HomeDossierLa macchina c’è, l’impianto no

La macchina c’è, l’impianto no

ArrowBio, carenza impiantistica e 9,3 miliardi di giro d'affari criminale: il dossier su cosa blocca davvero il riciclo in Italia

Chi guadagna dai rifiuti che non ricicliamo

Gira sui social l’immagine di una specie di «una specie di macchina dell’impossibile»: rifiuti urbani buttati dentro alla rinfusa, e dall’altra parte materiali separati, biogas, niente discarica. La tecnologia esiste davvero, si chiama ArrowBio, è nata in Israele alla fine degli anni Novanta e il suo impianto storico tratta i rifiuti dell’area di Tel Aviv dal 2003. È un sistema di trattamento meccanico-biologico, in sigla TMB (in inglese MBT, mechanical-biological treatment): le macchine aprono i sacchi, immergono i rifiuti in vasche d’acqua e li separano per gravità e galleggiamento. I metalli affondano, le plastiche leggere galleggiano, la frazione organica va a digestione anaerobica per produrre biogas. Il produttore dichiara un recupero del 70-80% dei materiali in ingresso.

La domanda che molti si fanno guardando quel video è ingegneristica: se la macchina può separare tutto da sola, perché continuiamo a farlo noi cittadini, sacchetto per sacchetto? È una domanda interessante. Ma è la domanda sbagliata.

La tecnologia esiste già, da vent’anni

Il primo dato che smonta la magia è la data. ArrowBio è operativo dal 2003. Dopo oltre vent’anni resta una tecnologia di nicchia: pochi impianti nel mondo, qualche replica, nessuna diffusione di massa. Non perché non funzioni. Perché la storia dei rifiuti non si gioca sul piano tecnico.

Questo vale per quasi tutte le innovazioni ambientali. Le navi a vela cargo, l’acciaio verde, i cementi a basse emissioni, le pompe di calore industriali: la tecnologia spesso c’è già. Lo stesso schema vale per altre soluzioni vendute come definitive, come la pirolisi dei rifiuti plastici. La domanda vera non è «si può fare», ma «se si può fare, cosa impedisce che diventi la norma?». Ed è lì che la questione smette di essere ingegneristica e diventa economica, industriale e, soprattutto in Italia, criminale.

Gli italiani la differenziata la fanno

C’è una narrazione comoda secondo cui il problema dei rifiuti è il cittadino disattento. I numeri dicono altro. Secondo il Rapporto Rifiuti Urbani 2025 dell’ISPRA (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, l’ente pubblico che certifica i dati ambientali nazionali), nel 2024 la raccolta differenziata ha raggiunto il 67,7% su scala nazionale: 74,2% al Nord, 63,2% al Centro, 60,2% al Sud, con il Mezzogiorno che continua a ridurre il divario. Statisticamente, il comportamento del cittadino non è più il collo di bottiglia.

Eppure il riciclo effettivo si ferma al 52,3%. La differenza tra quanto separiamo e quanto viene davvero riciclato resta ampia, e non dipende dalle nostre mani. Dipende da cosa succede dopo che il camion ha svuotato il cassonetto. E qui sta il punto: una parte consistente di quel materiale, una volta raccolto bene, non trova un impianto dove essere trattato.

Il vero collo di bottiglia: gli impianti che non costruiamo

Il Green Book 2026, il rapporto annuale sul settore dei rifiuti urbani curato dalla Fondazione Utilitatis con la collaborazione di ISPRA ed ENEA, fotografa il problema senza giri di parole. Al Sud la raccolta differenziata è arrivata al 60%, ma il 37% dei rifiuti urbani finisce ancora in discarica, contro una media nazionale del 14,8% nel 2024. La ragione principale è la carenza di impianti. La carenza impiantistica costringe il Mezzogiorno a spedire i propri rifiuti verso il Centro-Nord, con costi economici e ambientali che ricadono sulle bollette dei cittadini.

Tradotto in immagini concrete: il rifiuto viene separato bene a Napoli o a Palermo, caricato su un camion e portato a centinaia di chilometri di distanza perché sotto casa l’impianto non esiste. Secondo una distinta analisi di Utilitalia, la federazione delle utility dei servizi pubblici, per colmare il deficit impiantistico nazionale servono circa 4,5 miliardi di euro (dati 2022-2023); nel solo 2022 i rifiuti trattati fuori dalla regione di produzione hanno richiesto circa 140mila viaggi di camion, pari a 76 milioni di chilometri. Non è un fallimento dei cittadini. È un fallimento di programmazione.

