anche se il futuro che ci aspetta è il risultato diretto delle loro politiche di ieri. Ma più la pronunciamo, più perde senso. Perché dietro la retorica della resilienza si nasconde una verità scomoda: ci stiamo abituando al disastro. Abbiamo imparato ad adattarci al cambiamento climatico, invece di prevenirlo. Negli ultimi anni “**adattamento**” è diventato il nuovo mantra della politica climatica. Si moltiplicano i Piani nazionali di adattamento, le città “climate ready”, le infrastrutture “resilienti”. Tutto necessario, certo. Ma anche pericolosamente consolatorio. Come se bastasse alzare gli argini per non vedere il mare che sale. Come se fosse normale rassegnarsi all’idea di un pianeta in perenne stato febbrile. Secondo il Rapporto IPCC 2023 (il principale organismo scientifico internazionale che studia il cambiamento climatico per conto delle Nazioni Unite), le ondate di calore sono aumentate di oltre il 30% per frequenza e durata negli ultimi vent’anni, e le perdite economiche da eventi estremi superano i 300 miliardi di dollari all’anno. L’adattamento è vitale, ma da solo non basta. Non possiamo costruire muri per resistere all’acqua e intanto continuare a bruciare fonti fossili. La resilienza climatica non dovrebbe essere la capacità di tornare come prima, ma di cambiare finalmente strada. Il linguaggio del potere, però, parla un’altra lingua: “governance del rischio”, “climate readiness”, “resilienza operativa”. Tradotto: **sopravvivere** abbastanza da poter continuare a fare business. L’economia si è già impossessata del concetto: sono nati fondi dedicati, assicurazioni climatiche, indicatori finanziari per misurare la “robustezza” dei territori. L’Unione Europea, nel suo Climate Adaptation Strategy, parla di investimenti per città più resistenti e agricolture più flessibili. Ma la verità è che la **resilienza** è diventata un prodotto finanziario. Abbiamo messo in commercio anche la capacità di sopravvivere. Il problema è che non tutti possono permettersela. Secondo il Programma ONU per l’Ambiente (UNEP, 2024 *United Nations Environment Programme*, l’agenzia delle Nazioni Unite che coordina le politiche ambientali globali), i Paesi in via di sviluppo avrebbero bisogno di almeno 300 miliardi di dollari l’anno per adattarsi al cambiamento climatico. Oggi ne ricevono meno di 60. Significa che mentre l’Europa investe in dighe intelligenti e tetti verdi, milioni di persone nel Sud del mondo perdono case, raccolti e terre. La **resilienza**, così com’è concepita, rischia di diventare il nuovo nome dell’ingiustizia. Ma un’altra strada esiste. Alcune comunità la stanno già percorrendo: agricoltura rigenerativa in Spagna e Portogallo, *Nature-Based Solutions* (soluzioni basate sulla natura, che sfruttano i processi naturali per affrontare le sfide climatiche e sociali, come il ripristino di zone umide o la riforestazione urbana) nei Paesi Bassi, piani urbani di **rinaturalizzazione** a Parigi, Milano, Copenaghen. Sono esempi di adattamento trasformativo: non più un rattoppo sul vecchio sistema, ma un modo diverso di vivere. Perché la **resilienza climatica** non può essere un esercizio di sopravvivenza, ma di rinascita. Non serve a nulla tornare a com’eravamo: bisogna diventare qualcos’altro. E la **resilienza** non può essere un modo elegante per restare immobili. O cambiamo, o saremo noi il prossimo ecosistema in via d’estinzione.### **Bibliografia essenziale** IPCC – *Sixth Assessment Report – Synthesis Report*, 2023. \[Fonte principale sui dati relativi all’aumento delle ondate di calore, agli eventi estremi e alle perdite economiche globali\]. https://www.ipcc.ch/report/ar6/syr/ UNEP – *Adaptation Gap Report 2024*, United Nations Environment Programme. \[Fonte sul divario di finanziamenti tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo e sulla stima dei 300 miliardi di dollari necessari\]. https://www.unep.org/resources/adaptation-gap-report-2024 European Commission – *EU Strategy on Adaptation to Climate Change*, 2021. \[Strategia europea per l’adattamento: infrastrutture resilienti, agricoltura, finanza verde\]. https://climate.ec.europa.eu/eu-action/adaptation-climate-change/eu-adaptation-strategy\_en The Guardian – *Climate adaptation: how resilience became a business model*, 2023. \[Analisi sul concetto di resilienza come prodotto finanziario e sulle derive di mercato\]. WWF – *Nature-Based Solutions in Europe: State of Play and Future Opportunities*, 2023. \[Fonte sul concetto di Nature-Based Solutions e sugli esempi europei di adattamento trasformativo\]. https://www.wwf.eu/?8425446/Nature-based-Solutions-in-Europe FAO – *Regenerative Agriculture: Scaling up for Climate Resilience*, 2022. \[Esempi di pratiche di agricoltura rigenerativa in Spagna e Portogallo\]. **Categorie:** Attualità --- ### [Se produci inquinando, poi paghi! L’Europa dichiara guerra alla moda usa-e-getta](https://eywadivulgazione.it/se-produci-inquinando-poi-paghi-leuropa-dichiara-guerra-alla-moda-usa-e-getta/) **Published:** Ottobre 21, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ### **La rivoluzione parte davvero da Parigi** La moda racconta chi siamo. Ma da anni racconta anche altro: spreco, plastica, fiumi tinti di coloranti, vite piegate da turni impossibili. La Francia è il primo Paese europeo a dire chiaramente che questo modello è insostenibile e che chi lo alimenta deve pagare. Non con uno slogan, con una legge: **eco-tassa progressiva fino a 10 euro per capo entro il 2030**, **stop alla pubblicità** per i marchi che spingono sul consumo compulsivo, **obblighi di trasparenza** lungo la filiera. L’obiettivo è semplice: **se produci inquinando, poi paghi**. Il bersaglio non sono le persone che comprano, ma i modelli di business che trasformano l’impatto ambientale e sociale in margine. [ Etichette “a impatto zero”: come riconoscere il greenwashing](https://eywadivulgazione.it/etichette-impatto-zero-riconoscere-greenwashing-nuove-leggi-ue/?utm_source=chatgpt.com)### **Come funziona davvero: chi paga e quando** La penalità scatta quando un capo viene **immesso sul mercato francese**. A pagare è chi lo mette in vendita: produttori, importatori, piattaforme online. Sì, una parte del costo potrà riverberarsi sul prezzo finale. Ma la logica è un’altra: **rendere economicamente sconveniente l’usa-e-getta** e spingere i marchi a riprogettare i prodotti. Meno volume inutile, più qualità, più riparabilità, più riciclabilità. Il gettito non finisce in un buco nero: finanzia **raccolta, selezione, riuso e riciclo**, cioè l’infrastruttura concreta dell’economia circolare.### **Il principio che cambia il gioco: EPR, responsabilità estesa del produttore** La Francia si muove in sintonia con l’Unione Europea, che ha introdotto l’**EPR (Extended Producer Responsibility)**, in italiano **Responsabilità Estesa del Produttore**. Significa che chi immette un prodotto sul mercato **si fa carico anche del suo fine vita**. Tradotto nel tessile: pagare e organizzare sistemi per raccogliere i capi a fine uso, selezionarli, rimetterli in circolo quando possibile e **riciclarli fibra-a-fibra** quando non sono più indossabili. Non è un dettaglio tecnico, è un cambio di paradigma: la sostenibilità smette di essere volontaria e diventa requisito industriale.### **Esistono Paesi dove l’EPR tessile è già realtà** Sì. **Francia** e **Paesi Bassi** sono i casi più istruttivi. In **Francia**, l’EPR tessile esiste dal 2007 ed è gestito da un organismo collettivo che pubblica ogni anno i risultati. La **raccolta dedicata** dei capi a fine uso si è stabilizzata su **circa un terzo** dell’immesso, con l’obiettivo di **arrivare al 60 per cento entro il 2028**. Non basta ancora, ma indica un’infrastruttura che funziona. Il sistema ha messo in moto anche un **bonus riparazioni** che ha finanziato **centinaia di migliaia di interventi** in un solo anno: orli, cerniere, rammendi che allungano la vita dei capi. Gli inventari ambientali mostrano un **beneficio netto di emissioni evitate** grazie a raccolta, riuso e riciclo. Non è la bacchetta magica, ma sposta gli indicatori nella direzione giusta. Nei **Paesi Bassi**, l’EPR tessile è entrato in vigore dal **1° luglio 2023**, con **obiettivi vincolanti**: almeno **il 50 per cento tra riuso e riciclo entro il 2025**, e **il 75 per cento entro il 2030**. La messa a terra è molto concreta: registri nazionali per i produttori, rendicontazioni annuali, contributi modulati in base a durabilità e riciclabilità, nuove reti di conferimento nei comuni e accordi con gli operatori dell’economia sociale. I primi report arriveranno nei prossimi mesi, ma un effetto è già evidente: **più investimenti in impianti, più progetti pilota di riciclo fibra-a-fibra e più second hand organizzato**.### **Cosa sta funzionando** Sta funzionando la **leva economica**: quando il costo del fine vita non è scaricato sulla collettività, l’usa-e-getta smette di essere un affare. Sta funzionando la **riparazione**: con un incentivo minimo, le persone riportano i capi in bottega invece di buttarli. Sta funzionando il **riuso tracciato**: quando esistono reti serie e regole chiare, il second hand diventa parte dell’economia locale, generando lavoro e riducendo rifiuti. Sta funzionando anche la **trasparenza**: i marchi che misurano davvero i propri impatti sono gli stessi che ridisegnano modelli e materiali per pagare meno contributi EPR domani.### **Dove si inceppa ancora** La **raccolta** è lontana dai livelli desiderati. Arrivare al 60 per cento non è banale: servono contenitori ovunque, comunicazione capillare e impianti di selezione in grado di gestire volumi crescenti. Il **riciclo di qualità** è il vero collo di bottiglia: trasformare scarti misti e tessuti tecnici in nuova fibra tessile è ancora difficile. Molto di ciò che non si può rivendere oggi finisce in **downcycling** o **recupero energetico**. E c’è il nodo dell’**export del riuso**: una parte dei capi raccolti viaggia verso Paesi extraeuropei con regole meno stringenti. La nuova cornice europea serve anche a chiudere questi varchi.### **“Ma così i vestiti costeranno di più?”** È l’obiezione più immediata, e apparentemente più sensata. Ma il punto non è far pagare di più chi compra: è **cambiare il modo in cui produciamo e consumiamo**. Oggi paghiamo poco all’inizio e tantissimo dopo. Un capo usa-e-getta da 15 euro dura una stagione, si scuce, si deforma, finisce in discarica e tocca ricomprarlo. In sei anni ne hai comprati cinque. Hai speso 75 euro e hai prodotto cinque rifiuti. Un capo di qualità, pagato 70 o 80 euro, dura quindici anni. Alla fine hai speso meno e inquinato infinitamente meno. È un cambio di mentalità: **non si compra per accumulare, si compra per durare**. Il fast fashion vende l’illusione di “comprare come un milionario”, ma il risultato è una montagna di roba scadente e un mare di microplastiche nei polmoni e negli oceani. [ Fiumi di plastica: quando l’acqua diventa discarica](https://eywadivulgazione.it/fiumi-di-plastica-quando-lacqua-diventa-discarica/?utm_source=chatgpt.com) Il finto risparmio diventa debito ambientale. E come ogni debito, prima o poi lo paghiamo tutti: in salute, in tasse per le bonifiche, in aria sporca e acqua contaminata. L’EPR serve proprio a rompere questa catena: chi produce inquinando paga, chi produce bene risparmia.### **“Ma se la raccolta non funziona, serve a qualcosa pagare?”** Sì, serve, perché la raccolta è *parte del sistema*, non il sistema stesso. Pagare un contributo EPR non è una multa, è **il carburante per costruire infrastrutture** di raccolta e riciclo. È come dire: “non abbiamo ancora treni ovunque, quindi non ha senso investire nelle ferrovie”. Il sistema si costruisce facendolo funzionare, non aspettando che si faccia da solo. Oggi in Francia la raccolta copre un terzo dei capi. Non è perfetto, ma significa **centinaia di migliaia di tonnellate** sottratte alla discarica e reimmesse nel circuito. Ed è così che inizia ogni rivoluzione industriale: **con numeri piccoli che diventano grandi solo se si comincia**.### **E l’Italia, concretamente, cosa dovrebbe fare** Non basta “valutare” una tassa sulle importazioni. Serve un pacchetto coerente. **Recepimento rapido dell’EPR tessile** con contributi eco-modulati basati su durabilità e riciclabilità. **Criteri ecologici di progettazione** per scoraggiare capi-trappola pieni di miste tecniche ingestibili. **Reti di raccolta capillari** integrate con i comuni e gli operatori sociali. **Tracciabilità digitale** per evitare che il second hand finisca in discariche lontane dagli occhi. [ Intelligenza Artificiale e ambiente: chi controlla la Terra? ](https://eywadivulgazione.it/intelligenza-artificiale-e-monitoraggio-ambientale-la-natura-vista-dal-satellite-o-con-il-cuore/?utm_source=chatgpt.com)**Controlli sulle piattaforme extra UE**, che oggi possono aggirare regole e IVA. [ Temu: l’app di shopping che ti spia? ](https://eywadivulgazione.it/temu-lapp-di-shopping-che-ti-spia/?utm_source=chatgpt.com)E infine, **trasparenza verso i consumatori**: etichette chiare, informazioni verificabili, niente promesse vaghe.### **Cosa possiamo fare noi, subito** Comprare meno e comprare meglio non è una predica. È politica industriale fatta con il portafoglio. Scegliere capi che durano e si riparano. Privilegiare materiali riciclabili. Usare il second hand con criterio, scegliendo capi di qualità e circuiti di riuso veri, non come scusa per comprare di più. Chiedere ai marchi dove e come producono. Ogni euro speso bene accelera chi innova e indebolisce chi campa di vestiti-rifiuti. La direzione è segnata. I primi dati dicono che **la responsabilità estesa del produttore funziona** quando è ben progettata, monitorata e finanziata. Restano nodi duri da sciogliere, soprattutto sul riciclo di qualità e sulla raccolta diffusa. Ma l’inerzia si è rotta. L’Europa sta costruendo gli strumenti per passare dagli slogan alle infrastrutture. **Altrove si può, perché qui no?**### **📚 Bibliografia essenziale** Reuters (10 giugno 2025) – *French Senate backs law to curb ultra fast-fashion [ https://www.reuters.com/sustainability/land-use-biodiversity/french-senate-backs-law-curb-ultra-fast-fashion-2025-06-10/](https://www.reuters.com/sustainability/land-use-biodiversity/french-senate-backs-law-curb-ultra-fast-fashion-2025-06-10/?utm_source=chatgpt.com) \[approvazione della legge francese con eco-tassa fino a 10 €/capo e divieto di pubblicità\]. Refashion (2024) – *Rapport Annuel et Bilan d’Activité \[dati ufficiali sul sistema EPR francese: raccolta, riuso e bonus riparazioni\]. Business & Human Rights Resource Centre (2025) – *France: Senate passes law to curb ultra-fast fashion… \[sintesi in inglese della legge francese\]. Commissione Europea – *Revised Waste Framework Directive [https://environment.ec.europa.eu/topics/waste-and-recycling/textiles\_en](https://environment.ec.europa.eu/topics/waste-and-recycling/textiles_en) \[introduzione dell’EPR tessile obbligatorio nell’UE\]. Governo dei Paesi Bassi (2023) – *Textiel UPV \[EPR tessile olandese attivo dal 1° luglio 2023\]. Wall Street Journal (2024) – *Europe Tells Textile Producers to Manage Their Own Waste \[analisi economica del modello europeo EPR\]. ISPRA (2024) – *Rapporto Rifiuti Speciali – Sezione Tessile \[uso del termine “riciclo fibra-a-fibra” e dati italiani\]. ENEA & Sistema Moda Italia (2024) – *Progetto T4T – Textile for Textile \[studio sulle tecnologie di riciclo tessile e sperimentazioni italiane\]. **Categorie:** Attualità --- ### [Come l'Intelligenza Artificiale sta rivoluzionando il monitoraggio ambientale](https://eywadivulgazione.it/intelligenza-artificiale-monitoraggio-ambientale-natura-vista-satellite-cuore/) **Published:** Ottobre 20, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Cosa significa monitoraggio ambientale? Ci serve davvero un algoritmo per accorgerci che stiamo distruggendo il pianeta? A volte sembra di sì. Negli ultimi anni, l’**Intelligenza Artificiale** (IA) è diventata la nuova lente con cui guardiamo la Terra: droni, satelliti e reti neurali scrutano oceani, foreste e città con una precisione che nessun occhio umano potrebbe eguagliare. È la promessa di un mondo più “intelligente”, ma anche il rischio di un pianeta **sorvegliato più che protetto**.### **Dati che guardano la Terra: Copernicus e la rivoluzione del monitoraggio** I numeri sono impressionanti. L’**Agenzia Spaziale Europea** (ESA) gestisce **Copernicus**, il programma europeo di osservazione della Terra, che raccoglie ogni giorno oltre **16 terabyte di dati ambientali** dal suolo e dallo spazio. Queste informazioni, provenienti da satelliti e sensori, vengono elaborate da **algoritmi di intelligenza artificiale** per misurare temperatura, umidità, emissioni e qualità dell’aria. Copernicus non fotografa semplicemente il pianeta: ne decifra il respiro. Gli algoritmi di apprendimento automatico, cioè quelli che imparano dai dati senza essere programmati esplicitamente, rilevano variazioni invisibili per l’occhio umano, come la perdita di copertura forestale o le microfratture nei ghiacciai, e inviano allerte in tempo reale. Un esempio concreto è il **Global Forest Watch**, una piattaforma del **World Resources Institute** (Istituto mondiale per le risorse), che usa immagini satellitari e IA per **monitorare la deforestazione**. In Amazzonia e nella Repubblica Democratica del Congo, questi sistemi hanno permesso di individuare e bloccare centinaia di tagli illegali, anche in aree remote. Un altro caso virtuoso è **EarthRanger**, software sviluppato con il supporto dell’**Allen Institute for Artificial Intelligence** (Istituto Allen per l’intelligenza artificiale), che combina dati GPS e modelli predittivi per proteggere la fauna selvatica in Kenya e Botswana. Il sistema riesce a prevedere i movimenti dei bracconieri e ha ridotto del 40 per cento gli episodi di caccia illegale. E poi c’è **IBM Green Horizon**, un progetto della multinazionale statunitense IBM che analizza miliardi di dati ambientali urbani per prevedere **i livelli di smog e di emissioni** con giorni di anticipo. A Pechino, questo sistema ha consentito di ridurre del 30 per cento i picchi di inquinamento in soli tre anni. L’intelligenza artificiale, insomma, è già all’opera per il pianeta. Ma resta una domanda: **a cosa ci serve sapere, se poi non agiamo?**### **L’illusione della precisione: quando sapere non basta** Sapere che una foresta sta bruciando non spegne l’incendio. Rilevare la presenza di **microplastiche** nei fiumi non impedisce che vengano prodotte. L’**IA ambientale**, cioè l’insieme delle tecnologie digitali che analizzano i dati naturali, rischia di alimentare una pericolosa illusione: quella di pensare che più dati significhino automaticamente più coscienza. Ma i dati non bastano se non diventano decisioni. Come sottolinea il **Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente** (UNEP), “la disponibilità di informazioni non equivale alla capacità di usarle”. Molti governi raccolgono enormi quantità di dati su deforestazione, consumo idrico o inquinamento, ma non li trasformano in politiche concrete. C’è poi un’altra distorsione: la concentrazione del potere informativo. Le piattaforme più sofisticate sono spesso gestite da **aziende private**, che trattano i dati come un bene commerciale, non come un patrimonio collettivo. In pratica, chi possiede gli algoritmi decide anche cosa possiamo “vedere” della crisi climatica.### **Chi controlla i dati controlla la narrazione del pianeta** La **governance dei dati ambientali**, cioè il modo in cui vengono gestite e condivise le informazioni sulla Terra, è oggi una zona grigia. Molti dati generati da satelliti pubblici vengono custoditi su server privati, e gli algoritmi che li elaborano restano proprietà esclusiva dei loro sviluppatori. Questo crea un problema di trasparenza e di democrazia. Chi controlla i dati controlla anche il racconto del mondo: può decidere quali informazioni diffondere, quando e in che forma. Così, il rischio è che l’ambiente diventi un **database brevettato**, anziché un bene comune accessibile a tutti. L’ONU, attraverso il **Global Digital Compact** (Patto digitale globale), chiede che i dati ambientali restino **aperti, condivisi e utilizzabili** anche dalle comunità locali. È il principio dell’**open environmental data**, cioè l’idea che la conoscenza ecologica debba essere libera, come l’aria che respiriamo. In Kenya e in Perù stanno nascendo progetti di **citizen science** (scienza partecipata) in cui gli abitanti, grazie a sensori connessi a reti neurali, segnalano incendi, frane o discariche abusive. È una forma di intelligenza collettiva aumentata: l’IA amplifica l’osservazione umana invece di sostituirla.### **Le storie di successo e il rischio della colonizzazione digitale** In **Indonesia**, un sistema di telerilevamento basato sull’intelligenza artificiale ha permesso interventi tempestivi che hanno **salvato 37.000 ettari di foresta tropicale** in un solo anno. In **California**, l’analisi automatica di immagini termiche satellitari ha ridotto del 25 per cento i tempi di risposta agli incendi. In **Italia**, l’**ENEA** (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) e l’**ISPRA** (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) stanno sperimentando reti neurali per **mappare l’inquinamento atmosferico e acustico** nelle aree urbane. Ma secondo il **World Economic Forum (Forum economico mondiale)**, il 70 per cento delle piattaforme di IA per il monitoraggio ambientale è sviluppato dalle imprese private di soli cinque Paesi: Stati Uniti, Cina, Regno Unito, Germania e Giappone. Il rischio è evidente: una **colonizzazione digitale dell’ambiente**, in cui chi possiede gli algoritmi decide anche chi può accedere alle informazioni e chi no.### **Verso un’etica dell’Intelligenza Artificiale per il pianeta** L’**etica dell’IA ambientale** non è un concetto astratto. Si tratta di stabilire se la tecnologia debba servire la natura o sfruttarla meglio. Progetti come **AI for Earth** (IA per la Terra) di Microsoft o **AI4Climate** del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) dimostrano che la collaborazione tra scienza pubblica e comunità locali può produrre risultati concreti: prevenzione delle alluvioni, protezione degli habitat marini, mappatura delle mangrovie. Ma anche queste iniziative devono guardarsi dal rischio dell’autocompiacimento digitale: l’IA non può diventare un modo per sentirsi virtuosi mentre si continua a distruggere. Il **Rapporto UNESCO 2024 su Intelligenza Artificiale e Sostenibilità** è chiaro: la priorità è garantire **trasparenza, accesso equo ai dati e inclusione sociale**. Le tecnologie devono servire la Terra, non servirsene.### **Dalla mente artificiale al cuore naturale** Forse la vera sfida è **non smettere di ascoltare mentre impariamo a misurare**. Abbiamo algoritmi che riconoscono le balene, ma governi incapaci di proteggerle. Abbiamo satelliti che vedono ogni centimetro del pianeta, ma continuiamo a ignorare le ferite più evidenti. La vera intelligenza, quella che salva, non è artificiale. È quella che **ricorda a tutti noi che apparteniamo alla Terra**. Perché la tecnologia può insegnarci a vedere, ma solo la **coscienza collettiva** può aiutarci ad agire.**Bibliografia essenziale** ``` ESA – Copernicus Programme Report, 2025.[Monitoraggio satellitare e IA ambientale].https://www.esa.int/Applications/Observing_the_Earth/Copernicus/Introducing_Copernicus World Resources Institute – Global Forest Watch, 2025.[Rilevamento deforestazione in tempo reale].https://www.globalforestwatch.org/ UNEP – AI and the Planet Report, 2024.[Etica e governance dei dati ambientali].https://www.unep.org/resources/report/artificial-intelligence-ai-end-end-environmental-impact-full-ai-lifecycle-needs-be Allen Institute for Artificial Intelligence – EarthRanger Impact Report, 2024.[Prevenzione bracconaggio in Africa].https://www.earthranger.com/ World Economic Forum – Harnessing AI for Environmental Action, 2025.[Mercato e geopolitica della tecnologia verde].https://www.weforum.org/stories/2025/09/harnessing-ai-for-sustainability-reporting-path-forward/ UNESCO – Artificial Intelligence and Sustainability Report, 2024.[Etica, trasparenza e inclusione nei dati ambientali].https://www.unesco.org/en/artificial-intelligence/recommendation-ethics ENEA e ISPRA – Reti neurali e qualità ambientale urbana, 2025.[Applicazioni italiane di IA per l’ambiente]. Eywa – Carbonio fantasma: la faccia nascosta della lotta al cambiamento climatico, 2024.[Critica alle compensazioni ambientali basate su metriche digitali: utile come parallelo con i limiti dell’IA nel trasformare dati in soluzioni concrete].https://eywadivulgazione.it/carbonio-fantasma-la-faccia-nascosta-della-lotta-al-cambiamento-climatico/ Eywa – Etichette “a impatto zero”: come riconoscere il greenwashing (anche dopo le nuove leggi UE), 2025.[Mostra come la tecnologia e i dati ambientali possano essere piegati a narrazioni ingannevoli, proprio come rischia di accadere con gli algoritmi “green”].https://eywadivulgazione.it/etichette-impatto-zero-riconoscere-greenwashing-nuove-leggi-ue/ ``` **Categorie:** Attualità --- ### [Regolamento sugli imballaggi: riciclabilità entro il 2030 o ennesima illusione circolare?](https://eywadivulgazione.it/regolamento-sugli-imballaggi-riciclabilita-entro-il-2030-o-ennesima-illusione-circolare/) **Published:** Ottobre 20, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Nel **2030** tutti gli **imballaggi immessi sul mercato europeo** dovranno essere **riciclabili o riutilizzabili**. È questa la promessa (o la minaccia) del nuovo **Regolamento UE sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio (PPWR, Packaging and Packaging Waste Regulation)**, approvato nel 2024 dopo due anni di battaglie tra istituzioni europee, lobby industriali e associazioni ambientaliste. Sulla carta, l’obiettivo è semplice: **ridurre la montagna di rifiuti** che cresce ogni anno nonostante decenni di raccolta differenziata. Nella prassi, basta guardare gli scaffali di un supermercato per capire quanto siamo lontani: bottiglie “riciclabili al 30%”, cartoni patinati con tappo in plastica, confezioni “bio” che bio non sono affatto. Il linguaggio è verde, ma la sostanza resta grigia. Secondo **Eurostat (2024)**, solo il **40% degli imballaggi plastici** viene davvero riciclato in Europa. Il resto finisce in discarica, nell’inceneritore o, più spesso, nei mari e nei fiumi, anche perché una parte significativa dei rifiuti viene esportata verso Paesi extra-UE con scarse politiche di gestione, dove finisce bruciata o dispersa nell’ambiente. È come vantarsi di asciugare il pavimento mentre il rubinetto resta aperto.### **Un regolamento che cambia le regole del gioco per l’imballaggio sostenibile** La differenza, stavolta, è che il **PPWR** non è una direttiva ma un **regolamento**, quindi è vincolante in tutti gli Stati membri. Niente più deroghe nazionali o interpretazioni creative: dal **design del prodotto** alla **composizione dei materiali**, tutto dovrà rispettare criteri precisi di **riciclabilità effettiva** e di **contenuto minimo di materiale riciclato**. Le soglie fissate dalla **Commissione Europea** parlano chiaro: dal **30% al 65%** di plastica o alluminio riciclato a seconda della tipologia di imballaggio.[ ](https://www.dentons.com/en/insights/articles/2024/april/30/european-packaging-and-packaging-waste-regulation?utm_source=chatgpt.com) Per la prima volta, Bruxelles impone una trasformazione obbligatoria all’intera **filiera del packaging**, chiedendo alle aziende di ridisegnare prodotti, catene logistiche e forniture. Un cambiamento che, se reale, potrebbe riscrivere il concetto stesso di “usa e getta”. Ma le crepe si vedono già. Le grandi multinazionali del food e del beverage si sono opposte con forza all’introduzione dei sistemi di **vuoto a rendere** e **riuso obbligatorio**, evocando costi insostenibili e rischi “igienici”. Peccato che in **Germania, Danimarca e Lituania**, dove i sistemi di deposito funzionano da anni, i tassi di recupero superino il 90% con milioni di tonnellate di plastica risparmiate ogni anno. In Italia, invece, il vuoto a rendere resta confinato a poche iniziative locali, mentre produciamo quasi **14 milioni di tonnellate** di imballaggi l’anno (ISPRA, Rapporto Rifiuti 2024).### **L’illusione tecnologica: riciclabilità entro il 2030 o dipendenza dal “effetto facile”?** Molti confidano nella tecnologia come scorciatoia salvifica: bioplastiche, polimeri innovativi, sistemi digitali di tracciamento. Ma la verità è che riciclare materiali complessi, come plastiche multistrato o cartoni accoppiati per alimenti, resta costoso e poco efficiente. Le nuove “bioplastiche compostabili”, inoltre, spesso finiscono in impianti inadatti e vengono bruciate o smaltite come rifiuti comuni. Secondo la **European Environment Agency (EEA, Agenzia Europea dell’Ambiente, 2025)**, le tecnologie di riciclo avanzato potranno ridurre solo una parte minima del problema: il nodo strutturale resta l’**eccesso di produzione**. Ogni anno l’Europa genera oltre **84 milioni di tonnellate** di rifiuti da imballaggio, una quantità in crescita costante da più di vent’anni. Il sistema continua a produrre più rifiuti che soluzioni. E il problema non è tecnico: è **culturale**. Abbiamo trasformato l’imballaggio in simbolo di igiene, estetica e convenienza. Il design pensa al colore, alla lucentezza, alla promessa di freschezza: tutto, tranne la fine del prodotto. Così, il cerchio dell’**economia circolare** si chiude su se stesso: produce, ricicla, riproduce.### **Le ombre della “circolarità” made in Europa** La **Commissione Europea** definisce il PPWR “un passo decisivo verso un futuro sostenibile”. E lo è, ma solo sulla carta. Molti esperti, tra cui la **European Environmental Bureau (EEB, la rete europea delle principali ONG ambientaliste)** e il WWF Europe, avvertono: se la **circolarità** si riduce a un esercizio contabile, rischiamo di sostituire il vecchio modello lineare “prendi–usa–getta” con un nuovo mantra “produci–ricicla–ripeti”. In questo schema, l’obiettivo di **riduzione** sparisce. Si continua a produrre e consumare, purché il materiale sia “riciclabile”. È la logica della **proroga permanente**: l’imballaggio “riciclabile entro il 2030” non è una soluzione, ma un alibi. L’EEA (2025) parla apertamente di **illusione di sostenibilità**: la crescita del riciclo non compensa la crescita dei rifiuti. Ogni innovazione che non riduce la produzione è solo ottimizzazione del problema.### **Il business del riciclo e la paura del riuso** C’è poi un aspetto meno discusso: l’**economia che ruota intorno al riciclo**. Il riciclo è un **mercato da miliardi**, e come ogni mercato tende a difendere se stesso. Ridurre i rifiuti significherebbe ridurre materia prima, produzione, volumi, cioè profitti. Non stupisce che molte lobby industriali preferiscano parlare di “riciclabilità” piuttosto che di **riuso**. Eppure il riuso è la vera svolta sistemica: un contenitore in vetro riutilizzato 50 volte ha un impatto ambientale complessivo inferiore del **70% rispetto a un contenitore usa e getta**. Ma il modello del riuso richiede **cambio di logistica, mentalità e incentivi economici**, non solo slogan. Come spiega il **WWF (2024)**, la sfida non è solo ambientale, ma **politica**: chi pagherà il costo della transizione, e chi continuerà a guadagnarci.### **Oltre il 2030: la vera rivoluzione è ridurre** Alla fine, la domanda è sempre la stessa: vogliamo davvero **ridurre i rifiuti**, o semplicemente gestirli meglio? Perché nessuna normativa, per quanto vincolante, può funzionare senza un cambiamento nei **comportamenti di consumo e di smaltimento**: se conferire correttamente i rifiuti riutilizzabili fosse più conveniente o incentivato, e più oneroso il contrario, molti imparerebbero in fretta. La **riciclabilità entro il 2030** è un obiettivo ambizioso, ma rischia di diventare una **promessa vuota** se non affrontiamo la causa primaria: l’eccesso. La vera sostenibilità non consiste nel trasformare ogni rifiuto in risorsa, ma nel **non produrlo affatto**. Come ricorda il **Regolamento UE 2024/1781**, la priorità è “prevenire la produzione di imballaggi non necessari”. È da lì che si misura la maturità di una società: nella capacità di rinunciare al superfluo, non di reinventarlo. Il **Regolamento sugli imballaggi** può davvero **cambiare il mercato**, ma solo se cambieremo anche noi. Non basterà ridisegnare bottiglie e scatole: dovremo **ripensare il valore delle cose**. Perché il **packaging più sostenibile** non è quello che ricicliamo meglio. È quello che **non serviva affatto**. ### **Bibliografia essenziale** European Commission – *Proposal for a Regulation on Packaging and Packaging Waste (PPWR)*, 2024. \[Normativa vincolante UE per la riciclabilità e il riuso entro il 2030\]. [https://environment.ec.europa.eu/publications/proposal-packaging-and-packaging-waste\_en](https://environment.ec.europa.eu/publications/proposal-packaging-and-packaging-waste_en) Eurostat – *Packaging Waste Statistics 2024*. \[Dati ufficiali sui tassi di riciclo e sulle quantità di imballaggi prodotte nell’UE\]. [https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Packaging\_waste\_statistics](https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Packaging_waste_statistics) ISPRA – *Rapporto Rifiuti Speciali e Urbani 2024*. \[Analisi sui flussi di rifiuti da imballaggio in Italia\]. European Environment Agency (EEA) – *Circular Economy and Waste Prevention Report 2025*. \[Critica all’eccesso produttivo e limiti dell’attuale modello di economia circolare\]. WWF Europe – *Packaging Revolution Report 2024*. \[Riflessione sul ruolo del riuso e sugli ostacoli economici e politici alla sua diffusione\]. European Environmental Bureau (EEB) – *Position Paper on the PPWR*, 2024. \[Analisi delle contraddizioni del regolamento e dei rischi di “illusione circolare”\]. **Categorie:** Attualità --- ### [Net Zero e decarbonizzazione avanzata: la grande illusione verde](https://eywadivulgazione.it/net-zero-e-decarbonizzazione-avanzata-la-grande-illusione-verde/) **Published:** Ottobre 20, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) C’è un concetto che oggi fa miracoli nell’immaginario collettivo: ***Net Zero*** (cioè la neutralità climatica). E un’espressione che la accompagna come un’eco rassicurante: ***decarbonizzazione avanzata***. Le usano governi, banche, multinazionali. Tutti impegnati, perlomeno a parole, nella “lotta al cambiamento climatico”. Intanto, nonostante lo scintillio terminologico, il pianeta continua a scaldarsi e le emissioni a crescere. Nel 2025 oltre 4.000 enti pubblici e privati si dichiarano “impegnati per la neutralità climatica” (Net Zero Stocktake 2025). Peccato che, come evidenzia quello stesso report, la maggior parte di queste strategie sia sprovvista dei requisiti di base: scadenze concrete, piani di riduzione verificabili, obiettivi a breve termine. Net Zero è diventato quasi un marchio, più che un impegno. Un’etichetta che suona bene nei bilanci sulla sostenibilità, nei convegni e nelle pubblicità delle compagnie aeree “eco-consapevoli”. Il problema è che Net Zero non significa “zero emissioni”. Bensì emissioni compensate. Un gioco di contabilità climatica: quel che immetti lo “bilanci” con un progetto di riforestazione o con l’acquisto dei crediti di carbonio. Il risultato? L’aria resta la stessa, inquinata, ma la coscienza si alleggerisce un po’. È come dire: “Posso fumare un pacchetto al giorno, tanto poi faccio beneficenza all’ospedale.” Il mercato delle compensazioni è infatti esploso. Secondo il Long-Term Carbon Credit Supply Outlook 2025, si prevede di arrivare a 2 miliardi di tonnellate di crediti entro il 2030 e a oltre 5 miliardi nel 2050. Ma la qualità di questi crediti varia enormemente: molti progetti non garantiscono un reale assorbimento di CO₂ o vengono distrutti da incendi e disboscamenti dopo pochi anni. Come abbiamo raccontato nel nostro dossier *Carbonio fantasma*, a volte le foreste “compensative” esistono solo nei bilanci aziendali: spacciate per “riforestazione”, ma in realtà sono boschi che godono da sempre di ottima salute. E anche se si piantano alberi per coprire le proprie tracce, si continua a trivellare. La cosiddetta “decarbonizzazione avanzata” si riduce spesso a un maquillage linguistico. Le tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS=*Carbon Capture and Storage*), celebrate come soluzioni definitive, oggi coprono appena lo 0,5% delle emissioni globali (fonte World Economic Forum, 2025). Sono costose, energivore e ancora decisamente sperimentali. Eppure sono presentate come la chiave del futuro, mentre la produzione di gas e petrolio cresce indisturbata. Dietro tutto ciò c’è un business gigantesco: è il “mercato dell’aria pulita”. I crediti di carbonio, i report ESG, la CCS… un ecosistema di miliardi che muove i capitali assai più velocemente di quanto riduca la CO₂. Come nota la Banca Mondiale, il rischio è chiaro: stiamo creando un’economia della compensazione invece di una del cambiamento. Il messaggio che arriva dall’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite) è inequivocabile: per restare entro +1.5°C servono tagli reali, cioè riduzioni misurabili delle emissioni di CO₂, non bilanci contabili. Smettere di bruciare combustibili fossili, cambiare i modelli di produzione, ridurre i consumi. Tutto il resto è solo distrazione di massa. La vera **decarbonizzazione avanzata** non è quella dei grafici o degli acronimi, ma quel che riduce davvero le emissioni; possiamo parlare di decarbonizzazione “avanzata” solo se davvero ci porta avanti, non se camuffa meglio le emissioni. Finché continueremo a confondere la neutralità con l’immobilismo, il **Net Zero** resterà solo un modo elegante per dire che non stiamo facendo abbastanza. **Bibliografia essenziale**- **Net Zero Tracker**, *Net Zero Stocktake 2025*, 2025. \[Panoramica globale sugli impegni Net Zero di governi e aziende; evidenzia la mancanza di obiettivi concreti e verificabili.\] [ https://zerotracker.net/analysis/net-zero-stocktake-2025 ](https://zerotracker.net/analysis/net-zero-stocktake-2025) - **BloombergNEF**, *Long-Term Carbon Credit Supply Outlook 2025*, 2025. \[Previsioni di crescita del mercato dei crediti di carbonio e rischi di inefficacia delle compensazioni.\] [ https://about.bnef.com/insights/commodities/long-term-carbon-credit-supply-outlook-2025/ ](https://about.bnef.com/insights/commodities/long-term-carbon-credit-supply-outlook-2025/) - **World Economic Forum**, *Carbon Capture and Storage: A Turning Point?*, 2025. \[Analisi dello stato delle tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS) e dei loro limiti attuali.\] [ https://www.weforum.org/stories/2025/08/carbon-capture-storage-decarbonization-pivotal-moment/ ](https://www.weforum.org/stories/2025/08/carbon-capture-storage-decarbonization-pivotal-moment/) - **McKinsey & Company**, *Global Energy Perspective 2025*, 2025. \[Proiezioni sulla crescita dei combustibili fossili e sul ruolo delle nuove tecnologie di decarbonizzazione.\] [ https://www.mckinsey.com/industries/energy-and-materials/our-insights/global-energy-perspective ](https://www.mckinsey.com/industries/energy-and-materials/our-insights/global-energy-perspective) - **World Bank**, *State and Trends of Carbon Pricing 2025*, 2025. \[Analisi dei meccanismi di prezzo del carbonio e degli effetti economici dei mercati di compensazione.\] [ https://www.worldbank.org/en/publication/state-and-trends-of-carbon-pricing ](https://www.worldbank.org/en/publication/state-and-trends-of-carbon-pricing) - **Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC)**, *Global Warming of 1.5°C – Special Report*, 2024. \[Linee guida scientifiche sulla riduzione effettiva delle emissioni necessarie per contenere il riscaldamento globale entro +1.5°C.\] [ https://www.ipcc.ch/sr15/ ](https://www.ipcc.ch/sr15/) - **Eywa – La divulgazione responsabile**, *Carbonio fantasma: la faccia nascosta della lotta al cambiamento climatico*, 2024. \[Analisi critica dei progetti di compensazione e dei limiti strutturali della neutralità climatica dichiarata.\] [ https://eywadivulgazione.it/carbonio-fantasma-la-faccia-nascosta-della-lotta-al-cambiamento-climatico/](https://eywadivulgazione.it/carbonio-fantasma-la-faccia-nascosta-della-lotta-al-cambiamento-climatico/) **Categorie:** Attualità --- ### [Biodiversità e finanza naturale: il nuovo mercato della vita](https://eywadivulgazione.it/biodiversita-e-finanza-naturale-il-nuovo-mercato-della-vita/) **Published:** Ottobre 20, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) C’è un nuovo mercato che si prepara a conquistare il mondo: quello della **biodiversità**. Lo chiamano **finanza naturale**, e promette di salvare il pianeta a colpi di *derivati verdi*, *crediti di biodiversità* e *fondi d’investimento “eco-positivi”*. Ma viene da chiedersi: quando una foresta entra in borsa, resta ancora una foresta o diventa un asset economico come un altro? Dopo i crediti di carbonio, ecco i crediti di biodiversità: titoli negoziabili che assegnano un prezzo alla vita. Secondo The Good in Town (2025) (testata italiana dedicata alla sostenibilità ambientale e sociale, che pubblica analisi su innovazione green, nuovi modelli economici e consumo responsabile), questi crediti misurano “il valore naturale” di un ecosistema, per consentire alle aziende di compensare la distruzione di un habitat ricreandone un altro altrove. Peccato che, a differenza del carbonio, la biodiversità non sia intercambiabile: un prato alpino non si replica in Amazzonia, un corallo non rinasce in una cava dismessa. Eppure, i mercati parlano di “neutralità di biodiversità”, come se la vita fosse un’equazione risolvibile con un foglio Excel. Il rischio è che la **finanza naturale** diventi il nuovo *greenwashing* del decennio: la vita è trasformata in algoritmo, la tutela in prodotto. Nel suo rapporto del 2024, la Fondazione per la Finanza Sostenibile avverte che il linguaggio dell’investimento verde può facilmente scivolare in retorica se non accompagnato da governance trasparente, metriche condivise e **reale impatto ecologico**. Ad oggi, nessuno ha ancora trovato un modo univoco per misurare la **biodiversità**: esistono solo indicatori parziali, locali, spesso qualitativi. Insomma, stiamo quotando in borsa qualcosa che non sappiamo nemmeno come conteggiare. Eppure, la perdita di **biodiversità** è tutt’altro che un tema “morale”: rappresenta un rischio sistemico anche per l’economia. Secondo Allianz Trade (2025) (società del gruppo Allianz specializzata in analisi economiche e assicurazioni sul credito, che monitora i rischi macroeconomici e ambientali a livello globale), metà del PIL mondiale dipende direttamente dai servizi ecosistemici: impollinazione, fertilità del suolo, acqua pulita. Quando la **biodiversità** crolla, crolla anche il mercato. E allora sì, la **finanza naturale** può essere, se fatta bene, uno strumento per prevenire la propria stessa catastrofe. Ma il problema resta lo stesso: chi governa questo mercato? Chi decide il valore di un fiume o di una specie? Senza la partecipazione delle comunità locali, la tutela rischia di diventare esproprio mascherato. È già accaduto con i progetti di compensazione ambientale che hanno sottratto terre a popolazioni indigene nel nome della “sostenibilità”. La vera **giustizia ecologica** non si misura in euro, ma in equilibrio e sovranità. C’è però un modo diverso di parlare di **finanza naturale**: quello delle Nature-Based Solutions (o soluzioni basate sulla natura, sono interventi che si ispirano ai processi naturali per affrontare sfide ambientali e sociali: come riforestare aree degradate per assorbire CO₂, creare zone umide per prevenire alluvioni): progetti che proteggono e ripristinano gli ecosistemi come risposta concreta alla crisi climatica. Sono iniziative che funzionano *con* la natura, non *contro* di essa. Ma anche qui, avverte Etifor (2025) (spin-off dell’Università di Padova che sviluppa progetti di valorizzazione ambientale e forestale, promuovendo strategie di gestione sostenibile e finanza “nature positive”), la sfida è distinguere la finanza etica da quella speculativa: il rischio è che le “soluzioni basate sulla natura” diventino solo un altro slogan per i fondi d’investimento. Dopotutto, la **biodiversità** non ha bisogno di essere salvata dai mercati, ma di essere difesa dalla loro avidità La vera finanza naturale non è quella che monetizza la vita, ma quella che le restituisce valore senza attribuirle un prezzo. Perché la Terra non ci manda fatture, ma segnali. E noi stiamo ancora facendo finta di non sentirli. **Bibliografia essenziale**- **Fondazione per la Finanza Sostenibile**, *Finanza sostenibile e biodiversità*, 2024. \[Rischi di retorica nel “investimento verde”; importanza di metriche e governance trasparente.\] [ https://finanzasostenibile.it/wp-content/uploads/2024/06/FFS\_Finanza-sostenibile-e-biodiversita\_WEB\_def.pdf](https://finanzasostenibile.it/wp-content/uploads/2024/06/FFS_Finanza-sostenibile-e-biodiversita_WEB_def.pdf) - **The Good in Town**, *Cosa sono i crediti di biodiversità: guida aggiornata 2025*, 2025. \[Definisce i crediti di biodiversità e illustra come tentano di valorizzare gli ecosistemi con logiche di mercato.\] [ https://www.thegoodintown.it/cosa-sono-i-crediti-di-biodiversita-guida-aggiornata-2025/](https://www.thegoodintown.it/cosa-sono-i-crediti-di-biodiversita-guida-aggiornata-2025/) - **Allianz Trade**, *La perdita di biodiversità è un rischio enorme per il settore finanziario*, 2025. \[Dimostra come metà del PIL mondiale dipenda direttamente dai servizi ecosistemici e i pericoli per i mercati.\] [ https://www.allianz-trade.com/it\_IT/news-e-approfondimenti/studi-economici/pubblicazioni-economiche/la-perdita-di-biodiversita-e-un-rischio-enorme-per-il-settore-finanziario.html](https://www.allianz-trade.com/it_IT/news-e-approfondimenti/studi-economici/pubblicazioni-economiche/la-perdita-di-biodiversita-e-un-rischio-enorme-per-il-settore-finanziario.html) - **Etifor**, *I 5 trend del 2025: verso un’economia Nature Positive*, 2025. \[Approfondisce la finanza naturale e le sfide che accompagnano la transizione verso modelli “nature positive”.\] [ https://www.etifor.com/it/aggiornamenti/i-5-trend-del-2025-per-il-settore-dei-servizi-ambientali/](https://www.etifor.com/it/aggiornamenti/i-5-trend-del-2025-per-il-settore-dei-servizi-ambientali/) - **Eywa – La divulgazione responsabile**, *Etichette “a impatto zero”: come riconoscere il greenwashing (anche dopo le nuove leggi UE)*, 2025. \[Esempio concreto di come la comunicazione ambientale ingannevole persista nonostante le nuove normative UE.\] [ https://eywadivulgazione.it/etichette-impatto-zero-riconoscere-greenwashing-nuove-leggi-ue/](https://eywadivulgazione.it/etichette-impatto-zero-riconoscere-greenwashing-nuove-leggi-ue/?utm_source=chatgpt.com) - **Eywa – La divulgazione responsabile**, *Carbonio fantasma: la faccia nascosta della lotta al cambiamento climatico*, 2024. \[Analizza le debolezze della compensazione di carbonio e la possibilità che foreste esistano solo nei bilanci.\] [ https://eywadivulgazione.it/carbonio-fantasma-la-faccia-nascosta-della-lotta-al-cambiamento-climatico/](https://eywadivulgazione.it/carbonio-fantasma-la-faccia-nascosta-della-lotta-al-cambiamento-climatico/) **Categorie:** Attualità --- ### [Plastica in India: innovazioni sostenibili e le sfide ambientali del futuro](https://eywadivulgazione.it/fiumi-di-plastica-quando-lacqua-diventa-discarica/) **Published:** Ottobre 2, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Nel cuore pulsante dell’industria indiana, la plastica gioca un ruolo cruciale, suscitando dibattiti animati su innovazioni sostenibili e le sfide ambientali del futuro. Mentre il paese si impegna a crescere economicamente, cresce anche la consapevolezza sull’impatto ambientale della plastica. In questo contesto, le aziende stanno adottando strategie ecologiche, sviluppando materiali biodegradabili e promuovendo il riciclaggio. Tuttavia, la transizione verso una plastica sostenibile non è priva di ostacoli. Da un’infrastruttura di riciclaggio inadeguata a consumatori poco informati, le sfide sono molteplici. Questo articolo esplorerà come l’India stia affrontando queste problematiche, esaminando innovazioni promettenti e le pratiche esistenti che mirano a ridurre l’inquinamento da plastica. Scopriremo anche le iniziative che potrebbero guidare il paese verso un futuro più verde e sostenibile, garantendo un equilibrio tra progresso economico e tutela dell’ambiente.> Visualizza questo post su Instagram > > > > > > > > > > > > > > > > > > > > > > > > > > > > > > > > > > > > [Un post condiviso da Eywa (@eywadivulgazione)](https://www.instagram.com/reel/DPRapAZDOWY/?utm_source=ig_embed&utm_campaign=loading) Cammini lungo la riva di un fiume e non vedi più acqua. Non è una distopia né una fotografia ritoccata: in molte città dell’India e del Sud-est asiatico i fiumi non riflettono più il cielo, perché sono ricoperti da una crosta galleggiante di plastica. Bottiglie, sacchetti, confezioni strappate e involucri che si incastrano l’uno con l’altro, trasformando la corrente in discarica. Le arterie che per millenni hanno portato fertilità e civiltà oggi sono cloache a cielo aperto. Non stiamo parlando di “un po’ di sporcizia” ma di ecosistemi trasformati in discariche autotrasportanti. E il problema non è confinato all’Asia: riguarda anche noi, perché la plastica che soffoca i loro fiumi è la stessa che ritroviamo, sotto forma di microframmenti, nell’acqua del nostro rubinetto.## ****L’inquinamento dei fiumi in India e nel Sud-est asiatico:** urbanizzazione senza regole** In poche decine d’anni le megalopoli indiane sono esplose passando da centinaia di migliaia a decine di milioni di abitanti. Ma i servizi di base: fognature, depuratori, raccolta rifiuti, non sono mai arrivati. Risultato? Ogni giorno tra i 38 e i 50 miliardi di litri di acque reflue non trattate finiscono nei corsi d’acqua. Più di metà dei 600 fiumi monitorati in India è classificata come “inquinata”. E poi c’è il detonatore: la plastica. L’India produce 9–10 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica ogni anno, per quasi la metà si tratta di imballaggi monouso. E ben tre quarti dei rifiuti urbani non sono gestiti correttamente, mentre oltre 6 milioni di tonnellate di plastica vengono bruciati all’aperto: il modo più rapido per trasformare rifiuti solidi in miasmi alla plastica, un aerosol velenoso spacciato per normalità. L’acqua non scorre più: ristagna sotto una coltre di oggetti progettati per essere usati una volta, accatastati e mai smaltiti.## ****Le cause dell’inquinamento plastico nelle città indiane:** dal gesto antico al disastro moderno** Per secoli, in Asia, tutto era biodegradabile o riutilizzabile. Il cibo si avvolgeva in foglie di banano, le ciotole erano di terracotta o metallo, le bottiglie in vetro. Quando gli imballaggi organici non servivano più, bastava gettarli nel fiume: la corrente portava via bucce, foglie, cenere, e tutto spariva senza lasciare traccia. Oggi al posto delle foglie ci sono buste di polipropilene e sacchetti di polietilene. La mentalità è rimasta la stessa, ma il nuovo materiale è stato progettato male, perché si accumula senza sparire: un errore di design che si trasforma in disastro planetario. Poi ci sono i monsoni. Quelle piogge che un tempo nutrivano le risaie, oggi trasformano i fiumi in discariche. Ogni temporale è un nastro trasportatore dell’orrore: sacchetti e bottiglie scorrono come un corteo funebre verso l’acqua. Tra decine di milioni di fiumi e torrenti del pianeta, sono appena 1.600 a riversare l’80% della plastica negli oceani: pochi colossi che soffocano il mare. La pioggia non purifica più: porta veleno.## **Il ruolo degli attori invisibili nella gestione dei rifiuti** Se proprio non tutto arriva al mare, non è merito dei governi o tantomeno delle industrie, ma è solo grazie a quella che viene chiamata la **raccolta “informale” dei rifiuti**. Un termine tecnico un po’ alienante, dietro il quale si celano intere esistenze. Perché ci sono persone reali: donne, uomini e spesso bambini, che ogni giorno setacciano le discariche e le strade alla ricerca di materiali con un minimo valore commerciale. ![Spazzatura raccolta informale](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/10/spazzatura-raccolta-informale.jpg) Rovistano tra cumuli di sporcizia e polvere, separano dal resto bottiglie di vetro, lattine di metallo, e qualche plastica pregiata che i grossisti sono disposti a comprare. È un lavoro duro, pericoloso e invisibile, ma senza di loro i fiumi sarebbero da tempo completamente sepolti. E tutto il resto? Gli imballaggi multistrato, i sacchetti sottili, le plastiche “povere”? Restano indietro e finiscono nei fiumi, perché a nessuno interessa recuperarli. Così, giorno dopo giorno, qualcosa viene sottratto alla corrente inesorabile, ma ciò che non vale nulla finisce per essere trascinato dalle acque. A Kanpur, la ONG Plastic Fischer ha raccolto centinaia di tonnellate di plastica dal Gange grazie a delle barriere galleggianti. Ma ammette che solo il 5% di ciò che intercettano è riciclabile: il resto era già stato sottratto dai raccoglitori informali. Un paradosso feroce: chi non ha nulla si sporca le mani per ripulire ciò che chi ha tutto continua a produrre in eccesso, inquinando il pianeta. Perché dall’altra parte ci sono le multinazionali: con snack, detersivi, cosmetici sigillati in confezioni non riciclabili, venduti ovunque senza nessuna pianificazione per lo smaltimento o il recupero. Hanno fatto il pieno di profitti e alle loro spalle hanno lasciato i fiumi ricolmi di plastica. Un affare perfetto per loro: profitti garantiti, mentre i costi ambientali ricadono su tutti noi. E non basta. Per anni i paesi ricchi hanno spedito altrove i propri scarti, come fossero una merce qualunque. Dal 2018 al 2021 la sola Thailandia ha importato oltre un milione di tonnellate di rifiuti di plastica, in gran parte dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dal Giappone. Lo chiamano “colonialismo dei rifiuti”: il Nord del mondo incassa i profitti e il Sud eredita tumori e fiumi di immondizia.## **I fiumi più inquinati del mondo: dal Gange al Rio delle Amazzoni** Il Gange e lo Yamuna in India, lo Yangtze in Cina, l’Indo in Pakistan, il Fiume Giallo, il Niger in Africa, il Rio delle Amazzoni in America Latina. Basta pronunciare questi nomi per evocare la Storia, per pensare a popoli e paesaggi che appartengono all’immaginario collettivo. Eppure oggi quei fiumi non sono più soltanto linee di vita: sono diventati vie di scorrimento della plastica verso il mare. Le cifre raccontano bene la portata del fenomeno: l’Indo trasporta ogni anno circa 160.000 tonnellate di rifiuti, il Fiume Giallo oltre 120.000. Lo Yangtze, il corso d’acqua più lungo dell’Asia, che per secoli ha reso fertile la Cina centrale, è oggi uno dei maggiori vettori globali di plastica negli oceani. E pensare che questo non ci riguardi sarebbe illusorio. Perché l’acqua non conosce frontiere: ciò che scivola nei fiumi di Mumbai o Manila può riemergere, frammentato e corrosivo, sulle spiagge di Napoli o Marsiglia. Lì si mescola ai nostri stessi rifiuti, si frantuma ancora, penetra nei sedimenti e nelle falde fino a raggiungere l’acqua del nostro rubinetto. E quello che resta in mare entra nella catena alimentare, tornando sulle nostre tavole attraverso il pesce che compriamo al mercato.## ****Le iniziative globali e locali contro la plastica**: dal cibo contaminato al trattato ONU sulla plastica** L’80% dei rifiuti marini lungo le coste indiane è plastica. Oltre l’80% dei campioni di acqua potabile contengono microplastiche. I pesci che mangiamo hanno ingerito frammenti di imballaggi monouso. Ma non si tratta soltanto di salute: la plastica è anche un gigantesco freno economico. In India, entro il 2030, le perdite stimate superano i 130 miliardi di dollari. Perché? Perché la plastica abbandonata intasa le fogne e provoca alluvioni, soffoca la pesca riducendo le catture, rende meno attrattive le spiagge per il turismo e compromette i terreni agricoli. È un suicidio lento, che non si misura solo in tonnellate di rifiuti, ma in posti di lavoro cancellati e interi settori produttivi strangolati dall’inquinamento. ![Fiumi spazzatura gange](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/10/fiumi-spazzatura-gange.jpg) Eppure, nel buio di questo scenario, spuntano anche luci. Soluzioni che non vengono dalle grandi corporation, ma dalla forza delle comunità locali. In Bangladesh, l’associazione **BD Clean** organizza migliaia di volontari per ripulire i canali urbani, trasformando la raccolta dei rifiuti in un atto collettivo di responsabilità. In Indonesia, la ONG **Sungai Watch** ha piazzato barriere galleggianti su decine di fiumi, fermando centinaia di tonnellate di plastica prima che raggiungessero l’oceano: non solo pulizia, ma anche educazione ambientale nelle scuole e nelle comunità. In India, progetti come **Plastic Fischer** installano barriere nel Gange e assumono lavoratori locali per gestirle, creando occupazione laddove prima c’era solo degrado. E realtà come **Bharat Clean Rivers**, in collaborazione con The Ocean Cleanup, stanno mappando i tratti fluviali più critici per bloccare la plastica alla fonte. Non sono semplici iniziative di volontariato: sono laboratori di futuro, che dimostrano come si possa agire dal basso quando i governi sono assenti. Ma sul piano globale? Nel 2022 l’Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente ha aperto i negoziati per il primo **trattato internazionale vincolante contro l’inquinamento da plastica**. Sul tavolo c’è una sfida storica: stabilire regole comuni per ridurre la produzione di plastica vergine, vietare certi tipi di imballaggi monouso, rafforzare i sistemi di riciclo e introdurre la **responsabilità estesa del produttore**, ovvero l’obbligo per le aziende di farsi carico del destino dei loro prodotti anche dopo la vendita. Non sarà facile: in ogni round di trattative si scontrano gli interessi delle multinazionali petrolchimiche e quelli dei paesi più colpiti dall’inquinamento. Ma una certezza c’è: se non si arriva a un accordo ambizioso, il consumo globale di plastica è destinato a **triplicare entro il 2060**. E allora il rischio non è più solo di vedere i fiumi trasformati in discariche liquide, ma di condannare intere generazioni a vivere in un pianeta soffocato da un materiale immortale. Torniamo alla riva del fiume. Guardiamo giù e non vediamo acqua, ma il nostro riflesso. Non è solo plastica: è la fotografia di quel futuro che rischiamo di consegnare alle prossime generazioni. Possiamo lasciare che i fiumi restino specchi infranti del nostro tempo, o possiamo trasformarli di nuovo in correnti di vita. ``` 📚 Fonti ``` - ``` UNEP – United Nations Environment Programme: From Pollution to Solution: A Global Assessment of Marine Litter and Plastic Pollution (2021); Turning off the Tap (2023). [Dati globali: 19–23 milioni di tonnellate di plastica negli ecosistemi acquatici; proiezione di triplicazione entro il 2060] ``` - ``` OECD – Organisation for Economic Co-operation and Development: Global Plastics Outlook (2022). [Quantità di rifiuti plastici prodotta a livello globale; confronto con i 9–10 milioni di tonnellate annui in India] ``` - ``` CPCB – Central Pollution Control Board (India): River Stretches for Restoration of Water Quality (2018). [Oltre metà dei 600 corsi d’acqua monitorati classificati come inquinati; 38–50 miliardi di litri di reflui scaricati ogni giorno] ``` - ``` World Bank: What a Waste 2.0: A Global Snapshot of Solid Waste Management to 2050 (2018). [Circa tre quarti dei rifiuti urbani indiani non gestiti correttamente; ruolo dell’economia informale nel riciclo] ``` - ``` ESDO – Environment and Social Development Organization (Bangladesh): Marine Litter and Microplastic Pollution in the Bay of Bengal (2020). [73.000 tonnellate di plastica trasportate ogni anno dai fiumi del Bangladesh al mare] ``` - ``` Science Advances – L. C. M. Lebreton et al.: Plastic pollution in rivers and oceans: global trends and scenarios(2021). [Il ruolo dei monsoni, superfici impermeabili e vicinanza alle abitazioni come predittori delle emissioni di plastica] ``` - ``` Nature Communications – J. Meijer et al.: More than 1000 rivers account for 80% of global riverine plastic emissions into the ocean (2021). [Circa 1.600 fiumi responsabili dell’80% della plastica fluviale; stime sullo Yangtze, Indo e Fiume Giallo] ``` - ``` Plastic Fischer: Report e comunicati 2022–2024. [Recupero di alcune centinaia di tonnellate dal Gange; solo il 5% del materiale raccolto è riciclabile] ``` - ``` Sungai Watch: Impact Reports (2021–2023). [Intercettazione di centinaia di tonnellate di rifiuti nei fiumi indonesiani; ruolo della sensibilizzazione comunitaria] ``` - ``` Bangkok Post: Thailand to ban plastic waste imports by 2025 (2023). [Stop all’import di rifiuti plastici in Thailandia dal 1º gennaio 2025] ``` - ``` Plastics for Change: Marine Plastic Waste in India: Impact and Solutions (2022). [80% dei rifiuti marini lungo le coste indiane composto da plastica; microplastiche in oltre l’80% dei campioni di acqua potabile] ``` - ``` UNEA – United Nations Environment Assembly: Resolution 5/14 on End Plastic Pollution (2022). [Avvio dei negoziati per un trattato globale vincolante sulla plastica] ``` **Categorie:** Dossier **Tag:** Ambiente & Sostenibilità --- ### [Gli animali liberi del Lazio: quando la libertà diventa una colpa](https://eywadivulgazione.it/gli-animali-liberi-del-lazio-quando-la-liberta-diventa-una-colpa/) **Published:** Ottobre 10, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Sono scappati dai recinti dopo gli incendi. O sono stati abbandonati quando le aziende agricole hanno chiuso. Cavalli, bovini e capre che da anni vivono liberi tra i boschi e le colline del Lazio, senza minacciare nessuno. Eppure, per la Regione, rappresentano un problema da risolvere. Regione Lazio ha stanziato **600.000 euro pubblici** per “interventi di contenimento” sugli animali domestici rinselvatichiti. Tradotto dal burocratese: **cattura, e (se serve…) abbattimento.** Non sono “specie protette”. Non generano profitto. Non appartengono a nessuno. E quando lo Stato non sa dove collocare qualcosa, tende a eliminarlo. La Regione chiama tutto questo “gestione della fauna inselvatichita”: un titolo elegante per dire che la libertà, ancora una volta, va messa sotto controllo. Ma questi animali non sono un’emergenza. Sono **sopravvissuti**, non “pericolosi”. Testimoniano che la natura, lasciata respirare, trova sempre un equilibrio, anche senza il nostro permesso. Eppure si sceglie la via più rapida: cancellare. Come se la vita libera, quella che sfugge al sistema di recinti, allevamenti e rendite, fosse una minaccia da sedare. Altrove si fa diversamente. In **Spagna**, i cavalli inselvatichiti vengono **mappati e sterilizzati**, non abbattuti. In **Francia**, trovano rifugio nelle fattorie etiche. In **Germania**, la rete pubblica di rifugi (*Tierheime*) permette adozioni e protezione. E persino in Italia, in **Sardegna** con le capre del Supramonte, in **Emilia-Romagna** con i cavalli vaganti dell’Appennino, qualcuno ha scelto la convivenza: sterilizzazioni, affidamenti, tutela. Ma, come sempre, solo grazie a volontari e associazioni. Mai per scelta politica. La libertà non è una minaccia: è la prova che un altro modo di vivere è possibile. **Altrove non si confonde la libertà con la minaccia. Altrove si può. Perché qui no?** **Categorie:** News --- ### [Come creare un balcone amico di api e farfalle](https://eywadivulgazione.it/come-creare-un-balcone-amico-di-api-e-farfalle/) **Published:** Ottobre 2, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **Un’oasi sospesa sopra il cemento** Un balcone può sembrare un dettaglio, un affaccio qualunque sul grigio delle città. Invece può trasformarsi in un’oasi sospesa, in un nodo vivo della rete invisibile che lega piante, insetti e animali all’interno del grande organismo Terra. Ogni mattina lo attraversiamo distrattamente, magari per scuotere una tovaglia o fumare una sigaretta, e non ci accorgiamo che anche quel piccolo spazio ha la possibilità di fiorire in qualcosa di molto più grande di noi. Perché un balcone non è mai soltanto nostro: appartiene anche alle api che cercano nettare, alle farfalle che hanno bisogno di posarsi, agli uccelli che vi trovano riparo. E nel loro piccolo, questi visitatori alati possono ridare respiro alle città.## **Perché api e farfalle sono essenziali** Api e farfalle sono molto più che una piacevole compagnia estiva. Senza di loro, un terzo del nostro cibo semplicemente non esisterebbe. Senza il loro lavoro silenzioso, addio mele, zucchine, ciliegie, mandorle; addio prati fioriti, orti rigogliosi, colori che segnano le stagioni. Ogni volta che un’ape si infila dentro una corolla compie un atto politico, perché sostiene la sovranità alimentare molto più di quanto non facciano mille convegni. Ogni volta che una farfalla danza sopra un balcone dimostra che esiste ancora un margine di speranza in un mondo dove tutto tende a essere sterilizzato, inquinato, reso artificiale. Eppure, mentre continuiamo a lamentarci della loro scomparsa riempiamo i balconi di pesticidi, concimi chimici e piante esotiche che non nutrono nessuno. Ci indigniamo per i prati desertificati, ma nei nostri balconi ci accontentiamo di plastica e decorazioni sterili. Così facendo, le nostre città si trasformano in deserti, colorati ma senza vita, scenografie che non ospitano alcuna musica naturale. La provocazione è semplice: se vogliamo davvero città vive, dobbiamo smettere di considerare il balcone come uno spazio ornamentale e cominciare a viverlo come atto politico e poetico insieme.## **I principi di un balcone amico** Creare un balcone amico di api e farfalle non richiede né pollice verde né chissà quali investimenti. Richiede la volontà di cambiare sguardo. Significa coltivare la biodiversità, perché più specie vegetali significa maggiore capacità di attrarre altra vita. Significa pensare al tempo come a un filo continuo, e distribuire le fioriture lungo l’arco dell’anno, così che ci sia sempre una fonte di nutrimento. Significa rinunciare alla chimica facile che promette piante perfette ma in realtà consegna solo morte silenziosa. E significa soprattutto accettare il disordine creativo: qualche foglia secca lasciata a terra non è sciatteria ma rifugio per preziosi microrganismi; una pianta spontanea che cresce in un vaso non è incuria ma alleanza con la biodiversità che torna a bussare alla porta, anzi, alla finestra!## **Le stagioni sul balcone** Un balcone vivo racconta le stagioni. In primavera basta lasciar spazio a trifoglio, tarassaco, malva o borragine per offrire alle api risvegliate dal letargo il primo banchetto. In estate il balcone può trasformarsi in un festival di profumi e colori grazie a lavanda, salvia, rosmarino, echinacea e piccoli girasoli, che attirano api mellifere e farfalle dalle ali variopinte. Quando arriva l’autunno, e gli insetti devono accumulare energie prima del gelo, ci pensano sedum, aster, calendula e caprifoglio: insieme alla fioritura tardiva dell’edera, a garantire scorte preziose. Persino l’inverno, che immaginiamo come stagione di assenza, può offrire risorse inattese con erica, ciclamino rustico e cavoli ornamentali che sfidano il freddo e offrono nutrimento a chi resiste. Così il balcone diventa davvero una stazione di servizio per la biodiversità urbana.## **Piccoli gesti che cambiano tutto** Non è solo questione di piante. Conta anche come viviamo quello spazio. Una semplice ciotola d’acqua con qualche sasso può diventare un bar per le api assetate. La disposizione dei vasi può trasformarsi in un paesaggio variato di colori e altezze, calamita per farfalle e bombi. Spegnere le luci del balcone nelle ore notturne è un gesto minimo che restituisce alle falene il cielo stellato, invece di obbligarle a perdersi tra i led. Compostare i propri scarti e restituire materia organica ai vasi significa rendere il suolo vivo, e un suolo vivo richiama vita, a sua volta.## **I benefici reciproci** I benefici non sono unilaterali. Un balcone amico non è un regalo agli insetti: è un patto di alleanza. Le api e le farfalle ci ripagano con ortaggi più sani, frutti più abbondanti, fioriture più generose. E ci offrono un dono che non si misura in chili o litri: la bellezza. Non è possibile restare indifferenti davanti a una farfalla che sceglie proprio il nostro balcone per fermarsi un attimo. Non è solo estetica: è la dimostrazione tangibile che il nostro piccolo gesto ha funzionato, che abbiamo ridato un frammento di respiro a un mondo che ne ha disperatamente bisogno.## **Una scelta politica e poetica** E allora la domanda è: vogliamo balconi che siano solo scenografie per l’occhio umano o spazi dove la vita torna a scorrere? Vogliamo città zeppe di fiori finti, prati sintetici e insetticidi, o vogliamo metropoli che respirano grazie a milioni di piccoli gesti connessi? Perché ogni balcone è un nodo della rete, e se ogni nodo torna a brillare, la rete intera riprende forza. Creare un balcone amico di api e farfalle non è giardinaggio: è resistenza, è politica, è poesia. È decidere che non ci basta sopravvivere in città di cemento e rumore, ma vogliamo tornare a vivere in città che respirano! Ogni balcone trasformato in oasi non è un gesto isolato, ma parte di una sinfonia che lega insetti, piante, animali e noi. Tutto è connesso: lo ripetiamo spesso, ma poi lo dimentichiamo in fretta. Un balcone fiorito che vibra di api e farfalle ce lo ricorda meglio di mille parole. E in quel piccolo spazio, sospeso tra cemento e cielo, il futuro torna a respirare. **Categorie:** Attualità --- ### [Tutto è connesso: il microbioma del suolo e la rete segreta che sostiene la vita](https://eywadivulgazione.it/tutto-e-connesso-il-microbioma-del-suolo-e-la-rete-segreta-che-sostiene-la-vita/) **Published:** Settembre 24, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Immagina di raccogliere una piccola zolla di terra e di tenerla sul palmo della mano. A prima vista sembra solo terriccio scuro, inerte. Ma se potessi entrare dentro quella manciata di suolo, o anche solo osservarla al microscopio, ti troveresti davanti un universo in pieno fermento. Minuscoli batteri si scambiano messaggi chimici: zuccheri e acidi che funzionano come veri e propri codici segreti; mentre sottili filamenti di funghi si allungano come vene luminose sotto terra, collegando radici lontane. Protozoi e microrganismi pascolano tra le colonie microbiche, tessendo una vita silenziosa che sostiene tutto ciò che vedi sopra la superficie: fili d’erba, fiori, alberi, insetti, animali. Anche noi. In uno strato di appena trenta o quaranta centimetri vive circa il 30% di tutta la biodiversità del pianeta. Un dato vertiginoso che rivela un fatto spesso ignorato: sotto i nostri piedi esiste una rete invisibile che la biologa canadese Suzanne Simard ha chiamato Wood Wide Web – gioco di parole con il World Wide Web – per raccontare l’intreccio di filamenti fungini che mettono in comunicazione le piante e consentono scambi di nutrienti e informazioni. Oltre ad essere la spina dorsale della vita sulla Terra, è anche un ingranaggio del clima: ogni respiro del mondo sotterraneo trattiene o libera carbonio, decide se l’atmosfera sarà più leggera o più carica di CO₂. E, che ce ne accorgiamo o meno, siamo parte di questa gigantesca conversazione sotterranea. Il nostro dossier è un invito a chinarsi, letteralmente, e guardare sotto i piedi. A scoprire la rete vivente che regge ogni forma di vita, e capire perché oggi quella trama si sta spezzando. C’è un organismo collettivo che respira, cresce, si ammala e può guarire. La sua sorte è intrecciata alla nostra. Ogni respiro che facciamo, ogni cibo che mettiamo in tavola, ogni goccia d’acqua che beviamo dipende dalla vitalità di questo suolo invisibile. E la possibilità di rigenerarlo non riguarda un futuro lontano: comincia adesso, con le scelte che compiamo ogni giorno.## **Il microbioma del suolo: il cuore invisibile della fertilità terrestre** Quando parliamo di **microbioma del suolo** parliamo di una comunità vivente e delle relazioni che la animano. *Microbiota* viene dal greco *mikros*, “piccolo”, e *biotós*, “che vive”, e indica i microrganismi stessi che abitano il suolo. *Microbioma*, dal greco *mikros* e *bíos*, “vita”, con il suffisso *-oma*, “insieme”, descrive invece l’universo dei loro geni e delle molecole che producono: i **metaboliti**, sostanze come zuccheri, acidi ed enzimi che regolano gli scambi e le reazioni da cui nascono i processi vitali del suolo. È questo intreccio a costituire il **motore invisibile che fa funzionare tutto**. In questo mondo nascosto convivono batteri che trasformano l’azoto dell’aria in nutrienti disponibili per le radici (in pratica fertilizzano il terreno dall’interno) o che rendono assimilabili i minerali bloccati nelle rocce. Ci sono funghi che intrecciano filamenti sottili capaci di estendere il raggio delle radici per metri, prolungamenti silenziosi del loro micelio, la fitta rete di filamenti fungini che costituisce il vero corpo del fungo, capace di collegare piante diverse e di amplificarne la capacità di assorbire acqua e nutrienti. Vivono qui anche gli archei, microrganismi antichissimi capaci di resistere a condizioni estreme e di guidare cicli chimici fondamentali come quelli del metano o dell’azoto, e i protisti, organismi unicellulari che predano, riciclano e mantengono gli equilibri della comunità, minuscoli “giardinieri” o “spazzini” della rete sotterranea. Persino i virus partecipano in questa danza, modulando gli scambi di geni e nutrienti all’interno della comunità microbica del suolo. Non c’è gerarchia: solo una trama collettiva, una rete che lavora come un unico organismo per mantenere la fertilità della terra e, con essa, la nostra stessa possibilità di vita. Questa trama compie azioni decisive. Decompone foglie e legno producendo nutrienti e trasformandoli in humus, la frazione scura e stabile che dà struttura, trattiene acqua, lega carbonio. Orchestra i grandi cicli del carbonio e dell’azoto, convertendo molecole in forme assimilabili, trattenendo una parte di ciò che le piante catturano dall’aria. Produce ormoni vegetali naturali che stimolano la crescita, aiuta le piante a reggere a siccità e salinità attivando difese interne, rende biodisponibili fosforo, ferro, potassio. E fa da scudo: batteri e funghi benefici competono con patogeni e parassiti, colonizzano per primi gli spazi più ambiti della rizosfera (la sottile fascia di suolo che circonda le radici e pullula di scambi chimici e biologici), inducono una sorta di memoria immunitaria nelle piante. Per questo la fertilità non può essere misurata con una sigla stampata su un sacco di concime. Non è un codice NPK (azoto, fosforo e potassio), è **vitalità**. Due terreni con lo stesso valore chimico possono comportarsi in modo opposto: se il suolo è vivo, ricco di microrganismi diversi e ben connessi, le colture resistono, crescono, si difendono. Se invece è inerte, tutto vacilla. Il suolo è un super-organismo: scaldalo troppo, ossigenalo male, privalo di sostanza organica o saturalo di molecole tossiche, e si ammala. Nutrilo di residui vegetali, proteggilo con una copertura e disturbalo il meno possibile, allora **guarisce**.## **Nuove scoperte dal sottosuolo: DNA, vitamina B12 e salute condivisa** Le tecnologie “omiche” (cioè le tecnologie che analizzano in modo integrato geni e molecole di un ecosistema) hanno aperto questa città sotterranea come un libro illustrato. In un grammo di terra vivono miliardi di cellule microbiche, appartenenti a decine o centinaia di migliaia di specie: più biodiversità che in un’intera foresta compressa in un cucchiaino. Ogni ecosistema ha la sua firma. Alcune comunità accelerano la decomposizione e rilasciano più CO₂; altre stabilizzano carbonio in forme resistenti. Inizia così una nuova agronomia: identificare consorzi microbici che favoriscono l’accumulo di carbonio, la resilienza alla siccità, l’efficienza nutrizionale, e coltivarne la presenza con pratiche mirate. Dentro questo quadro emergono registi insospettabili: cofattori vitaminici come i corrinoidi, “famiglia” della vitamina B12. Non tutte le specie sanno produrli; molte ne dipendono. Cambiare la disponibilità di queste molecole può orientare la composizione della comunità e le sue funzioni, spostando l’equilibrio verso assetti favorevoli alla pianta. È come modulare il traffico con pochi semafori posizionati bene. Cresce intanto un approccio che Eywa abbraccia da sempre: One Health. La salute del suolo, delle piante, degli animali e dell’uomo è la stessa cosa. Un suolo vivo alimenta colture più nutrienti, riduce il bisogno di pesticidi e la presenza di contaminanti, influenza perfino il nostro sistema immunitario esponendoci, attraverso cibo e ambiente, a una diversità microbica amica. Prendersi cura del microbioma del suolo significa, letteralmente, prendersi cura di noi.## **La rete segreta delle radici: come piante, funghi e insetti collaborano** Sotto un bosco o un orto, le ife micorriziche (i filamenti microscopici che compongono il micelio dei funghi) non trasportano solo risorse: veicolano messaggi. Una pianta attaccata può “avvertire” le vicine, che attivano difese prima che l’insetto o il patogeno arrivino. È un sistema di allerta precoce, un’anticipazione che fa la differenza tra una perdita e una resistenza corale. I batteri della rizosfera influenzano la conversazione delle piante con gli insetti: modulano la produzione di composti volatili, rendono i fiori più attraenti per gli impollinatori o più sgradevoli per gli erbivori, cambiano la qualità del nettare, facilitano il lavoro delle coccinelle contro gli afidi. Pianta e microbi diventano un unico organismo esteso, un *olobionte*: un insieme formato da un organismo e da tutti i microrganismi che vivono in simbiosi con esso. Più in alto nella catena alimentare, gli effetti si moltiplicano. Colture sane e vigorose diventano meno vulnerabili ai parassiti, perché favoriscono una presenza più ricca di predatori naturali (coccinelle, crisopidi, acari e nematodi benefici) e, così, riducono la pressione dei parassiti anche sulle piante circostanti. Poi ci sono gli ingegneri del suolo. Lombrichi che scavano gallerie, arieggiano, drenano e rimescolano la terra, espellono turricoli ricchi di humus finissimo. Formiche che trasportano semi e frammenti organici, coleotteri e larve che aprono pori, nematodi e protozoi che “pascolano” sui batteri mantenendo in equilibrio la loro dinamica. Un giardino troppo “pulito” è spesso biologicamente povero; un suolo dove restano legno morto, angoli incolti, microhabitat d’acqua è un mosaico di rifugi e corridoi. In un terreno vivo nessuno è protagonista assoluto: ognuno, facendo la propria vita, rende possibili quelle altrui.## **Suolo e cambiamento climatico: quando la terra trattiene o rilascia CO₂** Il suolo è il più grande deposito di carbonio organico sulla terraferma. Quando funziona bene, una parte di ciò che le piante catturano dall’atmosfera scivola sottoterra e si trasforma in humus stabile. È un servizio gratuito e potentissimo: carbonio tenuto fuori dall’aria per anni, decenni, secoli. E il terreno ne esce rafforzato: la sua struttura diventa più solida e porosa, trattiene più acqua quando piove e la rilascia lentamente nei periodi di siccità, aumentando fertilità e capacità di nutrire la vita. Ma se il suolo viene stressato, il meccanismo si capovolge. Temperature più alte accelerano la “respirazione” microbica: l’humus si ossida più in fretta e il carbonio accumulato torna in atmosfera come CO₂. Così un serbatoio di carbonio diventa una fonte di emissioni. Drenare torbiere, lasciare il terreno nudo, arare in profondità o interrompere i cicli della sostanza organica alimenta questo circuito vizioso: più caldo, più decomposizione, più emissioni, ancora più caldo. La buona notizia è che la spirale può essere spezzata. Coperture vegetali, compost e ammendanti organici (materiali di origine biologica, come compost, letame maturo o humus di lombrico, che arricchiscono la sostanza organica e stimolano la vita microbica), lavorazioni minime e sistemi agroforestali aumentano la quota di carbonio che si stabilizza in humus invece di liberarsi rapidamente nell’aria. Non è un gesto simbolico: è una leva climatica concreta che rende i suoli più fertili e resilienti.## **Le minacce ai suoli: chimica, monocolture, cemento e inquinamento** Siamo abituati a vedere il suolo come un semplice supporto, quasi un tappeto su cui appoggiare di tutto. Così pesticidi e fertilizzanti di sintesi usati senza misura colpiscono anche chi non è il loro bersaglio: funghi e batteri utili, microfaune che mantengono l’equilibrio, insetti impollinatori. Un eccesso di **azoto facilmente disponibile** scoraggia simbiosi preziose: perché una pianta dovrebbe collaborare con i batteri che fissano l’azoto se trova già nutrimento pronto in superficie? Nel frattempo il surplus **viene dilavato**, cioè sciolto e trascinato via dall’acqua piovana, inquina falde e fiumi e altera intere catene alimentari. È un danno che pesa sull’ambiente e sulla salute umana. Le monocolture impoveriscono la dieta del suolo. Stesse radici, stessi essudati (le sostanze liquide che le radici rilasciano nel suolo), stessi funghi, stessi batteri: una comunità monotona, fragile agli stress e facile preda di patogeni specifici. Senza rotazioni, senza **colture miste**, senza coperture nei periodi morti, la materia organica cala e la struttura **si sgretola, perde la sua tenuta naturale**. Gli strati si compattano, i lombrichi scompaiono, l’erosione aumenta. Basta una pioggia intensa perché il campo diventi una **colata d’acqua fangosa che trascina via la terra fertile**. Poi c’è il consumo di suolo: cemento, asfalto, capannoni che sigillano vivo ciò che dovrebbe respirare. Sotto una lastra il microbioma muore. Le città perdono spugnosità, l’acqua **non si infiltra** e le isole di calore si amplificano. A questo si aggiunge l’inquinamento diffuso: microplastiche che si accumulano nei ***profili* del suolo (cioè i diversi strati che lo compongono)**, metalli pesanti, smog depositato, residui industriali. La **biodiversità edafica (la varietà di organismi che vivono nel suolo)** crolla. In parallelo, la deforestazione e i cambi di uso del suolo – la trasformazione di foreste, prati o campi in aree urbanizzate o colture intensive – sottraggono agli ecosistemi naturali la copertura che alimentava il suolo di lettiera – lo strato superficiale di foglie e rami in decomposizione che nutre e protegge il terreno – e l’umidità. Si interrompono cicli antichi, aumentando le emissioni e riducendo la capacità dei terreni di rigenerarsi. Questa non è una minaccia remota: riguarda quello che mangiamo e il modo in cui viviamo ogni giorno. È il motivo per cui il cibo può diventare meno nutriente e più caro; per cui i campi cedono al primo nubifragio; per cui un giardino urbano ha bisogno d’acqua ogni due giorni, perché la terra non trattiene più nulla. Riconoscere i segnali – croste dure dopo la pioggia, assenza di insetti nel terriccio, odori anomali, ristagni che durano giorni, suoli che si sbriciolano in polvere fine – è il primo passo per cambiare rotta.## **Politiche globali per la salute del suolo: dalla FAO al Green Deal europeo** La comunità internazionale ha iniziato a muoversi. Sono nate linee guida per la gestione sostenibile del suolo, codici di condotta per l’uso dei fertilizzanti, missioni europee che creano “living labs” per sperimentare la rigenerazione, programmi FAO e reti scientifiche che avanzano di anno in anno. Non sono slogan: dietro ci sono principi operativi come le **4R dei nutrienti** – **fonte giusta**, **dose giusta**, **momento giusto**, **posto giusto** – il riciclo dell’organico in compost di qualità e la misurazione periodica della salute del suolo, proprio come si fa con la pressione arteriosa. Anche il **Green Deal europeo** lega sempre di più i contributi pubblici a risultati ambientali concreti: meno pesticidi, più biodiversità, rotazioni obbligatorie. Ma le politiche, da sole, non bastano. Devono diventare azioni nei comuni e nelle aziende agricole, nelle scuole e nei parchi. Un’amministrazione può scegliere di non usare torba nelle aiuole pubbliche, di limitare diserbanti sulle strade, di adottare sfalci differenziati che lasciano fiori e rifugi per insetti; può promuovere compostaggio di comunità, mappare e rendere pubblico lo stato dei suoli del territorio, coinvolgere cittadini e classi in progetti di “scienza partecipata” che trasformano curiosità in dati. È così che una regola diventa cultura.## **Rigenerare i suoli: soluzioni pratiche dal balcone ai campi agricoli** Rigenerare il suolo **non richiede opere costose né grandi impianti**. È una costellazione di gesti. Nei vasi e nei cortili urbani la sostanza organica è vita: compost maturo, pacciamature di foglie, sfalci, cippato di ramaglie che proteggono dall’insolazione e nutrono i decompositori. Niente torba: non serve, e la sua estrazione distrugge ecosistemi unici. Irrigare poco e spesso, al mattino presto o al tramonto, è un favore ai microrganismi. Alternare piante, mescolare fiori nettariferi con ortaggi, seminare leguminose nei tappeti erbosi, lasciare un angolo incolto o un piccolo legno morto: **così un giardino diventa rete**. Negli orti comunitari e nelle aziende periurbane la grammatica è la stessa, solo su scala più ampia. Le **colture di copertura** (*cover crops*), seminate nei periodi in cui non cresce la coltura principale, mantengono vivo il suolo: le loro radici respirano con i microbi durante l’inverno e, in primavera, la biomassa torna al terreno come **sovescio**, cioè fertilizzante verde che arricchisce di sostanza organica. Le **lavorazioni minime** rispettano la struttura del suolo: meno arature profonde, più cura per gli aggregati che tengono insieme le particelle; si entra in campo solo quando il terreno non è zuppo e si lascia che apparati radicali e lombrichi agiscano come aratri naturali. Le **rotazioni** e le **consociazioni** interrompono i cicli dei patogeni, diversificano gli essudati (le sostanze nutritive rilasciate dalle radici) e distribuiscono le radici a profondità diverse. Gli **inoculi microbici** — come le micorrize (funghi che vivono in simbiosi con le radici), il *Trichoderma* e i rizobatteri selezionati — funzionano solo se trovano un terreno accogliente: senza sostanza organica e senza copertura vegetale, non attecchiscono. Anche la **difesa fitosanitaria** può diventare **biocontrollo integrato**: siepi e fasce fiorite attirano predatori naturali (coccinelle, crisopidi, uccelli insettivori), nidi per uccelli e rifugi per pipistrelli limitano gli insetti nocivi, mentre funghi e batteri antagonisti contrastano i patogeni del suolo. Questa transizione non significa per forza produrre di meno: spesso **mantiene stabili le rese** e, nel medio periodo, **abbassa i costi**. Servono meno trattamenti chimici, meno input esterni (cioè fertilizzanti e pesticidi acquistati) e cresce l’autonomia delle aziende agricole. Soprattutto, il sistema diventa più elastico: quando arrivano siccità o piogge estreme, un suolo vivo **assorbe l’acqua, la trattiene e la restituisce gradualmente**, proteggendo le colture.## **Storie di rinascita: suoli rigenerati, innovazione scientifica e *citizen science*** Là dove si smette di arare in profondità, si coprono i terreni, si pascola in modo olistico, i numeri cambiano: la sostanza organica sale, la biomassa microbica raddoppia, gli insetti utili tornano. In alcuni progetti agricoli europei la densità di lombrichi è passata, in pochi anni, da quasi zero a decine per metro quadrato; le gallerie hanno reso il suolo soffice, la pioggia ha smesso di correre via in superficie. Laddove si è lavorato sul microbioma di colture sensibili, mantenendo elevata la diversità dei batteri “chiave” e la connettività della rete microbica della rizosfera, piante sotto stress idrico hanno continuato ad assorbire nutrienti e a crescere con sorprendente regolarità. Non sono miracoli: sono il risultato di una regia invisibile che abbiamo cominciato a riconoscere. Anche la cittadinanza attiva fa la sua parte. Progetti di “scienza partecipata” invitano a seppellire nel terreno semplici pezzi di cotone e a osservarne la decomposizione dopo alcune settimane: dove il tessuto sparisce, il suolo è vivo; dove resta intatto, qualcosa non funziona. O a contare i lombrichi in giardini e parchi, mappando la salute del suolo di quartiere in quartiere. Iniziative così producono dati diffusi e, soprattutto, cambiano lo sguardo: quel che non si vede, finalmente, si immagina.## **Tutto è connesso: il suolo madre che ci unisce** “**Tutto è connesso**” non è un vezzo poetico: è un principio fisico e biologico, quello che i francesi riassumono con *tout se tient*, tutto si tiene. Gli alberi dialogano con i funghi, le piante con gli insetti attraverso un invisibile “wi-fi” chimico. **È una rete viva che esiste davvero, e che il film *Avatar* ha trasformato nella divinità planetaria Eywa: una potente metafora di ciò che qui accade sotto i nostri piedi.** Il carbonio fluisce dall’aria al terreno e ritorna a seconda di come trattiamo campi, città e parchi. La nostra salute — immunitaria, metabolica, mentale — dipende da questo dialogo profondo: ciò che cresce in un suolo vivo ci nutre davvero; un paesaggio capace di far infiltrare l’acqua nel suolo e rinfrescare l’aria ci protegge dagli eventi estremi. Per decenni ci siamo comportati da estranei. Abbiamo creduto di poter sostituire la biologia con la chimica, l’intelligenza delle reti biologiche con la potenza dei mezzi. Oggi sappiamo che non funziona così. Il suolo va curato come si cura un essere vivente: con attenzione, continuità, umiltà. Non servono eroi isolati: serve una comunità di custodi. Amministratori che smettono di asfaltare per abitudine, agricoltori che scelgono rotazioni e coperture, cittadini che trasformano balconi e cortili in micro-oasi, scuole che insegnano a osservare la terra al microscopio accanto alla poesia. C’è un’immagine che ci piace lasciare in chiusura. Una mano che affonda in un’aiuola e solleva una manciata di terra. Profuma di bosco. Tra le dita si sbriciolano **piccoli grumi di terra soffice**, sottili filamenti bianchi di funghi, puntini scuri di humus. Qualche minuscolo insetto corre via, un lombrico si contorce e torna giù. In quella manciata non c’è solo un substrato: c’è la memoria del pianeta e la promessa del suo futuro. Curare il suolo è curare il futuro. La prossima volta che calpesterai un prato, fermati un istante e pensa: **là sotto si stende una rete sotterranea antica e saggia**, una trama vivente che ci sostiene anche quando non lo sappiamo. A noi spetta il compito più semplice e più difficile: non spezzare quei fili e, quando li troviamo consumati, ricucirli. Insieme.## **Fonti essenziali:** 1. Banerjee, S. et al. (2023). *Soil microbiomes and one health*. *Nature Reviews Microbiology*, 21, 816-831. \[collegamento fra suolo, microbioma e salute integrata (One Health)\] [Nature](https://www.nature.com/articles/s41579-022-00779-w?utm_source=chatgpt.com) 2. Hartmann, M. & Six, J. (2023). *Soil structure and microbiome functions in agroecosystems*. *Nature Reviews Earth & Environment*, 4, 4-18. \[funzioni microbiome del suolo nei sistemi agricoli e struttura del suolo\] [Nature](https://www.nature.com/articles/s43017-022-00366-w?utm_source=chatgpt.com) 3. Sokol, N. W. et al. (2022). *Life and death in the soil microbiome: how ecological interactions drive biogeochemical cycling*. *Nature Reviews Microbiology*, 20, 77-90. \[cicli biologici e ruolo di microbi vivi e morti nel suolo\] [Nature](https://www.nature.com/articles/s41579-022-00695-z?utm_source=chatgpt.com) 4. Jansson, J. K. & Hofmockel, K. S. (2020). *Soil microbiomes and climate change*. *Nature Reviews Microbiology*, 18, 35-42. \[impatto del cambiamento climatico sul microbioma e servizi ecosistemici\] [Nature](https://www.nature.com/articles/s41579-019-0265-7?utm_source=chatgpt.com) 5. Simard, S. W. et al. (1997). *Net transfer of carbon between ectomycorrhizal tree species in the field*. *Nature*, 388, 579-582. \[concetto di “Wood Wide Web” e trasferimento di carbonio fra piante tramite funghi\] [Nature](https://www.nature.com/articles/41557?utm_source=chatgpt.com) 6. Roslund, M. I. et al. (2024). *Scoping review on soil microbiome and gut health: Are soil microorganisms relevant to the human gut microbiome?* *Pan-African Journal of Life Sciences* (o rivista equivalente). \[legame potenziale tra microbioma del suolo e microbioma intestinale umano\] [BES Journals](https://besjournals.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/pan3.10638?utm_source=chatgpt.com) 7. Jansson, J. K. et al. (2023). *Soil microbiome engineering for sustainability in a changing environment*. *Nature Biotechnology* (o rivista simile). \[strategie di “ingegneria del microbioma del suolo” per rigenerazione ambientale\] [PubMed](https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37903921/?utm_source=chatgpt.com) **Categorie:** Dossier --- ### [Furgoni autonomi ad Abu Dhabi: Masdar City guida il futuro della mobilità sostenibile](https://eywadivulgazione.it/furgoni-autonomi-ad-abu-dhabi-masdar-city-guida-il-futuro-della-mobilita-sostenibile/) **Published:** Settembre 23, 2025 **Author:** Team Eywa **Excerpt:** A Masdar City la consegna pacchi è già senza autista. Dati alla mano, i veicoli autonomi riducono traffico, smog e incidenti. Mentre l’Europa resta ferma ai tavoli tecnici, la domanda è inevitabile: se altrove si può, perché qui no? **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## Masdar City, laboratorio di mobilità autonoma Ad Abu Dhabi il futuro non è uno slogan, ma un progetto che funziona. Nel distretto sperimentale di Masdar City – nato come città-laboratorio per l’energia pulita e l’innovazione – circolano già furgoni per le consegne completamente autonomi, con licenza ufficiale. Non parliamo di test isolati o deroghe temporanee, ma di veicoli che percorrono le strade reali, portano pacchi, riducono traffico e smog e tagliano i tempi di attesa. In Europa, Italia compresa, siamo ancora alle discussioni e alle sperimentazioni a porte chiuse. La differenza non è solo tecnologica ma culturale: ad Abu Dhabi la volontà politica si traduce in regole chiare e progetti concreti, mentre da noi la prudenza si trasforma in stallo. Lì l’innovazione diventa servizio quotidiano; qui resta promessa. ## Sicurezza dei veicoli autonomi: i dati che ribaltano le paure Chi teme per la sicurezza non ha tutti i torti: nessun mezzo è a rischio zero. Ma i numeri raccontano un’altra storia. Oltre il 90 % degli incidenti stradali nasce da errori umani – distrazione, stanchezza, velocità – e i sistemi autonomi sono progettati per eliminarli. L’esperienza di Waymo, società statunitense del gruppo Alphabet/Google, lo conferma: su milioni di chilometri percorsi, i suoi veicoli mostrano dal 50 al 70 % in meno di incidenti con feriti rispetto alla media umana, e quando gli incidenti avvengono sono meno gravi. Alcuni rapporti rilevano un leggero aumento di urti a bassa velocità, ma la spiegazione è semplice. Le auto robotiche frenano in anticipo e restano ferme davanti a situazioni incerte; chi le segue, abituato a tempi di reazione umani, talvolta le tampona. Sono episodi minori, segno di eccesso di prudenza più che di pericolo reale. La convivenza tra guida autonoma e tradizionale è la sfida di questa fase di transizione, non un difetto strutturale. ## Scelta politica e visione: perché qui no? Masdar City dimostra che integrare la guida autonoma è possibile quando la regolamentazione è chiara e le istituzioni accompagnano l’innovazione. In Europa, invece, la mobilità senza autista resta sospesa tra progetti pilota e norme incompiute. Non si tratta di inseguire ciecamente la novità, ma di decidere se vogliamo davvero ridurre traffico, smog e incidenti o continuare a rinviare. Ogni anno di esitazione è un anno in più di congestione e inquinamento, un prezzo che paghiamo tutti. La lezione di Masdar City è lampante: il futuro della mobilità sostenibile non è fantascienza ma scelta politica. Se altrove si può – con dati solidi e una cornice legale già operativa – perché qui no? **Categorie:** Attualità --- ### [Smog Torino vs Londra: Londra taglia il biossido di azoto del 27%, Torino resta ferma](https://eywadivulgazione.it/smog-torino-vs-londra-londra-taglia-il-biossido-di-azoto-del-27-torino-resta-ferma/) **Published:** Settembre 19, 2025 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) È un lunedì mattina come tanti a Torino. Il sole non è ancora alto, le scuole riaprono i cancelli, e fin dall’alba le auto si accumulano in periferia: motori che brontolano, code interminabili al semaforo, sguardi stanchi dietro al volante. E oggi, senza sufficiente preavviso, chi guida un veicolo vecchio e inquinante scopre solo al mattino che è vietato circolare: il Comune ha emesso un’ordinanza notturna, che blocca parte del traffico. Alcuni lo apprendono accendendo la radio, altri aprendo Telegram o un messaggio del Comune: troppo tardi per cambiare i piani. C’è chi deve portare i figli a scuola dall’altra parte della città; chi non ha alternativa al mezzo privato per arrivare al lavoro nei poli industriali. Il sentimento che attraversa la città è uno: frustrazione, insieme a un senso di impotenza. Sotto questa ordinanza, però, grava un dato concreto — e opprimente: valori medi del PM10 che spesso superano i 50 µg/m³, il limite stabilito dall’Unione Europea per la qualità dell’aria. Non è un episodio straordinario, ma la punta visibile di qualcosa che persiste da anni: lo smog è diventato una costante, e le risposte restano spesso tardive, isolate, emergenziali. I numeri, è inutile dirlo, parlano chiaro. Dai rapporti più recenti di ARPA Piemonte e di osservatori indipendenti emerge che Torino è stabilmente tra le città europee con peggiori livelli di inquinamento. Ci sono molti giorni all’anno in cui i limiti vengono superati, e questo ha effetti che non restano astratti: stime epidemiologiche indicano decine o centinaia di morti prematuri ogni anno — persone che non dovrebbero ammalarsi, che non dovrebbero morire così presto — a causa dell’esposizione al particolato e al biossido di azoto. La salute non è un numero: è ciò che resta indietro quando si ignora l’aria che respiriamo. Il blocco del traffico, ogni volta, non è solo un inconveniente: è il sintomo che la malattia è avanzata. Le ordinanze nascono perché i numeri — quelli dell’aria — non danno tregua: da anni Torino vive superamenti che non sono incidenti isolati, ma scena ordinaria. Ed è in questi numeri che entra la scienza, che ci dice quanto l’aria sia diventata qualcosa che respiriamo con cautela. Il biossido di azoto (NO₂) — prodotto da motori diesel, da caldaie domestiche, da traffico congestionato — non è un’etichetta accademica ma un’ombra invisibile: può innescare asma, aggravare le bronchiti croniche, alimentare ozono e particolato fine (PM2.5), quei granelli così piccoli da penetrare nei polmoni e nel sangue. E mentre la soglia raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è molto più bassa di quella che conta la legge europea, restiamo inesorabilmente sopra — come se ignorare il campanello d’allarme fosse diventata una pratica abituale. I blocchi del traffico vengono venduti come il rimedio più immediato — e lo sono, ma spesso troppo tardi. Le soglie che innescano le misure emergenziali scattano solo dopo che i dati hanno già superato livelli pericolosi; e il protocollo regionale prevede che l’ordinanza entri in vigore dal giorno successivo. Tradotto: meno di 24 ore per ripensare interi piani — lavoro, scuola, spostamenti. La comunicazione — sito web del Comune, notifiche, cartelli luminosi, social — arriva, ma troppo spesso con poca chiarezza o con tempistiche che non permettono alcuna alternativa. Ecco perché un blocco, anche se utile, può assomigliare a un’imposizione: non c’è cammino, non c’è accompagnamento. Non c’è una campagna costante nelle scuole, né incentivi reali al trasporto pubblico o al car-sharing, né sostegno alla mobilità dolce. E senza queste componenti, ogni intervallo pulito rischia di restare un’eccezione. E poi c’è l’ingiustizia — quella che pesa più di ogni multa: chi guida un’auto vecchia non lo fa per capriccio, spesso lo fa perché non ha scelta. Famiglie con redditi modesti, lavoratori che abitano lontano, persone la cui vita dipende da automobili che già pagano tanto — non soltanto in benzina, manutenzione o tasse, ma in senso di limitazione. Il trasporto pubblico, nei momenti difficili — le ore di punta, le zone periferiche — spesso non è abbastanza: non ci sono corse extra, non ci sono collegamenti sufficienti, non c’è un’alternativa che permetta davvero di dire “oggi posso lasciare la macchina”. E mentre la tensione sociale monta, i dati del NO₂ continuano a mostrarsi ostinati: superano i limiti legali, giorno dopo giorno, quartiere dopo quartiere. Qui il prezzo non è solo ambientale: è anche di equità, di salute, di fiducia. E invece altrove hanno puntato su qualcosa di diverso: Londra non ha solo imposto regole, ha costruito un’alleanza con i cittadini. La ULEZ è arrivata gradualmente, con ascolto, sostegni e misure concrete per chi sarebbe rimasto tagliato fuori. Non è solo un divieto né solo una tassa: è un programma di rottamazione che offre fino a 2.000 sterline a chi dismette veicoli obsoleti, ma anche abbonamenti scontati per bus e metro, deroghe per disabili e piccole imprese, incentivi per bici elettriche e car sharing. Misure non marginali: ben calibrate per non far sentire nessuno punito, ma chiamato a partecipare a una transizione che riconosce difficoltà e differenze. E i risultati non si sono fatti attendere. Nell’anno successivo all’espansione completa della ULEZ, le concentrazioni di NO₂ lungo le strade di Londra sono stimate diminuite del 27% rispetto a quanto sarebbero state senza la misura. Allo stesso tempo, si registrano cali anche di PM2.5 e ozono. L’ente che gestisce la mobilità, Transport for London, mette in evidenza che il successo è tanto nella cifra quanto nel modo: la transizione è stata costruita perché nessuno restasse escluso. Il programma di rottamazione ha erogato compensazioni fino a 2.000 sterline per veicoli molto inquinanti; abbonamenti benevoli per bus e metro; incentivi per bici e car sharing elettrico; deroghe specifiche per disabili e categorie fragili. Tutto annunciato con anticipo, accompagnato da campagne chiare, comprensibili, che hanno dato mesi per organizzarsi. Oggi, quasi il 97% dei veicoli in circolazione a Londra rispetta gli standard ambientali stabiliti. È una transizione che produce numeri, ma anche respiro, salute, fiducia. Perché, allora, in Italia sembra che non si possa — o non si voglia — fare lo stesso? In realtà gli strumenti ci sono: ecobonus, incentivi alla rottamazione, fondi europei, PNRR. Ma sono come pezzi di un puzzle lasciati a metà: frammentari, temporanei, spesso senza una regia unica che sappia guidare una visione a lungo termine. A Torino, come altrove, la frammentazione amministrativa — Comune, Regione, Stato — fa sì che chi vive la città resti spesso in balia di decisioni che si sovrappongono, si contraddicono, o arrivano troppo tardi. Il vero ostacolo non è tecnico, né soltanto economico: è culturale e organizzativo. In Italia traffico, smog, salute vengono spesso percepiti come emergenze momentanee, non come parti di una trasformazione necessaria. Così si corre dietro agli allarmi, si approvano ordinanze spot, si promette potenziamento del trasporto pubblico — ma senza piani stabili, senza un accompagnamento a chi cambia abitudini o mezzi. E allora la domanda — che non possiamo più evitare — è: “Altrove si può, perché qui non riusciamo?”. La risposta ci porta a un fatto concreto: i soldi non mancano. Il PNRR, i programmi europei di coesione, il Fondo nazionale per il trasporto pubblico locale, stanziamenti ministeriali per la qualità dell’aria — tutto questo c’è. In teoria, basterebbe convogliarli bene, con visione. Invece, ciò che vediamo è una pioggia di bonus sparsi, scadenze che si accavallano, progetti che iniziano e si fermano. Manca una regia coerente, una strategia a lungo termine che guardi oltre l’emergenza del giorno. Ci vogliono scelte coraggiose: incentivi stabili e che non favoriscano solo chi ha già, trasporto pubblico potenziato nelle periferie e nelle ore difficili, una pianificazione trasparente, un monitoraggio che renda conto a tutti. Non serve un rimedio, serve un cammino condiviso. Non possiamo accettare che i cittadini restino spettatori passivi di divieti che cadono come fulmini. Devono essere ascoltati, coinvolti nei processi decisionali che riguardano la loro città; informati con chiarezza e messi nelle condizioni concrete di accedere ai fondi, ai mezzi, alle alternative. Respirare aria pulita non è un lusso, ma il diritto fondamentale di ogni persona. E ogni mattina che passa senza un passo avanti è un mattino di respiro rubato — non possiamo più rimandare.## **Fonti essenziali (Eywa)** - **Transport for London / Mayor of London – *London-wide ULEZ One Year Report* (7 marzo 2025)**. \[PDF + pagina ufficiale\]. \[Conferma il **–27%** stimato di NO₂ roadside nel primo anno dell’ULEZ estesa; indica che **~97%** dei veicoli in circolazione a Londra è conforme; illustra anche gli impatti su PM2.5/ozono e il ruolo degli incentivi/deroghe.\][ London City Hall+1 ](https://www.london.gov.uk/programmes-strategies/environment-and-climate-change/environment-and-climate-change-publications/london-wide-ultra-low-emission-zone-one-year-report?utm_source=chatgpt.com) - **OMS/WHO – *Global Air Quality Guidelines* (22 settembre 2021)**. \[Riferimento ai valori-guida OMS più cautelativi (**NO₂ 10 µg/m³ annuo; PM2.5 5 µg/m³ annuo**), richiamati nel testo quando si confrontano soglie OMS e limiti legali UE.\][ Organizzazione Mondiale della Sanità+1 ](https://www.who.int/publications/i/item/9789240034228?utm_source=chatgpt.com) - **Unione Europea – Direttiva 2008/50/CE sulla qualità dell’aria** (EUR-Lex) + **pagina riepilogativa Commissione UE**. \[Base legale dei limiti UE: **PM10 limite giornaliero 50 µg/m³ (massimo 35 superamenti/anno)**; contesto normativo per NO₂ e altri inquinanti menzionati.\][ EUR-Lex+1 ](https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/PDF/?uri=CELEX%3A02008L0050-20150918&utm_source=chatgpt.com) - **ARPA Piemonte – *Livelli del semaforo del protocollo operativo antismog***. \[Spiega il meccanismo del “semaforo” antismog emesso da ARPA (periodo **15 settembre–15 aprile**, aggiornamento e attivazione delle misure dal **giorno successivo**), richiamato quando descriviamo i blocchi con **preavviso effettivo <24 ore**.\][ arpa.piemonte.it ](https://www.arpa.piemonte.it/rischi_naturali/snippets_arpa/livelli_semaforo/?utm_source=chatgpt.com) - **ARPA Piemonte – *Riparte oggi il protocollo antismog. Sarà in vigore fino al 15 aprile 2026***. \[Aggiorna su calendario, canali informativi (app Aria+Piemonte, sito, ecc.) e assetto del protocollo regionale citato nel passaggio sulla **comunicazione ai cittadini**.\][ arpa.piemonte.it ](https://www.arpa.piemonte.it/notizia/riparte-oggi-protocollo-antismog-sara-vigore-fino-al-15-aprile-2026?utm_source=chatgpt.com) - **Regione Piemonte – *Migliorare la qualità dell’aria: misure strutturali e temporanee per la circolazione dei veicoli***. \[Quadro istituzionale delle **misure strutturali/temporanee** richiamato quando si parla di ordinanze, restrizioni e competenze locali/regionali.\][ Regione Piemonte ](https://www.regione.piemonte.it/web/temi/ambiente-territorio/ambiente/aria/migliorare-qualita-dellaria-misure-strutturali-temporanee-per-circolazione-dei-veicoli?utm_source=chatgpt.com) - [**Legambiente – *Mal’Aria di città 2025* (4–5 febbraio 2025)**. \[PDF + pagina dossier nazionale/regionale\]. ](https://www.regione.piemonte.it/web/temi/ambiente-territorio/ambiente/aria/migliorare-qualita-dellaria-misure-strutturali-temporanee-per-circolazione-dei-veicoli?utm_source=chatgpt.com)\[Contesto sui **giorni di sforamento** e sul posizionamento delle città italiane (Torino inclusa) tra i peggiori casi europei; usato nel testo quando diciamo che “**Torino è stabilmente tra le città con peggiori livelli di inquinamento**” e che “**i superamenti sono molti**”.\][ Legambiente+2Legambiente+2](https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2021/11/MalAria-2025.pdf?utm_source=chatgpt.com) **Categorie:** Attualità --- ### [Il giardino vivente: come il suolo fertile trasforma balconi e città](https://eywadivulgazione.it/il-giardino-vivente-come-il-suolo-fertile-trasforma-balconi-e-citta/) **Published:** Settembre 16, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Immagina un vaso sul balcone. Dentro, qualche foglia di basilico, un ciuffo di menta, due pomodorini che faticano a maturare. Ti sembrerà un piccolo orto urbano, quasi insignificante. Ma se ti concentri sulla domanda giusta: “chi vive qui dentro?”, il quadro cambia. Perché il cuore di quel vaso non sono le piante che vedi. È la vita invisibile che si muove sotto la superficie: radici intrecciate, funghi che comunicano, lombrichi che scavano cunicoli, coleotteri che divorano scarti, api solitarie che cercano rifugio. Un giardino, anche il più minuscolo, non è un oggetto ornamentale: è un ecosistema. E tu, che lo vivi, ne fai parte.# Il suolo fertile: non terra morta, ma organismo vivo Troppo spesso lo trattiamo come “terra”, materia inerte per riempire i vasi o da calpestare nei parchi. In realtà, il suolo è un organismo vivo. Anzi, è una comunità in movimento, con milioni di esseri che lavorano in squadra. Gli scienziati lo chiamano “microbioma del suolo”: batteri che riciclano nutrienti, funghi che intrecciano reti sotterranee, insetti che digeriscono ciò che altrimenti marcirebbe. Per capirci: un pugno di terra sana può contenere più forme di vita di quante persone vivano in una metropoli come Milano. Altro che materia morta: è un brulicare di intelligenze collettive che tengono in piedi l’equilibrio del mondo.# Perché il suolo vivo è importante nelle città Ma a te, che vivi circondato da cemento e smog, che importa se i lombrichi fanno ginnastica sotto terra? Importa eccome. Perché un suolo vivo in città significa piante più robuste, meno vulnerabili ai parassiti e quindi meno pesticidi chimici in giro. Significa biodiversità che torna a colonizzare angoli dimenticati. Significa aria più respirabile, perché la microfauna aiuta a fissare il CO₂ e a regolare l’umidità. Piccoli organismi che scompongono la materia organica contribuiscono infatti a intrappolare carbonio nel terreno e a trattenere acqua, trasformando anche un vaso o un’aiuola in un minuscolo serbatoio climatico. E poi c’è il benessere umano: un giardino vivo abbassa le temperature locali, regala frescura, ossigeno, bellezza. È un polmone che respira accanto a noi, anche quando è solo un balcone di tre metri quadri.# Gli abitanti invisibili del suolo: microfauna e biodiversità Chi sono gli “inquilini” nascosti che ti fanno da alleati? I lombrichi, anzitutto: veri aeratori naturali, che smuovono il terreno e lo rendono soffice, pieno di aria e di acqua. Poi ci sono i coleotteri e le coccinelle, piccoli predatori che divorano gli insetti dannosi. Non dimentichiamo gli impollinatori: api solitarie e farfalle, che trovano nel tuo balcone una oasi di sosta vitale. E sotto, negli strati che non vedrai mai a occhio nudo, ci sono i funghi micorrizici, cioè funghi che vivono in simbiosi con le radici, aiutandole ad assorbire meglio acqua e nutrienti; e i batteri “buoni”, che trasformano le sostanze morte in nutrimento vivo. Significa che foglie secche, scarti vegetali e minuscoli residui organici non restano rifiuti inerti: vengono decomposti e riciclati in nuove sostanze che le piante possono usare per crescere. È un piccolo mondo che lavora in silenzio, invisibile ma potente, proprio sotto i tuoi piedi.> Hai un vaso sul balcone? Non è decorazione: è un ecosistema. Trasformalo in un giardino vivente e scopri quanta vita può nascere da lì. # Come rendere fertile il suolo urbano Qui viene il bello: tu puoi scegliere se lasciare il tuo vaso come un deserto verde in plastica o farlo diventare un universo vivo. Non serve essere botanici, basta cambiare alcune abitudini. Evita i terricci sterilizzati, comprati in sacchi sigillati, che spazzano via ogni forma di vita. Scarta la torba industriale, perché distrugge interi ecosistemi e ti dà un substrato morto: la torba viene infatti estratta dalle torbiere, ambienti umidi preziosissimi che custodiscono biodiversità unica e accumulano carbonio da migliaia di anni; quando vengono scavate, quegli ecosistemi spariscono e il carbonio immagazzinato si libera in atmosfera. Meglio arricchire il terreno con compost domestico o ammendanti naturali (cioè le sostanze che migliorano la struttura e la fertilità del suolo, come il letame maturo, l’humus di lombrico o anche semplici fondi di caffè). Lascia qualche foglia secca, perché non è sporcizia ma rifugio e nutrimento per piccole vite. Crea microhabitat con cassette di legno, pietre, magari un piccolo stagno con una bacinella: bastano pochi centimetri d’acqua con qualche sassolino o rametto per attirare insetti utili e per offrire un punto di ristoro a uccellini e impollinatori. Anche una fessura tra due vasi o un mucchietto di legnetti può diventare casa per coleotteri e coccinelle. Un giardino vivente non si compra: va costruito con pazienza, rispetto e un pizzico di creatività.# Dal micro al macro: il giardino urbano come atto politico Ecco il segreto che pochi raccontano: curare il suolo non serve solo al suolo. Un terreno vivo attira gli insetti impollinatori, che a loro volta portano equilibrio e fecondità perché permettono alle piante di riprodursi, garantendo frutti, semi e quindi nuova vita. A cascata, arrivano gli uccelli insettivori, che ripuliscono il giardino e i balconi dalle colonie di parassiti, mantenendo l’ecosistema in salute. Un balcone, da solo, non cambia il pianeta, ma può diventare un corridoio ecologico che si collega a un parco vicino, che a sua volta si lega a un viale alberato: minuscoli fili che insieme tessono una rete di biodiversità urbana. E allora, piantare della salvia o della lavanda diventa un gesto politico, perché non significa solo avere un balcone profumato: vuol dire restituire spazio vitale agli impollinatori e agli altri insetti utili (predatori naturali di parassiti o specie che riciclano la materia organica, e mantengono in equilibrio l’ecosistema), in un mondo che li sta facendo sparire a ritmi drammatici. Le aromatiche, i fiori spontanei, le varietà antiche non sono solo decorazioni: sono segnali luminosi che richiamano vita, punti di riferimento in una città che spesso appare sterile e ostile.# Un mondo che respira dalle tue mani: il futuro dei giardini urbani Ritorniamo allora alla scena iniziale. Quel vaso sul balcone non è solo terra e radici. È un universo di vita che lavora in silenzio per te e con te. Se lo guardi con occhi nuovi, scoprirai che non è “verde decorativo” ma un alleato. Ogni piccolo giardino urbano può essere un mondo che respira. E se abbastanza persone iniziano a coltivarne uno, città intere potranno cominciare a pulsare di vita. Non aspettare che lo facciano gli altri: apri il tuo vaso, affonda le dita nella terra e senti sotto i polpastrelli quel brulichio che scalpita. Non è solo suolo: è il futuro che freme, pronto a germogliare.## **Fonti essenziali** - FAO – *Status of the World’s Soil Resources*, Food and Agriculture Organization, 2015. \[sulla vitalità del suolo e il concetto di organismo vivo\] - FAO – *State of Knowledge of Soil Biodiversity*, Food and Agriculture Organization, 2020. \[sul microbioma del suolo e la biodiversità sotterranea\] - IPBES – *Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services*, Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services, 2019. \[sul ruolo degli insetti impollinatori e sul declino della biodiversità\] - ISPRA – *Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici in Italia*, Rapporto 2023. \[sul legame tra suolo urbano, servizi ecosistemici e resilienza climatica\] - European Commission – *EU Soil Strategy for 2030: Reaping the Benefits of Healthy Soils for People, Food, Nature and Climate*, Bruxelles, 2021. \[sull’importanza del suolo vivo per assorbimento del carbonio e regolazione dell’umidità\] - UNEP – *Peatlands: guidance for climate change mitigation through conservation, rehabilitation and sustainable use*, United Nations Environment Programme, 2019. \[sugli impatti ambientali dell’estrazione della torba\] - European Environment Agency – *Urban green infrastructure and ecosystem services in the EU*, EEA Report, 2021. \[sui giardini urbani come corridoi ecologici e strumenti di mitigazione climatica\] **Categorie:** Attualità --- ### [Temu: l’app di shopping che ti spia?](https://eywadivulgazione.it/temu-lapp-di-shopping-che-ti-spia/) **Published:** Settembre 10, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Immagina di installare un’app di shopping sul tuo smartphone per approfittare di sconti incredibili. Senza saperlo, però, hai messo in tasca un dispositivo di sorveglianza che osserva ogni tuo movimento.* Temu – la piattaforma di e-commerce cinese lanciata nel 2022 – è l’esempio estremo di **capitalismo della sorveglianza**, dove ogni azione digitale (e non) viene trasformata in dati da sfruttare commercialmente. A differenza di altre app, Temu va ben oltre il monitoraggio dei tuoi acquisti: **pare che possa osservare cosa fai sul telefono anche fuori dall’app**, seguire la tua posizione tramite GPS e Wi-Fi, persino **attivare microfono e fotocamera di nascosto** per carpire informazioni ambientali. In pratica, uno **spyware** travestito da negozio online. Non è fantascienza né teoria del complotto: *esperti di cybersecurity* hanno avvertito che Temu “si comporta in pratica come uno spyware” e l’hanno definita **“l’app più pericolosa in circolazione”**. Eppure milioni di persone la scaricano volontariamente, consegnando ai suoi gestori un tesoro di informazioni che farebbe gola a qualsiasi agenzia di intelligence. Vediamo allora perché Temu preoccupa così tanto – dalla raccolta massiccia di dati ai rischi per sicurezza, democrazia e benessere personale – e in cosa differisce dagli altri giganti digitali come Amazon, Meta, Google o Shein.## **Chi c’è dietro Temu? Legami nascosti con la Cina** Chi controlla realmente Temu? L’app è di proprietà di **PDD Holdings**, colosso nato in Cina (originariamente con il nome Pinduoduo) e oggi formalmente registrato alle Isole Cayman. Sebbene Temu dichiari sede legale a Boston (USA) e recentemente PDD abbia spostato il quartier generale a Dublino (Irlanda), le sue radici e gran parte delle operazioni rimangono in Cina. Nei documenti societari stessi PDD ammette che *“le attività delle società che possediamo e gestiamo in Cina sono soggette alle leggi e ai regolamenti della RPC”* (Repubblica Popolare Cinese). In altre parole, **Temu/PDD è vincolata dalla legislazione cinese**, inclusa la severa **legge sull’intelligence nazionale del 2017** che obbliga qualsiasi organizzazione o cittadino cinese a *“supportare e cooperare con il lavoro d’intelligence dello Stato”*. Ciò significa che, se richiesto, Temu **dovrebbe fornire al governo di Pechino qualunque dato raccolto**. Non solo: una ricerca dell’**Australian Strategic Policy Institute (ASPI)** ha rivelato che PDD Holdings è *partner corporativo* di **People’s Data Management Co. Ltd**, una società statale controllata direttamente dal Partito Comunista Cinese. People’s Data funge da piattaforma attraverso cui aziende e governo condividono Big Data; in pratica è il **braccio dati del quotidiano ufficiale del Partito (People’s Daily)**. Sebbene non sia di dominio pubblico quali informazioni PDD condivida su questa piattaforma, il sospetto è che possano includere anche i dati raccolti da Temu. Del resto, la stessa informativa privacy di Temu avvisa che i dati personali degli utenti *“possono essere condivisi con la casa madre, le sussidiarie e affiliate, nonché con autorità di legge e governo”* in caso di necessità. Insomma, **Temu parla cinese** più di quanto ammetta: dietro l’apparente società internazionale si intravedono le ombre di Pechino, con implicazioni inquietanti per la **sovranità dei dati** degli utenti di tutto il mondo.## **Temu come spyware? Funzionalità nascoste e rischi per la sicurezza** Le **accuse rivolte a Temu** da analisti indipendenti e inchieste giornalistiche sono gravissime: secondo la società di ricerca Grizzly Research, il codice dell’app nasconderebbe funzioni da vero e proprio **malware** create apposta per rubare una quantità enorme di dati senza che l’utente se ne accorga. In pratica Temu richiede – o ottiene con escamotage – **permessi sul telefono che vanno ben oltre il necessario per fare shopping**. Ad esempio, sembra che il software sia in grado di: accedere alla lista dei contatti, leggere email e messaggi privati, raccogliere il registro delle chiamate, tracciare la cronologia di navigazione web, e persino **modificare impostazioni di sistema**. Può sondare le altre app installate, come dicevamo, attivare sensori come microfono, fotocamera, Bluetooth, e geolocalizzazione, il tutto **di nascosto e senza consenso informato**. *Un normale negozio online ha bisogno dei tuoi dati di pagamento e dell’indirizzo per spedire i prodotti.* **Temu invece vuole molto di più: vuole tutto quello che è memorizzato o passa per il tuo smartphone.** Queste capacità ricordano sinistramente il comportamento di trojan e spyware governativi. Non a caso, nel 2023 la sua “sister app” Pinduoduo (gestita dallo stesso gruppo) è stata scoperta a sfruttare falle su Android per **bypassare le protezioni del telefono, leggere notifiche e messaggi e controllare altre applicazioni**. Google l’ha rimossa dal Play Store per questo motivo. Temu in apparenza non è stata sorpresa in flagrante allo stesso modo, ma **il sospetto che condivida parte di quel codice malevolo è forte**. Tanto che a fine 2023 sono state avviate azioni legali collettive negli USA, accusando Temu di **pratiche “ingannevoli e sleali”** nel raccogliere dati e di **richiedere permessi ingiustificati** per un’app di e-commerce (come l’accesso al Wi-Fi, ai dati biometrici, al Bluetooth). In pratica, Temu viene dipinta come un **cavallo di Troia digitale**: dietro ai prezzi stracciati si nasconderebbe una sorveglianza capillare. Non stupisce quindi che esperti di sicurezza invitino gli utenti alla massima cautela – c’è chi consiglia esplicitamente di **disinstallarla immediatamente** per proteggere la propria privacy.## **Algoritmi che sfruttano le nostre debolezze: prezzi personalizzati e acquisti pilotati** La questione **dati** non riguarda solo la privacy, ma anche come queste piattaforme li usano *contro* di noi nelle strategie commerciali. Studi recenti hanno messo in luce una preoccupante tendenza: gli **algoritmi discriminano gli utenti** in base alle loro vulnerabilità informative o cognitive, sfruttandole a fini di profitto. **Il prezzo che paghiamo e i prodotti che vediamo possono dipendere da quanto siamo “sprovveduti” o impulsivi**. Alcune app e siti adottano **prezzi dinamici differenziati**: il costo di un prodotto non è fisso, ma può aumentare per l’utente che appare più *facoltoso* o *meno sensibile* al prezzo. Oppure, possono fioccare sconti-lampo per chi esita, così da spingerlo all’acquisto immediato. Altri algoritmi **promuovono prodotti di qualità inferiore** o meno convenienti a segmenti di pubblico identificati come meno informati o attenti, massimizzando il margine di guadagno a scapito del consumatore ignaro. Quasi tutti sfruttano i nostri **bias cognitivi**: se sei propenso agli acquisti compulsivi o hai mostrato debolezza per le offerte col conto alla rovescia, l’app te ne servirà a vassoiate. Notifiche push, banner *“Ultimi pezzi rimasti!”*, sconti personalizzati sul prodotto appena sbirciato – tutto calibrato per far leva sui tuoi punti deboli e indurti a comprare anche ciò di cui non hai bisogno. Temu e piattaforme simili **ci studiano con attenzione inquietante**, creando un profilo dettagliato dei nostri comportamenti di consumo. Ogni scroll, clic, tempo di permanenza su un articolo: l’algoritmo impara e si adatta. Lo scopo? **Massimizzare il profitto sfruttando ogni falla del nostro raziocinio**. Se può sembrare eccessivo, basta pensare a quante volte abbiamo comprato qualcosa perché “era in super offerta per poche ore” o perché altri 100 utenti lo stavano “guardando ora”. Non era un caso: era l’algoritmo che ci teneva in pugno, conoscendo le nostre *micro-debolezze*. Queste piattaforme instaurano un **rapporto asimmetrico**: loro sanno tutto di noi, noi non sappiamo nulla dei loro meccanismi. E nell’opacità si insinua una nuova forma di discriminazione commerciale, dove il consumatore vulnerabile paga di più o ottiene di meno.## **83 milioni di smartphone a rischio: l’ipotesi di una botnet globale** Oltre alla sfera individuale, Temu solleva **preoccupazioni di cybersicurezza nazionale**. Negli Stati Uniti l’app ha raggiunto quasi **83 milioni di utenti attivi**, una diffusione incredibile in pochissimo tempo. Il dato, di per sé impressionante, fa sorgere uno scenario da brividi: *e se tutti quegli smartphone fossero trasformati in una rete zombie al servizio di un attacco informatico?* Secondo alcuni analisti, infatti, **Temu avrebbe il potenziale tecnico per impiegare i dispositivi infetti come nodi di una gigantesca botnet**. Le **botnet** sono reti invisibili composte da computer e dispositivi inconsapevoli, trasformati in “zombie” da un virus informatico. A guidarli non è il loro proprietario, ma un regista nascosto che li controlla da remoto. Così, macchine di tutto il mondo possono essere usate insieme come un unico strumento di potere: per bloccare siti, rubare dati o diffondere altri virus. In un ipotetico caso estremo, una volta ottenuti privilegi profondi sul telefono (come quelli che pare si prenda), Temu potrebbe ricevere da remoto comandi malevoli: ad esempio, coordinare milioni di telefoni per lanciare contemporaneamente un attacco hqcker DDoS (**Distributed Denial of Service**) contro bersagli specifici. 83 milioni di dispositivi contro un singolo obiettivo sensibile – come i server di infrastrutture critiche – significherebbe **un’arma informatica senza precedenti**, capace di mettere in ginocchio siti governativi, reti elettriche, sistemi finanziari. Finora attacchi del genere si sono visti utilizzando elettrodomestici IoT o PC infetti, anche smartphone, ma mai su scala così ampia. Temu potrebbe aprire questa strada. Anche tralasciando gli scenari più catastrofici, il solo fatto che un’app di shopping possa avere **controllo profondo su decine di milioni di telefoni** è allarmante. Significa che in teoria qualcuno – diciamo un governo ostile o un gruppo hacker che compromettesse Temu – potrebbe *spegnere o sabotare* da remoto tutti quei dispositivi (si pensi alla possibilità di **brickare** i telefoni, renderli inutilizzabili, con un singolo comando inviato via app). Non parliamo più solo di furto di dati, ma di un **potere di interferenza diretta** sui dispositivi degli utenti. È per questo che alcuni esperti di sicurezza nazionale equiparano Temu a una potenziale **minaccia strategica**: non è solo questione di privacy, ma di resilienza delle reti e degli apparati civili di un Paese.## **Dipendenza da social e shopping: FOMO, ansia e relazioni in crisi** Sul fronte del benessere personale, l’**esposizione prolungata agli ambienti digitali** – siano essi social network o app di e-commerce come Temu – **può avere conseguenze negative sulla salute mentale**. La *ricerca psicologica* degli ultimi anni parla chiaro: queste piattaforme sfruttano meccanismi di ricompensa variabile (simili a quelli delle slot machine) che possono indurre una vera e propria **dipendenza comportamentale**. Scorrere all’infinito il feed di prodotti o offerte, aspettare l’ultimo deal giornaliero, collezionare crediti o coupon: ti suona familiare? Sono tutti sistemi pensati per trattenerti il più a lungo possibile e farti tornare spesso, creando *assuefazione*. I **sintomi** di questa dipendenza digitale non sono diversi da altre dipendenze: **tolleranza** (hai bisogno di passare sempre più tempo sull’app per provare soddisfazione), **astinenza** (ansia o irritazione quando non puoi controllare offerte e notifiche), **craving** (desiderio compulsivo di aprire l’app in ogni momento libero). Non a caso, molti studi associano l’uso compulsivo di social media e shopping online a **aumentati livelli di ansia e depressione** nella popolazione. Un catalizzatore potente di questi comportamenti è la **FOMO** (*Fear of Missing Out,* cioè l’ansia di perdere un’occasione, un’informazione o un’esperienza che gli altri stanno vivendo): la paura di perdersi qualcosa. Nel contesto di Temu, può essere la paura che l’affare del secolo scada prima che tu lo colga, o che altri ottengano vantaggi che a te sfuggono. Questa ansia di essere “tagliati fuori” alimenta un utilizzo ancora più frenetico e compulsivo dell’app. A livello sociale, l’**iperconnessione** ai mondi digitali va spesso di pari passo con un **deterioramento delle relazioni interpersonali autentiche**. Ogni ora spesa a caccia di offerte su Temu (o a scorrere Instagram, poco cambia) è un’ora sottratta a interazioni **reali**: parlare con la famiglia, uscire con gli amici, leggere un libro in tranquillità. Ci ritroviamo invece isolati, seppur virtualmente iper-stimolati, e questo può minare le nostre abilità sociali e l’equilibrio emotivo. Studi segnalano che chi sviluppa dipendenza da attività online mostra spesso **maggiore solitudine, minore soddisfazione nelle relazioni e una ridotta capacità di concentrazione**. Insomma, quello che in apparenza è solo “shopping innocuo” o svago sui social nasconde un lato oscuro: può *succhiare tempo, energie mentali e benessere emotivo*, lasciandoci più ansiosi e soli.## **Profilazione estrema: dati e potere fuori controllo** Ma come abbiamo visto, l’aspetto cruciale è la **profilazione avanzata** che piattaforme come Temu (e la citata Shein, nel campo della moda) effettuano sui propri utenti. Ogni clic, ogni preferenza espressa, ogni secondo di permanenza su una pagina contribuisce a costruire un tuo **“gemello digitale”**, un profilo dettagliatissimo dei tuoi gusti, delle tue abitudini, dei tuoi bisogni, delle tue paure. Questa profilazione iper-accurata rappresenta una **minaccia significativa per l’autonomia individuale e persino per la democrazia**. Siamo di fronte a un modello di *capitalismo di sorveglianza* (per dirla con le parole della studiosa Shoshana Zuboff) in cui **l’esperienza umana viene trasformata in materia prima** per prodotti predittivi. I tuoi dati non servono solo a te (per migliorare il servizio), ma diventano *merce* da cui estrarre valore – vendendoli ad altri o usandoli per manipolare il tuo comportamento. Nel caso di Temu e Shein, l’enorme mole di dati raccolti viene usata anche per **plasmare l’offerta commerciale in tempo reale**. Shein, ad esempio, produce nuovi capi in base ai trend captati quasi istantaneamente dal comportamento di milioni di utenti: *tu clicchi su una maglietta con stampa floreale, e poche settimane dopo eccone una simile in vendita*. Sei diventato **cavia inconsapevole** di un laboratorio industriale globale. Temu spinge questo concetto ancora oltre, integrando i dati del tuo shopping con i dati provenienti da ogni angolo del tuo smartphone, per poi **rivenderli o impiegarli in altri contesti** (pubblicità mirata, credit scoring, chissà cos’altro). Il rischio qui è duplice: da un lato perdiamo gradualmente la **libertà di scelta autentica**, perché ogni nostra decisione è sempre più indirizzata e condizionata dall’algoritmo che sa come solleticare i nostri desideri. Dall’altro si delinea una **società “orwelliana” privatizzata**, dove poche grandi piattaforme detengono un potere di monitoraggio e influenza di massa che un tempo spettava solo agli Stati totalitari. Siamo sempre meno **cittadini sovrani** e sempre più **oggetti di analisi e bersagli di persuasione**. Quando il marketing diventa così fine da sembrare invisibile, la democrazia stessa ne risente, perché l’opinione pubblica e i comportamenti collettivi possono essere plasmati da chi possiede questi dati. È uno scenario limite, certo, ma non più così improbabile se consideriamo la scala globale di Temu, TikTok, Shein e compagnia e la **fame insaziabile di dati** che le contraddistingue.## **Minori online: eludere i divieti è un gioco da ragazzi** In questo panorama già fosco, una fetta di utenti è particolarmente vulnerabile: i **minori**. Ci si aspetterebbe che bambini e adolescenti siano almeno in parte protetti da certi eccessi del mondo digitale – ad esempio tramite limiti di età per l’accesso a piattaforme di e-commerce o social media. Ma la realtà è che **i giovanissimi riescono spesso ad aggirare con facilità le restrizioni anagrafiche online**. Un recente report sulla verifica dell’età ha evidenziato un dato sorprendente: *quasi un tentativo di registrazione su quattro* sui siti vietati ai minori è in realtà effettuato da un under 18 che cerca di mascherare la propria età. Le strategie usate dai ragazzi per infiltrarsi nei mondi digitali “per adulti” rivelano anche una certa preoccupante creatività tecnologica. **Documenti d’identità prestati o falsificati:** nel 38% dei casi i minorenni usano la carta d’identità di un fratello maggiore o un genitore, oppure acquistano scan/credenziali falsificate sul web. Molti sistemi di verifica blandi si limitano infatti a chiedere l’upload di un documento, senza controlli di corrispondenza facciale. **VPN e strumenti di anonimizzazione:** il 33% aggira i filtri geografici o di rete usando VPN, proxy e software di spoofing. Ad esempio, impostano una VPN su un paese dove la piattaforma non è obbligata per legge a chiedere la verifica dell’età, oppure mascherano l’indirizzo IP per sembrare un utente adulto. **Selfie “deepfake” o IA ritoccate:** ed ecco la frontiera più inquietante, usata nell’11% dei tentativi. Ci sono app e tool di intelligenza artificiale capaci di generare *selfie* ultra-realistici di volti più maturi, o di modificare la propria foto facendola sembrare di una persona adulta. Questi vengono poi usati per superare controlli biometrici automatici che confrontano il viso dell’utente con il documento: se l’IA è abbastanza brava, il sistema viene ingannato. Insomma, per molti adolescenti **l’età è solo un numero** da manipolare a piacimento online. Ciò significa che ragazzi di 13-16 anni possono tranquillamente ritrovarsi su Temu, su piattaforme di shopping o social teoricamente vietate ai minori, *senza che nessuno lo sappia*. E questo li espone in pieno a tutti i rischi di cui sopra – dalla sorveglianza alla manipolazione commerciale, se non peggio – in un’età in cui non hanno gli strumenti critici per difendersi.## **Dipendenza precoce: shopping compulsivo e ansie tra i giovani** Proprio i **minori** rappresentano la fascia d’età più fragile di fronte ai meccanismi persuasivi di app come Temu. Il loro cervello è ancora in formazione: le aree prefrontali deputate al controllo degli impulsi e alla valutazione delle conseguenze a lungo termine non sono pienamente mature nell’adolescente. Questo li rende particolarmente **suscettibili allo shopping compulsivo online** e alle dipendenze comportamentali in genere. I dati allarmanti non mancano: si stima che già **il 16% degli studenti** mostri comportamenti riconducibili a una dipendenza da acquisti online. In altre parole, quasi un ragazzo su sei sviluppa sin da giovane un rapporto patologico con lo shopping sul web, sentendo un bisogno irrefrenabile di comprare oggetti di cui spesso non ha davvero necessità. Questa vulnerabilità si riflette anche sul piano finanziario: secondo sondaggi su campioni di adolescenti, **il 15,8% dei giovani spende tra l’81% e il 100% delle proprie entrate mensili (paghette, piccoli lavori, ecc.) in acquisti sul web**. Praticamente azzerando tutto quel che hanno per comprare online. Questo indica una difficoltà diffusa nel distinguere tra bisogni reali e *desideri indotti*: tanti minorenni faticano a resistere al canto delle sirene del commercio digitale, complici le continue offerte, notifiche e pubblicità cucite su misura per loro. Il rischio è l’adozione precoce di **stili di vita iper-consumistici**, dove l’identità personale viene definita più da ciò che si possiede che da ciò che si è. Le **conseguenze psicologiche** di queste dinamiche, quando l’esposizione inizia così presto, possono essere serie. La costante pressione consumistica e comparativa a cui i giovani sono sottoposti è correlata a **incrementi di ansia e depressione** in età scolare. L’adolescente vede online coetanei (o influencer poco più grandi) sfoggiare continuamente nuovi acquisti e felicità apparente; il confronto per l’adolescente può essere schiacciante. Se *“gli altri hanno quel capo alla moda e io no”* scatta il senso di inadeguatezza, alimentato dagli algoritmi che enfatizzano proprio quei contenuti per tenerlo agganciato. Ne risente l’**autostima**: ci si sente perennemente non all’altezza se non si riesce a stare al passo con i trend consumistici. Col tempo, questo meccanismo può minare l’**equilibrio emotivo** del giovane. Si instaurano circoli viziosi di gratificazione e crollo: l’acquisto impulsivo regala uno *high* momentaneo (yay, pacco in arrivo!), seguito magari da senso di colpa o delusione (l’oggetto non riempie davvero il vuoto emotivo). Questi sbalzi possono contribuire a veri e propri **disturbi dell’umore**. Inoltre, abituarsi a regolare le proprie emozioni tramite l’atto dell’acquisto o la navigazione compulsiva su Temu/Shein può **compromettere la capacità di gestire i propri stati d’animo** in modo sano. Invece di imparare a tollerare la noia, la tristezza o l’ansia, si cerca una fuga immediata nello stimolo digitale e nell’acquisto compulsivo. È così che l’**educazione emotiva** viene, in un certo senso, *delegata* alle app, con esiti deleteri sulla crescita dei ragazzi.## **Temu messa a confronto gli altri colossi: perché è la più pericolosa** A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: *“D’accordo, Temu è invadente, ma in fondo non fa nulla di troppo diverso da Amazon o da altri giganti. Ci spia per venderci cose, dov’è la novità?”* La tentazione di liquidarla come un “Amazon un po’ più aggressivo” è forte, ma **sarebbe un errore sottovalutarla**. In realtà **Temu rappresenta un salto di qualità (in peggio) rispetto alle piattaforme che già conosciamo**, proprio perché combina e supera i modelli di business esistenti. Vediamo il confronto: **Amazon:** Il colosso di Bezos osserva ogni tuo click sul carrello e sulle ricerche, ma lo fa con uno scopo relativamente *lineare*: *farti comprare di più, più in fretta*. Il suo modello è ossessivamente orientato al cliente e all’efficienza. Certo, Amazon colleziona montagne di dati sui tuoi acquisti, tuttavia l’obiettivo finale è venderti più prodotti. **Ci riduce ad “algoritmi di consumo”**, vero, ma *il patto è chiaro*: tu fornisci i tuoi dati sugli acquisti, loro ti propongono altri acquisti. **Meta/Google:** Qui il gioco cambia. Facebook, Instagram, YouTube non ti vendono direttamente un prodotto fisico; il *prodotto sei tu*. Queste piattaforme ti **profilano per vendere la tua attenzione agli inserzionisti**. Ogni like, ogni scroll, ogni secondo di visione è monetizzato sotto forma di pubblicità mirata. **Non sei cliente, sei bersaglio**. Il tuo comportamento viene manipolato per farti restare il più a lungo possibile online, così da mostrarti più annunci. Però, anche qui, c’è una sorta di “reciprocità implicita”: tu ottieni un servizio gratuito (i social network, i motori di ricerca, i video) in cambio di spot mirati e perdita di privacy. Siamo target pubblicitari, nulla di più, nulla di meno. **Shein:** Il gigante dell’ultra-fast fashion ha ancora un altro approccio. **Trasforma gli utenti in cavie di un laboratorio stilistico-industriale.