Il raffreddamento senza evaporazione esiste e toglie quasi tutta l’acqua ai server. Ma la formula non descrive l’ultimo stadio, che è quello che consuma. E i dati per controllarla, in Italia, dovrebbero già essere pubblici.
Nelle presentazioni dei nuovi data center compare spesso la stessa formula: «raffreddamento a circuito chiuso, consumo idrico praticamente nullo». Può descrivere un impianto che davvero non evapora acqua per raffreddare i server. Ma la formula, da sola, non lo dimostra. Il circuito che raccoglie il calore dai server e il sistema che lo scarica fuori sono due cose diverse, e l’acqua si consuma nella seconda.
Non è una questione di sospetto verso chi progetta. È una questione di quale numero si guarda.
Due circuiti, e l’acqua sta solo nel secondo
Il circuito che raccoglie il calore dai server può essere chiuso davvero. Gira, si scalda, torna indietro, e in esercizio normale non consuma quasi niente. Questo però non dice nulla su come quel calore venga poi buttato nell’ambiente, che è il punto in cui l’acqua sparisce.
Una torre evaporativa la consuma per definizione: il calore se ne va insieme al vapore, e il vapore va rimpiazzato con acqua nuova. Un sistema adiabatico, cioè uno che lavora a secco quasi sempre, ne usa molto meno: bagna l’aria in ingresso o lo scambiatore soltanto nelle giornate in cui l’aria da sola non basta. Un raffreddatore a secco può lavorare senza evaporare niente. Restano in ogni caso il primo riempimento dell’impianto e gli usi ordinari del sito, dai bagni alle pulizie.
La domanda utile riguarda allora l’ultimo stadio: quale sistema scarichi il calore, e in quali condizioni entri in funzione. Nei progetti quella parte si chiama in molti modi, e conviene riconoscerli. Reiezione del calore, che vuol dire semplicemente buttarlo fuori. Torre, adiabatico e raffreddatore a secco, cioè i modi per farlo. Reintegro e spurgo, che sono l’acqua rimessa nel circuito e quella scaricata quando è diventata troppo salata per restarci.
Anche l’impianto simbolo usa acqua nei giorni più caldi
L’azienda che ha portato questa formula sulle prime pagine è Microsoft, che dal 2024 progetta i nuovi data center con raffreddamento diretto ai chip e circuito chiuso senza evaporazione, dichiarando di evitare così più di 125 milioni di litri d’acqua l’anno per impianto.
Poi c’è come sono fatti davvero. Mount Pleasant, in Wisconsin, è uno dei due siti indicati come pilota di quel progetto ed è pienamente operativo dall’estate del 2026. A descriverlo è stata la stessa azienda, un anno prima: oltre il 90% della struttura sta sul circuito chiuso riempito in cantiere, mentre la parte restante lavora con l’aria esterna e passa all’acqua soltanto nei giorni più caldi.
La conferma arriva dalla fonte meno sospettabile. Perfino nella struttura che ha reso celebre la formula l’acqua non è zero: è ridotta moltissimo e concentrata in pochi giorni. Quanto a Phoenix, l’altro sito pilota, a metà 2026 l’azienda lo descriveva ancora come evaporativo, con uso di acqua fino al 40% dell’anno.
Meno acqua vuol dire più corrente, ma non in proporzione fissa
Nello stesso annuncio, Microsoft scrive che sostituire i sistemi evaporativi con il raffreddamento meccanico farà salire il proprio consumo energetico complessivo, e parla di un aumento «nominale» rispetto ai progetti precedenti, attenuato lavorando con liquidi più caldi. È un’ammissione che pesa, perché arriva da chi vende la soluzione.
Sarebbe però scorretto raccontarla come un semplice trasferimento del conto dall’acquedotto alla rete elettrica. L’evaporazione non è gratis nemmeno lei, perché vuole pompe, ventilatori e trattamento dell’acqua. E come osserva Uptime Institute, i sistemi a secco più recenti possono ridurre la differenza fino a un costo complessivo paragonabile, mentre dove l’acqua abbonda un buon adiabatico resta spesso la scelta ambientalmente migliore. I due bilanci vanno letti insieme, e per quel sito.
