Il Consiglio Comunale di Genova discute in questi giorni la mozione numero 93, depositata il 25 novembre 2025 e arrivata in aula soltanto adesso, a giugno 2026 (Comune di Genova, registro atti, comune.genova.it). La proposta è di candidare la città a sede di una delle gigafactory previste dal programma europeo InvestAI: almeno quattro enormi centri di supercalcolo che l’Unione Europea intende finanziare con un fondo dedicato di 20 miliardi di euro, nell’ambito di un’iniziativa che punta a mobilitare 200 miliardi complessivi di investimenti per l’intelligenza artificiale. La notizia ha trovato accoglienza entusiasta: istituzioni, imprese, università e ospedali hanno già firmato il protocollo d’intesa promosso da Liguria Digitale, portando le adesioni a oltre 5.000 soggetti.
L’entusiasmo è comprensibile. Occupazione, investimenti, posizionamento europeo: sono parole che fanno bene a sentirsi in una città che ha lasciato il triangolo industriale del dopoguerra e non ha ancora trovato un profilo economico altrettanto nitido. Ma c’è una domanda che nei materiali pubblici e istituzionali consultati non risulta centrale, né nelle dichiarazioni dei promotori né nei comunicati stampa. È una domanda semplice: quanta acqua beve una gigafactory?
Una macchina di una certa taglia
Prima di rispondere, vale la pena capire di cosa si sta davvero parlando. Il nome «gigafactory» evoca le fabbriche di batterie alla stessa scala di investimento e impatto sul territorio. Qui però i prodotti non sono batterie, ma calcolo. Enormi quantità di calcolo, tutto il giorno, tutti i giorni.
Per dare una misura concreta: in Italia esiste già un’infrastruttura di questo tipo, anche se più piccola. Si chiama IT4LIA, operativa nella rete AI Factory dall’aprile 2025, con il nuovo hardware dedicato in fase di installazione nel 2026 e un investimento stimato tra 420 e 430 milioni di euro. Quella è la «struttura piccola». Una gigafactory è un’altra scala: circa 100.000 chip AI di ultima generazione per sito, un investimento da 3 a 5 miliardi di euro, tra i più grandi mai realizzati per infrastrutture tecnologiche civili in Europa. EuroHPC, l’ente europeo che gestisce il programma, le definisce strutture per l’intero ciclo operativo dell’intelligenza artificiale: dall’addestramento dei modelli all’elaborazione su larga scala. Tradotto: non è un impianto che si accende per fare un calcolo e poi si spegne. È un impianto che gira a pieno regime in modo continuo, producendo calore in modo strutturale, non occasionale.
Il programma InvestAI è stato lanciato al Summit AI di Parigi nel febbraio 2025 e ha ricevuto 76 manifestazioni di interesse da 16 Paesi membri. Il 28 aprile 2026 EuroHPC ha aperto un bando con scadenza 23 giugno 2026 dedicato alla cooperazione tra AI Factories e Antennas: non è, tecnicamente, il bando di assegnazione delle AI Gigafactories. La candidatura italiana si colloca nel percorso avviato con la call for expression of interest del 2025 e nel quadro introdotto dal Regolamento (UE) 2026/150, che ha formalmente inserito le gigafactory come pilastro del programma europeo; la selezione finale è attesa nella seconda metà del 2026. La competizione è intensa: la Francia è in campo con una proposta di ampia portata, e diversi altri Paesi, tra cui Germania, Paesi Bassi e Spagna, risultano attivi.
L’Italia candida un consorzio tra Leonardo, Eni e la Fondazione AI4Industry di Torino. I supercomputer citati come credenziali sono il Leonardo di Cineca a Bologna, il Davinci-1 di Leonardo a Genova e l’HPC6 di Eni a Pavia. Genova ha costruito una narrazione di candidatura coerente: due supercomputer già operativi (il Davinci-1 alla Torre Fiumara e il Franklin dell’IIT ospitato da Liguria Digitale), l’area degli Erzelli come possibile sede fisica, il know-how biomedico del territorio, una rete di cavi sottomarini che fa del porto un nodo internazionale di connettività. Tutto questo è noto, ed è reale.