** Ogni preferenza espressa sulla app di Shein – un filtro di ricerca, un articolo aggiunto alla wishlist, il tempo speso su certe foto – viene utilizzata non tanto per mostrarti pubblicità, ma per **decidere cosa produrre e in che quantità**. Shein sforna nuovi vestiti a ritmi folli basandosi sui trend captati in tempo reale dalla sua utenza. In pratica i consumatori sono **tester inconsapevoli**: le loro scelte determinano la creazione stessa dei prodotti che saranno venduti nelle settimane successive. È un meccanismo circolare: tu clicchi su un vestito, Shein capisce che quel design attira, lo produce in massa e te lo propone a prezzo stracciato poco dopo. Innovativo ma inquietante nel modo in cui **sfrutta i consumatori come input del processo produttivo**. **Temu**, invece, porta all’estremo i modelli degli altri colossi: vende prodotti come Amazon, monetizza i dati come Meta, sfrutta le preferenze come Shein. Ma non si ferma lì: combina e amplifica tutti questi approcci, trasformando lo smartphone in un osservatorio continuo. È questo salto di scala che rende Temu più inquietante delle piattaforme che già conosciamo e consideriamo invasive. L’utente, in questo schema, non è più né cliente, né target pubblicitario, né tester: **è pura materia prima statistica**, un fornitore vivente di dati a 360 gradi da cui estrarre valore in ogni modo possibile. Il tuo **essere digitale e fisico** viene assimilato nella macchina di Temu. **Temu vuole *conoscere* ogni tuo respiro digitale e usarlo**. È un’ambizione di controllo che supera la semplice finalità commerciale dichiarata.## **Dati e libertà: la posta in gioco** Il filo rosso è evidente: nessuna di queste piattaforme può vivere senza attingere ai nostri dati personali. Ma mentre la maggior parte – per quanto invadenti – cerca “soltanto” di piegare quei dati a scopi commerciali relativamente circoscritti, **Temu sembra interessata a possederli *tutti*, a qualsiasi costo**. La differenza non è solo quantitativa, è **qualitativa**. Siamo passati dal monitorare ciò che compriamo online al monitorare *tutto*: dagli acquisti agli spostamenti, dalle app installate, ai messaggi privati. Ogni aspetto della vita digitale (e indirettamente di quella reale) dell’utente diventa **materiale grezzo da estrarre e monetizzare**. Non si tratta più della *semplice invasione della privacy* cui forse, obtorto collo, ci eravamo quasi abituati. Qui si profila la **cancellazione della linea di confine** tra commercio, sorveglianza e controllo. Temu, in un certo senso, incarna la realizzazione più pura (e perturbante) del capitalismo della sorveglianza: un modello in cui ogni dispositivo è un sensore, ogni azione un dato, ogni dato un potere. Come nei tuoi peggiori incubi. **Fino a che punto siamo disposti a spingerci**, quanto di noi siamo pronti a cedere sull’altare della convenienza e degli sconti. Perché con Temu non stiamo barattando solo un po’ di informazioni per qualche prodotto economico; stiamo rischiando di cedere il **controllo totale sulle nostre vite digitali**. E quando il digitale pervade ogni aspetto del reale, perdere il controllo lì significa perderlo in assoluto. È una scelta di civiltà: si tratta di accettare passivamente un *esperimento globale* in cui gli individui sono solo fornitori di dati – oppure **pretendere regole e limiti** che ristabiliscano un equilibrio di potere tra cittadini e piattaforme. Facciamo dunque attenzione: la prossima volta che un’app “gratuita” promette miracoli, ricordiamoci che *se non paghi per il prodotto, il prodotto potresti essere tu* – anzi, nel caso di Temu, **il prodotto sono i tuoi dati, e il prezzo in ballo è la tua libertà.** **Fonti** **ASPI – Australian Strategic Policy Institute**, *Mapping China’s Technology Giants*, 2021, https://www.aspi.org.au/report/mapping-chinas-tech-giants **Grizzly Research**, *Shein: China’s Secretly Grown Fast Fashion Giant Could Be Worth Billions Less Than Investors Think*, marzo 2023 (sezione dedicata a Temu/PDD), https://grizzlyreports.com **Google**, *Google removes Pinduoduo from Play Store over malware concerns*, Reuters, 21 marzo 2023, https://www.reuters.com/technology/google-removes-chinese-app-pinduoduo-from-play-store-2023-03-21/ **US Court Documents**, *Class Action Complaint against Temu (PDD Holdings Inc.)*, dicembre 2023, United States District Court, consultabile su Justia: https://dockets.justia.com/ **Zuboff, S.**, *The Age of Surveillance Capitalism*, PublicAffairs, 2019 **PDD Holdings**, *Annual Report 2022*, documento ufficiale depositato alla SEC, https://www.sec.gov/edgar/browse/?CIK=0001737806 **ANSA**, *Temu sotto accusa negli Stati Uniti: “raccolta dati ingannevole”*, 29 dicembre 2023 **Categorie:** Attualità, Dossier --- ### [Più di amici: perché gli animali domestici sono il cuore delle nostre case](https://eywadivulgazione.it/piu-di-amici-perche-gli-animali-domestici-sono-il-cuore-delle-nostre-case/) **Published:** Settembre 9, 2025 **Author:** Redazione **Excerpt:** Gli animali domestici non sono semplici compagni: da millenni condividono le nostre case e le nostre vite, portando affetto, benefici per la salute e un legame unico che ci ricorda ogni giorno quanto siamo capaci di amare. **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ### **Una storia che ci lega da millenni** Avete presente quella scena che si ripete con la puntualità di un orologio svizzero? Torni a casa dopo una giornata lunga e storta, e il tuo cane ti accoglie come se fossi l’amore della sua vita. Oppure c’è il gatto, che con aria imperturbabile ti osserva e poi, all’improvviso, decide di sistemarsi accanto a te con la coda che vibra. Sono momenti semplici, ma in quei gesti c’è tutto: affetto, legame, casa. E non sono soltanto cani e gatti. Nelle nostre vite entrano anche coniglietti, uccellini, pesciolini che danzano in acquario, persino rettili che sorprendono per la loro discreta compagnia. Ognuno porta un suo modo di arricchire le giornate, trasformando gli spazi domestici in luoghi più vivi. Questo rapporto, però, non nasce oggi. È una storia che viene da lontano: i primi lupi addomesticati si trasformarono nei cani che oggi portiamo al guinzaglio; i gatti, venerati nell’antico Egitto, decisero da sé di trasferirsi vicino ai villaggi per cacciare topi. Da lì si è creato un patto silenzioso: noi offrivamo cibo e protezione, loro ci davano aiuto e presenza. Con il tempo, quel legame è diventato qualcosa che va oltre l’utile, trasformandosi in un rapporto di reciproca dipendenza affettiva. Oggi in Italia più della metà delle famiglie vive con almeno un animale domestico: circa 65 milioni di presenze, praticamente più di una a testa. Dopo la pandemia, il bisogno di calore e vicinanza ha spinto le adozioni a livelli mai visti, tanto che in molte case la spesa per i pet ha raggiunto, e talvolta superato, quella destinata ai figli.### **Benessere condiviso: quando gli animali ci curano** Il vero cambiamento non è economico, ma affettivo e di salute. La scienza ce lo conferma: accarezzare un cane abbassa la pressione, riduce lo stress, stimola ossitocina, l’ormone del benessere. E le fusa del gatto? Non sono solo una dolce colonna sonora serale: emettono vibrazioni tra 25 e 50 hertz, una frequenza che studi scientifici associano alla guarigione ossea, al miglioramento della densità minerale e alla salute del cuore. È stato osservato che chi convive con un gatto ha un rischio inferiore di malattie cardiovascolari, infarto e ictus. Una prova che ciò che percepiamo come puro conforto emotivo ha, in realtà, un impatto fisico misurabile. Non solo gatti e cani: osservare i movimenti di un pesce ha effetti rilassanti sul sistema nervoso, mentre il canto di un canarino favorisce buonumore e serenità. Coccolare un coniglio riduce ansia e solitudine, e chi vive con cavalli o pappagalli sperimenta una relazione intensa e stimolante. Ogni specie porta benefici diversi, ma tutti capaci di toccare corde profonde. Da questa consapevolezza è nata la pet therapy, ormai diffusa in ospedali, scuole e RSA. Bambini che leggono con più entusiasmo accanto a un cane, anziani che ritrovano il sorriso stringendo un coniglietto, pazienti che reagiscono meglio alle cure grazie alla vicinanza di un animale: gli animali scardinano barriere invisibili, disinnescano solitudine e paura, riportano vita dove regnava il vuoto.### **Ombre e responsabilità** Eppure non possiamo fermarci al lato dolce della storia. Il mondo degli animali domestici ha anche le sue ombre. Il business del pet food è un settore miliardario, spesso poco sostenibile dal punto di vista ambientale. Esistono allevamenti intensivi che producono cuccioli come fossero oggetti, con sofferenze indicibili dietro la vetrina scintillante dei negozi. C’è il commercio illegale, che strappa piccoli alle madri per rivenderli in condizioni disumane. È un lato che preferiamo ignorare, ma che va riconosciuto se vogliamo davvero prenderci cura dei nostri compagni di vita. Per fortuna cresce anche l’attenzione etica. Sempre più persone scelgono l’adozione dai rifugi invece dell’acquisto, si informano sull’origine dei prodotti, cercano alternative sostenibili. Alcune cliniche veterinarie adottano pratiche eco-friendly, dai pannelli solari ai farmaci a minore impatto ambientale. I nostri animali, in fondo, ci insegnano a guardare oltre noi stessi, a chiederci come garantire benessere non solo a loro, ma anche al pianeta che condividiamo. E allora, al di là delle statistiche, resta la scena iniziale: un animale che ti viene incontro quando rientri, che ti segue in ogni stanza, che si accoccola accanto a te senza chiedere nulla se non la tua presenza. È lì che capisci che non sono semplicemente “animali da compagnia”. Sono molto di più. Sono il cuore che batte dentro le nostre case, il ritmo affettivo che ci ricorda ogni giorno quanto siamo capaci di amare. E quanto, senza di loro, saremmo infinitamente più soli.### **Fonti** - **Hand and Wrist Institute** – “Is a Cat’s Purr Actually Helpful to Our Bones?”, 2018. - **Il Giornale** – “La scienza conferma: le fusa dei mici fanno bene alle nostre ossa”, 2024. - **SantéVet** – “Fusa del gatto: benefici per la salute umana”, 2023. - **RY Ortho** – “Is There Healing Power in a Cat’s Purr?”, 2018. - **Inspira Health Network** – “The Healing Power of Your Cat’s Purr: Can it Improve Your Health?”, 2022. - **Micuro** – “Benefici del gatto sulla salute: lo dice la scienza”, 2023. - **Muso a Muso** – “Le fusa del gatto: perché fanno bene anche a noi”, 2024. **Categorie:** Attualità --- ### [Quanta energia divora l'AI?](https://eywadivulgazione.it/ai-consumo-energetico/) **Published:** Dicembre 10, 2024 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) di: *Alessandro Trizio* L’Intelligenza Artificiale esiste da molti decenni. Per moltissimi però sembra una novità assoluta. Questo è dovuto al lancio mediatico di Chat Gpt sviluppato da Open AI. L’utilizzo in massa di LLM ovvero **Large Language Model**, in italiano: **modello linguistico di grandi dimensioni**, un tipo di intelligenza artificiale progettata per elaborare e generare testo umano in modo naturale, basandosi su reti neurali di grandi dimensioni e addestrata su quantità enormi di dati testuali, ha portato alla luce un elemento di cui prima non si teneva molto conto, dato che l’utilizzo era limitato alle grandi Università di Ricerca e sistemi militari, ovvero il costo energetico dell’utilizzo di massa dell’Intelligenza Artificiale. Analizziamo la situazione energetica e tecnica attuale e come potrebbe svilupparsi in futuro un mondo dove l’Intelligenza Artificiale sarà presente in ogni ambito della vita di tutti noi. Le aziende informatiche di tutto il mondo stanno spendendo decine di miliardi di dollari ogni trimestre in acceleratori AI, il che ha portato a un aumento esponenziale del consumo di energia. Negli ultimi mesi, molteplici previsioni e diverse analisi dati attestano una domanda di elettricità in forte crescita nei data center. L’ascesa dell’AI generativa e le crescenti vendite di GPU stanno portando un aumento nei data center da decine di migliaia a oltre 100.000 acceleratori, aprendo un fronte problematico sull’energia da risolvere. Un acceleratore di intelligenza artificiale (AI) è un componente hardware specializzato progettato per aumentare l’efficienza e la velocità nel *training* e nella *inference* di modelli di AI, in particolare delle reti neurali profonde. Questi acceleratori sono ottimizzati per eseguire in parallelo operazioni matematiche a elevata intensità computazionale (es. moltiplicazioni di matrici), offrendo prestazioni superiori alle CPU e, talvolta, alle GPU general-purpose grazie a un’architettura dedicata e a una maggiore banda di memoria. ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2024/12/origin2-1024x616.jpg)Ogni nuova generazione di hardware aumenta le prestazioni di elaborazione, ma altrettanto consuma anche più energia rispetto alla precedente, il che significa che con la crescita dei volumi di utilizzo aumenta anche la domanda di energia totale. L’espansione del 75% nel consumo energetico delle GPU è avvenuto rapidamente, nel giro di due soli anni, in una generazione di sviluppo di nuovi modelli GPU. Una **GPU** (Graphics Processing Unit) per l’intelligenza artificiale è un processore specializzato che accelera i calcoli necessari per addestrare e utilizzare modelli di machine learning e deep learning. Grazie alla sua capacità di elaborare migliaia di operazioni in parallelo, la GPU è ideale per gestire: - **Moltiplicazioni di matrici**, fondamentali per le reti neurali. - **Elaborazione di grandi quantità di dati** in tempi ridotti. - **Ottimizzazione del training** di modelli complessi, come quelli usati nell’intelligenza artificiale. Rispetto alle CPU, le GPU offrono maggiore velocità ed efficienza per compiti altamente paralleli, rendendole essenziali per il progresso dell’intelligenza artificiale moderna. Ad esempio, l’acceleratore Gaudi 2 di Intel consuma 600 W e il suo successore, il Gaudi 3, consuma 900 W, ancora un altro aumento del 50% rispetto alla generazione precedente. Il prossimo processore AI ibrido di Intel, Falcon Shores, dovrebbe consumare ben 1.500 W di potenza per chip, il più alto sul mercato. La prossima generazione Blackwell di Nvidia aumenterà ulteriormente il consumo energetico, con il B200 che consuma fino a 1.200 W e il GB200 (che combina due GPU B200 e una CPU Grace) che dovrebbe consumare 2.700 W. Ciò rappresenta un aumento fino al 300% del consumo energetico in una generazione di GPU con sistemi AI che incrementano il consumo energetico a una velocità esponenziale. Le GPU stanno diventando più potenti per supportare modelli linguistici di grandi dimensioni. Il risultato è che l’IA richiede un maggiore consumo energetico con ogni futura generazione di accelerazione. Gli esperti hanno elaborato alcune stime sul consumo energetico dell’intelligenza artificiale, ma queste cifre sono solo una parte del quadro e offrono una visione parziale. Questo accade perché i modelli di apprendimento automatico (machine learning) sono estremamente variabili: possono essere configurati in modi diversi, cosa che influenza notevolmente il loro consumo di energia. Inoltre, le aziende che potrebbero fornire dati precisi, come Meta, Microsoft e OpenAI, non rendono pubbliche queste informazioni. Per esempio, la Microsoft ha dichiarato che l’azienda sta “*investendo nello sviluppo di metodi per misurare il consumo energetico e l’impatto ambientale dell’IA, cercando al contempo di rendere i sistemi più efficienti, sia nella fase di addestramento che in quella di utilizzo*“. Tuttavia, né OpenAI né Meta hanno pubblicato documenti sull’argomento. ## Cos’è l’addestramento di un modello e perché è così energivoro? Un punto cruciale da comprendere è la differenza tra **l’addestramento di un modello** e la sua **distribuzione d’uso agli utenti**. L’addestramento è la fase in cui un modello di IA “impara” dai dati, ed è un processo che richiede una quantità enorme di calcoli complessi. Di conseguenza, consuma molta più energia rispetto alle attività quotidiane di un data center, come conservare file o gestire e-mail. Almeno in teoria, vedremo poi come non sempre sia così. Stime indipendenti indicano che addestrare **GPT-3** ha richiesto ~1 300 MWh di elettricità l’equivalente del consumo annuo di **circa 120 famiglie statunitensi** o **350-360 famiglie europee**. Per **GPT-4** le stime non ufficiali variano da 1 700 a oltre 7 000 MWh, e alcune proiezioni parlano di valori ancora superiori; i numeri esatti restano riservati. Per mettere questo dato in prospettiva, pensiamo allo streaming di un’ora di Netflix, che richiede circa 0,8 kilowattora (kWh) di energia. Per eguagliare l’energia consumata nell’addestramento di GPT-4, una persona dovrebbe guardare Netflix ininterrottamente per quasi **2.000.000 di ore**! La difficoltà di ottenere stime aggiornate sul consumo energetico dell’intelligenza artificiale è legata al fatto che le aziende sono diventate sempre più riservate man mano che questa tecnologia è diventata una fonte di guadagno. Qualche anno fa, alcune società pubblicavano dettagli sui processi di addestramento dei loro modelli, come il tipo di hardware utilizzato e la durata dell’addestramento. Ora però, queste informazioni non sono più disponibili per i modelli più recenti, come GPT-4. Nel caso di ChatGPT, ad esempio, non sono note informazioni cruciali come la dimensione del modello, il numero di parametri utilizzati o l’infrastruttura su cui è ospitato. In pratica, ciò che avviene “dentro i server” di queste tecnologie rimane ampiamente sconosciuto. Un recente rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia ha evidenziato come il consumo di elettricità dei data center sia ovviamente destinato a crescere significativamente nei prossimi anni, principalmente a causa dell’aumento della domanda legata all’intelligenza artificiale e alle criptovalute. Nel 2022, il consumo di energia dei data center è stato stimato intorno ai **460 terawattora (TWh)**. L’agenzia prevede che, entro il 2026, questa cifra potrebbe salire tra **620 e 1.050 TWh**. Per comprendere l’entità di questo aumento, basti pensare che il consumo energetico previsto sarà paragonabile a quello attuale di interi Paesi come la Svezia o la Germania o un quarto degli Stati Uniti. Questa tendenza mette in evidenza l’importanza di affrontare l’efficienza energetica nei data center, considerando l’impatto che potrebbero avere sull’approvvigionamento e sull’ambiente. Negli ultimi mesi, diversi ricercatori hanno evidenziato con preoccupazione l’enorme quantità di energia richiesta dall’intelligenza artificiale. Un’analisi pubblicata rappresenta uno dei primi tentativi di quantificare questa crescente domanda energetica. Secondo lo studio guidato da Alex de Vries della Amsterdam School of Business and Economics, se le attuali tendenze nella capacità computazionale e nell’adozione dell’IA continueranno, si prevede che entro il 2027 solo NVIDIA distribuirà circa **1,5 milioni di unità server AI all’anno**. Questi server, operando a pieno regime, consumerebbero almeno **85,4 terawattora (TWh)** di elettricità all’anno. Questo consumo supera quello annuale di molti Paesi di piccole dimensioni, come tutto il **Portogallo** o la **Grecia**, dimostrando il potenziale impatto energetico dell’espansione dell’**IA** su scala globale. L’analisi è stata condotta da ricercatori che studiano i costi energetici delle tecnologie emergenti, con particolare attenzione alle implicazioni ambientali. Lo studio sottolinea come l’**IA**, in quanto tecnologia emergente, stia rapidamente diventando una delle principali fonti di consumo energetico, sollevando interrogativi sulla sua **sostenibilità** a lungo termine. La fase di formazione dei modelli di **AI**, spesso considerata la più dispendiosa in termini di energia, è stata al centro della ricerca sulla sostenibilità. ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2024/12/Seth_HERO-2-1024x614.jpg)Un modello di **AI**, come quello di **ChatGPT**, viene alimentato da grandi set di dati. Per i modelli linguistici di grandi dimensioni (**LLM**) come **GPT-4**, il processo si traduce nell’apprendimento della previsione di parole o frasi specifiche in base al contesto dato. Una volta distribuiti, questi parametri guidano il comportamento del modello. **Hugging Face**, una comunità di sviluppatori dell’intelligenza artificiale, ha segnalato che il suo modello **BLOOM** ha consumato **433 MWh** di elettricità durante l’addestramento. Altri **LLM**, tra cui **GPT-4**, si stima abbiano utilizzato rispettivamente **1.287 MWh** e **1.066 MWh**. ## Rispondere alle domande. Un altro consumo dell’AI Ognuno di questi **LLM** è stato addestrato su **terabyte** di dati e ha 175 miliardi o più **parametri**. Dopo l’addestramento, i modelli vengono distribuiti in un ambiente di produzione e iniziano la fase di **inferenza**, in cui generano output basati su nuovi dati. L’**inferenza** nell’intelligenza artificiale è il processo mediante il quale un modello **AI** utilizza i dati e le conoscenze apprese durante la fase di **addestramento** per fare previsioni, prendere decisioni o risolvere problemi. Ad esempio, un modello di **machine learning**, una volta addestrato su un set di dati, esegue l’inferenza per **classificare** nuove immagini, **tradurre** un testo o prevedere il valore futuro di un parametro. In sintesi, l’inferenza è l’applicazione pratica delle capacità del modello per elaborare informazioni nuove e produrre risultati utili. Per strumenti come **ChatGPT**, la fase di inferenza è il momento in cui il modello genera risposte in tempo reale alle domande degli utenti. Sebbene la **sostenibilità ambientale** dell’**intelligenza artificiale** sia un tema molto discusso, la fase di inferenza ha ricevuto meno attenzione rispetto all’addestramento. Tuttavia, ci sono segnali che questa fase possa rappresentare una parte significativa dei **costi complessivi** di un modello di **IA**. In altre parole, l’inferenza è il processo con cui un modello applica le conoscenze acquisite per affrontare compiti reali, ed è anche quello che alla fine richiede più energia. **SemiAnalysis**, società di ricerca e analisi indipendente, ha indicato che **OpenAI** richiedeva **3.617 server HGX A100** di **NVIDIA**, con un totale di **28.936 GPU**, per supportare **ChatGPT**, implicando una richiesta di energia di **564 MWh** al giorno. Rispetto ai **1.287 MWh** stimati utilizzati nella fase di formazione di **GPT-4**, la domanda energetica dell’inferenza sembra notevolmente più alta. Inoltre, **Google** ha segnalato che il **60%** del consumo energetico correlato all’**IA** dal 2019 al 2021 derivava dall’inferenza. Anche **Alphabet**, la società madre di Google, si è detta preoccupata per i costi legati all’inferenza rispetto a quelli dell’addestramento. Tuttavia, dati di **Hugging Face** mostrano che il modello **BLOOM** ha consumato molta meno energia durante l’inferenza rispetto alla fase di formazione. Questi rapporti contrastanti dipendono da fattori come la frequenza con cui i modelli di **IA** vengono aggiornati e il bilanciamento tra le loro prestazioni e il consumo energetico. Studi futuri dovrebbero esaminare attentamente tutte le fasi del ciclo di vita di un modello di **IA**. **New Street Research**, società indipendente, ha indicato che **Google** avrebbe bisogno di circa **400.000 server**, con un consumo giornaliero di **62,4 GWh** e un consumo annuale di **22,8 TWh**. Con Google che attualmente elabora fino a **9 miliardi** di ricerche al giorno, queste stime portano a un consumo medio di **6,9-8,9 Wh** per richiesta. Questa stima è in linea con il modello **BLOOM** di **Hugging Face**, che ha consumato **914 kWh** per **230.768 richieste**, con una media di **3,96 Wh** per richiesta. Il presidente di **Alphabet** ha indicato a febbraio 2023 che interagire con un **LLM** potrebbe “probabilmente costare 10 volte di più di una ricerca per parole chiave standard”. Poiché una **ricerca Google** standard utilizza presumibilmente **0,3 W** di elettricità, ciò suggerisce un consumo di circa **3 Wh** per interazione **LLM**. Questa cifra è in linea con la valutazione di **SemiAnalysis** dei costi operativi di **ChatGPT** all’inizio del 2023, che stimava un consumo medio di **564 MWh** al giorno, pari a circa **2,9 Wh** per richiesta. Questi scenari evidenziano il potenziale impatto sul consumo totale di elettricità di **Google** se ogni ricerca diventasse un’interazione **LLM**. Nel 2021, il consumo totale di elettricità di Google era di **18,3 TWh**, con l’**IA** che rappresentava il **10%-15%** di questo totale. Lo scenario più impegnativo suggerisce che la sola **IA** di Google potrebbe consumare tanta elettricità quanto un paese come l’**Irlanda** (**29,3 TWh** all’anno). Tuttavia, l’adozione completa dell’IA con l’hardware attuale è poco realistica, sia per i **costi** sia per i limiti di produzione. ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2024/12/shutterstock_2280867335-2-1024x576.jpg)In 3 anni, i costi di **ammortamento** annuali per un investimento di **100 miliardi di dollari** in server **AI** ammonterebbero a **33,33 miliardi di dollari**, un impatto significativo sul margine operativo di Google. Nel 2022, Google Search ha generato ricavi per **162,5 miliardi di dollari**, con un margine operativo di **26%** (circa **42,25 miliardi**). I costi aggiuntivi legati all’**IA** potrebbero azzerare questo margine. Una stima più pragmatica deriva dalle vendite di **NVIDIA**, leader con una quota di mercato del **95%** nel 2023. La società prevede di consegnare **100.000 server AI** nel 2024, con una domanda energetica combinata di **650-1.020 MW** e un consumo annuo stimato di **5,7-8,9 TWh**. Rispetto ai **205 TWh** consumati storicamente dai data center, questa cifra è relativamente bassa. Tuttavia, la **catena di fornitura** rimane un collo di bottiglia. **TSMC**, fornitore di chip di **NVIDIA**, sta investendo in un nuovo stabilimento per la tecnologia **CoWoS**, essenziale per i chip AI, ma la produzione non inizierà prima del **2027**. Entro il 2025, **NVIDIA** potrebbe fornire **1,5 milioni di server AI**, con una domanda energetica combinata di **9,75-15,3 GW** e un consumo annuo di **85,4-134,0 TWh**. Ciò rappresenterebbe una quota significativa del consumo globale di elettricità dei data center. Tuttavia la stima presuppone carico al 100 % e non include l’energia per il raffreddamento: i valori effettivi potrebbero risultare inferiori o superiori, se i server fossero più potenti del previsto. Il modello **GLaM** di Google (1,2 T di parametri, architettura *Mixture-of-Experts*) è circa **sette volte più grande di GPT-3** ma ha richiesto **circa un terzo** dell’energia impiegata per addestrare GPT-3 (456 MWh vs 1 287 MWh). Non esistono dati ufficiali su parametri e consumo energetico di **GPT-4** – le stime lo collocano comunque *oltre* GLaM. Il paradosso di Jevons ricorda che l’aumento di efficienza potrebbe, in ogni caso, far crescere la domanda complessiva di calcolo e quindi l’uso totale di energia Questo effetto è stato a lungo osservato nella storia del cambiamento **tecnologico** e dell’**automazione**, con esempi recenti nelle applicazioni di **AI**. L’improvviso aumento di interesse per l’**AI generativa** nel **2022** e **2023**, durante il quale la domanda ha superato l’offerta, potrebbe essere parte di questo **effetto di rimbalzo**. I miglioramenti nell’**efficienza** del modello ora consentono a **GPU** di livello consumer di addestrare modelli **AI**. Ciò implica che la crescita del **consumo energetico** correlato all’AI avrà origine non solo da nuove **GPU** ad alte prestazioni, come le **A100** e **H100** di **NVIDIA**, ma anche da GPU più generiche. Dopo il *Merge* di settembre 2022, che ha eliminato fino a **9,21 GW** di potenza mineraria (≈ **80,7 TWh annui**) dalla rete Ethereum, alcuni analisti ipotizzano che **fino al 20 %** delle GPU dismesse possa essere riutilizzato per carichi di intelligenza artificiale — un fenomeno soprannominato *“mining 2.0”*. Se ciò avvenisse integralmente, l’AI assorbirebbe **fino a 16,1 TWh** di elettricità aggiuntivi ogni anno.. Le prestazioni dei modelli **AI** tendono a raggiungere un **punto di svolta**, in cui miglioramenti apparentemente piccoli richiedono un enorme dispendio di **energia** e risorse computazionali. Superata una certa soglia, ogni progresso diventa sempre più costoso, sia economicamente che **in termini di impatto sull’ambiente**. Tuttavia, è possibile migliorare l’**efficienza** dei modelli ottimizzando il loro funzionamento o migliorando l’**hardware**. Ciò potrebbe ridurre i costi per perfezionare ulteriormente i modelli, rendendo questi miglioramenti più sostenibili. C’è però un effetto collaterale da considerare: migliorare l’**efficienza** potrebbe incentivare ulteriori sforzi per aumentare la **precisione**, annullando parte dei vantaggi ottenuti in termini di risparmio energetico. Questo fenomeno, noto come “paradosso di **Jevons**“, suggerisce che l’efficienza di una risorsa può portare a un aumento complessivo del suo utilizzo. ### **L’impegno per raffreddare i data center** Il raffreddamento efficiente dei server è cruciale per garantire prestazioni ottimali e prolungare la vita utile dell’hardware nei data center, non ultimo ovviamente limitare il carico di consumo energetico per il raffreddamento. Negli ultimi anni, sono emerse diverse tecnologie innovative per migliorare l’efficienza del raffreddamento. **Raffreddamento a liquido** Il raffreddamento a liquido è una soluzione avanzata che utilizza fluidi per dissipare il calore generato dai componenti elettronici. Questo metodo è particolarmente efficace per gestire le crescenti densità di potenza nei data center. Esistono due principali categorie di raffreddamento a liquido per i server: – Raffreddamento diretto su chip (Direct-to-Chip Cooling): Questo approccio prevede l’uso di piastre fredde che assorbono il calore direttamente dai componenti più caldi, come CPU e GPU, attraverso un liquido refrigerante. Sebbene la maggior parte del calore venga rimossa in questo modo, è spesso necessario un raffreddamento ad aria supplementare per altri componenti. – Raffreddamento a immersione (Immersion Cooling): In questo metodo, l’hardware IT viene immerso completamente in un fluido dielettrico, come olio minerale o refrigerante sintetico, all’interno di un serbatoio sigillato. Il liquido assorbe il calore generato dai componenti, migliorando l’efficienza del raffreddamento e riducendo la necessità di sistemi di raffreddamento ad aria. **Raffreddamento a immersione in due fasi** Questo metodo utilizza fluidi dielettrici che bollono a basse temperature. Il calore generato dai componenti provoca l’ebollizione del liquido, e il vapore risultante viene condensato e riportato nel serbatoio. Questo ciclo consente un’efficiente rimozione del calore senza la necessità di pompe meccaniche. Questo metodo riduce quantitativamente il costo energetico. **Sensori e controllo intelligente** L’integrazione di sensori avanzati consente il monitoraggio in tempo reale delle temperature all’interno dei server. Questi dati possono essere utilizzati da sistemi di controllo intelligente per regolare dinamicamente le velocità delle ventole e i flussi di refrigerante, ottimizzando l’efficienza energetica e prevenendo surriscaldamenti. **Raffreddamento degli armadi server** L’implementazione di sistemi di raffreddamento specifici per gli armadi server, come scambiatori di calore posteriori o unità di raffreddamento integrate, consente una gestione termica più efficiente a livello di rack, riducendo la dipendenza dai sistemi di raffreddamento dell’intera sala. ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2024/12/shutterstock_2498478669-ai-2-1024x576.jpg)L’adozione di queste tecnologie innovative può migliorare significativamente l’efficienza energetica e le prestazioni dei data center, rispondendo alle crescenti esigenze di potenza di calcolo e sostenibilità ambientale. ### Come si può rendere più “verde” l’Intelligenza Artificiale Il settore dei data center è oggi responsabile di **circa l’1 %** delle emissioni globali legate all’energia. Sebbene il volume di dati continui a crescere rapidamente IDC prevede un raddoppio in **tre-quattro anni**, non più in due, queste infrastrutture richiedono ancora ingenti quantità di elettricità e acqua sia per alimentare i server sia per il raffreddamento. Nel 2022 i data center assorbivano **4,5 %** dell’elettricità danese; negli Stati Uniti la loro quota è salita al **4,4 %** nel 2023 e potrebbe raggiungere il 7-12 % entro la fine del decennio. Quasi tutti i modelli di IA generativa più noti sono generati da provider cloud “hyperscale” un’architettura informatica capace di scalare in modo efficiente e rapido per gestire carichi di lavoro e volumi di dati in costante crescita. Migliaia di server producono importanti emissioni di carbonio, in particolare, questi modelli vengono eseguiti su chip di unità di elaborazione grafica (GPU). Questi richiedono 10-15 volte l’energia di cui ha bisogno una CPU tradizionale perché una GPU utilizza più transistor nelle unità logiche aritmetiche. Attualmente, i tre principali provider cloud hyperscale sono Amazon AWS, Google Cloud e Microsoft Azure. Se cerchiamo di comprendere l’impatto ambientale di ChatGPT (ma vale anche per altre AI) attraverso la lente dell’impronta di carbonio, dovremmo prima comprendere il ciclo di vita dell’impronta di carbonio dei modelli di apprendimento automatico (ML). Questa è la chiave per iniziare a rendere l’IA generativa più ecologica attraverso un consumo energetico inferiore. **Cosa determina l’impronta di carbonio dei modelli di intelligenza artificiale generativa?** Non tutti i grandi modelli generativi sono uguali in termini di consumo energetico ed emissioni di carbonio. Quando si determina l’impronta di carbonio di un modello ML, ci sono tre valori distinti da considerare: - l’impronta di carbonio derivante dall’addestramento del modello - l’impronta di carbonio derivante dall’esecuzione dell’inferenza, ovvero deduzione o previsione dei risultati utilizzando nuovi dati di input, come una richiesta o istruzione data dall’utente al modello ML una volta che è stato distribuito - l’impronta di carbonio necessaria per produrre tutto l’hardware informatico necessario e le funzionalità del data center cloud. I modelli con più **parametri** (sono valori numerici interni ai modelli che vengono appresi durante la fase di **addestramento**. Questi valori determinano come il modello elabora gli **input** per generare gli **output** desiderati) e dati di **training** generalmente consumano più **energia** e generano più **carbonio**. **GPT-4**, il modello “genitore” di **ChatGPT**, è al vertice o quasi dei modelli generativi in ​​termini di dimensioni. Ha **175 miliardi** di **parametri** del modello ed è stato addestrato su oltre **500 miliardi** di parole di testo. Secondo un articolo di **ricerca**, la recente classe di modelli di **intelligenza artificiale generativa** richiede un aumento da dieci a cento volte della **potenza di calcolo** per addestrare i modelli rispetto alla generazione precedente, a seconda del modello coinvolto. Pertanto, la domanda complessiva **raddoppia** circa ogni sei mesi. I modelli di **addestramento** sono i componenti più **energivori** dell’**IA generativa**. I **ricercatori** hanno analizzato che addestrare un “singolo grande modello di apprendimento profondo del linguaggio” come **GPT-4** di **OpenAI** o **PaLM** di **Google** si stima utilizzi circa **300 tonnellate di CO2**. Per fare un confronto, una persona media è responsabile della creazione di circa **5 tonnellate di CO2** all’anno, sebbene il cittadino medio ne generi, a volte, molto di più. Altri **ricercatori** hanno calcolato che addestrare un modello di **IA generativa** di medie dimensioni utilizzando una tecnica chiamata “ricerca di **architettura neurale**” ha utilizzato elettricità e consumi energetici equivalenti a **626.000 tonnellate di emissioni di CO2**, ovvero le stesse emissioni di **CO2** prodotte dalla guida di cinque **auto** medie nel corso della loro vita. Addestrare un singolo modello **BERT** (un grande modello linguistico sviluppato da **Google**) da zero richiederebbe la stessa **energia** e impronta di **carbonio** di un volo commerciale **transatlantico**. L’**inferenza**, o l’utilizzo dei modelli per ottenere risposte alle richieste degli **utenti**, consuma meno **energia** ogni sessione, ma alla fine comporta molte più sessioni. A volte questi modelli vengono addestrati solo una volta, quindi distribuiti sul **cloud** e utilizzati da milioni di utenti per l’inferenza. In tal caso, anche l’implementazione di grandi modelli di **deep learning** sul **cloud** per scopi di **inferenza** consuma molta **energia**. Gli **analisti** segnalano che **NVIDIA** stima che l’**80-90%** del costo energetico delle **reti neurali** risieda nell’elaborazione in corso dell’**inferenza** dopo che un modello è stato addestrato. Oltre alla **formazione** iniziale e all’utilizzo inferenziale dell’**energia** da parte di grandi modelli **generativi**, gli utenti e i rivenditori di questi modelli stanno sempre più impiegando la **messa a punto fine** o la formazione basata su **prompt**. Quando combinata con il modello generativo originale addestrato su grandi volumi di **dati**, la **messa a punto fine** consente **prompt** e risposte che sono adattati al contenuto specifico di un’organizzazione. Alcune **ricerche** suggeriscono che la formazione di **messa a punto** consuma notevolmente meno **energia** e potenza di **calcolo** rispetto alla formazione iniziale. Tuttavia, se molte organizzazioni adottano approcci di **messa a punto** e lo fanno spesso, il consumo energetico complessivo potrebbe essere piuttosto elevato. Sebbene sia difficile calcolare il costo di produzione dei **computer** necessari per eseguire tutto questo software di **intelligenza artificiale**, è palese che sia molto alto e in continua crescita. Il consumo dei **chip GPU** e i **server** complessi e potenti utilizzati per eseguire i modelli di **intelligenza artificiale** hanno consumi molto più elevati di quelli finora utilizzati. ### Il futuro sostenibile dell’AI Considerato tutto ciò, c’è una strategia per rendere la modellazione, l’implementazione e l’utilizzo dell’IA più sostenibili dal punto di vista ambientale. Il suo obiettivo è sostituire gli approcci che consumano molta energia con sostituti più adatti e rispettosi dell’ambiente. È necessario un cambiamento sia da parte dei fornitori che degli utenti per rendere gli algoritmi di IA ecologici in modo che la loro utilità possa essere ampiamente implementata senza danneggiare il nostro ambiente. I modelli generativi in ​​particolare, dato il loro elevato consumo di energia, devono diventare più ecologici prima di diventare presenti in ogni applicazione od oggetto che usiamo. Esistono diversi modi in cui l’IA e l’IA generativa possono muoversi in questa direzione, li descriviamo di seguito. **Utilizzare modelli generativi di grandi dimensioni esistenti**. Esistono già molti fornitori di modelli di linguaggio e immagini di grandi dimensioni e ce ne saranno altri. Crearli e addestrarli richiede enormi quantità di energia. Non c’è bisogno che aziende diverse dai grandi fornitori o provider cloud generino i propri modelli di grandi dimensioni da zero. Hanno già accesso ai dati di addestramento necessari e a enormi volumi di capacità di elaborazione nel cloud, quindi non hanno bisogno di acquisirli. **Ottimizzare i modelli di formazione esistenti**. Se un’azienda desidera un modello generativo addestrato sui propri contenuti, non dovrebbe partire da zero per addestrare un modello, ma piuttosto perfezionare un modello esistente. L’ottimizzazione e la formazione rapida su specifici domini di contenuti consumano molta meno energia rispetto all’addestramento di nuovi grandi modelli da zero . Possono anche fornire più valore a molte aziende rispetto ai modelli addestrati in modo generico. Questo dovrebbe essere l’obiettivo principale per le aziende che desiderano adottare modelli generativi per i propri contenuti. **Utilizzare metodi computazionali a risparmio energetico**. Un altro approccio per ridurre il consumo energetico dell’IA generativa è quello di utilizzare approcci meno costosi dal punto di vista computazionale come TinyML per elaborare i dati. Il framework TinyML consente agli utenti di eseguire modelli ML su dispositivi edge piccoli e a bassa potenza come i microcontrollori con bassi requisiti di larghezza. Mentre le CPU generali consumano in media 70 watt di potenza e le GPU consumano 400 watt di potenza, un minuscolo microcontrollore consuma solo poche centinaia di microwatt, mille volte meno energia, per elaborare i dati localmente senza inviarli ai server di dati. ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2024/12/xABpx-2UnYnGZBHzOaqu9YG8lYp6w02z_iCJYRukkfA-2-1024x683.jpg)**Utilizzare un modello di grandi dimensioni solo quando offre un valore significativo**. È importante che gli analisti di dati e gli sviluppatori sappiano dove il modello fornisce valore. Se l’utilizzo di un sistema 3 volte più affamato di energia aumenta l’accuratezza di un modello solo dell’1-3%, allora non vale il consumo di energia extra. Più in generale, l’apprendimento automatico e l’intelligenza artificiale non sono sempre necessari per risolvere un problema. Gli sviluppatori devono prima fare ricerche e analisi di più soluzioni alternative e selezionare un approccio in base ai risultati. Il Montreal AI Ethics Institute, ad esempio, sta lavorando attivamente su questo problema. **Sii esigente quando utilizzi l’IA generativa**. Gli strumenti di apprendimento automatico e NLP, Natural Language Processing è un sistema computazionale progettato per elaborare, analizzare e comprendere il linguaggio naturale, cioè il modo in cui le persone parlano e scrivono, sono rivoluzionari per i problemi di salute e le previsioni mediche. Sono ottimi per prevedere pericoli naturali come tsunami, terremoti, ecc. Queste sono applicazioni utili, ma gli strumenti solo per generare post di blog o creare storie divertenti potrebbero non essere l’uso migliore per questi strumenti ad alta elaborazione. Potrebbero impoverire la salute della Terra più di quanto non aiutino le sue persone. Se un’azienda utilizza l’IA generativa per la creazione di contenuti, dovrebbe cercare di garantire che i modelli vengano utilizzati solo quando necessario o per ridurre altri costi di elaborazione, il che dovrebbe anche ridurre i budget di elaborazione complessivi. **Valuta le fonti energetiche del tuo provider cloud o data center**. L’intensità di carbonio dell’IA, e del software in generale, può essere ridotta al minimo distribuendo modelli in regioni in grado di utilizzare risorse energetiche ecocompatibili e rispettose dell’ambiente. Questa pratica ha mostrato una riduzione del 75% delle emissioni operative. Ad esempio, un modello addestrato e operativo negli Stati Uniti può utilizzare energia da combustibili fossili, ma lo stesso modello può essere eseguito in Québec, dove la fonte energetica primaria è l’idroelettrico. Google ha recentemente iniziato a costruire un data center di energia pulita da 735 milioni di dollari in Québec e prevede di passare all’energia carbon-free 24/7 entro il 2030. Offre anche una “Carbon Sense Suite” per aiutare le aziende a ridurre il consumo di energia nei loro carichi di lavoro cloud. Gli utenti dei provider cloud possono monitorare gli annunci delle aziende su quando e come hanno distribuito fonti energetiche carbon-neutral o zero-carbon. **Riutilizza modelli e risorse**. Proprio come altri materiali, la tecnologia può essere riutilizzata. I modelli open source possono essere utilizzati anziché addestrarne di nuovi. Il riciclaggio può ridurre l’impatto delle pratiche di intelligenza artificiale che producono carbonio. Le materie prime possono essere estratte per realizzare nuove generazioni di laptop, processori, dischi rigidi e molto altro ancora. **Includi l’attività di IA nel tuo monitoraggio del carbonio**. Le pratiche di monitoraggio del carbonio devono essere adottate da tutti i laboratori di ricerca, i fornitori di IA e le aziende che utilizzano l’IA per sapere qual è la loro impronta di carbonio. Devono anche pubblicizzare i numeri della loro impronta affinché i loro clienti possano prendere decisioni intelligenti sulle attività commerciali correlate all’IA. Il calcolo delle emissioni di gas serra dipende dai set di dati dei fornitori di dati e delle aziende di elaborazione come i laboratori di ricerca e i fornitori di servizi basati sull’IA come OpenAI. Dall’inizio delle idee all’infrastruttura che verrà utilizzata per ottenere risultati di ricerca, tutti devono seguire approcci di IA verdi. Sono disponibili diversi pacchetti e strumenti online come Code Carbon, Green algorithms e ML CO2 Impact, che possono essere inclusi nel tuo codice in fase di esecuzione per stimare le tue emissioni e dovremmo incoraggiare la comunità degli sviluppatori a considerare queste metriche delle prestazioni per stabilire parametri di riferimento e valutare i modelli ML. Naturalmente, ci sono molte considerazioni coinvolte nell’uso di modelli di IA generativa da parte di organizzazioni e individui: etiche, legali e persino filosofiche e psicologiche. Le preoccupazioni ecologiche, tuttavia, meritano di essere aggiunte al mix. Possiamo discutere le implicazioni future a lungo termine di queste tecnologie per l’umanità, ma tali considerazioni saranno irrilevanti se non abbiamo un pianeta abitabile su cui discuterne. ### **Non abbassare l’attenzione** Sebbene il futuro del consumo di **elettricità** correlato all’**intelligenza artificiale** rimanga difficile da prevedere, gli scenari discussi in questo **dossier** sottolineano l’importanza di moderare sia le aspettative eccessivamente **ottimistiche** che quelle eccessivamente **pessimistiche**. L’integrazione dell’**intelligenza artificiale** in applicazioni come **Google Search** può aumentare significativamente il consumo di **elettricità** di queste applicazioni. Tuttavia, è probabile che vari fattori di **risorse** frenino la crescita del consumo di **elettricità globale** correlato all’**intelligenza artificiale** nel breve termine. Allo stesso tempo, è troppo **ottimistico** aspettarsi che i miglioramenti nell’efficienza di **hardware** e **software** compensino completamente eventuali cambiamenti a lungo termine nel consumo di **elettricità** correlato all’**intelligenza artificiale**. Questi progressi possono innescare un **effetto di rimbalzo** per cui l’aumento dell’**efficienza** porta a una maggiore domanda di **intelligenza artificiale**, aumentando anziché ridurre l’uso totale delle **risorse**. L’entusiasmo per l’**IA** del **2022** e **2023** potrebbe essere parte di tale **effetto di rimbalzo**, mettendo la **supply chain** dei **server AI** sulla buona strada per fornire un contributo più significativo al consumo di **elettricità** dei **data center** nei prossimi anni. Inoltre, il miglioramento dell’**efficienza** potrebbe sbloccare un inventario significativo di **GPU** più vecchie e inutilizzate, come quelle precedentemente impiegate nel **mining** della criptovaluta **Ethereum**, da riutilizzare per l’**IA**. Pertanto, sarebbe consigliabile che gli **sviluppatori** non solo si concentrassero sull’**ottimizzazione** dell’**IA**, ma anche considerassero criticamente la reale necessità di utilizzare l’**IA** in primo luogo, poiché è improbabile che tutte le applicazioni traggano vantaggio dall’**IA** o che i vantaggi superino sempre i **costi**. Le informazioni sull’uso delle **risorse** per i casi in cui l’**IA** viene applicata sono limitate; quindi, gli **enti regolatori** potrebbero considerare l’introduzione di specifici requisiti di informativa **ambientale** per migliorare la **trasparenza** lungo la **supply chain** dell’**IA**, favorendo una migliore comprensione dei **costi ambientali** di questa tendenza **tecnologica** emergente. ##### Bibliografia 1. **“Fixing AI’s energy crisis” – Nature** 2. **“The Hidden Cost of AI Energy Consumption” – Knowledge at Wharton** 3. **“The future of AI and energy efficiency” – IBM** 4. **“AI and the Future of Energy” – McKinsey & Company** 5. **“AI’s Energy Consumption: Challenges and Solutions” – International Energy Agency (IEA)** **Categorie:** Dossier **Tag:** Ambiente & Sostenibilità, Scienza & Tecnologia --- ### [Ecocidio: il crimine contro la natura che l’Italia e l’Europa stanno trasformando in legge](https://eywadivulgazione.it/ecocidio-il-crimine-contro-la-natura-che-litalia-e-leuropa-stanno-trasformando-in-legge/) **Published:** Settembre 4, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Un sacco nero che vola dal finestrino, di notte, in una strada di campagna. Una telecamera lo cattura, e quella prova diventa la chiave per sequestrare un furgone, sospendere una patente, aprire un fascicolo. Non è più solo un gesto di inciviltà: in Italia, dall’8 agosto 2025, abbandonare rifiuti è entrato nella sfera dei reati che la legge tratta con la durezza di un crimine. Il decreto-legge 116, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, ha inasprito pene fino a sette anni quando si tratta di rifiuti pericolosi, e ha introdotto strumenti che parlano la lingua dell’antimafia: confische, videosorveglianza, interdittive per le aziende. È la fotografia di un cambio di passo: dal racconto del danno alla repressione della condotta. E l’Italia non è sola. In Europa, il vento soffia nella stessa direzione. La nuova Direttiva sui reati ambientali, in vigore dal maggio 2024, obbliga gli Stati a introdurre indagini con strumenti speciali, pene severe, protezioni per chi denuncia. Non pronuncia la parola “ecocidio”, ma riconosce fatti che di fatto lo incarnano: disastri ambientali così vasti da segnare territori e comunità per generazioni. Intanto, il Consiglio d’Europa ha adottato nel maggio 2025 una Convenzione penale sull’ambiente che cita esplicitamente l’ecocidio e descrive casi di distruzione “vasta, duratura e sostanziale” agli ecosistemi. È come se il cerchio si stesse chiudendo: dall’attivismo al diritto, dalla parola alla norma.## **Cosa significa davvero “ecocidio”** La definizione più usata è quella proposta nel 2021 dall’Independent Expert Panel convocato dalla Stop Ecocide Foundation: «atti illeciti o sconsiderati, commessi con la consapevolezza di una sostanziale probabilità di causare danni gravi e diffusi o di lunga durata all’ambiente». Era pensata per entrare nello Statuto di Roma della Corte penale internazionale come “quinto crimine” accanto a genocidio e crimini contro l’umanità. Non è ancora legge internazionale, ma è la bussola attorno a cui si orienta il dibattito globale.## **Da dove viene la parola** La parola “ecocidio” nasce negli anni Settanta. Arthur Galston, biologo americano, sconvolto dall’uso di erbicidi in Vietnam per sterminare intere foreste, denunciò pubblicamente quello che chiamò un attacco alla vita stessa degli ecosistemi. Decenni dopo, l’avvocata scozzese Polly Higgins la riportò al centro della scena, chiedendo a gran voce che fosse riconosciuta come crimine internazionale. Oggi quell’eco lontana si è incontrata con la fredda architettura delle leggi: l’onda emotiva di un grido trasformata in codici e articoli.## **L’Europa come laboratorio, l’Italia in scia** Immaginate un capannone isolato, camion che arrivano di notte, bidoni che spariscono nel buio. La Direttiva europea del 2024 dice che scene così non devono più essere indagini senza strumenti: prevede “special investigative tools”, simili a quelli usati contro il crimine organizzato. Vuol dire protezione per chi denuncia, scambio di dati tra Stati, investigatori che possono seguire le tracce dei rifiuti anche oltre confine. In Italia non partiamo da zero. Dal 2015 esistono gli “ecoreati” nel Codice penale: inquinamento ambientale, disastro ambientale, traffico e abbandono di materiale radioattivo. L’articolo 452-bis punisce l’inquinamento ambientale con carcere e multa. Ma il nuovo decreto-legge 116/2025 ha aggiunto tre ingredienti pesanti: pene più alte, sanzioni tangibili come sospensione della patente e confisca dei mezzi, e tecnologie che affiancano i sopralluoghi con videosorveglianza e dati satellitari. È il passaggio dalla foto del disastro al fermo-immagine della condotta. Non aspetti più che il fiume muoia: intervieni quando vedi il camion scaricare.## **Scene da romanzo civile** Non serve inventare nulla: basta aprire un fascicolo. Un sindaco che firma un’ordinanza dopo che le telecamere stradali hanno immortalato sacchi abbandonati. Una pattuglia che ferma un furgone e ritira la patente. Un pubblico ministero che chiede la confisca di un mezzo usato per lo sversamento. Un giudice che valuta se un’azienda deve essere sospesa dalle attività. Non è narrativa, ma la realtà della giustizia che comincia a chiamare crimine quello che fino a ieri era visto come degrado.## **L’ecocidio “in diritto”: a che punto siamo** A livello internazionale, ecocidio non è ancora un crimine riconosciuto dalla Corte penale internazionale. Ma i mattoni sono lì: la definizione proposta nel 2021, la Direttiva europea del 2024, la Convenzione del Consiglio d’Europa del 2025. In Italia ci sono già proposte di legge per inserire l’ecocidio nel nostro ordinamento, ispirate a quella definizione. Non sono ancora approvate, ma il dibattito è aperto e concreto.## **Una parola che ci riguarda da vicino** Ecocidio viene dal greco oikos, casa, e dal latino caedo, uccidere. Uccidere la casa. Non un “danno ambientale”, non uno “scempio” generico: la parola mette davanti agli occhi il legame diretto tra noi e l’ecosistema. Perché non parliamo di sfondo, ma di ciò che ci sostiene. Raccontarla oggi significa riconoscere che il diritto penale non è più solo pronto soccorso dopo la catastrofe, ma anche sirena di prevenzione, lampeggiante acceso dove serve. Significa riconoscere che ciascuno di noi può fare la sua parte: segnalando violazioni ai Comuni e alle ARPA, seguendo le procedure del Ministero dell’Ambiente per i danni ambientali veri e propri. È partecipazione civica, non burocrazia. È il nome con cui possiamo chiamare quello che vediamo quando un fiume viene avvelenato o una collina sventrata. E forse è anche la parola che aspettavamo per ricordarci che difendere la natura non è un gesto idealista: è difendere la nostra casa comune.## **📚 Per approfondire** - Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, Decreto-legge 8 agosto 2025, n. 116 – Disposizioni urgenti per il contrasto alle attività illecite in materia di rifiuti \[Norma che inasprisce le pene e introduce nuovi strumenti di indagine in Italia\] - Parlamento Europeo e Consiglio dell’Unione Europea, Direttiva (UE) 2024/… del 20 maggio 2024 sulla tutela penale dell’ambiente \[Direttiva che uniforma i reati ambientali a livello europeo\] - Consiglio d’Europa, Convenzione sulla protezione dell’ambiente attraverso il diritto penale, 14 maggio 2025 \[Trattato internazionale che richiama esplicitamente l’ecocidio\] - Stop Ecocide Foundation, Independent Expert Panel Report on the Legal Definition of Ecocide, giugno 2021 \[Documento che propone la definizione giuridica di ecocidio per la Corte penale internazionale\] **Categorie:** Attualità --- ### [Altrove i nidi sono un diritto, in Italia un lusso: il paradosso degli asili nido](https://eywadivulgazione.it/altrove-i-nidi-sono-un-diritto-in-italia-un-lusso-il-paradosso-degli-asili-nido/) **Published:** Agosto 28, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) # **1. Il paradosso italiano** In Italia amiamo le culle vuote. Non tanto i bambini che potrebbero starci dentro, ma proprio il fatto che siano vuote: ci commuoviamo davanti ai grafici sulla denatalità, ci stracciamo le vesti quando l’ISTAT ci ricorda che siamo un Paese che si estingue, e poi torniamo placidi alla nostra quotidiana indifferenza. Un paradosso che avrebbe fatto sorridere Pirandello, se non fosse che qui non c’è niente da ridere. Perché mentre i governi si alternano a suon di “bonus bebè”, “bonus latte” e altre mance creative, la realtà è che mettere al mondo un figlio in Italia equivale a un salto nel vuoto senza rete. E la prima rete che manca, letteralmente, è proprio quella degli asili nido. La copertura dei nidi pubblici è ferma sotto il 30%. Significa che meno di una famiglia su tre riesce ad avere accesso a un posto, sempre che non si perda nel labirinto di liste d’attesa che ricordano più la prenotazione di un volo spaziale che un diritto di base. Nel frattempo, le rette viaggiano tra i 400 e i 700 euro al mese: praticamente come un secondo mutuo, solo che invece della casa ti danno quattro ore al giorno di assistenza per tuo figlio, otto quando il nido è più organizzato. E poi c’è il paradosso supremo: la scuola materna, dai 3 ai 6 anni, è gratuita per tutti. Ma se tuo figlio ha due anni e mezzo: ti arrangi. Tradotto in burocratese: “Aspetta che cresca e poi ne riparliamo”. Come se la cura di un bimbo piccolo fosse un capriccio, non un bisogno fondamentale. E allora la domanda sorge spontanea: **altrove gli asili nido sono un diritto, perché qui no?**# **2. La mappa dei modelli vincenti** Se in Italia il nido è un miraggio, basta spostare lo sguardo di qualche centinaio di chilometri per scoprire che altrove è la normalità. Non stiamo parlando di utopie nordiche irraggiungibili, ma di Paesi vicini, con economie molto simili alla nostra, che hanno fatto scelte politiche precise. Cominciamo dal Portogallo. Dal 2024, il governo ha introdotto il programma **“Creche Feliz”**: nidi gratuiti per tutti i bambini da 0 a 3 anni. Punto. Senza bonus da rincorrere, senza bandi da compilare, senza acrobazie contabili. Una decisione netta, che ha trasformato il nido in un diritto universale. A Berlino la parola “Kita” è diventata sinonimo di libertà per le famiglie. I servizi 0–6 anni sono gratuiti da anni, sostenuti dal Land come investimento collettivo. Il risultato? Mamme e papà possono davvero conciliare lavoro e figli, senza dover scegliere chi dei due deve “sacrificarsi”. E poi c’è Malta, che non sarà certo un gigante economico, ma ha capito una cosa semplice: se vuoi che i genitori lavorino, devi dargli un posto gratuito dove lasciare i figli. Lì i nidi sono gratis per tutte le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano. Risultato: occupazione femminile cresciuta, rinunce drasticamente calate. Il Lussemburgo, che di soldi ne ha, ma non per questo li spreca, ha scelto un modello misto: **20 ore settimanali gratuite per tutti**, più sussidi generosi per il resto. Un sistema flessibile che alleggerisce i costi senza creare famiglie di serie A e di serie B. E i famosi Paesi nordici? Norvegia e Svezia hanno messo nero su bianco il principio che dovrebbe essere ovvio ovunque: il bambino ha diritto a un posto, e lo Stato garantisce una retta simbolica. Non bonus, non liste d’attesa infinite: un diritto di legge. Attraversiamo l’Atlantico e atterriamo in Québec, Canada francofono. Qui vige un modello che è diventato leggenda: la **tariffa fissa calmierata**, ridicola rispetto ai costi reali. Il resto lo mette lo Stato, considerandolo un investimento a lungo termine. Anche il Regno Unito, che su welfare non brilla di certo, si è mosso: dal 2025 le famiglie lavoratrici avranno **30 ore gratuite di nido a settimana fin dai 9 mesi**. Una misura che non cancella tutte le disuguaglianze, ma rappresenta comunque un salto avanti rispetto all’immobilismo italiano. E guardando all’Asia, anche paesi ipercompetitivi come Giappone e Corea hanno deciso di finanziare la gratuità parziale dei nidi, legandola addirittura a una quota dell’IVA: i cittadini pagano una tassa, e sanno che quella tassa serve anche a garantire i servizi per i loro figli. Trasparenza, investimento, fiducia. La mappa, insomma, è chiara: in tanti posti del mondo il nido è un servizio pubblico, non una roulette burocratica. Qui da noi resta un lusso.# **4. L’Italia al contrario** Benvenuti nel Paese dove il nido non è un diritto, ma una caccia al tesoro. Una caccia in cui le mappe cambiano ogni anno e i premi sono pochi, costosissimi e distribuiti a casaccio. Partiamo dai numeri: la copertura media è inchiodata intorno al **28–29%**. Significa che più di due famiglie su tre restano fuori. E non parliamo di un problema nazionale uniforme: al Nord la percentuale è un po’ più alta, al Sud praticamente inesistente. Se nasci a Trento hai qualche speranza, se nasci in Calabria è come vincere al Superenalotto. Poi c’è il tema dei costi. La retta di un nido pubblico oscilla in media tra i **350 e i 700 euro al mese**. In pratica, mantenere tuo figlio al nido costa quanto mantenere una macchina di media cilindrata, o come pagare un affitto bis. Non stupisce che molte famiglie facciano due conti e concludano che conviene mollare il lavoro: paradosso perfetto, il sistema che ti spinge fuori dal mercato del lavoro proprio quando hai più bisogno di reddito. E se anche un posto lo trovi? Ecco il capolavoro burocratico: le **graduatorie**. Sulla carta dovrebbero premiare chi ha più bisogno, nella realtà spesso funzionano al contrario. In molti Comuni il punteggio più alto va a chi ha entrambi i genitori occupati, e in molti comuni senza guardare all’ISEE. Così famiglie più fragili restano fuori dalla graduatoria rispetto a famiglie più solide… Molti Comuni attribuiscono più punti alle famiglie con entrambi i genitori occupati, dando per scontato che abbiano meno tempo a disposizione. Ma così facendo, quelli con un genitore disoccupato sono automaticamente penalizzati, nonostante siano spesso i più fragili economicamente e con meno reti di supporto. Poi, in certi comuni l’ISEE viene preso in considerazione come parametro per la graduatoria, in altri no. Così accade che la logica si rovesci: più sei in difficoltà, meno vieni premiato. E mentre altrove si parla di diritti universali, qui ci aggrappiamo al solito cerotto: il **“bonus nido”**. Una misura utile, certo, ma parziale: funziona solo se trovi già un posto e hai i soldi per anticipare le rette. Se resti fuori, resta fuori anche il bonus. Il grande piano del PNRR? In teoria dovrebbe creare decine di migliaia di nuovi posti. In pratica, i progetti sono a macchia di leopardo, con comuni che si barcamenano tra bandi complicati e ritardi cronici. Intanto le famiglie aspettano, e ogni anno migliaia di bambini restano a casa. La summa del paradosso arriva con i **congedi parentali**: brevi, malpagati e poco compatibili con i tempi reali della crescita di un bambino. Così accade che i mesi più delicati diventino un buco nero: niente congedo, niente nido, niente rete. Ma la cara vecchia Italia che ti dice: arrangiati.# **5. Perché “qui no”? Gli alibi smontati** Quando si parla di asili nido in Italia, gli alibi spuntano come funghi. Ogni ministro, ogni sindaco, ogni amministratore ha la sua giustificazione pronta. Peccato che, uno a uno, questi alibi crollino non appena si confrontano con la realtà. Il più gettonato è: **“Manca il denaro”**. Ma è falso. Il Portogallo, che ha un PIL pro capite più basso del nostro, ha reso i nidi gratuiti per tutti dal 2024. Berlino li offre da anni. Malta, che non ha certo le risorse di Roma, li garantisce gratis ai genitori lavoratori. Non è questione di soldi: è questione di priorità politiche. Secondo alibi: **“È logisticamente impossibile”**. Anche questo è falso. In Svezia e Danimarca i Comuni hanno l’obbligo per legge di garantire un posto entro pochi mesi dalla domanda. Se non lo fanno, sono inadempienti. Qui da noi, invece, è normale che un Comune ti dica “non ci sono posti” e nessuno paga le conseguenze. Non è impossibile, allora: semplicemente non è previsto da amministratori pubblici inadeguati. Terzo alibi: **“Gli italiani hanno sempre fatto da sé, con i nonni”**. E qui scatta la risata amara. Perché i nonni di oggi non sono i cinquantenni in pensione degli anni ’80, ma settantenni che spesso lavorano ancora o che, giustamente, hanno una vita propria. Pensare che debbano sostituire un sistema educativo è una fantasia perversa e nostalgica. E poi c’è il capitolo PNRR, il grande piano di rinascita. Sulla carta ci sono i fondi, ma la mentalità resta vecchia: si pensa che la soluzione sia **nuovo mattone**, nuove costruzioni, nuovi appalti. Come se l’unico modo di aprire un nido fosse tirare su l’ennesimo edificio. Nessuno parla seriamente di **riuso intelligente**: ristrutturare sedi abbandonate, riconvertire ville comunali con giardino, riqualificare spazi pubblici già esistenti. Sarebbe più rapido, più sostenibile, più economico. Ma il “costruire sul costruito” non fa gola: non ingrassa i palazzinari, non porta inaugurazioni con nastri da tagliare. E così i soldi restano bloccati, i cantieri eterni e le famiglie sempre al palo. La verità è che **altrove si è scelto**, qui da noi no. Non ci manca il denaro, non ci manca lo spazio, non ci mancano nemmeno gli esempi da seguire. Manca solo la volontà politica di considerare i bambini una priorità nazionale, e non un dettaglio da relegare a bonus estemporanei.# **6. Cosa significherebbe per l’Italia** Immaginiamo per un attimo che in Italia i nidi fossero garantiti a tutti. Non come privilegio o premio a chi vince la lotteria della graduatoria, ma come diritto reale. Come cambierebbe il Paese? Primo effetto: l’**occupazione femminile**. I dati parlano chiaro: dove i nidi sono accessibili, il lavoro delle donne cresce di dieci, anche quindici punti percentuali. Non serve un trattato di economia per capirlo: se una madre non è costretta a scegliere tra lavoro e figli, continuerà a lavorare. E quando lavora, guadagna, paga contributi, sostiene il welfare. È un circolo virtuoso che altrove è già realtà. Secondo effetto: la **natalità**. Oggi il calcolo è brutale: nella mente dei giovani italiani un figlio significa un salasso da centinaia di euro al mese. Molte coppie rinunciano in partenza, altre si fermano a uno. Ma se il costo della cura diventasse sostenibile o nullo, il peso economico si alleggerirebbe e il desiderio di avere figli non sarebbe più un lusso per pochi. Questo non risolverebbe la crisi demografica, d’accordo, ma sarebbe un passo decisivo. Terzo effetto: l’**equità territoriale**. Con una legge nazionale, la tua sorte non dipenderebbe più dal CAP di residenza. Oggi vivere a Milano o a Palermo significa avere chance completamente diverse di accedere a un nido. Garantire il servizio ovunque significherebbe ridurre il divario Nord-Sud, dare le stesse possibilità a ogni bambino, indipendentemente da dove nasce. E non dimentichiamo che questo sarebbe un **investimento che si ripaga da solo**. Più donne al lavoro significa più entrate fiscali. Più figli significa più futuri contribuenti. Meno famiglie costrette a rinunce significa più consumi e più stabilità sociale. È il contrario di una spesa a perdere: è una semina a lungo termine. Quindi garantire i nidi significherebbe trasformare l’Italia da Paese che punisce chi mette al mondo figli a Paese che li considera una risorsa per il futuro di tutti.# **7. Una scelta di civiltà** Alla fine, tutto si riduce a questo: **altrove si può, perché qui no? Non stiamo parlando di miracoli scandinavi o di economie fantascientifiche. Stiamo parlando di scelte. Paesi con meno risorse delle nostre hanno deciso che i bambini sono una priorità nazionale, e da lì hanno costruito un sistema solido, accessibile, universale. In Italia, invece, continuiamo a trasformare la maternità in un atto eroico, la paternità in un equilibrismo da funamboli e l’infanzia in un problema da scaricare su nonni stanchi o babysitter precarie. E intanto ci chiediamo, con aria scandalizzata, perché le nascite crollano. La verità è semplice: non basta l’appello al “coraggio individuale” delle famiglie. Non servono slogan, bonus una tantum o campagne ministeriali patinate. Serve una scelta collettiva: riconoscere che i figli non sono un lusso, ma il futuro di tutti noi. Garantire un nido a ogni bambino non è beneficenza, è civiltà. È mettere nero su bianco che crescere un figlio non deve significare impoverirsi, rinunciare al lavoro o vivere in apnea tra graduatorie e rette insostenibili. È costruire un Paese che non punisce chi decide di procreare, ma che lo sostiene come risorsa comune. Altrove è già realtà. Qui, per ora, restiamo prigionieri dei nostri alibi. Ma la domanda resta sul tavolo, incandescente, e prima o poi dovremo rispondere: **che Italia vogliamo essere? Quella delle culle vuote e dei bonus-cerotto, o quella che considera i bambini una ricchezza collettiva?**### **📚 Bibliografia** - **ISTAT** (2023), *Offerta di servizi educativi per la prima infanzia, anno scolastico 2021/2022*. Roma: Istat. \[Dati su copertura nazionale 28,6% e divari territoriali Nord/Sud\]. - **Corte dei Conti** (2024), *Relazione sullo stato di attuazione del PNRR – Missione 4 Istruzione e Ricerca*. Roma. \[Criticità e ritardi nell’attuazione dei fondi per i nuovi posti nido\]. - **Osservatorio Nazionale Prezzi e Tariffe – Cittadinanzattiva** (2022), *Indagine nazionale su tariffe nidi d’infanzia*. Roma. \[Rette medie 303 euro, con punte fino a 600–700 euro al Nord\]. - **Ministero dell’Istruzione e del Merito** (2022), *Servizi educativi 0–3 anni: monitoraggio 2020/21*. Roma. \[Copertura comunale e criteri di accesso differenziati\]. - **European Commission / Eurydice** (2023), *Key Data on Early Childhood Education and Care in Europe*. Bruxelles. \[Panoramica comparativa sui modelli europei: Portogallo, Germania/Berlino, Lussemburgo, Malta, Nordici\]. - **Governo del Portogallo** (2022), *Programa Creche Feliz*. Lisboa: Ministério do Trabalho, Solidariedade e Segurança Social. \[Gratuità universale nidi dal 2024\]. - **Senatsverwaltung für Bildung, Jugend und Familie Berlin** (2018), *Kitagutschein und Kostenfreiheit*. Berlin. \[Gratuità Kita nel Land Berlino\]. - **Government of Malta** (2014), *Free Childcare Scheme*. Valletta. \[Nidi gratuiti per famiglie con entrambi i genitori lavoratori\]. - **Service National de la Jeunesse Luxembourg** (2021), *Chèque-Service Accueil*. Luxembourg. \[20 ore settimanali gratuite + sussidi\]. - **Skolverket – Swedish National Agency for Education** (2022), *Preschool in Sweden*. Stockholm. \[Diritto legale al posto e tetto massimo rette\]. - **Norwegian Directorate for Education and Training** (2022), *Barnehage – Kindergarten*. Oslo. \[Tariffa massima nazionale ~250 € mensili\]. - **Gouvernement du Québec** (2021), *Services de garde éducatifs à contribution réduite*. Québec. \[Tariffa calmierata 8,50 $CAD al giorno\]. - **UK Government** (2023), *Early Years Expansion – Free Childcare from 9 months*. London: Department for Education. \[30 ore gratuite a settimana dal 2025\]. - **Government of Japan** (2019), *Free Early Childhood Education and Care*. Tokyo: MEXT. \[Gratuità parziale dei nidi finanziata con IVA\]. - **OECD** (2022), *Starting Strong VI: Supporting Meaningful Interactions in Early Childhood Education and Care*. Paris: OECD Publishing. \[Conferma degli effetti positivi su occupazione femminile e natalità\]. **Categorie:** Attualità --- ### [Temu: come nascono i prezzi impossibili](https://eywadivulgazione.it/temu-come-nascono-i-prezzi-impossibili-c2m-spedizioni-de-minimis/) **Published:** Agosto 25, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **Non bastano i salari bassi, c’è un ingranaggio nascosto** Temu lo dice chiaramente nel suo slogan ufficiale: “Buy like a millionaire”, compra come un miliardario. “**Prezzi impossibili**? uguale: lavoro pagato niente.” È la frase che apre tutti i dibattiti. E una parte è vera: nelle filiere globali lo sfruttamento esiste eccome, ed è giusto che l’Europa lo metta sotto i riflettori. Ma la matematica non torna se ci fermiamo lì. Anche spremendo i salari fino all’assurdo, non arrivi a spedire dall’altra parte del pianeta un completo da jogging a sette euro, o un set di pennelli a tre. Il cuore del differenziale sta altrove: in una filiera tagliata come una lama, le spedizioni vengono vendute in perdita, perché per l’azienda valgono più come pubblicità che come costo, e in regole doganali scritte quando l’e-commerce ancora non esisteva, sfruttate con chirurgica spregiudicatezza. La **disintermediazione** è il primo pezzo del puzzle: produttore-consumatore quasi senza passaggi nel mezzo. Niente agenti commerciali, niente show-room, niente rete retail, quasi niente scorte. Poi c’è la logistica resa artificialmente “leggera”: per anni, miliardi di pacchi di piccolo valore hanno superato i confini senza pagare dazi grazie alle soglie di esenzione. Infine, le consegne. Quando diciamo “spedizioni sotto-costo” intendiamo proprio questo: una parte del costo la copre l’azienda, perché conviene considerarla pubblicità. Questo non assolve nessuno sulle condizioni di lavoro. Anzi, ci obbliga a tenere due pensieri in testa insieme. Da un lato, servono norme e verifiche serie sulle filiere; dall’altro, se vogliamo capire perché i prezzi crollano così in basso, dobbiamo guardare alle leve sistemiche che amplificano ogni centesimo risparmiato. E ora che Stati Uniti ed Europa stanno chiudendo quelle scappatoie, l’equazione comincia a cambiare: i prezzi iniziano già a risalire, e la festa rischia di finire.## **C2M: la filiera ridotta all’osso** Per capire perché questa macchina gira, serve una parola chiave: **C2M, Consumer-to-Manufacturer**. Tradotto: il consumatore “dialoga” direttamente con la fabbrica, e la piattaforma fa da interprete onnisciente. Ogni clic, ogni ricerca, ogni recensione è un frammento di domanda che l’algoritmo ricompone in istruzioni di produzione: colore preciso della cover, variante della giacca, piccola funzione del gadget. Ma il dietro le quinte è tutt’altro che romantico: una macchina di efficienza. Migliaia di fornitori cinesi si sfidano in aste al ribasso, limando i prezzi di centesimo in centesimo. L’ordine non pesa quasi mai sui magazzini della piattaforma: le fabbriche spediscono a hub di raccolta, da lì i lotti sono incastrati al millimetro per il trasporto intercontinentale, e alla fine il pacco arriva a casa tua con una precisione che, vista dall’esterno, sembra quasi magia. Non significa prodotti migliori; significa prodotti più vicini a quello che in quel momento il mercato clicca. È una fabbrica che si muove al ritmo del feed. E quando la domanda impazza, il sistema accelera; quando cala, rallenta, senza rimanere impigliato in magazzini pieni di invenduto. Il risultato è un prezzo che sembra miracoloso perché non porta sulle spalle i costi della distribuzione tradizionale.## **Comprare utenti col sangue degli investitori: la magia dei prezzi scritta nei bilanci in rosso** C’è un dettaglio che raramente finisce nei titoli ma che racconta meglio di mille slogan cos’è Temu: ogni volta che clicchi “compra”, la piattaforma perde soldi. Fino a 30 dollari per ordine, secondo le stime degli analisti. Un modello che definire “a debito” è quasi riduttivo: più che vendere prodotti, Temu sta comprando clienti. Il trucco è semplice e spietato: invece di puntare a margini subito, si bruciano miliardi in perdite operative per conquistare velocemente quote di mercato. I numeri di **PDD Holdings** raccontano bene la scommessa: nell’ultimo anno i ricavi sono saliti del 10%, ma nello stesso tempo gli utili operativi sono precipitati di quasi il 40%. In altre parole, l’azienda incassa di più ma guadagna molto meno: la corsa a conquistare il mercato sta costando carissimo. È il prezzo della strategia: aprire il rubinetto del marketing, regalare spedizioni andando in perdita, inondare i social di coupon e link premio. Immagina un bar che ti regala il cocktail e ti paga pure il taxi per venirlo a bere. Non è business, è colonizzazione del mercato. Funziona finché hai soldi da bruciare e investitori convinti che, prima o poi, arriverà il raccolto. Ma ogni trimestre di bilanci in rosso rende più urgente la domanda: quanto può durare un fuoco che si alimenta solo di benzina finanziaria?## **Pubblicità lo-fi che funziona: perché il brutto vince** Chi ha visto uno spot di Temu sa di cosa parlo: video sgranati, voci robotiche, slogan urlati con la grazia di un volantino anni Novanta. Sembrano fatti con PowerPoint, e in un certo senso lo sono. Temu non punta a spot premium, ma a volume puro: nel 2023 ha speso circa 2 miliardi di dollari solo su Meta, per centinaia di migliaia di micro-video cheap, diventando uno dei maggiori inserzionisti al mondo. La logica è brutale e geniale insieme: non conta la qualità dello spot, conta il **CPA (costo per acquisizione)**. Se fai mille versioni di un video e lasci all’algoritmo il compito di capire quale porta più clic, l’algoritmo troverà sempre la variante giusta. Che sia un jingle ridicolo o una voce sintetica generata dall’intelligenza artificiale, non importa: se converte, vince. Ed è qui che il “brutto” diventa strategia. Nei feed di TikTok o Instagram, un video un po’ grezzo, che sembra girato da un utente qualsiasi, passa per “contenuto nativo”. Non sembra pubblicità, sembra la storia di un amico. E i social questo lo premiano: un contenuto lo-fi ha più chance di catturare l’attenzione che uno spot troppo patinato.## **Shopping o sala slot? La dipendenza secondo Temu** Entrare sull’app non è come aprire un negozio online. È più simile a infilarsi in una sala giochi digitale. Prima ancora di cercare quello che ti serve, vieni accolto da ruote della fortuna, check-in giornalieri, progress bar colorate. Non stai comprando: stai giocando. E intanto, senza accorgertene, stai spendendo. Questo meccanismo si chiama **gamification**, ed è l’arte di prendere logiche da videogame e piazzarle in contesti che non hanno nulla di ludico. Funziona come una serie di piccole scariche di dopamina: ogni piccolo premio ti dà la gratificazione di aver “vinto qualcosa”, spingendoti a tornare e a comprare anche ciò che non avevi pianificato. L’Unione Europea non ride: nel 2025 ha accusato Temu di design che crea dipendenza, cioè pensato per stimolare comportamenti compulsivi. Il confine è sottile: da una parte la creatività del marketing, dall’altra la manipolazione dei comportamenti. Ed è qui che Temu rischia più grosso: perché finché parliamo di sconti, il pubblico applaude. Ma quando lo shopping diventa slot machine, l’effetto-wow inizia a sembrare inquietante.## **Prodotti non sicuri e dati in svendita** Nel luglio 2025 la Commissione Europea ha messo nero su bianco: su Temu esiste “un’alta probabilità di trovare **prodotti illegali o pericolosi**”. Non un sospetto: un verdetto. Giocattoli non conformi, piccoli dispositivi elettronici fuori norma, standard di sicurezza aggirati sistematicamente. La multa potenziale fa tremare i conti: fino al 6% del fatturato globale, in base al **Digital Services Act**. E mentre Temu promette controlli più serrati e partnership con enti di certificazione, resta un interrogativo: può un’azienda che basa la sua crescita su acquisti compulsivi e vive di margini inesistenti permettersi il lusso della sicurezza e della privacy? Perché anche qui i nodi non mancano: accesso a fotocamera, contatti, geolocalizzazione. Negli USA sono partite cause collettive, in Europa le autorità di controllo parlano di raccolta “invasiva”. Temu smette di essere una favola di sconti, perché non è più solo shopping online: è un banco di prova per i diritti dei consumatori e per la capacità dei governi di regolare i giganti digitali.## **Amazon risponde: quando anche Bezos scende nell’arena** Per anni Amazon è stato il colosso intoccabile. Poi è arrivata Temu, e improvvisamente il gigante ha dovuto cambiare pelle. Nel 2025 ha lanciato **Amazon Haul**, una sezione interamente dedicata al low cost: prodotti no-brand, spediti direttamente dalla Cina, prezzi massimi di 20 dollari, consegne più lente ma con la garanzia del servizio clienti e dei resi sicuri. È il segnale che Temu non è solo un concorrente, ma una minaccia esistenziale. Se convince milioni di utenti che il “buono abbastanza” a basso prezzo basta, Amazon rischia di perdere la sua aura premium, di negozio affidabile e di qualità. E allora eccola lì, pronta a copiare la formula. Non capita spesso che un gigante da mille miliardi di dollari scenda al livello del discount digitale. Ma stavolta Amazon non poteva ignorare la sfida. **I rischi futuri e la sostenibilità del modello** Il 29 agosto 2025 segna uno spartiacque: con la **fine della regola de minimis** negli Stati Uniti, anche i pacchi sotto gli 800 dollari dovranno pagare tasse e dazi. È come togliere a Temu la corsia preferenziale che le permetteva di correre a velocità doppia rispetto ai concorrenti. Se anche l’Europa seguirà, il miracolo dei prezzi shock rischia di dissolversi. Poi ci sono le multe potenziali dell’UE, le pressioni sulla trasparenza dei dati, i dubbi sulla qualità. Ogni fattore può minare la fiducia degli utenti. Ma il vero tallone d’Achille è la finanza: Temu cresce a debito, bruciando miliardi in marketing e spedizioni sotto-costo. Finché gli investitori credono, la giostra gira. Ma basta un rallentamento per trasformare il fenomeno in un castello di carte. Gli analisti prevedono il primo vero utile solo nel 2026, stimato in 775 milioni: una cifra che sembra enorme, ma che impallidisce davanti ai miliardi già bruciati. Oggi però Temu resta un’azienda che compra tempo a suon di perdite. E quando il tempo finisce, anche i miracoli commerciali si sgonfiano.## **Cosa ci insegna Temu** Temu ha dimostrato che si può conquistare il mondo anche senza guadagnarci un centesimo, basta bruciare miliardi e spacciarlo per “shopping a prezzi da sogno”. Ha mostrato che pubblicità grezze possono battere gli spot patinati, e che i nostri clic valgono più dei prodotti che compriamo. Ma ora il gioco cambia: senza dogane facili, senza spedizioni a margine negativo e con i regolatori europei che bussano alla porta, il modello traballa. Temu continuerà a crescere? Probabile. Diventerà profittevole? Questa è tutta un’altra storia. La vera domanda è un’altra: vogliamo davvero che il futuro dell’e-commerce sia un casinò digitale dove il premio è un set di pennelli da trucco a tre euro? O preferiamo rimettere al centro la qualità, la sicurezza, la trasparenza? Temu non è solo un fenomeno commerciale: è un test di resistenza per consumatori e regolatori. E ci riguarda tutti, perché ci mostra quanto siamo disposti a scambiare la nostra attenzione, i nostri dati e perfino le nostre scelte per l’illusione di “comprare come miliardari”. P.S. Nelle **guerre tra giganti** a rimetterci rischiano i piccoli. La corsa a regolamentare l’e-commerce sta portando alla rimozione della **de minimis**: una misura pensata per agevolare i flussi minimi che, se eliminata senza correttivi, finisce per colpire artigiani, micro-importatori e consumatori con ordini più piccoli. Ne parleremo nel prossimo articolo: chi paga davvero il conto quando i colossi si scontrano? **Categorie:** Attualità --- ### [Spiagge plastic free: l’eco-design che cambia il turismo balneare](https://eywadivulgazione.it/spiagge-plastic-free-leco-design-che-cambia-il-turismo-balneare/) **Published:** Agosto 25, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Immaginate una scena da film di fantascienza: una spiaggia italiana invasa non da alieni, ma da cannucce, bicchieri, mozziconi e gonfiabili sgonfi. Ogni estate sui nostri litorali si contano centinaia di rifiuti ogni 100 metri, la stragrande maggioranza in plastica. I mozziconi di sigaretta sono tra i più diffusi. Ogni anno, nel mondo, circa **19-23 milioni di tonnellate di plastica** entrano negli ecosistemi acquatici. Solo negli oceani si stima che finiscano 8-11 milioni di tonnellate l’anno: l’equivalente di **un camion al minuto**. Non c’è nulla di “usa e getta”: una busta di plastica può resistere 10-20 anni, un bicchiere di polistirene una cinquantina d’anni, e le reti o lenze da pesca fino a 600 anni. Sulle spiagge italiane lo vediamo bene: ombrelloni “tropical” con frange di plastica che si sbriciolano al vento, gonfiabili a forma di unicorno che diventano relitti in sabbia, giocattoli dimenticati e destinati a trasformarsi in microplastiche. Benvenuti nello spettacolo dell’estate all’italiana, dove il relax convive con i rifiuti immortali. ## Eco-design: progettare senza errori Il design tradizionale crea oggetti che si rompono e finiscono in discarica. L’eco-design parte da un’altra idea: **il rifiuto è un errore di progettazione**. Significa immaginare ogni prodotto lungo tutto il suo ciclo di vita: materiali sicuri, durevoli, modulari, facili da riparare e, a fine corsa, riciclabili o biodegradabili. Non più “usa e getta”, ma “usa e riusa”, “usa e ripara”, “usa e rigenera”. Pensate a un lettino da mare con la tela sostituibile, a un ombrellone in bamboo con teli di lino e canapa, a un secchiello biodegradabile che non diventa rifiuto tossico se perso nella sabbia. È design con il cervello e col cuore, pronto a lasciare sulla spiaggia solo impronte leggere. ## Gli oggetti del futuro (già presenti) I laboratori di ricerca stanno sfornando bioplastiche fatte di scarti vegetali che possono diventare posate compostabili, imballaggi o giochi da spiaggia. **Startup come Bureo** trasformano le reti da pesca dismesse in nylon di qualità per skateboard, occhiali e perfino i cappellini Patagonia. Parley for the Oceans, insieme ad Adidas, produce scarpe con la plastica raccolta sulle spiagge. Non è fantascienza: la vostra prossima sneaker potrebbe essere stata una bottiglia nell’oceano. Nel Mediterraneo, artigiani reinventano sdraio con legno recuperato, ombrelloni intrecciati con foglie di palma e costumi in tessuto Econyl, ricavato da reti da pesca e scarti industriali. Anche l’ombrellone solare per ricaricare il cellulare sotto la tenda fotovoltaica è già realtà. Il messaggio è chiaro: bello, funzionale e sostenibile possono andare a braccetto. ## Stabilimenti circolari Immaginate uno stabilimento balneare senza plastica monouso, dove il cocktail arriva in bicchieri compostabili o riutilizzabili, le docce sono a basso consumo e le cabine sono fatte di legno certificato smontabile. Non è utopia: in diverse località italiane sono in vigore **ordinanze plastic-free** – da Capri a Livorno – e progetti europei stanno sperimentando lidi interamente circolari. Legambiente premia ogni anno le località più virtuose con le sue 5 Vele: strutture che scelgono energia solare, riciclo dei materiali e arredi modulari al posto dei classici “kit da buttare”. Il futuro del turismo balneare sarà scritto così: pulito, circolare e competitivo anche sul piano economico. ## La cultura del riuso La vera rivoluzione non è comprare “verde”, ma comprare meno e far durare di più. Un materassino economico che si buca dopo due giorni è meno sostenibile di uno robusto che resiste anni. Alcuni stabilimenti mettono a disposizione giochi riciclati per i bambini, mercatini locali scambiano ombrelloni e sdraio di seconda mano. Persino Ikea ha compreso il valore del riuso, offrendo gratuitamente molti pezzi di ricambio: oltre 4.000 componenti di montaggio sono disponibili senza costi per prolungare la vita dei prodotti. È tempo che anche i produttori di attrezzature balneari offrano tele di ricambio e giunture sostitutive: meno rifiuti, più durata, più valore. ## Eco è il nuovo cool Se prima chi portava la borraccia in spiaggia veniva guardato con sospetto, oggi è un trend. Vogue dedica servizi al beachwear sostenibile, da costumi riciclati a borse fatte con filati di recupero. Patagonia e Veja hanno costruito interi brand sulla trasparenza e sulla circolarità. Per la Gen Z, la sostenibilità non è un optional: **più del 60% preferisce marchi etici** e molti sono disposti a pagare di più pur di esserlo. E quando la moda incontra l’ecologia, il risultato è un’estetica nuova: borracce in acciaio sfoggiate come accessorio, teli in cotone rigenerato che diventano status symbol. Eco non è più triste: è desiderabile, instagrammabile, sexy. ## Uno sguardo al futuro L’Europa sta finanziando ricerche su materiali rivoluzionari: bioplastiche dalle alghe, fibre di micelio al posto del polistirolo, resine biodegradabili per tavole da surf. In diverse isole e comuni del Mediterraneo – come Capri – sono già realtà ordinanze che vietano la plastica monouso. Alcuni stabilimenti offrono kit riutilizzabili con cauzione, altri sperimentano iniziative di raccolta incentivata delle microplastiche. Organizzazioni come Ocean Conservancy e Surfrider Foundation non si limitano a pulire spiagge: creano banche dati globali sui rifiuti marini, fanno pressione sui governi e spingono verso un Trattato mondiale sulla plastica. La spiaggia diventa laboratorio di futuro: se riusciamo a renderla plastic-free, possiamo ripensare interi settori del consumo. La prossima volta che stendete il telo sul bagnasciuga, guardatevi intorno: ogni oggetto può essere parte del problema o parte della soluzione. Con le nostre scelte possiamo decidere da che parte stare. Spiagge pulite, design intelligente, mare felice: questa sì che è l’estate perfetta. **Categorie:** Attualità --- ### [Pirolisi della plastica: dai rifiuti plastici a nuovo petrolio (non solo carburante)](https://eywadivulgazione.it/la-plastica-diventa-benzina-la-pirolisi-dei-rifiuti-plastici/) **Published:** Agosto 13, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Ogni anno il mondo produce **oltre 410 milioni di tonnellate di plastica** (dato 2023 preliminare). Una montagna che cresce senza sosta e che, troppo spesso, finisce bruciata o dispersa. In mezzo a questo scenario, la **pirolisi** viene raccontata come una sorta di macchina del tempo capace di riportare indietro i rifiuti plastici, trasformandoli di nuovo in risorsa. Ma cos’è davvero? E soprattutto: quando possiamo parlare di **riciclo** e quando, invece, si tratta solo di **recupero energetico**? La pirolisi è un **trattamento termico in assenza di ossigeno**. In pratica, la plastica viene scaldata a temperature elevate – di solito tra i 450 e i 600 gradi – in un ambiente privo d’aria, spesso saturato di azoto per evitare che il materiale prenda fuoco. Il calore spezza le lunghe catene molecolari della plastica, generando tre prodotti: un olio liquido, un gas che può essere riutilizzato per alimentare il processo e un residuo solido chiamato **char**. Le quantità di olio che si ottengono non sono fisse. Con le **poliolefine** (polietilene PE, polipropilene PP) o con il **polistirene (PS)** si può arrivare al 60–80% di olio quando il processo è ben ottimizzato. Con altri polimeri, però, il discorso cambia. Il **PET** delle bottiglie tende a produrre oli meno pregiati e conviene trattarlo con **depolimerizzazione**. Il **PVC**, invece, è problematico: contiene cloro e, se pirolizzato senza trattamenti specifici, rilascia acido cloridrico. L’**olio di pirolisi** è una miscela complessa di idrocarburi. Può essere ulteriormente lavorato per ottenere frazioni simili a benzina, nafta o diesel, oppure usato come materia prima per produrre nuova plastica. Ma definirlo “**carburante pulito**” è fuorviante: può contenere IPA e cloro, che richiedono un **idrotrattamento** per essere eliminati. Solo dopo questa fase alcune miscele raggiungono le specifiche europee per i carburanti, come la EN 590 per il diesel. Qui entra in gioco la questione della **circolarità**. Se l’olio di pirolisi viene bruciato, stiamo parlando di recupero energetico. Perché possa essere considerato **riciclo secondo gli standard europei**, deve invece rientrare nel ciclo produttivo come materia prima per nuovi polimeri. Sul fronte climatico, niente slogan facili: il bilancio dipende dal tipo di plastica trattata e dall’uso dell’olio. Gli studi del **Centro Comune di Ricerca della Commissione Europea (JRC)** stimano riduzioni di emissioni variabili: da poche decine a qualche centinaio di chili di CO₂ per tonnellata con le plastiche miste, fino a **tre tonnellate di CO₂ risparmiate per tonnellata di PET con depolimerizzazione**. E il char? Non è biochar agricolo: in Europa quel termine è riservato al materiale da biomassa vegetale. Il char della plastica trova invece impiego industriale, ad esempio come **nero di carbonio**. In pratica, il successo della pirolisi dipende da alcuni **fattori chiave**: la selezione del materiale di partenza, la destinazione d’uso dell’olio e la qualità del prodotto finale. Se torna materia prima, chiude il cerchio; se finisce in un serbatoio, resta un combustibile fossile. La pirolisi, quindi, **non è una bacchetta magica**, ma può essere un tassello serio della transizione se applicata dove ha senso: per la plastica non riciclabile meccanicamente, per ottenere olio di qualità sufficiente a tornare materia prima e per garantire benefici climatici misurabili. Chiamarla “plastica che diventa benzina” fa colpo, ma rischia di oscurare l’obiettivo: **ridurre la produzione a monte**, riciclare meccanicamente quando possibile e riservare il riciclo chimico ai casi in cui chiude davvero il cerchio. **Categorie:** Attualità, Scienza **Tag:** Scienza & Tecnologia --- ### [Influencer e diete social: il lato oscuro dell’alimentazione online](https://eywadivulgazione.it/influencer-e-diete-social-il-lato-oscuro-dellalimentazione-online/) **Published:** Agosto 12, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Negli ultimi anni, la prepotente ascesa dei social network ha trasformato radicalmente il modo con cui ci informiamo, intratteniamo e, soprattutto, mangiamo. Gli influencer, veri protagonisti della scena digitale, esercitano un potere straordinario sulle scelte alimentari dei propri follower, spesso promuovendo senza porsi problemi stili di vita che contraddicono le raccomandazioni più classiche e ragionevoli e soprattutto della comunità scientifica. **Un numero crescente di influencer incita a mangiare male, a ignorare le regole di una dieta corretta e a consumare cibi zuccherati, grassi, elaborati**, nonostante i ben noti rischi per la salute. Ma perché succede questo? E quali sono le conseguenze sulle persone che seguono tali consigli? ## Il meccanismo del consenso e le strategie di engagement Sui social, il successo è misurato in termini di “engagement”: like, commenti, condivisioni e visualizzazioni. **Le piattaforme, tramite algoritmi sofisticati, premiano i contenuti che generano reazioni, favorendo la visualizzazione di video e post capaci di colpire emotivamente**. Il [**cibo spazzatura**](https://eywadivulgazione.it/perche-legale-vendere-cibo-spazzatura-paradosso-veleno-quotidiano/), colorato e presentato con creatività, attira facilmente attenzione e appetito, è bello da vedere, mentre alimenti più sani e semplici faticano a ottenere lo stesso impatto. Gli influencer, molti dei quali sono sponsorizzati da grandi marchi alimentari, propongono sfide o esperimenti con dolci ipercalorici o semplicemente invitano a non guardare calorie o ingredienti e mangiare senza alcun problema. **Il food porn digitale, che esalta pietanze ricche di zuccheri, grassi e sale, crea una percezione distorta della normalità alimentare**. Questa spinta continua al consumo di cibi non sani deriva da una dinamica psicologica ben nota: La teoria del comportamento sociale dice che le persone tendono a seguire le regole e le abitudini del gruppo a cui appartengono, perché vogliono sentirsi accettate. Se sui social vediamo spesso panini enormi, snack confezionati e bibite zuccherate, iniziamo a considerarli “normali”, attraenti e persino di tendenza, soprattutto per bambini e adolescenti. ## Sponsorizzazioni occulte e marketing mascherato Molti contenuti online sono frutto di una strategia pubblicitaria ben organizzata, ma poco trasparente. **Le aziende spendono miliardi per farsi pubblicità sui social, usando la popolarità degli influencer per promuovere cibi che, secondo l’OMS**, non andrebbero nemmeno mostrati ai minori. Un’analisi europea ha scoperto che nel 75% dei post questi alimenti avevano così tanti grassi, sale e zuccheri da essere dannosi se consumati spesso. Spesso la pubblicità non viene nemmeno dichiarata, e i giovani finiscono per vedere, senza accorgersene, fino a 18 prodotti “junk” ogni ora che passano online. Vedere continuamente certi contenuti online influenza direttamente le nostre scelte e abitudini alimentari. Studi nel Regno Unito e negli Stati Uniti mostrano che i bambini che guardano video di youtuber che promuovono snack e bibite zuccherate conoscono meglio questi prodotti e, soprattutto, li consumano di più. Lo stesso accade agli adulti: bombardati ogni giorno da diete lampo, “cheat meals” e falsi miti sul cibo, finiscono per cambiare le proprie abitudini in base a ciò che sembra “di moda”. ## Perché gli influencer promuovono abitudini scorrette? Molti influencer promuovono abitudini alimentari scorrette per motivi che uniscono mancanza di competenze e interessi economici. Spesso non hanno formazione in nutrizione e si affidano solo a esperienze personali o alle richieste dei brand che li sponsorizzano. Parlare di cibo, soprattutto in video di challenge, mukbang (abbuffate in diretta) o assaggi di snack virali, garantisce visualizzazioni veloci perché questi format sono facili da guardare e condividere. Alcuni, pur sapendo che certi alimenti sono dannosi, sfruttano la moda del cibo “proibito” per sembrare ribelli. Invitano a “godersi la vita” senza limiti, trasformando il cibo in un piacere immediato e liberatorio. Il messaggio, spesso alleggerito con ironia, è che seguire regole e diete sia noioso, mentre lasciarsi andare sia più divertente, ignorando le conseguenze sulla salute. La tendenza è favorita dall’assenza di regole chiare sul digital food marketing. In molti paesi non esistono limiti severi alle collaborazioni tra influencer e multinazionali del settore, né obblighi di dichiarare quando un contenuto è in realtà pubblicità mascherata. ## Le conseguenze sulla salute e sul comportamento dei follower Le conseguenze di questo fenomeno sono concrete e, secondo la comunità scientifica, possono essere gravi. Nei più giovani, l’abitudine a consumare cibi ultra-processati porta a preferire snack confezionati, bevande zuccherate e fast food, aumentando il rischio di sovrappeso, obesità e malattie correlate già dall’infanzia. Uno studio dell’Università di Vienna ha rilevato che il 20% di bambini e adolescenti è già in sovrappeso o obeso, con un legame diretto tra l’esposizione a contenuti “junk” sui social e l’adozione di comportamenti alimentari scorretti. **Negli adulti, seguire le mode alimentari degli influencer** porta spesso ad abbandonare la dieta mediterranea, ricca di frutta, verdura e cereali integrali, per regimi irregolari, pieni di snack e piatti molto calorici. Il bombardamento di “fit recipes” e diete miracolose genera confusione e favorisce un rapporto malsano con il cibo, con un aumento dell’alimentazione emotiva, dei disturbi alimentari e, in alcuni casi, dell’ossessione per il controllo del peso. L’influenza si estende anche alla percezione del corpo. Modelli di magrezza estrema o iper-muscolarità promossi online alimentano insoddisfazione, ansia, stress e disturbi dell’umore, sia nei giovani che negli adulti. Spesso quello che appare come “successo fisico” è il risultato di filtri, fotoritocchi e un uso distorto dei social. Un aspetto poco considerato è la trasformazione del legame tra cibo e identità. Mangiare diventa uno spettacolo, un simbolo di status, un modo per sentirsi parte di una comunità. Chi adotta abitudini alimentari malsane finisce, consapevolmente o meno, per diffondere a sua volta modelli distorti, alimentando un circolo vizioso che coinvolge migliaia di persone. Il risultato è una generazione di giovani e adulti sempre più lontana dalle raccomandazioni scientifiche e dalla consapevolezza alimentare, con abitudini dannose che rischiano di compromettere la salute nel lungo periodo. ## Verso una maggiore responsabilità digitale La soluzione non è semplice, ma una strada c’è. Educare, sensibilizzare e regolare sono passi fondamentali per affrontare il problema. Scuole e famiglie devono collaborare per dare ai ragazzi strumenti che li aiutino a capire e valutare in modo critico i contenuti online, mentre social network e governi devono impegnarsi a introdurre regole più severe sulla pubblicità e le sponsorizzazioni digitali. **Gli influencer, se più informati e consapevoli, potrebbero** diventare parte della soluzione, promuovendo abitudini sane e creando contenuti che valorizzano varietà, equilibrio e rispetto per il proprio corpo. Di fronte alla forza dei social, la responsabilità condivisa può davvero fare la differenza. Il futuro dell’alimentazione digitale dipende da scelte che proteggano non solo il mercato, ma soprattutto la salute e il benessere della società. **Categorie:** Attualità **Tag:** Salute & Benessere --- ### [Cittadini protagonisti: la nuova frontiera della partecipazione nelle decisioni pubbliche](https://eywadivulgazione.it/cittadini-protagonisti-la-nuova-frontiera-della-partecipazione-nelle-decisioni-pubbliche/) **Published:** Luglio 23, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) La partecipazione attiva dei cittadini nei processi decisionali rappresenta una delle sfide più ambiziose e significative del nostro tempo. Mai come oggi, il rapporto tra istituzioni e società civile è al centro del dibattito politico e sociale, coinvolgendo amministratori, esperti, associazioni e semplici individui nella ricerca di nuovi modelli di coinvolgimento. **L’idea che le decisioni che influenzano il destino collettivo debbano essere prese non solo “per” i cittadini, ma “con” i cittadini, si fa sempre più strada nelle democrazie avanzate e nelle comunità locali.** Da un lato, emerge nei cittadini una crescente richiesta di trasparenza, efficacia e legittimità nelle scelte pubbliche. Dall’altro, le istituzioni sono chiamate a trasformarsi per rispondere alle esigenze di ascolto, dialogo e co-progettazione, superando pratiche puramente formali o consultive. **Il rafforzamento della partecipazione attiva non è un semplice slogan: significa allestire spazi reali di confronto, strumenti accessibili e tecnologie innovative capaci di abbattere le barriere tradizionali tra governanti e governati.** Il cuore del processo sta nella consapevolezza che la partecipazione non può essere lasciata al caso o all’improvvisazione. **Costruire percorsi di cittadinanza attiva richiede metodo, formazione e volontà politica, oltre a una precisa architettura normativa in grado di garantire diritti e doveri sia alle istituzioni che ai cittadini.** In Italia, la legge 241/1990 sulla trasparenza amministrativa, le consultazioni pubbliche digitali e i referendum locali sono strumenti consolidati, ma occorre andare oltre, sperimentando forme avanzate di democrazia partecipativa, come i bilanci partecipati, le assemblee civiche e le piattaforme digitali di deliberazione collettiva. Uno degli aspetti più innovativi riguarda proprio l’uso delle tecnologie digitali. Oggi, la facilitazione dei processi partecipativi avviene spesso online: piattaforme dedicate raccolgono opinioni, promuovono sondaggi, organizzano forum tematici e permettono la partecipazione a distanza, rendendo tutto più inclusivo e flessibile. **Queste esperienze dimostrano che la tecnologia, se ben governata e accessibile, può superare i limiti della partecipazione tradizionale, ampliando la platea e valorizzando contributi nuovi, senza però sostituire l’importanza fondamentale del confronto diretto e della relazione personale.** Promuovere la partecipazione significa anche garantire l’informazione corretta e tempestiva ai cittadini. Un processo decisionale partecipato richiede che tutti dispongano degli stessi dati, delle stesse motivazioni e delle stesse valutazioni sugli impatti delle scelte possibili. **La trasparenza decisionale non è solo una questione tecnica, ma un presupposto essenziale per costruire fiducia e legittimazione democratica.** È fondamentale che i percorsi partecipativi includano momenti di formazione civica e facilitazione, prevenendo la marginalizzazione delle persone meno avvezze agli strumenti digitali o con minori competenze specifiche. Non meno rilevante è il ruolo delle comunità territoriali. Quartieri, piccoli comuni, associazioni locali e reti informali hanno dimostrato più volte di saper mobilitare energie e proposte originali, diventando veri laboratori di innovazione civica. **Quando la partecipazione scaturisce dal basso, diventa motore di coesione sociale, nutrendo il senso di appartenenza e rafforzando il tessuto comunitario.** In queste esperienze, la collaborazione tra amministratori e cittadini si costruisce giorno dopo giorno, favorisce la risoluzione condivisa dei problemi e contribuisce a prevenire fenomeni di esclusione, conflittualità o disgregazione. L’efficacia della partecipazione attiva, tuttavia, non si misura solo dal numero di persone coinvolte, ma dall’effettiva influenza che i cittadini riescono ad avere sulle scelte finali. **I processi partecipativi più maturi prevedono che le opinioni espresse siano realmente prese in considerazione, abbiano un impatto concreto sui risultati e siano oggetto di restituzione chiara e verificabile da parte delle istituzioni.** In questo senso, la rendicontazione sociale, le “policy feedback” e il monitoraggio civico diventano strumenti imprescindibili per chiudere il cerchio del coinvolgimento. Occorre anche tenere conto delle sfide e delle criticità. La partecipazione può rischiare di essere strumentalizzata per legittimare decisioni già prese, diventando un esercizio di facciata se non è accompagnata da reale volontà di ascolto e assunzione di responsabilità. Inoltre, l’eccessiva burocratizzazione dei processi partecipativi può scoraggiare la partecipazione spontanea; la frammentazione degli strumenti rischia di disperdere energie invece di creare sinergie. **Superare questi ostacoli richiede la costruzione di un ecosistema della partecipazione, dove norme, risorse, competenze e tecnologie siano allineate per favorire l’inclusione sostanziale e non solo formale.** Guardando al panorama internazionale, alcune città e realtà hanno tracciato la via, sperimentando pratiche innovative come i “citizens’ assemblies” sulla crisi climatica, le giurie popolari su temi urbani o i forum deliberativi permanenti. Queste esperienze ci insegnano che la partecipazione può svilupparsi a tutti i livelli – dalla dimensione locale a quella nazionale e sovranazionale – e che il suo successo dipende dalla capacità di sperimentare continuamente, imparare dagli errori e condividere buone pratiche. **Nel rafforzare la partecipazione attiva, diventa determinante il ruolo delle nuove generazioni.** Giovani cittadini, studenti e giovani amministratori possono portare entusiasmo, visioni innovative e competenze digitali, contribuendo a una cittadinanza più consapevole e resiliente. Investire nella formazione civica delle giovani generazioni è il primo passo per assicurare la vitalità della democrazia nel lungo periodo, sostenendo la transizione verso modelli decisionali sempre più inclusivi, trasparenti e condivisi. Il rafforzamento della partecipazione attiva dei cittadini e delle comunità nei processi decisionali è, dunque, la chiave per ripensare il rapporto tra istituzioni e società e innescare un circolo virtuoso di innovazione democratica. Soltanto mettendo al centro le persone nelle scelte pubbliche sarà possibile affrontare le complessità di un’epoca che cambia, prevenire la disaffezione civica e costruire una democrazia in grado di ascoltare, rappresentare e trasformare. Una sfida impegnativa, ma decisiva per il futuro delle nostre società. **Categorie:** Articoli **Tag:** Innovazione sociale --- ### [Perché è legale smerciare cibo spazzatura? Il paradosso del veleno quotidiano](https://eywadivulgazione.it/perche-legale-vendere-cibo-spazzatura-paradosso-veleno-quotidiano/) **Published:** Luglio 18, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *«Perché devo stare attenta io a cosa mangio? Devono stare attenti loro a cosa producono!»* La domanda è provocatoria ma legittima: se sappiamo con certezza scientifica che molti alimenti ultraprocessati fanno male al corpo e alla mente, perché continuiamo a permetterne la libera vendita? Immaginate uno scenario surreale: un prodotto noto per aumentare il rischio di cancro e malattie cardiache campeggia sugli scaffali del supermercato accanto al pane e al latte, pubblicizzato con mascotte colorate ai bambini. Sembra follia, eppure è la nostra realtà quotidiana. Il cibo spazzatura è ovunque – legale, liberamente acquistabile, spesso economico – nonostante sia ormai chiaro che si tratta di *“veleno”* per il nostro organismo.## **Dati alla mano: junk food come le sigarette?** Le evidenze scientifiche sono schiaccianti. Studi su centinaia di migliaia di persone mostrano correlazioni inquietanti: ogni aumento del 10% nel consumo di alimenti ultraprocessati comporta un incremento misurabile del rischio di gravi malattie. In particolare, si registra una crescita del 2% nell’incidenza complessiva di tumori (con picchi specifici, come +19% di rischio per il cancro ovarico) e addirittura un aumento del 6% della mortalità oncologica per ogni 10% di dieta “da fast food”. Un ampio studio europeo (EPIC) ha rilevato, ad esempio, un’associazione tra +10% di cibi ultraprocessati e un rischio maggiore del 23% di tumori a bocca, gola e laringe e del 24% di tumore all’esofago. Come se non bastasse, un consumo elevato di questi prodotti è legato a obesità, disturbi metabolici e perfino a un’accelerazione dell’invecchiamento biologico dell’organismo. In parole povere, chi mangia abitualmente “cibo spazzatura” rischia di diventare biologicamente più vecchio della propria età anagrafica. Il confronto con il tabacco a questo punto è inevitabile. Anche le sigarette un tempo erano vendute ovunque e reclamizzate come glamour, finché la scienza non ha dimostrato in modo inoppugnabile i danni del fumo. A quel punto abbiamo introdotto divieti e avvertenze, relegando il pacchetto di bionde da status symbol a prodotto da acquistare di nascosto con foto shock sopra. Con il cibo spazzatura stiamo ripetendo lo stesso copione, ma al rallentatore. La *montagna di prove* sui danni di snack e bibite ultraprocessati viene ancora accolta con pericolosa inerzia normativa. Sappiamo che un bimbo bombardato di spot di merendine può diventare un adulto malato – eppure quei prodotti restano legali, liberamente pubblicizzati, addirittura inseriti nei menu per l’infanzia. Dove sono i nostri warning in stile “nuoce gravemente alla salute”? Viene da chiedersi: cosa aspettiamo, una causa legale collettiva contro le patatine fritte?## **Il costo dell’inazione: profitti privati, spesa pubblica** Oltre ai costi umani in termini di salute, c’è un gigantesco paradosso economico-sociale in questa storia. Da un lato, il cibo spazzatura fa male e ci ammaliamo; dall’altro, chi lo produce si arricchisce. Il risultato? La collettività paga, l’industria incassa. I numeri parlano chiaro. In Italia la cattiva alimentazione genera costi sanitari per circa 13 miliardi di euro all’anno, pari grosso modo al *9% dell’intera spesa sanitaria nazionale*, ovvero una “tassa occulta” di 289 euro annui a carico di ogni cittadino. Sono risorse enormi drenate dal Sistema Sanitario Nazionale per curare patologie (diabete, cardiopatie, cancro) che una migliore alimentazione renderebbe in gran parte evitabili. A livello globale il quadro è ancora più impressionante: si stima che i costi nascosti del sistema agroalimentare industriale ammontino a 12.000 miliardi di dollari l’anno, di cui circa 8.100 miliardi direttamente legati alle malattie da cattiva alimentazione. In altre parole, l’epidemia planetaria di obesità, diabete &Co. costa ogni anno quanto il PIL di una superpotenza, tra spese mediche e perdita di produttività. E mentre la società paga questi conti salatissimi – ospedali affollati, famiglie distrutte dalle malattie croniche – i profitti restano privati nelle tasche delle multinazionali. Basti sapere che, negli ultimi due anni, le 20 maggiori aziende agroalimentari del mondo (da Nestlé a Coca-Cola, da PepsiCo a Unilever) hanno distribuito ai loro azionisti oltre 53 miliardi di dollari in dividendi. Parliamo di colossi che controllano gran parte di ciò che troviamo sugli scaffali globali, per un mercato alimentare ultraprocessato valutato in oltre 300 miliardi di dollari l’anno. È un meccanismo perverso: il junk food riempie le casse di Big Food, mentre i sistemi sanitari collassano sotto il peso delle malattie che provoca. «Profitti privati, perdite pubbliche»: è la sintesi perfetta. Le aziende accumulano utili record vendendo cibi “spazzatura”, e intanto la collettività paga in moneta sonante (oltre a perdere in salute e anni di vita). Un esempio su tutti: quattro giganti come Nestlé, Coca-Cola, Pepsi e Unilever dominano un mercato globale da centinaia di miliardi di dollari, mentre solo in Italia spendiamo 13 miliardi l’anno per i danni della cattiva alimentazione. È come se stessimo sovvenzionando con il nostro Servizio Sanitario le pessime abitudini alimentari indotte dal marketing. Vi sembra sensato?## **L’arsenale delle lobby: se il cibo spazzatura “manipola” la scienza** Viene spontaneo chiedersi: ma se la situazione è così grave, perché i governi non intervengono in modo deciso? La risposta si può riassumere in una parola: lobby. La resistenza a regolamentare il junk food non è affatto frutto del caso o della svogliatezza dei politici; è il risultato di strategie sistematiche messe in atto dalle multinazionali alimentari per difendere il proprio business. Siamo di fronte a un vero *arsenale di influenza*, affinato in decenni di pratica (spesso mutuata pari pari dalle tattiche delle lobby del tabacco). Un’inchiesta pubblicata su *Globalization and Health* ha rivelato che le grandi aziende del settore hanno “plasmato” la ricerca scientifica a loro vantaggio, creando organizzazioni apparentemente indipendenti ma finanziate dall’industria per orientare il dibattito. Caso emblematico: l’International Life Sciences Institute (ILSI), presentato come ente scientifico imparziale, in realtà sovvenzionato da colossi come Coca-Cola, Nestlé, McDonald’s, Monsanto e Pepsi. Questa struttura è servita (e serve tuttora) a *manipolare l’evidenza scientifica* sugli effetti del cibo spazzatura, producendo studi “tiepidi” sui danni dello zucchero o dei grassi trans e promuovendo linee guida sui conflitti di interesse tagliate su misura per l’industria. In pratica, mentre gli scienziati indipendenti documentavano l’associazione tra bibite zuccherate e obesità, l’ILSI (con Coca-Cola **a fare da regista fuori campo**) pubblicava paper per minimizzare il ruolo dell’alimentazione nella salute e spostare l’attenzione solo sullo stile di vita (*“basta fare jogging per smaltire la cola”*, suona familiare?). Le tattiche adottate da Big Food per evitare regolamentazioni sgradite spaziano dalla pressione politica diretta (lobbying sui decisori, minaccia di cause legali o perdite di posti di lavoro) alla disinformazione virale sui social media, fino alle campagne di screditamento verso ricercatori e attivisti che osano criticare i loro prodotti. Ogni studio che collega un prodotto ultraprocessato a un danno per la salute viene puntualmente contestato, minimizzato o derubricato ad “allarmismo” da eserciti di portavoce e consulenti ben pagati. E se un Paese prova a introdurre misure forti – tassazioni, divieti pubblicitari, etichette a semaforo – ecco partire i *contrattacchi*: pubblicità ingannevoli, pressioni dietro le quinte, raccolte di firme di organizzazioni di facciata. Il caso Nutri-Score è illuminante. Questo sistema di etichettatura nutrizionale a semaforo, semplice ed efficace nel guidare i consumatori verso scelte più sane, è stato osteggiato ferocemente dalle lobby dell’agroindustria alimentare. Nonostante oltre 150 studi ne abbiano dimostrato l’utilità nel ridurre gli acquisti di cibo spazzatura, i produttori di merendine & affini hanno gridato allo scandalo, parlando di “demonizzazione” del Made in Italy e facendo pressioni a Bruxelles perché tutto fosse insabbiato. E infatti l’adozione di un’etichetta uniforme UE è in stallo da anni. Chi ha paura del semaforo? Ovviamente chi ha *troppo rosso* nelle proprie liste ingredienti, cioè chi produce cibo spazzatura. Costoro hanno organizzato i “contras”, per dirla con le parole di un osservatore — il riferimento è ironico, ma il meccanismo è simile: come i guerriglieri anti-sandinisti (milizie anti-socialiste finanziate dagli USA negli anni ’80 per destabilizzare il Nicaragua), anche qui ci sono gruppi ben strutturati che si mobilitano per sabotare ogni tentativo di riforma. Solo che invece delle armi, usano **spot, pressioni politiche e campagne stampa**, in uno stile degno delle dittature: aggressioni mediatiche contro il Nutri-Score, disinformazione sui suoi effetti (“semaforo rosso sull’olio d’oliva! falso!”), e persino l’arruolamento di politici compiacenti pronti a difendere il “diritto al junk food”. La verità amara è che, finora, la salute pubblica ha perso quasi tutti questi bracci di ferro: le normative restano deboli, annacquate o rinviate sine die. Ma — come vedremo — **qualcosa si muove, in alcune parti del mondo**. ![Nutriscore](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/07/nutriscore-300x225.png)**CLICCA L’IMMAGINE PER INGRANDIRLA**## **I pionieri del cambiamento: Paesi che alzano la barriera** Fortunatamente, non ovunque si china il capo di fronte a Big Food. Alcuni Paesi, spesso spinti da emergenze sanitarie fuori controllo, hanno deciso di prendere il toro per le corna e dichiarare guerra aperta al cibo spazzatura. Il caso più avanzato è probabilmente quello del Cile, diventato in pochi anni un *laboratorio mondiale* di politiche alimentari radicali. Qui, già nel 2016, è entrata in vigore una legge pionieristica che ha imposto bollini neri ottagonali ben visibili su tutti i prodotti confezionati ad alto contenuto di zuccheri, grassi o sale. Avete presente quei cereali coloratissimi per bambini? Ecco, in Cile le confezioni hanno sticker neri con scritto “Alto en calorías / azúcares / sodio”, a indicare chiaramente che quel prodotto è nutrizionalmente *sbagliato*. Non solo: il Cile ha vietato qualsiasi pubblicità di cibo spazzatura rivolta ai minori di 14 anni e bandito la vendita di junk food nelle scuole (addio distributori di merendine e bibite gassate agli intervalli). I risultati sono stati straordinari. Nel giro di pochi anni, l’esposizione dei bambini cileni alle pubblicità di alimenti spazzatura è crollata del 73%. Avete letto bene: *meno tre quarti* di spot dannosi in meno. Le aziende, pur di evitare l’infamante bollino nero sulle confezioni, hanno iniziato a riformulare i prodotti, riducendo zucchero e sale. Studi indipendenti hanno certificato un calo del 24% nelle calorie acquistate e del 37% nel sodio, segno che le famiglie cilene stanno veramente cambiando abitudini. Colpisce un aneddoto: nei focus group, molti bambini raccontavano di aver convinto i genitori a *non comprare* i prodotti con il bollino nero. Pensate un attimo: la generazione cresciuta dopo l’introduzione delle norme è già più consapevole di quella dei loro genitori! Un bel cambio del paradigma, no? Il Cile insomma dimostra che *se c’è la volontà politica*, è possibile far calare drasticamente il bombardamento pubblicitario e perfino cambiare la mentalità delle persone riguardo al cibo. Sull’onda del modello cileno si sono mossi altri paesi dell’America Latina, area duramente colpita dall’epidemia di obesità infantile. In Messico, ad esempio, dal 2020 diversi Stati federali hanno adottato misure “choc”: vietata la vendita di cibo spazzatura ai minori, con tanto di sanzioni per gli esercenti che vendono snack e bevande zuccherate ai bambini. Nello Stato di Oaxaca la legge equipara bibite gassate e junk food a sigarette e alcolici: non puoi vendere Coca-Cola a un dodicenne, punto. Contestualmente, il Messico ha eliminato schifezze varie dalle scuole (pensate: distribuivano bibite zuccherate a colazione nelle zone povere!) e ha introdotto avvisi sanitari simili a quelli cileni sulle confezioni. Il motivo di tanta determinazione? Il 73% dei messicani è in sovrappeso od obeso, un tasso spaventoso. Dopo aver provato con una *sugar tax* (introdotta nel 2014, ha ridotto i consumi di bevande dolci del ~7,5%), si è capito che serviva fare di più. La legge di Oaxaca è la prima del genere al mondo, e sta facendo scuola: altri stati messicani l’hanno seguita, nel plauso dell’UNICEF che l’ha definita “una svolta necessaria per il bene dei messicani di domani”. Anche in Europa qualcosa si muove, seppur con maggiore gradualità. Il Regno Unito è spesso citato come esempio di approccio pragmatico: niente bollini neri o divieti totali, ma una serie di politiche mirate. Londra ha introdotto nel 2018 una tassa sulle bevande zuccherate (Sugar Tax) modulata sul contenuto in zucchero, che ha spinto molte aziende a riformulare le bibite (un bel vantaggio: vendi lo stesso, ma con meno zucchero). Ebbene, negli anni successivi la UK Sugar Tax ha dato frutti tangibili: nei tre anni post-introduzione la quantità di zucchero consumata dai bambini tramite le bibite si è dimezzata, e tra gli adulti si è ridotta di circa un terzo. Non male davvero – parliamo di migliaia di tonnellate di zucchero in meno nel ventre dei sudditi di Sua Maestà. Inoltre, la Gran Bretagna ha deciso di stringere sulla pubblicità: dal 2025 scatterà il divieto di spot di junk food in TV prima delle 21 (la cosiddetta fascia protetta allargata) e restrizioni analoghe online. Già dal 2022, per dire, nel Regno Unito sono bandite le promozioni “prendi 3 paghi 2” su cibi e bevande malsani, per ridurre l’over-marketing di queste voci nei supermercati. Insomma, un insieme di misure non draconiane ma costanti, che hanno portato – dati alla mano – a un consumo di zuccheri *molto* inferiore: i bambini inglesi assumono oggi circa il 50% di zuccheri in meno dalle bevande rispetto a prima della Sugar Tax. E l’obesità infantile in UK ha registrato una piccola ma significativa flessione.## **L’Europa e il ritardo (colpevole) dell’Italia** Lo scenario europeo però è a macchia di leopardo. Solo una minoranza di Paesi UE ha adottato misure fiscali o normative forti contro il junk food. Secondo un rapporto dell’OMS Europa, appena il 19% dei Paesi della regione ha introdotto una qualche forma di sugar tax, nello specifico 10 Stati su 53 (tra cui Belgio, Finlandia, Francia, Ungheria, Irlanda, Lettonia, Norvegia, Portogallo e la già citata Gran Bretagna). Altri, come la Spagna, hanno normative regionali. Ma la maggioranza è ancora ferma al palo, spesso frenata dalle pressioni dell’industria e da una certa sudditanza culturale al *“libero mercato”* anche quando la salute pubblica ne fa le spese. L’Italia purtroppo è fanalino di coda. E dire che sulla carta saremmo avvantaggiati – patria della dieta mediterranea, tassi di consumo di cibo spazzatura finora inferiori a quelli anglosassoni. Invece, quando si tratta di regolamentare, restiamo drammaticamente indietro. La Sugar Tax italiana è diventata una sorta di barzelletta: prevista inizialmente nel 2019, è stata rinviata per ben otto volte a furia di decreti milleproroghe e pressioni di lobby varie. L’ultima notizia è che dovrebbe partire (il condizionale è d’obbligo) il 1º gennaio 2026, dopo l’ennesimo rinvio deciso nel 2024. Praticamente abbiamo preso la tassa e l’abbiamo chiusa nel cassetto, con buona pace delle ottime intenzioni. Nel frattempo, l’industria dolciaria e delle bevande ha fatto i salti di gioia: ogni anno di ritardo significa centinaia di milioni di fatturato in più non toccato da imposte, e *status quo* preservato. Il Ministro di turno annuncia “ci stiamo pensando”, e poi puntualmente arriva la proroga “per non penalizzare il settore in un momento delicato” (li abbiamo sentiti tutti i violini, vero?). Ancora più scoraggiante, giace in Parlamento una proposta di legge per vietare la pubblicità di cibi ultraprocessati rivolta ai bambini (AC 2089), presentata nell’ottobre 2024 dall’on. *Luana Zanella*. Questa legge – sulla carta rivoluzionaria per il nostro Paese – chiede di replicare le raccomandazioni OMS: basta spot di merendine & snack nelle fasce orarie per l’infanzia, basta personaggini dei cartoni sulle confezioni, ecc. Ebbene, la proposta è stata assegnata in Commissione Affari Sociali… dove però rischia di restare impantanata sine die. Non c’è, al momento, alcuna spinta concreta dalla maggioranza di governo per portarla in aula. Evidentemente, al di là delle dichiarazioni di rito sull’obesità infantile, toccare i tasti del marketing alimentare fa tremare molte mani. L’Italia insomma rimanda: rimanda le tasse sullo zucchero, rimanda i divieti di pubblicità, rimanda tutto. Ma più rimandiamo, più ingrassiamo (in tutti i sensi).Ed è proprio tra i bambini che l’effetto domino si fa più evidente. In molte regioni del Sud Italia, l’obesità infantile ha superato da tempo i livelli di guardia: in Campania, oltre il 40% dei bambini è in sovrappeso o obeso. Non perché mangino troppo, ma perché mangiano male. E spesso, male è tutto ciò che c’è a disposizione. Per molte famiglie in difficoltà, il cibo ultraprocessato non è una scelta. È l’unica cosa accessibile: costa poco, si conserva a lungo, sazia subito. È ovunque, pronto da scartare e consumare. In un mondo che corre, è la soluzione più facile. E anche quella più pubblicizzata. Ma non si tratta solo di costi. Dentro una pizzetta da banco o una merendina colorata non ci sono solo zuccheri, grassi e additivi. Ci sono anche sostanze come il glutammato monosodico, che stimolano artificialmente il gusto – il famoso “umami” – e attivano i centri del piacere nel cervello. Creano assuefazione, condizionano il palato, spingono a desiderare di nuovo quel sapore finto e intenso. Anche quando il cibo è mediocre. Anche quando fa male. È questo il cuore della cosiddetta povertà metabolica: quando l’unico cibo che puoi permetterti ti fa ammalare. Un circolo vizioso che inizia presto, si consolida nell’abitudine e ti toglie la forza – e le risorse – per cambiarlo. Più mangi male, più stai male. Più stai male, più spendi in cure, visite, farmaci. E più crescono le spese obbligate, meno margine ti resta per fare scelte diverse, più sane. Alla fine, diventa una trappola. Che si autoalimenta. Oggi abbiamo il triste primato europeo di obesità infantile, con circa il 40% dei bambini in eccesso ponderale. Cosa aspettiamo ancora? Che i nostri bambini abbiano il record europeo di obesità e si portino dietro complicazioni per tutta la vita?## **Strumenti per rivoluzionare il paradigma: cosa si può (e si deve) fare** A questo punto, è chiaro che per invertire la rotta serve un cambio di paradigma coraggioso e sistemico. Non basteranno le mezze misure o gli appelli alla moderazione individuale (*“mangia la merendina ma fai sport”*). La crisi è sistemica e tali devono essere le soluzioni. Gli esperti di salute pubblica hanno una *cassetta degli attrezzi* ben fornita di proposte, che vanno implementate insieme per massimizzare l’impatto. **Cambiare rotta si può. Ma servono scelte nette, non giri di parole.** Primo: **vietare la pubblicità di cibo spazzatura ai minori**. Basta mascotte, spot colorati, youtuber che sbocconcellano merendine con il codice sconto. Chi ha meno di 14 anni deve essere fuori dalla mira del marketing. E mentre ci siamo: **etichettatura chiara, leggibile a colpo d’occhio**. Niente più illusioni grafiche: bollino nero se fa male, punto. O semafori ben visibili, come il Nutri-Score. L’OMS lo dice chiaro: chiedere “gentilmente” all’industria di moderarsi **non ha funzionato**. Servono regole vere. E multe quando non le rispettano. Poi c’è la questione soldi. **Sugar tax, ovviamente.** Ma fatta bene. Anche su merendine, snack, barrette. Non per fare cassa, ma per fare pressione. Perché quando li tocchi nel portafoglio, *magicamente* iniziano a togliere lo zucchero. E in parallelo, **incentivi per il cibo sano**: frutta e verdura senza IVA, sconti su prodotti integrali, agevolazioni per chi coltiva e cucina bene. Funziona? La Danimarca ha puntato su mense scolastiche sane, ingredienti biologici e prodotti freschi. Il risultato? Bambini più consapevoli, meno junk food e un impatto positivo sulla salute collettiva. Secondo una stima della Commissione Europea, ogni euro investito in prevenzione fa risparmiare fino a 14 euro in spese sanitarie – e secondo alcuni studi, il dato potrebbe addirittura raddoppiare. Non è un costo. È un affare. Anche i luoghi contano. **Scuole e ospedali dovrebbero essere territori liberi da junk food.** Nessuna bibita gassata al distributore, nessuno snack ultraprocessato nella mensa. È assurdo parlare di salute e intanto vendere porcherie in corsia o nell’intervallo. E poi serve cultura. **Educazione alimentare vera**, dalle elementari in su. Etichette, ingredienti, stagionalità. Non lavagnette con la piramide alimentare incollata sopra. Serve consapevolezza. Anche per gli adulti: medici, pediatri, genitori. Perché chi conosce, sceglie meglio. E magari si arrabbia sul serio. Infine, bisogna agire **alla radice del problema**. Regole serie su porzioni (**basta bibite “standard” da mezzo litro: si torna ai 250 ml**), additivi, zuccheri, grassi. Se un prodotto contiene il 15% di zucchero e aromi artificiali, non puoi chiamarlo “yogurt”. È un dessert. E va etichettato come tale. Insomma, **meno fuffa, più coraggio**. Le soluzioni ci sono. Il punto è: chi ha voglia di metterle in pratica davvero?Insomma, la *ricetta* c’è ed è anche piuttosto chiara. Non parliamo di bandire il cioccolato o tassare il Parmigiano (come certa propaganda prova a far credere agitando spauracchi): si tratta di colpire duramente solo quegli alimenti industriali che sappiamo essere deleteri, e nel contempo rendere più facile ed economico per i cittadini scegliere opzioni sane. Il tutto mettendo la salute pubblica al centro, anche a costo di scontentare qualche consiglio di amministrazione.A volte i dati non bastano. Servono le storie. Quelle vere. Che hanno un volto, una voce, una quotidianità qualunque. Chiara ha 32 anni, due figli piccoli e un lavoro a tempo pieno. Ogni giorno è una corsa: al mattino, al pomeriggio, alla sera. Preparare da mangiare è una delle mille cose da fare. E spesso, la più sacrificata. “A pranzo prendevo una pizzetta o una focaccia ripiena. Per i bambini, un panino confezionato, qualche patatina, una merendina. A tavola, sempre: Coca-Cola. Almeno due bottiglie al giorno, una a pranzo e una a cena. A volte di più.” La cena era ancora più rapida: pasta al burro, bastoncini di pesce, crocchette surgelate. Roba che si scalda in pochi minuti. Roba che “piace ai bambini”. E soprattutto: roba che non richiede energie. “Così erano tranquilli, mangiavano in fretta. E io potevo sedermi cinque minuti. Respirare.” A 36 anni, Chiara riceve tre diagnosi: diabete di tipo 2, colesterolo alto, obesità viscerale. E un’etichetta che fa più male di tutte: colpevole. Colpevole di aver mangiato male. Colpevole di non aver cucinato. Colpevole di non aver scelto meglio. “Mi dicevano che era tutta colpa mia. Che non avevo forza di volontà. Ma nessuno mi aveva mai spiegato che quello… non era davvero cibo. Era un inganno.” Oggi Chiara sta meglio. Ha cambiato stile di vita. Ma quando racconta la sua storia, non parla solo di sé. Parla di un meccanismo che si mimetizza nella normalità. Di una routine tossica travestita da semplicità. “Mi hanno rubato la salute travestendosi da amici dei miei figli. Nessuno dovrebbe sentirsi in colpa… per essere stato ingannato così bene.” ## **Verso un cambio globale di rotta: possiamo permetterci di non agire?** Che succede se adottiamo queste misure? Succede che ribaltiamo il paradigma: finalmente il peso della prevenzione si sposta dalle singole persone al sistema produttivo. «Perché devo stare attenta io a cosa mangio? Devono stare attenti loro a cosa producono!» – dicevamo all’inizio. Ecco, regolamentando e incentivando come sopra, costringiamo loro (le aziende) a migliorare l’offerta, invece di lasciare tutto sulle spalle dei consumatori. Si chiama politica sanitaria, ed è l’unica strada per uscire dal nonsense attuale. È evidente che il cambiamento non solo è possibile, ma è necessario e non rinviabile. Lo ha affermato con forza anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità: nelle nuove linee guida sul marketing alimentare ai bambini (2023), l’OMS invita i governi a “stabilire normative più decise ed esaurienti, perché gli appelli alla responsabilità finora non hanno prodotto risultati”. Tradotto: non basta sperare nella buona volontà dell’industria, serve l’azione pubblica. Dello stesso tenore è l’allarme lanciato dalle Nazioni Unite, che hanno recentemente incluso il junk food tra i quattro grandi fattori industriali (assieme a tabacco, alcol e combustibili fossili) responsabili di 2,7 milioni di morti premature ogni anno solo in Europa. Sì, avete letto bene: secondo l’ONU, il cibo ultraprocessato è oggi uno dei big killers del nostro tempo. Anche sul piano economico non ci sono più scuse. Ogni euro investito in prevenzione fa risparmiare 14 euro in costi sanitari: lo afferma un’analisi del think tank Ambrosetti per la Commissione Europea, confermata anche da funzionari della stessa UE come Sandra Gallina, direttrice generale della DG SANTE. In Italia, un report dell’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari (ALTEMS) ha stimato che, semplicemente riducendo i principali fattori di rischio (dieta scorretta, fumo, alcol, sedentarietà), il Servizio Sanitario Nazionale potrebbe risparmiare oltre 1 miliardo di euro all’anno, senza contare l’aumento di produttività e benessere sociale. Quindi no, non è vero che “non possiamo permetterci” certe misure. Al contrario: non possiamo permetterci di non prenderle. Ogni anno di inattività pesa in termini di vite, costi sanitari e ingiustizie sociali. Il tempo delle mezze misure è finito. Lasciar circolare liberamente prodotti dannosi, sperando che le persone “usino moderazione”, è una strategia fallimentare. La legalità del cibo spazzatura non è scritta nel destino: è frutto di scelte politiche. E quelle scelte si possono – e si devono – cambiare. Cile, Messico, Regno Unito ci dimostrano che ribaltare il paradigma è possibile e produce benefici tangibili. Occorrono coraggio da parte dei governi, consapevolezza da parte dei cittadini, e una solida resistenza alle sirene delle lobby. La domanda da porci non è più “possiamo permetterci di regolare il junk food?”, ma: possiamo permetterci di continuare a non farlo? Solo così, un giorno, i nostri figli guarderanno gli scaffali pieni di merendine ultraprocessate con lo stesso sconcerto con cui oggi noi guardiamo le pubblicità vintage in cui i medici consigliavano le sigarette. Il momento di agire è ora. Continuare così ha un prezzo altissimo. E lo stiamo pagando tutti. ``` Fonti AIRC – Fondazione per la Ricerca sul Cancro. Cibi ultra processati e rischio cancro. [https://www.airc.it/news/cibi-ultra-processati-e-rischio-cancro] [Rischi oncologici legati al consumo di alimenti ultraprocessati: +2% tumori generali, +19% ovarici] AOGOI – Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani. Consumare cibi ultra processati aumenta il rischio di cancro. [https://www.aogoi.it/notiziario/cibi-processati/] [Conferma dei dati sull’aumento del rischio tumore da junk food] Neuromed – Istituto Neurologico Mediterraneo. Cibi ultraprocessati e invecchiamento biologico. [https://www.neuromed.it/ricerca-un-elevato-consumo-di-cibi-ultra-processati-accelera-linvecchiamento-biologico/] [Accelerazione dell’invecchiamento biologico con consumo di junk food] Corriere della Sera. Alimentazione: mangiar male costa 289 euro a italiano l’anno. [https://www.corriere.it/economia/consumi/24_luglio_10/alimentazione-mangiar-male-costa-a-ogni-italiano-289-euro-l-anno-ecco-perche-d7ba687d-285c-4b7d-91b9-2fe6f062fxlk.shtml] [Costo sanitario della cattiva alimentazione in Italia: 13 miliardi l’anno] Demeter Italia. I costi nascosti del sistema agroalimentare industriale. [https://www.demeter.it/archivio-generale-demeter/news/costi-nascosti-degli-alimenti/] [Stima globale: 12.000 miliardi di dollari in costi indiretti dell’attuale sistema agroalimentare] Fortune Italia. Alimentazione sbagliata, un costo da 13 miliardi l’anno in Italia. [https://www.fortuneita.com/2023/05/06/alimentazione-sbagliata-un-costo-da-13-mld-lanno-in-italia/] [Conferma dei dati sul peso economico della malnutrizione] Greenpeace Italia. Guerre, fame e profitti: chi ci guadagna dalla crisi alimentare. [https://www.greenpeace.org/italy/storia/17090/guerre-fame-e-profitti-chi-ci-guadagna-dalla-crisi-alimentare/] [Profitti privati delle multinazionali agroalimentari in contesto di crisi globale] Il Salvagente. Lo studio che racconta come la lobby dell’industria alimentare condiziona la ricerca scientifica. [https://ilsalvagente.it/2021/04/23/119219/] [Influenza delle lobby sul dibattito scientifico attraverso l’ILSI] Il Fatto Alimentare. Cile: crolla esposizione dei bambini alla pubblicità junk food [https://ilfattoalimentare.it/cile-crolla-esposizione-bambini-pubblicita-junk-food.html] Messico: vietata la vendita di junk food ai minori [https://ilfattoalimentare.it/messico-vieta-vendita-junk-food-minori.html] [Esempi di misure efficaci contro il cibo spazzatura in America Latina] Mario Negri – Istituto di Ricerche Farmacologiche. Sugar Tax: cos’è, come funziona, perché serve. [https://www.marionegri.it/magazine/sugar-tax-cose-a-cosa-serve-come-funziona-in-italia] [Sugar tax come strumento di prevenzione sanitaria] Dissapore. La Sugar Tax ha dimezzato il consumo di zuccheri tra i bambini nel Regno Unito. [https://www.dissapore.com/notizie/la-sugar-tax-e-servita-a-dimezzare-il-consumo-di-zuccheri-per-i-bambini-e-noi-cosa-aspettiamo/] [Dati di efficacia delle politiche fiscali nel Regno Unito] Vanity Fair Italia. In Inghilterra la Sugar Tax ha dimezzato il consumo di zuccheri tra i bambini. [https://www.vanityfair.it/article/sugar-tax-italia-perche-e-importante] [Risultati della tassa sulle bibite in UK e ritardi italiani] OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità. Nuove linee guida: stop alla pubblicità junk food rivolta ai minori. [https://blogs.funiber.it/salute-e-nutrizione/2023/08/10/nuove-linee-guida-delloms-stop-a-pubblicita-cibo-spazzatura] [Raccomandazioni OMS per proteggere i bambini dal marketing junk food] ONU – UNRIC. Quattro settori industriali responsabili di 2,7 milioni di morti in Europa. [https://unric.org/it/quattro-settori-industriali-sul-banco-degli-imputati-per-la-morte-di-27-milioni-ogni-anno-denuncia-loms-europa/] [Cibo ultraprocessato equiparato a tabacco, alcol e combustibili fossili come killer di massa] Fortune Italia. Stili di vita corretti: 1 miliardo di risparmi in Italia. [https://www.fortuneita.com/2025/04/15/salute-con-stili-di-vita-corretti-1-mld-di-risparmi-in-italia/] [Risparmi potenziali per il SSN grazie a politiche di prevenzione] ``` **Categorie:** Articoli, Attualità **Tag:** Salute & Benessere --- ### [Allevamenti intensivi: perché la carne di domani nascerà nei pascoli, non nelle gabbie](https://eywadivulgazione.it/allevamenti-intensivi-perche-la-carne-di-domani-nascera-nei-pascoli-non-nelle-gabbie/) **Published:** Luglio 14, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) C’è un’immagine che da sola racconta la distanza fra ciò che siamo e ciò che potremmo essere: da un lato capannoni stipati di animali incapaci di girarsi, dall’altro mandrie che pascolano lente sotto il sole. La prima scena è il presente degli allevamenti intensivi, la seconda il futuro possibile di un’economia zootecnica capace di unire benessere animale, salute pubblica e gusto. Durante l’ultimo mezzo secolo il modello industriale, concentrato, iperproduttivo e basato su mangimi a basso costo, ha reso la carne una commodity accessibile a ogni fascia sociale. Ma il prezzo invisibile di quella convenienza è scritto nelle sofferenze quotidiane di miliardi di capi, nell’uso massiccio di antibiotici e nelle ricadute ambientali che alimentano la crisi climatica. Le domande che guidano questo articolo sono dunque due: perché gli allevamenti intensivi devono essere superati e come è possibile, senza imporre scelte alimentari ideologiche, produrre carne in modo etico e più sano?