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Gli alberi li difendiamo. La rete che li sostiene, sotto, no

La prima mappa globale delle reti di funghi del suolo misura un’infrastruttura vivente lunga oltre 700 milioni di volte la distanza fra la Terra e il Sole. E mette a fuoco un punto cieco delle nostre politiche: proteggiamo ciò che si vede, non ciò che ci tiene in vita.

Quando si difende un albero in città si difende qualcosa che si può fotografare. Una chioma capitozzata fa notizia, un viale abbattuto indigna, un filare salvato si festeggia. È giusto così, ed è anche il motivo per cui la battaglia sulla capitozzatura e sul verde pubblico di Genova funziona: un albero è visibile, ha un valore riconoscibile, e quando sparisce qualcuno se ne accorge. Sotto quell’albero, però, e sotto il prato che lo circonda, corre la seconda metà della stessa storia. Non si fotografa, non ha elettori, e fino a pochi giorni fa ne avevamo soltanto un ritratto. Adesso abbiamo una mappa.

Una mappa al posto di un ritratto

A giugno 2026 un gruppo internazionale di ricerca legato a SPUN, la rete scientifica che studia e prova a tutelare gli ecosistemi sotterranei, ha pubblicato su Science la prima stima della massa e della distribuzione fisica delle reti di funghi micorrizici arbuscolari nei suoli superficiali del pianeta [fonte: studio su Science, team SPUN, 2026]. Vale la pena precisarlo subito, perché la differenza conta: non si parla di «tutti i funghi del suolo», ma di una famiglia precisa, quella dei funghi arbuscolari, e dei loro filamenti nei primi centimetri di terreno. Sono i funghi che entrano nelle radici e ne prolungano il raggio nel terreno con i propri filamenti, le ife, e instaurano scambi simbiotici con circa il 70-80% delle specie vegetali del pianeta, a seconda delle stime: cedono alle piante acqua e nutrienti, ricevono in cambio il carbonio che le piante catturano dall’aria [fonte: studio su Science, team SPUN, 2026].

Nel nostro dossier sul microbioma del suolo avevamo raccontato chi abita quel mondo e come dialoga. Qui, per la prima volta, qualcuno ne ha misurata una parte: quanto è grande, quanto pesa, dove si concentra. Il numero che ha fatto il giro dei giornali è quello della scala. Sommando le ife contenute nei suoli superficiali si arriva a circa 110 milioni di miliardi di chilometri di rete, oltre 700 milioni di volte la distanza media fra la Terra e il Sole, un dato che i comunicati arrotondano a «quasi un miliardo» [fonte: studio su Science, team SPUN, 2026]. Tradotto in una misura che si tiene in mano: in un cucchiaino di terra possono esserci fino a dieci metri di filamenti [fonte: Justin Stewart, SPUN, 2026]. La mappa non nasce da un’intuizione poetica, ma da oltre 16.000 carote di suolo prelevate in tutto il mondo, lette con modelli di apprendimento automatico e con l’osservazione robotica di ife vive in laboratorio [fonte: studio su Science, team SPUN, 2026]. Resta, e va detto, una stima costruita su modelli predittivi: dove i campioni scarseggiano l’incertezza cresce, e sono gli stessi autori a dichiararlo. È la stessa tecnologia che altrove consuma acqua ed energia per addestrarsi, qui usata per vedere e provare a proteggere la rete del carbonio invece di ignorarla.

Cosa misura davvero la mappa, e cosa no

Va detto chiaramente, perché è la parte che quasi nessuno ha scritto in questi giorni. La meraviglia con cui è stata raccontata la notizia, gli alberi che «si parlano», la foresta come un grande cervello sotterraneo, poggia in buona parte sul lato più fragile della scienza. Una revisione pubblicata su Nature Ecology & Evolution da Justine Karst e colleghi sostiene che tre affermazioni popolari sulle reti micorriziche nelle foreste sono andate oltre le prove: l’idea che gli alberi maturi inviino di proposito risorse e segnali di allarme alla propria prole attraverso i funghi non ha, ad oggi, prove pubblicate e validate, e le altre due sono supportate in modo insufficiente [fonte: Karst, Jones, Hoeksema, Nature Ecology & Evolution, 2023].

Va aggiunta una distinzione che molti saltano. La critica di Karst riguarda soprattutto le reti delle foreste, dominate dai funghi ectomicorrizici, gli stessi del racconto sugli «alberi madre»; la mappa nuova riguarda invece i funghi arbuscolari, quelli che dominano praterie, coltivi (cioè terreni agricoli coltivati) e regioni tropicali. Sono due sistemi biologici diversi, e tenerli separati non indebolisce il punto, lo consolida. Perché la forza della mappa nuova sta esattamente qui: non misura messaggi, misura materia e geografia. Non ci dice che le piante chiacchierano, ci dice quanta infrastruttura biologica esiste e dove.