E quando un sistema lascia un vuoto, quel vuoto non resta vuoto a lungo.

Il vuoto è un mercato: dove entra l’ecomafia

Lo spazio tra il rifiuto che produciamo e l’impianto che non c’è è esattamente lo spazio in cui opera l’economia illegale del rifiuto. Funziona per una ragione brutale: smaltire fuori legge costa meno che trattare legalmente. Ogni impianto non costruito, ogni autorizzazione bloccata o truccata, ogni incendio sospetto in un deposito di rifiuti concorre a spostare domanda verso il ciclo illegale. È lo stesso schema che Eywa ha documentato per il cippato illegale nelle rinnovabili: una filiera verde usata come lavanderia per materiale fuori legge.

I numeri arrivano dal rapporto Ecomafia 2025 di Legambiente, la fonte di riferimento sui reati ambientali in Italia, elaborata sui dati delle forze dell’ordine, della Direzione investigativa antimafia e delle Capitanerie di porto. Nel 2024 i reati ambientali hanno superato per la prima volta quota 40.000, esattamente 40.590, in crescita del 14,4% rispetto all’anno prima, per un giro d’affari delle ecomafie stimato in 9,3 miliardi di euro. Il solo ciclo dei rifiuti, tra discariche abusive e traffici, vale 11.166 reati, in aumento del 19,9%. E il 42,6% di tutti i reati ambientali si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.

Vale la pena dirlo chiaramente: la mappa delle Regioni dove mancano gli impianti e la mappa delle Regioni dove i reati abbondano si sovrappongono in modo significativo. La concentrazione criminale ha più cause, ma il vuoto impiantistico è una di queste. Non è una coincidenza. È un meccanismo.

C’è poi il livello più sofisticato, quello che frena l’innovazione a monte. Sempre Ecomafia 2025 censisce, in un anno, 88 inchieste per tangenti «green», il 17,3% in più dell’anno precedente: corruzione negli appalti pubblici legati a opere ambientali, depurazione, gestione dei rifiuti. È questo che spiega perché una tecnologia esistente da vent’anni resta di nicchia. L’innovazione non viene rallentata dall’ingegneria. Viene rallentata anche da chi ha un interesse economico preciso a tenere il sistema legale inefficiente, perché sull’emergenza permanente ci si guadagna.

La controprova austriaca

L’Austria viene citata spesso come il paese dove «la macchina fa tutto». Non è andata così. L’Austria non ha vinto con una tecnologia: ha vinto con una norma. Il divieto di conferire in discarica rifiuti non pre-trattati, fissato attraverso un limite tecnico sul carbonio organico totale (oltre il 5%) dalla Landfill Ordinance, è stato pienamente applicato dalla fine del 2008 ed è a regime dal 2009, accompagnato da una tassa sul conferimento. Il risultato, certificato dall’Agenzia europea dell’ambiente (l’EEA, l’organismo dell’Unione che monitora i dati ambientali degli Stati membri), è un riciclo dei rifiuti urbani al 63% e una quota in discarica ridotta al 2% (dati 2022, ultimo profilo paese EEA disponibile).

Il dettaglio che vale l’intero ragionamento è un altro. In Austria persino la scelta tra incenerimento e trattamento meccanico-biologico fu, secondo le ricostruzioni di settore, più politica che tecnica. La leva non è stata la macchina. È stata togliere la convenienza all’opzione cattiva. Finché in Italia smaltire illegalmente o esportare costa meno che costruire e far funzionare un impianto, tecnologie come ArrowBio difficilmente si diffonderanno, per quanto buone siano.

Cosa cambia dal 2 giugno 2026

Qualcosa, sul piano della convenienza, si sta muovendo. Dal 2 giugno 2026 entra in vigore il Decreto Legislativo 81/2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 18 maggio, che recepisce la direttiva europea 2024/1203 sulla tutela penale dell’ambiente. Il decreto introduce il nuovo reato di «commercio di prodotti inquinanti», inserisce nuove aggravanti per i delitti ambientali, interviene sulla responsabilità delle imprese ai sensi del d.lgs. 231/2001 e istituisce un Sistema di coordinamento nazionale per il contrasto alla criminalità ambientale presso la Procura generale della Corte di cassazione. Entro il 21 maggio 2027 il Governo dovrà approvare una Strategia nazionale anti-crimine ambientale.

