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Data center: arrivare prima delle decisioni

Le regole che già ci sono, quelle che mancano e gli strumenti per pretenderle

Le regole che già ci sono, quelle che ancora mancano, e gli strumenti civici per pretenderle: per difendere acqua, aria, suolo e bollette.

Aggiornato al 14 luglio 2026.

C’è un momento, in ogni grande opera, in cui le decisioni che contano sono già state prese, e a noi resta solo da subirle. E ce n’è un altro, molto prima, in cui quelle stesse decisioni si possono ancora indirizzare, e quasi nessuno se ne accorge. Questo manuale serve a starci dentro, in quel secondo momento.

Non ti chiede di metterti contro la tecnologia, e nemmeno contro i data center, cioè i grandi edifici pieni di computer (i server) che fanno funzionare internet, il cloud e l’intelligenza artificiale, e che per farlo divorano elettricità e acqua per raffreddarsi. Ti chiede qualcosa di più utile: arrivare preparati, con gli strumenti giusti in mano, prima che il cemento sia colato.

Partiamo da una bussola, ed è anche la prima correzione di rotta rispetto al senso comune: non è vero che i data center siano «senza regole». Le regole esistono già, europee e nazionali, e cambiano in fretta: una direttiva sull’efficienza energetica, una legge tedesca sul recupero del calore, un procedimento unico italiano, una legge regionale lombarda, le discipline ambientali, urbanistiche ed energetiche di sempre. Il problema è un altro, ed è doppio: queste regole sono frammentarie, e su alcuni punti decisivi, gli obblighi vincolanti su calore, acqua e trasparenza, mancano ancora standard nazionali. La partita si gioca lì, nella frammentazione e nelle lacune. Ed è lì che un cittadino informato può incidere.

Ti prendiamo per mano come farebbe un amico che questa strada l’ha già fatta. Non servono competenze tecniche né titoli: bastano l’intenzione, un po’ di tempo e la voglia di non scoprire le carte a cose fatte. Torneremo spesso su un esempio concreto, perché aiuta a capire: la candidatura di Genova a ospitare una delle gigafactory europee dell’intelligenza artificiale, cioè i grandi poli di calcolo pensati per l’AI. A metà luglio 2026 l’Italia promuove la propria candidatura come Sistema Paese, con un consorzio che riunisce Leonardo, Eni e la Fondazione AI4Industry di Torino, e che nelle ultime settimane si va allargando ad altri operatori; Genova resta tra le sedi sostenute, ma la sede non è ancora assegnata. Una distinzione da tenere ferma: il supercomputer Davinci-1 di Leonardo, già operativo a Genova, è una delle credenziali citate a sostegno della proposta, non è la gigafactory. Confonderli è il primo appiglio che regaliamo a chi vuole smontarci. E quello che vale per Genova vale per qualsiasi territorio.

Una premessa che è anche una promessa: Eywa fa divulgazione civica ambientale, e ti mette in mano gli strumenti. Le battaglie di parte hanno altri nomi e altri canali; qui si impara a partecipare, dentro le regole, e a farlo per tempo.

Un data center si può fare bene

Ecco la buona notizia, ed è una notizia vera, non una pacca sulla spalla: per ognuno dei problemi che un data center può creare, dai costi di rete scaricati in bolletta al consumo di acqua, dalle emissioni alla segretezza sugli atti, esiste già, da qualche parte nel mondo, una risposta che funziona. Non prototipi da laboratorio, ma impianti accesi, leggi in vigore, delibere concrete. Conoscerle serve a una cosa precisa: sapere cosa chiedere. Perché un data center dannoso e uno accettabile si distinguono per un pugno di condizioni, e quelle condizioni si possono mettere nero su bianco.

Una tecnica con casco e giubbotto ad alta visibilità controlla grandi pompe di calore e tubazioni in una centrale di teleriscaldamento

Cominciamo dal calore. Quasi tutta l’elettricità che entra in un data center ne esce sotto forma di calore, e la domanda civica è una sola: chi lo raccoglie? A Stoccolma una rete di teleriscaldamento cittadina (il teleriscaldamento è la rete di tubi che porta il calore alle case da una sorgente unica) recupera il calore in eccesso di una ventina di fornitori, tra cui diversi data center, per oltre 100 gigawattora l’anno, l’equivalente di circa 30.000 appartamenti moderni; e in quel modello gli operatori vengono perfino pagati per il calore che cedono. Non è roba da soli Paesi freddi: a Brescia, dal 25 giugno 2025, è in funzione il primo data center italiano con raffreddamento a liquido collegato a una rete cittadina di teleriscaldamento, con un recupero che parte da circa 800 megawattora termici l’anno nella prima fase e punta a 16 gigawattora a regime.

E Brescia non è più sola. A Milano la prima partnership industriale italiana del settore porta nel teleriscaldamento cittadino il calore di un data center: 15 gigawattora termici l’anno per oltre 1.200 famiglie del quartiere. E il 2 luglio 2026 A2A ed Equinix hanno annunciato l’iniziativa più ambiziosa finora in Italia: al campus Equinix di Settimo Milanese un nuovo energy center, con quattro pompe di calore da 72 megawatt complessivi e due accumuli termici, recupererà a regime circa 225 gigawattora termici l’anno, abbastanza da coprire il fabbisogno di oltre 21.000 abitazioni e da aumentare di circa il 20% il calore distribuito dalla rete milanese. Tre casi non fanno una rete nazionale, ma bastano a togliere l’alibi del «da noi non si può».

E d’estate, quando di riscaldamento non c’è bisogno? In alcuni progetti lo stesso calore può alimentare un chiller termico, una macchina che usa il calore al posto dell’elettricità per produrre freddo, da mandare alle reti di teleraffrescamento di ospedali, uffici e centri commerciali. Non è però un automatismo: vanno verificati temperatura, rendimento, domanda, rete e dissipazione, perché molti chiller richiedono temperature più alte di quelle che un data center rende disponibili, e il calore di Brescia, fino a 65 gradi, da solo non basta a garantire il teleraffrescamento. In un clima come il nostro la posta resta alta, perché il picco dei consumi elettrici è ormai d’estate, per i condizionatori. Sul perché in Italia questo calore lo buttiamo nell’aria invece di scaldarci le case rimandiamo all’approfondimento Eywa I data center producono calore. Perché lo buttiamo nell’aria invece di riscaldare le case?.

Un tecnico osserva le torri evaporative di raffreddamento di un data center mentre il vapore sale nell'aria del mattino

Poi c’è l’acqua, e qui la regola d’oro è una gerarchia delle fonti: mai acqua potabile per il raffreddamento, salvo impossibilità dimostrata. Le alternative sono mature. In Finlandia un data center di Google a Hamina si raffredda con l’acqua di mare, riusando le opere di presa di una vecchia cartiera, e tiene l’acqua potabile solo per i bagni; altrove si usano i reflui depurati, cioè le acque di scarico già trattate, oppure circuiti chiusi. Attenzione a non semplificare, però: anche un circuito interno chiuso può scaricare il calore con torri evaporative e consumare acqua di reintegro, quindi il consumo complessivo dipende dal sistema finale di dissipazione, non dal solo circuito interno.

Per una città di mare come Genova il raffreddamento indiretto con acqua marina va messo tra le alternative, non dato per ottimale a priori: il caso di Hamina nasce in un contesto diverso, e a Genova andrebbero studiati temperatura, portata, corrosione, scarico termico e interferenze portuali, anche perché l’acquedotto perde parecchia acqua per strada (in Liguria intorno al 40% secondo ISTAT; per il Comune di Genova va usato il dato comunale più recente disponibile, con l’anno). Da qui un parametro che incontrerai spesso, il WUE (water usage effectiveness), che misura l’intensità idrica di un impianto rapportando l’acqua consumata in un anno all’energia assorbita dai soli computer, cioè i litri per kilowattora IT: più è basso, meglio è. Ma pubblicato da solo dice poco: va sempre accompagnato dai prelievi e dai consumi assoluti, dalla fonte e dai picchi, perché un grande impianto può avere un WUE basso e consumare comunque più acqua di uno piccolo (lo standard di riferimento è la ISO/IEC 30134-9). Anche da noi qualcosa si muove: il presidente dell’autorità di regolazione, l’ARERA, Nicola Dell’Acqua, all’Acqua Summit 2026 del Sole 24 Ore ha dichiarato che serve una normativa chiara per imporre ai data center costruiti in Italia il recupero interno dell’acqua, e che recuperi del 90-95% sono già tecnicamente alla portata, pur aggiungendo che oggi a preoccupare è più l’energia dell’acqua. È una dichiarazione riportata dalla stampa, non ancora una norma, e come tale la citiamo; ma viene da chi quelle norme può contribuire a scriverle, e fissa un’asticella che conviene ricordare. Sulla gigafactory genovese e sull’acqua che nessuno ha ancora quantificato rimandiamo all’approfondimento Eywa Gigafactory AI a Genova: l’acqua che nessuno quantifica.

Poi vengono le condizioni che riguardano i soldi e la terra, e sono altrettanto semplici da dire. Chi chiede la rete deve pagarsi la rete: i costi di connessione vanno messi in capo a chi li causa, non socializzati nella bolletta di tutti. Il suolo si risparmia: prima le aree industriali dismesse, non i campi agricoli, e chi consuma terreno buono lo deve pagare caro. La legge regionale lombarda, in vigore dal 20 giugno 2026 e presentata dalla Regione come la prima legge regionale italiana organicamente dedicata ai data center, va con decisione in questa direzione, pur limitandosi a disincentivare il consumo di suolo agricolo senza vietarlo: prevede un incremento del contributo di costruzione del 100% per chi si insedia su suolo agricolo fuori dalle aree prioritarie, e del 200% nei perimetri protetti indicati dalla legge regionale 86/1983; alcune misure richiedono però ancora atti attuativi per diventare pienamente operative.

C’è un rovescio della partita da non ignorare, perché cambia il modo in cui un comune guarda a un data center. Un data center non è solo un’infrastruttura digitale: è anche un’operazione immobiliare, e può rendere parecchio. Attorno al suo valore si muovono spesso sviluppatori e veicoli immobiliari, che comprano l’area, ne curano la trasformazione urbanistica con il comune e la passano all’operatore finale, a volte prima ancora che si costruisca. Per leggere questi casi conviene tenere distinti quattro soggetti che non coincidono: chi possiede il terreno, chi sviluppa, chi chiede l’autorizzazione e chi alla fine gestisce l’impianto. È una dinamica di valorizzazione immobiliare, confermata da studiosi e amministratori, e si descrive con atti e passaggi societari, non con etichette.

Per il comune l’incasso può essere consistente. Oltre agli oneri di urbanizzazione, che finanziano strade, reti e fognature, ci sono le opere di compensazione, cioè infrastrutture pubbliche pagate dal privato per attenuare gli impatti: piste ciclabili, parchi, efficientamento degli edifici comunali. E qui sta il punto: chi ha aree disponibili e un ufficio tecnico preparato può trattare al rialzo. Nell’area milanese la ricerca del DAStU del Politecnico di Milano, condotta da Alice Franchina e Cristiana Mattioli, descrive una vera concorrenza negoziale tra comuni, con squilibri nelle trattative e l’assenza di regole coerenti su metodi e compensazioni.