Vale anche per l’acqua che nel conteggio dell’impianto non compare mai. Il legame esiste, perché produrre elettricità significa quasi sempre raffreddare qualcosa: secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, fra il 2020 e il 2023 il raffreddamento delle centrali ha pesato per il 33% dei prelievi idrici dell’Unione, più dell’agricoltura. Quella cifra però misura l’acqua prelevata, che è cosa diversa da quella consumata davvero, e sta calando insieme al mix elettrico. Serve a capire quanto acqua ed energia siano legate. Da lì non si ricava però una regola da applicare al singolo data center.
L’acqua che conta per un acquedotto è quella del giorno peggiore
I sistemi adiabatici possono restare a secco per gran parte dell’anno e chiedere acqua solo nelle condizioni più dure. Uptime Institute cita, per i climi freschi, esempi di 4-12 ore al giorno per 5-20 giorni l’anno. Restano esempi legati a quei climi. Per capire quanto beve un impianto in Italia servono i dati climatici del posto, il carico dei server e le temperature di esercizio.
Il punto trasferibile è un altro, ed è il più scomodo. Dove l’acqua serve da integrazione, il consumo si concentra nelle giornate estive più calde. Cioè, nei territori già fragili, esattamente quando ce n’è meno. Un totale annuo basso può quindi convivere con una richiesta di punta pesante, e la media annua è il numero che nasconde proprio la cosa che preoccupa il gestore idrico. Servono entrambi, letti insieme alla fonte del prelievo e agli altri usi del bacino.
Due impianti della stessa azienda, due bilanci d’acqua
Il rapporto ambientale di Google permette un confronto pulito, perché tiene separate tre grandezze che nel dibattito finiscono sempre mescolate: quanta acqua si preleva, quanta se ne restituisce e quanta se ne consuma davvero. Nel 2024 l’impianto di Henderson, in Nevada, ne ha consumati 207,4 milioni di galloni. Quello di Storey County, stessa azienda e stesso Stato, 1,5 milioni.
Il confronto non dimostra da solo la causa, perché cambiano dimensione, carico, clima e fase di vita. Mostra però l’ordine di grandezza che separa un impianto raffreddato per evaporazione da uno che non lo è. E mostra quanto conti quella distinzione fra prelievo, restituzione e consumo: senza, le cifre che circolano sullo stesso impianto smettono di coincidere, e ognuno cita quella che gli fa comodo.
I dati sull’acqua dovrebbero già essere pubblici
C’è poi una leva che quasi nessuno usa, e vale più di ogni polemica.
La direttiva europea sull’efficienza energetica obbliga gli Stati a imporre ai gestori dei data center più grandi, sopra i 500 kW di potenza informatica, di rendere pubbliche ogni anno le informazioni sul singolo impianto: chi lo possiede, in che comune sta, quanto è grande e come ha lavorato l’anno prima, acqua compresa. La banca dati europea è un canale in più, non un sostituto: lì i dati dei singoli centri restano riservati e si pubblica solo il totale per Paese.
In Italia quell’obbligo è già stato recepito ed è in vigore. Il decreto legge 131 del 2024, all’articolo 16, dice che i gestori sopra quella soglia «rendono pubbliche» quelle informazioni, e un comma aggiunto in conversione stabilisce che vadano aggiornate entro il 15 maggio di ogni anno. Restano fuori la difesa, la protezione civile e ciò che è coperto da segreto commerciale.
Il problema italiano, quindi, non è che il dato sia segreto. È più prosaico: la norma dice che i gestori rendono pubbliche quelle informazioni, ma non dice dove. Nessun portale, nessuna banca dati nazionale, nessun decreto che spieghi come si fa, nessuna sanzione se non si fa. C’è un obbligo e non c’è un posto in cui adempierlo, il che è un modo raffinato di non obbligare nessuno.
Chi autorizza, e quando si può chiedere il dato sull’acqua
Dal 19 aprile 2026 costruire e far funzionare un data center passa da un procedimento unico. A decidere è l’autorità che rilascia l’autorizzazione ambientale, e in quel provvedimento confluiscono impatto ambientale, uso delle acque, emissioni e conformità urbanistica. Si delibera in conferenza di servizi, cioè il tavolo dove tutte le amministrazioni competenti si esprimono insieme invece che una alla volta. Il Comune ci partecipa per le sue materie, ma il titolo non lo rilascia lui.
