Da vent’anni, su un pezzo di periferia di Reggio Emilia, c’è un progetto che aspetta di essere costruito. L’area si chiama Ospizio: è un comparto dismesso dove la vegetazione è ricresciuta da sola, e un’assemblea di cittadini la chiama Bosco Ospizio. Il progetto nasce nel 2006, negli atti si chiama piano di riqualificazione urbana, ed è già approvato. Mette insieme quattro cose: la struttura commerciale di Conad Centro Nord, una biblioteca di quartiere, un Polo dei servizi territoriali e una Casa della Comunità.
La stampa locale riferisce che il progetto si è rimesso in moto dopo passaggi davanti al giudice amministrativo; chi abbia fatto ricorso, negli atti esaminati non è indicato, quei fascicoli non sono stati acquisiti, e su che cosa abbiano deciso qui non si scrive. Poi è arrivata una variante, che lo ha ridotto e riorientato: la capacità edificatoria scende da 24.849 a 12.960 metri quadrati, di cui 11.860 per funzioni private e 1.100 per funzioni pubbliche; gli usi passano da «prevalentemente residenziali» a un insieme di servizi terziari e commerciali; l’assetto viene rifatto in uno «sviluppo a piastra orizzontale composto da cinque blocchi tra loro collegati da percorsi porticati e ciclopedonali».
Per costruire bisogna tagliare, e il progetto lo mette per iscritto. Nella versione depositata gli alberi da abbattere sono 154. Nel febbraio 2026, quando il Comune annuncia i titoli edilizi, gli abbattimenti scendono a 98.
Al posto di quelli che cadono ne arrivano altri, ed è qui che il conto si allarga. Dentro il comparto i nuovi impianti previsti sono 288, poi diventati 371, per un totale di 595 alberi ad area finita. Il numero che però fa il giro è un altro, ed è 1.572: sono gli alberi messi in fila dal Comune fra il comparto e il resto della città. Di quei 1.572, 977 stanno fuori dal comparto, cioè in altri punti di Reggio Emilia. E di quei 977, il Comune stesso ne conta 217 come compensazioni dovute per abbattimenti precedenti non autorizzati: chi quei tagli li abbia fatti, il comunicato non lo scrive. Sono piante che qualcuno doveva comunque mettere, per una sanzione, e che compaiono nel bilancio di questo progetto.
E la valutazione ambientale? Per un piano di questa portata esiste una procedura in cui l’ente mette per iscritto gli effetti previsti e confronta le alternative. Qui non si è fatta. Nel marzo 2024 la Provincia di Reggio Emilia ha chiuso la verifica preliminare e ha escluso la variante da quella procedura, perché «non sono attesi effetti ambientali negativi significativi derivanti dalla sua attuazione», accompagnando l’esclusione con quattro condizioni.
E adesso il punto. Tutte quelle cifre, gli alberi da abbattere, quelli che restano, quelli da ripiantare qui e altrove, partono da un numero solo: «358 alberi oggi esistenti». La frase sta in un documento di piano dell’ottobre 2015, ripreso in mano nel maggio 2023 per quello che dichiara essere un «aggiornamento planimetrico». Quel «oggi» non ha una data: negli atti pubblici esaminati non c’è scritto quando quegli alberi siano stati contati, con quale metodo, né chi abbia firmato il rilievo.
E se a questo punto ti stai chiedendo se quell’area sia davvero un bosco, nel senso che la legge dà a questa parola, la risposta è che non lo stabilisce nessun atto pubblico esaminato, né in un senso né nell’altro: le tre misure che servirebbero per dirlo non risultano prese. Per questo qui non si discute la parola. Si discute la data.
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