E aggiunge un dato che riguarda il clima molto più da vicino delle metafore. Si stima che queste reti trasportino nei suoli circa 4 miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente ogni anno, una quantità pari a circa l’11% delle emissioni di CO₂ legate alle attività umane [fonte: Università di Sheffield e SPUN su studio Science, 2026]. È una stima recente, uscita da un singolo studio modellistico, e va presa per quello che è: ma è un ordine di grandezza che mette il suolo vivo nella stessa frase del traffico e dell’industria pesante.

La geografia scomoda della rete

E qui sta il punto. Sapere dove si trova questa infrastruttura significa scoprire se e come la stiamo perdendo. Le praterie selvagge custodiscono circa il 40% della biomassa dei funghi arbuscolari del mondo, eppure sono tra gli ecosistemi meno protetti, e vengono convertite in terreni agricoli quattro volte più in fretta delle foreste [fonte: studio su Science, team SPUN, 2026]. Dove l’aratro e la monocoltura arrivano, la rete si dirada: nei suoli coltivati la densità fungina stimata è circa la metà di quella degli ecosistemi naturali [fonte: studio su Science, team SPUN, 2026].

Il dato più tagliente, però, è un altro, ed è il motivo per cui questo studio non è una curiosità ma una questione civica. Uno studio SPUN pubblicato su Nature nel 2025 ha stimato che meno del 10% degli hotspot di ricchezza micorrizica ricade oggi in aree protette, e che, per i soli funghi arbuscolari, gli hotspot di ricchezza che restano fuori dalle aree protette sfiorano il 95% [fonte: van Nuland et al., Nature, 2025]; la mappa nuova non fa che rafforzare quel quadro. La nostra protezione della natura, costruita attorno a paesaggi e specie che si vedono e si fotografano, lascia scoperta proprio la parte che regge il sistema. Difendiamo la chioma e dimentichiamo le radici; tuteliamo il bosco e lasciamo che il prato accanto, che vale di più in termini di rete viva, diventi capannone.

L’Italia che si cementa, anche dentro le aree protette

Non è un problema che riguarda solo il Sud Sudan o l’altopiano tibetano, dove la mappa segnala densità eccezionali [fonte: Università di Sheffield, 2026]. È un problema che si misura sotto casa. Nel 2024 in Italia sono stati trasformati in superfici artificiali 83,7 km² di territorio, oltre 2,7 metri quadrati al secondo, il valore più alto degli ultimi dodici anni [fonte: ISPRA-SNPA, Rapporto consumo di suolo 2025]. Le nuove coperture hanno inciso in modo rilevante anche su terreni agricoli e aree naturali, cioè proprio i suoli dove la rete è più viva. Oggi cemento, asfalto ed edifici occupano più di 21.500 km², il 7,17% del territorio nazionale, contro una media europea del 4,4% [fonte: ISPRA-SNPA, Rapporto consumo di suolo 2025]. Il conto stimato dei servizi ecosistemici persi, dall’acqua trattenuta alla CO₂ non più assorbita, vale tra gli 8,6 e i 10,5 miliardi di euro l’anno, calcolati sul suolo impermeabilizzato dal 2006 in poi [fonte: ISPRA-SNPA, Rapporto consumo di suolo 2025].

C’è un ultimo aspetto importante. Non prova direttamente il dato globale sugli hotspot, ma mostra la stessa fragilità delle tutele quando si passa dalla carta al suolo reale: in Italia il consumo di suolo avanza perfino dentro i confini delle aree teoricamente protette, e nell’ultimo anno le zone della rete Natura 2000 hanno perso altri 193 ettari, in aumento del 14% rispetto all’anno precedente [fonte: ISPRA-SNPA, Rapporto consumo di suolo 2025]. Se anche ciò che abbiamo deciso di proteggere continua a essere sigillato, il problema non è la mancanza di mappe. È che la mappa del sottosuolo non è mai entrata nelle decisioni.

Cosa possiamo davvero fare

La buona notizia è che la rete non è condannata, e che gli strumenti per difenderla cominciano a esistere. Sul fronte delle regole qualcosa si è mosso: dal 16 dicembre 2025 l’Unione europea ha un quadro comune per monitorare la salute del suolo, compresi la perdita di biodiversità e l’impermeabilizzazione, con la direttiva sul monitoraggio del suolo [fonte: Direttiva (UE) 2025/2360]. Non fissa obiettivi vincolanti né impone nuovi obblighi ad agricoltori e forestali, ma per la prima volta mette a sistema la misura, ed è esattamente la leva che mancava. Non si protegge ciò che non si misura, e oggi quel sottosuolo si può stimare, mappare e integrare nelle decisioni.