Gli esempi danno la misura, e vanno riferiti per quello che le fonti dicono. A Rho è partita la procedura di valutazione ambientale per un data center di Amazon Web Services: il quadro economico depositato supera i 750 milioni di euro, dentro un piano dell’azienda da oltre 1,2 miliardi in cinque anni per la regione cloud milanese. Qui, secondo l’assessore all’Urbanistica Edoardo Marini, il comune avrebbe fissato un onere al metro quadro superiore alla tabella regionale, motivandolo con il valore dell’investimento: un data center, sostiene, può valere diverse migliaia di euro al metro quadro.

A Settimo Milanese, sull’ex Italtel diventata campus digitale, la documentazione presentata in ambito ANCI riporta poco più di 7,5 milioni di euro di oneri incassati dal comune tra il 2014 e il 2024. A Magenta, sull’ex sito chimico Novaceta, l’operazione è stata riportata come un piano da 19 milioni, di cui 13 in opere pubbliche. A Pregnana Milanese arrivano tre data center su altrettante aree ex industriali, tra cui l’ex Citroën, con stati autorizzativi diversi: il sindaco Angelo Bosani le definisce un’occasione «imperdibile», perché a suo dire quelle aree pesano per una quota rilevante del costruito comunale e senza quell’investitore la loro bonifica resterebbe impossibile.

Sono operazioni presentate dagli enti e dai promotori come conformi agli strumenti urbanistici, e questo manuale non ne dà un giudizio autonomo di legittimità. Ma proprio qui si apre un rischio istituzionale da non perdere di vista: quando l’operazione porta entrate rilevanti o sblocca bonifiche altrimenti impossibili, si crea una dipendenza negoziale, e l’amministrazione che dovrebbe vigilare sull’impianto è la stessa che ne ha bisogno. Non è un motivo per dire di no. È un motivo affinché gli oneri, le compensazioni e i vincoli ambientali, sul calore, sull’acqua e sui dati pubblici, finiscano scritti in atti verificabili, delibere e convenzioni, e non lasciati alla trattativa. La leva contrattuale del comune è reale, e va usata per ottenere condizioni, non solo denaro. Per ricostruire questa dimensione con gli atti, e non con le impressioni, tra i materiali allegati trovi una richiesta di accesso mirata su oneri, compensazioni e convenzioni urbanistiche e una scheda per valutare le compensazioni offerte, distinguendo ciò che è davvero aggiuntivo da ciò che è solo dovuto.

Una tecnica comunale consulta planimetrie appoggiate al cofano di un'auto davanti a un'area ex industriale con tralicci dell'alta tensione

Poi c’è l’energia, e conta da dove arriva davvero. Sapere quanta elettricità serve non basta: conta da dove viene e per quale strada. Negli Stati Uniti, dove la fame di calcolo è esplosa prima, una delle risposte più visibili per garantire potenza continua sono gli accordi, tra loro molto eterogenei, con i produttori nucleari: a maggio 2026 i grandi operatori del cloud avevano firmato accordi per oltre 9,8 gigawatt di potenza nucleare su tredici progetti, da Microsoft, che ne ha bloccati 835 megawatt riavviando un reattore di Three Mile Island con i primi elettroni attesi nel 2027, ad Amazon, che ne ha contrattati 1,92 gigawatt dalla centrale di Susquehanna. Non tutti però comportano un collegamento fisico dedicato: molti immettono energia nella rete tramite contratti di lungo periodo, e lo stesso riavvio di Three Mile Island alimenta la rete PJM e resta subordinato alle autorizzazioni. Qui serve una distinzione che fa da spartiacque. Un impianto può essere alimentato «dietro il contatore», cioè collegato direttamente alla centrale saltando la rete pubblica, oppure «davanti al contatore», facendo passare l’elettricità per la rete di tutti: il primo schema può ridurre l’energia transitata sulla rete e alcune componenti di costo, ma non sottrae automaticamente l’impianto alla vigilanza e alla pianificazione pubblica, e anzi può aprire contenziosi su come ripartire i costi. La cosa ci riguarda da vicino, perché anche in Italia il disegno di legge sui data center promuove l’autoproduzione energetica, e torna in campo la discussione sul nucleare di nuova generazione, i piccoli reattori modulari (gli SMR), la cui disponibilità commerciale su scala, negli scenari di riferimento, non è attesa prima del 2030 circa. La domanda da mettere a verbale è semplice: da dove arriva l’energia, è una fonte dedicata o passa per la rete, con quali tempi e quali garanzie, e chi paga comunque le opere. Un impianto dichiarato «a impatto zero» e alimentato da un reattore che ancora non esiste è una promessa, non un dato.

C’è un segnale che dice dove sta andando il settore: a muoversi non sono più solo i giganti del cloud, ma anche i gruppi dell’energia. Eni ha da anni un proprio data center a Ferrera Erbognone, nel pavese, e l’11 luglio 2025 ha firmato con Khazna Data Centers, operatore emiratino specializzato in grandi infrastrutture digitali, un accordo preliminare, un Head of Terms, per costituire una possibile joint venture e sviluppare lì un campus per l’intelligenza artificiale da 500 megawatt di potenza informatica. Sull’alimentazione conviene essere precisi, perché la fonte primaria sfuma il quadro dell’annuncio iniziale. A luglio 2025 Eni presentava «Blue Power», prodotta da una nuova centrale a gas ad alta efficienza con cattura della CO₂ (con stoccaggio all’hub di Ravenna), come soluzione energetica del campus. Nelle risposte agli azionisti del 6 maggio 2026, però, ha precisato che la fase iniziale sarà sostenuta dalla centrale già esistente di Ferrera Erbognone e che Blue Power, pur restando la soluzione di riferimento prospettata per il medio-lungo termine, non è un prerequisito vincolante per l’operatività del campus; la continuità potrà essere garantita anche dagli impianti esistenti e, se necessario, dalla rete nazionale, compreso il caso di indisponibilità o prestazioni insufficienti del CCS di Ravenna. È un progetto in fase iniziale, non un impianto già costruito, e così va raccontato: per chi si occupa di ambiente, la differenza tra la fonte annunciata e quella effettiva della prima fase è un’informazione da mettere in chiaro. La lettura è comunque netta: quando il fabbisogno elettrico dell’AI diventa una voce della politica energetica nazionale, i data center chiamano dentro anche grandi società a partecipazione pubblica, e smettono di essere una faccenda solo privata. Un motivo in più perché consumi e condizioni siano trasparenti. E vale, per i costi di rete, la regola di fondo: quando le opere non se le paga chi le causa, il conto rischia di finire nelle bollette di tutti.

Il raffreddamento, intanto, corre, e tre novità vanno conosciute, non per inseguirle ma per non farsi abbagliare. La prima è il raffreddamento a liquido ad alta temperatura: tenendo il liquido più caldo si può smaltire il calore con i dry cooler, scambiatori ad aria simili al radiatore di un’auto che non fanno evaporare acqua, e tagliano il consumo idrico diretto quasi a zero; è una delle risposte migliori sul fronte acqua, ma con un limite che gli stessi costruttori ammettono, perché rende al meglio nei climi favorevoli, e il nostro, d’estate, non lo è. La seconda è l’immersione bifase, in cui i server lavorano immersi in un liquido che bolle e si condensa, già portata in un ambiente di produzione reale. La terza è la più avanzata e la più acerba, la microfluidica, che incide microcanali dentro il chip e porta il refrigerante a contatto del silicio: nei test riduce la temperatura di picco fino al 65%, tre volte meglio delle piastre fredde, ma resta una tecnologia nascente, con ostacoli di produzione e di manutenzione. Vale anche qui l’avvertenza di prima: sono promesse di efficienza dei costruttori, non dati di impianti italiani in esercizio, e in ogni caso restano il consumo idrico indiretto e quello di energia.

E non è tutto teoria d’oltreconfine, perché qualcosa in Italia già si vede. Marina Natalucci, che dirige l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, ricorda che nella bolletta di un data center il raffreddamento dei server è una delle voci più pesanti, e che le tecnologie per abbatterlo esistono già. Quanto pesi dipende da tecnologia, clima ed efficienza dell’impianto, ma in diversi casi supera da solo buona parte del consumo. E gli esempi ci sono. Nel data center di Engineering a Pont-Saint-Martin, in Valle d’Aosta, un sistema geotermico, che sfrutta l’acqua di falda a temperatura costante del sottosuolo, abbatte i consumi. Di quanto, meglio dirlo con precisione: il 35% dichiarato dall’azienda non è certificato, mentre il risparmio elettrico annuo verificato da un ente terzo si è attestato al 19% nel 2023. Nel Global Cloud Data Center di Aruba a Ponte San Pietro, vicino a Bergamo, il circuito primario di raffreddamento usa acqua di falda invece dell’acquedotto. Sono impianti in esercizio, non prototipi, e servono a rispondere a chi giura che «da noi non si può»: usare l’acqua di falda invece dell’acquedotto e puntare sull’efficienza non sono un lusso nordico, sono scelte già fatte e a un’ora da casa. Restano però scelte legate al contesto, e non dimostrano che ogni sito italiano possa fare altrettanto.

C’è un ultimo aspetto importante, ed è il rovescio del problema della rete. Finora abbiamo trattato il data center come un consumatore rigido, acceso allo stesso modo giorno e notte. Ma sta emergendo il modello opposto, il carico flessibile, cioè l’impianto che riduce o sposta i propri consumi quando la rete è sotto sforzo, e che in prospettiva può perfino restituire servizi alla rete, come la regolazione della frequenza. È un’arma a doppio taglio che conviene saper impugnare: un impianto capace di piegarsi nei picchi pesa meno sulla rete, e toglie un argomento a chi accumula richieste di connessione per pura speculazione. Non a caso la flessibilità dei consumi compare anche nel disegno di legge italiano. E non solo lì: la roadmap energetica del Tech Sovereignty Package (il pacchetto europeo per la sovranità tecnologica presentato a giugno 2026) stima che la flessibilità dal lato della domanda potrebbe ridurre i costi elettrici dei consumatori europei di oltre 71 miliardi di euro l’anno, una quota che la Commissione quantifica nel 64% dei costi di consumo, e accompagna la stima con un’iniziativa dedicata alla gestione delle reti, AI.grids. È un beneficio di sistema, non la resa di un singolo impianto; ma indica la direzione. Tradotto: un impianto che sa piegarsi non è solo più gentile con la rete, entra in una partita che a livello europeo vale miliardi, e questo possiamo metterlo sul tavolo. Così alla lista si aggiunge un’altra domanda: è un carico rigido 24 ore su 24, o sa piegarsi quando serve? Per portarla dentro gli atti, tra i materiali allegati trovi le richieste pronte da compilare sullo studio del calore recuperabile, sul profilo di consumo e la flessibilità elettrica dell’impianto e, rivolta al gestore di rete, sulla documentazione di connessione e la ripartizione dei costi.

C’è infine la condizione che tiene insieme tutte le altre: regole scritte bene. La Germania, con la sua legge sull’efficienza energetica (l’EnEfG), ha trasformato il recupero del calore da buona abitudine a obbligo di legge. Per i nuovi data center avviati dal 1 luglio 2026 fissa un tetto di efficienza e un obbligo di riuso dell’energia. Il tetto di efficienza si misura con il PUE (power usage effectiveness): è il rapporto tra l’energia totale del sito e quella dei soli computer, e più è vicino a 1 più l’impianto è efficiente; misura l’overhead infrastrutturale, non la sostenibilità complessiva (lo standard è la ISO/IEC 30134-2). La legge tedesca lo vuole non superiore a 1,2. L’obbligo di riuso, la quota di calore recuperato chiamata ERF, parte da almeno il 10%, sale al 15% e poi al 20% secondo la data di avvio, e si accompagna a obblighi crescenti di approvvigionamento da fonti rinnovabili. Due dettagli vanno precisati: la soglia generale dell’obbligo riguarda in genere i data center da circa 300 kilowatt, mentre 1 megawatt è la soglia di specifici obblighi di certificazione; e l’esenzione dagli obblighi di recupero non è unica, ma comprende, tra l’altro, l’impegno qualificato a realizzare una rete di calore entro un termine, con una proposta di modifica tedesca in discussione nel 2026. Resta la logica di fondo: la norma più intelligente è quella che spegne l’alibi più comodo, il «non c’era nessuno a cui dare quel calore».