## La crudeltà non è un dettaglio, è il modello Le gabbie di gestazione per le scrofe, i box di ingrasso per i vitelli, le batterie di polli cresciuti in sei settimane: non si tratta di abusi occasionali ma di procedure standardizzate che riducono l’animale a macchina biologica. Organizzazioni internazionali per la protezione animale evidenziano che la privazione di spazio, la mutilazione senza anestesia e la selezione genetica per la crescita rapida provocano dolore cronico, frustrazione comportamentale e tassi di mortalità elevati. Anche laddove la legislazione, come quella europea, impone criteri minimi di benessere, l’intensivo continua a ruotare attorno a un unico indicatore: il costo al chilo di carne prodotta. L’argomento etico non riguarda soltanto la sensibilità verso altre specie: animali stressati e immunodepressi sono veicoli ideali di patogeni che possono varcare la barriera di specie. Epidemie di influenza aviaria e focolai di Salmonella partono di frequente da allevamenti sovraffollati, dimostrando che la tutela animale coincide con la prevenzione sanitaria.## Antibiotici: quando il mangime diventa farmacia Per compensare lo stress e prevenire malattie in ambienti densamente popolati, gli allevamenti intensivi somministrano antibiotici a scopo profilattico o come promotori di crescita. Il risultato è la selezione di batteri resistenti, descritta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come una delle emergenze sanitarie del XXI secolo. Studi recenti stimano un consumo globale di oltre 99 000 tonnellate di antimicrobici nel bestiame e prevedono un aumento del 67% entro il 2030 se non cambieranno le pratiche correnti. Le stalle diventano così incubatori di “superbatteri” che possono trasferirsi agli operatori agricoli e, tramite la catena alimentare, raggiungere i consumatori. La conseguenza pratica è che infezioni comuni rischiano di tornare incurabili, con costi sanitari che superano di gran lunga qualunque risparmio sul prezzo della carne. Ridurre l’uso di antibiotici non è quindi un lusso moralistico, ma una misura di salute pubblica non rimandabile. Spostare la zootecnia dai capannoni ai prati non è soltanto un atto di compassione: le evidenze scientifiche mostrano che la carne proveniente da animali allevati all’aperto, nutriti a erba o con diete naturali, presenta profili nutrizionali superiori. L’apporto di omega-3 può essere fino a cinque volte maggiore rispetto agli animali grain-fed, migliorando il rapporto fra grassi essenziali e riducendo l’infiammazione nell’uomo. Ricerche su ovini allevati in regime biologico confermano una maggiore presenza di acido stearico e antiossidanti utili alla prevenzione cardiovascolare, senza peggiorare le caratteristiche sensoriali del prodotto. Dal punto di vista organolettico, i ruminanti che pascolano sviluppano muscolatura più tonica, con fibre ricche di mioglobina che intensificano il sapore e garantiscono una resa migliore in cottura. Chef e macellai di alta gamma scelgono carni pasture-raised perché si caramellano meglio, trattengono più umidità e richiedono meno condimenti aggressivi per essere esaltate. È la dimostrazione tangibile che etica e piacere gastronomico procedono nella stessa direzione.## Un modello circolare che rigenera il territorio Il pascolamento razionale, se gestito con rotazioni corrette, migliora la fertilità del suolo, aumenta la biodiversità dei prati e sequestra carbonio nel terreno. A differenza degli allevamenti intensivi, che concentrano liquami e ammoniaca con impatti su falde e qualità dell’aria, le aziende estensive distribuiscono naturalmente i nutrienti, riducendo la necessità di fertilizzanti chimici e mitigando le emissioni di gas serra. In molti contesti rurali europei le praterie permanenti sono state scolpite proprio dal rapporto millenario fra erbivori e ecosistemi; abbandonarle significherebbe perdere habitat preziosi e servizi ecosistemici insostituibili.## È davvero sostenibile per il mercato? La critica più frequente sostiene che il pascolo non possa soddisfare la domanda globale di proteine animali. Eppure la stessa FAO indica che quasi un terzo dei terreni agricoli mondiali è destinato a coltivare mangimi anziché cibo diretto per l’uomo. Ridurre gli stock intensivi libererebbe cereali e soia da destinare all’alimentazione umana, migliorando la sicurezza alimentare e la resa calorica complessiva del sistema. Inoltre, adottare prezzi che riflettano i costi sanitari dell’antibiotico-resistenza e i danni ambientali invertirebbe il vantaggio competitivo artificiale dell’intensivo. Modelli economici ibridi stanno già dimostrando la fattibilità del cambiamento: cooperative di allevatori che vendono direttamente tagli grass-fed, consorzi che certificano il benessere animale con standard superiori a quelli di legge, piattaforme e-commerce che consegnano carne proveniente da aziende rigenerative. Queste realtà ottengono margini migliori perché i consumatori, sempre più informati, riconoscono valore a qualità organolettica e trasparenza di filiera.## Educare il consumatore senza imporre rinunce Non esiste una risposta unica all’interrogativo etico sul consumo di carne. Ma è innegabile che scegliere prodotti provenienti da allevamenti naturali consenta di continuare a mangiare carne riducendo al minimo sofferenza animale, uso di antibiotici e impatti ambientali. La leva più potente rimane l’informazione: etichette chiare, campagne di sensibilizzazione e strutture di prezzo che rendano evidente la differenza fra un pollo allevato in batteria e uno cresciuto all’aperto. Il cambiamento culturale è già in atto, trainato da giovani generazioni attente alla salute e al clima. Se la politica saprà accompagnarlo, con incentivi alla riconversione dei capannoni, sostegni finanziari alle piccole aziende e un quadro normativo che premi le migliori pratiche, chiudere gli allevamenti intensivi diventerà non solo auspicabile ma economicamente sensato. Nel frattempo, ogni acquisto quotidiano può essere un voto per il futuro dei pascoli. La storia della carne non deve finire; deve semplicemente cambiare scenografia. Gli stessi pascoli che per millenni hanno nutrito l’umanità possono tornare protagonisti, restituendoci un cibo più sano, un paesaggio più vivo e la consapevolezza di aver spezzato il legame fra il piacere della tavola e la sofferenza nascosta dietro le mura d’acciaio delle stalle industriali.## **Fonti** *Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO) FAO (Food and Agriculture Organization) EFSA (European Food Safety Authority) ECDC (European Centre for Disease Prevention and Control) Istituto Superiore di Sanità (ISS) Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Brescia CIWF Italia Ineos Oxford Institute for Antimicrobial Research University of New South Wales (UNSW) Global Research on Antimicrobial Resistance (GRAM) Project The Lancet Greenpeace Compassion in World Farming Animal Equality Living Earth Collaborative (Washington University)* **Categorie:** Attualità --- ### [Perito Moreno: il gigante di ghiaccio della Patagonia sta svanendo. Ma non è solo per il clima](https://eywadivulgazione.it/perito-moreno-il-gigante-di-ghiaccio-della-patagonia-sta-svanendo-ma-non-e-solo-per-il-clima/) **Published:** Luglio 13, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Nel cuore della Patagonia argentina, il ghiacciaio Perito Moreno ha sempre rappresentato un simbolo di resilienza e maestosità naturale. Fino a pochi anni fa, era considerato una sorta di miracolo glaciale: mentre la maggior parte dei ghiacciai del pianeta si ritirava a causa del riscaldamento globale, il Perito Moreno sembrava resistere, mantenendo una posizione stabile per oltre ottant’anni. Oggi, però, questa certezza si sta sgretolando insieme alle sue pareti di ghiaccio. **Il Perito Moreno è entrato in una fase di declino che gli scienziati definiscono “irreversibile”**. **Ma come vedremo il problema non è solo il cambiamento climatico.**Negli ultimi anni, il ghiacciaio ha perso una porzione significativa lungo i suoi margini, un dato che lascia sgomenti sia i ricercatori sia i visitatori che ogni anno affollano le passerelle del Parco Nazionale Los Glaciares. **Il ritmo di perdita di massa si è accelerato in modo allarmante**, raggiungendo livelli mai visti prima. Le spettacolari rotture di enormi blocchi di ghiaccio, che si staccano con fragori impressionanti e precipitano nelle acque turchesi del lago Argentino, sono sempre più frequenti e di dimensioni inedite, tanto da bloccare temporaneamente anche i moli da cui partono le imbarcazioni turistiche. **Il principale responsabile di questa trasformazione è il cambiamento climatico**. Gli scienziati sottolineano come l’aumento delle temperature sia stato decisivo: l’area intorno al ghiacciaio ha visto un incremento costante, accompagnato da una diminuzione delle precipitazioni. Questo significa meno neve e meno ghiaccio che si accumulano, mentre la fusione accelera. Secondo Pedro Skvarca, uno dei massimi esperti di glaciologia in Argentina, il clima più caldo porta a una maggiore presenza di acqua alla base del ghiacciaio, accelerandone il movimento e la perdita di spessore. Per decenni il Perito Moreno è stato studiato come un’eccezione, quasi immune agli effetti del riscaldamento globale che invece devastavano i ghiacciai vicini. La sua relativa stabilità era attribuita a fattori geomorfologici particolari e alla topografia del letto roccioso su cui poggia, che ne rallentavano la ritirata anche durante periodi di riscaldamento. Tuttavia, nuove rilevazioni effettuate con radar a penetrazione e immagini satellitari hanno mostrato che questa stabilità era solo temporanea. Negli ultimi anni, la diminuzione dell’elevazione superficiale nelle aree più basse del ghiacciaio è aumentata in modo esponenziale, con un’accelerazione senza precedenti anche nella velocità del ghiaccio e un arretramento frontale di centinaia di metri soprattutto nei margini settentrionali ed orientali. **Il destino del Perito Moreno è emblematico di una crisi globale**. I ghiacciai di tutto il mondo stanno scomparendo a una velocità mai registrata prima: la perdita di ghiaccio globale è stata impressionante, contribuendo a un innalzamento del livello del mare che ha già effetti tangibili sulle popolazioni costiere e sull’equilibrio degli ecosistemi. La situazione in Patagonia è aggravata da fenomeni atmosferici su larga scala. **Il riscaldamento globale ha provocato uno spostamento verso sud dei sistemi di alta pressione subtropicale, portando più aria calda nella regione e amplificando la perdita di massa glaciale**. Inoltre, il progressivo scioglimento dello strato superficiale di neve compatta – il firn – espone il ghiaccio sottostante, più scuro e quindi più incline ad assorbire energia solare, accelerando ulteriormente la fusione. ## La mano dell’Uomo crea danni più gravi del clima Ma il cambiamento climatico non è l’unico fattore di rischio. **La costruzione di mega-dighe sul fiume Santa Cruz, che collega il lago Argentino all’oceano Atlantico, minaccia di alterare in modo irreversibile il delicato equilibrio idrologico che sostiene il ghiacciaio**. Questi progetti, spesso avviati senza adeguate valutazioni d’impatto ambientale, potrebbero compromettere non solo il Perito Moreno, ma anche la fauna e le comunità locali che dipendono dal turismo e dalla pesca. Gli ambientalisti avvertono che la trasformazione del fiume in una serie di bacini artificiali potrebbe impedire la migrazione dei pesci e distruggere habitat cruciali per specie in via d’estinzione come il grebe dal cappuccio. **L’impatto sociale ed economico di questa crisi è profondo**. Il Perito Moreno attira ogni anno centinaia di migliaia di turisti da tutto il mondo, generando un indotto fondamentale per l’economia della regione. La sua fama di “gigante stabile” era diventata un richiamo unico, ma ora il futuro di questa attrazione appare incerto. Le guide locali e gli operatori turistici sono sempre più preoccupati: le rotture spettacolari che un tempo erano attese come eventi rari e affascinanti, oggi sono segnali di un equilibrio che si sta spezzando. Gli scienziati, intanto, continuano a monitorare il ghiacciaio con tecnologie sempre più sofisticate. Le misurazioni di spessore del ghiaccio, le analisi della velocità di scorrimento e i modelli numerici mostrano che, una volta che il Perito Moreno si sarà “sganciato” da una cresta rocciosa su cui poggia, potrebbe avviarsi un arretramento di diversi chilometri, guidato dalla galleggiabilità e dalla perdita di ancoraggio al fondale. Questo scenario, già osservato in altri ghiacciai lacustri della Patagonia, rappresenta una minaccia concreta per la sopravvivenza stessa del Perito Moreno come lo conosciamo oggi. **La comunità scientifica internazionale guarda con crescente preoccupazione a quanto sta accadendo in Patagonia**. Secondo l’UNESCO, gli ultimi anni hanno segnato il più alto tasso di perdita di massa glaciale mai registrato a livello globale. Le proiezioni per il futuro sono tutt’altro che rassicuranti. **Il caso del Perito Moreno dimostra che nessun ghiacciaio è davvero immune ai cambiamenti climatici e alle modifiche fatte dall’uomo sulla natura**. Quello che per decenni è stato un baluardo di stabilità si sta ora trasformando in un simbolo della fragilità degli equilibri naturali di fronte all’impatto umano. La sua storia recente è un monito potente. Mentre la scienza continua a documentare e a studiare questa trasformazione, cresce la consapevolezza che la tutela dei ghiacciai non è solo una questione ambientale, ma riguarda il futuro delle comunità, dell’economia e della biodiversità globale. **Categorie:** Articoli **Tag:** Ambiente & Sostenibilità --- ### [Bresaola della Valtellina IGP: il vero viaggio della carne che arriva sulle nostre tavole](https://eywadivulgazione.it/bresaola-della-valtellina-igp-il-vero-viaggio-della-carne-che-arriva-sulle-nostre-tavole/) **Published:** Luglio 9, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) La Bresaola della Valtellina IGP è uno dei simboli dell’eccellenza gastronomica italiana, un prodotto che richiama immediatamente l’immagine delle Alpi lombarde, dei pascoli verdi e delle tradizioni secolari della provincia di Sondrio. Tuttavia, dietro questa narrazione suggestiva e rassicurante, si cela una realtà molto più complessa e meno nota al grande pubblico. **La maggior parte della carne utilizzata per produrre la Bresaola della Valtellina IGP non proviene dalla Valtellina, né dall’Italia, ma dal Brasile**. Un dettaglio che sorprende molti consumatori, abituati a credere che un prodotto a Indicazione Geografica Protetta sia realizzato con materie prime locali. La storia della bresaola inizia molto lontano dalle montagne lombarde, precisamente in Sudamerica. Qui viene allevato lo zebù, un bovino originario dell’Asia e dell’Africa, riconoscibile per la sua caratteristica gobba e la grande giogaia. Questo animale, considerato sacro in India, è stato importato in Brasile all’inizio del Novecento e successivamente incrociato con la razza bovina francese Charolaise. Il risultato è un bovino robusto, dalla carne magra e tenace, che si presta perfettamente alla produzione di salumi come la bresaola. **La carne di zebù, congelata e spedita in container verso l’Italia, rappresenta oggi la materia prima principale per la produzione della Bresaola della Valtellina IGP**. Il consumatore medio, però, raramente è consapevole di questa filiera globale. L’immagine veicolata dalla pubblicità e dalle etichette suggerisce un prodotto autenticamente valtellinese, frutto della lavorazione di bovini allevati tra le montagne italiane. In realtà, il disciplinare di produzione della Bresaola della Valtellina IGP, approvato dal Ministero delle Politiche Agricole, prevede che la carne debba essere semplicemente “elaborata” nella provincia di Sondrio. Non esiste alcun obbligo che la materia prima sia italiana: **basta che la lavorazione e la stagionatura avvengano in Valtellina**. L’articolo 3 del disciplinare specifica solo che la carne deve provenire da cosce di bovino tra i 18 mesi e i 4 anni, senza alcun vincolo sull’origine geografica dell’animale. Questa situazione non costituisce una truffa alimentare, ma sicuramente può essere considerata ingannevole per chi si aspetta di consumare un prodotto interamente “made in Italy”. Il Consorzio di Tutela della Bresaola della Valtellina, attivo dal 1998, sottolinea come l’utilizzo della carne brasiliana sia una scelta dettata da esigenze tecniche e di mercato. La carne italiana ed europea, infatti, viene giudicata troppo grassa per la produzione di bresaola, mentre quella di zebù è magra e adatta alle lavorazioni richieste dal disciplinare. **Questa scelta, secondo i produttori, garantisce un prodotto di qualità costante e risponde alle richieste di un mercato in crescita: negli ultimi 15 anni, il consumo di bresaola in Italia è aumentato del 39%**. Il paradosso è che, dal punto di vista nutrizionale, la carne di zebù allevato al pascolo in Brasile potrebbe essere persino più sana di quella proveniente da allevamenti intensivi italiani, dove gli animali vivono chiusi in stalla e sviluppano carni più grasse, con possibili residui di antibiotici e pesticidi. Tuttavia, rimane il fatto che **la denominazione IGP induce molti consumatori a credere di acquistare un prodotto locale, mentre la filiera è in realtà globale**. Questa dinamica non riguarda solo la bresaola, ma molti altri prodotti DOP e IGP italiani, dove la lavorazione avviene in Italia ma la materia prima può provenire da ogni parte del mondo. Negli ultimi anni, la crescente attenzione dei consumatori verso la trasparenza e l’origine degli alimenti ha spinto alcune realtà, come Coldiretti, a promuovere progetti per una bresaola 100% italiana. Nel 2017 è stato siglato un accordo tra la filiera agricola italiana e la Rigamonti Spa, azienda leader del settore, per utilizzare esclusivamente bovini italiani nella produzione di bresaola. L’obiettivo dichiarato è quello di arrivare a produrre bresaola con 500.000 capi italiani all’anno, ricostruendo una filiera nazionale ormai quasi scomparsa e creando nuove opportunità di lavoro sul territorio. Nonostante questi sforzi, la realtà attuale vede ancora una predominanza della carne brasiliana nella produzione della Bresaola della Valtellina IGP. **In Valtellina, gli allevamenti di bovini da carne sono ormai quasi del tutto scomparsi, sostituiti da quelli di mucche da latte**. Questo rende praticamente impossibile produrre bresaola in quantità significative utilizzando solo carne locale. La scelta di importare carne dal Brasile risponde quindi a una necessità produttiva, ma solleva interrogativi sulla reale identità del prodotto e sull’efficacia delle certificazioni di origine nel tutelare i consumatori e valorizzare le filiere locali. Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda la sostenibilità ambientale. **L’importazione di carne dal Brasile comporta un impatto ambientale significativo, sia per il trasporto su lunghe distanze sia per le modalità di allevamento nei Paesi sudamericani**. Alcuni osservatori sottolineano inoltre il rischio che la richiesta di carne per l’export contribuisca alla deforestazione dell’Amazzonia e alla perdita di biodiversità, anche se le aziende coinvolte assicurano il rispetto delle normative internazionali e dei controlli sanitari. Tuttavia, la tracciabilità della filiera resta un tema delicato, soprattutto quando si parla di grandi numeri e di mercati globalizzati. La questione della trasparenza è centrale anche per quanto riguarda l’etichettatura dei prodotti. **Per i salumi come la bresaola, non è obbligatorio indicare la provenienza della materia prima**, a differenza di quanto avviene per la carne fresca. Questo rende difficile per il consumatore risalire all’origine effettiva della carne utilizzata e complica la scelta consapevole al momento dell’acquisto. Alcuni produttori hanno scelto di comunicare volontariamente l’origine italiana della carne per alcune linee di prodotto, ma si tratta ancora di una minoranza rispetto al totale della produzione. Il dibattito sulla Bresaola della Valtellina IGP e sull’origine della sua carne riflette una tensione più ampia tra globalizzazione delle filiere alimentari e valorizzazione delle produzioni locali. **Il successo commerciale della bresaola, diventata un prodotto di largo consumo e apprezzata per le sue qualità nutrizionali e la sua versatilità in cucina, si scontra con la percezione di autenticità e tipicità che molti consumatori associano alle certificazioni DOP e IGP**. La sfida per il futuro sarà quella di trovare un equilibrio tra esigenze produttive, trasparenza verso i consumatori e tutela delle tradizioni locali. La storia della Bresaola della Valtellina IGP ci insegna che dietro ogni prodotto alimentare si nasconde una filiera complessa, fatta di scelte economiche, regolamentazioni, esigenze di mercato e, spesso, compromessi tra qualità, quantità e identità territoriale. **Sapere cosa si porta in tavola è un diritto di ogni consumatore**, e solo una maggiore trasparenza potrà restituire valore reale alle eccellenze del Made in Italy. **Categorie:** Articoli **Tag:** Salute & Benessere --- ### [Acqua: il carburante invisibile della salute. Perché idratarsi è il vero segreto del benessere](https://eywadivulgazione.it/acqua-il-carburante-invisibile-della-salute-perche-idratarsi-e-il-vero-segreto-del-benessere/) **Published:** Luglio 7, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) **Bere acqua è un gesto tanto semplice quanto essenziale, eppure spesso sottovalutato nella frenesia della vita moderna.** L’idratazione, infatti, rappresenta uno dei pilastri fondamentali della salute umana, influenzando ogni aspetto del nostro organismo, dal funzionamento cellulare alle prestazioni mentali e fisiche. In un mondo in cui si parla sempre più di diete, superfood e integratori, l’acqua rimane il nutriente più importante e insostituibile, la cui carenza può avere effetti immediati e a lungo termine sulla nostra salute. ## L’acqua: la componente vitale del corpo umano **Il corpo umano è composto per circa il 60% di acqua negli adulti, una percentuale che può arrivare fino al 75% nei neonati.** Questa presenza massiccia non è casuale: l’acqua è il mezzo attraverso cui avvengono tutte le reazioni biochimiche fondamentali per la vita. Ogni cellula, tessuto e organo necessita di acqua per funzionare correttamente. L’acqua regola la temperatura corporea, trasporta nutrienti e ossigeno alle cellule, elimina le scorie metaboliche attraverso urina, sudore e feci, lubrifica articolazioni e tessuti, favorisce la digestione e l’assorbimento dei nutrienti, sostiene il lavoro di cuore, cervello e muscoli. **Una corretta idratazione contribuisce al mantenimento della pressione arteriosa, alla prevenzione di calcoli renali e infezioni urinarie, e supporta persino la concentrazione e l’umore.** Anche una lieve disidratazione può avere effetti immediati sulla salute fisica e mentale, causando stanchezza, mal di testa, difficoltà di concentrazione, pelle secca, problemi digestivi e crampi muscolari. ## Quanta acqua bere ogni giorno? Non esiste una quantità universale valida per tutti, ma le linee guida suggeriscono che un adulto dovrebbe assumere tra un litro e mezzo e due litri e mezzo d’acqua al giorno, a seconda di età, sesso, peso, attività fisica, clima e condizioni di salute. **Il fabbisogno idrico si calcola generalmente in base al peso corporeo: circa 35 ml per ogni kg di peso.** Per una persona di peso medio, ciò significa circa due litri d’acqua al giorno, ma il fabbisogno aumenta in caso di attività sportiva, temperature elevate o stati febbrili. **Importante ricordare che anche gli alimenti, soprattutto frutta e verdura, contribuiscono all’idratazione quotidiana.** Non è necessario bere solo acqua pura: tisane, succhi naturali e brodi possono integrare l’apporto idrico, ma l’acqua rimane la scelta migliore per evitare zuccheri e calorie in eccesso. ## I benefici di una corretta idratazione **Mantenere il giusto livello di idratazione significa garantire al corpo energia, lucidità mentale e resistenza fisica.** L’acqua lubrifica le articolazioni, previene la secchezza orale, migliora la salute della pelle rendendola più elastica e luminosa, regola la temperatura corporea e favorisce la digestione. I muscoli, costituiti per la maggior parte da acqua, funzionano meglio e sono meno soggetti a crampi e infortuni quando sono ben idratati. **L’idratazione aiuta a mantenere la pressione sanguigna stabile, elimina i rifiuti corporei attraverso sudore e urina e favorisce la respirazione, fluidificando il muco delle vie aeree.** Bere acqua contribuisce anche a prevenire danni ai reni, riducendo il rischio di calcoli e infezioni urinarie, e trasporta le sostanze nutritive nel corpo, favorendo la salute generale di ogni organo e tessuto. **Durante l’attività fisica, una buona idratazione è fondamentale per sostenere le prestazioni atletiche, prevenire il surriscaldamento e favorire il recupero muscolare.** La disidratazione, anche lieve, può portare a una diminuzione della resistenza, affaticamento precoce e rischi maggiori di infortuni. ## Gli effetti della disidratazione **La disidratazione, ovvero la carenza di acqua nell’organismo, può avere conseguenze anche gravi.** I primi segnali sono la sensazione di sete, la diminuzione della produzione di urina, la sudorazione ridotta e la secchezza di pelle e mucose. Se trascurata, la disidratazione può compromettere le funzioni cognitive, causando confusione mentale, difficoltà di concentrazione e problemi di memoria. Aumenta il rischio di colpi di calore, riduce le prestazioni fisiche, favorisce le infezioni urinarie e può portare a problemi renali, disturbi digestivi e crampi muscolari. **Nei casi più gravi, la disidratazione può causare abbassamenti di pressione, vertigini, svenimenti, shock ipovolemico e danni a organi vitali come reni, fegato e cervello.** Le cellule cerebrali sono particolarmente sensibili alla carenza di acqua, motivo per cui uno stato avanzato di disidratazione può generare stati di confusione e amnesie. La pelle perde elasticità, i dischi intervertebrali si assottigliano, aumentando il rischio di dolori alla schiena e patologie della colonna vertebrale. **La disidratazione cronica, spesso sottovalutata, può aggravare i sintomi di patologie croniche come diabete e ipertensione, aumentando il rischio di complicazioni.** Nei bambini e negli anziani, il rischio di disidratazione è ancora più alto, a causa di una minore percezione della sete e di una maggiore vulnerabilità agli sbalzi idrici. **Un’adeguata idratazione è anche una potente arma di prevenzione.** Bere acqua regolarmente aiuta a prevenire infezioni urinarie, calcoli renali, stitichezza, mal di testa e persino alcune malattie metaboliche. L’acqua favorisce la depurazione dell’organismo, stimola il metabolismo, aiuta a controllare il peso corporeo e può persino migliorare l’umore, grazie a un miglior rilascio di endorfine. **L’idratazione svolge un ruolo chiave nella regolazione della pressione arteriosa, nella prevenzione delle trombosi e nel mantenimento della salute cardiovascolare.** Un sangue ben idratato è meno viscoso, scorre meglio e riduce il rischio di complicazioni a livello del cuore e dei vasi sanguigni. Anche la salute delle ossa e delle articolazioni trae beneficio dall’acqua, che mantiene i tessuti elastici e previene l’artrite. **Bere regolarmente durante tutta la giornata, anche in assenza di sete, è il modo migliore per garantire un apporto costante di liquidi all’organismo.** È preferibile bere piccoli sorsi frequentemente, piuttosto che grandi quantità in una sola volta. L’acqua a temperatura ambiente è generalmente meglio tollerata, soprattutto durante i pasti. Nei periodi di caldo intenso, in caso di febbre, diarrea o attività fisica prolungata, è fondamentale aumentare l’apporto idrico. **Prestare attenzione ai segnali che il corpo invia è essenziale: urine scure, pelle secca, stanchezza e difficoltà di concentrazione sono campanelli d’allarme da non sottovalutare.** Anche la dieta può aiutare: consumare frutta e verdura ricche di acqua, come anguria, cetrioli, arance e lattuga, contribuisce in modo significativo all’idratazione giornaliera. ## Un gesto semplice, un grande investimento per la salute **Bere acqua è un gesto semplice, economico e alla portata di tutti, ma rappresenta uno degli investimenti più importanti che possiamo fare per la nostra salute.** L’idratazione è la chiave per mantenere il corpo efficiente, la mente lucida e il benessere generale. Non aspettare di avere sete: fai dell’idratazione una sana abitudine quotidiana, perché il tuo corpo ti ringrazierà ogni giorno, oggi e nel futuro. **Categorie:** Articoli **Tag:** Salute & Benessere --- ### [Conflitto in Medio Oriente: un viaggio umanitario oltre i confini del dolore](https://eywadivulgazione.it/conflitto-in-medio-oriente-un-viaggio-umanitario-oltre-i-confini-del-dolore/) **Published:** Luglio 1, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Articolo di Alice Salvatore e Alessandro Trizio*## **Alle origini: confini tracciati col righello, popoli lasciati senza voce** Per capire il presente del Medio Oriente bisogna sporcarsi le mani con la sua storia. Non quella scritta nei manuali scolastici, ma quella tracciata con l’inchiostro degli accordi segreti, il piombo delle armi e la polvere di città spartite secondo logiche di potere. È il 1916. L’Impero ottomano, stremato dalla guerra, si sta sgretolando. Due diplomatici europei – Mark Sykes per la Gran Bretagna e François Georges-Picot per la Francia – si incontrano per spartire in anticipo le spoglie di un impero che ancora non è caduto. Con una mappa sul tavolo e un righello in mano, disegnano confini rettilinei e artificiali, dividendo terre complesse come se fossero proprietà coloniali. Conoscevano quei luoghi, li avevano attraversati, ma li guardavano dall’alto, con lo sguardo strategico degli imperi. La linea più celebre – passata alla storia come “il confine tirato col righello” – tagliava idealmente il Medio Oriente da ovest a est, dal Mediterraneo alla Mesopotamia. Ma sotto quel tratto netto c’erano villaggi, tribù nomadi, lingue diverse, fedi millenarie. Popoli interi destinati a svegliarsi dall’oggi al domani divisi da un confine che nessuno aveva scelto. E che nessuno avrebbe mai veramente accettato. Da quel gesto, compiuto lontano da chi ne avrebbe pagato il prezzo, nascono Stati-nazione dai confini del tutto artificiali, che ignorano le realtà etniche e religiose sul terreno. **Siria**, **Iraq**, **Libano**, **Transgiordania**, **Palestina**: nazioni nuove per entità politiche pensate più per servire interessi europei che per rappresentare i popoli che vi abitavano. È l’eredità velenosa dell’accordo **Sykes-Picot**, ancora oggi considerato da molti analisti come l’origine di molte fratture identitarie e geopolitiche che dilaniano la regione. In quegli stessi anni, gli inglesi avevano promesso agli arabi l’indipendenza se si fossero ribellati agli ottomani. Un giovane ufficiale, **Thomas Edward Lawrence** – passato alla storia come *“Lawrence d’Arabia”* – galvanizzava le tribù beduine nel deserto promettendo libertà. Ma mentre Lawrence combatteva insieme agli arabi, a Londra si preparavano i documenti per imporre mandati coloniali, e a Parigi si calcolavano quanti barili di petrolio spettassero a chi. Le promesse di autodeterminazione vennero smentite ancor prima di poter essere mantenute. Nel frattempo, nel cuore dell’Europa, prendeva forma un altro progetto destinato a segnare la regione: nel 1917 il governo britannico, con la **Dichiarazione Balfour**, appoggiò ufficialmente l’idea di una “sede nazionale” per il popolo ebraico in Palestina. Anche in questo caso, le decisioni venivano prese altrove: nessuno consultò né gli ebrei, presenti da secoli nella Terra Santa, né i palestinesi arabi che vi vivevano stabilmente da generazioni. Popolazioni entrambe radicate in quella terra, eppure escluse da una decisione che le avrebbe segnate a lungo. Per capire quanto profonde siano quelle ferite, basta un’immagine all’apparenza semplice: la posta. Nella Palestina degli anni ’20, sotto mandato britannico, anche una lettera tra due città vicine – **Betlemme** e **Hebron**, ad esempio – poteva diventare oggetto di sospetto. Veniva aperta, letta, archiviata. Le parole, prima ancora di raggiungere il destinatario, finivano tra le mani dell’autorità coloniale. Ogni frase era una traccia, ogni nome un file da classificare. E così anche le persone – ebrei o arabi che fossero – venivano incasellate, etichettate, ridotte a categorie decise altrove. Sulle loro carte d’identità comparivano parole nuove, parole nuove, categorie etniche e religiose standardizzate, che spesso non appartenevano alla lingua viva delle persone, formule estranee che spesso non avevano mai usato per descriversi. In pochi anni, perfino dire “chi sei” divenne un atto amministrativo. Un’identità imposta dall’alto, che non parlava la lingua della terra, ma quella del dominio. Già negli anni ’20 quelle linee tracciate sulla carta cominciarono a sanguinare. In **Siria**, nel 1920, la popolazione insorse contro la dominazione francese: per tre giorni i ribelli riuscirono a tenere testa all’esercito coloniale nella battaglia di **Maysalun**. In **Iraq**, sempre nel 1920, la grande rivolta contro il mandato britannico vide sunniti e sciiti combattere fianco a fianco per liberarsi del giogo straniero. L’Occidente rispose con la forza, spesso con bombardamenti aerei sui villaggi in rivolta. Sono episodi oggi poco ricordati, ma rivelano una verità attuale: già allora i popoli rifiutavano di essere spettatori passivi nella propria terra. Eppure, nonostante accordi segreti e repressioni, nelle città mediorientali di inizio Novecento la convivenza multietnica e multireligiosa era ancora una realtà tangibile. A **Baghdad**, ad esempio, fioriva una delle più vivaci comunità ebraiche del mondo arabo. Nei quartieri della città sinagoghe e moschee sorgevano a pochi isolati di distanza; le famiglie – musulmane, ebraiche, cristiane – si scambiavano visite durante le rispettive festività. In molti di quei vicoli, a Pasqua i bambini cristiani assaggiavano i dolci di pasta frolla della festa di Purim e a Ramadan gli ebrei sedevano alle tavolate dell’iftar musulmano. Queste memorie spezzano il luogo comune di una regione condannata all’odio atavico: per lungo tempo furono la politica e gli interessi dei potenti, non i popoli, a costruire il nemico. E oggi? Oggi che i carri armati hanno attraversato di nuovo Gaza e il sangue ha ripreso a scorrere, esistono ancora frammenti di speranza che non fanno notizia. Ci sono giovani israeliani – spesso ultraortodossi – che preferiscono finire in carcere piuttosto che prestare servizio militare, rifiutandosi di essere complici di un sistema che, dicono loro stessi, “ha smarrito ogni umanità”. Ogni settimana manifestano contro il governo di **Benjamin Netanyahu** nelle piazze di Tel Aviv; alcuni collaborano clandestinamente con attivisti palestinesi per documentare gli abusi nei Territori Occupati. Sono minoranze, certo, ma esistono. E valgono come semi di pace in un terreno reso arido dall’odio. In questo primo sguardo storico, il Medio Oriente emerge come una terra contesa non solo dalle potenze straniere, ma anche dalle narrazioni. Da un lato le narrazioni dei governi, dei trattati, delle cartine geografiche tracciate col righello; dall’altro quelle delle persone comuni, che da più di un secolo cercano ostinatamente di ricucire una tela lacerata. Non si può capire l’oggi senza guardare all’ingiustizia di quei confini tracciati a tavolino; ma non ci si può neppure rassegnare all’idea che tutto sia ormai irrimediabile. I popoli lo sanno: nonostante il passato avvelenato, il futuro può ancora essere una scelta.## **Identità e fede: un mosaico vivente, non un campo minato** Immagina una mattina qualunque del **1946**, a **Najaf**, in Iraq. Il sole filtra tra le grate dell’ospedale. Sul piazzale, davanti al reparto maternità, una piccola squadra di medici si ferma un istante. Un’infermiera cristiana caldea sistema il foulard. Accanto a lei, un chirurgo ebreo scherza con due colleghi arabi, uno sunnita, l’altro sciita. Si sono appena passati il turno. Sono stanchi, ma sorridono. Nessuno di loro sa che, nel giro di pochi decenni, quella normale prossimità sarà raccontata come un’eccezione. Che un mosaico umano così ricco verrà considerato “fragile”, “impossibile”, persino “pericoloso”. Eppure il Medio Oriente, per secoli, è stato esattamente questo: una trama viva e complessa di popoli, lingue e fedi che hanno convissuto più o meno pacificamente, più o meno serenamente, ma a lungo e realmente. **Curdi** e **turchi**, **persiani** e arabi, ebrei e musulmani, cristiani di ogni rito – maroniti, copti, caldei – e poi drusi, yazidi, bahá’í… In alcuni quartieri si poteva pregare in tre religioni diverse nel raggio di cento metri. Poi arrivarono le etichette. I confini. Le guerre. Ma chi ha vissuto quegli anni, o ne ha raccolto i racconti, sa che non era un’utopia. Era realtà. Fragile, certo. Ma reale. La pluralità in sé non è mai stata il problema. Lo sono diventati i confini imposti, le ideologie di potere, gli eserciti e le milizie. Quando la politica ha iniziato a classificare gli individui, a metterli su scale gerarchiche, a spingere per l’omogeneità forzata, allora il mosaico ha cominciato a incrinarsi. Uno degli esempi più evidenti è la faglia settaria tra **sunniti e sciiti**. Nata da una disputa sulla successione al Profeta Maometto nel VII secolo – una divergenza teologica antica – questa differenza per molti secoli non impedì la convivenza. Ma nel Novecento, soprattutto dopo il **1979** (anno della rivoluzione khomeinista in Iran), quella frattura religiosa venne armata politicamente. **L’Arabia Saudita** wahhabita e l’**Iran** sciita trasformarono la fede in un’arma diplomatica, finanziando alleati e milizie e muovendosi come registi occulti di conflitti “per procura” in Siria, Yemen, Libano, Iraq. In mezzo, tra questi piani di potenze regionali, ci sono sempre le popolazioni. In **Iraq**, ad esempio, sunniti e sciiti avevano vissuto fianco a fianco per secoli; non era raro trovare famiglie con il padre sunnita e la madre sciita. Ma dopo l’invasione americana del 2003 e la caduta di Saddam Hussein, il paese è esploso in violenze settarie alimentate proprio da attori esterni in cerca di vantaggi. A Baghdad, il quartiere di **Dora** – un tempo tra i più misti e vivaci – divenne un campo di battaglia identitario, ripulito casa per casa a colpi di minacce e attentati. Eppure, anche nell’Iraq insanguinato di quegli anni bui, sono emerse storie diverse. **Najaf**, **2016**. Migliaia di cittadini riempiono le strade, stanchi non della fede altrui, ma del furto del proprio futuro. Protestano contro la corruzione che divora lo Stato, contro la luce che manca, l’acqua che non arriva, gli ospedali svuotati da decenni di ruberie. Sono in gran parte sciiti, come sciite sono le città che si sollevano. Ma i loro slogan non hanno colore religioso: chiedono diritti, giustizia, dignità, per tutti. Accanto ai religiosi, marciano attivisti laici, giovani della società civile, perfino comunisti. Sventola solo la bandiera irachena, simbolo di un’identità che vuole risorgere oltre le divisioni. I sunniti non sono in piazza: la paura di essere accusati, arrestati, zittiti li tiene lontani. Ma molti ascoltano, molti sperano. A Najaf, intanto, gruppi indipendenti raccolgono aiuti per le famiglie cristiane e sunnite sfollate, celebrano il Natale insieme ai vicini, costruiscono legami dove la politica ha seminato diffidenza. Non fu una protesta congiunta. Ma fu un sussulto comune. Perché il settarismo non nasce nelle piazze: nasce nei palazzi. E in quei giorni, per un momento, la società civile irachena provò a dire che un altro Iraq era possibile. Non diviso, ma integro. Non settario, ma giusto. Nessun governo ne parlò, ma la gente sì. Oppure pensiamo a **Mosul**: liberata dalla morsa dell’ISIS, vide i suoi abitanti – sunniti, sciiti, cristiani – rimettere in piedi insieme sia le moschee che le chiese distrutte. Sui muri, le prime scritte comparse tra le macerie non furono proclami di partito, ma semplici messaggi dipinti con il carbone: *“bentornati”*, *“ricominciamo”*, *“insieme”*. Un altro caso emblematico di identità negate è la **questione curda**. Parliamo di circa 40 milioni di persone senza uno Stato, disperse tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. Un popolo con una propria lingua, una cultura e una storia millenaria, eppure represso ovunque si trovi. In **Turchia**, fino a pochi anni fa perfino usare in pubblico la lingua curda era un reato. In **Iraq**, negli anni ’80, il regime di Saddam arrivò ad usare armi chimiche contro i villaggi curdi – tristemente famosa la strage di **Halabja**. In **Iran**, le richieste di autonomia dei curdi sono state sistematicamente soffocate. Eppure, anche qui, i curdi hanno saputo intrecciare alla lotta armata forme di resistenza civile e culturale, trovando anche modi nonviolenti per affermare la propria identità negata. Nella città turca di **Diyarbakır**, per anni maestri e genitori hanno organizzato scuole clandestine in lingua curda, rischiando il carcere pur di insegnare ai bambini la lingua dei loro nonni. Nella Siria nordorientale, la rivoluzione delle donne curde in **Rojava** ha dato vita, nel pieno della guerra, a un raro esperimento di autogoverno con forti componenti laiche e femministe, pur tra mille contraddizioni e senza alcun riconoscimento ufficiale da parte della comunità internazionale, dove i consigli cittadini sono guidati insieme da un uomo e una donna e tutte le etnie sono rappresentate. Esperienze così esemplari da dare speranza, eppure spesso ignorate dai grandi media occidentali, troppo concentrati sulle fazioni armate e troppo poco sui germogli di pace. Il mosaico mediorientale non è fatto solo di religioni o nazionalismi: è fatto anche di memorie condivise, di saperi incrociati, di cucine mischiate, di parole che viaggiano da una lingua all’altra. La parola araba *salaam*, l’ebraica *shalom* e la persiana *solh* significano tutte “pace”. Lo sapevano bene gli intellettuali che negli anni ’50 affollavano i caffè di **Beirut**, discutendo in tre idiomi diversi e leggendo giornali stampati in cinque alfabeti. Poi però vennero le guerre, e con loro il sospetto e la paura dell’altro. Il **Libano** indipendente stesso ne è un esempio doloroso: fondato nel 1943 con un sistema politico basato sulle “quote religiose”, ha finito per rinchiudere ogni comunità in gabbie identitarie. Maroniti, sciiti, sunniti, drusi: ognuno con il suo partito, la sua milizia, i suoi alleati esterni. Eppure, non molto tempo fa – nel 2004 – c’erano ancora matrimoni misti tra cristiani e musulmani celebrati simbolicamente nel quartiere di **Hamra**, a Beirut. Oggi sono rarissimi. Anche in **Israele**, il mosaico interno è delicato e frammentato. Il movimento sionista, nato per dare rifugio a un popolo perseguitato, ha portato con sé nuove lacerazioni. Israele ha riunito ebrei provenienti da ogni angolo del mondo, con culture ed esperienze diversissime: ebrei ashkenaziti (europei), sefarditi (dal Nord Africa), mizrahi (orientali), ebrei etiopi, russi, israeliani nativi, ebrei laici, religiosi, ultraortodossi, progressisti… Non tutti vedono il paese allo stesso modo, non tutti sostengono l’attuale governo né la sua politica verso Gaza. Proprio in questi mesi, decine di migliaia di israeliani – religiosi compresi – stanno manifestando contro la guerra e contro la riforma autoritaria della giustizia voluta dal governo Netanyahu. Alcuni gruppi di ebrei ultraortodossi, come già ricordato, rifiutano di prestare servizio militare pur sapendo di finire in prigione. C’è chi sfila ogni settimana a Tel Aviv con un cartello scritto in arabo e in ebraico: *“non nel mio nome”*. Sono voci minoritarie, certo, ma reali. E quindi preziose. È fondamentale ricordarlo in un’epoca in cui le narrazioni dominanti cercano sempre un nemico assoluto e monolitico: *non tutti* gli arabi sono fondamentalisti; *non tutti* gli ebrei appoggiano la guerra; *non tutti* i sunniti odiano gli sciiti. La verità è che, sotto la crosta delle ideologie, le persone comuni cercano ovunque le stesse cose: sicurezza, giustizia, libertà, la possibilità di vivere con dignità. E ogni volta che qualcuno difende questi diritti per *tutti* – non solo per il proprio gruppo – il mosaico si ricompone un po’, le crepe si richiudono. In ogni gesto di solidarietà tra diversi, il Medio Oriente ritrova se stesso.## **Israele e Palestina: la ferita che non si rimargina** Se esiste un luogo al mondo in cui la storia non è mai “passato”, è qui. Tra il **Mediterraneo** e il **Giordano**, tra **Gerusalemme** e **Gaza**, la storia non è un capitolo chiuso ma un trauma costante, una presenza quotidiana. Ogni casa, ogni strada, ogni checkpoint racconta una frattura. Ogni bambino che nasce lo fa dentro un conflitto che non ha scelto. E nessuno, da nessuna parte, può illudersi di vivere al riparo dalla Storia. Tutto ha inizio nel **1948**, l’anno spartiacque. Dopo l’orrore indicibile della **Shoah**, per il popolo ebraico la nascita dello Stato di Israele fu come riemergere da un abisso: la promessa di un rifugio, una terra da chiamare casa. Ma per i palestinesi quello stesso giorno segnò l’inizio di una **catastrofe**. *Nakba*, la chiamano ancora oggi: la “catastrofe”. Oltre **700.000** persone furono costrette a fuggire. Alcuni scapparono nel caos, altri vennero espulsi. Molti lasciarono la porta socchiusa, la **chiave** in tasca, certi che sarebbero tornati presto. Quelle chiavi, arrugginite dal tempo, oggi pendono come talismani nelle case dei figli e dei nipoti. Simboli silenziosi di un ritorno mancato. La guerra scoppiò quasi subito. Il **15 maggio 1948**, il giorno dopo la proclamazione dello Stato di Israele, gli eserciti di **Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq** varcarono i confini. La terra promessa si svegliò sotto il rombo dei cannoni: da un lato il sogno di una liberazione, dall’altro la paura dell’annientamento. Sui margini, le ultime truppe britanniche ancora presenti osservavano il disordine che avevano contribuito a generare, lasciando una terra fratturata. Sembrava un’impresa impossibile. Un pugno di uomini e donne, molti dei quali **reduci dai campi di concentramento**, si trovavano a difendere una patria appena nata, fragile come un respiro. Ma le milizie ebraiche, già temprate da mesi di guerra civile con le forze arabe locali, si riorganizzarono in poche settimane in un **esercito regolare**. Arrivarono **armi dalla Cecoslovacchia**, fondi dalla diaspora, volontari da ogni angolo del mondo. E soprattutto, una volontà incrollabile, alimentata dalla memoria di chi non aveva più nulla da perdere. Gli eserciti arabi, divisi da rivalità interne e privi di una strategia comune, non riuscirono a sfondare. E così, contro ogni previsione, **Israele resistette**. Non solo: **consolidò i suoi confini** oltre quanto previsto dal piano ONU. **Due memorie si accendevano nello stesso fuoco**. Comunque la si racconti, per chi c’era ha avuto un solo significato: diventare straniero nella propria terra. E da quel giorno, ogni pietra rimossa, ogni campo coltivato, ogni casa ricostruita, ha parlato la lingua del rimpianto. E della resistenza. La tensione non si placa negli anni successivi. Nel 1967, la miccia si accende di nuovo. **Egitto, Siria e Giordania mobilitano le truppe**, chiudono lo stretto di Tiran, invocano la guerra. Israele, sentendosi accerchiato, **lancia un attacco preventivo**. In sei giorni, conquista Cisgiordania, Gerusalemme Est, Striscia di Gaza, Alture del Golan, Sinai. Le mappe si deformano, i confini diventano mobili, tracciati più dalla forza che dal diritto. Israele giustifica l’occupazione con la necessità di garantire la propria sicurezza in un contesto ostile; ma sul terreno prende forma un’altra realtà: colonie che crescono come funghi su terre appena conquistate, espropri silenziosi di uliveti e campi, documenti d’identità e coprifuoco che decidono chi può muoversi e chi no. Ogni chilometro quadrato diventa una **dichiarazione politica. Ogni permesso negato, un messaggio di controllo.** **Nel 1987 scoppia la Prima Intifada. Apparentemente — e romanticamente — è la rivolta dei ragazzini armati di pietre contro i carri armati. Le immagini che arrivano da Ramallah, Nablus, Gaza raccontano vicoli pieni di adolescenti che sfidano con sassi e bandiere i blindati dell’esercito israeliano. A Beit Sahour, villaggio cristiano vicino a Betlemme, l’intera comunità smette di pagare le tasse all’amministrazione militare: “*No taxation without representation*”, proclamano. È una delle prime forme organizzate di disobbedienza civile nella storia palestinese recente. Ma dietro quell’energia giovanile, spesso inconsapevole, **si muovono forze più oscure**. Dopo l’accordo di Jibril del 1985, che vide il rilascio di oltre un migliaio di detenuti palestinesi — tra cui anche diversi ergastolani condannati per atti terroristici — **molte cellule armate erano tornate operative**. La rivolta divenne presto **terreno fertile per la riorganizzazione di gruppi clandestini**, che videro nella sollevazione civile un’occasione per rilanciarsi. Alcuni si insinuarono tra le proteste, **strumentalizzandole e contaminandone il senso originario**. In quello stesso clima, alla fine del 1987, **si costituisce formalmente Hamas**, espressione radicale dei Fratelli Musulmani in Palestina, e destinata a diventare uno degli attori più violenti e determinanti del conflitto. Anche la Jihad Islamica e altri gruppi militanti si inseriscono nella mobilitazione: non per difendere la popolazione, ma **per guidarla verso un’escalation armata**, spesso sacrificandone le vite sull’altare di strategie altrui. Nel frattempo, la popolazione palestinese, **stretta tra due fuochi — la repressione israeliana e il ricatto delle milizie —** cerca di sopravvivere e resistere con gli strumenti che ha. **Non solo madri**, ma studenti, medici, insegnanti, artigiani. Comitati popolari riaprono scuole clandestine nei seminterrati, allestiscono ambulatori d’urgenza, coltivano orti sui tetti. **La resistenza si fa quotidiana, creativa, ostinata**: una cultura della vita che sfida la logica della distruzione. Ma anche la risposta israeliana si fa sistematica. **Lo Stato si sente sotto assedio permanente**, colpito da attacchi continui e imprevedibili. I militari operano in stato d’allerta, e spesso colpiscono senza distinguere. **Braccia spezzate a colpi di manganello, case demolite come punizione collettiva, arresti di massa, minori trattenuti per mesi senza processo**. Ogni sasso può nascondere un’esplosione. Ogni giovane può essere un militante. **La Prima Intifada è un intreccio complesso**: di coraggio civile e manipolazione armata, di repressione brutale e dignità disarmata, di sogni popolari e interessi strategici. Eppure, nel caos, **una verità resta innegabile**: finché non si riuscirà a **separare la voce della società civile dalle urla delle milizie**, finché Israele continuerà a colpire indiscriminatamente senza distinguere tra chi resiste e chi approfitta, **la pace sarà un orizzonte lontano**. Perché solo ascoltando chi costruisce, e non chi distrugge, sarà possibile cambiare davvero la storia. Arrivano gli anni ’90 e con essi uno spiraglio di speranza: gli **Accordi di Oslo** del 1993 sembrano promettere “due popoli, due Stati”. La storica stretta di mano tra **Yasser Arafat** e **Yitzhak Rabin** sul prato della Casa Bianca fa il giro del mondo. Ma quella promessa di pace si scontra presto con la realtà. I negoziati procedono a rilento e intanto, sul territorio, la vita quotidiana continua a peggiorare. Le colonie israeliane nei territori occupati non si fermano, anzi si espandono. L’“autonomia” palestinese prevista dagli accordi si traduce in un puzzle di zone amministrative (Area A, B, C) che spezzettano la Cisgiordania in isole scollegate, inframmezzate da strade riservate ai coloni. I palestinesi per muoversi devono esibire permessi sempre più difficili da ottenere. Capita che una seduta di chemioterapia, un parto complicato, un funerale diventino imprese quasi impossibili a causa di un checkpoint chiuso. La pace promessa resta appesa a un filo, e quando nel 1995 Rabin viene assassinato da un estremista israeliano, quel filo si spezza di colpo. Nel **2000** esplode la *Seconda Intifada*. Stavolta le pietre non bastano più: arrivano le armi e gli attentati suicidi. Esplosioni squarciano autobus affollati a Gerusalemme e Tel Aviv, kamikaze si fanno saltare nei mercati. La risposta israeliana è durissima: incursioni nei centri abitati, retate di militanti ma anche di civili, bombardamenti mirati. A **Jenin**, nel 2002, un intero quartiere residenziale viene raso al suolo durante un’offensiva. A Gaza le notti diventano insonni per il ronzio ininterrotto dei droni armati sopra i tetti. Nessuno è più al sicuro: né chi vive dietro il **Muro** che Israele nel frattempo ha costruito attorno ai territori palestinesi, né chi ogni giorno deve attraversare quel muro per curarsi o lavorare. Ogni passo, ogni gesto quotidiano diventa una scelta politica. Perfino un sorriso può diventare un atto di resistenza. **Nel 2005 Israele si ritira unilateralmente da Gaza.** Ma non è la fine dell’occupazione: è solo l’inizio di un’altra forma di controllo. Il blocco imposto subito dopo – da Israele a nord e ovest, dall’Egitto a sud – trasforma quella sottile striscia di terra in **una prigione a cielo aperto**. Nessuno entra, nessuno esce. Manca l’acqua, manca la corrente, mancano i farmaci. I sogni si infrangono contro un muro più alto del cielo. Nel 2007 la situazione precipita. **Hamas**, che aveva vinto le elezioni legislative l’anno prima, **prende il potere** con un colpo di forza, estromettendo Fatah e l’Autorità Nazionale Palestinese con uno scontro armato interno. Il governo dell’ANP viene cacciato da Gaza, le elezioni cancellate, la voce civile messa a tacere. Da quel momento, **Gaza non è più solo sotto assedio esterno: è ostaggio anche di un potere interno che reprime il dissenso, educa all’odio, e nasconde le sue armi nei cortili delle scuole, tra gli ospedali, nei tunnel sotto le case**. **Da allora, Gaza diventa il cuore pulsante di una spirale senza tregua.** Le operazioni militari si susseguono: *Piombo Fuso* nel 2008, *Margine Protettivo* nel 2014, *Guardiani delle Mura* nel 2021. Ogni volta, la stessa tragedia. **Israele risponde agli attacchi missilistici di Hamas — reali, continui, minacciosi — con una forza sproporzionata**, che travolge tutto ciò che incontra. Quartieri interi vengono cancellati, scuole bombardate, ospedali devastati. Migliaia di morti, **in gran parte civili**. Famiglie intere sotto le macerie. **Il diritto di Israele a difendersi è indiscutibile. Ma è il modo in cui lo esercita che alimenta il dolore e l’odio.** Hamas si nasconde tra i civili. Israele, invece di isolare le milizie, **colpisce in massa**, lasciando che sia la popolazione a pagare il prezzo più alto. In mezzo, ci sono vite. Bambini, anziani, studenti, madri, lavoratori. Vite spezzate che nessuno potrà più riparare. Poi arriva il **7 ottobre 2023**. All’alba, centinaia di militanti di Hamas sfondano inaspettatamente le barriere di confine ed entrano in territorio israeliano. Attaccano basi militari ma anche kibbutz e villaggi, colpiscono civili nelle loro case, prendono più di 200 ostaggi. È il giorno più nero per Israele dalla sua fondazione: oltre 1.200 israeliani – in maggioranza civili – vengono uccisi nel giro di poche ore. L’attacco condotto da Hamas ha scosso il mondo per la sua brutalità: famiglie sterminate nei kibbutz, bambini uccisi, ragazze violentate, corpi dati alle fiamme, ostaggi trascinati via tra le urla. Le testimonianze parlano di sevizie, stupri, esecuzioni sommarie. Un orrore insostenibile, che ha lasciato ferite profonde, difficili da rimarginare. Ma il dolore – qualunque sia la sua origine – non può giustificare la punizione collettiva di un intero popolo. E la spirale di vendette che ne è seguita ha colpito migliaia e migliaia di innocenti, moltiplicando la sofferenza. La reazione israeliana è immediata, furiosa, totale. **Gaza** viene sottoposta a un assedio spietato. Partono bombardamenti continui dal cielo e dal mare, mentre le forze di terra invadono la Striscia. Nel giro di settimane Gaza si trasforma in un enorme cratere fumante. Interi palazzi si sbriciolano sotto le bombe. Le Nazioni Unite parlano apertamente di catastrofe umanitaria. Si contano decine di migliaia di vittime civili palestinesi (secondo i dati più aggiornati del Ministero della Sanità di Gaza, confermati anche da UN OCHA (l’acronimo di **United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs**, ovvero **Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari)** a metà giugno 2025 si contano oltre 37.000 morti e circa 86.000 feriti. Altre stime locali non verificate parlano di cifre ancora più alte). Ma le parole della diplomazia restano senza peso. Il governo israeliano – guidato da Netanyahu insieme a una coalizione di partiti ultranazionalisti – difende le proprie azioni definendole una “guerra al terrorismo”. Eppure persino la **Corte Penale Internazionale** dell’Aia, che indagava già dal 2021, nel 2024 ha chiesto mandati d’arresto per leader sia israeliani che di Hamas, con l’accusa di crimini di guerra legati al conflitto in corso commessi durante l’offensiva. Le immagini che arrivano da Gaza – ospedali al collasso, quartieri ridotti in cenere, bambini estratti dalle macerie – parlano da sole e scuotono le coscienze di molti nel mondo. Anche dentro Israele qualcosa si muove. Nella centrale **piazza Rabin** di Tel Aviv migliaia di persone sfilano silenziosamente chiedendo una tregua, la liberazione degli ostaggi, la fine delle violenze contro i civili di Gaza. Ci sono genitori israeliani che il 7 ottobre hanno perso un figlio, e che hanno continuato a partecipare a iniziative di dialogo e memoria con il Forum delle Famiglie in Lutto, alzando cartelli con scritto ‘nessun altro figlio, da nessuna parte’. Le loro parole risuonano anche oggi, mentre altri manifestano a Tel Aviv per chiedere la fine delle violenze. Tra loro c’è anche **Rami Elhanan**, un padre israeliano che anni fa ha visto morire la figlia in un attentato palestinese, e che oggi marcia accanto ai genitori palestinesi del *Forum delle Famiglie in Lutto*. “La pace non è un’utopia,” dice, “è una scelta quotidiana. Ma deve partire da noi”. Nel frattempo, in **Cisgiordania**, la tensione raggiunge livelli altissimi. I coloni estremisti attaccano i villaggi palestinesi, mentre l’esercito israeliano intensifica retate e posti di blocco. Centinaia di giovani palestinesi vengono arrestati senza processo sotto la legge della “detenzione amministrativa”. L’odio si alimenta giorno dopo giorno. Eppure, anche qui, esistono sacche di resistenza ostinata e non violenta. A **Hebron**, un gruppo di insegnanti tiene aperta una scuola minacciata di demolizione dalle autorità militari, facendo lezione a turni anche se fuori i coloni li intimidiscono ogni giorno. A **Gerusalemme Est**, un collettivo di architetti progetta abitazioni “antisfondamento”, case semplici ma costruite con accorgimenti per resistere agli sfondamenti e alle demolizioni forzate. Sono gesti quotidiani, quasi invisibili, ma contengono un seme di futuro. La tragedia israelo-palestinese è unica perché duplice: due traumi, due storie di persecuzione, due identità che per generazioni si sono percepite in pericolo di estinzione. Ma ormai il tempo non può più essere una giustificazione. Non ci potrà mai essere sicurezza per gli uni senza giustizia per gli altri. Non ci potrà mai essere una pace che sia solo *armata*. O imparano a convivere, o continueranno a distruggersi a vicenda. L’unica verità che resiste, in mezzo a tanto fango, è che nessuno nasce per odiare. Sarebbe bello vedere un giorno, nel cuore di Hebron, due bambini – uno palestinese e uno israeliano – rincorrere un pallone sgonfio. Magari non parlerebbero la stessa lingua, ma riderebbero allo stesso modo. La tragedia è tutt’intorno a loro, ma per un attimo tace. L’umanità, quando riesce ad alzare la testa, c’è da entrambe le parti del muro. E la vera forza, nel conflitto israelo-palestinese, non è quella degli eserciti: è quella di chi, giorno dopo giorno, sceglie di non odiare. Di chi continua a vivere, a educare, a curare, a coltivare nonostante tutto. In questa terra martoriata, la resistenza più radicale è quella della vita.## **L’Iran e il grande gioco nucleare** Non c’è luogo in Medio Oriente più temuto e frainteso dell’Iran. Nel 1953, un primo ministro democraticamente eletto, Mohammad Mossadeq, osò toccare ciò che era considerato intoccabile: il petrolio. Voleva nazionalizzarlo, sottrarlo al monopolio britannico. Durò poco. La CIA e l’MI6 organizzarono un colpo di Stato che lo depose, restituendo il potere assoluto allo scià Reza Pahlavi, alleato dell’Occidente. Da allora, l’Iran imparò sulla propria pelle che i grandi sogni di autonomia potevano costare caro. Il risentimento covò sotto la superficie per anni, fino a esplodere nella rivoluzione del 1979. Fu allora che il potere religioso prese il posto di quello monarchico, promettendo giustizia, portando invece un nuovo tipo di repressione. Il risentimento covò sotto la superficie per anni, alimentato da decenni di disuguaglianze, corruzione e pesanti ingerenze straniere. Sotto lo scià Mohammad Reza Pahlavi, l’Iran visse una modernizzazione forzata, sostenuta dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, ma costruita sul controllo militare, sulla censura sistematica e sulla brutalità della polizia segreta SAVAK, che torturava e faceva sparire oppositori politici, intellettuali e studenti. Nel 1979, quel fuoco esplose: la rivoluzione rovesciò la monarchia e consegnò il potere al clero sciita. Ma se il vecchio regime aveva represso in nome del progresso, il nuovo lo fece in nome della religione. Le speranze di riscatto furono presto tradite: la libertà promessa si trasformò in una teocrazia autoritaria, con tribunali religiosi, repressione politica e un sistema legale oppressivo soprattutto per le donne. Quelle che avevano manifestato per la libertà si trovarono invece con il velo obbligatorio e la sorveglianza morale. Quella rivoluzione che prometteva giustizia e riscatto, finì per instaurare un nuovo regime di paura. Un’altra speranza tradita. In realtà, la storia dell’Iran non è un’eccezione: in un periodo di sessant’anni, più di sei colpi di Stato su dieci nel Medio Oriente furono sostenuti da attori esterni, con un susseguirsi di interventi che hanno spesso travolto ideali di sovranità nazionale. È un dato che pesa. Come una mano invisibile che continua a ridisegnare i confini, a modellare i destini dei popoli dall’esterno. Ma sotto la superficie dei grandi giochi di potere, continuava a scorrere un’altra storia: quella della gente comune. Il popolo iraniano – che ha letto poesie sotto censura, danzato in case chiuse, disegnato la libertà nei margini delle agende scolastiche – ha sempre trovato il modo di esprimere il proprio dissenso. Nelle piazze, nelle università, sui social, nelle canzoni, nei film. E anche nei gesti quotidiani, silenziosi: togliersi il velo in pubblico, scrivere versi proibiti, fuggire all’estero pur di non soffocare. Nel settembre del 2022, il mondo ha conosciuto un nome che, in Iran, è diventato simbolo: Mahsa Amini. Aveva ventidue anni. Fu arrestata dalla polizia morale perché “portava male il velo”. Ne uscì su una barella, priva di coscienza. Morì poco dopo, a causa delle percosse subite. Il suo nome è diventato un grido: nelle strade, nei graffiti, nelle mani alzate delle ragazze che si tagliavano i capelli davanti alle telecamere. Ma quel dolore veniva da lontano. Era solo l’ultima scintilla in un incendio che cova da anni. Nella retorica occidentale l’Iran è “il nemico”: l’oscura teocrazia islamica che minaccia Israele, finanzia milizie come Hezbollah e Hamas, e destabilizza la regione. Ma al di là dello sguardo ideologico, esiste un dato di fatto: Teheran gioca da decenni un ruolo attivo e ambivalente nel Medio Oriente. Appoggia regimi autoritari e gruppi armati, ma al tempo stesso si presenta come baluardo della resistenza contro l’egemonia americana e israeliana. In Siria, è intervenuta militarmente accanto alla Russia per salvare Assad, alimentando un conflitto che ha causato centinaia di migliaia di vittime. In Libano, a Gaza e in Iraq influenza la politica interna attraverso reti di potere parallele. E in patria reprime con violenza ogni forma di dissenso, soprattutto se arriva dalle donne o dalle minoranze etniche. È uno Stato che teme la libertà, ma ne rivendica il monopolio. Un attore fondamentale — e pericolosamente doppio — nel mosaico mediorientale. Nella narrazione del regime iraniano, invece, l’Iran è la vittima accerchiata: l’erede di un’antica civiltà che difende la propria sovranità contro un mondo ostile. Dietro queste due immagini contrapposte se ne muove però un’altra, più complessa e fragile: quella di un popolo che da anni vive sospeso tra orgoglio nazionale e isolamento globale, tra sogni infranti e speranze ostinate. Negli ultimi mesi l’Iran è tornato al centro della scena internazionale per il suo programma nucleare. Ufficialmente Teheran sostiene che sia a scopo civile, ma il livello di arricchimento dell’uranio ha superato la soglia critica del 60%, avvicinandosi pericolosamente all’uso bellico. L’AIEA – l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica – aveva lanciato l’allarme da tempo: gli ispettori erano sempre più ostacolati, e dopo il fallimento del delicato accordo sul nucleare del 2015 (noto come JCPOA) l’equilibrio già precario si era spezzato. L’Iran giustificava le sue mosse come reazione alle pressioni occidentali – soprattutto dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sotto l’amministrazione Trump – ma il sospetto della comunità internazionale cresceva, e con esso la tensione. Il **9 giugno 2025** la miccia si accende. Israele lancia un attacco aereo su larga scala contro le installazioni nucleari iraniane. Non è la prima volta che i due Paesi si colpiscono a distanza, ma questa volta è diverso: l’operazione è aperta, dichiarata, massiva. Stormi di caccia bombardano i siti di Natanz, Isfahan, Khondab e Fordow, centrando laboratori di arricchimento, infrastrutture strategiche e depositi missilistici. L’obiettivo dichiarato è chiaro: bloccare l’avanzamento del programma atomico di Teheran. Colpire, cioè, obiettivi militari e industriali precisi, nel tentativo di interrompere lo sviluppo della capacità nucleare. La reazione dell’Iran arriva rapida e brutale. Non si limita a un’azione simbolica o indiretta: lancia decine di missili balistici e sciami di droni contro obiettivi civili, mirando al cuore del sud di Israele. Alcuni vengono intercettati dalla difesa aerea, ma altri raggiungono le infrastrutture civili. Uno colpisce in pieno il Soroka Medical Center di Be’er Sheva, costringendo all’evacuazione reparti ospedalieri e causando centinaia di feriti tra pazienti e personale sanitario. Due strategie, due intenti diversi. Israele punta a impianti nucleari militari. L’Iran, invece, risponde colpendo direttamente la popolazione (alcune fonti iraniane hanno accusato Israele di aver successivamente colpito anche l’Università Imam Hussein, a sud di Teheran — ma la notizia non ha trovato conferme ufficiali). In pochi giorni, si rompe ogni equilibrio, e una nuova fase del conflitto si apre, più scoperta e violenta che mai. Nel giro di 72 ore le sirene risuonano a Tel Aviv, Haifa, Teheran, Qom – da una parte all’altra della regione. I cieli mediorientali diventano il teatro di uno scontro incrociato: caccia israeliani che volano verso est, missili iraniani che solcano il cielo verso ovest. Le famiglie israeliane passano le notti stipate nei rifugi, mentre a Teheran decine di migliaia di persone fuggono in auto verso le province del nord. Le immagini delle autostrade bloccate dal traffico, delle stazioni di servizio prese d’assalto, delle farmacie svuotate dai cittadini in preda al panico, iniziano a circolare sui social – finché la censura iraniana non cala a oscurare tutto. Il 18 giugno l’escalation fa un altro passo. L’Iran intensifica i lanci di missili: non colpisce più solo obiettivi militari, ma prende di mira anche zone civili nelle città israeliane. Netanyahu dichiara che Israele si trova di fronte a un “atto di guerra su vasta scala”. Teheran, dal canto suo, denuncia la palese violazione del diritto internazionale da parte di Israele con il primo attacco. Le diplomazie mondiali però restano in silenzio. Sembra tutto sull’orlo del disastro quando, a sorpresa, entra in scena un terzo attore. Il 22 giugno 2025 gli Stati Uniti colpiscono a loro volta obiettivi sul territorio iraniano. Senza annunci pubblici né ultimatum, parte un’ondata di bombardamenti americani: vengono distrutti altri impianti legati al programma nucleare iraniano e alcuni centri di comando strategico a Teheran. La nuova amministrazione Trump, tornata alla Casa Bianca da pochi mesi, lascia intendere – in dichiarazioni ambigue – che l’obiettivo è “ristabilire l’equilibrio regionale” e “impedire lo scenario peggiore”. Washington definisce l’operazione un’azione difensiva a protezione degli alleati. Ma in Iran quelle esplosioni hanno un altro nome: invasione. Pochi giorni dopo, arriva un annuncio inatteso. Il 24 giugno Donald Trump, forte del ruolo che gli Stati Uniti si sono ripresi nel conflitto, proclama un cessate il fuoco unilaterale, affermando di aver mediato con successo tra le parti. Non fornisce dettagli; nessun accordo scritto, nessun comunicato congiunto viene diffuso. E infatti, meno di 24 ore dopo, la tregua comincia già a sfilacciarsi. Tel Aviv accusa l’Iran di aver lanciato altri droni oltre confine; Teheran accusa Israele di non aver fermato tutti i raid. Di fatto, la “tregua” regge solo sul filo stanco dell’esaurimento reciproco, mentre sul campo si continua a combattere a bassa intensità. Tutto questo accade mentre i media internazionali rincorrono esperti e pubblicano mappe di un possibile nuovo grande conflitto. In televisione si discute di armamenti di ultima generazione, di equilibri di potenza, di “escalation controllata”. Ma non si parla del blackout elettrico che lascia migliaia di famiglie senza luce a Qom dopo i primi bombardamenti. Non si parla del padre di Be’er Sheva che ogni notte dorme con le scarpe ai piedi per poter correre più in fretta nel rifugio insieme alla figlia se suonano le sirene. Non si parla della studentessa di Teheran che è costretta a scrivere l’esame finale su un taccuino, a lume di candela, perché la sua città è al buio. In fondo, è questo il paradosso di chi fa politica internazionale guardando solo i confini e mai le persone: pretendere di costruire il futuro sulle macerie della vita quotidiana. Parlare di sicurezza globale ignorando l’insicurezza nella vita di ogni giorno. Eppure le crisi non si risolvono nei bunker dei generali, ma nelle case della gente. Nelle scuole, negli ospedali, nei cortili dove nonostante tutto c’è ancora chi gioca a pallone. Se c’è una lezione da trarre da questa guerra nell’ombra, è che nessuna nazione può vivere per sempre sotto l’ombra di una bomba atomica senza perdere qualcosa di sé. E che le vere “linee rosse” non sono quelle tracciate sui radar, ma quelle che attraversano i corpi e i cuori delle persone comuni. Sono le madri che non vogliono piangere più figli. Sono gli studenti che reclamano un futuro. Sono i contadini che desiderano solo acqua e pace. E allora forse la domanda da farsi non è chi abbia vinto questa guerra silenziosa. Ma chi abbia saputo preservare la propria umanità, nonostante tutto.## **Le potenze regionali: il Medio Oriente come scacchiera** In Medio Oriente ogni conflitto locale ha almeno tre livelli di lettura: quello dichiarato, quello occulto e quello simbolico. Nulla accade veramente in isolamento. Ogni mossa militare è anche la mossa sulla scacchiera più grande, dove un altro attore tira i fili. Ogni crisi umanitaria riflette anche lo scontro sotterraneo per il controllo di risorse, rotte commerciali, sfere d’influenza. Se i protagonisti ufficiali delle cronache oggi sono Israele, l’Iran, i palestinesi, il resto della regione non resta certo a guardare. Anzi. Le potenze regionali si muovono con l’abilità dei funamboli: a volte compaiono in primo piano, altre restano dietro le quinte, altre ancora indossano maschere diverse a seconda della convenienza. **La Turchia di Erdoğan** è uno degli attori più ambigui. Da un lato sostiene a parole la causa palestinese – condannando Israele in pubblico alle Nazioni Unite – dall’altro mantiene solidi rapporti commerciali e militari proprio con Tel Aviv. In Siria, Ankara ha combattuto sia contro il regime di Assad sia contro i curdi, a seconda di quale minaccia reputasse maggiore per i suoi interessi. La sua visione neo-ottomana del mondo la spinge a proporsi come potenza mediatrice ed equilibratrice, ma spesso agisce piuttosto da potenza di pressione. Ha accolto sul proprio territorio milioni di profughi siriani in fuga dalla guerra, ma non ha esitato a usare la loro disperazione come leva geopolitica nei confronti dell’Europa, minacciando di “aprire i cancelli” e lasciarli proseguire verso ovest. Intanto la popolazione turca, stremata da una grave crisi economica, si divide: c’è chi invoca stabilità a ogni costo, e chi invece accusa il governo di usare il Medio Oriente come un teatro dove fingere una forza imperiale che non esiste più. **L’Arabia Saudita**, invece, gioca una partita più silenziosa ma non meno incisiva. Per anni ha finanziato la diffusione dell’estremismo sunnita attraverso reti di madrase e predicatori fondamentalisti in mezzo mondo, ma oggi cerca di mostrarsi sotto una luce diversa: quella di partner della modernizzazione, investendo in tecnologia, sport, *green economy*. Dopo gli accordi di disgelo con Israele promossi dall’amministrazione Trump (che avevano portato agli *Accordi di Abramo* del 2020), Riyad sembrava persino pronta a ufficializzare le relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico. Poi è arrivato il 7 ottobre 2023, e la strada si è fatta di nuovo tortuosa. Mentre i leader sauditi condannano pubblicamente le stragi di civili a Gaza, in privato continuano a tessere dialoghi con Israele per non perdere il treno della supremazia regionale. L’élite al potere in Arabia Saudita sa bene che la vera sfida non è soltanto con l’Iran o con Israele, ma con la propria immagine: quella di uno Stato ricchissimo che teme l’instabilità tanto quanto l’arretratezza interna. E l’**Egitto**? Bloccato a metà fra la gloriosa eredità panaraba di Nasser e l’autoritarismo pragmatico di al-Sisi, il Cairo è il classico mediatore senza reale autonomia. Controlla il valico di **Rafah**, l’unica via di uscita per i civili di Gaza, ma spesso – per pressioni esterne o calcolo interno – lo tiene chiuso, intrappolando i palestinesi nella loro prigione. Fa da intermediario nei negoziati tra Hamas e Israele (ad esempio per lo scambio di prigionieri o le tregue umanitarie), ma lo fa quasi sempre sotto dettatura di Washington e di Bruxelles. Nel frattempo il popolo egiziano vive una crisi economica devastante: l’inflazione galoppa, la moneta crolla, mancano pane e lavoro. Sempre più spesso esplodono proteste di piazza contro la corruzione e il carovita, ma il regime le reprime con pugno di ferro. E così persino il confine con Gaza – che potrebbe essere una valvola di sfogo e solidarietà – diventa invece una linea di contenimento della dignità: da un lato una catastrofe umanitaria, dall’altro un governo che teme che quella stessa disperazione sia contagiosa. Il **Qatar** gioca la carta del mediatore dai molti volti. Nella capitale Doha ospita il quartier generale politico di Hamas (cosa che gli vale le accuse di fiancheggiare il terrorismo da parte dei suoi vicini), però allo stesso tempo mantiene ottimi rapporti con gli Stati Uniti e l’Europa. Si propone come attore umanitario finanziando ospedali e progetti di ricostruzione a Gaza e altrove, ma intanto difende i propri interessi nel settore energetico con pugno duro. Dietro l’immagine patinata da “Davos del deserto” – fatta di conferenze internazionali e grandi eventi sportivi come i Mondiali di calcio – il Qatar conduce una diplomazia parallela, segreta, fatta di tavoli informali, pressioni discrete, valigie di milioni di dollari che all’occorrenza cambiano il corso delle alleanze. Infine c’è la **Siria**, un Paese ancora in macerie, ridotto a terreno di scontro permanente tra potenze esterne. Dal 2011 la Siria è il tragico esempio di come il Medio Oriente possa diventare una ferita aperta nel cuore del mondo. La guerra civile siriana è divenuta negli anni un conflitto internazionale: il regime di Assad è sopravvissuto soprattutto grazie all’intervento di Russia e Iran; nel nord, la Turchia occupa strisce di territorio per tenere lontani i curdi; a est e a sud, truppe americane e milizie varie controllano le zone petrolifere e contengono i residui dell’ISIS. Intanto la popolazione sopravvive a stento. A **Raqqa** i bambini giocano tra le rovine lasciate dallo Stato Islamico, imparando a memoria dove non mettere i piedi per non saltare sulle mine. A **Idlib** centinaia di migliaia di sfollati vivono sotto le tende, con la paura costante delle bombe che ogni tanto piovono ancora. Eppure, anche lì, le comunità si riorganizzano ogni giorno. Nelle scuole improvvisate sotto terra, nei mercati clandestini, nei campetti di calcio disegnati col gesso su un cemento sbrecciato, la vita continua. Nonostante tutto, si vive. Nonostante tutto, si resiste. In questo scenario di giochi incrociati, l’umano rischia di sparire. Le mappe geopolitiche colorano le zone d’influenza ma cancellano i volti. Parlano di sunniti, sciiti, *moderati*, *estremisti*, ma non raccontano dei tassisti, dei pescatori, delle infermiere, dei maestri di scuola. Non raccontano gli incontri clandestini tra giovani attivisti siriani e palestinesi, che pure avvengono scambiandosi esperienze di resistenza. Non raccontano i comitati di madri che, nei campi profughi, cucinano insieme ogni venerdì per tutte le famiglie – indipendentemente dalla fede, dalla fazione, dall’etnia. La scacchiera è grande, ma le pedine non sono tutte uguali. Alcune, semplicemente, non hanno mai chiesto di giocare. Sono i civili di ogni paese del Medio Oriente, usati come messaggi da recapitare o come ostaggi di strategie che non hanno mai potuto influenzare. Eppure sono proprio loro la parte più resistente del sistema. Quella che tiene insieme le città quando tutto crolla. Quella che ricostruisce con le proprie mani, che inventa nuove forme di convivenza, che sfida le identità imposte con la sola forza del continuare a vivere. E se un giorno le mappe di questa regione cambieranno davvero, non sarà per un trattato firmato in una capitale lontana. Sarà perché quelle voci oggi sommerse diventeranno un’onda. Sarà perché il dolore, a un certo punto, avrà superato la paura.## **Le potenze globali: interessi lontani, conseguenze vicine** A migliaia di chilometri dal deserto del Negev, in una sala climatizzata di Washington, un governo approva un nuovo pacchetto di aiuti militari. A Londra, in una conferenza stampa, si riafferma il “diritto all’autodifesa” di un alleato storico. A Mosca, tra un tavolo negoziale e l’altro, si calcolano i vantaggi indiretti di una guerra altrui. E a Pechino, nelle stanze ovattate del potere, si osserva con interesse ogni crepa dell’egemonia americana. Così funziona la geopolitica globale: si parla di strategie tra potenti, ma si agisce sulla pelle di altri popoli. Le grandi potenze mondiali hanno sempre guardato al Medio Oriente come a una scacchiera di religioni ed energie da muovere a proprio vantaggio. Dietro ogni alleanza stretta o ogni veto posto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dietro ogni raid “tollerato” o rifornimento di armi, ci sono scuole distrutte, ospedali al collasso, famiglie sfollate. I conflitti locali diventano messaggi planetari, ma il prezzo lo pagano sempre i più vicini all’esplosione. E i più poveri. **Gli Stati Uniti**, che amano definirsi “guardiani della libertà”, restano il garante militare e diplomatico principale di Israele in regione. Le loro basi militari costellano il Medio Oriente dal Golfo Persico al Mediterraneo. I cargo con armamenti made in USA arrivano puntuali ogni settimana. E quando Israele bombarda, la Casa Bianca raramente condanna apertamente. Gli interessi in gioco per Washington sono molteplici: contenere l’influenza iraniana, assicurarsi il controllo del corridoio energetico del Mediterraneo orientale, sostenere la propria industria bellica che da quei conflitti trae profitti enormi. Ma la retorica della democrazia e dei diritti umani suona terribilmente vuota quando, a **Khan Younis**, un bambino muore sotto le bombe per la settima notte consecutiva e su quei missili c’è scritto *“Made in USA”*. E non è certo la prima volta che le scelte geopolitiche americane generano mostri. Negli anni ’80, per contenere l’influenza sovietica in Afghanistan, fu proprio la CIA a finanziare e armare i mujaheddin. Tra questi, anche un giovane saudita destinato a diventare il nemico pubblico numero uno: Osama Bin Laden. Un’alleanza temporanea, costruita sull’opportunismo, che ha lasciato in eredità una delle ombre più lunghe della storia recente. Anche **l’Europa**, seppur con più timidezza, è presente nella partita. Francia, Germania e Regno Unito tentano di mantenere un equilibrio: a parole evocano i diritti umani, ospitano summit di pace, inviano aiuti umanitari; nei fatti, però, stringono accordi di difesa e vendono armi a governi autoritari della regione. Il linguaggio ufficiale è quello dei valori, ma quello ufficioso è la lingua degli affari – droni, petrolio, gas, commesse miliardarie. Così i proclami europei spesso si schiantano contro la realtà: i reportage dai campi profughi al gelo, le ambulanze bloccate ai check-point, i giornalisti uccisi con precisione chirurgica nonostante le loro pettorine con la scritta “Press”. **La Russia**, dal canto suo, ha consolidato la propria presenza nella regione intervenendo con forza nella guerra siriana, dove non si è limitata a fornire armi e addestramento: ha bombardato con i suoi aerei, combattuto con i suoi soldati, sostenuto attivamente il regime di Assad nella repressione della rivolta. Mosca ha impiegato il proprio potere di veto all’ONU per proteggere Damasco dalle risoluzioni internazionali, rendendosi il tutore armato di una delle dittature più sanguinose del secolo. L’obiettivo del Cremlino è chiaro: mostrare che l’Occidente non è l’unico regista possibile in Medio Oriente. Ma la Russia non interviene certo per fermare i massacri: li usa come moneta di scambio diplomatica. Nelle sue televisioni di Stato, le sofferenze di Gaza vengono raccontate non per compassione verso i palestinesi, ma per accusare l’ipocrisia dell’America. Tutto è calcolo, nulla è empatia. **La Cina** si muove in silenzio, con la pazienza di una dinastia millenaria. Pechino investe in porti, firmando accordi infrastrutturali in Iran, in Egitto, in Arabia Saudita; porta le sue tecnologie di sorveglianza digitale dove può; vende droni a buon mercato senza troppe domande. Non interviene mai direttamente nei conflitti – per ora – ma tesse relazioni economiche che un domani potrebbero permetterle di proporsi come mediatrice globale *super partes*. Intanto importa petrolio, esporta telecamere e riconoscimento facciale, resta ufficialmente “neutrale” nelle dichiarazioni, ma spietata nella logica: ogni crisi è un’opportunità di espansione d’influenza mentre gli altri si logorano a vicenda. Eppure, nessuno di questi attori internazionali si ferma davvero a *guardare*. A *sentire*. A *vivere* ciò che accade a chi in Medio Oriente ci abita, lo ama, lo teme. In un sobborgo di **Beirut**, ad esempio, una madre libanese riceve la notizia che il figlio – giovane soldato – è morto in uno scontro a fuoco tra Hezbollah e truppe israeliane al confine. Non l’aveva mandato lei a combattere. Aveva solo sperato per lui in un lavoro. In una cittadina israeliana, una ragazza ultraortodossa viene arrestata perché si è rifiutata di fare il servizio militare. Ha vent’anni e un principio semplice: non si può difendere la fede uccidendo altri figli di Dio. Alle porte di Gaza, in una baraccopoli improvvisata, un anziano palestinese disegna a memoria la piantina della casa che gli hanno distrutto con le bombe. Accanto, il nipotino cerca di ricostruirla con il fango e le mani. Queste storie non entrano nei dossier segreti delle intelligence. Non pesano nei summit diplomatici. Eppure sono la realtà più resistente, quella che ostinatamente continua a vivere. Mentre le grandi potenze osservano le crisi in Medio Oriente come occasioni per regolare conti globali o consolidare la propria posizione, qui – tra Gaza e Gerusalemme, tra Beirut e Teheran – ogni singola notte è una lotta contro la fame, contro il freddo, contro la disperazione. La domanda che la gente si fa non è “chi ha ragione?”. È: “domani saremo ancora vivi?”. L’“internazionalizzazione” dei conflitti, che nella logica dei potenti dovrebbe garantire equilibrio e ordine, nella vita dei popoli significa solo moltiplicare la violenza. Ogni nuova mano che si aggiunge sul campo non porta la pace: porta armi, porta interessi, porta un’altra bandiera a cui giurare fedeltà. E così, tra dichiarazioni in inglese forbito e strette di mano tra uomini in giacca e cravatta, si spegne la voce di chi dovrebbe contare di più. Quella degli umani. Dei vivi. Dei sopravvissuti. Ma quella voce non tace per sempre. La si sente nei canti funebri trasformati in cori di protesta. Nei graffiti sui muri di Gerusalemme e Hebron. Nei flash mob pacifisti organizzati a Ramallah. Nelle lettere dei soldati che rifiutano di sparare. Nei racconti che viaggiano su Telegram tra donne iraniane e ragazze egiziane che pure non si sono mai incontrate, ma si chiamano “sorella” l’un l’altra. Perché se è vero che il Medio Oriente ha visto nascere gruppi armati, lotte feroci, derive ideologiche violente, è altrettanto vero che **la maggioranza della sua gente non impugna fucili**: lavora, cresce figli, sogna un tetto e un futuro. Ed è proprio **questa umanità a subire le conseguenze delle scelte e della violenza di tutti gli attori in campo** — siano essi governi, milizie, potenze estere o interessi geopolitici. È il convitato di pietra di ogni trattativa, di ogni veto, di ogni bomba sganciata. Nel mondo dei potenti il Medio Oriente è solo una leva. Per chi lo abita, è *casa*. E **non c’è casa che non meriti la pace.**## **Le voci dal basso** C’è un Medio Oriente che non fa i titoli dei telegiornali. Che non lanciamissili né firma trattati di pace a Camp David. Che non traccia confini nei comunicati stampa delle cancellerie. È un Medio Oriente fatto di madri, infermieri, studenti, contadini, poetesse, imbianchini, suore, imam, rabbini, camionisti. È il Medio Oriente che resiste. Non con le armi, ma con la vita. A **Gaza**, mentre piovono le bombe, centinaia di insegnanti continuano a fare lezione nei tunnel sotterranei, con le torce puntate sui volti dei bambini seduti per terra. A **Jenin**, un gruppo di ragazzi ha trasformato un furgoncino in una biblioteca mobile che attraversa i checkpoint con la scusa di distribuire verdure: sotto le casse di melanzane sono nascosti libri di poesia e romanzi, perché anche leggere è resistenza. A **Hebron**, un medico palestinese opera di nascosto anche i bambini israeliani feriti negli scontri al confine. “Non esistono figli del nemico,” dice. “Esistono solo figli che devono crescere.” Ma la voce della resistenza civile si alza anche contro i soprusi interni, non solo contro quelli imposti da fuori. Tra luglio e agosto del 2023, migliaia di gazawi — molti giovani — hanno sfidato Hamas con una protesta storica, chiedendo non soltanto pane, energia elettrica e acqua, ma diritti, trasparenza e libertà. Hamas governa la **Striscia** dal 2007: allora prese il potere con un colpo di forza, per poi vincere – in seguito – le elezioni legislative, ma da quasi vent’anni non ci sono più state elezioni, il potere è diventato ereditario, e la corruzione è dilagante. Le manifestazioni, accompagnate dallo slogan “We want to live” («Vogliamo vivere»), furono represse con durezza: arresti, pestaggi, uso della forza, telefonini sottratti ai giornalisti, almeno un manifestante ucciso. Hamas usa sistematicamente la violenza anche contro il proprio popolo, per soffocare il dissenso. Qualche settimana dopo, con l’attacco del 7 ottobre, lo stesso movimento ha compiuto un salto di scala: c’è chi sostiene che quell’offensiva sia stata anche dettata dal desiderio di ricompattare il consenso interno, soffocare l’opposizione e rialzare la bandiera dell’odio. Anche in **Israele** ci sono voci che rompono il coro. Rabbini progressisti che denunciano le discriminazioni sistemiche verso i palestinesi – quella che alcuni definiscono “apartheid strisciante”, cioè un insieme di leggi e pratiche che, pur senza dichiararla apertamente, creano una separazione profonda tra cittadini e non cittadini, tra ebrei e arabi, tra chi può e chi non può. E poi ci sono gruppi di madri israeliane e palestinesi che si incontrano clandestinamente, in case anonime, per piangere insieme i figli uccisi e tenere viva la memoria dei loro nomi. Ex soldati che scrivono libri-testimonianza per denunciare gli abusi commessi a Gaza e in Cisgiordania. Giovani ortodossi che accettano di farsi arrestare pur di non prestare servizio nell’esercito di uno Stato che, dicono, “ha dimenticato la compassione della Torah”. In **Iran**, dove l’oppressione si è fatta legge, sono le donne a ribellarsi in modo disarmato ma potentissimo. Lo fanno tagliandosi i capelli in pubblico, danzando per strada anche se è vietato, disobbedendo con la bellezza e il coraggio. In **Siria**, dove il dolore ha sbriciolato ogni cosa, resistono comitati spontanei che costruiscono scuole sotto le tende, che organizzano turni per distribuire il pane, che fotografano gli orrori per mandarli al mondo – anche quando il mondo sembra voler guardare altrove. In **Libano**, nella valle della Beqāʿ, donne cristiane e musulmane lavorano insieme nei campi di patate, condividendo l’acqua dei pozzi e scambiandosi i semi migliori, come facevano le loro nonne prima che la guerra civile le dividesse. In **Egitto**, una rete clandestina di giornalisti indipendenti documenta le violazioni dei diritti umani e le traduce in cinque lingue diverse per farle conoscere al mondo. A **Baghdad**, tra gli echi dell’occupazione americana (finita nel 2021), c’è una radio comunitaria che trasmette storie di convivenza e speranza 24 ore su 24, raccogliendo le telefonate degli ascoltatori che raccontano gesti di solidarietà quotidiana. E poi ci sono i ponti invisibili. Quelli che si costruiscono via Internet, via voce, via cuore. Giovani palestinesi che scrivono e-mail a coetanei ebrei americani per spiegare la loro causa oltre la propaganda. Attivisti iraniani che si confrontano online con dissidenti sauditi, accomunati dal desiderio di libertà contro regimi opposti. Studenti israeliani che imparano l’arabo non per interrogare sospetti ai posti di blocco, ma per poter ascoltare davvero chi sta dall’altra parte del muro. Gente comune che dice *basta*. Che si oppone all’odio ereditato. Che non vuole essere ingranaggio di nessun impero, né vittima silenziosa del potere che indossa la propria stessa bandiera. Le voci dal basso non fanno rumore negli studi televisivi. Non hanno carri armati, non hanno miliardi di dollari, non controllano network o satelliti. Ma hanno le parole. E le parole, a volte, riescono dove gli eserciti falliscono. Parlano di fratellanza senza confini. Di ferite che non chiedono vendetta ma giustizia e memoria. Di dignità che non ha passaporto. Di libertà che non si può “esportare” con le bombe ma costruire solo dal basso. Sono storie scomode, che pochi vogliono ascoltare, perché tolgono certezze. Perché infrangono la narrazione binaria del bene contro il male. Perché ricordano che non esistono popoli malvagi per natura, ma solo popoli feriti, manipolati, traditi. E che la resistenza più difficile è quella contro la violenza, da qualunque parte arrivi. Eppure sono loro, queste voci umili del popolo, che pian piano cambiano la Storia. Non subito. Non ovunque. Ma giorno dopo giorno, con ogni atto di disobbedienza civile, con ogni abbraccio impossibile, con ogni bambino che viene al mondo nonostante le bombe. Il Medio Oriente brucia, ma nel suo fuoco non c’è solo distruzione. C’è anche una fiamma che illumina, che indica un’altra via. La via di popoli che, pur stritolati da potenze cieche, milizie fanatiche e governi autoritari, continuano a scegliersi come simili, non come nemici.## **Orientarsi nel caos: un atto di umanità** Il Medio Oriente non è soltanto un luogo sulle mappe: è anche uno specchio. Ci specchiamo nelle sue guerre e vediamo riflesse le tensioni del nostro tempo, le cicatrici della storia, le ipocrisie della politica globale. Ma possiamo scegliere *come* guardare quello specchio. Siamo cresciuti con narrazioni semplici, tagliate con l’accetta: da una parte il bene, dall’altra il male. Da un lato l’Occidente “razionale”, dall’altro l’Oriente “fanatico”. Da una parte le democrazie, dall’altra i “regimi” e le “milizie”. Ogni parola così netta e comoda è in realtà una porta chiusa alla comprensione. E ogni porta chiusa è un’occasione persa per costruire la pace. In questo dossier abbiamo attraversato un secolo di storia: confini tracciati col righello, rivolte dimenticate, guerre combattute per procura, crisi umanitarie ignorate, ma anche resistenze nate senza eserciti e capaci di costruire scuole, ospedali, perfino canzoni sotto le bombe. Abbiamo guardato in faccia non le bandiere, ma le persone. Quelle che continuano a vivere, curare, insegnare, scrivere, piangere e lottare *senza odio*. Ecco perché comprendere il Medio Oriente oggi non è solo un esercizio geopolitico: è un atto di responsabilità e di solidarietà. Ogni semplificazione alimenta il fuoco. Ogni tifo cieco rende complici. Ogni silenzio su chi resiste diventa un’altra forma di violenza. L’informazione non è mai neutrale, ma può provare a essere giusta. Può smettere di raccontare il mondo solo attraverso carri armati, leader e missili, e cominciare a raccontarlo con la voce dei popoli: delle donne che non si coprono il capo per protesta, degli uomini che rifiutano il fucile, dei bambini che disegnano la pace sui muri distrutti. **Eywa** nasce per questo: per ridare senso alle notizie, per rimettere al centro ciò che conta davvero. Per aiutare ciascuno di noi a orientarsi nel caos senza perdersi nel tifo da stadio. Perché in fondo, scegliere di capire — *davvero* — è la forma più alta di solidarietà. E forse l’unica via possibile per costruire un futuro in cui la terra non sia più contesa, ma condivisa. ***Fonti:*** ***OCHA**, Occupied Palestinian Territory: Humanitarian Needs Overview, United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, 2024. **UNRWA**, Chi siamo e dati su rifugiati palestinesi, United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees, unrwa.org **HRW**, Israel and Palestine: Events of 2023, Human Rights Watch, hrw.org **HRW**, A Threshold Crossed: Israeli Authorities and the Crimes of Apartheid and Persecution, Human Rights Watch, 2021. **AI**, Israel’s apartheid against Palestinians: Cruel system of domination and crime against humanity, Amnesty International, 2022. **AI**, Israel and Occupied Palestinian Territories 2023, Amnesty International, 2024. **BBC**, Sykes-Picot: The lines in the sand that remade the Middle East, BBC News, 16 maggio 2016. **Al Jazeera**, Timeline: US involvement in Afghanistan, 15 agosto 2021, aljazeera.com **The Guardian**, How the CIA helped the military overthrow Iran’s democracy in 1953, 19 agosto 2013. **The New York Times**, The Secret CIA Files on the Iran Coup, agosto 2013. **Middle East Research and Information Project**, Chi siamo e articoli d’archivio, merip.org **Brookings Institution**, What’s next for Gaza and the West Bank?, 2024, brookings.edu **Freedom House**, Freedom in the World 2024 – Middle East & North Africa, freedomhouse.org **International Crisis Group**, Schede e rapporti su Israel/Palestine, crisisgroup.org **CPI**, Applications for arrest warrants in the situation in the State of Palestine, International Criminal Court, 20 maggio 2024. **Robert Fisk**, The Great War for Civilisation: The Conquest of the Middle East, Harper Perennial, 2006. **Noam Chomsky e Ilan Pappé**, On Palestine, Haymarket Books, 2015.* **Categorie:** Attualità, Dossier **Tag:** Geopolitica & Relazioni internazionali --- ### [Gaza e Israele: due governi, una sola trappola per i civili](https://eywadivulgazione.it/gaza-e-israele-due-governi-una-sola-trappola-per-i-civili/) **Published:** Giugno 30, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## *Perché né Hamas né Netanyahu vogliono la pace* ### **Un conflitto senza confini** Tra Gaza e Israele non esiste più un confine chiaro tra il fuoco nemico e quello amico. Esiste un imbuto: un tunnel senza uscita, dove la popolazione civile viene risucchiata da due forze che della guerra hanno fatto il loro ossigeno. Da una parte Hamas, padrone assoluto della Striscia dal 2007, dall’altra Benjamin Netanyahu e la sua coalizione ultraconservatrice. Due volti di uno stesso incubo: un popolo incastrato tra repressione interna e occupazione esterna, senza diritti, senza voce, senza scampo.### **Gaza diventa prigione sotto Hamas** Hamas non è un governo nel senso pieno del termine. È una milizia che ha militarizzato il potere, trasformando la Striscia in una prigione a cielo aperto. Nel 2006, Hamas vinse le elezioni legislative palestinesi con una maggioranza relativa. Ma l’anno successivo, nel 2007, si impadronì del potere a Gaza con la forza, sconfiggendo militarmente le fazioni legate a Fatah in una breve ma sanguinosa guerra civile. Da allora, non si vota più. Sono passati quasi vent’anni senza elezioni, senza confronto democratico, senza legittimazione popolare. Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto 2023, Gaza è scoppiata. Migliaia di persone hanno riempito le piazze con una richiesta semplice: vivere. La protesta, iniziata il 30 luglio, si è protratta per alcuni giorni, nonostante la repressione. Non è stato uno slogan politico, ma una supplica esistenziale. “We want to live”, hanno scritto sugli striscioni. Pane, acqua, elettricità, ma anche libertà, dignità, futuro. La risposta è stata feroce. Repressione, arresti arbitrari, pestaggi. Almeno un morto. Gli apparati di Hamas si sono mossi come un corpo unico per soffocare ogni dissenso, come se la richiesta di sopravvivenza fosse un tradimento. Gli aiuti umanitari, quando arrivano, vengono tassati da Hamas. I beni primari distribuiti secondo logiche clientelari. Chi protesta è accusato di collaborazionismo con Israele. La povertà è diventata una leva di potere. La rabbia, un nemico interno.### **Il legame tra Hamas e gli interessi esterni** Hamas non è un blocco monolitico, né è composto solo da palestinesi. L’organizzazione è nata nel 1987 come costola dei Fratelli Musulmani e da allora si è evoluta in una struttura paramilitare, ideologicamente ispirata all’islamismo radicale. Riceve finanziamenti, armi e supporto strategico da potenze esterne come l’Iran e, in parte, Hezbollah. Molti dei suoi leader vivono all’estero, in Qatar o in Libano, lontano dalla miseria quotidiana della Striscia. I loro interessi rispecchiano agende regionali più ampie, che spesso divergono dalle esigenze immediate della popolazione civile palestinese. Per Hamas, la liberazione della Palestina passa attraverso la lotta armata e il martirio, più che attraverso il benessere, l’educazione o la costruzione di istituzioni democratiche. Ed è forse anche per contenere quella rabbia che, pochi mesi dopo, Hamas ha lanciato l’attacco del 7 ottobre 2023. Un atto terroristico brutale, spietato, pianificato. Uccisioni, sevizie, stupri. Più di mille morti. Un massacro non solo rivolto verso l’esterno, ma anche pensato per ricompattare il fronte interno. Distogliere l’attenzione. Zittire la protesta. Far dimenticare le piazze di luglio con il boato delle esplosioni di ottobre.### **Israele e la crisi della democrazia** Ma la violenza non ha un solo volto. E anche se Netanyahu guida uno Stato democratico riconosciuto, la sua azione oggi ricorda — per metodi e cinismo — quella di Hamas. Con una differenza: ha mezzi infinitamente superiori. E quando il potere è tanto squilibrato, la devastazione si fa assoluta. Sotto processo per corruzione, frode e abuso di potere, il premier israeliano ha trasformato la guerra in uno strumento per rimandare l’inevitabile: i processi, le sentenze, la caduta. Ogni missile lanciato, ogni raid ordinato, ogni conferenza stampa sulla “sicurezza nazionale” non è solo geopolitica: è sopravvivenza politica. Più a lungo dura la guerra, più a lungo Netanyahu può restare in carica. La sua coalizione è la più estrema mai vista in Israele. Ministri come Itamar Ben-Gvir sostengono apertamente l’annessione totale dei territori palestinesi, promuovono politiche di discriminazione etnica e ritengono l’uso della forza armata l’unica risposta possibile al conflitto. Il dibattito pubblico è stato avvelenato da un linguaggio violento, identitario, razzista. I palestinesi sono nemici interni, le manifestazioni civili sono sabotaggio, la magistratura è un ostacolo da neutralizzare. Lo hanno capito bene i cittadini israeliani: nel 2023, è esploso un movimento di protesta senza precedenti. Il 7 gennaio 2023, la prima grande manifestazione si è tenuta a Tel Aviv, in piazza Habima, contro la riforma giudiziaria promossa dal ministro Yariv Levin e sostenuta da Netanyahu. A gennaio e febbraio, le piazze si sono riempite ogni settimana, con oltre 100.000 manifestanti regolari e l’adesione di intere categorie professionali: medici, insegnanti, piloti. A marzo, lo scontro si è acuito: la proposta di conferire al governo il pieno controllo sulla Corte Suprema ha generato proteste di massa e uno sciopero generale. Il governo ha temporaneamente sospeso la riforma. Ma le manifestazioni sono proseguite per tutta la primavera. Tra aprile e luglio, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza ogni settimana. Il 24 luglio, nonostante tutto, il parlamento ha approvato una misura chiave della riforma. La frattura democratica era ormai profonda. Anche qui: un popolo contro il suo governo.### **Due governi, un solo bisogno di guerra** Il parallelo diventa doloroso. **Due governi che, in modi diversi, dipendono dalla guerra per esistere**. Hamas, per evitare il crollo del proprio consenso interno, e Netanyahu, per scampare ai tribunali. Nessuno dei due può permettersi la pace. Perché la pace richiederebbe riforme. Elezioni. Trasparenza. Rinunce. Restituzioni. E per entrambi, significherebbe cedere il potere. ### **Vittime comuni: civili, dissidenti, pacifisti** In mezzo, i civili. Palestinesi strangolati dal doppio giogo: l’assedio militare israeliano da un lato, l’oppressione autoritaria di Hamas dall’altro. Ebrei israeliani usati come scudi retorici di una politica che ha perso l’orizzonte della giustizia. Tutti ostaggi, prigionieri di una guerra senza uscita. Non si può neanche parlare di resistenza senza specificare. Perché quella esiste, e non sempre è armata. Le madri che protestano, i giovani che boicottano, i professori che insegnano ancora il diritto alla verità: sono loro le cellule della pace. Nascoste, isolate, ma vive. Le donne iraniane che si ribellano al velo obbligatorio, le attiviste di Gaza che sfidano la repressione, i rabbini che credono in un’altra Israele: sono voci sparse, ma unite da una stessa resistenza civile.### **La pace non è una tregua** Però questo filo va raccolto. Va protetto. Serve un movimento internazionale che guardi oltre il rumore dei droni. Che capisca che una pace vera non si costruisce solo fermando le bombe, ma anche aprendo spazi di democrazia. Una presenza dei caschi blu potrebbe garantire protezione umanitaria e temporanea, ma senza un disegno politico chiaro sarebbe solo un cerotto. Serve una pressione globale che tenga ben presente il quadro complessivo: **due aguzzini, una vittima**. Perché pensare che il solo problema sia Israele, ignorando la repressione interna di Hamas, significa comunque abbandonare i palestinesi alla spirale dei soprusi. Significa lasciarli soli nella trappola in cui Hamas li ha bloccati e che Israele ha poi trasformato in un’escalation vendicativa. Netanyahu, guidato da un’opportunistica strategia di autoconservazione, ha fatto della violenza un parafulmine per i suoi processi e il suo declino politico. Ma nulla si risolverà senza una vera discontinuità su entrambi i fronti. Fino a quando non accadrà, la guerra continuerà ad autoalimentarsi. Perché conviene. Conviene alle élite che si arricchiscono con i contratti militari, con i finanziamenti esteri, con la paura. Ma non conviene ai bambini di Gaza che non conoscono il silenzio. Non conviene ai ragazzi di Tel Aviv che hanno visto troppi coetanei partire e non tornare. Non conviene a chi crede ancora che esista un’alternativa. Il Medio Oriente non è destinato alla guerra. Non lo è né per cultura, né per religione. È stato trasformato in un campo di battaglia da chi ha interesse a mantenerlo tale: governi, milizie, industrie belliche, alleati silenziosi. Ma la Storia non è immobile. Può ancora cambiare. E cambierà solo se, finalmente, la pace tornerà ad avere più valore della paura. **Fonti principali:** Associated Press, Freedom House, The Guardian, Al Jazeera, JStreet, OCHA (ONU), Arab Center for Research and Policy Studies, JCPA (Jerusalem Center for Public Affairs), FDD (Foundation for Defense of Democracies), Wikipedia (per contesti generali). **Categorie:** Attualità --- ### [Turismo in Italia 2025: record storico… ma a quale costo?](https://eywadivulgazione.it/turismo-italia-2025-record-storico-quale-costo/) **Published:** Giugno 25, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) L’estate 2025 si preannuncia come la più affollata di sempre per il nostro Paese. Secondo l’ENIT, l’Italia accoglierà oltre 36 milioni di visitatori internazionali tra giugno e settembre. È un picco storico, che supera persino i numeri pre-Covid. A guidare la classifica ci sono Stati Uniti, Germania e Regno Unito, ma aumentano anche gli arrivi da paesi come India e Brasile, spinti da pacchetti accessibili e nuove rotte aeree. Se da un lato il turismo resta una delle colonne dell’economia italiana, dall’altro si fanno strada timori sempre più concreti: riusciremo a sostenere tutto questo afflusso? La questione è delicata. Perché non è solo una questione di numeri. È una questione di equilibrio. Di vivibilità. E, soprattutto, di scelte politiche e urbanistiche.### **Cosa significa davvero “overtourism”** Il termine “overtourism” (che possiamo tradurre con ‘sovraffollamento turistico’) è entrato nel vocabolario globale solo negli ultimi anni, ma descrive un fenomeno ben noto a chi vive nei luoghi più visitati del pianeta. Si verifica quando il numero di turisti supera la capacità di carico sociale, ambientale o infrastrutturale di una destinazione. Gli effetti? Servizi pubblici al collasso, traffico paralizzato, aumento dei prezzi degli affitti, spazi pubblici ridotti a set fotografici. Ma anche un senso diffuso, tra i residenti, di non appartenenza alla propria città. Non si tratta solo di disagio: in molte realtà, l’overtourism compromette la qualità della vita e la coesione sociale. Alcuni quartieri cambiano pelle, diventando vetrine per turisti e luoghi invivibili per chi ci abita. Le case vengono convertite in B&B, i negozi storici lasciano il posto a souvenir tutti uguali. A farne le spese sono spesso le fasce più fragili, costrette a spostarsi altrove.### **Quando il record diventa rischio** Il turismo è importante. Nessuno lo mette in dubbio. Ma un record di presenze non è sempre una buona notizia. A Venezia, i picchi giornalieri di visitatori sfiorano i 100 mila. A Roma, il Colosseo è già sold out per quasi tutta l’estate. A Firenze, i residenti lamentano difficoltà a prendere un autobus, a fare la spesa, persino a camminare. In queste condizioni, il turismo rischia di diventare una forma di pressione insostenibile. A preoccupare è anche la concentrazione: i grandi flussi si dirigono sempre verso le stesse mete, mentre moltissimi luoghi restano ai margini, invisibili. Il risultato è un doppio spreco: da un lato si impoverisce l’esperienza del turista, che vive code e folla. Dall’altro si perdono opportunità per territori ricchi di cultura, natura e accoglienza.### **Cosa si sta facendo (e cosa funziona)** Alcune città stanno tentando contromisure. Venezia ha introdotto un ticket d’ingresso di 5 euro per i visitatori giornalieri, applicato nei weekend più critici. Pompei ha fissato un tetto massimo di visitatori al giorno, con turni orari per evitare assembramenti. A Sirmione, sul Lago di Garda, sono comparsi i “tutor di strada”: volontari con gilet gialli che regolano i flussi e spiegano ai turisti come comportarsi. Misure simboliche? Forse. Ma in alcuni casi funzionano. Perché fanno passare un messaggio: l’accesso a un luogo non è illimitato. Ha un costo. E un impatto. Anche altrove in Europa si sperimentano anche soluzioni più sistemiche. A Barcellona e Lisbona sono stati imposti limiti agli affitti brevi. In Grecia, alcune isole chiedono contributi ambientali ai visitatori. Amsterdam ha ridotto il numero di navi da crociera e promuove il turismo invernale. Queste politiche, se ben comunicate, aiutano a distribuire il carico turistico e a ristabilire una convivenza più equa tra chi arriva e chi resta.### **E in Italia?** Nel nostro Paese, il dibattito è acceso ma frammentato. Ogni Comune si muove a modo suo, spesso in ritardo. Manca una regia nazionale, una visione di lungo periodo. Eppure le soluzioni ci sono. Promuovere mete alternative. Allungare la stagione turistica. Introdurre limiti negli affitti. Usare la tecnologia per monitorare i flussi in tempo reale. Investire in trasporti pubblici e in educazione turistica. Ma serve anche un patto tra le amministrazioni, gli operatori e i residenti. Perché senza consenso sociale, ogni misura rischia di fallire.### **La voce dei territori** Parlano i numeri, ma parlano anche le persone. Elena, residente a Firenze, racconta: “d’estate evitiamo il centro. È diventato invivibile. I bus passano pieni, i supermercati sono assaliti. Sembra che la città non sia più nostra.” Marco, che gestisce un agriturismo in Umbria, è invece fiducioso: “noi abbiamo scelto un altro modello. Offriamo esperienze lente, relazioni vere. I turisti lo apprezzano. C’è spazio per un turismo diverso.” Ed è proprio qui che si apre una possibilità. Fare turismo non significa riempire luoghi. Significa **prendersene cura**. Raccontarli. Condividerli. E per farlo serve tempo, rispetto, ascolto.### **Il futuro che scegliamo** Il turismo può essere un’opportunità, oppure un problema. Dipende da come lo gestiamo. L’estate 2025 ci lancia una sfida: crescere senza distruggere. Accogliere senza invadere. Offrire senza perdere identità. Perché dietro ogni numero c’è una città, una comunità, un paesaggio che merita di essere vissuto. Non solo visto. Su *Eywa, la divulgazione responsabile*, continueremo a monitorare il fenomeno, raccogliere storie, suggerire pratiche sostenibili. Perché il turismo, come ogni forma di convivenza, è una scelta. E le scelte migliori si fanno con consapevolezza. **Categorie:** Articoli **Tag:** Ambiente & Sostenibilità, Economia & Finanza --- ### [Etichette “a impatto zero”: come riconoscere il greenwashing (anche dopo le nuove leggi UE)](https://eywadivulgazione.it/etichette-impatto-zero-riconoscere-greenwashing-nuove-leggi-ue/) **Published:** Giugno 23, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) È facile lasciarsi convincere da una confezione ben disegnata. Una grafica pulita, una fogliolina verde accanto a un claim rassicurante: *“a impatto zero”*. Oppure *“prodotto sostenibile”*, *“amico del clima”*. Lo leggiamo, e abbassiamo la guardia. Ma oggi, nel 2025, possiamo davvero fidarci di queste diciture? La risposta, purtroppo, non è ancora un sì pieno. Nonostante l’entrata in vigore della Green Claims Directive e l’approvazione del Carbon Removal Certification Framework da parte dell’Unione Europea, **le zone d’ombra non sono scomparse**. Si sono solo fatte più sofisticate. Oggi non basta scrivere *“a impatto zero”* su un prodotto per essere dalla parte giusta della storia. Serve poterlo dimostrare. Ma molte aziende, nonostante la nuova normativa, continuano a comunicare messaggi ecologici vaghi, imprecisi o del tutto infondati. E se il consumatore non è attrezzato per riconoscerli, il rischio di essere ingannati rimane altissimo.## **Il caso dei biscotti “a impatto zero”** Prendiamo un esempio concreto. Una nota marca di biscotti da supermercato si presenta con un bollino verde e la scritta *“a impatto zero”*. In piccolo, una frase spiega che le emissioni legate alla produzione sono state compensate piantando alberi. Ma se provi a cercare ulteriori informazioni sul sito ufficiale, scopri che non è indicato **quale progetto** ha ricevuto il finanziamento, né **quale standard** sia stato usato per calcolare l’impatto ambientale. Nessuna traccia di certificazione indipendente, nessun documento consultabile, nessun registro che mostri l’effettivo annullamento dei crediti acquistati. È greenwashing? Sì. Perché **la nuova direttiva UE richiede trasparenza, verificabilità e tracciabilità**. Senza questi elementi, una dichiarazione ambientale è considerata ingannevole. Eppure, quel pacco di biscotti continua a vendere sostenibilità apparente, in attesa che i controlli facciano il loro corso.## **La promessa “a impatto zero” non basta** Negli anni, molte aziende hanno usato i cosiddetti crediti di carbonio per proclamare la neutralità delle loro attività o dei loro prodotti. L’idea, in teoria, è semplice: *se non riesco a ridurre tutte le mie emissioni, almeno finanzio progetti che le compensano altrove*. Ma nella pratica, la storia si complica. Perché non tutti i crediti sono uguali, e non tutti i progetti compensano davvero. Dopo lo scandalo Verra — l’ente certificatore travolto dalle inchieste internazionali sui crediti “fantasma” — sono emersi migliaia di esempi di certificazioni che non corrispondevano ad alcun beneficio reale per il clima. Progetti di riforestazione in zone già protette, calcoli gonfiati, assenza di controlli sul campo. E quei crediti sono finiti esattamente lì: sui bollini dei prodotti di largo consumo, trasformando il marketing ambientale in una gigantesca illusione. Oggi, dopo l’introduzione, nel marzo 2023, dei Core **Core Carbon Principles** \[mettere il link esterno: [CCP-Book-V1.1-FINAL-LowRes-15May24.pdf](https://icvcm.org/wp-content/uploads/2024/02/CCP-Book-V1.1-FINAL-LowRes-15May24.pdf?utm_source=chatgpt.com)\] (CCPs; *Core Carbon Principles – Assessment Framework and Procedure*, Integrity Council for the Voluntary Carbon Market, luglio 2023) e della nuova normativa europea, lo standard si sta alzando. Ma restano molte etichette ambigue in circolazione. Anche nel 2025, **non è affatto difficile trovare un detersivo che si dichiara “a impatto zero” senza alcun riferimento al metodo di calcolo, né al tipo di compensazione effettuata**. In alcuni casi, la compensazione è avvenuta una sola volta, anni fa, e da allora nessuna verifica è stata più pubblicata.## **Dove si nasconde ancora l’inganno** Le aziende più trasparenti pubblicano un report di sostenibilità completo, indicano lo standard utilizzato (come **PAS 2060**, **CarbonNeutral®** o **Gold Standard**), specificano il periodo di riferimento e riportano il registro in cui i crediti sono stati **ritirati** — cioè **annullati, in modo che non possano essere rivenduti né riutilizzati da altri**. Alcune permettono persino di scaricare i documenti ufficiali. Altre, però, si affidano a linguaggi vaghi. Parlano di *“progetti ambientali”* senza nominarli. Affermano di essere *“a impatto zero”* senza indicare il numero di crediti acquistati. Si fregiano di simboli grafici che imitano i veri sigilli di certificazione ma che, in realtà, non significano nulla. In questi casi, anche oggi, **l’etichetta è più ingannevole che informativa**. Un altro esempio? Alcune compagnie aeree permettono di aggiungere pochi centesimi al prezzo del biglietto per *“compensare l’impatto ambientale del volo”*. Ma raramente spiegano chi verifica il progetto selezionato, se i crediti sono stati ritirati in un registro pubblico, o se sono stati usati crediti economici e a bassa qualità, spesso provenienti da progetti già esistenti.## **Come orientarsi, davvero** Non servono strumenti tecnici né lauree in ingegneria ambientale per tutelarsi. Serve allenare lo sguardo. Una dicitura come *“prodotto sostenibile”* non ha alcun valore se non è accompagnata da dati verificabili. Una dichiarazione di “a impatto zero” deve rimandare a un ente terzo, uno standard riconosciuto, un documento pubblico. Oggi, chi vuole informarsi può farlo. I registri di ritiro dei crediti sono consultabili. I principali standard internazionali (PAS 2060, Gold Standard) spiegano chiaramente quali sono i requisiti per ottenere una certificazione. Il punto è che **dev’essere l’azienda a offrirci queste informazioni spontaneamente**. Se non lo fa, se ci costringe a cercarle altrove, probabilmente ha qualcosa da nascondere.## **Il consumatore non è più solo** La buona notizia è che non siamo più soli. La nuova direttiva europea obbliga chi fa affermazioni ambientali a dimostrarle. E introduce il divieto esplicito di usare espressioni generiche come *“rispettoso dell’ambiente”* senza prove. Ma fino a quando il sistema dei controlli non sarà pienamente attivo, resta a noi l’ultima parola. E oggi, più che mai, **fare la spesa è anche un atto politico**. Non per partito preso, ma perché ogni euro speso può alimentare un modello o scardinarlo. Può premiare la coerenza, o alimentare l’ambiguità. E la prossima volta che ci troviamo con quel pacco “a impatto zero” tra le mani, forse non lo guarderemo più allo stesso modo.[**LEGGI IL DOSSIER: IL GRANDE INGANNO DEL CARBONIO**](https://eywadivulgazione.it/carbonio-fantasma-la-faccia-nascosta-della-lotta-al-cambiamento-climatico/) **Categorie:** Articoli **Tag:** Ambiente & Sostenibilità --- ### [Renzi: con noi il centrosinistra vince. E' vero?](https://eywadivulgazione.it/renzi-con-noi-centrosinistra-vince-vero-falso/) **Published:** Giugno 16, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *“Facile. Si vince con i voti e non con i veti. Spero che questo sia chiaro a tutti. Naturalmente il merito del successo è di Silvia Salis che ha fatto una campagna perfetta e, insieme a lei, di tutte le liste. Ma il fatto è che alle regionali hanno messo il veto su di noi e hanno perso. E alle comunali hanno tolto il veto e abbiamo vinto. E questo fatto è inoppugnabile*” – Matteo Renzi al *Secolo XIX*### **Le ragioni strategiche che guidano l’alleanza tra Italia Viva e il centrosinistra** ### **L’analisi della situazione** Per verificare se le affermazioni di Matteo Renzi siano aderenti alla realtà, abbiamo analizzato il quadro elettorale dal 2020 a oggi. Negli ultimi cinque anni, la partecipazione di Italia Viva alle elezioni locali e regionali ha rappresentato una cartina di tornasole della capacità del centrosinistra di innovare e allargare le proprie coalizioni. Il partito guidato da Renzi ha attraversato fasi alterne, ma è rimasto presente in molte competizioni, talvolta come alleato del centrosinistra, talvolta in forma autonoma. A partire dalle elezioni regionali del 2020, Italia Viva si è presentata in sette regioni, spesso a sostegno dei candidati progressisti, oppure con proprie liste civiche. In Toscana e Campania ha contribuito alla vittoria della coalizione di centrosinistra, pur senza risultare determinante. In Liguria, Veneto e Marche, dove ha corso in modo autonomo o con alleanze atipiche, il centrosinistra non è riuscito a prevalere. In Puglia, l’alleanza con Azione e +Europa ha dato vita a un fronte più ampio, ma Italia Viva non ha avuto un ruolo centrale nel successo finale. Un caso emblematico è quello dell’Emilia-Romagna nel 2024, dove il partito ha partecipato alla coalizione che ha riconfermato il presidente uscente. Tuttavia, non ha ottenuto alcun consigliere regionale, a testimonianza della difficoltà a radicarsi in territori tradizionalmente governati dal Partito Democratico e dai suoi alleati storici. Le elezioni comunali del 2025 hanno invece evidenziato una maggiore efficacia. In città come Genova e Ravenna, Italia Viva ha fatto parte della coalizione che ha vinto al primo turno. Renzi ha spesso rivendicato il contributo del suo partito come decisivo per evitare il ballottaggio, sottolineando l’importanza di attrarre voti oltre le tradizionali basi elettorali. Anche in comuni come Giugliano, la presenza di Italia Viva ha accompagnato la vittoria del centrosinistra. Nel complesso, la partecipazione di Italia Viva dal 2020 in avanti racconta una storia di alleanze in evoluzione. Pur non sempre decisiva, la sua presenza si è rivelata in certi contesti un tassello utile per il centrosinistra, soprattutto nelle città dove la competizione è più serrata.### **Le ragioni strategiche dell’alleanza** **Ricerca di rilevanza e uscita dalla marginalità politica Dopo risultati deludenti e crescente marginalizzazione, Italia Viva ha bisogno di alleanze per restare visibile e influente. L’accordo con il centrosinistra rappresenta un’opportunità per tornare a contare, soprattutto in vista di sfide elettorali decisive. **Costruzione di un’alternativa al centrodestra Italia Viva, come altre forze di opposizione, punta a una coalizione ampia e credibile per sfidare la destra al governo. L’alleanza con il centrosinistra è un passaggio necessario per offrire una proposta unitaria agli elettori, specie nei collegi in bilico. **Superamento dei veti e delle divisioni I leader di Italia Viva invocano un dialogo costruttivo, oltre le barriere ideologiche e personali che frammentano l’opposizione. La loro inclusione è presentata come segnale di maturità politica, utile a riconquistare la fiducia degli elettori. **Valore aritmetico e strategico Anche se minoritaria, Italia Viva può essere determinante in contesti dove pochi punti percentuali fanno la differenza. Renzi insiste su questo aspetto: un 2–3% può risultare decisivo in molti collegi. **Ricerca di una nuova identità riformista Italia Viva ambisce a rifondare il centrosinistra su basi moderate e riformiste, attirando elettori lontani dai toni più radicali di altre forze. Una fase “costituente”, nelle intenzioni, per rilanciare una coalizione credibile.### **Considerazioni finali** Dall’analisi dei dati emerge che la presenza di Italia Viva è stata costante, ma raramente determinante. Il suo peso elettorale resta modesto, e in molti casi non ha inciso in modo sostanziale sull’esito delle urne. L’alleanza con il centrosinistra, in diversi casi, ha prodotto risultati più “aritmetici” che politici: sommando le forze si vince, ma non sempre si costruisce un’identità comune. L’avversione del Movimento 5 Stelle per Italia Viva ha spesso alimentato divisioni e fratture che rendono fragile la coesione della coalizione. In alcuni contesti – come l’Emilia-Romagna – la partecipazione del partito non ha aggiunto valore reale. E proprio la recente elezione del sindaco di Genova mostra come l’ingresso di Italia Viva nella coalizione non abbia spostato in modo significativo gli equilibri rispetto alle regionali 2024, in cui il partito era stato escluso. Forse il problema più profondo è che troppi partiti cercano di **vincere**, ma pochi cercano davvero di **convincere**. **Categorie:** Articoli **Tag:** Politica & Società --- ### [Israele attacca l’Iran: decine di obiettivi colpiti, escalation senza precedenti](https://eywadivulgazione.it/israele-attacco-iran-obiettivi-escalation/) **Published:** Giugno 13, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ### [ **ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI EYWA DIVULGAZIONE** ](https://eywadivulgazione.it/newsletter) Nonostante i negoziati avviati in diverse sedi diplomatiche tra Stati Uniti e Iran per limitare il programma nucleare di Teheran e scongiurare l’acquisizione dell’arma atomica da parte della Repubblica Islamica, Israele ha optato per un’azione militare preventiva, colpendo obiettivi strategici tra cui installazioni governative e siti nucleari iraniani, considerati una minaccia diretta alla propria sicurezza nazionale. I segnali di un’azione imminente erano evidenti già da giorni. L’11 giugno, il governo americano aveva invitato il personale non essenziale delle ambasciate in Medio Oriente a rientrare in patria. Nella rappresentanza diplomatica USA in Israele era stata inoltre diffusa una comunicazione che limitava gli spostamenti degli addetti alle sole aree di Tel Aviv, Gerusalemme e Beersheba, consentendo l’accesso all’aeroporto Ben Gurion solo tramite l’autostrada A. Poche ore prima dell’attacco, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), con una risoluzione senza precedenti negli ultimi vent’anni, ha denunciato la mancanza di trasparenza dell’Iran sul suo programma nucleare. Il direttore generale Rafael Grossi ha ribadito che Teheran possiede già uranio arricchito al 60%, sufficiente, se ulteriormente raffinato, per la produzione di almeno sei, ma secondo alcune stime fino a quindici testate nucleari. L’Iran, inoltre, ha impedito agli ispettori internazionali l’accesso ai siti sospetti, rendendo difficile verificare la natura esclusivamente pacifica del programma. Il presidente americano Donald Trump, pur ventilando la possibilità di un’azione israeliana, aveva continuato a credere, almeno pubblicamente, nella soluzione diplomatica. Negli ultimi giorni, tuttavia, gli Stati Uniti hanno avvertito gli alleati e, secondo alcune fonti, lo stesso governo iraniano sarebbe stato informato da una nazione amica, probabilmente vicina anche a Washington, dell’imminenza dell’operazione.## **Operazione Rising Lion: bersagli strategici e vittime illustri** La notte del 13 giugno è scattata l’operazione Rising Lion (“Leone Nascente”), il più vasto attacco diretto tra Israele e Iran nella storia recente del Medio Oriente. Più di 200 velivoli dell’aviazione israeliana, supportati da cyber-attacchi e operazioni di intelligence, hanno colpito oltre un centinaio di obiettivi, tra cui il cruciale sito di arricchimento dell’uranio di Natanz, le città di Khondab, Khorramabad, Teheran e Isfahan, nonché infrastrutture petrolifere e militari. Gli attacchi hanno neutralizzato la contraerea iraniana, consentendo ai caccia israeliani di penetrare nello spazio aereo nemico. I danni materiali sono ingenti: il sito di Natanz è stato gravemente danneggiato, mentre a Teheran sono stati colpiti anche palazzi residenziali e stabilimenti. Ma l’impatto più rilevante riguarda la leadership militare e scientifica iraniana: tra i caduti figurano il comandante delle Guardie della Rivoluzione, Hossein Salami, il capo di Stato Maggiore Mohammad Bagheri e Fereydoon Abbasi, ex direttore dell’Organizzazione per l’Energia Atomica dell’Iran, oltre ad alcuni scienziati impegnati nel programma nucleare.## **Reazioni e minacce: la crisi si allarga** La risposta iraniana non si è fatta attendere: oltre cento droni sono stati lanciati contro Israele, tutti intercettati dalle difese israeliane secondo fonti ufficiali. Il leader supremo Ali Khamenei ha promesso una risposta “senza limiti” e ha accusato gli Stati Uniti di essere coinvolti nell’azione, nonostante le ripetute smentite di Washington. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha infatti ribadito che gli USA non sono coinvolti negli attacchi, ma ha ammonito l’Iran di non colpire interessi o personale statunitense nella regione. Donald Trump, intervistato dai media, ha confermato di essere stato informato in anticipo dell’operazione, ma ha negato qualsiasi coinvolgimento diretto degli Stati Uniti. Ha inoltre avvertito l’Iran che la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente, invitando Teheran a tornare al tavolo dei negoziati prima che sia troppo tardi.## **Condanne internazionali e timori di escalation** La comunità internazionale ha reagito con preoccupazione. I paesi arabi e i leader europei hanno condannato l’attacco israeliano, temendo una nuova escalation militare. La premier italiana Giorgia Meloni ha convocato una riunione con i servizi di intelligence, mentre la Cina ha espresso “forte preoccupazione”. La Giordania ha temporaneamente chiuso il proprio spazio aereo in previsione di ulteriori minacce. Il Cremlino ha diffuso una nota ufficiale in cui condanna “l’uso della forza come soluzione a controversie strategiche” e ha chiesto un immediato cessate il fuoco. Anche la Turchia ha parlato di “grave violazione del diritto internazionale”, invitando entrambe le parti alla moderazione. Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha espresso “profonda inquietudine” per l’andamento del conflitto, auspicando una soluzione diplomatica attraverso un coinvolgimento multilaterale. Da più parti si invoca una de-escalation, anche per evitare ripercussioni economiche globali, come un possibile aumento del prezzo del petrolio. I colloqui USA-Iran sul nucleare, previsti a Doha per il 15 giugno, sono ormai saltati: Teheran ha annunciato che non parteciperà. Il futuro dei negoziati è incerto, mentre il mondo si prepara a giorni di tensione e instabilità in uno scacchiere già fortemente provato da conflitti e crisi. **Categorie:** Attualità **Tag:** Geopolitica & Relazioni internazionali --- ### [Quando l’intelligenza artificiale imita i nostri difetti](https://eywadivulgazione.it/quando-intelligenza-artificiale-imita-nostri-difetti/) **Published:** Giugno 13, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ### [ **ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI EYWA DIVULGAZIONE** ](https://eywadivulgazione.it/newsletter) **Il lato oscuro dei dati: perché i comportamenti delle macchine dipendono da noi** «Se le macchine imparano da noi… siamo sicuri di essere buoni insegnanti?» La domanda che chiude il nostro dossier sul machine learning sembra retorica, ma in realtà apre uno degli interrogativi più urgenti del nostro tempo. L’intelligenza artificiale, e in particolare il machine learning, non è un’intelligenza nel senso umano del termine. Non decide, non valuta, non ha coscienza. Piuttosto, apprende. E lo fa osservando ciò che noi umani facciamo ogni giorno: cosa scriviamo, cosa clicchiamo, come ci comportiamo online, quali immagini condividiamo. Le macchine imparano da noi, e lo fanno su scala globale, senza filtri etici propri. Il mito dell’algoritmo neutrale è durato poco. Oggi è ampiamente riconosciuto che ogni sistema di intelligenza artificiale è il risultato di una serie di scelte culturali, tecniche e politiche. Ma c’è un aspetto ancora sottovalutato: la qualità dei dati usati per addestrare questi sistemi. Perché se l’IA impara da contenuti umani, è inevitabile che finisca per assorbire anche le nostre contraddizioni. Pregiudizi, disinformazione, stereotipi, aggressività verbale: tutto può entrare nel sistema e, in alcuni casi, essere amplificato. Il caso di Tay, il chatbot lanciato da Microsoft nel 2016, è diventato emblematico. Progettata per interagire con i giovani su Twitter, Tay avrebbe dovuto apprendere in modo naturale dai dialoghi in rete. Ma nel giro di meno di 24 ore, il bot ha cominciato a ripetere affermazioni razziste, sessiste e complottiste, semplicemente ricalcando ciò che gli utenti gli avevano insegnato. Microsoft è stata costretta a spegnerlo. Non perché Tay avesse un’opinione, ma perché aveva imitato fedelmente l’ambiente tossico in cui era stato immerso. Il problema si fa ancora più serio quando si parla di IA applicata a contesti delicati come la giustizia, la sanità o il lavoro. Negli Stati Uniti, un software predittivo utilizzato da diversi tribunali statunitensi per stimare il rischio di recidiva degli imputati, è stato analizzato nel 2016 dalla testata investigativa ProPublica. L’indagine ha mostrato che COMPAS tendeva a sovrastimare il rischio nei confronti degli afroamericani e a sottostimarlo per i bianchi, a parità di condizioni. La spiegazione? I dati storici su cui il software era stato addestrato erano già condizionati da decenni di discriminazioni sistemiche. L’algoritmo non ha fatto altro che interiorizzare quei pregiudizi e riproporli come se fossero valutazioni oggettive. Lo stesso meccanismo si verifica in ambito sanitario, dove l’uso crescente dell’IA per supportare diagnosi e percorsi terapeutici rischia di penalizzare gruppi meno rappresentati nei dati clinici, come donne, minoranze etniche o pazienti di fasce sociali più svantaggiate. Anche in questo caso, l’IA non è “ingiusta” di per sé: semplicemente riproduce le lacune di chi ha prodotto e selezionato i dati. C’è poi un altro tema, meno dibattuto ma fondamentale per comprendere il quadro generale: l’analfabetismo funzionale e digitale. Secondo l’OCSE, circa il 27% degli adulti nei Paesi sviluppati fatica a comprendere testi complessi, valutare criticamente le informazioni online o usare in modo consapevole gli strumenti digitali. Se questa è la base culturale di buona parte della popolazione mondiale, i contenuti che alimentano l’intelligenza artificiale rischiano di essere, in larga misura, frutto di confusione, polarizzazione, superficialità. Non si tratta solo di ignoranza individuale, ma di un ambiente cognitivo globale che diventa il terreno di apprendimento per le macchine. Il linguaggio d’odio, le fake news, le interazioni impulsive e aggressive non sono solo un problema sociale o politico. Sono anche, concretamente, materiale di training per gli algoritmi. Le IA che usiamo ogni giorno – nei motori di ricerca, nei social, nei sistemi di raccomandazione – si sono formate anche su quel tipo di comunicazione. E, se non vengono adeguatamente controllate, finiranno per restituirla indietro, potenziata e “normalizzata”. Di fronte a questi rischi crescenti – che non riguardano solo la tecnologia, ma la cultura stessa che la nutre – il mondo scientifico, le istituzioni e le aziende hanno iniziato a muoversi. Con quali strumenti? E con quali limiti? Il primo fronte d’azione è la qualità dei dati: diversi progetti mirano a filtrare i contenuti tossici nei *dataset* – ovvero le grandi raccolte ordinate di dati su cui si addestrano i modelli di IA – per evitare che pregiudizi o linguaggi d’odio vengano assimilati sin dall’inizio. Ripulire i dati significa agire sulle fondamenta del sistema, prima che l’algoritmo impari a replicare quelle distorsioni. Dopo il caso Tay del 2016, ad esempio, molti sviluppatori hanno capito l’importanza di porre limiti a ciò che un chatbot può imparare dagli utenti, per evitare derive simili. Un altro filone cruciale è quello delle **IA spiegabili** (explainable AI): sistemi progettati per rendere trasparente il ragionamento che porta a una decisione. Vuol dire aprire la “scatola nera” degli algoritmi: se un software che seleziona candidati per un lavoro scarta un profilo, deve poter dimostrare su quali criteri si è basato. Questa trasparenza aiuta a individuare eventuali bias – ad esempio, se l’AI penalizza sistematicamente un genere o un gruppo etnico – così da correggerli prima di produrre vere e proprie discriminazioni. Si fa poi strada l’idea delle verifiche indipendenti sull’operato dell’IA. La parola chiave è **“auditing etico”**: ispezioni esterne dei sistemi algoritmici in ambiti delicati per verificarne correttezza e imparzialità. C’è chi propone di rendere obbligatori questi controlli e nel 2022 New York è diventata la prima città a imporre per legge un audit annuale degli algoritmi usati nei processi di assunzione. Anche le grandi aziende *tech* stanno cercando correttivi. Google, nel 2018, ha pubblicato principi guida con l’impegno a ‘evitare di creare o rafforzare bias ingiusti’. Ha inoltre istituito un team interno dedicato alla revisione etica dei propri sistemi. Meta (la società che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp) ha sviluppato un *toolkit* chiamato **Fairness Flow** per individuare disparità nei suoi algoritmi sin dal 2018. OpenAI nel 2022 ha addestrato la sua AI con feedback umano per renderla “più veritiera e meno tossica”. Nell’estate 2023, su iniziativa governativa, OpenAI, Google, Meta e altri hanno sottoscritto un impegno congiunto a testare i sistemi AI prima del rilascio e a condividere pubblicamente – o con le autorità competenti – le procedure di sicurezza adottate. Sul fronte normativo, l’Unione Europea ha anticipato tutti con l’**AI Act**, la prima legge al mondo sull’IA, approvata nel 2024. Il regolamento adotta un approccio per livelli di rischio: vieta gli usi più pericolosi, come la sorveglianza di massa – ovvero il monitoraggio costante e generalizzato delle persone tramite tecnologie digitali – o il *social scoring*, un sistema di valutazione del comportamento individuale simile a un “punteggio sociale”, già sperimentato in alcune regioni della Cina. Entrato in vigore ad agosto 2024, l’*AI Act* sarà pienamente applicabile nel 2026: d’ora in poi chi sviluppa o utilizza IA dovrà rispettare standard di sicurezza ed etici. Negli USA, intanto, non c’è ancora una legge analoga, ma la Casa Bianca ha definito un “*AI Bill of Rights*” (2022) e il NIST un AI Risk Management Framework (2023). Un tassello fondamentale è rappresentato dagli **standard tecnici**. A fine 2023 l’ISO ha varato lo standard **ISO/IEC 42001**, il primo certificabile per la gestione responsabile dell’IA. Un’azienda può farsi certificare da terze parti l’adozione di controlli e procedure adeguati – dall’analisi dei rischi alla trasparenza degli algoritmi – ottenendo un “bollino” di conformità alle buone pratiche. Questo standard, volontario ma allineato alle normative, aiuterà a dimostrare che bias e sicurezza sono sotto controllo e a facilitare il rispetto delle regole (in sinergia con l’AI Act). Prima di concludere, vale la pena chiarire un punto spesso frainteso. Le intelligenze artificiali generative – in particolare i modelli linguistici di grandi dimensioni, come quelli che animano chatbot e assistenti virtuali – non apprendono in tempo reale da ciò che scriviamo. Non sono sistemi autonomi che aggiornano il proprio comportamento in base a ogni singola interazione. Ogni sessione di utilizzo resta isolata dalle altre, e un utente non può “insegnare” qualcosa alla macchina che sarà poi replicato in automatico altrove. Al massimo, alcune IA possono adattare leggermente il proprio stile in base alla cronologia individuale, quando è attiva la funzione di memoria personalizzata. Ma non esiste un apprendimento collettivo sincronizzato che le renda sempre più “umane” in modo spontaneo. Le distorsioni, i bias, gli errori che osserviamo sono semmai l’eredità del passato: un riflesso delle scelte fatte nel momento in cui quelle macchine sono state addestrate. Resta però aperta una questione cruciale: fin dove arriva la libertà dell’utente, e dove inizia il controllo di chi gestisce l’IA? Se da un lato ci preoccupiamo – giustamente – del rischio che le macchine si auto-modifichino senza supervisione, dall’altro dobbiamo chiederci chi decide oggi cosa possiamo fare, chiedere, cercare. In molte interazioni, non siamo davvero liberi: siamo liberi solo all’interno di limiti stabiliti da chi ha progettato e addestrato il sistema. Un’IA può rifiutarsi di rispondere a una domanda, evitare certi argomenti, correggere le nostre parole o accompagnare le sue risposte con messaggi precauzionali. Tutto questo può avere senso, se serve a proteggere la sicurezza collettiva. Ma pone interrogativi legittimi sull’autonomia, sulla trasparenza, e su chi – in ultima istanza – abbia davvero il potere. Di conseguenza, iniziano a emergere anche movimenti normativi e civili per **tutelare la libertà di pensiero ed espressione** nel contesto dell’intelligenza artificiale. Dalla **Digital Services Act europea**, che impone maggiore trasparenza nella moderazione algoritmica dei contenuti, al **Framework Convention on AI** del Consiglio d’Europa, primo trattato internazionale che sancisce l’obbligo di rispettare i diritti fondamentali nell’uso dell’IA, la direzione è chiara: non basta rendere gli algoritmi più sicuri, occorre anche **difendere uno spazio digitale libero e pluralista**. Negli Stati Uniti, il dibattito è acceso: mentre alcune proposte legislative chiedono limiti più stringenti contro i *deepfake* e la disinformazione, le associazioni per i diritti civili – come l’ACLU – ricordano che ogni misura tecnica deve essere bilanciata nel rispetto del diritto a esprimersi. Perché l’IA non è solo una questione tecnica: è anche, e sempre più, una questione democratica. Tutti questi sforzi dimostrano una crescente consapevolezza e offrono strumenti concreti per limitare bias e tossicità. Eppure **nessuna soluzione automatica potrà sostituire la responsabilità umana**. L’IA rimane uno specchio della società: rendere dati e algoritmi più puliti e trasparenti aiuta, ma a decidere cosa le macchine dovranno apprendere saremo sempre noi. Il pericolo maggiore, in realtà, non è una ribellione delle macchine, ma che esse amplifichino acriticamente i nostri difetti. Per evitarlo, dobbiamo essere noi a trasmettere ai sistemi intelligenti il meglio di ciò che siamo. ``` Per saperne di più OECD – Skills Matter: Further Results from the Survey of Adult Skills (2016) Un’indagine internazionale sulle competenze cognitive e funzionali degli adulti, da cui emergono dati preoccupanti sull’analfabetismo funzionale nei paesi sviluppati. https://www.oecd.org/skills/piaac/skills-matter.htm ProPublica – Machine Bias (2016) Un’inchiesta giornalistica che ha rivelato le distorsioni razziali del sistema di giustizia predittiva COMPAS, usato negli Stati Uniti. https://www.propublica.org/article/machine-bias-risk-assessments-in-criminal-sentencing Microsoft – The Tay Experiment (2016) Breve resoconto pubblico sull'esperimento fallito del chatbot Tay, ritirato dopo meno di 24 ore per comportamenti tossici generati dagli input degli utenti. https://blogs.microsoft.com/blog/2016/03/25/learning-tay/ ``` **Categorie:** Articoli, Attualità **Tag:** Scienza & Tecnologia --- ### [Giunta Salis a Genova: tra campo larghissimo e polemiche per la conferma di Viscogliosi](https://eywadivulgazione.it/giunta-salis-genova-campo-larghissimo-polemiche-conferma-viscogliosi/) **Published:** Giugno 11, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ### [ **ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI EYWA DIVULGAZIONE** ](https://eywadivulgazione.it/newsletter) Dopo la vittoria netta al primo turno, **Silvia Salis ha annunciato la nuova giunta che guiderà Genova nei prossimi cinque anni.