È una buona notizia, ma è una norma sulla carta. La stessa Legambiente, alla vigilia dell’entrata in vigore, ha segnalato gravi lacune nel testo, dalla tutela delle risorse idriche all’accesso alla giustizia per le associazioni ambientaliste. Vale come leva solo se viene applicata, finanziata e controllata. Ed è esattamente qui che entra il cittadino.

Cosa può fare il cittadino, davvero

La tentazione, a questo punto, è chiudere con il solito invito a differenziare meglio. Sarebbe coerente con la narrazione comoda di prima, e sarebbe inutile: la differenziata, in media, la facciamo già. La leva più potente che ha il singolo non è il sacchetto. È la vigilanza civica sul sistema. Ecco le azioni concrete, dalla più semplice alla più incisiva.

Segnalare ciò che si vede. L’abbandono di rifiuti e le discariche abusive sono vietati dall’articolo 192 del Decreto Legislativo 152/2006, il Testo Unico Ambientale, e sanzionati dagli articoli 255, 256 e 256-bis. Il primo interlocutore è sempre il Comune, attraverso l’Ufficio Ambiente o la Polizia Locale, spesso tramite le app comunali di segnalazione: ricevuta la segnalazione, l’amministrazione è obbligata a verificare, individuare il responsabile e ordinare la rimozione. Conviene sempre allegare una fotografia e indicare luogo, data e tipo di rifiuto. Per le emergenze ambientali nei boschi e nelle campagne esiste il numero 1515 dei Carabinieri Forestali. Se invece si sospetta un abbandono di rifiuti speciali o un traffico organizzato, il riferimento è il NOE, il Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri, la struttura specializzata nei reati ambientali. Per un pericolo immediato si chiama il 112.

Chiedere conto degli impianti. Questa è l’azione che incide sul vero collo di bottiglia. Ogni Regione ha un piano di gestione dei rifiuti e un documento sul fabbisogno impiantistico: sono atti pubblici. Attraverso il FOIA, l’accesso civico generalizzato previsto dall’articolo 5 del Decreto Legislativo 33/2013, chiunque, senza dover motivare la richiesta, può chiedere a Comune e Regione dove sono gli impianti previsti, a che punto sono le gare, perché slittano. Una richiesta tipo, da inviare via PEC, può suonare così: «Ai sensi dell’art. 5, comma 2, del D.Lgs. 33/2013, chiedo copia degli atti relativi allo stato di attuazione del Piano regionale di gestione dei rifiuti, con particolare riferimento agli impianti di trattamento previsti, ai relativi cronoprogrammi e ai motivi di eventuali ritardi». È lo strumento che trasforma una curiosità in un atto di controllo, e che obbliga l’amministrazione a rispondere entro trenta giorni.

Pretendere i dati giusti. Il numero della raccolta differenziata, da solo, non dice quasi nulla. Quello che conta è il riciclo effettivo e la destinazione finale del rifiuto residuo. Chiedere al Comune e al gestore del servizio quanto del raccolto viene davvero riciclato, e dove finisce il resto, sposta la discussione dal gesto individuale alla qualità del sistema.

Spingere sulla tariffa puntuale. La leva austriaca, in versione locale, si chiama tariffazione puntuale: chi produce più rifiuto indifferenziato paga di più. È una scelta che spetta al Comune, e su cui un cittadino o un comitato possono fare pressione attraverso consiglieri comunali, interrogazioni e petizioni. Rende economicamente perdente l’opzione pigra, senza chiedere eroismi a nessuno.

Conoscere la tracciabilità. Dal 2024 è in avvio progressivo il RENTRI, il Registro Elettronico Nazionale per la Tracciabilità dei Rifiuti, previsto dall’articolo 188-bis del Testo Unico Ambientale e gestito dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, il MASE. In pratica digitalizza i documenti che seguono ogni carico di rifiuti, a partire dal FIR, il Formulario di Identificazione del Rifiuto, cioè la «carta d’identità» che accompagna il rifiuto dalla produzione allo smaltimento. Sostituisce il vecchio SISTRI, mai diventato operativo e abrogato nel 2019. L’avvio è progressivo, scaglionato per dimensione delle imprese, con una fase transitoria ancora in corso nel 2026 (per alcuni soggetti il formulario cartaceo resta ammesso fino a settembre). La tracciabilità digitale è il nemico naturale del traffico illecito, perché rende difficile il viaggio fantasma. Il cittadino non lo usa direttamente, ma può chiedere che funzioni davvero e non resti l’ennesimo sistema annunciato e mai a regime.