A livello europeo la direttiva sull’efficienza energetica, che si chiama EED, ha introdotto un obbligo di rendicontazione che riguarda tutti: gli impianti con potenza informatica pari o superiore a 500 kilowatt comunicano ogni anno i propri indicatori (PUE, WUE, recupero del calore, quota di rinnovabili) in una banca dati europea. Il reporting è operativo dal 2024; la scadenza del 15 maggio 2026 riguardava i dati relativi al 2025, non l’avvio dell’obbligo, e la Commissione pubblica soprattutto elaborazioni aggregate, mentre le informazioni individuali possono essere protette. Sempre a livello europeo, la prima diagnosi energetica obbligatoria per le imprese con consumi superiori a 10 terajoule l’anno è fissata all’11 ottobre 2026: è un obbligo generale, distinto dalla rendicontazione specifica dei data center appena descritta, e la scadenza operativa in Italia dipenderà dal decreto di recepimento, ancora in bozza.

Altri Paesi hanno aggiunto un filtro all’ingresso. Dublino ha congelato per anni le nuove connessioni, perché i data center erano arrivati ad assorbire circa un quinto dell’elettricità irlandese, e le ha riaperte solo a condizioni stringenti; Amsterdam ha fissato tetti di crescita e l’obbligo di recuperare il calore; Singapore ha riaperto dopo una moratoria con un bando competitivo, per cui si costruisce solo se si vince una selezione su efficienza ed emissioni. Il principio, ovunque, è lo stesso: è il territorio che sceglie i progetti, non il territorio che li subisce. Con l’avvertenza di sempre: questi modelli mostrano che si può fare meglio, non dettano da soli la soluzione ottimale per Genova o per un altro territorio, che va sempre studiata caso per caso.

E l’Italia? Qualcosa si muove. Oltre alla legge lombarda, c’è il decreto-legge che ha introdotto l’Autorizzazione Unica, un procedimento unico con termine ordinario massimo di dieci mesi dalla completezza della documentazione, prorogabile fino a tre mesi, che accorpa varie autorizzazioni ambientali e paesaggistiche; non è una scorciatoia universale, perché autorità competenti, titoli assorbiti e opere di connessione vanno verificati sul caso concreto. E c’è una legge quadro nazionale in cantiere: è il disegno di legge delega S.1821, approvato dalla Camera dei Deputati il 24 febbraio 2026 e assegnato al Senato, dove a metà luglio 2026 era ancora all’esame; trattandosi di una delega al Governo, le regole sostanziali possono ancora cambiare. Il disegno di legge qualifica inoltre i data center come opere di pubblica utilità e promuove l’autoproduzione energetica e la gestione flessibile dei consumi.

Su questo fronte vale la pena registrare le voci del dibattito, perché indicano dove il testo può migliorare. C’è chi, in Parlamento, propone di rendere la delega più stringente: trasformare in obbligo, e non lasciare come semplice priorità, la localizzazione nelle aree industriali dismesse, per riusare siti già infrastrutturati, comprese le aree delle vecchie centrali elettriche, che si portano dietro connessioni alla rete pesanti e costose da rifare altrove. E c’è chi insiste sul fronte dei consumi e delle bollette, chiedendo trasparenza sui prelievi idrici ed energetici e garanzie perché l’aumento della domanda elettrica non si scarichi sulle tariffe di famiglie e piccole imprese. Su un punto, però, serve una precisazione che il manuale può fare meglio della cronaca: le centrali a carbone italiane non sono spente per legge, tutt’altro. Lo stesso decreto bollette che ha introdotto il procedimento unico per i data center ha previsto la possibilità di mantenere disponibili o in riserva determinate unità a carbone entro il 31 dicembre 2038, per esigenze di sicurezza del sistema, non la prosecuzione automatica dell’esercizio di tutte le centrali. È un rinvio che passa comunque dalla revisione del Pniec, il piano nazionale su energia e clima, e dal via libera europeo. Vincolare i nuovi impianti alle aree dismesse resta un principio sano, ma non perché quei siti siano già chiusi. E chi vuole scrivere ai propri rappresentanti sa dove indirizzare la richiesta: sul tema sono competenti le commissioni ambiente, energia e trasporti di Camera e Senato, e i loro componenti, di maggioranza e opposizione, sono i destinatari naturali.

Sono passi avanti veri. Ma il giudizio resta sospeso su tre punti, ed è esattamente lì che possiamo incidere. Primo: la semplificazione delle autorizzazioni non deve schiacciare la partecipazione del pubblico, e il rischio può raddoppiare, perché alla corsia italiana da dieci mesi il CADA europeo (la proposta della Commissione sui data center), se approvato, aggiungerebbe le sue zone di accelerazione con il rilascio in dodici mesi, e più la finestra si stringe, prima il cittadino deve muoversi, che è esattamente il mestiere di questo manuale. Secondo: mancano ancora obblighi nazionali vincolanti su calore, acqua e trasparenza come quelli tedeschi. Terzo: resta il ritardo sul recepimento della direttiva europea sull’efficienza, la cui scadenza è passata l’11 ottobre 2025 con in mano solo una bozza di decreto in consultazione. Tenere a mente queste condizioni è già metà del lavoro: sono il metro con cui giudicheremo ogni progetto, e la lista della spesa da consegnare a chi fa le regole.

Accorgersi di un data center per tempo: lo stadio zero

Tutto quello che segue presuppone una cosa sola: sapere che l’impianto esiste. Ma quando un data center diventa notizia, le decisioni che contano sono di solito già prese. Per questo il primo passo, lo stadio zero, è l’intercettazione precoce, e si fa risalendo la catena amministrativa fino ai segnali più a monte, che in Italia sono pubblici e gratuiti. La regola si ricorda al volo: prima vuoi accorgertene, più indietro devi guardare. I canali da sorvegliare sono quattro, e la loro forza sta nell’incrocio, perché nessuno da solo dà la certezza, ma insieme disegnano il quadro.

Una donna consulta al computer, sul tavolo di casa, mappe e documenti per il monitoraggio mensile dei progetti sul territorio

Il primo, il più a monte di tutti, sono le richieste di connessione alla rete elettrica. La connessione si chiede anni prima del cantiere, e Terna pubblica le richieste sulla rete di trasmissione nazionale, gratis e geolocalizzate, sul portale Econnextion (lo trovi su dati.terna.it), nella sezione «utenti di consumo». È un radar sensibile, ma con due avvertenze: copre la rete di trasmissione (in alta e altissima tensione, da 10 megawatt in su), quindi va integrato con i gestori della distribuzione e con gli atti locali per i progetti minori o diversamente connessi; e quei numeri sono gonfiati dalla speculazione, quindi indicano i territori caldi, non i cantieri certi, e vanno sempre incrociati con gli altri canali.

Il secondo sono le valutazioni ambientali, ed è dove il progetto si materializza in atti veri. Sul portale nazionale del Ministero (lo trovi su va.mite.gov.it) finiscono i grandi impianti, sui portali regionali quelli più piccoli. Qui incontri la VIA, la valutazione di impatto ambientale, cioè la procedura con cui si misurano gli effetti di un’opera prima di autorizzarla, e la pubblicazione di una domanda apre la finestra per presentare osservazioni. Attenzione ai termini: nella VIA ordinaria il termine generale è di 60 giorni, ma per i data center che rientrano nell’ambito dell’art. 8 del decreto-legge 21/2026 i termini sono dimezzati. Verifica sempre l’avviso del singolo procedimento, perché è lì che è scritta la scadenza che conta.

Il terzo canale è il più territoriale di tutti, quello in cui la terra cambia davvero destinazione: gli atti urbanistici del Comune. Le varianti al piano, le delibere di giunta e di consiglio, le conferenze di servizi, le convenzioni e i protocolli tra Comune e proponente finiscono sull’albo pretorio online, cioè la bacheca ufficiale del Comune, e quel che non è ancora pubblicato si può chiedere con l’accesso agli atti. Spesso questo canale anticipa perfino i portali ambientali, e va guardato con attenzione nei Comuni a rischio: poli logistici, aree industriali, vicinanza alle grandi linee elettriche. Tieni d’occhio anche lo SUAP, lo sportello unico per le attività produttive, che è la porta da cui passano molte di queste pratiche.

Il quarto, infine, non serve a scoprire ma a calibrare: una volta intercettato il progetto, ti serve sapere su quale binario corre e con quali tempi, cioè se si applica l’Autorizzazione Unica o un’altra procedura, per programmare per tempo osservazioni, lettere e richieste di accesso invece di rincorrere le scadenze.

La regola operativa è il monitoraggio periodico, non l’allarme occasionale. Fissa un giorno al mese per il giro completo dei quattro canali sul tuo territorio, annota ogni segnale in una scheda e anticipa il controllo appena un canale accende una spia: è così che il «non lo sapevamo» diventa un calendario. La scheda di tracciamento pronta da compilare, insieme alle richieste preliminari da inviare al Comune, allo SUAP e al gestore della distribuzione elettrica, è tra i materiali allegati. E resta ferma l’avvertenza di fondo: intercettare non basta. Un segnale che non si traduce in atti resta un sospetto, non ancora una prova, e serve proprio a questo, a far scattare in tempo il passo successivo: la documentazione.

Documentare un data center prima di parlarne: il FOIA

È lo strumento che fonda tutti gli altri, e vale la pena conoscerlo per nome: l’accesso civico generalizzato, che molti chiamano il FOIA all’italiana, dall’inglese Freedom of Information Act, la legge che permette a chiunque di chiedere documenti alle pubbliche amministrazioni. Da noi lo prevede l’articolo 5, comma 2, del decreto legislativo 33 del 2013, e dice una cosa potente: chiunque, senza dover spiegare il perché, può ottenere dati e documenti dagli enti che rientrano in quella legge. La risposta è dovuta entro 30 giorni.

Una precisazione, per non promettere troppo: la legge si applica ai soggetti dell’art. 2-bis dello stesso decreto, con alcuni limiti ed esclusioni, e per le società controllate o partecipate va verificato caso per caso se l’attività richiesta è di pubblico interesse. In altre parole, non ogni partecipata e non ogni documento rientrano in automatico. E se arriva un no, o non arriva niente? Si chiede il riesame al RPCT, cioè il responsabile della trasparenza dell’ente (la sigla sta per responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza); per gli atti di Regioni ed enti locali può intervenire il difensore civico, dove è istituito; e resta il ricorso al TAR, il tribunale amministrativo regionale, nei termini di legge.

Un uomo sfoglia un faldone di documenti amministrativi appena ottenuti, seduto su una panchina davanti a un edificio pubblico

Su un data center, le richieste da fare sono quasi sempre le stesse, e conviene impararle a memoria: i consumi di acqua e di energia previsti e autorizzati; i pareri dei gestori dell’acqua e dell’elettricità; le convenzioni e i protocolli tra l’ente e il proponente, comprese le eventuali clausole di riservatezza, che vanno fatte emergere proprio perché qualcuno preferirebbe tenerle nascoste; gli studi sul calore di scarto e sulle alternative di raffreddamento; e, per gli impianti in mare, gli atti delle concessioni demaniali.

