Quando vendono meno carburante, ti vendono più plastica
La produzione globale di plastica continua a crescere. La traiettoria storica è in costante ascesa, con qualche flessione congiunturale (la crisi del 2008, la pandemia) subito riassorbita dal trend di fondo. Negli anni Cinquanta erano pochi milioni di tonnellate, oggi siamo a 460 milioni, e le proiezioni dell’OECD dicono che la produzione triplicherà entro il 2060. Tutto questo mentre il mondo discute, almeno a parole, di transizione ecologica. Non è un’inerzia del sistema, non è un effetto collaterale dello sviluppo. È una scelta industriale precisa, presa da chi ha capito prima degli altri che la stagione del petrolio come carburante si sta esaurendo, e che serve un altro mercato per assorbire i barili in eccesso. Quel mercato è la plastica vergine.
Quando il carburante cala, la plastica sale
La crescita della domanda di petrolio per la mobilità sta rallentando, soprattutto nei mercati maturi. L’elettrificazione dei trasporti, l’efficienza dei motori, il calo demografico nei Paesi industrializzati e le politiche climatiche stanno comprimendo, lentamente ma sistematicamente, il segmento dei carburanti. Le major fossili (Exxon, Shell, Total, Sinopec, Eni) lo sanno. Lo hanno scritto nei loro piani industriali da almeno un decennio. E hanno reagito spostando capitale, impianti e proiezioni di crescita su un altro segmento, quello petrolchimico, di cui la plastica è il prodotto più visibile e in più rapida espansione.
L’International Energy Agency, in un rapporto del 2018, aveva fotografato il fenomeno con chiarezza. La petrolchimica, ovvero la branca dell’industria che trasforma il petrolio in materie plastiche, fertilizzanti, solventi, è destinata a essere il principale motore della crescita della domanda mondiale di petrolio. Conterà per oltre un terzo dell’aumento al 2030 e per quasi la metà al 2050. Il messaggio è semplice. Anche in uno scenario di transizione energetica, le major hanno trovato un modo per continuare a estrarre, raffinare, vendere. Non più per riempire serbatoi, ma per produrre polimeri.
Carbon Tracker, organismo indipendente di analisi finanziaria sulla transizione, ha definito questa strategia il vero «Piano B» dell’industria fossile. Nel report del 2020, The Future’s Not in Plastics, e ancora più chiaramente nell’aggiornamento del 2024, Petrochemical Imbalance, sostiene che la scommessa potrebbe però rivelarsi fragile. L’industria sta costruendo capacità produttiva ben oltre la domanda sostenibile, scommettendo su una crescita lineare che si scontra con regolazioni più severe, saturazione dei mercati maturi e instabilità della domanda asiatica. Il Piano B esiste, ma è una scommessa con margini di errore enormi.
I numeri che reggono il sistema
Le cifre rendono concreto il ragionamento. La produzione globale di plastica è passata da 234 milioni di tonnellate nel 2000 a 460 milioni nel 2019, secondo i dati OECD del Global Plastics Outlook. Una crescita di quasi il cento per cento in meno di vent’anni. Nello stesso periodo, il riciclo è rimasto al palo. Solo il nove per cento dei rifiuti plastici globali viene effettivamente riciclato, una percentuale che da decenni non supera la soglia psicologica del dieci.
L’origine della plastica non lascia margini di interpretazione. Uno studio pubblicato su Communications Earth & Environment nel 2025 documenta che nel 2022 il 98 per cento della plastica vergine globale derivava da feedstock fossili, ossia da materie prime di origine fossile, petrolio, gas naturale e carbone. La quota restante, composta da bioplastiche e materiali riciclati, è ancora marginale nel sistema globale. Tradotto: ogni volta che si parla di plastica, si parla di petrolio. Ogni bottiglia, ogni imballaggio, ogni granello di pellet industriale viene da un giacimento.