Agire a monte, da consumatore informato. Anche l’impianto migliore recupera materiale di qualità inferiore da un flusso misto rispetto a un imballaggio progettato per essere riciclato. La responsabilità estesa del produttore, il principio per cui chi immette sul mercato un imballaggio paga per la sua gestione a fine vita, è la parte di sistema che agisce prima ancora che il rifiuto esista. È la stessa logica con cui la Francia ha tassato il fast fashion. Scegliere prodotti con imballaggi realmente riciclabili e sostenere le norme che lo impongono conta più di mille differenziate fatte bene su confezioni nate per finire in discarica.

Eywa dice…

Il problema dei rifiuti in Italia non è né tecnico né di educazione civica. La tecnologia esiste, e i cittadini differenziano. Il problema è che qualcuno ha interesse a che il sistema resti rotto, perché su quel vuoto si è costruito un mercato da miliardi. La «nave magica» è una distrazione affascinante. La vera leva è costruire gli impianti che mancano, togliere la convenienza all’illegalità e tenere gli occhi aperti su chi gestisce i nostri rifiuti. Su quali impianti costruire, e su quanto spazio lasciare ai termovalorizzatori, il dibattito resta aperto, e va tenuto aperto. La prima parte spetta alla politica. La seconda, in buona misura, spetta a noi.

Approfondimenti Eywa

Pirolisi della plastica: dai rifiuti plastici a nuovo petrolio. Un’altra tecnologia presentata come soluzione miracolosa per i rifiuti: cosa promette, cosa mantiene e dove sta il limite reale.

Biomassa e cippato illegale: la lavanderia delle rinnovabili. Il meccanismo con cui l’illegalità si infila in una filiera verde, parallelo diretto a quanto accade nel ciclo dei rifiuti.

Imballaggi e riciclo 2030. Regolamento UE, promesse e limiti. La responsabilità estesa del produttore e il principio per cui i rifiuti si combattono prima che esistano.

Francia, la rivoluzione contro il fast fashion. Eco-tassa per capo e obblighi di responsabilità estesa del produttore: come il principio «chi inquina paga» sposta il peso su chi mette in commercio il prodotto.

Come segnalare un problema al Comune (e ottenere gli atti). La guida pratica all’accesso civico generalizzato, lo strumento citato in questo dossier per chiedere conto degli impianti.

Cittadini protagonisti: la nuova frontiera della partecipazione nelle decisioni pubbliche. Perché la vigilanza civica sui processi decisionali pesa più del gesto individuale.

Bibliografia

ISPRA, Rapporto Rifiuti Urbani, edizione 2025. I dati ufficiali su produzione, raccolta differenziata e gestione dei rifiuti urbani in Italia nel 2024.

Fondazione Utilitatis e Utilitalia, Green Book 2026. Il rapporto annuale sul settore dei rifiuti urbani, con il quadro del deficit impiantistico e dell’export tra Regioni.

Utilitalia, analisi sul fabbisogno impiantistico per la gestione dei rifiuti urbani (2025). La stima dei 4,5 miliardi di investimenti necessari e dei 140mila viaggi di camion l’anno per l’export di rifiuti tra regioni.

Legambiente, Rapporto Ecomafia 2025. La rilevazione di riferimento sui reati ambientali, sul ciclo illegale dei rifiuti e sulla corruzione negli appalti.

Agenzia europea dell’ambiente, profili di gestione dei rifiuti urbani 2025 (Austria). I dati sul divieto di discarica e sui tassi di riciclo che fanno dell’Austria un modello europeo.

RENTRI, Registro Elettronico Nazionale per la Tracciabilità dei Rifiuti (portale ufficiale). Il sistema pubblico di tracciabilità digitale dei rifiuti gestito dal MASE, con scadenze e documentazione.

Decreto Legislativo 21 aprile 2026, n. 81, attuazione della direttiva UE 2024/1203 (Gazzetta Ufficiale). Il testo ufficiale del provvedimento che rafforza la tutela penale dell’ambiente, in vigore dal 2 giugno 2026.

Team Eywa
Team Eywa
Redazione di Eywa Divulgazione. I migliori collaboratori e giornalisti che si impegnano per una divulgazione green concreta e reale.
Ti possono interessare

Più letti