Da qui le scelte concrete. Chiedere che mappe come quella appena pubblicata, e gli atlanti del sottosuolo ormai disponibili, entrino nei piani comunali del verde e nelle valutazioni sul consumo di suolo, accanto al solo conteggio dei metri quadri impermeabilizzati. Trattare un prato lasciato crescere, un incolto, una fascia non sfalciata a raso non come incuria ma come infrastruttura, nei capitolati di manutenzione del verde pubblico e privato. In agricoltura, dove la rete si gioca la partita più grande, sostenere coperture vegetali nei periodi morti, lavorazioni minime e rotazioni, e legare i contributi pubblici a risultati misurabili sul suolo vivo, non solo alla superficie coltivata. E un gesto alla portata di chiunque, che avevamo già raccontato nel dossier: seppellire un pezzo di cotone nel terreno e osservarlo dopo qualche settimana. Dove sparisce, il suolo è vivo; dove resta intatto, qualcosa si è rotto. È citizen science, e oggi quei dati diffusi parlano la stessa lingua di una mappa diventata strumento di decisione. La rete, del resto, può recuperare quando cessano il disturbo, le lavorazioni intense e l’impermeabilizzazione, con tempi e risultati che dipendono dal contesto: non è una promessa, è una possibilità che vale la pena lasciare aperta.

La stessa battaglia, sotto terra

Difendere gli alberi che vediamo non è mai stato un errore, ed è bene ribadirlo. È stata, ed è, la metà visibile di un’unica battaglia. La mappa che oggi abbiamo per la prima volta ci dice solo che l’altra metà esiste davvero, che è più grande di quanto immaginassimo, e che si sta perdendo dove non guardiamo: sotto la superficie, fuori dalle aree protette, là dove un campo diventa logistica e un prato diventa parcheggio. Mentre costruiamo infrastrutture digitali che divorano risorse per immagazzinare dati, sotto i piedi lavora gratis, e in silenzio, una delle grandi infrastrutture naturali coinvolte nel ciclo del carbonio. La prossima volta che si parla di salvare un albero, vale la pena ricordare che la sua parte più importante non è quella che si vede. E che proteggerla, finalmente, è una decisione che possiamo prendere.


Approfondimenti Eywa

Tutto è connesso: il microbioma del suolo e la rete segreta che sostiene la vita «Eywa Divulgazione, 2025. Il dossier madre su funghi, batteri e radici che reggono fertilità, clima e salute: il ritratto che questo articolo aggiorna con la prima mappa fisica della rete.»

Alberi in città: Genova, verde pubblico. Il protocollo c’è, i dati devono seguirlo «Eywa Divulgazione, 2026. La battaglia sulla parte visibile del verde urbano, dalla capitozzatura alla trasparenza dei dati comunali.»

Gigafactory AI a Genova: l’acqua che nessuno quantifica «Eywa Divulgazione, 2026. Il costo nascosto dell’infrastruttura digitale, da mettere a confronto con l’infrastruttura biologica che distruggiamo gratis.»

I data center producono calore. Perché lo buttiamo nell’aria invece di riscaldare le case? «Eywa Divulgazione, 2026. Quando una risorsa esistente viene sprecata per assenza di una scelta politica: lo stesso schema del suolo vivo.»

Fonti

First global map reveals underground fungi networks long enough to reach the sun a billion times Università di Sheffield, 2026, presentazione dello studio su Science con i dati di scala, massa e flusso di carbonio della rete micorrizica arbuscolare.

One billion times the distance from the Earth to the sun: first global map of mycorrhizal fungi EurekAlert! / SPUN, 2026, comunicato sui risultati dello studio, incluse praterie, coltivi e densità nei suoli coltivati.

Global hotspots of mycorrhizal fungal richness are poorly protected van Nuland et al., Nature, 2025, mappe predittive della ricchezza micorrizica e stima della quota di hotspot fuori dalle aree protette.

Positive citation bias and overinterpreted results lead to misinformation on common mycorrhizal networks in forests Karst, Jones, Hoeksema, Nature Ecology & Evolution, 2023, revisione che ridimensiona le affermazioni popolari su comunicazione e «alberi madre» nelle reti forestali.

Direttiva (UE) 2025/2360 sul monitoraggio e la resilienza del suolo Parlamento europeo e Consiglio, 2025, primo quadro comune dell’Unione per monitorare la salute del suolo, in vigore dal 16 dicembre 2025.

Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2025 ISPRA-SNPA, 2025, dati nazionali su superfici artificiali, consumo netto, costi dei servizi persi e perdite dentro le aree protette.

Alice Salvatore
Alice Salvatore
Alice Salvatore, è una politica “scollocata”, il concetto di scollocamento è un atto di volontaria autodeterminazione. Significa abbandonare un lavoro sicuro e redditizio, per seguire le proprie aspirazioni e rimanere coerente e fedele al proprio spirito. Alice Salvatore si è dunque scollocata, rinunciando a posti di prestigio, profumatamente remunerati, per non piegare il capo a logiche contrarie al suo senso etico e alla sua coerenza. Con spirito indomito, Alice continua a fare divulgazione responsabile, con un consistente bagaglio esperienziale nel campo della politica, dell’ambiente, della salute, della società e dell’urbanistica. La nostra società sta cambiando, e, o cambia nella direzione giusta o la cultura occidentale arriverà presto al TIME OUT. Alice è linguista, specializzata in inglese e francese, ha fatto un PhD in Letterature comparate Euro-americane, e macina politica ed etica come respira.
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