C’è poi una scorciatoia preziosa: quando si tratta di informazione ambientale, e i dati su acqua, aria ed energia di norma lo sono, il regime è ancora più favorevole (lo regola il decreto legislativo 195 del 2005), perché l’accesso non richiede di dimostrare un interesse. Anche qui esistono eccezioni tassative, per riservatezza, sicurezza, procedimenti in corso, dati personali e tutela dell’ambiente stesso, ma vanno motivate e interpretate in senso restrittivo. Lo ripetiamo, perché è il cuore del metodo: documenta prima di parlare. Un segnale senza atti è una voce di corridoio; lo stesso segnale, con gli atti in mano, diventa un’azione. I modelli di richiesta pronti da compilare, anche nella versione per l’informazione ambientale, sono tra i materiali allegati.

Entrare nei procedimenti di un data center: osservazioni, inchiesta e dibattito pubblico

Una volta che il progetto è uscito allo scoperto, comincia il momento in cui un cittadino può entrare ufficialmente nel procedimento e lasciare una traccia che l’amministrazione è obbligata a considerare. Lo strumento con il miglior rapporto tra sforzo e risultato sono le osservazioni alla valutazione di impatto ambientale (le prevede l’articolo 24 del decreto legislativo 152 del 2006): chiunque può presentarle nei termini della consultazione, e l’autorità deve prenderle in considerazione e darne conto nella motivazione del provvedimento. Non aspettarti una risposta individuale punto per punto, che la legge non impone in quella forma; aspettati però che le tue osservazioni pesino, per iscritto, sulla decisione. È la sede giusta per pretendere, nero su bianco e a verbale, le cose che contano: il bilancio idrico con l’indicazione della fonte e il WUE massimo; lo studio di fattibilità del recupero del calore d’inverno e d’estate; il piano dei generatori di emergenza con i limiti di emissioni e le ore massime di funzionamento; e, per il mare, il piano di smantellamento e la garanzia finanziaria. Conviene inoltre richiamare, nelle osservazioni, le linee guida del Ministero per le valutazioni ambientali dei data center (D.D. VA n. 257 del 2 agosto 2024), un riferimento tecnico e amministrativo rilevante, che però non equivale di per sé a una norma vincolante in ogni procedimento.

Una donna interviene in piedi durante un'assemblea pubblica in una sala comunale, con altri cittadini seduti che ascoltano

Si può chiedere di più. C’è l’inchiesta pubblica (la prevede l’articolo 24-bis dello stesso decreto), che trasforma la consultazione fatta di carte in un confronto orale, in cui le domande si fanno a voce e le risposte restano agli atti. E c’è il dibattito pubblico (lo regola il decreto legislativo 36 del 2023), una procedura di confronto aperto pensata per le opere pubbliche o di interesse pubblico che rientrano in certe categorie e soglie: un data center privato non vi rientra automaticamente, quindi spesso va invocato come richiesta politica di confronto volontario più che come diritto esigibile. Qui c’è un piccolo accorgimento comunicativo che funziona, da usare con misura: se il proponente rifiuta un confronto volontario, il rifiuto si può legittimamente raccontare e valutare, insieme alle ragioni addotte; non equivale però a una prova automatica di opacità, e presentarlo così ci esporrebbe. Gli schemi di osservazioni, già impostati sulle condizioni del capitolo precedente e da adattare al singolo progetto, e le richieste di inchiesta e di dibattito pubblico, sono tra i materiali allegati.

Far muovere la politica sui data center: lettere e atti, dal Comune all’Europa

Le lettere ai rappresentanti funzionano a tre condizioni, e vanno rispettate tutte: chiedono un atto preciso che il destinatario ha davvero il potere di compiere, fissano un termine, e annunciano che l’esito sarà reso pubblico. Fuori da questo schema, una lettera è uno sfogo; dentro, è una piccola leva. La mappa si percorre dal basso verso l’alto, perché ogni livello ha i suoi poteri.

Si parte dal Comune. Al sindaco e ai capigruppo si può chiedere un’interrogazione o un question time, una mozione o un ordine del giorno con prescrizioni puntuali (il recupero del calore, le fonti idriche, la pubblicazione dei dati), l’audizione del proponente in una commissione aperta al pubblico. E ci sono gli strumenti che la legge mette direttamente in mano ai cittadini: le istanze, le petizioni comunali, i referendum consultivi dove lo statuto li ammette, tutti previsti dal TUEL, il testo unico degli enti locali, che è la legge fondamentale dei Comuni.

Si sale poi alla Regione, scrivendo ai consiglieri per interrogazioni e mozioni, chiedendo una legge regionale sul modello lombardo ma migliorata nei suoi punti deboli (la partecipazione, l’acqua, i dati pubblici), e facendo pressione sulla Regione come autorità competente per molte valutazioni ambientali. Qui incontri un’altra sigla, l’AIA, l’autorizzazione integrata ambientale: non dipende dalla sola taglia del data center, ma può essere necessaria quando le attività connesse, in particolare gli impianti di combustione e i generatori, superano le soglie di legge (Allegato VIII del d.lgs. 152/2006).

Si arriva al Parlamento, ed è il livello dove adesso c’è una finestra aperta. Ai deputati e ai senatori del proprio territorio si possono chiedere interrogazioni a risposta scritta e, soprattutto, emendamenti alla legge quadro sui data center oggi all’esame del Senato: è lì che vanno portate le condizioni del capitolo «un data center si può fare bene». E c’è la petizione alle Camere, prevista dall’articolo 50 della Costituzione, uno strumento semplice e collaudato.

Infine, e non per importanza, ci sono gli eurodeputati, perché gran parte di questa partita si gioca a Bruxelles: la direttiva sull’efficienza da cui discendono gli obblighi sui data center, gli atti delegati in arrivo (le etichette di sostenibilità e i futuri standard minimi di prestazione), e i fondi europei destinati alle future gigafactory, ai quali potrebbe concorrere anche la proposta italiana che comprende Genova tra le sedi sostenute. La lettera agli eurodeputati italiani, in particolare ai membri delle commissioni competenti del Parlamento europeo, ENVI (ambiente, clima e sicurezza alimentare), SANT (la commissione per la sanità pubblica, autonoma dal 2025) e ITRE (industria, ricerca ed energia), chiede atti precisi: un’interrogazione alla Commissione sul ritardo italiano nel recepire la direttiva sull’efficienza; la vigilanza perché le etichette e gli standard minimi non vengano annacquati; e l’inserimento di condizioni ambientali vincolanti, su acqua, calore e dati pubblici, nei criteri con cui si finanziano le gigafactory.

Su questo c’è ora un calendario, ed è il momento di tenerlo presente. Con il Tech Sovereignty Package la Commissione ha messo nero su bianco un Data Centre Energy Efficiency Package: lo schema europeo di rating della sostenibilità dei data center, affidato a un atto delegato, è previsto per il 2026, le prime etichette sono attese per il 2027, e sempre per il 2027 è prevista la valutazione degli standard minimi di prestazione. Lo schema misurerà efficienza energetica, efficienza idrica, energia pulita, recupero del calore e flessibilità, cioè le stesse cose che chiediamo a ogni progetto. Vigilare perché non vengano annacquati significa intervenire mentre il quadro si forma: la consultazione pubblica sul regolamento di rating si è chiusa il 23 aprile 2026 e l’adozione era attesa entro il secondo trimestre 2026, mentre il lavoro sugli standard minimi restava in corso; l’intervento pesa ora, non quando le etichette saranno operative nel 2027.

E ci sono le due leve esterne, quelle che da fuori costringono a muoversi chi dentro tergiversa. La prima è la petizione al Parlamento europeo, prevista dall’articolo 227 del Trattato sul funzionamento dell’Unione (il TFUE), che apre un fascicolo nella commissione per le petizioni. La seconda è la denuncia alla Commissione europea per il mancato recepimento della direttiva sull’efficienza entro l’11 ottobre 2025: è un fatto oggettivo, documentabile con un semplice modulo online. Attenzione, però: la denuncia individuale non «apre» da sé una procedura di infrazione, sulla cui valutazione la Commissione mantiene discrezionalità, e nel caso italiano un intervento formale era già stato avviato.

Vale anche qui la regola di fondo, in ogni lettera e a ogni livello: una richiesta, un termine, l’annuncio che l’esito sarà pubblico. I modelli, livello per livello, comprese la bozza di mozione comunale, il pacchetto di emendamenti al DDL S.1821 e, per l’Europa, la lettera completa alle tre commissioni (ENVI, SANT e ITRE) insieme alla variante mirata sul solo fronte ITRE, sono tra i materiali allegati.

Attivare i controllori su un data center: esposti e segnalazioni

Esistono autorità il cui mestiere è controllare, e le si può mettere in moto con un esposto documentato. Conoscerle, e sapere a chi rivolgersi per ciascun problema, evita di disperdere energie. Per ogni autorità, però, conviene precisare sempre il fatto, la norma che si ritiene violata, il soggetto vigilato e il rimedio richiesto, perché un esposto fuori competenza si chiude da solo.

Per i costi di rete scaricati in bolletta e per le ricadute tariffarie delle connessioni c’è l’ARERA, l’autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, che si raggiunge con segnalazioni e con i contributi alle sue consultazioni pubbliche. Per i profili di danno erariale, cioè di danno ai soldi pubblici, c’è la Corte dei Conti. Qui serve realismo: una scelta politica sfavorevole o un canone basso non sono di per sé danno erariale. Perché ci sia, servono un danno concreto e attuale, una condotta contraria alle regole, un nesso tra l’una e l’altro e una responsabilità soggettiva; e l’esposto va corredato di atti e di una quantificazione, non di accuse generiche.

Per appalti, concessioni e conflitti di interesse nelle procedure c’è l’ANAC, l’autorità anticorruzione; per il greenwashing, cioè l’ambientalismo di facciata, e la pubblicità ingannevole rivolta al mercato, c’è l’AGCM, l’autorità garante della concorrenza, l’antitrust.

Sul fronte ambientale vero e proprio, per i superamenti dei limiti di rumore e di emissioni e per la cattiva gestione dei rifiuti ci sono le ARPA, le agenzie regionali per la protezione dell’ambiente, e la polizia ambientale; per i reati ambientali più gravi, come l’inquinamento e il disastro ambientale puniti dalla legge 68 del 2015 (i cosiddetti ecoreati) e, in mare, per l’abbandono di rifiuti e la discarica abusiva, c’è la Procura della Repubblica; e per i profili di infiltrazione mafiosa nella filiera c’è la Prefettura.

Resta, come ultima istanza per i cittadini direttamente danneggiati, la via giudiziaria: l’azione di classe e l’azione inibitoria collettiva (le prevedono gli articoli 840-bis e seguenti del codice di procedura civile) sono possibili solo quando ricorrono i requisiti processuali, e contro i provvedimenti amministrativi viziati resta il ricorso al TAR per i soggetti legittimati, strumenti per i quali serve un avvocato. Anche l’esperienza americana lo conferma: quando poggia su misurazioni e atti, la via giudiziaria può ottenere in tempi rapidi ciò che anni di lamentele non ottengono, pur con esiti che dipendono dal caso. È la differenza tra protestare e provare. Gli esposti tipo, con la guida ai documenti da allegare, sono tra i materiali.