Il valore economico della partita è enorme. Plastics Europe, l’associazione di categoria dell’industria, certifica nel rapporto Plastics the Fast Facts 2025 che la quota europea sulla produzione globale è scesa dal 22 per cento del 2006 al 12 per cento del 2024. Una contrazione che racconta, tra le righe, lo spostamento del baricentro produttivo verso Asia e Medio Oriente, dove i costi sono più bassi e le regole più morbide. Lo stesso documento dichiara che la quota di plastica «circolare» in Europa è ferma al 15,4 per cento. Il dato include però sia il riciclato meccanico vero e proprio sia altri feedstock circolari (come il riciclato chimico e i bioderivati): la quota di materiale che proviene direttamente da riciclo post-consumo è inferiore al numero aggregato. Lo dice l’industria, non l’ambientalismo.
L’illusione del riciclo
Il riciclo della plastica è la storia di un’aspettativa tradita. Strutturalmente, il processo non funziona come ci viene raccontato. Le ragioni sono tre, e si rinforzano a vicenda.
La prima è economica. Finché il petrolio resta basso, la plastica vergine costa meno di quella riciclata. Nessun produttore razionale sceglie l’opzione più cara se non è obbligato a farlo. Il mercato, lasciato a sé stesso, spinge sempre verso il polimero nuovo.
La seconda è chimica. La plastica non è un materiale unico, è una famiglia di centinaia di polimeri diversi, ciascuno con additivi, coloranti e contaminanti specifici. Mescolarli abbatte la qualità del prodotto finale. Riciclare significa quasi sempre downcycling, ossia produrre un materiale di qualità inferiore destinato a usi marginali, e dopo pochi cicli il polimero perde rapidamente le caratteristiche d’uso. Alcune filiere fanno eccezione (il PET delle bottiglie può essere riciclato in modo relativamente efficiente in altre bottiglie), ma sono casi limitati su volumi complessivi modesti. Nella maggior parte dei casi, la filiera porta dopo pochi cicli verso l’inceneritore o la discarica.
La terza è logistica. I sistemi di raccolta sono frammentati, gli standard divergono da Paese a Paese, le esportazioni di rifiuti verso il Sud-Est asiatico hanno spostato il problema senza risolverlo. Il caso della Cina, che nel 2018 chiude le importazioni di rifiuti plastici con la cosiddetta National Sword policy, ha lasciato l’Europa con montagne di scarti senza destinazione, finiti in larga parte in Malesia, Indonesia, Turchia, dove vengono spesso bruciati a cielo aperto.
Il riciclo chimico, ovvero la promessa che continua a slittare
Su questo terreno fragile si è innestata la nuova narrazione del «riciclo chimico», presentato come la soluzione tecnologica che renderà la plastica davvero circolare. Il processo più diffuso è la pirolisi, ossia un trattamento termico in assenza di ossigeno che spezza i polimeri di plastica in molecole più piccole, generando un olio (l’olio di pirolisi) che dovrebbe poi essere reimmesso nei processi industriali. La promessa è semplice: prendere la plastica che non si riesce a riciclare meccanicamente e trasformarla di nuovo in plastica vergine.
La pratica è molto più complicata. Zero Waste Europe, in due rapporti tecnici pubblicati tra il 2023 e il 2024, Leaky loop «recycling» e Fifty years: chemical recycling’s fading promise, ha documentato i limiti reali della tecnologia. Per essere usato nella produzione di nuova plastica, l’olio di pirolisi deve essere sottoposto a costose fasi di purificazione oppure diluito con nafta vergine, un derivato fresco del petrolio, in rapporti che in alcuni casi superano il 40 a 1. Significa: quaranta parti di petrolio nuovo per ogni parte di olio da rifiuto. La «circolarità» sbandierata si misura su quella quota minima.
Le rese sono basse, i contaminanti elevati, l’intensità energetica del processo molto alta. Uno scienziato ex Shell intervistato nel secondo rapporto, il professor Jean-Paul Lange, stima che ci vorranno cinquant’anni per scalare commercialmente il riciclo chimico a un livello che incida sui volumi globali. Cinquant’anni, intanto, sono lo stesso orizzonte in cui la plastica triplicherà secondo OECD. Anche alcune grandi major petrochimiche, come Shell, stanno discretamente uscendo dagli investimenti nel chemical recycling per dubbi sulla sua sostenibilità economica.