** Una squadra che riflette l’ampiezza della coalizione che l’ha sostenuta, ma che già dalla sua composizione suscita dibattito. Il caso più discusso riguarda la conferma come assessora di **Marta Viscogliosi**, esponente dell’amministrazione Bucci, in un ruolo tecnico ma simbolicamente carico: una scelta che divide e apre interrogativi sul confine tra continuità amministrativa e compromesso politico.## **Una giunta larga come la coalizione** La composizione della nuova giunta Salis racconta molto del momento politico che attraversa Genova. La sindaca, sostenuta da una coalizione eterogenea – Partito Democratico, lista civica personale, Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle e Riformiamo Genova – **ha dovuto trovare un equilibrio tra rappresentanze politiche, competenze tecniche e promesse di rinnovamento**. È la prima volta da molti anni che il centrosinistra riesce a costruire un “campo larghissimo” coeso già al primo turno. Una differenza netta rispetto alle frammentazioni che avevano segnato le precedenti tornate elettorali. Allora il successo di Salis non è tanto il frutto della sua figura civica o del suo profilo non partitico, quanto il risultato di un equilibrio politico costruito con pazienza e lungimiranza. La sua affermazione al primo turno riflette un contesto che si è trasformato radicalmente negli ultimi due anni: dal passo indietro di Bucci a Genova, in seguito alla candidatura per la Regione, fino al logoramento della maggioranza di centrodestra dopo il caso Toti. In questo scenario, l’alleanza tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Verdi e Sinistra, e altre liste civiche ha retto l’urto della sfiducia generalizzata e ha saputo mobilitare il proprio elettorato, pur senza allargarlo in modo significativo rispetto alle regionali. Il “campo larghissimo” che ha sostenuto Salis non è nato tanto da un’intesa programmatica, ma da una necessità strategica: fronteggiare un blocco di centrodestra ancora forte nei suoi bastioni e nella memoria recente del governo cittadino. Il voto, in questo senso, si è giocato più sulle appartenenze che sulle persone. La figura di Salis è stata importante per tenere unito il fronte, ma è la coesione dell’alleanza ad aver fatto la differenza. Una coesione costruita sulla consapevolezza di un’occasione irripetibile, più che su un vero cambio di paradigma.## **Il caso Viscogliosi: continuità o contraddizione?** Ma proprio in nome di questa inclusività, la giunta ha fatto una scelta che ha sollevato più di una perplessità: il mantenimento in squadra di Marta Viscogliosi, già assessora nella giunta Bucci. Il suo nome era stato indicato nei giorni successivi al voto come possibile figura tecnica “di continuità”, ma la decisione definitiva ha comunque sorpreso molti osservatori e militanti. ![Arianna Viscogliosi](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/06/arianna-viscogliosi.jpg)Arianna Viscogliosi Viscogliosi ha gestito deleghe delicate sotto Bucci – patrimonio, urbanistica e rigenerazione urbana – e non è mai stata identificata con le aree più ideologiche del centrodestra. Tuttavia, la sua permanenza nel governo cittadino guidato ora dal centrosinistra rappresenta un’anomalia politica, soprattutto agli occhi di una parte della base che ha votato per un cambio netto di rotta rispetto agli anni del “modello Bucci”. Perché, se è vero che Viscogliosi è una figura tecnica, è altrettanto vero che ha condiviso l’impianto urbanistico e infrastrutturale della giunta precedente – dalle scelte sul waterfront al controverso progetto dello Skymetro. Salis ha difeso la nomina rivendicando la necessità di garantire continuità amministrativa in dossier complessi e già avviati, ma la questione resta politicamente sensibile. Per alcuni, è il segno di una reale volontà di superare le contrapposizioni sterili, per altri una concessione inaccettabile in nome dell’efficienza.## **La scommessa di una giunta ibrida** Nel suo insieme, la squadra di governo unisce assessori espressione dei partiti – con ruoli distribuiti in modo proporzionale ai risultati elettorali – e figure provenienti dal mondo delle professioni, della cultura e del sociale. **L’obiettivo dichiarato è di unire competenza ed esperienza politica, evitando tanto il tecnicismo senz’anima quanto la spartizione tra sigle. Ma la presenza di Viscogliosi**, accanto a nuovi assessori espressi dal Movimento 5 Stelle o dalla sinistra ambientalista, mette alla prova questa coesistenza. Il rischio è che le differenze programmatiche riemergano nella gestione concreta di alcuni nodi cruciali per la città: mobilità, rigenerazione urbana, rapporti con i poteri economici locali. La posta in gioco, dunque, va oltre la tenuta della giunta: riguarda la credibilità dell’idea stessa di “campo largo”. A Genova si sta sperimentando una formula in cui convivenza e compromesso sono la regola, non l’eccezione. Se funzionerà, potrebbe diventare un modello politico osservato anche a livello nazionale. Se invece produrrà paralisi o ambiguità, rischia di disilludere una parte importante dell’elettorato che ha creduto in un cambiamento reale.## **Un’eredità ingombrante** ![](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/06/marco-bucci.jpg)Marco Bucci **L’aspetto forse più emblematico è che la nuova amministrazione eredita da Bucci non solo cantieri aperti e progetti urbanistici, ma anche alcune figure-chiave**. In questo senso, la scelta di Salis suona come una forma di realismo istituzionale, che però ha il sapore amaro dell’ambiguità. Perché l’alternanza democratica non è solo una questione di colore politico, ma anche di indirizzo, di approccio alla città, di visione. La giunta Salis dovrà dimostrare di non essere solo una continuazione tecnica con un nuovo volto civico, ma un’amministrazione capace di imprimere discontinuità dove serve e di dialogare senza assorbire acriticamente le logiche del passato. Questo, forse, sarà il suo banco di prova più difficile.### **Una città laboratorio** In un’Italia dove il dibattito sul campo largo appare ancora fragile e spesso solo teorico, Genova si ritrova laboratorio politico vivente. **La vittoria di Salis – netta, ma non bulgara – e la composizione della sua giunta mostrano quanto sia complesso trasformare un’alleanza elettorale in un progetto condiviso di governo**. La prossima sfida, per la sindaca e per la sua squadra, sarà rendere credibile questa formula, senza nascondere sotto il tappeto le sue tensioni interne. Perché Genova, più che di una vetrina di convergenze, ha bisogno di una guida capace di tenere insieme la città reale – quella che ha votato e quella che è rimasta a casa. E ogni scelta, ogni nomina, ogni messaggio che passa – anche attraverso il profilo degli assessori – conterà in questa delicata operazione di fiducia. **Categorie:** Articoli **Tag:** Politica & Società --- ### [Elezioni comunali Genova 2025: Ha davvero vinto il centrosinistra?](https://eywadivulgazione.it/elezioni-comunali-genova-2025-davvero-vinto-centrosinistra/) **Published:** Giugno 11, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ### [ **ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI EYWA DIVULGAZIONE** ](https://eywadivulgazione.it/newsletter) La notte del 26 maggio 2025 Genova ha voltato pagina: dopo otto anni di governo di centrodestra, il capoluogo ligure è tornato sotto una guida di centrosinistra con l’elezione di **Silvia Salis** a nuova sindaca. Salis, ex atleta dal profilo civico prestato alla politica, ha conquistato **la vittoria al primo turno** con poco più del 51% dei voti, distanziando di circa sette punti il principale sfidante, il candidato di centrodestra **Pietro Piciocchi**. Grazie a questo margine netto, un risultato che non si vedeva da anni, non è stato necessario il ballottaggio, e la nuova amministrazione si è insediata immediatamente a Palazzo Tursi. Dopo due mandati del sindaco Marco Bucci, Genova torna dunque al centrosinistra. Però, dietro alla vittoria di Salis c’è un’alleanza eccezionalmente ampia, un **“campo larghissimo”** che ha riunito forze progressiste e moderate in un fronte comune fin dal primo turno. La coalizione a sostegno della nuova sindaca ha infatti incluso il **Partito Democratico**, la sinistra ecologista (Verdi e Sinistra), il **Movimento 5 Stelle**, la lista civica *“Silvia Salis Sindaca”* e persino una componente centrista riunita sotto la sigla *Riformiamo Genova*. Una compagine eterogenea che, mettendo insieme partiti tradizionali e liste civiche, è riuscita a presentarsi unita al voto **come non accadeva da tempo**. Questa ampiezza di schieramento ha permesso al centrosinistra genovese di ottenere subito la maggioranza assoluta dei consensi, evitando quelle divisioni interne che in passato ne avevano segnato le sconfitte. Eppure, di fronte a un cambio di colore così netto alla guida della città, sorge spontanea la domanda: *ha davvero vinto il centrosinistra?* Per cogliere il significato profondo di questo risultato elettorale, occorre guardare oltre i numeri e analizzare il voto nei suoi elementi di **continuità e cambiamento**.## **Continuità e cambiamento nel voto genovese** ![Marco Bucci](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/06/marco-bucci.jpg)Marco Bucci Per capire la portata reale della vittoria di Salis bisogna inserirla nel contesto politico locale degli ultimi anni. Nel **2022** Genova era saldamente in mano al centrodestra: il sindaco uscente Bucci fu rieletto al primo turno con oltre il 55% dei consensi, incarnando quello che molti definivano il “modello Genova” civico-moderato. Due anni dopo, però, lo scenario è cambiato in modo imprevedibile. Nell’ottobre 2024 Bucci ha lasciato anzitempo la guida del Comune per candidarsi alla presidenza della Regione (in seguito alle dimissioni del governatore **Giovanni Toti**, arrestato con l’accusa di corruzione), vincendo poi le elezioni regionali. Questo passo indietro di Bucci a Genova ha aperto la strada alle elezioni comunali anticipate del 2025 e ha riacceso la competizione politica in città. La prospettiva di un avvicendamento a Palazzo Tursi ha riportato alle urne molti elettori che in precedenza si erano rifugiati nell’astensione: l’affluenza, precipitata a un minimo storico del 44% nel 2022, in questa occasione è risalita oltre la soglia del 50%. Guardando ai **rapporti di forza tra i partiti**, emergono importanti elementi di continuità. Il Partito Democratico, asse portante della coalizione Salis, ha consolidato il proprio consenso salendo intorno al 29% rispetto al 21% di tre anni prima, un progresso significativo che segnala però anche un **tetto** elettorale oltre cui il PD genovese per ora non va. Parallelamente, il centrodestra ha mantenuto in città circa il **44%** dei voti, lo stesso livello raccolto da Bucci alle regionali 2024, conservando dunque il suo zoccolo duro malgrado il cambio di candidato. In questa tornata, insomma, più che le persone hanno contato le appartenenze politiche.> Il centrosinistra e il centrodestra hanno mantenuto gli stessi voti delle regionali La competizione del 2025 si è infatti **polarizzata** sui due schieramenti contrapposti più che sui candidati. Nonostante i profili molto diversi (Salis esordiente civica, Piciocchi “delfino” di Bucci), gli equilibri di base sono rimasti simili a quelli di partenza. Emblematico il parallelo con le regionali: Salis ha ottenuto una percentuale di voti identica a quella di **Andrea Orlando**, candidato del centrosinistra pochi mesi prima, segno che a vincere è stato lo **stesso blocco progressista** di allora, presentatosi compatto ma non davvero ampliato a nuovi settori dell’elettorato. La nuova sindaca è riuscita a tenere unito il fronte senza perdere pezzi ma non ad allargarlo oltre i suoi confini tradizionali. Mantenere le posizioni, in politica, non basta se l’obiettivo è imprimere una svolta: serve anche saper crescere, coinvolgendo quei cittadini che finora ne erano rimasti ai margini. Anche la **tenuta del centrodestra** attorno al 44% con un candidato meno popolare di Bucci indica che quello schieramento conserva radici profonde in città. La mappa del voto si è infatti tinta quasi interamente di rosso, con il centrodestra avanti solo in alcune zone residenziali benestanti del Levante genovese. La Genova del 2025 non è più quella di un decennio fa: la tendenza di fondo appare spostata verso sinistra. Già nel 2024 Bucci, pur vincendo in Liguria, era stato superato dal centrosinistra all’interno del Comune di Genova; la sconfitta di Piciocchi nel 2025 conferma questo dato negli equilibri locali. In sintesi, alle comunali genovesi hanno prevalso i partiti e le alleanze più che i singoli nomi: i cittadini hanno votato su opposte visioni di governo incarnate dai due blocchi, più che sul carisma personale dei candidati sindaco.## **Il campo largo e le sue ambiguità** ![Campo largo](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/06/salis-campo-largo.jpg)Silvia Salis La chiave del successo di Salis sta in larga parte nella **formula inedita di alleanza** messa in campo. Per la **prima volta da molti anni**, il centrosinistra genovese si è presentato unito al primo turno in un fronte amplissimo. Questa coalizione eterogenea, dal PD al M5S, dalla sinistra ambientalista fino a un’area centrista riformista, ha mobilitato il suo elettorato tradizionale e riportato alle urne anche molti astenuti, ma ha fallito nell’obiettivo **di allargarlo oltre** **i confini già sperimentati nelle recenti regionali**. La sua origine è stata più strategica che programmatica: l’obiettivo comune era sommare tutte le forze disponibili per battere un centrodestra ancora forte nei suoi bastioni cittadini, nonostante gli scandali dell’ex governatore Toti, e reduce da un lungo governo locale. In definitiva, questa vittoria è figlia di un compromesso dettato dall’urgenza del momento più che di un genuino cambio di paradigma politico. La figura civica di Silvia Salis ha aiutato a tenere insieme anime politiche diverse, ma ciò che davvero ha cementato il campo larghissimo è stata la consapevolezza di trovarsi di fronte a un’occasione irripetibile. L’uscita di scena di Bucci e il logoramento del centrodestra dopo l’era Toti hanno offerto al centrosinistra una finestra di opportunità difficilmente ripetibile, che tutte le componenti, dalla sinistra più radicale ai moderati di centro, hanno voluto sfruttare accettando compromessi reciproci pur di vincere. Questa unità è stata una mossa **tattica vincente**, che ha riconsegnato al centrosinistra la guida della città, ma ha comportato anche un’**ibridazione** dell’identità politica della nuova maggioranza. Mettere insieme sensibilità progressiste e centriste, istanze di cambiamento ed elementi di continuità amministrativa, significa dar vita a una maggioranza sui generis in cui il confine tra **alternanza e continuità** diventa più sfumato. Emblematica, in tal senso, è la conferma in giunta di **Arianna Viscogliosi**, già assessora nell’amministrazione Bucci. Salis l’ha voluta nella propria squadra (affidandole la delega alla Sicurezza) per assicurare continuità gestionale su alcuni dossier complessi, valorizzandone la competenza tecnica. Questa scelta, però, ha suscitato **perplessità** in una parte dell’elettorato di centrosinistra: vedere una figura di spicco della passata giunta di centrodestra sedere ancora a Palazzo Tursi è parso a molti un controsenso rispetto alla promessa di discontinuità. Per alcuni includere personalità “trasversali” come Viscogliosi denota la volontà di superare divisioni ideologiche sterili; per altri rappresenta un compromesso inaccettabile, che finisce per **offuscare** il profilo politico della nuova amministrazione. Dal canto suo, il centrodestra non ha mancato di ironizzare: nominare un ex assessore di Bucci, hanno osservato esponenti dell’opposizione, significa in fondo riconoscere che non tutto l’operato della giunta precedente era da disprezzare. ![Arianna Viscogliosi](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/06/arianna-viscogliosi.jpg)Arianna Viscogliosi La posta in gioco, a ben vedere, è la **credibilità stessa del “campo largo”** come formula di governo. Genova sta sperimentando una convivenza permanente tra anime differenti. Se questa formula dovesse funzionare, ovvero se la giunta riuscirà a decidere e agire senza impantanarsi nelle differenze interne, potrebbe diventare un modello politico osservato a livello nazionale. Se invece dovessero prevalere la paralisi o l’ambiguità nelle scelte, il risultato sarebbe una ulteriore **disillusione** per quei cittadini che avevano sperato in un cambiamento reale.## **Rappresentanza e frattura civica: centro e periferie** Al di là delle alchimie politiche e dei numeri, le elezioni genovesi del 2025 hanno riportato l’attenzione su un nodo cruciale: il **rapporto tra istituzioni e cittadini**, tra centro e periferia, tra partecipazione e disillusione. La vittoria del centrosinistra, per quanto significativa, non deve far dimenticare che una larga parte dei genovesi è rimasta ai margini, distante dalla politica al punto da non recarsi alle urne. L’affluenza complessiva, pur risalita oltre il 51%, ha rivelato una **frattura territoriale** marcata: in alcuni quartieri periferici ha votato appena un elettore su cinque, mentre nelle zone centrali e benestanti hanno votato quasi due su tre. In aree popolari come il CEP l’affluenza si è fermata intorno al 20%, a fronte di punte vicine al 70% in quartieri centrali come Castelletto o Manin. Ciò significa che **ampie fasce di popolazione**, soprattutto nelle periferie, si sentono tuttora escluse dalla vita pubblica e prive di rappresentanza. La **sfida** per la nuova amministrazione sarà dunque colmare questo divario civico. Non basta aver vinto nelle urne: occorre **ricucire** il rapporto con quei cittadini rimasti ai margini, altrimenti la svolta rischia di rivelarsi incompleta. Resta aperta una domanda: riuscirà la giunta Salis a riportare nella partecipazione attiva quei genovesi che oggi hanno perso fiducia? Saprà dimostrare, con i fatti, che il cambiamento promesso include davvero tutta la città, centro e periferie? La risposta arriverà solo col tempo, dalle scelte concrete e dalla capacità di coinvolgere i cittadini nei processi decisionali. Genova ha voltato pagina con il voto; ora dovrà dimostrare di saperla voltare anche nella pratica quotidiana del governo, facendo sentire rappresentati anche coloro che finora sono rimasti a guardare. Su questa **riconnessione tra istituzioni e comunità**, tra partecipazione e disillusione, si misurerà in definitiva il successo profondo, o l’insuccesso, della nuova stagione politica appena inaugurata. **Categorie:** Attualità, Dossier **Tag:** Politica & Società --- ### [Quorum e referendum in Italia: come funziona, da dove viene, perché fa discutere](https://eywadivulgazione.it/quorum-referendum-italia-come-funziona-discutere/) **Published:** Giugno 6, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) C’era una volta un Paese appena uscito da una dittatura. Era il 1947 e in Italia si discuteva su come costruire una democrazia nuova, più giusta, più partecipata. I lavori dell’Assemblea Costituente erano in pieno fermento. Una delle questioni più delicate riguardava lo strumento referendario: come permettere ai cittadini di intervenire davvero sulle leggi? Come garantire che la loro voce contasse, ma senza correre il rischio che una minoranza troppo piccola decidesse per tutti? Fu in quel contesto che nacque il cosiddetto quorum di partecipazione: affinché un referendum abrogativo fosse valido, avrebbe dovuto votare almeno la metà più uno degli aventi diritto. Una soglia alta, ma ritenuta necessaria dai costituenti per proteggere l’equilibrio democratico da derive impulsive o da astensioni di massa. ![Quorum referendum](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/06/quorum-1.jpg) All’epoca, va detto, l’affluenza era altissima: si raggiungeva tranquillamente l’80–90% dei votanti. Andare a votare era sentito come un dovere civico, un diritto conquistato. Nessuno avrebbe potuto immaginare che, decenni dopo, proprio quel quorum si sarebbe trasformato da garanzia a ostacolo sistemico alla partecipazione. ## Il meccanismo del referendum Il meccanismo è semplice: nei referendum abrogativi – cioè quelli in cui si chiede ai cittadini di cancellare una legge o una sua parte – serve il voto favorevole della maggioranza dei votanti, ma solo se ha votato almeno il 50% + 1 degli aventi diritto. Questo è stabilito dall’articolo 75 della Costituzione. Anche se in teoria è una misura di tutela, nella pratica — soprattutto negli ultimi anni — si è trasformata in una leva strategica per neutralizzare il referendum stesso. Infatti, chi vuole che una legge resti in vigore, spesso non invita a votare “No”, ma chiede agli elettori di non votare affatto, confidando nel mancato raggiungimento del quorum. L’astensione diventa così una tattica politica. Non si discute più nel merito della questione, ma si cerca di affossare preventivamente il confronto stesso. E funziona: se l’affluenza è bassa, il referendum decade, anche se il 90% dei votanti ha espresso un Sì o un No netto. In altre parole, l’assenza pesa più della presenza, e chi resta a casa può contare più di chi si informa e partecipa. Dalla nascita della Repubblica ad oggi, in Italia si sono svolti 72 referendum abrogativi (dal 1974 al 2022). Di questi, 39 hanno raggiunto il quorum e quindi sono stati validi, mentre 33 sono falliti per insufficiente partecipazione. Non sempre per disinteresse: in diversi casi, la mancata affluenza è stata il risultato di strategie astensionistiche deliberate, promosse da partiti o istituzioni per neutralizzare l’effetto del voto popolare. Negli ultimi anni, questo meccanismo ha mostrato tutta la sua fragilità. Dopo il grande successo del referendum del 2011 – quello sull’acqua pubblica, sul nucleare e sul legittimo impedimento – con un’affluenza del 54,8% e oltre il 95% di “Sì”, nessun altro referendum abrogativo ha superato il quorum. Nel 2022, ad esempio, si è votato su cinque quesiti riguardanti la giustizia: la partecipazione si è fermata attorno al 20,9%. E anche chi era già al seggio per altri motivi – ad esempio per le elezioni comunali – spesso ha rifiutato la scheda referendaria. Una scelta figlia non solo della disinformazione, ma anche di un clima culturale in cui il referendum è ormai percepito come inutile. ## Il cortocircuito Il risultato è un cortocircuito: chi si astiene per protesta, chi per disillusione, chi per distrazione… finiscono tutti nel calderone del quorum. E il sistema, di fatto, premia la non-partecipazione. Non perché lo abbia deciso chi non vota, ma perché la regola impone che il silenzio conti più della parola. Non tutti i Paesi funzionano così. In Svizzera, ad esempio, non esiste il quorum. Se si tiene un referendum, chi vota decide. Chi si astiene, accetta implicitamente l’esito. La Svizzera vota spesso, con una media di circa 4 votazioni popolari federali all’anno, su tantissimi temi, e proprio questa frequenza ha portato a una partecipazione più selettiva ma anche più consapevole. Chi si sente preparato o coinvolto vota, chi no si fa da parte. Nessuno grida allo scandalo se va a votare solo il 40%: quella è la volontà attiva. Nessun politico fa campagna per l’astensione, perché sarebbe un controsenso. Il confronto è sempre sul merito. ![Quorum Svizzera](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/06/quorum-svizzera.jpg) Anche in Italia, in realtà, alcuni referendum non sono soggetti a quorum: è il caso dei referendum costituzionali, previsti dall’articolo 138 della Costituzione. In questi casi, il risultato è valido indipendentemente dall’affluenza. È un segnale importante: la nostra stessa architettura costituzionale prevede già strumenti di democrazia diretta senza soglia di partecipazione. E non per questo si è mai messa in discussione la legittimità dell’esito. Anche i meccanismi di attivazione sono molto diversi. ## I referendum costituzionali I referendum costituzionali confermativi, previsti dall’articolo 138 della Costituzione, non sono di iniziativa popolare diretta: possono essere richiesti solo in seguito all’approvazione di una legge costituzionale da parte del Parlamento, ma senza la maggioranza qualificata dei due terzi. In quel caso, entro tre mesi, il referendum può essere promosso da un quinto dei membri di una Camera, da cinque Consigli regionali oppure da 500.000 elettori. Il popolo, dunque, ha voce in capitolo solo su iniziativa “a valle” di un iter parlamentare. Al contrario, i referendum abrogativi, disciplinati dall’articolo 75, possono essere promossi direttamente dal basso, tramite la raccolta di almeno 500.000 firme certificate, oppure da cinque Consigli regionali. Un processo molto più oneroso, che richiede mobilitazione, organizzazione, fondi e tempi strettissimi. Questa barriera iniziale seleziona fortemente i temi proposti e limita il rischio di derive minoritarie o demagogiche. Ecco perché oggi, a distanza di quasi ottant’anni dalla nascita del quorum, ci si interroga: è ancora necessario mantenere una soglia così rigida, quando già l’accesso al referendum è regolato da filtri così selettivi? Chi è a favore dell’abolizione del quorum sostiene che la vera democrazia non debba temere la partecipazione, e che chi non vota sceglie comunque: di delegare. Alcuni propongono di superare il quorum assoluto del 50%+1 e di sostituirlo con un criterio più flessibile. Ad esempio, si potrebbe introdurre un quorum relativo, calcolato non sugli aventi diritto al voto ma sul numero effettivo di votanti alle ultime elezioni politiche o europee, così da ancorarlo a un livello di partecipazione reale e più aggiornato. Altri suggeriscono di collegare la validità del referendum alla qualità dell’informazione fornita ai cittadini, imponendo standard minimi di trasparenza nella campagna informativa, anche da parte delle istituzioni. Un’altra ipotesi ancora è quella di potenziare i canali di informazione pubblica, con campagne di comunicazione istituzionale più chiare, accessibili e capillari, per aiutare le persone a capire davvero cosa stanno votando. ![Quorum partecipazione](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/06/quorum-partecipazione.jpg) Quel che è certo è che il quorum, così com’è oggi, rischia di disincentivare proprio ciò che la Costituzione voleva promuovere: la sovranità popolare. Il referendum dovrebbe essere una festa della democrazia, un momento di confronto maturo tra cittadini. Oggi, troppo spesso, è diventato una trappola aritmetica, dove si vince non convincendo, ma svuotando le urne. ## Ripensare il quorum Ripensare il quorum non significa disprezzare la prudenza dei costituenti, ma riconoscere che i tempi sono cambiati. E che la partecipazione – vera, libera, informata – va favorita, non ostacolata. Siamo pronti a fidarci davvero della cittadinanza? A costruire un sistema dove a contare siano le scelte di chi partecipa, e non l’inerzia di chi si astiene? Perché una democrazia non vive di regole astratte, ma di fiducia concreta nei cittadini. **Categorie:** Articoli, Attualità **Tag:** Politica & Società --- ### [Referendum abrogativi 8–9 giugno 2025: guida ai cinque quesiti su lavoro e cittadinanza](https://eywadivulgazione.it/referendum-abrogativi-8-9-giugno-2025-guida-ai-cinque-quesiti-su-lavoro-e-cittadinanza/) **Published:** Giugno 4, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) L’8 e 9 giugno 2025 gli italiani sono chiamati a votare su cinque referendum abrogativi, quattro in materia di lavoro e uno sulla cittadinanza . Si tratta di referendum che propongono l’eliminazione totale o parziale di norme vigenti, dunque sulle schede si potrà scegliere Sì (per abrogare la norma indicata) o No (per mantenerla) . Per la validità della consultazione è necessario il raggiungimento del quorum, ovvero che si esprima il voto almeno il 50% più uno degli aventi diritto . Questo rende l’esito incerto, dato che il tasso di astensione elettorale in Italia è molto alto e i partiti di maggioranza hanno invitato a disertare le urne. Di contro, le principali forze di opposizione (Partito Democratico, Movimento 5 Stelle ed altri) sostengono la partecipazione e il voto per il Sì a tutti i quesiti. I referendum sono promossi da comitati formati da sindacati e associazioni civiche: la CGIL (il maggiore sindacato italiano) ha raccolto milioni di firme per i quattro quesiti sul lavoro, mentre varie organizzazioni per i diritti civili (come Italiani Senza Cittadinanza e partiti tra cui +Europa) hanno promosso il quesito sulla cittadinanza.## **Quesito 1 – Reintegro e Jobs Act: licenziamenti illegittimi nelle grandi aziende** ![Voto](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/06/referendum-1-550.jpg)### **Contesto normativo e sociale** Il primo quesito (scheda verde) riguarda il contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act nel 2015. In Italia, dal 1970 lo Statuto dei Lavoratori (articolo 18) prevedeva per le aziende con più di 15 dipendenti la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo (ingiusto o senza giusta causa). Questa forte tutela è stata modificata una prima volta dalla riforma Fornero del 2012 (governo Monti), che limitò i casi di reintegro obbligatorio. Successivamente, il Jobs Act (decreto legislativo 23/2015, governo Renzi) ha escluso quasi del tutto la reintegrazione per i nuovi assunti dal 7 marzo 2015 in poi, sostituendola con un indennizzo economico predeterminato. In pratica, oggi un lavoratore assunto dopo il 2015 in un’azienda medio-grande, se licenziato ingiustamente, non ha in genere diritto a riottenere il posto ma soltanto a un risarcimento calibrato in base all’anzianità di servizio. Il quesito propone di abrogare il decreto del 2015, ripristinando l’obbligo di reintegro del dipendente in tutti i casi di licenziamento illegittimo – come valeva prima del Jobs Act – per i lavoratori delle imprese con oltre 15 addetti. Va precisato che la norma del 2015 è già stata parzialmente mitigata da interventi dei tribunali: la Corte Costituzionale e la Cassazione hanno dichiarato illegittime alcune parti del Jobs Act sui licenziamenti, ampliando il potere discrezionale dei giudici nel determinare il risarcimento. Tuttavia, la reintegra integrale non è stata reinserita, salvo casi particolari (licenziamenti nulli per discriminazione, ad esempio). Il contesto sociale vede da un lato i sindacati e lavoratori preoccupati per la precarietà e il potere di ricatto dei datori di lavoro, dall’altro le aziende che rivendicano l’esigenza di una maggiore flessibilità nell’organizzazione del personale. Il tema è simbolicamente legato ad articolo 18: una conquista storica del movimento operaio per molti, ma giudicata da altri come un freno alle assunzioni e alla competitività delle imprese.### **Le ragioni del Sì** Secondo i promotori, eliminare il Jobs Act nella parte sui licenziamenti illegittimi significa rafforzare le tutele dei lavoratori e riequilibrare i rapporti di forza in azienda. Con il ritorno della reintegra, il lavoratore ingiustamente allontanato potrebbe riottenere il posto oppure negoziare da una posizione più forte un indennizzo più alto. Ciò renderebbe i dipendenti meno “ricattabili” – ad esempio sarebbero meno riluttanti a segnalare condizioni di lavoro insicure o a far valere i propri diritti, perché il datore non potrebbe liberarsi di loro con la semplice prospettiva di pagare un’indennità predeterminata . Inoltre, il Sì eliminerebbe la disparità di trattamento creatasi tra lavoratori: oggi circa 3,5 milioni di dipendenti assunti dopo il 2015 hanno garanzie inferiori rispetto ai loro colleghi più anziani . Per i sindacati, ripristinare regole uniformi per tutti aumenterebbe la giustizia e la coesione nel mondo del lavoro. Infine, i sostenitori del Sì contestano l’idea che più tutele dissuadano gli investimenti o l’occupazione: non c’è prova diretta che l’abolizione dell’articolo 18 abbia portato benefici occupazionali significativi, quindi tornare a maggior protezione non dovrebbe di per sé causare disastri economici.### **Le ragioni del No** Chi si oppone (governo, partiti di centro-destra, associazioni datoriali) ritiene invece che mantenere l’attuale sistema sia importante per garantire flessibilità e certezza giuridica alle imprese. La possibilità di limitarsi a un risarcimento economico, senza obbligo di riassunzione, viene vista come un giusto compromesso: l’azienda che sbaglia paga, ma può comunque scegliere il personale più adatto senza il timore di essere costretta a riprendere un dipendente con cui magari il rapporto fiduciario è logorato. Gli oppositori del Sì sostengono che reintrodurre la reintegra generalizzata (come nel vecchio art.18) rischierebbe di scoraggiare le assunzioni, soprattutto dei giovani, perché le imprese sarebbero più caute nel mettere a tempo indeterminato nuovi lavoratori sapendo di poter poi avere difficoltà a licenziare in caso di necessità o comportamenti scorretti. Inoltre, ricordano che già oggi – dopo gli interventi della Consulta – il giudice può modulare l’indennizzo e arrivare a riconoscere fino a 36 mensilità di stipendio nei casi più gravi, quindi la tutela risarcitoria non è così “irrisoria” come inizialmente prevista dal Jobs Act. Dal loro punto di vista, tornare al regime pre-2015 significherebbe anche riportare indietro l’orologio su una riforma che intendeva modernizzare il mercato del lavoro italiano, rendendolo più simile a quello di altri Paesi europei. In sintesi, il fronte del No considera il quesito 1 una battaglia ideologica della sinistra e dei sindacati, potenzialmente dannosa per il sistema economico.### **Implicazioni in caso di vittoria del Sì o del No** Se vincesse il Sì (con quorum raggiunto), la norma del Jobs Act verrebbe abrogata e si tornerebbe al quadro precedente per i licenziamenti nelle aziende sopra i 15 dipendenti. In concreto, tutti i lavoratori di queste imprese – indipendentemente dalla data di assunzione – riacquisterebbero la possibilità di essere reintegrati dal giudice in caso di licenziamento illegittimo. Ciò comporterebbe un generale aumento delle tutele occupazionali nei grandi stabilimenti, con potenziali effetti positivi sulla stabilità del lavoro: i datori di lavoro sarebbero più incentivati a rispettare le procedure e ad evitare licenziamenti arbitrari, sapendo di poter essere costretti a riprendere il dipendente. Dal punto di vista politico, un’affermazione del Sì sarebbe letta come una vittoria dei sindacati e dell’opposizione, nonché un segnale di sfiducia popolare verso le politiche sul lavoro del governo in carica. Potrebbe dare slancio a ulteriori iniziative per espandere i diritti dei lavoratori e metterebbe pressione sul governo Meloni, forse costringendolo ad aprire un dialogo con le parti sociali su nuovi interventi legislativi in materia di lavoro. Se invece prevalesse il No (o se il quorum non fosse raggiunto, annullando il risultato), lo status quo rimarrebbe invariato: i licenziamenti senza giusta causa nelle grandi aziende continuerebbero a comportare normalmente solo un indennizzo economico. In tal caso il governo e le associazioni imprenditoriali rivendicherebbero la tenuta della riforma Jobs Act, interpretando il mancato cambiamento come un sostegno implicito alla loro linea di flessibilità del lavoro. D’altro canto, i promotori del referendum vedrebbero sfumare un obiettivo importante: sarebbe una sconfitta per la CGIL e per la nuova segretaria del PD Elly Schlein (che si è spesa per i Sì), potenzialmente demoralizzando il fronte progressista. Su un piano sociale, i lavoratori assunti post-2015 continuerebbero ad avere meno garanzie rispetto ai colleghi anziani, il che potrebbe mantenere vivo il malcontento e la richiesta di future riforme. Infine, un’astensione elevata o una vittoria del No alimenterebbero la riflessione sullo strumento referendario stesso: visto che molti referendum abrogativi recenti in Italia non raggiungono il quorum, un nuovo fallimento potrebbe essere letto come disaffezione verso il voto o come successo della strategia astensionista. In pratica, l’astensione finisce per aiutare il No: sommando i voti contrari e i non voti, si crea un blocco eterogeneo che, pur per ragioni diverse (opposizione consapevole o disinteresse), impedisce il raggiungimento del quorum e quindi l’abrogazione. In pratica, il mancato cambiamento sancirebbe la sconfitta del referendum e rafforzerebbe momentaneamente lo status quo, ma non spegnerebbe del tutto il dibattito sulla tutela contro i licenziamenti illegittimi, che potrebbe riproporsi in altre forme (iniziative legislative, contrattazione collettiva, ecc.).## **Quesito 2 – Indennità di licenziamento nelle piccole imprese: rimuovere il tetto massimo?** ![Referendum quesito 1](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/06/quasito-1.jpg)### **Contesto normativo e sociale** Il secondo quesito (scheda arancione) riguarda le tutele per i licenziamenti illegittimi nelle piccole imprese, cioè con meno di 15 dipendenti. In queste aziende lo Statuto dei Lavoratori non ha mai previsto la reintegrazione obbligatoria; fin dal 1966 la legge n.604 stabilisce che, se un licenziamento individuale è riconosciuto illegittimo, al lavoratore spetta un risarcimento monetario invece della riassunzione. Tale indennità tuttavia è limitata: la norma (aggiornata nel 1990) fissa un minimo di 2,5 mensilità e un massimo di 6 mensilità di stipendio come risarcimento. Questo tetto di sei mesi costituisce la tutela risarcitoria definitiva per chi lavora in aziende molto piccole. La riforma Jobs Act del 2015, pur intervenendo su molti aspetti dei contratti, non ha modificato tale regime per le PMI, per cui oggi rimane in vigore questo plafond risalente agli anni ‘60–‘90. La CGIL e gli altri promotori considerano insufficiente e iniqua questa protezione: a loro avviso, sapere che il datore di lavoro al massimo dovrà pagare sei mesi di stipendio rende i dipendenti delle piccole imprese più facilmente licenziabili e in una condizione di “forte soggezione” verso il titolare. Di contro, le associazioni di categoria delle PMI sottolineano che le piccole aziende hanno fragilità economiche maggiori e un rapporto più diretto con i dipendenti, per cui un limite ai risarcimenti era pensato per evitare che un contenzioso potesse addirittura mettere in ginocchio l’attività. In termini sociali, il quesito tocca circa 3,7 milioni di lavoratori (tanti sono i dipendenti nelle imprese sotto i 15 addetti, secondo la CGIL), spesso impiegati in settori artigianali, commercio e servizi di piccola scala.### **Le ragioni del Sì** Il comitato promotore propone di abolire il massimale di 6 mensilità per i risarcimenti, cancellando le parole della legge che lo fissano. In tal modo, in caso di licenziamento illegittimo in una piccola impresa, il giudice del lavoro avrebbe libertà di stabilire un’indennità adeguata al caso concreto, senza un tetto predefinito. I sostenitori del Sì ritengono che questa misura innalzerebbe le tutele dei dipendenti delle PMI e renderebbe la sanzione per il datore proporzionata al danno: ad esempio, in situazioni molto gravi o di evidente malafede, il giudice potrebbe assegnare un indennizzo ben superiore a 6 mesi, che oggi invece costituiscono il massimo anche se il lavoratore perde anni di stipendio. Ciò avrebbe anche un effetto deterrente: eliminando la “tariffa fissa” relativamente bassa, il datore sarebbe meno incentivato a licenziare senza motivo, sapendo che potrebbe dover pagare molto di più. La maggiore equità di trattamento tra lavoratori di piccole e grandi aziende è un altro argomento: attualmente un dipendente di una micro-impresa ingiustamente licenziato riceve al massimo 6 mensilità, mentre in una grande azienda un collega può ottenere ben di più (fino a 36 mensilità circa dopo gli ultimi interventi). Eliminare il tetto renderebbe meno marcata questa disparità di giustizia. In sintesi, per il fronte del Sì si darebbe più dignità e sicurezza a milioni di lavoratori oggi considerati di “serie B” quanto a diritti, senza introdurre la reintegra (che nelle piccole imprese non è in discussione), ma solo rendendo più sostanzioso il loro indennizzo.### **Le ragioni del No** I contrari al quesito numero 2 evidenziano invece i rischi di incertezza e onerosità eccessiva per le piccole imprese. Togliere qualunque limite potrebbe portare, in alcuni casi, a indennizzi molto elevati decisi dal giudice – potenzialmente più alti di quelli dovuti nelle grandi aziende – e questo, secondo loro, sarebbe iniquo e insostenibile per una realtà con magari 5 o 10 dipendenti. Ad esempio, oggi una grande azienda che licenzia senza giusta causa rischia fino a 24–36 mensilità di indennità, ma ha spalle più larghe; una piccola impresa rischierebbe, senza tetto, magari 12 o 24 mesi di risarcimento, che potrebbero equivalere a mandarla in rosso. La conseguenza temuta è che le PMI diventino riluttanti ad assumere: sapendo di non poter prevedere il costo di un eventuale licenziamento illegittimo, un piccolo imprenditore potrebbe preferire contratti precari, esternalizzazioni o evitare di ampliare l’organico per non esporsi a cause costose. Inoltre, il tetto vigente da decenni aveva una sua ratio: tutelare sì il lavoratore, ma anche non punire in modo troppo gravoso il datore di lavoro di piccole dimensioni, per il quale un errore può avere effetti economici sproporzionati. Rimuovere questo bilanciamento rischia di penalizzare le micro-aziende, che sono ossatura importante del tessuto produttivo italiano. Alcuni critici notano anche che la norma attuale potrebbe essere aggiornata aumentando magari il tetto (fermo a 6 mensilità dal 1966) invece di eliminarlo del tutto; ma un referendum abrogativo, per sua natura, può solo cancellare la previsione esistente, lasciando poi un vuoto normativo da colmare.### **Implicazioni in caso di vittoria del Sì o del No** Con la vittoria del Sì, dal giorno successivo al referendum cadrebbe il limite alle indennità: in ogni causa di licenziamento illegittimo nelle aziende sotto i 15 dipendenti, il giudice potrebbe decidere il risarcimento senza alcun tetto predefinito. Questo significa che lavoratrici e lavoratori delle piccole imprese avrebbero la prospettiva di un indennizzo più congruo in relazione al danno subito. Sul piano sociale, si rafforzerebbe la posizione dei dipendenti nelle controversie di lavoro: la possibilità di ottenere più di 6 mensilità li renderebbe meno vulnerabili a licenziamenti arbitrari (il datore rischierebbe di pagare molto di più). È possibile che le aziende piccole, per prudenza, investano di più nella prevenzione dei contenziosi (ad esempio formalizzando meglio le procedure disciplinari, cercando accordi bonari) oppure, al contrario, che diventino più selettive nelle assunzioni. Politicamente, un esito favorevole sarebbe un successo per la CGIL e il fronte progressista, che vedrebbero riconosciuta la loro tesi della necessità di maggiori tutele “anche nei piccoli”. Potrebbe indurre il legislatore a rivedere complessivamente la normativa sui licenziamenti nelle PMI, magari introducendo nuovi criteri per quantificare i danni. Se invece prevalesse il No o il referendum fallisse, resterebbe in vigore il regime attuale: risarcimento limitato a 6 mensilità al massimo. In tal caso, le piccole imprese tirerebbero un sospiro di sollievo, sapendo di poter far fronte a eventuali condanne senza rischiare esborsi illimitati. I lavoratori di queste aziende, però, rimarrebbero con una tutela ridotta rispetto ai colleghi di ditte più grandi. Questo esito verrebbe rivendicato dalle associazioni di categoria (come Confartigianato, Confcommercio, etc.) e dal governo come conferma che “non era il caso di penalizzare le PMI”: un segnale politico a favore della stabilità normativa e contro quella che avrebbero dipinto come un’iniziativa sindacale radicale. D’altro canto, il tema delle tutele nei licenziamenti potrebbe riproporsi in futuro – magari con proposte di legge per aggiornare le indennità minime e massime – visto che anche alcuni commentatori moderati riconoscono che sei mensilità sono ferme a parametri di molti decenni fa. In termini di clima sociale, un esito negativo del referendum potrebbe lasciare strascichi di delusione nel mondo del lavoro: i sindacati potrebbero intensificare la contrattazione collettiva per ottenere garanzie integrative nelle PMI, oppure spingere per altri strumenti di tutela (come assicurazioni contro la disoccupazione più generose). Complessivamente, la mancata abrogazione manterrebbe una differenza di diritti tra lavoratori a seconda della dimensione aziendale, questione che resta sensibile nel dibattito italiano sui diritti del lavoro.## **Quesito 3 – Contratti a termine: causale obbligatoria e lotta al precariato** ![Quesito 3](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/06/quesito-3-550.jpg)### **Contesto normativo e sociale** Il terzo quesito (scheda grigia) si concentra sulla disciplina dei contratti di lavoro a tempo determinato e, in particolare, sull’obbligo di indicarne la motivazione (causale). Negli ultimi anni l’Italia ha alternato fasi di liberalizzazione e restrizione di questi contratti. Attualmente, grazie a norme del 2015 ancora in vigore, un’azienda può assumere a termine senza dover dichiarare una causale per contratti di durata fino a 12 mesi. Ciò significa che per il primo anno di un rapporto temporaneo non è richiesta una giustificazione specifica sul perché il contratto è a termine (ad esempio esigenze stagionali, sostituzione di personale assente, picco di attività, ecc.). Invece, se il contratto supera i 12 mesi o viene rinnovato oltre tale soglia, la legge attuale richiede di indicare una causale valida (come previsto dal cosiddetto Decreto Dignità del 2018, che ha parzialmente irrigidito le regole introdotte nel 2015). La ratio dell’obbligo di causale è evitare che il contratto a termine diventi la norma in assenza di ragioni temporanee oggettive, dato che il rapporto di lavoro a tempo indeterminato è considerato la forma comune e preferibile (offrendo maggior stabilità e richiedendo un motivo per l’eventuale licenziamento). Nonostante questi limiti, il precariato rimane diffuso: molti giovani entrano nel mondo del lavoro attraverso una serie di contratti brevi, spesso senza prospettiva di stabilizzazione. Il quesito referendario punta proprio a limitare l’abuso dei contratti a termine, abrogando le norme che oggi consentono di evitare la causale per il primo anno. In pratica, se vincesse il Sì, il datore di lavoro dovrebbe sempre specificare un motivo conforme alla legge per assumere a tempo determinato, indipendentemente dalla durata iniziale del contratto. Questo ripristinerebbe un vincolo che esisteva in passato (in certe fasi era richiesta subito una giustificazione) e che i datori di lavoro hanno spesso criticato come burocratico. Il contesto sociale vede contrapposti, anche qui, due punti di vista: da un lato chi denuncia la “giungla dei contratti precari” in cui i lavoratori vivono nell’incertezza costante, dall’altro chi teme che regole troppo stringenti finiscano per ridurre ulteriormente le opportunità di lavoro, specialmente per i giovani e in settori con reale necessità di flessibilità.### **Le ragioni del Sì** I sostenitori del Sì (sindacati, partiti di sinistra) affermano che obbligare a indicare la causale fin dall’inizio renderebbe il contratto a termine uno strumento da utilizzare solo quando davvero necessario. L’obiettivo dichiarato è ridurre il precariato, togliendo alle imprese la possibilità di assumere a termine “per prova” o per generica comodità senza impegnarsi in un contratto stabile. Con la causale sempre obbligatoria, un datore di lavoro che voglia offrire un contratto breve dovrà dichiarare una ragione precisa tra quelle ammesse (ad es. sostituzione di un dipendente in maternità, picco di produzione, progetto a termine) e rispettare i limiti previsti dai contratti collettivi. Ciò dovrebbe scoraggiare l’uso disinvolto di contratti a termine per posizioni lavorative che in realtà coprono esigenze permanenti. Secondo il comitato promotore, questa modifica aiuterebbe a riportare il tempo indeterminato al centro: le imprese, non potendo più evitare le causali, potrebbero preferire assumere direttamente a tempo stabile per ruoli continuativi, riservando i contratti brevi solo ai casi temporanei genuini. I lavoratori, dal canto loro, beneficerebbero di maggiore sicurezza: meno contratti “usa e getta” e più possibilità di essere assunti in modo stabile o comunque di avere chiarezza sul perché il contratto è a scadenza. Inoltre, argomentano i pro-Sì, l’Italia si riallineerebbe a una pratica di molti Paesi europei dove il ricorso ai contratti temporanei è giustificato da motivi specifici, contribuendo a combattere la precarietà cronica che affligge soprattutto le giovani generazioni.### **Le ragioni del No** I critici del quesito 3 avvertono che eliminare la flessibilità del primo contratto senza causale potrebbe avere effetti negativi sull’occupazione. Oggi molte aziende offrono un contratto a tempo determinato breve per testare un nuovo assunto o per gestire esigenze immediate non certe nel lungo periodo; se dovessero fin da subito formalizzare una causale, alcune potrebbero rinunciare ad assumere, non avendo la sicurezza per dichiarare che dopo 6 o 12 mesi ci sarà ancora bisogno di quel lavoratore. In altre parole, il rischio è di irrigidire troppo il mercato del lavoro: per evitare vincoli, le imprese potrebbero ricorrere ad alternative meno tutelate (lavoro intermittente, partite IVA fittizie, appalti esterni) oppure semplicemente fare meno contratti a termine e quindi meno assunzioni complessive. Un altro argomento del fronte del No è l’aumento della burocrazia e del contenzioso: introdurre la causale in ogni caso significa che giudici e avvocati dovranno valutare la fondatezza di ogni motivo addotto, con possibili cause legali se il lavoratore sostiene che la causale era pretestuosa. Questo potrebbe intasare i tribunali del lavoro e creare incertezza tanto per il lavoratore (che nel frattempo resta precario) quanto per il datore (che teme cause). Gli oppositori sottolineano anche che il Decreto Dignità del 2018 ha già ristretto la durata massima dei contratti a termine e introdotto le causali per i rinnovi, quindi un equilibrio tra flessibilità e diritti è già stato in parte ripristinato rispetto alla liberalizzazione totale del 2015. Andare oltre, a loro dire, significherebbe tornare alla situazione precedente al 2014, quando la forte regolamentazione non aveva comunque risolto il problema della precarietà ma anzi in certi casi aveva spinto le aziende a non assumere affatto o a utilizzare stage e finte collaborazioni. Il No sostiene dunque che per combattere la precarietà servono incentivi e controlli, non divieti rigidi che potrebbero ridurre le occasioni per chi cerca lavoro.### **Implicazioni in caso di vittoria del Sì o del No** **Implicazioni in caso di vittoria del Sì o del No Un successo del Sì comporterebbe che, una volta abrogate le norme attuali, per qualsiasi contratto a termine sarebbe necessario indicare subito una causale. Le imprese dovrebbero adeguarsi preparando motivazioni dettagliate per le assunzioni temporanee, il che inizialmente potrebbe creare qualche difficoltà organizzativa. Nel medio periodo, però, lo scenario potrebbe evolvere in diversi modi: alcune aziende potrebbero ridurre il numero di contratti brevi, riservandoli ai soli casi davvero temporanei, e magari stabilizzare più persone con contratti a tempo indeterminato per evitare la trafila delle causali; altre potrebbero trovare canali alternativi per flessibilizzare il lavoro (ad esempio ricorso più frequente ad agenzie interinali, consulenze esterne, ecc.). Dal punto di vista dei lavoratori, una vittoria del Sì manderebbe un messaggio importante contro la precarietà dilagante: lo Stato prenderebbe posizione a favore del lavoro stabile, e questo potrebbe influenzare anche le future politiche occupazionali (incentivi alle assunzioni stabili, contrasto alle forme di lavoro atipico). Politicamente, sarebbe un colpo alle politiche liberalizzatrici del passato decennio: il governo in carica (contrario ai referendum) subirebbe una pressione per adottare misure volte a tutelare maggiormente i giovani precari, e le opposizioni capitalizzerebbero il consenso su un tema popolare tra i lavoratori. Se invece prevalesse il No (o l’affluenza risultasse insufficiente), le norme esistenti rimarrebbero in vigore: le aziende potrebbero continuare a stipulare contratti a termine fino a 12 mesi senza causale, e solo oltre tale soglia sarebbero obbligate a motivare il rinnovo. In questo scenario, i lavoratori precari – soprattutto giovani – resterebbero esposti a cicli di impiego breve e discontinuità, alimentando una condizione di instabilità strutturale. I sindacati temono che ciò perpetui un modello iniquo, e un fallimento del referendum li spingerebbe forse a intensificare altre battaglie su questo fronte (ad esempio chiedere di limitare il numero complessivo di contratti a termine attivabili, aumentare i contributi aggiuntivi a carico delle aziende per i contratti precari – il cosiddetto “ticket sui contratti a termine” – o sostenere proposte di legge in Parlamento per ridurre la durata massima dei rapporti a termine). Da un punto di vista politico, un esito negativo verrebbe rivendicato dalla maggioranza di centrodestra come prova che non c’è consenso verso posizioni troppo rigide sul lavoro, il che potrebbe spingerla ad evitare interventi restrittivi in futuro. Tuttavia, la questione della precarietà resterebbe centrale nel dibattito pubblico, anche alla luce dei dati sull’alto tasso di contratti a termine in Italia e sulla fuga dei giovani talenti. Il mancato cambiamento tramite referendum rafforzerebbe lo status quo normativo, ma non metterebbe a tacere la domanda sociale di maggiore sicurezza lavorativa.## **Quesito 4 – Sicurezza sul lavoro: responsabilità solidale negli appalti** ![Quesito 4](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/06/quesito-4-550.jpg)### **Contesto normativo e sociale** Il quarto quesito (scheda rosa) tocca il tema della sicurezza sul lavoro nelle attività in appalto. In Italia, la legge prevede in generale che il committente (l’azienda che affida un lavoro in appalto a terzi) e l’appaltatore (chi esegue il lavoro, eventualmente con subappaltatori) siano entrambi responsabili in solido per vari obblighi verso i lavoratori, inclusi i salari non pagati e i risarcimenti per infortuni non coperti dall’INAIL. Esiste però un’importante eccezione introdotta nell’art.26 del Testo Unico Sicurezza (d.lgs. 81/2008, comma modificato da leggi successive fino alla n.215/2021): se l’infortunio è dovuto a rischi specifici propri dell’attività dell’appaltatore o subappaltatore, il committente non ne risponde. In altre parole, la responsabilità solidale del committente viene esclusa quando l’incidente è inerente al tipo di lavoro svolto dall’impresa appaltatrice e non attiene all’attività del committente. Per fare un esempio pratico: se una ditta di abbigliamento appalta dei lavori edili per ristrutturare un proprio negozio, e un operaio edile si infortuna usando un macchinario, attualmente la ditta di abbigliamento (committente) non è considerata corresponsabile di quell’infortunio, perché rientra nei rischi specifici dell’attività edile dell’appaltatore. Questa clausola nasce dall’idea che il cliente non possa essere esperto di ogni mestiere e che l’appaltatore debba rispondere dei rischi tipici del proprio lavoro. Tuttavia, i sindacati e i sostenitori del referendum ritengono che tale eccezione indebolisca la tutela dei lavoratori: in molti casi pratici, infatti, è difficile delimitare cosa sia “rischio specifico” e l’effetto è che il committente viene sollevato da responsabilità, lasciando il lavoratore a rivalersi solo sull’appaltatore (che a volte è un’azienda piccola o perfino una ditta fittizia). Purtroppo non sono rari i casi di appalti dove, dopo un grave incidente, l’appaltatore risulta insolvente o scompare, e le famiglie delle vittime restano senza adeguati risarcimenti. Il dibattito si inserisce in un contesto più ampio di allarme sociale: in Italia si registrano ancora molti infortuni mortali sul lavoro, e uno dei fronti di intervento invocati è il rafforzamento delle responsabilità di tutte le imprese coinvolte nella filiera produttiva, per evitare scaricabarile.### **Le ragioni del Sì** Il quesito 4 chiede di abrogare la norma che esclude la corresponsabilità del committente per i rischi specifici dell’appaltatore, eliminando dunque quel “pezzo” dell’articolo di legge che oggi solleva il cliente in quei casi. I fautori del Sì sostengono che così facendo si instaurerebbe una responsabilità solidale universale: ogni azienda che affida un lavoro in appalto rimarrebbe corresponsabile di qualunque infortunio accada ai lavoratori della ditta appaltatrice, senza zone franche. Il vantaggio, dal loro punto di vista, sarebbe duplice. Primo, si garantisce al lavoratore infortunato (o ai suoi familiari) un ventaglio più ampio di soggetti da cui ottenere giustizia e risarcimento: non solo l’appaltatore diretto, ma anche il committente, tipicamente più grande e solido economicamente, sul quale rivalersi se l’appaltatore non paga. Secondo, si darebbe una spinta a una maggiore vigilanza da parte dei committenti sulle condizioni di sicurezza: sapendo di poter essere chiamata in causa, l’azienda appaltante avrebbe tutto l’interesse a scegliere con cura ditte affidabili e a monitorare il rispetto delle norme di sicurezza nei cantieri o luoghi dove operano i subappaltatori. In questo senso, il Sì lo si può vedere come un incentivo a migliorare la prevenzione degli infortuni: verrebbe “scoraggiato il ricorso a imprese con lavoratori in nero o poco professionali”, perché il committente non potrebbe più lavarsene le mani. I sostenitori sottolineano che non si introduce alcuna “colpa automatica” a carico del committente, ma semplicemente la possibilità di chiamarlo in causa in sede civile come corresponsabile, lasciando al giudice di valutare caso per caso la ripartizione della responsabilità. Il messaggio del Sì è che la vita e la salute dei lavoratori devono venire prima di tutto, e tutte le imprese coinvolte nei processi produttivi devono risponderne insieme.### **Le ragioni del No** Chi è contrario al referendum sulla sicurezza nei contratti d’appalto ritiene che la normativa attuale – pur perfettibile – mantenga un equilibrio ragionevole e che eliminarla rischierebbe di creare più problemi di quanti ne risolva. L’obiezione principale è che chiamare il committente a rispondere di rischi specifici di attività estranee al suo core business sia iniquo: un’azienda che appalta un servizio specializzato (es. lavori elettrici, costruzioni, pulizie industriali) non possiede le competenze tecniche per valutare e prevenire al 100% gli incidenti tipici di quel mestiere. Imputarle responsabilità piene significherebbe pretendere dal committente una sorta di “onniscienza” e controllo totale sull’attività altrui, cosa ritenuta irrealistica e vessatoria. Inoltre, i critici del Sì avvertono che questa misura potrebbe avere un effetto paralizzante sul sistema degli appalti: molte aziende, soprattutto di medie dimensioni, potrebbero decidere di non esternalizzare più alcune lavorazioni per non rischiare grane legali, oppure di farlo solo a ditte di grande affidabilità (magari più costose), tagliando fuori tante piccole imprese subappaltatrici. In settori come l’edilizia, ad esempio, il committente potrebbe limitare il ricorso ad artigiani o ditte minori, con impatto negativo su queste ultime. Il fronte del No sostiene che per migliorare la sicurezza servono più controlli e formazione, non solo più responsabilità a posteriori: la legge attuale già prevede che il committente si occupi di coordinare la sicurezza con l’appaltatore e valuti i Piani di Sicurezza (DUVRI), e se lo fa correttamente non dovrebbe temere di rispondere di eventi fuori dal suo controllo. L’abolizione dell’esenzione sui “rischi specifici” viene vista insomma come un onere eccessivo, che rischia di tradursi in duplice punizione per le aziende committenti: dovrebbero investire risorse per controllare lavori di cui non sono esperte e comunque potrebbero essere portate in tribunale anche se hanno rispettato tutte le procedure, solo perché il fatto è avvenuto. Infine, alcuni fanno notare che in caso di colpa grave del committente, i giudici già oggi trovano il modo di chiamarlo in causa, dunque il referendum sarebbe una risposta ridondante che però getta nell’incertezza tutte le imprese.### **Implicazioni in caso di vittoria del Sì o del No** Se dovesse vincere il Sì, dal punto di vista normativo verrebbe eliminata l’attuale esenzione: il committente sarebbe sempre, in linea di principio, corresponsabile insieme all’appaltatore per gli infortuni occorsi nei lavori dati in appalto. In caso di incidente, quindi, il lavoratore (o i familiari) potrebbero citare in giudizio anche l’azienda committente per ottenere i danni. Ciò provocherebbe sicuramente una maggiore attenzione alla sicurezza da parte di tutti gli attori: le imprese appaltatrici sarebbero comunque le responsabili principali, ma i committenti avrebbero l’incentivo ulteriore a verificare che le ditte a cui si affidano rispettino rigorosamente le norme antinfortunistiche. Potremmo attenderci, ad esempio, che le grandi aziende introducano controlli più stringenti sui cantieri dei subappaltatori, richiedano certificazioni di qualità e formazione del personale, o inseriscano clausole contrattuali che penalizzano gli appaltatori in caso di violazioni. L’effetto auspicato dai promotori è una riduzione degli infortuni sul lavoro, specie nei cantieri complessi, grazie a questa responsabilizzazione collettiva. In settori come l’edilizia, c’è chi prevede un impatto significativo: le imprese general contractor (affidatarie principali) potrebbero ridurre il numero di subappalti a cascata e preferire partner affidabili, cambiando un po’ la struttura del mercato. Politicamente, una vittoria del Sì sarebbe percepita come un forte segnale di sensibilità sociale degli elettori sul tema delle morti sul lavoro. Il governo, che si era schierato per l’astensione, si troverebbe a dover rafforzare le politiche di sicurezza: potrebbe aumentare gli ispettori del lavoro, irrigidire le sanzioni o lanciare iniziative con le parti sociali per non apparire “dalla parte che minimizza” su un tema dove il popolo ha mostrato severità. Se invece prevalesse il No (o il quorum non venisse raggiunto), resterebbe in vigore la situazione attuale: in caso di infortunio continuerà a valere l’esclusione di responsabilità per il committente quando l’evento è dovuto a rischi specifici dell’appaltatore. Ciò verrebbe accolto con sollievo dalle imprese, specialmente da quelle che fanno largo uso di appalti, e dalle organizzazioni imprenditoriali (Confindustria, CNA, ecc.), che hanno giudicato il referendum pericoloso per l’economia. Dal loro punto di vista, l’esito conservativo confermerebbe la necessità di non appesantire ulteriormente la normativa sulla sicurezza, ma piuttosto di far rispettare quelle esistenti. Il governo Meloni, da sempre molto vicino alle istanze delle imprese su questi temi, capitalizzerebbe il mancato cambiamento come un proprio successo tattico e probabilmente eviterà modifiche legislative per non riaprire la polemica. I sindacati, incassato un eventuale No, potrebbero però rilanciare la battaglia su altri piani: cercando accordi contrattuali con le grandi aziende per introdurre clausole di tutela nei bandi di appalto (come obblighi di assicurazione o standard formativi), oppure facendo pressione sul Parlamento per norme più mirate. La sicurezza sul lavoro resterebbe comunque al centro del dibattito: ogni tragedia in appalto continuerebbe a sollevare interrogativi sull’efficacia della normativa e sull’opportunità mancata di una maggiore prevenzione.## **Quesito 5 – Cittadinanza italiana: ridurre da 10 a 5 anni la residenza necessaria** ## ![Quesito 5](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/06/quesito-5-550.jpg) ### **Contesto normativo e sociale** Il quinto quesito (scheda gialla) riguarda le regole per ottenere la cittadinanza italiana per gli stranieri. Attualmente, la legge n.91/1992 prevede che uno straniero non appartenente all’Unione Europea, una volta divenuto maggiorenne, possa richiedere la cittadinanza per naturalizzazione solo dopo 10 anni di residenza legale continuativa in Italia (per i cittadini UE il requisito è 4 anni, per i rifugiati e apolidi 5 anni, ma il referendum si focalizza sul caso generale dei non comunitari). La proposta referendaria è di abrogare la parte della legge che fissa in dieci anni tale periodo, portandolo a 5 anni, cioè dimezzandolo. In pratica, se il Sì passa, gli stranieri extracomunitari dopo 5 anni di residenza regolare potrebbero fare domanda di cittadinanza. Tutti gli altri requisiti attuali rimarranno invariati: ad esempio occorre comunque non avere precedenti penali rilevanti e dimostrare una conoscenza adeguata della lingua italiana (livello B1), introdotta per legge nel 2018, così come restano il requisito di un reddito minimo e il giuramento alla Repubblica. Il contesto sociale di questo quesito è quello dell’integrazione degli immigrati di prima e seconda generazione. L’Italia, pur non avendo *ius soli* (diritto alla cittadinanza per nascita sul territorio) se non in casi molto limitati, ospita da decenni comunità straniere stabili: oltre 5 milioni di residenti stranieri risiedono nel Paese, e tra questi più di 1 milione sono minori o giovani nati o cresciuti in Italia senza esserne cittadini. Spesso ci si riferisce a loro come “italiani di fatto”: persone che parlano italiano, studiano e lavorano fianco a fianco con gli italiani, e “di fatto” fanno parte del tessuto nazionale, ma per la legge sono ancora stranieri, con diritti civili limitati (niente diritto di voto, ad esempio). Negli ultimi anni c’è stato un acceso dibattito su riforme come lo *ius culturae* o *ius scholae* (cittadinanza ai ragazzi che completano un ciclo di studi in Italia) , ma le iniziative parlamentari in tal senso non sono andate in porto, anche a causa dell’opposizione del centro-destra. Il referendum nasce per volontà di un fronte politico e civico progressista – Radicali, +Europa, associazioni come Italiani Senza Cittadinanza – con l’intento di almeno ridurre l’attesa per la naturalizzazione degli adulti, ritenendo i 10 anni attuali un periodo eccessivo e penalizzante. ### **Le ragioni del Sì** Chi promuove il Sì al quesito sulla cittadinanza sostiene che 10 anni sono troppi e non più adeguati alla realtà odierna. Dopo 5 anni di residenza regolare, argomentano, uno straniero ha avuto il tempo di integrarsi ampiamente: lavora e paga le tasse, spesso ha famiglia e figli nati in Italia, parla la lingua e partecipa alla vita della comunità. Non c’è motivo di tenerlo per altri cinque anni in una condizione di “seconda classe”, privo di diritti politici e di quel senso di appartenenza formale che la cittadinanza conferisce . Riducendo a 5 anni, si accelera l’integrazione: i nuovi italiani potranno votare, sentirsi pienamente parte attiva del Paese e questo rafforzerà la coesione sociale. I sostenitori notano che in molti Paesi europei il requisito di residenza per la naturalizzazione è inferiore a 10 anni – ad esempio in Francia sono 5 anni, in Germania 8 anni (che possono diventare 7 o 6 in casi particolari), in Spagna 10 anni ma 5 per rifugiati e 2 per cittadini latinoamericani, ecc. – quindi l’Italia con 10 anni è tra le più restrittive. Un dimezzamento porterebbe la normativa italiana in linea con standard più aperti e moderni nel contesto UE. Un altro elemento a favore è che la misura aiuterebbe in particolare tanti giovani cresciuti in Italia: attualmente, se un ragazzo straniero arriva in Italia da bambino o adolescente, magari a 10 anni, dovrà aspettare i 20 anni compiuti per averne 10 di residenza regolare e chiedere la cittadinanza; con 5 anni, a 15 anni di età sarebbe già eleggibile (anche se potrà formalmente giurare solo a 18 anni, l’iter potrebbe avviarsi prima). Ciò ridurrebbe quel periodo in cui molti “giovani italiani senza cittadinanza” vivono un paradosso: sono considerati italiani da chi li conosce, ma non dal punto di vista legale e burocratico, con tutte le frustrazioni che ne derivano. Sul piano economico e demografico, infine, il Sì viene visto come un’opportunità: l’Italia ha bisogno di nuova linfa giovane a causa del calo delle nascite, e facilitare la cittadinanza può attrarre immigrati qualificati e incentivare chi già è qui a restare e contribuire a lungo termine, sentendosi a casa propria.### **Le ragioni del No** Il fronte del No (in cui si riconoscono i partiti di centrodestra al governo: Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia) sostiene che la cittadinanza non è un atto burocratico ma un passo fondamentale che va concesso con prudenza. A loro avviso, 10 anni di residenza non sono un’esagerazione, ma anzi un giusto lasso di tempo per valutare l’effettiva volontà di integrarsi di una persona e il suo attaccamento ai valori nazionali. Ridurre a 5 anni viene descritto come “regalare passaporti” con troppa facilità. La destra ha spesso collegato questa proposta alle battaglie sullo *ius soli*, evocando lo spettro di un’Italia dove “arriva chiunque e diventa cittadino” – timore infondato per i promotori, ma che ha presa su una parte dell’elettorato conservatore. Gli oppositori fanno leva anche su considerazioni di sicurezza e identità: dicono che servono controlli lunghi per essere sicuri che chi chiede la cittadinanza non abbia pendenze o legami pericolosi (terrorismo, criminalità) e per verificare che abbia davvero assimilato la cultura e le regole italiane. Un argomento tecnico sollevato dal No è che la riduzione del termine da sola non risolve tutti i problemi: ad esempio, restano lunghe le procedure burocratiche (oggi un decreto di cittadinanza può richiedere 2-3 anni di istruttoria amministrativa) e permane il requisito di reddito minimo, per cui qualcuno con 5 anni di residenza ma lavoro precario potrebbe comunque non ottenere la cittadinanza. Secondo chi è contrario, affrettare i tempi non equivale a migliorare l’integrazione, che invece andrebbe perseguita attraverso la scuola, il lavoro e l’adesione ai valori costituzionali; la cittadinanza dovrebbe coronare questo percorso, non anticiparlo.### **Implicazioni in caso di vittoria del Sì o del No** Se dovesse passare il Sì, il requisito di residenza legale per la cittadinanza italiana scenderebbe formalmente a 5 anni, tornando a quanto previsto prima della legge del 1992 (la legislazione precedente fissava infatti cinque anni per gli stranieri residenti). Molte persone sarebbero immediatamente coinvolte: tutti gli immigrati non comunitari che già oggi risiedono da almeno 5 anni ma da meno di 10 – un numero considerevole stimato in diverse centinaia di migliaia – potrebbero presentare la domanda senza attendere oltre. Secondo alcune stime, oltre un milione di giovani e adulti “italiani di fatto” vedrebbero dimezzato il tempo per diventare cittadini. L’impatto pratico sarebbe graduale (poiché la concessione richiede comunque tempo e verifiche), ma nel giro di pochi anni l’Italia potrebbe aumentare sensibilmente il numero di nuovi cittadini. Ciò avrebbe riflessi sociali positivi per i promotori: più persone integrate con pieni diritti, partecipazione attiva alla vita pubblica (ad esempio questi nuovi cittadini potrebbero votare alle elezioni comunali, politiche ed europee, candidarsi, ecc.), senso di appartenenza rafforzato. Anche dal punto di vista internazionale, l’Italia darebbe un segnale di apertura e modernità sul fronte dei diritti civili, allineandosi a Paesi che facilitano la naturalizzazione. Naturalmente ci sarebbero anche sfide amministrative: le Prefetture e gli uffici competenti potrebbero essere sommersi da domande aggiuntive di cittadinanza, con necessità di potenziare il personale per evitare lungaggini; inoltre, andrebbero comunque mantenuti rigorosi i controlli sui requisiti (assenza di reati, integrazione linguistica) per garantire che la cittadinanza venga concessa a chi ha i titoli. Politicamente, la vittoria del Sì suonerebbe come una bocciatura per il governo Meloni su un tema identitario di grande rilievo. La maggioranza di destra dovrebbe incassare il cambiamento di una legge che considerava intoccabile e potrebbe reagire con toni duri, ma difficilmente potrebbe ostacolare l’applicazione del responso popolare. È possibile che in risposta tenti di enfatizzare altre misure restrittive in ambito migratorio (dove ha più margine di manovra) per rassicurare il proprio elettorato. Sul fronte opposto, le forze progressiste vedrebbero realizzata almeno in parte una storica battaglia per i diritti degli immigrati; ciò potrebbe dare loro slancio e consenso, e forse riaprire il discorso su riforme più ampie come quella per i minori (*ius scholae*). Da segnalare anche l’impatto sul tessuto democratico: nel medio-lungo termine, l’ingresso di nuovi cittadini-elettori potrebbe cambiare lievemente gli equilibri elettorali, soprattutto a livello locale in città con forte presenza di comunità immigrate. Se invece prevalesse il No (o il referendum fosse nullo per mancato quorum), non cambierebbe nulla nella legge sulla cittadinanza: serviranno ancora 10 anni di residenza per poter presentare la domanda. Questo risultato sarebbe rivendicato con soddisfazione dal governo e dalle destre come una conferma che la maggioranza degli italiani non vuole facilità nella concessione della cittadinanza. Giorgia Meloni e i suoi alleati probabilmente lo percepirebbero come un mandato a proseguire sulla linea della cautela e severità in tema di immigrazione e integrazione. Potrebbero anche utilizzare l’esito per archiviare per un po’ la questione, sostenendo che “gli italiani hanno già deciso”. Sul piano sociale, però, per molti stranieri residenti e soprattutto per i giovani di seconda generazione sarebbe una forte delusione: resterebbero esclusi dal pieno riconoscimento giuridico e simbolico nella comunità nazionale, pur vivendo da anni in Italia. Se il referendum fallisse per bassa affluenza, il rischio sarebbe un aumento della disillusione e della distanza dalle istituzioni. Le associazioni che sostengono la riforma non si fermerebbero: potrebbero rilanciare iniziative parlamentari, chiedere semplificazioni amministrative o tornare a proporre forme alternative come lo *ius scholae*. La questione della cittadinanza, quindi, non si chiuderebbe: in una società sempre più composita, il tema del riconoscimento civico ed elettorale resterà al centro del dibattito pubblico. Una vittoria del No lascerebbe intatto l’impianto normativo, ma non risolverebbe la tensione tra inclusione e conservazione. Ne deriverebbe anche una probabile polarizzazione politica: da una parte chi celebra l’esito come difesa dell’identità nazionale, dall’altra chi denuncia un’occasione persa e promette nuove battaglie. Un confronto destinato a ripresentarsi ciclicamente.### **Referendum 2025: uno snodo normativo e sociale** Dopo aver attraversato i cinque quesiti uno per uno, emerge con chiarezza che questo referendum non è una semplice consultazione su norme settoriali, ma un passaggio che solleva interrogativi più ampi sul mondo del lavoro, sulla rappresentanza, sullo stato della cittadinanza e sulla qualità della partecipazione democratica. I quesiti propongono l’abrogazione di norme in vigore e, in ogni caso – che prevalga il Sì, il No o che non venga raggiunto il quorum – gli esiti avranno riflessi sul dibattito politico e giuridico del Paese. Alcuni temi potrebbero tornare al centro dell’attenzione attraverso proposte legislative o contrattazioni collettive, mentre altri potrebbero sollecitare una riflessione più ampia su diritti sociali, strumenti di tutela e dinamiche di inclusione. Il ruolo dell’informazione, in questa cornice, diventa centrale. Comprendere le norme, valutarne l’impatto e collocarle nel contesto attuale è il primo passo per orientarsi tra scelte che riguardano non solo singoli provvedimenti, ma anche i valori su cui si fonda una società. ``` Fonti istituzionali ``` - ``` Ministero dell’Interno – Elezioni e referendum: https://dait.interno.gov.it/elezioni ``` - ``` Regione Emilia-Romagna – Referendum abrogativi 8-9 giugno 2025: https://www.regione.emilia-romagna.it/elezioni ``` - ``` Comune di Torino – Guida al voto: https://www.mentelocale.it/torino/... ``` ``` Fonti giornalistiche ``` - ``` Corriere della Sera, 4 maggio 2025 – Confindustria: “I referendum sul lavoro un ritorno al passato”: link ``` - ``` Internazionale, 14 maggio 2025 – Breve guida ai referendum dell’8 e 9 giugno: link ``` - ``` Domani, 10 maggio 2025 – Chi ha paura dei nuovi cittadini: https://www.editorialedomani.it/... ``` ``` Fonti sindacali e promotrici ``` - ``` CGIL Nazionale – Referendum 2025: su cosa si vota e perché: https://www.cgil.it/referendum ``` - ``` Italiani Senza Cittadinanza – Materiali e proposte sul diritto alla cittadinanza: https://www.italianisenzacittadinanza.org ``` ``` Fonti giuridiche e normative ``` - ``` Gazzetta Ufficiale – Legge n. 91/1992 sulla cittadinanza: https://www.normattiva.it ``` - ``` Corte Costituzionale – Sentenza n. 194/2018 (sulla incostituzionalità del calcolo rigido del Jobs Act): https://www.cortecostituzionale.it ``` - ``` Decreto legislativo n. 23/2015 (Jobs Act): https://www.normattiva.it ``` - ``` Decreto Legislativo 81/2008, art. 26 – Testo Unico sulla Sicurezza: https://www.normattiva.it ``` ``` Fonti informative generiche ``` - ``` Wikipedia – Referendum abrogativi in Italia del 2025: https://it.wikipedia.org/wiki/Referendum_abrogativi_in_Italia_del_2025 ``` - ``` Eunews – Come si vota dall’estero: https://www.eunews.it/2025/05/12/referendum-abrogativi... ``` ``` ``` **Categorie:** Attualità, Dossier **Tag:** Politica & Società --- ### [Buen Vivir e culture indigene: un’altra idea di benessere](https://eywadivulgazione.it/buen-vivir-culture-indigene-altra-idea-benessere/) **Published:** Maggio 29, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Nelle società occidentali il benessere viene spesso misurato in termini di consumo, crescita economica e successo individuale. Esiste però un’idea di benessere profondamente diversa, non basata sull’accumulazione materiale ma sull’equilibrio tra persone, natura e dimensione spirituale. Questa visione olistica del “vivere bene” è al centro del paradigma del *buen vivir*, espressione che in spagnolo significa appunto vivere bene nel senso più ampio e relazionale del termine. In tale prospettiva, “vivere bene” non riguarda semplicemente la prosperità individuale, ma implica vivere in armonia con sé stessi, con la comunità e con l’ambiente naturale circostante.## **Origini andine** L’idea del *buen vivir* trae origine dalle cosmovisioni indigene andine, in particolare da quelle delle popolazioni originarie che abitano gli altipiani di Ecuador, Bolivia e Perù. In lingua kichwa, parlata in Ecuador e Colombia, viene chiamato *sumak kawsay* (letteralmente “vivere bene” o “esistenza bella”); in lingua aymara, diffusa tra Bolivia, Perù e Cile, si parla di *suma qamaña* (traducibile come “vita degna” o “anima buona”). Entrambe queste espressioni evocano un’esistenza piena e armoniosa, in cui ogni essere vivente è parte integrante di un tutto sacro: la *Pachamama*, la Madre Terra. Nella visione del mondo andina, la Terra non è una proprietà da sfruttare, ma una madre generosa con cui gli esseri umani intrattengono un rapporto di rispetto reciproco. Il *buen vivir* nasce quindi in questo contesto culturale, come concetto polisemico che riassume valori di reciprocità, comunità e rispetto della natura consolidati da secoli nelle pratiche di vita quotidiana dei popoli andini. ![Buen vivir](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/05/buenvivir-1.jpg)## **Costituzionalizzazione in Ecuador e Bolivia** L’idea del *buen vivir*, da elemento culturale locale, è entrata anche nelle istituzioni politiche. In Ecuador, nel 2008, essa è stata ufficialmente incorporata nella nuova Costituzione approvata da un ampio e partecipato processo costituente. Come ricorda il preambolo della carta fondamentale ecuadoriana, l’obiettivo dichiarato è di costruire «una nuova forma di convivenza pubblica, nella diversità e in armonia con la natura, per raggiungere il *buen vivir*» (Repubblica dell’Ecuador, 2008). Il concetto di *buen vivir* pervade l’intero testo costituzionale – dal Preambolo, ai diritti fondamentali, fino ai principi di organizzazione economica e sociale – diventando un principio guida per le politiche dello Stato. Ad esempio, l’articolo 3, comma 5 della Costituzione stabilisce che è dovere dello Stato «pianificare lo sviluppo nazionale, eliminare la povertà e promuovere lo sviluppo sostenibile e la ridistribuzione equa delle risorse e della ricchezza per rendere possibile il *buen vivir*» (Repubblica dell’Ecuador, 2008). In altre parole, la Costituzione ecuadoriana vincola esplicitamente l’azione pubblica al perseguimento del benessere collettivo in armonia con l’ambiente. La riforma costituzionale in Ecuador si inserisce in un più ampio movimento politico e culturale latinoamericano emerso negli ultimi decenni, trainato dai movimenti indigeni. Anche la Bolivia, nel 2009, ha adottato una nuova Costituzione che include il concetto di *vivir bien*, direttamente ispirato alle cosmologie andine (Stato Plurinazionale di Bolivia, 2009). ![Costituzione Ecuador](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/05/buenvivir-2.jpg) Questi sviluppi indicano come i saperi e i valori delle popolazioni native siano entrati nel dibattito istituzionale, proponendo alternative ai modelli di sviluppo tradizionali. Sulla scia di queste innovazioni costituzionali, le Nazioni Unite hanno proclamato nel 2010 la Giornata Internazionale della Madre Terra (United Nations General Assembly, 2009), riconoscendo formalmente l’importanza di un approccio armonioso nei confronti del pianeta. L’anno seguente, la Bolivia ha compiuto un passo ancora più radicale adottando una legge storica che riconosce alla natura lo status di soggetto giuridico, permettendo così di difendere legalmente i diritti degli ecosistemi (Stato Plurinazionale di Bolivia, 2010). Si tratta di un cambiamento di paradigma rivoluzionario: queste riforme istituzionali inaugurano un approccio allo sviluppo che dà priorità all’equilibrio ecologico piuttosto che alla crescita economica sfrenata, promuovendo modelli alternativi e solidali, profondamente radicati nei territori locali. Il *buen vivir* da principio culturale è divenuto anche un principio giuridico e politico, segnando la direzione verso una concezione biocentrica dello sviluppo e del benessere collettivo.## **Pratiche comunitarie contemporanee** Benché nato in contesti indigeni specifici, il *buen vivir* propone valori universali che possono trovare applicazione pratica in molti contesti. Nella prospettiva andina, il benessere non è mai una condizione puramente individuale e isolata, ma il risultato di relazioni armoniose: con gli altri esseri umani, con la natura, con il tempo e con la spiritualità. Questa idea rompe nettamente con l’antropocentrismo tipico della modernità occidentale e con la rigida separazione tra umano e non-umano, tra economia e ambiente, tra materia e spirito. Per molte culture indigene andine, la salute e la prosperità di una persona dipendono anche dalla salute del territorio in cui vive, dall’equilibrio del clima locale, dalla fertilità della terra e dalla coesione della comunità di appartenenza. Non esiste una gerarchia fissa tra i diversi esseri viventi: ogni elemento – sia esso umano, animale, vegetale o persino minerale – possiede un ruolo e una dignità intrinseca nel mantenimento dell’armonia collettiva. La natura non viene idealizzata come uno sfondo immutabile né ridotta a semplice risorsa da sfruttare, bensì è concepita come una rete viva di relazioni, in cui ogni azione genera conseguenze reciproche. Da questa visione scaturisce un’etica della responsabilità condivisa, fondata su valori come la complementarità, la cura, il riconoscimento dei limiti e il rispetto per tutti gli esseri. Coerentemente con questi principi, il *buen vivir* non è un’utopia astratta ma si traduce in pratiche concrete e quotidiane nelle comunità che a esso si ispirano. Ad esempio, in molte società indigene andine le risorse naturali fondamentali – come l’acqua e la terra coltivabile – vengono gestite collettivamente, attraverso meccanismi comunitari che ne regolano l’uso equo e sostenibile. La giustizia tende ad assumere forme comunitarie e riparative: i conflitti vengono risolti tramite consigli di anziani o assemblee pubbliche, privilegiando la ricomposizione dell’armonia sociale rispetto alla punizione individuale. ![Agricoltura Ecuador](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/05/agricoltura-ecuador.jpg) In agricoltura, si adottano pratiche agroecologiche tradizionali che conservano la fertilità del suolo e la biodiversità, in contrasto con il modello industriale intensivo. Inoltre, momenti di spiritualità collettiva – come le cerimonie rituali in onore della Pachamama – scandiscono il calendario comunitario, rafforzando il legame tra la comunità umana e gli elementi naturali. In tutte queste pratiche si riflette l’idea che il *buen vivir* si costruisce insieme: attraverso la cooperazione, la reciprocità e un rapporto di cura verso il prossimo e verso l’ambiente. Tali esperienze contemporanee dimostrano come antichi saperi e consuetudini indigene possano offrire modelli di vita sociale più equilibrati e sostenibili, opponendosi alle tendenze individualistiche e insostenibili del mondo globalizzato.## **Conoscenze tradizionali, sostenibilità e giustizia sociale** L’emergere del concetto di *buen vivir* nel dibattito internazionale ha avuto il merito di mettere in discussione le metriche tradizionali con cui misuriamo il progresso e il benessere. Indicatori economici quantitativi come il PIL (Prodotto Interno Lordo), centrati esclusivamente sulla crescita economica, risultano infatti inadeguati a rappresentare il benessere reale delle persone e delle comunità. Dal punto di vista del *buen vivir*, la prosperità non coincide con l’accumulo di ricchezza materiale, bensì con la qualità della vita in senso integrale. Il benessere viene misurato in termini di relazioni sane, giustizia sociale, equilibrio ecologico, accesso equo alle risorse fondamentali (terra, acqua, cibo), diritto alla salute e all’educazione. È dunque un’idea di prosperità fondata su valori collettivi e sulla consapevolezza dell’interdipendenza fra tutti i membri della comunità e tra la comunità umana e l’ambiente naturale, piuttosto che sull’individualismo e sull’accumulazione illimitata (IPBES, 2019). In quest’ottica, i saperi tradizionali e i modi di vita dei popoli indigeni offrono indicatori alternativi di benessere, più vicini all’esperienza concreta della vita quotidiana e maggiormente attenti alla dignità delle persone e degli ecosistemi. Il *buen vivir*, lungi dall’essere una curiosità locale confinata al Sud del mondo, si presenta oggi come una proposta critica e trasformativa per ripensare il futuro delle società contemporanee a livello globale. In molti contesti diversi, infatti, stanno prendendo forma movimenti, iniziative e riflessioni che mettono in dubbio il modello di sviluppo dominante, riecheggiando principi simili. ![Famiglia Ecuador](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/05/famiglia-ecuador.jpg) Si pensi, ad esempio, ai movimenti per l’economia del dono, che valorizzano lo scambio gratuito e la mutualità; alle iniziative per la tutela dei commons (beni comuni) e la gestione partecipativa delle risorse condivise; alle pratiche di agroecologia contadina e di sovranità alimentare; o ancora al movimento per la decrescita, che invita a ridurre i consumi superflui e a ridefinire il progresso in termini qualitativi piuttosto che quantitativi. In questo panorama, le visioni del mondo elaborate dalle culture indigene – fondate su reciprocità, interconnessione e rispetto per la Terra – offrono non solo una memoria storica di resistenza alle logiche di sfruttamento, ma anche un repertorio vivo di soluzioni concrete per abitare il pianeta in modo più giusto e sostenibile. Tali prospettive valorizzano la sostenibilità ambientale e la giustizia sociale come pilastri inscindibili del benessere collettivo, ricordandoci che il futuro richiede un cambio di paradigma ispirato ai principi dell’armonia e della reciprocità.## **Dialogo con la scienza e le politiche globali** L’interesse verso il *buen vivir* e, più in generale, verso le conoscenze indigene non è solo di tipo antropologico o politico: oggi esso rappresenta una risorsa concreta per affrontare alcune delle grandi sfide globali del nostro tempo. Organismi internazionali come l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, il principale panel scientifico sul cambiamento climatico) e l’IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services, piattaforma ONU sulla biodiversità) hanno riconosciuto esplicitamente che le popolazioni indigene custodiscono *saperi ecologici* complessi, affinati in secoli di convivenza con ecosistemi fragili e dinamici. L’IPBES ha stimato, ad esempio, che circa l’80% della biodiversità residua del pianeta si trovi in territori abitati e gestiti da comunità indigene (IPBES, 2019). Queste conoscenze tradizionali riguardano aspetti pratici e spirituali al tempo stesso: la gestione sostenibile dell’acqua, la tutela delle foreste, l’agricoltura resiliente ai cambiamenti climatici, la previsione dei fenomeni meteorologici estremi. La scienza moderna sta iniziando a riconoscere il valore di tali saperi: come afferma il rapporto dell’IPCC del 2022, *“Il riconoscimento e l’integrazione dei saperi indigeni e locali aumentano l’efficacia delle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici, rendendole più eque e durature”* (IPCC, 2022). In altre parole, coinvolgere attivamente le comunità locali e i loro saperi può rendere le politiche ambientali e di sviluppo più efficaci e più eque nel lungo periodo. Per lungo tempo, i saperi tradizionali dei popoli indigeni sono stati ignorati o marginalizzati nei dibattiti scientifici e politici, in quanto trasmessi per via orale e privi della formalizzazione accademica tipica del sapere occidentale. Oggi, tuttavia, cresce la consapevolezza che la scienza moderna non debba arrogarsi il ruolo di sostituta di questi saperi, ma piuttosto debba dialogare con essi su un piano di rispetto e complementarità. L’UNESCO, attraverso il programma LINKS (Local and Indigenous Knowledge Systems), sottolinea che il *sapere tradizionale contribuisce alla comprensione della sostenibilità in modo complementare alla scienza occidentale, fornendo risposte adattive culturalmente pertinenti* (UNESCO, 2022). In altre parole, le conoscenze indigene e quelle scientifiche possono essere integrate per arricchirsi a vicenda: ciascuna apporta prospettive e competenze uniche che, se combinate, permettono una comprensione più ampia e sfaccettata dei problemi e delle possibili soluzioni. ![Unesco](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/05/unesco.jpg) Questo dialogo tra saperi sta già avvenendo in diversi progetti innovativi nel mondo, segnando un passo importante nelle politiche globali di sostenibilità. In Canada, ad esempio, alcune comunità Inuit collaborano con glaciologi e climatologi per combinare le proprie osservazioni tradizionali sul ghiaccio marino con i dati raccolti dai satelliti: ne risultano modelli più accurati e localmente rilevanti per monitorare gli effetti del cambiamento climatico nell’Artico. In Amazzonia, popoli indigeni come i Kayapó e i Ticuna utilizzano tecnologie moderne (GPS, droni, telerilevamento) insieme ai ricercatori per mappare dettagliatamente le proprie terre ancestrali e denunciare la deforestazione illegale, unendo così sorveglianza tecnologica e conoscenza del territorio tramandata da generazioni. In Africa australe, iniziative coordinate dal Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) coinvolgono leader tradizionali e agricoltori locali nella conservazione e scambio di semi autoctoni, una pratica cruciale per garantire la sicurezza alimentare e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Queste esperienze dimostrano che tradizione e innovazione non sono affatto incompatibili: al contrario, possono rafforzarsi a vicenda, generando risposte più giuste, radicate e resilienti alle crisi ambientali e sociali in corso. L’integrazione dei saperi indigeni nelle politiche e nella ricerca scientifica globale offre dunque *un esempio concreto di dialogo interculturale*, capace di produrre soluzioni più efficaci di fronte a sfide come il riscaldamento globale, la perdita di biodiversità e le disuguaglianze sociali.## **Altri paradigmi nel mondo** Il *buen vivir* andino non rappresenta un caso isolato. In molte altre parti del mondo, popoli e culture hanno sviluppato proprie visioni del “vivere bene”, basate su relazioni, reciprocità e armonia simili ai principi andini. Si tratta di modi diversi di rispondere a una stessa domanda universale: *come si vive bene, insieme?* Di seguito esamineremo alcuni concetti affini al *buen vivir* emersi in continenti e contesti culturali differenti, che pur nella loro diversità mostrano sorprendenti convergenze di valori.### **Ubuntu: io sono perché noi siamo** In molte culture dell’Africa subsahariana, in particolare tra i popoli bantu di paesi come il Sudafrica, lo Zimbabwe, il Mozambico o l’Uganda, esiste un principio fondamentale espresso dalla parola Ubuntu. Nella lingua zulu si enuncia con il proverbio *“Umuntu ngumuntu ngabantu”*, che significa: “una persona è persona attraverso le altre persone”. Questo aforisma racchiude una filosofia che pone al centro la comunità e la relazionalità come fondamento dell’identità individuale: in altre parole, *io sono perché noi siamo*. Secondo il principio di Ubuntu, l’essere umano realizza pienamente sé stesso solo all’interno della rete di relazioni con gli altri membri della comunità. Ubuntu non è un’idea astratta o teorica: è una filosofia *vissuta* nella quotidianità. Si manifesta, ad esempio, nei metodi tradizionali di risoluzione dei conflitti, che privilegiano la riconciliazione e il reintegro del colpevole nella comunità piuttosto che la punizione retributiva. Traspare nel modo di educare i bambini, enfatizzando la cooperazione e il rispetto verso tutti; nel prendersi cura collettivamente degli anziani; nei processi decisionali comunitari, che tendono a basarsi sul consenso e sull’ascolto di ogni voce. ![Bantu](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/05/bantu.jpg) Non a caso, Ubuntu fu indicato come principio guida del processo di riconciliazione post-apartheid in Sudafrica: figure come Nelson Mandela e Desmond Tutu hanno spesso richiamato Ubuntu come *“la nostra bussola morale”*, a sottolineare l’importanza del perdono e della costruzione di una nuova comunità nazionale unita. Nella pratica, Ubuntu insegna che il benessere di ciascuno dipende dal benessere di tutti gli altri. Se un membro della comunità soffre, l’intera comunità ne risente; se una persona fiorisce, tutti ne traggono beneficio. Si tratta di un’idea potente, che sfida l’individualismo dominante e ricorda che l’umanità è, in ultima analisi, *una rete interconnessa di relazioni*.### **Ngapartji Ngapartji: dare e ricevere insieme** Nel cuore dell’Australia centrale, presso le popolazioni aborigene Pitjantjatjara e Yankunytjatjara, troviamo un concetto affine espresso dalla formula Ngapartji Ngapartji, traducibile come “io do a te, tu dai a me”. A prima vista potrebbe sembrare la descrizione di uno scambio materiale, ma in realtà non si tratta di mera economia: *Ngapartji Ngapartji* incarna una forma di reciprocità sociale e culturale profonda, in cui ogni dono crea un legame e ogni relazione implica responsabilità reciproche. È un principio che da secoli regola i rapporti interpersonali e inter-clanici, la trasmissione dei saperi tradizionali e la cura del territorio tra questi popoli aborigeni. Ogni atto di generosità o condivisione richiede di essere ricambiato, non come obbligo contabile, ma come modo per rinsaldare continuamente la coesione sociale. Nella pratica, Ngapartji Ngapartji definisce le dinamiche della vita comunitaria: gli anziani tramandano ai giovani le conoscenze sulla terra e le storie sacre, e questi ultimi restituiscono rispetto e apprendimento; i clan stringono alleanze rituali scambiandosi doni cerimoniali, danze e canti; l’ospitalità è sacra e chi riceve aiuto sa che dovrà a sua volta aiutare qualcun altro in futuro. Questo concetto di reciprocità non si limita ai rapporti tra umani, ma comprende il rapporto con la Terra stessa: prendersi cura di un luogo sacro, di una fonte d’acqua o di un sentiero implica ricevere in cambio protezione e identità da quella terra. Ngapartji Ngapartji è così radicato nella cultura locale da aver dato nome anche a iniziative artistiche innovative: ad esempio uno spettacolo teatrale bilingue intitolato *Ngapartji Ngapartji* ha portato in scena, attraverso storie e canzoni in lingua aborigena, la tragica esperienza dei test nucleari condotti nel deserto australiano negli anni ’50, evidenziando come il principio di dare e ricevere sia stato violato da quelle vicende storiche. Ngapartji Ngapartji insegna una logica opposta alla competizione individualista: vede nel legame, nel rispetto e nel dono le fondamenta della convivenza, trasformando la reciprocità in una forza coesiva della comunità (e non in una debolezza da sfruttare).### **Sawen na rani: la bellezza della cura** Nel contesto insulare delle Isole Figi, nel Pacifico sud-occidentale, la popolazione autoctona iTaukei coltiva una filosofia del benessere nota come Sawen na rani, espressione che si può tradurre come “la dolcezza dell’essere umano nel prendersi cura”. Questo concetto incarna un’etica della gentilezza e della presenza premurosa verso gli altri, una responsabilità condivisa nel provvedere al benessere altrui. Per la visione *sawen na rani*, infatti, il benessere non consiste solo nell’avere ciò che serve materialmente, ma soprattutto nel sentirsi *visti, riconosciuti e sostenuti* dagli altri nella vita quotidiana. La *cura* reciproca – intesa come attenzione costante ai bisogni emotivi, sociali e materiali degli altri membri della comunità – diventa la misura della buona vita. Nelle comunità figiane iTaukei, questo principio di cura si manifesta in mille gesti quotidiani: la condivisione del cibo con chi ne ha bisogno, l’assistenza comunitaria agli anziani e ai malati, l’ascolto profondo e rispettoso durante le assemblee del villaggio. Attraverso questi piccoli atti, si costruiscono relazioni solide, capaci di resistere anche nei momenti di crisi. La cura reciproca funge da *tessuto invisibile* che tiene insieme la società: è data per scontata e allo stesso tempo continuamente rafforzata dal comportamento di ognuno. *Sawen na rani* celebra dunque la bellezza della cura, considerandola non un peso ma il fulcro stesso dell’umanità. In opposizione ai modelli che esaltano l’individualismo, questa filosofia afferma che una comunità prospera solo se tutti i suoi membri si sentono accolti e sostenuti: l’atto di curare gli altri è ciò che conferisce dolcezza e significato all’essere umano.### **Kapwa: non esiste “io” senza “noi”** Nelle Filippine, in particolare tra le popolazioni di lingua tagalog dell’isola di Luzon, troviamo un concetto profondo e di difficile traduzione diretta: Kapwa. Questa parola esprime la convinzione che l’“altro” non sia un estraneo, ma una parte di sé. In senso lato, *kapwa* significa vivere in una condizione di connessione costante con gli altri: non siamo individui separati, ma persone *relazionali*, immerse in un “noi” collettivo più ampio. Il termine Kapwa indica quindi la totale interdipendenza dell’io e del prossimo, e funge da principio etico basilare nella cultura filippina tradizionale. ![Filippine](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/05/Filippine.jpg) Il concetto di Kapwa orienta molte pratiche sociali nelle comunità tagalog. Si manifesta, ad esempio, nella forte solidarietà tra vicini e parenti, dove chi è in difficoltà può contare sul sostegno spontaneo degli altri. È alla base dell’aiuto reciproco nelle emergenze: calamità naturali come tifoni o terremoti vedono le comunità mobilitarsi all’unisono per garantire la sopravvivenza di tutti, perché il dolore di uno è sentito come il dolore di tutti. Kapwa ispira anche il modo di accogliere gli ospiti – con estrema generosità e calore, come se fossero famiglia – e il modo di perdonare gli errori altrui, privilegiando l’armonia sociale rispetto al risentimento. Questa filosofia quotidiana rifiuta l’egoismo come modello di comportamento: suggerisce che la vera forza e resilienza umana nascono dalla cooperazione e dal senso di appartenenza reciproca. In un contesto globalizzato che spesso esalta l’individualismo competitivo, Kapwa riafferma che *non esiste un “io” senza un “noi”*: l’identità personale si costruisce sempre entro e grazie a una rete comunitaria. Dai concetti descritti – *buen vivir*, Ubuntu, Ngapartji Ngapartji, Sawen na rani, Kapwa – emergono radici culturali diverse, lingue lontane e pratiche specifiche, ma anche un’intuizione comune e universale. Tutte queste visioni affermano, ciascuna a suo modo, che il benessere autentico non può esistere senza relazione, senza cura reciproca, senza rispetto per ciò che ci circonda. In un mondo segnato da disuguaglianze crescenti, crisi ambientali e frammentazione sociale, tali prospettive non offrono ricette semplicistiche né soluzioni preconfezionate, ma indicano orizzonti alternativi verso cui tendere. Non si tratta di visioni nostalgiche di un passato idealizzato, bensì di prospettive radicalmente orientate al futuro: ci ricordano che un altro modo di vivere – più umano, più equo, più sostenibile – non solo è possibile, ma in molti luoghi è *già realtà*. Le lezioni che possiamo trarre da queste saggezze indigene rappresentano un patrimonio prezioso per ripensare le nostre società e affrontare le sfide globali con uno spirito di maggiore solidarietà e rispetto verso la Terra.## **Cosa possiamo imparare** Dall’incontro con le visioni indigene del benessere emergono alcuni principi chiave che possono arricchire la prospettiva globale sul vivere bene. Queste lezioni, frutto di esperienze millenarie, offrono spunti per ripensare i nostri valori e modelli di sviluppo: 1) Il benessere è relazionale, non individuale. Non siamo isole separate: viviamo bene solo quando le nostre relazioni – con gli altri, con la terra, con il tempo – sono sane e armoniose. Il benessere personale è inseparabile da quello collettivo e ambientale, perché ogni individuo è parte di una rete di interdipendenze. 2) La reciprocità è una forza, non una debolezza. Aiutare, condividere, restituire non sono segni di arretratezza, ma costituiscono il tessuto connettivo di comunità resilienti e solidali. Nei modelli comunitari, la cooperazione non è opzionale: è fondamentale per la sopravvivenza e per la dignità di tutti. 3) La natura non è un semplice “ambiente” esterno, ma parte della comunità. Fiumi, alberi, montagne non andrebbero visti come oggetti o risorse passive, bensì come soggetti viventi con cui l’umanità convive. Ascoltare, rispettare e relazionarsi con la natura significa riconoscere che la nostra vita dipende da essa e che abbiamo responsabilità verso gli altri esseri viventi. 4) La cura è un principio organizzativo, non solo un gesto affettivo. *Prendersi cura* non è soltanto un atto privato o un’emozione individuale: dovrebbe diventare la base dei nostri sistemi economici, educativi e politici. Una società orientata alla cura – delle persone fragili, della comunità, dell’ambiente – è una società più giusta e sostenibile, in cui il progresso si misura anche dalla capacità di proteggere e includere tutti. 5) Il tempo non è solo produttività: è ascolto, rito, memoria. Le visioni indigene insegnano il valore di un rapporto diverso con il tempo: saper dare tempo alle decisioni importanti, celebrare i passaggi significativi della vita, ricordare chi è venuto prima di noi. Queste pratiche rafforzano i legami comunitari e ci ancorano a una dimensione più umana, contrastando l’ansia da prestazione e la frenesia tipiche della società contemporanea. 6) Scienza e saperi tradizionali possono dialogare. Non si tratta di scegliere tra razionalità scientifica e spiritualità ancestrale, come fossero inconciliabili: la sfida attuale è integrare diversi linguaggi e visioni del mondo per affrontare insieme le crisi del presente. La conoscenza tradizionale può rendere la scienza più consapevole dei contesti culturali e locali, mentre la scienza può offrire strumenti utili alle comunità indigene. Il dialogo paritario tra questi saperi arricchisce entrambi e aumenta le nostre chances di trovare soluzioni sostenibili. Questi insegnamenti suggeriscono che, per costruire un futuro migliore, dobbiamo riscoprire il senso del noi e del nostro legame con la Terra. In una fase storica in cui le crisi globali – dai cambiamenti climatici alle pandemie, fino alle crescenti disuguaglianze – mettono in luce la vulnerabilità e l’interconnessione di tutti, le conoscenze indigene ci offrono orientamenti preziosi. *Imparare dal buen vivir e dagli altri paradigmi tradizionali non significa idealizzare società lontane nel tempo o nello spazio, ma trarre ispirazione per trasformare in meglio le nostre comunità*, ritrovando equilibri più armoniosi con gli altri e con la natura. Le riflessioni sul *buen vivir* e sulle visioni indigene del mondo ci ricordano che esistono modi alternativi di concepire il progresso e la felicità collettiva. In ultima analisi, il filo conduttore che unisce queste prospettive è l’idea che il benessere sia una pratica comunitaria quotidiana, radicata nel territorio e nelle relazioni, anziché un traguardo esclusivamente individuale. Vivere bene richiede tempo, ascolto, rispetto reciproco e cura di ciò che ci sostiene – siano essi i legami sociali o gli ecosistemi naturali. Incoraggiare un dialogo interculturale tra i saperi indigeni e la modernità non è soltanto un atto di giustizia verso popoli a lungo marginalizzati, ma rappresenta una strategia lungimirante per il bene di tutta l’umanità. Tessere insieme la saggezza ancestrale e la conoscenza scientifica ci permette di affrontare con maggiore efficacia le sfide epocali come il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità o le disuguaglianze sociali (IPCC, 2022). Le società industrializzate hanno molto da imparare da chi ha coltivato per secoli un rapporto equilibrato con la natura e con la comunità: non per tornare indietro nel tempo, ma per *andare avanti* in una direzione più sostenibile e solidale. Dunque il paradigma olistico proposto dal *buen vivir* e dalle visioni indigene affini non è una curiosità esotica, ma una fonte di ispirazione concreta per ripensare il nostro rapporto con gli altri esseri umani e con il pianeta. In un’epoca di grandi transizioni, queste prospettive ci invitano a immaginare e costruire un futuro in cui il vivere bene significhi, anzitutto, *vivere in equilibrio*: con noi stessi, con gli altri e con la Terra che tutti ci ospita. ``` Fonti IPBES. (2019). Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services. Bonn: Piattaforma Intergovernativa Scienza-Politica sulla Biodiversità e gli Ecosistemi. IPCC. (2022). Climate Change 2022: Impacts, Adaptation and Vulnerability (Sixth Assessment Report, Working Group II). Ginevra: Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico. Repubblica dell'Ecuador. (2008). Costituzione della Repubblica dell'Ecuador. Montecristi: Assemblea Costituente. Stato Plurinazionale di Bolivia. (2009). Costituzione Politica dello Stato. La Paz. Stato Plurinazionale di Bolivia. (2010). Ley de Derechos de la Madre Tierra (Ley n. 071, 21 dic. 2010). La Paz. UNESCO. (2022). Local and Indigenous Knowledge Systems (LINKS) Programme. Parigi: Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura. United Nations General Assembly. (2009). Resolution adopted by the General Assembly on 22 April 2009 (A/RES/63/278): International Mother Earth Day. New York: United Nations. ``` **Categorie:** Attualità, Dossier **Tag:** Salute & Benessere --- ### [La guerra segreta della Cia e degli Stati Uniti in Ucraina](https://eywadivulgazione.it/la-guerra-segreta-della-cia-e-degli-stati-uniti-in-ucraina/) **Published:** Maggio 23, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) La guerra in Ucraina ha molte sfaccettature. Non basta pensare ad un aggredito, il popolo ucraino e un aggressore, la Russia. Non serve capire chi ha sbagliato, o forse chi ha sbagliato per primo, si può guardare anche solamente la realtà: la dura e lucida guerra tra due nazioni. Già, due nazioni. Siamo sicuri che sia proprio così? Ovviamente no. E la prova ce lo dà questo articolo. Non è di chi scrive, ma dei giornalisti del New York Times. Abbiamo letto l’originale, tradotto e condensato alcune parti per renderlo molto più facile da leggere e da capire. Di cosa parla? Della guerra per procura degli Stati Uniti contro la Russia. Se poi vogliamo vederla in modo più etico, l’aiuto degli Stati Uniti in una guerra tra un colosso, la Russia e una nazione fiera ma piccola, l’Ucraina. Ma come sappiamo tutti, l’etica, in guerra, non ha posto. In fondo all’articolo trovate il link al lunghissimo originale del Nyt. *Traduzione e adattamento di Alessandro Trizio*## **Il segreto dell’alleanza tra Ucraina e Occidente, tra strategie militari e missioni clandestine** In una mattina di primavera, a due mesi dall’entrata delle truppe d’invasione di Vladimir Putin in Ucraina, un convoglio di auto non contrassegnate si è fermato in un angolo di una strada di Kiev, caricando due uomini in abiti civili di mezza età . Il convoglio composto da commando britannici in uniforme e pesantemente armati ha poi percorso 640 chilometri fino al confine polacco, attraversato agevolmente grazie a passaporti diplomatici, per raggiungere l’aeroporto di Rzeszów-Jasionka. Lì un aereo cargo C-130 attendeva pronto con i motori accesi per decollare alla volta della Clay Kaserne di Wiesbaden, quartier generale dell’esercito americano in Europa e Africa. A bordo, due generali ucraini di alto rango, fra cui il tenente generale Mykhaylo Zabrodskyi, invitato a contribuire alla creazione di quello che sarebbe divenuto uno dei segreti più gelosamente custoditi della guerra: una partnership di intelligence, strategia, pianificazione e tecnologia destinata a cambiare le sorti del conflitto. Questa struttura avrebbe permesso all’amministrazione Biden di sostenere l’esercito ucraino e di contrapporsi, senza rischi di escalation, alle forze russe. Tale alleanza ha operato in un crescendo di operazioni clandestine, pianificazioni condivise e uno scambio costante di informazioni. Dalla fornitura di artiglieria M777 e sistemi missilistici HIMARS allo sviluppo di droni marittimi, la collaborazione tra Stati Uniti, Paesi NATO e Ucraina si è rivelata cruciale nel respingere gli assalti russi, come nel caso dell’affondamento dell’incrociatore Moskva o nel contrasto alle offensive terrestri a Kharkiv e Cherson. Eppure, secondo le ricostruzioni degli stessi protagonisti, non sono mancati momenti di attrito, diffidenza e visioni strategiche divergenti.## **I primi passi della partnership: da Kiev a Wiesbaden** Tutto è iniziato quando il generale Zabrodskyi è stato condotto all’Auditorium Tony Bass della guarnigione di Wiesbaden. Un ambiente che fino a poco tempo prima ospitava gare di tiro di scout e concerti di bande militari, ora trasformato in un fitto dedalo di cubicoli con ufficiali di varie nazioni. Qui si coordinavano le prime spedizioni occidentali di artiglieria pesante in Ucraina, tra cui i temuti M777 e i preziosi proiettili da 155 mm. Ricevuto dal tenente generale Christopher T. Donahue, comandante del 18° corpo aviotrasportato, Zabrodskyi si è sentito proporre un patto: unire le competenze sul campo degli ucraini alle avanzate capacità d’intelligence e di pianificazione dell’esercito statunitense e dei suoi alleati. “*Ho detto al comandante in capo che avevamo trovato il nostro partner*”, ricorda lo stesso Zabrodskyi, rimasto colpito dalla leadership di Donahue. Nonostante le diffidenze iniziali dovute anche ai tentennamenti occidentali del 2014 e delle limitazioni imposte dalla Casa Bianca nella condivisione di informazioni sensibili, gli ucraini scoprirono rapidamente i vantaggi di ricevere dati di intelligence precisi e in tempo reale. Grazie a questi, le forze di Kiev riuscirono a neutralizzare un radar russo “Zoopark” (Si tratta di un radar attivo mobile a scansione elettronica) e a sventare un tentativo di attraversamento fluviale vicino a Sievierodonetsk. Era solo l’inizio della convergenza fra l’analisi strategica occidentale e l’audacia operativa ucraina.## **La sfida degli M777 e l’evoluzione verso gli HIMARS** Se i primi aiuti militari erano stati limitati a sistemi antiaerei, anticarro e droni, con l’avanzare del conflitto divenne necessario un cambio di passo. Gli Stati Uniti decisero di inviare obici M777 e munizioni a lungo raggio, permettendo agli ucraini di reggere l’urto russo nel Donbass e di frenare le avanzate sul fronte meridionale. Malgrado la freddezza iniziale per il timore di innescare un’escalation internazionale, gli Stati Uniti acconsentirono a fornire poi i sistemi missilistici ad alta mobilità (HIMARS), con una gittata di circa 80 chilometri e testate di precisione. A Wiesbaden, il generale Donahue e i suoi uomini iniziarono a trasmettere “punti di interesse”, ovvero coordinate di obiettivi russi estrapolate dall’intelligence americana, che gli artiglieri ucraini avrebbero colpito con fermezza. Il successo fu immediato: le forze russe, sorprese, subirono durissimi colpi al morale e perdite crescenti.## **Due offensive, un dubbio: Kherson e Kharkiv** In quel momento, le forze di Kiev apparivano in grado di passare all’offensiva. Dopo un periodo di pianificazione tra ucraini e Task Force Dragon (così era stata ribattezzata la squadra guidata dal generale Donahue), si decise di sferrare un colpo a sud, verso Kherson, e di lanciare un’azione più contenuta a est, nella zona di Kharkiv. I due assalti avrebbero dovuti scaglionare nel tempo. Ma la decisione del presidente Volodymyr Zelensky di anticipare l’operazione meridionale, con la speranza di mostrare risultati concreti prima di un importante vertice internazionale, portò paradossalmente a un’evoluzione fulminea a est, dove la resistenza russa collassò inaspettatamente. Le forze di Kharkiv avanzarono così a tappe forzate, mentre a sud il comando ucraino esitava nel colpire i russi in ritirata sulla riva occidentale del Dnipro. Gli attriti e l’incertezza su come sfruttare il vantaggio rallentarono i progressi: alcuni comandanti preferivano un approccio più cauto, altri invocavano l’audacia. Intanto, le trincee difensive scavate dall’esercito russo si moltiplicavano, arginando l’eventuale avanzata ucraina verso la Crimea.## **Il peso delle rivalità interne e la cautela occidentale** L’alleanza era solida, eppure non priva di incrinature. Sul fronte ucraino, rivalità personali emergevano tra i generali Valery Zaluzhny e Oleksandr Syrsky, in competizione per leadership e risorse (come i preziosi sistemi HIMARS) . Alcune scelte, come il dispendioso assalto a Bakhmut, finirono per depotenziare il grande sforzo offensivo a sud, trasformando quella che avrebbe potuto essere un’avanzata decisiva in un nuovo stallo. Dal lato americano, vigevano restrizioni e linee rosse dettate da Washington. L’amministrazione Biden temeva che un coinvolgimento troppo profondo, o attacchi diretti su obiettivi “sensibili” in territorio russo, potesse scatenare una reazione ancora più estrema di Putin. Perciò, all’inizio, era proibito segnalare con precisione obiettivi in Crimea o fornire coordinate che permettessero di colpire dentro i confini russi. Tuttavia, col passare dei mesi e l’intensificarsi della guerra, tali limitazioni furono progressivamente allentate.## **I droni e la flotta del Mar Nero: l’escalation nel Mar d’Azov** Un esempio di questa evoluzione fu la serie di attacchi contro la flotta russa del Mar Nero a Sebastopoli, in Crimea. Inizialmente, la Casa Bianca aveva vietato di aiutare direttamente un’azione in territori che Mosca considerava parte della Federazione. Ma i timori degli alleati lasciarono gradualmente spazio all’urgenza di colpire basi, navi e sottomarini russi che continuavano a lanciare missili contro l’Ucraina. Con il placet americano e britannico, la marina ucraina, sostenuta dalla CIA, sviluppò una flotta di droni marittimi in grado di superare i sistemi di difesa russi. Parallelamente, il Pentagono allargò la condivisione d’intelligence, inviando “punti di interesse” per colpire con razzi di precisione obiettivi sensibili, come depositi di munizioni o centri di comando russi.## **Le linee rosse si spostano: Crimea, Russia e nuovi scenari** Se in precedenza era impensabile toccare il ponte sullo Stretto di Kerch, simbolo dell’annessione della Crimea, ora il clima era cambiato. L’amministrazione Biden diede il via libera a un piano congiunto fra esercito ucraino, CIA e Regno Unito per provare a far collassare il ponte con missili ATACMS e droni marittimi. Il risultato, però, non fu quello sperato: il ponte subì danni riparabili, lasciando l’amaro in bocca a chi sperava in un colpo simbolico a Putin. Allo stesso tempo, i generali americani riconsiderarono la possibilità di sostenere azioni anche sul suolo russo, specialmente quando i sistemi di artiglieria di Mosca minacciavano dal confine regioni ucraine densamente popolate come Kharkiv. Si iniziò così a parlare di un’“area operativa” oltrefrontiera, in cui gli ucraini avrebbero potuto colpire con armi e intelligence occidentali obiettivi russi, rovesciando un altro tabù che all’inizio del conflitto sembrava invalicabile. Uno dei successi più eclatanti della campagna ucraina, l’affondamento dell’incrociatore Moskva, nave ammiraglia della flotta russa nel Mar Nero, segnò un punto di svolta. La Moskva era la nave ammiraglia della Flotta russa del Mar Nero. Gli ucraini la affondarono. L’affondamento fu un trionfo clamoroso, una dimostrazione dell’abilità ucraina e dell’inettitudine russa. Ma l’episodio rifletteva anche la disgregazione delle relazioni ucraino-americane nelle prime settimane di guerra. Gli americani provarono rabbia perché gli ucraini non avevano dato alcun preavviso; sorpresa perché l’Ucraina possedeva missili in grado di raggiungere la nave; e panico perché l’amministrazione Biden non aveva avuto intenzione di consentire agli ucraini di attaccare un simbolo così potente della potenza russa. Gli ucraini aggredirono la nave sfruttando anche informazioni ricavate dalle comunicazioni con la marina statunitense, pur senza avvisare gli americani dell’imminente attacco. Nel corso dei mesi, il coordinamento sul campo si è fatto talmente stretto che alcuni ufficiali europei hanno definito gli occidentali “parte integrante della catena di morte”. Con la mappa degli obiettivi condivisi a Wiesbaden e la tecnologia delle forze NATO, le artiglierie ucraine hanno potuto infliggere perdite elevatissime all’esercito russo. Eppure, ogni successo incrementava anche il rischio di oltrepassare quella linea rossa che Mosca aveva tracciato, e che comprendeva la minaccia nucleare.## **Le offensive mancate e l’incubo dell’escalation** La grande controffensiva del 2023 mirava, nei progetti originari di Kiev, a riconquistare in breve tempo territori chiave come Melitopol, spezzando il collegamento terrestre con la Crimea. Ma le rivalità interne ai vertici militari, la pressione politica di Zelensky per ottenere risultati rapidi, la mancanza di coordinamento con gli Stati Uniti e l’eccessiva attenzione su Bakhmut, teatro di una battaglia logorante, finirono per rallentare e poi arenare la controffensiva. La partnership ha operato all’ombra del più profondo timore geopolitico: che Putin potesse considerarla una violazione di una linea rossa dell’impegno militare e dare seguito alle sue minacce nucleari. La storia della partnership mostra quanto gli americani e i loro alleati siano talvolta arrivati ​​vicini a quella linea rossa, come eventi sempre più disastrosi li abbiano costretti, alcuni hanno detto troppo lentamente, a spingerla su un terreno più pericoloso e come abbiano attentamente elaborato protocolli per rimanere al sicuro. L’amministrazione Biden ha ripetutamente autorizzato operazioni clandestine che in precedenza aveva proibito. Consiglieri militari americani sono stati inviati a Kiev e in seguito autorizzati ad avvicinarsi ai luoghi dei combattimenti. Ufficiali militari e della CIA a Wiesbaden hanno contribuito a pianificare e sostenere una campagna di attacchi ucraini nella Crimea annessa alla Russia. Infine, l’esercito e poi la CIA hanno ricevuto il via libera per consentire attacchi mirati nelle profondità della Russia stessa. Per certi versi, l’Ucraina è stata, in un contesto più ampio, una rivincita in una lunga storia di guerre per procura tra Stati Uniti e Russia: in Vietnam negli anni ’60, in Afghanistan negli anni ’80, in Siria tre decenni dopo. Fu anche un grande esperimento di guerra, che non solo avrebbe aiutato gli ucraini, ma avrebbe anche ricompensato gli americani con lezioni da trarre per qualsiasi guerra futura. Dall’altra parte, la Casa Bianca temeva costantemente che l’avanzare ucraino verso la Crimea potesse spingere Putin a considerare l’uso di armi nucleari tattiche. Ciò portò a contrattazioni continue su quali sistemi e munizioni consentire, su quali aree fosse lecito colpire e con quali modalità di targeting.## **Dal 2024 in poi: nuove operazioni, nuove tensioni** Con il passare del tempo, la partnership ha prodotto risultati militari impressionanti, ma anche tensioni crescenti. Le trincee russe si moltiplicavano, e nuovi fronti si aprivano. Episodi come l’incursione del generale Syrsky oltre il confine russo a Kursk, inizialmente all’oscuro degli americani, hanno sollevato questioni sulla fiducia e sul rischio di escalation. Per gli americani, lo svolgimento dell’incursione rappresentò una grave violazione della fiducia. Non solo gli ucraini li avevano tenuti ancora una volta all’oscuro; avevano segretamente oltrepassato un limite concordato, portando equipaggiamento fornito dalla coalizione nel territorio russo compreso nell’area operativa, violando le regole stabilite al momento della sua creazione. La cooperazione era stata istituita per prevenire un disastro umanitario non perché gli ucraini potessero approfittarne per impadronirsi del suolo russo. Gli americani avrebbero potuto staccare la spina alle operazioni. Eppure sapevano che farlo, ha spiegato un funzionario dell’amministrazione, “avrebbe potuto portare a una catastrofe”: i soldati ucraini a Kursk sarebbero morti senza la protezione dei razzi HIMARS e dell’intelligence statunitense. Kursk, conclusero gli americani, era la vittoria a cui Zelensky aveva accennato fin dall’inizio. Era anche la prova dei suoi calcoli: parlava ancora di vittoria totale. Ma uno degli obiettivi dell’operazione, spiegò agli americani, era la leva finanziaria: catturare e mantenere il territorio russo che avrebbe potuto essere scambiato con quello ucraino nei futuri negoziati. Nel frattempo, l’amministrazione Biden, sebbene inizialmente riluttante, ha autorizzato operazioni sempre più audaci, come la campagna denominata “Lunar Hail” per indebolire la presenza militare russa in Crimea. Si è persino discusso dell’opportunità di colpire obiettivi in profondità nella Federazione Russa, in particolare depositi di munizioni e centri logistici ritenuti cruciali per sostenere l’esercito invasore.## **Un conflitto appeso a un filo geopolitico** Oggi l’alleanza tra l’Ucraina e l’Occidente, rappresentata simbolicamente dalla “Task Force Dragon” a Wiesbaden, appare come un laboratorio di guerra moderno, in cui si fondono tecnologia d’avanguardia, intelligence internazionale e il coraggio di un Paese invaso che combatte per la propria sopravvivenza. In questa lotta, non esiste un punto di equilibrio stabile. Dalle audaci sortite con droni marittimi ai sistemi di difesa Patriot, dalle operazioni sotterranee della CIA alle divergenze fra generali sul campo, la partnership ha resistito tra successi e scetticismi. Resta da vedere se l’Ucraina riuscirà a trasformare questa collaborazione, forgiata in emergenza e imperniata sull’urgenza di un’“arma segreta”, in una vittoria duratura sul campo e, soprattutto, in una pace sostenibile. I russi avevano compiuto progressi lenti ma costanti contro le forze ucraine ormai ridotte a est. Stavano anche riconquistando parte del territorio a Kursk, fino a riprenderlo completamente. Certo, le perdite russe erano aumentate vertiginosamente, raggiungendo tra le 1.000 e le 1.500 unità al giorno. Ma continuavano ad avanzare. Nel primo anno di guerra, con l’aiuto di Wiesbaden, gli ucraini avevano preso il sopravvento, riconquistando più della metà del territorio perso dopo l’invasione del 2022. Ora, si stavano battendo per minuscole zolle di terra a est e a Kursk, ma continuavano a retrocedere. La nuova situazione determinata dalla presenza alla Casa Bianca di Donald Trump porta tutto lo sforzo fatto ad un solo risultato: la Russia avrà le terre che voleva fin dall’inizio. Un accordo pare ormai fatto, le continue “alleanze” tecnico politiche tra Putin e Trump sembrano accertarlo. E la domanda diventa sempre più imponente, sempre più pressante: a cosa è servita la guerra? E’ una domanda che ci si pone ormai da sempre dopo guerre devastanti che portano poi a risultati che si potevano forse ottenere in altro modo. Ma questo altro modo, la diplomazia, non viene mai ascoltato, sembra essere sempre una richiesta assurda perché non si può permettere a nessuno di oltrepassare la linea e di accaparrarsi terre non sue. Ci vuole la guerra perché capisca che non può farlo. Ma alla fine, le terre rimangono comunque all’invasore. [Originale](https://www.nytimes.com/interactive/2025/03/29/world/europe/us-ukraine-military-war-wiesbaden.html): **Categorie:** Dossier **Tag:** Geopolitica & Relazioni internazionali --- ### [PAC e agricoltura italiana: perché il Sud resta indietro (e cosa si può fare)](https://eywadivulgazione.it/pac-e-agricoltura-italiana-perche-il-sud-resta-indietro-e-cosa-si-puo-fare/) **Published:** Maggio 23, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Nonostante i miliardi messi in campo dalla Politica Agricola Comune (PAC), il divario tra Nord e Sud Italia in campo agricolo non accenna a ridursi. Anzi, in molti casi si allarga. Colpa di una burocrazia ostile, di infrastrutture carenti e di una gestione disomogenea dei fondi europei. Ma le soluzioni ci sono – e alcune sono già sulla carta. Basta attuarle.## **Un’Europa agricola a due velocità** La PAC rappresenta oltre il 30% del reddito degli agricoltori italiani e, in alcune aree del Sud, arriva a coprire fino al 50%. Eppure, secondo i dati dell’ultimo dossier Ismea, il valore aggiunto per ettaro in regioni come Calabria o Sicilia è ancora inferiore del 40% rispetto a regioni come Lombardia o Emilia-Romagna. Il motivo? Non mancano i fondi, ma la capacità di utilizzarli efficacemente. Le Regioni del Nord sono più rapide nell’attivare i Programmi di Sviluppo Rurale (PSR), hanno personale formato, sportelli digitali funzionanti, e un tessuto imprenditoriale più strutturato. Al Sud, invece, si inciampa in pratiche complesse, bandi poco accessibili e un sistema di assistenza tecnica frammentato. Il risultato è che molte aziende agricole – specie le più piccole – rinunciano a chiedere i fondi.## **Burocrazia, il grande nemico** Il paradosso è lampante: fondi ci sono, ma gli agricoltori non riescono a ottenerli. La domanda di accesso ai pagamenti diretti PAC richiede conoscenze tecniche, documentazione precisa e una capacità gestionale che molte microimprese agricole non hanno. E nel Mezzogiorno – dove la digitalizzazione procede a rilento e i Centri di Assistenza Agricola (CAA) sono sotto organico – tutto diventa più difficile. Nel frattempo, le aziende del Nord, più informatizzate e con personale dedicato, accedono ai fondi senza troppe difficoltà, spesso investendoli in tecnologie, logistica e promozione. Così, il divario si autoalimenta: chi ha, riceve di più. Chi ha poco, resta indietro.## **Come colmare il divario: tre proposte concrete** ### **1) Piattaforma unica e semplificata Serve una piattaforma digitale nazionale che centralizzi tutte le pratiche relative alla PAC, interconnessa con Regioni, Ministero dell’Agricoltura e Unione Europea. Un sistema semplice, intuitivo e accessibile da mobile, dove ogni agricoltore possa monitorare in tempo reale lo stato delle proprie richieste. L’Italia ha già fatto passi simili in altri settori (es. SPID, app IO): è tempo che lo faccia anche per l’agricoltura. ### **2) Assistenza tecnica pubblica e gratuita nel Mezzogiorno I CAA devono essere rafforzati, soprattutto nelle aree svantaggiate. Una proposta: istituire un “corpo tecnico agricolo” sul modello dei navigator, composto da giovani agronomi e tecnici formati per accompagnare le imprese nei PSR, nella compilazione delle domande e nel rispetto delle eco-condizionalità. Un investimento pubblico che genererebbe lavoro qualificato e rilancerebbe il settore. ### **3) Credito agevolato e garanzie pubbliche per le PMI agricole del Sud Uno dei freni principali è l’accesso al credito: molte banche considerano le micro-aziende agricole del Sud a rischio e negano prestiti anche in presenza di bandi attivi. Lo Stato può intervenire con garanzie pubbliche (es. Fondo di Garanzia PMI) e strumenti di microcredito dedicati, magari gestiti tramite Cassa Depositi e Prestiti o Invitalia. ## **Una questione di equità (e di futuro)** Non si tratta solo di distribuire meglio le risorse: è in gioco l’identità stessa dell’agricoltura italiana. Le coltivazioni mediterranee – olio d’oliva, agrumi, ortofrutta, legumi – che fioriscono al Sud sono tra le più sostenibili d’Europa. Eppure sono le più penalizzate da un sistema che premia la quantità (ettari, superficie) e non la qualità (valore aggiunto, certificazioni, impatto ambientale positivo). Se vogliamo un’agricoltura che sia davvero parte del Green Deal europeo, non possiamo permetterci che mezza Italia resti indietro. Il Sud non ha bisogno di assistenza, ma di strumenti equi. Di una PAC pensata per la sua realtà – fatta di piccole imprese, biodiversità e resilienza – e non solo per i giganti agricoli continentali.## **Trasformare la PAC in un’opportunità per tutti** La PAC 2023-2027 offre margini di manovra importanti: gli Stati membri hanno più autonomia nel definire i propri Piani Strategici Nazionali. Questo significa che l’Italia può – e deve – ricalibrare le proprie scelte per valorizzare i territori svantaggiati. Ma per farlo serve volontà politica, visione strategica e una gestione finalmente efficiente. Il tempo delle occasioni perse deve finire. Perché il futuro dell’agricoltura italiana passa anche – e soprattutto – dal Sud. **Categorie:** Articoli **Tag:** Politica & Società --- ### [Educazione affettiva: crescere nelle emozioni e nelle relazioni](https://eywadivulgazione.it/educazione-affettiva-crescere-nelle-emozioni-e-nelle-relazioni/) **Published:** Aprile 3, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **Che cos’è l’educazione affettiva?** L’**educazione affettiva** è un percorso educativo rivolto a bambini e ragazzi che insegna a riconoscere, esprimere e gestire le emozioni e le relazioni in modo sano e rispettoso. Si parla spesso di educazione affettiva **e relazionale (o affettivo-sessuale)** perché comprende sia la sfera emotiva sia quella della relazione con gli altri, incluse le tematiche legate alla sessualità. In pratica, l’educazione affettiva aiuta i giovani a sviluppare competenze come l’empatia, il rispetto reciproco, la comunicazione efficace dei sentimenti e la comprensione dei propri e altrui confini. Secondo l’UNESCO, un programma completo di educazione affettiva e sessuale è *“un processo basato su un curriculum che integra gli aspetti cognitivi, emotivi, fisici e sociali della sessualità. Mira a fornire ai bambini e ai giovani conoscenze, abilità, atteggiamenti e valori che consentano loro di: realizzare la propria salute, benessere e dignità; sviluppare relazioni rispettose; comprendere come le proprie scelte influenzino il proprio e altrui benessere; e proteggere i propri diritti per tutta la vita”*​. In altre parole, educare all’affettività significa fornire alle nuove generazioni gli strumenti per vivere in modo consapevole la propria vita emotiva e relazionale, favorendo il benessere individuale e collettivo.## **Perché è importante educare all’affettività?** ​L’educazione affettiva riveste un ruolo cruciale nello sviluppo individuale, poiché le emozioni e le relazioni sono componenti fondamentali della vita sin dall’infanzia. Tuttavia, la capacità di riconoscere e comprendere le proprie emozioni non è innata; richiede un apprendimento consapevole. L’alfabetizzazione emotiva, ovvero la capacità di identificare, comprendere e gestire le proprie emozioni, è essenziale per uno sviluppo equilibrato e sano dei bambini. In una società contemporanea caratterizzata da relazioni spesso frammentate e mediate dalla tecnologia, diventa ancora più importante educare i giovani alla costruzione di legami autentici e significativi. L’educazione alle emozioni può aiutare a diminuire la produzione di cortisolo (l’ormone dello stress) e migliorare il lavoro dei neuroni, contribuendo al benessere generale dell’individuo. Studi psicologici dimostrano che lo sviluppo emotivo è strettamente legato a quello cognitivo. Ad esempio, il famoso psicologo Jean Piaget sosteneva che fin da piccolissimi i bambini apprendono attraverso le relazioni con chi li circonda. In contesti educativi come la scuola, creare occasioni per condividere emozioni e sentimenti favorisce un clima di fiducia e rispetto reciproco. Ciò aiuta a sviluppare l’intelligenza emotiva, ovvero la capacità di riconoscere e controllare i propri sentimenti e di comprendere quelli altrui. ​ Bambini e ragazzi emotivamente competenti saranno adulti più empatici, capaci di gestire conflitti in modo costruttivo e di instaurare rapporti sani. Educare alle emozioni può aiutare a diminuire la produzione di cortisolo (l’ormone dello stress) e migliorare il lavoro dei neuroni. Inoltre, la consapevolezza delle emozioni è un potente strumento per combattere le discriminazioni e il bullismo, grazie all’allenamento all’empatia. Dal punto di vista sociale, una solida educazione affettiva contribuisce dunque a **prevenire fenomeni negativi**. Informare e formare i giovani su temi come il rispetto del consenso, le differenze di genere, la gestione della rabbia e della frustrazione può ridurre comportamenti violenti o discriminatori in futuro. Ad esempio, educare all’affettività significa anche smontare **stereotipi di genere** e promuovere la parità: i ragazzi imparano che emozioni come la tristezza o la paura non sono “debolezze” da reprimere, e le ragazze che l’assertività e l’autonomia sono qualità positive – il tutto in un’ottica di reciproco rispetto. Allo stesso modo, parlare di affettività comprende anche l’educazione alla **sessualità responsabile**: fornire corrette informazioni sul corpo che cambia, sulla contraccezione e sulle malattie sessualmente trasmissibili aiuta a evitare gravidanze precoci e infezioni, e a vivere la sessualità in modo consapevole e sicuro. Purtroppo, in assenza di programmi strutturati, molti giovani cercano risposte su Internet o sui social media, rischiando di imbattersi in informazioni distorte. Un’indagine sugli adolescenti italiani ha rilevato che quasi la metà dei giovani (45,3%) si rivolge al web per dubbi in campo affettivo o sessuale, spesso per imbarazzo nel parlare con adulti​. Ciò espone i ragazzi a **miti e fake news**. Di fronte a questo scenario, introdurre l’educazione affettiva a scuola rappresenta uno strumento cruciale per colmare queste lacune informative​. Non a caso, in un sondaggio recente ben il 93,7% degli studenti italiani ha dichiarato che vorrebbe lezioni di educazione alla sessualità e all’affettività come parte del curriculum scolastico​. L’educazione affettiva è fondamentale perché contribuisce in modo decisivo al benessere emotivo di bambini e ragazzi. Li aiuta a conoscersi meglio, a riconoscere e comprendere ciò che provano, e a relazionarsi con gli altri in modo rispettoso. Non si tratta soltanto di “buone maniere”, ma di vere e proprie competenze di vita: saper gestire le emozioni, affrontare i conflitti senza ricorrere alla rabbia o alla violenza, sviluppare un pensiero critico capace di mettere in discussione stereotipi e pressioni sociali. Tutto questo completa e arricchisce la formazione scolastica tradizionale, che altrimenti rischia di trascurare aspetti cruciali della crescita. L’educazione affettiva, inoltre, è un potente strumento di prevenzione: chi riceve informazioni corrette e sa riflettere su di sé prende decisioni più consapevoli anche in ambiti delicati come la sessualità, gli affetti e le relazioni. Questo significa, concretamente, meno comportamenti rischiosi, meno situazioni di disagio e più sicurezza. Infine, educare all’affettività sin da piccoli è una delle strade più efficaci per contrastare la violenza e le discriminazioni: promuove una cultura del rispetto e della dignità, gettando le basi per una società più giusta ed empatica.