La leva dell’opinione pubblica su un data center: una pressione che lascia il segno

Gli strumenti morbidi, quelli della pressione e della persuasione, funzionano a una sola condizione: che poggino su quelli duri visti finora. Senza atti e senza dati alle spalle restano slogan; con quelli dietro diventano una forza. Il repertorio è collaudato. Si possono rivolgere al proponente e all’amministrazione domande pubbliche, scritte e numerate, tenendo il conto pubblico delle risposte mancate: è il «contatore della trasparenza», e ha una virtù sottile, perché ogni domanda lasciata senza risposta diventa essa stessa una risposta, sotto gli occhi di tutti. Si possono scrivere lettere aperte cofirmate dalle realtà del territorio, dai comitati alle associazioni di categoria, dagli ordini professionali fino, per gli impianti in mare, alle marinerie, cioè alle comunità dei pescatori, che di quel mare vivono.

Si possono chiedere impegni volontari ma misurabili: l’adesione al Codice di condotta europeo sull’efficienza dei data center, la pubblicazione spontanea degli indicatori di efficienza e di consumo idrico, un patto territoriale sul calore. E si può, anzi si deve, riconoscere pubblicamente il merito ai progetti che accettano le condizioni, perché una pressione che sa premiare, e non solo punire, è più credibile e più efficace. Con la separazione di sempre, che è la nostra bussola e va detta chiaramente: Eywa fa divulgazione civica ambientale e mette in mano gli strumenti; le battaglie di parte hanno altri nomi e altri canali. Gli strumenti servono a tutti, e funzionano proprio perché non appartengono a nessuna bandiera.

I data center in mare: una frontiera, e i suoi rovesci all’italiana

C’è una frontiera che vale la pena conoscere fin da ora, perché prima o poi potrebbe bussare anche alle nostre coste: il data center che lascia la terraferma e va in acqua. Non è una cosa sola, sono tre, e conviene tenerle distinte. C’è il modulo sommerso, un contenitore sigillato posato sul fondo del mare. C’è la piattaforma galleggiante ancorata vicino alla costa, in pratica una nave che fa da data center, collegata a terra con i cavi. E c’è la piattaforma galleggiante autonoma, che se ne sta in alto mare e non tocca terra se non via satellite. La tecnologia è stata sperimentata e ha raggiunto le prime applicazioni commerciali, ma nessuna delle tre dispone ancora di una validazione indipendente di lungo periodo su vasta scala. Le prendiamo nell’ordine in cui rischiano di arrivare da noi: prima il fondale, che conosciamo già, poi il galleggiante, che è la novità più concreta.

Microsoft, con il Project Natick, posò al largo della Scozia un modulo con 864 server e lo tenne sul fondale per oltre due anni, registrando un tasso di guasto circa otto volte inferiore a quello di un gruppo di macchine a terra, grazie all’ambiente sigillato, privo di ossigeno e di sbalzi di temperatura, senza però dimostrare un nesso causale definitivo; il programma non è stato proseguito commercialmente ed è stato chiuso nel 2024. La Cina è andata oltre: il primo data center sottomarino commerciale al mondo è quello al largo di Lingshui, nell’isola di Hainan, operativo dal 2023; dal 2026 al largo di Shanghai, nell’area di Lingang, è in funzione un modulo da 2,3 megawatt, primo a essere alimentato direttamente da eolico offshore e parte di un progetto da 24 megawatt, con un consumo di acqua dolce dichiarato pari a zero e oltre il 95% di elettricità da eolico in mare aperto, dati però forniti dal gestore e non ancora verificati in modo indipendente.

Un pescatore a bordo del suo peschereccio osserva una grande piattaforma galleggiante ancorata al largo della costa

Il galleggiante, dicevamo, è la novità più concreta, e va guardato adesso perché il suo mondo non è il fondale degli oceani lontani, ma le rotte e i porti del Mediterraneo. Samsung Heavy Industries, che di mestiere costruisce navi, ha ottenuto già a fine aprile 2026, alla fiera Data Center World di Washington, un’approvazione di principio da due società di classificazione, l’American Bureau of Shipping e Lloyd’s Register, cioè il via libera al concetto di progetto e non a un impianto costruito, per un data center galleggiante da 50 MW. A giugno, al Posidonia di Atene, la più grande fiera armatoriale del mondo, ha poi siglato intese, nella forma di memorandum, con l’armatore greco Capital Clean Energy Carriers e con il produttore di server Supermicro. Il dato che ci riguarda non è la potenza, è il luogo di quelle firme: dentro l’ecosistema che muove anche i nostri mari. L’impianto raffredda con acqua di mare e genera energia a bordo con celle a combustibile alimentate a gas naturale liquefatto, e può lavorare in due modi: ancorato vicino alla costa e collegato a terra con i cavi, oppure più al largo, autosufficiente. Ecco il punto da non perdere: un impianto resta alimentato da un combustibile fossile anche quando lo si raffredda con l’acqua del mare, e «sostenibile nel raffreddamento» non vuol dire «sostenibile nell’energia». Tienilo fermo quando qualcuno lo presenterà come verde.

L’altra faccia è quella autonoma, e qui l’esempio è Panthalassa, una società americana che ha raccolto 140 milioni di dollari, con Peter Thiel a guidare il round, per una piattaforma, che chiama Ocean-3, capace di produrre elettricità dal moto delle onde, raffreddarsi con l’acqua del mare e rimandare i risultati a riva via satellite, senza cavi e senza ancore. Il primo pilota è annunciato entro l’anno, nel Pacifico settentrionale, e la disponibilità commerciale è indicata per il 2027. Quanto al costo, la società rivendica cifre che arriverebbero fino a 0,02 dollari per kWh: è un dato dichiarato dall’azienda, ripreso dalla stampa di settore, non una misura verificata su un impianto commerciale, e va preso per quello che è, una promessa, con la stessa cautela che useremmo a terra. Intorno c’è già un settore in movimento: l’armatore giapponese MOL ha firmato un memorandum d’intesa per sviluppare una piattaforma galleggiante tra i 20 e i 73 MW, con un primo obiettivo di varo nel 2027, e Nautilus Data Technologies gestisce da tempo una chiatta più piccola, da 6,5 MW, a un porto della California. Il segnale è chiaro: il mare sta uscendo dalla fase di laboratorio, pur restando in larga parte allo stadio di dimostratori e di progetti pre-commerciali.

Il galleggiante, però, porta con sé due rovesci che il fondale non aveva. Il primo è che la scelta del mare, spesso, non è una scelta ecologica ma una via d’uscita: a terra mancano spazio, energia e permessi, e l’acqua rischia di diventare il posto dove spostare gli stessi problemi irrisolti, lontano dagli occhi. Il secondo è la giurisdizione. Un impianto ancorato alle nostre coste impegna il demanio marittimo e il mare territoriale, e resta dentro le regole che questo manuale insegna a usare, dove accanto alle autorità marittime restano quelle ambientali; un impianto più al largo, invece, frammenta le competenze e riduce di molto la capacità di controllo diretto dello Stato costiero, ma non esce dalle regole, perché lì pesano di più il diritto del mare, lo Stato di bandiera, le convenzioni marittime e ambientali e le autorizzazioni per i cavi e gli approdi, e nella zona economica esclusiva lo Stato costiero conserva competenze specifiche sulle installazioni. È l’arbitraggio normativo, cioè la scelta del luogo fatta per stare dove le regole sono più deboli, e chiamiamolo con il suo nome. C’è infine un dettaglio che chiude il cerchio: più ci si allontana dalla costa, più cresce il peso della società di classificazione che certifica lo scafo, e il rischio è che la verifica tecnica del galleggiante finisca per contare più della valutazione ambientale pubblica. È una forma estrema del monitoraggio affidato a chi gestisce l’impianto, perché al largo manca l’occhio che a terra non manca mai.

I vantaggi potenziali per l’Italia non vanno negati: l’impianto può ridurre l’occupazione diretta di suolo e l’uso di acqua dolce per il raffreddamento, e sposarsi con l’eolico offshore in arrivo. Ma non cancella gli impatti: li sposta sul mare e sulle infrastrutture di collegamento, perché restano approdi, cavi, sottostazioni, cantieri di posa e manutenzione, con rumore anche subacqueo.

E qui una differenza pesa più di tutte: il mare italiano non è il Mar Cinese. La localizzazione può interessare beni del demanio marittimo, il mare territoriale o spazi a diversa giurisdizione nazionale, e il regime va individuato caso per caso; ma il contesto resta quello di una storia documentata di opacità, di infiltrazioni criminali nei lavori marittimi e nel ciclo dei rifiuti, e di carichi abbandonati appena recuperarli costa più che lasciarli sul fondo. Il precedente delle ecoballe disperse nel Golfo di Follonica (motonave Ivy, 2015) insegna: anni e risorse pubbliche per recuperare quel che un privato aveva perso.

Per questo gli scenari da prevenire vanno scritti prima, in sede di regole, e non rincorsi dopo. C’è il rischio del modulo che a fine vita, se rimuoverlo costa troppo, diventa un rifiuto adagiato sul fondale. C’è il rischio della concessione demaniale che si trasforma in rendita, con canoni simbolici e proroghe automatiche, lo stesso copione già visto su spiagge e porti. C’è il rischio dell’infiltrazione nella filiera di posa, manutenzione e smaltimento, attività ad alta intensità di subappalto. C’è il rischio del monitoraggio catturato, cioè affidato solo a chi gestisce l’impianto, che sott’acqua è ancora più grave perché nessun residente vede e nessun comitato passeggia. E c’è il rischio per la pesca e per le aree sensibili, a cominciare dalla posidonia, le praterie sottomarine che sono la culla della vita nel Mediterraneo, e dalle aree marine protette.

Su questo terreno l’Italia, di recente, una norma se l’è data, ed è importante conoscerla: la legge 26 gennaio 2026, n. 9, sulla sicurezza delle attività subacquee, in vigore dall’11 febbraio 2026, ha istituito l’Agenzia per la sicurezza delle attività subacquee (ASAS) e disciplina in modo organico le attività e le infrastrutture nella dimensione subacquea, comprese la posa e la manutenzione di cavi e condotte, la gestione delle interferenze e le zone di sicurezza, con l’avvertenza che alcune di queste previsioni, tra cui l’articolo 10 sulla gestione delle interferenze, acquistano efficacia soltanto dal 1° gennaio 2027. È il primo aggancio normativo da citare quando si parla di moduli sottomarini, insieme al Codice della navigazione, alla pianificazione dello spazio marittimo e alla valutazione di incidenza ambientale (VIncA) per le aree protette.

Le prescrizioni civiche da pretendere, diciamolo con onestà, in buona parte non sono ancora obbligo di legge ma proposta: non esiste un regime organico specifico per i data center sottomarini, e le regole delle piattaforme offshore non si trasferiscono automaticamente. La prima e più importante è la garanzia finanziaria di smantellamento, da versare prima dell’autorizzazione, commisurata al costo pieno di rimozione e smaltimento ed escutibile dallo Stato in caso di inadempienza o fallimento. La formula è semplice: nessuna garanzia, nessun modulo in acqua. Poi servono l’obbligo di rimozione integrale a fine vita con un termine certo; un registro pubblico dei moduli sommersi, con posizione, contenuto, proprietà, scadenze e ispezioni, perché ciò che non si vede dev’essere almeno leggibile; il monitoraggio ambientale affidato a soggetti terzi accreditati, con dati grezzi pubblici su temperatura, ossigeno e sedimenti; un presidio antimafia rafforzato su tutta la filiera; e vincoli di localizzazione espliciti, che tengano gli impianti fuori dalle aree marine protette, dalle praterie di posidonia e dalle zone di pesca. Senza questi paletti, la scelta del sito la farà il costo del cavo, non l’ecosistema.

