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Raccolta RAEE 2025: cresce, ma il Sud resta indietro

I rifiuti elettronici raccolti aumentano, con un'Italia a due velocità

Ogni volta che un frigorifero smette di raffreddare o un telefono di accendersi, quell’oggetto diventa una scelta. Può finire in cantina per anni, in un cassonetto sbagliato, in un mercatino informale che lo spedirà chissà dove, oppure può tornare nel circuito che lo smonta e ne recupera i materiali. I dati del 2025 dicono che, come paese, questa scelta la stiamo facendo un po’ meglio di prima. Ma dicono anche che la facciamo in modo molto diverso a seconda di dove viviamo.

Cosa sono i RAEE e quanti ne raccogliamo

RAEE è la sigla di Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche: tutto ciò che ha una spina o una batteria e ha smesso di servire, dal frigorifero allo spazzolino elettrico. Sono rifiuti speciali per due ragioni opposte. Da un lato contengono sostanze pericolose, gas refrigeranti, piombo, mercurio, che se dispersi inquinano; dall’altro contengono materiali preziosi, rame, alluminio, oro, terre rare, che se recuperati non vanno riestratti da una miniera. Un rifiuto elettronico è insieme un problema e una risorsa, e da come lo trattiamo dipende quale delle due cose diventa.

Nel 2025 in Italia sono state raccolte e avviate a trattamento 366.891 tonnellate di RAEE, in crescita del 2,4% rispetto all’anno precedente. Tradotto in un dato più maneggevole, fa 6,22 chili a testa. È un passo avanti, e va riconosciuto; ma è anche un numero medio, e le medie, come sempre, nascondono più di quanto mostrino.

Il divario Nord-Sud nella raccolta RAEE

Qui i dati diventano scomodi. Nel 2025 il Nord ha raccolto 7,02 chili di RAEE per abitante, il Centro 6,61, il Sud 4,76. Un cittadino del Sud, in media, conferisce correttamente meno di sette etti di elettronica ogni dieci conferiti da uno del Nord. Non è una piccola oscillazione, è uno spartiacque, ed è lo stesso che ritroviamo in quasi tutte le statistiche ambientali del paese.

Sarebbe comodo, e sbagliato, spiegarlo con la buona volontà. La differenza non nasce nei cittadini ma nelle infrastrutture. Dove ci sono più isole ecologiche vicine, più capillari, con orari comodi, dove i negozi applicano davvero l’obbligo di ritiro e dove i Comuni organizzano ritiri a domicilio degli ingombranti, la raccolta funziona. Dove questa rete è rada o mal gestita, il rifiuto elettronico prende altre strade: resta in casa, finisce nell’indifferenziato, o alimenta circuiti informali che lo esportano senza controlli. Il cittadino conferisce dove può farlo con poca fatica; se conferire costa un pomeriggio e un pieno di benzina, molti rinunciano. È una questione di servizi, non di virtù.

Chi paga quando i RAEE non tornano indietro

Il conto di un rifiuto elettronico che sparisce dal circuito ufficiale lo pagano in tanti. Lo paga l’ambiente, quando i gas dei vecchi frigoriferi vengono liberati da chi li smonta senza precauzioni per rivendere il ferro, o quando i metalli pesanti filtrano nel terreno di una discarica abusiva. Lo paga l’economia del paese, che invece di recuperare rame e terre rare da apparecchi già in circolazione deve importarli o estrarli altrove, con costi ambientali che spesso ricadono su comunità lontane. E lo paga, alla lunga, chi vive vicino ai luoghi dove questi rifiuti finiscono trattati male.

C’è poi un dettaglio nei numeri del 2025 che vale la pena leggere. Mentre i grandi elettrodomestici e i piccoli apparecchi crescono, la raccolta di televisori e monitor è calata del 9,7%. Non è necessariamente una buona notizia: può voler dire che i vecchi schermi, ormai pochi, vengono sostituiti meno, ma anche che una parte di essi sta uscendo dal circuito ufficiale per altre vie. È il tipo di segnale che un sistema di raccolta serio tiene d’occhio invece di festeggiare.

Cosa possiamo fare con i nostri RAEE

La cosa più utile da sapere è che liberarsi bene di un apparecchio elettronico è, in molti casi, gratuito e comodo, molto più di quanto si pensi. Chi compra un elettrodomestico nuovo ha diritto a lasciare il vecchio equivalente al negozio, che è obbligato a ritirarlo: è il cosiddetto «uno contro uno». E per gli apparecchi molto piccoli, telefoni, cuffie, caricabatterie, esiste l’«uno contro zero»: i negozi di elettronica di dimensioni sopra una certa soglia devono ritirarli gratis anche senza alcun acquisto. Sono diritti previsti dalla legge e ancora poco usati, semplicemente perché pochi sanno di averli.

Restano poi le isole ecologiche comunali, dove si conferisce senza costi, e i ritiri a domicilio degli ingombranti che molti Comuni offrono su prenotazione. La regola pratica è una sola: qualsiasi cosa abbia una spina o una batteria non va mai nell’indifferenziato. E, prima ancora di buttare, vale la pena chiedersi se l’apparecchio funziona ancora: riparare o cedere un dispositivo che va bene è sempre meglio che riciclarlo, perché il rifiuto migliore resta quello che non produciamo.

Eywa dice

Il dato del 2025 racconta un’Italia che sui rifiuti elettronici migliora piano e in ordine sparso. Il divario Nord-Sud non è una condanna morale del Mezzogiorno, è la fotografia di dove abbiamo costruito servizi e dove no, e come tale si corregge con scelte pubbliche, non con appelli alla coscienza. Nel frattempo, ciascuno di noi ha in mano più potere di quanto creda: conoscere l’«uno contro uno» e l’«uno contro zero» significa poter smaltire correttamente quasi tutto, spesso senza spendere nulla. La differenza tra un rifiuto e una risorsa, molto spesso, è solo un’informazione che non ci hanno dato.

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Fonti

Team Eywa
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