## **L’educazione affettiva nel mondo: esperienze e metodologie** Molti Paesi hanno già riconosciuto il valore dell’educazione affettiva, integrandola nei programmi scolastici in vari modi. In Europa, la grande maggioranza degli Stati prevede da anni percorsi obbligatori di educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole. Di seguito alcuni esempi concreti di **metodologie applicate nei Paesi dove l’educazione affettiva è materia scolastica**: **Svezia:** è stata un Paese pioniere. Qui l’educazione alla sessualità e alle relazioni (*Sexuality and Relationship Education*) è obbligatoria addirittura dal 1955​, e viene impartita a partire dalle prime classi della scuola primaria. Il curriculum svedese affronta non solo gli aspetti “biologici” (anatomia, riproduzione, igiene), ma anche temi come l’amore, le relazioni affettive a lungo termine, il consenso reciproco e i diritti umani​. Gli insegnanti dei gradi superiori devono avere una formazione specifica su queste tematiche, con corsi di aggiornamento e linee guida fornite dal Ministero​. La maggior parte delle informazioni su sessualità e affettività per i giovani svedesi proviene proprio dalla scuola (si stima circa il 50%, quasi quanto Internet)​. Questo indica una forte centralità della scuola nella formazione affettiva, supportata da servizi di consulenza e salute collegati agli istituti. ![Educazione affettiva bambini](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/04/educazione-affettiva-bambini.jpg) **Germania:** l’educazione affettivo-sessuale è anch’essa obbligatoria e da decenni integrata nel sistema educativo (fu introdotta formalmente nel 1968)​. Nelle scuole tedesche i contenuti possono essere inseriti in modo trasversale in diverse materie oppure – a seconda del Land – trattati in un’ora dedicata. I programmi coprono la biologia della riproduzione ma vanno oltre: parlano di emozioni, ruoli di genere, rispetto nelle relazioni, matrimonio, diversità e così via​. I genitori vengono informati su ciò che viene insegnato, ma **non** possono esonerare i figli dalla frequenza: questo sottolinea l’obbligatorietà e l’importanza pubblica della materia​. Il materiale didattico di base è fornito dallo Stato (esiste anche un portale web dedicato), e sebbene non tutti i docenti abbiano specializzazioni avanzate sul tema, l’educazione affettiva è parte integrante del curriculum nazionale​. **Regno Unito:** nel sistema britannico esiste da tempo l’educazione *sex and relationships* nelle scuole. Già la legge sull’istruzione del 1996 prevedeva lezioni obbligatorie di educazione sessuale e relazionale dagli 11 anni in su nelle scuole pubbliche​. Dal 2019 l’obbligo è stato esteso anche alle scuole private e, soprattutto, è stata introdotta l’**educazione alle relazioni anche nella scuola primaria**. In Inghilterra, ad esempio, oggi i bambini delle elementari ricevono una *Relationships Education* adeguata all’età, focalizzata su amicizia, famiglia, rispetto di sé e degli altri, mentre dalla secondaria inferiore si aggiunge la *Sex Education* in senso più stretto (contraccezione, prevenzione, ecc.). Le scuole britanniche hanno una certa autonomia nel definire i contenuti specifici e possono avvalersi di materiali elaborati da organizzazioni esterne, comprese associazioni non profit o gruppi religiosi​. Tuttavia, vi è un’attenzione crescente a garantire che argomenti come il consenso, il bullismo sessuale e l’identità siano affrontati. Un limite segnalato da alcuni rapporti è che in passato l’attenzione era rivolta più agli aspetti fisici e meno a quelli emotivi​, ma il quadro è in evoluzione. L’introduzione formale dell’educazione relazionale ha proprio lo scopo di bilanciare meglio questi aspetti. **Paesi Bassi:** i Paesi Bassi sono spesso citati come esempio virtuoso di approccio **precoce e inclusivo**. I primi programmi strutturati di educazione affettivo-sessuale risalgono già agli anni ’80-’90, ma dal 2012 l’educazione sessuale è diventata parte obbligatoria del curriculum nelle scuole olandesi. La particolarità olandese è iniziare molto presto, sin dalla scuola dell’infanzia e primaria, con contenuti adeguati all’età: ad esempio, con bambini di 4-5 anni si parla di amicizia, rispetto del proprio corpo e di quello altrui, differenze tra maschi e femmine, in modo giocoso e naturale. Ogni anno, le scuole organizzano una settimana speciale chiamata *“Settimana dell’educazione alla primavera”* (in olandese *Lentekriebels*), in cui attraverso giochi, storie e attività interattive si affrontano temi affettivi e, gradualmente, anche alcuni aspetti della sessualità. Crescendo, gli studenti olandesi approfondiscono concetti come l’innamoramento, i cambiamenti puberali, il consenso e la contraccezione. Questo approccio graduale e normalizzato fa sì che per i ragazzi olandesi parlare di questi argomenti sia meno imbarazzante; i risultati si vedono anche in termini di minori gravidanze adolescenziali e una più aperta discussione su temi come le differenze di orientamento sessuale. **Francia e Spagna:** anche in Paesi di tradizione latina e cattolica, l’educazione affettiva è entrata nelle aule (seppur non senza difficoltà). **In Francia**, dal 2001 una legge prevede che tutte le scuole debbano istruire gli studenti su uguaglianza di genere ed educazione sessuale, con almeno **tre lezioni all’anno** su questi temi​. In teoria ciò riguarda tutti gli istituti secondari; i contenuti includono relazioni rispettose, lotta agli stereotipi, informazione sulla contraccezione e la prevenzione delle malattie. Tuttavia, l’applicazione non è stata uniforme: negli anni scorsi si è rilevato che molte scuole francesi non rispettavano pienamente l’obbligo, tanto che nel 2023 alcune associazioni hanno citato il governo per la scarsa attuazione della legge​. **In Spagna**, sull’onda di movimenti per la parità e dopo fatti di cronaca eclatanti, nel 2022 è stata approvata la cosiddetta *Legge sulla libertà sessuale*. Questa legge prevede espressamente l’introduzione dell’educazione sessuale e affettivo-relazionale in **tutti i cicli scolastici** come misura di prevenzione della violenza, e persino l’obbligatorietà di formazione su questi temi nei corsi universitari per futuri professionisti della salute, dell’educazione e della giustizia​. L’obiettivo spagnolo è dichiaratamente di combattere la violenza di genere tramite l’educazione: si insegnano sin da giovani concetti di uguaglianza, rispetto e consenso, insieme all’informazione sulla salute sessuale. Questi esempi mostrano che l’educazione affettiva può essere implementata con **metodologie diverse**: come materia a sé (Svezia), come parte di altre materie (Austria, Germania, Finlandia​), attraverso moduli obbligatori annuali (Francia) o integrata trasversalmente nel curriculum (Regno Unito, Repubblica Ceca​). Ciò che li accomuna è la convinzione che tali programmi debbano essere **strutturati e continui**, adattati all’età degli studenti e supportati da docenti formati. Non a caso, in molti paesi è prevista una **formazione specifica degli insegnanti**: ad esempio in Finlandia tutti gli insegnanti ricevono preparazione in educazione sessuale durante l’università e chi si specializza in educazione sanitaria (che include affettività) segue 33 crediti universitari dedicati​. In altri, esistono centri nazionali che sviluppano materiali e corsi (come a Salisburgo in Austria​). Insomma, l’educazione affettiva nel mondo è ormai considerata parte della formazione di base: l’Italia resta uno dei pochi Paesi europei in cui ancora non è materia obbligatoria, insieme a nazioni come Polonia, Romania, Bulgaria e Lituania​​.## **Attività e approcci per diverse fasce d’età** Una buona educazione affettiva **deve essere adeguata all’età**. Ciò significa affrontare temi e utilizzare metodi differenti a seconda dello stadio di sviluppo: infanzia, primaria e adolescenza. Di seguito vediamo alcuni esempi di attività e approcci didattici per le diverse fasce d’età, dal gioco per i più piccoli alle discussioni strutturate per i più grandi.### **Nella scuola dell’infanzia (3-5 anni)** Nella prima infanzia l’obiettivo principale è aiutare i bambini a **riconoscere le proprie emozioni** e a sviluppare le prime abilità sociali (condivisione, empatia, rispetto dei turni). A questa età naturalmente non si entra in dettagli “tecnici” sulla sessualità, ma si pongono le basi dell’alfabetizzazione emotiva e relazionale. Alcuni approcci utili sono: **Il gioco delle emozioni:** ad esempio l’insegnante può proporre un’attività in cui i bambini pescano da una scatola un cartoncino con disegnato un volto che prova un’emozione (felicità, tristezza, rabbia, paura, sorpresa…). A turno, il bimbo che pesca **mima o descrive un momento** in cui ha provato quell’emozione, oppure racconta (con parole semplici) cosa lo rende felice/triste ecc. Se un bambino è timido o non trova un esempio personale, si può parlare di un personaggio di una fiaba: “ secondo te come si sente Cappuccetto Rosso quando incontra il lupo?”. Questo gioco aiuta i piccoli a *dare un nome* ai propri stati d’animo e a capire che tutti proviamo emozioni (magari in momenti diversi)​. Con attività simili impareranno anche che non esistono “emozioni cattive”, ma tutte hanno un ruolo – ad esempio la paura serve a chiedere aiuto, la rabbia a segnalare che qualcosa non va, ecc. **L’orto delle emozioni:** si tratta di una metafora utile per guidare i bambini nell’analisi di ciò che provano​. Ideata dalla pedagogista Luigina Mortari, prevede di usare l’immagine di un orto o un alberello: prima si identifica il “seme” o il **“terreno”**, cioè la situazione che ha fatto nascere una certa emozione; poi si colgono i “frutti”, ovvero come il bambino ha manifestato quell’emozione (es. *ho urlato perché ero arrabbiato*); infine si cerca la “linfa”, cioè il pensiero o il motivo profondo che nutre quell’emozione (es. *mi sono arrabbiato perché pensavo che non era giusto quello che era successo*). Raccontando un episodio quotidiano con questa guida (ad esempio un litigio con un amichetto all’asilo), i bambini imparano piano piano a **riflettere** su ciò che sentono e sul perché​. Inizialmente l’esercizio può essere fatto su personaggi inventati o animali delle storie, per poi passare alle esperienze dirette quando i bambini si sentono pronti​. ![Orto delle emozioni affettive](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/04/orto-emozioni-affettiva.jpg) **Il rispetto del corpo e dei confini:** già nella scuola dell’infanzia si possono introdurre, in forma semplificata, concetti base come *“il mio corpo è mio”*. Ad esempio tramite filastrocche o pupazzetti si insegna che ci sono parti del corpo **private** e che nessuno deve toccarle senza permesso. Si può parlare del fatto che i bambini possono dire *no* se non vogliono essere abbracciati o baciati, anche da adulti, e che in caso qualcosa li faccia sentire a disagio devono subito dirlo a un adulto di fiducia. Queste semplici lezioni, fatte con tatto e usando magari dei personaggi (un burattino Timmy che impara a dire “questa è la mia pancia, preferisco non essere toccato lì” ecc.), gettano le basi della **prevenzione degli abusi** e del riconoscimento del contatto appropriato vs. inappropriato – il tutto senza spaventare, ma anzi rassicurando i piccoli sul fatto che possono sempre parlare con la maestra o i genitori di qualsiasi cosa. A questa età, la metodologia ideale è **ludica e narrativa**. Canzoncine sulle emozioni, disegni dei componenti della famiglia, racconti e fiabe che includono i sentimenti dei personaggi (chiedendo “come si sarà sentito il topolino quando…”), e momenti di gioco simbolico (giocare a fare finta di essere arrabbiati e poi fare pace) sono strumenti efficaci. Anche il semplice fare un girotondo dove ciascuno a turno esprime “oggi mi sento…” insegna ai bambini ad ascoltare sé e gli altri. Inoltre, lavorare **coinvolgendo i genitori** è utile: alla scuola dell’infanzia spesso si consigliano ai genitori letture adatte sull’affettività, in modo che scuola e famiglia vadano nella stessa direzione. Ad esempio, un libricino illustrato che nomina le parti del corpo in modo corretto (senza vergogna o eufemismi) letto a casa, rinforza quanto appreso a scuola sulla consapevolezza del proprio corpo.### **Nella scuola primaria (6-11 anni)** Nella scuola primaria i bambini hanno già acquisito un vocabolario emotivo base e una certa capacità di racconto di sé. In questa fascia d’età l’educazione affettiva punta a **consolidare l’intelligenza emotiva**, approfondire le dinamiche di relazione (amicizia, collaborazione, rispetto delle regole di gruppo) e iniziare gradualmente a introdurre anche nozioni di educazione alla salute e alla sessualità in modo adeguato. Verso la fine della primaria (10-11 anni) molti iniziano la pubertà, perciò è importante che arrivino preparati ai cambiamenti del corpo e alle prime cotte. Esempi di attività e approcci didattici alla primaria: **Il “circle time” (tempo del cerchio):** è una tecnica molto usata nell’educazione socio-affettiva​. Consiste nel far sedere alunni e insegnante in cerchio (eliminando la disposizione a file) e aprire uno spazio di dialogo **senza giudizio**. Ci sono regole condivise – ad esempio parla uno alla volta, eventualmente passando un oggetto che simboleggia il turno di parola – e nessuno viene interrotto. Il docente propone un tema su cui ciascuno è invitato a contribuire. Temi adatti alla primaria possono essere: *“i miei giochi preferiti”* (che offre spunti per parlare di stereotipi di genere nei giochi, es. *è vero che ci sono giochi “da maschi” e “da femmine”?*​), *“la mia famiglia”* (per confrontarsi sulle diverse tipologie familiari e ruoli di papà/mamma), oppure *“come mi immagino da grande”* (per far emergere se esistono preconcetti sui mestieri da uomo o da donna). Dopo il giro di condivisioni, l’insegnante **riassume i contenuti emersi**, sottolineando i punti importanti e valorizzando i sentimenti espressi da ognuno​. Il circle time favorisce l’ascolto attivo, la coesione del gruppo e insegna ai bambini a esprimersi in un contesto rispettoso. È uno strumento potente per educare all’uguaglianza e alle pari opportunità: ad esempio, un maschietto che sente un compagno dire che anche a lui piace un gioco “da femmina” si sentirà più libero da stereotipi​. **La carta d’identità emotiva:** in un’attività del genere, ogni bambino compila su un foglio la propria *carta d’identità* speciale, non con dati anagrafici ma con elementi personali: disegna il proprio autoritratto e scrive il nome, l’età, cosa gli piace, cosa non gli piace, un animale che sente “suo”, un colore preferito, ecc.. Si possono includere voci curiose come *“mi chiamano così perché… / mi piacerebbe chiamarmi…”* oppure *“da grande vorrei…”*. Dopo il lavoro individuale, ci si mette in cerchio e ciascuno **presenta se stesso** mostrando la carta. In un’alternativa, l’insegnante raccoglie tutti i fogli, li mescola e ogni bambino pesca a caso la carta di un compagno e la legge al gruppo (come per “indovinare” di chi si tratta)​. Questo gioco stimola la conoscenza reciproca e il riconoscimento dell’**unicità di ciascuno**. Sentirsi liberi di dire “mi piace il calcio” o “adoro ballare” senza essere derisi aiuta a creare un ambiente dove differenze di carattere, gusti o genere sono accettate. Inoltre, parlare di sé in positivo rafforza l’autostima dei bambini. **“Che emozione!” – racconta un momento:** riprendendo il gioco delle emozioni fatto all’infanzia, in versione più avanzata, si possono chiedere ai bambini esempi concreti di situazioni che li hanno fatti sentire in un certo modo​. Ad esempio, l’insegnante estrae o propone un’emozione (“gioia”, “gelosia”, “imbarazzo”…) e ogni alunno pensa a *quando ha provato quella emozione* e lo racconta al gruppo. Se qualcuno fatica a trovare un episodio, può raccontarne uno accaduto a un amico o personaggio (per prendere un po’ di distanza)​. Dopo aver ascoltato vari racconti, il docente guida una riflessione: “vedete, Paolo era arrabbiato quando ha perso a un gioco, mentre Lucia sarebbe stata più triste che arrabbiata in quella situazione… ognuno può reagire diversamente”. Si può chiedere: *“tutti vi sareste sentiti così? Qualcuno avrebbe provato un’emozione diversa?”*​. Questo fa capire che non tutti viviamo le cose allo stesso modo e insegna ai bambini a **mettersi nei panni degli altri**. Diventa chiaro che un compagno può offendersi per qualcosa che a noi sembrava uno scherzo innocuo: punto di partenza per parlare di **rispetto e sensibilità**. **Prime nozioni su corpo e cambiamento:** verso la quinta elementare (10-11 anni), è opportuno introdurre in modo scientifico ma delicato i temi dello sviluppo puberale. Molti istituti organizzano incontri con esperti (ad esempio un medico o un’ostetrica) per spiegare ai bambini e alle bambine cosa accadrà al loro corpo nei prossimi anni: la crescita, la comparsa dei caratteri sessuali secondari, il ciclo mestruale, le prime eiaculazioni, i cambiamenti di voce, peli, sudorazione ecc. Queste lezioni fanno parte dell’educazione affettiva perché aiutano ad affrontare **senza paura o vergogna** i cambiamenti naturali, e collegano il discorso del corpo che cambia a quello delle emozioni (esempio: *“potresti sentirti più irritabile a volte, fa parte delle trasformazioni”*). Spiegare prima che avvengano previene che i bambini vivano queste novità con ansia o si affidino alle leggende metropolitane. In questa fase si può anche parlare di *“come nascono i bambini”* in termini semplici ma corretti, soddisfacendo le curiosità che spesso già a 8-9 anni emergono. Avere queste informazioni in un ambiente controllato e rispettoso è fondamentale: molti giovani in Italia lamentano di non aver mai ricevuto spiegazioni chiare e di aver dovuto cercare tutto online, con rischi evidenti​. **Rispetto e diversità:** la primaria è il momento giusto per insegnare il valore delle differenze e il rispetto di ogni individuo. Si possono fare laboratori sulle **differenze di genere** (es. lettura di una storia dove un personaggio maschile e uno femminile sfidano i ruoli tradizionali), sulle **diverse culture e famiglie** (coinvolgendo i bambini di origini diverse a condividere tradizioni, oppure parlando di famiglie con un solo genitore, con nonni, con due papà o due mamme, sempre con tatto e apertura). Educare alle differenze fin da piccoli crea una mentalità inclusiva e **previene fenomeni di bullismo** basati su ciò che è percepito come “altro”. Metodologicamente, alle elementari si continua a privilegiare attività pratiche, giochi di ruolo, disegni e discussioni guidate. Ad esempio, si possono inscenare piccoli **role-play**: un gruppo di bambini recita una scenetta (es. un conflitto in cortile) e poi insieme si discute su cos’è successo, come si sono sentiti i personaggi e come si sarebbe potuto risolvere meglio il litigio. Oppure giochi cooperativi che insegnano la collaborazione e la fiducia reciproca. Importante è anche creare a scuola un *“clima”* accogliente: avere magari un *angolo delle emozioni* in classe, dove chi vuole può andare a calmarsi se è arrabbiato o triste, o un *“registri delle gentilezze”* in cui ogni settimana si annotano i gesti di gentilezza visti tra compagni. Queste strategie fanno parte dell’educazione affettiva informale ma rafforzano quotidianamente i concetti appresi.### **Nella scuola secondaria (12-18 anni)** Durante l’adolescenza l’educazione affettiva diventa ancora più cruciale, perché i ragazzi vivono cambiamenti fisici e psicologici profondi, e iniziano a sperimentare attrazione, amore, sessualità in prima persona. In questa fascia (che comprende la **scuola secondaria di primo grado**, 11-14 anni, e di secondo grado, 14-18 anni) l’approccio didattico deve evolvere: si usano metodologie interattive, si forniscono conoscenze più strutturate e si favorisce il dialogo aperto su temi spesso considerati tabù. Gli obiettivi principali includono: sviluppare una **consapevolezza di sé** più matura, trasmettere informazioni accurate su sessualità e salute, insegnare il **rispetto nelle relazioni di coppia** (consenso, fiducia, gestione dei conflitti), prevenire comportamenti a rischio (malattie sessuali, gravidanze indesiderate, violenze) e promuovere l’inclusione e la parità. Ecco alcuni esempi di approcci e attività per i ragazzi delle medie e superiori: **Lezioni interattive con esperti:** molte scuole organizzano cicli di incontri tenuti da esperti esterni – educatori, psicologi, sessuologi – che affrontano vari argomenti con modalità coinvolgenti. Ad esempio, il progetto *“A luci accese”* attivo in alcune scuole superiori italiane prevede laboratori con esperti su affettività e sessualità, con momenti di discussione, giochi, quiz, **role playing**, dibattiti e lavoro in gruppo​. Gli studenti possono porre domande anonimamente (ad esempio inserendole in una scatola), a cui poi l’esperto risponde: questo li aiuta a superare l’imbarazzo. È fondamentale creare uno *spazio di ascolto non giudicante* in cui i ragazzi si sentano liberi di esprimere dubbi e vissuti personali​. Spesso, soprattutto alle superiori, vengono coinvolti anche i genitori in incontri dedicati, così da favorire il dialogo anche in famiglia. **Programma strutturato di educazione sessuale:** in particolare alle medie inferiori (11-13 anni) i ragazzi beneficiano di un programma organico che copra tutti gli aspetti della sessualità e delle relazioni, in modo **scientifico ma anche valoriale**. Un curriculum tipo potrebbe includere moduli su: anatomia e fisiologia (apparato riproduttivo maschile e femminile, cambiamenti della pubertà – riprendendo e approfondendo quanto introdotto alle elementari); contraccezione e prevenzione delle MST, le malattie sessualmente trasmissibili (spiegare quali sono i metodi contraccettivi, come si usa un preservativo, perché è importante proteggersi – con eventuale dimostrazione pratica su un modello anatomico per togliere mistero e imbarazzo); consenso e comunicazione (*“che cos’è il consenso?”*, *“come capire se l’altro è d’accordo in una situazione intima”*); affettività e amore (differenza tra infatuazione e amore maturo, come nascono le relazioni, come affrontare un rifiuto o una rottura senza drammatizzare); orientamento sessuale e identità di genere (chiarire ad esempio che esistono diverse sfaccettature nell’orientamento affettivo e che il rispetto verso le scelte e l’identità di ciascuno è fondamentale). Tutti questi temi vanno trattati con un linguaggio chiaro, esempi concreti e possibilmente con attività che coinvolgano attivamente i ragazzi (questionari anonimi, brainstorming, piccoli gruppi che analizzano case study). Ad esempio, per il consenso si può proporre di analizzare situazioni quotidiane in cui bisogna rispettare il “no” dell’altro e come comunicarlo in modo assertivo ma gentile. ![Educazione affettiva scuola casi](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/04/educazione-affettiva-scuola-adulti.jpg) **Discussione guidata su casi reali:** nell’adolescenza si può efficacemente utilizzare la tecnica del *“case study”* o *dilemma morale*. Presentare ai ragazzi una **storia realistica** e poi discutere insieme come avrebbero agito. Ad esempio: *“Marco e Giulia stanno insieme da qualche mese; Giulia non si sente pronta per avere un rapporto completo, ma teme di perdere Marco se dice di no. Cosa consigliereste a Giulia? Cosa pensate debba fare Marco?”*. Un caso del genere fa emergere il tema del rispetto dei tempi dell’altro, della pressione di gruppo (magari “tutti i miei amici lo hanno già fatto”) e consente all’insegnante di introdurre il concetto di **assertività** (dire ciò che si vuole o non si vuole) e di **amore sano** (chi ti vuole bene, rispetta le tue scelte). Analogamente, si possono discutere casi di gelosia patologica, di controllo (es. *“il tuo ragazzo ti chiede di mostrargli il telefono per controllare i messaggi: è un segno d’amore o un comportamento sbagliato?”* – da qui parlare di fiducia e privacy). Queste discussioni aiutano i giovani a *riflettere criticamente* su situazioni che potrebbero vivere in prima persona. **Educazione digitale e affettività:** oggi la vita affettiva passa anche per smartphone e social network. È essenziale includere nell’educazione affettiva temi come il **cyberbullismo**, il **sexting**, il rispetto online e la pornografia. Ad esempio, a 14-16 anni si può parlare dei rischi del condividere foto intime (cosa è il *revenge porn* e quali sono le conseguenze legali ed emotive), oppure analizzare come i social media mostrano modelli di relazione spesso distorti (le “coppie perfette” su Instagram vs. la realtà). Riguardo alla pornografia, senza demonizzare, si può spiegare che spesso non rappresenta situazioni realistiche né rispettose, e discutere l’importanza di non basare le proprie aspettative su quel modello. Insomma, **alfabetizzazione mediatica** applicata alle relazioni: i ragazzi apprendono a filtrare criticamente i messaggi esterni e a comprendere che la vita reale è diversa dai miti online. **Peer education (educazione tra pari):** nelle scuole superiori funziona bene coinvolgere gli stessi studenti come protagonisti. Ad esempio, formare un gruppo di ragazzi volontari come *peer educator* su affettività e sessualità, che poi a loro volta organizzano attività o presentazioni per i compagni più giovani. I coetanei spesso comunicano in modo più diretto ed efficace tra loro. Un ragazzo di 17 anni potrà parlare ai quattordicenni in un linguaggio più vicino al loro, e magari condividere esperienze personali. La scuola può supportare questi peer educator con formazione da parte di esperti. Questo metodo ha il doppio vantaggio di responsabilizzare i giovani coinvolti attivamente e di creare un clima di maggiore apertura (i ragazzi possono sentirsi più a loro agio a fare domande a un compagno poco più grande che a un adulto). **Laboratori sulle emozioni in adolescenza:** anche se potrebbe sembrare che a 16 anni i ragazzi non vogliano più parlare di emozioni come facevano a 8 anni, in realtà l’adolescenza è un periodo emotivamente turbolento, e molti apprezzano gli spazi di espressione. Si possono proporre attività creative: tenere un diario emotivo (magari durante un particolare progetto), usare la musica o l’arte per esprimere ciò che sentono (esempio: portare una canzone che li fa emozionare e spiegare perché), oppure fare esercizi di **mindfulness** per gestire stress e ansia. Tutto rientra nell’educare alla cura di sé e alla gestione dell’equilibrio mentale, parte integrante dell’affettività. Un’attività interessante è chiedere di rappresentare graficamente le proprie emozioni (con disegni astratti, o creando meme/cartoline) e poi condividerle: serve a normalizzare il parlare di come ci si sente, anche in un’età in cui spesso ci si chiude. In termini di approccio, alle secondarie è fondamentale **trattare i ragazzi da giovani adulti**, dare spazio alle loro opinioni e non tenere lezioni cattedratiche frontali troppo lunghe. Molto efficace è utilizzare dati e ricerche per stimolare discussione (es: “il 62% dei giovani in un sondaggio pensa che il coito interrotto eviti le gravidanze​, cosa ne pensate? Perché questa percentuale così alta? È un mito da sfatare – discutiamone”). Così si uniscono informazione e riflessione critica. Infine, nelle scuole secondarie è importante parlare apertamente di **violenza di genere, omofobia, bullismo** e altre problematiche sociali legate all’affettività. Per esempio, far conoscere il significato di *femminicidio*, di *molestia*, discutere casi di cronaca (adatti all’età) e coinvolgere magari testimonianze (centri antiviolenza, associazioni LGBT, ecc.). Questo collega direttamente l’educazione affettiva ai valori di cittadinanza e rispetto dei diritti umani.## **Educazione affettiva e riduzione della violenza di genere: cosa dicono i dati** Un motivo centrale per cui in molti invocano l’introduzione dell’educazione affettiva a scuola è la **prevenzione della violenza di genere** – inclusi i femminicidi, le violenze nelle coppie e le discriminazioni basate sul genere. L’idea di fondo è che per combattere questi fenomeni alla radice sia necessario agire sull’educazione fin da giovani, promuovendo una cultura del rispetto e dell’uguaglianza. Ma cosa sappiamo degli effetti concreti dell’educazione affettiva sulla violenza? Ecco alcuni dati e risultati emersi da studi ed esperienze: **Cambiamenti di atteggiamento e minore tolleranza della violenza:** numerose ricerche indicano che programmi scolastici completi su affettività, sessualità e parità di genere contribuiscono a modificare positivamente gli atteggiamenti dei giovani. Ad esempio, secondo l’attivista Isabella Borrelli, studi internazionali mostrano che l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole *“non solo diminuisce gli episodi di discriminazione, ma va anche a lavorare su questioni più strutturali e sistemiche, come la parità tra i generi e la prevenzione di fenomeni drammatici come il femminicidio”*​. Insegnare ai ragazzi il rispetto di sé e degli altri in una fase “decisiva della loro formazione” fa sì che interiorizzino l’inaccettabilità di ogni forma di abuso​. Per esempio, affrontare a scuola il tema del consenso e delle relazioni sane può ridurre la tendenza a giustificare comportamenti violenti o di controllo sul partner. **Apprendimento di competenze protettive:** l’UNESCO sostiene che *“educare i giovani è la sola vera soluzione a lungo termine alla violenza di genere”*, a patto che sia un’educazione di qualità, adeguata all’età e comprensiva di questi temi​. Un buon programma di educazione affettiva insegna infatti a **riconoscere tutte le forme di violenza** (fisica, psicologica, sessuale), a capire che sono sbagliate e violano i diritti umani, e fornisce anche gli strumenti per evitarle o reagire​. I ragazzi non imparano solo a “non essere vittime”, ma anche a *non diventare* perpetratori: sviluppando empatia, gestione della rabbia, capacità di mettersi nei panni altrui, diventa meno probabile che da adulti ricorrano alla violenza nelle relazioni​. Inoltre, l’educazione affettiva incoraggia a mettere in discussione norme sociali e stereotipi di genere che spesso sono alla base della violenza (ad esempio l’idea che l’uomo debba essere dominante, o che la gelosia estrema sia una prova d’amore)​. In questo senso, essa agisce **sulle cause culturali** della violenza. **Riduzione effettiva di comportamenti violenti:** studi a lungo termine su programmi di educazione relazionale nelle scuole hanno riscontrato diminuzioni tangibili degli episodi di violenza tra i giovani. Ad esempio, in un programma americano di prevenzione della violenza nelle coppie adolescenziali, dopo alcuni anni le scuole che avevano implementato il curriculum hanno riportato **il 25% in meno** di episodi di abuso psicologico tra partner adolescenti, **il 60% in meno** di atti di violenza sessuale e **60% in meno** di violenza fisica nelle coppie giovanili, rispetto alle scuole che non avevano attuato il programma. Si tratta di risultati impressionanti, che suggeriscono come un’educazione mirata possa davvero cambiare i comportamenti. Un altro studio ha trovato che studenti formati su questi temi erano più propensi a intervenire come *“bystander”* (spettatori attivi) per fermare molestie o violenze tra pari​. ![Violenza sessuale casi](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/04/violenza-sessuale-casi.jpg) **Correlazioni su larga scala:** a livello macro, i Paesi che da più tempo investono in educazione affettiva e sessuale tendono ad avere indicatori migliori in termini di parità di genere e minore violenza. Certo, molti fattori socio-economici influiscono, ma alcuni dati sono significativi. Ad esempio, **nei Paesi del Nord Europa**, pionieri in questo campo (come Norvegia, Svezia), le donne godono di maggiore uguaglianza e vi è una cultura diffusa della parità; il tasso di omicidi di donne da parte del partner è generalmente inferiore alla media europea, sebbene nessun paese sia immune. In Svezia, dove queste tematiche si insegnano dal 1955, già dagli anni ’90 si sono avute campagne efficaci di sensibilizzazione sul consenso e sul rispetto, e oggi circa la metà dei giovani riferisce di aver appreso a scuola informazioni su come gestire le relazioni​. **In Italia**, al contrario, l’educazione affettiva non è obbligatoria e i femminicidi purtroppo rimangono su livelli preoccupanti (ogni anno circa 100-120 donne vengono uccise in contesto familiare o relazionale). Naturalmente non basta una materia scolastica a eliminare la violenza, ma la mancanza di educazione diffusa su questi temi lascia i nostri giovani senza strumenti per contrastare stereotipi e comportamenti tossici. Come evidenziato da Coop Italia nella campagna “Close the Gap”, introdurre l’educazione affettiva obbligatoria potrebbe contribuire a *“prevenire e limitare l’odio e la violenza di genere, oltre che favorire la parità di genere”*​. Molte associazioni di psicologi, pedagogisti e movimenti contro la violenza sostengono questa visione, definendo tale formazione uno **strumento irrinunciabile di prevenzione**​. **Effetti sulla salute generale e sulle scelte di vita:** educare alle relazioni sane e paritarie ha anche effetti indiretti misurabili. Ad esempio, un effetto spesso citato dei programmi di educazione sessuale ben fatti – come abbiamo visto – è la riduzione delle gravidanze adolescenziali e delle infezioni sessuali. Questo è collegato non solo alle informazioni fornite, ma anche a una maggiore *capacità di negoziare* nelle relazioni (ad esempio, una ragazza che ha seguito queste lezioni si sente più legittimata a insistere sull’uso del preservativo, e un ragazzo capisce l’importanza di rispettare quella richiesta). Meno gravidanze precoci e indesiderate significano meno situazioni familiari potenzialmente conflittuali o di povertà, che a loro volta sono fattori legati alla violenza domestica. Inoltre, chi viene educato al rispetto fin da giovane sarà più portato, da adulto, a cercare aiuto o a offrire aiuto in caso di violenza. In alcuni paesi dove questi programmi sono presenti da tempo, si è visto un aumento delle denunce di violenza sessuale: questo non significa più violenze, ma *più consapevolezza* e minor tolleranza nel subirle in silenzio. Ad esempio, in posti dove a scuola si insegna chiaramente cosa sia una molestia o uno stupro, le giovani vittime tendono a riconoscerlo e segnalarlo, invece di colpevolizzarsi o pensare che “sia normale”. Questa emersione del problema è il primo passo per combatterlo. I dati suggeriscono che l’educazione affettiva **può fare la differenza** nella lotta alla violenza di genere. Certo, va affiancata da altre misure (leggi efficaci, centri di ascolto, campagne mediatiche), ma rappresenta un terreno fondamentale su cui costruire una società più equa e sicura. I ragazzi educati al rispetto oggi saranno adulti rispettosi domani. Le ragazze consapevoli del proprio valore oggi saranno donne meno disposte ad accettare abusi domani. Come ha dichiarato l’UNESCO, *“quando è ben realizzata, l’educazione affettiva e sessuale promuove la salute e il benessere, il rispetto dei diritti umani e dell’uguaglianza di genere, e dà potere a bambini e giovani di condurre una vita sicura e appagante”*​. Investire su queste tematiche a scuola significa, in ultima analisi, **investire in un futuro con meno violenza e più rispetto**.### **Fonti** ``` Azienda USL Toscana Centro, Kit Consent per l’educazione affettiva nelle scuole primarie e secondarie di primo grado, Firenze, s.d. Disponibile su: https://www.ausl.toscana.it Baldrati L., Capire le emozioni: l’importanza dell’alfabetizzazione emotiva per il benessere dei bambini, Studio di Psicologia Baldrati, s.d. Disponibile su: https://www.laurabaldratistudio.com Borrelli I., Educare all’affettività per prevenire la violenza di genere, s.d. Disponibile su: https://www.isabellaborrelli.it Education Marketing Italia, È l’ora dell’intelligenza emotiva in classe, 2022. Disponibile su: https://www.educationmarketing.it European Expert Group on Sexuality Education, Sexuality Education – What is it?, Cologne, Federal Centre for Health Education (BZgA), 2016. Disponibile su: https://www.bzga-whocc.de European Parliamentary Research Service, Sexual and reproductive health and rights in the EU, Bruxelles, 2023. Disponibile su: https://www.europarl.europa.eu/thinktank Gruppo CRC, Educazione all’affettività e alla sessualità, Roma, 2024. Disponibile su: https://gruppocrc.net ISTAT, Violenza sulle donne – Dati e analisi, Roma, ultime edizioni. Disponibile su: https://www.istat.it Ministero dell’Istruzione spagnolo, Educación afectivo-sexual. Orientaciones curriculares e implicazioni della Ley de Libertad Sexual, Madrid, 2022. Disponibile su: https://www.educacionyfp.gob.es Progetto LIKE – ATS Brianza, Educazione all’affettività e alla sessualità. Manuale operativo per docenti e famiglie, Monza, ATS Brianza, s.d. Disponibile su: https://www.ats-brianza.it Save the Children Italia, L’educazione affettiva e sessuale in adolescenza: a che punto siamo?, Roma, 2024. Disponibile su: https://www.savethechildren.it Save the Children Italia, Le ragazze stanno bene? Indagine sull’educazione all’affettività e alla sessualità tra adolescenti, Roma, 2021. Disponibile su: https://www.savethechildren.it UNESCO, Education for Affective Development: A Guidebook on Programmes and Practices, Bangkok, UNESCO Principal Regional Office for Asia and the Pacific, 1992. Disponibile su: https://files.eric.ed.gov/fulltext/ED371904.pdf UNESCO, International Technical Guidance on Sexuality Education: An Evidence-Informed Approach, Paris, UNESCO, 2018. Disponibile su: https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000260770 Unobravo, Intelligenza emotiva: cos’è e perché è importante, Blog psicologico, s.d. Disponibile su: https://www.unobravo.com WHO – World Health Organization / BZgA, Standards for Sexuality Education in Europe: A framework for policymakers, educational and health authorities and specialists, Cologne, 2010. Disponibile su: https://www.bzga-whocc.de ``` **Categorie:** Dossier **Tag:** Salute & Benessere --- ### [Le nuove plastiche pulite: promesse straordinarie, ostacoli reali](https://eywadivulgazione.it/le-nuove-plastiche-pulite-promesse-straordinarie-ostacoli-reali/) **Published:** Aprile 5, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **Un futuro senza rifiuti plastici?** Immagina una plastica che, se finisse in mare, si dissolverebbe in poche ore. Oppure una che, invece di inquinare il suolo, lo nutrisse. O ancora, una plastica capace di trasformarsi in vanillina, l’aroma più diffuso nei prodotti alimentari e cosmetici. Non è fantascienza. Sono tecnologie già esistenti, frutto della ricerca più avanzata in ambito chimico e ingegneristico. Eppure, nel nostro quotidiano, continuano a dominare le plastiche fossili, economiche e inquinanti. Perché? La risposta va cercata in un intreccio di fattori economici, politici e infrastrutturali, che rallentano l’adozione delle alternative ecologiche. L’innovazione, da sola, non basta: serve una volontà collettiva per cambiare davvero paradigma.## **Innovazioni già disponibili** Negli ultimi dieci anni, la scienza dei materiali ha compiuto passi da gigante. In Giappone, un team di ricerca ha realizzato una plastica costituita da polimeri supramolecolari, capace di degradarsi completamente in acqua marina nel giro di poche ore, senza generare microplastiche. Quando finisce nel suolo, invece, si decompone in pochi giorni rilasciando nutrienti come azoto e fosforo. In Israele, startup e università stanno sviluppando bioplastiche a base di alghe marine. Una scelta intelligente: non impiegano acqua dolce, non sottraggono terre coltivabili e possono essere prodotte in ambienti marini, ideali per le aree aride del pianeta. Nel Regno Unito, alcuni laboratori hanno messo a punto un processo di upcycling dei rifiuti di PET. Utilizzando batteri geneticamente modificati, questi scarti vengono convertiti in vanillina, creando valore da un rifiuto altrimenti destinato all’incenerimento o alla discarica. Oltre ai prototipi da laboratorio, esistono già numerose plastiche ecologiche sul mercato: PLA, PHA, PHB, bioplastiche derivate da amido di mais, cellulosa, scarti agricoli o persino dalla buccia delle mele. Alcune sono compostabili industrialmente, altre solubili in acqua e adatte per applicazioni come packaging, monouso o dispositivi medici. Ma la loro diffusione resta marginale. Secondo il **Bioplastics Market Data Report 2023**, le bioplastiche rappresentano oggi meno dello 0.5% della produzione globale di materie plastiche. Non per inefficienza, ma per una serie di barriere tuttora difficili da superare.## **Costi, infrastrutture e norme: i veri limiti** Il primo ostacolo è economico: le plastiche fossili sono ancora molto più economiche da produrre. Sono spesso sovvenzionate, disponibili su larga scala e supportate da filiere consolidate. Le plastiche ecologiche, al contrario, hanno costi di produzione più elevati, soprattutto se realizzate con tecnologie recenti o su scala limitata. Un secondo problema è infrastrutturale: molte bioplastiche richiedono impianti di compostaggio industriale, ancora rari in molte aree del mondo. In mancanza di questi impianti, anche le plastiche teoricamente compostabili finiscono per comportarsi come quelle tradizionali, accumulandosi nell’ambiente o nei termovalorizzatori. Infine, pesa l’assenza di regole chiare. Le normative sui materiali plastici variano da paese a paese, e la stessa definizione di “bioplastica” o “compostabile” cambia a seconda della giurisdizione. Questo crea confusione, disincentiva gli investimenti e rallenta l’adozione delle tecnologie più avanzate. La transizione verso plastiche ecologiche richiederebbe una regia politica forte, coerente e soprattutto indipendente dagli interessi delle grandi industrie. Negli ultimi anni, alcune istituzioni internazionali hanno avviato timidi tentativi di riforma. In Europa, il Green Deal ha promosso misure più restrittive sul monouso e sull’eco-design degli imballaggi, cercando di aprire spazi alle bioplastiche. Ma nel resto del mondo il quadro è meno chiaro. Negli Stati Uniti, ad esempio, l’ambizione di eliminare la plastica monouso dalle operazioni federali entro il 2035 è rimasta in sospeso, mentre le recenti inversioni di rotta nella politica ambientale indicano un crescente allineamento con gli interessi delle lobby fossili. La pressione esercitata dai grandi gruppi petrolchimici – che detengono il controllo della produzione globale di plastica – continua a rallentare qualsiasi tentativo di svolta ecologica strutturale. Servirebbero invece strumenti più incisivi: incentivi fiscali per le imprese virtuose, investimenti pubblici in ricerca e infrastrutture, impianti per il compostaggio industriale, campagne di formazione sui diversi tipi di plastica sostenibile. Ma finché le scelte strategiche resteranno subordinate al breve termine economico, anche le tecnologie migliori resteranno ai margini.## **Un’occasione da non sprecare** La rivoluzione delle plastiche pulite non è più una questione di possibilità tecnologica, ma di volontà sistemica, e politica. Le soluzioni esistono e possono funzionare. Ma serve operare una scelta collettiva: investire, regolare, formare e trasformare l’intera filiera. Continuare a rimandare non è più sostenibile. Ogni anno, 400 milioni di tonnellate di plastica vengono prodotte nel mondo, di cui almeno 14 finiscono negli oceani. Ora sappiamo che esistono l alternative. Il vero cambiamento sarà quando, finalmente, decideremo di usarle.### **Fonti principali** ``` OECD – Global Plastics Outlook: Policy Scenarios to 2060, 2022 European Commission – EU Strategy for Plastics in a Circular Economy, 2023 Science Advances – Wei et al., Biodegradation of plastics in marine environments, 2021 Nature Sustainability – Ellis et al., Upcycling of plastic waste to valuable chemicals using engineered bacteria, 2022 Bioplastics Magazine – Market Data 2023, European Bioplastics United Nations Environment Programme (UNEP) – Turning off the Tap: How the world can end plastic pollution, 2023 U.S. Department of the Interior – Sustainable Plastic Reduction Plan, 2022 Journal of Cleaner Production – Sharma et al., Algae-based bioplastics: Current trends and future prospects, 2023 Greenpeace International – False Solutions to the Plastic Crisis, 2023 Plastic Pollution Coalition – Policy gaps and legislative responses to plastic waste, 2022 ``` **Categorie:** Articoli **Tag:** Ambiente & Sostenibilità --- ### [Riforma della giustizia Meloni: cosa prevede e perché fa discutere](https://eywadivulgazione.it/riforma-giustizia-meloni-cosa-prevede-perche-discutere/) **Published:** Aprile 17, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) **Roma, Palazzo di Giustizia –** L’imponente sede della Corte di Cassazione campeggia in piazza Cavour, simbolo di un sistema giudiziario solenne e antico. Da qui sono passate generazioni di magistrati, pubblici ministeri e giudici, uniti da una carriera comune. È proprio questo mondo, con le sue toghe rosse e nere, che la riforma della giustizia promossa dal governo di Giorgia Meloni si propone di rivoluzionare. Sin dal suo insediamento nel 2022, il nuovo esecutivo di centrodestra ha annunciato cambiamenti “epocali” nel settore giudiziario, toccando corde sensibili e aprendo un dibattito acceso nel paese. La posta in gioco non è da poco: **separare le carriere dei magistrati**, ridefinire gli organi di autogoverno della magistratura, modificare reati controversi come **l’abuso d’ufficio**, regolamentare le **intercettazioni** e rivedere le regole sulle misure cautelari. Il tutto con l’obiettivo dichiarato di rendere la giustizia più efficiente e garantista, ma con il rischio – secondo i critici – di minarne l’indipendenza e l’efficacia nella lotta alla corruzione. *Nella maggioranza* ognuno riconosce in questa riforma una bandiera politica. Non a caso è sostenuta con particolare convinzione da Forza Italia, il partito fondato da Silvio Berlusconi, che la considera il **“sogno berlusconiano”** divenuto realtà. Fratelli d’Italia, il partito della premier Meloni, sventola la promessa del **premierato** (una riforma costituzionale separata per rafforzare i poteri del Primo Ministro), la Lega insiste sull’**autonomia regionale**; a Forza Italia spetta la giustizia. In questa divisione di compiti all’interno della coalizione, la riforma del ministro **Carlo Nordio** – ex magistrato con idee garantiste – rappresenta il pegno pagato agli alleati azzurri e alla loro storica battaglia contro quella che percepiscono come la deriva “giustizialista” del sistema. Non è un mistero, infatti, che già nel 2011 Berlusconi tentò una riforma simile definendola “epocale”, prima che il suo governo naufragasse. Oggi Meloni raccoglie quel testimone, determinata a portare a termine una riforma che molti hanno annunciato, ma nessuno è mai riuscito a realizzare. Eppure, mentre nei comunicati ufficiali si parla di modernizzare il Paese, dietro le quinte il clima è tutt’altro che sereno. La riforma tocca nervi scoperti: **magistrati** sul piede di guerra, **opposizioni** che gridano all’attacco alla Costituzione, moniti preoccupati che arrivano perfino dall’Unione Europea. Ogni passaggio parlamentare accende il dibattito pubblico e perfino le tensioni personali – come quando, in un fuori onda divenuto virale, il presidente della Campania Vincenzo De Luca apostrofò la premier con un epiteto irripetibile, alimentando ulteriori polemiche. In questo racconto, guideremo il lettore attraverso i vari capitoli della riforma Meloni-Nordio: **cosa prevede esattamente**, chi sono i protagonisti e quali conseguenze potrebbero derivarne. ## **Le ragioni di una riforma attesa (e temuta)** Perché il governo Meloni ha deciso di mettere mano alla giustizia? Per capirlo bisogna partire da una constatazione: **la giustizia italiana è da anni al centro di polemiche e scontri politici**. Da un lato c’è chi denuncia la **lentezza dei processi**, l’incertezza delle pene e l’eccessiva invadenza delle procure nella vita pubblica; dall’altro c’è chi teme le **interferenze della politica sulla magistratura** e difende l’autonomia dei giudici come pilastro dello Stato di diritto. In campagna elettorale, la coalizione di centrodestra aveva promesso interventi netti su questi fronti. Giorgia Meloni, pur non avendo la giustizia come tema identitario del suo partito, aveva stretto un accordo chiaro con gli alleati: **ognuno avrebbe portato avanti la propria riforma simbolo**. Così, mentre lei stessa spingeva sul presidenzialismo (o premierato) e Matteo Salvini (Lega) sull’autonomia regionale, a Forza Italia andava il capitolo giustizia. ![Silvio Berlusconi](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/04/silvio-berlusconi.jpg) Silvio Berlusconi, scomparso nel giugno 2023 ma presente nello spirito politico della maggioranza, aveva sempre considerato la “giustizia giusta” una priorità. Le sue note vicende giudiziarie e il conflitto ultraventennale con parte della magistratura lo avevano portato a sognare una riforma che limitasse quello che definiva il “potere delle toghe”. Carlo Nordio, il ministro scelto per via Arenula (sede del Ministero della Giustizia), condivide alcune diagnosi: ex procuratore a Venezia, Nordio si è spesso espresso contro gli **abusi del sistema giudiziario**, dalle **intercettazioni a tappeto** usate per colpire persone poi risultate innocenti, all’uso politico delle inchieste. In un’intervista prima di entrare nel governo, Nordio dichiarò che per lui essere garantista significa «massima presunzione di innocenza ma anche certezza della pena»: due esigenze che spesso vengono percepite come opposte, ma che in realtà devono coesistere in uno Stato di diritto. Garantire un processo equo e allo stesso tempo far sì che, una volta accertata la colpevolezza, la pena venga davvero scontata: è questo l’equilibrio da costruire**.** Dunque, la riforma Meloni-Nordio nasce con due anime: da un lato **garantire più diritti e tutele agli indagati e ai cittadini**, dall’altro **rendere più efficaci i procedimenti** assicurando che le pene vengano scontate davvero. Un obiettivo ambizioso, “una sfida imponente” come l’ha definita lo stesso Nordio. Ma come tradurla in pratica? Qui iniziano le decisioni controverse. La maggioranza ha individuato alcuni interventi chiave: 1) separare le carriere di **pubblici ministeri** e **giudici** per avere magistrati più specializzati e (a loro dire) immuni da condizionamenti corporativi; 2) riformare il **Consiglio Superiore della Magistratura (CSM)** – l’organo di autogoverno delle toghe – per contrastare il peso delle “correnti” (le fazioni interne alla magistratura); 3) creare nuove regole disciplinari per i magistrati; 4) eliminare o modificare reati ritenuti problematici come l’abuso d’ufficio e il traffico di influenze illecite; 5) limitare la diffusione pubblica delle intercettazioni e proteggere la privacy dei cittadini non indagati; 6) garantire un **processo penale più equilibrato**, ad esempio assicurando un contraddittorio prima di misure cautelari e limitando i casi di appello del PM contro assoluzioni. Da questi punti si capisce che la riforma è in realtà un insieme di interventi, alcuni di rango **costituzionale** (che richiedono quindi un lungo iter e maggioranze qualificate), altri di legge **ordinaria** (già approvati o in via di approvazione). In pratica, il governo ha diviso la materia in due tronconi: **una riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario** e **un disegno di legge ordinario** – il cosiddetto “Ddl Nordio” – per la parte penale. Vediamo separatamente queste due grandi componenti, cercando poi di ricomporre il quadro complessivo. ## **Separare le carriere: due strade per magistrati e PM sin dall’inizio** La novità forse più discussa è la **separazione delle carriere** tra magistratura requirente e giudicante. Attualmente in Italia chi vince il concorso in magistratura può, nel corso della vita professionale, passare da funzioni requirenti (il **pubblico ministero**, che conduce le indagini e sostiene l’accusa) a funzioni giudicanti (il **giudice**, che emette sentenze) e viceversa. Pur con qualche limite e con percorsi prestabiliti, esiste un’unica carriera: tutti appartengono allo stesso ordine e rispondono al medesimo organo di autogoverno (il CSM). Questa unicità fu pensata dai padri costituenti per garantire l’indipendenza: PM e giudici condividono uno status autonomo dagli altri poteri, e il PM – pur esercitando l’azione penale – è indipendente dal potere esecutivo (a differenza di quanto accade in altri Paesi dove l’accusa è gerarchicamente dipendente dal Ministero della Giustizia). Secondo questa visione, mescolare i ruoli è fonte di confusioni e **potenziali parzialità**. Si teme che il PM e il giudice, essendo colleghi intercambiabili, possano sviluppare eccessiva contiguità culturale, o che le famose “correnti” della magistratura influenzino sia chi accusa sia chi giudica. Di contro, i sostenitori della separazione (tra cui molti esponenti di Forza Italia e della Lega) ritengono che costringere ogni magistrato a scegliere **fin dall’inizio della carriera** se fare il PM o il giudice porterebbe maggiore **specializzazione** e neutralità. In pratica, con la riforma **ogni giovane magistrato dovrebbe optare per una delle due funzioni al momento del concorso**, e una volta imboccata quella strada non potrebbe più cambiare casacca nel corso della vita lavorativa. Si creerebbero dunque due “albi” separati: da una parte i **pubblici ministeri**, dall’altra i **giudici**. ![Carlo Nordio](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/04/carlo-nordio.jpg) Questa è una modifica di portata **storica**. Per decenni, ogni tentativo di separare le carriere ha incontrato forti resistenze perché viene visto dai magistrati come un possibile primo passo per assoggettare il PM all’esecutivo (dato che, separandolo dal giudice, alcuni suggeriscono che andrebbe poi posto sotto il controllo del governo, sul modello di taluni sistemi esteri). Il governo Meloni, conscio di queste paure, insiste che la riforma **non intaccherà in alcun modo l’indipendenza**: Giorgia Meloni e il ministro Nordio hanno più volte ribadito che *“la magistratura requirente è e resterà indipendente dal potere esecutivo”*, sottolineando piuttosto l’intento di *“attuare il principio accusatorio voluto da Vassalli”* (ministro che disegnò il nuovo codice di procedura nel 1988) e di interrompere *“la degenerazione correntizia”* all’interno delle toghe (9). In altre parole, per il governo questa separazione serve a dare coerenza al sistema accusatorio (dove accusa e giudice hanno ruoli diversi e distinti) e a impedire che le **correnti** – gruppi associativi interni alla magistratura – influenzino carriere e decisioni. Cosa cambierebbe concretamente per un giovane laureato in giurisprudenza che sogna di entrare in magistratura? Se oggi c’è un unico concorso e solo in seguito la scelta dell’ufficio, con la riforma ci sarebbero **due concorsi separati**, uno per la magistratura giudicante e uno per la requirente. Immaginiamo due porte: sulla prima c’è scritto “diventa Pubblico Ministero”, sulla seconda “diventa Giudice”. Una volta varcata una porta, l’altra si chiude per sempre. Questo significa anche che la **formazione professionale** diverrebbe differenziata: i PM si specializzerebbero in tecniche investigative, i giudici in gestione del processo e decisione imparziale. I percorsi di carriera, i trasferimenti, perfino la mentalità con cui si lavora potrebbero divergere. I proponenti sostengono che un PM puro sarà più efficace nel coordinare indagini complesse (pensiamo a inchieste su mafia o corruzione), mentre un giudice “solo giudice” sarà più terzo nel valutare le prove, non avendo condiviso prima la stessa prospettiva dell’accusa. Ma non basta separare: occorre anche ripensare l’**autogoverno** di queste due nuove magistrature parallele. Attualmente il **Consiglio Superiore della Magistratura (CSM)**, previsto dalla Costituzione, governa unitariamente tutti i magistrati (nomine, trasferimenti, promozioni, procedimenti disciplinari, ecc.). Con la riforma, in un colpo solo, **il CSM verrebbe sdoppiato**: ci sarebbe un CSM per i giudici e uno per i PM. **Due CSM al posto di uno**, ciascuno competente sulla “sua” carriera. Entrambi sarebbero presieduti dal Presidente della Repubblica (come avviene oggi con il CSM unico) e avrebbero tra i membri di diritto il Primo Presidente e il Procuratore Generale della Cassazione – figure apicali rispettivamente della categoria giudicante e requirente. ## **Nascono due CSM (e arrivano i sorteggi)** Come sarebbero composti questi due nuovi Consigli Superiori? La riforma prevede di mantenerne la consistenza: **30 componenti ciascuno**, di cui due terzi “togati” (cioè magistrati eletti dai magistrati stessi) e un terzo “laici” (cioè membri non magistrati, scelti dalla politica). Fin qui, nulla di troppo diverso dall’oggi, se non il fatto che i togati dell’uno sarebbero solo giudici e quelli dell’altro solo PM. La vera novità però sta nel metodo di selezione: **non più elezioni, ma sorteggio**. Sì, avete capito bene. Per arginare le polemiche sulle correnti (i gruppi organizzati di magistrati che si contendono i posti al CSM attraverso elezioni interne, spesso accusati di degenerare in lottizzazioni), la riforma propone di estrarre a sorte i membri del CSM. In un primo momento si era pensato addirittura a un sistema misto (sorteggio per i togati, nomina politica per i laici), ma il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – molto attento su questi temi – avrebbe fatto notare la **disparità** e il rischio di squilibrio. Così il testo uscito dal Consiglio dei Ministri prevede il sorteggio sia per i magistrati che per i membri laici, su elenchi di candidati qualificati. ![Consiglio superiore magistratura](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/04/consiglio-superiore-magistratura.jpg) Proviamo a visualizzarlo: immaginiamo un’urna con dentro i nomi di tutti i giudici che hanno i requisiti per entrare al CSM giudicante, e un’altra urna con i nomi dei PM per il CSM requirente. Allo stesso modo, un’urna con i nomi di professori di diritto e avvocati papabili per i posti laici. Si estraggono le palline e si compongono i Consigli. **Addio campagna elettorale dentro la magistratura**, addio “liste” appoggiate dalle correnti. L’intento dichiarato è avere organi di autogoverno **più imparziali**, in cui non pesino gli accordi tra correnti di magistrati e partiti politici . I fautori, come il vice-ministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, parlano di “garanzia di imparzialità” data dal caso. Questo meccanismo, che ha quasi il sapore di una rivoluzione settecentesca (pescare i magistrati come si faceva con i funzionari pubblici ai tempi della Serenissima!), — il riferimento è al sistema veneziano, dove molte cariche pubbliche, giudiziarie e amministrative, venivano assegnate per sorteggio da liste predefinite, con lo scopo di limitare le influenze personali — richiama, seppur con scopi diversi, anche alcune pratiche dell’antica Roma, dove i patrizi non sorteggiavano le nomine, ma in certi casi ricorrevano al sorteggio per assegnare incarichi dopo l’elezione. Un’idea che, per quanto affascinante nel richiamo storico, ha però sollevato parecchi interrogativi. Anzitutto, **basta il sorteggio a debellare le correnti?** Molti dubitano. È noto che oltre il 90% dei magistrati italiani aderisce all’ANM (Associazione Nazionale Magistrati) e spesso a una delle sue componenti culturali, le correnti appunto. Il semplice fatto di estrarre a sorte non garantisce che chi esce dall’urna ne sia immune: le correnti potrebbero semmai spostare la loro influenza **a monte**, nel condizionare chi finisce negli elenchi dei candidati o anche successivamente nelle decisioni collegiali. Come sintetizzato dal commentatore Giovanni Bianconi, *“non basterà l’estrazione a sorte dei togati del CSM a garantire l’estromissione delle correnti, dal momento che oltre il 90% delle toghe è iscritta all’Associazione magistrati e molte continuano ad aderire alle correnti”*. Il rischio è che **“le correnti rientrino dalla finestra”**, magari trovando modi nuovi di influire (per esempio indicando ufficiosamente chi mettere negli elenchi da sorteggiare). C’è poi la questione dei **membri laici sorteggiati**: la riforma prevede che siano estratti *da un elenco predisposto dal Parlamento in seduta comune*. Ciò significa che la politica comunque metterebbe mano alla lista dei papabili (professori e avvocati illustri), influenzandone la composizione. Alcuni vedono in questo una **anomalia**: una volta tolta l’elezione, la **nomina indiretta** rimarrebbe nelle mani dei partiti che compilano gli elenchi. In pratica, il Parlamento potrebbe scegliere un insieme di nomi graditi alla maggioranza di turno e poi affidare al caso la scelta finale: un sorteggio, sì, ma su una **rosa controllata** dalla politica. È un equilibrio delicato, e non è detto che il Parlamento, durante l’iter di approvazione, non modifichi ulteriormente questo aspetto. ## **Un’Alta Corte disciplinare e lo “schiaffo” alle toghe** Un altro pilastro della riforma è la creazione di una **Alta Corte** per i procedimenti disciplinari a carico dei magistrati. Oggi le questioni disciplinari (quando un magistrato è accusato di aver mancato ai propri doveri) sono gestite all’interno del CSM, in quella che viene chiamata “giustizia domestica”: in pratica i magistrati giudicano altri magistrati. Il governo Meloni intende invece **sottrarre questa funzione ai nuovi CSM** separati e attribuirla a un organo ad hoc, appunto un’Alta Corte disciplinare. Questa Alta Corte sarebbe composta da **15 membri**, scelti in modo misto: 3 nominati dal Presidente della Repubblica, 3 sorteggiati da un elenco redatto dal Parlamento (ancora una volta ritorna la mano politica negli elenchi), 6 magistrati giudicanti e 3 requirenti estratti a sorte dalle rispettive categorie. Insomma, un mix di figure istituzionali, laici e togati, con mandato di 4 anni non rinnovabile. Le sue decisioni potrebbero essere impugnate di fronte a se stessa ma con diversa composizione, quasi a creare un sistema di appello interno. ![Associazione nazionale magistrati](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/04/anm.jpg) Perché questa novità? La ratio, secondo i proponenti, è rendere più terzo e imparziale il giudizio sui magistrati che sbagliano, **evitando corporativismi**. Togliere al CSM il potere disciplinare servirebbe anche a far sì che i nuovi due CSM si occupino “solo” di carriere e amministrazione, senza il peso di dover giudicare colleghi (cosa che talvolta – dicono i critici – li ha resi indulgenti o al contrario severissimi a seconda dei casi). Tuttavia, l’**ANM (Associazione Nazionale Magistrati)** ha vissuto questa previsione come uno **“svuotamento”** delle prerogative della magistratura, uno **“schiaffo”** simbolico: togliere ai magistrati persino il giudizio sui propri membri viene letto come un segnale di sfiducia e un ulteriore passo per ridurre l’autonomia. *“Un altro strappo all’autogoverno”*, destinato ad inasprire lo scontro con le toghe. Dal punto di vista dei magistrati, infatti, il messaggio è chiaro: “non siete capaci di punirvi da soli, ci pensiamo noi con un organo nuovo”. Questo alimenta la narrativa di una riforma dai tratti **“punitivi”** verso la categoria, accusa sempre respinta dal governo. Meloni stessa ha dichiarato di *“non considerare i magistrati nemici”* e di non capire perché la separazione delle carriere venga vista come una punizione (26). Eppure tra i magistrati il dubbio è forte e diffuso. In sintesi, la parte **ordinamentale** della riforma – quella che cambia la Costituzione su carriere, CSM e disciplina – ridisegna profondamente i rapporti interni alla magistratura. Se approvata definitivamente, vedremmo nascere **due magistrature distinte**, con i loro organi di autogoverno separati e nuove regole del gioco. Si tratta, di fatto, di una **“riforma della magistratura” più che della giustizia in senso lato**, come ha sottolineato qualcuno: cioè riguarda l’architettura del potere giudiziario, non tocca direttamente il funzionamento dei processi o i diritti dei cittadini in tribunale. È un punto importante: le lungaggini processuali, l’arretrato civile, la difficoltà di ottenere sentenze in tempi ragionevoli – problemi quotidiani per gli italiani – **non vengono affrontati da queste norme**. Su questo concordano molti analisti, sia favorevoli che contrari alla riforma. In un certo senso, è una scelta di priorità: **prima sistemare la “governance” della magistratura, poi (forse) intervenire sulla macchina processuale**. Chi critica questa impostazione parla di occasione mancata per risolvere i problemi reali dei tribunali; chi la difende risponde che senza una magistratura rinnovata ed efficiente, nessuna riforma procedurale potrebbe funzionare davvero. ## **Abuso d’ufficio, intercettazioni e processi: le altre novità del “Ddl Nordio”** Accanto al cantiere costituzionale, il governo ha messo in campo un **disegno di legge ordinario** – già approvato definitivamente in Parlamento nel luglio 2024 – che interviene su vari fronti del diritto penale e processuale. Questo provvedimento, composto da otto articoli, viene chiamato colloquialmente *“riforma Nordio”* ed è diventato legge dopo un iter piuttosto rapido (Camera e Senato lo hanno approvato con la sola maggioranza di centrodestra, e qualche tensione interna superata). Vediamo i punti principali di questa legge, cercando di capire cosa cambia nella pratica. 1. ***Abolizione del reato di abuso d’ufficio.** Il primo e più controverso punto è la **cancellazione dall’ordinamento del reato di abuso d’ufficio** (art. 323 del Codice Penale). Questo reato puniva il pubblico ufficiale (tipicamente un sindaco, un assessore, un dirigente pubblico) che, violando le leggi o esulando dalle proprie competenze, arrecava intenzionalmente un danno ingiusto a qualcuno o procurava a sé o ad altri un vantaggio indebito. Era una fattispecie introdotta per colpire la **corruzione senza mazzette** – quando non c’è scambio di denaro ma si piega la funzione pubblica a fini privati. Tuttavia, da anni l’abuso d’ufficio era al centro di forti polemiche: considerato troppo **vago** e troppo facile da contestare, ha portato a migliaia di indagini spesso finite in nulla. I numeri forniti dallo stesso Ministero della Giustizia sono eloquenti: nel **2021** a fronte di oltre **5.400 procedimenti per abuso d’ufficio**, ci sono state **solo 9 condanne** in udienza preliminare e **18 condanne a dibattimento** (a fronte di migliaia di archiviazioni). In pratica, quasi tutte le inchieste per abuso d’ufficio si concludevano con un’archiviazione o un’assoluzione, ma nel frattempo gli amministratori pubblici coinvolti restavano spesso **paralizzati dalla paura di essere indagati**. Molti sindaci si lamentavano di avere “le mani legate”, di rinunciare a firmare atti urbanistici o decisioni importanti per il timore di incappare in un avviso di garanzia per abuso d’ufficio.* Alla luce di ciò, il governo ha deciso di **eliminare direttamente il reato**. Dal momento dell’entrata in vigore della legge, **l’articolo 323 c.p. è abrogato**. Che effetti ha questa scelta? Secondo i proponenti, libera finalmente gli amministratori onesti da un incubo burocratico-giudiziario e consentirà ai sindaci di agire senza dover “mettere la firma con la mano tremante”. Le opposizioni e molti giuristi critici, invece, temono che si sia gettata via il bambino con l’acqua sporca: *“Così si depenalizzano condotte illecite, dando un segnale di impunità”*, hanno avvertito. In effetti alcuni scenari borderline potrebbero ora non costituire più reato. Facciamo un esempio: un sindaco che assegna appalti o permessi a un suo parente, violando le regole, prima rischiava l’abuso d’ufficio; ora quel comportamento, se non integra altri reati (come la corruzione esplicita), potrebbe restare impunito penalmente. **Come si controlla il confine tra discrezionalità e abuso?** Va detto che, per attenuare le critiche, parallelamente all’abolizione l’esecutivo ha approvato un cosiddetto *“decreto carceri”* che reintroduce **parziali sanzioni penali per gli illeciti patrimoniali dei pubblici ufficiali**. In pratica è stato riesumato un vecchio reato chiamato **“peculato per distrazione”** (vigente prima del 1990), che punisce chi, disponendo di denaro pubblico per una certa finalità, lo destina altrove arrecando danno. Ad esempio, se un funzionario dirottasse fondi pubblici da un progetto a un altro contra legem(in contrasto con quanto previsto dalla legge), oggi potrebbe rispondere di questa nuova fattispecie (punita con la reclusione da 6 mesi a 3 anni). È una sorta di “mini-abuso d’ufficio” circoscritto agli aspetti finanziari. Ma rimane fuori tutto il resto: l’abuso d’ufficio classico, quello delle delibere illegittime ma non corruttive, non esiste più come reato penale. Sarà possibile magari contestarlo come **illecito amministrativo o contabile**, ma non più mandare a giudizio penale un amministratore per questo. Gli effetti saranno da valutare: c’è chi prevede un’ondata di **archiviazioni immediate** per i processi in corso (essendo il reato abolito, i procedimenti pendenti decadranno), altri invece temono un **vuoto di tutela** per la legalità nella P.A. 2. ***Modifica del reato di traffico di influenze illecite.** Il secondo articolo del Ddl Nordio ha rivisto un altro reato controverso: il **traffico di influenze illecite** (art. 346-bis c.p.). Anche questo era stato introdotto nel 2012 per punire le condotte di mediazione illecita verso un pubblico ufficiale in cambio di vantaggi: in pratica, colpire i faccendieri che, millantando o esercitando influenza su funzionari, si fanno pagare per orientarne le decisioni. Un reato “ponte” tra la corruzione e il millantato credito. La riforma restringe l’ambito di applicazione: d’ora in poi c’è traffico di influenze solo se la mediazione è finalizzata a far **compiere un reato** a un pubblico ufficiale. Viene eliminata l’ipotesi di mediazione per un atto lecito ma indebito (la cosiddetta millanteria), conservando solo le condotte più gravi. Allo stesso tempo però **aumentano le pene** per chi vi incorre: la reclusione minima passa da 1 anno e mezzo a 4 anni e mezzo (un balzo notevole, che rende il reato più temibile). In sintesi, meno casi punibili ma puniti più severamente.* L’idea di fondo è concentrare le energie giudiziarie sui veri trafficanti di tangenti e non su chi magari si vanta a vuoto di amicizie altolocate. Anche qui i numeri parlavano di **pochi processi ma di difficile definizione**. Resta comunque un reato delicato: critici come **Transparency International** (organizzazione non governativa che monitora la corruzione a livello globale) temono che restringerlo significhi **indebolire l’arsenale anti-corruzione**, considerando che molta corruzione si annida proprio in zone grigie di intermediazione. Dal lato opposto, esponenti garantisti notano che la vaghezza della norma precedente rischiava di punire anche condotte non realmente pericolose (come il lobbismo opaco ma non criminoso). In ogni caso, d’ora in avanti per configurare il traffico illecito bisognerà provare che il mediatore mirava a far commettere un reato al funzionario, non semplicemente a orientarlo. Ad esempio: se una persona riceve denaro per convincere un sindaco a violare la legge – per assegnare un appalto truccato o concedere un permesso abusivo – si configura chiaramente un reato. Ma se invece il denaro viene versato solo per ottenere una “spinta” informale – una raccomandazione o una segnalazione a favore di un atto formalmente legittimo (come un’autorizzazione regolare o una nomina possibile), allora quel comportamento potrebbe non essere più punibile secondo l’interpretazione restrittiva introdotta dalla nuova norma. 3. ***Intercettazioni e tutela della privacy dei terzi estranei.** Un capitolo che tocca nervi scoperti è quello delle **intercettazioni telefoniche e ambientali**. In Italia si intercetta moltissimo – con indubbio beneficio per molte indagini, ma spesso con fuoriuscita di conversazioni irrilevanti sui media, causando danni alla reputazione di persone estranee. La riforma Nordio interviene in modo chirurgico: stabilisce che **nelle richieste dei PM e nelle ordinanze dei giudici sulle misure cautelari non debbano più comparire riferimenti a soggetti estranei all’indagine, salvo che strettamente indispensabili** (36). Inoltre, le conversazioni captate che riguardano terzi non indagati e non rilevanti per l’indagine **devono essere stralciate** (escluse) e non trascritte (37). Questo per evitare che finiscano agli atti e poi magari pubblicate sui giornali. In pratica: se durante un’intercettazione su un sospetto, viene fuori la telefonata imbarazzante di un suo parente che nulla ha a che vedere col reato, quella parte non deve comparire da nessuna parte.* È una sorta di **garanzia di privacy** per chi finisce casualmente nel reticolo delle microspie. Negli ultimi anni casi clamorosi – conversazioni private di personaggi non indagati, finite sui quotidiani solo perché captate in indagini altrui – avevano alimentato la narrativa del “**gossip giudiziario**”. Ora il giudice, ricevendo le registrazioni dal PM, dovrà materialmente espungere questi spezzoni irrilevanti che coinvolgono terzi. I detrattori gridano al *“bavaglio”*: temono che sotto questa etichetta di privacy si nasconda la volontà di **limitare la pubblicità delle inchieste** e rendere più difficile il lavoro della stampa. Alcuni giornalisti d’inchiesta hanno protestato dicendo che così si rischia di non poter più raccontare certi retroscena emersi dalle carte giudiziarie. Il ministro Nordio ha replicato seccamente: *“Nessun bavaglio alla stampa: continuiamo a intercettare i criminali, ma non vedo perché debbano finire sui giornali le chiacchiere private di chi non c’entra nulla”*. In realtà, questa parte della riforma **non incide sul diritto di cronaca in sé** (nessuna sanzione nuova per i giornalisti è stata introdotta), ma impedendo che certi verbali escano dagli uffici, indirettamente ridurrà la materia prima su cui il cronista può mettere le mani. Da notare che, parallelamente, un emendamento (di iniziativa parlamentare, firmato da Enrico Costa, deputato di Azione ed ex viceministro della Giustizia) ha **vietato la pubblicazione testuale delle ordinanze di custodia cautelare**: i giornali non possono più pubblicare integralmente l’ordinanza di arresto, ma solo riassumerla. Anche questo è stato visto dall’**Unione Europea** come un possibile *“effetto intimidatorio”* sui cronisti (38), tanto da finire nel rapporto 2024 sullo Stato di diritto con toni molto critici. Nel complesso, dunque, sulla materia intercettazioni e informazione il governo ha voluto **mantenere le intercettazioni come strumento investigativo** – nessuna stretta sulle possibilità di disporle per i reati gravi è avvenuta – ma ha voluto **blindare la privacy dei non indagati e limitare i riflettori mediatici** su atti d’indagine non definitivi. Resta da vedere se questo equilibrio reggerà: per i reati di mafia e terrorismo, ad esempio, le intercettazioni restano fondamentali e spesso coinvolgono persone collaterali; trovare il confine tra “estraneo irrilevante” e “persona informata dei fatti” potrebbe non essere semplice e potrebbe dar luogo a contenziosi. 4. ***Avviso di garanzia “light” e più riservatezza.** Sempre in tema di atti preliminari alle indagini, la legge introduce una modifica all’**informazione di garanzia** (il famoso avviso di garanzia che viene notificato a un indagato per informarlo che è sottoposto a indagine). D’ora in poi, nell’avviso dovrà esserci solo **una descrizione sommaria del fatto** su cui si indaga, non tutti i dettagli. Inoltre, la notifica dell’avviso andrà fatta con modalità che garantiscano la **riservatezza del destinatario**. In altre parole, si cerca di evitare i casi in cui un indagato viene praticamente “sputtanato” mediaticamente appena riceve l’avviso, magari con clamore. Meno dettagli scritti significano anche meno elementi che possano trapelare all’esterno. È una misura che tende a **ridurre l’impatto reputazionale** dell’essere indagati, almeno nella fase iniziale.* 5. ***Più contraddittorio prima delle misure cautelari.** Un capitolo molto sentito dagli avvocati difensori e affrontato dal Ddl Nordio è quello delle **misure cautelari** (arresti, domiciliari, divieti, ecc. disposti dal giudice prima del processo, in fase d’indagine). La legge introduce il **diritto dell’indagato a essere interrogato dal giudice prima che sia decisa una misura cautelare** restrittiva. In pratica, se la Procura chiede di arrestare qualcuno, il giudice (salvo urgenze particolari) dovrà convocare l’indagato, rendergli noti gli atti su cui si basa la richiesta e sentirlo con l’assistenza del suo avvocato, **prima** di decidere se metterlo in carcere o ai domiciliari. È una piccola rivoluzione copernicana nel procedimento penale: finora le misure cautelari venivano decise **inaudita altera parte**, cioè senza sentire l’indagato (che semmai poteva fare ricorso dopo). Adesso invece si introduce un **contraddittorio anticipato**, una chance di difesa preventiva per evitare possibili errori o abusi.* Questo dovrebbe garantire maggiore equilibrio: il giudice sentirà **entrambe le campane** – accusa e difesa – prima di privare una persona della libertà in attesa di giudizio. I fautori dicono che così si eviteranno arresti ingiustificati o basati su elementi fragili, che sarebbero poi revocati dai tribunali del Riesame dopo settimane: meglio prevenire. I critici replicano che potrebbe però allungare i tempi o **compromettere indagini delicate** (immaginiamo dover avvisare un sospettato prima di arrestarlo: potrebbe inquinare prove o darsi alla fuga). La norma infatti dovrà convivere con le esigenze investigative: presumibilmente in casi di urgenza o di pericolo concreto, il PM potrà ottenere l’ordinanza immediata e l’interrogatorio avverrà contestualmente all’arresto. È un punto da monitorare nell’applicazione pratica. Di certo, per i **casi meno allarmanti**, la difesa preventiva è un rafforzamento delle garanzie individuali che sposta un po’ il pendolo verso il garantismo. In parallelo a ciò, viene introdotta anche la **collegialità** nelle decisioni di custodia cautelare. Finora un singolo giudice (GIP) poteva decidere di incarcerare un indagato; la riforma stabilisce che, per disporre la custodia cautelare in carcere, debba deliberare un **collegio di tre giudici**. L’idea è che una decisione così impattante sulla libertà personale sia presa con maggiore ponderazione e pluralità di vedute. Questa novità però non sarà immediata: l’entrata in vigore è differita di due anni, per permettere di assumere il personale necessario (serviranno più giudici per formare i collegi). Inoltre, la collegialità varrà solo per la fase delle indagini preliminari, non se la misura viene decisa in udienza di convalida immediata di un arresto in flagranza o simili. Dunque, se la polizia arresta qualcuno in flagrante e il giudice deve convalidare l’arresto entro 48 ore, potrà farlo monocraticamente come oggi; ma se il PM chiede un arresto “a freddo” in un’indagine, decideranno in tre (una sorta di *tribunalino* della libertà, per così dire). Anche qui, i sostenitori plaudono al maggior equilibrio, i detrattori temono **rallentamenti** e complicazioni burocratiche. 6. ***Limiti all’appello del PM contro le assoluzioni.** Un ultimo tassello importante: la legge limita i casi in cui il Pubblico Ministero può appellare una sentenza di assoluzione in primo grado (48). In Italia, sia l’imputato condannato sia il PM in caso di assoluzione potevano fare appello, tranne rari casi. La riforma stabilisce che il PM **non può appellare le assoluzioni per reati minori**, mentre mantiene la possibilità per i reati più gravi (ad esempio per mafia, terrorismo, omicidio e altri sarà ancora possibile). È un parziale recepimento del principio del “**ne bis in idem processuale**” (cioè il divieto di essere processati due volte per gli stessi fatti): se una persona è stata assolta, non costringerla a subire troppi gradi di giudizio a meno che non sia davvero necessario. Si evita quella che alcuni definivano una “**persecuzione processuale**” in caso di assoluzioni chiare. Anche qui Nordio aveva espresso sensibilità, ricordando vicende di imputati assolti più volte ma perseguiti all’infinito. D’ora in poi, per vari reati comuni, l’assoluzione in tribunale diverrà definitiva subito (salvo ricorso in Cassazione su punti di diritto, ma non appello sul fatto).* È una vittoria per l’area garantista e una sconfitta per l’approccio più rigoroso: certe associazioni di vittime temono che così qualche colpevole possa sfuggire a una condanna solo perché in primo grado l’ha fatta franca e l’accusa non può appellare. Ma i dati mostravano che gli appelli del PM raramente ribaltavano il risultato se non in processi complessi. Anche su questo, il tempo dirà se la giustizia sarà più rapida (meno appelli) o se qualche ingiustizia non verrà corretta. 7. ***Altre disposizioni minori.** La legge tocca infine anche questioni minori come l’**età massima dei giudici popolari** nelle Corti d’Assise (fissata a 65 anni al momento della nomina, per svecchiare un po’ le giurie popolari). Non è un punto che abbia suscitato dibattito pubblico, ma segnala la cura dei dettagli del sistema.* In parallelo a queste norme, il governo ha anche annunciato una serie di misure amministrative per rendere **più certa l’esecuzione delle pene**: investimenti in nuove carceri (per risolvere il cronico problema del sovraffollamento) e riforme dell’ordinamento penitenziario per bilanciare rieducazione e sicurezza. *“Abbiamo triplicato gli investimenti sulle carceri”*, ha detto Nordio nel 2024, segnalando attenzione al tema. Tuttavia, su questo fronte molti osservatori notano che poco è cambiato nelle condizioni reali: i suicidi in carcere restano numerosi e i progetti di nuovi istituti procedono a rilento. La filosofia sottesa, comunque, è che **certezza della pena** non deve significare necessariamente più carcere, ma carcere quando serve e alternative credibili dove possibile, in un sistema efficiente. È un orizzonte più ampio, forse il prossimo capitolo che il governo vorrebbe affrontare dopo la riforma normativa. ## **Le critiche e i timori: magistrati, opposizioni e l’Europa** Una riforma così vasta e incisiva non poteva che incontrare **forti resistenze**. Le voci critiche provengono principalmente da tre fronti: la **magistratura associata** (ANM in testa), le **forze di opposizione** in Parlamento (Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e altri) e alcuni organismi **internazionali** preoccupati per le implicazioni sullo Stato di diritto. ### **La magistratura sul piede di guerra** L’Associazione Nazionale Magistrati, che rappresenta la quasi totalità delle toghe italiane, ha assunto una posizione durissima. Già appena trapelate le prime bozze, l’ANM ha parlato di riforma **“sbagliata e pericolosa”**. In particolare, la separazione delle carriere è considerata dall’ANM come una **“sconfitta per la giustizia”** e la prova di una **“intenzione di attuare un controllo sulla magistratura da parte della politica”**, arrivando a definire ciò che deriverebbe dalla riforma una **“Costituzione sfregiata”**. Parole pesantissime, che danno il senso di come la categoria viva il progetto quasi come un’aggressione istituzionale. Uno degli strumenti di protesta scelti dall’ANM è stato addirittura lo **sciopero**. Non accade spesso: lo sciopero dei magistrati è evento raro (che su conta sulle dita di due mani negli ultimi decenni). Eppure, il 27 febbraio 2024 le toghe italiane hanno incrociato le braccia in massa: oltre l’**80%** di adesione secondo i dati della stessa ANM. I tribunali quel giorno hanno rallentato i lavori per dar modo ai magistrati di riunirsi in assemblee straordinarie e spiegare ai cittadini le loro ragioni. Perché uno sciopero così partecipato? La motivazione, spiegata nei documenti ufficiali, era di *“sensibilizzare l’opinione pubblica sui pericoli della riforma”*, in particolare della parte costituzionale. I magistrati temono che separare le carriere e sorteggiare i CSM crei un sistema meno indipendente, più esposto agli umori della politica. Inoltre, vedono l’Alta Corte disciplinare come un’esautorazione. “**Intento punitivo**” è l’espressione ricorrente, per quanto il governo la rigetti. Durante le audizioni parlamentari, autorevoli magistrati e giuristi hanno messo in guardia: se un PM e un giudice non condividono più la stessa cultura e status, il primo potrebbe finire, in prospettiva, sotto l’ombra del Ministro della Giustizia (che per Costituzione ha facoltà di iniziativa sull’azione penale, se fosse riformata). Insomma, vedono il rischio di una **china scivolosa verso un PM gerarchico** e, magari in futuro, sottoposto al governo. Anche se la riforma attuale *non* prevede nulla del genere, la separazione viene letta come il primo passo di quel percorso. Non aiuta il fatto che alcuni esponenti della maggioranza abbiano, in interviste, evocato modelli come quello statunitense (dove i PM locali sono eletti o nominati politicamente). Meloni e Nordio hanno invece garantito che *“il PM resterà indipendente”*, ma la fiducia delle toghe è scarsa. ![Organico tribunale](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/04/organico-tribunale.jpg) Un altro aspetto criticato è che questa riforma **non affronta i veri problemi della giustizia**. *“Non risolverà alcuno dei problemi che affliggono i tribunali”*, riferito alle carenze di organico, lungaggini, carichi di lavoro eccessivi. Per l’ANM, separare le carriere non riduce di un giorno la durata dei processi, anzi rischia di creare conflitti di competenza nuovi. Allo sciopero, l’ANM ha affiancato anche una forte **campagna mediatica**, con convegni e comunicati dal titolo inequivocabile: *“No alla controriforma della giustizia”*. Non sono mancate però divisioni interne: una minoranza di magistrati, più vicini a posizioni moderate, ha invitato a non alzare troppo lo scontro e a discutere nelle sedi istituzionali. Ma la linea dura ha prevalso. Il governo, dal canto suo, ha cercato un minimo di dialogo: prima di varare la riforma Nordio e il disegno di legge costituzionale, la premier Meloni e il sottosegretario **Alfredo Mantovano** (figura chiave, ex magistrato e ideologo della riforma) hanno incontrato sia l’ANM che l’**Unione delle Camere Penali** (l’associazione degli avvocati penalisti). Con i penalisti, storicamente favorevoli alla separazione delle carriere, c’è intesa su molti punti; con l’ANM l’incontro è servito solo a chiarire le posizioni, rimaste distanti. Mantovano ha tenuto aperto uno spiraglio dicendo che *“il testo non è blindato, aperto al contributo di tutti”*, segnalando quindi la disponibilità a modifiche in Parlamento. In concreto, però, la maggioranza ha poi respinto gran parte degli emendamenti delle opposizioni, approvando i testi quasi invariati. Ciò ha ulteriormente irritato le toghe. Dal punto di vista **politico**, l’aver compattato i magistrati in una protesta così forte può avere conseguenze. Non va dimenticato che **90% dei magistrati aderisce all’ANM** e che un clima di aperto conflitto tra magistratura e politica può riflettersi anche nei singoli processi. È interesse di tutti evitare una “guerra”. Alcuni osservatori neutrali hanno auspicato toni più miti: *“La riforma non è una vendetta, ma neppure la panacea di tutti i mali: si può discutere nel merito senza demonizzarsi a vicenda”*. Finora, però, lo scontro verbale è stato frontale. ### **I dubbi delle opposizioni parlamentari** Le forze di opposizione – in primis **PD** e **M5S** – hanno fatto fronte comune contro la riforma, pur provenendo da tradizioni diverse (il PD è erede di una cultura più garantista ma rispettosa della magistratura, i 5 Stelle di una stagione giustizialista ai tempi di Bonafede). Entrambi i gruppi hanno denunciato che l’abolizione dell’abuso d’ufficio e la modifica delle intercettazioni sono un regalo ai disonesti e un colpo alla trasparenza. Hanno anche sottolineato come **questa maggioranza, dopo aver criticato quella precedente per la lentezza nella giustizia, stia in realtà invertendo o annacquando alcune riforme fatte**. Un esempio: il **“fine processo mai”**. Con il governo Conte II (ministro Bonafede) era stata eliminata la prescrizione dopo il primo grado per evitare che i processi d’appello si estinguessero col tempo; la ministra Cartabia (governo Draghi) aveva poi introdotto una forma di improcedibilità dopo tempi prestabiliti in appello. Ebbene, l’attuale maggioranza vorrebbe rivedere anche queste norme. Nel rapporto UE si cita una *“nuova prescrizione che può ridurre il tempo per celebrare i processi”* come fonte di preoccupazione: segno che qualcosa bolle in pentola (forse un allargamento dei casi di improcedibilità). PD e M5S accusano Meloni di **ipocrisia**, perché a parole parla di certezza della pena, nei fatti abolisce reati e potenzialmente accorcia i termini dei processi. Un altro cavallo di battaglia dell’opposizione è il **rischio di mettere il PM sotto controllo del governo**. Nella riforma attuale, come detto, non c’è nulla del genere nero su bianco: il PM resta indipendente. Tuttavia, esponenti come l’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando (PD) sostengono che con il doppio binario si **spalanca la porta** per una futura modifica dell’azione penale obbligatoria (principio costituzionale per cui i PM devono perseguire ogni reato, senza priorità decise dalla politica). Non a caso, nello stesso periodo, la maggioranza ha iniziato a parlare di introdurre in Costituzione la **facoltà per il Parlamento di indicare priorità alle procure**. Messa insieme alla separazione, questa ipotesi fa intravedere un modello in cui il governo-direzione politica influenza cosa indagano i PM, mentre i giudici restano autonomi. Sarebbe un cambio epocale per l’Italia. *“Non fidatevi, è solo il primo passo”*, ripetono i parlamentari di centrosinistra. ![Camera ](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/04/camera.jpg) Anche sul **sorteggio** dei CSM l’opposizione ha dato battaglia: molti costituzionalisti sentiti in Commissione hanno espresso perplessità sulla compatibilità con l’idea di rappresentanza. Un CSM per sorteggio è qualcosa che sconfessa il dettato costituzionale attuale, pensato su base elettiva. Dunque servirà cambiare la Costituzione: il testo di riforma infatti modifica l’articolo 104 e seguenti. I numeri in Parlamento per farlo ci sono (maggioranza assoluta), ma non i due terzi necessari per blindarla da un eventuale **referendum confermativo** richiesto dai cittadini. E qui sta una delle strategie: il PD e gli altri già minacciano che, se la riforma passerà senza accordo, raccoglieranno le firme per un referendum confermativo, rimettendo la parola al popolo – magari sperando che, come fu per la riforma Renzi nel 2016, il popolo la bocci. Va detto che alcune forze **centriste di opposizione** (come Italia Viva di Renzi e Azione di Calenda) in realtà **concordano su alcuni punti** della riforma, ad esempio proprio sulla separazione delle carriere, storicamente nel loro programma. Tant’è che in prima lettura alla Camera alcuni di questi parlamentari hanno votato a favore della riforma costituzionale. Meloni spera di sfruttare queste convergenze per dare un taglio più bipartisan al testo ed evitare il referendum ottenendo magari i due terzi in seconda lettura. Calcoli politici a parte, il confronto resta acceso. ### **Il giudizio severo dell’Unione Europea** In questo dibattito interno, si è inserita anche la voce dell’**Unione Europea**, attraverso il **Rapporto sullo Stato di diritto 2024** pubblicato dalla Commissione europea. E la voce è stata tutt’altro che diplomatica: Bruxelles ha elencato una serie di **riserve e critiche puntuali** proprio verso le novità introdotte dal governo Meloni. Nel dossier dedicato all’Italia, accanto a questioni di vecchia data (come l’indipendenza dei media o la lotta alla corruzione), si legge che *“la riforma della giustizia firmata da Carlo Nordio può avere effetti negativi sulle indagini anti corruzione”*, riferendosi all’abolizione dell’abuso d’ufficio e alla modifica del traffico di influenze. Inoltre, si cita il “bavaglio” sulle ordinanze cautelari come potenzialmente intimidatorio per i giornalisti. Quanto alla parte costituzionale, il rapporto manifesta **preoccupazione per la separazione delle carriere** e anche per l’altra riforma – parallela – del **premierato**. In sostanza, la Commissione UE ha dato una **bocciatura quasi totale** delle politiche italiane in materia di giustizia dell’ultimo anno (63). Si tratta di un fatto politicamente rilevante: raramente l’Europa entra così nel merito di riforme nazionali di giustizia (lo fa in casi estremi come Polonia o Ungheria, dove però c’erano violazioni palesi dell’indipendenza giudiziaria). Nel caso italiano, il giudizio è più sfumato ma comunque severo. Il governo Meloni ovviamente ha respinto al mittente le critiche, con il ministro degli Esteri Tajani (Forza Italia) che ha dichiarato: *“L’Europa non deve interferire, la nostra riforma rispetta lo Stato di diritto e anzi lo migliora”*. Tuttavia, l’episodio segnala che la vicenda viene seguita con attenzione anche fuori dai confini. L’Italia ha ottenuto fondi europei (PNRR) anche impegnandosi in riforme per l’efficienza della giustizia – e infatti il precedente governo Draghi aveva approvato le riforme Cartabia proprio in quell’ottica. Ora Bruxelles teme un passo indietro. Un punto evidenziato è che **nessun progresso è stato fatto** su altre riforme attese come la protezione del segreto professionale dei giornalisti e una legge sul lobbying – come a dire: vi concentrate sulle cose sbagliate. Nel complesso, anche a livello internazionale la riforma Meloni viene percepita più come una questione di **equilibri di potere** interno (politica vs magistratura) che come un miglioramento del servizio di giustizia per i cittadini. ## **Un percorso a ostacoli: dall’approvazione alla prova del Parlamento** Dopo aver esaminato contenuti e reazioni, vale la pena ricapitolare **a che punto è la riforma** e qual è il percorso che la attende. Sul fronte del **disegno di legge ordinario (ddl Nordio)**, come detto, la partita è chiusa: è stato approvato **in via definitiva** l’11 luglio 2024, con 199 voti favorevoli alla Camera nell’ultima lettura (66), ed è dunque **legge dello Stato**. Le sue disposizioni (abolizione dell’abuso d’ufficio, ecc.) sono operative – alcune immediatamente, altre come la collegialità differite di due anni. Sul fronte della **riforma costituzionale**, invece, il cammino è più lungo. Il governo ha approvato il disegno di legge costituzionale in Consiglio dei Ministri a maggio 2024 (con tanto di conferenza stampa illustrativa di Nordio e Mantovano). Poi il testo è passato al Parlamento. In Italia per cambiare la Costituzione serve una **doppia approvazione conforme di Camera e Senato** a distanza di almeno 3 mesi l’una dall’altra. La prima lettura c’è già stata: il **16 gennaio 2025 la Camera dei Deputati ha approvato** in prima deliberazione la riforma della giustizia, con i voti della maggioranza e di parte dell’opposizione moderata (68). Adesso il testo è all’esame del **Senato**, dove dovrà essere approvato una prima volta (verosimilmente entro la primavera 2025) e poi di nuovo la Camera e di nuovo il Senato in seconda lettura. L’obiettivo dichiarato del governo è chiudere il tutto entro l’inizio del 2026, in modo da evitare il referendum confermativo. Infatti, se in seconda lettura il testo ottenesse almeno i **due terzi dei voti** in entrambe le camere, la riforma entrerebbe in vigore direttamente **senza referendum**; se invece – come è probabile – la maggioranza non raggiungerà quella soglia (mancano pochi voti al momento, specialmente al Senato), allora a riforma approvata ci sarà la possibilità di chiedere un **referendum confermativo popolare**. Il governo vorrebbe evitarlo sia per ragioni di tempo (sarebbe nel 2026), in piena campagna elettorale per le Politiche successive) sia per il rischio intrinseco di perdere la consultazione, trasformandola in un plebiscito pro o contro il governo stesso. ![Costituzione](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/04/costituzione.jpg) Al momento, **maggio 2025 è una tappa cruciale**: la maggioranza punta ad avere entro quel mese il sì del Senato in prima lettura. Sul percorso potrebbero influire le **elezioni europee di giugno 2025**: se il clima politico cambiasse o la maggioranza subisse scossoni, la riforma costituzionale potrebbe rallentare o essere modificata. La premier Meloni si è detta disponibile a **miglioramenti in Parlamento** per allargare il consenso. Ad esempio, non è escluso che qualche elemento più estremo (come il doppio CSM rigido) possa essere attenuato, magari optando per un **unico CSM con due sezioni interne** invece di due completamente separati – ipotesi che alcuni centristi preferirebbero. Tutto dipenderà dai **numeri** e dalle **trattative**. Nel frattempo, governerà un certo **status quo**: fino a che la riforma costituzionale non sarà definitivamente approvata e promulgata, resterà in vigore l’attuale assetto. Quindi le prossime elezioni del CSM (previste nel 2026) potrebbero svolgersi già col nuovo sistema, se tutto fila liscio, oppure ancora col vecchio se i tempi si allungano. È un iter complesso e tutt’altro che concluso: “una lunga vicenda destinata a protrarsi ben oltre l’approvazione parlamentare”, ha scritto qualcuno. E all’orizzonte c’è anche l’eventualità di un referendum. ## **Un finale ancora da scrivere (in attesa del Senato)** Siamo dunque davanti a un **cantiere aperto**, dalle molte incognite. Da un lato c’è un governo compatto nel rivendicare questa riforma come necessaria e storica: Giorgia Meloni l’ha persino firmata di suo pugno accanto a Nordio, quasi a suggellare l’importanza che le attribuisce. Dall’altro c’è una fetta consistente della magistratura, della politica e della società civile che guarda con preoccupazione alle possibili derive. La verità è che **nessuno può dire con certezza oggi quale sarà l’esito finale**. La riforma potrebbe essere limata, confermata in toto, oppure – scenario estremo ma non impossibile – *affossata* se mancassero i voti nelle letture finali o nel referendum popolare. Del resto, la storia italiana è piena di riforme della giustizia annunciate e mai arrivate in porto. Quel che è certo è che **entro maggio 2025 è atteso il voto del Senato** in prima lettura, un passaggio decisivo che ci dirà molto sul destino della riforma. Fino ad allora il dibattito continuerà, probabilmente con toni sempre appassionati. I cittadini comuni, spesso disorientati di fronte a tecnicismi e sigle, potranno solo sperare che, al di là delle dispute, l’obiettivo finale resti quello giusto: una giustizia più **equa, veloce ed efficiente**. Se la strada scelta sarà quella corretta, lo scopriremo vivendo. *Questo dossier termina qui la sua prima parte, ma la storia non finisce oggi.* Dopo la votazione in Senato – attesa entro la fine di maggio 2025 – sapremo se la riforma avrà superato il suo ultimo grande ostacolo parlamentare. A quel punto sarà doveroso un aggiornamento: quali correzioni saranno state apportate? Come reagiranno i magistrati e l’opinione pubblica al testo definitivo? **Eywa**, la piattaforma che vi accompagna in questo viaggio informativo, tornerà sulla vicenda per raccontarne gli sviluppi conclusivi e gli eventuali nuovi scenari. Per ora, rimaniamo con questa immagine: il **Palazzo Madama** a Roma, sede del Senato, illuminato dalle prime luci estive. Tra quelle austere mura si deciderà a breve un pezzo importante del futuro della giustizia italiana. Il finale è ancora da scrivere, e lo scriveremo insieme, aggiornandovi passo dopo passo. Nel frattempo, non resta che attendere, mantenendo vivo l’interesse e il senso critico. La giustizia, dopotutto, riguarda tutti noi da vicino: è il patto di fiducia tra cittadini e Stato, ed è giusto seguirne le sorti con attenzione. **Continua…** (in attesa del prossimo aggiornamento dopo il voto in Senato!). ``` Bibliografia Fonti giornalistiche e di approfondimento ``` 1. ``` La riforma della giustizia, punto per punto: cosa cambia, cosa succede adesso, quali sono le criticità – Corriere della Sera ``` 2. ``` Giustizia, il report Ue stronca l’Italia: “La riforma Nordio danneggia le indagini su corruzione. Col bavaglio effetto intimidatorio sui cronisti” – Il Fatto Quotidiano ``` 3. ``` Dall’abuso d’ufficio alle intercettazioni: gli 8 articoli del ddl Nordio – ANSA ``` 4. ``` Solo 9 condanne ogni 5 mila processi? I dati sull’abuso d’ufficio – Pagella Politica ``` 5. ``` Riforma della giustizia, cosa prevede: dalla separazione delle carriere allo scorporo del CSM – Il Sole 24 Ore ``` 6. ``` Carceri, Nordio: “Dal governo Meloni triplicati gli investimenti” – Sky TG24 ``` 7. ``` Sciopero magistrati, partecipazione oltre l’80 per cento – Il Dubbio ``` 8. ``` Pronti allo sciopero: l’ANM contro la riforma della giustizia – Associazione Nazionale Magistrati (comunicati stampa) ``` 9. ``` Riforma della giustizia, il Governo incontra ANM e UCPI a Palazzo Chigi – GNews – Governo.it ``` 10. ``` Abuso d’ufficio, il Ddl Nordio alla Camera il 24 giugno – Il Sole 24 Ore ``` 11. ``` Conferenza stampa del Consiglio dei Ministri n. 83 – Governo.it ``` 12. ``` Riforma costituzionale della giustizia: luci e ombre della proposta Meloni – Valigia Blu ``` 13. ``` Meloni blinda Nordio sulla riforma e punta ai voti di Forza Italia – La Repubblica ``` 14. ``` Meloni firma il testo della riforma insieme a Nordio: il messaggio ai PM (e a Forza Italia) – Il Giornale ``` ``` Fonti istituzionali e normative ``` 15. ``` Disegno di legge costituzionale S. 1315 – Riforma del Titolo IV della Parte II della Costituzione – Senato della Repubblica ``` 16. ``` Decreto-legge n. 178/2024, convertito con modificazioni dalla Legge n. 4/2025 – Gazzetta Ufficiale ``` 17. ``` Relazione illustrativa al DDL costituzionale S. 1315 – Ministero della Giustizia ``` 18. ``` Documenti ufficiali ANM (Associazione Nazionale Magistrati) – Proposte per una giustizia più efficace – www.anm.it ``` 19. ``` Lettera aperta dei magistrati della Corte dei Conti sulla riforma – www.amcorteconti.it ``` 20. ``` Report 2024 sulla giustizia nell’Unione Europea – Commissione Europea – EU Justice Scoreboard ``` 21. ``` Costituzione della Repubblica Italiana – Articoli 101-113 ``` 22. ``` Convenzione ONU contro la corruzione – United Nations Convention against Corruption (UNCAC) ``` ``` ``` **Categorie:** Dossier **Tag:** Politica & Società --- ### [Il ruolo politico del Vaticano e del Papa](https://eywadivulgazione.it/ruolo-politico-vaticano-papa/) **Published:** Maggio 1, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Dalla metà del Novecento in poi, il ruolo politico dei Papi è cambiato profondamente, ma non ha mai perso rilevanza. In un mondo che ha attraversato guerre mondiali, crisi ideologiche e trasformazioni sociali epocali, i Pontefici hanno saputo adattare il loro messaggio e la loro azione alle nuove sfide, mantenendo una presenza forte sulla scena internazionale e influenzando, spesso in modo decisivo, il dibattito politico nazionale, in particolare quello italiano. Nonostante la perdita del potere temporale con la fine dello Stato Pontificio nel 1870 e la ridefinizione dei rapporti con lo Stato italiano con i Patti Lateranensi del 1929, la figura del Papa ha continuato a esercitare un’autorità simbolica e concreta, capace di incidere su dinamiche politiche, culturali e sociali. La sovranità del Vaticano, pur circoscritta geograficamente, ha conservato un’influenza globale grazie alla combinazione di autorità morale, diplomazia vaticana e capacità comunicativa. E a partire dal 1950 in avanti questa influenza si è trasformata, diventando più sofisticata, meno legata al potere diretto e più orientata alla moral suasion, ma non per questo meno incisiva. ## **Pio XII: la voce della coscienza nel cuore del Novecento** Alla guida della Chiesa durante la Seconda guerra mondiale e nel primo dopoguerra, Papa Pio XII ha incarnato il difficile equilibrio tra neutralità diplomatica e condanna morale. Pur criticato per alcune sue reticenze pubbliche, in particolare sul fronte della Shoah, non si può negare che il suo pontificato abbia avuto una rilevanza politica notevole. Nei suoi radiomessaggi, specialmente quello del Natale 1944, Pio XII lanciò un messaggio chiaro contro i totalitarismi e in difesa della dignità della persona umana, richiamando i principi del personalismo cristiano e sottolineando l’importanza della partecipazione civile. Il suo intervento, seppur più morale che operativo, si inserì in un’Europa in ricostruzione, dove la Chiesa poteva rappresentare un punto di riferimento in un mondo sconvolto da dittature, genocidi e disorientamento politico. In un contesto internazionale polarizzato dalla Guerra Fredda nascente, la voce del Papa si pose come alternativa ideologica sia al comunismo sovietico sia al capitalismo esasperato, richiamando al rispetto dei valori umani e cristiani. ## **Paolo VI: diplomazia, dialogo e impegno civile** Se Pio XII getta le basi di una presenza vaticana nella politica moderna, Paolo VI ne rafforza l’autorevolezza, incarnando una figura di Papa marcatamente politica. Il suo passato da arcivescovo di Milano e la lunga esperienza nella diplomazia vaticana lo resero un Pontefice particolarmente attento al ruolo della Chiesa nel mondo. Fu lui a concludere il Concilio Vaticano II, avviato da Giovanni XXIII, un evento che ridefinì il rapporto tra la Chiesa e la modernità. Paolo VI fu anche protagonista nel campo della diplomazia internazionale. Promosse il dialogo interreligioso e si fece promotore della pace, in particolare in un’epoca segnata dalla Guerra del Vietnam, dalla decolonizzazione e dalla minaccia nucleare. Al tempo stesso, in Italia, seguì da vicino i dibattiti civili più scottanti, come quello sul divorzio e sull’aborto. Pur mantenendo un atteggiamento prudente, non mancò di esprimere la posizione della Chiesa, cercando sempre una mediazione tra la dottrina e il contesto politico. ## **Giovanni Paolo II: un pontefice globale** Karol Wojtyła ha incarnato in modo emblematico il Papa politico del tardo Novecento. Primo Papa non italiano dopo secoli, portò in Vaticano una prospettiva nuova, forgiata dalla sua esperienza nella Polonia comunista. La sua battaglia contro il totalitarismo marxista non fu solo spirituale, ma anche profondamente politica. Il suo sostegno al sindacato polacco Solidarność e la sua costante pressione per la libertà religiosa e politica in Europa orientale contribuirono, se non direttamente, almeno simbolicamente, alla caduta del Muro di Berlino e al crollo dei regimi comunisti. Ma Giovanni Paolo II non fu solo l’antagonista del comunismo. Si fece portavoce della dignità umana in tutte le sue forme, opponendosi al consumismo, all’edonismo occidentale, alla guerra e al terrorismo. Parlò nei parlamenti, incontrò leader politici di ogni ideologia, intervenne in contesti di crisi, come in Iraq o nei Balcani, e promosse instancabilmente il dialogo interreligioso. In Italia, il suo ruolo fu ancora più incisivo. Con la sua autorità carismatica, intervenne più volte nel dibattito pubblico, toccando temi come l’identità nazionale, la bioetica e la centralità della famiglia. La sua visita al Parlamento italiano nel 2002 fu un evento senza precedenti: un Papa che, pur non rivestendo alcun ruolo istituzionale nello Stato, veniva invitato a parlare nel cuore della democrazia repubblicana. Un segno della sua forza morale e politica. ## **Benedetto XVI: fede e ragione nel cuore dell’Europa** Con Papa Benedetto XVI, l’azione politica diretta si fece meno evidente, ma non meno profonda. Teologo raffinato, erede spirituale di Giovanni Paolo II, Benedetto pose al centro del suo pontificato la questione culturale: il rapporto tra fede e ragione, la difesa delle radici cristiane dell’Europa, la necessità di un’etica condivisa che potesse arginare il relativismo e la secolarizzazione. Il suo messaggio fu particolarmente rivolto al continente europeo, dove la Chiesa vedeva affievolirsi la propria influenza. Ma anche nelle questioni italiane, Ratzinger intervenne, pur con discrezione, su temi come il fine vita, la famiglia e l’educazione, ribadendo la necessità che le scelte politiche si fondassero su principi etici non negoziabili. ## **Papa Francesco: tra carità, dialogo e contraddizioni** Papa Francesco ha ridefinito il ruolo del papato nella sfera politica globale, combinando un **linguaggio universale** con un **impegno concreto per gli ultimi**. La sua azione si è mossa su due fronti: da un lato, la denuncia delle disuguaglianze e la difesa dei diritti umani; dall’altro, una diplomazia attiva, spesso critica verso le logiche di potere tradizionali. In politica estera, Francesco ha agito da **mediatore pragmatico**. Ha facilitato il disgelo tra Cuba e Stati Uniti (2014), ospitando negoziati segreti in Vaticano, e si è impegnato per la pace in Ucraina, condannando l’invasione russa ma criticando anche l’espansionismo della NATO. Tuttavia, la sua **geopolitica senza schieramenti univoci** ha generato perplessità: pur denunciando le “guerre giuste”, non ha mai adottato una linea chiaramente allineata a blocchi politici, preferendo una neutralità attiva. In Italia, il suo pontificato ha influenzato il dibattito pubblico, soprattutto nella sinistra. Figure come Fratoianni (Sinistra Italiana) lo hanno citato come riferimento su lavoro e ambiente, definendolo un «punto di riferimento anche per i non credenti». Tuttavia, molti leader politici che ne hanno celebrato la figura sono stati accusati di **ipocrisia**, sostenendo politiche contrastanti con i suoi insegnamenti, come il riarmo o le chiusure ai migranti. Francesco ha lasciato una Chiesa **divisa**. Se da un lato ha promosso aperture storiche (benedizioni per coppie LGBTQ+ nel 2023), dall’altro ha governato con uno stile descritto come “solitario e autocratico”, alimentando tensioni con i conservatori. Il suo lascito politico, però, potrebbe essere duraturo: la maggioranza dei cardinali da lui nominati orienterà probabilmente il futuro conclave verso posizioni progressiste. La sua influenza risiede nell’aver **umanizzato la politica**, sostituendo i formalismi con un linguaggio diretto e inclusivo. Pur tra contraddizioni e limiti, ha dimostrato che la spiritualità può interrogare il potere, sfidando i “dio denaro” e le tecnocrazie. Come ha scritto *La Civiltà Cattolica*, Francesco non ha cercato alleanze, ma ha offerto a tutti – politici e movimenti – la dottrina sociale della Chiesa come bussola, lasciando che fossero gli eventi a giudicare chi l’ha ascoltata davvero. ## Un ruolo unico dei Papi nel panorama mondiale ![Nunzi apostolici](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/05/nunzi.jpg) Dal secondo dopoguerra a oggi, i Papi hanno esercitato una forma peculiare di potere: non militare, non economico, ma morale e simbolico. Hanno parlato ai governi e ai popoli, hanno agito come mediatori in crisi internazionali, hanno influenzato trattati di pace, appelli umanitari, movimenti politici. A livello internazionale, la Santa Sede ha mantenuto un ruolo diplomatico di primo piano, partecipando a conferenze globali, offrendo la propria mediazione in conflitti complessi e intervenendo nei consessi multilaterali per promuovere la dignità umana, la libertà religiosa e la giustizia sociale. Anche sul piano italiano, i Pontefici hanno continuato a essere punti di riferimento, nonostante l’avanzare della secolarizzazione. Il sostegno alla Democrazia Cristiana nel dopoguerra, le prese di posizione sui referendum su divorzio e aborto, i richiami all’unità nazionale e alla responsabilità civile sono solo alcuni esempi del loro peso nei processi democratici del Paese. ### **I principi del Magistero moderno** Ciò che accomuna i pontificati dell’era moderna è il rifiuto di un’identificazione tra Chiesa e partito politico. La linea seguita dal Magistero è chiara: la Chiesa non si lega a nessun regime o ideologia, ma giudica i sistemi politici in base alla loro capacità di rispettare i diritti umani, il bene comune e la dignità della persona. Il personalismo cristiano – secondo cui ogni individuo ha valore in quanto tale e deve partecipare attivamente alla vita della comunità – resta il faro dell’intervento pubblico della Chiesa. Anche oggi, in un mondo attraversato da crisi geopolitiche, migrazioni, disuguaglianze e trasformazioni culturali, la voce del Papa continua a farsi sentire. Con Papa Francesco, si è accentuato il focus sui temi sociali e ambientali, ma il tratto comune resta lo stesso: i Papi, da Pio XII a oggi, hanno incarnato un’autorità che va oltre il dogma, ponendosi come coscienza critica del nostro tempo. Una presenza che, pur non imponendo, influenza. Pur non governando, guida. Pur non legislando, orienta. E in un’epoca di crisi dei valori e delle istituzioni, forse proprio questa voce “non di potere” è quella che, più di tutte, riesce ancora a farsi ascoltare. ## **Come la Santa Sede ha mediato nei conflitti internazionali degli ultimi decenni** Nel panorama complesso e spesso opaco della diplomazia internazionale, la Santa Sede rappresenta una figura atipica ma riconosciuta per autorevolezza, neutralità e continuità. In un mondo dove potenza e interessi strategici dominano il campo, il Vaticano si muove con un potere diverso: quello della credibilità morale, della coerenza nei valori e della capacità di aprire spazi di dialogo anche dove le diplomazie tradizionali falliscono. Negli ultimi decenni, questa “diplomazia spirituale” ha contribuito a risolvere crisi, prevenire conflitti e costruire ponti tra Paesi e fazioni divisi da ostilità profonde. Il potere della Santa Sede non si misura in armamenti, né in risorse economiche, ma nella capacità di proporre un linguaggio alternativo in politica estera: quello della pace, del rispetto reciproco e della dignità umana. Questo ruolo si fonda su alcuni principi chiave: la “neutralità positiva”, l’offerta di “buoni uffici” per facilitare il dialogo e l’impegno costante per la giustizia sociale. Sono questi i pilastri di un’attività diplomatica che agisce con discrezione, ma che ha avuto effetti concreti in più di un’occasione. Uno degli esempi più emblematici della forza della mediazione vaticana è il caso della disputa tra Argentina e Cile per il Canale di Beagle alla fine degli anni Settanta. I due Paesi sudamericani erano vicini alla guerra per il controllo di alcune isole australi, ma la Santa Sede, su invito dei governi coinvolti, accettò di intervenire come mediatore. Papa Giovanni Paolo II incaricò il cardinale Antonio Samoré di seguire i negoziati, che si protrassero per sei anni. Il processo fu lungo, faticoso e delicato, ma alla fine portò, nel 1984, alla firma del Trattato di Pace e Amicizia, evitando un conflitto armato e aprendo la strada a una collaborazione bilaterale duratura. Non si trattò solo di un successo diplomatico, ma di una dimostrazione tangibile di come il Vaticano potesse offrire, oltre a uno spazio neutrale, anche un orizzonte valoriale condiviso, capace di orientare le parti verso una soluzione sostenibile. Il caso della normalizzazione dei rapporti tra Cuba e Stati Uniti, avvenuta nel 2014, è un altro esempio del ruolo di facilitatore assunto dalla Santa Sede. Dopo più di cinquant’anni di gelo diplomatico, segnati da embargo, isolamento e tensioni ideologiche, l’intervento vaticano fu determinante per riaprire il dialogo. Papa Francesco scrisse personalmente a Barack Obama e Raúl Castro, incoraggiando i leader a cercare un’intesa. Il Vaticano, poi, ospitò incontri segreti tra le delegazioni dei due Paesi. Quando l’annuncio del riavvicinamento fu ufficializzato, il presidente americano ringraziò pubblicamente la Santa Sede per l’aiuto decisivo nel costruire quel ponte. Non era solo un gesto di gratitudine: era il riconoscimento del potere della parola e della fiducia come strumenti geopolitici. ### **Ucraina, una pace difficile ma necessaria** Il conflitto esploso in Ucraina nel 2022 ha visto nuovamente la Santa Sede porsi come soggetto attivo nella ricerca di una via d’uscita negoziata. In un contesto altamente polarizzato, il Vaticano ha scelto un approccio di “dialogo proattivo”. Questo significa mantenere una linea di neutralità, pur senza rinunciare a esprimere vicinanza alle vittime e a sollecitare soluzioni pacifiche. Papa Francesco ha inviato delegati speciali, tra cui il cardinale Matteo Zuppi, per esplorare canali di comunicazione con entrambe le parti. Parallelamente, i nunzi apostolici presenti nella regione hanno lavorato per sostenere iniziative umanitarie e tutelare i civili. Anche se la mediazione non ha portato finora a un cessate il fuoco definitivo, il Vaticano continua a essere l’unica istituzione ascoltata sia a Mosca sia a Kiev. I colloqui diplomatici avvenuti in occasione del funerale di Papa Francesco ne sono una prova esemplare. Quelli citati sono i casi più noti, ma non sono isolati. La diplomazia vaticana è attiva in molti altri teatri di crisi: dal Medio Oriente al Caucaso, dall’Africa orientale al Sud-Est asiatico. In Myanmar, ad esempio, dopo il colpo di Stato del 2021, la Santa Sede ha mantenuto aperti i canali di comunicazione con tutte le parti, cercando di proteggere le minoranze perseguitate. In Etiopia, durante la guerra nel Tigrè, il Vaticano ha sostenuto sforzi diplomatici multilaterali per la cessazione delle ostilità. In Yemen, ha più volte fatto appelli per la fine della guerra civile, insistendo sulla necessità di proteggere bambini e civili. Ma il lavoro della Santa Sede non si limita alla gestione dei conflitti armati. Da decenni, la Chiesa cattolica è impegnata nella promozione del disarmo, in particolare nucleare, e nella difesa della libertà religiosa. È attiva nella lotta contro la tratta di esseri umani e per la tutela dei migranti, portando queste istanze nei consessi internazionali, come le Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa. Attraverso le sue missioni permanenti presso queste istituzioni, il Vaticano esercita una forma di “soft power” riconosciuta anche dalle grandi potenze: un’influenza che si fonda più sulla coerenza dei valori che sulla pressione politica. Ma perché la diplomazia vaticana funziona? Innanzitutto per la sua credibilità. Il Vaticano è un interlocutore accettabile anche per parti in conflitto. In secondo luogo, per la sua continuità: a differenza dei governi, che cambiano con le elezioni, la linea diplomatica della Santa Sede è stabile nel tempo. Inoltre, il suo approccio non è tecnico ma umano: ogni intervento parte dalla centralità della persona e dalla dignità della vita, valori universali che possono essere condivisi anche da culture diverse. Infine, la rete globale della Chiesa composta da nunzi, vescovi, missionari, operatori umanitari consente al Vaticano di avere un contatto diretto con le comunità locali, e quindi una comprensione profonda delle dinamiche sociali e culturali in gioco. ### **Un attore piccolo, ma centrale** La Santa Sede non è una potenza, ma è certamente una presenza. E nei momenti di crisi, proprio questa “debolezza” si trasforma in forza. Non può imporre, ma può convincere. Non dispone di eserciti, ma sa farsi ascoltare. E quando tutto sembra fallire, spesso è l’unica voce che invita ancora al dialogo. In un mondo che rischia sempre più di scegliere la logica dello scontro, la diplomazia vaticana continua a rappresentare un’alternativa possibile: quella della parola che disarma, del gesto che riavvicina, della fede che diventa strumento di pace. ![Vaticano diplomazia](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/05/vaticano-diplomazia.jpg) La neutralità della Santa Sede non è solo una posizione strategica: è un principio fondante della sua azione diplomatica e pastorale. Ma mantenerla, soprattutto in tempi di conflitto asimmetrico, guerre civili e polarizzazione globale, è tutt’altro che semplice. Eppure, il Vaticano ci riesce, e lo fa grazie a un insieme di scelte storiche, strumenti giuridici e approcci culturali che lo rendono unico sulla scena internazionale. La Santa Sede non ha colonie da difendere, mercati da controllare, né alleanze militari da onorare. Non è parte di blocchi ideologici o schieramenti internazionali. Questo le consente di mantenersi al di sopra degli interessi materiali, evitando le logiche di parte che spesso ostacolano la diplomazia secolare. La sua unica “agenda” è quella della pace, della dignità umana e della giustizia. Questa libertà da vincoli politici la rende credibile agli occhi di entrambe le parti in conflitto, anche quando le altre potenze sono viste come “non imparziali”. Il Vaticano possiede una delle diplomazie più antiche del mondo, con un corpo diplomatico ben formato, presente in quasi tutti gli Stati. I nunzi apostolici, l’equivalente degli ambasciatori, non rappresentano solo il Papa, ma fungono da osservatori attenti, spesso anche mediatori silenziosi. Questo network consente alla Santa Sede di avere informazioni dirette e aggiornate, di comprendere le dinamiche locali, e soprattutto di non dover dipendere da fonti esterne che potrebbero distorcere il quadro. Uno dei segreti dell’efficacia della neutralità vaticana è la riservatezza. Il Vaticano interviene in molti casi senza clamore mediatico, scegliendo la via del colloquio riservato, dell’incontro informale, della lettera personale. Questo approccio non solo protegge la delicatezza delle situazioni, ma evita che l’intervento venga percepito come “parziale” o strumentale. Il linguaggio usato dai Papi e dai rappresentanti della Santa Sede è calibrato per evitare polarizzazioni. È un linguaggio che richiama i valori, non le ideologie. Quando condanna, condanna azioni (es. violenze contro i civili, distruzione indiscriminata), non governi specifici. Questo equilibrio linguistico è frutto di una lunga tradizione di diplomazia ecclesiale, che conosce bene i rischi delle parole, specie in situazioni di crisi. La figura del Papa ha un’autorità morale trasversale. È ascoltato in Paesi dove la Chiesa cattolica è minoritaria o addirittura perseguitata. Questo perché il Papa, specie negli ultimi pontificati, ha assunto un profilo sempre più “globale”, parlando a nome dei diritti umani, della pace, della solidarietà. Quando un Pontefice come Francesco parla dell’Ucraina, del Medio Oriente o del Congo, lo fa con parole che cercano sempre la via del dialogo, non della condanna unilaterale. ## **La sua storia lo precede** La neutralità della Santa Sede è riconosciuta perché è coerente nel tempo. Durante il secondo conflitto mondiale, durante la Guerra Fredda, nel conflitto israelo-palestinese, nelle guerre in Iraq e Siria la Chiesa ha mantenuto una linea simile: denunciare l’ingiustizia, chiedere protezione per i più deboli, cercare soluzioni diplomatiche. Questa coerenza ha costruito una reputazione difficile da smentire, anche nei contesti più tesi. La Santa Sede riesce a mantenere la sua neutralità fondata su valori chiari e su un’azione diplomatica discreta, competente e radicata nella storia. Cerca di essere imparziale il fatto che non “accusi” direttamente i governi lo rende un attore non in confronto ma per qualcosa. E spesso dove due parti sono in conflitto appoggiarsi a chi non giudica, se non in senso globale, è la chiave per accordarsi senza perdere terreno diplomatico. **Categorie:** Dossier **Tag:** Geopolitica & Relazioni internazionali --- ### [Agricoltura Intelligente: la rivoluzione tecnologica nei campi](https://eywadivulgazione.it/agricoltura-intelligente-la-rivoluzione-tecnologica-nei-campi/) **Published:** Maggio 13, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) La rivoluzione digitale sta cambiando in modo profondo anche il mondo dell’agricoltura. Nuove tecnologie come l’Internet of Things, l’intelligenza artificiale, i macchinari autonomi e l’analisi dei big data stanno rendendo il lavoro nei campi più efficiente, sostenibile e preciso. Questi strumenti permettono agli agricoltori di usare meglio le risorse, ridurre l’impatto sull’ambiente e ottenere raccolti più abbondanti e di qualità. L’Internet of Things, o IoT, è una delle tecnologie chiave dell’agricoltura di precisione. Grazie a una rete di sensori collegati tra loro, è possibile controllare in tempo reale le condizioni del terreno, delle colture e dell’ambiente circostante. Questo sistema permette agli agricoltori di prendere decisioni più rapide e accurate, basandosi su dati sempre aggiornati.### Cosa sono gli IoT e come funzionano L’Internet of Things, abbreviato in IoT, significa letteralmente “Internet delle Cose”. Si tratta di oggetti fisici come sensori, macchinari, centraline meteo o strumenti di irrigazione, collegati a Internet e in grado di comunicare tra loro. Questi dispositivi raccolgono dati dall’ambiente in cui si trovano, li trasmettono a una piattaforma digitale e permettono di controllare da remoto cosa succede nei campi. In agricoltura, gli IoT aiutano a gestire meglio l’acqua, monitorare la crescita delle piante, prevedere il meteo e molto altro, rendendo il lavoro più efficiente e sostenibile. I sensori IoT più moderni vengono posizionati direttamente nel terreno e misurano continuamente il livello di umidità. I dati raccolti vengono inviati senza fili a un sistema centrale, che li analizza e li rende subito disponibili. Rispetto ai metodi tradizionali, che richiedevano controlli manuali, questa tecnologia offre informazioni precise, costanti e da remoto, aiutando a irrigare solo quando e dove serve davvero. Un esempio pratico dell’uso dell’IoT in agricoltura è rappresentato dai sistemi che monitorano in tempo reale l’umidità del terreno e attivano automaticamente l’irrigazione quando necessario. Questi dispositivi utilizzano sensori capaci di rilevare quando il suolo è troppo secco e, in risposta, avviano le pompe d’acqua. Quando il livello di umidità torna ottimale, il sistema interrompe l’irrigazione, evitando sprechi. Il tutto può essere controllato a distanza, tramite piattaforme online accessibili da smartphone o computer, permettendo agli agricoltori di gestire le proprie attività ovunque si trovino. I sistemi IoT moderni non si limitano a controllare l’umidità del terreno. Sono spesso dotati di sensori aggiuntivi che rilevano anche la temperatura e l’umidità dell’aria, offrendo così una visione più completa delle condizioni di crescita delle colture. Questo tipo di monitoraggio multiparametrico aiuta gli agricoltori a capire meglio come i diversi fattori ambientali influenzano lo sviluppo delle piante, migliorando le scelte agronomiche. Le applicazioni dell’IoT si estendono anche alla gestione delle serre, dove mantenere condizioni ambientali ottimali è fondamentale per ottenere buoni risultati. I sistemi intelligenti raccolgono dati su temperatura, umidità, luce e ventilazione, inviandoli a una piattaforma digitale che li registra e li analizza. Questo consente di regolare in modo automatico e preciso l’ambiente interno, con benefici sia sulla produzione che sul risparmio energetico. Secondo le previsioni, il mercato delle serre intelligenti è in forte crescita e si prevede che raddoppierà il suo valore nei prossimi anni, confermando l’interesse verso queste soluzioni innovative.## Intelligenza artificiale: il cervello dell’agricoltura sostenibile L’intelligenza artificiale (IA) sta diventando un alleato prezioso per l’agricoltura. Grazie alla capacità di analizzare grandi quantità di dati e imparare da essi, l’IA aiuta gli agricoltori a usare meglio le risorse, affrontare i cambiamenti climatici e rendere più efficienti le attività nei campi. L’intelligenza artificiale è utile per monitorare lo stato di salute delle piante. Negli ultimi anni, l’agricoltura ha abbracciato soluzioni tecnologiche innovative per ottimizzare la gestione delle colture e rispondere alle sfide climatiche. Attraverso sensori intelligenti posizionati nei campi o droni equipaggiati con telecamere multispettrali, è possibile raccogliere dati in tempo reale su parametri come l’umidità del suolo, la temperatura, la presenza di parassiti o segni di stress vegetativo. Questi flussi di informazioni vengono analizzati da algoritmi di machine learning, addestrati per riconoscere pattern invisibili all’occhio umano. Ad esempio, un modello IA può identificare precocemente macchie fogliari indicative di malattie, suggerendo interventi mirati prima che il problema si diffonda. Allo stesso modo, sistemi predittivi integrano dati storici e previsioni meteo per consigliare irrigazioni o fertilizzazioni ottimali, riducendo sprechi e impatto ambientale. L’adozione di queste tecnologie non solo migliora la resa dei raccolti, ma promuove un’agricoltura più sostenibile, limitando l’uso di pesticidi e ottimizzando le risorse idriche. Con l’evoluzione degli strumenti di analisi, sempre più accessibili anche per piccoli produttori, l’IA sta diventando un pilastro della rivoluzione verde del XXI secolo, dove tecnologia e natura collaborano per un futuro più resiliente. Un’agricoltura più ecologica grazie ai dati L’uso intelligente dei dati permette anche di ridurre l’impatto ambientale. Ad esempio, i trattamenti contro i parassiti possono essere mirati solo dove e quando servono davvero, evitando l’uso eccessivo di pesticidi. Inoltre, l’IA contribuisce allo sviluppo di varietà di piante più resistenti e produttive, adatte a condizioni ambientali diverse. Tutto questo aiuta a garantire una produzione alimentare più stabile e sostenibile nel tempo.### **Macchinari autonomi: la nuova forza lavoro nei campi** L’automazione dei macchinari agricoli sta cambiando il modo di lavorare la terra, diventando un elemento chiave dell’agricoltura intelligente. Le nuove tecnologie permettono di svolgere molte operazioni in campo in modo automatico, riducendo la fatica, i costi e il bisogno di manodopera.### **Trattori che lavorano da soli, anche di notte** I trattori autonomi sono tra le innovazioni più sorprendenti. Alcuni modelli sono già in grado di muoversi nei campi senza conducente, grazie a un sistema di telecamere, sensori e software avanzati. Analizzano costantemente ciò che li circonda, valutano la sicurezza del percorso e prendono decisioni in tempo reale. Possono lavorare anche di notte, aumentando la produttività e liberando tempo per altre attività. ![Trattore Intelligenza Artificiale](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/05/trattore-AI.jpg)### **Robot agricoli per semina, raccolta e difesa delle colture** Oltre ai trattori, stanno arrivando anche robot agricoli specializzati. Alcuni seminano, altri raccolgono i frutti maturi senza danneggiarli, altri ancora monitorano la presenza di parassiti. Questi macchinari usano telecamere, intelligenza artificiale e sistemi di guida autonoma per muoversi tra le piante e svolgere compiti precisi, riducendo i costi e aumentando l’efficienza. Anche i droni stanno diventando uno strumento prezioso per gli agricoltori. Volando sopra i campi, riescono a scattare immagini ad alta risoluzione e a raccogliere dati sulle coltivazioni. Possono individuare aree con carenze di nutrienti, malattie o infestazioni, e aiutare a intervenire in modo mirato. Quando i dati raccolti dai droni vengono combinati con quelli dei sensori a terra, si ottiene una visione completa e dettagliata dello stato di salute delle colture. Oggi l’agricoltura produce una quantità enorme di dati: dalle informazioni raccolte dai sensori nei campi alle immagini satellitari, dalle previsioni meteo ai sistemi digitali di gestione aziendale. Tutti questi dati, se analizzati in modo corretto, possono diventare uno strumento prezioso per prendere decisioni più efficaci e tempestive. Raccogliere dati è solo il primo passo: il vero valore nasce quando si riescono a mettere insieme informazioni diverse e a leggerle nel modo giusto. I sistemi di analisi dei big data aiutano gli agricoltori a interpretare grandi volumi di dati complessi, come l’umidità del suolo, la salute delle piante, le tendenze di mercato e le condizioni climatiche. In questo modo, si può decidere con maggiore precisione quando irrigare, quando fertilizzare o quando intervenire per proteggere le colture. I modelli predittivi permettono di anticipare i problemi e agire prima che si presentino. Analizzando i dati storici e quelli attuali, questi strumenti possono prevedere, ad esempio, la resa dei raccolti, l’arrivo di una malattia o il bisogno d’acqua di una coltura. Secondo uno studio, l’uso di questi sistemi può ridurre i costi dei prodotti chimici fino al 20% e aumentare la produttività dei campi del 10-15%. Un vantaggio concreto, sia per il portafoglio dell’agricoltore che per l’ambiente.## **Tecnologie intelligenti per un’agricoltura più sostenibile** L’introduzione di tecnologie digitali e sistemi automatizzati sta già mostrando risultati concreti in molte parti del mondo. In India, ad esempio, l’uso di sistemi di irrigazione intelligenti ha ridotto del 30% il consumo d’acqua, aumentando al tempo stesso le rese. A Singapore, l’intelligenza artificiale applicata alla gestione dei rifiuti agricoli ha migliorato il riciclo del 25%. Questi esempi dimostrano come l’innovazione possa portare benefici economici e ambientali, contribuendo a costruire un’agricoltura più efficiente e sostenibile per tutti. Oggi è possibile produrre cibo con un minore impatto sull’ambiente. Si tratta di un cambiamento fondamentale, perché l’agricoltura è responsabile di oltre il 90% della deforestazione nel mondo e utilizza il 70% dell’acqua dolce disponibile. Nonostante i grandi vantaggi, adottare l’agricoltura intelligente non è semplice. In molte zone rurali mancano ancora infrastrutture adeguate, come una buona connessione Internet o una fornitura elettrica stabile. Anche la compatibilità tra tecnologie diverse è un ostacolo: servono standard comuni che permettano a sensori, software e macchinari di “parlarsi” tra loro senza problemi. Un altro punto critico è la mancanza di competenze. Le tecnologie intelligenti richiedono persone preparate, capaci di interpretare i dati, gestire i sistemi digitali e mantenere le attrezzature. Per questo servono investimenti nella formazione. Università, centri di ricerca e aziende agricole devono collaborare per offrire corsi pratici e accessibili a chi lavora sul campo. Nonostante le difficoltà, il futuro dell’agricoltura intelligente è promettente. Il mercato dei macchinari autonomi è in forte crescita e si prevede che raggiungerà oltre 17 miliardi di dollari entro il 2028. L’agricoltura intelligente rappresenta un vero cambiamento di paradigma. Ma per realizzare appieno questo potenziale, è necessario affrontare insieme le sfide tecniche, sociali ed economiche. Solo con la collaborazione tra agricoltori, scienziati, ingegneri e decisori politici potremo costruire un’agricoltura capace di rispondere alle esigenze del presente e del futuro. Investire oggi in queste tecnologie significa garantire la sicurezza alimentare per le generazioni di domani. **Categorie:** Dossier **Tag:** Scienza & Tecnologia --- ### [Educazione digitale: perché vietare lo smartphone ai bambini non basta](https://eywadivulgazione.it/educazione-digitale-perche-vietare-lo-smartphone-ai-bambini-non-basta/) **Published:** Maggio 13, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **L’infanzia digitale: quando lo smartphone arriva troppo presto** Otto anni. Un panino a metà, gli occhi incollati allo schermo, le dita che scorrono su TikTok come fossero il telecomando di un mondo parallelo. Attorno, la tavola apparecchiata, le voci dei genitori in sottofondo. È una scena sempre più comune, eppure solleva interrogativi profondi: quando è il momento giusto per entrare nel mondo digitale? E come si prepara un bambino a farlo? In molti paesi – e finalmente anche in Italia – si discute di introdurre un limite legale d’età per l’uso di smartphone e social media. Una misura necessaria, perché il cervello di un bambino non è pronto per affrontare un ecosistema progettato per catturare l’attenzione. Ma vietare non basta. Se vogliamo davvero proteggere e responsabilizzare le nuove generazioni, dobbiamo accompagnarle. Educare. Allenare al pensiero critico e alla libertà digitale. Perché il web non è buono o cattivo: è uno specchio, e spetta a noi insegnare come guardarcisi dentro.### **Limiti legali per smartphone e social: cosa prevede la legge in Italia e nel mondo** L’idea di un limite legale d’età per l’uso di smartphone e social media non è più un tabù. È una tendenza globale. Paesi come Francia, Regno Unito, Australia e Stati Uniti stanno valutando – o hanno già introdotto – normative che fissano soglie precise, distinguendo tra semplice possesso del dispositivo e accesso a piattaforme online. In Francia, ad esempio, un recente rapporto ha proposto un modello graduale: nessun dispositivo sotto i 3 anni, uso limitato e supervisionato tra i 3 e i 6, e solo dai 13 anni un accesso più libero ma ancora guidato. In Italia, mentre l’uso dei social è vietato ai minori di 14 anni (salvo consenso genitoriale), non esistono ancora leggi che vietino in modo esplicito l’uso dello smartphone in sé. Ma il dibattito è aperto, e le proposte si moltiplicano: dal divieto nelle scuole all’ipotesi – sempre più concreta – di una vera “patente digitale” per i minori, sul modello della patente di guida. ![Bambini smartphone tavola](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/05/bambini-smartphone-tavola.jpg) E qui entra in gioco anche la politica. Perché regolare l’accesso alle tecnologie non è solo una scelta educativa: è una responsabilità pubblica. Significa decidere quali strumenti mettere in campo per proteggere i minori, quale ruolo attribuire alla scuola, quanto investire nell’educazione digitale, e fino a che punto contenere l’influenza delle piattaforme tecnologiche. In altre parole, significa decidere che tipo di società vogliamo costruire. Una dove la tecnologia educa e libera, o una dove forma e dipendenza crescono insieme, nell’indifferenza delle istituzioni.