Per la forma galleggiante se ne aggiungono altre, ed è bene dirle come ciò che sono: richieste, non ancora regole scritte. Se l’impianto produce energia a bordo a partire da combustibili fossili, quella generazione andrebbe trattata come una piccola centrale, con permessi, limiti di emissione su ossidi di azoto e polveri e ore massime di funzionamento, esattamente come per i generatori di emergenza a terra. Lo scarico termico in mare andrebbe misurato e dichiarato, perché l’acqua restituita più calda non è neutra per l’ecosistema. Il registro pubblico, poi, dovrebbe riguardare non solo i moduli sommersi ma anche le piattaforme galleggianti, con posizione, contenuto, proprietà e bandiera. E andrebbe prevista la regola che disinnesca l’arbitraggio: che qualunque impianto serva il mercato italiano, o faccia approdare i suoi cavi sul nostro suolo, sia tenuto a rispettare gli standard italiani ed europei su acqua, emissioni e dati, quale che sia la bandiera che batte. Senza una regola del genere, allontanare l’impianto dalla costa non cancella gli obblighi, ma rende molto più difficile farli rispettare, ed è proprio questo divario che la regola dell’approdo serve a chiudere. Il modello per i data center in mare, che tiene insieme l’accesso agli atti (concessione demaniale, giurisdizione, scarico termico, rumore subacqueo, smantellamento e garanzia) e le osservazioni da depositare, è tra i materiali allegati.

Le dodici domande da fare a ogni data center

Tienile in tasca come una bussola. Sono dodici domande, e hanno una virtù: se un progetto non sa rispondere non è pronto; se sa rispondere ma non vuole, ha già risposto. Sull’energia: quanta ne serve, da dove arriva, con quali contratti rinnovabili veri e aggiuntivi, e chi paga le opere di rete. Sull’acqua: quanta, da quale fonte, con quale WUE massimo, con quali prelievi e consumi assoluti, e che cosa succede nelle estati di siccità. Sul calore: dove va d’inverno e d’estate, e se esiste uno studio serio su teleriscaldamento e teleraffrescamento, con temperatura, rendimento e domanda. Sui generatori di emergenza: quali, con quali permessi, con quali emissioni (ossidi di azoto NOx e polveri) e con quante ore massime di funzionamento. Sul suolo: se l’impianto sorge su area dismessa o su suolo agricolo, e con quali compensazioni vincolate a opere verificabili. Sul lavoro: quanti posti permanenti, distinti da quelli temporanei di cantiere, e con quali garanzie di restituzione degli incentivi se quei posti non arrivano. Sul fisco: quali agevolazioni pubbliche, per quanti soldi, pubblicate dove. Sui dati: quali saranno pubblici, con quale frequenza, e in che rapporto con la banca dati europea. Sulla riservatezza: se esistono clausole di segretezza con gli enti pubblici, e su che cosa. Sui subappalti: chi sono i subappaltatori, con quali verifiche antimafia e quale tracciabilità dei pagamenti. Per gli impianti in mare: dov’è la garanzia di smantellamento, quanto vale, chi la incassa se serve. E sul controllo, che tiene insieme tutto: chi controlla, con quali risorse, e dove si leggono i dati del monitoraggio.

Questa lista, in versione stampabile da portare alle assemblee e ai banchetti, è tra i materiali allegati.

Gli errori da evitare davanti a un data center

Chi comincia sbaglia, ed è normale: l’importante è riconoscere gli errori più comuni per non ripeterli.

Il primo è parlare prima di avere gli atti. La fretta di denunciare, senza documenti in mano, produce un’opinione che il primo interlocutore preparato smonta in dieci secondi; con i documenti, la stessa cosa diventa inattaccabile. Il secondo è aspettare l’annuncio invece di fare il monitoraggio periodico: quando un progetto è notizia, le finestre per incidere sono spesso già chiuse, e ti ritrovi a rincorrere. Il terzo è confondere la quantità con la qualità: 89,73 gigawatt di richieste di connessione non sono 89,73 gigawatt di cantieri (la differenza la spieghiamo nel capitolo di contesto, in fondo, «Contesto e numeri: la stagione dei data center e la lezione americana»), e gridare al disastro su numeri gonfiati dalla speculazione fa perdere la cosa più preziosa che abbiamo, la credibilità.

C’è poi l’errore di chiedere tutto a tutti, invece di chiedere a ciascuno l’atto preciso che quel destinatario può davvero compiere: il sindaco non recepisce una direttiva europea, l’eurodeputato non convoca una commissione comunale. E c’è l’errore più insidioso di tutti, il sensazionalismo. Il rigore è la nostra forza, non un vezzo: una sola cifra indifendibile è l’appiglio con cui ti screditano l’intero lavoro, e per questo, diciamolo chiaro, meglio una cifra in meno che una cifra sbagliata.

Occhio anche a dimenticare l’estate: in Italia il calore di un data center deve poter lavorare dodici mesi l’anno, e a chi obietta che «da noi il teleriscaldamento non serve» si risponde con il teleraffrescamento, il suo gemello estivo. Ma l’errore di fondo, quello che vanifica tutti gli sforzi, è pensare che basti opporsi. Non basta. Serve indicare la strada, perché un data center si può davvero fare bene, e pretendere con forza che lo si faccia così. La differenza tra un comitato che dice solo no e uno che ottiene risultati sta quasi sempre qui.

Contesto e numeri: la stagione dei data center e la lezione americana

L’Italia è alla vigilia di una stagione di insediamenti tecnologici, e a spingere sono prima di tutto le candidature alle gigafactory europee dell’intelligenza artificiale, che la Commissione ha messo nel quadro di finanziamento InvestAI e nel programma EuroHPC. Il primo inciampo è di calendario, ed è anche il primo su cui ci aspettano al varco. La procedura EuroHPC aperta il 28 aprile e chiusa il 23 giugno 2026 riguardava il coordinamento e la cooperazione delle AI Factories e delle relative Antenne, non la selezione delle gigafactory: anche qui è bene distinguere le due cose, per non partire col piede sbagliato (la sigla del bando è nelle fonti).

Il quadro, intanto, si è consolidato. A gennaio 2026 il regolamento EuroHPC è stato modificato per includere le gigafactory, con un contributo dell’Unione fino al 17% dei costi ammissibili dell’infrastruttura di calcolo, cui si affiancano una quota nazionale e l’investimento privato. Ma al 14 luglio 2026 la call formale per selezionarle e finanziarle non risultava ancora pubblicata sul portale EuroHPC. Quando uscirà, la partita entrerà nel vivo, proprio nelle settimane in cui questo manuale serve, e il calendario stringe in fretta.

In parallelo corre l’Europa delle regole. Il 3 giugno 2026 la Commissione ha presentato il Tech Sovereignty Package, e dentro quel pacchetto la proposta di Cloud and AI Development Act, il CADA, che punta a triplicare la capacità europea dei data center entro cinque o sette anni. Occhio a non scambiarla per legge: è una proposta della Commissione, e prima di entrare in vigore dovrà essere negoziata e approvata da Parlamento e Consiglio. Se passasse così com’è, il CADA non si limiterebbe a finanziare: chiederebbe a ogni Stato membro almeno una «zona di accelerazione» per i data center, dove i titoli si aggregano in un’unica autorizzazione di base e il rilascio avrebbe un termine massimo di dodici mesi. Una corsia veloce europea che si somma a quella italiana, e che abbiamo incontrato quando abbiamo parlato di partecipazione, perché è lì che pesa.

Un dettaglio che cambia di continuo, e va tenuto d’occhio: a un certo punto come sede principale della proposta italiana è stata indicata Bologna, dopo aver considerato Genova, e la candidatura ligure è poi tornata in corsa con un rilancio; a metà luglio 2026 non risultano ancora sedi definitive ufficiali, con Ferrera Erbognone, nel pavese, indicata come sito a maggiore trazione industriale per la presenza del campus Eni-Khazna, e la selezione europea attesa a cavallo tra il 2026 e il 2027. Nel frattempo, secondo quanto riferito dalla stampa, il 23 giugno 2026 il Consiglio dei ministri avrebbe autorizzato un contributo volontario di 300 milioni di euro a EuroHPC, cioè all’impresa comune europea nel suo insieme e non a una singola sede italiana; alla data di aggiornamento non era stato reperito il provvedimento ufficiale che ne permettesse di verificare natura, copertura e destinazione. L’esempio che usiamo vale finché regge, bisogna seguire gli aggiornamenti; ma il metodo vale per qualsiasi territorio, sempre.

A spingere è anche un boom di richieste di allaccio alla rete elettrica che ha del clamoroso. Al 31 maggio 2026 le domande di connessione censite da Terna per data center erano 509, per 89,73 gigawatt complessivi, concentrate soprattutto in Lombardia. È una potenza enorme, e in gran parte scollegata dai progetti reali: nello stesso portale, le pratiche arrivate allo stadio finale, i cosiddetti «ready-to-build» (‘pronti da costruire’), restano una manciata. Appena 12, tutte in Lombardia, per 1,33 gigawatt, cioè una frazione minima del totale richiesto e ferma da mesi, mentre a crescere sono semmai i progetti pronti del fotovoltaico.

Prima di guardare altrove conviene contarli a casa nostra, tenendo tre cose ben separate, perché è qui che i numeri si gonfiano. Gli impianti già attivi in Italia sono circa 200. I progetti annunciati per il triennio 2026-2028 sono 83, che è tutt’altra cosa: sono annunci, non cantieri, e non tutti arriveranno nei tempi previsti. Le richieste di connessione censite da Terna, che abbiamo appena visto, sono una cosa ancora diversa, perché misurano la pressione sulla rete, non la potenza che verrà davvero costruita. Dietro i progetti annunciati, secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, ci sono 7,1 miliardi di euro investiti nel 2023-2025 e 25,4 miliardi di valore potenziale stimato per il 2026-2028: soldi annunciati, ma non ancora spesi. E la crescita non è distribuita. Il baricentro è l’area milanese, che da sola concentra 414 megawatt di potenza informatica, pari al 68% della potenza installata nazionale, mentre intorno a Roma la ricerca conta una ventina di data center, su scala molto minore. È la mappa che spiega perché la partita si gioca soprattutto in Lombardia, e perché ogni altro territorio ha ancora la finestra aperta per decidere come attrezzarsi.

Terna stessa, il gestore della rete elettrica nazionale, considera buona parte di quelle richieste pura speculazione. Il responsabile della programmazione territoriale, Mauro Caprabianca, ha stimato che, realisticamente, se ne realizzeranno solo pochi gigawatt, nell’ordine di 2 o 3 entro il 2028-2030. Per dare la misura del consumo attuale: secondo il rapporto Energy & Strategy del Politecnico di Milano, nel 2024 i data center italiani hanno assorbito circa 5,8 terawattora, pari a circa l’1,9% della domanda elettrica nazionale. Un’altra rilevazione, dell’Istituto per la Competitività (I-Com), scende a circa 3,9 terawattora. Le due cifre distano quasi del 49%, ma riguardano lo stesso anno, il 2024: la differenza è nel perimetro degli impianti contati e nel metodo di stima, e prima di usare uno dei due numeri come dato nazionale bisogna dire quale si sta usando e perché. Il punto vero comunque è un altro: l’accumulo di richieste immature può produrre quella che i tecnici chiamano «saturazione virtuale», può condizionare la pianificazione della rete e rallentare l’accesso dei progetti più avanzati, rinnovabili comprese. Il che non significa, però, che ogni richiesta blocchi automaticamente altrettanta capacità fisica.

