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Colleferro, negli atti del data center manca il numero che dice chi dovrà autorizzarlo

C’è una frase, dentro un documento pubblico di quarantuno pagine, che vale più di tutto il dibattito di questa estate. La scrive l’agenzia regionale per l’ambiente, l’ente tecnico che dà i pareri sull’inquinamento, e dice più o meno così: senza sapere quanto scaldano i generatori di emergenza di questo impianto, non posso dirvi che effetto avrà sull’aria.

Quel numero, nei due documenti che abbiamo letto, non c’è.

E non è un dettaglio da ingegneri. È lo stesso numero che stabilisce chi, fra la Regione e lo Stato, dovrà rilasciare il permesso vero per costruire il data center di Colleferro. Cioè: chi comanda su questa partita dipende da una cifra che, negli atti su cui è stato deciso, non compare.

Che cosa è successo a Colleferro, in breve

L’11 agosto 2026 il Consiglio comunale di Colleferro ha cambiato la destinazione di un terreno agricolo, circa 12 ettari. Lì dovrebbe nascere un data center per l’intelligenza artificiale: un capannone pieno di server, le macchine che macinano i dati e che consumano elettricità come una piccola città.

Sul come sia andato quel voto conviene essere precisi, perché le ricostruzioni non coincidono. Secondo il resoconto della stampa locale il gruppo di minoranza Colleferro Protagonista avrebbe votato contro l’acquisizione immediata del progetto e si sarebbe poi astenuto su un successivo ordine del giorno. Ma il verbale della seduta è il documento che fissa la sequenza in modo definitivo, e non l’abbiamo ancora.

Cinque mesi prima, il 19 marzo, era successo qualcosa di più importante e molto meno raccontato. La Regione Lazio aveva deciso che quel cambio di destinazione non doveva passare dalla valutazione ambientale strategica.

Vale la pena spiegare che cos’è, perché è il cuore di tutta la storia.

La valutazione che a Colleferro non c’è stata, spiegata semplice

Quando un Comune cambia le regole del proprio territorio, per esempio trasformando un campo in area edificabile, esiste un esame che serve a capire in anticipo che effetti avrà quel cambiamento: sull’acqua, sull’aria, sul paesaggio, sul traffico. Si chiama valutazione ambientale strategica. La sigla che troverete negli atti è VAS.

Non è la valutazione del singolo edificio, che verrà dopo ed è un’altra cosa. È la valutazione della regola: ha senso mettere questa funzione, qui?

Prima di deciderlo, si fa un pre-esame. Si chiedono pareri agli enti competenti, si guardano le criticità, e si stabilisce se l’esame completo serve oppure no. Il 19 marzo la Regione Lazio ha concluso questo pre-esame dicendo che non serviva. È una decisione motivata, scritta e pubblica: chiunque può scaricarla, e in fondo a questo articolo trovate il link.

Il documento che la accompagna, quello in cui gli uffici spiegano il ragionamento, è lungo quarantuno pagine. Contiene i pareri degli enti consultati, le risposte scritte della società che vuole costruire, e ventuno raccomandazioni finali al Comune.

Questo articolo nasce da quei due documenti soltanto, e conviene dirlo prima di cominciare, perché è il limite dentro cui vale tutto quello che leggerete.

Una premessa che cambia il senso di tutti i numeri

Nei fascicoli come questo c’è una distinzione che sfugge quasi sempre, e che invece è decisiva.

I dati tecnici che leggete, la potenza, l’acqua, la superficie, il tipo di raffreddamento, non sono misurazioni fatte dalla Regione. Sono dichiarazioni della società che vuole costruire, raccolte in una tabella di risposte ai pareri ricevuti. La Regione le riporta. Nei passaggi che abbiamo esaminato non emerge che le abbia verificate una per una.