Serve però una precisazione. La candidatura che l’Italia presenta all’Europa è una sola, nazionale, affidata al consorzio. Tra i siti più citati nelle ricostruzioni pubbliche disponibili figurano Ferrera Erbognone, vicino a Pavia, dove Eni ha il suo campus di supercalcolo, e Grottaglie in Puglia, dove Leonardo ha già uno stabilimento. Il ministro Urso ha citato il Davinci-1 tra gli asset della proposta italiana: è un riconoscimento del valore del territorio, non l’assegnazione di una sede. Il Davinci-1 entra nel dossier come credenziale dell’ecosistema esistente. Non come sede già scelta.
La candidatura esiste, è istituzionalmente riconosciuta, ha basi tecnologiche reali. Quello che non è noto è il consumo idrico.
Il costo che non appare nei comunicati: l’acqua
Quasi tutta l’elettricità immessa nei server si converte in calore. È fisica, non un’opinione: dove c’è calcolo c’è calore, e dove c’è calore serve un modo per dissiparlo. Il metodo più diffuso è il raffreddamento evaporativo. Funziona in modo simile al sudore: l’acqua viene fatta circolare attorno ai server, assorbe il calore, poi evapora portandolo via. È efficiente. Ma ha un costo preciso: l’acqua che evapora non può essere recuperata. Va prelevata, usata, persa.
La proiezione settoriale dell’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che un impianto da 100 megawatt, una taglia di riferimento per i grandi data center, consumi circa 2 milioni di litri d’acqua al giorno. Questo valore aggrega due componenti distinte. La prima è il consumo diretto: circa 725.000 litri al giorno che evaporano nel sistema di raffreddamento e non vengono recuperati. La seconda è l’impronta idrica indiretta: circa 1,3 milioni di litri legati all’acqua che le centrali elettriche usano per generare l’energia consumata dall’impianto stesso. La distinzione conta, perché tecnologie più avanzate possono ridurre drasticamente la prima componente, ma non eliminano la seconda. Il dato IEA si basa sulle condizioni medie degli Stati Uniti, mix energetico incluso: non è una stima trasferibile automaticamente al sito ligure, ma un ordine di grandezza indicativo della scala del fenomeno.
I numeri acquistano significato quando si traducono in scala domestica. Sulla base dei dati ISTAT sull’acqua erogata dalle reti comunali italiane per tutti gli usi autorizzati, che è di 214 litri per abitante al giorno, una famiglia di tre persone consuma circa 640 litri al giorno. I soli 725.000 litri di consumo diretto equivalgono al fabbisogno giornaliero di circa 1.100 famiglie. Considerando i 2 milioni di litri complessivi si arriva a diverse migliaia: circa 3.100 con questa stessa base ISTAT, fino alle circa 6.500 stimate dall’IEA con un nucleo familiare medio più contenuto. Il numero cambia con il metodo di calcolo. Il fenomeno no. Non è un dato neutro: è la scala dell’infrastruttura che si sta discutendo.
La pressione globale è già visibile. La proiezione settoriale IEA, circoscritta ai soli data center, stima che il loro consumo idrico complessivo passerà dai 560 miliardi di litri del 2023 a circa 1.200 miliardi di litri entro il 2030. L’impronta complessiva dell’AI è più ampia: il rapporto UNU-INWEH del giugno 2026, che integra per la prima volta energia, acqua e suolo dell’intera filiera produttiva (hardware, infrastruttura, operatività), stima valori significativamente più alti. I due ordini di grandezza non si contraddicono: misurano cose diverse. Entrambi confermano la direzione del problema.
E qui sta il punto. Una gigafactory è progettata per gestire sia l’addestramento dei modelli sia la loro elaborazione su larga scala, in modo continuo. Non c’è un momento eccezionale in cui i consumi picchino e poi si esauriscano: la domanda è strutturale, tutto l’anno, nei mesi di maggiore pressione sulle riserve idriche locali.