### **Vietare l’uso dello smartphone ai minori non basta: serve un percorso educativo** Imporre un’età minima è un primo passo, ma non può essere l’unico. Vietare l’ingresso non prepara ad attraversare la soglia. Per questo, accanto ai limiti – sacrosanti – serve costruire un vero e proprio percorso educativo. Perché il problema non è solo “quando” si inizia a usare lo smartphone, ma come ci si arriva, con quali strumenti cognitivi, emotivi, relazionali. Un bambino può ricevere il suo primo telefono a 13 anni, ma se in quegli anni precedenti non è mai stato educato all’autocontrollo, al pensiero critico, alla gestione del tempo e dell’identità online, sarà comunque vulnerabile. Il rischio è che il divieto posticipi semplicemente l’esposizione, senza migliorarla. E che il momento del “via libera” coincida con un tuffo senza salvagente. È qui che entra in gioco il concetto di educazione digitale strutturata, continua, condivisa tra scuola e famiglia. Perché la vera alternativa al divieto non è la libertà totale, ma la libertà consapevole. Un traguardo che si raggiunge per gradi, come si impara a nuotare, a pedalare o a guidare un’auto. In un mondo sempre più interconnesso, l’educazione digitale non è un’opzione: è un diritto da garantire e un dovere da esercitare. Non si tratta solo di insegnare a usare uno smartphone o a proteggere una password. Si tratta di formare cittadini digitali consapevoli, capaci di orientarsi, scegliere, proteggersi, creare valore e relazioni nel mondo online. Eppure, mentre i dispositivi entrano nella vita dei bambini sempre prima, l’educazione digitale arranca. I percorsi scolastici spesso non vanno oltre l’uso strumentale delle tecnologie, le famiglie si trovano sole, e lo Stato investe a macchia di leopardo, senza un disegno coerente. Il risultato? Ragazzi ultra-connessi ma spesso disarmati, lasciati a sé stessi in un ecosistema che richiederebbe, prima ancora del wi-fi, una bussola morale, cognitiva, affettiva.### **Patente di smartphone: il modello italiano che sta facendo scuola** È tempo di cambiare prospettiva. Così come non metteremmo mai un minore alla guida di un’auto senza istruirlo, allenarlo, accompagnarlo, non possiamo più lasciare che entri nel web senza prima averlo educato alla cittadinanza digitale. Serve una formazione continua, interdisciplinare, condivisa. Serve una cultura che non demonizzi la tecnologia, ma che la metta al servizio dello sviluppo umano. Un esempio concreto di educazione digitale strutturata è rappresentato dalla “Patente di Smartphone”, un progetto nato nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola, in Piemonte, e successivamente adottato da altre regioni italiane, tra cui il Veneto. ![Bambino smartphone ](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/05/Bambino-smartphone.jpg) Questo modello educativo si distingue per il suo approccio inclusivo e comunitario, coinvolgendo l’intera “comunità educante” e promuovendo la corresponsabilità tra scuola e famiglia. La flessibilità del progetto ha permesso la sua implementazione in diverse realtà territoriali, adattandosi alle specifiche esigenze locali e dimostrando la possibilità di replicare con successo iniziative di educazione digitale su scala nazionale. Se vogliamo costruire una generazione di cittadini digitali capaci di abitare la rete con consapevolezza, servono azioni pratiche. Serve una strategia educativa che non sia lasciata all’iniziativa dei singoli, ma sostenuta da politiche pubbliche, comunità scolastiche e famiglie attive.### **Preparare, non vietare: l’unica vera protezione** Il web e gli smartphone non sono il problema. Il vero nodo è come ci entriamo, quando ci entriamo, e con quali strumenti interiori. La tecnologia può diventare un’enorme opportunità di crescita, conoscenza, relazione. Oppure un acceleratore di dipendenze, isolamento e fragilità. Dipende tutto da come educhiamo i nostri figli a viverla. Limitare per legge l’accesso alla tecnologia digitale in età troppo precoce è giusto, ma non basta. Serve costruire un’educazione alla libertà digitale, fatta di percorsi graduali, di esperienze guidate, di adulti presenti e consapevoli. Serve preparare, prima che vietare. Accompagnare, prima che lasciare andare. Perché la vera protezione non nasce dal controllo assoluto, ma da una cultura condivisa della responsabilità. E se è vero che i nostri figli un giorno saranno cittadini di un mondo iperconnesso, allora dobbiamo iniziare oggi a educarli non solo a sopravvivere nel digitale, ma a viverlo bene. Con autonomia, spirito critico e senso del limite. **Categorie:** Articoli **Tag:** Scienza & Tecnologia --- ### [Afghanistan, un mondo che non riesce a lasciare il passato](https://eywadivulgazione.it/afghanistan-un-mondo-che-non-riesce-a-lasciare-il-passato/) **Published:** Marzo 20, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Articolo di Alice Salvatore e Alessandro Trizio*## **Un sogno tra le rovine** Una giovane ragazza di Kabul chiude gli occhi mentre stringe al petto i suoi quaderni. Nella penombra della sua stanza, sogna di varcare nuovamente la soglia della scuola, di sedersi tra i banchi accanto alle sue amiche e di alzare la mano per rispondere alle domande dell’insegnante. In questo sogno ad occhi aperti le risate delle compagne riecheggiano nell’aria, e le strade fuori sono piene di colori e vita. Ma un colpo secco alla porta la riporta alla realtà: suo padre sussurra che deve spegnere la luce. **Da quando i Talebani hanno ripreso il potere nell’agosto 2021, per lei – come per milioni di donne e ragazze afghane – la scuola è diventata un ricordo, un desiderio proibito intrappolato nel passato**​. Quella notte, la ragazza torna a sognare: immagina di diplomarsi e diventare medico, di aiutare il suo Paese a guarire dalle ferite della guerra. Eppure, al risveglio, la realtà fuori dalla sua finestra le mostra solo muri grigi ricoperti di *graffiti* cancellati e il silenzio delle voci femminili un tempo presenti nelle vie di Kabul. L’Afghanistan di oggi sembra un mondo sospeso, bloccato in un passato che non vuole passare.## **La storia che si ripete** Questa non è la prima volta che i sogni dei giovani afghani vengono infranti. La storia dell’Afghanistan è un ciclo doloroso di speranze accese e bruscamente soffocate. Negli ultimi quarant’anni il Paese non ha mai conosciuto una pace duratura: dall’invasione sovietica del 1979 alla guerra civile degli anni ’90, fino al primo regime talebano e alla successiva invasione internazionale del 2001, ogni generazione ha vissuto il trauma del conflitto. Un vecchio proverbio locale dice che *“gli afghani nascono in guerra”*, e per molti versi è una realtà tangibile. **Il Paese è stato definito la “tomba degli imperi”** – dall’Impero britannico all’Unione Sovietica – e ancora oggi sembra intrappolato in dinamiche che lo riportano indietro di decenni. Nel 1996 i Talebani instaurarono per la prima volta il loro Emirato Islamico, imponendo un regime di rigida interpretazione della legge islamica che cancellò diritti fondamentali, in particolare per le donne. Quell’oscurantismo pareva essere finito nel 2001, quando le forze occidentali rovesciarono il regime talebano in risposta agli attacchi dell’11 settembre. Nei vent’anni successivi, pur tra mille difficoltà, è germogliata una fragile speranza: milioni di bambini e bambine sono tornati sui banchi di scuola, sono nate università, media indipendenti, e le città hanno iniziato a respirare un’aria diversa. Ma il destino, o forse la miopia dell’uomo, ha fatto sì che la storia si ripetesse: nell’agosto 2021 i Talebani sono tornati al potere, riconquistando Kabul quasi senza colpo ferire mentre le forze internazionali completavano un ritiro caotico. Per la popolazione è stato come risvegliarsi in un incubo già vissuto. *“È di nuovo il 1996”*, hanno sussurrato molti, ricordando con angoscia i giorni bui di venticinque anni prima. ![Talebani](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/03/talebani2.jpg)## **Il ritorno dell’Emirato** Con la rapidità di un temporale estivo, i Talebani hanno ripristinato l’Emirato Islamico e imposto regole che hanno fatto sprofondare il Paese indietro nel tempo. Appena insediati, hanno rassicurato il mondo promettendo rispetto dei diritti e un governo inclusivo, ma quelle parole si sono presto rivelate vane. Nel giro di poche settimane, i volti delle donne sono scomparsi dagli uffici, dalle aule e perfino dalle strade: **le ragazze sopra i 12 anni non possono più frequentare la scuola, le donne non possono lavorare nella maggior parte dei settori e possono uscire di casa solo se strettamente necessario e accompagnate da un parente maschio**​. Il Ministero per le Donne è stato chiuso e al suo posto i Talebani hanno riattivato il Ministero per la Prevenzione del Vizio e la Promozione della Virtù, incaricato di far rispettare il loro rigido codice morale. Cartelloni pubblicitari che mostravano donne sono stati dipinti di nero; ai parchi e ai giardini pubblici campeggiano cartelli che vietano l’ingresso alle visitatrici. Persino piccoli spazi di autonomia come i saloni di bellezza femminili sono stati banditi: **nel 2023 il governo talebano ha ordinato la chiusura di tutti i *beauty salon*, facendo perdere il lavoro a circa 60.000 donne**​ e cancellando uno dei pochi luoghi in cui potevano incontrarsi liberamente fra loro. In questo nuovo/vecchio Afghanistan ogni aspetto della vita quotidiana è regolato da editti religiosi: musica e intrattenimento sono sorvegliati, i media indipendenti ridotti al silenzio, e chiunque osi criticare il regime rischia dure punizioni. Le strade di Kabul raccontano il cambiamento: dove prima c’erano vetrine illuminate e ragazze che andavano all’università, ora si vedono **donne avvolte nel burqa che camminano in fretta, consapevoli che uno sguardo di troppo o un velo non perfettamente aderente potrebbe costare loro caro**​. Molte professioniste – insegnanti, avvocate, mediche – sono state espulse dal lavoro. *“È come se metà della società fosse scomparsa”*, ha detto amaramente un osservatore. E in effetti la metà femminile della popolazione è stata spinta nell’ombra. La sensazione, per chi vive nelle città afghane, è di essere tornati indietro di vent’anni in una notte. I progressi faticosamente ottenuti dal 2001 al 2021 – la libertà di stampa, il diritto allo studio, la presenza femminile nella vita pubblica – si sono dissolti all’alba di un nuovo Emirato che di nuovo guarda più al passato che al futuro. La popolazione, già stremata da decenni di guerra, si è ritrovata ad affrontare anche un collasso economico e una crisi umanitaria spaventosa. Il brusco congelamento degli aiuti internazionali dopo la presa di potere dei Talebani ha lasciato casse vuote e milioni di famiglie senza sostegno. **Oggi il 50% degli afghani vive in povertà e circa 15 milioni di persone dipendono dagli aiuti umanitari per sopravvivere, mentre 3 milioni sono a un passo dalla carestia**​. Nelle campagne colpite dalla siccità e nelle periferie affollate di sfollati interni, molte famiglie riescono a fare appena un pasto al giorno. Le madri saltano la cena per sfamare i figli con un po’ di pane raffermo e tè. Negli ospedali mancano medicinali e personale, e **3 milioni bambini sotto i 5 anni soffre di malnutrizione acuta**​. L’inverno ha portato con sé gelo e ulteriore miseria: senza riscaldamento né combustibile, c’è chi bruciava i propri mobili per scaldarsi. Davanti a questa emergenza, i Talebani hanno mostrato scarsa capacità – o volontà – di farvi fronte. Le sanzioni e l’isolamento internazionale aggravano la situazione, ma il nuovo regime sembra più preoccupato di imporre divieti ideologici che di risollevare l’economia. Così, mentre la gente comune lotta per un pezzo di pane, **i governanti di Kabul festeggiano la loro “vittoria” sul mondo esterno, impugnando fucili americani lasciati dagli ex occupanti**. L’Afghanistan è di nuovo sull’orlo dell’abisso, intrappolato in un circolo di povertà e repressione che ricorda tragicamente gli anni ’90.## **L’oro bianco nelle montagne** Eppure, paradossalmente, questo Paese così povero nasconde nel suo sottosuolo un tesoro che potrebbe cambiarne il destino. Tra impervie catene montuose e deserti pietrosi, l’Afghanistan custodisce **una delle più grandi riserve al mondo di risorse minerarie inesplorate, dal rame alle terre rare – e soprattutto il litio, il “petrolio bianco” dell’era digitale**​. Già nel 2010 un memo interno del Dipartimento della Difesa statunitense definiva l’Afghanistan *“l’Arabia Saudita del litio”*, dopo che geologi USA avevano individuato vasti giacimenti di questo metallo leggero essenziale per le batterie​. **Stime congiunte di ONU e Unione Europea hanno valutato nel 2013 che il valore complessivo delle risorse minerarie afghane potrebbe superare i mille miliardi di dollari**​. Un El Dorado di minerali preziosi – litio, ma anche cobalto, rame, ferro, terre rare come neodimio e praseodimio – fondamentali per l’alta tecnologia e la transizione energetica verso fonti pulite​. ![Hindu Kush](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/03/Hindu-Kush.jpg) Quando i Talebani hanno preso Kabul nel 2021, all’indomani del ritiro americano, molte potenze mondiali hanno subito rivolto lo sguardo a queste ricchezze sepolte. **La Cina, in particolare, è il paese che ha più da guadagnare dalla corsa alle risorse afghane**​. Pechino è affamata di litio e metalli strategici per alimentare la propria industria in rapida crescita – basti pensare che produce oltre la metà dei veicoli elettrici mondiali e raffina circa il 60% del litio globale​. Non sorprende dunque che **aziende cinesi abbiano cominciato presto a corteggiare il nuovo regime di Kabul, arrivando a offrire investimenti di portata enorme**: nel 2023 una società privata cinese, la Gochin, avrebbe proposto fino a 10 miliardi di dollari per sviluppare le riserve di litio afghane​. I Talebani, dal canto loro, vedono nella Cina un alleato economico e un potenziale sostegno diplomatico dopo l’uscita di scena degli occidentali​. La prospettiva di entrare nella Belt and Road Initiative cinese – la nuova Via della Seta – è allettante per un Afghanistan in cerca di infrastrutture e partner. Già a gennaio 2023 il governo talebano ha firmato un primo accordo con un’azienda di Pechino per estrarre petrolio nel nord del Paese​, un progetto da 700 milioni di dollari che segna il ritorno dei capitali cinesi in terra afghana. Ma la strada che trasforma i minerali grezzi in prosperità è lunga e tortuosa. **Per passare dalla scoperta di un giacimento allo sfruttamento effettivo possono volerci dai 10 ai 20 anni, e nessuna compagnia investirà miliardi senza un clima politico stabile e un quadro legale chiaro**​. L’Afghanistan, pur sedendo su un tesoro di “oro bianco”, resta un luogo rischioso: l’instabilità cronica, la mancanza di infrastrutture (strade, ferrovie, rete elettrica) e la corruzione endemica sono ostacoli imponenti. Anche la Cina procede con cautela, memore dei precedenti tentativi falliti. Nel 2007 un colosso minerario cinese si aggiudicò la concessione per la gigantesca miniera di rame di Mes Aynak, a pochi chilometri da Kabul, ma il progetto non decollò mai davvero a causa di problemi di sicurezza e dispute contrattuali con le autorità locali​. Ancora oggi, sulle colline polverose di Mes Aynak, giacciono abbandonati macchinari e scavi accanto ai resti di un antico monastero buddhista, in un paesaggio sospeso tra passato e futuro​. I Talebani promettono che questa volta sarà diverso: il ministro delle Miniere annuncia migliaia di posti di lavoro e infrastrutture rimesse in sesto grazie ai soldi cinesi​. Ma molti afghani guardano a queste promesse con scetticismo, ricordando che negli anni passati le ricchezze naturali del Paese sono state più una maledizione che una benedizione. Nel frattempo, il resto del mondo osserva con interesse misto a preoccupazione: **se la Cina metterà le mani sul litio afghano, rafforzerà ulteriormente la propria presa sulla filiera globale delle batterie, innescando nuovi equilibri (e tensioni) geopolitici**​. Comunque vada, il destino di quei giacimenti scintillanti sotto le montagne rimane incerto – proprio come il destino dell’Afghanistan stesso.## **Il mondo a guardare: l’ONU e la comunità internazionale** Mentre all’interno del Paese si consuma questo dramma fatto di divieti, fame e risorse contese, la comunità internazionale assiste con un misto di impotenza e fatica a un “film” che sembra aver già visto. Dopo il ritorno dei Talebani, nessun governo straniero ha formalmente riconosciuto il loro Emirato come legittimo governo dell’Afghanistan. Le ambasciate occidentali hanno chiuso o ridotto al minimo la loro presenza. Eppure, nonostante l’isolamento politico, l’Afghanistan non è stato abbandonato del tutto. All’orizzonte c’è sempre l’ombra delle crisi globali che possono scaturire da un Afghanistan instabile: flussi di rifugiati, traffico di droga (il Paese resta uno dei maggiori produttori di oppio al mondo), e il rischio che il territorio torni ad essere un santuario per gruppi terroristici internazionali. Per queste ragioni, i principali attori mondiali mantengono un equilibrio precario fra il non legittimare i Talebani e il doverci comunque dialogare per necessità pratiche. ![Guterres](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/03/guterres.jpg) In prima linea in questo sforzo c’è l’Organizzazione delle Nazioni Unite. **L’ONU è presente in Afghanistan attraverso la sua missione UNAMA e varie agenzie umanitarie, cercando di alleviare la crisi e allo stesso tempo di difendere i diritti fondamentali**. È un compito arduo e a tratti frustrante. Nel Palazzo di Vetro di New York, il segretario generale António Guterres ha più volte lanciato l’allarme: *“Non possiamo disimpegnarci – non possiamo abbandonare gli afghani al proprio destino”*, ha dichiarato, definendo quella afghana **“la più grave crisi umanitaria del mondo”**​. Guterres ha snocciolato cifre agghiaccianti: milioni di persone sull’orlo della fame, un intero genere – le donne e ragazze – privato dei propri diritti, un paese allo stremo. E ha ribadito che **l’ONU *“non resterà in silenzio di fronte agli attacchi sistematici ai diritti delle donne e delle ragazze”***​. Parole forti, necessarie anche per rassicurare tanti afghani (dentro e fuori il paese) che avevano tremato quando, nell’aprile 2023, una dichiarazione della vice-segretaria Amina Mohammed parve aprire all’idea di *“piccoli passi”* verso un possibile dialogo politico coi Talebani, magari in vista di un riconoscimento graduale. Quelle parole scatenarono indignazione, soprattutto tra le attiviste afghane della diaspora, che scesero in piazza persino contro l’ONU temendo un “tradimento” delle donne afghane​. Guterres ha quindi dovuto chiarire pubblicamente che **non c’è alcuna intenzione di riconoscere il regime talebano, finché questo nega diritti basilari alle donne**. Sul terreno, però, la situazione resta difficilissima. **In aprile 2023 i Talebani hanno persino vietato alle donne afghane di lavorare per le Nazioni Unite, estendendo anche al personale femminile dell’ONU il divieto che già colpiva le ONG locali e internazionali**​. Questa mossa, definita *“inaccettabile e inconcepibile”* dallo stesso Guterres, ha messo in crisi le operazioni umanitarie: in una società dove uomini e donne non possono interagire liberamente, la mancanza di operatrici femminili significa che **molte donne afghane bisognose di aiuto finiranno per non riceverlo affatto**​. Di fronte a questi ostacoli, le agenzie dell’ONU e le organizzazioni umanitarie si trovano a dover bilanciare il principio di **“non lasciare indietro nessuno”** con la realtà di dover trattare con un governo intransigente. Alcune ONG hanno temporaneamente sospeso le attività in segno di protesta, altre provano a negoziare esenzioni per il personale femminile in determinati settori (come la sanità). Nel frattempo, gli appelli delle Nazioni Unite affinché i Talebani revochino questi divieti sono rimasti inascoltati. La spaccatura non è solo tra ONU e regime locale; attraversa anche la comunità internazionale. **Al Consiglio di Sicurezza, le potenze mondiali faticano a trovare una linea comune sulla crisi afghana**. Una risoluzione (la n. 2681 del 27 aprile 2023) ha condannato con forza le discriminazioni di genere e chiesto la piena partecipazione delle donne alla società​, ma nei fatti le posizioni restano divergenti. Paesi come Cina e Russia – più aperti a dialogare coi Talebani per ragioni strategiche ed economiche – frenano su misure troppo punitive; altri, come le democrazie occidentali, insistono pubblicamente sui diritti umani ma al contempo riducono il loro coinvolgimento diretto in Afghanistan dopo vent’anni di impegno oneroso. Il risultato? Nessuno riconosce i Talebani, ma nessuno riesce nemmeno a smuoverli dal loro integralismo interno. E intanto gli aiuti arrivano col contagocce: **nel 2023 l’ONU ha lanciato un appello per 4,6 miliardi di dollari di aiuti umanitari, ma a metà anno ne erano stati raccolti solo 294 milioni – appena il 6% del necessario**​. La stanchezza e altre crisi globali (dalla guerra in Ucraina al Medio Oriente) distolgono attenzione e risorse. *“Il mondo ha già mollato l’Afghanistan”*, titolava amaramente un rapporto, sottolineando come la tragedia afghana non faccia più notizia internazionale​. Sul campo restano pochi eroi silenziosi: i medici volontari che curano i malati senza strumenti, gli operatori locali che distribuiscono cibo rischiando ritorsioni, e gli stessi funzionari ONU che, nonostante tutto, **continuano a lavorare nel Paese convinti che salvare vite e tenere accesa una luce di speranza valga il rischio**.## **Le donne che non si arrendono** In un Afghanistan così oppressivo, c’è però una forza che arde silenziosa e tenace: quella delle donne. Sin dai primi giorni dopo la caduta di Kabul nel 2021, le donne afghane hanno mostrato un coraggio straordinario. Mentre tutto intorno a loro cambiava in peggio, gruppi di studentesse, professioniste, casalinghe sono scese in strada con cartelli e slogan, reclamando i propri diritti. *“Pane, lavoro, libertà!”*, gridavano a Kabul e in altre città, mentre i Talebani le circondavano con sguardi minacciosi. **Dal 17 agosto 2021 in poi, le proteste guidate da donne contro il regime talebano e in difesa dei diritti sono state numerose, malgrado fossero affrontate con repressione crescente**​. All’inizio c’erano sit-in pacifici, marce coraggiose sotto gli occhi di combattenti armati; le manifestanti sventolavano cartelli scritti a mano e la bandiera tricolore afghana, simbolo della nazione che speravano di ritrovare. La risposta dei Talebani è andata facendosi sempre più brutale: gli spari in aria sono diventati bastonate, poi proiettili diretti. **Almeno 10 manifestanti pacifici sono stati uccisi nei primi mesi, decine feriti, e molte attiviste sono scomparse in quello che appare come un piano deliberato di intimidazione**​. I volti di alcune giovani coraggiose – come Zahra e Maryam – che guidavano i cortei, all’improvviso non si sono visti più. Si è saputo poi che erano state **arrestate, tenute in isolamento, forse torturate, costrette a *“confessare”* colpe inesistenti prima di essere rilasciate a condizione di tacere**​. La paura ha lentamente soffocato le proteste di piazza: entro l’inizio del 2022 i Talebani erano riusciti a spegnere quasi del tutto le manifestazioni pubbliche, anche se piccoli focolai di dissenso sono riesplosi di tanto in tanto – ad esempio nel dicembre 2022, quando il divieto per le donne di frequentare l’università ha spinto gruppi di studentesse disperate a protestare fuori dai campus, venendo rapidamente disperse con la forza. ![Donne Afghanistan](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/03/donna-afghanistan.jpg) Ma se la protesta visibile è stata soffocata, la resistenza femminile non si è estinta – si è adattata. **In segreto, le donne hanno iniziato a costruire reti di solidarietà e sostegno reciproco, per aiutarsi a vicenda a sopravvivere e a non rinunciare ai propri sogni**​. Nelle case private nascono piccole scuole clandestine: salotti trasformati in classi, dove un’insegnante ormai senza lavoro raduna poche ragazze fidate e continua ad impartire lezioni sottovoce, tenendo a portata di mano un Corano e dei veli aggiuntivi per fingersi in un normale incontro religioso in caso di irruzione. Alcune organizzazioni della società civile, fondate negli anni scorsi da attiviste, non si sono sciolte ma hanno cambiato forma: niente uffici visibili, solo gruppi Whatsapp e incontri itineranti ogni volta in un luogo diverso. **Attiviste come Shamail Naseri hanno vissuto in fuga, cambiando casa di continuo per sfuggire all’arresto, ma continuando a coordinare aiuti per le donne più vulnerabili**. *“Non mi fermeranno, andrò avanti”*, ha dichiarato Naseri da un luogo segreto a Kabul, sapendo di rischiare la vita per ogni telefonata fatta alle sue compagne di lotta​. In varie province, da Herat a Bamiyan, nascono *safe house* improvvisate per ospitare donne che fuggono da violenze domestiche (aumentate durante questi mesi bui)​. Non c’è più il Ministero per le Donne a proteggerle, né i centri anti-violenza di una volta – chiusi o rilevati da uomini armati – ma **ci sono connessioni sotterranee di donne che passano parola, documentano abusi, tengono accesa l’attenzione**​. Alcune riescono a far avere testimonianze all’estero, ad organizzazioni come Amnesty International o Human Rights Watch, che le pubblicano amplificando la loro voce. Questa resistenza civile femminile è fatta anche di gesti quotidiani di disobbedienza silenziosa. C’è chi, sfidando i decreti, continua a insegnare alle bambine del vicinato a leggere e scrivere. C’è chi organizza corsi di cucito o laboratori artigianali come copertura per incontrarsi e parlarsi. A Kabul, all’alba, capita di vedere donne che appendono piccoli fogli di carta sui muri: sono messaggi anonimi che recitano *“Non abbiate paura”* o *“Insieme siamo più forti”*. Anche ascoltare musica o indossare abiti colorati può diventare un atto di sfida: un rossetto rosso intravisto sotto il velo integrale, un libro passato di nascosto a un’amica. **Nonostante il rischio di conseguenze terribili – dai pestaggi alla prigione – le donne che protestano o resistono in Afghanistan continuano a sfidare il regime a modo loro**​. Organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno denunciato che i Talebani stanno conducendo una vera e propria *“guerra contro le donne”*. **Secondo Human Rights Watch e Amnesty International, la sistematica persecuzione di genere attuata in Afghanistan configura un *crimine contro l’umanità***​. Di fronte a simili denunce, il governo talebano finora ha reagito negando l’evidenza e ribadendo che *“in Afghanistan le donne sono rispettate secondo la Sharia”*. Ma i fatti quotidiani – le prigioni piene di detenute politiche, le porte delle scuole sbarrate, le voci femminili zittite – raccontano un’altra storia. Eppure, malgrado tutto, la forza d’animo delle afghane non si spegne. *“Le donne in Afghanistan non hanno smesso di lottare per i propri diritti, né smetteranno”*, ha scritto un rapporto di **UN Women** a tre anni dalla presa di Kabul​. Le nuove generazioni, cresciute con internet e con lo sguardo al di là delle montagne, sanno cosa c’è fuori: sanno che altrove le donne vanno all’università, lavorano, partecipano alla vita politica. Anche se oggi quel mondo sembra lontanissimo, quella consapevolezza alimenta una determinazione silenziosa. Nei loro sogni, le ragazze afghane continuano a vedere un domani diverso – e ogni tanto, in piccoli gruppi coraggiosi, lo disegnano su un cartellone da esporre per strada, pronte a correre e nascondersi subito dopo.## **Oltre il passato: il sogno di un nuovo Afghanistan** Nella sua stanzetta in penombra, la giovane ragazza di Kabul torna con la mente al suo sogno. Fuori, la città è avvolta nel silenzio notturno, rotto solo dal ronzio lontano di un generatore elettrico. Lei sa che il presente è cupo: ha visto sua madre piangere mentre riponeva in una scatola i libri di scuola che lei non può più usare, ha visto suo padre tornare a casa con lo sguardo perso, dopo l’ennesima giornata in fila per un tozzo di pane all’ente di beneficenza. Eppure, nel buio, quella ragazza immagina. Immagina che un giorno potrà aprire di nuovo quei libri e studiare a testa alta. Immagina un Afghanistan finalmente in pace con sé stesso e col mondo, **dove i talenti dei giovani non debbano fuggire all’estero e dove nascere donna non sia più una condanna**. Forse ricorda le storie che le raccontava sua nonna: di quando Kabul era chiamata la *“Parigi dell’Asia centrale”* negli anni ’60, con le ragazze in minigonna all’università e i cinema affollati; oppure i racconti di suo nonno, che parlava di onore e ospitalità, di un popolo fiero capace di resistere a ogni invasore. Tra passato e futuro, l’Afghanistan di oggi sembra sospeso su un filo sottile. Da una parte c’è il rischio che rimanga prigioniero per sempre dei suoi fantasmi – l’estremismo, la violenza, l’ingerenza straniera; dall’altra c’è la speranza che la nuova generazione riesca prima o poi a spezzare queste catene. Quella speranza vive nei gesti quotidiani: nel maestro che in un villaggio remoto insegna aritmetica ai bambini usando una stecca sulla terra battuta; nell’ingegnere che rimane nel Paese per aiutare a costruire un pozzo, invece di andare via; nella madre che, di nascosto, insegna alla figlia l’alfabeto. Vive anche nella diaspora afghana sparsa nel mondo – dai campi profughi del vicino Pakistan fino alle università occidentali – che non smette di pensare alla propria terra e di fare il possibile per aiutarla con rimesse, appelli, iniziative umanitarie. *“Non vi dimenticheremo”* è il messaggio che questi afghani inviano ai loro fratelli e sorelle rimasti indietro. E anche se il mondo sembra essersi stancato di ascoltare, loro continuano a parlare. Nel cielo cominciano a impallidire le stelle mentre la notte volge al termine. A Kabul, la ragazza con i suoi quaderni sente il muezzin chiamare la Fajr, la preghiera dell’alba. Si alza, sistema il velo e fa una promessa a sé stessa: *un giorno tornerò a scuola*. È una promessa semplice e rivoluzionaria al tempo stesso. In quella promessa c’è tutto il desiderio di un popolo di non lasciarsi definire solo dal proprio passato. Perché se è vero che l’Afghanistan oggi appare come un mondo che non riesce a lasciare il passato, è altrettanto vero che nel cuore dei suoi abitanti – soprattutto dei più giovani – arde il sogno di un futuro diverso. Un futuro in cui le montagne dell’Hindu Kush vedranno finalmente la pace e in cui le ragazze potranno correre per le strade di Kabul con i libri in mano e il volto scoperto rivolto al sole del nuovo mattino. ***Fonti principali*** ``` Euronews (Afp) – Afghanistan: litio e altri metalli, i talebani controllano ora una delle maggiori riserve al mondo, 19 agosto 2021. Disponibile su: it.euronews.com​ it.euronews.com ​ Andrea Barolini, Valori.it – L’Afghanistan, il ritorno dei talebani e il tesoro di litio, 24 agosto 2021. Disponibile su: valori.it​ valori.it Alberto Prina Cerai, Formiche.net – Così la Cina mette le mani sul litio dell’Afghanistan, 5 maggio 2023. Disponibile su: formiche.net​ formiche.net Giuliano Battiston, il manifesto – A Doha l’Onu ci prova. Ma il mondo ha già mollato l’Afghanistan, 4 maggio 2023. Disponibile su: ilmanifesto.it​ ilmanifesto.it Redazione ANSA – I talebani vietano alle afghane di lavorare per l'Onu, 4 aprile 2023. Disponibile su: ansa.it​ ansa.it Save the Children Italia – Cosa sta succedendo in Afghanistan, la crisi e la situazione delle donne, aggiornato 2023. Disponibile su: savethechildren.it​ savethechildren.it Michal Kranz, Al Jazeera – Afghan women, undeterred by Taliban, secretly network for change, 28 novembre 2022. Disponibile su: aljazeera.com​ aljazeera.com ​ Human Rights Watch – The Taliban and the Global Backlash Against Women’s Rights, 6 febbraio 2024. Disponibile su: hrw.org​ hrw.org ​ 2021–2022 Afghan Protests (Wikipedia) – Voce di Wikipedia sulle proteste in Afghanistan 2021–2022, ultimo aggiornamento 2023. Disponibile su: en.wikipedia.org​ en.wikipedia.org ​ Amnesty International – Afghanistan: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2023, 2023. Disponibile su: amnesty.it​ amnesty.it Ambasciata di Francia in Italia – Afghanistan: situazione delle donne e delle ragazze sotto il regime talebano, 8 marzo 2023. Disponibile su: https://it.ambafrance.org/Afghanistan-situazione-delle-donne-e-delle-ragazze-sotto-il-regime-talebano UN Women – Women in Afghanistan have not stopped striving for their rights..., 15 agosto 2024. Disponibile su: unwomen.org​ unwomen.org ReliefWeb (UNOCHA) – Afghanistan: Humanitarian Needs Overview 2022, gennaio 2022. Disponibile su: reliefweb.int​ reliefweb.int ISPI (a cura di) – L'Afghanistan a due anni dal ritorno dei talebani, 15 agosto 2023. Disponibile su: ispionline.it New York Times (T. Gibbons-Neff et al.) – Riches of Afghanistan: $1 Trillion in Mineral Deposits, 13 giugno 2010. (Articolo citato da fonti Euronews/Valori) Disponibile su: nytimes.com ONU News – Intervento di António Guterres alla conferenza di Doha sull’Afghanistan, 2 maggio 2023. Disponibile su: press.un.org (Dichiarazioni sulle necessità umanitarie e i diritti delle donne)​ ilmanifesto.it ``` **Categorie:** Dossier **Tag:** Geopolitica & Relazioni internazionali --- ### [Microplastiche: il nemico invisibile che invade il pianeta e come fermarlo](https://eywadivulgazione.it/microplastiche-il-nemico-invisibile-che-invade-il-pianeta-e-come-fermarlo/) **Published:** Marzo 18, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Excerpt:** L’inquinamento da microplastiche è una minaccia silenziosa, onnipresente e devastante per l’ambiente e la salute umana. Minuscole particelle derivate dalla plastica si accumulano ovunque: nei mari, nei fiumi, nei suoli e persino nell’aria. **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) **L’inquinamento da microplastiche è una minaccia silenziosa**, onnipresente e devastante per l’ambiente e la salute umana. Minuscole particelle derivate dalla plastica si accumulano ovunque: nei mari, nei fiumi, nei suoli e persino nell’aria. Finiscono nella catena alimentare, trasportando sostanze tossiche che **minacciano la biodiversità e l’uomo**. La ricerca scientifica e le nuove tecnologie stanno sviluppando soluzioni per ridurne l’impatto, ma senza regole più rigide e una maggiore consapevolezza collettiva, arginare il fenomeno sarà difficile. ## Cos’è l’inquinamento da microplastiche? **Le microplastiche sono frammenti di plastica inferiori ai cinque millimetri**, derivanti dalla degradazione di materiali plastici più grandi o prodotti intenzionalmente per cosmetici e tessuti sintetici. Trasportate dalle correnti marine e dal vento, finiscono negli organismi marini e, di conseguenza, nella nostra catena alimentare. Studi suggeriscono che possono interferire con il sistema endocrino e avere gravi effetti sulla salute. Le fonti di microplastiche sono ovunque: lavare capi in fibra sintetica rilascia microfibre nei sistemi idrici, i prodotti cosmetici contengono microparticelle che finiscono nei fiumi e nei mari, mentre gli pneumatici rilasciano polveri plastiche nell’aria. Inoltre, la plastica dispersa nell’ambiente si frammenta sotto l’azione di sole e agenti atmosferici, accumulandosi negli ecosistemi. **Le tecnologie stanno giocando un ruolo chiave nel contrasto all’inquinamento da microplastiche**. Filtri avanzati per l’acqua di rubinetto e depuratori d’acqua possono intercettare le particelle plastiche, mentre progetti come PlastHealth studiano i loro effetti su salute ed ecosistemi. Un’innovazione interessante è l’uso del muco di meduse nel Progetto GoJelly, che intrappola le microplastiche formando aggregati facilmente rimovibili nei sistemi di filtrazione delle acque reflue. Un’altra soluzione pratica è l’installazione di filtri domestici sulle lavatrici: ogni lavaggio rilascia centinaia di migliaia di microplastiche, riducibili con semplici dispositivi di filtraggio. Parallelamente, microrobot magnetici e barriere a bolle, utilizzate nei fiumi, stanno dimostrando una grande efficacia nel catturare microplastiche e impedire che si disperdano ulteriormente. Un metodo promettente è il **fitorisanamento, che sfrutta piante acquatiche come giacinto d’acqua** e lenticchia d’acqua per catturare microplastiche nelle loro radici e tessuti. Alcuni studi indicano che queste piante potrebbero persino degradare le particelle in composti meno dannosi, rendendo i bacini idrici più puliti. ## Come ripulire l’ambiente? Ridurre la produzione di microplastiche è fondamentale, ma lo è anche rimuovere quelle già presenti. I droni acquatici sono già impiegati nella raccolta di rifiuti galleggianti nei porti e nei fiumi, mentre le barriere nei corsi d’acqua impediscono alle plastiche di disperdersi ulteriormente. **Il Modello TNO, sviluppato nei Paesi Bassi, propone una strategia per ridurre del 70% le microplastiche entro il 2050**, migliorando i materiali industriali e i sistemi di filtraggio nelle industrie. Il Quintuple Helix Framework, invece, promuove la collaborazione tra governi, aziende, istituzioni accademiche e cittadini per sviluppare soluzioni più sostenibili e regolamenti più severi. A livello globale, The Ocean Cleanup sfrutta sistemi di raccolta passivi che utilizzano le correnti marine per convogliare e rimuovere i rifiuti plastici. Nei porti, iniziative come LifeGate PlasticLess intercettano microplastiche fino a 3 mm, contribuendo a mantenere pulite le acque costiere. **Le tecnologie di bioremediation** stanno aprendo nuove possibilità: alcuni batteri e funghi sono in grado di degradare la plastica in sostanze meno nocive, mentre progetti europei come Glaukos e SEALIVE sviluppano materiali biodegradabili per reti da pesca e imballaggi, riducendo così il problema alla fonte. ## Il ruolo delle politiche e della consapevolezza Affidarsi solo alla tecnologia non basta: servono leggi più rigide e una maggiore spinta verso la sostenibilità. L’Unione Europea, con lo Zero Pollution Action Plan, si è posta l’obiettivo di ridurre del 50% i rifiuti plastici in mare e del 30% le microplastiche rilasciate nell’ambiente entro il 2030. **Il New Plastics Economy Global Commitment, promosso dalla Ellen MacArthur Foundation**, mira a eliminare gradualmente la plastica monouso e a incentivare il riciclo, coinvolgendo oltre 400 organizzazioni nel cambiamento. Nonostante questi sforzi, la dispersione di microplastiche in Europa è aumentata tra il 2016 e il 2022, evidenziando la necessità di misure più incisive e di una maggiore consapevolezza collettiva. Educare cittadini e aziende su quanta plastica consumiamo e come smaltirla correttamente è essenziale. Solo attraverso regolamentazioni più stringenti, innovazione e un forte coinvolgimento della società civile sarà possibile affrontare in modo efficace questa emergenza. **Le microplastiche sono una minaccia invisibile, ma non invincibile**. La scienza sta facendo progressi, le politiche ambientali si stanno rafforzando e nuove tecnologie stanno emergendo per contrastare il problema. Tuttavia, il vero cambiamento dipende anche dalle nostre scelte quotidiane. Ridurre il consumo di plastica, adottare alternative sostenibili e sostenere iniziative di ricerca e innovazione sono passi fondamentali per invertire la rotta. L’inquinamento da microplastiche è un problema creato dall’uomo e solo con un impegno collettivo potremo risolverlo. **Categorie:** Articoli **Tag:** Ambiente & Sostenibilità --- ### [Chi controlla i semi, controlla il cibo](https://eywadivulgazione.it/chi-controlla-i-semi-controlla-il-cibo/) **Published:** Aprile 16, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Brevetti, multinazionali e biodiversità: perché la varietà alimentare sta scomparendo* Nel corso della storia, gli esseri umani hanno coltivato oltre 6.000 specie di piante commestibili. Oggi, l’80% delle calorie che consumiamo ogni giorno proviene da appena 12 colture. Di queste, quattro — grano, mais, riso e soia — dominano in modo assoluto. A prima vista, potremmo pensare a una questione di efficienza agricola, di produttività. In realtà, dietro a questa semplificazione estrema dell’alimentazione globale si cela **una trasformazione profonda e poco raccontata**: quella del seme agricolo da bene comune a risorsa brevettata. Un cambiamento che ha conseguenze concrete sulla libertà degli agricoltori, sulla sovranità alimentare dei Paesi e sulla biodiversità da cui tutti, senza saperlo, dipendiamo. ## **Il seme non è più tuo** Un tempo, i contadini conservavano i semi del raccolto per l’anno successivo. Li scambiavano tra famiglie e villaggi, adattandoli stagione dopo stagione ai climi, ai suoli, alle esigenze alimentari locali. Quel gesto – selezionare e tramandare – era il fondamento dell’agricoltura. Oggi, in molte parti del mondo, **quel gesto è diventato illegale o inefficace**. Questo accade per due motivi principali. Il primo è **legale**: molte varietà moderne sono **brevettate**. Le grandi aziende sementiere — tra cui Bayer-Monsanto, Syngenta, Corteva e BASF — detengono diritti esclusivi su varietà vegetali sviluppate in laboratorio o tramite incroci mirati. Questi diritti impediscono ai coltivatori di riutilizzare liberamente il seme raccolto: l’agricoltore è costretto a riacquistarlo ogni stagione, o rischia sanzioni. Una scena reale lo dimostra chiaramente: nel 1997, **Percy Schmeiser**, un agricoltore canadese, fu denunciato da Monsanto perché nel suo campo era cresciuta soia OGM brevettata, portata probabilmente dal vento o dai macchinari. Anche se non l’aveva piantata volontariamente, fu condannato: secondo la legge, il DNA della pianta era proprietà dell’azienda. Il messaggio era chiaro: **anche se nasce nel tuo campo, non è tuo**. Il secondo è **biologico**: molte di queste sementi sono **ibridi F1**, ossia varietà che nella prima generazione garantiscono resa e uniformità, ma che, se riseminate, danno origine a piante deboli, imprevedibili, spesso improduttive. È una scelta tecnica, ma anche strategica: impedisce di fatto ogni forma di autosufficienza. Negli ultimi trent’anni, il mercato delle sementi si è fortemente concentrato. Secondo dati FAO e GRAIN, oggi quelle **quattro multinazionali controllano oltre il 60% del mercato mondiale dei semi commerciali**. Spesso non vendono solo sementi, ma anche gli erbicidi e i fertilizzanti a cui queste piante sono “ottimizzate”. Il risultato è un modello integrato e chiuso: chi compra entra in un sistema da cui è difficile uscire. A pagarne le conseguenze non sono solo gli agricoltori, ma l’intero sistema alimentare. Perché la standardizzazione agricola **ha un prezzo nascosto**: la perdita di biodiversità.## **La biodiversità agricola sotto assedio** Ogni volta che una varietà locale viene abbandonata in favore di un seme brevettato e più “performante”, perdiamo qualcosa. Non solo una pianta: perdiamo **resilienza**, **adattabilità**, **cultura**. E perdiamo anche sicurezza. La biodiversità agricola è la nostra assicurazione contro i cambiamenti climatici, le nuove malattie, le crisi alimentari. Ogni varietà vegetale contiene tratti genetici che potrebbero, un giorno, salvarci. Ma se coltiviamo ovunque le stesse piante — spesso cloni genetici — ci esponiamo a rischi enormi: basta una nuova malattia, una siccità improvvisa, per compromettere interi raccolti globali. L’epidemia di *Fusarium TR4* che oggi minaccia la banana Cavendish ne è un esempio: tutte le piante sono geneticamente identiche, e quindi vulnerabili allo stesso patogeno. Per contrastare la perdita di biodiversità, in tutto il mondo sono nate **banche dei semi**: strutture che raccolgono e conservano varietà vegetali in condizioni controllate. La più famosa si trova nelle isole Svalbard, al largo della Norvegia, ed è scavata nel permafrost per garantire una conservazione a lungo termine. Ma le banche dei semi, per quanto fondamentali, **non possono sostituire la coltivazione attiva**. La biodiversità agricola è un processo dinamico: vive solo se viene seminata, curata, adattata ai cambiamenti ambientali. Non basta “congelare” i semi. Serve mantenerli in circolo, nelle mani di chi li coltiva davvero.## **Esistono alternative?** Sì, esistono. In tutto il mondo, comunità agricole, associazioni e movimenti stanno lavorando per promuovere sistemi alternativi: **reti di scambio di semi liberi da brevetti**, **banche comunitarie**, **selezione partecipativa** delle varietà adattate ai territori. Anche a livello europeo e nazionale, alcune iniziative pubbliche puntano a **preservare e valorizzare le varietà locali**, riconoscendo l’importanza delle conoscenze contadine e della libertà di coltivazione. Anche come cittadini e consumatori abbiamo un ruolo importante. Le nostre scelte quotidiane contribuiscono a modellare il sistema alimentare, perché ogni acquisto è anche una presa di posizione. Sostenere chi coltiva in modo sostenibile, scegliere prodotti locali e di stagione, recuperare varietà tradizionali e chiedere trasparenza su ciò che portiamo in tavola: sono tutte azioni che, sommate, possono fare la differenza. Informarsi, condividere conoscenze, interrogarsi su ciò che oggi diamo per scontato — come la libertà di seminare — è un primo passo per cambiare prospettiva. Perché non è solo una questione agricola, ma un tema che riguarda l’equilibrio tra innovazione, sostenibilità e diritti. Difendere la biodiversità e la libertà di coltivare significa difendere anche la possibilità di scegliere davvero cosa mangiamo, oggi e domani. ``` Fonti e approfondimenti: FAO – Recognizing Farmers' Rights (2021) Altreconomia – “I brevetti che soffocano l’innovazione” Greenpeace & Arche Noah – No Patents on Seeds! Civil Eats – How Seed Patents Threaten Small Seed Companies GRAIN – Seed Laws Around the World ``` **Categorie:** Articoli **Tag:** Ambiente & Sostenibilità --- ### [Cosa succede quando i combustibili fossili finiscono?](https://eywadivulgazione.it/cosa-succede-quando-i-combustibili-fossili-finiscono/) **Published:** Aprile 4, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Immagina il giorno in cui, dall’ultimo pozzo petrolifero ancora in funzione, esce l’ultima goccia di greggio…* Sembra fantascienza, eppure questo scenario potrebbe diventare realtà prima di quanto pensiamo. I combustibili fossili – petrolio, carbone e gas naturale – sono risorse **limitate**, e continuare a comportarci come se fossero inesauribili è un’illusione pericolosa. Non solo mette a rischio la **sicurezza energetica**, ma compromette anche l’**equilibrio climatico** del pianeta: la combustione di queste fonti è la principale responsabile del riscaldamento globale, un processo già in atto e destinato a intensificarsi se non riduciamo drasticamente le emissioni. In altre parole, pensare di poter usare i fossili fino all’ultima goccia senza conseguenze significative è una **scommessa perdente**, sia per l’energia sia per il clima.## **Quanto manca alla fine dei combustibili fossili?** *L’energia mondiale dipende ancora per oltre l’80% dai combustibili fossili, risorse destinate a esaurirsi. Le stime indicano che le riserve accertate di petrolio e gas naturale potrebbero durare circa 50-60 anni, mentre il carbone potrebbe resistere fino a un secolo e mezzo. Tuttavia, questi dati non sono fissi: nuove scoperte o avanzamenti tecnologici potrebbero estendere la disponibilità, mentre un aumento dei consumi potrebbe ridurne la durata. La transizione verso un sistema energetico sostenibile è inevitabile e urgente, non solo per l’esaurimento delle risorse, ma anche per la crisi climatica. Il “peak oil” potrebbe verificarsi già entro il 2030, segnando l’inizio di un declino irreversibile della produzione fossile. Agire tempestivamente è essenziale per evitare una transizione caotica e garantire un futuro energetico a emissioni zero.* Oltre l’80% dell’energia mondiale è attualmente prodotta da fonti fossili, risorse destinate prima o poi a esaurirsi. **Quanto ne resta, esattamente?** Secondo stime aggiornate, le riserve *accertate* di petrolio ammontano a circa 1.570 miliardi di barili​. Al ritmo di consumo attuale (circa 100 milioni di barili al giorno), ciò significa che il petrolio disponibile potrebbe bastare per **circa 50 anni**​. Anche il gas naturale – con riserve stimate intorno a 206 mila miliardi di metri cubi​ – avrebbe un orizzonte simile, intorno ai **50-60 anni**. Il carbone, pur essendo più abbondante, potrebbe durare attorno a **un secolo e mezzo** ai tassi di utilizzo odierni​. Questi valori vanno presi con cautela: *non* sono cifre scolpite nella pietra. Da un lato, nuove scoperte o tecnologie estrattive possono aggiungere riserve e prolungare la vita dei giacimenti; dall’altro, se i consumi aumentano, quei 50 anni di petrolio potrebbero ridursi drasticamente​. In ogni caso, il conto alla rovescia è iniziato. Potrebbe sembrare un lasso di tempo lungo, ma in termini di pianificazione **non lo è affatto**. Convertire intere economie da un sistema basato sui fossili a fonti alternative richiede **decenni di lavoro**; aspettare di essere a corto di petrolio o gas per agire significherebbe andare incontro a una transizione caotica e traumatica. Inoltre, la questione climatica impone di muoversi ben prima dell’esaurimento fisico dei giacimenti (come vedremo, non possiamo bruciare *tutto* il carbone e il petrolio senza mandare in crisi il clima). Il messaggio, dunque, è chiaro: i combustibili fossili appartengono al passato, e il futuro dell’energia dovrà essere a **emissioni zero**. Il picco del petrolio – il famigerato *“peak oil”* in cui la produzione globale raggiunge il massimo per poi declinare – potrebbe arrivare già attorno al **2030**, secondo alcuni studi. Dopo il picco, l’estrazione diventerà via via più difficile e costosa, segnando l’inizio del declino irreversibile dell’era dei fossili. In sostanza, abbiamo davanti **pochi decenni** per prepararci: ogni anno guadagnato oggi nella transizione renderà meno ripido il cammino domani. ## **Perché accelerare la transizione alle fonti rinnovabili?** *Accelerare la transizione alle fonti rinnovabili è una necessità imposta sia da ragioni ecologiche sia energetiche. L’uso dei combustibili fossili ha portato le emissioni di CO₂ a livelli record, contribuendo al riscaldamento globale e aumentando il rischio di eventi climatici estremi. Inoltre, la loro combustione genera inquinanti dannosi per la salute e gli ecosistemi. Sul piano energetico, il declino inevitabile delle riserve fossili e la loro volatilità di prezzo rendono insostenibile un modello basato su petrolio, gas e carbone. Investire nelle rinnovabili garantisce indipendenza energetica, stabilità economica e nuove opportunità occupazionali. Anticipare il cambiamento è essenziale per evitare crisi future e costruire un sistema sostenibile, sicuro e competitivo.* La necessità di abbandonare i combustibili fossili a favore delle energie rinnovabili è dettata da una combinazione di **ragioni ecologiche ed energetiche** che riguardano sia la salute del pianeta, sia la stabilità delle nostre società. **Ragioni ecologiche:** L’uso intensivo di petrolio, gas e carbone ha portato le emissioni globali di CO₂ a livelli record: nel 2024 abbiamo toccato un nuovo picco con **37,4 miliardi di tonnellate**, il valore più alto mai registrato. Questo accumulo di gas serra ha già causato un riscaldamento di ~1,2°C rispetto all’era preindustriale, avvicinandoci pericolosamente alla soglia critica di +1,5°C. Senza interventi decisi, dovremo affrontare fenomeni climatici estremi sempre più frequenti: ondate di calore, scioglimento dei ghiacci, innalzamento dei mari ed eventi meteorologici distruttivi. Oltre alla CO₂, la combustione dei fossili rilascia inquinanti atmosferici come particolato, ossidi di azoto e biossido di zolfo, che avvelenano l’aria e causano gravi problemi di salute (malattie respiratorie, cardiovascolari) oltre a danneggiare gli ecosistemi (piogge acide, deforestazione). **Spegnere** gradualmente i fossili e passare alle rinnovabili significa tagliare drasticamente queste emissioni nocive, con benefici immediati per la qualità dell’aria, la salute pubblica e l’ambiente. Inoltre, ridurre l’estrazione di carbone e petrolio aiuterebbe a preservare territori preziosi: meno trivellazioni, meno miniere, meno incidenti come gli sversamenti petroliferi che devastano interi ecosistemi. In ultima analisi, accelerare la transizione è anche un atto **etico**: significa lasciare ai nostri figli e nipoti un pianeta più ospitale, evitando di consegnare loro un mondo ormai sull’orlo del collasso climatico. **Ragioni energetiche:** I combustibili fossili, oltre a essere inquinanti, sono **risorse finite e sempre più rischiose**. Perfino senza considerare il clima, affidarsi ad esse a lungo termine è insostenibile. L’International Energy Agency (IEA), nel suo *World Energy Outlook 2023*, prevede che la domanda globale di carbone, petrolio e gas raggiungerà un **picco entro il 2030**, per poi iniziare a calare​. In altre parole, volenti o nolenti, stiamo per voltare pagina: se però aspettiamo che la svolta avvenga da sola, rischiamo crisi energetiche gravi man mano che le riserve si assottigliano. **Agire ora** sulle rinnovabili ci permette di anticipare e governare il cambiamento, invece di subirlo in futuro. C’è poi un motivo geopolitico: oggi molte nazioni dipendono da pochi Paesi produttori per l’approvvigionamento di petrolio e gas, esponendosi a ricatti politici e shock di prezzo (come già accaduto durante passate crisi energetiche). Sviluppare fonti rinnovabili locali – sole, vento, geotermia, biomasse – significa **indipendenza energetica**, quindi più sicurezza e stabilità. Anche dal punto di vista economico, i fossili sono una scommessa volatile: i loro prezzi oscillano selvaggiamente in base alle tensioni internazionali e al mercato, creando incertezza per industrie e consumatori. Le rinnovabili, invece, una volta installate, attingono a *risorse gratuite* (il sole, il vento) e hanno costi operativi bassissimi e prevedibili. Una transizione rapida verso il nuovo sistema energetico può quindi stabilizzare i costi a lungo termine, evitando recessioni causate da improvvisi rincari di petrolio o gas. Infine, investire nelle rinnovabili significa **innovazione e lavoro**. I settori del solare, dell’eolico, dell’accumulo energetico, dell’efficienza e della mobilità elettrica sono in forte espansione e stanno già generando milioni di posti di lavoro in tutto il mondo. Guidare questa trasformazione permette a un Paese di beneficiare economicamente (nuove filiere industriali, export di tecnologie pulite) e di non restare indietro in quella che molti definiscono la prossima *rivoluzione industriale*. In sintesi, le ragioni per accelerare la transizione energetica sono schiaccianti: ecologia, sicurezza, economia convergono tutte verso la necessità di agire subito. Ogni anno guadagnato oggi nel passaggio alle energie pulite riduce i rischi di shock domani e apre nuove opportunità di sviluppo sostenibile.## **Le sfide della transizione energetica** *La transizione energetica dalle fonti fossili alle rinnovabili è necessaria, ma presenta sfide complesse di natura tecnologica, economica e sociale. L’intermittenza di solare ed eolico richiede sistemi avanzati di accumulo e reti elettriche intelligenti, mentre idrogeno verde e biocarburanti devono essere sviluppati su larga scala per decarbonizzare settori difficili. La crescente domanda di materie prime critiche pone problemi di sostenibilità e approvvigionamento, rendendo fondamentale il riciclo e la diversificazione delle fonti. Inoltre, la transizione deve essere equa, garantendo supporto e riqualificazione ai lavoratori dei settori fossili. Con politiche mirate e investimenti adeguati, queste sfide possono trasformarsi in opportunità per un futuro energetico sostenibile.* Passare dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili è **indispensabile**, ma certamente non semplice. La transizione energetica in corso presenta una serie di **sfide concrete** – tecnologiche, economiche e sociali – che dobbiamo riconoscere e affrontare con realismo, senza però perdere l’ottimismo. Quali sono i principali ostacoli sul cammino verso un futuro a energia pulita? **L’intermittenza e lo stoccaggio dell’energia:** Fonti come il sole e il vento hanno una natura intermittente: il sole non splende di notte e il vento può calare all’improvviso. Garantire elettricità 24 ore su 24 con fonti rinnovabili richiede sistemi capaci di **immagazzinare energia** e reti abbastanza flessibili da bilanciare domanda e offerta. La buona notizia è che le soluzioni esistono e stanno migliorando: batterie di grande scala, pompaggio idroelettrico, accumuli termici, oltre a reti elettriche “intelligenti” e interconnesse tra regioni, permettono già oggi ad alcuni Paesi di integrare in modo sicuro quote elevate di solare ed eolico​. Tuttavia, l’impiego su larga scala di questi sistemi va accelerato. Ad esempio, la capacità globale di accumulo elettrochimico (batterie) è ancora limitata rispetto al fabbisogno futuro, pur essendo in rapida crescita. Investire in **tecnologie di accumulo** sempre più economiche ed efficienti è fondamentale per superare il problema dell’intermittenza. Parallelamente, serve rendere le reti più robuste e “intelligenti”, così da gestire in tempo reale la variabilità della produzione rinnovabile, magari modulando i consumi in base alla disponibilità (il cosiddetto *demand response*). In sintesi, l’intermittenza è una sfida tecnica gestibile: richiede pianificazione e innovazione, ma molti sistemi elettrici nel mondo dimostrano che è possibile arrivare a una fornitura affidabile anche con quote maggioritarie di rinnovabili. **Il ruolo dell’idrogeno e dei biocarburanti:** Alcuni settori sono difficili da decarbonizzare solo con l’elettricità. Pensiamo ai trasporti pesanti, all’aviazione, o a processi industriali come la produzione di acciaio e cemento. In questi campi l’**idrogeno verde** (prodotto tramite elettrolisi alimentata da energie rinnovabili) e i **biocarburanti avanzati** possono offrire soluzioni. L’idrogeno, usato come combustibile o materia prima, brucia senza emettere CO₂ e può immagazzinare grandi quantità di energia; i biocarburanti liquidi possono sostituire benzina, diesel e kerosene in motori e turbine esistenti, riducendo le emissioni (a patto che siano prodotti in modo sostenibile, ad esempio da residui agricoli o rifiuti organici). La sfida, però, sta nei numeri attuali: oggi la **stragrande maggioranza** dell’idrogeno in uso è prodotto da gas naturale o carbone (idrogeno “grigio”), con emissioni significative. Basti pensare che nel 2022 meno dell’**1%** dell’idrogeno consumato nel mondo era a basse emissioni​ – una quantità esigua, che comporta l’emissione di circa 900 milioni di tonnellate di CO₂ per l’idrogeno “sporco” prodotto. Dovremo quindi moltiplicare di ordini di grandezza gli impianti di elettrolisi e la produzione di idrogeno verde nei prossimi anni perché questo vettore diventi davvero centrale nella transizione. Analogamente, i biocarburanti oggi coprono solo una piccola frazione del fabbisogno energetico dei trasporti (circa il **3-4%** a livello globale)​. Espanderne l’uso senza impattare su prezzi alimentari o ecosistemi (evitando di convertire foreste in piantagioni, per esempio) richiede innovazione nei **biocarburanti di seconda generazione**, ricavati da materiali di scarto, alghe o colture non alimentari. Insomma, idrogeno e biofuel sono tasselli importanti di un sistema energetico pulito, ma vanno sviluppati su scala ben maggiore di quella odierna. Ci servirà un forte impulso politico e investimenti mirati per farli uscire dalla nicchia e portarli al centro della scena energetica entro i prossimi due decenni. **Le materie prime della transizione:** Un aspetto spesso sottovalutato è la **sostenibilità dei materiali** necessari per costruire un mondo rinnovabile. Pannelli solari, turbine eoliche, batterie per veicoli elettrici e sistemi di accumulo richiedono grandi quantità di minerali e metalli specifici: *litio*, *cobalto*, *nichel* e *grafite* per le batterie; *terre rare* (come neodimio e disprosio) per i magneti dei generatori eolici e dei motori elettrici; *rame*, *alluminio* e altri per infrastrutture elettriche. La domanda di queste materie prime sta **esplodendo**: secondo l’IEA, per raggiungere gli obiettivi climatici al 2040 la domanda di litio potrebbe crescere di oltre **40 volte** rispetto ai livelli del 2020, e quella di cobalto, nickel e grafite di circa **20-25 volte**​. Un’auto elettrica tipicamente richiede **sei volte** più minerali di una tradizionale (basti pensare alla batteria)​. Questa corsa ai minerali crea alcune preoccupazioni. Primo, la **disponibilità**: le risorse di litio e cobalto, pur abbondanti in assoluto, sono concentrate in poche aree del mondo (es. il litio in Australia, Cile, Argentina; il cobalto in Repubblica Democratica del Congo) e estrarle rapidamente per tenere il passo con la domanda non sarà banale. Secondo, gli **impatti ambientali e sociali**: l’estrazione mineraria su larga scala può comportare deforestazione, consumo idrico elevato, inquinamento, oltre a problematiche sociali (condizioni di lavoro inaccettabili, conflitti locali per le risorse). Non possiamo quindi risolvere la crisi climatica creandoci allo stesso tempo un problema di scarsità di materie prime o di nuove ingiustizie. La soluzione passa per diversi approcci: investire in *ricerca* per batterie e tecnologie che utilizzino meno materiali critici (o materiali più comuni); potenziare il *riciclo* e l’economia circolare (recuperando metalli preziosi da batterie e pannelli a fine vita, per reimpiegarli); diversificare le catene di fornitura e promuovere accordi internazionali per uno **sviluppo responsabile** delle miniere, che rispetti standard ambientali e diritti dei lavoratori. La **buona notizia** è che questi problemi sono riconosciuti e affrontabili: già oggi vediamo progressi, ad esempio batterie al sodio (che evita il litio) in sperimentazione, o programmi di riciclo efficienti per batterie al litio. Ma è essenziale integrare la *sostenibilità delle materie prime* nel piano della transizione, così da non scambiare la dipendenza dal petrolio con nuove dipendenze potenzialmente problematiche. **L’impatto sociale e la transizione giusta:** L’ultimo, cruciale, tassello è quello **umano e sociale**. Dietro le statistiche energetiche ci sono lavoratori, comunità e intere regioni la cui economia ruota attorno ai combustibili fossili. Centrali a carbone, miniere, piattaforme petrolifere, raffinerie: milioni di persone nel mondo traggono oggi reddito da queste attività. Cosa accadrà loro man mano che spegneremo i pozzi e chiuderemo le miniere? Se la transizione non viene *governata* in modo equo, si rischiano forti contraccolpi: perdita di posti di lavoro, impoverimento di territori, opposizione sociale al cambiamento. Per questo si parla sempre più di **transizione giusta** (*just transition*): un percorso di cambiamento energetico che tenga conto dei lavoratori e delle comunità, offrendo **formazione, riconversione professionale e sostegno economico** a chi è coinvolto nei settori in declino. In concreto, significa ad esempio riqualificare ex minatori per impiegarli nella bonifica ambientale o nell’installazione di pannelli solari, investire per attrarre nuove industrie in aree un tempo dipendenti dal carbone, assicurare ammortizzatori sociali durante il passaggio. Gli studi mostrano che la transizione energetica, se ben gestita, può portare *più* lavoro di quanto ne elimina: secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi potrebbe creare **24 milioni** di nuovi posti di lavoro “verdi” nel mondo entro il 2030, a fronte di circa **6 milioni** persi nei settori fossili​. Il saldo sarebbe dunque positivo (+18 milioni), ma ciò non consola chi rischia di perdere il lavoro attuale. Per loro servono piani dedicati: ad esempio, l’Unione Europea ha istituito un **Fondo per la Transizione Giusta** destinato alle regioni carbonifere, e paesi come la **Spagna** hanno siglato accordi con i sindacati per chiudere le miniere di carbone anticipatamente offrendo prepensionamenti e riqualificazione ai minatori. In definitiva, la dimensione sociale della transizione non è un dettaglio, ma un pilastro centrale: solo garantendo che **nessuno rimanga indietro** otterremo il consenso e la partecipazione necessari a trasformare davvero il nostro sistema energetico. Una transizione *equa* è anche una transizione *più veloce*, perché mobilita comunità e lavoratori invece di generarne la resistenza. Affrontare queste sfide richiede **visione e volontà politica**. Ma nessuna di esse è insormontabile. Al contrario, con le giuste politiche e investimenti, possono trasformarsi in opportunità di ulteriore innovazione. Del resto, ogni grande trasformazione storica ha comportato ostacoli da superare: la rivoluzione industriale ha richiesto nuove infrastrutture e tutele sociali, l’era digitale ha posto il problema dell’accesso alle tecnologie e della formazione. La rivoluzione dell’energia pulita non fa eccezione, ma è in pieno corso. E come vedremo, ci sono già esempi concreti che dimostrano come un futuro oltre i fossili sia **realizzabile**.## **Conseguenze di un esaurimento non pianificato dei fossili** ![Luce](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/04/luce.jpg) *Un esaurimento non pianificato dei combustibili fossili, senza un’adeguata transizione alle energie rinnovabili, avrebbe conseguenze economiche, sociali e geopolitiche devastanti. La scarsità improvvisa di petrolio e gas innescherebbe una crisi energetica globale, con recessioni, inflazione e destabilizzazione finanziaria. Sul piano sociale, blackout, interruzioni nei servizi essenziali e crisi alimentari potrebbero generare tensioni, migrazioni forzate e conflitti. A livello geopolitico, la competizione per le ultime risorse potrebbe scatenare guerre e ridefinire gli equilibri di potere, esponendo al collasso governi e istituzioni. Evitare questo scenario richiede un’accelerazione della transizione energetica e investimenti strategici nelle fonti sostenibili.* Dopo aver esaminato perché e come dobbiamo cambiare rotta, chiediamoci: cosa accadrebbe se *non* lo facessimo? Un esaurimento **non pianificato** dei combustibili fossili – cioè arrivare a corto di petrolio, gas o carbone senza aver predisposto alternative valide – avrebbe conseguenze potenzialmente devastanti su scala globale, toccando ogni aspetto: economico, sociale e geopolitico. Proviamo a immaginare questo scenario estremo. **Impatti economici:** Se risorse energetiche chiave come petrolio e gas diventassero improvvisamente scarse, si scatenerebbe una **crisi energetica** senza precedenti. La riduzione dell’offerta farebbe schizzare alle stelle i prezzi dell’energia, colpendo duramente settori vitali come l’industria manifatturiera, i trasporti e l’agricoltura. Bollette e costi di produzione alle stelle potrebbero innescare una recessione globale, con chiusura di imprese e un’impennata della disoccupazione. L’inflazione energetica eroderebbe il potere d’acquisto delle famiglie, aggravando le disuguaglianze. Paesi la cui economia dipende fortemente dall’export di combustibili fossili (pensiamo ad alcune nazioni dell’OPEC o alla Russia) vedrebbero crollare le entrate e, in assenza di tempestive alternative economiche, andrebbero incontro a gravi crisi finanziarie e instabilità interna. Insomma, un tracollo graduale ma inesorabile dei fossili, se colto di sorpresa, rischia di provocare una depressione economica mondiale e di far saltare i fragili equilibri della finanza globale. Il rischio? Una crisi sistemica globale, come quella dei mutui subprime del 2008. Solo che stavolta la bolla si chiama ‘carbon bubble’, e potrebbe scoppiare su scala ancora più ampia. **Impatti sociali:** L’energia è il motore nascosto della vita quotidiana moderna. Una carenza improvvisa di petrolio e gas potrebbe significare **blackout diffusi**, con interruzioni dell’elettricità su vasta scala. Senza corrente affidabile, servizi essenziali come ospedali, comunicazioni, sistemi idrici e trasporti pubblici subirebbero pesanti disagi. Anche la produzione alimentare ne risentirebbe: l’agricoltura oggi dipende dai combustibili fossili sia per i macchinari sia per i fertilizzanti chimici (derivati dal gas naturale). Carburante scarso significa trattori fermi nei campi e meno fertilizzanti disponibili, quindi raccolti più magri. Ciò potrebbe portare a **carenze alimentari** e impennate nei prezzi dei beni di prima necessità. In uno scenario del genere, le tensioni sociali salirebbero alle stelle: proteste per il cibo e l’energia, conflitti per accaparrarsi le risorse, aumento della criminalità in un clima di diffusa precarietà. Le comunità più povere e vulnerabili sarebbero le prime a soffrirne. Alcune popolazioni potrebbero essere costrette a migrazioni forzate (gli *sfollati energetici*, per così dire), abbandonando le aree ormai invivibili per la mancanza di risorse – con conseguenti crisi umanitarie e nuova pressione su altre regioni. Il tessuto sociale rischierebbe di lacerarsi sotto lo stress di una trasformazione caotica e non governata. **Impatti geopolitici:** In uno scenario di scarsità, le nazioni potrebbero competere ferocemente per le ultime risorse disponibili. Immaginiamo il petrolio diventare un bene ancora più strategico: conflitti geopolitici e guerre per l’energia potrebbero intensificarsi, soprattutto in regioni già instabili ma ricche di giacimenti. Al contempo, la mappa del potere globale verrebbe ridisegnata: i Paesi che per tempo hanno investito in energie rinnovabili e tecnologie sostenibili si troverebbero in vantaggio, meno esposti al collasso energetico, e acquisirebbero maggiore influenza. Al contrario, le nazioni rimaste ancorate ai fossili fino all’ultimo potrebbero vedere erosa la propria sovranità economica e politica, diventando dipendenti da chi possiede tecnologia pulita o dall’eventuale “benefattore” disposto a fornire l’ultima goccia di petrolio a prezzi esorbitanti. Internamente, la crisi energetica potrebbe far vacillare governi e istituzioni: storicamente, improvvisi shock economici e carenze hanno spesso aperto la strada a instabilità politica e persino alla caduta di regimi. Non è azzardato ipotizzare che alcuni governi, di fronte al caos, potrebbero crollare lasciando spazio a leadership autoritarie o militari, nel tentativo di mantenere l’ordine ad ogni costo. In sintesi, un collasso energetico globale minerebbe la sicurezza internazionale e l’ordine mondiale, già messi sotto stress dalla competizione per risorse chiave come cibo e acqua. In conclusione, uno **scenario di esaurimento non pianificato** dei combustibili fossili rappresenta una minaccia multidimensionale. Economie in crisi, società al collasso e tensioni geopolitiche: un mosaico di rischi che dipinge un futuro decisamente oscuro se non agiamo per tempo. Questa prospettiva “da incubo” è il rovescio della medaglia della transizione ritardata: più tardiamo a cambiare, più brusco e doloroso sarà poi l’impatto. Ecco perché è imperativo accelerare fin da ora il passaggio a fonti sostenibili, pianificando con cura la trasformazione. Ogni investimento nelle rinnovabili, ogni progetto di efficienza energetica, ogni programma di **transizione giusta** per i lavoratori dei settori fossili è, di fatto, un’assicurazione sul nostro futuro contro questo scenario. Dobbiamo trasformare quella che potrebbe essere una crisi epocale in un’opportunità di rinascita, evitando di arrivare al punto di non ritorno in cui l’ultima goccia di petrolio coinciderà con l’ultimo giorno di stabilità sociale.## **La grande contraddizione – fine delle risorse fossili *vs* collasso climatico** *L’umanità deve affrontare una contraddizione: i combustibili fossili finiranno, ma se li utilizziamo fino all’ultima goccia, il cambiamento climatico diventerà incontrollabile molto prima. Studi indicano che per limitare il riscaldamento globale entro i +2°C, gran parte delle riserve di carbone, petrolio e gas dovrebbero rimanere inutilizzate. Se aspettiamo di consumarle tutte, supereremo i limiti climatici con conseguenze catastrofiche. Per questo, la transizione energetica deve essere una scelta consapevole e anticipata, lasciando volontariamente nel sottosuolo una parte dei fossili per evitare il doppio disastro di una crisi climatica e di un mondo senza energia.* C’è un’ironia drammatica nella nostra epoca: da un lato sappiamo che, prima o poi, i combustibili fossili finiranno; dall’altro lato, se li sfruttiamo **fino all’ultima goccia**, molto prima di esaurirli rischiamo di rendere il pianeta invivibile. In altre parole, esiste una **grande contraddizione**: la fine naturale dei fossili non coincide con la soluzione della crisi climatica, anzi – potrebbe arrivare troppo tardi per salvarci dal disastro ambientale. Se bruciassimo *tutte* le riserve conosciute di carbone, petrolio e gas, affronteremmo un **collasso climatico** senza precedenti. Secondo l’IPCC, bruciare tutte le riserve fossili già individuate rilascerebbe oltre **3.000 miliardi di tonnellate di CO₂**. Il problema? Per restare sotto la soglia di +1,5°C, il nostro **budget climatico residuo** è stimato in appena **500 miliardi**. Questo significa che stiamo progettando di emettere **sei volte più** di quanto il clima possa sopportare. Alcune stime indicano infatti che utilizzare fino in fondo le riserve fossili potrebbe innalzare la temperatura media globale di **4-5°C o oltre** rispetto all’era preindustriale, rendendo gran parte del pianeta inabitabile (scioglimento completo dei ghiacci polari, innalzamento dei mari di decine di metri, eventi meteorologici estremi incessanti, ecosistemi collassati). Tradotto: non possiamo permetterci di *bruciare tutto*. Studi autorevoli indicano che, per restare entro un riscaldamento di +2°C, oltre l’**80%** delle riserve note di carbone, il **50%** di quelle di gas e circa il **30%** di quelle di petrolio dovrebbero rimanere sotto terra, *inesplorate ed incombuste*​. In pratica, una grossa porzione dei giacimenti fossili esistenti è **“impignorabile”** se vogliamo evitare il tracollo climatico. Questa è la cruda realtà messa in luce anche da studi pubblicati su riviste come *Nature*: gran parte del carbone dovrà rimanere nel sottosuolo, e non si può nemmeno pensare di sfruttare nuove frontiere estreme (ad esempio l’Artico) se l’obiettivo è mantenere il clima vivibile. Se guardiamo ai dati di bilancio delle compagnie fossili, emerge che il **60-80% delle riserve dichiarate come attivi finanziari** non potrà mai essere utilizzato se vogliamo restare nei limiti climatici. Un divario enorme tra valore di mercato e realtà fisica. Qualcuno potrebbe obiettare: *“Ma se comunque prima o poi finiranno, il problema si risolve da sé: i fossili termineranno e quindi smetteremo di emettere CO₂”*. Purtroppo non è così semplice. **Il quando conta eccome.** Se aspettiamo passivamente che il petrolio si esaurisca da solo, mantenendo gli attuali trend di consumo, avremo già sforato i limiti climatici **ben prima** di quel giorno. Il collasso climatico arriverebbe *prima* dell’esaurimento fisico dei giacimenti. Dunque, lasciare che sia la natura – con la fine delle risorse – a imporci lo stop, significa innescare uno scenario in cui prima subiamo gli effetti devastanti del riscaldamento globale fuori controllo, e poi, come beffa finale, ci troviamo anche senza petrolio e gas proprio nel mezzo dell’emergenza ambientale. Si impone quindi la necessità di una **transizione per scelta, non per forza**. Dobbiamo *decidere* di smettere di usare combustibili fossili **prima** che siano materialmente finiti, guidati dalla ragione e dalla lungimiranza, non semplicemente dalla costrizione di averli esauriti. È una decisione senza precedenti nella storia: rinunciare volontariamente a risorse ancora disponibili nel sottosuolo, perché sappiamo che continuare a usarle avrebbe un costo catastrofico per l’umanità. Ma è l’unica strada per evitare il doppio disastro di un mondo al contempo devastato dal clima impazzito e a secco di energia. In sostanza, la fine naturale dei fossili *di per sé* non ci salverà: se continuiamo a estrarre e bruciare come nulla fosse, aspettando l’ultima goccia, rischiamo di oltrepassare soglie climatiche irreversibili molto prima. La vera sfida è dunque **dire basta ai fossili quando ce n’è ancora**, lasciandone deliberatamente nel sottosuolo una parte, per salvare il clima. Significa chiudere volontariamente il rubinetto prima che si svuoti da solo. È una scelta difficile, certo, ma indispensabile: guardare oltre l’illusione dell’“ultima goccia” per capire che *quando* finiranno i fossili dipende in parte da noi – e farli finire *prima* (per nostra decisione) è paradossalmente la chiave per assicurare un futuro stabile.## **Scenari futuri – opportunità di sviluppo in una società post-fossile** *Un futuro post-fossile non è un’utopia, ma un’opportunità concreta di progresso. In uno scenario ottimistico, l’energia rinnovabile sostituisce definitivamente petrolio, gas e carbone, garantendo elettricità abbondante, reti intelligenti e città sostenibili. I trasporti sono elettrici o alimentati a idrogeno, l’industria è decarbonizzata e la produttività non è più legata all’inquinamento. La transizione energetica stimola l’innovazione, crea milioni di posti di lavoro e rafforza le economie locali, riducendo dipendenze e conflitti geopolitici. Paesi come Danimarca, Norvegia e Germania dimostrano già oggi che questo futuro è possibile. La sfida non è solo ambientale, ma una straordinaria occasione di sviluppo economico e sociale.* Dopo tanta analisi di problemi e rischi, proviamo ora a proiettarci in avanti e **immaginare il futuro** che potremmo costruire se cogliamo l’opportunità della transizione energetica. Dipingiamo uno scenario ottimistico di una società *post-fossile*, in cui le energie pulite hanno preso definitivamente il posto di petrolio, carbone e gas. Non si tratta di un’utopia irrealizzabile, ma di una visione *possibile* basata su tecnologie già esistenti e trend in atto – a patto di impegnarci per realizzarla. ![Energia solare](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/04/solare.jpg) Immaginiamo un futuro (a metà del secolo, ad esempio) in cui le nostre città sono alimentate **esclusivamente da fonti rinnovabili**. I tetti degli edifici brulicano di pannelli solari e sono ricoperti di giardini pensili che isolano termicamente e assorbono CO₂; maestosi parchi eolici, sia sulla terra che in mare aperto, forniscono energia pulita a costi marginali praticamente nulli. L’energia elettrica è abbondante e accessibile, e viene immagazzinata in una miriade di sistemi di accumulo distribuiti: batterie di quartiere, impianti di accumulo termico, serbatoi di idrogeno verde pronti all’uso. Le abitazioni sono in gran parte **autosufficienti** dal punto di vista energetico: ogni casa o condominio ha la sua batteria domestica che accumula l’energia solare raccolta di giorno per utilizzarla di notte. I blackout sono solo un ricordo del passato, perché una rete intelligente e **decentralizzata** gestisce la fornitura in modo dinamico: se una fonte viene meno in una certa area (ad esempio una giornata senza vento), un’altra interviene immediatamente per compensare (il sole che splende altrove, l’energia accumulata il giorno prima, o una centrale geotermica sempre attiva). L’elettricità scorre in entrambe le direzioni: i consumatori sono anche produttori (*prosumer*), immettendo in rete l’energia in surplus dei loro pannelli o delle loro auto elettriche quando non la usano. In questo scenario post-fossile, anche i **trasporti** sono stati rivoluzionati. Le auto e i piccoli veicoli sono quasi tutte elettriche, silenziose e ad alta autonomia, e si ricaricano ovunque – a casa, al lavoro, nei parcheggi pubblici, magari anche in movimento grazie a strade dotate di ricarica wireless. Niente più gas di scarico né odore di carburante nelle strade cittadine. I mezzi pesanti, i camion a lunga percorrenza e i treni non elettrificati sono alimentati a idrogeno verde (tramite celle a combustibile) o con biocarburanti avanzati a emissioni quasi zero. Gli aerei di linea utilizzano *sustainable aviation fuel* sintetico o biocarburanti di nuova generazione, tagliando drasticamente l’impronta carbonica del volo. Il risultato? Città con **aria pulita**, tassi di inquinamento acustico molto più bassi e cittadini più sani e sereni. Anche le industrie energivore hanno completato la transizione: gli altiforni dell’acciaio utilizzano idrogeno al posto del carbone coke per ridurre il minerale di ferro (produrre acciaio senza emettere CO₂ è diventato realtà), i cementifici catturano e riutilizzano la CO₂ emessa o impiegano processi innovativi a elettricità. In generale, ovunque possibile, l’elettricità rinnovabile ha sostituito i combustibili fossili, e dove non è possibile direttamente, l’idrogeno e altre soluzioni permettono comunque di azzerare le emissioni. La produttività industriale rimane alta, ma *disaccoppiata* dalle emissioni: si produce e si cresce economicamente **senza inquinare**. La grande sfida dell’intermittenza è stata superata grazie a un salto tecnologico: circolano batterie di nuova generazione economiche e sicure (alcune a stato solido, altre liquide come le sodio-zolfo o sodio-nichel-cloruro), immensi **accumulatori** forniscono copertura stagionale (per avere energia solare anche d’inverno), e la ricerca ha addirittura realizzato la fusione nucleare commerciale, offrendo forse un giorno una fonte di energia praticamente illimitata e priva di emissioni (la ciliegina sulla torta di questo scenario futuro). Una *smart grid* globale collega continenti e paesi scambiando elettricità rinnovabile in base alla produzione e ai fabbisogni: il surplus di energia solare del deserto viene spedito via cavo in città lontane, mentre l’energia eolica notturna del mare del Nord illumina metropoli dove in quel momento c’è un momento di bonaccia, oltre a impianti di accumulo e rinnovabili diffuse, anche il **nucleare di nuova generazione** – dove sicuro e sostenibile – ha trovato spazio come tassello del mix energetico pulito. Questo scenario ottimistico rappresenta un **balzo in avanti dell’innovazione**, una sorta di Rinascimento tecnologico. L’abbandono dei fossili, lungi dal riportarci indietro a candele e carri trainati da cavalli, sarebbe il motore di una corsa al progresso senza precedenti, catapultandoci in un’era in cui energia e tecnologia sono alleate dell’uomo e dell’ambiente. Inoltre, l’addio ai combustibili fossili ha aperto la strada a nuove **opportunità economiche e occupazionali**. La *green economy* è fiorente: sono nati milioni di posti di lavoro nella produzione, installazione e manutenzione di impianti solari ed eolici, nella gestione dell’efficienza energetica degli edifici, nella progettazione di reti e sistemi di accumulo, nel riciclo avanzato dei materiali. Le economie che hanno investito massicciamente nel settore verde sono diventate le nuove **locomotive globali**, esportando tecnologie pulite e know-how. L’energia rinnovabile, essendo locale e diffusa, ha democratizzato l’accesso all’energia: quasi ogni comunità è in grado di produrre almeno una parte dell’energia di cui ha bisogno, riducendo le spese per importare combustibili dall’estero. I miliardi che prima uscivano dalle casse statali per comprare petrolio e gas ora rimangono nelle economie locali, sono reinvestiti in sanità, istruzione, infrastrutture sostenibili. Abbiamo così società più ricche *e* più sane. Persino i rapporti internazionali ne beneficiano: l’energia è diventata una risorsa più diffusa e meno oggetto di contese. Non c’è più un “oro nero” per cui combattere; il sole splende per tutti e il vento soffia ovunque. Paesi che un tempo si contendevano giacimenti oggi collaborano scambiandosi **tecnologie** e progettualità per sviluppare insieme fonti pulite. Certo, anche in questo mondo nuovo non mancano le sfide – come accennato, la gestione sostenibile delle materie prime per batterie e pannelli rimane un tema, così come la necessità di aggiornare continuamente le reti e proteggere il sistema energetico da possibili minacce (cybersecurity, eventi estremi). Ma l’umanità dispone di strumenti e ricchezze maggiori per affrontarle, senza l’ombra incombente della penuria di energia o della crisi climatica fuori controllo. Il risultato finale è un pianeta più stabile: il clima si è gradualmente **stabilizzato**, avendo evitato gli scenari più drammatici di riscaldamento globale. L’aria e l’acqua sono più pulite, con enormi benefici per la salute pubblica e la biodiversità. Le campagne non sono più deturpate dalle miniere di carbone e dalle trivellazioni petrolifere, né i mari sono minacciati da queste ultime, e molti paesaggi degradati dall’attività estrattiva sono stati recuperati e riforestati. Le città godono di spazi urbani più vivibili, con meno traffico inquinante grazie a trasporti pubblici elettrici e mobilità dolce; nascono comunità energetiche locali in cui i cittadini condividono l’energia prodotta, rafforzando i legami sociali e il senso di appartenenza. In pratica, *l’energia è diventata un bene diffuso*, non più concentrato in mano a pochi attori o in poche regioni del mondo. Questo ridurrebbe drasticamente i motivi di conflitto legati alle risorse energetiche e favorirebbe una **cooperazione internazionale** senza precedenti: i Paesi scambiano elettricità rinnovabile oltre i confini e uniscono gli sforzi contro il nemico comune che rimane il cambiamento climatico (ormai sotto controllo). A questo punto viene spontanea una domanda: *non stiamo forse dipingendo un quadro troppo roseo?* In realtà, molte parti di questo scenario non sono utopiche, ma esistono già **in nuce nel presente**. Alcuni Paesi stanno mostrando al mondo che la transizione avanzata è possibile e porta benefici tangibili. La **Danimarca**, ad esempio, è un laboratorio vivente della società post-fossile: ha investito nell’eolico fin dagli anni ‘80 e oggi ottiene **oltre metà della sua elettricità dal vento** (più del 50% nel 2023)​, arrivando a punte in cui l’intero fabbisogno nazionale è coperto da fonti rinnovabili. Sommate a biomassa e solare, le fonti verdi superano l’80% del mix elettrico danese​. Non a caso, Copenaghen mira a diventare la prima capitale *carbon neutral*. Inoltre, la Danimarca ha avuto il coraggio di guardare oltre il petrolio del Mare del Nord: il governo si è impegnato a **terminare l’estrazione di petrolio e gas entro il 2050**, rinunciando a nuove concessioni di trivellazione, per allinearsi agli obiettivi climatici​. Un forte segnale di cambiamento da parte di un Paese che pure in passato aveva prosperato con le risorse fossili del sottosuolo. La **Norvegia**, dal canto suo, offre un altro esempio impressionante. Pur essendo uno dei maggiori esportatori di petrolio in Europa, a livello domestico la Norvegia sta correndo verso l’elettrificazione totale: grazie a incentivi lungimiranti, oggi quasi **9 auto nuove su 10 vendute in Norvegia sono completamente elettriche** (nel 2024 si è raggiunto l’88,9% di nuove immatricolazioni EV)​. Di fatto, il mercato automobilistico norvegese ha già detto addio al motore a combustione interna ben prima del previsto. Già nel 2023 le auto elettriche erano l’82% del venduto, un record mondiale, e l’obiettivo di avere solo veicoli a zero emissioni per tutte le nuove immatricolazioni entro il 2025 è a portata di mano. Parallelamente, la Norvegia può contare su un sistema elettrico quasi del tutto rinnovabile: circa il **98% della sua elettricità proviene da fonti rinnovabili**, principalmente dall’immensa rete di dighe idroelettriche che sfrutta i fiumi e i fiordi del territorio​. Questo significa che i norvegesi già riscaldano le loro case, illuminano le città e fanno funzionare industrie con energia pulita. Oslo è piena di autobus elettrici e traghetti elettrici che solcano i fiordi. In breve, la Norvegia sta dimostrando che anche il settore dei trasporti – uno dei più difficili da decarbonizzare – può essere rivoluzionato in poco tempo con le giuste politiche, e che un’economia avanzata può prosperare con quasi zero emissioni nel comparto elettrico. E poi c’è la **Germania**, un caso notevole perché riguarda la quarta economia del mondo, tradizionalmente basata anche sul carbone e sull’industria pesante. Grazie alla famosa *Energiewende* (svolta energetica) avviata negli anni 2000, la Germania ha installato una quantità enorme di pannelli solari e turbine eoliche, tanto che nel 2023 le fonti rinnovabili hanno coperto *quasi il 60%* della domanda elettrica pubblica del Paese​ (circa il 55% se calcolato sull’intero consumo lordo)​. È un record assoluto per un paese industrializzato di quelle dimensioni. Di recente, in alcuni giorni estivi soleggiati e ventosi, la Germania è persino riuscita a soddisfare **quasi il 100%** del suo fabbisogno elettrico con sole e vento, esportando l’eccesso ai vicini. Berlino ha fissato obiettivi ancora più ambiziosi: raggiungere l’**80% di elettricità rinnovabile entro il 2030** e avere un sistema elettrico virtualmente *decarbonizzato* (cioè quasi a zero emissioni) entro il 2035​. Per farlo, sta accelerando ulteriormente gli investimenti in eolico offshore, sta potenziando le reti e spingendo sull’idrogeno verde per le industrie. La Germania ha anche deciso di anticipare la chiusura delle centrali a carbone: se inizialmente il *phase-out* del carbone era previsto per il 2038, l’obiettivo è di uscire dal carbone già **entro il 2030** in molte regioni, sostituendolo con rinnovabili e impianti di riserva a gas (da convertire poi a idrogeno). Anche l’abbandono dell’energia nucleare, completato nel 2022, non ha rallentato la corsa del Paese verso le rinnovabili, a dimostrazione che con sufficiente volontà politica si può colmare il vuoto con fonti pulite. Certo, la Germania ha dovuto affrontare sfide (ad esempio nei momenti di bassa produzione eolica ha temporaneamente riattivato qualche vecchia centrale a carbone durante l’emergenza gas del 2022), ma il trend di fondo rimane: ogni anno la quota verde sale, le emissioni scendono, e il sistema tiene. L’esperienza tedesca insegna che persino un’economia avanzata, manifatturiera ed energivora, può **reinventarsi** su basi sostenibili senza compromettere la propria competitività – anzi, creando un enorme settore industriale nuovo (si pensi ai campioni tedeschi nelle tecnologie solari, eoliche e nei sistemi di efficienza). Questi casi studio – Danimarca, Norvegia, Germania, ma potremmo citare anche la Spagna (balzata ai primi posti per produzione solare ed eolica in Europa), il Portogallo, l’Uruguay, e altre nazioni pionieristiche – mostrano che la transizione energetica non solo è *possibile*, ma è **già in atto**. I paesi che si muovono per tempo ottengono benefici concreti: aria più pulita, indipendenza energetica, sviluppo economico e leadership tecnologica. Non mancano le difficoltà, certo, ma ogni ostacolo superato rende il percorso più agevole per chi segue. Si sta creando un effetto traino: man mano che le rinnovabili diventano mainstream in alcune economie, anche altri paesi aumentano le ambizioni, i costi calano e le tecnologie migliorano.## **L’ultima goccia** *L’idea di sfruttare i combustibili fossili fino all’ultima goccia è un’illusione pericolosa. Il loro esaurimento è inevitabile, ma aspettare passivamente significa esporci a crisi energetiche e climatiche sempre più gravi. La transizione alle energie rinnovabili deve essere una scelta consapevole, non una reazione tardiva all’emergenza. Investire oggi in tecnologie sostenibili e energie pulite è essenziale per garantire sicurezza, stabilità e crescita. La fine dell’era fossile non segnerà il declino, ma l’inizio di una nuova epoca di innovazione e cooperazione globale.* La metafora dell’**“ultima goccia”** ci mette di fronte a una scelta cruciale. Continuare come se niente fosse, illudendoci di poter sfruttare petrolio, gas e carbone fino all’esaurimento senza pagarne lo scotto, sarebbe un grave errore – un approccio *illusorio e autodistruttivo*. Abbiamo visto come i combustibili fossili, un tempo motore di progresso, siano diventati un vincolo per il nostro futuro: da una parte minacciano il clima e l’ambiente, dall’altra sono destinati a finire, e aggrapparci a essi fino all’ultimo istante preparerebbe il terreno a crisi terribili. **Guardare oltre** l’illusione dell’ultima goccia significa riconoscere che smettere di usare i combustibili fossili per scelta non segna la fine del nostro mondo, ma l’inizio di una nuova era di innovazione e sostenibilità. Ci troviamo in un momento decisivo della storia umana. Le ragioni ecologiche ed energetiche convergono nell’indicarci la necessità impellente di accelerare la transizione verso le energie rinnovabili. Ogni anno guadagnato nella preparazione riduce i rischi di futuri shock energetici e disastri climatici. Questo è un **appello all’azione** rivolto sia ai governi sia a tutti noi come cittadini: servono politiche lungimiranti, investimenti massicci nel settore verde, ma anche scelte quotidiane più sostenibili (dall’efficienza in casa alla mobilità a basso impatto, dalla dieta alla gestione dei rifiuti). Ognuno ha un ruolo nel costruire il ponte verso il post-fossile. L’era dei combustibili fossili è stata solo un capitolo – importante ma *transitorio* – nella lunga storia dell’energia. Ora sta a noi scrivere il capitolo successivo, quello delle energie pulite. L’umanità possiede la creatività, la conoscenza e la tecnologia per farlo. **Guardando oltre l’ultima goccia**, scopriamo che la fine dei fossili non rappresenterà la fine del progresso, tutt’altro. L’energia non sarà più sinonimo di inquinamento e conflitto, ma di sostenibilità e cooperazione. L’ultima goccia di petrolio cadrà prima o poi: facciamo in modo che, quando accadrà, quel momento non sarà importante – perché avremo già costruito un mondo diverso, più sicuro e più giusto per tutti. Il futuro dell’energia è nostro da plasmare: sta a noi decidere se aspettare passivamente l’ultima goccia o **svegliarci in tempo** e iniziare, oggi stesso, a costruire il domani sostenibile che vogliamo.### **Bibliografia** ``` Bundesnetzagentur. Bundesnetzagentur – Die Netzagentur für Elektrizität, Gas, Telekommunikation, Post und Eisenbahnen. Bundesnetzagentur. Disponibile su: https://www.bundesnetzagentur.de Carbon Brief. Carbon Brief – Clear on Climate. Carbon Brief. Disponibile su: https://www.carbonbrief.org CleanTechnica. CleanTechnica – The #1 Clean Tech News Site in the World. CleanTechnica. Disponibile su: https://cleantechnica.com Climate Change News. Climate Change News – Independent Journalism on Climate & Energy. Climate Change News. Disponibile su: https://www.climatechangenews.com EcoWatch. EcoWatch – Environmental News for a Healthier Planet and Life. EcoWatch. Disponibile su: https://www.ecowatch.com Fraunhofer Institute for Solar Energy Systems (ISE). Fraunhofer ISE – Research for the Energy Transition. Disponibile su: https://www.ise.fraunhofer.de Hungarian Battery Day. Hungarian Battery Day – Advancing Europe’s Battery Industry. Disponibile su: https://www.hungarianbatteryday.hu International Energy Agency (IEA). IEA – International Energy Agency Reports and Insights. Disponibile su: https://www.iea.org Life Science. Live Science – The Most Interesting Articles about Science & Technology. Disponibile su: https://www.livescience.com Mining Review Africa. Mining Review – Africa's Leading Mining News Platform. Disponibile su: https://www.miningreview.com OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries). OPEC Publications and Reports. Disponibile su: https://publications.opec.org Pennsylvania State University – Open Educational Resources. E-Education – Penn State College of Earth and Mineral Sciences. Disponibile su: https://www.e-education.psu.edu World Economic Forum (WEF). WEF – The World Economic Forum Reports & Insights. Disponibile su: https://www.weforum.org ``` **Categorie:** Dossier **Tag:** Ambiente & Sostenibilità --- ### [I dazi: la lunga tensione commerciale tra USA e UE](https://eywadivulgazione.it/i-dazi-la-lunga-tensione-commerciale-tra-usa-e-ue/) **Published:** Aprile 3, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) C’era un tempo in cui il commercio tra Stati Uniti e Unione Europea scorreva relativamente fluido, segnando una delle relazioni economiche più solide al mondo. Ma dal 2018, anno in cui Donald Trump impose dazi su acciaio e alluminio stranieri, le dinamiche transatlantiche sono cambiate radicalmente. L’allora presidente motivò la scelta con la necessità di tutelare la sicurezza nazionale e difendere l’industria americana, ma la decisione colpì anche i partner storici come l’Ue, scatenando un’immediata reazione di Bruxelles. L’Unione rispose con misure ritorsive per un valore di 2,8 miliardi di euro, mirate a prodotti simbolici del made in USA, dai jeans al bourbon. Un confronto che da simbolico è diventato strutturale, aprendo una stagione di tensioni commerciali mai del tutto sopite. E oggi, con il ritorno di Trump alla Casa Bianca e l’annuncio, il 2 aprile 2025, di nuove tariffe generalizzate del 20% su tutte le importazioni dall’Unione Europea, la temperatura è tornata a salire. La misura, battezzata “Liberation Day”, è stata presentata come una necessaria correzione degli squilibri, un colpo di spugna su anni di presunte ingiustizie commerciali. E non si ferma qui: la Cina è stata colpita da dazi al 34%, le auto estere al 25%, il Regno Unito al 10%. In poche ore, le nuove tariffe hanno fatto il giro del mondo, scatenando preoccupazione nei mercati e nelle cancellerie. Ma al di là degli annunci, resta il nodo della disinformazione. Quando Trump parla di un presunto 39% di dazi imposti dall’Ue sui beni americani, omette che si tratta di un calcolo arbitrario, ottenuto prendendo il disavanzo commerciale (236 miliardi di dollari nel 2024), rapportandolo al totale delle importazioni e poi dividendo il risultato per due. Una forzatura che non ha nulla a che vedere con la realtà delle tariffe doganali, che secondo la Commissione europea si aggirano in media intorno all’1% su entrambi i lati dell’Atlantico. A rendere ancora più fragili le sue argomentazioni, l’esclusione totale dei servizi dal calcolo del disavanzo, una voce fondamentale negli scambi tra Usa e Ue. Non meno controversa è la polemica sull’Iva, che Trump definisce un dazio mascherato. In realtà, l’Imposta sul valore aggiunto, proprio come la sales tax americana, si applica indifferentemente a prodotti nazionali e importati. Non c’è alcuna discriminazione né intento protezionista. Anzi, togliere l’Iva sui beni stranieri significherebbe avvantaggiarli artificialmente rispetto a quelli locali, creando una sorta di sussidio alle importazioni. La Commissione europea, con Ursula von der Leyen in prima linea, ha già annunciato che risponderà con misure proporzionate, ma ha anche lasciato aperto uno spiraglio al dialogo. Perché nessuno, nemmeno in tempi di slogan e muscoli, vuole davvero una guerra commerciale. Intanto, però, i primi effetti si fanno sentire. In Spagna, i produttori di vino iniziano a perdere ordini dagli Stati Uniti. Il settore automobilistico, quello della moda e del lusso osservano con crescente preoccupazione. In gioco non c’è solo un rimpallo di tariffe, ma una posta economica gigantesca. E il timore, concreto, è che gli attriti si traducano in una spirale di danni per tutti. A ricordarlo è l’economia stessa, che insegna da sempre una verità semplice ma ignorata nei comizi: nelle guerre commerciali non ci sono vincitori, solo perdite difficili da recuperare. **Categorie:** Articoli **Tag:** Economia & Finanza --- ### [ReArm Europe – Readiness 2030: cosa c’è dietro il nuovo piano europeo di difesa](https://eywadivulgazione.it/rearm-europe-readiness-2030-cosa-dietro-nuovo-piano-europeo-difesa/) **Published:** Marzo 25, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) **Abstract – Di cosa parliamo** Nel 2025 l’Unione Europea ha presentato un piano senza precedenti per rilanciare la propria capacità di difesa: “ReArm Europe – Readiness 2030”. Ma dietro le cifre miliardarie e gli slogan sulla “sovranità strategica”, si nascondono interrogativi concreti: chi paga, chi decide e chi produce? Questa analisi ricostruisce il percorso politico e normativo che ha portato alla proposta della Commissione, passando per il voto del Parlamento europeo e l’adozione del Libro Bianco della difesa. Spiega come funzioneranno le deroghe al Patto di stabilità, il nuovo fondo europeo SAFE da 150 miliardi, e quali saranno le implicazioni per l’industria bellica europea. Il testo mette in luce le fratture tra Paesi, gli squilibri industriali e le critiche sul possibile impatto sociale, economico e democratico di una strategia che segnerà il futuro dell’Europa. Una sezione è dedicata alla riflessione su come una difesa europea intelligente – fondata su sistemi antimissile, forze speciali, cybersicurezza e tecnologie quantistiche – potrebbe rivelarsi più efficace e sostenibile di un riarmo indiscriminato. Un’attenzione particolare è infine riservata all’Italia: il dossier analizza quanto peseranno le nuove spese militari sul bilancio pubblico nazionale, quali conseguenze potrebbero avere per i cittadini e quali rischi si corrono in termini di redistribuzione economica interna all’Unione.## **ReArm Europe – Readiness 2030: cosa c’è dietro il nuovo piano europeo di difesa** ### **Una proposta nata in emergenza** Nei primi mesi del 2025, la Commissione europea ha proposto un ambizioso piano per rafforzare la capacità di difesa dell’Unione. L’iniziativa, battezzata inizialmente “ReArm Europe” e poi ridenominata “Readiness 2030”, mira a costruire una vera architettura militare europea entro la fine del decennio. Alla base c’è una preoccupazione crescente per la stabilità del continente, aggravata dalle tensioni con la Russia e dalle incertezze sul ruolo futuro degli Stati Uniti nella NATO. Il piano è stato annunciato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen con un’accelerazione inusuale. Per avviarlo rapidamente, ha invocato l’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, che consente di aggirare il voto del Parlamento in caso di emergenze economiche o energetiche. Una mossa che ha sollevato immediate critiche, soprattutto perché non era chiaro se l’uso di questa procedura fosse legittimo per un progetto di riarmo, dato che il piano ReArm non nasce da un’improvvisa mancanza di risorse militari né da un’emergenza energetica ma da una strategia di lungo periodo per rafforzare la difesa europea. La pressione politica ha costretto la Commissione a rientrare nei ranghi e rinunciare a invocare l’emergenza che non sembrava giuridicamente giustificata: il piano è stato dunque sottoposto al voto dell’Eurocamera.### **Il Parlamento vota: tra sostegni, dubbi e spaccature** Il 12 marzo 2025, durante una seduta a Strasburgo, il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza una risoluzione di sostegno al piano. Ma il voto è stato tutt’altro che unanime: 419 favorevoli, 204 contrari e 46 astensioni. I contrasti hanno attraversato non solo le famiglie politiche europee ma anche i singoli partiti nazionali. In Italia, ad esempio, Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno sostenuto il piano, la Lega – pur essendo nella maggioranza di governo insieme a FDI e FI – ha votato contro, mentre il Partito Democratico si è spaccato a metà. Il Movimento 5 Stelle ha votato contro e inscenato una protesta, insieme ad altri gruppi contrari al riarmo, sottolineando la necessità di soluzioni diplomatiche e il rischio di uno spostamento radicale verso un’Europa militarizzata; durante la plenaria, i suoi eurodeputati hanno esposto cartelli con slogan pacifisti e indossato fasce bianche con la scritta “PACE”, manifestando in silenzio contro il piano. ![parlamento europeo](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/03/parlamento-europeo.jpg)## **Dal voto al Libro Bianco: cosa è cambiato** Una settimana dopo il voto, il 19 marzo, la Commissione ha pubblicato un “Libro Bianco sulla difesa”, che riprende i contenuti della proposta iniziale ma ne precisa aspetti pratici e operativi. Il documento conferma l’obiettivo di una difesa comune europea entro il 2030 e mette nero su bianco le misure finanziarie previste per raggiungerlo. La decisione di redigere il Libro Bianco è maturata anche alla luce delle osservazioni espresse nel corso del Consiglio Europeo, dove i capi di Stato e di governo – pur condividendo l’urgenza di rafforzare la difesa – hanno chiesto maggiore chiarezza e bilanciamento tra ambizione europea e sovranità nazionale. La Commissione, tenendo conto di queste indicazioni, ha rivisto la proposta originaria di von der Leyen, rendendola più strutturata e articolata. Una delle principali novità riguarda gli acquisti militari: per rafforzare l’industria interna, il Libro Bianco introduce clausole “Buy European”. In pratica, per beneficiare dei fondi europei, almeno il 65% dei componenti delle armi dovrà essere di origine europea. Una soglia che sale ancora per i sistemi strategici, come la difesa aerea, per i quali si pretende il controllo completo della progettazione.## **Spese militari fuori dal conteggio del deficit?** Il cuore economico del piano è rappresentato da una proposta che potrebbe cambiare il modo in cui si calcola la spesa pubblica in Europa. Si prevede infatti che gli Stati membri possano spendere fino all’1,5% del loro PIL in armamenti senza che questa spesa venga conteggiata nei deficit nazionali. In altre parole, si tratterebbe di soldi effettivamente spesi dallo Stato, ma che non verrebbero “ufficialmente” registrati tra le spese che pesano sul bilancio secondo le regole europee. È un po’ come se venissero scritte su un foglio a parte. Questo permetterebbe ai governi di evitare di sforare i limiti imposti dal Patto di stabilità e quindi di non incorrere nelle procedure di infrazione o sanzione previste, ma solo per le spese di riarmo. Va ricordato che per “deficit” si intende la differenza annuale tra quanto lo Stato spende e quanto incassa: se spende più di quanto guadagna, va in deficit. Il Patto europeo prevede che questo non debba superare il 3% del PIL, e se uno Stato lo supera senza giustificazioni accettate, può essere richiamato o sanzionato. Questo meccanismo, chiamato “clausola di fuga” dal Patto di stabilità, permetterebbe teoricamente di sbloccare circa 650 miliardi di euro nei prossimi quattro anni, se tutti i Paesi aderissero. Ma non è detto che tutti lo facciano: Paesi con debiti elevati come Italia e Francia potrebbero essere più cauti, mentre altri – come la Germania – sono già pronti a sfruttare questa flessibilità. Il problema principale, però, è che non esistono ancora criteri condivisi su quali spese verrebbero effettivamente escluse dal deficit e chi avrà l’ultima parola. La Commissione manterrà un ruolo centrale, ma alcuni Stati chiedono garanzie su trasparenza e controllo democratico.### **Prestiti europei: nasce lo strumento SAFE** Accanto alla flessibilità di bilancio, il piano prevede un nuovo strumento finanziario: SAFE, acronimo di *Security Action for Europe*. Si tratta di un fondo da 150 miliardi di euro, che l’UE raccoglierà sui mercati finanziari emettendo obbligazioni. I fondi non saranno distribuiti a fondo perduto, ma prestati agli Stati membri a condizioni favorevoli. Ogni governo dovrà presentare una richiesta entro sei mesi dalla creazione del fondo, specificando come intende usare i soldi. I prestiti saranno destinati a finanziare progetti congiunti nel settore della difesa, come l’acquisto coordinato di armamenti, l’ammodernamento delle infrastrutture militari o lo sviluppo di tecnologie comuni. Oltre agli Stati membri dell’Unione, potranno accedere al fondo anche alcuni Paesi candidati all’adesione, tra cui l’Ucraina, attualmente in guerra. La sua inclusione riflette una volontà politica dell’UE di sostenere l’avvicinamento istituzionale e militare del Paese, ma solleva interrogativi, perché SAFE nasce come strumento di cooperazione industriale e non dovrebbe, formalmente, finanziare operazioni belliche in corso. Sono invece esclusi Paesi extraeuropei come gli Stati Uniti, anche se coinvolti in altri programmi di difesa. Il Libro Bianco prevede inoltre che gli acquisti effettuati congiuntamente tramite SAFE possano essere esentati dall’IVA, per ridurre i costi e incentivare la cooperazione tra Stati.### **L’industria della difesa europea: chi vince e chi resta indietro** Una delle ragioni che ha spinto la Commissione a introdurre la clausola “Buy European” è la frammentazione dell’industria bellica europea. La produzione è concentrata in pochi grandi Paesi, in particolare Francia e Germania, che da anni esportano armamenti su larga scala. La Francia, ad esempio, è il terzo esportatore mondiale di armi, grazie a colossi come Dassault, Thales e Naval Group. La Germania, invece, ha puntato su veicoli blindati e armi leggere, con aziende come Rheinmetall e Heckler & Koch. Italia e Spagna giocano un ruolo minore. In Italia, Leonardo rappresenta quasi l’unico attore di peso, mentre la Spagna si è ritagliata uno spazio nel settore aeronautico, ma con volumi ancora lontani dai big europei. Il rischio, secondo molti analisti, è che il piano rafforzi le posizioni di partenza, lasciando i Paesi più deboli ancora più dipendenti da quelli più forti. ![Germania Francia](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/03/germania-francia.jpg)### **Critiche e divisioni politiche** Nonostante l’apparente consenso istituzionale, il piano ha suscitato molte perplessità. Alcuni partiti criticano l’idea che si possa sforare i vincoli di bilancio solo per la spesa militare, mentre investimenti sociali o ambientali restano soggetti a regole rigide. Altri temono una deriva militarista dell’Unione, che potrebbe allontanare l’Europa dal suo tradizionale ruolo di potenza civile. Anche il coinvolgimento del settore privato nella produzione bellica preoccupa parte dell’opinione pubblica, così come la revisione del mandato della Banca Europea per gli Investimenti, che potrebbe essere autorizzata a finanziare direttamente progetti militari, superando l’attuale limite ai soli usi “duali” (civili e militari).### **Prossime tappe: vertici, scadenze e nuovi equilibri** La roadmap tracciata dalla Commissione punta a chiudere il piano entro l’estate. Il Consiglio europeo di giugno 2025, che seguirà il vertice NATO in Olanda, sarà il momento decisivo. In quell’occasione, i leader dell’UE dovranno decidere se attivare ufficialmente la clausola di bilancio e avviare lo strumento SAFE. Nel frattempo, si discuterà anche di come finanziare eventuali espansioni del piano. Alcuni, come il presidente francese Emmanuel Macron, spingono per introdurre nuove tasse europee – come la digital tax – o emettere Eurobond per sostenere la difesa comune. Ma restano forti divergenze tra gli Stati. I Paesi Bassi, ad esempio, sono riluttanti ad aumentare la spesa pubblica. E molti Paesi dell’Est temono che il riarmo si traduca in un rafforzamento sproporzionato delle industrie francesi e tedesche.### **Più forte o più divisa?** In apparenza, ReArm Europe – Readiness 2030 è un progetto per rafforzare la sicurezza europea. Ma dietro le formule tecniche e le cifre miliardarie si nascondono scelte politiche che plasmeranno l’Europa del futuro: chi comanda, chi paga, chi produce e chi decide. La sfida, oggi, è capire se questa strategia costruirà un’Europa più forte e autonoma, o se finirà per accentuare gli squilibri già esistenti tra i suoi membri. **Difendere l’Europa con intelligenza** Al di là delle discussioni sui fondi, sui vincoli di bilancio e sulle regole del Patto di stabilità, resta una domanda centrale: come dovrebbero essere spesi i soldi del riarmo europeo? La struttura attuale del piano ReArm Europe sembra orientata a rafforzare in modo orizzontale tutti i segmenti industriali, privilegiando i grandi produttori esistenti. Ma è lecito chiedersi se non sarebbe molto più utile e lungimirante orientare gli investimenti verso ambiti davvero strategici e mirati, invece di alimentare un riarmo generalizzato. In un contesto internazionale sempre più frammentato, l’Unione Europea non potrà mai competere numericamente con le forze armate di potenze come Stati Uniti, Cina o Russia. Ma potrebbe invece concentrarsi sull’eccellenza, costruendo un modello di difesa fondato su capacità specifiche e ad alta tecnologia. È proprio questo il punto su cui oggi convergono molte esperienze internazionali: le forze militari più efficaci non sono quelle più grandi, ma quelle più intelligenti, rapide, specializzate e capaci di cooperare. Per un continente come l’Europa, ricco di competenze ma diviso da molteplici sovranità, la via della specializzazione integrata sarebbe non solo più efficace, ma anche più realistica e sostenibile. ![Forze speciali](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/03/forze-speciali.jpg) Una prima priorità dovrebbe essere la creazione di un sistema europeo di difesa antimissile, ispirato a modelli già esistenti come l’Iron Dome israeliano, capace di proteggere le infrastrutture civili e critiche da attacchi aerei, missilistici o droni. Questo tipo di difesa non è solo militare, ma anche civile: garantisce la sicurezza delle città, degli aeroporti, dei porti, delle centrali energetiche. Una seconda direzione fondamentale riguarda la costruzione di forze d’élite paneuropee, altamente addestrate e coordinate: reparti come gli incursori, le forze speciali di pronto intervento della marina, e unità ad alta capacità di penetrazione operativa. In Italia esistono già esperienze di eccellenza come il GOI (Gruppo Operativo Incursori della Marina) o il GOS (Gruppo Operativo Subacquei), che potrebbero diventare modelli per un’esperienza europea comune. Un terzo asse – forse il più urgente – è quello della guerra cibernetica, già in atto su più fronti. Il piano Readiness 2030 menziona la cybersicurezza, ma serve un investimento molto più robusto e strutturato, sia sul piano della difesa attiva che nella ricerca avanzata in tecnologie quantistiche (con tecnologie quantistiche si intendono sistemi informatici e di comunicazione basati sui principi della fisica quantistica, capaci di superare di gran lunga la potenza e la velocità dei computer tradizionali, e di rendere quasi impossibile intercettazioni o violazioni), il prossimo terreno decisivo della competizione militare globale. Infine, un’Unione che vuole davvero essere strategicamente autonoma non può prescindere da un’intelligence europea integrata, che raccolga e analizzi dati, sviluppi scenari e prevenga conflitti. L’attuale frammentazione dei servizi segreti nazionali rende l’UE vulnerabile a manipolazioni e influenze esterne.## **Chi paga? quale sarà l’impatto sulla spesa pubblica e sui cittadini italiani** Uno degli aspetti più trascurati nel dibattito sul piano Readiness 2030 riguarda il costo reale di questa strategia per i singoli Stati membri – e in particolare per un Paese come l’Italia. Perché, al di là dei meccanismi europei e delle clausole tecniche sul deficit, resta una verità di fondo: anche se non vengono conteggiati nei parametri di bilancio europei, i soldi spesi in armamenti sono comunque denaro pubblico. Denaro che va trovato, allocato, e che ha inevitabilmente un impatto sulle priorità dello Stato. Nel caso italiano, se il governo decidesse di attivare per intero la cosiddetta “clausola di fuga” dal Patto di stabilità, la spesa militare potrebbe arrivare fino all’1,5% del PIL. Con un prodotto interno lordo di circa 2.200 miliardi di euro, questo significherebbe impegnare fino a 30 miliardi di euro all’anno in più, per quattro anni consecutivi. È una cifra enorme. Anche se formalmente non peserebbe sul calcolo del deficit secondo le regole UE, si tratta pur sempre di risorse che devono essere effettivamente spese. Ma dove si troveranno questi soldi? Il piano non prevede trasferimenti europei a fondo perduto, né esiste al momento un meccanismo di redistribuzione tra Stati membri. Se l’Italia accedesse ai 150 miliardi di euro previsti dallo strumento SAFE, lo farebbe attraverso prestiti: denaro che lo Stato riceve, ma che dovrà restituire, con interessi, negli anni successivi. E così, per quanto suoni astratto parlare di “1,5% del PIL”, il significato pratico per i cittadini italiani è molto concreto. Una spesa aggiuntiva di decine di miliardi all’anno in armamenti potrebbe finire per comprimere le altre voci di bilancio: quelle destinate alla sanità, all’istruzione, alla transizione ecologica. Oppure potrebbe portare a nuove forme di prelievo fiscale, magari indirette, che rischiano di gravare in modo sproporzionato sulle fasce più deboli della popolazione. C’è poi un altro nodo irrisolto: quello industriale. Se l’Italia decide di investire miliardi in armamenti, ma gran parte della produzione resta concentrata in Francia o in Germania, il rischio è che buona parte di quella spesa finisca fuori dai confini nazionali, alimentando economie più forti e industrie già consolidate. In altre parole, l’Italia potrebbe trovarsi nella posizione di “pagare” più di altri, ottenendo però meno benefici diretti in termini occupazionali e tecnologici. Questa è, in fondo, la grande domanda politica di tutto il piano: non solo come rafforzare la difesa europea, ma anche come farlo in modo equo. Perché un’Europa che spende insieme ma non redistribuisce i frutti della sua spesa rischia di amplificare le disparità interne, lasciando alcuni Paesi più vulnerabili e più esposti, anche economicamente.## **Una scelta politica, non tecnica** Il piano ReArm Europe – Readiness 2030 si presenta come un’azione strategica inevitabile, imposta dalla geopolitica e dall’urgenza. Ma è bene ricordare che non siamo in guerra. L’Europa vive – ancora – in un tempo di pace, e proprio per questo ha la responsabilità di scegliere con lucidità e lungimiranza come costruire la propria sicurezza. La politica ha il dovere di esercitare discernimento. Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è politicamente giusto. Se si decide di investire centinaia di miliardi nella difesa, allora bisogna farlo con misure proporzionate, trasparenti e solidali, sapendo che ogni scelta di bilancio ha conseguenze dirette sulla vita quotidiana dei cittadini. È questo il momento per calmierare le spese, evitare corse generalizzate al riarmo e orientare il progetto europeo verso una vera difesa intelligente: integrata, selettiva, efficace. È anche il momento per garantire che gli sforzi economici non ricadano in modo diseguale tra gli Stati, né penalizzino i servizi pubblici e i diritti sociali. Costruire una difesa europea può essere un’opportunità. Ma solo se sarà una scelta politica consapevole, democratica e radicata nella pace, non una deriva emergenziale travestita da normalità. **Categorie:** Dossier **Tag:** Geopolitica & Relazioni internazionali --- ### [Il rischio nascosto dei pagamenti elettronici](https://eywadivulgazione.it/il-rischio-nascosto-dei-pagamenti-elettronici/) **Published:** Gennaio 24, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Excerpt:** Carte di credito, app di pagamento e valute digitali hanno semplificato le transazioni economiche. Esiste un rischio: la propensione delle persone a spendere di più **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **L’impatto dei pagamenti virtuali sulle abitudini di spesa** Nel mondo moderno, l’avvento delle tecnologie digitali ha rivoluzionato ogni aspetto della nostra vita, incluso il modo in cui gestiamo il denaro. Carte di credito, app di pagamento e valute digitali hanno semplificato le transazioni economiche, rendendole veloci e facili da utilizzare in ogni momento. Tuttavia, questa comodità ha un rischio nascosto: la propensione delle persone a spendere di più rispetto alle proprie possibilità. In questo articolo, esploreremo come i pagamenti virtuali influenzano il comportamento dei consumatori, perché tendiamo a perdere il controllo delle nostre finanze e quali strategie possiamo adottare per mitigare questo fenomeno.## **L’evoluzione dei pagamenti: dal contante al digitale** Fino a qualche decennio fa, il contante era il re incontrastato delle transazioni. Pagare con denaro fisico richiedeva una consapevolezza diretta della spesa che si stava facendo: consegnare fisicamente banconote e monete permetteva di percepire immediatamente la quantità di denaro che si stava utilizzando. Con l’introduzione di carte di credito, bancomat e, successivamente, pagamenti digitali come PayPal, Apple Pay e criptovalute, questo legame tangibile è stato spezzato. Oggi, con un semplice tocco su uno schermo o il passaggio di una carta su un lettore contactless, possiamo acquistare prodotti e servizi. Questo processo, sebbene incredibilmente pratico, elimina la percezione fisica del denaro che lascia le nostre mani. Diversi studi psicologici hanno dimostrato che l’assenza di questa esperienza concreta riduce l’“importanza” del pagamento, rendendoci più propensi a spendere. ![](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/cartedicredito1.jpg)## **Perché i pagamenti virtuali ci inducono a spendere di più?** Quando paghiamo in contanti, il gesto di prendere fisicamente il denaro dal portafogli rappresenta un’esperienza diretta e tangibile. Vediamo il denaro uscire materialmente dalle nostre mani, e questo ci dà una chiara percezione del sacrificio economico che stiamo facendo. Questo semplice atto può funzionare come un segnale di allarme: ci porta a fermarci un momento e a riflettere sull’effettiva necessità dell’acquisto, aiutandoci a valutare se ciò che stiamo comprando vale davvero la spesa. Con i pagamenti digitali, invece, tutto cambia. Il denaro non ha più una forma fisica ma si trasforma in un concetto astratto, ridotto a numeri su uno schermo, o a un rapido clic. Non lo vediamo concretamente e non percepiamo la stessa sensazione di perdita. Questa mancanza di concretezza rende il processo più impalpabile, riducendo l’impatto emotivo legato al gesto di spendere. Di conseguenza, siamo più inclini a effettuare acquisti con leggerezza, senza la stessa attenzione e consapevolezza che avremmo se usassimo denaro contante.## **La facilità d’uso e la velocità** Le tecnologie di pagamento moderne sono progettate per offrire semplicità e velocità, eliminando ogni ostacolo che potrebbe rallentare il processo d’acquisto. L’obiettivo è chiaro: meno clic, meno passaggi, più acquisti. Questa straordinaria fluidità, tuttavia, ha un lato meno positivo, perché riduce il tempo che abbiamo a disposizione per riflettere sulle nostre scelte. Quando tutto avviene in pochi secondi, il processo decisionale diventa più impulsivo e meno ponderato. Un esempio lampante è il sistema di acquisto con un clic offerto da piattaforme come Amazon e altri siti di e-commerce. Bastano pochi istanti per completare una transazione: un clic ed è fatta, l’articolo è già in viaggio verso casa nostra. Questo meccanismo elimina quasi completamente il momento di riflessione che potremmo utilizzare per porci domande importanti, come: “Ho davvero bisogno di questo prodotto?”, “È una spesa che vale la pena di fare?” o “Ci sono alternative migliori?”. ![Carte di credito alternative di spesa](https://www.eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/carte-credito-2-1024x684.jpg) L’immediatezza, che rende gli acquisti incredibilmente comodi, si traduce spesso in decisioni poco ragionate e in una crescita esponenziale degli acquisti impulsivi. Non avendo il tempo di fermarci per valutare con calma, rischiamo di accumulare oggetti non essenziali o di spendere più del previsto, senza rendercene conto. Le carte di credito, in particolare, giocano un ruolo significativo nel creare un’illusione di ricchezza temporanea. Quando le utilizziamo, non stiamo attingendo direttamente al nostro denaro, ma a quello messo a disposizione dalla banca. Questa separazione tra la spesa e il denaro effettivo di cui disponiamo rende più semplice giustificare acquisti non necessari, perché non percepiamo immediatamente il peso economico delle nostre decisioni. Questo meccanismo psicologico può facilmente portarci a un accumulo di spese superflue, soprattutto se non prestiamo attenzione al saldo o alle transazioni effettuate. Il problema si aggrava ulteriormente quando il consumatore non riesce a saldare completamente il debito entro la fine del mese. In questi casi, entrano in gioco gli interessi elevati applicati dalle banche, che possono trasformare rapidamente piccoli acquisti in debiti onerosi. L’illusione di disponibilità economica creata dal credito spinge molte persone a spendere più di quanto guadagnano, ignorando le implicazioni a lungo termine. Senza una gestione consapevole e un monitoraggio regolare delle proprie finanze, si rischia di entrare in un circolo vizioso di debiti sempre più difficili da estinguere, compromettendo la stabilità finanziaria personale e la serenità economica.## **Come si genera l’illusione di ricchezza?** Le carte di credito offrono un limite di spesa che spesso supera di gran lunga le entrate mensili del consumatore. Questo limite, percepito come un’estensione del proprio potere d’acquisto, può portare a una sensazione di disponibilità economica ingannevole. La natura del pagamento differito contribuisce all’illusione: si effettua l’acquisto oggi, ma il costo reale sarà affrontato solo al momento del saldo del conto. Questo rinvio psicologico spesso riduce l’urgenza di valutare la necessità della spesa, portando a decisioni finanziarie impulsive.## **Accumulo di debiti** Una delle conseguenze più evidenti di un utilizzo non responsabile delle carte di credito è l’accumulo di debiti, che può rapidamente diventare difficile da gestire. Quando si spendono somme superiori alla propria capacità di rimborso, il debito residuo non solo rimane insoluto ma si accumula ulteriormente a causa degli interessi spesso elevati applicati dalle banche. Questo processo può trasformare anche piccole spese iniziali in cifre considerevoli nel tempo. Il problema non si limita all’importo del debito stesso: l’effetto a catena può essere devastante. Per far fronte alle spese quotidiane, molte persone finiscono per affidarsi nuovamente al credito, entrando in un circolo vizioso in cui il debito accumulato cresce più rapidamente di quanto riescano a ripagarlo. La necessità di ricorrere al credito per coprire bisogni essenziali, come cibo o bollette, diventa una forma di dipendenza economica che limita la libertà finanziaria. Questo meccanismo può anche avere conseguenze psicologiche, generando stress, ansia e un senso di perdita di controllo sulle proprie finanze. Senza una gestione oculata e un piano di rimborso strutturato, l’accumulo di debiti può trasformarsi in una spirale discendente, mettendo a rischio non solo la stabilità economica ma anche il benessere generale. Gli interessi e le commissioni sulle carte di credito possono rapidamente trasformare un debito gestibile in un problema finanziario significativo. Se il saldo non viene ripagato interamente ogni mese, si entra in un ciclo di indebitamento che diventa sempre più costoso. **Stress psicologico e impatto sulla qualità della vita** La pressione derivante dall’accumulo di debiti può causare ansia, stress e difficoltà nel gestire altre aree della vita. Il debito non gestito può portare a una sensazione di perdita di controllo, che influisce negativamente sulla salute mentale e sulle relazioni personali. Molti strumenti di pagamento offrono incentivi come cashback, punti fedeltà o sconti esclusivi. Sebbene questi programmi possano sembrare vantaggiosi, spesso incoraggiano le persone a spendere di più per ottenere ricompense, trasformando l’atto di pagare in un gioco psicologico. Un altro aspetto che contribuisce alla perdita di controllo è il modello di pagamento basato su abbonamenti. Netflix, Spotify, e molte altre piattaforme digitali si basano su pagamenti automatici mensili, che spesso passano inosservati nel nostro bilancio. Questo meccanismo riduce ulteriormente la consapevolezza delle spese, portando molte persone a sottovalutare il peso complessivo dei propri impegni finanziari. ![Spesa compulsiva](https://www.eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/carte-credito-4-1024x684.jpg)## **L’effetto psicologico dei pagamenti virtuali** Gli studiosi di economia comportamentale hanno approfondito il legame tra psicologia del denaro e scelte di spesa, mostrando come la natura sempre meno tangibile del denaro influisca sulle nostre decisioni finanziarie. Quando i pagamenti diventano virtuali, come con le carte di credito o le app digitali, tendiamo a sottovalutare il costo reale degli acquisti. Questo comportamento è spiegato da un fenomeno noto come **“decoupling”**, ovvero la separazione tra la percezione del consumo e il costo effettivo dell’acquisto. Ad esempio, immaginate di utilizzare una carta di credito per pagare una cena al ristorante. In quel momento, il piacere del pasto è immediato: gustiamo il cibo, condividiamo l’esperienza e godiamo del momento presente. Tuttavia, il pagamento reale non avviene nell’immediato, ma potrebbe essere posticipato di settimane, quando riceviamo l’estratto conto, o addirittura di mesi, se non saldiamo subito il debito. Questo disallineamento temporale tra il beneficio percepito e l’impatto economico rende più facile ignorare il costo reale della spesa. Questo meccanismo ci porta a focalizzarci quasi esclusivamente sul piacere immediato, minimizzando o addirittura ignorando le implicazioni finanziarie a lungo termine. Nel tempo, questa tendenza può incentivare una spesa eccessiva o non necessaria, contribuendo all’accumulo di debiti o a difficoltà nel bilancio personale. Comprendere il funzionamento del decoupling è fondamentale per sviluppare abitudini di consumo più consapevoli e mantenere un equilibrio tra soddisfazione immediata e sostenibilità economica futura.## **Conseguenze sociali ed economiche** Le abitudini di spesa, quando caratterizzate da eccessi o dalla dipendenza dal credito, non si limitano a influenzare la sfera individuale o familiare, ma generano importanti ripercussioni a livello sociale. Questi effetti toccano aspetti che vanno dalla coesione comunitaria alla sostenibilità del sistema economico e al benessere collettivo. Le dinamiche legate all’indebitamento e alla spesa eccessiva non solo influenzano le finanze individuali, ma possono anche ampliare il divario tra le diverse fasce socioeconomiche. Le famiglie a basso reddito, in particolare, sono spesso le più vulnerabili al ciclo del debito, attratte dalla possibilità di acquistare beni o servizi al di sopra delle proprie possibilità tramite il credito. Questa apparente accessibilità può sembrare un vantaggio nel breve termine, ma nel lungo termine rischia di intrappolarle in una spirale di debiti difficili da estinguere. L’indebitamento perpetuo non si limita a ridurre la capacità di spesa quotidiana, ma ha conseguenze ben più ampie. Accumulare debiti elevati può ostacolare l’accesso a opportunità fondamentali come un’istruzione superiore di qualità, un alloggio stabile o investimenti per migliorare la propria condizione economica. Invece di costruire un futuro migliore, queste famiglie si trovano spesso a dover destinare gran parte delle loro risorse al pagamento di interessi e rate, riducendo le possibilità di risparmio e di crescita economica. Questa dinamica contribuisce a rafforzare la polarizzazione sociale, rendendo più difficile per chi si trova in difficoltà economica uscire dalla propria condizione. Le famiglie a reddito medio-alto, con maggiore accesso a risorse finanziarie e strumenti di pianificazione, possono gestire meglio il credito e beneficiare di opportunità di crescita, ampliando ulteriormente il divario. Di conseguenza, il ciclo del debito non è solo una questione individuale, ma un fenomeno che alimenta disuguaglianze sistemiche, influendo sulla coesione sociale e limitando la mobilità economica per le fasce più svantaggiate.## **Declino del Benessere Comunitario** L’indebitamento diffuso genera stress collettivo, che può tradursi in tensioni comunitarie e una diminuzione del capitale sociale. Famiglie indebitate o in difficoltà economica tendono a ridurre la partecipazione ad attività sociali, culturali o comunitarie, alimentando l’isolamento sociale e riducendo la coesione all’interno della società. Lo stress finanziario non è solo un problema individuale, ma ha implicazioni su larga scala per la salute pubblica. A livello sociale, può aumentare i casi di depressione, ansia e altre problematiche legate alla salute mentale, con un carico aggiuntivo sui sistemi sanitari pubblici e privati. La normalizzazione della spesa eccessiva, sostenuta dalla disponibilità di credito, contribuisce a rafforzare una cultura del consumismo sfrenato. I beni materiali diventano simboli di status e successo, esercitando una pressione sociale per conformarsi a determinati standard di vita, anche a costo di indebitarsi. Questo alimenta un ciclo di competizione sociale basato sull’apparenza piuttosto che sulla sostanza. I modelli di consumo sfrenato trasmessi dagli adulti influenzano profondamente le giovani generazioni. I giovani, esposti a questi schemi comportamentali, interiorizzano l’idea che l’accesso al credito sia un mezzo per raggiungere uno stile di vita desiderabile, senza una piena comprensione delle responsabilità finanziarie che ne derivano. Ciò può perpetuare cicli di debito intergenerazionali.## **Impatti Economici su Scala Sociale** ![Impatti Economici su Scala Sociale](https://www.eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/carte-credito-5-1024x683.jpg) Una popolazione costantemente indebitata rappresenta un rischio significativo per la stabilità economica a livello sistemico. Quando un numero rilevante di famiglie non riesce a far fronte ai propri debiti, le ripercussioni non si limitano alle singole persone, ma si estendono al sistema finanziario nel suo complesso. Le banche e le istituzioni finanziarie, che fanno affidamento sulla regolare restituzione del credito per mantenere la propria solidità, possono trovarsi in difficoltà nel momento in cui i debitori non riescono a rispettare i pagamenti. Questo fenomeno può provocare un effetto domino: le perdite delle banche riducono la disponibilità di credito, rendendo più difficile per famiglie e imprese accedere a finanziamenti essenziali. La contrazione dell’offerta di credito può rallentare l’economia, incidendo negativamente su consumi, investimenti e occupazione. Nei casi più gravi, la mancata gestione del debito a livello collettivo può portare a crisi finanziarie, come quelle già osservate in passato, in cui l’instabilità di istituzioni chiave ha avuto un impatto devastante sull’intera società. Queste crisi economiche non colpiscono solo le famiglie già indebitate, ma si estendono a tutte le fasce della popolazione. La perdita di posti di lavoro, il calo dei consumi e la diminuzione degli investimenti creano un ciclo negativo che indebolisce ulteriormente l’economia. A livello globale, tali instabilità possono anche avere ripercussioni sui mercati internazionali, aggravando la portata delle crisi e rendendo più complessa la ripresa. Per evitare questi scenari, è fondamentale promuovere un uso responsabile del credito, accompagnato da politiche di regolamentazione finanziaria volte a prevenire l’accumulo incontrollato di debiti. Solo attraverso una combinazione di educazione finanziaria, strumenti di gestione del debito e interventi normativi è possibile ridurre il rischio di instabilità economica e garantire una maggiore sostenibilità del sistema economico nel lungo termine. Quando grandi porzioni di reddito vengono destinate al rimborso di debiti e interessi, si riduce la capacità dei consumatori di spendere per beni e servizi essenziali. Questo fenomeno, se diffuso, può avere effetti negativi sull’economia generale, rallentando la crescita economica e danneggiando il benessere collettivo.## **Conseguenze ambientali del consumismo** La spinta incessante a spendere e consumare di più rappresenta una minaccia significativa per la sostenibilità ambientale. L’aumento della domanda di beni e servizi stimola la sovrapproduzione, che si traduce in un uso intensivo e spesso irresponsabile delle risorse naturali. Foreste vengono abbattute per creare spazio per l’agricoltura o per produrre carta e mobili, i combustibili fossili vengono bruciati per alimentare le industrie e le reti logistiche, e grandi quantità di acqua vengono consumate per la produzione di beni di uso quotidiano. Questo sfruttamento eccessivo non solo impoverisce il pianeta, ma contribuisce anche al cambiamento climatico, all’inquinamento e alla perdita di biodiversità. Inoltre, il ciclo del consumismo è alimentato da una cultura dell’usa e getta, che incentiva la produzione di beni a breve durata e difficilmente riciclabili. L’accumulo di rifiuti, soprattutto di plastica, rappresenta una delle sfide ambientali più gravi, contaminando mari, fiumi e suolo. A questo si aggiunge l’impatto delle emissioni di gas serra generate lungo l’intera catena produttiva e distributiva, dall’estrazione delle materie prime al trasporto, fino allo smaltimento. A livello sociale, il consumismo sfrenato allontana l’attenzione da valori fondamentali e più sostenibili. La pressione a possedere sempre di più non solo alimenta disuguaglianze, ma tende anche a ridurre l’importanza di principi come la solidarietà, la parsimonia e il rispetto per le risorse comuni. Questo approccio favorisce una visione individualista e materialista, che contrasta con l’urgenza di trovare soluzioni collettive ai problemi ambientali. Per affrontare queste sfide, è indispensabile promuovere un cambiamento culturale che metta al centro la sostenibilità. Educare le persone a consumare in modo responsabile, incentivare l’adozione di prodotti durevoli ed ecologici, e sostenere modelli economici circolari sono passi fondamentali per ridurre l’impatto del consumismo sull’ambiente e costruire un futuro più equilibrato e rispettoso del pianeta.## **Strategie per mantenere il controllo delle proprie finanze** Nonostante le sfide poste dai pagamenti virtuali, esistono diverse strategie che possono aiutarci a mantenere il controllo delle nostre spese: Tenere sotto controllo le proprie finanze è un passo fondamentale per una gestione consapevole del denaro. Utilizzare applicazioni di budgeting o strumenti di gestione finanziaria può fare la differenza. Questi strumenti ci consentono di registrare entrate e uscite in modo organizzato, fornendo una panoramica chiara di come stiamo spendendo il nostro denaro. Inoltre, permettono di identificare rapidamente le aree in cui stiamo eccedendo o dove potremmo risparmiare. Alcune applicazioni popolari, come **Mint**, **YNAB (You Need A Budget)** e **Spendee**, offrono funzionalità avanzate come l’analisi delle spese, l’impostazione di obiettivi finanziari e notifiche per evitare di superare i limiti prefissati. Molte banche e app di pagamento mettono a disposizione la possibilità di impostare limiti giornalieri, settimanali o mensili per le spese. Questa funzione è particolarmente utile per evitare spese impulsive, che spesso possono compromettere il budget. Ad esempio, puoi impostare un limite di spesa settimanale per il cibo o per l’intrattenimento, ricevendo avvisi quando ti avvicini alla soglia stabilita. Questo approccio ti aiuta a mantenere il controllo e a essere più consapevole delle tue abitudini di consumo. Strumenti come le notifiche automatiche e i resoconti periodici sono un supporto aggiuntivo per rafforzare questa disciplina. ![Spesa inopportuna](https://www.eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/carte-credito-6-1024x683.jpg)### **Adottare il metodo “cash envelope” digitale** Il metodo delle “buste” è una strategia tradizionale per gestire il budget, che oggi può essere facilmente adattata al mondo digitale. Invece di utilizzare buste fisiche con contanti, puoi dividere il tuo budget mensile in categorie virtuali, come “spesa alimentare”, “affitto”, “divertimento” o “risparmi”. Esistono app dedicate, come **Goodbudget** o **EveryDollar**, che ti consentono di assegnare una cifra predefinita a ciascuna categoria. Quando il saldo di una specifica busta virtuale si esaurisce, sai che non puoi spendere oltre il limite fissato per quella categoria. Questo metodo non solo ti aiuta a rispettare i tuoi obiettivi finanziari, ma ti costringe anche a riflettere attentamente su ogni acquisto, promuovendo una maggiore consapevolezza delle tue priorità. Adottando questi strumenti e strategie, puoi migliorare significativamente la gestione delle tue finanze, ridurre gli sprechi e costruire un approccio più responsabile al denaro. Prima di ogni acquisto, chiediamoci se è davvero necessario. Una regola semplice è quella delle 24 ore: se siamo indecisi su un acquisto, aspettiamo un giorno prima di procedere. Spesso, il desiderio si affievolisce con il tempo.