Non è un’accusa: è il modo in cui funziona un pre-esame di questo tipo, dove chi propone dichiara e chi decide valuta se le criticità meritano l’esame completo. Ma cambia il peso di ogni cifra. Quando qui leggerete «secondo la società», significa esattamente questo.

Il numero che manca a Colleferro, e perché conta per chi ci abita

Torniamo alla frase da cui siamo partiti.

Da febbraio 2026 costruire e gestire un data center in Italia passa da una procedura unica, introdotta da una nuova legge. Il permesso finale non lo dà il Comune. Lo dà l’autorità competente per il permesso ambientale unico, quello che per gli impianti grandi tiene insieme aria, acqua e rifiuti.

E qui stail punto. Quale autorità sia, Regione o Stato, dipende da una cifra sola: quanto calore producono i generatori di emergenza, i motori che si accendono se salta la corrente. Sotto una certa taglia decide la Regione. Sopra i 300 megawatt termici decide lo Stato. «Termici» vuol dire che si misura il calore prodotto, non l’elettricità erogata: è un modo diverso di pesare la stessa macchina.

Nei due atti di marzo quel valore non compare. E a farlo notare non siamo noi: è stata l’agenzia regionale per l’ambiente a scrivere che senza la potenza dei generatori non poteva esprimere un parere sulla qualità dell’aria. Lo ha scritto per la valle del Sacco, che gli atti stessi collocano nella categoria peggiore della regione per l’aria.

C’è un dettaglio in più, e lo segnaliamo dicendo chiaramente che il ragionamento è nostro e non degli atti. È la società a scrivere che il progetto andrà al ministero dell’Ambiente per la valutazione di impatto e il permesso unico. Ma la competenza dello Stato scatta appunto sopra quella soglia. Che taglia hanno, allora, quei generatori? Nei documenti che abbiamo letto la risposta non c’è.

Il suolo di Colleferro, tre modi diversi di contarlo

Qui bisogna andare piano, perché è facile prendere lucciole per lanterne, e ci siamo passati anche noi.

Nel fascicolo il terreno viene descritto con tre grandezze diverse, che non misurano la stessa cosa.

La prima è la superficie impermeabilizzata, cioè quanto terreno viene coperto in modo che la pioggia non filtri più. L’agenzia per l’ambiente scrive di «un aumento di più di 57 ettari di superficie impermeabilizzata». La società risponde con una riga che corregge quel valore dividendolo per dieci: «la superficie occupata è di 5,7 Ha», cioè 5,7 ettari.

La seconda è appunto la superficie occupata, che è quella dei 5,7 ettari e può comprendere anche piazzali e strade interne.

La terza è l’occupazione permanente, che la relazione agronomica, lo studio che guarda il terreno dal punto di vista agricolo, quantifica in poco più di 32.000 metri quadri.

Tre modi di contare, tre numeri. Nei due documenti che abbiamo letto non è spiegato come si mettano in relazione fra loro. Non è detto che sia un errore: possono essere semplicemente misure di cose diverse. Fatto sta che chi legge il fascicolo, cittadino o amministratore, non trova scritto il passaggio da una all’altra.

E il comunicato di agosto? Parla di 76 ettari complessivi e di 57.800 metri quadri coperti. La tentazione è di accostare quei 57.800 metri quadri ai 5,7 ettari della società, che fanno 57.000, e dire che coincidono. Non si può. Superficie coperta e superficie occupata sono grandezze diverse: la prima è il costruito, la seconda può includere il resto. La vicinanza dei due numeri è una coincidenza interessante, non una prova che il progetto di agosto sia lo stesso valutato a marzo. Sui 76 ettari, poi, nei due atti di marzo e nel comunicato non è spiegato che rapporto abbiano con i 12 ettari della variante.

Quanto consuma il data center di Colleferro, e quanto ne sappiamo

Sull’elettricità il comunicato di agosto parla di 150 megawatt e, nella ripresa che ne fa l’agenzia di stampa, li attribuisce a Terna, la società che gestisce la rete elettrica nazionale. Per dare una scala: 150 megawatt sono l’ordine di grandezza dei consumi di una città media italiana.