I conflitti sono già in corso altrove. A Santiago del Cile, nel 2024, un tribunale ambientale ha annullato in parte l’autorizzazione a Google per un data center nel quartiere di Cerrillos, chiedendo di rivalutare l’impatto sull’acquifero locale in una zona segnata da oltre un decennio di siccità. Il progetto originario prevedeva, secondo le ricostruzioni giornalistiche e gli atti del procedimento, un consumo di 7,6 milioni di litri d’acqua potabile al giorno. Pochi mesi dopo Google ha rinunciato al permesso e ha dichiarato di voler riprogettare l’impianto con raffreddamento ad aria; alla data di questo dossier il completamento della riprogettazione non risulta documentato. Non era un impianto pensato per l’AI: era un data center ordinario. Eppure la domanda sull’acqua è bastata a fermarlo. Negli Stati Uniti, un’indagine del Guardian del giugno 2026 ha documentato come la maggior parte dei nuovi data center AI sia in costruzione su terreni già colpiti dalla siccità, con tensioni crescenti tra operatori e comunità locali. Lo schema si ripete.
Il paradosso ligure
La Liguria non è la Virginia e non è il Cile. Ma ha fragilità idriche reali, e sono documentate. I quadri climatici regionali elaborati da ARPAL e ISPRA indicano condizioni di crescente vulnerabilità idrica estiva: forte variabilità delle precipitazioni, temperature medie sopra la norma, pressione particolare sul bacino del Levante e sull’entroterra. In Italia la crisi idrica ha causato danni stimati in 8,5 miliardi di euro solo per l’agricoltura nel 2024, secondo il Libro Bianco «Valore Acqua» del think tank TEHA. La rete idrica nazionale è sotto stress strutturale, con dispersioni significative e una domanda crescente sia civile che industriale.
In questo contesto arrivano le richieste di connessione alla rete elettrica in alta tensione per i nuovi data center. A fine 2025 avevano raggiunto 69 gigawatt in Italia secondo il Politecnico di Milano, quasi tredici volte i livelli del 2023. Elaborazioni successive basate su dati Terna della primavera 2026 le portano a circa 82 gigawatt. Vale la pena dirlo chiaramente: sono richieste di connessione, non capacità realizzata, e una parte rilevante resta sulla carta, tanto che il legislatore è già intervenuto sulla cosiddetta «saturazione virtuale» della rete. Sono concentrate per oltre il 60% in Lombardia, non in Liguria. Restano un segnale potente della pressione crescente che il calcolo esercita sull’infrastruttura elettrica italiana e, attraverso l’elettricità, sulle risorse idriche.
Il vuoto normativo è un moltiplicatore del rischio. Solo la Lombardia, prima regione italiana, ha adottato una legge specifica che regola la presenza dei data center sul proprio territorio, approvata il 26 maggio 2026, pubblicata come L.R. n. 11 del 3 giugno 2026, in vigore dal 20 giugno 2026. Per il resto d’Italia, compresa la Liguria, un quadro normativo regionale dedicato non esiste. In assenza di regole, i costi ambientali rischiano di essere scaricati sulle risorse del territorio senza alcun meccanismo di compensazione.
Il Davinci-1 ci insegna già qualcosa
I conflitti aperti altrove non riguardano ancora la Liguria. Ma c’è un elemento che rende il caso genovese particolarmente utile per ragionare in concreto: il Davinci-1 esiste già. È installato nella Torre Fiumara dal dicembre 2020, dotato di un sistema di raffreddamento con gruppi frigo condensati ad acqua e impianti di climatizzazione di precisione, con un meccanismo che sfrutta l’aria esterna per ridurre il lavoro dei compressori quando la temperatura lo consente. È un sistema tecnologicamente curato.
Quanti litri d’acqua consuma il Davinci-1 ogni giorno? La risposta è: non risulta pubblicato nelle fonti istituzionali e tecniche consultate. Non perché il dato non esista: esiste, è fisicamente misurabile. Non viene reso pubblico. Nessuna comunicazione istituzionale di Leonardo, nessun documento di Liguria Digitale, nessun report di sostenibilità rende disponibile questa informazione per il territorio su cui il supercomputer opera.