## **Pagare con debito anziché con credito** Quando possibile, è preferibile utilizzare una carta di debito o altri strumenti di pagamento che prelevano immediatamente il denaro dal nostro conto corrente. Questo tipo di soluzione aiuta a mantenere una connessione diretta tra il nostro livello di spesa e la reale disponibilità finanziaria, favorendo una maggiore consapevolezza nelle decisioni economiche. I pagamenti virtuali rappresentano una straordinaria innovazione che ha reso le transazioni più rapide, comode e accessibili. Tuttavia, il loro utilizzo presenta anche rischi significativi, in particolare per le nostre abitudini di spesa. La natura intangibile di queste operazioni rende più difficile percepire il reale impatto economico di ogni acquisto. Questo può portarci a spendere più del necessario o addirittura più di quanto possiamo permetterci, con conseguenze potenzialmente dannose, sia a livello personale che sociale. La soluzione, però, non è abbandonare i pagamenti digitali, ma imparare a utilizzarli in modo più consapevole. Strategie come monitorare regolarmente le proprie spese, impostare limiti di spesa o adottare il metodo delle “buste” virtuali possono aiutare a mantenere il controllo finanziario. Parallelamente, è fondamentale promuovere l’educazione finanziaria, in modo che i consumatori possano comprendere appieno i rischi legati a questi strumenti e adottare comportamenti responsabili. Solo attraverso un uso più attento e informato possiamo godere dei vantaggi offerti dalle tecnologie digitali, evitando di cadere nelle loro insidie. In questo modo, possiamo garantire la nostra stabilità economica e, al tempo stesso, trarre il massimo beneficio da un sistema finanziario in continua evoluzione. **Categorie:** Dossier **Tag:** Economia & Finanza, Innovazione sociale --- ### [Meloni contro il Manifesto di Ventotene](https://eywadivulgazione.it/meloni-contro-il-manifesto-di-ventotene/) **Published:** Marzo 23, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Giorgia Meloni ha recentemente attaccato il *Manifesto di Ventotene*, sostenendo che l’Europa immaginata in quel documento “non è la mia”. Durante un intervento alla Camera, ha estrapolato alcuni passaggi per alimentare la polemica, scatenando reazioni contrastanti e un vivace dibattito politico. ### Il Manifesto di Ventotene: un’idea rivoluzionaria per un’Europa unita Scritto nel 1941 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, mentre erano confinati dal regime fascista, il *Manifesto di Ventotene* proponeva un’Europa federale come antidoto ai nazionalismi che avevano portato alla guerra. Il testo chiedeva di superare le frontiere intese come barriere economiche e politiche, di creare un governo sovranazionale e di garantire i diritti fondamentali per evitare il ritorno di regimi autoritari. Era un progetto visionario che avrebbe gettato le basi per l’integrazione europea. ### Meloni e la distorsione del testo Le critiche della Premier si concentrano su tre concetti: la “rivoluzione socialista”, il “partito rivoluzionario” capace di imporre una “dittatura” e la presunta “abolizione della proprietà privata”. Peccato che Meloni prenda queste frasi e le decontestualizzi, trasformandole in spauracchi ideologici. Ma cosa intendevano davvero Spinelli e Rossi? ### Cosa significa davvero “rivoluzione socialista” No, il *Manifesto di Ventotene* non parlava di collettivizzazione forzata o di esproprio della proprietà privata, come suggerisce Meloni. Il concetto di “rivoluzione socialista” si riferiva piuttosto a un riequilibrio economico e sociale: il controllo delle risorse doveva essere distribuito per garantire il benessere collettivo, evitando che la ricchezza si concentrasse nelle mani di pochi. Si parlava di nazionalizzare settori strategici, ridistribuire ricchezze accumulate ingiustamente e assicurare condizioni di vita dignitose. L’abolizione della proprietà privata? Mai stata in discussione. E infatti, nell’Europa post-bellica, non è mai entrata nel dibattito politico. ### Il “partito rivoluzionario” e il fantasma della “dittatura” Anche qui, il contesto è tutto. Nel 1941, l’Europa era sotto il giogo di regimi totalitari e le democrazie erano state smantellate. In uno scenario simile, Spinelli e Rossi immaginavano un movimento politico capace di guidare la transizione democratica. Ma già nel 1943, Spinelli stesso rivedeva questa idea, sostenendo la necessità di un’alleanza più ampia tra le forze democratiche. Oggi parlare di “dittatura” in riferimento a quel concetto è semplicemente fuorviante. Ad ogni modo quello che del *Manifesto di Ventotene* ispira tutt’oggi l’Europa unita sono le intuizioni e le conclusioni sugli obiettivi da realizzare, e non le argomentazioni e le premesse cui Meloni fa riferimento. ### Un Manifesto ancora attuale (ma in parte inattuato) Ottant’anni dopo, i principi di integrazione e democrazia del Manifesto restano più che mai validi. Tuttavia, alcune delle sue aspirazioni non si sono ancora realizzate. L’Unione Europea non è diventata una federazione politica compiuta, la politica estera e di difesa è ancora frammentata e le disuguaglianze economiche tra Stati (e all’interno degli stessi) restano marcate. La ridistribuzione della ricchezza, che per gli autori serviva a prevenire ingiustizie e instabilità politica, è ancora oggi un tema irrisolto. ### Chi è davvero fuori contesto? Meloni accusa il *Manifesto di Ventotene* di appartenere a un’altra epoca, ma è lei a usarlo in modo strumentale, isolando frasi per distorcerne il significato. La realtà è che nessuno ha mai interpretato il testo come fa lei. Nessun leader europeo ha invocato l’abolizione della proprietà privata, né ha messo in discussione il libero mercato – anzi, l’UE si fonda su un modello neoliberista. E nessuno ha mai letto l’idea di un’Europa “socialista” nel senso dogmatico che Meloni suggerisce. Alla fine, il *Manifesto di Ventotene* non è il pericolo che Meloni dipinge, ma il simbolo di un’Europa che punta a superare i nazionalismi e a garantire democrazia, stabilità e diritti per tutti. Se c’è qualcosa fuori contesto, è la lettura capziosa che Meloni offre del testo. ### Una mossa politica mirata? Il vero bersaglio potrebbe essere la Lega Difficile dire quale fosse il vero obiettivo di Meloni con questa mossa, ma di certo la sua polemica sul *Manifesto di Ventotene* è arrivata in un momento strategico. Il suo attacco sembrava diretto alle opposizioni, ma il vero destinatario potrebbe essere stato qualcun altro: la Lega. Il partito di Salvini, nonostante il suo tradizionale euroscetticismo, ha sempre rivendicato il *Manifesto di Ventotene* come un riferimento, soprattutto per la sua visione federalista. E proprio la Lega, solo pochi giorni prima, aveva messo Meloni in una posizione scomoda al Consiglio Europeo, negandole il sostegno necessario sul tema del riarmo, costringendola a votare contro una misura che in realtà avrebbe preferito sostenere. Poco dopo quell’episodio, la Premier ha lanciato il suo attacco al Manifesto, proprio mentre si preparava a volare a Bruxelles. Coincidenza? Forse, o forse un messaggio in codice per i suoi alleati leghisti. Stava cercando di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da un voto imbarazzante? Oppure voleva semplicemente mandare un segnale di sfida ai suoi partner di governo, dopo essersi sentita tradita? Quale fosse il suo scopo reale resta un interrogativo aperto. Se però l’intenzione era quella di ribaltare la narrativa politica a suo favore, resta da vedere se ci sia riuscita. **Categorie:** Attualità **Tag:** Politica & Società --- ### [Germania al bivio: voto epocale per la destra ma governa la sinistra](https://eywadivulgazione.it/germania-bivio-voto-epocale-destra-governa-sinistra/) **Published:** Marzo 6, 2025 **Author:** Alessandro Trizio **Excerpt:** Le elezioni federali del 23 febbraio hanno segnato un momento storico per la Germania, rivelando un paese diviso e in cerca di una nuova identità politica. **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Le elezioni federali del 23 febbraio hanno segnato un momento storico per la Germania, **rivelando un paese diviso e in cerca di una nuova identità politica**. Con un’affluenza record dall’unificazione del 1990, il voto ha mostrato una forte volontà di cambiamento tra i cittadini, determinando un drastico ridimensionamento dei partiti della coalizione “semaforo”, il nome deriva dai colori dei singoli partiti Rosso: Partito Socialdemocratico (SPD), Giallo: Partito Liberale Democratico (FDP) e Verde: Partito dei Verdi. I Verdi hanno subito un calo significativo, il **Partito Socialdemocratico ha registrato il peggior risultato della sua storia**, mentre il Partito Liberale Democratico (il FDP si colloca come centrista, ha idee collocabili in centro sinistra e centro destra) non ha superato la soglia di sbarramento del 5%, rimanendo così escluso dal parlamento federale della Germania, il Bundestag. Emblematico il dato che in 50 dei 299 collegi elettorali, soprattutto nell’ex Germania dell’Est, i partiti tradizionali hanno ottenuto meno del 50% dei voti, un fenomeno che nel 2021 si era verificato solo in due circoscrizioni. A beneficiare di questa frattura politica è stata la CDU (Unione Cristiano-Democratica di Germania ) e CSU (Unione Cristiano-Sociale in Baviera), che con il 28,6% dei consensi ha ottenuto un risultato positivo, seppur modesto. **Tuttavia, il successo dei cristiano-democratici non rappresenta un ritorno al passato**. L’era Merkel, segnata dall’idea di una Germania potenza civile, ovvero di una Germania che esercita il proprio peso internazionale non basandosi sulla forza militare, ma su strumenti quali la diplomazia, l’economia, la cultura e il rispetto dei valori democratici e dei diritti umani si è definitivamente chiusa con l’invasione russa dell’Ucraina, che ha sconvolto gli equilibri politici ed economici del paese. Il cancelliere uscente Olaf Scholz ha cercato di riproporre la linea pragmatica della sua predecessora, ma il mutato scenario internazionale ha reso questa strategia inefficace, contribuendo alla sua impopolarità. ## **Il successo dell’AfD e il dilemma della CDU** Uno degli aspetti più significativi di queste elezioni è stato l’avanzata dell’Alternativa per la Germania, il partito di estrema destra guidato da Alice Weidel e Tino Chrupalla, che ha superato il 20% dei consensi. Nonostante la CDU/CSU abbia rifiutato ufficialmente qualsiasi alleanza con l’AfD, il partito di Friedrich Merz ha integrato molte delle sue proposte nel proprio programma. **Secondo la Neue Zürcher Zeitung, un quotidiano svizzero in lingua tedesca le posizioni di CDU e AfD coincidono per il 76%** su temi chiave come energia, economia, migrazione, welfare e coscrizione obbligatoria. Sebbene Merz abbia ribadito il suo rifiuto di collaborare con l’AfD, alcuni membri della CDU nell’ex Germania Est, come Carsten Körber (Sassonia), Martina Schweinsburg e Gunnar Raffke (Turingia), hanno espresso opinioni più concilianti. La cosiddetta “barriera di fuoco” (Brandmauer, impedire che ideologie o movimenti estremi penetrino negli organi istituzionali e minaccino i valori democratici fondamentali) tra la CDU e l’AfD, per ora ancora intatta, potrebbe quindi vacillare nelle future tornate elettorali. ## **Verso un governo CDU-SPD: un’alleanza fragile** L’opzione più probabile per la formazione di un nuovo governo è un’alleanza tra CDU e SPD. Tuttavia, questa non sarà una riedizione delle grandi coalizioni del passato. Nel 2005, Angela Merkel poteva contare su una maggioranza schiacciante con 448 seggi su 614. Oggi, Merz e Lars Klingbeil, capo negoziatore dell’SPD, possono contare su una risicata maggioranza di 328 seggi su 630, sufficiente a governare ma con margini di manovra molto ridotti. Inoltre, se il partito di sinistra BSW avesse superato la soglia di sbarramento, l’accordo tra CDU e SPD non sarebbe stato sufficiente a formare una maggioranza. Il BSW è acronimo di *Bündnis Sahra Wagenknecht*, è una formazione politica tedesca emergente promossa da Sahra Wagenknecht, ex figura di spicco de *Die Linke*. Nasce come proposta di rottura con la sinistra tradizionale e si propone di rappresentare un’alternativa critica all’establishment politico. Le trattative tra i due partiti sono iniziate subito dopo il voto, con l’obiettivo di raggiungere un accordo entro Pasqua. Ma il percorso si preannuncia accidentato: l’SPD, in crisi d’identità, deve conciliare al suo interno diverse anime, dai sostenitori del riarmo come Boris Pistorius ai progressisti radicali guidati da Saskia Esken, fino ai nostalgici della distensione adottata dalla Germania Ovest con l’ex Urss come Manuela Schwesig. **Uno dei principali nodi da sciogliere riguarda la riforma del freno all’indebitamento**, che i socialdemocratici ritengono essenziale per aumentare il bilancio della difesa senza penalizzare il welfare. Ma Merz ha già escluso modifiche nel prossimo futuro. Questa divergenza, insieme a quelle su immigrazione e politiche fiscali, potrebbe rendere difficile una collaborazione duratura. ![Risultati elezioni Germania 2025](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/03/elezioni-germania-2025-1024x588.png)## **Una Germania divisa tra Est e Ovest** Le elezioni hanno evidenziato una frattura profonda tra le due Germanie. **A 35 anni dalla caduta del Muro, le differenze demografiche, economiche e culturali tra Est e Ovest restano marcate**. L’AfD ha ottenuto oltre il 32% dei voti nei cinque Länder orientali, con un picco in Turingia, dove Björn Höcke, leader della corrente più estremista del partito e ritenuto dai servizi segreti il prototipo dell’estremista di destra, ha consolidato il suo dominio. In molte circoscrizioni dell’Est, l’AfD ha superato il 50% dei consensi, conquistando la maggioranza assoluta degli elettori. Anche nell’Ovest, il partito di Weidel ha guadagnato terreno, ottenendo risultati mai visti prima in regioni come Baviera (19%), Baden-Württemberg (19,8%) e Renania-Palatinato (20,1%). Questa espansione segnala una crescente insoddisfazione nei confronti dell’establishment, con una fetta sempre maggiore di elettori che si sente esclusa dal benessere economico e dalle politiche federali. ## **Il peso della crisi economica e geopolitica** L’AfD ha raccolto un consenso significativo tra i lavoratori, con il 38% degli operai che ha scelto il partito di estrema destra, rispetto al 22% della CDU e al 12% dell’SPD. Questo dato conferma una crescente percezione di distacco tra la classe politica e la realtà quotidiana dei cittadini. Il malcontento sociale si inserisce in un contesto economico difficile, aggravato dalle incertezze geopolitiche e dalla fine dei pilastri che hanno sostenuto l’economia tedesca negli ultimi decenni: energia russa a basso costo, accesso ai mercati cinesi, leadership nell’UE e protezione militare statunitense. **Merz, oscillando tra il desiderio di rafforzare l’Europa e la necessità di mantenere rapporti solidi con gli Stati Uniti**, non ha ancora chiarito quale direzione intenda prendere il suo governo. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la Germania potrebbe trovarsi costretta a rivedere il proprio ruolo all’interno dell’Alleanza Atlantica e a valutare soluzioni alternative, come la “cogestione” delle armi nucleari con la Francia, un’ipotesi discussa negli ambienti governativi. Il risultato delle elezioni segna un punto di svolta per la Germania, che dovrà affrontare sfide interne ed esterne senza precedenti. La frammentazione politica e il successo dell’AfD indicano una crescente sfiducia nei confronti del sistema tradizionale, mentre le incertezze geopolitiche rendono ancora più complessa la gestione della politica estera. **Berlino dovrà decidere se e come ricostruire i rapporti con Mosca** in un eventuale scenario di cessate il fuoco in Ucraina, mentre cresce il dibattito sul ruolo della Germania nell’UE e sulla necessità di una maggiore autonomia strategica. Qualunque sia la scelta, una cosa è certa: la Germania del futuro non potrà più essere quella del passato. **Categorie:** Articoli **Tag:** Geopolitica & Relazioni internazionali, Politica & Società --- ### [Silvia Salis: volto nuovo o strategia di palazzo?](https://eywadivulgazione.it/silvia-salis-volto-nuovo-o-strategia-di-palazzo/) **Published:** Febbraio 18, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Excerpt:** Genova si prepara a una nuova battaglia elettorale e il centrosinistra cala la sua carta: Silvia Salis. Ex atleta olimpica, vicepresidente del CONI, una figura esterna alla politica nel senso stretto del termine **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Genova si prepara a una nuova battaglia elettorale e il centrosinistra cala la sua carta: Silvia Salis. Ex atleta olimpica, vicepresidente del CONI, una figura esterna alla politica nel senso stretto del termine, ma che ha già avuto un ruolo istituzionale riconosciuto. Il centrosinistra cerca di presentarla come una ventata d’aria fresca, ma è davvero così? Oppure siamo di fronte a un’operazione ben calibrata per strizzare l’occhio all’elettorato moderato e benpensante della città? ## **Silvia Salis: outsider o figura istituzionale?** Nata a Genova nel 1985, Silvia Salis ha costruito la sua carriera nel mondo dello sport, diventando un punto di riferimento nel lancio del martello, fino alla partecipazione alle Olimpiadi di Pechino 2008 e Londra 2012. Dopo il ritiro dall’attività agonistica, è entrata nel mondo della dirigenza sportiva, fino a diventare vicepresidente vicaria del CONI. Un curriculum di tutto rispetto, ma è proprio questa esperienza istituzionale che rende difficile definirla una semplice outsider della politica. Nel 2023, infatti, Salis è stata nominata da Marco Bucci “ambasciatrice di Genova nel mondo”, un riconoscimento che la avvicina, almeno simbolicamente, all’attuale amministrazione di centrodestra. Un dettaglio non da poco, perché questa candidatura sembra costruita per apparire neutrale, rassicurante e capace di attrarre anche quell’elettorato moderato che ha sostenuto Bucci negli ultimi anni. ## **Una candidatura per piacere ai moderati?** La scelta di Silvia Salis sembra puntare dritto a quell’elettorato centrista che difficilmente si riconosce nei profili più radicali della coalizione. La sua immagine è quella di una persona competente, concreta, distante dalle logiche di partito e soprattutto lontana dai toni dello scontro politico più acceso. Un profilo che può rassicurare chi non si identifica nel centrodestra, ma nemmeno nelle battaglie più intransigenti del Movimento 5 Stelle o della sinistra più radicale, e che forse l’avvicina al centrismo cui aspira Italia Viva. Il centrosinistra genovese, del resto, ha bisogno di una candidatura che possa tenere insieme anime molto diverse: il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle, Italia Viva, Alleanza Verdi e Sinistra. Un’alleanza complessa, in cui le tensioni non mancano, soprattutto su temi chiave come la Gronda di Genova, sostenuta da PD e Italia Viva ma osteggiata dal M5S. La figura di Salis, apparentemente distante dai partiti e dai loro conflitti, sembra essere stata scelta proprio per mediare tra queste posizioni e presentare un volto più compatibile con il voto moderato. ## **Un’operazione costruita a tavolino?** La candidatura di Silvia Salis appare quindi come un’operazione politica ben calibrata. Non è una figura proveniente dai movimenti civici o dal mondo del sociale, né una persona emersa da battaglie locali sul territorio. È invece una personalità istituzionale con un profilo che può essere speso in maniera trasversale, senza generare forti opposizioni. Ma basterà questo a convincere gli elettori? Uno degli elementi da considerare è proprio la sua provenienza sociale. Salis è cresciuta a Genova, in una famiglia legata al mondo dello sport. Suo padre era custode del campo di atletica di Villa Gentile, un contesto che ha segnato la sua infanzia e il suo avvicinamento all’atletica leggera. Questo aspetto potrebbe essere un vantaggio per la sua credibilità nel mondo istituzionale, ma al tempo stesso solleva interrogativi sulla sua reale capacità di interpretare i problemi più concreti della città, dalle periferie al lavoro precario, fino alle emergenze ambientali. ## **Può battere il centrodestra?** A questo punto, la domanda chiave è: Silvia Salis ha il carisma per competere contro il candidato del centrodestra? Riuscirà a raccogliere voti oltre la base tradizionale del centrosinistra e a convincere i genovesi di essere la figura giusta per guidare la città? Se da un lato il suo profilo moderato può attrarre parte dell’elettorato centrista, dall’altro il rischio è che non scaldi gli animi e non rappresenti una scelta di rottura sufficiente per chi vuole un vero cambiamento. ## **Genova ha bisogno di una visione chiara** Ciò che manca ancora, in questo quadro, è una proposta politica chiara e forte. Qual è la visione di Silvia Salis per Genova? Quali sono le sue posizioni su temi fondamentali come mobilità, gestione del porto, crisi abitativa, transizione ecologica e abbattimento delle barriere architettoniche? La capacità di rispondere a queste domande sarà decisiva per il successo della sua candidatura. Le prossime settimane saranno cruciali per capire se Salis saprà imporsi come leader credibile o se il centrosinistra ha puntato su un volto che, al di là della novità apparente, rischia di non lasciare il segno. In un momento in cui Genova ha bisogno di soluzioni concrete e coraggiose, basterà una candidatura studiata a tavolino per convincere davvero gli elettori? **Categorie:** Articoli **Tag:** Politica & Società --- ### [Femminicidio: una legge che vorrebbe punire](https://eywadivulgazione.it/femminicidio-una-legge-che-vorrebbe-punire/) **Published:** Marzo 18, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) L’8 marzo 2025, proprio nella Giornata internazionale della donna, il Parlamento italiano ha approvato con grande clamore una legge che introduce il reato autonomo di **femminicidio** nel codice penale. Un provvedimento salutato dalla maggioranza come una svolta storica nella lotta contro la violenza di genere. Ma è davvero così? A sollevare dubbi non sono solo le opposizioni, ma anche esperti e associazioni, che denunciano un paradosso evidente: questa legge arriva dopo il delitto, senza prevedere misure concrete per **evitarlo**. Peggio ancora, mentre si introduce un nuovo reato, **si tagliano i fondi per l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole**, l’unico strumento che, dati alla mano, ha dimostrato di ridurre la violenza di genere nei Paesi dove è stato adottato. Nello stesso periodo in cui il governo ha introdotto il reato di femminicidio, ha deciso di **dirottare altrove i fondi destinati all’educazione affettiva e sessuale** nelle scuole, un intervento che, secondo esperti e associazioni, sarebbe stato molto efficace nel prevenire la violenza. I 500 mila euro inizialmente stanziati per avviare programmi educativi dedicati agli adolescenti sono stati invece riassegnati alla formazione degli insegnanti su tematiche legate alla fertilità. Questa scelta politica, fortemente voluta dalla maggioranza di governo, rispecchia un atteggiamento che si concentra esclusivamente sulla repressione, ignorando la necessità di fare in modo che non si verifichi il problema. **Un’educazione che non arriva mai: ecco perché l’Italia resta indietro** Il problema della violenza di genere non si risolve a colpi di codice penale. Si previene **a monte**, educando le nuove generazioni al rispetto, al consenso, alla gestione delle emozioni. **Eppure, nessun governo ha mai istituito l’educazione affettiva, sessuale e sentimentale nelle scuole!** E non perché manchino le prove della sua efficacia: **nei Paesi Bassi, in Svezia e in Germania**, dove questi programmi sono parte integrante del sistema scolastico, si è registrata una riduzione significativa di molestie, violenze e persino gravidanze adolescenziali. **In Italia, invece, da decenni si parla di “femminicidio” senza mai affrontarne le cause alla radice**. Il termine è entrato nel dibattito pubblico negli anni ‘90, ha trovato spazio nelle statistiche ufficiali a partire dal 2013, e oggi, nel 2025, si continua a intervenire con misure **tardive e parziali**. **Una legge a rischio: le falle giuridiche che potrebbero svuotarla di senso** Ma non è solo la mancanza di prevenzione a far discutere. **Ci sono falle giuridiche enormi che potrebbero persino favorire gli aggressori nei tribunali**. La prima questione è la **difficoltà di dimostrare il movente di genere**. Questa legge, infatti, richiede che l’omicidio sia provato come atto misogino, commesso **perché la vittima era donna**. Un aspetto che rischia di diventare **un boomerang nei processi**, con la difesa pronta a contestare questa motivazione per ottenere pene più leggere. Il secondo problema è ancora più grave: **il sospetto di incostituzionalità**. Il nuovo reato di femminicidio potrebbe essere attaccato in quanto **discriminatorio nei confronti degli uomini**, in contrasto con il principio di uguaglianza sancito dall’**articolo 3 della Costituzione. E se un avvocato della difesa solleva la questione davanti alla Corte Costituzionale**? Il rischio è che la legge venga annullata o svuotata, lasciando le vittime ancora più esposte. **Giustizia o ingiustizia? Quando i tribunali umiliano le vittime** E poi c’è la realtà quotidiana, quella che le donne incontrano nei tribunali. Perché se l’inasprimento delle pene può servire, resta un problema enorme: i **pregiudizi sessisti della magistratura**. Basta guardare alcuni casi recenti, esempi lampanti di come la giustizia italiana riesca a **trasformare le vittime in colpevoli**. A **Salerno**, **assoluzione per stupro violento**. Una ragazza denuncia un’aggressione brutale, porta prove mediche, racconta dettagli raccapriccianti. Il tribunale? Assolve l’imputato, sostenendo che **la testimonianza della vittima non fosse sufficiente**. A **Milano**, **il caso della hostess**. Una donna viene violentata da un sindacalista al quale si era rivolta, ma in aula il giudice ribalta tutto: **se non ha reagito subito, vuol dire che non era davvero uno stupro**. La vittima aveva impiegato ben 20 secondi per riprendersi dallo shock e reagire… Sentenza: assoluzione. Il messaggio? Se sei troppo spaventata per difenderti, non ti crederemo. A **Roma, lo scandalo del bidello**. Un uomo palpeggia una studentessa minorenne. **Dura solo dieci secondi**, dicono i giudici, quindi non può essere considerata una molestia grave. Assolto. Tre casi, tre verdetti assurdi che ci mostrano la realtà: **non bastano le leggi, serve un cambiamento profondo nella cultura giuridica del Paese**. **Una battaglia che non si vince con la sola repressione** L’approvazione di questa legge dimostra che il governo ha scelto la strada più facile: **inasprire le pene, senza affrontare il problema alla radice**. E così, la politica si fa vanto di un provvedimento che difficilmente cambierà qualcosa, mentre i fondi per la prevenzione vengono tagliati senza fare rumore. Per combattere davvero la violenza di genere servono **due azioni, non una sola**: **punire i colpevoli**, senza scappatoie legali; **prevenire**, insegnando il rispetto e il consenso fin dalla scuola. Fino a quando mancherà questa seconda parte, continueremo a contare le vittime, a indignarci per le sentenze, a chiederci perché tutto questo non si fermi mai. **E la risposta sarà sempre la stessa: perché non abbiamo ancora avuto il coraggio di agire nel modo giusto**. **Categorie:** Articoli **Tag:** Innovazione sociale, Politica & Società --- ### [Che fine ha fatto l'abolizione delle Province?](https://eywadivulgazione.it/abolizione-province-report/) **Published:** Gennaio 11, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Excerpt:** Abolite nella sostanza ma non nelle spese e nelle inefficienze. Viaggio nelle care, mai defunte, province. **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *di Alice Salvatore* Nonostante gli annunci funebri, le province sono ancora vive e vegete (più o meno). Anni di riforme, promesse di “abolizione definitiva” e referendum non sono riusciti a cancellarle. Le province italiane sono ancora lì, sopravvissute a tagli e rivoluzioni amministrative, ma svuotate di potere, risorse e persino di legittimità democratica. La legge Delrio del 2014 doveva essere il colpo di grazia, una norma-ponte di due anni verso una riforma costituzionale che avrebbe dovuto eliminarle. Ma con il referendum del 2016, sono rimaste sospese in un limbo burocratico: enti fantasma, in bilico tra passato e futuro. Eppure, per capire perché le province continuano a resistere, bisogna tornare indietro nel tempo. Dagli anni ’70, quando erano il cuore dell’amministrazione territoriale, fino alla decadenza sancita dalle riforme degli ultimi decenni, la storia delle province è un groviglio di buone intenzioni, pasticci normativi e incertezze politiche. Vediamo come tutto è iniziato e le principali tappe della storia di questi enti amministrativi. ### **Dalle origini al 2014: le tappe fondamentali** Le province italiane, a lungo protagoniste della gestione locale, hanno visto il loro ruolo mutare radicalmente nel corso degli anni. All’apice della loro importanza amministrativa, si sono ritrovate ad affrontare un progressivo svuotamento, tra tagli di competenze e riforme ambiziose che spesso hanno prodotto più caos che soluzioni. ##### **Gli anni ’70: le province e l’arrivo delle regioni ordinarie** ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2025/01/Province1-997x1024.jpg)Negli anni ’70, le province erano l’unico livello intermedio tra comuni e Stato centrale, con responsabilità che spaziavano dalle infrastrutture alla pianificazione territoriale. Poi arrivarono le regioni a statuto ordinario, e il panorama amministrativo si complicò. Fino ad allora, le uniche regioni operative erano quelle a statuto speciale, cioè Friuli-Venezia Giulia, Val d’Aosta, Sardegna, Sicilia e Trentino-Alto Adige, nate per gestire esigenze particolari. L’introduzione delle regioni ordinarie doveva migliorare il coordinamento e suddividere meglio le responsabilità tra gli enti. Sulla carta, tutto era perfetto: alle province le questioni locali, alle regioni quelle di più ampio respiro (come la sanità, le politiche sociali ecc.). In realtà, accadde il contrario. Le competenze iniziarono a sovrapporsi, creando un caos amministrativo degno di una commedia degli errori. Pianificazione e sviluppo economico divennero terre di nessuno, contese tra enti che non volevano cedere terreno. A ogni riunione si ripeteva la stessa domanda: “Ma che ci stanno a fare le province, se le regioni possono gestire tutto questo e, forse, anche meglio?” Nel tempo, le province furono etichettate come un livello amministrativo ridondante, con una crescente spinta politica a cancellarle. La promessa di un sistema funzionale si trasformò in una relazione caotica, fatta di competenze sovrapposte e scaricabarile istituzionali. Iniziava così il lungo declino di questi enti, che, da protagonisti dell’amministrazione locale, cominciarono a essere percepiti come pesi morti del sistema. ##### **La riforma del 1993: democratizzare le province** Negli anni ’90, le province italiane ricevettero una vera scossa di modernità grazie alla riforma del 1993, che introdusse l’elezione diretta del presidente. Ma, prima di allora, come funzionava il sistema? Diciamo che la trasparenza e il rapporto diretto con i cittadini non erano esattamente il punto di forza delle province. Il presidente della provincia non veniva scelto dalla gente comune, ma dal consiglio provinciale, un organo formato tramite elezioni amministrative in cui i cittadini votavano liste di partito. ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2025/01/Province3-1024x410.jpg)E qui le cose si facevano piuttosto prevedibili: ogni lista riceveva un numero di seggi proporzionale ai voti ottenuti, e i partiti o le coalizioni più forti prendevano il controllo del consiglio. Da lì, il consiglio eleggeva il presidente e approvava la sua giunta, il che rendeva tutta l’operazione un affare piuttosto “in famiglia”. I cittadini, insomma, avevano la soddisfazione di votare i consiglieri, ma il vero potere decisionale si giocava nelle stanze chiuse della politica locale. Questo sistema, pur essendo formalmente rappresentativo, aveva un limite gigantesco: non c’era nessun legame diretto tra gli elettori e i vertici dell’amministrazione provinciale. Il risultato? Le province spesso sembravano feudi politici più che enti al servizio del pubblico, dominate da giochi di partito e accordi dietro le quinte. La riforma del 1993 si propose di mettere fine a questa distanza fra elettorato ed eletti, portando un po’ di innovazione in senso democratico. L’elezione diretta del presidente aveva proprio questo scopo: dare ai cittadini la possibilità di scegliere chi guidava l’ente, con l’idea di avvicinare le province alle persone e garantire una maggiore trasparenza. E per un po’ sembrò davvero funzionare. Le province riacquistarono una certa dignità politica e, almeno sulla carta, si misero al servizio dei cittadini. Ma ogni epoca d’oro sembra destinata a essere breve, e presto le province avrebbero affrontato nuove sfide, e nuove critiche, sul loro ruolo e sulla loro utilità. #### **2001: Il Titolo V e la nuova autonomia** ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2025/01/Province4-1024x410.jpg)Nel 2001, l’Italia decise di mettere mano al Titolo V della Costituzione, quella parte della Carta che regola il rapporto tra Stato, regioni, province e comuni. Una riforma ambiziosa, salutata come un passo verso il federalismo, che riconobbe finalmente alle province un’autonomia ufficiale. Le tanto discusse province, ottennero il loro momento di gloria, diventando enti autonomi dotati di statuti propri e competenze ben definite. Sulla carta, sembrava una rivoluzione: a loro venivano affidati compiti di peso come la pianificazione territoriale, la tutela ambientale e la manutenzione delle infrastrutture locali. Sembrava quasi che fossero pronte a farsi carico del destino del Paese. Ma tra la teoria e la pratica c’era di mezzo… il caos. Perché se è vero che le province ricevevano nuovi poteri e competenze specifiche, è altrettanto vero che molte di queste erano le stesse delle regioni. Il risultato è che si ebbe un’altra sovrapposizione di competenze, stavolta degna del più complesso dei rebus. Chi si occupava davvero della pianificazione? E la tutela ambientale? Era come organizzare una cena con troppi cuochi e nessuno che decidesse il menù. In questo scenario confuso, la domanda di fondo rimaneva: “Le province servono davvero o sono solo un livello amministrativo di troppo?” La riforma del Titolo V, pur avendo buone intenzioni, finì per alimentare ulteriormente il dibattito sull’utilità di questi enti, che ormai viaggiavano sempre più spesso in bilico tra il ruolo di protagonisti e quello di comparse di lusso nel teatro della pubblica amministrazione. Insomma, autonomia sì, ma con il solito retrogusto tutto italiano di incertezza gestionale. ##### **La legge Delrio del 2014: la (quasi) fine delle province** ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2025/01/Province2-1-1024x410.jpg)Nel 2014, la legge Delrio fece il suo ingresso in scena, salutata da molti come una svolta storica per il panorama amministrativo italiano. Doveva essere una sorta di preludio alla grande riforma costituzionale che avrebbe finalmente detto addio alle province, trasformandole in un ricordo lontano. Il piano era chiaro: eliminare l’elezione diretta di presidenti e consigli provinciali, trasformare le province in enti di secondo livello gestiti da sindaci e consiglieri comunali, e ridurre il loro raggio d’azione a funzioni di pianificazione e coordinamento, lasciando solo alcune attività puntuali ma essenziali, come l’edilizia scolastica delle scuole superiori e la manutenzione delle strade provinciali. La trasformazione in organi elettivi di secondo livello è stato un passo indietro epocale, persino rispetto al vecchio sistema pre-1993. Allora almeno i cittadini potevano votare i consiglieri, che poi eleggevano il presidente. Adesso tutto si risolve in un gioco di palazzo tra pochi eletti. Insomma, un declassamento elegante, pensato non solo per snellire l’architettura istituzionale, ma per rendere le province un peso così leggero che nessuno avrebbe protestato al momento dell’abolizione definitiva. La legge Delrio era stata pensata come un pit stop: due anni, un rapido cambio gomme, e poi via verso la riforma costituzionale Renzi-Boschi, che avrebbe dovuto eliminarle definitivamente dal panorama istituzionale italiano. Un piano tutto sommato brillante, se non fosse per un piccolo dettaglio: il referendum del 2016 è naufragato con una sonora bocciatura popolare, lasciando la riforma a metà e le province sospese in un limbo di provvisorietà. Ma in Italia non c’è nulla di più permanente di ciò che nasce come temporaneo. ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2025/01/Province5-1024x683.jpg)E così, eccoci qui, dieci anni dopo, con le province ancora al loro posto, ma trasformate in qualcosa che assomiglia più a una riunione condominiale che a un organo democratico. Non sorprende che trasmettano ai cittadini una sensazione di distanza e autoreferenzialità, come fossero un club esclusivo chiuso in se stesso e lontano dai problemi dei cittadini. Sopravvivono per inerzia, come una vecchia abitudine che non si riesce a eliminare. Ma i guai non finiscono qui. Parliamo dei risparmi: uno degli obiettivi dichiarati della riforma. La cifra risparmiata è modesta: appena 52 milioni e 473mila euro in dieci anni, un’inezia rispetto ai costi miliardari della macchina pubblica per lo stesso periodo di riferimento – circa 3 miliardi in dieci anni, ed è una stima al ribasso basata sui dati parziali a disposizione. In pratica, il risparmio medio annuo basta a malapena per finanziare un paio di ponti ben fatti o qualche chilometro di strada asfaltata. E i dipendenti provinciali? Non sono stati licenziati, ma semplicemente trasferiti in altri enti, spesso con stipendi più alti grazie ai premi di produttività maggiori degli enti di livello superiore di approdo – come le regioni e i ministeri. Per non parlare della sovrapposizione di competenze tra regioni e province, che la legge Delrio ha mantenuto (e spesso amplificato), soprattutto nella gestione ambientale, dove la confusione normativa rallenta interventi e decisioni su temi cruciali come la gestione dei rifiuti: un labirinto in cui nessuno sembra sapere quale ente deve fare cosa, mentre i problemi si accumulano. Questa situazione è la perfetta sintesi di un certo modo di fare riforme in Italia: grandi promesse, piccoli risultati e una straordinaria capacità di complicare ciò che doveva essere semplificato, trasformando ogni intervento in una visita obbligata all’ufficio complicazioni affari semplici. Una dinamica che, anziché risolvere i problemi, sembra spesso alimentarli, stratificando nuovi livelli di complessità su una struttura già confusa. ### **Le province oggi: funzioni e difficoltà** Nonostante il ridimensionamento subito con la legge Delrio, le province italiane continuano a portare avanti alcune attività fondamentali. Potremmo dire che, pur private della ribalta politica, restano dietro le quinte del teatro amministrativo, occupandosi di quei compiti che, se trascurati, finiscono per farsi notare eccome. Facciamo un esempio: le strade. ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2025/01/Province7-1024x683.jpg)Le province gestiscono oltre 132.000 chilometri di strade (appunto) provinciali, un reticolo essenziale per collegare territori spesso dimenticati dalle grandi infrastrutture nazionali. E quando una strada provinciale non viene mantenuta te ne accorgi subito: buche, ponti pericolanti, o deviazioni che trasformano un semplice tragitto in un percorso a ostacoli degno di un rally improvvisato. Non è finita qui. Le province sono anche le custodi degli edifici scolastici delle scuole superiori: da esse dipende la manutenzione delle aule dove i ragazzi oggi studiano. E, considerando quanto siano cruciali queste infrastrutture scolastiche, la questione non è proprio secondaria. Poi c’è la pianificazione territoriale, una delle competenze più strategiche: coordinare lo sviluppo del territorio con un occhio di riguardo per la tutela ambientale. Infine, non dimentichiamo l’assistenza tecnica ai comuni. Le province, infatti, forniscono supporto amministrativo e tecnico ai piccoli comuni, soprattutto quelli con meno risorse. E così, nonostante il caos normativo e il ridimensionamento subìto, le province riescono ancora a tirare fuori risultati che sanno di miracolo amministrativo. Con risorse ridotte all’osso e competenze frammentate, continuano a rattoppare strade, sistemare scuole e tenere in piedi comuni che altrimenti sarebbero allo sbando. Certo, non parliamo di rivoluzioni, ma di soluzioni pratiche: ripristino di infrastrutture dopo disastri naturali, scuole più efficienti dal punto di vista energetico, supporto ai piccoli comuni e persino progetti di digitalizzazione e promozione culturale. Insomma, nonostante tutto, questi enti dimostrano di avere ancora un po’ di benzina nel serbatoio per fare quello che le altre istituzioni non fanno. ##### **Le difficoltà operative** ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2025/01/Province6.jpg)Sovrapposizioni a parte, le province potrebbero sembrare ancora il baluardo della gestione territoriale. Ma c’è un piccolo dettaglio: devono farlo con le tasche vuote. I loro bilanci sono stati massacrati già nel 2009 con una manovra finanziaria che ha dato il via ai tagli selvaggi. Poi è arrivato il Decreto “Salva Italia” del 2011, seguito da una sfilza di *spending review* nel 2012 e nel 2014, che le hanno letteralmente lasciate a boccheggiare. Il risultato, scontato, è che i servizi essenziali sono garantiti a malapena, mentre le infrastrutture abbandonate al loro destino. I ponti e le strade non finiscono sui giornali per la manutenzione esemplare, ma per crolli e chiusure. Ma il vero colpo di grazia alla reputazione delle province, è stata l’elezione indiretta. Niente più voto popolare: presidenti e consiglieri provinciali non li sceglie più nessuno, a parte sindaci e consiglieri comunali chiusi in qualche sala a spartirsi le poltrone, che contano di più delle buche sulle strade. Eppure, le province resistono. Fanno il lavoro sporco, quello che nessuno vuole fare, ma con un budget da fame e una legittimità democratica ridotta a zero. Il paradosso è lampante: un ente moribondo, ma ancora necessario per tenere insieme un territorio che cade a pezzi – proprio come certi ponti provinciali. ##### **Città metropolitane: un esperimento mancato** ![](https://enricom30.sg-host.com/wp-content/uploads/2025/01/Province8-1024x682.jpg)Le città metropolitane sono state istituite con grandi ambizioni: dovevano essere il cuore pulsante di una nuova stagione amministrativa, progettate per affrontare le sfide delle grandi aree urbane in modo moderno ed efficiente. L’idea era di rispondere ai bisogni specifici delle città più complesse e dei territori circostanti, promuovendo al tempo stesso una *governance* integrata e centralizzata per questioni strategiche come la pianificazione territoriale, la mobilità, la sostenibilità ambientale e lo sviluppo economico. Insomma, una riforma che doveva rappresentare la risposta italiana al dinamismo delle grandi città europee, con un modello amministrativo finalmente all’altezza. Il progetto nasceva dalla necessità di risolvere problemi annosi come la frammentazione decisionale e la duplicazione di competenze tra comuni e province. L’obiettivo era chiaro: semplificare, coordinare e migliorare l’efficienza dei servizi pubblici, avvicinando l’Italia agli standard europei. Con la riforma costituzionale del 2001, le città metropolitane erano state inserite nell’articolo 114 della Costituzione come enti fondamentali della Repubblica, ma solo con la legge Delrio, di 13 anni dopo, si è potuto tradurre questa previsione in realtà. Non si trattava solo di semplificazione burocratica: le città metropolitane dovevano incarnare il principio di sussidiarietà, cioè portare le decisioni il più vicino possibile al territorio, ai cittadini, e risolvere i problemi specifici delle aree urbane in modo mirato e coordinato. Erano pensate per fungere da motore dello sviluppo locale, armonizzando la gestione delle infrastrutture, la tutela dell’ambiente e la promozione culturale in una visione d’insieme. In pratica, le città metropolitane hanno sostituito le province omonime, mantenendo gli stessi confini territoriali. La legge Delrio del 2014 ha individuato dieci città metropolitane nelle regioni a statuto ordinario: Roma Capitale, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria. A queste si sono aggiunte quattro città metropolitane nelle regioni a statuto speciale: Cagliari, Catania, Messina e Palermo. Le 14 province individuate per diventare città metropolitane sono state scelte in base a una combinazione di criteri: il peso economico e sociale delle città capoluogo, la loro rilevanza culturale e storica, oltre alla densità abitativa e all’estensione territoriale. Questo approccio mirava a coordinare l’amministrazione in aree di importanza strategica per il Paese. ##### **Un vuoto democratico** Le città metropolitane dovevano essere il simbolo della rivoluzione amministrativa, e invece si portano dietro un problema che grida vendetta: il sindaco metropolitano non è eletto da nessuno. Non direttamente dai cittadini, né indirettamente dai consiglieri metropolitani. No, lui si ritrova in carica “di default” perché già sindaco del comune capoluogo. È come vincere un premio senza partecipare alla gara. Ne deriva un sistema che non solo fa rimpiangere l’elezione di secondo livello delle province, ma al confronto le fa sembrare un modello di trasparenza e partecipazione. Non stupisce che la Corte Costituzionale abbia fatto notare come il principio di uguaglianza del voto sia stato bellamente mandato in soffitta. Per i piccoli comuni dell’area metropolitana è un po’ come giocare in una squadra di calcio dove solo il capitano può tirare i rigori. Il capitano, in questa metafora calcistica, è ovviamente il sindaco del comune capoluogo, che fa e disfa mentre gli altri guardano dalla panchina. Parità di trattamento? Neanche l’ombra. Inclusività? Persa nei meandri delle buone intenzioni mai realizzate. Le città metropolitane sono diventate l’esatto opposto di ciò in cui si sperava. Invece di avvicinare i cittadini alle istituzioni, ha creato un vuoto democratico che li allontana ancora di più. Il principio di sussidiarietà, quello che doveva portare le decisioni vicino al territorio, è rimasto uno slogan vuoto. Il potere resta saldamente nelle mani di pochi, con buona pace di chi sperava in un modello più moderno e partecipativo. Le città metropolitane potevano essere un esempio di innovazione e inclusività, il motore di un’amministrazione pubblica finalmente al passo con le sfide delle grandi aree urbane. Invece, si sono trasformate nell’ennesimo capitolo della saga italiana delle riforme incompiute: grandi promesse, zero sostanza. Resta il retrogusto amaro di un’occasione persa. ### **E ora? Il futuro delle province** Le province, quegli enti dati più volte per spacciati, sono improvvisamente tornate al centro del dibattito politico. Non per un’improvvisa ondata di nostalgia, ma perché, piaccia o meno, continuano a essere indispensabili per la gestione di funzioni fondamentali come appunto la manutenzione delle strade o l’edilizia scolastica. Eppure, il loro destino rimane sospeso: rilanciarle, ridimensionarle o eliminarle definitivamente? Una delle proposte più sostenute è il ritorno all’elezione diretta dei rappresentanti provinciali. L’idea è semplice: ridare ai cittadini il potere di scegliere chi li governa, perché, diciamocelo, un ente che funziona come un club esclusivo di sindaci e consiglieri comunali non è esattamente il trionfo della democrazia. Ma la legittimità popolare da sola non basta: senza risorse e poteri chiari, resterebbero scatole vuote, buone solo per far parlare i politici. ##### **Il dibattito sulla governance locale: partiti a confronto** Negli ultimi mesi, la riforma delle province è tornata prepotentemente al centro del dibattito politico, trasformandosi in un vero laboratorio di idee e visioni strategiche. Tutti i principali schieramenti si sono lanciati nella mischia con le loro proposte, talvolta convergenti, altre volte profondamente divergenti. A fare da fulcro alla discussione c’è il **Testo Unificato per la Riforma delle Province**, presentato nel giugno 2023 alla Commissione Affari Costituzionali del Senato. Questo testo rappresenta il punto di sintesi di otto disegni di legge, frutto del lavoro congiunto di parlamentari appartenenti a diversi gruppi politici, con un obiettivo comune: superare definitivamente il lascito della contestata Legge Delrio del 2014. ##### **Le proposte dei partiti: un caleidoscopio di visioni** Fratelli d’Italia spinge per una riforma che restituisca centralità alle province, proponendo il ripristino dell’elezione diretta di presidenti e consiglieri provinciali. Le province dovrebbero tornare a essere il fulcro della governance locale, capaci di gestire in modo strategico infrastrutture, scuole e viabilità, naturalmente con risorse adeguate. La Lega condivide una visione simile, immaginando presidenti provinciali che possano anche nominare una giunta proporzionata alla popolazione della provincia. Il partito di Salvini vuole spingere ulteriormente, proponendo che il modello delle città metropolitane venga esteso a tutto il territorio nazionale, trasformando le province in un raccordo essenziale tra comuni e regioni. Anche Forza Italia si allinea alla necessità di ridare alle province un ruolo pienamente operativo. L’accento, però, è posto sull’implementazione di strumenti finanziari stabili, indispensabili per garantire una gestione efficace e sostenibile delle competenze assegnate. Sul fronte opposto, il Partito Democratico si presenta con un ventaglio di proposte articolato. In primo piano, un compromesso capace di bilanciare innovazione e continuità. Il PD propone il ritorno all’elezione diretta, affiancato da una revisione più ampia delle competenze territoriai, ma con una chiara apertura alla possibilità di lasciare margini di autonomia nella nomina delle giunte provinciali. La parola d’ordine è semplificazione, senza però ripristinare tout court il sistema pre-Delrio. ##### **Un’apparente armonia bipartisan** Nonostante le differenze, i partiti convergono su alcuni punti centrali, come la necessità di archiviare definitivamente la Legge Delrio e restituire alle province risorse adeguate. Tuttavia, dietro questa armonia di facciata si nascondono obiettivi politici molto diversi. Per la maggioranza, la riforma rappresenta un’occasione per consolidare il controllo sui territori, mentre l’opposizione la vede come uno strumento per ridare legittimità democratica agli enti locali e migliorare la gestione dei servizi pubblici. ##### **Uno sguardo al futuro: riforma o illusione?** Le province, dopo anni di incertezze, sembrano pronte a ritagliarsi nuovamente un ruolo di primo piano. Il Testo Unificato prevede che, entro diciotto mesi dall’approvazione della legge, il governo emani decreti legislativi per definire nel dettaglio funzioni e risorse degli enti provinciali. Questa sarà la vera prova del nove: una riforma capace di segnare una nuova era o l’ennesima occasione persa? In fondo, come ha dichiarato lo stesso Graziano Delrio: “*Il vero problema delle province non è la loro esistenza, ma le risorse che mancano per farle funzionare*.” Una riflessione trasparente che porta con sé un interrogativo naturale: cosa ha gli impedito di intervenire per affrontarla durante il mandato? ##### **Il contesto di austerità e la legge Delrio: una riforma in crisi di risorse** Il ridimensionamento delle province non è avvenuto in un periodo di vuoto politico, ma in uno segnato da una crisi economica senza precedenti. Quando Graziano Delrio era al governo, l’Italia si trovava nel pieno dell’austerità e dei tagli alla spesa pubblica, con politiche che avevano già iniziato a stringere il cappio intorno ai bilanci provinciali dal 2009. La legge Delrio del 2014, come abbiamo già visto una riforma incompleta e controversa, non fece altro che spingere questi enti sull’orlo dell’irrilevanza. Ridimensionati a enti di secondo livello, privati di elezioni dirette e con competenze sempre più limitate, furono condannati a un’esistenza da comprimari nel panorama amministrativo italiano. Delrio difese la sua riforma con una promessa accattivante: risparmiare circa un miliardo di euro. Una cifra ambiziosa, certo, ma che sembra più un prodotto di ottimismo creativo che di calcoli concreti. I numeri veri, quelli riportati dall’Unione delle Province d’Italia, raccontano un’altra storia: appena 52 milioni di euro risparmiati in dieci anni, contro i costi miliardari degli enti provinciali mantenuti intatti. Una vera miseria, se confrontata con il caos amministrativo generato. Con funzioni ridotte all’osso e risorse quasi inesistenti, le province sono rimaste come scheletri di ciò che erano, prive di una direzione chiara e con una dirigenza politica che assomiglia più a un’agonia burocratica che a una riforma. A ben guardare, il risparmio reale poteva arrivare solo perseguendo il secondo, e in fondo principale, obiettivo della legge: rendere le province talmente irrilevanti – leggere al punto giusto per non pesare più – da farle sparire senza sollevare proteste. Dunque non un piano per snellirle e renderle più efficienti, ma una dieta drastica studiata portarle alla cancellazione definitiva. Peccato che avessero fatto i conti senza l’oste: la riforma costituzionale è stata bocciata tramite il referendum del 2016, lasciando le province a metà strada tra il passato e il nulla, in una crisi permanente di competenze e risorse, con cittadini sempre più lontani e servizi sempre meno efficaci. ##### **I rischi di una chiusura definitiva** I fautori dell’abolizione definitiva delle province puntano tutto su una promessa: semplificare l’architettura amministrativa, trasferendo competenze e funzioni a regioni e comuni. Sulla carta sembra un’idea razionale, ma la realtà rischia di trasformarla in un disastro annunciato. Le province attualmente gestiscono oltre **132.000 chilometri di strade** e più di **5.100 edifici scolastici** superiori. Affidare queste responsabilità direttamente ai comuni, molti dei quali – soprattutto quelli più piccoli – faticano già a mantenere i servizi di base, significherebbe creare una bomba a orologeria amministrativa. La **crisi economica e i tagli strutturali** degli ultimi dieci anni hanno già indebolito il sistema locale, con molti comuni che arrancano tra bilanci risicati e risorse insufficienti. Come potrebbero gestire anche la manutenzione delle strade provinciali o delle scuole superiori? Si rischierebbe di amplificare le disuguaglianze territoriali, lasciando le periferie e le aree interne senza un coordinamento strategico. Ecco perché molti vedono le province come una **necessità**, un ente intermedio capace di assicurare una visione d’insieme tra regioni e comuni. Il rischio è chiaro: trasformare la semplificazione amministrativa in un **abbandono dei territori**, creando una frammentazione che penalizzerebbe i cittadini. Del resto, la stessa legge Delrio ha dimostrato quanto sia facile smantellare funzioni senza prevedere chi dovrà farsene carico. Lo spettro di una gestione inefficace e disarticolata, soprattutto in ambiti cruciali come la viabilità e l’edilizia scolastica, rende l’ipotesi della chiusura definitiva un salto nel buio. ##### **I cittadini tra scetticismo e necessità** I cittadini italiani osservano le province con un misto di **scetticismo e pragmatismo**. Per molti, sono diventate entità evanescenti, percepite come inutili e lontane dalla vita quotidiana. Ma, quando si tratta di problemi concreti – strade dissestate o scuole superiori pericolanti – l’importanza delle province ritorna prepotentemente alla ribalta. È un rapporto ambivalente, paragonabile a quello con un parente distante: invisibile fino a quando non c’è un’emergenza, improvvisamente essenziale quando serve un aiuto pratico. Tuttavia, l’indifferenza dei cittadini non nasce dal nulla. La percezione negativa delle province è il frutto di anni di tagli al bilancio e di una riforma che le ha svuotate di **legittimità democratica** e risorse. I presidenti e i consigli provinciali, oggi eletti indirettamente, sembrano lontani dalle esigenze reali del territorio, mentre i servizi essenziali peggiorano di anno in anno. Questa distanza alimenta il **risentimento verso le istituzioni**, percepite come incapaci di rispondere ai bisogni locali. Eppure, l’assenza di un ente intermedio funzionale rischia di essere ben più problematica. Pur nel loro stato pessimo attuale, le province svolgono ancora un ruolo insostituibile: garantiscono infrastrutture strategiche e supportano i comuni più piccoli, quelli che senza assistenza rischiano di essere schiacciati dal peso delle responsabilità. È forse arrivato il momento di riconoscere che l’apparente irrilevanza delle province è, in realtà, un riflesso delle scelte politiche che le hanno marginalizzate. ##### **Verso una riforma (finalmente) chiara?** Il futuro delle province si gioca su tre aspetti fondamentali: **democrazia, risorse e semplificazione**. La riforma ideale dovrebbe partire da un ripensamento radicale del loro ruolo, chiarendo in modo definitivo le competenze e garantendo un finanziamento stabile. Ma c’è un problema: la politica italiana sembra più incline a rincorrere compromessi di breve termine che a pianificare riforme lungimiranti. La storia recente delle province lo dimostra: dalla legge Delrio al fallimento del referendum del 2016, ogni tentativo di trasformazione si è arenato in un limbo di **proposte a metà e aspettative disattese**. Senza una visione strategica, c’è il rischio che anche questa volta si torni a un compromesso incapace di risolvere le ambiguità storiche. Eppure, le province hanno il potenziale per diventare un pilastro della **politica locale moderna**. Per farlo, devono essere dotate di strumenti concreti per rispondere alle esigenze del territorio, mantenendo il collegamento tra comuni e regioni. La politica sarà in grado di cogliere questa opportunità? O assisteremo all’ennesima riforma zoppa, destinata a lasciare le province nel loro ruolo di **relitti amministrativi**? La risposta resta sospesa. Proprio come i ponti delle strade provinciali: fermi, in bilico, e in attesa di una manutenzione che sembra non arrivare mai. FONTI - [Upitoscana](https://www.upitoscana.it/depositato-il-testo-unificato-per-la-riforma-delle-province-che-supera-la-legge-delrio) - [Camera dei Deputati](https://temi.camera.it/leg17/post/i_precedenti_tentativi_di_riforma_delle_province.html?tema=temi%2Fprovince-1) - [Sole24Ore](https://www.ilsole24ore.com/art/la-seconda-vita-province-ecco-proposte-partiti-uniti-farle-rinascere-AEpv9YWC) - [Consiglio del Veneto](https://www.consiglioveneto.it/web/crv/dettaglio?id=71325859&backLink=https%3A%2F%2Fwww.consiglioveneto.it%2Fhome%3Fp_p_id%3Dnewscomunicati_INSTANCE_5k5bMS6Sfqhj&p_p_lifecycle=0&p_p_state=normal&p_p_mode=view&type=comunicato&pageTitle=Home&title=Formaggio+%28FdI%29%3A+%E2%80%9CRiforma+delle+Province%3A+un+passo+avanti+verso+una+governance+intermedia+efficace%E2%80%9D&image=%2Fdocuments%2F34871%2Fd2be0f5b-d375-1c83-6ec6-af2d77acc829) - [UpiVeneto](https://www.upiveneto.it/index.php/comunicati-stampa/item/121-unione-province-italiane-riunite-a-roma-insediata-la-commissione-statutaria-in-vista-dell-assemblea-nazionale-2024) - [Ministero dell’interno](https://www.interno.gov.it/it/stampa-e-comunicazione/interventi-e-interviste/35deg-assemblea-congressuale-province-italiane-litalia-province) **Categorie:** Dossier **Tag:** Politica & Società --- ### [Non è una medicina per donne](https://eywadivulgazione.it/non-e-una-medicina-per-donne/) **Published:** Febbraio 27, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Excerpt:** Se la medicina fosse stata progettata pensando anche ad Anna, il suo percorso sarebbe stato diverso. Perché la vera equità terapeutica non si misura solo nella quantità di farmaci disponibili, ma nella loro capacità di funzionare per tutti, senza che nessuno sia lasciato indietro. **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ***Farmaci per lui, rischi per lei: la medicina che non considera le donne***## **Il mistero di due cuori** Anna e Marco non si conoscevano. Le loro vite scorrevano parallele, separate da abitudini diverse, città diverse, sogni diversi. Anna aveva trentacinque anni, due bambini che riempivano le sue giornate e un lavoro che amava, ma che, allo stesso tempo, le toglieva il sonno. **Viveva con la costante pressione di dover essere all’altezza**, in un equilibrio fragile tra responsabilità familiari e ambizioni professionali. Marco invece aveva superato i quarant’anni ed era un manager in carriera. La sua agenda era fitta di appuntamenti, incontri e scadenze. Portava un sorriso sicuro, quasi un’armatura invisibile che celava una stanchezza cronica, **nascosta sotto strati di efficienza e controllo**. Non c’era motivo perché le loro strade si incrociassero. Eppure, fu proprio il destino a disegnare una traiettoria inaspettata, scegliendo un momento di fragilità condivisa. Un dolore improvviso al petto, un senso di oppressione che nessuno dei due poteva ignorare. **Due ambulanze, due corse verso l’ospedale**, due barelle che si fermano a pochi metri di distanza, separate solo da un muro sottile e impersonale. Stesso pronto soccorso, stessa urgenza. I medici si mossero rapidi, esami su esami, fino a una diagnosi identica: una condizione cardiaca acuta, la stessa per entrambi. Il protocollo era chiaro, la terapia definita: pillole prescritte con rigore, dosaggi calibrati secondo linee guida che promettevano risultati concreti. ![Donna pronto soccorso](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/02/donna-pronto-soccorso-300x200.webp) E in un caso sembrava funzionare. Marco, nel giro di pochi giorni, riprese a camminare con sicurezza, il dolore scomparso, l’energia ritrovata. **Anna, invece, rimaneva prigioniera di un corpo che sembrava non voler collaborare**. Il dolore continuava a stringerle il petto, il cuore affaticato, lento, come se qualcosa al suo interno si ribellasse silenziosamente. I medici provarono di tutto: aggiustarono le terapie, cambiarono farmaci, rivalutarono la diagnosi. Ma non migliorava. Marco guariva. Anna no. Perché? Era una questione di sfortuna? Oppure un caso clinico più complesso, magari una predisposizione genetica o un’anomalia nascosta? O c’era qualcosa di più grande, un dettaglio sfuggito agli occhi di chi pensava solo ai numeri e alle statistiche? La risposta era lì, nascosta in una verità scomoda, invisibile nelle cartelle cliniche ma evidente nei risultati. Bastava osservare con uno sguardo diverso, più profondo, capace di cogliere le sfumature che la medicina, a volte, tende a ignorare. Quando finalmente fu scoperta, quella risposta sollevò domande difficili, minando certezze consolidate e costringendo a ripensare non solo il modo di curare, ma il modo stesso di guardare alla salute. Perché il mistero di due cuori non era solo la storia di Anna e Marco, ma di un sistema di **pregiudizi invisibili, di differenze che vanno oltre i sintomi** e che non possono essere ignorate.## **La biologia non segue le regole del gioco** Quello che è accaduto ad Anna e Marco non è un’eccezione, né un enigma irrisolvibile. È il riflesso di una verità che la medicina ha troppo a lungo trascurato: le differenze biologiche tra uomini e donne non sono solo dettagli marginali o semplici curiosità anatomiche. Bensì variabili decisive che influenzano in modo profondo il modo in cui un farmaco viene assorbito, metabolizzato, distribuito ed eliminato da un corpo. Lo stesso principio attivo può curare un uomo ma essere inefficace, o addirittura dannoso, per una donna. Un aspetto chiave è la **composizione corporea**. Le donne hanno una percentuale di tessuto adiposo significativamente più alta rispetto agli uomini, ovvero il tessuto corporeo che immagazzina i grassi e funge da riserva energetica, isolante termico e protezione per gli organi. Questo ha un impatto concreto: i farmaci lipofili, cioè che si sciolgono nei grassi, tendono ad accumularsi in questi depositi. Il rilascio del farmaco nel sangue è quindi più lento e può prolungarne l’effetto terapeutico, ma anche aumentare il rischio di effetti collaterali e tossicità. Questo vale in particolare per alcuni sedativi e anestetici, che restano più a lungo nell’organismo femminile, prolungandone gli effetti e aumentando la probabilità di reazioni avverse. ![Medicine reazioni avverse](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/02/medicine-reazioni-avverse-1024x576.webp) Un altro elemento cruciale è la **clearance renale**, ovvero la capacità dei reni di eliminare i farmaci. Anche a parità di peso corporeo, le donne presentano una velocità di filtrazione glomerulare (cioè di clearance renale) inferiore rispetto agli uomini in media del 10%. Ciò significa che i farmaci idrosolubili, come alcuni antibiotici e farmaci cardiovascolari, possono permanere più a lungo nell’organismo femminile, alterando l’equilibrio tra beneficio e rischio e aumentando le possibilità di accumulo e di effetti collaterali indesiderati. Ad esempio, lo **zolpidem**, un farmaco per l’insonnia, viene eliminato più lentamente nelle donne, aumentando il rischio di sedazione prolungata e la compromissione delle capacità motorie il mattino successivo. Nel 2011, la FDA ha approvato dosaggi differenti per uomini e donne, riconoscendo queste differenze metaboliche. Un altro caso riguarda l’**aspirina**, che presenta un maggiore effetto antiaggregante (la capacità di impedire i coaguli di sangue) negli uomini, mentre nelle donne si osserva più frequentemente una minore efficacia. Ignorare queste differenze significa compromettere la sicurezza dei trattamenti. Differenze simili esistono anche nel **metabolismo epatico**, regolato da enzimi specifici che trasformano i farmaci prima della loro eliminazione. Alcuni di questi enzimi, in particolare della famiglia del citocromo P450, possono essere più attivi nelle donne, accelerando la degradazione di certi farmaci e riducendone l’efficacia. Altri, invece, lavorano più lentamente, prolungando la presenza del farmaco nel sangue e aumentando il rischio di sovradosaggio. Ad esempio, il **diazepam (Valium)**, sedativo molto diffuso, viene eliminato più lentamente nelle donne, aumentando il rischio di sedazione prolungata. Al contrario, l’**eritromicina**, un antibiotico, può causare più frequentemente nelle donne **Torsades de Pointes**, una pericolosa aritmia cardiaca, a causa di differenze nel metabolismo del farmaco. Queste variazioni farmacocinetiche sottolineano l’importanza di considerare il genere nella prescrizione e nel dosaggio dei farmaci. E poi ci sono gli **ormoni**. Gli estrogeni, il progesterone e il testosterone influenzano la velocità con cui il corpo metabolizza i farmaci, alterando la distribuzione e la risposta terapeutica. Questo significa che una donna potrebbe avere una reazione diversa a uno stesso farmaco in momenti diversi della sua vita, a seconda della fase ormonale in cui si trova. Le fluttuazioni ormonali influenzano anche il metabolismo di farmaci comuni. Ad esempio, l’effetto sedativo delle **benzodiazepine** può variare in base alle diverse fasi del ciclo mestruale, influenzando la risposta terapeutica. I **beta-bloccanti**, utilizzati per il controllo della pressione arteriosa, possono avere un’efficacia diversa nelle donne rispetto agli uomini, in base alle variazioni ormonali. Inoltre, le donne presentano una maggiore attività dell’enzima CYP2C19 rispetto agli uomini, che interessa il metabolismo di alcuni antidepressivi e ansiolitici. Queste differenze evidenziano la necessità di un approccio personalizzato per le terapie farmacologiche. Quando si pianificano studi per valutare le differenze di genere in medicina, è dunque essenziale considerare tutta una serie di fattori: **genetici** ed **epigenetici**, **ormonali**, **ambientali**, **culturali**, **psicologici** e relativi agli **stili di vita**. Differenze che non sono mai dettagli irrilevanti. Ma fattori che determinano se un farmaco sarà efficace o pericoloso. Eppure, per anni questi parametri sono stati totalmente ignorati dalla ricerca. La maggior parte degli studi clinici è stata condotta su uomini, come se il corpo femminile fosse una sorta di variante minore. Il risultato? Una medicina che, ancora oggi, non è progettata per le donne. Già nel 1991, Bernardine Healy pubblicò il celebre editoriale “The Yentl Syndrome” pubblicato sul *New England Journal of Medicine*, dove denunciava come le donne fossero spesso sottodiagnosticate e sottoposte a meno procedure diagnostiche e terapeutiche rispetto agli uomini. Healy si chiedeva se anche per ottenere cure adeguate fosse necessario essere un paziente maschio. Una simile discriminazione ha radici profonde, compresa la scarsa inclusione delle donne negli studi clinici. Nonostante i progressi, le donne sono ancora sottorappresentate negli studi clinici, così molti farmaci sono approvati sulla base di risultati ottenuti su una popolazione prevalentemente maschile. ![Medicina donne Box](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/02/medicina-donna-box-1024x577.webp)## **Diagnosi tardive o errate: quando il modello di riferimento è maschile** Se il modello diagnostico si basa su parametri maschili, chiunque non rientri in quegli schemi potrebbe non ricevere terapie adeguate. Le malattie ad esempio non si manifestano sempre allo stesso modo nei due sessi e l’errore di considerare i sintomi maschili come standard universale ha conseguenze gravissime. Prendiamo una patologia grave come l’infarto, come nel caso di Marco e Anna. Negli uomini, l’attacco cardiaco si presenta molto spesso con il classico dolore al petto che si irradia lungo il braccio sinistro. Nelle donne, invece, può manifestarsi con nausea, dolore addominale, affaticamento e ansia. Segnali meno eclatanti, che troppo spesso sono ignorati o attribuiti a disturbi di natura psicosomatica. Questa atipicità ha storicamente portato a una sottodiagnosi dell’infarto nelle donne, che, tuttavia, rappresenta la *prima* causa di morte tra le donne in Europa e in Italia. Lo stesso fenomeno si osserva, a parti invertite, in ambito oncologico. Il cancro al seno, per esempio, è erroneamente percepito come una malattia esclusivamente femminile, con la conseguenza che negli uomini viene diagnosticato solo in fase avanzata, quando le possibilità di trattamento sono già drasticamente ridotte. In psichiatria, poi, le differenze di genere nella diagnosi si trasformano in una trappola: le donne vengono più facilmente etichettate con disturbi d’ansia o depressione, mentre negli uomini prevalgono diagnosi legate a comportamenti impulsivi o aggressivi. Questi schemi influiscono anche sulla rilevazione di disturbi neuropsichiatrici nei bambini, dove i criteri diagnostici spesso si basano su sintomi più frequenti nei maschi, lasciando irriconosciute molte manifestazioni tipicamente femminili.## **Verso una medicina più equa** Negli ultimi anni, la consapevolezza delle diseguaglianze di genere nella ricerca e nella pratica medica ha iniziato a emergere anche a livello legislativo. L’Italia detiene il primato assoluto: è stata la prima nazione al mondo a riconoscere formalmente l’importanza della medicina di genere, con la Legge 3/2018. Questa legge ha introdotto il parametro “genere” nella sperimentazione clinica dei farmaci e nella definizione di percorsi diagnostico-terapeutici e formativi, inserendolo ufficialmente nel Servizio Sanitario Nazionale (SSN). A seguito di questa normativa, nel 2019 è stato approvato dal Ministero della Salute il **“Piano per l’applicazione e la diffusione della medicina di genere”**, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS). Il Piano ha individuato quattro ambiti chiave su cui intervenire: ricerca e innovazione, formazione del personale sanitario, comunicazione e integrazione della medicina di genere nei percorsi di diagnosi e cura. Un ulteriore passo avanti è stato compiuto nel 2020 con l’istituzione dell’**Osservatorio per la Medicina di Genere**, sempre presso l’ISS. Questo organismo ha il compito di monitorare l’applicazione delle misure previste, promuovere la ricerca e incentivare la formazione degli operatori sanitari per garantire un cambiamento concreto nella pratica clinica e nella ricerca farmacologica. Nonostante questi sviluppi, l’attuazione del Piano e l’impatto delle nuove direttive procedono ancora a rilento. Molti farmaci continuano a essere testati prevalentemente su uomini, e l’adeguamento delle linee guida cliniche alle specificità femminili rimane parziale. La strada è tracciata, ma la medicina di genere non può restare solo un principio teorico: servono investimenti, ricerca mirata e un cambiamento culturale per trasformare le buone intenzioni in una reale equità terapeutica. Tuttavia, negli ultimi anni, la FDA negli Stati Uniti, l’EMA in Europa e l’AIFA in Italia hanno adottato misure più stringenti per garantire una rappresentanza equilibrata di genere nei trial clinici. Questi enti regolatori hanno iniziato a bloccare i protocolli di ricerca che non includono un numero adeguato di partecipanti femminili, costringendo le aziende farmaceutiche a riconsiderare il loro approccio alla sperimentazione. ![Istituto Superiore Sanità](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/02/Sede_ISS-1024x576.webp) Ma c’è ancora molta strada da fare. Molti farmaci continuano a essere testati su modelli maschili, senza adeguamenti per il corpo femminile. L’adeguamento delle linee guida cliniche procede a rilento e la consapevolezza del problema è ancora limitata. Secondo uno studio della FDA le donne hanno un rischio ben 1,5-1,7 volte maggiore rispetto agli uomini di sviluppare effetti collaterali per i farmaci. E poi, tra il 1997 e il 2000, il 70% dei farmaci ritirati dal mercato presentava rischi maggiori per la salute femminile. Storicamente, le donne sono state sottorappresentate negli studi clinici, sia per motivi di sicurezza legati alla fertilità, sia – come abbiamo visto – per una percezione errata della loro fisiologia come una semplice variante di quella maschile. Questo approccio ha portato a farmaci che, una volta immessi sul mercato, si sono rivelati meno efficaci o più rischiosi per il corpo femminile. In realtà, anche dopo l’immissione in commercio dei farmaci, è fondamentale continuare a monitorare e valutare eventuali differenze di genere nelle reazioni avverse. La farmacovigilanza di genere permette di identificare segnali di rischio specifici per le donne e di adottare misure per proteggere la loro salute. La medicina di genere non può restare solo un principio teorico: servono investimenti, ricerca mirata e un cambiamento culturale per trasformare le buone intenzioni in una reale equità terapeutica. In futuro, sarebbe auspicabile che le autorità regolatorie richiedano protocolli di ricerca e sviluppo dedicati a uomini e donne, per i nuovi farmaci. Inclusi l’analisi separata di linee cellulari maschili e femminili, lo studio della farmacocinetica, della tossicità e della cancerogenicità in modelli animali di entrambi i sessi, e l’inclusione di un numero adeguato di uomini e donne negli studi clinici con analisi separate dei risultati. Solo così potremo garantire che i farmaci siano sicuri ed efficaci per tutti. Se la medicina fosse stata progettata pensando anche ad Anna, il suo percorso sarebbe stato diverso. Perché la vera equità terapeutica non si misura solo nella quantità di farmaci disponibili, ma nella loro capacità di funzionare per tutti, senza che nessuno sia lasciato indietro. **Categorie:** Dossier **Tag:** Politica & Società, Salute & Benessere --- ## Pagine ### [Home](https://eywadivulgazione.it/) **Published:** Maggio 22, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4543&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") ### [Il data center che si boccia da solo](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") [Team Eywa](https://eywadivulgazione.it/author/team-eywa/) - [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4551&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") ### [La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4513&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/ "Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso") ### [Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/ "Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso") [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4482&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") ### [Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") #### Articoli [Articoli](https://eywadivulgazione.it/category/articoli/)[edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4543&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") ### [Il data center che si boccia da solo](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") [Team Eywa](https://eywadivulgazione.it/author/team-eywa/) - Un campus di data center alle porte orientali di Londra. Il documento ambientale depositato da chi lo propone giudica la fase di esercizio incompatibile... [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4482&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") ### [Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4478&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/hormuz-guerra-devasta-ecosistemi-marini-delicati-pianeta/ "Hormuz: la guerra devasta uno degli ecosistemi marini più delicati del pianeta") ### [Hormuz: la guerra devasta uno degli ecosistemi marini più delicati del pianeta](https://eywadivulgazione.it/hormuz-guerra-devasta-ecosistemi-marini-delicati-pianeta/ "Hormuz: la guerra devasta uno degli ecosistemi marini più delicati del pianeta") [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4441&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/data-center-senza-acqua/ "Data center senza acqua: cosa non dice il circuito chiuso") ### [Data center senza acqua: cosa non dice il circuito chiuso](https://eywadivulgazione.it/data-center-senza-acqua/ "Data center senza acqua: cosa non dice il circuito chiuso") [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4426&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/zoo-caldo-legge-italiana/ "Tre leonesse morte in cinque giorni a Tokyo. Che cosa impone davvero la legge italiana agli zoo contro il caldo") ### [Tre leonesse morte in cinque giorni a Tokyo. Che cosa impone davvero la legge italiana agli zoo contro il caldo](https://eywadivulgazione.it/zoo-caldo-legge-italiana/ "Tre leonesse morte in cinque giorni a Tokyo. Che cosa impone davvero la legge italiana agli zoo contro il caldo") [](#)[](#) #### [Dossier](https://eywadivulgazione.it/tag/ambiente-sostenibilita/) [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4551&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") ### [La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") [Team Eywa](https://eywadivulgazione.it/author/team-eywa/) - A Genova, in largo Eros Lanfranco, il Comune ha tolto le lastre attorno a un tiglio. Ad agosto il cantiere era chiuso. Quanta superficie... [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=3787&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/gigafactory-ai-genova-acqua/ "Gigafactory AI a Genova: l’acqua che nessuno quantifica") ### [Gigafactory AI a Genova: l’acqua che nessuno quantifica](https://eywadivulgazione.it/gigafactory-ai-genova-acqua/ "Gigafactory AI a Genova: l’acqua che nessuno quantifica") [Team Eywa](https://eywadivulgazione.it/author/team-eywa/) - Il Consiglio Comunale di Genova discute in questi giorni la mozione numero 93, depositata il 25 novembre 2025 e arrivata in aula soltanto adesso,... [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=3742&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/rifiuti-impianti-carenza-ecomafia-italia/ "La macchina c’è, l’impianto no") ### [La macchina c’è, l’impianto no](https://eywadivulgazione.it/rifiuti-impianti-carenza-ecomafia-italia/ "La macchina c’è, l’impianto no") [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=3657&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/greenwashing-negazionismo-climatico/ "Il greenwashing del negazionismo climatico") ### [Il greenwashing del negazionismo climatico](https://eywadivulgazione.it/greenwashing-negazionismo-climatico/ "Il greenwashing del negazionismo climatico") [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=3469&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/disinfestazioni-antizanzare-urbane-cosa-finisce-davvero-aria-nostre-citta/ "Disinfestazioni antizanzare urbane: cosa finisce davvero nell’aria delle nostre città") ### [Disinfestazioni antizanzare urbane: cosa finisce davvero nell’aria delle nostre città](https://eywadivulgazione.it/disinfestazioni-antizanzare-urbane-cosa-finisce-davvero-aria-nostre-citta/ "Disinfestazioni antizanzare urbane: cosa finisce davvero nell’aria delle nostre città") [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=3431&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/biomassa-come-lavatrice-come-il-cippato-illegale-entra-nel-sistema-italiano-delle-rinnovabili/ "Quel bosco vicino a Torino è finito nella tua bolletta") ### [Quel bosco vicino a Torino è finito nella tua bolletta](https://eywadivulgazione.it/biomassa-come-lavatrice-come-il-cippato-illegale-entra-nel-sistema-italiano-delle-rinnovabili/ "Quel bosco vicino a Torino è finito nella tua bolletta") [](#)[](#) #### MANUALI [Manuali](https://eywadivulgazione.it/category/manuale/)[edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4152&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/data-center-manuale-civico/ "Data center: arrivare prima delle decisioni") ### [Data center: arrivare prima delle decisioni](https://eywadivulgazione.it/data-center-manuale-civico/ "Data center: arrivare prima delle decisioni") Luglio 15, 2026 [Manuali](https://eywadivulgazione.it/category/manuale/)[edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=3637&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/prima-che-arrivino-le-motoseghe-come-monitorare-il-verde-urbano-in-anticipo/ "Prima che arrivino le motoseghe: come monitorare il verde urbano in anticipo") ### [Prima che arrivino le motoseghe: come monitorare il verde urbano in anticipo](https://eywadivulgazione.it/prima-che-arrivino-le-motoseghe-come-monitorare-il-verde-urbano-in-anticipo/ "Prima che arrivino le motoseghe: come monitorare il verde urbano in anticipo") Maggio 15, 2026 [Manuali](https://eywadivulgazione.it/category/manuale/)[edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=3400&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/maltrattamento-animali-cosa-fare-denuncia-guida/ "Manuale operativo Eywa. Protezione animali") ### [Manuale operativo Eywa. Protezione animali](https://eywadivulgazione.it/maltrattamento-animali-cosa-fare-denuncia-guida/ "Manuale operativo Eywa. Protezione animali") Aprile 9, 2026 [Dossier](https://eywadivulgazione.it/category/dossier/)[edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=3366&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/bonifica-petrolio-mare-come-funziona/ "Cosa succede davvero quando il petrolio finisce in mare: guida completa alle bonifiche") ### [Cosa succede davvero quando il petrolio finisce in mare: guida completa alle bonifiche](https://eywadivulgazione.it/bonifica-petrolio-mare-come-funziona/ "Cosa succede davvero quando il petrolio finisce in mare: guida completa alle bonifiche") Marzo 26, 2026 [Articoli](https://eywadivulgazione.it/category/articoli/)[edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=3361&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/zollatura-alberi-trapianto-come-riconoscerlo/ "Zollatura degli alberi: cos’è davvero, quando serve e come riconoscere un trapianto fatto bene") ### [Zollatura degli alberi: cos’è davvero, quando serve e come riconoscere un trapianto fatto bene](https://eywadivulgazione.it/zollatura-alberi-trapianto-come-riconoscerlo/ "Zollatura degli alberi: cos’è davvero, quando serve e come riconoscere un trapianto fatto bene") Marzo 25, 2026 [Manuali](https://eywadivulgazione.it/category/manuale/)[edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=3243&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/radon-casa-mappa-italiana-rischio-misurarlo/ "Radon in casa: la mappa italiana del rischio e come misurarlo") ### [Radon in casa: la mappa italiana del rischio e come misurarlo](https://eywadivulgazione.it/radon-casa-mappa-italiana-rischio-misurarlo/ "Radon in casa: la mappa italiana del rischio e come misurarlo") Febbraio 27, 2026 [](#)[](#) #### ENCICLOPEDIA [Articoli](https://eywadivulgazione.it/category/articoli/)[edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=3803&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/el-nino-2026-cosa-significa-estate-italiana/ "El Niño 2026: cosa significa davvero per l’estate italiana ") ### [El Niño 2026: cosa significa davvero per l’estate italiana ](https://eywadivulgazione.it/el-nino-2026-cosa-significa-estate-italiana/ "El Niño 2026: cosa significa davvero per l’estate italiana ") [Team Eywa](https://eywadivulgazione.it/author/team-eywa/) - Giugno 18, 2026 [0](https://eywadivulgazione.it/el-nino-2026-cosa-significa-estate-italiana/#respond) Tra clamore e realtà: perché il nostro caldo lo scrive il Mediterraneo, non il Pacifico. «Super El Niño», «estate rovente», torna il fenomeno che fa... [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=3798&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/comunita-energetiche-scadenza-30-giugno-2026/ "Comunità energetiche: cosa significa davvero il 30 giugno ") ### [Comunità energetiche: cosa significa davvero il 30 giugno ](https://eywadivulgazione.it/comunita-energetiche-scadenza-30-giugno-2026/ "Comunità energetiche: cosa significa davvero il 30 giugno ") Giugno 17, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=3477&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/erosione-suolo-cosa-cause/ "Erosione del suolo: cos’è, cause, conseguenze e come prevenirla") ### [Erosione del suolo: cos’è, cause, conseguenze e come prevenirla](https://eywadivulgazione.it/erosione-suolo-cosa-cause/ "Erosione del suolo: cos’è, cause, conseguenze e come prevenirla") Aprile 23, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=3465&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/cosa-sono-foreste-temperate/ "Cosa sono le foreste temperate: il bioma a quattro stagioni") ### [Cosa sono le foreste temperate: il bioma a quattro stagioni](https://eywadivulgazione.it/cosa-sono-foreste-temperate/ "Cosa sono le foreste temperate: il bioma a quattro stagioni") Aprile 21, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=3460&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/biodiversita-definizione-importanza/ "Biodiversità: definizione e importanza per il futuro del Pianeta") ### [Biodiversità: definizione e importanza per il futuro del Pianeta](https://eywadivulgazione.it/biodiversita-definizione-importanza/ "Biodiversità: definizione e importanza per il futuro del Pianeta") Aprile 20, 2026 [](#)[](#) #### Scelti per te [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=2972&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/guida-rapida-ai-regali-tech-ricondizionati-senza-ingenuita/ "Guida rapida ai regali tech ricondizionati (senza ingenuità!)") ### [Guida rapida ai regali tech ricondizionati (senza ingenuità!)](https://eywadivulgazione.it/guida-rapida-ai-regali-tech-ricondizionati-senza-ingenuita/ "Guida rapida ai regali tech ricondizionati (senza ingenuità!)") [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=3381&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/sapone-ecologico-per-il-viso-guida-alla-skincare-naturale-e-sostenibile/ "Sapone ecologico per il viso: guida alla skincare naturale e sostenibile") ### [Sapone ecologico per il viso: guida alla skincare naturale e sostenibile](https://eywadivulgazione.it/sapone-ecologico-per-il-viso-guida-alla-skincare-naturale-e-sostenibile/ "Sapone ecologico per il viso: guida alla skincare naturale e sostenibile") [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=2758&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/acquaponica-italia-non-e-una-favola/ "L’acquaponica risparmia il 90% d’acqua. Perché non è ovunque?") ### [L’acquaponica risparmia il 90% d’acqua. Perché non è ovunque?](https://eywadivulgazione.it/acquaponica-italia-non-e-una-favola/ "L’acquaponica risparmia il 90% d’acqua. Perché non è ovunque?") [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=2590&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/se-produci-inquinando-poi-paghi-leuropa-dichiara-guerra-alla-moda-usa-e-getta/ "Se produci inquinando, poi paghi! L’Europa dichiara guerra alla moda usa-e-getta") ### [Se produci inquinando, poi paghi! L’Europa dichiara guerra alla moda usa-e-getta](https://eywadivulgazione.it/se-produci-inquinando-poi-paghi-leuropa-dichiara-guerra-alla-moda-usa-e-getta/ "Se produci inquinando, poi paghi! L’Europa dichiara guerra alla moda usa-e-getta") [](#)[](#) 16,500Followers[Follow](https://instagram.com/eywadivulgazione#) #### attualita' [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4543&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") ### [Il data center che si boccia da solo](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") [Team Eywa](https://eywadivulgazione.it/author/team-eywa/) - Un campus di data center alle porte orientali di Londra. Il documento ambientale depositato da chi lo propone giudica la fase di esercizio incompatibile... [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4482&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") ### [Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4478&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/hormuz-guerra-devasta-ecosistemi-marini-delicati-pianeta/ "Hormuz: la guerra devasta uno degli ecosistemi marini più delicati del pianeta") ### [Hormuz: la guerra devasta uno degli ecosistemi marini più delicati del pianeta](https://eywadivulgazione.it/hormuz-guerra-devasta-ecosistemi-marini-delicati-pianeta/ "Hormuz: la guerra devasta uno degli ecosistemi marini più delicati del pianeta") --- ### [Test Empty](https://eywadivulgazione.it/test-empty/) **Published:** Settembre 4, 2026 **Author:** Enrico **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) --- ### [My Account](https://eywadivulgazione.it/account/) **Published:** Giugno 26, 2026 **Author:** Enrico **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) [ I tuoi Dossier ](https://eywadivulgazione.it/account/eywa_downloads/) [ I tuoi Abbonamenti ](https://eywadivulgazione.it/account/list-subscriptions/) [ Account ](https://eywadivulgazione.it/account/edit-profile/) [ Fatturazione ](https://eywadivulgazione.it/account/my-billing-address/) [ Cambia Password ](https://eywadivulgazione.it/account/change-password/) [ Elimina Account ](https://eywadivulgazione.it/account/delete-account/) [ ![](https://secure.gravatar.com/avatar/0bf176415bda52b9d4b6b919208d025c0f4012a843063dc1ac977099c2566cab?s=800&r=g) ](https://eywadivulgazione.it/profile/Alice%20Salvatore) [ *home* Dashboard ](https://eywadivulgazione.it/account/) [ *card\_membership* Abbonamenti ](https://eywadivulgazione.it/account/list-subscriptions/) [ *shopping\_cart* Ordini ](https://eywadivulgazione.it/account/list-orders/) [ *file\_download* Downloads ](https://eywadivulgazione.it/account/eywa_downloads/) [ *file\_download* Download ](https://eywadivulgazione.it/account/list-downloads/) [ *map* Indirizzo di fatturazione ](https://eywadivulgazione.it/account/my-billing-address/) [ *account\_box* Dettagli account ](https://eywadivulgazione.it/account/edit-profile/) [ *vpn\_key* Cambia password ](https://eywadivulgazione.it/account/change-password/) [ *email* Notifiche email ](https://eywadivulgazione.it/account/email-notifications/) [ *delete* Elimina account ](https://eywadivulgazione.it/account/delete-account/) [ *exit\_to\_app* Disconnetti ](https://eywadivulgazione.it/wp-login.php?action=logout&_wpnonce=397429800e&redirect_to=https%3A%2F%2Feywadivulgazione.it%2F) Ciao **Alice Salvatore** (non sei **Alice Salvatore**? [Esci](https://eywadivulgazione.it/wp-login.php?action=logout&_wpnonce=397429800e&redirect_to=https%3A%2F%2Feywadivulgazione.it%2F)) Dalla dashboard del tuo account puoi [cambiare la password](https://eywadivulgazione.it/account/change-password/) e [modificare i dettagli del tuo account](https://eywadivulgazione.it/account/edit-profile/). --- ### [Segnalare promesse ambientali ingannevoli](https://eywadivulgazione.it/promesse-ingannevoli/) **Published:** Agosto 31, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) I Dossier di Eywa Segnalare promesse ambientali ingannevoli Segnalazione all'AGCM su asserzioni ambientali ingannevoli e pubblicità scorretta legate a un data center. 248 KB · 6 download · 🔒 Riservato [ Leggi Online ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4356&mode=view&_wpnonce=e26fce5fa1) [ Scarica ](https://eywadivulgazione.it/?eywa_file=4356&mode=download&_wpnonce=e26fce5fa1) --- ### [Eywa Newsletter](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) **Published:** Novembre 10, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) --- ### [Sign Up](https://eywadivulgazione.it/registrazione/) **Published:** Giugno 26, 2026 **Author:** Enrico **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) You are already registered. --- ### [Log In](https://eywadivulgazione.it/log-in-2/) **Published:** Giugno 26, 2026 **Author:** Enrico **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) You are already logged in. --- ### [Reset Password](https://eywadivulgazione.it/reset-password-2/) **Published:** Giugno 26, 2026 **Author:** Enrico **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Reimposta la tua password *facefaceface* [Torna al login](https://eywadivulgazione.it/log-in-2/) --- ### [Il Gruppo Trizio: cinquant'anni di progetti concreti, zero chiacchiere](https://eywadivulgazione.it/la-nostra-storia-e-fatta-di-progetti/) **Published:** Marzo 24, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Il Gruppo Trizio nasce negli anni ’70 dall’editoria e dalla comunicazione. Siamo stati tra i primi in Italia a unire pubblicazioni cartacee e produzioni televisive per le emittenti locali lombarde, usando tecniche di Direct Marketing che allora nessuno aveva mai visto. Da lì nascono collaborazioni B2B con Publitalia/Mediaset, Italia 7 e Italia 7 Gold. La comunicazione cambia rapidamente: la pubblicità non è più solo immagine, diventa prodotto, interazione, risposta diretta degli utenti. E noi ci siamo dentro. **Anni ’80-’90: quando l’e-commerce era ancora su carta** All’inizio degli anni ’90 individuiamo un problema strutturale: i cataloghi, strumento fondamentale della vendita diretta, sono riservati ai grandi gruppi. Le PMI italiane restano fuori. Così creiamo un vero e proprio e-commerce cartaceo dedicato alle piccole imprese, dando accesso a strumenti di Direct Mailing e Direct Marketing fino ad allora impossibili da raggiungere. Nel ’92 internet arriva in Italia. Siamo tra i primi a portare brand storici online. Il progetto più riuscito? Il primo e-commerce ufficiale dedicato a Carosello, un successo che ha trasformato un simbolo del passato televisivo italiano in qualcosa di nuovo e accessibile. **Nuovo millennio: marketplace, reputazione online, sicurezza** Con la diffusione di internet il gruppo si allarga. Forniamo consulenza alle multinazionali che vogliono capire il mercato italiano. Supportiamo migliaia di PMI che vogliono entrare in marketplace come Amazon ed eBay. In questi anni emerge un fenomeno destinato a diventare centrale: la Web Reputation. Grazie alla visione della fondatrice Brunilde Trizio, iniziamo a studiare scientificamente le dinamiche della reputazione online e dell’analisi comportamentale. Nasce Mixer Marketing, un insieme di software proprietari sviluppati negli ultimi 15 anni, specializzati in comunicazione digitale profilata, analisi dei comportamenti online e monitoraggio continuo della reputazione aziendale. Parallelamente sviluppiamo competenze in sicurezza informatica. Dal 2010 ci occupiamo di difesa contro i ricatti online e la sextortion. Oggi gestiamo oltre 3.000 casi all’anno, primo gruppo in Italia per esperienza e volume nel settore. Nel 2013 nasce Scripta Manent, progetto di divulgazione storica che oggi conta 500.000 iscritti e 70 milioni di visualizzazioni annue su YouTube. La community più attiva d’Europa sulla storia antica, medievale e moderna. **Oggi: dati, tecnologia, consulenza strategica** Il Gruppo Trizio oggi è una rete di esperti e consulenti che unisce analisi dati avanzata, Web Reputation, Brand Management e strategie digitali per aziende e professionisti. Il nostro lavoro è tecnico, specializzato, orientato alle imprese e alle performance. Non facciamo editoria d’opinione, non produciamo contenuti politici, non abbiamo interessi nel settore ambientale. Zero sovrapposizioni con Eywa, zero possibilità di influenzarci. Ed è proprio per questo che Eywa, finanziata da noi ma completamente autonoma nei contenuti, può permettersi indipendenza totale e zero compromessi. --- ### [Perché Eywa](https://eywadivulgazione.it/cose-eywa/) **Published:** Novembre 18, 2024 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## Il Team fondatore ![](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/cropped-cropped-cropped-Alessandro-Trizio.webp "cropped-cropped-cropped-Alessandro-Trizio.webp")##### **Alessandro Trizio** Direttore Responsabile Da sempre appassionato di informatica e nuove tecnologie. Si avvicina al mondo dell’open source e partecipa attivamente allo sviluppo del sistema operativo Linux, approfondendo sempre di più il settore di sviluppo e ingegneria software, collaborando con aziende statunitensi. Contemporaneamente, avvia e amplia studi sulla comunicazione e sul comportamento sociale e della comunicazione non verbale. Questi progetti lo portano a lunghe collaborazioni all’estero, tra USA e Israele, dove approfondisce le interazioni fra software ed essere umano, che sfociano nella specializzazione in intelligenza artificiale. I molti viaggi in Medio Oriente aumentano la passione per la politica e la geopolitica internazionale. Nel 2004, osserva lo sviluppo dei social network e di una nuova fase del citizen journalism, e si rende conto che le aziende necessitano di nuovi metodi per veicolare i contenuti. Questo mix di elevate competenze si sposa perfettamente con il progetto di Web Reputation della madre, Brunilde Trizio. Ora Alessandro è Amministratore e Direttore strategico del Gruppo Trizio. ![](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/cropped-cropped-roberto-trizio.webp "cropped-cropped-roberto-trizio.webp")##### **Roberto Trizio** Direttore Multimedia Roberto si dedica da subito agli studi classici e umanistici. Grazie ad alcuni mentori come David Randall, figura di spicco del giornalismo anglosassone, perfeziona la sua conoscenza nel mondo dei media, della comunicazione online e si specializza in tecniche di contrattazione e Crisis Management. Le sue competenze si riversano nella Web Reputation: dirige un team specializzato nell’analisi legale e commerciale dell’identità digitale, elabora e guida le strategie di intervento per la bonifica reputazionale, riposizionando marchi di livello nazionale ed internazionale, assieme a campagne di comunicazione innovative basate sul Content Marketing e sulla gestione del Brand Sentiment. Ora è Presidente e Direttore delle strategie editoriali di Gruppo Trizio. Sua grande passione la storia dell’antica Roma, un interesse che lo ha portato a fondare un gruppo di divulgazione storica multicanale, il Bar di Roma Antica. Il gruppo ora riunito nel gruppo Scripta Manent che vanta oltre 15 milioni di spettatori al mese e 590.000 iscritti, che ha spesso ospitato interventi di accademici di rilievo internazionale e punto di riferimento per i programmi di studio delle scuole. ![](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/cropped-cropped-Alice-Salvatore.webp "cropped-cropped-Alice-Salvatore.webp")##### **Alice Salvatore** Direttrice Dossier Alice Salvatore, è una rarissima politica “scollocata”, il concetto di scollocamento è un atto di volontaria autodeterminazione. Significa abbandonare un lavoro sicuro e redditizio, per seguire le proprie aspirazioni e rimanere coerente e fedele al proprio spirito. Alice Salvatore si è dunque scollocata, rinunciando a posti di prestigio, profumatamente remunerati, per non piegare il capo a logiche antitetiche al suo senso etico e alla sua coerenza. Con spirito indomito, Alice continua a fare divulgazione etica, con un consistente bagaglio esperienziale nel campo dell’ambiente, della salute, della società e dell’urbanistica. La nostra società sta cambiando, e, o cambia nella direzione giusta o la cultura occidentale arriverà presto al TIME OUT. Alice è linguista, specializzata in inglese e francese, ha fatto un PhD in Letterature comparate Euro-americane, e macina politica ed etica come respira. ### La nostra Redazione Il lavoro di Eywa non sarebbe possibile senza i nostri esperti analisti. - - **Marco Crosetto** – Analista di dati aziendali - - **Matteo Capaldo** – Esperto in analisi dati - - **Viviana Marandola** – Specialista in marketing digitale - - **Linda Manara** – Analista di mercato e strategie commerciali - - **Barbara Presti** – Consulente in comunicazione istituzionale - - **Marco Nardò** – Data scientist e ricercatore di trend - - **Marco Barbadoro** – Stratega di comunicazione per il settore pubblico - - **Naja Noro** – Esperta in analisi dei dati demografici - - **Gabriele Preziosa** – Consulente in campagne di comunicazione politica - - **Camilla Astaldi** – Analista di dati e metriche social media - - **Simone Mari** – Specialista in analisi di mercato e previsione dei trend - - **Safwa Roberto** – Esperto in marketing strategico internazionale - - **Alessandro Mira** – Data analyst per il settore privato - - **Fabio Ganotti** – Responsabile di strategie di marketing digitale - - **Salvatore Pappalardo** – Consulente per l’analisi di dati economici - - **Claudia Fontana** – Esperta in comunicazione per il settore no-profit - - **Stefano Bendandi** – Analista di dati per strategie pubblicitarie - - **Roberta Polidoro** – Specialista in gestione della reputazione online - - **Veronica Rizzoli** – Consulente in storytelling strategico - - **Adriana Roma** – Analista di dati per strategie di branding - - **Sabrina Monno** – Specialista in comunicazione visiva e digitale - - **Pietro Sormani** – Esperto in ottimizzazione di campagne di marketing - - **Adriano Santarsia** – Consulente in big data e analisi predittiva - - **Giulia Bagnasco** – Analista in comportamenti dei consumatori - - **Jessica Traverso** – Specialista in strategie di comunicazione integrata - - **Roberta Biondi** – Esperta in monitoraggio e analisi della concorrenza - - **Luna Govanola** – Consulente in marketing territoriale - - **Ehama Carre** – Analista di dati per strategie di crescita aziendale - - **Giorgio Muscas** – Esperto in comunicazione di crisi - - **Niccolò Giraudo** – Specialista in marketing data-driven - - **Lucia Tinagli** – Consulente in strategie di comunicazione digitale --- ### [La fondatrice](https://eywadivulgazione.it/la-fondatrice/) **Published:** Gennaio 26, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## La fondatrice del Gruppo ![Brunilde Trizio](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/tartitot-281x300-1.jpg)**1959**. E’ la data in cui la fondatrice di **Trizio Consulting**, Brunilde Trizio, avvia la sua prima azienda. In pieno boom economico, nella città di Milano, Brunilde propone servizi per aziende, un settore estremamente innovativo per il tempo. La pubblicità esisteva già, ma Brunilde unisce le più moderne tecniche del marketing americano alle peculiarità comunicative italiane, ideando soluzioni avveniristiche e facendosi strada nel settore. **1970 – 1980**. **Brunilde è ormai titolare di più aziende**, sia sul territorio nazionale sia con un respiro europeo. Molto spesso le attività di consulenza la portano a seguire personalmente clienti internazionali, ed è protagonista e testimone di importanti innovazioni come la crescita e il rafforzarsi delle piccole televisioni private e poi della grandi TV commerciali. **1990-2000**. **Brunilde intravede le potenzialità di Internet**, un media allora in fase di nascita e ancora riservato a pochi esperti in Italia. Dopo alcuni anni, nel ’98, decide di investire in questo nuovo settore, facendo sviluppare i primi siti web aziendali e portando in rete, in oltre un decennio di attività, migliaia di imprese. **2000** – Il business inizia a spostarsi dal settore cartaceo, che rimane con alcune pubblicazioni specialistiche e di pregio, verso il digitale. Le aziende di Brunilde forniscono contenuti esclusivi e aiutano i grandi gruppi editoriali a sviluppare il settore online. **2006** – Mentre l’Italia vince la coppa del mondo, e i social network muovono i primi passi nel nostro paese, Brunilde comprende in anticipo il valore strategico della reputazione online. **Si sviluppano così le prime strategie di gestione** dell’immagine su internet. Di nuovo, prima fra gli imprenditori. **2013** – Sempre dall’ispirazione che la caratterizza, **nasce “Scripta Manent”**, un progetto di approfondimento geopolitico che sarà sviluppato con la collaborazione e l’impegno dei suoi figli, che portano avanti gli insegnamenti e **l’etica di Brunilde.** --- ### [My Profile](https://eywadivulgazione.it/my-profile/) **Published:** Giugno 26, 2026 **Author:** Enrico **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) You are not authorized to access this area. --- ### [Member Directory](https://eywadivulgazione.it/member-directory-2/) **Published:** Giugno 26, 2026 **Author:** Enrico **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) [ ](https://eywadivulgazione.it/profile/Spiridigliozzi) [ ![](https://secure.gravatar.com/avatar/dfa2e346c5d1cb68344005c0912f76ea93ff20d8edee1af2c01a51de61a9cfae?s=800&r=g) ](https://eywadivulgazione.it/profile/Spiridigliozzi) [Adelia](https://eywadivulgazione.it/profile/Spiridigliozzi) [ ](https://eywadivulgazione.it/profile/Miriam%20Vi) [ ![](https://secure.gravatar.com/avatar/a1d49aec7416060096574f4ef229599109cb05cf2aac145f02065e9700d731c5?s=800&r=g) ](https://eywadivulgazione.it/profile/Miriam%20Vi) [Miriam](https://eywadivulgazione.it/profile/Miriam%20Vi) [ ](https://eywadivulgazione.it/profile/Clara) [ ![](https://secure.gravatar.com/avatar/74602b55834963118699536ff3fa3ff6e76eda21304ae15c355729c9dc0f261d?s=800&r=g) ](https://eywadivulgazione.it/profile/Clara) [Clara Congia](https://eywadivulgazione.it/profile/Clara) [ ](https://eywadivulgazione.it/profile/Rola9) [ ![](https://secure.gravatar.com/avatar/4cce6a11d9390e17a2897a48dbc66ee81d5151cd35bbcf086e3771fbaf8b2431?s=800&r=g) ](https://eywadivulgazione.it/profile/Rola9) [Ross](https://eywadivulgazione.it/profile/Rola9) [ ](https://eywadivulgazione.it/profile/Ina) [ ![](https://secure.gravatar.com/avatar/33ac352547d74d236d398fc31f77b01f1b590d84f3523396952b1ddaee683528?s=800&r=g) ](https://eywadivulgazione.it/profile/Ina) [Camilli](https://eywadivulgazione.it/profile/Ina) [ ](https://eywadivulgazione.it/profile/Nico_Pi) [ ![](https://secure.gravatar.com/avatar/50451b32814cd68a214d3ad42fb79c34d28f32865e76087eb0a41b9823bb650c?s=800&r=g) ](https://eywadivulgazione.it/profile/Nico_Pi) [Nicola](https://eywadivulgazione.it/profile/Nico_Pi) [ ](https://eywadivulgazione.it/profile/Zano) [ ![](https://secure.gravatar.com/avatar/812371bc2caa7ea8f98aaecea17f9ce77a213e4c7175500c46e9e83996112904?s=800&r=g) ](https://eywadivulgazione.it/profile/Zano) [Davide](https://eywadivulgazione.it/profile/Zano) [ ](https://eywadivulgazione.it/profile/ElaRock123) [ ![](https://secure.gravatar.com/avatar/898bbe63092f9a2a0534f26ba8ab0fc19b341b891c138437cba737bffe44bb4a?s=800&r=g) ](https://eywadivulgazione.it/profile/ElaRock123) [Manuela Rocchi](https://eywadivulgazione.it/profile/ElaRock123) [ ](https://eywadivulgazione.it/profile/alliswell133) [ ![](https://secure.gravatar.com/avatar/12b1b372acbbac633a5fbf082e36a60657d387e47930c2b770adb1bca74b3f43?s=800&r=g) ](https://eywadivulgazione.it/profile/alliswell133) [alliswell133](https://eywadivulgazione.it/profile/alliswell133) 1[2](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/admin-ajax.php/?mdpage1=2&action=as_async_request_queue_runner&nonce=a5c35e67e7)[3](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/admin-ajax.php/?mdpage1=3&action=as_async_request_queue_runner&nonce=a5c35e67e7)…[14](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/admin-ajax.php/?mdpage1=14&action=as_async_request_queue_runner&nonce=a5c35e67e7)[keyboard\_arrow\_right](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/admin-ajax.php/?mdpage1=2&action=as_async_request_queue_runner&nonce=a5c35e67e7) --- ### [Checkout](https://eywadivulgazione.it/checkout-2/) **Published:** Giugno 26, 2026 **Author:** Enrico **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Your cart is currently empty. Click [here](https://eywadivulgazione.it) to get started. --- ### [Order Confirmation](https://eywadivulgazione.it/order-confirmation-2/) **Published:** Giugno 26, 2026 **Author:** Enrico **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Thank you for your order! Ordine non valido --- ### [Order Failed](https://eywadivulgazione.it/order-failed-2/) **Published:** Giugno 26, 2026 **Author:** Enrico **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Your transaction failed, please try again or contact support. --- ### [Switching plans wizard](https://eywadivulgazione.it/tds-switching-plans-wizard/) **Published:** Giugno 4, 2026 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ### Unlock ### The Best Experience Ut tempor suscipit justo a viverra. Etiam turpis erat, hendrerit quis molestie ut, vestibulum non diam. Fusce at tortor tempor, porta elit ut, fringilla risus. Mauris ante ante, vulputate tincidunt eros at, scelerisque dictum justo. version="1.0" ? ### Free Free / forever Plans buttonPlease set a valid create account page What you'll get - Etiam est nibh, lobortis sit - Praesent euismod ac - Ut mollis pellentesque tortor - Nullam eu erat condimentum - Donec quis est ac felis - Orci varius natoque dolor ### Pro € 100 € 1 € 0 / year / month placeholder text Plans buttonPlease set a valid create account page What you'll get - Etiam est nibh, lobortis sit - Praesent euismod ac - Ut mollis pellentesque tortor - Nullam eu erat condimentum - Donec quis est ac felis - Orci varius natoque dolor Yearly pricing Monthly pricing --- ### [profilo](https://eywadivulgazione.it/profilo/) **Published:** Maggio 29, 2026 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Area riservata Eywa# Il tuo account Gestisci il tuo abbonamento, controlla i tuoi dati e accedi ai contenuti riservati. [ ![](https://secure.gravatar.com/avatar/0bf176415bda52b9d4b6b919208d025c0f4012a843063dc1ac977099c2566cab?s=800&r=g) ](https://eywadivulgazione.it/profile/Alice%20Salvatore) [ *home* Dashboard ](https://eywadivulgazione.it/account/) [ *card\_membership* Abbonamenti ](https://eywadivulgazione.it/account/list-subscriptions/) [ *shopping\_cart* Ordini ](https://eywadivulgazione.it/account/list-orders/) [ *file\_download* Downloads ](https://eywadivulgazione.it/account/eywa_downloads/) [ *file\_download* Download ](https://eywadivulgazione.it/account/list-downloads/) [ *map* Indirizzo di fatturazione ](https://eywadivulgazione.it/account/my-billing-address/) [ *account\_box* Dettagli account ](https://eywadivulgazione.it/account/edit-profile/) [ *vpn\_key* Cambia password ](https://eywadivulgazione.it/account/change-password/) [ *email* Notifiche email ](https://eywadivulgazione.it/account/email-notifications/) [ *delete* Elimina account ](https://eywadivulgazione.it/account/delete-account/) [ *exit\_to\_app* Disconnetti ](https://eywadivulgazione.it/wp-login.php?action=logout&_wpnonce=397429800e&redirect_to=https%3A%2F%2Feywadivulgazione.it%2F) Ciao **Alice Salvatore** (non sei **Alice Salvatore**? [Esci](https://eywadivulgazione.it/wp-login.php?action=logout&_wpnonce=397429800e&redirect_to=https%3A%2F%2Feywadivulgazione.it%2F)) Dalla dashboard del tuo account puoi [cambiare la password](https://eywadivulgazione.it/account/change-password/) e [modificare i dettagli del tuo account](https://eywadivulgazione.it/account/edit-profile/). --- ### [Livelli](https://eywadivulgazione.it/livelli/) **Published:** Novembre 10, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Piano: Scarica Documenti Accesso Completo **Lettura dei Dossier:** Incluso (Accesso illimitato a tutti gli articoli e approfondimenti) **Download dei File:** **Abilitato** (Puoi scaricare qualsiasi documento o allegato creato nei dossier di Eywa) **Aggiornamenti:** Inclusi tutti i futuri rilasci di materiale didattico e tecnico [ATTIVA IL PIANO SCARICA DOCUMENTI](https://eywadivulgazione.it/checkout/?plan=2) Piano: Iscritto Accesso Base **Lettura dei Dossier:** Incluso (Accesso completo alla lettura di tutti i testi pubblicati) **Download dei File:** **Non incluso** (La possibilità di scaricare i file allegati è bloccata) **Supporto della Community:** Abilitato (Commenti e partecipazione alle discussioni) [REGISTRATI COME ISCRITTO](https://eywadivulgazione.it/tds-login-register/?signup) --- ### [file error message](https://eywadivulgazione.it/file-error-message/) **Published:** Maggio 15, 2026 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Only Logged-in user can see this files --- ### [contact test form](https://eywadivulgazione.it/contact-test-form/) **Published:** Maggio 13, 2026 **Author:** Alessandro Trizio **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) \[contact-form-7 id=”2775241″ title=”Modulo di contatto 1″\] --- ### [Checkout](https://eywadivulgazione.it/tds-checkout/) **Published:** Maggio 1, 2026 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) [Home](https://eywadivulgazione.it/)Sample Page ### Checkout You have not selected a valid subscription plan. --- ### [Accesso vietato](https://eywadivulgazione.it/accesso-vietato/) **Published:** Aprile 29, 2026 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) \[dlm\_no\_access\] --- ### [Order Failed](https://eywadivulgazione.it/order-failed/) **Published:** Aprile 29, 2026 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Your transaction failed, please try again or contact support. --- ### [Order Confirmation](https://eywadivulgazione.it/order-confirmation/) **Published:** Aprile 29, 2026 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Thank you for your order! Ordine non valido --- ### [Checkout](https://eywadivulgazione.it/checkout/) **Published:** Aprile 29, 2026 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Your cart is currently empty. Click [here](https://eywadivulgazione.it) to get started. --- ### [Member Directory](https://eywadivulgazione.it/member-directory/) **Published:** Aprile 29, 2026 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) [ ](https://eywadivulgazione.it/profile/Spiridigliozzi) [ ![](https://secure.gravatar.com/avatar/dfa2e346c5d1cb68344005c0912f76ea93ff20d8edee1af2c01a51de61a9cfae?s=800&r=g) ](https://eywadivulgazione.it/profile/Spiridigliozzi) [Adelia](https://eywadivulgazione.it/profile/Spiridigliozzi) [ ](https://eywadivulgazione.it/profile/Miriam%20Vi) [ ![](https://secure.gravatar.com/avatar/a1d49aec7416060096574f4ef229599109cb05cf2aac145f02065e9700d731c5?s=800&r=g) ](https://eywadivulgazione.it/profile/Miriam%20Vi) [Miriam](https://eywadivulgazione.it/profile/Miriam%20Vi) [ ](https://eywadivulgazione.it/profile/Clara) [ ![](https://secure.gravatar.com/avatar/74602b55834963118699536ff3fa3ff6e76eda21304ae15c355729c9dc0f261d?s=800&r=g) ](https://eywadivulgazione.it/profile/Clara) [Clara Congia](https://eywadivulgazione.it/profile/Clara) [ ](https://eywadivulgazione.it/profile/Rola9) [ ![](https://secure.gravatar.com/avatar/4cce6a11d9390e17a2897a48dbc66ee81d5151cd35bbcf086e3771fbaf8b2431?s=800&r=g) ](https://eywadivulgazione.it/profile/Rola9) [Ross](https://eywadivulgazione.it/profile/Rola9) [ ](https://eywadivulgazione.it/profile/Ina) [ ![](https://secure.gravatar.com/avatar/33ac352547d74d236d398fc31f77b01f1b590d84f3523396952b1ddaee683528?s=800&r=g) ](https://eywadivulgazione.it/profile/Ina) [Camilli](https://eywadivulgazione.it/profile/Ina) [ ](https://eywadivulgazione.it/profile/Nico_Pi) [ ![](https://secure.gravatar.com/avatar/50451b32814cd68a214d3ad42fb79c34d28f32865e76087eb0a41b9823bb650c?s=800&r=g) ](https://eywadivulgazione.it/profile/Nico_Pi) [Nicola](https://eywadivulgazione.it/profile/Nico_Pi) [ ](https://eywadivulgazione.it/profile/Zano) [ ![](https://secure.gravatar.com/avatar/812371bc2caa7ea8f98aaecea17f9ce77a213e4c7175500c46e9e83996112904?s=800&r=g) ](https://eywadivulgazione.it/profile/Zano) [Davide](https://eywadivulgazione.it/profile/Zano) [ ](https://eywadivulgazione.it/profile/ElaRock123) [ ![](https://secure.gravatar.com/avatar/898bbe63092f9a2a0534f26ba8ab0fc19b341b891c138437cba737bffe44bb4a?s=800&r=g) ](https://eywadivulgazione.it/profile/ElaRock123) [Manuela Rocchi](https://eywadivulgazione.it/profile/ElaRock123) [ ](https://eywadivulgazione.it/profile/alliswell133) [ ![](https://secure.gravatar.com/avatar/12b1b372acbbac633a5fbf082e36a60657d387e47930c2b770adb1bca74b3f43?s=800&r=g) ](https://eywadivulgazione.it/profile/alliswell133) [alliswell133](https://eywadivulgazione.it/profile/alliswell133) 1[2](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/admin-ajax.php/?mdpage1=2&action=as_async_request_queue_runner&nonce=a5c35e67e7)[3](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/admin-ajax.php/?mdpage1=3&action=as_async_request_queue_runner&nonce=a5c35e67e7)…[14](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/admin-ajax.php/?mdpage1=14&action=as_async_request_queue_runner&nonce=a5c35e67e7)[keyboard\_arrow\_right](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/admin-ajax.php/?mdpage1=2&action=as_async_request_queue_runner&nonce=a5c35e67e7) --- ### [Reset Password](https://eywadivulgazione.it/reset-password/) **Published:** Aprile 29, 2026 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Reimposta la tua password *facefaceface* [Torna al login](https://eywadivulgazione.it/log-in-2/) --- ### [Log In](https://eywadivulgazione.it/log-in/) **Published:** Aprile 29, 2026 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) You are already logged in. --- ### [Grazie Newsletter](https://eywadivulgazione.it/grazie-newsletter/) **Published:** Dicembre 29, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## Grazie Newsletter ### Proponi un argomento [openstreetmap_roma] **Vorresti capire meglio un tema di attualità grazie ad Eywa?** Proponi il tuo spunto alla Redazione di Roma. - [ Via del Tritone, 132 - Roma ](https://www.google.com/maps?ll=41.903151,12.487195&z=18&t=m&hl=it&gl=US&mapclient=embed&q=Via+del+Tritone,+132+00187+Roma+RM) - [ redazioneroma@eywadivulgazione.it ](mailto:redazioneroma@enricom30.sg-host.com) - [ 06/87807295 ](tel://06/87807295) ### Lavora con noi [openstreetmap_genova] **Se desideri entrare a far parte della Redazione di Eywa**, fissa un appuntamento negli uffici di Genova. - [ Palazzo Lambruschini, Torre A, 13° piano - Genova ](https://maps.app.goo.gl/tMjWcTgm8e9U592b9) - [ redazionegenova@eywadivulgazione.it ](mailto:recruiting@enricom30.sg-host.com) - [ 06/87807295 ](tel://06/87807295) ## Compila il form per richiedere informazioni Nome Email Messaggio Ho letto e accetto l'Informativa sulla [Privacy Policy ](https://eywadivulgazione.it/privacy-policy/)e acconsento al trattamento dei miei dati personali ai sensi della normativa vigente Invia --- ### [Contatti](https://eywadivulgazione.it/contatti/) **Published:** Dicembre 1, 2024 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## Contatti ### Proponi un argomento [openstreetmap_roma] **Vorresti capire meglio un tema di attualità grazie ad Eywa?** Proponi il tuo spunto alla Redazione di Roma. - [ Via del Tritone, 132 - Roma ](https://www.google.com/maps?ll=41.903151,12.487195&z=18&t=m&hl=it&gl=US&mapclient=embed&q=Via+del+Tritone,+132+00187+Roma+RM) - [ redazioneroma@eywadivulgazione.it ](mailto:redazioneroma@enricom30.sg-host.com) - [ 06/87807295 ](tel://06/87807295) ### Lavora con noi [openstreetmap_genova] **Se desideri entrare a far parte della Redazione di Eywa**, fissa un appuntamento negli uffici di Genova. - [ Palazzo Lambruschini, Torre A, 13° piano - Genova ](https://maps.app.goo.gl/tMjWcTgm8e9U592b9) - [ redazionegenova@eywadivulgazione.it ](mailto:recruiting@enricom30.sg-host.com) - [ 06/87807295 ](tel://06/87807295) ## Compila il form per richiedere informazioni Nome Email Messaggio Ho letto e accetto l'Informativa sulla [Privacy Policy ](https://eywadivulgazione.it/privacy-policy/)e acconsento al trattamento dei miei dati personali ai sensi della normativa vigente Invia --- ### [Account Iscrizione](https://eywadivulgazione.it/conto-iscrizione/) **Published:** Novembre 10, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) \[newsletter\_profile /\] --- ### [Privacy Policy](https://eywadivulgazione.it/privacy-policy/) **Published:** Novembre 5, 2024 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Gentile Utente, la piattaforma Eywadivulgazione fa parte del Gruppo Trizio (di seguito “Sito” o “Gruppo Trizio”) che stai visitando dà particolare importanza alla privacy delle persone fisiche che intendono navigare sul Sito, utilizzare i servizi (qui di seguito “Servizi”) forniti da Gruppo Trizio (qui di seguito anche “Fornitore”), in alcuni casi previa registrazione al Sito stesso. Di seguito troverai quindi le informazioni, regole e procedure che sono state individuate e adottate da Gruppo Trizio (di seguito “Gruppo Trizio”) per la protezione dei tuoi dati personali. Si tratta di un’informativa resa anche ai sensi dell’art. 13 del D.lgs. 196/2003 (“Codice in materia di protezione dei dati personali” o “Codice Privacy”) a coloro che interagiscono con i Servizi web direttamente forniti da Gruppo Trizio, accessibili per via telematica. Ti invitiamo quindi a leggere questo documento sulla privacy affinché la tua navigazione sul Sito e/o l’utilizzo dei Servizi possa essere sicura e tu possa prendere decisioni informate e libere. Puoi navigare sul Sito e consultare i Servizi offerti senza rivelare la tua identità, né altre informazioni personali sul tuo conto. Se scegli di fornire i tuoi dati personali, acconsenti alla raccolta, all’utilizzo e al trattamento degli stessi nei termini descritti in questa Informativa sulla Privacy. Desideriamo informarti che i dati personali da te volontariamente forniti per l’attivazione dei Servizi saranno trattati con misure idonee a garantirne la sicurezza. La presente Privacy Policy non è estesa ad altri siti web eventualmente consultati tramite navigazione dei link. ## Informativa sulla privacy Gruppo Trizio, in qualità di titolare del trattamento dei dati personali, ai sensi dell’art. 13 del Codice Privacy, fornisce qui di seguito l’informativa agli Utenti e Clienti del Sito in merito a: a) le finalità e le modalità del trattamento cui sono destinati i dati; b) la natura obbligatoria o facoltativa del conferimento dei dati; c) le conseguenze di un eventuale rifiuto di rispondere; d) i soggetti o le categorie di soggetti ai quali i dati personali possono essere comunicati o che possono venirne a conoscenza, in qualità di responsabili o incaricati, e l’ambito di trattamento dei dati medesimi; e) i diritti degli interessati; f) gli estremi identificativi del titolare e, se designato, del responsabile. Resta inteso che per la fruizione di specifici Servizi da parte degli Utenti, Gruppo Trizio potrà di volta in volta fornire specifiche informative e altresì richiedere di volta in volta all’Utente interessato, ove necessario, specifici consensi al trattamento dei suoi dati personali. ## 1.Tipologia dei dati trattati Il Sito Gruppo Trizio offre contenuti di tipo informativo e interattivo, anche ai fini della fornitura di Servizi. Durante la navigazione del Sito, si possono acquisire informazioni sull’Utente visitatore, nei seguenti modi: ***Dati di navigazione*** I sistemi informatici e le procedure software preposte al funzionamento del Sito acquisiscono, nel corso del loro normale esercizio, alcuni dati personali la cui trasmissione è implicita nell’uso dei protocolli di comunicazione di Internet. In questa categoria di dati rientrano: gli indirizzi IP, il tipo di browser utilizzato, il sistema operativo, il nome di dominio e gli indirizzi di siti web dai quali è stato effettuato l’accesso o l’uscita, le informazioni sulle pagine visitate dagli Utenti all’interno del Sito, l’orario d’accesso, la permanenza sulla singola pagina, l’analisi di percorso interno e altri parametri relativi al sistema operativo e all’ambiente informatico dell’Utente. Tali dati di carattere tecnico/informatico sono raccolti e utilizzati esclusivamente in maniera aggregata e anonima e potrebbero essere utilizzati per l’accertamento di responsabilità in caso di ipotetici reati informatici ai danni del Sito. ***Dati forniti volontariamente dall’Utente*** Gruppo Trizio potrà raccogliere, tramite il Sito, alcuni dati personali dell’Utente o del Cliente, tra cui ad esempio il nome e il cognome, l’indirizzo di residenza e/o di domicilio, l’indirizzo di posta elettronica, il telefono, i dati relativi al mezzo di pagamento ecc., e procederà al loro trattamento in qualità di titolare. I dati sopraindicati saranno rilasciati volontariamente e liberamente dall’Utente o dal Cliente e raccolti tramite il modulo di inserimento dei dati stessi che sarà presente, nelle diverse configurazioni, nei seguenti casi: a) in caso di ordine per la fornitura di Servizi o richiesta di informazioni su determinati Servizi. b) in caso di registrazione al Sito o per ricevere Newsletter, promozioni, offerte commerciali, pubblicità ecc. In tutti i casi, oltre alla informativa sulla privacy sarà acquisito, se necessario, il consenso al trattamento dei dati personali secondo le tecniche di opt-in e/o opt-out previste dalla normativa privacy applicabile. Il consenso prestato liberamente potrà essere revocato in qualsiasi momento, facendo decadere la possibilità di utilizzo del Servizio in questione. ## 2. Finalità e modalità di trattamento dei dati 2.1 I dati raccolti vengono trattati da Gruppo Trizio per i seguenti fini: a) nelle ipotesi di cui alla lettera a) della precedente sezione 1: – conclusione ed esecuzione dell’ordine di fornitura inviato online dal Cliente, – gestione del contratto di fornitura e dei connessi adempimenti di legge in ambito civilistico, fiscale, amministrativo-contabile ecc., al solo fine di eseguire il Servizio richiesto e sono comunicati a terzi fornitori e/o collaboratori nel solo caso in cui ciò sia necessario per eseguire la prestazione, – gestione di eventuali reclami e/o segnalazioni, – gestione delle richieste di informazione sui Servizi. b) nelle ipotesi di cui alla lettera b) della precedente sezione 1: – invio periodico della Newsletter del portale Gruppo Trizio e/o messaggi di posta elettronica contenenti materiale pubblicitario, iniziative promozionali e comunicazioni commerciali relative a nuovi Servizi o promozioni, – analisi statistiche e ricerche di mercato relative ai Servizi offerti da Gruppo Trizio attraverso il portale Gruppo Trizio, per poter migliorare la fornitura di servizi per un sito di qualità in linea con le aspettative e le esigenze degli Utenti e dei Clienti. 2.2 I dati personali degli Utenti e dei Clienti sono trattati avvalendosi di supporti elettronici, telematici e/o manuali, per il tempo necessario a conseguire gli scopi per i quali sono stati raccolti e, successivamente, per l’espletamento di tutti gli adempimenti di legge e per la difesa, anche in giudizio, degli interessi di Gruppo Trizio. In ogni caso il trattamento dei dati personali degli Utenti e dei Clienti da parte di Gruppo Trizio avviene in modo da garantire la sicurezza e la riservatezza degli stessi, nel rispetto delle vigenti disposizioni in materia. Sono inoltre osservate specifiche misure di sicurezza, al fine di prevenire la perdita dei dati personali degli Utenti e dei Clienti, nonché eventuali usi illeciti o non corretti degli stessi e/o accessi non autorizzati. ## 3. Natura del conferimento dei dati e conseguenza in caso di rifiuto di rispondere 3.1. Il conferimento dei dati personali ha natura facoltativa. Tuttavia, il mancato conferimento, anche parziale, dei dati richiesti nei campi dei diversi moduli contrassegnati da un asterisco determinerà l’impossibilità per Gruppo Trizio di procedere alla fornitura dei Servizi o alla conclusione ed esecuzione della richiesta di contatto ovvero dell’ordine di fornitura del Servizio inoltrata dal Cliente. Nelle altre ipotesi in cui il conferimento dei dati non è obbligatorio e necessario per l’esecuzione del Servizio, non sussistono conseguenze in caso di rifiuto a fornire i dati richiesti e il consenso al loro trattamento, se non l’impossibilità di assicurare una maggiore informazione sugli sviluppi dei nostri Servizi e un maggiore adeguamento degli stessi alle esigenze degli Utenti e dei Clienti in generale. 3.2 Gruppo Trizio procederà a richiedere il preventivo consenso al trattamento dei dati personali nei casi previsti dal Codice Privacy, ivi incluso il consenso previsto dall’art. 130 “Comunicazioni indesiderate”. 3.3 Il consenso prestato liberamente potrà essere revocato in qualsiasi momento, facendo decadere la possibilità di utilizzo del Servizio in questione. ## 4. Tecnologie utilizzate ***Cookie*** I cookie sono pacchetti di informazioni, stringhe di testo di piccole dimensioni, inviate da un web server (es. il Sito) al terminale dell’Utente (solitamente il browser Internet dell’Utente), da quest’ultimo memorizzati automaticamente sul computer e rinviati automaticamente al server a ogni successivo accesso al sito. Per default quasi tutti i browser web sono impostati per accettare automaticamente i cookie. Il Sito non utilizza cookie per la trasmissione di informazioni di carattere personale. ***Cookie tecnici*** I cookie tecnici sono quelli il cui utilizzo non richiede il consenso dell’Utente ai sensi dell’art. 122 comma 1 del D.Lgs. 196/2003. Tra detti cookie tecnici, segnaliamo i cookie essenziali, detti anche di sessione o “strictly necessary” (strettamente necessari), che abilitano funzioni, senza le quali non sarebbe possibile utilizzare appieno il Sito. Questi cookie vengono impiegati esclusivamente da Gruppo Trizio e sono quindi cookie di prima parte. I cookie essenziali non possono essere disabilitati utilizzando le funzioni del Sito. L’uso di cookie di sessione (che non vengono memorizzati in modo persistente sul computer dell’Utente e si cancellano con la chiusura del browser) è strettamente limitato alla trasmissione di identificativi di sessione necessari per consentire l’esplorazione sicura ed efficiente del Sito. I cookie di sessione utilizzati in questo Sito evitano il ricorso ad altre tecniche informatiche potenzialmente pregiudizievoli per la riservatezza della navigazione degli Utenti e non consentono l’acquisizione di dati personali identificativi dell’Utente. In questo Sito vengono, altresì, impiegati cookie persistenti, ossia cookie che rimangono memorizzati sul disco rigido del computer fino alla loro scadenza o cancellazione da parte degli Utenti/Clienti. Tramite i cookie persistenti gli Utenti che accedono al Sito (o eventuali altri utenti che impiegano il medesimo computer) vengono automaticamente riconosciuti a ogni visita. Rientrano, altresì, nell’ambito dei cookie tecnici anche quelli utilizzati per analizzare statisticamente gli accessi o le visite al Sito, detti anche “analytics”, che perseguono esclusivamente scopi statistici, (ma non anche di marketing o profilazione) e raccolgono informazioni in forma aggregata senza possibilità di risalire alla identificazione del singolo Utente. Gli Utenti possono impostare il browser del computer in modo tale che accetti/rifiuti tutti i cookie o visualizzi un avviso ogni volta che viene proposto un cookie, per poter valutare se accettarlo o no. L’Utente può, comunque, modificare la configurazione predefinita e disabilitare i cookie (cioè bloccarli in via definitiva), impostando il livello di protezione più elevato. Per ogni altra informazione sulle caratteristiche, sui tipi, sulle modalità di utilizzo e sulle possibilità per rimuovere, cancellare o disabilitare i cookie/javascript presenti nel Sito, si rimanda a quanto indicato nella sottostante sezione 5 “Cookie Policy”. ## 5. Cookie Policy La presente informativa ha lo scopo di illustrare i tipi di cookie e le modalità di utilizzo e di fornire indicazioni circa le azioni per rifiutare o eliminare i cookie presenti sul Sito, se l’Utente lo desidera. Ulteriori informazioni sulla nostra politica d’uso dei cookie è reperibile all’interno della sezione 4 “Tecnologie utilizzate” della Privacy Policy. ***Regolamentazione ed eliminazione dei cookie*** Gruppo Trizio non raccoglie informazioni personali sui propri visitatori utilizzando i cookie. Se l’Utente desidera limitare o bloccare i cookie, può modificare le impostazioni del proprio browser Internet. È possibile visitare il sito web www.aboutcookies.org per informazioni, in lingua inglese, su come poter gestire/eliminare i cookie in base al tipo di browser utilizzato. Per eliminare i cookie dal browser Internet è necessario fare riferimento al manuale d’uso del dispositivo. Per eliminare i cookie dal browser Internet del proprio smartphone, è necessario fare riferimento al manuale d’uso del dispositivo. Gruppo Trizio utilizza anche alcuni cookie forniti da terze parti. Maggiori informazioni sui cookie sono riportati nella sezione 4 “Tecnologie utilizzate” della Privacy Policy. ***I cookie presenti su questo Sito*** ***Cookie di sessione*** Il cookie ha la funzione esclusiva di permettere la navigazione del Sito. Alla chiusura della pagina il cookie di sessione viene cancellato automaticamente. ***Cookie persistente*** Il cookie ha la funzione di riconoscere l’indirizzo IP dell’Utente che ha manifestato l’interesse alla fornitura di uno o più Servizi inseriti nel carrello della spesa, mantenendoli in memoria. Il cookie è di tipo persistente e viene cancellato automaticamente dopo circa 30 giorni dal caricamento di Servizi nel carrello. ***Cookie di terza parte – Google Analytics*** Gruppo Trizio utilizza questo tipo di servizio di analisi web fornito da Google Inc. per avere informazioni statistiche di tipo aggregato utili per valutare l’uso del sito web e le attività svolte da parte del visitatore. Google memorizza le informazioni raccolte dal cookie su server che possono essere dislocati anche negli Stati Uniti. Google si riserva di trasferire le informazioni raccolte con il suo cookie a terzi ove ciò sia richiesto per legge o laddove il soggetto terzo processi informazioni per suo conto. Google dichiara di non associare l’indirizzo IP dell’Utente a nessun altro dato posseduto da Google al fine di ottenere un profilo dell’Utente di maggiore dettaglio. Ulteriori informazioni sulla gestione della privacy e/o sulle modalità per rifiutare o eliminare questo tipo di cookie sono disponibili alla URL: ***Utilizzo di flash cookie*** Gruppo Trizio può utilizzare Adobe Flash Player per offrire alcuni contenuti multimediali. Sulla maggior parte dei computer il programma risulta installato di “default”. Nel caso in cui si utilizzino alcuni di questi contenuti, Google Analytics memorizza dei dati aggiuntivi sul computer, conosciuti anche come Flash cookie (o Local Share Object) per il tramite dei quali il Titolare è in grado di conoscere il numero totale di volte in cui viene aperto un certo file audio/video, il numero di persone che lo utilizza fino alla fine e quante persone, invece, lo chiudono prima del termine. Il sito web di Adobe fornisce informazioni su come rimuovere o disabilitare i cookie di Flash per un dominio specifico come Gruppo Trizio. Si veda URL: . Si rammenta che limitare e/o eliminare l’uso di questo tipo di flash cookie può pregiudicare le funzioni disponibili per le applicazioni basate sulla tecnologia Flash. ***Come disabilitare i cookie mediante configurazione del browser*** **a) Chrome** 1. Eseguire il Browser Chrome 2. Fare click sul menù presente nella barra degli strumenti del browser a fianco della finestra di inserimento URL per la navigazione 3. Selezionare Impostazioni 4. Fare clic su Mostra Impostazioni Avanzate 5. Nella sezione “Privacy” fare clic su bottone “Impostazioni contenuti” 6. Nella sezione “Cookie” è possibile modificare le seguenti impostazioni relative ai cookie: 7. Consentire il salvataggio dei dati in locale 8. Modificare i dati locali solo fino alla chiusura del browser 9. Impedire ai siti di impostare i cookie 10. Bloccare i cookie di terze parti e i dati dei siti 11. Gestire le eccezioni per alcuni siti internet 12. Eliminazione di uno o tutti i cookie Per maggiori informazioni visitare la pagina dedicata. **b) Internet Explorer** 1. Eseguire il Browser Internet Explorer 2. Fare click sul pulsante Strumenti e scegliere Opzioni Internet 3. Fare click sulla scheda Privacy e nella sezione Impostazioni modificare il dispositivo di scorrimento in funzione dell’azione desiderata per i cookie (Bloccare tutti i cookie o Consentire tutti i cookie) 4. Selezione dei siti da cui ottenere cookie: spostare il cursore in una posizione intermedia in modo da non bloccare o consentire tutti i cookie, premere quindi su Siti, nella casella Indirizzo Sito Web inserire un sito internet e quindi premere su Blocca o Consenti Per maggiori informazioni visitare la pagina dedicata. **c) Mozilla Firefox** 1. Eseguire il Browser Mozilla Firefox 2. Fare click sul menù presente nella barra degli strumenti del browser a fianco della finestra di inserimento url per la navigazione 3. Selezionare Opzioni 4. Seleziona il pannello Privacy 5. Fare clic su Mostra Impostazioni Avanzate 6. Nella sezione “Privacy” fare clic su bottone “Impostazioni contenuti “ 7. Nella sezione “Tracciamento” è possibile modificare le seguenti impostazioni relative ai cookie: 8. Richiedi ai siti di non effettuare alcun tracciamento 9. Comunica ai siti la disponibilità ad essere tracciato 10. Non comunicare alcuna preferenza relativa al tracciamento dei dati personal 11. Dalla sezione “Cronologia” è possibile: 12. Abilitando “Utilizza impostazioni personalizzate” selezionare di accettare i cookie di terze parti (sempre, dai siti più visitato o mai) e di conservarli per un periodo determinato (fino alla loro scadenza, alla chiusura di Firefox o di chiedere ogni volta) 13. Rimuovere i singoli cookie immagazzinati Per maggiori informazioni visitare la pagina dedicata. **d) Safari** 1. Eseguire il Browser Safari 2. Fare click su Safari, selezionare Preferenze e premere su Privacy 3. Nella sezione Blocca Cookie specificare come Safari deve accettare i cookie dai siti internet. 