Tutto questo è già successo altrove, prima e senza le stesse cautele. Conviene guardare da vicino, perché è la lezione che possiamo imparare per non ripeterne gli errori.

Un uomo fotografa con il telefono una fila di turbine a gas su rimorchio oltre una recinzione, in un sito industriale polveroso

Negli Stati Uniti il problema più trasversale sono i costi di rete. Le opere elettriche necessarie a connettere i data center spesso non le paga per intero chi le richiede, e una quota rilevante finisce nelle tariffe pagate da tutti. Nel 2025 l’organizzazione Union of Concerned Scientists ha ricostruito, nei piani di rete 2024 di sette dei tredici Stati serviti dall’operatore regionale PJM (oltre al District of Columbia), 130 progetti associati alla connessione di data center, per circa 4,36 miliardi di dollari.

C’è poi il prezzo dell’elettricità. Secondo un’analisi di Bloomberg, in alcuni nodi di rete all’ingrosso vicini a grandi concentrazioni di data center i prezzi sono saliti fino al 267% tra aprile 2020 e aprile 2025. Qui però serve precisione, altrimenti la cifra ci si ritorce contro: è l’aumento del prezzo all’ingrosso in singoli nodi, non l’aumento della bolletta di casa, e l’effetto sulle bollette finali dipende dalla struttura tariffaria locale. Un’analisi di PolitiFact ha giudicato fuorviante il salto diretto dall’uno all’altra.

C’è l’aria, e qui un caso recente insegna più di mille teorie. Per alimentare il proprio data center Colossus, a Memphis, l’azienda xAI ha installato decine di turbine a gas in un sito appena oltre il confine di Stato, a Southaven, nel Mississippi, senza aver ottenuto preventivamente uno specifico permesso per quelle unità. Secondo la NAACP e le organizzazioni ricorrenti, xAI ha continuato a usare turbine temporanee senza i permessi richiesti dal Clean Air Act; le autorità del Mississippi e il Dipartimento di Giustizia contestano però questa premessa, ritenendo che almeno alcune unità, montate su rimorchio, vadano trattate come fonti mobili esenti, mentre per una parte permanente dell’impianto un permesso è stato rilasciato. Contro l’impianto la NAACP, assistita da due organizzazioni legali ambientali, ha promosso una causa per violazione delle norme sull’aria; a metà giugno 2026, a causa ancora pendente, il Dipartimento di Giustizia americano è intervenuto chiedendone l’archiviazione, invocando ragioni di sicurezza nazionale. È un esempio prezioso proprio perché mostra che il contenzioso non è una vittoria automatica: dipende dagli atti, dai rapporti di forza e dall’esito.

C’è l’acqua. Un impianto hyperscale da 100 megawatt, cioè un data center di scala molto grande, viene associato dall’Agenzia internazionale dell’energia a un consumo dell’ordine di 2 milioni di litri al giorno: di questi, poco meno del 40% (circa 725.000 litri) è prelievo diretto in loco, mentre il resto è consumo indiretto legato alla produzione dell’elettricità, non prelievo dall’acquedotto locale. Sull’acqua girano i numeri meno controllabili, e proprio per questo vanno maneggiati con più cautela. Un consumo dell’ordine di un milione e mezzo o due milioni di litri al giorno per un singolo grande impianto non è un’esagerazione di parte: è in linea con i dati appena citati. Il problema non sono le cifre alte in sé, ma quelle tonde e senza fonte, e soprattutto la confusione tra il consumo di un singolo impianto e quello dell’intero comparto.

Per fissare la scala: negli Stati Uniti, nel 2023, i data center hanno consumato in modo diretto, per il raffreddamento, circa 66 miliardi di litri d’acqua in un anno (17,4 miliardi di galloni), ai quali si aggiungono circa 800 miliardi di litri di consumo indiretto legato all’elettricità. Sono dati d’insieme su base annua, non la portata giornaliera di un impianto: scambiarli per tali gonfia i numeri di ordini di grandezza, e regala a chi ci contesta l’appiglio più comodo. Per il singolo progetto la regola è una sola: chiedi i numeri veri, diretti e indiretti, medi e di picco, con fonte e metodo, e diffida di chi te li serve già arrotondati.

C’è infine il fisco. Le esenzioni fiscali, secondo gli audit statali, valgono importi rilevanti di gettito non incassato in Georgia, Virginia e Texas, spesso a fronte di pochi posti di lavoro permanenti per impianto. Sono però stime non direttamente comparabili tra loro, perché costruite con anni, perimetri e metodologie differenti: citale per quello che sono, non sommarle e non spacciarle per perdite nette accertate.

Sopra ogni cosa c’è la segretezza, che moltiplica tutti gli altri problemi: accordi di riservatezza con gli enti locali (gli NDA, cioè i patti di non divulgazione), nomi di progetto in codice, dati su acqua ed energia trattati come segreti industriali. Da qui una proposta che è il cuore civico del metodo, e che Eywa avanza come tale, non come descrizione del diritto vigente: i consumi aggregati di acqua ed energia e gli indicatori ambientali essenziali di un impianto che impegna risorse pubbliche dovrebbero essere pubblici, tenendo riservate solo le informazioni la cui segretezza sia specificamente motivata dalla legge.

La morale è semplice, e vale per ogni progetto che arriverà da noi. Senza l’obbligo di chiedere i permessi prima, l’impianto «provvisorio» rischia di diventare la centrale definitiva. Senza trasparenza, nessuno può valutare niente prima che sia troppo tardi. E il conto, alla fine, spesso, lo paga il territorio.

Eywa dice…

Il filo è uno solo, e attraversa ogni pagina: arrivare prima delle decisioni, non dopo. Prima si guarda a monte, si documenta con gli atti, si entra nei procedimenti mentre la finestra è ancora aperta; dopo restano solo lo sfogo e la rincorsa. Un segnale senza atti è una voce di corridoio, lo stesso segnale con gli atti in mano è un’azione: per questo si documenta prima di parlare. E c’è un secondo filo, altrettanto testardo: non basta opporsi. Un data center dannoso e uno accettabile si distinguono per un pugno di condizioni scrivibili nero su bianco, e quelle condizioni qualcuno, da qualche parte nel mondo, le ha già messe in pratica. Serve indicare la strada, e pretendere con forza che la si prenda. Con la separazione che è la nostra bussola: Eywa fa divulgazione civica ambientale e mette in mano gli strumenti; le battaglie di parte hanno altri nomi e altri canali. Gli strumenti servono a tutti, e funzionano proprio perché non battono nessuna bandiera. Il green si fa, non si dice.

Fonti e approfondimenti

Le fonti che seguono sono state usate e verificate nella stesura di questo manuale. Vengono prima gli approfondimenti pubblicati da Eywa, poi le fonti esterne.

Approfondimenti Eywa

Data center e AI rischiano di far saltare la rete elettrica «Eywa Divulgazione, 2026. La domanda elettrica dei data center, la pressione sulla rete e il rischio di costi scaricati in bolletta sui cittadini.»

I data center producono calore. Perché lo buttiamo nell’aria invece di riscaldare le case? «Eywa Divulgazione, 2026. Il recupero del calore di scarto e il teleriscaldamento, dai casi nordici al primo impianto italiano di Brescia.»

Gigafactory AI a Genova: l’acqua che nessuno quantifica «Eywa Divulgazione, 2026. Il consumo idrico della candidatura genovese e la trasparenza dei dati su acqua ed energia.»

Datacenter e acqua pubblica: la sete invisibile dell’intelligenza artificiale «Eywa Divulgazione, 2026. Il consumo idrico del comparto, l’impatto su falde e bollette e la differenza fra il singolo impianto e l’intero settore.»

Come segnalare un problema al Comune (e ottenere gli atti) «Eywa Divulgazione, 2026. La guida pratica all’accesso civico generalizzato e alla richiesta di atti e documenti alla pubblica amministrazione.»

Comunità energetiche: cosa significa davvero il 30 giugno «Eywa Divulgazione, 2026. Il nodo dell’energia, dell’addizionalità delle rinnovabili e del ruolo dei cittadini.»

Fonti

Direttiva (UE) 2023/1791 sull’efficienza energetica (EED). Unione europea, 2023. Obblighi sui data center, indicatori e rendicontazione.

Regolamento delegato (UE) 2024/1364. Commissione europea, 2024. Banca dati europea sulle prestazioni dei data center, soglia 500 kW IT, pubblicazione di aggregati.

Energieeffizienzgesetz (EnEfG), §11 e §12. Germania, 2023. Obblighi di recupero del calore (ERF 10, 15, 20%), tetti di PUE, quote rinnovabili ed esenzioni condizionate.

Legge regionale 3 giugno 2026, n. 11. Regione Lombardia, in vigore dal 20 giugno 2026. Incremento del contributo di costruzione del 100% su suolo agricolo e del 200% nei perimetri della LR 86/1983.

Decreto-legge 21/2026, art. 8 (Autorizzazione Unica), convertito con modificazioni (legge di conversione approvata l’8 aprile 2026). Procedimento unico di dieci mesi prorogabile e contrasto alla saturazione virtuale delle connessioni.

DDL S.1821. Senato della Repubblica. Delega al Governo sui data center; secondo la scheda del Senato assegnato in commissione, con esame non ancora avviato; il rapporto con il testo licenziato dalla Camera va verificato sui siti ufficiali.

Legge 26 gennaio 2026, n. 9. Sicurezza delle attività subacquee. Istituzione dell’ASAS, disciplina delle infrastrutture, dei cavi e delle condotte sottomarine, delle interferenze e delle zone di sicurezza; alcune disposizioni, tra cui l’articolo 10 sulle interferenze, hanno efficacia dal 1° gennaio 2027, e la piena operatività dell’ASAS dipende dagli atti attuativi.

Decreto legislativo 33/2013, art. 5. Accesso civico generalizzato; con d.lgs. 195/2005 per l’informazione ambientale; d.lgs. 152/2006, artt. 24 e 24-bis (osservazioni e inchiesta pubblica); d.lgs. 36/2023 (dibattito pubblico); legge 68/2015 (ecoreati); artt. 840-bis e seguenti c.p.c. (azione di classe); art. 50 Cost. e art. 227 TFUE (petizioni).

Portale Econnextion. Terna. Richieste di connessione dei data center: 509 per 89,73 GW al 31 maggio 2026; progetti ready-to-build una manciata, 12 per 1,33 GW al 31 maggio 2026 e fermi nei mesi precedenti; stime di realizzazione di pochi GW al 2028-2030 (M. Caprabianca, Terna).

PJM Data Center Issue Brief. Union of Concerned Scientists, settembre 2025. 130 progetti per circa 4,36 miliardi di dollari nei piani 2024 di sette Stati PJM.

Data centers and power prices. Bloomberg, 2025, e verifica di PolitiFact, 2026. Aumento fino al 267% dei prezzi all’ingrosso in singoli nodi, non delle bollette domestiche.

Energy and AI. Agenzia internazionale dell’energia, 2025. Consumi idrici ed elettrici dei data center, quota di consumo indiretto.