Questo è già un problema. Diventa un problema più grande se si considera che una gigafactory ha un’intensità di calcolo stimata in ordini di grandezza superiori rispetto al Davinci-1. Se non sappiamo quanta acqua consuma l’infrastruttura che c’è, su quale base valutiamo l’impatto di quella che vogliamo portare?
Le soluzioni esistono, ma non sono la norma
Le alternative tecnologiche ci sono. Il raffreddamento a circuito chiuso, in cui l’acqua non evapora ma viene ricircolata dopo aver dissipato il calore attraverso grandi ventole industriali, riduce drasticamente i consumi diretti. Microsoft presenta questo approccio nel progetto «Fairwater», il campus di Mount Pleasant in Wisconsin descritto dall’azienda a giugno 2026 come modello di data center AI con un consumo annuo di acqua paragonabile a quello di un singolo ristorante. La tecnologia descritta è reale; i dati sono per ora dichiarazioni aziendali e non risultano verificati da fonti indipendenti. Ma si applica solo a nuovi impianti progettati con questo vincolo fin dall’inizio: i circa 500 data center esistenti di Microsoft restano idroesigenti, e nessun programma di recupero su larga scala è stato annunciato. Google sperimenta il raffreddamento ad aria nelle zone a rischio idrico. Alcune strutture utilizzano acqua reflua recuperata al posto di acqua potabile o di falda.
Genova ha un asset potenzialmente rilevante in questo quadro: l’acqua di mare, disponibile in quantità industriali, è teoricamente utilizzabile come dissipatore termico per impianti costieri. Va detto con chiarezza: questa opzione comporta vincoli ingegneristici non banali, tra corrosione ed efficienza dello scambio termico, vincoli autorizzativi sull’impatto termico degli scarichi marini e sulla tutela della Posidonia, e vincoli operativi rilevanti. Non è una soluzione automatica: è un’ipotesi che richiede valutazione tecnica e autorizzazioni dedicate.
Esiste perfino una frontiera più estrema, che a Genova suona meno astratta che altrove: non usare il mare per raffreddare, ma collocare il data center dentro il mare. È il Project Natick di Microsoft, un cilindro sigillato con 864 server rimasto due anni sul fondale al largo delle isole Orcadi, in Scozia, a circa 35 metri di profondità, alimentato da rinnovabili, con un tasso di guasto pari a circa un ottavo di quello di un impianto gemello a terra. Microsoft lo ha definito «promettente» e poi lo ha accantonato: tra i limiti operativi indicati nelle ricostruzioni disponibili, la difficoltà di sostituire i server in un impianto sigillato. Resta il segnale che, per una città con i fondali e gli approdi di cavi di Genova, l’opzione marina non è fantascienza ma ingegneria già sperimentata.
Vale la pena dirlo chiaramente: nessuna di queste tecnologie è ancora lo standard diffuso. Gli impegni pubblici di «water neutrality» di Google e Microsoft entro il 2030 sono reali, ma si riferiscono ai nuovi siti; i vecchi impianti restano idroesigenti. Nulla garantisce che una gigafactory costruita in Liguria adotti automaticamente i sistemi più efficienti, in assenza di una normativa che lo imponga.
Cosa possiamo chiedere
L’ipotesi di ospitare una gigafactory in Liguria non è necessariamente sbagliata. Un impianto costruito con tecnologie avanzate, alimentato da fonti rinnovabili, con un sistema di raffreddamento che non incida sulle riserve di acqua dolce, potrebbe essere un investimento compatibile con il profilo ambientale della città. Ma questo non è l’argomento che si fa in Consiglio Comunale. L’argomento è: occupazione, investimenti, posizionamento europeo. Argomenti legittimi. Incompleti.
C’è un ultimo aspetto importante. Il percorso europeo di selezione delle gigafactory è in corso adesso. Il dossier di candidatura è in lavorazione adesso. Se le domande idriche non entrano nel dossier adesso, non ci entreranno più. E le stesse domande si applicano ai siti più avanzati della proposta nazionale, a partire dal campus di Ferrera Erbognone in Lombardia. La trasparenza idrica non è una questione locale: è una questione di sistema.