Nei due atti di marzo quel valore non c’è, e non compare il nome del gestore della rete. L’unica cosa scritta è che sull’area è stato individuato un punto di connessione.

Sul fotovoltaico i numeri in circolazione sono almeno tre, e non li ricomponiamo. Il fascicolo di marzo indica 1,5 megawatt sull’edificio e le sue pertinenze, e per l’impianto a terra dà solo una superficie, precisando che quell’autorizzazione, a marzo, non risultava ancora avviata. Il comunicato di agosto annuncia 34 megawatt. La stampa locale, il 12 agosto, ha scritto invece di una potenza «ridotta da 11,9 a 9,9 MW». I documenti descrivono componenti e momenti diversi, e con quello che abbiamo non è possibile ricostruire il passaggio da una cifra all’altra. Lo diciamo così com’è, invece di far finta che torni.

Sulle persone, i numeri sono due e misurano cose diverse. I 60 sono il parametro che l’agenzia per l’ambiente usa a marzo per dimensionare fognatura e raccolta dei rifiuti. I 220 sono la stima di posti diretti annunciata dal Comune ad agosto, e nei due atti regionali non compaiono.

L’acqua del data center di Colleferro, secondo chi lo costruisce

Su questo gli atti dicono qualcosa di più preciso, e in parte più rassicurante, di quanto si sia letto in giro. Ma lo dice la società, non la Regione.

Il sindaco ha parlato di un data center «di seconda generazione», con raffreddamento ad aria e ricircolo delle acque. Negli atti la società è più tecnica: dichiara che le sale saranno raffrescate con refrigeratori ad aria, e che quindi l’impianto, per il suo funzionamento normale, non ha bisogno d’acqua. Indica anche come: un circuito chiuso in cui gira un liquido che raccoglie il calore dai server, lo cede all’aria attraverso radiatori e torna indietro. Senza evaporazione, cioè senza che l’acqua se ne vada in vapore. L’acqua potabile dichiarata è 10 metri cubi al giorno, per i soli uffici.

Se confermata, è la configurazione giusta, ed è quella che in un territorio con problemi d’acqua andrebbe pretesa. Resta una domanda. Gli atti descrivono radiatori ad aria e non indicano nessun aiuto ad acqua per i giorni più caldi. Per escludere consumi aggiuntivi nelle giornate di picco serve una conferma esplicita nel progetto, e negli atti quella conferma non c’è né in un senso né nell’altro.

C’è poi una cronologia da raccontare per intero. Il 19 novembre 2025 l’agenzia per l’ambiente chiede due cose: quanta acqua serve per il solo raffreddamento e quanto è efficiente l’impianto. Il 26 novembre la società risponde che per il raffreddamento l’acqua non serve, e rimanda il resto alla fase successiva. Nel frattempo il gestore del servizio idrico, a cui era stato chiesto un parere sulla disponibilità d’acqua, non risponde. Non rispondono nemmeno la ASL e l’autorità di bacino, l’ente che governa il bacino del fiume.

Come abbiamo raccontato nell’approfondimento sul circuito chiuso, il conto dell’acqua di un data center si legge sul sistema che butta fuori il calore, non su quello che lo raccoglie.

Le cose che gli enti avevano sollevato su Colleferro, e che si sono fermate per strada

Questa è la parte che nel dibattito di agosto non è entrata, ed è quella dove il controllo civico ottiene di più. Perché riaprire una casella chiusa non costa niente a nessuno.