Il punto critico non è teorico, è industriale. Secondo l’analisi di Zero Waste Europe e secondo molta letteratura critica sul tema, il riciclo chimico, nella sua forma attualmente prevalente, restituisce alla filiera fossile l’olio prodotto dai rifiuti plastici, mantenendo intatte le infrastrutture petrolchimiche e la dipendenza dal feedstock vergine. È un ciclo che non chiude nulla, e che funziona soprattutto come narrazione: produciamo pure tutta la plastica che vogliamo, tanto poi la ricicleremo. Solo che in larghissima misura non la ricicleremo davvero. La trasformeremo in olio che alimenterà raffinerie e steam cracker, ovvero gli impianti che spezzano gli idrocarburi per produrre i polimeri di base. Lo stesso punto di partenza, con un nome diverso.
Le leggi che agiscono al margine, non al centro
L’architettura normativa europea è piena di buone intenzioni e di errori strategici. La Single-Use Plastics Directive del 2019 ha vietato cannucce, posate, piattini, cotton fioc, bastoncini per palloncini. Sono diventati il simbolo della lotta alla plastica, e in effetti hanno tolto dal mercato centinaia di milioni di pezzi inutili. Ma il loro peso, in termini di volume complessivo della produzione, è marginale. Si è agito sul prodotto finito, non sulla materia prima. Si è agito al margine, non al centro.
Lo stesso vale per il Packaging and Packaging Waste Regulation, il nuovo regolamento europeo sugli imballaggi entrato in vigore l’11 febbraio 2025 e applicabile in via generale dal 12 agosto 2026. La regolazione introduce obiettivi di riduzione degli imballaggi, soglie minime di contenuto riciclato, requisiti di riciclabilità. È un passo avanti, ma resta dentro la stessa logica: si normano gli usi, non la produzione del polimero. Non esiste oggi, in nessun atto comunitario, un tetto quantitativo esplicito alla produzione di plastica vergine. Esistono strumenti indiretti (target di contenuto riciclato, responsabilità estesa del produttore, possibili future misure su emissioni e dazi al confine), ma nessuno tocca direttamente il volume di polimero che esce dagli impianti. Il rubinetto resta aperto.
Sul piano globale, la partita si gioca al tavolo del Trattato delle Nazioni Unite contro l’inquinamento da plastica. Nel 2022 la risoluzione 5/14 dell’Assemblea ambientale delle Nazioni Unite ha aperto il negoziato per uno strumento giuridicamente vincolante basato sull’intero ciclo di vita della plastica, dalla produzione allo smaltimento. Da allora i governi si sono incontrati in sessioni successive di un comitato negoziale intergovernativo, sigla INC, che avrebbe dovuto chiudere a fine 2024. La quinta sessione, INC-5.1 di Busan nel novembre 2024, si è chiusa senza accordo. La seconda parte, INC-5.2 di Ginevra dell’agosto 2025, anche. Il 7 febbraio 2026 l’INC-5.3 è stato declassato a sessione organizzativo-amministrativa, senza negoziati sostanziali. Il Trattato è fermo, impantanato, oggetto di un’opposizione che ha nomi e indirizzi precisi.
Quei nomi e indirizzi li ha contati il Center for International Environmental Law. A INC-5.1 di Busan, l’organizzazione ha registrato la presenza di oltre 220 lobbisti dell’industria fossile e petrolchimica, più di qualsiasi precedente tornata. Più dei delegati di numerose delegazioni nazionali messi insieme. InfluenceMap, in un aggiornamento di settembre 2025, ha documentato l’attività di 42 aziende e 21 associazioni industriali nei mesi precedenti il negoziato di Ginevra. La pressione punta sistematicamente a sterilizzare ogni misura che tocchi la produzione di polimero vergine, dirottando il negoziato verso obblighi sul «design dei prodotti» e sul «riciclo». Esattamente il terreno dove la lobby sa di poter vincere, perché su quel terreno il sistema attuale ha già gli anticorpi giuridici e tecnologici per assorbire qualsiasi obbligo senza modificare i volumi. Tra eccezioni, rimpalli e cavilli, la pressione dell’industria fossile e petrolchimica continua a orientare il negoziato lontano dai limiti produttivi. Ed è il motivo per cui ogni anno si parla di Trattato, e ogni anno il Trattato slitta.