Le domande concrete sono queste. Quanta acqua consumano già il Davinci-1 e il Franklin, da quale fonte e con quale sistema di raffreddamento, e perché il dato non risulta pubblicato nelle fonti istituzionali consultate? Il piano di candidatura include una valutazione dell’impatto idrico? Quale sistema di raffreddamento è previsto per il nuovo impianto, e c’è un impegno vincolante sulla fonte? Chi compensa il territorio se il consumo supera soglie critiche?
Sono domande tecniche. Sono anche domande politiche. Sono, soprattutto, domande che un territorio informato ha il diritto di fare prima di apporre la propria firma su un protocollo d’intesa. L’acqua non è un dettaglio: è il termometro reale di quanto una promessa di sviluppo sia anche una promessa di sostenibilità. Finché questa domanda non entra nel dibattito pubblico genovese, il consenso attorno alla candidatura è un consenso incompleto.
Cosa fare, prima della firma
Le domande di questo dossier non restano sospese, perché gli strumenti per pretendere una risposta esistono già e non richiedono né competenze legali né permessi speciali. Cambiano solo a seconda di chi li usa.
Il primo strumento è la richiesta del dato che manca. Il consumo idrico del Davinci-1 e del Franklin è misurabile, ed è un dato che diversi soggetti sono tenuti o possono essere chiamati a fornire. Il decreto legislativo 195 del 2005 sull’accesso all’informazione ambientale si applica alle autorità pubbliche: vale quindi pienamente per il Comune, la Regione, Liguria Digitale in quanto società in house, e il gestore idrico per i dati sui prelievi. Per le informazioni relative al Davinci-1 di Leonardo, soggetto privato, la via più diretta è la richiesta ai soggetti pubblici che detengono atti autorizzativi o contratti connessi all’impianto, o al gestore idrico che ne gestisce i prelievi. Il singolo cittadino presenta la richiesta da solo, via PEC, in dieci righe. Un comitato la presenta in forma coordinata, perché dieci richieste identiche sono più difficili da archiviare di una. Un consigliere comunale ha lo strumento più ampio: il diritto di accesso agli atti riconosciuto dall’articolo 43 del Testo unico degli enti locali, più difficile da respingere, che copre anche la documentazione interna del Comune sulla candidatura.
Il secondo strumento è in mano ai consiglieri: trasformare l’adesione in adesione condizionata. Sostenere la candidatura non obbliga a sostenerla a scatola chiusa. Un emendamento o un ordine del giorno alla mozione 93 può subordinare il sì del Comune a condizioni verificabili: la trasparenza dei consumi, l’impegno su un raffreddamento che non prelevi acqua potabile, una valutazione costi-benefici pubblica. Il cittadino e il comitato in aula non votano, ma possono fare due cose concrete: chiedere per iscritto ai consiglieri di presentare quelle condizioni, e fornirne il testo già pronto, così che l’unica fatica residua sia depositarlo.
Il terzo strumento mette le domande a verbale prima che la firma le renda inutili. Dopo la chiusura del bando, aggiungere condizioni diventa un retrofit: costoso e conflittuale. Un consigliere presenta un’interrogazione che obbliga la giunta a rispondere per iscritto su quali condizioni idriche, energetiche e occupazionali siano davvero scritte nel dossier; un comitato chiede di essere ascoltato nella commissione consiliare competente, possibilità che i regolamenti comunali in genere prevedono; un cittadino protocolla le proprie domande via PEC al Comune, alla Regione e all’assessorato, ottenendo un numero di protocollo che, comunque vada, lascia una traccia verificabile.
Resta il suolo, e non è un dettaglio tecnico. Genova ha avviato il censimento di aree dismesse per nuovi insediamenti, e dove finirebbe fisicamente un impianto del genere è una decisione urbanistica. Quando gli atti urbanistici vanno in pubblicazione chiunque può presentare osservazioni: è la sede in cui i cittadini e i comitati possono chiedere che la scelta del sito venga motivata rispetto alle alternative che la costa genovese rende possibili, e fuori dalle aree già in tensione idrica. Dove poi compaia denaro pubblico o un servizio locale, e Liguria Digitale è una società in house, resta lo strumento più pesante: la segnalazione alla Corte dei Conti, da tenere per quando le domande ordinarie non ottengono risposta.