2024 United States Data Center Energy Usage Report. Lawrence Berkeley National Laboratory per il Dipartimento dell’energia USA, 2024. Consumo idrico diretto e indiretto del comparto statunitense (circa 66 e 800 miliardi di litri nel 2023; il consumo diretto corrisponde a 17,4 miliardi di galloni).

Causa xAI Memphis e Southaven. NAACP, con Southern Environmental Law Center ed Earthjustice; a metà giugno 2026 il Dipartimento di Giustizia USA è intervenuto chiedendo l’archiviazione per ragioni di sicurezza nazionale. Le allegazioni sui permessi sono contestate dalle autorità statali e federali; causa pendente al 14 luglio 2026.

Project Natick. Microsoft. Modulo da 864 server, tasso di guasto circa otto volte inferiore a quello terrestre; progetto chiuso nel 2024. Data center sottomarini commerciali cinesi: Lingshui-Hainan (2023) e Shanghai-Lingang (2026).

Nuclear-powered data center deals. smrintel.com, 2026. La mappa degli accordi nucleari degli hyperscaler per l’intelligenza artificiale: oltre 9,8 GW su 13 progetti; Microsoft 835 MW a Three Mile Island; Amazon 1,92 GW a Susquehanna.

Microsoft microfluidic cooling. Tom’s Hardware, 2025. I microcanali incisi nel chip e la riduzione della temperatura di picco fino al 65%, tre volte meglio delle piastre fredde.

Turning AI data centers into grid-interactive assets. EPRI, 2025. La flessibilità dei data center come servizio alla rete elettrica.

Data center in Italia tra semplificazione e sfida energetica. 01net, 2026. La delega S.1821, la qualifica di opera di pubblica utilità, l’autoproduzione e la gestione flessibile dei consumi.

AI Gigafactories. Commissione europea, 2026. Il regolamento EuroHPC modificato a gennaio 2026 e il contributo UE fino al 17% dei costi ammissibili dell’infrastruttura di calcolo. La procedura aperta il 28 aprile e chiusa il 23 giugno 2026 (HORIZON-JU-EUROHPC-2026-COAIF-03) riguardava il coordinamento delle AI Factories e delle Antenne; al 14 luglio 2026 la call formale per le gigafactory non risultava ancora pubblicata.

Linee guida MASE per le valutazioni ambientali dei data center, D.D. VA n. 257 del 2 agosto 2024.

Proposal for the Cloud and AI Development Act (CADA). Commissione europea, 2026. La proposta del 3 giugno 2026, le zone di accelerazione per i data center e il termine di dodici mesi per il rilascio dei permessi.

Strengthening Europe’s tech sovereignty. Commissione europea, 2026. Il Tech Sovereignty Package, lo schema europeo di rating della sostenibilità dei data center e la roadmap energetica con la flessibilità dei consumi. La stima dei 71 miliardi va riferita alla sola flessibilità dal lato della domanda (64% dei costi di consumo), non ai data center né alla digitalizzazione nel suo insieme.

Rating scheme for data centres, call for feedback. Commissione europea, 27 marzo 2026. Bozza di regolamento sullo schema di rating dei data center; consultazione pubblica chiusa il 23 aprile 2026; adozione attesa nel secondo trimestre 2026, prime etichette nel 2027.

Samsung Heavy Industries recruits Greek shipowner and Supermicro to bring 50MW floating AI data centers to market. Tom’s Hardware, 2026. Il data center galleggiante da 50 MW, l’approvazione di principio di ABS e Lloyd’s Register (aprile 2026), il memorandum al Posidonia (giugno 2026), il raffreddamento ad acqua di mare e la generazione a bordo tramite celle a combustibile a ossidi solidi alimentate a GNL.

Data centers at sea: Panthalassa nets $140M led by Peter Thiel for wave-powered AI. GeekWire, 2026. Il round da 140 milioni di dollari guidato da Peter Thiel, la piattaforma a moto ondoso Ocean-3 e il pilota nel Pacifico settentrionale.

Data center: il recupero dell’acqua diventerà obbligatorio. InnovationCity, 2026. La dichiarazione del presidente dell’ARERA Nicola Dell’Acqua all’Acqua Summit 2026 sul recupero idrico e sulla crescita della domanda elettrica; si tratta di una dichiarazione, non di una norma vigente.

Data center: recupero di calore per il teleriscaldamento. A2A, 2024. Il progetto Avalon 3 di Milano, la prima partnership industriale italiana del settore, il recupero di 15 gigawattora termici l’anno e le oltre 1.200 famiglie servite.

A2A ed Equinix, recupero di calore per il teleriscaldamento di Milano. A2A ed Equinix, 2 luglio 2026. Il progetto al campus Equinix di Settimo Milanese, quattro pompe di calore da 72 MW complessivi e due accumuli termici, circa 225 gigawattora termici l’anno per oltre 21.000 abitazioni e un aumento di circa il 20% del calore distribuito dalla rete milanese.

AI Gigafactory Ue, a che punto è il bando europeo. Key4biz, 2026. Lo stato del bando da 20 miliardi, il rilancio della candidatura di Genova e l’assenza di sedi definitive ufficiali alla data.

Master Q&A, assemblea degli azionisti 2026, sezione «Data Center». Eni, 6 maggio 2026. La centrale a gas esistente di Ferrera Erbognone sosterrà la fase iniziale del campus con Khazna; Blue Power è la soluzione di riferimento per il medio-lungo termine, non un prerequisito vincolante, con continuità garantita dagli impianti esistenti e, se necessario, dalla rete nazionale, anche in caso di indisponibilità del CCS di Ravenna.

Appendice. I modelli scaricabili

Questi sono i trentatré modelli pronti da compilare richiamati nel manuale, raggruppati per fase di lavoro; valgono qui come indice di ciò che il toolkit mette a disposizione, mentre i collegamenti ai file scaricabili vengono inseriti al momento della pubblicazione sul sito.

Accorgersene per tempo (stadio zero)

Per questa fase il toolkit mette a disposizione una scheda di tracciamento dei quattro canali, per annotare mese per mese i segnali su rete, valutazioni ambientali e atti urbanistici; una richiesta preliminare al Comune e allo SUAP, per far emergere manifestazioni di interesse, protocolli d’intesa e atti di indirizzo prima che il progetto sia formale; e una richiesta al gestore della distribuzione elettrica, per intercettare le connessioni sotto la soglia di trasmissione che non compaiono sul portale di Terna.

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Scheda di tracciamento dei quattro canali
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Documentare prima di parlare (accesso agli atti)

Due modelli: il FOIA al Comune o all’ente, per ottenere consumi di acqua ed energia, pareri, convenzioni e clausole di riservatezza (accesso civico generalizzato); e il FOIA per l’informazione ambientale, la versione più favorevole per i dati su acqua, aria ed energia, che non richiede di motivare la richiesta.

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FOIA al Comune o all’Ente
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FOIA per l’informazione ambientale
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Chiedere i numeri che contano (consumi, calore, rete, compensazioni)

Qui trovi una richiesta di accesso su oneri, compensazioni e convenzioni urbanistiche, per ricostruire con gli atti la dimensione immobiliare dell’operazione e le entrate per il Comune; una scheda di valutazione delle compensazioni, per distinguere ciò che è davvero aggiuntivo da ciò che è solo dovuto e trattare al rialzo su opere verificabili; una richiesta sullo studio del calore recuperabile, per chiedere il piano di recupero del calore d’inverno e d’estate, con temperatura, rendimento e domanda; una richiesta sul profilo di consumo e la flessibilità elettrica, per sapere se l’impianto è un carico rigido o sa piegarsi nei picchi, e con quali servizi alla rete; e una richiesta regolatoria al gestore di rete, per la documentazione di connessione, i tempi, le garanzie e la ripartizione dei costi delle opere.

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Richiesta di accesso su oneri compensazioni e convenzioni urbanistiche
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Entrare nei procedimenti (partecipazione)

Tre modelli: le osservazioni alla VIA, per mettere a verbale, e obbligare l’autorità a valutare, bilancio idrico, recupero del calore, generatori e smantellamento; la richiesta di inchiesta pubblica, per trasformare la consultazione di carte in un confronto orale con risposte agli atti; e la richiesta di dibattito pubblico volontario, da rivolgere al proponente quando il confronto non è obbligatorio per legge.

I data center in mare

Un modello dedicato di accesso e osservazioni per i data center in mare, che mette insieme la richiesta di atti (concessione demaniale, giurisdizione, scarico termico, rumore subacqueo, smantellamento e garanzia) e le osservazioni da depositare.

Far muovere la politica (dal Comune all’Europa)

Per il livello locale: la lettera al sindaco e ai capigruppo, per chiedere interrogazione, mozione e audizione del proponente; la bozza di mozione o ordine del giorno comunale, con le prescrizioni su calore, acqua e dati pubblici; e la petizione comunale, lo strumento che il TUEL mette in mano ai cittadini. Per la Regione: la lettera ai consiglieri regionali, per interrogazioni, mozioni e una legge regionale migliorata. Per il Parlamento: la lettera ai parlamentari del territorio, per interrogazioni ed emendamenti; il pacchetto di emendamenti al DDL S.1821, le dodici condizioni tradotte in criteri di delega; e la petizione alle Camere, ai sensi dell’articolo 50 della Costituzione. Per l’Europa: la lettera agli eurodeputati ENVI, SANT e ITRE, la lettera completa alle tre commissioni competenti del Parlamento europeo su ambiente e clima, sanità pubblica ed energia, da usare come richiesta principale; la lettera agli eurodeputati ITRE, la variante mirata sul solo fronte energia, efficienza e finanziamenti; la petizione al Parlamento europeo, ai sensi dell’articolo 227 del TFUE; e la denuncia alla Commissione europea, per il mancato recepimento della direttiva sull’efficienza.

Attivare i controllori (esposti e segnalazioni)

Sette modelli, uno per autorità: la segnalazione all’ARERA, sui costi di rete scaricati in bolletta; l’esposto alla Corte dei Conti, sul danno erariale, con i quattro requisiti e la quantificazione; la segnalazione all’ANAC, su appalti, concessioni e conflitti di interesse; la segnalazione all’AGCM, sul greenwashing e la pubblicità ingannevole; l’esposto all’ARPA, su rumore, emissioni e rifiuti; la denuncia alla Procura, sui reati ambientali; e la segnalazione alla Prefettura, sull’infiltrazione nella filiera.

La bussola

Le dodici domande in versione stampabile, da portare alle assemblee e ai banchetti.

I Dossier di Eywa
Le dodici domande in versione stampabile
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Alice Salvatore
Alice Salvatore
Alice Salvatore, è una politica “scollocata”, il concetto di scollocamento è un atto di volontaria autodeterminazione.Significa abbandonare un lavoro sicuro e redditizio, per seguire le proprie aspirazioni e rimanere coerente e fedele al proprio spirito.Alice Salvatore si è dunque scollocata, rinunciando a posti di prestigio, profumatamente remunerati, per non piegare il capo a logiche contrarie al suo senso etico e alla sua coerenza.Con spirito indomito, Alice continua a fare divulgazione responsabile, con un consistente bagaglio esperienziale nel campo della politica, dell’ambiente, della salute, della società e dell’urbanistica.La nostra società sta cambiando, e, o cambia nella direzione giusta o la cultura occidentale arriverà presto al TIME OUT.Alice è linguista, specializzata in inglese e francese, ha fatto un PhD in Letterature comparate Euro-americane, e macina politica ed etica come respira.
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