Il caso italiano: la riconversione di Eni-Versalis
L’Italia non è uno spettatore. È, attraverso Eni-Versalis, uno dei terreni di prova industriali della strategia europea. Versalis è il braccio petrolchimico di Eni, e dal 2024 è al centro di una ristrutturazione che la stessa azienda definisce di trasformazione strutturale. Nella Versalis Market Presentation del marzo 2025, il management parla esplicitamente di crisi della chimica di base europea, di chiusura graduale della produzione tradizionale, di pivot verso bioprodotti, riciclo chimico ed energy storage. È la narrazione della transizione raccontata dall’interno dell’industria fossile.
Tre siti italiani diventano il banco di prova. A Mantova, il 19 giugno 2025, Versalis ha inaugurato un impianto dimostrativo Hoop, tecnologia proprietaria di riciclo chimico via pirolisi di plastiche miste. A Porto Marghera, nel marzo dello stesso anno, ha aperto un nuovo impianto di plastica riciclata, presentato come tassello della transizione del polo veneto. A Priolo, in Sicilia, nell’ottobre 2025 Eni ha avviato l’iter autorizzativo per una bioraffineria affiancata da un impianto Hoop con capacità di 40.000 tonnellate annue di plastiche miste in ingresso e una resa stimata di circa 32.000 tonnellate di olio di pirolisi all’anno. L’annuncio parla di rilancio del sito, riconversione, posti di lavoro salvati.
Il quadro tecnico, però, va letto alla luce di quanto detto sopra. L’impianto Hoop è basato sulla pirolisi, ossia sulla stessa tecnologia su cui Zero Waste Europe ha documentato basse rese, problemi di contaminazione e necessità di diluizione massiccia dell’olio con nafta vergine prima di poter essere effettivamente utilizzato nei processi produttivi della plastica. Secondo gli analisti indipendenti che hanno studiato il chemical recycling su scala europea, e secondo lo stesso Carbon Tracker nei suoi rapporti finanziari, queste tecnologie rischiano di mantenere intatta la dipendenza dalla filiera fossile, pur adottando una nuova narrazione industriale centrata sul riciclo e sui bioprodotti. La parola «riciclo» fa da paravento al mantenimento di un’infrastruttura che è e resta petrolchimica.
L’accordo Versalis-Acea Ambiente, annunciato nel 2025, va letto nello stesso quadro: filiera dei rifiuti plastici intesa come fornitura di materia prima per il riciclo chimico, ovvero per la produzione di olio di pirolisi che alimenterà raffinerie e steam cracker esistenti. Una saldatura tra sistema dei rifiuti urbani e sistema dell’energia fossile che cambia poco nei numeri della transizione, ma cambia molto nella narrazione che li accompagna. Il Sustainability Report di Versalis 2024 racconta tutto questo nei termini della trasformazione virtuosa. È il documento da leggere in parallelo ai rapporti di Carbon Tracker e di Zero Waste Europe, per misurare la distanza tra come l’industria si racconta e come gli analisti finanziari e tecnici indipendenti la analizzano.
La soluzione è a monte
Esiste un solo modo per uscire dal circolo, ed è strutturale. Non riguarda i singoli consumatori, non riguarda le cannucce, non riguarda nemmeno la diligenza domestica della raccolta differenziata. Riguarda il polimero vergine. Bisogna ridurne la produzione. A monte. Con un tetto quantitativo. Con un calendario di dismissione graduale. Con politiche industriali che riconvertano davvero gli impianti, e non li travestano da fossili a verdi cambiando solo l’etichetta.