Nessuna di queste mosse è un gesto simbolico. Sono richieste che producono un atto, un protocollo, un obbligo di risposta. La differenza tra un consenso informato e un consenso al buio sta tutta qui, e si gioca nelle settimane che vengono, non dopo.
Approfondimenti Eywa
Datacenter e acqua pubblica: la sete invisibile dell’intelligenza artificiale. Eywa Divulgazione, 2026. I data center di AI e cloud prelevano acqua da falde e acquedotti condivisi con i cittadini: un fenomeno già in corso in Italia, spesso senza che il territorio ne sia informato. Approfondisce la dimensione locale e sistemica del consumo idrico dell’industria del dato, con focus sugli strumenti a disposizione dei cittadini per monitorare e contestare.
Data center e AI: rischiano di far saltare la rete elettrica. Eywa Divulgazione, 2026. Quando si parla di gigafactory si parla anche di gigawatt. Analisi di come l’espansione dei data center stia sovraccaricando la rete elettrica italiana, con conseguenze dirette sulle bollette domestiche e industriali.
Quanta energia divora l’AI?. Eywa Divulgazione, 2024. Guida al consumo energetico dell’intelligenza artificiale: dai modelli linguistici ai sistemi di training e inferenza, passando per il ciclo di vita dei chip. Un riferimento per comprendere perché le gigafactory non sono semplici edifici, ma infrastrutture a intensità energetica e termica senza precedenti nel civile.
Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo Comune. Eywa Divulgazione, 2026. L’Italia perde in media il 42% dell’acqua immessa nelle reti prima che arrivi ai rubinetti. Come leggere i dati di dispersione del proprio gestore idrico e dove trovarli: una lettura necessaria per valutare se il territorio può reggere ulteriori prelievi a fronte di nuove infrastrutture ad alta intensità idrica.
Le rinnovabili hanno un costo nascosto: litio, cobalto e l’acqua che paghiamo davvero. Eywa Divulgazione, 2026. La transizione energetica ha un conto in acqua spesso non dichiarato: dalle miniere di litio per le batterie ai sistemi di raffreddamento degli impianti. Un’analisi delle risorse idriche come variabile nascosta nei calcoli di sostenibilità delle infrastrutture tecnologiche.
Fonti
Commissione Europea, comunicato InvestAI, 11 febbraio 2025. Lancio del fondo da 20 miliardi per almeno quattro gigafactory europee nell’ambito di InvestAI da 200 miliardi complessivi. 100.000 chip AI per sito.
EuroHPC Joint Undertaking, pagina AI Gigafactories. Definizione ufficiale: le gigafactory coprono l’intero ciclo operativo dell’AI, dallo sviluppo alla large-scale inference.
EuroHPC JU, Call for Proposals AI Factories and Antennas, 28 aprile 2026. Bando con scadenza 23 giugno 2026 dedicato alla cooperazione tra AI Factories e Antennas, non all’assegnazione delle gigafactory. Documento di riferimento per il percorso di selezione europeo.
Consiglio dell’Unione Europea, Regolamento (UE) 2026/150, gennaio 2026. Modifica al regolamento EuroHPC JU: introduce le AI gigafactory come pilastro europeo, con 4,12 miliardi da Horizon Europe, Digital Europe e CEF-Digital.
CINECA, comunicato IT4LIA, 2026. IT4LIA operativa nella rete AI Factory dal 2025; nuovo supercomputer dedicato annunciato e in fase di installazione nel 2026. Investimento stimato tra 420 e 430 milioni di euro.
IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia), Energy and AI 2025. Proiezione settoriale IEA sul consumo idrico dei data center negli Stati Uniti: impianto da 100 MW, circa 2 milioni di litri/giorno totali (di cui ~725.000 diretti, il resto impronta indiretta). Proiezione globale settore: 560 miliardi litri (2023) verso 1.200 miliardi entro il 2030. Dato riferito a mix energetico e clima USA: non direttamente trasferibile al contesto ligure.