È lì, mentre il progetto viene esaminato, che le domande diventano condizioni. Quelle che contano sono poche e tutte verificabili: quale sia il sistema che scarica il calore, comprese le integrazioni ad acqua e le riserve; quanto consumi l’impianto nel giorno di progetto più caldo e non solo in un anno medio; da dove venga l’acqua di riempimento e di reintegro, e perché non si sia scelta un’alternativa a quella potabile; con quali contatori e con quale frequenza il dato verrà pubblicato. Le conseguenze di uno sforamento restano quelle previste dal titolo e dalla legge, mentre una penale vera si può scrivere solo in una convenzione, quando c’è. Per la procedura, gli accessi agli atti e gli interlocutori da coinvolgere resta valido il manuale civico Eywa sui data center.
Eywa dice…
Il raffreddamento senza evaporazione esiste, funziona e dove l’acqua scarseggia è spesso la scelta giusta. Può costare più energia, ma quanto dipende dalla tecnologia, dal clima e dal mix elettrico, e va valutato tenendo insieme i due bilanci. Quello che serve, prima della formula, sono i numeri. Tanto più che perfino la struttura più citata come esempio di consumo idrico nullo passa all’acqua nei giorni più caldi.
Se vicino a te c’è un data center di quelle dimensioni, la domanda si può mettere per iscritto oggi stesso. Ma non va fatta all’azienda, che non è tenuta a risponderti: va fatta a chi quei dati li ha per legge, cioè il gestore dell’acqua del Comune dove sta l’impianto, il Comune stesso e l’agenzia regionale per l’ambiente. Hanno trenta giorni per risponderti, e il rifiuto devono metterlo per iscritto e motivarlo.
Il modello da inviare, già pronto
Abbiamo scritto le lettere, con i riferimenti di legge, i termini e i rimedi già dentro. Sono moduli compilabili: tu ci metti il nome dell’impianto, il tuo recapito e la firma. Comincia dalla guida, che in due pagine ti dice come individuare i destinatari giusti e come si firma senza sbagliare.
Approfondimenti Eywa
Data center: arrivare prima delle decisioni «Eywa Divulgazione, 2026. Come intercettare un progetto prima che le decisioni siano prese, con i modelli di accesso agli atti e i criteri da proporre.»
Datacenter e acqua pubblica: la sete invisibile dell’intelligenza artificiale «Eywa Divulgazione, 2026. I casi della Georgia e la ricaduta dei consumi idrici su falde, pozzi privati e tariffe.»
Data center e AI: rischiano di far saltare la rete elettrica (e di finire in bolletta) «Eywa Divulgazione, 2026. L’altro lato del bilancio, cioè la domanda elettrica e le sue ricadute sulle tariffe.»
Il calore che buttiamo via: recupero del calore dai data center «Eywa Divulgazione, 2026. Che fine fa il calore di scarto e perché la temperatura del liquido cambia tutto.»
Dispersione idrica: quanta acqua si perde nel tuo Comune «Eywa Divulgazione, 2026. Lo stato delle reti su cui un nuovo prelievo industriale va a sommarsi.»
Petizione in Senato sui data center «Eywa Divulgazione, 2026. Lo strumento per chiedere criteri vincolanti prima che il Governo scriva i decreti.»
Fonti
Direttiva (UE) 2023/1791 sull’efficienza energetica, articolo 12 e allegato VII Unione europea, 2023. Obbligo di rendere pubbliche le informazioni sui centri dati con almeno 500 kW di potenza informatica installata, con eccezione per segreti commerciali e riservatezza; il paragrafo 3 istituisce la banca dati europea, accessibile al pubblico a livello aggregato.
Regolamento delegato (UE) 2024/1364 Commissione europea, 2024. Indicatori chiave di prestazione, fra cui l’efficienza nell’uso dell’acqua; l’articolo 5 prevede la pubblicazione aggregata per Stato membro e per Unione e la riservatezza dei dati dei singoli centri comunicati alla banca dati.