UNEP, il programma ambientale delle Nazioni Unite, nel rapporto Turning off the Tap del 2023, lo dice in modo perfettamente sintetico: la soluzione non sta a valle, sta a monte. Bisogna chiudere il rubinetto. Le tre leve indicate dall’organismo onusiano sono ridurre gli usi problematici e non necessari, riprogettare prodotti e sistemi, trasformare il mercato. Nessuna delle tre passa per il riciclo chimico. Tutte e tre richiedono di intervenire sulla produzione, non sui sintomi della produzione.
La differenza tra ridurre i consumi e ridurre la produzione è la differenza tra cosmesi e politica industriale. Il primo è un esercizio individuale che la pubblicità sa metabolizzare in mezzo decennio, vendendoti il sacchetto biodegradabile, la borraccia di acciaio, il cosmetico bio. Il secondo è un atto di sovranità che cambia i bilanci delle major fossili. Per questo il primo viene incoraggiato e il secondo viene osteggiato a Ginevra, Busan, Nairobi e in ogni sede in cui si discute il Trattato.
Il green si fa, non si dice
La plastica non è un fallimento dei consumatori. È un successo della lobby del petrolio. Ogni volta che cresce la produzione di polimero vergine, ogni volta che un negoziato slitta, ogni volta che un impianto di pirolisi viene presentato come simbolo della transizione, l’industria fossile guadagna tempo e mercato. La transizione ecologica, nel frattempo, viene riempita di significato fino a perderlo. Diventa una parola che si dice, non un processo che si fa.
Il green si fa, non si dice. Si fa tagliando il petrolio travestito da plastica. Si fa fissando un tetto alla produzione vergine. Si fa smettendo di chiamare riciclo ciò che è combustione differita o, nella migliore delle ipotesi, una circolazione marginale tra rifiuti e raffinerie. Si fa scegliendo, alla scala politica e industriale, di ridurre prima e riciclare dopo. Non il contrario.
Approfondimenti Eywa
La plastica diventa benzina: la pirolisi dei rifiuti plastici
Eywa Divulgazione, 2025. Sull’inquadramento critico del riciclo chimico come combustione differita.
Falle invisibili del pianeta: come le mega perdite di metano stanno incendiando il clima globale
Eywa Divulgazione, 2026. Sull’altro fronte di sopravvivenza dell’industria fossile.
Transizione energetica possibile: la Cina come esempio
Eywa Divulgazione, 2026. Sul contesto della transizione che le major stanno cercando di aggirare.
Pioggia nera a Teheran: inquinamento fossile e guerra
Eywa Divulgazione, 2026. Sulle infrastrutture fossili come vulnerabilità ambientale e geopolitica.
Earth Day 2026: il pianeta chiede la nostra voce
Eywa Divulgazione, 2026. Sulla cornice civica della responsabilità collettiva.
Bibliografia essenziale
International Energy Agency, 2018. Il rapporto chiave sulla petrolchimica come motore futuro della domanda di petrolio, con la stima del 12 per cento di quota petrolchimica nella domanda globale e una crescita destinata a contare per oltre un terzo dell’aumento al 2030.
Petrochemicals set to be the largest driver of world oil demand
International Energy Agency, 2018. Sintesi ufficiale del rapporto. Fonte diretta per la proiezione «un terzo della crescita al 2030, quasi metà al 2050».
Carbon Tracker, 2020. Smonta la narrativa della crescita inevitabile della petrolchimica e dimostra che il «Piano B» fossile sulla plastica è una scommessa fragile dal punto di vista finanziario.
Carbon Tracker, 2024. Aggiornamento post-2020 sulla sovracapacità produttiva petrolchimica globale e sul rischio di stranded asset per le major.
Global Plastics Outlook: Economic Drivers, Environmental Impacts and Policy Options
OECD, 2022. Fonte primaria per i dati su produzione (da 234 a 460 milioni di tonnellate tra 2000 e 2019) e tasso di riciclo globale fermo al 9 per cento. Lo scenario di triplicazione al 2060 è nel volume di accompagnamento Policy Scenarios to 2060.
Turning off the Tap: How the World Can End Plastic Pollution and Create a Circular Economy
United Nations Environment Programme, 2023. Pilastro istituzionale della tesi «soluzione a monte, non a valle».