L’alternativa. La Città metropolitana di Roma Capitale ha scritto che sarebbe opportuno valutare una collocazione diversa, preferibilmente in un’area produttiva già esistente, in località Piombinara. La Regione ha quindi chiesto al Comune di motivare, analizzando le alternative, il ricorso a un terreno agricolo mai costruito. La società ha risposto che in quelle aree l’impianto non si può fare, e la sua fonte è una dichiarazione del Comune di Colleferro, cioè della stessa amministrazione che ha proposto il cambio. Fra le raccomandazioni finali la Regione chiede al Comune un documento formale che attesti l’assenza di alternative: nei due atti che abbiamo letto quel documento non compare.

La strada. L’accesso al data center richiede una viabilità che ricade in parte nel territorio di Segni, e la direzione regionale scrive che senza il sì di quel Comune l’intervento non sarebbe realizzabile, perché resterebbe senza strada. Segni ha attestato che le sue norme consentono strade in quelle aree, ma l’assenso al procedimento è un atto diverso e successivo. C’è un secondo aspetto, ed è il più delicato: quel tratto di strada tocca il perimetro dell’area inquinata della valle del Sacco, quella che lo Stato ha delimitato e deve bonificare. Il ministero dell’Ambiente lo ha verificato su una mappa e ha chiesto di attivare la procedura prevista per gli interventi nei siti contaminati, che va fatta prima di costruire. La viabilità è rinviata a un procedimento separato, e per questo non rientra nell’oggetto della valutazione conclusa a marzo.

Il calore. Un impianto di questa taglia produce calore in quantità industriale. Il raffreddamento a liquido dichiarato dalla società è anche quello che rende quel calore riutilizzabile a temperature abbastanza alte da scaldare edifici: a Brescia, dal giugno 2025, un piccolo data center cede il proprio calore ai tubi del teleriscaldamento cittadino. È un impianto dimostrativo, non un paragone di dimensioni. Una direttiva europea sull’efficienza energetica chiede agli Stati di garantire il riuso del calore di scarto nei data center sopra un megawatt, salvo che si dimostri che non è possibile o non conviene, e fissava all’ottobre 2025 il termine per tradurla in legge nazionale 【DA VERIFICARE: stato del recepimento italiano alla data di pubblicazione】. Negli atti il tema c’era: l’agenzia per l’ambiente parlava di riusare il calore per attività industriali o agricole, la Città metropolitana citava esplicitamente il teleriscaldamento. Poi la Regione ha chiuso con 21 raccomandazioni al Comune, che arrivano a occuparsi dei limiti di rumore e delle specie di alberi da piantare. Di recupero del calore non parla nessuna delle 21.

Le altre otto pratiche. L’agenzia per l’ambiente osserva che il Comune di Colleferro ha già presentato in passato 8 richieste dello stesso tipo sulla stessa zona, e chiede di verificare gli effetti cumulativi e l’eventuale frammentazione di una trasformazione da valutare insieme. La Regione risponde richiamando le distanze: quelle pratiche riguardano un’altra zona e stanno fra 2 e 5 chilometri. Nel passaggio che abbiamo letto non è esplicitata una valutazione degli effetti sommati.

Il parere più severo del fascicolo di Colleferro, e un avvertimento onesto

Fra gli enti di cui la relazione riporta osservazioni, la Soprintendenza è quella che ha scritto le cose più dure: che il progetto mostra poca attenzione a limitare il consumo di suolo, che l’area subirebbe una trasformazione sensibile anche per come si vede, e che sarebbe meglio valutare una ricollocazione dall’altro lato dell’autostrada, dove le attività produttive ci sono già.

Nella nota di novembre lo stesso ufficio ritiene indispensabile sottoporre l’intervento alla valutazione completa. Nel riassunto che la Regione fa di quel parere, quella richiesta non compare. Nel resto dell’atto non viene né accolta né respinta. E le premesse della decisione affermano che gli enti consultati non hanno evidenziato impatti significativi, mentre poche righe più sotto elencano le criticità che quegli stessi enti avevano segnalato.