ISTAT, Le statistiche sull’acqua, 2025 (aggiornamento al 2024). Acqua erogata dalle reti comunali per tutti gli usi autorizzati (domestici, commerciali, industriali allacciati): 214 litri per abitante al giorno (anno di riferimento 2022).
UNU-INWEH (Istituto ONU per acqua, ambiente e salute), giugno 2026. Primo rapporto che integra impronta idrica, energetica e di suolo dell’intera filiera AI: valori complessivi significativamente superiori alle proiezioni settoriali IEA. Citato da AP News, Reuters, PBS NewsHour.
TEHA Group, Libro Bianco «Valore Acqua» 2026. Danni climatici all’agricoltura italiana nel 2024: 8,5 miliardi di euro.
ARPAL Liguria, Rapporto Climatico 2025. Principali risultati climatici per la Liguria nel 2025: temperature superiori alla media, forte variabilità spaziale e temporale delle precipitazioni, crescente vulnerabilità idrica estiva.
Politecnico di Milano, Osservatorio Data Center, 2025. Richieste di connessione alla rete per data center: 69 GW a fine 2025, quasi 13 volte i livelli del 2023. Il dato 82 GW è ricavato da successive elaborazioni basate su dati Terna primavera 2026; non attribuibile al solo Politecnico.
QualEnergia / Terna, primavera 2026. Dato 82 GW di richieste di connessione per data center comunicato da Terna; la componente speculativa rilevante è segnalata.
Regione Lombardia / BURL, 2026. Prima legge regionale italiana sui data center: approvata il 26 maggio 2026, pubblicata come L.R. n. 11 del 3 giugno 2026, in vigore dal 20 giugno 2026.
Innovation Post, maggio 2026. «L’Europa vuole 4 gigafactory AI e l’Italia si candida: che chance abbiamo?» Analisi del consorzio italiano e della competizione europea.
Agenda Digitale, maggio 2026. «Una gigafactory AI in Italia? Un bel sogno, ma gli ostacoli sono tanti.» Quadro critico della candidatura nazionale.
Reuters / DatacenterDynamics / Climate Case Chart, 2024. Caso Google Cerrillos (Santiago del Cile): annullamento parziale del permesso, rinuncia di Google, riprogettazione con raffreddamento ad aria. Consumo di 7,6 milioni litri/giorno da ricostruzioni giornalistiche e atti del procedimento.
The Guardian, 8 giugno 2026. «Majority of US’s new AI datacenters to be built on drought-hit land.» Documentazione sull’espansione dei data center AI su terreni già soggetti a siccità negli Stati Uniti.
WSP Italia, febbraio 2026. «L’acqua: la sfida infrastrutturale sottovalutata nei data center.»
Installatore Professionale / Mitsubishi Electric. «Il raffrescamento del supercomputer Davinci-1 di Leonardo S.p.A.» Descrizione tecnica del sistema di raffreddamento installato alla Torre Fiumara.
TechRadar / Microsoft, giugno 2026. Dichiarazioni di Microsoft sul progetto Fairwater (Mount Pleasant, Wisconsin): consumo annuo di acqua paragonabile a un ristorante di quartiere. Dato basato su comunicazioni aziendali, non verificato da fonti indipendenti.
Microsoft, Project Natick (Phase 2), 2018-2020. Data center sperimentale immerso al largo delle isole Orcadi: tasso di guasto circa un ottavo rispetto a terra. Tra i limiti operativi indicati nelle ricostruzioni, la difficoltà di manutenzione in impianto sigillato.
Liguria Digitale / Sanremonews / Primocanale, maggio 2026. Protocollo d’intesa «Genova Capitale dell’HPC & AI Factory»: 5.134 adesioni, firmato il 28 marzo 2025.
Comune di Genova, registro atti. Mozione n. 93 del 25 novembre 2025: «Promozione della candidatura di Genova quale sede della Gigafactory nazionale per l’intelligenza artificiale.» Fonte diretta: comune.genova.it, sezione registro atti consiliari.