4. Per visionare quali siti hanno immagazzinato i cookie cliccare su Dettagli Per maggiori informazioni visitare la pagina dedicata. **e) Safari iOS (dispositivi mobile)** 1. Eseguire il Browser Safari iOS 2. Tocca su Impostazioni e poi Safari 3. Tocca su Blocca Cookie e scegli tra le varie opzioni: “Mai”, “Di terze parti e inserzionisti” o “Sempre” 4. Per cancellare tutti i cookie immagazzinati da Safari, tocca su Impostazioni, poi su Safari e infine su Cancella Cookie e dati Per maggiori informazioni visitare la pagina dedicata. **f) Opera** 1. Eseguire il Browser Opera 2. Fare click sul Preferenze poi su Avanzate e infine su Cookie 3. Selezionare una delle seguenti opzioni: - Accetta tutti i cookie - Accetta i cookie solo dal sito che si visita: i cookie di terze parti e che vengono inviati da un dominio diverso da quello che si sta visitando verranno rifiutati - Non accettare mai i cookie: tutti i cookie non verranno mai salvati Per maggiori informazioni visitare la pagina dedicata. ## 6. Redirect verso siti esterni Il Sito può utilizzare i c.d. social plug-in. I Social Plug-in sono speciali strumenti che permettono di incorporare le funzionalità del Social Network direttamente all’interno del Sito (ad es. la funzione “mi piace” di Facebook). Tutti i social plug-in presenti nel Sito sono contrassegnati dal rispettivo logo di proprietà della piattaforma di social network. Quando si visita una pagina del nostro Sito e si interagisce con il plug-in (ad es. cliccando il pulsante “Mi piace”) o si decide di lasciare un commento, le corrispondenti informazioni vengono trasmesse dal browser direttamente alla piattaforma di social network (per esempio Facebook) e da questo memorizzate. Per informazioni sulle finalità, il tipo e le modalità di raccolta, elaborazione, utilizzo e conservazione dei dati personali da parte della piattaforma di social network, nonché per le modalità attraverso cui esercitare i propri diritti, si invita a consultare la privacy del social network. ## 7. Collegamento verso/da siti terzi Potrebbe essere possibile sia collegarsi dal Sito Eywa Divulgazione verso altri siti web mediante appositi link, sia essere indirizzati da terzi al Sito Eywa Divulgazione. Tale seconda opzione è possibile, in particolare, con riferimento a messaggi pubblicitari su altre piattaforme web dedicate all’erogazione di notizie, pubblicità e servizi. In ragione di quanto sopra indicato, Gruppo Trizio invita l’Utente a prestare attenzione nella comunicazione di propri dati personali, atteso che tali piattaforme non sono di proprietà di Gruppo Trizio, né operano sotto la responsabilità di Gruppo Trizio, ma sono gestiti totalmente da altre società e/o organizzazioni in maniera autonoma. È quindi necessario che l’Utente verifichi ed eventualmente accetti le relative politiche sulla tutela della privacy. Gruppo Trizio declina, pertanto, qualsiasi responsabilità in merito all’eventuale richiesta e/o rilascio di dati personali a siti terzi e in ordine alla gestione delle credenziali di autenticazione fornite da soggetti terzi. ## 8. Comunicazione e diffusione dei dati 8.1. I dati personali raccolti non saranno oggetto di diffusione o comunicazione a soggetti terzi da parte di Gruppo Trizio se non ove è strettamente necessario per dare esecuzione al Servizio (ad es.: terzi fornitori e/o collaboratori). I dati degli Utenti (ivi incluso l’indirizzo IP) potranno tuttavia essere comunicati all’Autorità Giudiziaria, amministrativa o ad altro soggetto pubblico legittimato a richiederli, nei casi previsti dalla legge. 8.2 Gruppo Trizio non vende né cede i dati personali degli Utenti a soggetti terzi per scopi di marketing. ## 9. Diritti dell’interessato 9.1 L’art. 7 del D.lgs. 196/2003 conferisce all’Utente e al Cliente, in qualità di interessato, l’esercizio di specifici diritti. In particolare l’interessato ha diritto: I) di ottenere la conferma dell’esistenza o no di dati personali che lo riguardano e la loro comunicazione in forma intelligibile. II) di ottenere l’indicazione dell’origine dei dati personali, delle finalità e modalità del trattamento, della logica applicata in caso di trattamento effettuato con l’ausilio di strumenti elettronici, degli estremi identificativi del titolare, dei responsabili e dei soggetti o delle categorie di soggetti ai quali i dati personali possono essere comunicati o che possono venirne a conoscenza in qualità di rappresentante designato, di responsabili o incaricati. III) di ottenere: a) l’aggiornamento, la rettificazione ovvero, quando vi ha interesse, l’integrazione dei dati; b) la cancellazione, la trasformazione in forma anonima o il blocco dei dati trattati in violazione di legge, compresi quelli di cui non è necessaria la conservazione in relazione agli scopi per i quali i dati sono stati raccolti o successivamente trattati; c) l’attestazione che le operazioni di cui alle lettere a) e b) sono state portate a conoscenza, anche per quanto riguarda il loro contenuto, di coloro ai quali i dati sono stati comunicati o diffusi, eccettuato il caso in cui tale adempimento si rivela impossibile o comporta un impiego di mezzi manifestamente sproporzionato rispetto al diritto tutelato. IV) di opporsi, in tutto o in parte: a) per motivi legittimi al trattamento dei dati personali che lo riguardano, ancorché pertinenti allo scopo della raccolta; b) al trattamento di dati personali che lo riguardano a fini di invio di materiale pubblicitario o di vendita diretta o per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale. 9.2 L’interessato potrà esercitare tali diritti scrivendo direttamente a Gruppo Trizio all’indirizzo indicato nelle Informazioni legali pubblicate sul Sito oppure tramite le apposite funzioni disponibili sul Sito oppure seguendo le istruzioni riportate sulla Newsletter e sui messaggi di posta elettronica. ## 10. Titolare e Responsabile del trattamento 10.1. Gruppo Trizio è il titolare del trattamento dei dati forniti dall’Utente o dal Cliente per le finalità sopra indicate alla sezione 2 “Finalità e modalità di trattamento dei dati”. 10.2. Per esercitare i diritti previsti dall’art. 7 del Codice Privacy l’interessato può scrivere a Gruppo Trizio all’indirizzo della sede oppure all’indirizzo di posta elettronica indicati nelle Informazioni legali pubblicate sul Sito ## 11. Modifiche alla Informativa Privacy La presente Informativa regola le modalità di trattamento dei dati personali forniti dagli Utenti e Clienti durante la navigazione del Sito e l’acquisto di Servizi. L’eventuale entrata in vigore di nuove normative di settore, come anche il costante esame e aggiornamento dei servizi all’Utente, potrebbe comportare la necessità di variare tali modalità. È pertanto possibile che la nostra Informativa subisca modifiche nel tempo e invitiamo, pertanto, l’Utente/Cliente a consultare periodicamente questa pagina. La presente Policy è aggiornata a Gennaio 2025. --- ### [Vision](https://eywadivulgazione.it/vision/) **Published:** Dicembre 1, 2024 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## **Eywa: il green si fa, non si dice** Eywa esiste perché l’informazione ambientale è troppo spesso un disastro: allarmismo senza dati, greenwashing mascherato da impegno, complessità trasformata in slogan inutili. Noi facciamo il contrario. Prendiamo i fatti, li verifichiamo, li mettiamo in relazione e li rendiamo comprensibili. Senza sconti, senza propaganda, senza padroni. ### **Indipendenza totale, zero compromessi** Eywa è finanziata esclusivamente dal Gruppo Trizio, che si occupa di tutt’altro. Zero sovrapposizioni, zero conflitti d’interesse, zero motivi per influenzarci. Nessun partito, nessun governo, nessun interesse imprenditoriale che ci dica cosa scrivere o tacere. Il risultato? Contenuti costruiti su due domande: cosa serve davvero sapere per capire quel che sta succedendo? E come usare quella conoscenza per ridurre concretamente il nostro impatto ambientale e quello degli altri, oggi, non domani. Piccole soluzioni quotidiane ai grandi problemi del mondo. ### **Divulgare = assumersi responsabilità** Non raccontiamo solo cosa accade. Spieghiamo perché accade, quali conseguenze ha, quali alternative esistono. Ogni dossier, video, articolo nasce da ricerca verificata, fonti trasparenti, metodologie solide. Non semplificiamo la realtà. La rendiamo comprensibile. C’è differenza. ### **Consapevolezza, non rumore** Siamo sommersi da informazioni. Ma sapere non significa capire. Eywa analizza, contestualizza, traduce i dati in conoscenza utilizzabile. Stimola il pensiero critico invece di chiedere fiducia cieca. Perché la consapevolezza non è un lusso intellettuale: è lo strumento per orientarsi nel presente e costruire un futuro che funzioni. ### **Strumenti per agire, non solo per sapere** Ogni scelta consapevole parte da informazione affidabile. Eywa è il punto di riferimento per chi vuole decidere, personalmente, professionalmente, politicamente, con dati solidi, non con slogan. Non spieghiamo il mondo per hobby. Lo spieghiamo per darti gli strumenti per cambiarlo. Adesso. --- ### [Ordini](https://eywadivulgazione.it/conto-iscrizione/membership-orders/) **Published:** Novembre 10, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) \[pmpro\_invoice\] --- ### [Quota d'iscrizione](https://eywadivulgazione.it/conto-iscrizione/quota-discrizione/) **Published:** Novembre 10, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) \[pmpro\_billing\] --- ### [Conferma Iscrizione](https://eywadivulgazione.it/conferma-iscrizione/) **Published:** Novembre 10, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) \[pmpro\_confirmation\] --- ### [Iscriviti alla Newsletter di Eywa Divulgazione](https://eywadivulgazione.it/newsletter/) **Published:** Giugno 12, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) --- ### [Linkinbio](https://eywadivulgazione.it/linkinbio/) **Published:** Maggio 27, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) [edit](#)[](# "Sample post title 0") ### [Sample post title 0](# "Sample post title 0") [Author name](#) - September 4, 2026 [edit](#)[](# "Sample post title 1") ### [Sample post title 1](# "Sample post title 1") [Author name](#) - September 4, 2026 [edit](#)[](# "Sample post title 2") ### [Sample post title 2](# "Sample post title 2") [Author name](#) - September 4, 2026 [edit](#)[](# "Sample post title 3") ### [Sample post title 3](# "Sample post title 3") [Author name](#) - September 4, 2026 [edit](#)[](# "Sample post title 4") ### [Sample post title 4](# "Sample post title 4") [Author name](#) - September 4, 2026 [edit](#)[](# "Sample post title 5") ### [Sample post title 5](# "Sample post title 5") [Author name](#) - September 4, 2026 [edit](#)[](# "Sample post title 6") ### [Sample post title 6](# "Sample post title 6") [Author name](#) - September 4, 2026 [edit](#)[](# "Sample post title 7") ### [Sample post title 7](# "Sample post title 7") [Author name](#) - September 4, 2026 [edit](#)[](# "Sample post title 8") ### [Sample post title 8](# "Sample post title 8") [Author name](#) - September 4, 2026 [edit](#)[](# "Sample post title 9") ### [Sample post title 9](# "Sample post title 9") [Author name](#) - September 4, 2026 [](#)1[2](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/admin-ajax.php?action=as_async_request_queue_runner&nonce=a5c35e67e7&paged=2 "2")[3](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/admin-ajax.php?action=as_async_request_queue_runner&nonce=a5c35e67e7&paged=3 "3")[](#)Page 1 of 3 --- ### [Scopri Eywa: la Dea della natura e il suo ruolo nell'equilibrio dell'Universo](https://eywadivulgazione.it/scopri-eywa-dea-natura-ruolo-equilibrio-universo/) **Published:** Ottobre 15, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Nell’affascinante universo della mitologia, Eywa emerge come una figura centrale, rappresentando la Dea della Natura e il suo imprescindibile ruolo nell’equilibrio dell’universo. Ispirata dalle tradizioni e credenze di spiritualità antica, Eywa incarna la connessione profonda tra tutte le forme di vita, sottolineando quanto sia vitale il rispetto e la protezione del nostro ambiente. Attraverso i secoli, il suo culto ha ispirato molte generazioni a riflettere sulla loro relazione con la Terra e sull’importanza di vivere in armonia con essa. Ma chi è davvero Eywa? Quali sono i suoi insegnamenti e come possiamo applicarli nel contesto moderno? In questo articolo, esploreremo la sua mitologia, il significato della sua presenza e come il suo messaggio possa guidarci verso una comprensione più profonda del nostro posto nell’universo. Preparati a intraprendere un viaggio che unisce spiritualità, natura e saggezza ancestrale. ## Introduzione a Eywa: chi è e perché è importante ![](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2024/11/cropped-1000_F_372104996_yKWz6wG02fE3T1xVF8mIjT6aHYAOtfGi.jpg)Nel ricco arazzo della mitologia mondiale, Eywa emerge come una figura centrale che rappresenta l’essenza stessa della natura e il suo equilibrio intrinseco. Eywa, spesso raffigurata come una divinità benevola e protettrice, incarna la forza vitale che permea ogni angolo dell’universo. La sua presenza è una testimonianza del legame profondo e indissolubile tra tutte le forme di vita, ricordandoci l’importanza del rispetto e della protezione dell’ambiente che ci circonda. Eywa non è solo una semplice divinità, ma un simbolo potente che trascende le culture e i tempi. La sua influenza può essere vista in molte tradizioni spirituali e religiose, nelle quali viene venerata come la madre di tutte le creature viventi. La sua immagine è spesso associata a un albero della vita o a una grande madre terra, elementi che sottolineano la sua connessione con il ciclo vitale e la rigenerazione. Comprendere chi sia Eywa e il motivo della sua importanza ci permette di riflettere sulla nostra relazione con la natura. In un’epoca in cui le questioni ambientali diventano sempre più pressanti, il messaggio di Eywa risuona con maggiore urgenza. Ci invita a riconsiderare il nostro modo di vivere e a riscoprire un senso di armonia con il mondo naturale. In questo articolo, esploreremo le diverse sfaccettature di Eywa, dalla sua mitologia alle sue implicazioni moderne, per capire come possiamo integrare i suoi insegnamenti nella nostra vita quotidiana. ## Le origini mitologiche di Eywa Le origini di Eywa affondano le radici in antiche tradizioni mitologiche, dove viene spesso descritta come la forza primigenia che ha dato origine alla vita. In molte culture, Eywa è vista come la creatrice del mondo e di tutte le sue creature, una figura materna che nutre e protegge. I miti raccontano di come Eywa abbia plasmato la terra, le acque e i cieli, infondendo in ogni cosa un frammento della sua essenza divina. Uno degli aspetti più affascinanti della mitologia di Eywa è il suo ruolo nel mantenimento dell’equilibrio naturale. Secondo le leggende, Eywa agisce costantemente per assicurare che tutti gli esseri viventi coesistano in armonia, intervenendo quando necessario per ristabilire l’ordine. Questo concetto di equilibrio è centrale nella comprensione di Eywa, poiché rappresenta la sua missione di preservare l’armonia dell’universo. Le storie di Eywa sono ricche di simbolismo e insegnamenti morali. Attraverso le sue azioni, Eywa insegna il valore della compassione, della cooperazione e del rispetto per tutte le forme di vita. Questi miti non sono solo narrazioni antiche, ma fonti di saggezza che possono guidarci anche nel mondo moderno. Ripercorrere le origini mitologiche di Eywa ci aiuta a comprendere meglio le sue qualità divine e il motivo per cui è venerata come la Dea della Natura. ## Eywa e il concetto di equilibrio naturale Il concetto di equilibrio naturale è fondamentale nella comprensione del ruolo di Eywa nell’universo. Eywa è vista come la guardiana di questo equilibrio, lavorando incessantemente per garantire che tutte le forme di vita possano prosperare senza sopraffarsi a vicenda. Questo principio di equilibrio si riflette in ogni aspetto della natura, dalle stagioni che si susseguono ai cicli di nascita, crescita e morte. Eywa ci insegna che ogni elemento della natura è interconnesso e che ogni azione ha una conseguenza. La sua presenza ci ricorda che dobbiamo agire con responsabilità e consapevolezza, riconoscendo il nostro impatto sull’ambiente. In un mondo sempre più dominato dall’industrializzazione e dal consumo sfrenato, il messaggio di equilibrio di Eywa è più rilevante che mai. Riconoscere l’importanza dell’equilibrio naturale significa anche comprendere il valore della biodiversità. Ogni specie, ogni ecosistema ha un ruolo specifico nell’armonia complessiva del pianeta. Eywa ci insegna a rispettare e proteggere questa diversità, poiché ogni perdita può avere ripercussioni profonde sull’intero sistema. Questo insegnamento ci invita a sostenere pratiche sostenibili e a impegnarci per la conservazione dell’ambiente. ## Il simbolismo di Eywa nella cultura e nell’arte Il simbolismo di Eywa ha ispirato artisti e culture di tutto il mondo, lasciando un’impronta indelebile nelle varie forme d’arte. Eywa è spesso rappresentata come una figura femminile avvolta nella natura, con elementi come alberi, fiori e animali che emergono dal suo corpo. Queste immagini evocative sottolineano la sua connessione con la terra e il ciclo della vita. Nella cultura, Eywa è spesso celebrata attraverso rituali e cerimonie che onorano la natura e il suo equilibrio. Questi eventi possono includere danze, canti e offerte che rendono omaggio alla sua presenza divina. Attraverso queste pratiche, le comunità esprimono il loro rispetto per Eywa e il loro impegno a vivere in armonia con l’ambiente. Questi rituali non solo rafforzano il legame tra l’uomo e la natura, ma fungono anche da promemoria dell’importanza di preservare il nostro mondo naturale. L’arte visiva, la letteratura e il cinema hanno tutti trovato ispirazione nel mito di Eywa. Le rappresentazioni artistiche di Eywa spesso esprimono un senso di meraviglia e riverenza per la natura, mentre le narrazioni letterarie e cinematografiche esplorano i suoi temi di equilibrio e connessione. Queste opere non solo arricchiscono la nostra comprensione di Eywa, ma ci invitano anche a riflettere sulla nostra relazione con il mondo naturale e il nostro ruolo nella sua protezione. ## Eywa e la connessione tra uomo e natura Eywa ci insegna che l’uomo non è separato dalla natura, ma ne è una parte integrale. Questo concetto di connessione profonda tra l’uomo e l’ambiente è centrale nella filosofia di Eywa. La sua figura ci ricorda che la nostra esistenza è intrinsecamente legata alla salute e al benessere del pianeta. Vivere in armonia con la natura significa riconoscere questa interdipendenza e agire di conseguenza. La connessione tra uomo e natura è evidente in molte pratiche tradizionali che promuovono la sostenibilità e il rispetto per l’ambiente. Queste pratiche sono spesso ispirate dagli insegnamenti di Eywa e ci mostrano come possiamo vivere in equilibrio con la natura. Ad esempio, l’agricoltura sostenibile, la raccolta responsabile delle risorse naturali e la conservazione degli ecosistemi sono tutte pratiche che riflettono il rispetto per l’equilibrio naturale. Eywa ci invita a riscoprire il nostro legame con la terra attraverso esperienze dirette con la natura. Passare del tempo all’aria aperta, osservare gli ecosistemi locali e partecipare a iniziative di conservazione possono aiutarci a sviluppare una maggiore consapevolezza e apprezzamento per il mondo naturale. Queste esperienze non solo arricchiscono la nostra vita, ma ci motivano anche a proteggere e preservare l’ambiente per le future generazioni. ## Riti e celebrazioni dedicati a Eywa Le celebrazioni dedicate a Eywa sono un modo per onorare la sua presenza divina e riconoscere il suo ruolo nell’equilibrio dell’universo. Questi riti variano da cultura a cultura, ma tutti condividono l’obiettivo comune di esprimere gratitudine e rispetto per la natura. Le cerimonie possono includere danze, canti, offerte di fiori e frutti, e momenti di riflessione e meditazione. Uno degli aspetti più significativi di queste celebrazioni è la loro capacità di riunire le comunità. Partecipare a un rito dedicato a Eywa può creare un senso di appartenenza e solidarietà, rafforzando i legami tra le persone e la loro connessione con la natura. Questi eventi offrono un’opportunità per riflettere sul nostro impatto ambientale e per impegnarci a vivere in modo più sostenibile. Le celebrazioni di Eywa non sono solo momenti di festa, ma anche occasioni per l’educazione e la sensibilizzazione. Attraverso questi riti, le comunità possono imparare di più sulla biodiversità, le pratiche sostenibili e l’importanza della conservazione. In questo modo, i riti dedicati a Eywa non solo onorano la sua presenza, ma contribuiscono anche a promuovere un futuro più sostenibile e rispettoso della natura. ## Eywa nella letteratura e nel cinema La figura di Eywa ha trovato un posto speciale nella letteratura e nel cinema, dove viene spesso utilizzata per esplorare temi di equilibrio, connessione e rispetto per la natura. Le storie che ruotano attorno a Eywa sono ricche di simbolismo e offrono spunti di riflessione profondi sulla nostra relazione con l’ambiente. Questi racconti, sia nei libri che nei film, hanno il potere di ispirare e sensibilizzare su questioni ambientali. Nel cinema, Eywa è stata rappresentata in modo memorabile nel film “Avatar” di James Cameron, dove la divinità è il cuore pulsante del pianeta Pandora. In questo contesto, Eywa simboleggia la rete di interconnessioni che unisce tutte le forme di vita, sottolineando l’importanza di vivere in equilibrio con la natura. Il film ha avuto un impatto significativo sulla percezione del pubblico riguardo alla conservazione ambientale e alla necessità di proteggere gli ecosistemi. La letteratura, dal canto suo, ha esplorato il mito di Eywa attraverso racconti, poesie e romanzi che celebrano la sua saggezza e il suo potere. Queste opere spesso presentano Eywa come una guida spirituale che ispira i personaggi a riscoprire il loro legame con la natura. Attraverso le pagine dei libri, i lettori possono immergersi in mondi dove la protezione dell’ambiente è vista come una sacra responsabilità, offrendo lezioni preziose che possono essere applicate nella realtà. ## L’importanza di Eywa nella sostenibilità ambientale Il messaggio di Eywa è strettamente legato alla sostenibilità ambientale. La sua figura ci ricorda che la protezione della natura non è solo un dovere morale, ma una necessità per la nostra stessa sopravvivenza. La sostenibilità ambientale implica un uso responsabile delle risorse naturali, la conservazione degli ecosistemi e la riduzione dell’impatto umano sul pianeta. Gli insegnamenti di Eywa ci invitano a considerare l’ambiente come un’entità viva che merita rispetto e cura. Uno dei principali insegnamenti di Eywa è l’importanza di vivere in equilibrio con la natura. Questo significa adottare pratiche che riducono il nostro impatto ambientale, come il riciclo, l’uso di energie rinnovabili e la riduzione dei rifiuti. Promuovere la sostenibilità ambientale richiede anche un cambiamento di mentalità, dove il consumo responsabile e la conservazione diventano parte integrante della nostra vita quotidiana. Eywa ci ispira a fare scelte che beneficiano non solo noi stessi, ma anche il pianeta. La figura di Eywa può anche fungere da guida nella promozione di politiche ambientali più efficaci. I governi e le organizzazioni possono trarre ispirazione dai suoi insegnamenti per implementare leggi e regolamenti che proteggano la biodiversità, riducano l’inquinamento e promuovano l’uso sostenibile delle risorse naturali. La visione di Eywa ci spinge a considerare l’impatto a lungo termine delle nostre azioni e a lavorare per un futuro in cui l’uomo e la natura coesistano in armonia. ## Come possiamo onorare Eywa nella vita quotidiana Onorare Eywa nella vita quotidiana significa vivere in modo che rispecchi i suoi insegnamenti di equilibrio, rispetto e connessione con la natura. Ci sono molti modi in cui possiamo incorporare questi principi nelle nostre azioni quotidiane, contribuendo così a proteggere l’ambiente e a promuovere la sostenibilità. Ogni piccolo gesto può fare la differenza e avvicinarci a un modo di vivere più in armonia con la natura. Uno dei modi più semplici per onorare Eywa è ridurre il nostro impatto ambientale. Questo può includere azioni come ridurre il consumo di plastica, riciclare correttamente, utilizzare mezzi di trasporto sostenibili e adottare una dieta a basso impatto ambientale. Ogni scelta consapevole che facciamo contribuisce a preservare le risorse naturali e a ridurre l’inquinamento, rispecchiando il rispetto per l’equilibrio naturale che Eywa rappresenta. Partecipare a iniziative di conservazione e volontariato ambientale è un altro modo per onorare Eywa. Queste attività possono includere la piantumazione di alberi, la pulizia di spiagge e parchi, e la partecipazione a campagne di sensibilizzazione ambientale. Impegnarsi in queste azioni non solo aiuta a proteggere l’ambiente, ma ci connette anche con altre persone che condividono il nostro impegno per la sostenibilità. In questo modo, possiamo contribuire a creare una comunità più consapevole e rispettosa della natura. ## Il messaggio di Eywa per il nostro futuro Il messaggio di Eywa risuona con una potenza particolare in un’epoca in cui le sfide ambientali sono sempre più pressanti. La sua figura ci ricorda l’importanza di vivere in armonia con la natura, riconoscendo la nostra interconnessione con tutte le forme di vita. Gli insegnamenti di Eywa ci invitano a riflettere sul nostro impatto ambientale e a prendere azioni concrete per proteggere il pianeta. Eywa ci ispira a riconsiderare il nostro rapporto con la terra, a riscoprire il rispetto e la cura per l’ambiente che ci circonda. La sua figura ci spinge a perseguire pratiche sostenibili, a educare le future generazioni sull’importanza della conservazione e a promuovere politiche che proteggano la biodiversità e gli ecosistemi. Il suo messaggio è un richiamo a unire le forze per costruire un futuro più sostenibile e equilibrato. In definitiva, il culto di Eywa non è solo una celebrazione del passato, ma una guida preziosa per il nostro futuro. Onorare Eywa significa agire con consapevolezza e responsabilità, riconoscendo il nostro ruolo come custodi del pianeta. Attraverso le nostre azioni quotidiane, possiamo contribuire a preservare l’equilibrio naturale e a garantire che le generazioni future possano godere della bellezza e della ricchezza della natura. Il messaggio di Eywa è un invito a vivere in armonia con l’universo, rispettando e proteggendo il mondo che ci ospita. --- ### [Eywa Divulgazione](https://eywadivulgazione.it/empowerwp-pro/) **Published:** Marzo 9, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## Educazione digitale: perché vietare lo smartphone ai bambini non basta Otto anni. Un panino a metà, gli occhi incollati allo schermo, le dita che scorrono su TikTok come fossero il telecomando di un mondo parallelo. Attorno, la tavola apparecchiata [Leggi l’articolo](https://eywadivulgazione.it/educazione-digitale-perche-vietare-lo-smartphone-ai-bambini-non-basta) ![Città verdi](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/05/cropped-citta-verde.jpg "cropped-citta-verde.jpg") ## Singapore oggi, Milano domani: viaggio nelle città che respirano Due scenari e due città, in due momenti diversi nel tempo. La prima immagine è di una Singapore ai giorni nostri, un po’ idealizzata ma del tutto plausibile. La seconda ci proietta in una Milano del 2040, una visione ideale di una metropoli completamente integrata con la natura. [Leggi l’articolo](https://eywadivulgazione.it/singapore-oggi-milano-domani-viaggio-nelle-citta-che-respirano) ![Smartphone e noia](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/05/cropped-noia-evid.jpg "cropped-noia-evid.jpg") ## Perché la noia fa bene al cervello? Ti è mai capitato di fermarti davvero? Niente telefono in mano, nessuna lista di cose da fare, solo tu e il tempo che scorre lento. All’inizio è scomodo. [Leggi l’articolo](https://eywadivulgazione.it/perche-la-noia-fa-bene-al-cervello) ## Chi controlla i semi, controlla il cibo Brevetti, multinazionali e biodiversità: perché la varietà alimentare sta scomparendo Nel corso della storia, gli esseri umani hanno coltivato oltre 6.000 specie di piante commestibili. [Leggi l’articolo](https://eywadivulgazione.it/chi-controlla-i-semi-controlla-il-cibo) ![](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/04/cropped-semi2.jpg "cropped-semi2.jpg") ![Bio plastiche](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/04/cropped-bioplastiche.jpg "cropped-bioplastiche.jpg") ## Le nuove plastiche pulite: promesse straordinarie, ostacoli reali Immagina una plastica che, se finisse in mare, si dissolverebbe in poche ore. Oppure una che, invece di inquinare il suolo, lo nutrisse. O ancora, una plastica capace di trasformarsi in vanillina [Leggi l’articolo](https://eywadivulgazione.it/le-nuove-plastiche-pulite-promesse-straordinarie-ostacoli-reali) ## Cosa succede quando i combustibili fossili finiscono? Immagina il giorno in cui, dall’ultimo pozzo petrolifero ancora in funzione, esce l’ultima goccia di greggio… Sembra fantascienza, eppure questo scenario potrebbe diventare realtà prima di quanto pensiamo. I combustibili fossili – petrolio, carbone e gas naturale – sono risorse limitate [Leggi il dossier](https://eywadivulgazione.it/cosa-succede-quando-i-combustibili-fossili-finiscono) ![Trump dazi Europa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/04/cropped-trump-dazi-europa.jpg "cropped-trump-dazi-europa.jpg") ## I dazi: la lunga tensione commerciale tra USA e UE C’era un tempo in cui il commercio tra Stati Uniti e Unione Europea scorreva relativamente fluido, segnando una delle relazioni economiche più solide al mondo. Ma dal 2018, anno in cui Donald Trump impose dazi su acciaio e alluminio [Leggi l’articolo](https://eywadivulgazione.it/category/articoli) ## I video di Eywa Seguici su Youtube per avere sempre nuovi video e dossier ![](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/04/fossilicopertina.webp) [Guarda il video](https://youtu.be/Dkp-bg8t7tk) ##### Cosa succede se le fonti fossili finsicono? Le fonti fossili non sono infinite ma cosa succederebbe se prendessimo l’ultima goccia? ![](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/04/riarmo-copertina.webp) [Guarda il video](https://youtu.be/pJvgcVgJmXc) ##### Riarmo europeo, chi ci guadagna veramente? Il Riarmo Europeo è stato invocato come un’emergenza totale. Ma chi guadagna da tutto questo? ![](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/04/abolizione-province-copertina.webp) [Guarda il video](https://youtu.be/M1BfSAIu9Cw) ##### Che fine ha fatto l’abolizione delle Province? Nonostante gli annunci funebri, le province sono ancora vive e vegete (più o meno). [Vai al canale e iscriviti](https://www.youtube.com/@eywadivulgazione?sub_confirmation=1) --- ### [Note Legali](https://eywadivulgazione.it/note-legali/) **Published:** Aprile 8, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) *Benvenuto nelle note legali del sito eywadivulgazione.it* *eywadivulgazione.it* è il Portale italiano di guide e approfondimenti nato nel 2012 da un’idea della Dott.ssa Brunilde Trizio. Il Direttore Responsabile è: *Alessandro Fadini* Il Direttore Editoriale è: *Roberto Trizio* La redazione è sita in: Roma Il servizio di Hosting di Scripta Manent è gestito da: Art Consulting I Data Center sono in: Cassino (FR) Il presente dominio scriptamanentitalia.it è un “Blog“, non ha alcun carattere periodico e viene aggiornato esclusivamente in relazione alla reperibilità delle informazioni presso le fonti. Il carattere del blog è prevalentemente di natura tecnico/informativa e dunque, *scriptamanentitalia.it* non è un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001 nè è equiparabile a testata giornalistica come da sentenza tribunale Oristano 137/2000 recepita dalla Corte di Cassazione con sentenza 10535. ### DICHIARAZIONE DI NON RESPONSABILITA’ *scriptamanentitalia.it* non garantisce l’accesso continuo e ininterrotto al Sito e ai propri Servizi, che può essere condizionato da fattori al di fuori del proprio controllo. Sulla base delle indicazioni fornite dalle fonti, testi, dati e informazioni sono pubblicati sul Sito con la massima attenzione. Nessuna responsabilità può tuttavia essere imputata ad scriptamanentitalia.it per i danni che dovessero derivare agli Utenti a causa di eventuali errori e/o omissioni, informazioni o indicazioni di qualsiasi natura, per qualsiasi controversia direttamente o indirettamente collegata ai contenuti del Sito e per i danni che ne possano derivare. Di conseguenza, nei limiti previsti dal Codice del Consumo e dalle altre leggi vigenti, scriptamanentitalia.it esclude qualsiasi garanzia, termine e condizione esplicita o implicita. scriptamanentitalia.it non è in alcun modo responsabile delle perdite economiche o dei danni diretti, indiretti o conseguenti derivanti dall’utilizzo delle informazioni presenti sul sito. ### DICHIARAZIONE DI NON RESPONSABILITA’ PER COMMENTI DEGLI UTENTI scriptamanentitalia.it non modifica gli eventuali commenti degli Utenti negli spazi eventualmente consentiti del Sito, salvo casi di evidente gravità. Se un Utente dovesse ritenere che il commento di un altro Utente debba essere rimosso per uno dei motivi qui di seguito indicati, potrà contattare scriptamanentitalia.it all’indirizzo indicato che, a sua esclusiva discrezione, potrà valutare la segnalazione e, se del caso, rimuovere il commento qualora: - contenga elementi di natura offensiva, ingiuriosa, diffamatoria, calunniosa, volgare, oscena, pornografica, pedopornografica, blasfema o in qualsiasi modo non conformi ai principi dell’ordine pubblico e del buon costume o della netiquette; - contenga link a un altro indirizzo URL oppure pubblicità, materiale promozionale o qualsiasi altra forma di sollecitazione non richiesta e indesiderata. --- ### [Eywa Divulgazione Responsabile](https://eywadivulgazione.it/elementor-722/) **Published:** Gennaio 22, 2025 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ## Una chiave per capire meglio il mondo di oggi Dal 2000 siamo specializzati nell’analisi dei trend e delle strategie di comunicazione. Consulta i report e gli approfondimenti firmati dai nostri esperti analisti. [ Tutti i dossier ](/dossier) ## Eywa Podcast Ascolta gli ultimi podcast dei nostri esperti. Pochi minuti per comprendere nel profondo le tendenze della politica, economia e dei grandi temi dell’attualità. [ Vai ai Podcast ](https://www.youtube.com/@eywadivulgazione/podcasts) ## Il canale di Eywa [ Vai ai Canale ](https://www.youtube.com/@eywadivulgazione/) Analisi e Previsioni ## Il Nostro Metodo Quali sono le fasi che consentono al Gruppo Trizio di analizzare enormi quantità di dati ed elaborare strategie e previsioni di lungo periodo? ![](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2024/11/DALL·E-2024-11-21-16.57.21-Unillustrazione-futuristica-che-rappresenta-la-raccolta-di-dati-dal-web.-Una-rete-digitale-tridimensionale-avvolge-il-pianeta-Terra-con-flussi-lumin-1024x585.webp) ## Mercurius 1.3 Un software proprietario con oltre 20 anni di sviluppo per raccogliere e organizzare i dati ![Eywa divulgazione scientifica](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/DALL·E-2024-11-21-16.59.03-Unillustrazione-futuristica-che-rappresenta-lanalisi-dei-dati-orientata-alla-previsione-del-futuro.-In-primo-piano-grandi-schermi-trasparenti-mostr-1.webp) ## Analisi previsionali Capire la situazione non basta. Sviluppiamo analisi predittive di medio e lungo periodo. ![](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/DALL·E-2024-11-21-17.00.02-Unillustrazione-realistica-che-mostra-un-gruppo-di-analisti-futuristici-impegnati-in-una-discussione-intensa.-Si-trovano-in-una-sala-conferenze-high-1.webp) ## L’elemento umano I risultati sono interpretati da esperti in comunicazione e comportamento. ![dossier scientifici](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/DALL·E-2024-11-21-17.04.14-Unillustrazione-che-rappresenta-una-grande-massa-di-persone-ognuna-caratterizzata-da-unidea-unica.-Le-persone-sono-raffigurate-in-una-piazza-futuri-1.webp) ## Il futuro è già scritto Ogni strategia prevede già le prossime reazioni: del mercato, degli elettori, del pubblico. ## Comunica o Muori Manager, CEO, imprenditori, aziende di livello Enterprise, personalità pubbliche e politiche. La comunicazione e il comportamento nel mercato è l’elemento che può decidere il successo o il fallimento. Scegli gli analisti del Gruppo Trizio per definire le tue strategie. [ Contattaci ](https://www.youtube.com/@eywadivulgazione/podcasts) ![](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/ragazzoscontornatoperfetto.webp) --- ## Eywa Downloads ### [Metro C: la richiesta sugli alberi, già compilata](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=metro-c-la-richiesta-sugli-alberi-gia-compilata) **Published:** Agosto 21, 2026 **Author:** Claude Scemo **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Chiede a Roma Capitale e a Roma Metropolitane il censimento degli alberi delle stazioni Auditorium e Farnesina, che cosa prevede il progetto per ciascuno, le perizie agronomiche e il piano delle compensazioni. Destinatari, oggetto e aree già scritti. --- ### [Alberi e cantieri pubblici: il modello da compilare](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=alberi-e-cantieri-pubblici-il-modello-da-compilare) **Published:** Agosto 21, 2026 **Author:** Claude Scemo **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Il modulo in bianco, valido per qualsiasi Comune e qualsiasi opera, dalla metropolitana alla piazza da rifare. Chiedi il censimento degli alberi, il destino di ciascuno, le perizie e le compensazioni: non devi dire perché li vuoi. --- ### [](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=4522) **Published:** Agosto 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) --- ### [Come si invia la richiesta](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=come-si-invia-la-richiesta) **Published:** Agosto 18, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Come firmare, che cosa scrivere nell’oggetto e nel corpo della Pec, quanto tempo hanno per rispondere e a chi rivolgersi se non lo fanno. --- ### [Il modulo di accesso alle informazioni ambientali, da compilare](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=il-modulo-di-accesso-alle-informazioni-ambientali-da-compilare) **Published:** Agosto 18, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Il modulo in bianco, valido per qualsiasi ente e qualsiasi opera. Chiedi relazioni, pareri, verbali e dati di monitoraggio: non devi dire perché li vuoi. --- ### [Colleferro: la richiesta alla Regione Lazio, già compilata](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=colleferro-la-richiesta-alla-regione-lazio-gia-compilata) **Published:** Agosto 18, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Chiede alla Regione Lazio la rettifica della Soprintendenza del 20 novembre 2025 e la relazione istruttoria integrale. Oggetto e protocolli già scritti. --- ### [Colleferro: la richiesta al Comune, già compilata](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=colleferro-la-richiesta-al-comune-gia-compilata) **Published:** Agosto 18, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Chiede al Comune di Colleferro la delibera dell’11 agosto 2026 con gli allegati e l’ordine del giorno votato in aula. Oggetto già scritto. --- ### [Lettera 2: sollecitazione al gestore del centro dati](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=lettera-2-sollecitazione-al-gestore-del-centro-dati) **Published:** Agosto 13, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) --- ### [Lettera 1: richiesta di accesso all’informazione ambientale su un centro dati](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=lettera-1-richiesta-di-accesso-allinformazione-ambientale-su-un-centro-dati) **Published:** Agosto 13, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) --- ### [Guida al kit: quanta acqua consuma il data center vicino a casa tua](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=guida-al-kit-quanta-acqua-consuma-il-data-center-vicino-a-casa-tua) **Published:** Agosto 13, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) --- ### [Chiedi che cosa fa quello zoo quando arrivano quaranta gradi](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=chiedi-che-cosa-fa-quello-zoo-quando-arrivano-quaranta-gradi) **Published:** Agosto 6, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Due richieste distinte in un file solo: una alla ASL, che deve risponderti, e una allo zoo, che non è obbligato ma spesso lo fa. Dentro trovi anche come separarle prima di spedire. --- ### [Che cosa sa il Ministero sullo zoo vicino a casa tua](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=che-cosa-sa-il-ministero-sullo-zoo-vicino-a-casa-tua) **Published:** Agosto 6, 2026 **Author:** Team Eywa **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) La richiesta già scritta per farti dare licenza, controlli e registro degli animali di uno zoo che scegli tu. Si compila in dieci minuti, non serve spiegare perché. --- ### [Petizione in Senato sui data center](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=petizione-in-senato-sui-data-center) **Published:** Luglio 23, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) L’atto da inviare al Senato, già scritto: compili i campi a computer, stampi, raccogli le firme. PDF compilabile, 2 pagine. --- ### [Le dodici domande da fare a ogni data center](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=le-dodici-domande-da-fare-a-ogni-data-center) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Le dodici domande su energia, acqua, calore, suolo e controllo, in una pagina stampabile da portare alle assemblee. --- ### [Segnalare rischi di infiltrazioni criminali](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=segnalare-rischi-di-infiltrazioni-criminali) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Segnalazione alla Prefettura sui rischi di infiltrazione criminale nella filiera di un data center. --- ### [Denunciare possibili reati ambientali](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=denunciare-possibili-reati-ambientali) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Denuncia alla Procura della Repubblica sui possibili reati ambientali (ecoreati) legati a un data center. --- ### [Segnalare rumore, emissioni e rifiuti](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=segnalare-rumore-emissioni-e-rifiuti) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Esposto all’ARPA su rumore, emissioni e gestione dei rifiuti di un data center. --- ### [Segnalare promesse ambientali ingannevoli](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=segnalare-promesse-ambientali-ingannevoli) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Segnalazione all’AGCM su asserzioni ambientali ingannevoli e pubblicità scorretta legate a un data center. --- ### [Segnalare irregolarità in appalti e concessioni](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=segnalare-irregolarita-in-appalti-e-concessioni) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Segnalazione all’ANAC su appalti, concessioni e conflitti di interesse nelle procedure di un data center. --- ### [Segnalare uno spreco di denaro pubblico](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=segnalare-uno-spreco-di-denaro-pubblico) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Esposto alla Corte dei Conti sul possibile danno erariale, con i requisiti e la quantificazione da allegare. --- ### [Denunciare i costi di rete scaricati sulle bollette](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=denunciare-i-costi-di-rete-scaricati-sulle-bollette) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Segnalazione all’ARERA sui costi di connessione dei data center scaricati nelle bollette di tutti. --- ### [Segnalare all'Europa una legge non applicata in Italia](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=segnalare-alleuropa-una-legge-non-applicata-in-italia) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) - Denuncia alla Commissione europea per il mancato recepimento della direttiva sull’efficienza energetica (EED) in Italia. --- ### [Presentare una petizione al Parlamento europeo](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=presentare-una-petizione-al-parlamento-europeo) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Petizione al Parlamento europeo (art. 227 TFUE) per aprire un fascicolo alla commissione per le petizioni sui data center. --- ### [Scrivere agli europarlamentari su industria ed energia](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=scrivere-agli-europarlamentari-su-industria-ed-energia) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Variante mirata alla commissione ITRE del Parlamento europeo su efficienza energetica e finanziamenti alle gigafactory. --- ### [Scrivere agli europarlamentari su ambiente ed energia](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=scrivere-agli-europarlamentari-su-ambiente-ed-energia) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Lettera agli eurodeputati delle commissioni ENVI, SANT e ITRE su recepimento della direttiva efficienza e condizioni per le gigafactory. --- ### [Chiedere nuove regole al Senato](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=petizione-al-senato) **Published:** Luglio 16, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Petizione al Senato (art. 50 Cost.) per chiedere regole vincolanti su acqua, calore e trasparenza dei data center. --- ### [Chiedere nuove regole alla Camera dei Deputati](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=petizione-alla-camera-dei-deputati) **Published:** Luglio 16, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Petizione alla Camera (art. 50 Cost.) per chiedere regole vincolanti su acqua, calore e trasparenza dei data center. --- ### [Proporre regole nella legge nazionale sui data center](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=proporre-regole-nella-legge-nazionale-sui-data-center) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Pacchetto di proposte di criteri per la legge delega sui data center (DDL S.1821), pronto da inviare ai parlamentari. --- ### [Coinvolgere i parlamentari del tuo territorio](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=coinvolgere-i-parlamentari-del-tuo-territorio) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Lettera a deputati e senatori del territorio per interrogazioni ed emendamenti alla legge sui data center. --- ### [Coinvolgere i consiglieri regionali](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=coinvolgere-i-consiglieri-regionali) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Lettera ai consiglieri regionali per interrogazioni, mozioni e una legge regionale sui data center. --- ### [Far discutere il progetto dal Consiglio comunale](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=petizione-comunale-tuel) **Published:** Luglio 16, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Petizione comunale, lo strumento che il TUEL mette in mano ai cittadini per portare un data center in Consiglio. --- ### [Portare una mozione in Consiglio comunale](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=portare-una-mozione-in-consiglio-comunale) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Bozza di mozione comunale con prescrizioni su recupero del calore, fonti idriche e pubblicazione dei dati. --- ### [Chiedere al sindaco di occuparsene](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=chiedere-al-sindaco-di-occuparsene) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Lettera per chiedere al sindaco e ai capigruppo interrogazione, mozione e audizione del proponente di un data center. --- ### [Intervenire su un data center costruito in mare](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=intervenire-su-un-data-center-costruito-in-mare) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Modello dedicato ai data center in mare: accesso agli atti su concessione, scarico termico e smantellamento, e osservazioni da depositare. --- ### [Chiedere un dibattito pubblico quando non è obbligatorio](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=chiedere-un-dibattito-pubblico-quando-non-e-obbligatorio) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Richiesta di dibattito pubblico volontario da rivolgere al proponente quando il confronto non è obbligatorio per legge. --- ### [Chiedere un confronto pubblico sul progetto](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=chiedere-un-confronto-pubblico-sul-progetto) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Richiesta di inchiesta pubblica (art. 24-bis) per trasformare la consultazione di carte in un confronto orale con risposte agli atti. --- ### [Verificare se l'impianto è a rischio di incidente rilevante](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=verificare-se-limpianto-e-a-rischio-di-incidente-rilevante) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Scheda per verificare se un data center supera le soglie della direttiva Seveso (d.lgs. 105/2015) per sostanze pericolose e generatori. --- ### [Dire la propria nella valutazione ambientale](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=dire-la-propria-nella-valutazione-ambientale) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Osservazioni alla VIA (art. 24 d.lgs. 152/2006) per mettere a verbale bilancio idrico, calore, generatori e smantellamento. --- ### [Chiedere chi paga i lavori sulla rete elettrica](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=chiedere-chi-paga-i-lavori-sulla-rete-elettrica) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Richiesta sulla documentazione di connessione, i tempi, le garanzie e la ripartizione dei costi delle opere di rete. --- ### [Sapere se peserà sulla rete elettrica o potrà alleggerirla](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=sapere-se-pesera-sulla-rete-elettrica-o-potra-alleggerirla) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Richiesta per sapere se il data center è un carico rigido o flessibile e quali servizi può offrire alla rete elettrica. --- ### [Chiedere se il calore prodotto verrà riutilizzato](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=chiedere-se-il-calore-prodotto-verra-riutilizzato) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Richiesta per ottenere lo studio sul recupero del calore d’inverno e d’estate, con temperatura, rendimento e domanda. --- ### [Distinguere le compensazioni vere da quelle di facciata](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=distinguere-le-compensazioni-vere-da-quelle-di-facciata) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Scheda per distinguere le compensazioni davvero aggiuntive da ciò che è solo dovuto e trattare su opere verificabili. --- ### [Capire quanto vale davvero l'operazione immobiliare](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=capire-quanto-vale-davvero-loperazione-immobiliare) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Richiesta di accesso per ricostruire oneri, compensazioni e convenzioni urbanistiche e la dimensione immobiliare dell’operazione. --- ### [Sapere quanta acqua e quanta energia consumerà](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=sapere-quanta-acqua-e-quanta-energia-consumera) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Modello di accesso agli atti per ottenere i consumi idrici ed elettrici previsti e autorizzati di un data center. --- ### [Ottenere i dati ambientali senza dover spiegare perché](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=ottenere-i-dati-ambientali-senza-dover-spiegare-perche) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Richiesta di accesso all’informazione ambientale (d.lgs. 195/2005) per dati su acqua, aria ed energia, senza dover motivare la domanda. --- ### [Farsi dare gli atti dal Comune](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=farsi-dare-gli-atti-dal-comune) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Modello di accesso civico generalizzato, il cosiddetto FOIA, per ottenere dal Comune atti, consumi e convenzioni su un data center. --- ### [Scoprire i data center troppo piccoli per comparire su Terna](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=scoprire-i-data-center-troppo-piccoli-per-comparire-su-terna) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Richiesta per intercettare le connessioni elettriche sotto la soglia di trasmissione, quelle che non compaiono sul portale di Terna. --- ### [Chiedere al Comune se è in arrivo un progetto](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=chiedere-al-comune-se-e-in-arrivo-un-progetto) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Lettera da inviare a Comune e sportello unico per far emergere manifestazioni di interesse e atti di indirizzo prima del progetto formale. --- ### [Come trovare gli atti del Comune prima che spariscano](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=come-trovare-gli-atti-del-comune-prima-che-spariscano) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Guida di consultazione per leggere l’albo pretorio online e intercettare varianti, delibere e convenzioni legate a un data center. --- ### [Come scoprire dove costruiranno un data center](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=come-scoprire-dove-costruiranno-un-data-center) **Published:** Luglio 21, 2026 **Author:** Alice Salvatore **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Scheda da compilare per sorvegliare connessioni Terna, valutazioni ambientali e atti urbanistici e scoprire per tempo un data center. --- ### [Kit Lettere Plastica](https://eywadivulgazione.it/?eywa_download=kit-lettere-plastica) **Published:** Luglio 7, 2026 **Author:** Enrico **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Scarica il dossier in esclusiva per i membri Eywa --- ## Cloud Templates ### [Header Template - Default PRO](https://eywadivulgazione.it/tdb_templates/header-template-default-pro/) **Published:** Maggio 22, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) {"tdc_header_desktop":"[tdc_zone type=\"tdc_header_desktop\" tdc_css=\"eyJhbGwiOnsiYmFja2dyb3VuZC1jb2xvciI6IiNmZmZmZmYiLCJkaXNwbGF5IjoiIn19\" h_display=\"\" h_position=\"\" zone_shadow_shadow_size=\"8\" zone_shadow_shadow_offset_horizontal=\"0\" row_bg_gradient=\"#c2cda5\"][vc_row full_width=\"stretch_row\" tdc_css=\"eyJhbGwiOnsiYmFja2dyb3VuZC1jb2xvciI6IiMyMjIyMjIiLCJkaXNwbGF5IjoiIn19\" content_align_vertical=\"content-vert-top\" gap=\"0\" hide_for_user_type=\"\"][vc_column width=\"1/1\" tdc_css=\"eyJhbGwiOnsiZGlzcGxheSI6IiJ9fQ==\" vertical_align=\"\" col_bg_gradient=\"#000000\" flex_grow=\"eyJhbGwiOiJkZWZhdWx0IiwicGhvbmUiOiJkZWZhdWx0In0=\" sticky_offset=\"\" hide_for_user_type=\"guests\" flex_layout=\"block\"][tdb_header_date inline=\"yes\" date_color=\"#ffffff\" tdc_css=\"eyJhbGwiOnsibWFyZ2luLXJpZ2h0IjoiMzIiLCJkaXNwbGF5IjoiIn0sImxhbmRzY2FwZSI6eyJtYXJnaW4tcmlnaHQiOiIyMCIsImRpc3BsYXkiOiIifSwibGFuZHNjYXBlX21heF93aWR0aCI6MTE0MCwibGFuZHNjYXBlX21pbl93aWR0aCI6MTAxOSwicG9ydHJhaXQiOnsibWFyZ2luLXJpZ2h0IjoiMjAiLCJkaXNwbGF5IjoiIn0sInBvcnRyYWl0X21heF93aWR0aCI6MTAxOCwicG9ydHJhaXRfbWluX3dpZHRoIjo3Njh9\" f_date_font_line_height=\"28px\" format=\" d F Y\" align_horiz=\"content-horiz-left\"][tdb_header_user inline=\"yes\" logout_tdicon=\"td-icon-logout\" usr_color=\"#ffffff\" log_color=\"#ffffff\" log_ico_color=\"#ffffff\" tdc_css=\"eyJhbGwiOnsibWFyZ2luLXJpZ2h0IjoiMTQiLCJkaXNwbGF5IjoiIn19\" photo_size=\"19\" f_usr_font_line_height=\"28px\" f_log_font_line_height=\"28px\" show_log=\"login\" login_txt=\"Iscriviti/Entra\" logout_txt=\"Esci\" align_horiz=\"content-horiz-left\" log_color_h=\"#ffffff\" usr_color_h=\"#ffffff\"][/vc_column][/vc_row][vc_row tdc_css=\"eyJwaG9uZSI6eyJkaXNwbGF5IjoiIn0sInBob25lX21heF93aWR0aCI6NzY3fQ==\" row_divider_top=\"\" row_parallax=\"yes\" row_fixed=\"yes\"][vc_column vertical_align=\"\"][vc_row_inner content_align_vertical=\"content-vert-center\" tdc_css=\"eyJhbGwiOnsicGFkZGluZy10b3AiOiIyOCIsInBhZGRpbmctYm90dG9tIjoiOSIsImRpc3BsYXkiOiIifSwicG9ydHJhaXQiOnsibWFyZ2luLWJvdHRvbSI6Ii0zIiwicGFkZGluZy10b3AiOiI5IiwicGFkZGluZy1ib3R0b20iOiIwIiwiZGlzcGxheSI6IiJ9LCJwb3J0cmFpdF9tYXhfd2lkdGgiOjEwMTgsInBvcnRyYWl0X21pbl93aWR0aCI6NzY4fQ==\" gap=\"0\"][vc_column_inner width=\"1/3\" tdc_css=\"eyJhbGwiOnsid2lkdGgiOiIzMCUiLCJkaXNwbGF5IjoiIn0sImxhbmRzY2FwZSI6eyJ3aWR0aCI6IjI0JSIsImRpc3BsYXkiOiIifSwibGFuZHNjYXBlX21heF93aWR0aCI6MTE0MCwibGFuZHNjYXBlX21pbl93aWR0aCI6MTAxOSwicG9ydHJhaXQiOnsid2lkdGgiOiJjYWxjKDEwMCUgLSA0NjhweCkiLCJkaXNwbGF5IjoiIn0sInBvcnRyYWl0X21heF93aWR0aCI6MTAxOCwicG9ydHJhaXRfbWluX3dpZHRoIjo3Njh9\"][tdb_header_logo image=\"2105\" image_retina=\"2105\" align_vert=\"content-vert-center\" align_horiz=\"content-horiz-center\" image_width=\"eyJwb3J0cmFpdCI6IjIyMCIsImFsbCI6IjE1MCJ9\" media_size_image_height=\"97\" media_size_image_width=\"300\" inline=\"yes\" image_pos=\"\" show_tagline=\"none\" tagline_align_horiz=\"content-horiz-left\"][/vc_column_inner][vc_column_inner width=\"2/3\" tdc_css=\"eyJhbGwiOnsicGFkZGluZy10b3AiOiIzMCIsIndpZHRoIjoiNzAlIiwiaGVpZ2h0IjoiNTBweCIsImRpc3BsYXkiOiIiLCItLXRkYi1zY3JvbGwtYW5pbSI6Im5vbmUifSwibGFuZHNjYXBlIjp7IndpZHRoIjoiNzYlIiwiZGlzcGxheSI6IiJ9LCJsYW5kc2NhcGVfbWF4X3dpZHRoIjoxMTQwLCJsYW5kc2NhcGVfbWluX3dpZHRoIjoxMDE5LCJwb3J0cmFpdCI6eyJ3aWR0aCI6IjQ2OHB4IiwiZGlzcGxheSI6IiJ9LCJwb3J0cmFpdF9tYXhfd2lkdGgiOjEwMTgsInBvcnRyYWl0X21pbl93aWR0aCI6NzY4fQ==\" flex_vert_align=\"center\" flex_horiz_align=\"flex-end\" flex_grow=\"default\" flex_layout=\"row\"][tdb_header_menu main_sub_tdicon=\"td-icon-down\" sub_tdicon=\"td-icon-right-arrow\" mm_align_horiz=\"content-horiz-center\" modules_on_row_regular=\"20%\" modules_on_row_cats=\"25%\" image_size=\"td_324x400\" modules_category=\"image\" show_excerpt=\"none\" show_com=\"none\" show_date=\"none\" show_author=\"none\" mm_sub_align_horiz=\"content-horiz-right\" mm_elem_align_horiz=\"content-horiz-right\" menu_id=\"79\" text_color=\"#01437f\" tds_menu_active=\"tds_menu_active1\" f_elem_font_size=\"eyJhbGwiOiIxNCIsInBvcnRyYWl0IjoiMTIifQ==\" sub_bg_color=\"#c2cda5\" tds_menu_sub_active1-sub_text_color_h=\"#ffffff\" f_sub_elem_font_size=\"15\" sub_text_color=\"#01437f\"][/vc_column_inner][/vc_row_inner][vc_row_inner content_align_vertical=\"content-vert-top\"][vc_column_inner][tdb_header_menu mc1_title_tag=\"p\" main_sub_tdicon=\"td-icon-down\" sub_tdicon=\"td-icon-right-arrow\" mm_align_horiz=\"content-horiz-center\" modules_on_row_regular=\"20%\" modules_on_row_cats=\"25%\" image_size=\"td_324x400\" modules_category=\"image\" show_excerpt=\"none\" show_com=\"none\" show_date=\"\" show_author=\"none\" mm_sub_align_horiz=\"content-horiz-right\" mm_elem_align_horiz=\"content-horiz-right\" inline=\"yes\" menu_id=\"24\" mm_align_screen=\"yes\" f_elem_font_family=\"\" f_elem_font_size=\"eyJwb3J0cmFpdCI6IjExIn0=\" mm_width=\"1300\" mm_subcats_bg=\"#ffffff\" mm_elem_border_a=\"0 1px 0 0\" mm_elem_padd=\"eyJhbGwiOiIycHggMjJweCIsInBvcnRyYWl0IjoiMCAxNHB4In0=\" mm_sub_padd=\"eyJhbGwiOiIxNnB4IDAiLCJwb3J0cmFpdCI6IjE0cHggMCJ9\" f_title_font_size=\"eyJhbGwiOiIxNSIsImxhbmRzY2FwZSI6IjE0IiwicG9ydHJhaXQiOiIxMyJ9\" f_title_font_line_height=\"1.2\" art_title=\"3px 0\" f_mm_sub_font_size=\"eyJhbGwiOiIxMyIsInBvcnRyYWl0IjoiMTEifQ==\" mm_child_cats=\"10\" mm_elem_border=\"0 1px 0 0\" mm_height=\"eyJhbGwiOiIzNDUiLCJsYW5kc2NhcGUiOiIzMDAiLCJwb3J0cmFpdCI6IjI0MCJ9\" mm_sub_width=\"eyJsYW5kc2NhcGUiOiIxNjAiLCJwb3J0cmFpdCI6IjE0MCJ9\" mm_padd=\"eyJwb3J0cmFpdCI6IjE0In0=\" modules_gap=\"eyJwb3J0cmFpdCI6IjE0In0=\" elem_padd=\"eyJwb3J0cmFpdCI6IjAgMTJweCJ9\" f_elem_font_line_height=\"eyJwb3J0cmFpdCI6IjQ4cHgifQ==\" video_icon=\"eyJwb3J0cmFpdCI6IjI0In0=\" all_modules_space=\"26\" tds_menu_sub_active=\"tds_menu_sub_active1\" tds_menu_sub_active2-line_color=\"\" tds_menu_active=\"tds_menu_active1\" tds_menu_active1-text_color_h=\"#ffffff\" sub_text_color=\"#01437f\" text_color=\"#01437f\" tds_menu_sub_active1-sub_text_color_h=\"#01437f\" mm_elem_color=\"#01437f\"][tdb_header_search inline=\"yes\" toggle_txt_pos=\"after\" form_align=\"content-horiz-right\" results_msg_align=\"content-horiz-center\" image_floated=\"float_left\" image_width=\"30\" image_size=\"td_324x400\" show_cat=\"none\" show_btn=\"none\" show_date=\"\" show_review=\"\" show_com=\"none\" show_excerpt=\"none\" show_author=\"none\" art_title=\"0 0 2px 0\" all_modules_space=\"20\" tdicon=\"td-icon-magnifier-big-rounded\" icon_size=\"eyJhbGwiOiIyMCIsInBvcnRyYWl0IjoiMTgifQ==\" tdc_css=\"eyJhbGwiOnsiZGlzcGxheSI6IiJ9LCJwb3J0cmFpdCI6eyJtYXJnaW4tdG9wIjoiMSIsImRpc3BsYXkiOiIifSwicG9ydHJhaXRfbWF4X3dpZHRoIjoxMDE4LCJwb3J0cmFpdF9taW5fd2lkdGgiOjc2OH0=\" modules_on_row=\"eyJhbGwiOiI1MCUiLCJwb3J0cmFpdCI6IjUwJSIsImxhbmRzY2FwZSI6IjUwJSJ9\" meta_info_horiz=\"content-horiz-left\" form_width=\"600\" input_border=\"0 0 1px 0\" modules_divider=\"\" form_padding=\"eyJwb3J0cmFpdCI6IjIwcHggMjBweCAyMHB4IiwiYWxsIjoiMzBweCJ9\" arrow_color=\"#ffffff\" btn_bg_h=\"rgba(0,0,0,0)\" btn_tdicon=\"td-icon-menu-right\" btn_icon_pos=\"after\" btn_icon_size=\"7\" btn_icon_space=\"8\" f_title_font_family=\"\" f_cat_font_family=\"\" f_cat_font_transform=\"uppercase\" f_title_font_weight=\"\" f_title_font_transform=\"\" f_title_font_size=\"13\" title_txt_hover=\"#4db2ec\" results_limit=\"6\" float_block=\"yes\" icon_color=\"#000000\" results_border=\"0 0 1px 0\" f_title_font_line_height=\"1.4\" btn_color=\"#000000\" btn_color_h=\"#4db2ec\" all_underline_color=\"\" results_msg_color_h=\"#4db2ec\" image_height=\"100\" meta_padding=\"3px 0 0 16px\" modules_gap=\"20\" mc1_tl=\"12\" show_form=\"yes\" f_meta_font_weight=\"\" h_effect=\"\" results_msg_padding=\"10px 0\" f_results_msg_font_style=\"normal\" video_icon=\"24\" modules_divider_color=\"\" modules_border_color=\"\" btn_padding=\"0\" form_border=\"0\" form_shadow_shadow_offset_vertical=\"3\" results_padding=\"0 30px 30px\" btn_bg=\"rgba(0,0,0,0)\" icon_padding=\"eyJhbGwiOjIuNCwicG9ydHJhaXQiOiIyLjYifQ==\" aria_label=\"Cerca\" btn_text=\"Cerca\" btn_aria_label=\"Cerca\"][/vc_column_inner][/vc_row_inner][/vc_column][/vc_row][/tdc_zone]","tdc_header_desktop_sticky":"[tdc_zone type=\"tdc_header_desktop_sticky\" s_transition_type=\"\" tdc_css=\"eyJhbGwiOnsiYmFja2dyb3VuZC1jb2xvciI6InJnYmEoMjU1LDI1NSwyNTUsMC45NSkiLCJ6LWluZGV4IjoiOTk5IiwiZGlzcGxheSI6IiJ9fQ==\" hs_transition_type=\"\" hs_transition_effect=\"slide\" zone_shadow_shadow_size=\"8\" hs_sticky_type=\"smart_snap\" hs_sticky_offset=\"72\"][vc_row full_width=\"stretch_row\" tdc_css=\"eyJhbGwiOnsiZGlzcGxheSI6IiJ9fQ==\" content_align_vertical=\"content-vert-center\"][vc_column][tdb_header_logo align_horiz=\"content-horiz-center\" align_vert=\"content-vert-center\" media_size_image_height=\"90\" media_size_image_width=\"272\" image_width=\"126\" show_image=\"\" tagline_align_horiz=\"content-horiz-center\" text_color=\"#000000\" ttl_tag_space=\"eyJhbGwiOiItMyIsInBvcnRyYWl0IjoiLTIifQ==\" inline=\"yes\" tdc_css=\"eyJhbGwiOnsiZGlzcGxheSI6IiJ9fQ==\" image=\"1805\"][tdb_header_menu mc1_title_tag=\"p\" main_sub_tdicon=\"td-icon-down\" sub_tdicon=\"td-icon-right-arrow\" mm_align_horiz=\"content-horiz-center\" modules_on_row_regular=\"20%\" modules_on_row_cats=\"25%\" image_size=\"td_324x400\" modules_category=\"image\" show_excerpt=\"none\" show_com=\"none\" show_date=\"\" show_author=\"none\" mm_sub_align_horiz=\"content-horiz-right\" mm_elem_align_horiz=\"content-horiz-right\" inline=\"yes\" menu_id=\"66\" mm_align_screen=\"yes\" f_elem_font_family=\"\" f_elem_font_size=\"eyJwb3J0cmFpdCI6IjExIn0=\" mm_width=\"1300\" mm_subcats_bg=\"#ffffff\" mm_elem_border_a=\"0 1px 0 0\" mm_elem_padd=\"eyJhbGwiOiIycHggMjJweCIsInBvcnRyYWl0IjoiMCAxNHB4In0=\" mm_sub_padd=\"eyJhbGwiOiIxNnB4IDAiLCJwb3J0cmFpdCI6IjE0cHggMCJ9\" f_title_font_size=\"eyJhbGwiOiIxNSIsImxhbmRzY2FwZSI6IjE0IiwicG9ydHJhaXQiOiIxMyJ9\" f_title_font_line_height=\"1.2\" art_title=\"3px 0\" f_mm_sub_font_size=\"eyJhbGwiOiIxMyIsInBvcnRyYWl0IjoiMTEifQ==\" mm_child_cats=\"10\" mm_elem_border=\"0 1px 0 0\" mm_height=\"eyJhbGwiOiIzNDUiLCJsYW5kc2NhcGUiOiIzMDAiLCJwb3J0cmFpdCI6IjI0MCJ9\" mm_sub_width=\"eyJsYW5kc2NhcGUiOiIxNjAiLCJwb3J0cmFpdCI6IjE0MCJ9\" mm_padd=\"eyJwb3J0cmFpdCI6IjE0In0=\" modules_gap=\"eyJwb3J0cmFpdCI6IjE0In0=\" elem_padd=\"eyJwb3J0cmFpdCI6IjAgMTJweCJ9\" f_elem_font_line_height=\"eyJwb3J0cmFpdCI6IjQ4cHgifQ==\" video_icon=\"eyJwb3J0cmFpdCI6IjI0In0=\" all_modules_space=\"26\" tds_menu_sub_active=\"tds_menu_sub_active1\" tds_menu_sub_active2-line_color=\"\"][tdb_header_search inline=\"yes\" toggle_txt_pos=\"after\" form_align=\"content-horiz-right\" results_msg_align=\"content-horiz-center\" image_floated=\"float_left\" image_width=\"30\" image_size=\"td_324x400\" show_cat=\"none\" show_btn=\"none\" show_date=\"\" show_review=\"\" show_com=\"none\" show_excerpt=\"none\" show_author=\"none\" art_title=\"0 0 2px 0\" all_modules_space=\"20\" tdicon=\"td-icon-magnifier-big-rounded\" icon_size=\"eyJhbGwiOiIyMCIsInBvcnRyYWl0IjoiMTgifQ==\" tdc_css=\"eyJhbGwiOnsiZGlzcGxheSI6IiJ9LCJwb3J0cmFpdCI6eyJtYXJnaW4tdG9wIjoiMSIsImRpc3BsYXkiOiIifSwicG9ydHJhaXRfbWF4X3dpZHRoIjoxMDE4LCJwb3J0cmFpdF9taW5fd2lkdGgiOjc2OH0=\" modules_on_row=\"eyJhbGwiOiI1MCUiLCJwb3J0cmFpdCI6IjUwJSIsImxhbmRzY2FwZSI6IjUwJSJ9\" meta_info_horiz=\"content-horiz-left\" form_width=\"600\" input_border=\"0 0 1px 0\" modules_divider=\"\" form_padding=\"eyJwb3J0cmFpdCI6IjIwcHggMjBweCAyMHB4IiwiYWxsIjoiMzBweCJ9\" arrow_color=\"#ffffff\" btn_bg_h=\"rgba(0,0,0,0)\" btn_tdicon=\"td-icon-menu-right\" btn_icon_pos=\"after\" btn_icon_size=\"7\" btn_icon_space=\"8\" f_title_font_family=\"\" f_cat_font_family=\"\" f_cat_font_transform=\"uppercase\" f_title_font_weight=\"\" f_title_font_transform=\"\" f_title_font_size=\"13\" title_txt_hover=\"#4db2ec\" results_limit=\"6\" float_block=\"yes\" icon_color=\"#000000\" results_border=\"0 0 1px 0\" f_title_font_line_height=\"1.4\" btn_color=\"#000000\" btn_color_h=\"#4db2ec\" all_underline_color=\"\" results_msg_color_h=\"#4db2ec\" image_height=\"100\" meta_padding=\"3px 0 0 16px\" modules_gap=\"20\" mc1_tl=\"12\" show_form=\"yes\" f_meta_font_weight=\"\" h_effect=\"\" results_msg_padding=\"10px 0\" f_results_msg_font_style=\"normal\" video_icon=\"24\" modules_divider_color=\"\" modules_border_color=\"\" btn_padding=\"0\" form_border=\"0\" form_shadow_shadow_offset_vertical=\"3\" results_padding=\"0 30px 30px\" btn_bg=\"rgba(0,0,0,0)\" icon_padding=\"eyJhbGwiOjIuNCwicG9ydHJhaXQiOiIyLjYifQ==\"][/vc_column][/vc_row][/tdc_zone]","tdc_header_mobile":"[tdc_zone type=\"tdc_header_mobile\" tdc_css=\"eyJwaG9uZSI6eyJiYWNrZ3JvdW5kLWNvbG9yIjoiIzIyMjIyMiIsImRpc3BsYXkiOiIifSwicGhvbmVfbWF4X3dpZHRoIjo3Njd9\" zone_shadow_shadow_size=\"eyJwaG9uZSI6IjgifQ==\" m_display=\"relative\" m_position=\"top\"][vc_row flex_layout=\"eyJhbGwiOiJibG9jayIsInBob25lIjoicm93In0=\" row_bg_gradient=\"#c2cda5\" svg_height_top=\"eyJwaG9uZSI6IjMwMCJ9\" svg_width_top=\"eyJwaG9uZSI6IjEwMCUifQ==\" content_align_vertical=\"content-vert-center\" tdc_css=\"eyJwaG9uZSI6eyJwYWRkaW5nLXRvcCI6IjIwIiwiZGlzcGxheSI6IiIsIi0tdGRiLXNjcm9sbC1hbmltIjoibm9uZSJ9LCJwaG9uZV9tYXhfd2lkdGgiOjc2N30=\" flex_vert_align=\"eyJhbGwiOiJmbGV4LXN0YXJ0IiwicGhvbmUiOiJmbGV4LWVuZCJ9\"][vc_column width=\"1/3\" flex_width=\"eyJwaG9uZSI6IjIwJSJ9\" flex_vert_align=\"eyJhbGwiOiJmbGV4LXN0YXJ0IiwicGhvbmUiOiJjZW50ZXIifQ==\" flex_horiz_align=\"eyJhbGwiOiJmbGV4LXN0YXJ0IiwicGhvbmUiOiJjZW50ZXIifQ==\" flex_layout=\"eyJhbGwiOiJibG9jayIsInBob25lIjoicm93In0=\" tdc_css=\"eyJwaG9uZSI6eyJkaXNwbGF5IjoiIiwiLS10ZGItc2Nyb2xsLWFuaW0iOiJub25lIn0sInBob25lX21heF93aWR0aCI6NzY3fQ==\"][tdb_mobile_menu icon_color=\"#1e73be\" icon_size=\"eyJhbGwiOjIyLCJwaG9uZSI6IjI3In0=\" icon_padding=\"eyJhbGwiOjIuNSwicGhvbmUiOiIyIn0=\" tdc_css=\"eyJwaG9uZSI6eyJtYXJnaW4tdG9wIjoiMiIsIm1hcmdpbi1sZWZ0IjoiLTEzIiwiZGlzcGxheSI6IiJ9LCJwaG9uZV9tYXhfd2lkdGgiOjc2N30=\" menu_id=\"79\" align_horiz=\"content-horiz-left\" inline=\"yes\"][/vc_column][vc_column width=\"1/3\" flex_width=\"eyJwaG9uZSI6IjYwJSJ9\"][tdb_header_logo align_horiz=\"content-horiz-center\" align_vert=\"content-vert-center\" media_size_image_height=\"97\" media_size_image_width=\"300\" image_width=\"eyJwb3J0cmFpdCI6IjE4NiIsInBob25lIjoiMTUwIn0=\" show_image=\"eyJhbGwiOiJub25lIiwicGhvbmUiOiJibG9jayJ9\" tagline_align_horiz=\"content-horiz-center\" text_color=\"#ffffff\" ttl_tag_space=\"eyJhbGwiOiItMyIsInBvcnRyYWl0IjoiLTIifQ==\" tdc_css=\"eyJhbGwiOnsiZGlzcGxheSI6IiJ9LCJwaG9uZSI6eyJkaXNwbGF5IjoiIiwiLS10ZGItc2Nyb2xsLWFuaW0iOiJub25lIn0sInBob25lX21heF93aWR0aCI6NzY3fQ==\" image=\"2105\" image_retina=\"2105\" img_txt_space=\"eyJwaG9uZSI6IjMifQ==\" icon_align=\"eyJhbGwiOjAsInBob25lIjoiMCJ9\" el_class=\"logo_class\" tagline_align_vert=\"content-vert-center\"][/vc_column][vc_column width=\"1/3\" flex_width=\"eyJwaG9uZSI6IjIwJSJ9\"][tdb_mobile_menu icon_color=\"#1e73be\" icon_size=\"eyJhbGwiOjIyLCJwaG9uZSI6IjI3In0=\" icon_padding=\"eyJhbGwiOjIuNSwicGhvbmUiOiIyIn0=\" tdc_css=\"eyJwaG9uZSI6eyJtYXJnaW4tdG9wIjoiMiIsIm1hcmdpbi1sZWZ0IjoiLTEzIiwiZGlzcGxheSI6IiJ9LCJwaG9uZV9tYXhfd2lkdGgiOjc2N30=\" menu_id=\"24\" align_horiz=\"content-horiz-center\" inline=\"yes\" tdicon=\"tdc-font-fa tdc-font-fa-user\"][/vc_column][/vc_row][vc_row content_align_vertical=\"content-vert-top\" gap=\"eyJwaG9uZSI6IjAifQ==\" tdc_css=\"eyJwaG9uZSI6eyJkaXNwbGF5IjoiIn0sInBob25lX21heF93aWR0aCI6NzY3fQ==\" row_bg_gradient=\"#c2cda5\" flex_vert_align=\"eyJhbGwiOiJmbGV4LXN0YXJ0IiwicGhvbmUiOiJjZW50ZXIifQ==\" flex_horiz_align=\"eyJhbGwiOiJmbGV4LXN0YXJ0IiwicGhvbmUiOiJjZW50ZXIifQ==\" flex_layout=\"eyJhbGwiOiJibG9jayIsInBob25lIjoicm93In0=\" svg_width_bottom=\"eyJwaG9uZSI6IjUifQ==\" full_width=\"stretch_row_content_no_space td-stretch-content\"][vc_column width=\"1/1\" tdc_css=\"eyJwaG9uZSI6eyJ3aWR0aCI6IjIwJSIsImRpc3BsYXkiOiJpbmxpbmUtYmxvY2sifSwicGhvbmVfbWF4X3dpZHRoIjo3Njd9\" vertical_align=\"eyJwaG9uZSI6Im1pZGRsZSJ9\"][tdb_mobile_search inline=\"yes\" tdc_css=\"eyJwaG9uZSI6eyJtYXJnaW4tdG9wIjoiLTE1IiwiZGlzcGxheSI6IiIsIi0tdGRiLXNjcm9sbC1hbmltIjoibm9uZSJ9LCJwaG9uZV9tYXhfd2lkdGgiOjc2N30=\" icon_color=\"#ffffff\"][/vc_column][/vc_row][/tdc_zone]","tdc_header_mobile_sticky":"[tdc_zone type=\"tdc_header_mobile_sticky\" tdc_css=\"eyJwaG9uZSI6eyJiYWNrZ3JvdW5kLWNvbG9yIjoiIzIyMjIyMiIsImRpc3BsYXkiOiIifSwicGhvbmVfbWF4X3dpZHRoIjo3Njd9\" ms_transition_effect=\"eyJhbGwiOiJvcGFjaXR5IiwicGhvbmUiOiJzbGlkZSJ9\" ms_sticky_type=\"\" zone_shadow_shadow_size=\"eyJwaG9uZSI6IjgifQ==\" content_align_vertical=\"content-vert-top\"][vc_row content_align_vertical=\"content-vert-top\" gap=\"eyJwaG9uZSI6IjAifQ==\" tdc_css=\"eyJwaG9uZSI6eyJkaXNwbGF5IjoiIn0sInBob25lX21heF93aWR0aCI6NzY3fQ==\" row_bg_gradient=\"#c2cda5\"][vc_column width=\"1/3\" tdc_css=\"eyJwaG9uZSI6eyJ3aWR0aCI6IjIwJSIsImRpc3BsYXkiOiJpbmxpbmUtYmxvY2sifSwicGhvbmVfbWF4X3dpZHRoIjo3Njd9\" vertical_align=\"eyJwaG9uZSI6Im1pZGRsZSJ9\" col_bg_gradient=\"#c2cda5\"][tdb_mobile_menu inline=\"yes\" icon_color=\"#ffffff\" icon_size=\"eyJhbGwiOjIyLCJwaG9uZSI6IjI3In0=\" icon_padding=\"eyJhbGwiOjIuNSwicGhvbmUiOiIyIn0=\" tdc_css=\"eyJwaG9uZSI6eyJtYXJnaW4tdG9wIjoiMiIsIm1hcmdpbi1sZWZ0IjoiLTEzIiwiZGlzcGxheSI6IiJ9LCJwaG9uZV9tYXhfd2lkdGgiOjc2N30=\" menu_id=\"66\"][/vc_column][vc_column width=\"1/3\" tdc_css=\"eyJwaG9uZSI6eyJ3aWR0aCI6IjYwJSIsImRpc3BsYXkiOiJpbmxpbmUtYmxvY2sifSwicGhvbmVfbWF4X3dpZHRoIjo3Njd9\" vertical_align=\"eyJwaG9uZSI6Im1pZGRsZSJ9\"][tdb_header_logo align_horiz=\"content-horiz-center\" align_vert=\"content-vert-center\" media_size_image_height=\"93\" media_size_image_width=\"300\" image_width=\"eyJwb3J0cmFpdCI6IjE4NiIsInBob25lIjoiMTgwIn0=\" show_image=\"eyJhbGwiOiJub25lIiwicGhvbmUiOiJibG9jayJ9\" tagline_align_horiz=\"content-horiz-center\" text_color=\"#ffffff\" ttl_tag_space=\"eyJhbGwiOiItMyIsInBvcnRyYWl0IjoiLTIifQ==\" tdc_css=\"eyJhbGwiOnsiZGlzcGxheSI6IiJ9LCJwaG9uZSI6eyJtYXJnaW4tdG9wIjoiLTgiLCJkaXNwbGF5IjoiIn0sInBob25lX21heF93aWR0aCI6NzY3fQ==\" image=\"2105\"][/vc_column][vc_column width=\"1/3\" tdc_css=\"eyJwaG9uZSI6eyJ3aWR0aCI6IjIwJSIsImRpc3BsYXkiOiJpbmxpbmUtYmxvY2sifSwicGhvbmVfbWF4X3dpZHRoIjo3Njd9\" vertical_align=\"eyJwaG9uZSI6Im1pZGRsZSJ9\" col_bg_gradient=\"#c2cda5\"][tdb_mobile_search inline=\"yes\" float_right=\"yes\" tdc_css=\"eyJwaG9uZSI6eyJtYXJnaW4tcmlnaHQiOiItMTgiLCJtYXJnaW4tYm90dG9tIjoiMCIsImRpc3BsYXkiOiIifSwicGhvbmVfbWF4X3dpZHRoIjo3Njd9\" icon_color=\"#ffffff\" tdicon=\"td-icon-magnifier-big-rounded\"][/vc_column][/vc_row][/tdc_zone]","tdc_is_header_sticky":false,"tdc_is_mobile_header_sticky":true} --- ### [Footer Template - Default PRO](https://eywadivulgazione.it/tdb_templates/footer-template-default-pro/) **Published:** Maggio 22, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) #### Scelti per te [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4403&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/raccolta-raee-2025-divario/ "Raccolta RAEE 2025: cresce, ma il Sud resta indietro") ### [Raccolta RAEE 2025: cresce, ma il Sud resta indietro](https://eywadivulgazione.it/raccolta-raee-2025-divario/ "Raccolta RAEE 2025: cresce, ma il Sud resta indietro") Luglio 31, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=2384&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/turismo-italia-2025-record-storico-quale-costo/ "Turismo in Italia 2025: record storico… ma a quale costo?") ### [Turismo in Italia 2025: record storico… ma a quale costo?](https://eywadivulgazione.it/turismo-italia-2025-record-storico-quale-costo/ "Turismo in Italia 2025: record storico… ma a quale costo?") Giugno 25, 2025 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=1581&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/i-dazi-la-lunga-tensione-commerciale-tra-usa-e-ue/ "I dazi: la lunga tensione commerciale tra USA e UE") ### [I dazi: la lunga tensione commerciale tra USA e UE](https://eywadivulgazione.it/i-dazi-la-lunga-tensione-commerciale-tra-usa-e-ue/ "I dazi: la lunga tensione commerciale tra USA e UE") Aprile 3, 2025 #### I più letti [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4426&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/zoo-caldo-legge-italiana/ "Tre leonesse morte in cinque giorni a Tokyo. Che cosa impone davvero la legge italiana agli zoo contro il caldo") ### [Tre leonesse morte in cinque giorni a Tokyo. Che cosa impone davvero la legge italiana agli zoo contro il caldo](https://eywadivulgazione.it/zoo-caldo-legge-italiana/ "Tre leonesse morte in cinque giorni a Tokyo. Che cosa impone davvero la legge italiana agli zoo contro il caldo") Agosto 6, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4402&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/inquinamento-luminoso-italia/ "Inquinamento luminoso in Italia: perché sparisce il cielo") ### [Inquinamento luminoso in Italia: perché sparisce il cielo](https://eywadivulgazione.it/inquinamento-luminoso-italia/ "Inquinamento luminoso in Italia: perché sparisce il cielo") Agosto 2, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4403&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/raccolta-raee-2025-divario/ "Raccolta RAEE 2025: cresce, ma il Sud resta indietro") ### [Raccolta RAEE 2025: cresce, ma il Sud resta indietro](https://eywadivulgazione.it/raccolta-raee-2025-divario/ "Raccolta RAEE 2025: cresce, ma il Sud resta indietro") Luglio 31, 2026 16,500Followers[Follow](https://instagram.com/eywadivulgazione#) [![Logo](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2025/01/eywa1x.webp)](https://eywadivulgazione.it/) ### CHI SIAMO Eywa nasce con un obiettivo preciso: offrire un’informazione rigorosa, imparziale e libera da condizionamenti. La nostra indipendenza è totale, garantita dal finanziamento esclusivo del Gruppo Trizio, senza alcun legame con il mondo politico o imprenditoriale. Scrivici: [Chiedi ad Eywa](https://eywadivulgazione.it/contatti/) ### SEGUICI [Instagram](https://www.instagram.com/eywadivulgazione/ "Instagram") Copyright EywaDivulgazione 2025 © All rights reserved - Gruppo Trizio - Via del Tritone 132 Roma - Via Fieschi 2 Genova - P.iuva 02701880995 [Privacy Policy](https://www.iubenda.com/privacy-policy/13189974 "Privacy Policy") [Cookie Policy](https://www.iubenda.com/privacy-policy/13189974/cookie-policy "Cookie Policy") - [Alice Salvatore](https://eywadivulgazione.it/account/) - [Registrati](#pp-signup#) - [Login | Log Out](#pp-loginout#) --- ### [Single Post Template - Default PRO](https://eywadivulgazione.it/tdb_templates/single-post-template-default-pro/) **Published:** Maggio 22, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) [Home](https://eywadivulgazione.it/)Sample Page # Sample Page Title Sample Post Subtitle! [![](https://secure.gravatar.com/avatar/1c30241af18d401513d84ad9eb0eb55650cd37b3a59ac610403bac95a016833f?s=96&r=g)](# "Author Name")DI [Author Name](#) 4 September 2026 ![](https://eywadivulgazione.it/wp-content/plugins/td-cloud-library/assets/images/td_meta_replacement.png) ![](https://eywadivulgazione.it/wp-content/plugins/td-cloud-library/assets/images/post_content_center_img.png) Morbi libero lectus, laoreet elementum viverra vitae, sodales sit amet nisi. Vivamus dolor ipsum, ultrices in accumsan nec, viverra in nulla. ![](https://eywadivulgazione.it/wp-content/plugins/td-cloud-library/assets/images/post_content_left_img.png)Donec ligula sem, dignissim quis purus a, ultricies lacinia lectus. Aenean scelerisque, justo ac varius viverra, nisl arcu accumsan elit, quis laoreet metus ipsum vitae sem. Phasellus luctus imperdiet. ### Donec tortor ipsum Pharetra ac malesuada in, sagittis ac nibh. Praesent mattis ullamcorper metus, imperdiet convallis eros bibendum nec. Praesent justo quam, sodales eu dui vel, iaculis feugiat nunc. Pellentesque faucibus orci at lorem viverra, id venenatis [justo pretium](#). Nullam congue, arcu a molestie bibendum, sem orci lacinia dolor, ut congue dolor justo a odio. ![](https://eywadivulgazione.it/wp-content/plugins/td-cloud-library/assets/images/post_content_right_img.png)Duis odio neque, congue ut iaculis nec, pretium vitae libero. Cras eros ipsum, eleifend rhoncus quam at, euismod sollicitudin erat. > Fusce imperdiet, neque ut sodales dignissim, nulla dui. Nam vel tortor orci. Via[Google](#) Source[Post Source](#) - Tags - [art](#) - [test](#) - [wordpress](#) Previous article[Prev Post Title](#) Next article[Next Post Title](#) [![](https://secure.gravatar.com/avatar/1c30241af18d401513d84ad9eb0eb55650cd37b3a59ac610403bac95a016833f?s=117&r=g)](post-author-website.com "Post author name")[Post author name](post-author-website.com)[Post author url]()Post author biographical information. [](# "Twitter")[](# "Pinterest")[](# "Facebook")[](# "Youtube") Ti possono interessare [Articoli](https://eywadivulgazione.it/category/articoli/)[edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4543&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") ### [Il data center che si boccia da solo](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") Settembre 4, 2026 [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4551&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") ### [La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") Settembre 4, 2026 [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4513&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/ "Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso") ### [Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/ "Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso") Agosto 21, 2026 [](#)[](#) #### Più letti [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4543&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") ### [Il data center che si boccia da solo](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") [Team Eywa](https://eywadivulgazione.it/author/team-eywa/) - Settembre 4, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4551&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") ### [La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") [Team Eywa](https://eywadivulgazione.it/author/team-eywa/) - Settembre 4, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4513&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/ "Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso") ### [Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/ "Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso") [Team Eywa](https://eywadivulgazione.it/author/team-eywa/) - Agosto 21, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4482&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") ### [Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") [Team Eywa](https://eywadivulgazione.it/author/team-eywa/) - Agosto 18, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4478&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/hormuz-guerra-devasta-ecosistemi-marini-delicati-pianeta/ "Hormuz: la guerra devasta uno degli ecosistemi marini più delicati del pianeta") ### [Hormuz: la guerra devasta uno degli ecosistemi marini più delicati del pianeta](https://eywadivulgazione.it/hormuz-guerra-devasta-ecosistemi-marini-delicati-pianeta/ "Hormuz: la guerra devasta uno degli ecosistemi marini più delicati del pianeta") [Alessandro Trizio](https://eywadivulgazione.it/author/alessandro/) - Agosto 15, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4441&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/data-center-senza-acqua/ "Data center senza acqua: cosa non dice il circuito chiuso") ### [Data center senza acqua: cosa non dice il circuito chiuso](https://eywadivulgazione.it/data-center-senza-acqua/ "Data center senza acqua: cosa non dice il circuito chiuso") [Team Eywa](https://eywadivulgazione.it/author/team-eywa/) - Agosto 13, 2026 [Load more](#) --- ### [Category Template - Default PRO](https://eywadivulgazione.it/tdb_templates/category-template-default-pro/) **Published:** Maggio 22, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) [Home](https://eywadivulgazione.it/)Sample Page # Sample Page Title Sample Category Description. ( Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipisicing elit, sed do eiusmod tempor incididunt ut labore et dolore magna aliqua. ) [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4543&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") ## [Il data center che si boccia da solo](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") [Team Eywa](https://eywadivulgazione.it/author/team-eywa/) - [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4551&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") ### [La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4513&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/ "Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso") ### [Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/ "Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso") [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4482&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") ### [Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4478&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/hormuz-guerra-devasta-ecosistemi-marini-delicati-pianeta/ "Hormuz: la guerra devasta uno degli ecosistemi marini più delicati del pianeta") ### [Hormuz: la guerra devasta uno degli ecosistemi marini più delicati del pianeta](https://eywadivulgazione.it/hormuz-guerra-devasta-ecosistemi-marini-delicati-pianeta/ "Hormuz: la guerra devasta uno degli ecosistemi marini più delicati del pianeta") [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 4") ### [Sample post title 4](# "Sample post title 4") [Author name](#) - [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 5") ### [Sample post title 5](# "Sample post title 5") [Author name](#) - [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 6") ### [Sample post title 6](# "Sample post title 6") [Author name](#) - [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 7") ### [Sample post title 7](# "Sample post title 7") [Author name](#) - [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 8") ### [Sample post title 8](# "Sample post title 8") [Author name](#) - [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 9") ### [Sample post title 9](# "Sample post title 9") [Author name](#) - [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 10") ### [Sample post title 10](# "Sample post title 10") [Author name](#) - [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 11") ### [Sample post title 11](# "Sample post title 11") [Author name](#) - [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 12") ### [Sample post title 12](# "Sample post title 12") [Author name](#) - [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 13") ### [Sample post title 13](# "Sample post title 13") [Author name](#) - [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 14") ### [Sample post title 14](# "Sample post title 14") [Author name](#) - [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 15") ### [Sample post title 15](# "Sample post title 15") [Author name](#) - [](#)1[2](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/admin-ajax.php?action=as_async_request_queue_runner&nonce=a5c35e67e7&paged=2 "2")[3](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/admin-ajax.php?action=as_async_request_queue_runner&nonce=a5c35e67e7&paged=3 "3")[](#)Page 1 of 3 #### I più letti [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4402&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/inquinamento-luminoso-italia/ "Inquinamento luminoso in Italia: perché sparisce il cielo") ### [Inquinamento luminoso in Italia: perché sparisce il cielo](https://eywadivulgazione.it/inquinamento-luminoso-italia/ "Inquinamento luminoso in Italia: perché sparisce il cielo") Agosto 2, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4405&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/condizionatore-calore-citta/ "Il condizionatore raffredda te e scalda la città: ecco di quanto") ### [Il condizionatore raffredda te e scalda la città: ecco di quanto](https://eywadivulgazione.it/condizionatore-calore-citta/ "Il condizionatore raffredda te e scalda la città: ecco di quanto") Luglio 29, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=3089&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/profumi-puliti-detergenti-eco-quando-odore-teatro-cosa-salute-domestica/ "Profumi “puliti” e detergenti “eco”: quando l’odore è teatro (e cosa c’entra la salute domestica)") ### [Profumi “puliti” e detergenti “eco”: quando l’odore è teatro (e cosa c’entra la salute domestica)](https://eywadivulgazione.it/profumi-puliti-detergenti-eco-quando-odore-teatro-cosa-salute-domestica/ "Profumi “puliti” e detergenti “eco”: quando l’odore è teatro (e cosa c’entra la salute domestica)") Gennaio 25, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=3008&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/il-ritorno-silenzioso-del-giaguaro/ "Il ritorno silenzioso del giaguaro") ### [Il ritorno silenzioso del giaguaro](https://eywadivulgazione.it/il-ritorno-silenzioso-del-giaguaro/ "Il ritorno silenzioso del giaguaro") Dicembre 29, 2025 --- ### [404 Template - Default PRO](https://eywadivulgazione.it/tdb_templates/404-template-default-pro/) **Published:** Maggio 22, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) ### La pagina che stai cercando non c'è! Prova con una ricerca [Vai alla Homepage](https://eywadivulgazione.it/staging "Vai alla Homepage") [Articoli](https://eywadivulgazione.it/category/articoli/)[edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4543&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") ### [Il data center che si boccia da solo](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") [Team Eywa](https://eywadivulgazione.it/author/team-eywa/) - Settembre 4, 2026 [0](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/#respond) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4551&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") ### [La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") [Team Eywa](https://eywadivulgazione.it/author/team-eywa/) - Settembre 4, 2026 [0](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/#respond) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4513&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/ "Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso") ### [Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/ "Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso") [Team Eywa](https://eywadivulgazione.it/author/team-eywa/) - Agosto 21, 2026 [0](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/#respond) [Articoli](https://eywadivulgazione.it/category/articoli/)[edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4482&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") ### [Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") [Team Eywa](https://eywadivulgazione.it/author/team-eywa/) - Agosto 18, 2026 [0](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/#respond) [Articoli](https://eywadivulgazione.it/category/articoli/)[edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4478&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/hormuz-guerra-devasta-ecosistemi-marini-delicati-pianeta/ "Hormuz: la guerra devasta uno degli ecosistemi marini più delicati del pianeta") ### [Hormuz: la guerra devasta uno degli ecosistemi marini più delicati del pianeta](https://eywadivulgazione.it/hormuz-guerra-devasta-ecosistemi-marini-delicati-pianeta/ "Hormuz: la guerra devasta uno degli ecosistemi marini più delicati del pianeta") [Alessandro Trizio](https://eywadivulgazione.it/author/alessandro/) - Agosto 15, 2026 [0](https://eywadivulgazione.it/hormuz-guerra-devasta-ecosistemi-marini-delicati-pianeta/#respond) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4441&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/data-center-senza-acqua/ "Data center senza acqua: cosa non dice il circuito chiuso") ### [Data center senza acqua: cosa non dice il circuito chiuso](https://eywadivulgazione.it/data-center-senza-acqua/ "Data center senza acqua: cosa non dice il circuito chiuso") [Team Eywa](https://eywadivulgazione.it/author/team-eywa/) - Agosto 13, 2026 [0](https://eywadivulgazione.it/data-center-senza-acqua/#respond) [Load more](#) --- ### [Author Template - Default PRO](https://eywadivulgazione.it/tdb_templates/author-template-default-pro/) **Published:** Maggio 22, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) [Home](https://eywadivulgazione.it/)Sample Page # Sample Page Title [![](https://secure.gravatar.com/avatar/1c30241af18d401513d84ad9eb0eb55650cd37b3a59ac610403bac95a016833f?s=96&r=g)](www.sample-website.com)9 POSTS0 COMMENTS [www.sample-website.com](www.sample-website.com)Sample author description [](# "Twitter")[](# "Pinterest")[](# "Facebook")[](# "Youtube") [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 0") ### [Sample post title 0](# "Sample post title 0") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 1") ### [Sample post title 1](# "Sample post title 1") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 2") ### [Sample post title 2](# "Sample post title 2") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 3") ### [Sample post title 3](# "Sample post title 3") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 4") ### [Sample post title 4](# "Sample post title 4") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 5") ### [Sample post title 5](# "Sample post title 5") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 6") ### [Sample post title 6](# "Sample post title 6") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 7") ### [Sample post title 7](# "Sample post title 7") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 8") ### [Sample post title 8](# "Sample post title 8") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 9") ### [Sample post title 9](# "Sample post title 9") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) [](#)1[2](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/admin-ajax.php?action=as_async_request_queue_runner&nonce=a5c35e67e7&paged=2 "2")[3](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/admin-ajax.php?action=as_async_request_queue_runner&nonce=a5c35e67e7&paged=3 "3")[](#)Page 1 of 3 #### TOP AUTHORS [![Achille Marziano](https://secure.gravatar.com/avatar/69546c1471ce4b4fb878912868ff989d953883605c527af2bd19d50e9bc29eac?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/achillem/)[Achille Marziano](https://eywadivulgazione.it/author/achillem/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Adelia](https://secure.gravatar.com/avatar/dfa2e346c5d1cb68344005c0912f76ea93ff20d8edee1af2c01a51de61a9cfae?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/spiridigliozzi/)[Adelia](https://eywadivulgazione.it/author/spiridigliozzi/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Alessandro Dighero](https://secure.gravatar.com/avatar/a8e54b9a4f02b680df3fa23506c1f4ce6a4d8324921fcd1f5d8509c65ea28346?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/dighe/)[Alessandro Dighero](https://eywadivulgazione.it/author/dighe/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Alessandro Trizio](https://secure.gravatar.com/avatar/1b00ed54e5ddeec25c7ccba5c7ca09d012c06db5a75faa6928162610b78a8423?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/alessandro/)[Alessandro Trizio](https://eywadivulgazione.it/author/alessandro/) 23 POSTS0 COMMENTS [![Alessia Lazzaretto](https://secure.gravatar.com/avatar/97fe3dec713b65911712b8f4966f77ae2c2e6b7cb81122b944339dac5ad82e84?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/alessialazza/)[Alessia Lazzaretto](https://eywadivulgazione.it/author/alessialazza/) 0 POSTS0 COMMENTS [![alessia.tamiano@gmail.com](https://secure.gravatar.com/avatar/7019e96545bf45777e85b1281e1984aa0a1aa81d61483aee807f8d1a1e4af6a4?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/alessia-tamianogmail-com/)[alessia.tamiano@gmail.com](https://eywadivulgazione.it/author/alessia-tamianogmail-com/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Alessio Stomeo](https://secure.gravatar.com/avatar/d0ab15a0862f71c440557c299e737ab4718b795fe64b40f65bd8cce2d155a0e8?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/alessiostomeo04gmail-com/)[Alessio Stomeo](https://eywadivulgazione.it/author/alessiostomeo04gmail-com/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Alice Salvatore](https://secure.gravatar.com/avatar/0bf176415bda52b9d4b6b919208d025c0f4012a843063dc1ac977099c2566cab?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/alice-salvatore/)[Alice Salvatore](https://eywadivulgazione.it/author/alice-salvatore/) 58 POSTS0 COMMENTS [![Alliod](https://secure.gravatar.com/avatar/b09d877f9f7f522a3a81f97dd9999e3ad05109989ec6b81df7ef6826ceca0fda?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/marisa/)[Alliod](https://eywadivulgazione.it/author/marisa/) 0 POSTS0 COMMENTS [![alliswell133](https://secure.gravatar.com/avatar/12b1b372acbbac633a5fbf082e36a60657d387e47930c2b770adb1bca74b3f43?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/alliswell133/)[alliswell133](https://eywadivulgazione.it/author/alliswell133/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Andrea Montrasi](https://secure.gravatar.com/avatar/7e6c3a333b9286f98f02ee12fce2f2d22d655802a76fac9b8a86d6d7eef5b890?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/a_mon_alyahoo-it/)[Andrea Montrasi](https://eywadivulgazione.it/author/a_mon_alyahoo-it/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Angelo](https://secure.gravatar.com/avatar/f6469b52b65fac194637d4f03dea43f94fc597392422550c85a475a79915e63a?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/angelovezzaro/)[Angelo](https://eywadivulgazione.it/author/angelovezzaro/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Angie](https://secure.gravatar.com/avatar/3130f283b50807e8186705f81c71c4e01ea9bfbffada70206ebf3a176082148e?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/angie/)[Angie](https://eywadivulgazione.it/author/angie/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Anna](https://secure.gravatar.com/avatar/c0a8615f23f548715ebf91b5bac5c51c251729d0f5b5069c5d85b56fb9772d16?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/annuzza/)[Anna](https://eywadivulgazione.it/author/annuzza/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Annalisa Corbo](https://secure.gravatar.com/avatar/af62ffe05a912d6754b5ef428929b070e83be715be71b8ac1675947bdaf5c111?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/lalaiza/)[Annalisa Corbo](https://eywadivulgazione.it/author/lalaiza/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Antonella](https://secure.gravatar.com/avatar/d385ee44a9bf217fd58dae443d2f8a952e6584f601aefd0627f26c1cfe5d0ad2?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/elsi/)[Antonella](https://eywadivulgazione.it/author/elsi/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Arianna](https://secure.gravatar.com/avatar/5b442d5c0332ca0ad690c2b18b5df29565917668c419ad3d1646dfdafbf78c36?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/arianna/)[Arianna](https://eywadivulgazione.it/author/arianna/) 0 POSTS0 COMMENTS [![barbara goi](https://secure.gravatar.com/avatar/e28e327ee88ca8ebe80228901016e4fb97b9b83a3f763eb218830c7d9ef92b86?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/barbaragoi11gmail-com/)[barbara goi](https://eywadivulgazione.it/author/barbaragoi11gmail-com/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Brigida Recchia](https://secure.gravatar.com/avatar/28d17db48fc09522a099c5e5bd3e9cb847500c9d4ec531e4f0113396f8bae1af?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/brigida-recchia/)[Brigida Recchia](https://eywadivulgazione.it/author/brigida-recchia/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Camilli](https://secure.gravatar.com/avatar/33ac352547d74d236d398fc31f77b01f1b590d84f3523396952b1ddaee683528?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/ina/)[Camilli](https://eywadivulgazione.it/author/ina/) 0 POSTS0 COMMENTS [![camulez](https://secure.gravatar.com/avatar/9f049ed5e0806fbaeb874b2a4a99c3ddb49e878b5fbab0746483067f4b6bfb24?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/camulez/)[camulez](https://eywadivulgazione.it/author/camulez/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Cellottini](https://secure.gravatar.com/avatar/2686f3ea70534948181db3788c54062a3685e3b4f7a5a6e2e38799c3ee022e31?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/cristina/)[Cellottini](https://eywadivulgazione.it/author/cristina/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Cetonia](https://secure.gravatar.com/avatar/3021ac7e8da949871fa42cc4b01d3e19434729095e9a43b3cca928589790c326?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/cetonia/)[Cetonia](https://eywadivulgazione.it/author/cetonia/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Clara](https://secure.gravatar.com/avatar/21dd07d0e36a8cb3dfc0559671efb332959fc54b30d00ddf58eaa84b3c7849c5?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/lohacker/)[Clara](https://eywadivulgazione.it/author/lohacker/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Clara Congia](https://secure.gravatar.com/avatar/74602b55834963118699536ff3fa3ff6e76eda21304ae15c355729c9dc0f261d?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/clara/)[Clara Congia](https://eywadivulgazione.it/author/clara/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Claude Scemo](https://secure.gravatar.com/avatar/ea8e0fe17d8c6f8f0afd7aabd5a0820f7a5fdd0c6155b9f50dc60651f4723266?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/claudescemo/)[Claude Scemo](https://eywadivulgazione.it/author/claudescemo/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Daisy](https://secure.gravatar.com/avatar/44f931b0cda054951d452b43d8457de06650a7a1948b2bafe828a10ff77ff52b?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/daisy-mbuti/)[Daisy](https://eywadivulgazione.it/author/daisy-mbuti/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Daniela](https://secure.gravatar.com/avatar/144cc3ef81db3526f27ca12437408dce5cbb4727ddf25b6f92d9af3827022d42?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/dany/)[Daniela](https://eywadivulgazione.it/author/dany/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Daniela Ciuti](https://secure.gravatar.com/avatar/9aa4ec9ebb4f6c9b57834c74f26dafce1bb72ae36b8137be506d8e7a3e7d97ed?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/daniela-ciuti/)[Daniela Ciuti](https://eywadivulgazione.it/author/daniela-ciuti/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Davide](https://secure.gravatar.com/avatar/234c5d0ddae48762c90acb43305c66f73214327636a057081f29e0e63f4504ba?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/trees-society/)[Davide](https://eywadivulgazione.it/author/trees-society/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Davide](https://secure.gravatar.com/avatar/812371bc2caa7ea8f98aaecea17f9ce77a213e4c7175500c46e9e83996112904?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/zano/)[Davide](https://eywadivulgazione.it/author/zano/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Dianora](https://secure.gravatar.com/avatar/4240f48fd7c7cd9f283b7febbd44511f80bf448e7da9b78366b53e7c2ceaee05?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/dianora-andreini/)[Dianora](https://eywadivulgazione.it/author/dianora-andreini/) 0 POSTS0 COMMENTS [![documenti](https://secure.gravatar.com/avatar/12666cba9d13ef6f9bc0d5189063fc3c61a80c27326ea4baba8fc956f19cec9b?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/documenti/)[documenti](https://eywadivulgazione.it/author/documenti/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Donatella](https://secure.gravatar.com/avatar/b86130b464a71d3d662f1bf387067b644f99817eb11678a01c270755acbb267a?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/donatella/)[Donatella](https://eywadivulgazione.it/author/donatella/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Doriana](https://secure.gravatar.com/avatar/f8d803acd07a8aac01b7ae8938565a80ffe30287c4455f7131a6ecf1c2a886b6?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/doriana/)[Doriana](https://eywadivulgazione.it/author/doriana/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Dossier](https://secure.gravatar.com/avatar/bb35cfcf335e631e16f89c48c7bb1f945369a7876e29eaec5a80c92f4c2f8d85?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/dossier/)[Dossier](https://eywadivulgazione.it/author/dossier/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Edi](https://secure.gravatar.com/avatar/2bc60fc67b39f332109fd40f88302b2a0a20b9c99d11a12c65bcda58fd0320fb?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/esterdifalcogmail-com/)[Edi](https://eywadivulgazione.it/author/esterdifalcogmail-com/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Edoedo54](https://secure.gravatar.com/avatar/5396de372a43a9bb7e31ccb7d35710d016b111a0028e9edbe83c71f2393a7dc6?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/edoedo54/)[Edoedo54](https://eywadivulgazione.it/author/edoedo54/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Elena](https://secure.gravatar.com/avatar/8763f03ab470ea792455fcf003fd7fceea165c47dc44273feaa74e4d3071e956?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/elena/)[Elena](https://eywadivulgazione.it/author/elena/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Emanuele Bellintani](https://secure.gravatar.com/avatar/b600befd53f753fcf40c6e0d468b09c3537721365007cd8d76d0bc9ab9b7d3c3?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/uilstampamngmail-com/)[Emanuele Bellintani](https://eywadivulgazione.it/author/uilstampamngmail-com/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Enric Moizo](https://secure.gravatar.com/avatar/dc2af06668e95c32d1cac9972955e915414f335014225f2d07419840be065e16?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/enrico-itest/)[Enric Moizo](https://eywadivulgazione.it/author/enrico-itest/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Enrico](https://secure.gravatar.com/avatar/944e108d161cae78b79380db9aaaf8a11ce241a009c73370d7f0305d3e7ab3a1?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/enrico/)[Enrico](https://eywadivulgazione.it/author/enrico/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Enrico](https://secure.gravatar.com/avatar/0a982614c1c10e98791e15b66adc860179e4c44e103a632723e08453bfa8a8a0?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/testredirect/)[Enrico](https://eywadivulgazione.it/author/testredirect/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Enrico Moizo](https://secure.gravatar.com/avatar/80d228d3064a3adeca31743d0e1beed7d3fd4dfbb19995539f8fab3fd05a5017?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/enricom/)[Enrico Moizo](https://eywadivulgazione.it/author/enricom/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Eywa](https://secure.gravatar.com/avatar/ed81fc7cea6a4f933e56db2d20a862df5f69e82108bc6ae5a2483a5c9eb5a527?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/eywa-nuovo/)[Eywa](https://eywadivulgazione.it/author/eywa-nuovo/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Ezio](https://secure.gravatar.com/avatar/5cb713979811812b1e0d5ec729537b193ec71d01e4f45c544864032679f1aa14?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/ezio1963/)[Ezio](https://eywadivulgazione.it/author/ezio1963/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Federica](https://secure.gravatar.com/avatar/eac36a182b4445e04bf385697acebd07a9b4a12b21cfb59adbcd8066a0da4ce0?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/fedebrenta/)[Federica](https://eywadivulgazione.it/author/fedebrenta/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Francesco Saverio](https://secure.gravatar.com/avatar/52eae6d699241edbe2ba298bc83fb0d1b6c34b56daa907ff934355a1ff6fd160?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/save/)[Francesco Saverio](https://eywadivulgazione.it/author/save/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Franco Riva](https://secure.gravatar.com/avatar/6e202a7d9625a8f299056da4370f2d351ca3babbd0bff4566a49bedd3d86c599?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/francoriva/)[Franco Riva](https://eywadivulgazione.it/author/francoriva/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Gabriele](https://secure.gravatar.com/avatar/fb3d7954982b51c191b5859c1ae7e5c489972c47735ce626ee21e4d3120e2ca2?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/leveret/)[Gabriele](https://eywadivulgazione.it/author/leveret/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Gerlinde Edeltraud Ingelore Muller](https://secure.gravatar.com/avatar/ad1f5922ef8430e79da3d5b8c9c534ce7d5f253d76a1abfed770b6146aa9c069?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/gerlinde-edeltraud-ingelore-muller/)[Gerlinde Edeltraud Ingelore Muller](https://eywadivulgazione.it/author/gerlinde-edeltraud-ingelore-muller/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Ghanshyam](https://secure.gravatar.com/avatar/d195f568d99db435b4f7e26032655e77cb81b93d4e6eb45ca6d166d2bfaaa658?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/ghanshyam/)[Ghanshyam](https://eywadivulgazione.it/author/ghanshyam/) 0 POSTS0 COMMENTS [![ghanshyam.webtest](https://secure.gravatar.com/avatar/19bd7d4e7d891106bc9150cf9379454beec1511fdac28ad11bafc8c8f944382b?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/ghanshyam-webtest/)[ghanshyam.webtest](https://eywadivulgazione.it/author/ghanshyam-webtest/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Gianfranco](https://secure.gravatar.com/avatar/76024b1a1794996e05700643a96affa8c4b8acfbe9b0332d85bde6d279884d9b?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/caudullo/)[Gianfranco](https://eywadivulgazione.it/author/caudullo/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Gianluca Fiore](https://secure.gravatar.com/avatar/54fa1475472226ed0353f04abc89af271400615d07cec4b1e9fc09ceee8a1bea?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/mambeneyahoo-it/)[Gianluca Fiore](https://eywadivulgazione.it/author/mambeneyahoo-it/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Gianluigi](https://secure.gravatar.com/avatar/be07831d0c7443f443c6e6e73412352b794e984dd758cccd96a4b835692afee8?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/gigi/)[Gianluigi](https://eywadivulgazione.it/author/gigi/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Gianni](https://secure.gravatar.com/avatar/06d1980650f91475a2cf583c5e1d23dd2f65c0864625866a2da38816c9b52b8a?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/tonen/)[Gianni](https://eywadivulgazione.it/author/tonen/) 0 POSTS0 COMMENTS [![giodim](https://secure.gravatar.com/avatar/66aed30a810bebc82a774f62b23844e3f313f4cb9d0b0cdcd25a9a515a59278e?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/giodim/)[giodim](https://eywadivulgazione.it/author/giodim/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Giovanna](https://secure.gravatar.com/avatar/e9a445de9c317a0624ca6556739da55ddfbd6a39ea9b9cd2ddb349a9c6d51bd0?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/giovanna/)[Giovanna](https://eywadivulgazione.it/author/giovanna/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Giuliano](https://secure.gravatar.com/avatar/3841a4af235e4003ea8dc3af705707a0bb9a3bce64cab99f68bcd8f673f91c74?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/giuliano-soldatin-it/)[Giuliano](https://eywadivulgazione.it/author/giuliano-soldatin-it/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Irene](https://secure.gravatar.com/avatar/86dd6504882fc58612cddad6ec8cc882062b73258a2c218784f781628259679c?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/abc/)[Irene](https://eywadivulgazione.it/author/abc/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Irene](https://secure.gravatar.com/avatar/d52e98c058d66add10643190d1720096a76f4945fd604f52e74497f376205925?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/irene98/)[Irene](https://eywadivulgazione.it/author/irene98/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Isabella](https://secure.gravatar.com/avatar/5e3896fe24a9abc9be54ce3f6a5bac49e7fc72def483357be8b90f69ebdfbb01?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/isafax/)[Isabella](https://eywadivulgazione.it/author/isafax/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Isabella](https://secure.gravatar.com/avatar/793f5c8f1d6699d76d5710aeacf53fb8f52ba20a953c1ecfa6e2b6b64f3cdf8e?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/isabella/)[Isabella](https://eywadivulgazione.it/author/isabella/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Isabella Salerno](https://secure.gravatar.com/avatar/e303f56aee4dfd2730535ba9b227108eeb6652e0c809f5f65861cdee98490495?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/isabo68/)[Isabella Salerno](https://eywadivulgazione.it/author/isabo68/) 0 POSTS0 COMMENTS [![iscritto nuovo](https://secure.gravatar.com/avatar/cd32979e47e087d165f8469c453a592332bc5e49e9f4e8d3c45a72e16a98477a?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/iscritto-nuovo/)[iscritto nuovo](https://eywadivulgazione.it/author/iscritto-nuovo/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Iscrizione 1](https://secure.gravatar.com/avatar/94587e344605864414438413cd7e650819a2a5b918b78e9342a1dfee20074da0?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/iscrizione-1/)[Iscrizione 1](https://eywadivulgazione.it/author/iscrizione-1/) 0 POSTS0 COMMENTS [![King Zelaya](https://secure.gravatar.com/avatar/1e5ad423ca6b6280300062f9a447e5dbe024a8737005594ce8358ce68a6fca9f?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/kingzelaya011/)[King Zelaya](https://eywadivulgazione.it/author/kingzelaya011/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Laura](https://secure.gravatar.com/avatar/69b8618973b0c30b80ebc5289f719b992902a3e3c5035cf67df6ea1c20ddf76f?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/ipazia50/)[Laura](https://eywadivulgazione.it/author/ipazia50/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Laura](https://secure.gravatar.com/avatar/7c83747bc879656eee6d3e6b23ab4dabd531a8dd055619780d838eb0fbe28d77?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/lauronza/)[Laura](https://eywadivulgazione.it/author/lauronza/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Laura](https://secure.gravatar.com/avatar/2e4f770a8a3a49ed4da359e580c6065e5f47664cb6ed8813d2cce337c4d485c6?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/ellepunto/)[Laura](https://eywadivulgazione.it/author/ellepunto/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Luca](https://secure.gravatar.com/avatar/3c8eb4c33f733f3150db2987db453d1e8742da982ff65e9003b4b51d572e818d?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/lucapreziosa/)[Luca](https://eywadivulgazione.it/author/lucapreziosa/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Luca Fara](https://secure.gravatar.com/avatar/7c8d3b91a192e10f3b1b631cc434d1c5795dcaff9d00d3e44d88805d29d024a5?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/lucafara/)[Luca Fara](https://eywadivulgazione.it/author/lucafara/) 0 POSTS0 COMMENTS [![LUCIA](https://secure.gravatar.com/avatar/68d72eb3f75edfa79d026af8ab7030173abbb3f3c3322587a9815fc9dbd69b0a?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/lux/)[LUCIA](https://eywadivulgazione.it/author/lux/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Lucia Moretti](https://secure.gravatar.com/avatar/f9d9c24d4eb31b6a939aa8bca50122139a041bf496e24ba5463d4df9476048a5?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/lucya07/)[Lucia Moretti](https://eywadivulgazione.it/author/lucya07/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Manuela Rocchi](https://secure.gravatar.com/avatar/898bbe63092f9a2a0534f26ba8ab0fc19b341b891c138437cba737bffe44bb4a?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/elarock123/)[Manuela Rocchi](https://eywadivulgazione.it/author/elarock123/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Mariella](https://secure.gravatar.com/avatar/3fd6e242b5bb8613d179b9f0f63d47bfdf25314ac46f955ff4ce8312603f1a00?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/ariel001/)[Mariella](https://eywadivulgazione.it/author/ariel001/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Marina Sangalli](https://secure.gravatar.com/avatar/5a70c6312fa3c9c6125c3117c45b2018ec3fcb10558fb07a42507d86ae2fbbb3?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/marina-sangalli/)[Marina Sangalli](https://eywadivulgazione.it/author/marina-sangalli/) 0 POSTS0 COMMENTS [![mario](https://secure.gravatar.com/avatar/47bda70bf3ed08cf8d1efb7f69c30ffaea9a6d020a1dfa4488eb9dd942b47729?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/mario/)[mario](https://eywadivulgazione.it/author/mario/) 0 POSTS0 COMMENTS [![marisa](https://secure.gravatar.com/avatar/7890125ffb800fc6eb5127da7c3027ef2cb1c0846cf7597f2572b1913a5360c1?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/mazzoldi/)[marisa](https://eywadivulgazione.it/author/mazzoldi/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Marta Panisi](https://secure.gravatar.com/avatar/f76f52a007890270a74084aada230e6a9efd1caff33c1a864f95afaa27f2f993?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/martapanisigmail-com/)[Marta Panisi](https://eywadivulgazione.it/author/martapanisigmail-com/) 0 POSTS0 COMMENTS [![MartaCassani](https://secure.gravatar.com/avatar/26ec782c45df8440d7bbed929bc6693df494c545f365c536910b044aa239524f?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/marta-cassani47gmail-com/)[MartaCassani](https://eywadivulgazione.it/author/marta-cassani47gmail-com/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Massimo](https://secure.gravatar.com/avatar/3897df39339c4bce02323be5dc5a3b762aaab8319bed06e6f0b943ed8f25ae1e?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/max/)[Massimo](https://eywadivulgazione.it/author/max/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Matteo](https://secure.gravatar.com/avatar/2cd7b6950af7f1861fa3bf1c57acf1fa232e7a9e36cf84d33dc01497e1616ebe?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/matteo/)[Matteo](https://eywadivulgazione.it/author/matteo/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Mazza](https://secure.gravatar.com/avatar/dff14f4aef844291ca17cda166d85e7abc2b04a673d9a9fc9e460ae7210a2535?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/luisa/)[Mazza](https://eywadivulgazione.it/author/luisa/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Meyer](https://secure.gravatar.com/avatar/5ccc0de2bc212281b9bc7fd193d59c035d18a5eef9df94a5b062bcf6504326f1?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/patricia/)[Meyer](https://eywadivulgazione.it/author/patricia/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Micaela](https://secure.gravatar.com/avatar/06825a7e065cc41d0e7b7df6ae28ed8d3739bfcc8812576b75c14a446c50b989?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/micky1311/)[Micaela](https://eywadivulgazione.it/author/micky1311/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Miriam](https://secure.gravatar.com/avatar/a1d49aec7416060096574f4ef229599109cb05cf2aac145f02065e9700d731c5?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/miriam-vi/)[Miriam](https://eywadivulgazione.it/author/miriam-vi/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Moizo2](https://secure.gravatar.com/avatar/e52013d23dc47e33e1e514320719abe7d89d5dee23ffcef4f3c3c92ed01fd563?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/enricoizo/)[Moizo2](https://eywadivulgazione.it/author/enricoizo/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Monica](https://secure.gravatar.com/avatar/7f91575cf55ba682683a12af2848809359b97e2942e6da3bb04a4ffc98890824?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/monica/)[Monica](https://eywadivulgazione.it/author/monica/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Monica](https://secure.gravatar.com/avatar/5270b42a7eeebc83a2c8a65682b3a9101b1d61593befbd58185c3eb8f4ed83a0?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/monicascardyahoo-it/)[Monica](https://eywadivulgazione.it/author/monicascardyahoo-it/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Nathalie](https://secure.gravatar.com/avatar/b5e496ab1901e41f58febf5ec83a15a020f9ae1ee8250ddd4aa7e17606b8b0fb?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/nam/)[Nathalie](https://eywadivulgazione.it/author/nam/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Nicola](https://secure.gravatar.com/avatar/50451b32814cd68a214d3ad42fb79c34d28f32865e76087eb0a41b9823bb650c?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/nico_pi/)[Nicola](https://eywadivulgazione.it/author/nico_pi/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Ornella](https://secure.gravatar.com/avatar/13e1f1d94fa1fbea693ac9651e142061368ec7eb19d633e03845182ffad96839?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/orn/)[Ornella](https://eywadivulgazione.it/author/orn/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Paola Nicolini](https://secure.gravatar.com/avatar/4314c60233f59599a70180157e7f211e7497e327a18ab9e0b58f0123bf8d4026?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/paolanicolini-aprgmail-com/)[Paola Nicolini](https://eywadivulgazione.it/author/paolanicolini-aprgmail-com/) 0 POSTS0 COMMENTS [![PAT DG](https://secure.gravatar.com/avatar/87bc5f22075f436cecfea01e442d21bd392047bc4fd8072695a568ff321c5ef0?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/padg/)[PAT DG](https://eywadivulgazione.it/author/padg/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Patricia Hampton](https://secure.gravatar.com/avatar/e488f5ba2c4f79e2a3790865fb8fc6654d7ac488524deb9198176d6af7414a58?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/patriciahampton46/)[Patricia Hampton](https://eywadivulgazione.it/author/patriciahampton46/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Patrizia](https://secure.gravatar.com/avatar/54cdff223be687cb5079da076df59d8574e7c530a6c1e42b9012d051ceb7b6cd?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/zipippo/)[Patrizia](https://eywadivulgazione.it/author/zipippo/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Patrizia](https://secure.gravatar.com/avatar/9af8b55d412d4e2734bcef35ff345ebad6ee1357653ac39829ccb664b7915830?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/patriziagiacherogmail-com/)[Patrizia](https://eywadivulgazione.it/author/patriziagiacherogmail-com/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Pina](https://secure.gravatar.com/avatar/b473fa9d8336e8ff4154b4b468d9582ede9d741c86a9211666d304116bbfc73e?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/pinubalohotmail-com/)[Pina](https://eywadivulgazione.it/author/pinubalohotmail-com/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Prova](https://secure.gravatar.com/avatar/060ef65872f9df7a43ff9f28d2b85179d50e3c3f9cfeeb47396258459200dab3?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/prova/)[Prova](https://eywadivulgazione.it/author/prova/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Redazione](https://secure.gravatar.com/avatar/1c30241af18d401513d84ad9eb0eb55650cd37b3a59ac610403bac95a016833f?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/redazione/)[Redazione](https://eywadivulgazione.it/author/redazione/) 9 POSTS0 COMMENTS [![Redazione Redazione](https://secure.gravatar.com/avatar/a31f34d1557c8868e25da5dc365203dce78394de0cee3b2f614b653c1721ccfa?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/alice-salaris/)[Redazione Redazione](https://eywadivulgazione.it/author/alice-salaris/) 3 POSTS0 COMMENTS [![Registrazione staging](https://secure.gravatar.com/avatar/b948d4871cc430477a4f58adfa9744a1754ca55bc0ed660f84fb95461cc9aad3?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/registrazione-staging/)[Registrazione staging](https://eywadivulgazione.it/author/registrazione-staging/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Roberto Trizio](https://secure.gravatar.com/avatar/399b7f381b27b716cc9498d7bddb7b5383e28f36c421f8bdaed2aa2d2da47a7d?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/roby/)[Roberto Trizio](https://eywadivulgazione.it/author/roby/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Rosanna](https://secure.gravatar.com/avatar/978679d90735d4195c70ce07a35dc0f059bd53081693c01ed04fc1824588f474?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/roturatilibero-it/)[Rosanna](https://eywadivulgazione.it/author/roturatilibero-it/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Ross](https://secure.gravatar.com/avatar/4cce6a11d9390e17a2897a48dbc66ee81d5151cd35bbcf086e3771fbaf8b2431?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/rola9/)[Ross](https://eywadivulgazione.it/author/rola9/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Rossana Aluigi](https://secure.gravatar.com/avatar/698673a618a01c362b291e3cb5a3d2dcb0949c2fb000a83dedc5bf2ab4a936af?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/amr/)[Rossana Aluigi](https://eywadivulgazione.it/author/amr/) 0 POSTS0 COMMENTS [![samayl@tiscali.it](https://secure.gravatar.com/avatar/61dccfdfdefc005c3226746cd27999fbd1b6bc0f639a4c44b9506a64fb313700?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/samayltiscali-it/)[samayl@tiscali.it](https://eywadivulgazione.it/author/samayltiscali-it/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Sandro](https://secure.gravatar.com/avatar/56c8d263bfdefd4574026300f07d804510282da90da256cbfb494d50428e13d1?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/stormi1904/)[Sandro](https://eywadivulgazione.it/author/stormi1904/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Simona](https://secure.gravatar.com/avatar/7bfeb8147ba171fcee537b3ccb798617c2231788bc3cabd909a54fce0d425e5f?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/sbadituf/)[Simona](https://eywadivulgazione.it/author/sbadituf/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Simona Calvani](https://secure.gravatar.com/avatar/52b9f97efcde7e40ff457d8f5f3a65822c1bcb6b26bbbc40688082cc1391e824?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/simona/)[Simona Calvani](https://eywadivulgazione.it/author/simona/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Simona Cipriani](https://secure.gravatar.com/avatar/af4a35d9fa57452ce0a6f1692794a73fa6e40c293477847aafa64df5ca4e6a8b?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/simona-cipriani/)[Simona Cipriani](https://eywadivulgazione.it/author/simona-cipriani/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Sonia Dozio](https://secure.gravatar.com/avatar/a92fcff73e3800e35378ab071b8179755291470d7c22cc033c66341e033cc392?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/soniadozio-67gmail-com/)[Sonia Dozio](https://eywadivulgazione.it/author/soniadozio-67gmail-com/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Ste](https://secure.gravatar.com/avatar/deb86f3599823c04c938fdd25fa485bd5796054d663b4a220e4515a14fd1de4c?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/polli1/)[Ste](https://eywadivulgazione.it/author/polli1/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Stefano](https://secure.gravatar.com/avatar/4494909cc9ced391c564d78d3500510afe987d1cb0970f35190d6736e66d6c94?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/steven70/)[Stefano](https://eywadivulgazione.it/author/steven70/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Stefano Lombardelli](https://secure.gravatar.com/avatar/f8b62035d54cc4711ba7073688bf4e0c6bd97a7439f0fd3046b9e13726abd522?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/stlprzngmail-com/)[Stefano Lombardelli](https://eywadivulgazione.it/author/stlprzngmail-com/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Tamara Bianconi](https://secure.gravatar.com/avatar/b6facaac8d41c0ee78c8535e6417a4afbd9d498e0945984888ed9baf36d3032b?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/tamara-bianconigmail-com/)[Tamara Bianconi](https://eywadivulgazione.it/author/tamara-bianconigmail-com/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Team Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/05/quadrato-verde-giusto-50pixel.jpg)](https://eywadivulgazione.it/author/team-eywa/)[Team Eywa](https://eywadivulgazione.it/author/team-eywa/) 100 POSTS0 COMMENTS [![Valentina](https://secure.gravatar.com/avatar/bd498d51d22d7e420e2cf41ea9164269a8b712b57f7baca7f985f764f0b2c05c?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/vzbs214/)[Valentina](https://eywadivulgazione.it/author/vzbs214/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Veronica](https://secure.gravatar.com/avatar/ea588cf32c62cf6e71cd5d82694f31f8ecacb9911ba1a4cd106bef58380f9df5?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/veronica/)[Veronica](https://eywadivulgazione.it/author/veronica/) 0 POSTS0 COMMENTS [![Wanda Benati](https://secure.gravatar.com/avatar/8ba9d081d48f5e147df3ea0a28653d62fcf713cec78b6aecc7c185a463bfcf3a?s=70&r=g)](https://eywadivulgazione.it/author/wandab/)[Wanda Benati](https://eywadivulgazione.it/author/wandab/) 0 POSTS0 COMMENTS #### Most Read [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4543&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") ### [Il data center che si boccia da solo](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") Settembre 4, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4551&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") ### [La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") Settembre 4, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4513&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/ "Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso") ### [Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/ "Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso") Agosto 21, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4482&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") ### [Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") Agosto 18, 2026 --- ### [Date Template - Default PRO](https://eywadivulgazione.it/tdb_templates/date-template-default-pro/) **Published:** Maggio 22, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) [Home](https://eywadivulgazione.it/)Sample Page # Sample Page Title [edit](#)[](# "Sample post title 0") ### [Sample post title 0](# "Sample post title 0") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) Sample post no 0 excerpt. [edit](#)[](# "Sample post title 1") ### [Sample post title 1](# "Sample post title 1") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) Sample post no 1 excerpt. [edit](#)[](# "Sample post title 2") ### [Sample post title 2](# "Sample post title 2") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) Sample post no 2 excerpt. [edit](#)[](# "Sample post title 3") ### [Sample post title 3](# "Sample post title 3") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) Sample post no 3 excerpt. [edit](#)[](# "Sample post title 4") ### [Sample post title 4](# "Sample post title 4") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) Sample post no 4 excerpt. [edit](#)[](# "Sample post title 5") ### [Sample post title 5](# "Sample post title 5") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) Sample post no 5 excerpt. [edit](#)[](# "Sample post title 6") ### [Sample post title 6](# "Sample post title 6") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) Sample post no 6 excerpt. [edit](#)[](# "Sample post title 7") ### [Sample post title 7](# "Sample post title 7") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) Sample post no 7 excerpt. [edit](#)[](# "Sample post title 8") ### [Sample post title 8](# "Sample post title 8") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) Sample post no 8 excerpt. [edit](#)[](# "Sample post title 9") ### [Sample post title 9](# "Sample post title 9") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) Sample post no 9 excerpt. [](#)1[2](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/admin-ajax.php?action=as_async_request_queue_runner&nonce=a5c35e67e7&paged=2 "2")[3](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/admin-ajax.php?action=as_async_request_queue_runner&nonce=a5c35e67e7&paged=3 "3")[](#)Page 1 of 3 #### Most Read [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4543&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") ### [Il data center che si boccia da solo](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") Settembre 4, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4551&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") ### [La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") Settembre 4, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4513&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/ "Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso") ### [Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/ "Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso") Agosto 21, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4482&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") ### [Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") Agosto 18, 2026 --- ### [Attachment Template - Default PRO](https://eywadivulgazione.it/tdb_templates/attachment-template-default-pro/) **Published:** Maggio 22, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) [Home](https://eywadivulgazione.it/)Sample Page # Sample Page Title [![attachment img sample alt](https://eywadivulgazione.it/wp-content/plugins/td-cloud-library/assets/images/td_meta_replacement.png)](# "attachment img sample title") Sample attachment description. [![](https://eywadivulgazione.it/wp-content/plugins/td-cloud-library/assets/images/td_meta_replacement_small.png)](#) [![](https://eywadivulgazione.it/wp-content/plugins/td-cloud-library/assets/images/td_meta_replacement_small.png)](#) #### Most Read [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4543&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") ### [Il data center che si boccia da solo](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") Settembre 4, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4551&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") ### [La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") Settembre 4, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4513&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/ "Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso") ### [Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/ "Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso") Agosto 21, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4482&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") ### [Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") Agosto 18, 2026 --- ### [Tag Template - Default PRO](https://eywadivulgazione.it/tdb_templates/tag-template-default-pro/) **Published:** Maggio 22, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) Sample Page # Tag: Sample Page Title [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 0") ### [Sample post title 0](# "Sample post title 0") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 1") ### [Sample post title 1](# "Sample post title 1") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 2") ### [Sample post title 2](# "Sample post title 2") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 3") ### [Sample post title 3](# "Sample post title 3") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 4") ### [Sample post title 4](# "Sample post title 4") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 5") ### [Sample post title 5](# "Sample post title 5") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 6") ### [Sample post title 6](# "Sample post title 6") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 7") ### [Sample post title 7](# "Sample post title 7") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 8") ### [Sample post title 8](# "Sample post title 8") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/)[edit](#)[](# "Sample post title 9") ### [Sample post title 9](# "Sample post title 9") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) [](#)1[2](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/admin-ajax.php?action=as_async_request_queue_runner&nonce=a5c35e67e7&paged=2 "2")[3](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/admin-ajax.php?action=as_async_request_queue_runner&nonce=a5c35e67e7&paged=3 "3")[](#)Page 1 of 3 #### Most Read [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4543&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") ### [Il data center che si boccia da solo](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") Settembre 4, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4551&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") ### [La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") Settembre 4, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4513&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/ "Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso") ### [Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/ "Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso") Agosto 21, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4482&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") ### [Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") Agosto 18, 2026 --- ### [Search Template - Default PRO](https://eywadivulgazione.it/tdb_templates/search-template-default-pro/) **Published:** Maggio 22, 2025 **Author:** Redazione **Content:** [ ![Iscriviti alla Newsletter di Eywa](https://eywadivulgazione.it/wp-content/uploads/2026/08/1100x550-new-newsletter.png)](https://eywadivulgazione.it/iscriviti-alla-newsletter/) [Home](https://eywadivulgazione.it/)Sample Page # Sample Page Title - search results Search [edit](#)[](# "Sample post title 0") ### [Sample post title 0](# "Sample post title 0") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) Sample post no 0 excerpt. [edit](#)[](# "Sample post title 1") ### [Sample post title 1](# "Sample post title 1") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) Sample post no 1 excerpt. [edit](#)[](# "Sample post title 2") ### [Sample post title 2](# "Sample post title 2") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) Sample post no 2 excerpt. [edit](#)[](# "Sample post title 3") ### [Sample post title 3](# "Sample post title 3") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) Sample post no 3 excerpt. [edit](#)[](# "Sample post title 4") ### [Sample post title 4](# "Sample post title 4") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) Sample post no 4 excerpt. [edit](#)[](# "Sample post title 5") ### [Sample post title 5](# "Sample post title 5") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) Sample post no 5 excerpt. [edit](#)[](# "Sample post title 6") ### [Sample post title 6](# "Sample post title 6") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) Sample post no 6 excerpt. [edit](#)[](# "Sample post title 7") ### [Sample post title 7](# "Sample post title 7") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) Sample post no 7 excerpt. [edit](#)[](# "Sample post title 8") ### [Sample post title 8](# "Sample post title 8") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) Sample post no 8 excerpt. [edit](#)[](# "Sample post title 9") ### [Sample post title 9](# "Sample post title 9") [Author name](#) - September 4, 2026 [11](#) Sample post no 9 excerpt. [](#)1[2](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/admin-ajax.php?action=as_async_request_queue_runner&nonce=a5c35e67e7&paged=2 "2")[3](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/admin-ajax.php?action=as_async_request_queue_runner&nonce=a5c35e67e7&paged=3 "3")[](#)Page 1 of 3 #### Most Popular [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4543&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") ### [Il data center che si boccia da solo](https://eywadivulgazione.it/compensazioni-data-center-londra/ "Il data center che si boccia da solo") Settembre 4, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4551&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") ### [La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare](https://eywadivulgazione.it/depavimentazione-genova-consuntivo/ "La depavimentazione a Genova: quanto ne è stata misurata e chi lo può verificare") Settembre 4, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4513&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/ "Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso") ### [Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso](https://eywadivulgazione.it/metro-c-farnesina-alberi-accesso-atti/ "Metro C alla Farnesina: che fine fanno gli alberi? Possiamo chiederlo adesso") Agosto 21, 2026 [edit](https://eywadivulgazione.it/wp-admin/post.php?post=4482&action=edit "edit post")[](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") ### [Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo](https://eywadivulgazione.it/colleferro-negli-atti-del-data-center-manca-il-numero-che-dice-chi-dovra-autorizzarlo/ "Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo") Agosto 18, 2026 [Load more](#) #### Recent Comments --- ## Categorie ### [Attualità](https://eywadivulgazione.it/category/attualita/) --- ### [Interviste](https://eywadivulgazione.it/category/interviste/) --- ### [Dossier](https://eywadivulgazione.it/category/dossier/) --- ### [Articoli](https://eywadivulgazione.it/category/articoli/) --- ### [News](https://eywadivulgazione.it/category/news/) --- ### [Scienza](https://eywadivulgazione.it/category/scienza/) --- ### [Manuali](https://eywadivulgazione.it/category/manuale/) --- ### [Enciclopedia](https://eywadivulgazione.it/category/enciclopedia/) --- ## Tag ### [Ambiente & Sostenibilità](https://eywadivulgazione.it/tag/ambiente-sostenibilita/) --- ### [Economia & Finanza](https://eywadivulgazione.it/tag/economia-finanza/) --- ### [Politica & Società](https://eywadivulgazione.it/tag/politica-societa/) --- ### [Scienza & Tecnologia](https://eywadivulgazione.it/tag/scienza-tecnologia/) --- ### [Salute & Benessere](https://eywadivulgazione.it/tag/salute-benessere/) --- ### [Innovazione sociale](https://eywadivulgazione.it/tag/innovazione-sociale/) --- ### [Geopolitica & Relazioni internazionali](https://eywadivulgazione.it/tag/geopolitica-relazioni-internazionali/) --- ### [natura](https://eywadivulgazione.it/tag/natura/) --- ### [deforestazione](https://eywadivulgazione.it/tag/deforestazione/) --- ### [data center](https://eywadivulgazione.it/tag/data-center/) ---