Qui serve un avvertimento onesto, e va letto prima di usare questa parte. La nota della Soprintendenza è stata sostituita, 20 giorni dopo, da una rettifica dello stesso ufficio. Il testo della rettifica non è fra i documenti che abbiamo potuto leggere. Se quella rettifica avesse cambiato la richiesta, questa parte andrebbe riscritta. Lo scriviamo qui, in chiaro, e non in una nota a fondo pagina.

Va detto anche che la stampa locale, il 12 agosto, aveva già segnalato che la relazione istruttoria suggeriva la valutazione completa.

Eywa dice…

Il progetto di Colleferro non è né uno scandalo né una benedizione. È un’opera grande in un territorio fragile, e la decisione che le ha aperto la strada è stata presa su un fascicolo in cui l’ente tecnico chiamato a valutare l’aria ha scritto di non poterlo fare, perché gli mancava un numero. Quel numero, nei due atti che abbiamo letto, non c’è. Ed è lo stesso che stabilisce chi dovrà firmare il permesso.

Non serve pensare male per trovarlo strano. Basta leggere.

La partita non si è chiusa con il voto di agosto. Si apre adesso, quando il progetto entrerà nella procedura nazionale: lì chiunque può depositare osservazioni, e l’autorità deve tenerne conto quando motiva la decisione. Attenzione ai tempi, però: per i data center i termini della valutazione ambientale sono dimezzati rispetto agli altri progetti. Chi si accorge della finestra quando è già aperta, di solito arriva tardi.

C’è una cosa sola da fare adesso, e si fa in mezz’ora. Chiedi per iscritto alla Regione Lazio la rettifica della Soprintendenza del 20 novembre 2025. È il documento che dice se quella richiesta di valutazione completa è stata confermata oppure ritirata, ed è il primo che serve a chiunque voglia capire davvero come è andata. Il modello è già compilato con l’oggetto esatto e i numeri di protocollo. Se prima vuoi capire come funziona una richiesta di accesso agli atti, la guida è fra gli approfondimenti qui sotto.

Un documento, una richiesta, mezz’ora.

Approfondimenti Eywa

Data center senza acqua: cosa non dice il circuito chiuso «Eywa Divulgazione, 2026. Perché il circuito chiuso non basta a dimostrare che un impianto non consuma acqua, e quale numero guardare invece.»

Data center: arrivare prima delle decisioni «Eywa Divulgazione, 2026. Il manuale civico con i modelli di accesso agli atti, le dodici domande da fare a ogni progetto e i termini dei procedimenti.»

Il calore che buttiamo via: recupero del calore dai data center «Eywa Divulgazione, 2026. Che fine fa il calore di scarto, perché la temperatura del liquido cambia tutto e come funziona il caso di Brescia.»

Datacenter e acqua pubblica: la sete invisibile dell’intelligenza artificiale «Eywa Divulgazione, 2026. La ricaduta dei consumi idrici su falde, pozzi privati e tariffe, a partire dai casi della Georgia.»

Data center e AI: rischiano di far saltare la rete elettrica (e di finire in bolletta) «Eywa Divulgazione, 2026. La domanda elettrica dei nuovi poli digitali e la questione di chi paga il potenziamento della rete.»

Petizione in Senato sui data center «Eywa Divulgazione, 2026. Lo strumento per chiedere criteri vincolanti prima che il Governo scriva i decreti attuativi della legge delega.»

Gigafactory AI a Genova: l’acqua che nessuno quantifica «Eywa Divulgazione, 2026. Un altro territorio, un altro impianto di calcolo, la stessa domanda mai posta prima della decisione.»

Segnalare un problema al Comune: accesso agli atti e FOIA «Eywa Divulgazione, 2026. Come si scrive una richiesta di accesso, a chi si manda, quanto tempo hanno per rispondere e cosa fare se rifiutano.»