Decreto legge 131 del 2024, articolo 16, testo coordinato Repubblica italiana, 2024. Obblighi di pubblicità dei centri dati: il comma 1 elenca le informazioni da rendere pubbliche, il comma 1-bis fissa l’aggiornamento entro il 15 maggio di ciascun anno, il comma 2 esclude difesa, protezione civile e informazioni coperte da segreto. Nessun portale, decreto attuativo o sanzione sono previsti.
Decreto legge 21 del 2026, articolo 8, testo coordinato Repubblica italiana, 2026. Procedimento unico per i centri dati in vigore dal 19 aprile 2026: competenza dell’autorità che rilascia l’autorizzazione integrata ambientale, non delegabile sotto il livello provinciale, titoli assorbiti, conferenza di servizi, termine di dieci mesi e termini della valutazione di impatto ambientale dimezzati.
Primi indirizzi operativi sul procedimento unico per i centri dati Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, 22 luglio 2026. Chiarisce fra l’altro che la conformità urbanistica è un presupposto preliminare e che l’autorizzazione unica non vale di per sé come variante agli strumenti urbanistici.
Sustainable by design: next-generation datacenters consume zero water for cooling Steve Solomon, Microsoft, 9 dicembre 2024. Progetto a zero evaporazione dall’agosto 2024, oltre 125 milioni di litri evitati per impianto, WUE medio globale di prelievo di 0,30 litri per kWh nell’esercizio 2024 contro 0,49 nel 2021, e ammissione esplicita che il passaggio al raffreddamento meccanico farà salire il PUE con un aumento «nominale» dei consumi annui.
Made in Wisconsin: the world’s most powerful AI datacenter Microsoft, 18 settembre 2025. Oltre il 90% dell’impianto di Mount Pleasant su circuito chiuso riempito in costruzione, la parte restante ad aria esterna con passaggio all’acqua nei giorni più caldi.
Microsoft completes construction on first datacenter facility in Mount Pleasant Microsoft, 23 giugno 2026. Piena operatività del primo impianto dopo l’avvio delle apparecchiature ad aprile. Il comunicato non descrive il sistema di raffreddamento.
Inside Microsoft’s two-decade push to cut water intensity while scaling for growth Microsoft, 24 giugno 2026. WUE sceso a 0,27 litri per kWh nel 2025 contro i 2,3 della prima generazione, circa il 90% della flotta di proprietà con raffreddamento a basso o nullo consumo idrico, e impianti di Phoenix ancora evaporativi con uso di acqua fino al 40% dell’anno.
Water is local: generalities do not apply Jay Dietrich, Uptime Institute, 28 maggio 2025. L’acqua si consuma soltanto nel circuito di dissipazione; nei climi freschi i sistemi adiabatici possono usarla per 4-12 ore al giorno su 5-20 giorni l’anno e gli ibridi per 100-300 ore annue; i picchi di consumo possono coincidere con la minore disponibilità estiva; raccomandazione di pubblicare consumo medio, minimo e massimo giornaliero.
Google 2025 environmental report Google, 2025. Tabella dei consumi idrici per singolo data center, anno 2024: Henderson 359,9 milioni di galloni prelevati, 152,5 restituiti e 207,4 consumati; Storey County 14,9 prelevati, 13,4 restituiti e 1,5 consumati.
Google 2024 environmental report Google, 2024. Dati 2023 per Storey County: 1,9 milioni di galloni prelevati e circa 200.000 consumati.
Water abstraction by source and economic sector in Europe Agenzia europea dell’ambiente, 28 novembre 2025. Fra il 2020 e il 2023 il raffreddamento per la generazione elettrica ha rappresentato il 33% dei prelievi idrici dell’Unione, davanti all’agricoltura con il 31%; i prelievi per il raffreddamento elettrico sono scesi di circa il 30% dal 2000.
AI’s no-win choice: using huge amounts of water or energy E&E News, Politico, 9 luglio 2026. Il compromesso fra consumo idrico ed elettrico nel raffreddamento dei processori per l’intelligenza artificiale.
ISO/IEC 30134-9:2022, water usage effectiveness Organizzazione internazionale per la normazione, 2022. Definizione dell’indicatore di efficienza nell’uso dell’acqua e perimetro di misura, limitato al sito.