Intergovernmental Negotiating Committee on Plastic Pollution
United Nations Environment Programme. Pagina ufficiale del comitato negoziale ONU. Stato del Trattato globale, sessioni INC e mandato della risoluzione UNEA 5/14.
Second Part of the Fifth Session (INC-5.2)
United Nations Environment Programme, 2025. Pagina ufficiale della seconda parte della quinta sessione di Ginevra, conclusa il 15 agosto 2025 senza consenso.
Plastic & Climate: The Hidden Costs of a Plastic Planet
Center for International Environmental Law, 2019. Pilastro sul legame plastica-clima lungo l’intero ciclo di vita fossile.
Fossil Fuel Lobbyists Flood Final Scheduled Round of Plastics Treaty Talks
Center for International Environmental Law, 2024. Analisi del numero di lobbisti fossili e petrolchimici registrati a INC-5 (oltre 220, più di qualsiasi tornata precedente).
Corporate Advocacy on the UN Global Plastics Treaty, 2025 Update
InfluenceMap, 2025. Documenta l’attività di pressione di 42 aziende e 21 associazioni industriali nei mesi precedenti il negoziato di Ginevra.
Complexities of the global plastics supply chain revealed
Communications Earth & Environment (Nature), 2025. Documenta che nel 2022 il 98 per cento della plastica vergine globale derivava da feedstock fossili.
Zero Waste Europe, 2023. Analisi tecnica sulla pirolisi e sui limiti di qualità dell’olio prodotto: per essere usato nella produzione di nuova plastica richiede passaggi di purificazione energy-intensive o diluizione con nafta vergine in rapporti fino a 40:1.
Fifty years: chemical recycling’s fading promise
Zero Waste Europe, 2024. Industry landscape overview: stima di cinquant’anni per scalare commercialmente il riciclo chimico, ridimensionamento degli investimenti da parte di major come Shell, dipendenza strutturale dalla produzione di plastica vergine.
Direttiva 2019/904 sulle plastiche monouso
Unione europea, 2019. Quadro normativo dei divieti europei su cannucce, posate e altri prodotti monouso.
Packaging and Packaging Waste Regulation 2025/40
Commissione europea. Regolamento entrato in vigore l’11 febbraio 2025 e applicabile in via generale dal 12 agosto 2026.
Plastics Europe, 2025. Fonte industriale autocertificata: quota di plastica «circolare» nella produzione europea ferma al 15,4 per cento nel 2024 e quota europea sulla produzione globale scesa dal 22 al 12 per cento dal 2006 al 2024.
Per il caso italiano: Eni-Versalis
Versalis Market Presentation, March 2025
Eni, 2025. Documento aziendale sulla ristrutturazione di Versalis, la crisi della chimica di base europea e il pivot verso bioprodotti, riciclo chimico ed energy storage.
Versalis Sustainability Report 2024
Versalis, 2024. Documento ufficiale aziendale sulla narrativa della trasformazione di Versalis.
Versalis, 2025. Comunicato stampa sull’avvio dell’impianto dimostrativo Hoop a Mantova (19 giugno 2025) per il riciclo chimico di plastiche miste via pirolisi.
Versalis, 2025. Comunicato sull’accordo Versalis-Acea Ambiente per la filiera dei rifiuti plastici destinati al riciclo chimico.
Eni launches authorisation process in Priolo for new biorefinery and chemical plant for plastics
Eni, 2025. Comunicato sull’avvio dell’iter autorizzativo a Priolo per una bioraffineria affiancata da un impianto Hoop con capacità di 40.000 tonnellate annue di plastiche miste e resa stimata di 32.000 tonnellate annue di olio di pirolisi.
Eni’s chemicals unit opens new recycled plastic production plant
Reuters, 2025. Apertura del nuovo impianto Versalis di plastica riciclata a Porto Marghera, nel contesto della ristrutturazione della chimica Eni.
Italy’s Eni launches demo plant for mixed plastic recycling
Reuters, 2025. Lancio dell’impianto Hoop dimostrativo a Mantova e del progetto industriale Priolo. Fonte giornalistica per la contestualizzazione finanziaria delle scelte aziendali.