Fonti

Determinazione G03708 del 19 marzo 2026, esclusione dalla valutazione ambientale strategica Regione Lazio, Direzione regionale Urbanistica e politiche abitative, 2026. Provvedimento che esclude dalla VAS la variante «Data Center Cobra Green Hyperscale», pratica VER-2025_20, «con le raccomandazioni di cui alla Relazione Istruttoria». È l’atto motivato e pubblico con cui, cinque mesi prima del voto comunale, la Regione ha chiuso l’esame.

Relazione istruttoria allegata alla determinazione G03708 Regione Lazio, 2026. Quarantuno pagine con i pareri dei cinque enti che hanno risposto, le controdeduzioni del proponente, cioè le sue risposte scritte ai pareri, e le ventuno raccomandazioni finali. È la fonte di tutte le citazioni di questo articolo. Gli altri documenti utili si chiedono così: alla Regione Lazio la relazione istruttoria integrale con le controdeduzioni e la rettifica della Soprintendenza del 20 novembre 2025, al Comune di Colleferro la delibera dell’11 agosto 2026 con i suoi allegati e l’ordine del giorno votato in aula.

Colleferro dice sì al Data Center: astensione di Colleferro Protagonista La Torre Oggi, 16 agosto 2026. Ricostruzione del voto in Consiglio comunale e dichiarazioni del sindaco, compresa la formula del data center «di seconda generazione».

Data center a Colleferro: stop degli enti sovracomunali, ma il Comune procede la Spunta, 12 agosto 2026. I vincoli sull’area, la questione della valutazione ambientale sollevata in aula e le variazioni del progetto fotovoltaico.

Mega data center a Colleferro, il Comune approva uno dei progetti più grandi d’Italia Adnkronos su Key4biz, 12 agosto 2026. Comunicato dell’amministrazione: settantasei ettari, 57.800 metri quadri coperti, centocinquanta megawatt di potenza elettrica assegnata dal gestore della rete, trentaquattro megawatt di fotovoltaico, duecentoventi addetti diretti a regime.

Polemica Data Center: l’intervento del Comitato residenti Colleferro Casilina News, 12 agosto 2026. Posizione del comitato cittadino sulla mancanza di alternative localizzative.

Decreto legge 21 del 2026, articolo 8 Repubblica italiana, 2026. Procedimento unico per i centri dati, in vigore da febbraio e convertito con modificazioni dalla legge 49 del 10 aprile 2026: titolo rilasciato dall’autorità competente per l’autorizzazione integrata ambientale, competenza statale sopra i trecento megawatt termici di potenza dei generatori, termini della valutazione di impatto ambientale dimezzati.

Primi indirizzi operativi sul procedimento unico per i centri dati Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, 21 luglio 2026. Chiarisce che la conformità urbanistica è presupposto necessario e preliminare, e che l’autorizzazione unica non vale di per sé come variante urbanistica.

Linee guida per le procedure di valutazione ambientale dei data center, decreto direttoriale 257 del 2 agosto 2024 Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, 2024. Riferimento tecnico richiamato dalla Regione: le alternative localizzative vanno illustrate e motivate.

Direttiva (UE) 2023/1791 sull’efficienza energetica Unione europea, 2023. L’articolo 26 chiede agli Stati di garantire il riuso del calore di scarto dei data center sopra un megawatt, salvo dimostrata infattibilità tecnica o economica. Termine di recepimento non ancora onorato dall’Italia.

Sito di interesse nazionale «Bacino del Fiume Sacco» Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica. Perimetro del sito da bonificare, circa settemiladuecento ettari fra diciannove comuni, che la viabilità di accesso al data center interseca.

A2A, nuovo calore green per Brescia: inaugurato il primo data center con raffreddamento a liquido collegato a una rete di teleriscaldamento A2A, 25 giugno 2025. L’impianto dimostrativo che cede calore alla rete cittadina, citato come precedente tecnologico e non come paragone dimensionale.

Team Eywa
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Redazione di Eywa Divulgazione. I migliori collaboratori e giornalisti che si impegnano per una divulgazione green concreta e reale.
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